Cose meravigliose

UNA TESTA NELLA SABBIA

A cura di Andrea Petta

Un gentiluomo europeo con i boccoli che spunta da un prato: così André Thevet, un frate francescano, nel 1556 rappresenta la Sfinge
ohan Helffrich (Lipsia) nel 1589 la presenta con tanto di seno che emerge dalla sabbia. Per Helffrich la Sfinge rappresenta Iside e, notando una cavità sulla testa, immagina che i sacerdoti parlassero al popolo da quella cavità
Nel 1610 Mr. Davis porta casa un ricordo della piana di Giza e una prima realistica rappresentazione
Il primo “vero” disegno della sfinge di Norden, 1757. I danni al volto sono molto evidenti 40 anni prima della campagna di Napoleone
La Sfinge dell’Enciclopedia di Diderot, con ureo e naso, che tante accuse porterà a Napoleone. Da notare la forma a punta delle Piramidi, forse considerandole ancora dei granai come da tradizione
e Sfingi di Denon. Finalmente ritratti degni di questo nome. Nel primo, un esploratore esce dalla cavità sulla testa della Sfinge, successivamente chiusa maldestramente con una colata di cemento
Le Sfingi di Denon. Finalmente ritratti degni di questo nome. Nel secondo le Piramidi appaiono con l’inclinazione corretta
La Piana di Giza, disegno originale della “Description de l’Egypte”. Incredibile la resa della prospettiva aerea, considerando che non risultano sorvoli in mongolfiera della zona all’epoca
La Cappella di Amenofi III a Elefantina, “salvata” da Denon. Furono in tutto 7 gli edifici eternati dal disegnatore francese ed in seguito distrutti
Dominique Vivant, Barone di Denon, all’opera nei suoi ritratti. Grazie, Barone di Denon, per esserti reinventato artista ed aver acceso una luce

Una guerra, un imperatore ed un nobile disegnatore

“Vicino a una delle piramidi c’è una testa colossale che emerge dalla sabbia chiamata Abol-Haul”.

Così scriveva Abdul-Latif, uno studioso arabo del XII secolo. Perché quella testa era stata abbandonata per secoli, una cosa bizzarra che alcuni audaci visitatori raccontavano di aver visto vicino all’ultima delle Grandi Meraviglie del mondo antico sopravvissuta al tempo.

Da dove la Sfinge abbia preso il nome arabo di “Padre del Terrore” non ci è dato sapere, visto che nel Nuovo Regno (e lo sappiamo dalla Stele del Sogno di Tuthmosis IV) la Sfinge era chiamata “Hor-em-Akhet” (“Horus sopra l’orizzonte”) “Kheper-Ra-Atum” (la Trinità del Sole, mattino, mezzogiorno, tramonto).

Comunque sia, quando aumentò la diffusione dei libri giunsero in Europa anche le prime immagini, i primi disegni. I primissimi, probabilmente disegnati sulla base delle voci riportate, raffigurano una testa di donna, molte volte disegnata come tipicamente europea con tanto di seno che sporge dalla sabbia. Uno raffigura un clamoroso busto colossale romano, come un Cesare conquistatore.

Uno dei primi che conosciamo derivati da un’osservazione diretta è del 1610, ed è in un resoconto dei viaggi di George Sandy, un figlio minore dell’Arcivescovo di York il quale, fallito il tentativo di laurearsi a Oxford, decise di spendere allegramente parte del patrimonio di famiglia girovagando in Europa e Medio Oriente raccontando le sue imprese in quattro volumi illustrati. In uno di questi volumi quella testa, già senza naso, emerge davanti alle piramidi. Un disegno molto più accurato è del 1757 (“Testa colossale con le tre piramidi” di Norden), mentre Diderot nella sua Enciclopedia, inopinatamente le rimette il naso e una sorta di ureo sulla fronte, forse immaginandone l’aspetto originale.

Però questi resoconti, le Piramidi, i colossali obelischi, stanno facendo nascere la curiosità in tutta Europa. Ma la “scintilla” è inaspettata: è una guerra.

Nel 1798 Napoleone, terminata la Campagna d’Italia, decide che l’espansione verso Oriente del suo nascente impero passa per l’Egitto e si imbarca con 38,000 soldati su 328 navi alla volta di Alessandria. Vuole aprire una via per le Indie sulle orme di Alessandro Magno e spezzare il predominio inglese sui mari. Vicino al Cairo disintegra l’esercito dei Mamelucchi (“Soldati! Dall’alto delle Piramidi quaranta secoli vi guardano!”), ma Nelson a sua volta disintegra la flotta francese ad Abukir e sancisce la fine delle velleità militari francesi in Egitto. Napoleone riparte con le truppe, ma lascia in Egitto un altro piccolo “esercito” di 173 scienziati – tra cui cartografi, ingegneri, chimici, astronomi.

Ed un disegnatore.

È Dominique Vivant Denon, un ex-aristocratico (un barone, nientemeno) che, privato dalla Rivoluzione del titolo e di tutti i suoi beni, si è dovuto reinventare disegnatore per campare. Però è bravo, viene notato da David, il pittore della Rivoluzione, e presentato a Napoleone, che lo aggrega alla spedizione in Egitto.

Denon sa ben poco dell’Egitto, praticamente nulla, ma è curioso e disegna instancabilmente. Arriva fino ad Assuan riempiendo innumerevoli taccuini di disegni. Ad Elefantina disegna la cappella di Amenofi III e la salva dall’oblio, perché verrà demolita pochi anni dopo. Pubblica il suo “Voyage dans l’Haute et Basse Égypte” nel 1802 ed il successo è talmente clamoroso che vengono trovati fondi e supporto per un’opera monumentale, la “Description de l’Egypte”, 23 volumi pubblicati a partire dal 1809.

E la Sfinge è lì, in diversi disegni. Diventa un simbolo. Una ricchezza sepolta dalla sabbia. Tirarla fuori, esporla, ammirarla, salvarla come innumerevoli altri capolavori in Egitto. Mentre l’egittomania dilaga, ci proveranno in tanti, novelli Tuthmosis, a togliere la sabbia e liberare il leone…

L’eredità di Denon

A Denon – e a Napoleone – tutti noi appassionati di egittologia dobbiamo essere eternamente grati. Grazie alla sua opera scoppiò in Europa una Egitto-mania che non si è mai spenta. È vero, c’era stata un’altra Egitto-mania ai tempi di Cesare e dell’Impero Romano – che però si era limitata ad essere per lo più una moda, un trafugamento di statue, monumenti ed oggetti artistici all’inseguimento imperiale della grandiosità faraonica – interrotta dall’avvento del cristianesimo che iniziò a pretendere un’egemonia culturale non ancora sopita.

E tutto questo avvenne nonostante i disegni di Denon fossero “muti”, i simboli disegnati non avessero voce. Doveva passare ancora un po’ di tempo prima che un altro francese, un colpevole di alto tradimento della Patria ma con un talento linguistico eccezionale, desse voce a quei simboli. E successe anche con l’aiuto della “Description de l’Egypte”.


Un eretico genovese alla caccia di segreti

Nel 1817 il capitano genovese Giambattista Caviglia sbarca ad Alessandria, appende il timone al chiodo e si improvvisa esploratore. Profondamente religioso, è rimasto affascinato dall’aura di mistero esoterico legato all’Egitto, ai miti di Osiride, e cerca dei riferimenti che colleghino questi miti alla storia ebraica ed al cristianesimo. Viene subito molto benvoluto dagli altri europei in Egitto. Il console piemontese Pedemonte (che era però originario anch’egli di Genova) lo descrive come “empio ed ignorante” e considerato dagli altri “grezzo ed imbecille”. Ebbe da dire anche con il console napoletano Fantozzi (Riccardo, non Ugo…). Incrocerà Belzoni (che lo chiama “Captain Cabillia”) ma, divisi da propositi diversi, non collaboreranno mai. Anche Champollion diffiderà di lui, considerandolo un superstizioso ignorante e rifiutando una proposta di Caviglia di accompagnarlo nel suo viaggio in Egitto. Un po’ esploratore e un po’ guida turistica per i ricchi europei che iniziano a visitare l’Egitto, l’unico a considerarlo è il console inglese Henry Salt (che ritroveremo alle prese con altri personaggi). Salt è appena arrivato in Egitto ed ha l’incarico di battere i francesi nella “corsa” ai tesori egizi ed al materiale per decifrare i geroglifici. Il suo agguerritissimo nemico sarà il corrispettivo francese, Drovetti, con cui mancherà poco alla sfida a duello. Salt fornisce quindi a Caviglia un budget sostanzioso e 160 uomini per lavorare sulla piana di Giza. Caviglia si mette all’opera. Inizia con la piramide di Cheope, esplora il pozzo che parte alla base della grande scala ed entra per primo dopo molti secoli nella camera sotterranea. Nella camera principale la sua curiosità è attratta dai cunicoli Nord e Sud, e per primo prova ad investigare cosa celino con l’uso di lunghe pertiche. Invano. È convinto che portino a camere segrete, mai scoperte. Li ritroveremo più avanti. Deluso, inizia allora a lavorare intorno alla Sfinge. Il suo passato di capitano gli permette di organizzare gli uomini in squadre ordinate, ma non fa in tempo a liberare un settore che subito il vento del deserto lo ricopre. Però Caviglia fa in tempo a scoprire il tempietto di Thutmosis tra le zampe della Sfinge e la Stele del Sogno, un frammento dell’ureo che adornava la testa della Sfinge e uno della barba, ed emerge una scalinata monumentale costruita dai Romani per giungere ai piedi della Sfinge, prima che la sabbia vinca la sua battaglia. Preso dal suo misticismo, pubblicherà quattro “Avvisi” nel 1827 in cui cercherà una sorta di fusione tra il mito di Osiride e il cristianesimo identificando Osiride con Abele, Seth con Caino e che gli varranno una scomunica e la fine della sua carriera di esploratore.

Epilogo

Un altro francese, Grébaut, nel 1887 riesce nuovamente a liberare le zampe, ma come per Caviglia è una vittoria solo temporanea. Finalmente nel 1925 ancora un architetto francese, Emile Baraize, riesce nell’impresa ma ad un prezzo altissimo: la distruzione della scalinata romana. L’impresa verrà consolidata nel 1931 da Selim Hassan con un immane sbancamento di sabbia intorno al monumento ed un parziale restauro della testa. E da lì la Sfinge ci osserva ancora, e protegge le Dimore dell’Eternità.

Il naso della Sfinge

Per decenni il povero Napoleone venne accusato di aver sfregiato la Sfinge bombardandola e privandola del naso, probabilmente sulla base del disegno di Diderot che la raffigura con naso ed ureo. Ma i disegni antecedenti mostrano già la Sfinge priva del suo naso. Sappiamo per certo che i Mamelucchi la presero per bersaglio delle loro esercitazioni con i cannoni, ma fortunatamente la pessima mira portò a danni solo sul corpo. Il naso potrebbe essere già stato danneggiato dall’invasione araba del VII secolo o, più probabilmente, dalla furia iconoclasta di un sufi, tale Muhammad Sa’im al-Dahr, che nel 1378 avrebbe scalpellato il naso per punire dei contadini del luogo che offrivano doni alla Sfinge chiedendo prosperità in un periodo di carestia. Comunque sia andata, anche senza il suo naso lo sguardo ieratico della Sfinge rimane uno dei simboli più noti dell’Antico Egitto.

Riferimenti:

Gale Group, a Thomson Corporation Company, “Perils of the Sphinx,” Academic Universe, 2000.

Oliver E, Vision and Disease in the Napoleonic Description de l’Egypte (1809-1828): The Constraints of French Intellectual Imperialism and the Roots of Egyptian Self-Definition. 2006

Wahby WS Restoring And Preserving Egypt’s Sphinx. 2005

Hawass Z et al. The Great Sphinx of Giza: Who built it, and Why? Archaeological Institute of America, 47:30-41, 1994

Arborio Mella, L’Egitto dei Faraoni, Mursia 1976

Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002

Giambattista Caviglia nell’unico ritratto pervenutoci, effettuato proprio dal Console inglese Salt nel 1827
I frammenti trovati ai piedi della Sfinge, compreso il frammento di ureo (in alto)
La Scalinata della Sfinge nel disegno originale di Salt. La prospettiva è dal volto della Sfinge
La pianta della scalinata della Sfinge con le misurazioni originali di Salt. Come si vede, la scalinata terminava praticamente davanti alle zampe della Sfinge. Lo spettacolo all’epoca doveva essere grandioso
I progressi degli scavi nel 1817, emerge il Tempietto di Thutmosis ma il corpo è ancora prigioniero della sabbia
La Sfinge nel 1886 poco prima degli scavi di Grébaut. Quasi tutto da rifare
Nel 1931 l’opera di disseppellimento di Selim Hassan è quasi definitivamente terminata, con i lavori di restauro sulla testa ancora in corso
“Guardami, osservami, figlio mio Thutmosis, io sono tuo padre Horemakhet-Khepri-Ra-Atum, io ti ho donato il regno”

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