Cose meravigliose

IL CIRCO IN EGITTO

A cura di Andrea Petta

Belzoni come apparirà nel frontespizio del suo libro “Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia” che pubblicherà nel 1820
Il Sadler’s Wells Theater in una locandina del primo ‘800. Fu qui che il giovane Bolzòn divenne famoso nella Londra dell’epoca. La cosa in qualche modo lo danneggiò al suo ritorno dall’Egitto perché molte persone con cui venne in contatto lo ricordavano come saltimbanco e non degno di fiducia.
In effetti, i rappresentanti del British Museum non erano propensi a dare eccessivo credito al “Golia Italiano”, alias “Sansone Patagonico” come qui illustrato…
La prima piramide di Belzoni fu…lui stesso, spesso con dei volontari che sceglieva dal pubblico
E a Londra sposa Sarah Bane o Banne (la grafia non è certa). Nei carteggi non appare esattamente un amore romantico, ma piuttosto un affetto con enorme rispetto reciproco. Sarah gli sarà fedele anche dopo la sua morte con un ultimo, commovente gesto.
Henry Salt nel 1815, appena prima di trasferirsi in Egitto
Il Cairo nel 1815, disegno originale dello stesso Salt che, come abbiamo visto anche con la Sfinge, era un bravo disegnatore.
La prima impresa di Belzoni: il recupero del “Giovane Memnone” nel disegno dello stesso Belzoni. Magari involontariamente, ma ricorda in maniera impressionante le ricostruzioni del trasporto di blocchi, colossi ed obelischi all’epoca dei Faraoni
Il Giovane Memnone, alias Usermaatra Setepenre Ramses Meriamon, accoglie tuttora i visitatori della Sala Egizia del British Museum. Perenne memento di un’era di pionieri

Un uomo forzuto, un idraulico mancato ed uno scopritore

Quando Napoleone invade l’Italia nel 1796, un diciottenne padovano grande e grosso, probabilmente spaventato all’idea di essere arruolato nell’esercito napoleonico, decide di seguire il suo spirito avventuroso e inizia a viaggiare in Europa.

All’anagrafe padovana risulta Giobatta Bolzòn, è “un barbiere, figlio di barbieri”. È andato a Roma dove ha studiato idraulica, poi pare sia entrato in seminario per diventare frate cappuccino a seguito di una delusione amorosa (tale Angelica Catelani; ah, le donne…) e all’arrivo di Napoleone, scappa. Vive di espedienti, un po’ imbroglione ed un po’ imbonitore. Per motivi che non sappiamo, va proprio a Parigi, dove vende immagini sacre forse ancora vestito da frate. Torna a Padova, poi va ad Amsterdam e in Germania incontra un gruppo di saltimbanchi dove si esibisce un uomo forzuto nel numero della piramide umana, quasi un destino.

Il giovanotto rimane folgorato dalla vita del circo e si improvvisa a sua volta “uomo forzuto” – d’altra parte è alto quasi due metri e pesa un centinaio di chili – mettendo su con suo fratello un piccolo spettacolino itinerante. A Londra viene ingaggiato dal Sadler’s Wells Theatre come “Golia italiano” e poi “Sansone Patagonico” esibendosi a sua volta nel numero della piramide umana.

Cambia il suo nome in Giovan Battista Belzoni perché suona più italiano ed esotico rispetto a Bolzòn, che a Londra viene sempre anglicizzato in “Bòlson”. Arrotonda vendendo giocattoli ad acqua di sua invenzione; nel frattempo conosce Sarah Bane o Banne, una ragazza molto emancipata per i suoi tempi e che diventerà sua moglie. Con lei dopo qualche anno si sposta verso il Portogallo, poi a Malta ed infine, nel 1815, ad Alessandria d’Egitto.

È riuscito a strappare l’invito a presentare al viceré Mohammad Ali un congegno idraulico per l’irrigazione (una “machina” di cui null’altro sappiamo) ma la dimostrazione davanti al viceré non è convincente (“fui fornito di legno cattivo, e di ferro altrettanto cattivo”).

Il giovanotto di Padova è sul lastrico, ma per una fortunata coincidenza incontra il console inglese Henry Salt (ricordate? Quello che finanzierà il primo disseppellimento della Sfinge) che affida all’uomo forzuto l’incarico di risalire il Nilo e recuperare a Tebe una testa in granito di Ramses II (all’epoca nota come “il Giovane Memnone”) del peso di sette tonnellate e di trasportarla al Cairo per spedirla in Inghilterra.

E Giovan Battista Belzoni, da saltimbanco si trasforma nel primo archeologo importante nella storia delle scoperte egizie.

Con un sistema di rulli di legno che lui stesso ci tramanda in un disegno riesce nell’intento di trasportare il busto di Ramses fino ad Alessandria, da dove proseguirà per il British Museum (dove tuttora risiede). Il successo in questa impresa gli vale un importante contratto con Salt.

Dal 1816 al 1819 viaggia per tutto l’Egitto, finanziato dal console inglese in una sorta di “corsa” alle antichità egizie. È convinto da Salt di lavorare direttamente per la Corona Inglese, in realtà non è proprio così e lo imparerà a sue spese.

La sua carriera di archeologo non è proprio tranquilla, si racconta che assalito dai beduini ne abbia afferrato uno per le caviglie ed usato come clava per allontanare gli altri. È un periodo senza regole, in cui moltissimi reperti lasciano l’Egitto in modo più o meno legale, molto spesso senza che le autorità locali se ne interessino minimamente. In più si aggiunge una rivalità tra francesi ed inglesi che influenzerà la vita di tutti gli archeologi dell’epoca. I francesi hanno perso la guerra, e sono a stento tollerati sul Nilo, ma sono stati i primi ad affrontare scientificamente l’Egitto e credono di vantare una sorta di primogenitura. Gli inglesi hanno vinto, ma la loro supponenza ed il loro superiority complex li rende odiosi ed odiati dal mondo arabo, che non vede l’ora di spillare i loro soldi.

Ed in mezzo ci finisce lui, Belzoni, e sarà la sua gioia e la sua croce.

Belzoni non è un francese, eppure utilizza sistemi simili per “registrare” ciò che fa. Non è un inglese, eppure lo appoggiano perché ottiene risultati. Forse non è neanche più italiano, ma la creatività rimane un suo tratto distintivo. E poi è un imbonitore nato, e gli verrà utilissimo. Capisce la mentalità dei nativi. Dove gli altri europei seguono le regole e la burocrazia, lui usa il “bakshish”, la piccola somma in regalo, per prendere scorciatoie. Noi oggi la considereremmo “corruzione”, all’epoca un’usanza imprescindibile


Cosa se ne fa il tuo Re di una pietra?.

A cominciare dal recupero del “Giovane Memnone” Belzoni mette sempre in risalto il fatto che non cerca tesori, oro o gioielli, ma sculture “da mandare al Re, in Inghilterra”. Una cosa tanto strana da far dire al viceré Mohammad Ali: “Ma cosa se ne fa il tuo Re di una pietra?” sottintendendo una certa stupidità dei suoi interlocutori. Ma almeno Belzoni riesce a scivolare tra gli ostacoli.

Visita una prima volta la Valle dei Re (all’epoca “Valle delle Porte”), come abbiamo visto entra nella magnifica tomba di Ramses III e si accorge che le guide assoldate sul posto gli hanno tenuta nascosta un’altra entrata alla tomba (che scopre perdendosi dopo che un suo collaboratore è caduto in uno dei pozzi della tomba), da cui rafforzerà la sua diffidenza nei confronti degli arabi.

Arriva ad Abu Simbel, vuole liberare il Tempio Maggiore sepolto dalla sabbia e ci offre due dimostrazioni delle sue qualità di imbonitore: per non destare sospetti di saccheggio convince il governante della Regione che è “alla ricerca di un suo lontano antenato” (la barba e l’abbigliamento arabo lo aiutano) e truffa clamorosamente i suoi lavoranti sul valore della paga che gli sta offrendo. E il Tempio Maggiore rivede la luce.

Drovetti era passato di lì pochi mesi prima, non cavando un ragno dal buco dal Pasha locale. Un altro smacco, ma imparerà la lezione.

Torna nella Valle dei Re, organizza delle vere e proprie squadre di lavoro molto più moderne della sua epoca (tanto da trovare dal 9 al 18 ottobre 1817 quattro ingressi in pochi giorni, due nello stesso giorno) e penetra in diverse tombe, almeno sette od otto (c’è un po’ di confusione tra alcune di esse mancando la traduzione dei geroglifici). Il 16 ottobre punta la sua attenzione su sito che apparentemente non dovrebbe promettere nulla di buono, uno strato argilloso soggetto ad allagamenti. Lo definirà “un giorno fortunato… probabilmente uno dei migliori della mia vita”. Il 17 trovano una pietra tagliata dall’uomo, il 18 entrando nella tomba di Seti I, una delle più belle della Valle, Belzoni (che, senza uno Champollion a correggerlo, pensa di essere entrato nella tomba di “Psammes”, Psammetico I) scrive della sua gioia penetrando “primo fra tutti in un monumento ch’era perduto per gli uomini, e che da me veniva allora ritrovato così ben conservato che si sarebbe potuto credere fosse stato finito poco prima della nostra entrata”. Il sarcofago in alabastro traslucido, tanto sottile da vedere la luce di un lume in trasparenza, sarà oggetto di lunghe dispute in Inghilterra che vedremo a parte. Merita un discorso separato.

La moglie Sarah, tanto per non annoiarsi, si traveste da uomo e visita Gerusalemme e la sua moschea, forse la prima donna nella storia a farlo. Se l’avessero scoperta sarebbe stata messa a morte senza esitazione. Bel peperino anche lei.

Belzoni, tornato al Cairo, studia per qualche giorno la piramide di Chefren, studia anche l’ingresso di quella di Cheope e, dopo un primo tentativo andato a vuoto, trova l’ingresso della seconda piramide che era stata creduta inesistente per secoli. Anni dopo, venne per questo onorato in Inghilterra con una medaglia commemorativa, che riproduce però la piramide sbagliata. Beata ignoranza, in ogni epoca.

E Belzoni ha un grande merito: scrive – e disegna – più che può, arrivando a pubblicare un volume sui suoi viaggi (compreso un capitolo scritto dalla moglie sugli usi delle donne in Egitto) che, tradotto anche in francese e in italiano avrà un enorme successo e che avrà un grande impatto sugli archeologi delle generazioni future, compreso un certo Howard Carter. Il volume è figlio dell’epoca: oggi verrebbe definito impreciso e razzista (“mai fidarsi di un arabo” ricorre abbastanza spesso e, riferendosi ai templi di Karnak e Luxor: “è una vergogna che tali edifici siano abitati dagli sporchi Arabi e dalle loro vacche”) ma è affascinante perché Belzoni è sinceramente colpito dalla civiltà che si presenta davanti a lui e altrettanto sinceramente disgustato degli “eredi” di quella civiltà.

Belzoni vede l’Europa come la salvezza di quei reperti (“la statua sembrava sorridermi al pensiero di andare in Europa” scrive del busto di Ramses) a qualsiasi costo, anche distruggendone altri, considerati arbitrariamente meno importanti. È un’epoca di antiquari, più che di archeologi. E i danni furono notevoli.

Danni ne fa anche Belzoni, e tanti. Per prelevare il busto di Ramses, Belzoni non si preoccupa minimamente di abbattere due colonne del tempio che sbarrano la strada ai suoi rulli di legno, gli cade un obelisco nel Nilo (ma riesce a ripescarlo), usa l’ariete per entrare nelle tombe ma almeno non utilizza la dinamite per entrare nella piramide di Chefren (come faranno gli inglesi con quella di Micerino), dove firma clamorosamente il suo ingresso il 2 marzo 1818 a rivendicare una “primogenitura” archeologica (ma lo aveva già fatto anche al Ramesseum e ad Abu Simbel…). Confessa candidamente di essersi addormentato sopra alcune mummie e di averle distrutte con il suo peso. Ma conta la corsa, arrivare primi. Il console francese Drovetti, geloso delle sue scoperte ed ormai suo nemico, cerca addirittura di distruggere alcuni reperti inviati da Belzoni al Cairo.

Tra i pirati, solo un pirata può sopravvivere. Non andrà altrettanto bene in Europa.

Abu Simbel, operai al lavoro per liberare l’ingresso del Tempio Maggiore
Forse Belzoni non sarà stato il miglior disegnatore mai stato in Egitto, però i suoi disegni sono evocativi di situazioni, emozioni, scoperte. Qui il Tempio Maggiore finalmente liberato dalla sabbia.
La “firma di Belzoni ad Abu Simbel. Guardiamola bene, ci sarà utile in futuro…
Il toro Api dal Ramesseum, ancora un disegno di Belzoni ricolorato per una ristampa dei suoi racconti di viaggio
Alla scoperta della tomba di Psammes, Belzoni guida i suoi uomini
L’interno della tomba di “Psammes”, disegno originale di Belzoni
Una “ricostruzione” della tomba di Sethi I basata sui disegni di Belzoni
La sala sepolcrale di Sethi I, sempre disegno originale di Belzoni
L’interno del sarcofago in alabastro di Sethi I. Ci sono stati molti post su questo stupefacente oggetto, ne riparleremo separatamente
Nekhbet protegge il sonno del Faraone
Una curiosità: qualche “incertezza” nella copia delle decorazioni della tomba da parte di Belzoni…
Il Bullock’s Museum, dove venne allestita l’Egyptian Hall di Belzoni nel 1821
La mostra sulla tomba di Sethi I al Bullock’s Museum in un’illustrazione dell’epoca. Un ringraziamento a Patrizia Burlini per averla “scovata”
Il nuovo ingresso di Sotheby’s, protetto da Sekhmet in persona. Acquirenti, siete avvertiti…
Modifica
Chi altri si può permettere una statua da due milioni e mezzo di sterline sul suo ingresso?
Quanto sangue avrà visto scorrere di qui, senza uno Ptah a difendere i malcapitati…
Una delle illustrazioni originali dei racconti di viaggio di Belzoni, raffigurante il “Panorama delle rovine del Grande Tempio di Carnac, scoperto da G. Belzoni”. Quasi tutte le illustrazioni erano di Alessandro Ricci, un medico “prestato” all’egittologia che accompagnerà anche Champollion e Rosellini qualche anno dopo.
Sarah Bannes Belzoni a 80 anni
La tomba di Sarah al Mont à L’Abbé Old Cemetery di St Helier, Bailiwick of Jersey, un’isoletta nel Canale della Manica

Il più arabo degli europei

Belzoni era sinceramente convinto di lavorare per il governo britannico. Dopo tre lunghi e fruttuosissimi anni, scopre invece di essere alle dipendenze di Salt, e non la prende benissimo.

Eppure Salt aveva avvisato Belzoni. Così scrive nel 1817 a Beechey, un funzionario del consolato inglese assegnato al seguito di Belzoni, subito dopo l’apertura della tomba di Sethi I: “Dovete essere avvertiti del fatto che né lei né il signor Belzoni siete attualmente ingaggiati in missioni ufficiali; al contrario, siete due viaggiatori che stanno mettendo assieme una collezione ed avete diritto alla copertura che spetta a qualsiasi cittadino britannico […] io sostengo tutte le spese e colleziono a titolo personale, anche voi potete essere considerate persone che agiscono a quel titolo”.

Belzoni non sa o fa finta di non sapere? I due litigano una prima volta in Egitto, anche perché Belzoni scopre che Drovetti e Salt si sono finalmente alleati per spartirsi i principali siti di Tebe e Luxor.

Senza un nuovo contratto con Salt, parte alla volta del Mar Rosso dove scopre l’ubicazione della città di Berenice, importante porto in epoca romana, e tenta di trovare l’oasi di Siwa, la sede dell’oracolo di Amon di Alessandro Magno – mancandola di un niente. Terminati i denari, torna a Londra dove si iniziano a sistemare i tesori che ha inviato.

È rimasto l’imbonitore di sempre: sfoggia la sua lunga barba, l’abbigliamento orientaleggiante; viene definito dai racconti dell’epoca “il più arabo degli europei” e fa di tutto per propagandare le sue scoperte. Dona anche due statue di Sekhmet, la dea leonessa assetata di sangue, a Padova dove, anche sotto l’impero austro-ungarico si ricordano di essere italiani e ci mettono nove mesi a sdoganarle con tanto di perizie e controperizie sul valore effettivo.

Mentre inizia una lunga vicenda legale legata al sarcofago in alabastro di Seti I, Belzoni si inventa la prima mostra egizia della storia al Bullock’s Museum, proprietà di un altro eccentrico lord affascinato dall’Antico Egitto. Ricostruisce due sale della tomba di Seti, aggiunge alcuni reperti, tra cui due mummie, un diorama della tomba completa e uno in sezione della piramide di Chefren con tutte le sale ed i corridoi interni, e prepara un catalogo della mostra stessa con ben 45 illustrazioni. Una “exhibition” che non ha nulla da invidiare a quelle moderne, che portano in giro per il mondo ad esempio le copie dei reperti di Tutankhamon o di Ramses, e lontana anni luce dalla fredda esposizione dei musei convenzionali. La mostra ha un successo enorme (duemila persone il giorno dell’inaugurazione!), tanto da essere replicata con ancora più successo a Parigi – dove la traduzione e le illustrazioni per il catalogo vengono fatte da tale “L. Hubert”, al secolo (pare) Jean Francois Champollion…

Ma in Patria le polemiche divampano. Henry Salt ha stilato un vero e proprio listino prezzi dei reperti egizi, di cui rivendica la proprietà. Belzoni non vuole cedere il sarcofago in alabastro per meno di 4,000 sterline, gliene offrono la metà e Salt ne rivendica la proprietà. In attesa di dirimere la questione, il sarcofago viene portato a Villa Soane, dimora di un eccentrico lord (che ha pagato duemila sterline direttamente a Salt), dove rimarrà fino ad oggi in condizioni di conservazione disastrose. Belzoni si rifà mettendo all’asta gli oggetti della mostra; il solo diorama della tomba gli frutta quasi 500 sterline, uno sproposito per l’epoca. Ma qui la storia si incrocia con la leggenda. Si narra che di tutta la collezione di Belzoni sia rimasta invenduta (o meglio, battuta ma mai ritirata – e pagata) solo una testa di Sekhmet, che finirà per adornare prima il portico di Sotheby’s a Londra e poi direttamente l’ingresso della nuova sede della famosissima casa d’aste. Una sua riproduzione ha adornato per più di un secolo lo storico podio da dove vengono battute le aste, forse un monito per ricordarsi di incassare… D’altronde in molte aste scorre il sangue, Sekhmet sarà stata contenta.

Nota di cronaca: la testa di Sekhmet, battuta all’epoca (pare) per 40 sterline, viene stimata oggi più di due milioni di sterline. Pare che sia la più antica scultura di proprietà privata a Londra.

Pubblica i resoconti dei suoi viaggi: un altro successo editoriale, tradotto subito in francese (sembra sempre con l’aiuto di “L. Hubert”) ma quasi clandestino in Italia. Un’altra delusione, di cui emergono tracce dalla sua corrispondenza con i familiari rimasti a Padova. Sarah ne scrive un capitolo aggiunto, in cui descrive la vita delle donne in Egitto come “sottomessa e molto lontana dalle abitudini europee”.

Eterno viaggiatore, Belzoni morirà in viaggio verso il Niger, probabilmente di dissenteria, il 3 dicembre 1823 mentre andava a caccia di nuove scoperte verso la mitica Timbuktu. Fu sepolto “sotto un grande albero”; della sua sepoltura non esiste più traccia – una cosa curiosa per uno scopritore di tombe. Salt non avrà migliore fortuna: morirà nel 1827 in Egitto (è sepolto ad Alessandria) dopo aver venduto la sua seconda collezione, raccolta dopo l’addio di Belzoni, al…Louvre. Ironia della sorte.

Sarah, senza Giobatta, è persa. Vive in miseria, la notizia si sparge e viene prima fatta una petizione per assicurarle una piccola pensione (che avrà successo ma solo dopo molti anni, il nome di Belzoni risuona ancora a Londra ma non più come prima), poi una raccolta fondi. Si organizza una cena di beneficenza a suo favore a casa dello stesso Sir Soane. Sarah ne approfitterà per un ultimo gesto d’amore per suo marito, “Mister B” come amava chiamarlo.

La raccolta era cominciata, ora bisognava conservare e comprendere.

L’ULTIMA FIRMA

Sulla parte superiore del sarcofago in alabastro, ancora oggi è possibile leggere la scritta “DIS.ED BY G. BELZONI” (“discovered by G. Belzoni”, scoperto da G. Belzoni).

Viene raramente menzionata, ed è difficile trovarne delle immagini (quella che vedete è tratta dal video sulla “rimaterializzazione” del sarcofago).

Niente di straordinario, aveva “firmato” molte scoperte, Abu SImbel, il Ramesseum, la Piramide di Chefren.

Però…

Però quando il sarcofago viene proposto al British Museum e poi acquistato da Soane, della scritta non c’è menzione.

Certo, potrebbe essere una svista, però…

Però qui la “N” è rovesciata, è sbagliata. Impensabile l’abbia scritta lui, però…

Però a Philae c’è un’altra N rovesciata, nella “firma” di sua moglie Sarah Bane sul muro del tempio di Philae.

E quindi?

È estremamente probabile che Sarah, dopo la morte del marito, abbia approfittato di un momento di solitudine a casa Soane (forse proprio durante quella cena organizzata per raccogliere dei fondi per lei) per eternare anche su quell’oggetto i meriti del marito, che tanto aveva combattuto per trovarlo, estrarlo e portarlo in Inghilterra per poi vederselo portar via sulla base di cavilli legali.

Magari è solo fantasia, ma mi piace immaginarla in quella sala, illuminata dalle candele che dovevano fare scena, mentre incide con il primo oggetto appuntito trovato il suo marchio, il marchio di suo marito, “Mr. B”.

Una rivendicazione? Un atto d’amore?

Un eterno ricordo

Dedicato a tutti i legami così forti da infrangere il tempo

La nota descrittiva del sarcofago al Soane Museum. Cari Inglesi, scrivete pure “there is no known reason for this”, io una ragione meravigliosa riesco a vederla

Riferimenti

Webster D, Giovanni Belzoni: Strongman Archaeologist, 1990

Belzoni GM, Narrative of the recent discoveries in Egypt and Nubia, 1835

De Andrade-Eggers, Discovering Ancient Egypt In Modernity: The Contribution Of An Antiquarian, Giovanni Belzoni. Herodoto, 2016

Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002

Sevadio G, L’italiano più famoso del mondo, Bompiani 2018


GALLERIA DI IMMAGINI DALLA MOSTRA “L’EGITTO DI BELZONI” A CURA DI PATRIZIA BURLINI – Padova, Maggio 2020

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