Storia egizia

I POPOLI DEL MARE

Di Sandro Barucci

Imbarcazioni e marinai di tempi remoti” deve quasi obbligatoriamente parlare anche di questa stagione, che possiamo collocare alla fine dell’età del bronzo nei decenni attorno al 1200 a.C. Lo scenario dei fatti è principalmente il Mare Mediterraneo orientale e paesi contigui, ma anche genti che oggi diremmo “italiane” potrebbero essere parti in causa.

Iniziamo con la documentazione scritta nelle lettere di Amarna , più di 300 tavolette di argilla utilizzate per la corrispondenza diplomatica inviata da e verso faraoni egizi, una documentazione di inestimabile valore, oggi conservata suddivisa in diversi Musei del mondo. Amarna è capitale di Egitto durante la XVIII dinastia e le tavole prendono per convenzione la sigla EAxxx (El Amarna + num.) La datazione delle tavole comprende un periodo che è circa 1386-1318 a.C. (secondo Moran 1992) comunque XIV secolo centrale.

Nelle note tavole EA 122 ed EA 123 , Rib Hadda re di Byblos (oggi costa Libanese) e vassallo del faraone egizio, scrive a quest’ultimo nominando il popolo dei Sirdan, insediati là. Studiosi degni di credito identificano questi con gli Sherden o Shardana altrove similmente nominati. E’ uno dei primi cosiddetti poi “popoli del mare” di cui si ha notizia scritta già dal XIV secolo a.C. Naturalmente l’assonanza del nome con la nostra oggi Sardegna qualche idea la suscita in noi, e l’ha suscitata in studiosi importanti.

Proseguendo le testimonianze scritte sugli Shardana , dopo quella relativamente pacifica del XIV secolo, li troviamo nel XIII secolo in veste di pirati in agguato sulle rotte commerciali del Mediterraneo orientale verso l’Egitto.

Ramses II , al suo secondo anno di regno, circa nel 1278 a.C., fa porre fine alle scorrerie sconfiggendoli in mare e catturandone molti. Sono guerrieri di valore e la Stele di Tanis II parla degli “ Shardana di spirito indomito, contro i quali nessuno mai può opporsi, che vengono con ardimento in navi da guerra dal centro del mare “. Ramses ne approfitta per includerli come mercenari nel proprio esercito .

Egittologi hanno fatto notare che su questa stele viene per la prima volta coniata una apposita parola per “navi da guerra” (dettaglio non secondario a dipingere l’impatto di questi incursori).

Troviamo dunque gli Shardana alla cruenta battaglia di Qadesh dalla parte di Ramses II contro gli Ittiti.

Una immagine degli Shardana ci viene da questo periodo a servizio di Ramses II (immagine 1, dal tempio del sole di Abu Simbel). Per maggior chiarezza accludo il disegno che ne fece Ippolito Rossellini (fig.2) .

Qui osserviamo gli scudi rotondi e gli elmi con le “corna” che li identificano (già visti parlando della battaglia navale del Delta contro Ramses III).

A proposito di questi elmi alcuni hanno fatto notare che le “corna” e scudi rotondi sono presenti anche nella tradizione dei guerrieri nuragici sardi. Senza voler dimostrare niente di definitivo allego l’immagine 3 dal Museo Pigorini.

Merenptah è figlio e successore di Ramses II. La vasta iscrizione all’interno del Tempio di Karnak (nell’immagine) descrive la campagna militare del faraone contro i tentativi di invasione via terra da ovest da parte dei Libici, nell’occasione alleati con i popoli del mare (circa 1208 a.C.).

Stavolta gli Sherden sono fra gli invasori . La coalizione viene sconfitta nella battaglia di Perire, si suppone nella zona ovest del delta del Nilo. Secondo l’iscrizione 6000 uomini sono uccisi, 9000 sono catturati. Altre testimonianze del fatto sono nelle coeve Colonna del Cairo e Stele di Athribis. La “bibbia” per queste iscrizioni è James H. Breasted, Ancient Records of Egypt: The Nineteenth Dynasty, vol.3 (Chicago: University of Illinois Press, 1906, 2001).

Tornando alla originaria etnia degli Sherden, come detto non vi è nessuna dimostrazione conclusiva in nessuna direzione. Una testimonianza viene spesso citata per sostenere l’ipotesi sarda. L’archeologo israeliano Adam Zertal, 1936-2015, scavò il sito di El Ahwat (persona e luogo nella foto), e ne trasse la conclusione di una stringente similitudine con le costruzioni in pietra coeve sarde .

Gli Shardana saranno presenti anche alla Battaglia del Delta del Nilo ( circa 1177-1175 aC ) già vista recentemente , dove saranno in veste di aggressori , sconfitti definitivamente da Ramses III , ma anche come mercenari dalla sua parte . Dopo questo evento , li troveremo ancora citati fino al 1000 in altri documenti, ma apparentemente come pacifiche componenti delle popolazioni dell’epoca, mai più come minacce.

Tornando al discorso sulle origini di questa etnia si deve considerare anche che la Lidia , antica porzione della penisola anatolica nella immagine, aveva come capitale la città di Sardis.

Vi sono dunque anche le fondate ipotesi che gli Shardana siano originari di questa zona ovvero che da questa regione i “Sardi” abbiano colonizzato la nostra Sardegna e poi abbiano mantenuto i contatti con il Mediterraneo orientale. Naturalmente non sono idee mie, cito altri due studiosi di calibro che vedono comunque un contatto con la nostra isola :

  • Frederik Christiaan Woudhuizen (2006) The Ethnicity of the Sea Peoples , dissertazione alla Erasmus Universiteit, Rotterdam.
  • Gardiner, Alan H., 1947, Ancient Egyptian Onomastica. Oxford University Press.

Francamente non ci sono prove definitive, ma considerando che non molto tempo dopo la Stele di Nora (di cui abbiamo parlato nel gruppo) cita il nome Srdn (Sardegna) per la nostra isola una coincidenza fortuita sembra almeno da mettere in dubbio.

Immagine della battaglia fra Ramses III e i Popoli del Mare tratta dal bassorilievo di Medinet Habu; come detto l’artista identifica gli Shardana con le loro corna sull’elmo

Mostro qui da Woudhuizen un compendio delle citazioni in testi egizi dei singoli popoli del mare dal XIV secolo delle lettere di Amarna al XII secolo di Ramses III.

Come si vede gli Shardana sono citati sempre. Tornando invece indietro alle lettere di Amarna troviamo il popolo di Lukka, sgradito protagonista della corrispondenza fra il re di Alashyia (oggi Cipro) ed il faraone, probabilmente Akhenaton . Qui in foto la tavola EA 38 in cui il re assicura che i suoi sudditi non partecipano alle aggressioni costiere di Lukka, con cui anzi è in conflitto.

Di Lukka e delle sue aggressive navi , oggi il consenso sulla provenienza è stabilito, l’antica Licia (nella mappa).

IN AGGIORNAMENTO

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LETTERATURA E POESIA DELL’ANTICO EGITTO

Edda Bresciani

Presentato da Ivo Prezioso

La mia copia, in versione economica (£ 34.000, all’epoca e cioè 1999), con copertina flessibile è ridotta così. Un po’ me ne vergogno, ma questo è un libro che ho consultato in maniera veramente massiccia e comunque non essendo (purtroppo) un fanatico della conservazione “immacolata” dei libri, li utilizzo senza prestare troppa attenzione a non sciuparli.

Dopo aver presentato “La Saggezza dell’Antico Egitto” a cura di Joseph Kaster, il passo successivo per chi voglia approfondire la conoscenza dei testi egizi è questo “volumone” (circa 1000 pagine) di Edda Bresciani: l’antologia più completa, (che io sappia), per quanto riguarda le pubblicazioni sull’argomento in lingua italiana. L’ Egitto, grazie al suo clima particolare, ci ha tramandato moltissimi testi, (tantissimi sono ancora quelli sparsi nei vari Musei ancora da studiare e pubblicare), eppure essi costituiscono solo una piccolissima parte di quelli che dovevano essere conservati nelle scuole (le “Case di Vita” come molto opportunamente le chiamavano loro) o negli edifici che avevano la funzione di conservare i preziosi, papiri. Moltissimi testi vengono da iscrizioni incise sulle pareti dei templi, delle tombe, da stele, dai vari monumenti, statue, oggetti ecc. Il fascino e la bellezza di tante tra le più belle composizioni che sono arrivate a noi, si può ben dire che non può che farci rimpiangere quanto è andato perduto.

Il panorama letterario offerto dalla Bresciani è amplissimo e spazia dall’Antico Regno all’Epoca Tarda. Si passa dai Testi delle Piramidi a quelli dei Sarcofagi e al Libro dei Morti (ma gli egizi lo chiamavano, mostrando tutt’altro punto di vista, ru nu peret em heru, “formule per uscire al giorno” o “alla luce”); dai testi autobiografici a quelli politici, agli insegnamenti morali e alle opere di narrativa. Non manca un’ampia panoramica di testi lirici o sapienziali, ed una ricchissima sezione dedicata a quelli utilizzati in ambito scolastico. Insomma quanto di più ricco e completo si possa desiderare. Ovviamente non tutto è comprensibile, almeno per me, soprattutto in mancanza di un’adeguata preparazione, ma anche per la difficoltà ad addentrarsi in una mentalità che è quanto di più diverso dalla nostra, formatasi sulle basi del pensiero greco-romano e ancor più su quanto ereditato dai massicci condizionamenti religiosi. Però resta il fatto che si rimane letteralmente incantati nello scoprire scritti veramente incredibili. Come non commuoversi di fronte ad un capolavoro come “Il dialogo di un disperato e la sua anima” o al “Canto dell’arpista nella tomba di Antef”. Come non ammirare il profondissimo senso etico di questo popolo, così chiaramente espresso nei tantissimi “Insegnamenti morali”. E poi ci sono splendide opere narrative di altissimo valore letterario come “Le avventure di Sinuhe” “Il racconto del naufrago”. Deliziosa la sezione dedicata alle “Liriche d’amore”o agli Inni come quelli ad Aton o ad Amon. Ma questi sono solo sparuti esempi dell’enorme quantità di materiale proposto dalla grande egittologa. Una caratteristica che ho notato è che nella traduzione di alcuni scritti, come ad esempio “Le contese di Horo e Seth” Edda Bresciani utilizza un frasario, come dire, abbastanza delicato, laddove gli egizi si esprimevano con estrema libertà, essendo completamente estranei alle forme di censura che ancor oggi tanto condizionano la nostra mentalità. Del resto lei stessa, nelle note specifica che il testo egizio “è molto più esplicito”.

Allora se siete interessati ai testi e alla letteratura egizia, questo volume non può assolutamente mancare nella vostra biblioteca!

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SHIPS OF THE PHARAOHS

Björn Landström

Presentato da Francesco Alba

Le Navi dei Faraoni – 4000 anni di costruzioni navali egizie (1970) (Inglese)

Doubleday & Company, Inc. – Garden City, New York – 1970

Possiamo senz’altro definire la Civiltà Egizia come una civiltà di navigatori. La storia del Paese delle Due Terre si muove, anzi scivola, sulle acque del maestoso Nilo, dalle prime cateratte fino al lussureggiante Delta. La navigazione fluviale era facilitata dal flusso della corrente del fiume (assecondata, se necessario, da abili rematori) quando diretti a settentrione, e dalla costanza dei venti che spiravano dal nord per fare vela verso il meridione.

Questo libro è un libro meraviglioso, vorrei dire di quelli che ormai non si stampano più. Il suo autore, il finlandese Björn Landström (1917 – 2002), scrittore, grafico, illustratore e ricercatore, illustra con perizia lo sviluppo dell’arte nautica nell’Antico Egitto, dai primordi della sua storia fino al suo termine, nel Periodo Tardo.

Tutto è qui descritto con dovizia di particolari e superbe ricostruzioni pittoriche:

le prime imbarcazioni, raffigurate sulle ceramiche del Tardo Neolitico e del Predinastico; la suggestiva Barca Solare di Cheope e la nautica nell’Antico Regno; i modelli di barche ritrovati nelle tombe di importanti funzionari del Medio Regno; le navi della spedizione di Punt, voluta da Hatshepsut e le accurate ricostruzioni in scala di imbarcazioni reali ritrovate negli ipogei della Diciottesima Dinastia (Amenhotep III, Tutankhamon, per fare degli esempi).

La pubblicazione risale a poco più di cinquant’anni fa e i suoi testi non sono ovviamente aggiornati ma la sua lettura (non fosse altro per ammirare le ricostruzioni grafiche delle imbarcazioni e i dettagli tecnici) non delude ogni appassionato di nautica e di egittologia.

Disponibile su Amazon (https://www.amazon.it/SHIPS-PHARAOHS-YEARS-EGYPTIAN-SHIPBUILDING/dp/0385078307) e su eBay.

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VIAGGI IN EGITTO ED IN NUBIA

Giovanni Battista Belzoni

Presentato da Grazia Musso

Giovanni Battista Belzoni (Padova, 5 novembre 1778 – Gwato, 3 dicembre 1823) è stato un esploratore, ingegnere e pioniere dell’archeologia italiana. È considerato una delle figure di primo piano dell’egittologia mondiale, nonostante appartenesse a una fase ancora immatura di tale disciplina. Questo libro, Viaggi in Egitto ed in Nubia, contiene il racconto delle ricerche e delle scoperte archeologiche fatte nelle piramidi, nei templi, nelle rovine e nelle tombe dell’Egitto all’inizio del XX secolo. Narra delle vicissitudini di questo lungo e avventuroso viaggio e dei pericoli che ha corso l’autore e i suoi accompagnatori.

– Harmakis Edizioni –

http://www.harmakisedizioni.org/…

Arte militare

LA BATTAGLIA NAVALE DEL DELTA DEL NILO

Di Sandro Barucci

Il faraone Ramses III, attorno al 1175 a.C. , si trovò a fronteggiare sul Delta del Nilo un tentativo di invasione da parte dei cosiddetti “popoli del mare” .

Un bassorilievo raffigurante la battaglia fu ritrovato nel suo mausoleo a Medinet Habu, Egitto meridionale, di fronte a Luxor sulla sponda opposta del fiume.

E’ raffigurato uno scontro molto cruento e caotico, che ha fornito però molte indicazioni agli studiosi, estrapolando le singole imbarcazioni egizie ed avversarie dal groviglio dei combattenti e dei morti e feriti caduti in acqua.

Riporto qui una immagine (da Nelson 1945) dove togliendo i corpi in acqua dalla cruenta rappresentazione complessiva vista nel post precedente, si possono meglio osservare le imbarcazioni coinvolte, con la lettera E le egizie, con la N quelle dei “popoli del mare”.

Si vede subito che tutte hanno la vela quadra imbrogliata (serrata sul pennone, che ha in tutte la stessa forma arcuata). Le imbarcazioni egizie hanno però i remi in posizione d’ uso; questo ha fatto pensare ad alcuni che la flotta di Ramses III abbia sorpreso gli invasori non pronti al combattimento.

Nell’ingrandimento della imbarcazione N1 degli invasori (da Nelson 1930 ) ho evidenziato a colori alcuni particolari interessanti :

in giallo la vela raccolta sul pennone ed in rosso le manovre. Quest’ultima è una innovazione tecnica importante, comune a tutte le imbarcazioni dei due schieramenti e consente di conferire alla vela quadra la forma migliore a seconda del vento (Vinson 1993) o di raccoglierla sul pennone, senza dover lasciare il ponte di coperta.

Le sole navi degli invasori sono caratterizzate dall’ornamento a prua e poppa a forma di testa di uccello , e dalla struttura in testa d’albero interpretata come una coffa , in azzurro, assolutamente assente nella tradizione egizia.

Come abbiamo visto spesso nei dipinti murali e bassorilievi egizi, i protagonisti della scena sono raffigurati con dimensioni decisamente aumentate rispetto alle navi, che appaiono così piccole “barchette”. In realtà nel 1175 a.C. entrambe le flotte avversarie sono dotate di mezzi navali consistenti. Wachsman ha aggiunto alla sua analisi l’immagine riportata in scala più realistica della nave N3 dei “popoli del mare” .

Parleremo ancora dei “popoli del mare” anche se con cautela, perché molto si è detto e scritto in proposito basandosi più su miti che su prove concrete.

Nel bassorilievo di Medinet Habu abbiamo già visto la particolarissima forma di prua e poppa delle navi degli invasori , con le teste di uccello alle due estremità, entrambe rivolte (in senso opposto fra loro) verso l’esterno dello scafo. E’ una forma assente nella tradizione micenea/egizia/mediterranea-orientale, che invece è collegata all’Europa centrale e alla “Cultura dei campi di urne” con le sue “vogelbarke” le “barche-uccello”. Nel lavoro di Wachsmann del 2013 sono mostrati gli esempi qui riprodotti: A) nord Romania, B) Ungheria, C) Tirinto. Si potrebbe pensare ad una migrazione di popoli del Centro-Europa verso sud a costituire almeno una parte degli invasori.

La constatazione non è certo nuova, vari studiosi hanno parlato di migrazioni . Lo stesso Prof. Maurizio Damiano parla della 

“…gigantesca ondata migratoria che intorno al XIV-XIII secolo sconvolse il mondo orientale : interi popoli si spostarono portando con sè famiglie, masserizie e bestiame, occupando le terre sul loro cammino e spingendo gli abitanti ad abbandonarle a loro volta.”

I popoli del mare non sono occasionali predoni associati in bande, ma parte di un fenomeno vasto.

Concludo il discorso sugli invasori raffigurati nello scontro con Ramses III (circa 1175 aC) anche se una vera parola fine sul tema nessuno la può dire fino ad oggi.

Come detto in precedenza una migrazione gigantesca ed invasiva si verifica da Nord verso il Mediterraneo orientale. Arrivano al collasso quasi contemporaneo la Civiltà Micenea , l’Impero Ittita, il regno dei Mitanni fra il 1200 ed il 1170 a.C.

I cosiddetti “popoli del mare” sono una parte del fenomeno e non è escluso che abbiano partecipato alle predazioni lungo le coste anche gli “italiani” aggregandosi in un momento propizio per le scorribande : equipaggi Sardi , Siciliani, qualcuno ha parlato anche di etruschi . Nell’immagine una possibile ricostruzione di una delle aggressive navi. Ricordiamo però che bande di aggressori ben attrezzati e numerosi non possono aver provocato di per sé il collasso della Civiltà del Bronzo nel mediterraneo orientale (fissata convenzionalmente al 1200 a.C.)

Riporto anche lo schema pubblicato da Kaniewski et al. dove si può vedere il progredire delle invasioni (ho solo colorato terra e mare per miglior visione in un post) . La ricerca aveva lo scopo di determinare l’esatta data della caduta di Gibala (in rosso) , ricordiamo che era un importante porto presidiato dagli Ittiti.

Solo il faraone egizio potrà fermare l’ondata minacciosa .

Riferimenti:

  • Wachsmann, Shelley, “The Ships of the Sea Peoples.” International Journal of Nautical Archaeology 10, no. 3 (1981): 187–220. doi:10.1111/J.1095-9270.1981.TB00030.X.
  • Nelson, Harold Hayden, 1930, “Medinet Habu” , Vol.I , Oriental Inst. Publ. , University of Chicago Press.
  • Nelson. Hayden Harold, 1943, “The naval battle pictured at Medinet Habu”. Journal of NearEastern Studies, V. 2, pag. 40-45.
  • Vinson, Steve. “The Earliest Representations of Brailed Sails.” Journal of the American Research Center in Egypt 30 (1993).
  • Wachsmann, Shelley. (2013). The Gurob Ship-Cart Model and Its Mediterranean Context. College Station, Texas A&M University Press
  • Damiano, Maurizio, (1996), Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane. Mondadori ISBN 9788878136113
  • Kaniewski D, Van Campo E, Van Lerberghe K, et al. (2011) The Sea Peoples, from Cuneiform Tablets to Carbon Dating. PLOS ONE 6(6): e20232.
Arte

IL MISTICISMO SUFI E I DERVISCI ROTANTI

Di Piero Cargnino

Visto che nel precedente articolo ho accennato alla danza dei “Dervisci Rotanti” che viene eseguita sul piazzale davanti al tempio della Valle di Chefren e al tempio della Sfinge voglio approfondire l’argomento soprattutto per coloro che non lo hanno mai visto e non sanno di che cosa si tratta. Lasciamo per un attimo i grandi monumenti egizi del passato allontanandoci idealmente, ma non di troppo, l’Egitto è in grado di offrirci meraviglie del passato appaiate a quelle moderne.

Dall’epoca delle piramidi facciamo un salto di secoli ed arriviamo all’Egitto moderno, quello che molti di voi, penso, hanno già visitato ed a coloro che non lo hanno ancora fatto. 

Spero di fare cosa gradita presentando una tradizione caratteristica da non perdere quando approderete in questo magnifico paese. Io ho avuto il piacere di vederla rappresentata di fronte al tempio della Sfinge, non potete immaginare quanto mi sia sentito coinvolto e trasportato nel misticismo, è stata una bellissima esperienza.

Nelle diverse culture antiche la musica era considerata per tradizione di origine divina, dalla secolare tradizione islamica è nato il misticismo Sufi.

Così lo definisce Henry Corbin, orientalista e storico della filosofia islamica:

<< Il sufismo è per eccellenza lo sforzo di interiorizzare la Rivelazione Coranica, la rottura con la religione puramente legalitaria, l’intento di rivivere l’esperienza intima del Profeta nella notte del Mi’râj; al suo grado estremo, esso è una sperimentazione delle condizioni del tawhîd, che conduce alla coscienza che Dio solo può enunciare, per bocca dei suoi fedeli, il mistero della sua unicità >>.

Il sufismo è oggi universalmente identificato nei suoi danzatori in abito tradizionale. I “Dervisci Rotanti”. Il termine Derviscio (in arabo darwish), significa “povero” o “monaco mendicante” e sta ad indicare i discepoli delle varie confraternite islamiche sufi il cui scopo è quello di raggiungere la salvazione, ovvero staccarsi dai beni e dalle lusinghe del mondo e dalle passioni mondane. I Dervisci corrispondono praticamente ai nostri frati mendicanti.

In un certo modo il fenomeno Derviscio  interessa un po’ tutti i percorsi ascetici mistici che coinvolge sia gli ebraici che i cristiani, buddisti e induisti, caratterizzando colui che è indifferente alle cose materiali. Fra le varie confraternite che praticano questo concetto cito in particolare la Mawlawiyya (Meyleviyè in turco),  ovvero la confraternita sufi dei “Dervisci Rotanti”, il cui fondatore fu il teologo musulmano sunnita, e poeta mistico di origine persiana Jalal al-Din Rumi nel XIII secolo. La confraternita ebbe un ruolo importante nelle cerimonie d’incoronazione dei sultani ottomani durante la quale avveniva la spettacolare esibizione dei “Dervisci Rotanti” i quali, nella ricerca dell’estasi che li avvicina a Dio tentano di raggiungere stati meditativi librandosi in una danza che consiste nel ruotare su se stessi, avvolti nelle loro colorate e caratteristiche vesti, sotto la guida del loro “pir” (vecchio), in turco “dede” (nonno), accompagnati da musica dove predomina il suono del flauto “ney”.

Le varie confraternite sufi derivano generalmente da un santo musulmano (Alì, Abu Bakr, ecc.), e trascorrono la loro esistenza in comunità monastiche simili ai conventi cristiani. Molti degli appartenenti alle varie confraternite, sono mendicanti votati alla povertà ma altri si dedicano a lavori, tipo i Qadiriyya egiziani che sono pescatori. La pratica della danza rotante, che viene praticata nelle “tekkè (i loro luoghi di raduno), è considerata dai più anziani alla stessa stregua della lettura dei libri che trattano i misteri del tempo antico.

Durante l’esecuzione della danza un Derviscio del gruppo pratica un esercizio interiore allo scopo di aumentare la frequenza del proprio organismo, impedendo allo stesso tempo che si creino squilibri tra le varie parti del corpo, in particolare tra i centri di coordinazione motoria, intellettiva ed emozionale. Dopo anni di pratica ed esperienza un Derviscio parrebbe acquisire una “super-coscienza”, una proprietà fondata sull’equilibrio dell’attività del proprio organismo che lo porta a raggiungere uno stato permanente chiamato la “Comunione con Allah”.

Esistono anche altri tipi di danze, il cui apprendimento richiede diversi anni, durante i quali i dervisci vengono addestrati da sapienti maestri a rimanere per diverse ore completamente immobili e poi di assumere numerose combinazioni di posizioni, con l’obiettivo di imparare a “sentirle” dentro se stessi. Si aggiungono poi delle operazioni mentali che si dovranno svolgere, con precisa successione, per tutta la durata dell’esercizio.

Oggi quello dei “Dervisci Rotanti” ha assunto una forma meno mistica e viene rappresentato come spettacolo per i turisti, soprattutto in Turchia e in Egitto, (come i fachiri in India). Col pieno rispetto per quello che la danza rotante vorrebbe rappresentare, assistere ad uno spettacolo di “Dervisci Rotanti”, magari  in concomitanza con il caratteristico “Spettacolo Suoni e Luci” davanti alla Sfinge, con le Piramidi illuminate sullo sfondo”  è una cosa affascinante e coinvolgente, irrinunciabile per il turista in visita al Cairo.

Fonti e bibliografia:

  • John Porter Brown, “The Derwishes, or Oriental Spiritualism”, Londra, 1868
  • Pierre Jean Daniel André, “Contribution à l’étude des confréries religieuses musulmanes”,  Editions la Maison des Livres, 1956
  • Georges Ivanovitch Gurdjieff, “Rencontres avec des hommes remarquables”, Paris, 1963 Henry Corbin, “Storia della filosofia islamica”, Milano, Adelphi, 1989
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FIGLI DEL NILO

Wilbur Smith

Presentato da Andrea Petta

A completare la trilogia iniziale dedicata all’Antico Egitto, Wilbur Smith pubblica nel 2001 “Figli del Nilo”, sempre con protagonista lo schiavo Taita.

Forse già questo libro era ridondante, ma copre gli eventi non narrati da “Il Dio del fiume” e in qualche modo risponde alla curiosità del lettore su cosa sia successo dopo il primo libro.

Gli eredi di Tanus e Lostris, con l’aiuto di Taita, si troveranno a dover combattere nuovamente contro gli Hyksos e contro fazioni ribelli all’interno della stessa famiglia reale, in mezzo a tradimenti, lotte sanguinose ed un inevitabile finale agrodolce.

La narrazione è sempre fluida, ma gli scenari iniziano a diventare già meno probabili e la trama incespica un po’ sul desiderio di ficcare i protagonisti nei guai peggiori possibili in attesa dell’intervento risolutore di Taita. Lo stesso Taita partirà alla fine del romanzo in cerca di nuove conoscenze in Paesi stranieri – e lì forse era meglio lasciarlo evitando i romanzi successivi che sono onestamente abbastanza stucchevoli e ripetitivi.

“Figli del Nilo” rimane comunque la chiusura della storia originale, con una lettura scorrevole e gli scenari che hanno reso famoso Wilbur Smith.

Il successo inferiore ai primi due volumi è testimoniato dalle minori edizioni successive alla prima ed alla frequente ristampa solo in combinazione con i primi due volumi o con tutta la serie egizia come l’ultima proposta in formato Kindle: https://www.amazon.it/Tutti-romanzi-egizi…/dp/B00YYADKQ8/

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IL SETTIMO PAPIRO

Wilbur Smith

Presentato da Andrea Petta

Due anni dopo “Il Dio del Fiume” esce il volume più riuscito e fortunato della serie.

In realtà “Il settimo papiro” è ambientato ai giorni nostri, ma è permeato dalla presenza costante di Taita, fedele servitore che ha protetto con ogni mezzo immaginabile (ed inimmaginabile) la tomba del Faraone Mamose, morto ne “Il Dio del Fiume”.

L’acutezza degli enigmi proposti, l’atmosfera quasi magica, il richiamo ad altre maledizioni associate ai Faraoni costituiscono il “pezzo forte” del volume, molto più della caccia al tesoro ed alla quasi scontata rivalità tra archeologi “buoni” e predoni senza scrupoli.

Wilbur Smith riesce in questo libro a creare un’aspettativa nel lettore di scoprire il passo successivo, il prossimo pezzo del puzzle, come in pochi altri libri che ho letto.

Una curiosità: il libro è legato alla propria immaginazione, alla propria ricostruzione mentale dei luoghi. Mi è capitato di sentire l’audiolibro de “Il settimo papiro” ed è stata un’esperienza estremamente deludente – ma è appunto un’opinione strettamente personale.

Disponibile su Amazon in ogni forma possibile: https://www.amazon.it/settimo-papiro-Wilbur-Smith/dp/8869057747/

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LAND OF THE PHARAOHS

AA.VV.

Presentato da Patrizia Burlini

AAVV, Egypt: Land of the Pharaohs (Lost Civilizations) Time Life Books, 1994, ISBN 0-8094-9172-9

Questo libro è stato una scoperta. Avevo ordinato un altro libro ma il rivenditore si è sbagliato, inviandomi questo dalla copertina simile. È usato ma in splendide condizioni, praticamente nuovo.

Il libro è molto bello. Carta patinata con bordi dorati, belle foto ma

soprattutto testi scritti da David O’Connor, Mark Lehner, e Dennis Forbes (editore di KMT).

Gli argomenti trattati sono molto interessanti e tengono conto delle ultime scoperte (a 20 anni fa, ma ancora attuali).

Insomma, un libro da avere nella propria biblioteca.

Credo sia ormai fuori catalogo ma si può trovare usato a poco prezzo anche su Abebooks o altre pagine.

Io l’avevo acquistato su Amazon e, a causa dell’errore e visto che il titolo è esaurito, la libreria inglese che me l’aveva spedito me l’ha regalato!

Arte militare, Età Tarda

L’ARMATA PERDUTA DI CAMBISE

Di Luisa Bovitutti

“Nel deserto occidentale, a tratti, il vento porta con se’ un suono lugubre. Secondo la leggenda, e’ il lamento dei 50.000 soldati persiani inghiottiti dal nulla 2500 anni fa”.

Il re persiano Cambise II, figlio di Ciro il Grande, nel 525 a. C. sconfisse l’esercito egizio nei pressi di Pelusio, catturò il re Psammetico III che poi si suicidò, si impadronì di Menfi e dilagò fino a Tebe, facendosi proclamare faraone; Erodoto, lo dipinge come un folle, dispotico e crudele, colpevole di aver distrutto numerosi templi, di aver fatto assassinare il fratello e la sorella, di aver massacrato la precedente élite egizia e di aver ucciso il sacro toro Api.

Nella primavera del 524 a.C. Cambise inviò un esercito di circa 50.000 uomini all’oasi di Siwa, sede dell’oracolo di Amon, dove era asserragliata una guarnigione egizia, per conquistarla e distruggerla ed impadronirsi di un ricco ed importante caposaldo del traffico commerciale carovaniero tra l’Africa nera ed il Mediterraneo, nonche’ di quello costiero est-ovest.

Da Tebe, luogo di partenza della spedizione, l’oasi distava 880 chilometri in linea d’aria, da percorrere attraverso il deserto chiamato il Grande Mare di Sabbia, battuto dal violento vento khamsin, secco e terribilmente caldo, che soffia a 150 Km/h, tinge il cielo di un arancio scuro e rende l’aria carica di sabbia; al suo passaggio l’umidità crolla sotto il 5%, la temperatura si innalza sopra i 45 C e si formano slavine mortali di sabbia fine.

Guerrieri persiani appartenenti al corpo d’élite definito degli “Immortali” (rilievo proveniente da Susa)

Dopo sette giorni di viaggio in difficili condizioni l’armata giunse nei pressi dell’oasi di El-Kharga ma da lì se ne perse ogni traccia. Secondo Erodoto, si trovò ad affrontare una violentissima tempesta che si protrasse per molti giorni e che decretò la fine di uomini ed animali, soffocati dalla sabbia, disidratati dal calore e dalla mancanza d’acqua, storditi dalla mancata visibilità ed alla fine sepolti per sempre da una coltre spessa di sabbia che ricopriva il teatro della tragedia.

Da oltre due secoli archeologi, esploratori e geografi cercano resti, notizie e tracce dell’armata scomparsa, ma fino ad oggi non è stato trovato nessun riscontro archeologico definitivo.

Nel 2009 gli archeologi varesini Angelo ed Alfredo Castiglioni hanno pubblicato un documentario che mostra i risultati delle spedizioni effettuate nel deserto alla ricerca dell’esercito di Cambise, che ritenevano non avesse seguito la tradizionale “via delle oasi”, presidiata dagli Egizi, ma che partendo da El Kharga, si fosse diretto verso occidente, all’altopiano roccioso di Gilf El Kebir, passando per il Uadi Abd el Melik, e puntando poi a nord verso Siwa per sorprendere il nemico alle spalle.

Lungo questo tragitto “alternativo” hanno rinvenuto degli alamat (cumuli di pietre per orientarsi), sorgenti oggi prosciugate ed un deposito di centinaia di anfore per l’acqua datate a 2500 anni fa e sepolte nella sabbia, che avrebbero reso possibile una marcia nel deserto; inoltre hanno portato alla luce nei pressi di una caverna abbastanza vicino a Siwa numerose ossa umane e piccoli oggetti di epoca achemenide che potrebbero riferirsi all’Armata perduta (punte di freccia, un pugnale, parte dei finimenti di un cavallo, un orecchino e le perle di una collana).

L’egittologo prof. Olaf Kaper dell’Università di Leida sostiene invece che l’esercito non scomparve ma venne semplicemente sconfitto in battaglia dopo essere caduto in un’imboscata mentre cercava di riconquistare parte del paese che gli Egizi, sotto la guida del nobile Petubasti III, proclamato faraone, avevano sottratto al dominio persiano. Dario I, successore di Cambise, alla fine soffocò nel sangue la rivolta egizia, e per non offuscare la gloria di quest’ultimo attribuì la disfatta dell’esercito ad una calamità naturale.

I reperti si trovano ora presso il Museo Castiglioni di Varese, dal cui sito sono tratte le immagini.

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