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I RITRATTI DEL FAYYUM

A cura di Luisa Bovitutti

Nell’area del Fayyum, un’oasi a circa 130 km dal Cairo, sono state rinvenute moltissime mummie risalenti ad un periodo compreso tra il I secolo a.C. ed il III secolo d.C. che recavano sul volto ritratti simili; i dipinti, realizzati su tavole lignee a tempera o ad encausto, cioè con pigmenti colorati amalgamati a cera d’api, sono fortemente realistici e si staccano nettamente dalla tradizione egizia, la cui arte era molto convenzionale.

Fin dall’età tolemaica la regione era popolata principalmente da coloni greci, soprattutto veterani di guerra e ufficiali, e da egizi ellenizzati, ivi trasferitisi per lavorare le terre, e i volti riprodotti sui ritratti sono quelli dei discendenti di questi uomini, che sposarono donne egizie e adottarono sia le abitudini locali (la mummificazione) che quelle greco-romane (il realismo della pittura).

I defunti raffigurati avevano un’età media di 35 anni (l’aspettativa di vita era intorno ai 40 – 45 anni) ed appartenevano ad una classe sociale elevata, in quanto non tutte le famiglie potevano permettersi il costo di tali ritratti, oggi esposti nei maggiori musei del mondo, tra i quali il Museo egizio del Cairo, il British Museum, il Royal Museum of Scotland, il Metropolitan Museum of Art di New York, il Louvre di Parigi, la Pinacoteca di Brera di Milano, il Landesmuseum Württemberg di Stoccarda.

Sono dei piccoli capolavori, di una vividezza incredibile.

I RITRATTI DEL FAYYUM: ANTE MORTEM O POST MORTEM?
UN INTERESSANTE INTERROGATIVO

Alcuni studiosi come Flinders Petrie e Klaus Parlasca hanno sostenuto che probabilmente i ritratti venivano eseguiti quando i modelli erano ancora in vita (quindi ante mortem), e restavano esposti nelle case fino a quando non veniva il momento di inserirli tra le bende della mummia del proprietario, dopo averli ritagliati nella misura adatta.

Per questo la maggior parte di essi raffigurano soggetti nel pieno del vigore fisico, mentre l’analisi delle relative mummie ha permesso di accertare che il defunto era molto più anziano al momento della morte, intervenuta magari diversi anni dopo la loro realizzazione: un caso eclatante è quello di Demetrios, che morì a 89 anni – un vero record per l’epoca -, così come emerge da un’iscrizione e dall’analisi dei suoi resti, mentre il ritratto lo mostra come un uomo di mezza età (figura in alto a destra – Brooklin Museum New York).

Altri invece, muovendo dalla considerazione che in moltissimi altri casi le indagini condotte attraverso la Tac sulle mummie hanno dimostrato che la loro età anagrafica corrisponde con quella apparente dei ritratti, ritengono che essi avessero una funzione esclusivamente funeraria e quindi che venissero dipinti dopo la morte della persona effigiata, copiandone i tratti dal vero.

Albert Jean Gayet in particolare ipotizza che venissero acquistati al bisogno presso pittori o mercanti che disponevano di immagini standard, che venivano poi adattate mediante l’aggiunta di abbigliamento, gioielli, capigliature per renderle somiglianti al defunto.

Peraltro, sebbene esistano ritratti dalla stessa provenienza geografica accomunati da identica forma del viso (ci si riferisce alla celebre “serie degli ufficiali”, così detti perchè i ritratti raffigurano soldati con il gladio a tracolla, rinvenuti nella necropoli di er-Rubayat, due dei quali vedete nelle fotografie a sinistra – Windsor, Eton College – ed al centro a destra – Berlino, Neues Museum) ve ne sono altri che evidenziano tratti unici e fortemente realistici, tanto che rappresentano i segni dell’età e della malattia, come nel caso della donna definita l’”ebrea” (figura in basso a destra – Berlino, Altes Museum); inoltre molti di essi sono stati dipinti direttamente sulle bende della mummia, e dovevano evidentemente essere stati realizzati poco dopo il decesso.

Dallo studio dei papiri, inoltre, si desume che il funerale delle classi agiate dell’Egitto romano prevedeva che un’effigie del defunto venisse portata in processione prima che il corpo venisse consegnato agli imbalsamatori (in una tomba ne sono state rinvenute tre raffiguranti il medesimo soggetto), ed essa, evidentemente predisposta per l’occasione, poteva ben essere la medesima che poi veniva posta sul volto della mummia; è poi difficile immaginare che i ritratti dei bambini siano stati realizzati in previsione della morte e non in occasione di essa.

Allo stato non vi sono elementi che consentano di propendere con decisione per l’una o per l’altra ipotesi; sommessamente osservo, da non specialista, che le due modalità potevano benissimo convivere….

I RITRATTI DEL FAYYUM ERANO SOMIGLIANTI AL DEFUNTO?

Abbiamo visto che i ritratti funerari sono molto individualizzati e pur avendo in molti casi una matrice di base analoga, forse imposta da convenzioni artistiche dell’epoca, è probabile che in molti casi fossero piuttosto somiglianti al loro modello, quanto meno quelli dipinti in epoca vicina alla morte dai pittori più bravi.

Il team guidato dal prof. Andreas Nerlich, ricercatore presso l’Istituto di Patologia di Monaco Klinik Bogenhausen, ha realizzato un esperimento molto originale, ricostruendo il volto di una mummia proveniente da Hawara al fine di confrontarlo con il suo ritratto funerario.

Il corpicino, lungo 78 cm e largo 26 cm, apparteneva ad un bimbo tra i tre ed i quattro anni (età desunta da denti ed ossa), probabilmente deceduto per polmonite, ed il suo ritratto, molto particolare, mostra un infante con capelli ricci e scuri trattenuti da un cerchietto costituito pare da strisce di pelle ritorte, un viso ovale, grandi occhi marroni, naso dritto e sottile e bocca piccola con labbra carnose.

Gli studiosi hanno scansionato il cranio della mummia ed hanno incaricato un artista specializzato in ricostruzioni facciali di realizzare un’immagine virtuale e tridimensionale del viso sulla base dei dati biometrici.

Per evitare che l’artista fosse condizionato nel suo lavoro dalla visione del ritratto, esso non gli è stato mostrato e gli sono stati fornite solo le informazioni in ordine all’acconciatura ed al colore dei capelli e degli occhi, che non poteva desumere dalle scansioni.

FOTOGRAFIE: © Nerlich AG, et al. PLOS One (2020)

Il risultato, come si può vedere dalle immagini, è stato notevole: il volto ricostruito ed il ritratto presentano una buona somiglianza, soprattutto nella forma del viso e del mento; inoltre sono identici con riguardo a certe proporzioni, soprattutto tra la fronte e la linea degli occhi, anche se il bambino del ritratto appare leggermente più grande dell’età attribuita alla mummia, forse perché naso e bocca sono stati disegnati più stretti rispetto alla ricostruzione.

LA CORONA DI GIUSTIFICAZIONE

Abbiamo visto che molti tra i defunti effigiati nei ritratti del Fayyum portano una corona realizzata in foglia d’oro. Essa è conosciuta come “la corona di giustificazione” e simboleggiava il positivo superamento del giudizio di Osiride da parte del defunto e quindi il trionfo sulla morte che precludeva alla vita eterna nell’Aldilà.

Tale interpretazione deriva dal capitolo 19 del libro dei morti, dove si legge:

CAPITOLO XIX Formula della Corona di Giustificazione A dirsi dall’Osiride NOME DEL DEFUNTO.

Tuo padre Atum ha disposto questa bella corona di giustificazione sulla tua fronte, che gli dei amano, affinché tu viva in eterno. Osiride, residente nell’Amenti, ti rende giustificato contro i tuoi avversari. Tuo padre Geb ti ha trasmesso tutta la sua eredità. Che vi sia esaltazione per te, giustificato, Horo figlio di Iside e di Osiride sul trono di tuo padre Ra, mediante la sconfitta dei tuoi avversari! Atum ti ha decretato le Due Terre. Atum ha decretato ciò e la Compagnia degli dei ti ha confermato il bel talismano di giustificazione della parola di Horo, figlio di Iside e di Osiride, per l’eternità. L’Osiride NOME DEL DEFUNTO è giustificato per l’eternità! (…) questo giorno in cui è reso giustificato contro Set e i suoi alleati alla presenza dei grandi Divini Giudici che sono in Helipolis la Notte della Battaglia e della sconfitta dei malvagi, innanzi ai grandi Divini Giudici di Abydos, la notte in cui è reso giustificato Osiride contro i suoi avversari (…) Horo ha ripetuto questa proclamazione quattro volte e tutti i suoi avversari cadono e sono rovesciati e sgozzati. [ Se ] ripete l’Osiride NOME DEL DEFUNTO giustificato questa proclamazione quattro volte, tutti i suoi nemici cadranno, saranno rovesciati e sgozzati. Horo figlio di Iside e di Osiride le ha ripetute milioni di volte e tutti i suoi nemici sono caduti, rovesciati e sgozzati. La loro dimora è trasferita ai ceppi di tortura dell’oriente. E` tagliata la loro testa, mozzato il loro collo, tagliate le cosce ed essi sono stati dati al Grande Annichilatore che dimora nella Valle delle Tenebre, affinché essi non sfuggano alla sorveglianza di Geb per sempre. RUBRICA Questa formula deve essere detta sopra una corona consacrata che deve essere posta sulla testa dell’uomo. Tu devi mettere l’incenso sul fuoco per l’Osiride NOME DEL DEFUNTO, e gli sarà dato di essere giustificato contro i suoi nemici morti o viventi e sarà tra i seguaci di Osiride e gli saranno dati cibi e bevande alla presenza di questo Dio. Tu la pronuncerai al mattino due volte: essa è invero di grande protezione per infinite volte.

L PITTORE DI MALIBU

Gli studiosi hanno esaminato i molti ritratti del Fayyum ed in base alle loro caratteristiche di stile li hanno attribuiti a vari artisti che operarono nella zona nei primi tre secoli dopo Cristo.

In particolare hanno ipotizzato che durante il I ed il II secolo ad Hawara, ove aveva sede la necropoli della città di Arsinoe, esistesse un’importante scuola di ritrattisti, alla quale apparteneva l’autore del ritratto proposto da Ossama Boshra e Patrizia Burlini (a sinistra), oggi al Cairo, che appartiene a Demos, così come si evince da un’iscrizione sulla mummia.

Egli è noto con il nome di PITTORE DI MALIBU, ed è ritenuto esecutore anche del ritratto che vedete a destra, custodito proprio a Malibu, al Museo Paul Getty, accomunato dalla resa di alcuni dettagli anatomici, soprattutto naso e bocca.

I due ritratti, entrambi ad encausto su legno, sono riferibili al tardo periodo flavio (100 d. C.), così come si rileva dalle identiche acconciature delle due matrone.

L PITTORE DI BROOKLIN E LA SIMBOLOGIA DEL VINO E DELLA ROSA

Il Pittore di Brooklin, che lavorò a Er-Rubayat verso la metà del IV secolo d. C., aveva uno stile “naif” caratteristico riconoscibile in diversi dipinti, uno dei quali si trova al museo di Brooklin a New York (a sinistra) ed un altro al Getty Museum di Malibu (a destra); molti altri, tuttavia, presentano caratteristiche analoghe e suggeriscono l’esistenza di una scuola di ritrattisti che a lui faceva capo, come ad esempio il terzo (in basso, anch’esso a Brooklin).

I personaggi ritratti tengono nella mano destra una coppa che contiene del vino e nella sinistra una ghirlanda di rose.

Gli egizi riconoscevano un legame tra il colore rosso del vino e il sangue di Osiride, di conseguenza esso simboleggiava la rigenerazione e la rinascita e veniva utilizzato per le offerte nei templi.

Analogo significato hanno assunto gli elementi vegetali fin dalle epoche più antiche, e le ghirlande di frutti e di fiori sono sempre state associate alla fertilità, al rinnovamento ed alla prosperità; particolare significato aveva la rosa, allegoria dell’immortalità o del passaggio da una vita all’altra e sacra ad Iside (tant’è che nell’area mediterranea talvolta la dea veniva rappresentata con questo fiore), il cui culto rifiorì in epoca greco romana anche oltre le frontiere egizie.

Nel mese di maggio i romani celebravano le feste chiamate “rosàlia”, in occasione delle quali ponevano rose sulle tombe come offerta agli dei Mani, ossia alle anime dei defunti destinatarie di un devoto culto domestico.

IL PITTORE “A”

L’acconciatura delle matrone induce a ritenere che egli abbia lavorato in un’epoca comprendente il tardo adrianeo e il primo periodo antonino (30 – 140 d. C.).

Questo artista è probabilmente autore anche del ritratto di uomo oggi a Digione (Fausto Coppi…. ricordate? – a sinistra), e di un altro, femminile esposto al Louvre, entrambi da noi già pubblicati (a destra), esposto al Louvre. Oltre alla generale somiglianza fisica dei soggetti raffigurati, la mano dell’artista si nota nella resa della bocca e degli occhi, posti a diversi livelli e, aggiungo io, nelle orecchie insolitamente grandi.

IL PITTORE DI ST. LOUIS

Il pittore di St. Louis lavorò a Er-Rubayat (o a Philadelpheia) attorno al 300 d.C.; egli aveva uno stile ingenuo come quello del suo collega Pittore di Brooklin, ma le sue opere si caratterizzano per l’ombreggiatura ottenuta a tratteggio che enfatizza gli zigomi ed il collo, per la particolare forma delle labbra e per il naso lungo dei soggetti ritratti.

Questi segni distintivi sono particolarmente evidenti sul ritratto a tempera ora al St. Louis Art Museum (a sinistra in alto) e sul ritratto di una donna custodito al Fogg Art Museum di Harvard (a destra in alto), attribuibile quanto meno ad uno dei suoi allievi.
Ho trovato anche quelli in basso (a sinistra che si trova nella Collezione archeologica dell’università di Zurigo, al centro custodito al British Museum di Londra, a destra esposto a Leida) che a mio sommesso parere presentano analogie davvero significative.

FONTI:

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