Necropoli tebane

TT162 – TOMBA DI KENAMUN

Planimetria schematica della tomba TT162[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
nome perduto[5],Kenamon[6]Sindaco della Città Meridionale (Tebe), Supervisore dei granai di AmonDra Abu el-NagaXVIII dinastiaparzialmente incendiata; a breve distanza, a nord-est della TT161 versante sud della collina

 

Biografia

Kenamon e Mut-Tuy. Met Museum 30.4.192

Unica notizia, ricavabile da un cono funerario intestato a Kenamon, è il nome della moglie Mut-Tuy. Lo stesso nome del titolare della tomba è stato ricavato da un cono funerario[7] [8].

La tomba

TT162 è inaccessibile e già nella catalogazione data nel 1913 da Alan Gardiner e Arthur Weigall viene indicata come “parzialmente incendiata”. Planimetricamente la tomba si presenta con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Un corridoio dà accesso a una sala trasversale: sulle pareti (1 in planimetria[9]), su due registri sovrapposti, il defunto seguito dalla moglie e dal quattro donne con sistri e fiori, offre incenso su un braciere mentre tre uomini offrono libagioni al defunto (?); navi da carico siriane e siriani che trasportano merci ad un mercato. Sulla parete opposta (2), solo frammenti di un uomo con una pila di giare.

Le navi mercantili siriane. Da: THE JOURNAL OF EGYPTIAN ARCHAEOLOGY VOL. 33

Altre immagini (4) del defunto con altri due uomini che offrono mazzi di fiori e uccelli al re e assistono a scene di aratura; sulla parete opposta (3), su due registri, il defunto e la moglie seduti, con una scimmia, un’oca e un cane sotto la sedia; in due scene il figlio, sotto la cui sedia è rappresentato materiale scrittorio da scriba, in qualità di prete sem[10] offre libagioni al defunto e il defunto, seguito dalla moglie, da portatori di offerte e da parenti, in offertorio di aromi su un braciere.

Dalla sala trasversale si accede direttamente ad una sala perpendicolare alla precedente, senza alcun corridoio di immissione. Sulle pareti, molto danneggiate, il defunto incontra i genitori (5); il defunto con la moglie (6) e familiari in offertorio a Osiride; su due registri (7) scene della processione funeraria, in presenza di Anubi e Hathor, e del pellegrinaggio ad Abydos con barche che trasportano cavalli; i resti (8) di scene della processione funeraria, con portatori di offerte e prefiche[11].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
  3. ^ Porter e Moss 1927,  p. 275.
  4. ^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  5. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Gardiner e Weigall 1913, p. 30.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 275.

[7]      Georges Daressy (1864-1938), egittologo francese, ricavò i titoli del defunto e, tra gli altri, quello di “Occhi del re nelle terre del nord e orecchie di Haremmaat…”.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 274.

[9]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 272.

[10]     Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.

[11]     Porter e Moss 1927,  pp. 275-276.

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