La regina Nitocris: personaggio storico o mitologico?
Il lunghissimo regno di Pepi II, negli ultimi anni di vita incapace di governare efficacemente il paese, segnò la definitiva disgregazione dell’amministrazione centrale e la crescita incontrollata del potere dei nomarchi locali, che resero ereditaria la propria carica ed istituirono delle dinastie regnanti parallele a quella ufficiale.
La confusione politica che caratterizzò la fine della VI dinastia ed il tramonto dell’Antico Regno fece sì che non venissero tenute registrazioni delle linee successorie, per cui è oggi difficile stabilire con esattezza chi regnò alla morte di Merenra II, suo figlio ed erede, intervenuta dopo un solo anno di regno.
Erodoto, vissuto nel V secolo a. C., narra che un sovrano egizio (verosimilmente proprio Merenra II) venne assassinato in una congiura di palazzo e secondo Manetone, che visse due secoli dopo, gli sarebbe succeduta sul trono come ultimo sovrano della dinastia la moglie e sorella Nitocris, descritta non solo come la più nobile e la più bella tra le donne, ma anche più coraggiosa di tutti gli uomini suoi contemporanei; a lei viene attribuita la costruzione della “terza piramide”, nella quale sarebbe stata sepolta in un sarcofago di basalto blu.
Lo storico greco aggiunge che dimostrando una ferocia incredibile vendicò la morte del coniuge uccidendo tutti i congiurati: ella li invitò ad un banchetto in una vasta sala sotterranea appositamente fatta scavare, e dopo averli ivi rinchiusi l’allagò convogliando al suo interno le acque del Nilo tramite un apposito condotto e facendoli annegare; in seguito, per sottrarsi alle conseguenze del suo gesto (o, secondo un’interpretazione moderna, per espiare l’offesa alla Ma’at derivante dagli omicidi da lei commessi) si suicido’ gettandosi in una stanza colma di braci ardenti.
Questa vicenda narrata da Erodoto non trova riscontri, in quanto al di là delle citate testimonianze, rese da autori vissuti più di duemila anni dopo la fine della VI dinastia, non esistono fonti egizie che menzionino Nitocris né tracce archeologiche del suo regno, tanto che molti studiosi moderni l’hanno ritenuta una figura mitologica.
Fu l’egittologo Percy E. Newberry ad affermarne la storicità, riaprendo un dibattito ad oggi non ancora sopito, rilevando che il nome dell’ultimo sovrano della VI dinastia nella forma “Nt-iqurti” compare non solo nel papiro dei Re di Torino ma anche nella lista di Abydos e suppose trattarsi di Neith, figlia di Pepi I e una delle spose di Pepi II, la cui piramide sorge a Sakkara e ben potrebbe essere stata la terza costruita in quella zona (in realtà l’ipotesi è poco verosimile, in quanto questa regina visse diversi anni prima della misteriosa Nitocris).
Eratostene di Cirene le attribuisce un regno di sei anni da Tebe (pare che ella in precedenza abbia regnato sei anni da Menfi) e sottolinea che fu la ventiduesima sovrana dopo Menes, “una regina, non un re, il suo nome significa ‘Atena Vittoriosa’”, ed anche Giuseppe Flavio la menziona come Nicaule citando Erodoto, senza tuttavia riferire alcunchè in merito alla vendetta da lei compiuta per l’uccisione del fratello.
Altri egittologi hanno peraltro rilevato che il cartiglio di Abydos è praticamente illeggibile e che analisi microscopiche del papiro torinese, ricomposto da molteplici frammenti, proverebbero che la parte sulla quale esso è iscritto è stata inserita erroneamente; la sua collocazione esatta condurrebbe a riferirlo a Netjerkara, chiamato anche Neitiqerty Siptah, indicato come re dell’VIII dinastia.
Anche Wilkinson ritiene che il frammento si riferisca a Neitiqerty Siptah, che ritiene essere l’ultimo sovrano della dinastia; si tratterebbe di un uomo del quale non si sa quasi nulla, identificato dalla tradizione successiva in Nitocris (il cui regno si sovrappone al suo) a causa di un errore di trascrizione.
L’ipotesi oggi maggiormente accreditata è che Merenra Nemtyemsaf II fu l’ultimo sovrano maschio della dinastia, che regnò solo un anno e che alla sua morte, la moglie – sorella Nitocris dovette prendere le redini dello Stato ed affrontare una gravissima crisi dinastica ed il crollo dell’Antico Regno; dopo di lei ebbe inizio il Primo Periodo Intermedio e si susseguirono diciassette sovrani di nessuno spessore, che Manetone riferisce alla VII ed all’VIII dinastia.
Poste queste premesse di ordine storico, l’egittologa Kathleen Cooney ipotizza in modo verosimile che il mito di Nitocris sarebbe la memoria culturale degli eventi reali verificatisi in quegli anni, i cui dettagli nel corso dei millenni sono stati confusi e mitizzati.
Come già detto quel periodo fu poco documentato dagli storici di corte in quanto segnato da scontri tra opposti gruppi di potere, guerre civili, invasioni, flussi migratori, carestia dovuta alla scarsità delle piene del Nilo, ed in assenza di fonti sarebbe nato il mito della regina salita al trono per salvare l’Egitto, situazione che già si era verificata in passato, allorchè la fine di una dinastia ed il conseguente vuoto di potere erano sempre stati preceduti dal regno di una donna in assenza di eredi maschi in età adatta per governare.
Effettivamente sia la madre di Pepi I che quella di Pepi II avevano governato come reggenti del figlio ancora bambino, mantenendo la propria influenza anche quando il giovane re fu in grado di governare da solo; come già spiegato nel post precedente su Nebet, l’egittologa ritiene che non a caso il sovrano avesse escluso dalla successione i figli maggiori nominando erede al trono un principe infante che necessitava di una reggente.
Prima di sposare Ankhesenpepi I e II, infatti, Pepi I aveva certamente avuto altri figli dalle mogli – sorelle più anziane, che alla sua morte (e anche prima) sarebbero stati adulti e si sarebbero contesi il potere, facendo ricorso anche alla violenza, aggravando una situazione di instabilità che già era preoccupante.
Per togliere ai figli maschi adulti ed alle loro madri il potere che derivava dal rapporto endogamico e per dare nuova linfa alla dinastia avrebbe privilegiato Merenra (che associò al trono e poi regnò solo un anno), ed il successore di costui Pepi II, due principi nati quando era ormai avanti negli anni dalle giovani spose di Abydos estranee alla famiglia reale.
Il regno di Nitocris fu troppo breve per permetterle di salvare il paese dal caos; tra l’altro Pepi II non adottò l’espediente ideato dal padre per garantire una successione tranquilla, ed alla sua morte le liste dei re registrano i regni di una serie di sovrani che governarono solo brevemente.
– GRIMAL N., Storia dell’antico Egitto, Bari, 2021
– NEWBERRY P., Queen Nitocris of the sixth dynasty, in Journal of Egyptian Archaeology, vol. 29, 1943, a questo link: https://www.jstor.org/stable/3855037
– COONEY K., Finding Nitocris: Patterns of Female Power at the End of the Old Kingdom, in One who loves knowledge. Studies in honor of Richard Jasnow, Columbus, Georgia USA, 2022, a questo link: https://www.researchgate.net/…/345314769_Finding…
Al Metropolitan Museum di New York è conservato questo piccolo manufatto relativo al celeberrimo Tutankhamon.
Poiché l’immagine è decisamente chiara possiamo provare a fare insieme la traduzione dell’iscrizione geroglifica. È da ricordare che non si tratti solo di un gioiello da indossare. In realtà svolge anche la funzione di sigillo e quindi è doppiamente interessante perché reca solamente il Quarto Protocollo Reale del re a dimostrazione che è quello ufficiale di intronizzazione.
Nicholas Reeves ci fa notare che sono presenti entrambi i nomi delle due divinità che hanno contrassegnato l’epoca di Akhenaton. Ciò dimostrerebbe che nei primissimi anni di regno di Tutankhamon la ricomposizione dell’eresia amarnia non fu totalmente ed immediatamente a danno del disco solare e a favore di Karnak, ma il ritorno all’ortodossia fu graduale e ponderato da parte della monarchia.
Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.
Come consueto ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.
DIZIONARIO ANTROPONIMICO REALE
472 SOVRANI TRASLITTERATI E TRADOTTI
Ogni re egizio è riportato in geroglifico, traslitterato, con pronuncia italiana e tradotto
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati. A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:
In conseguenza dei cedimenti verificatisi durante la costruzione della Piramide Romboidale, prima di dare il via all’edificazione del terzo dei grandi monumenti di Snefru, la cosiddetta Piramide Rossa (Immagini n. 35-36), si provvide ad un accurato rilevamento del sottosuolo. Il basamento fu esteso a 220 metri di lunghezza per lato e si decise di abbassare l’angolo di inclinazione delle facce a poco meno di 45°. In quest’occasione fu definitivamente abbandonato il metodo di costruzione a strati, adottato per le piramidi a gradoni, in quanto l’esperienza acquisita aveva dimostrato che, nella costruzione di edifici dalle pareti più ripide, non vi fosse alcun vantaggio in termini di risparmio di lavoro: si ricorse pertanto alla posa in opera di pietre disposte su corsi orizzontali. Con la sua altezza di 105 metri, la piramide di Dashur nord è la terza per dimensioni dopo quelle di Khufu e Menkhaura a Gizah. L’edificio, che si lascia ammirare per il suo aspetto armonioso e maestoso, è caratterizzato da una distribuzione interna proporzionata e coerente con i suoi ambienti disposti uno di seguito all’altro, situati appena sotto il livello del suolo, e resi accessibili tramite un passaggio che si apre sulla parete settentrionale a circa 30 metri di altezza (Immagine n. 37). Di certo questo ingresso non dovette rivelarsi particolarmente agevole durante il funerale del re quando fu introdotta la mummia e ci si occupò della sigillatura del corridoio.
Le fondamenta di un tempio funerario posto di fronte al lato orientale della piramide, completato evidentemente in tutta fretta, e alcuni miseri resti di un corpo mummificato rinvenuti nella camera del sarcofago hanno spinto l’egittologo Rainer Stadelmann a ritenere che Snefru fu inumato proprio in questo luogo. Inoltre, altri particolari, come il blocco di chiusura destinato a ostruire il passaggio verso la camera superiore della Piramide Romboidale che non fu mai abbassato e i danni sopraggiunti durante la costruzione dell’edificio, sembrano avvalorare questa ipotesi. Nel 1950 i primi frammenti di resti umani (e anche di ossa di animali), scoperti negli appartamenti della Piramide Rossa, furono analizzati da Ahmed Batrawi e i risultati lo indussero a pronunciarsi su una datazione risalente all’Antico Regno, quindi compatibili con una attribuzione a Snefru. Per contro, studi di questo tipo sono stati contraddetti da tecniche di analisi più moderne. È quindi opportuno mantenere una certa cautela, tanto più che questa tomba deve essere stata visitata e poi riutilizzata, come la maggior parte delle tombe dell’Antico Impero, dagli egiziani delle epoche successive. Nessuna prova decisiva permette di concludere che Snefru sia stato sicuramente sepolto in questo luogo, ma la Piramide Rossa resta il candidato più probabile.
I quasi cinquanta anni impiegati per gli incessanti lavori condotti durante il regno di Snefru apportarono grandi progressi nelle tecniche costruttive in particolar modo riguardo alla muratura, lo scavo delle gallerie, il trasporto delle pietre e l’ingegneria strutturale. Dopo le critiche esperienze culminate con i gravi cedimenti dovuti all’ instabilità del suolo a Dashur sud, fu posta una grande attenzione nella scelta dei siti e fu perfezionata sia l’organizzazione sia la logistica in conseguenza del trasferimento (per due volte) delle città dei costruttori di piramidi. La necessità di materiali edili, dei diversi tipi di pietra, di legname e di rame per gli utensili e le attrezzature stimolò spedizioni e commerci con i Paesi del nord e dell’est, portando ad una più profonda coscienza e conoscenza del mondo circostante la valle de Nilo. Inoltre, i funzionari, attraverso i numerosi compiti svolti, finirono per acquisire una formidabile esperienza che permise loro di divenire un efficiente strumento di governo centralizzato.
La Piramide rossa (Immagine n. 38) fu eretta poche centinaia di metri a nord della Piramide Romboidale di Dashur Sud. Deve il suo nome alla colorazione rossastra che la caratterizza dovuta all’impiego del calcare locale utilizzato per la sua costruzione. Oltre ad essere il più antico edificio di forma piramidale pura è anche uno dei più maestosi, figurando al terzo posto per dimensioni dopo quelli di Khufu e Kaefra.
Da quanto è possibile giudicare, il complesso funerario si presenta di una grande semplicità, essendo costituito da un tempio accostato alla facciata orientale, racchiuso in un recinto che circondava da vicino l’assieme (Immagine n. 39). Nessuna piramide satellite fu edificata nei pressi della sepoltura, così come sembra che non sia stata realizzata alcuna via ascensionale per collegare il tempio alto ad un eventuale porto di accoglienza.
Nonostante le sue modeste dimensioni, la pianta di questo tempio segna una netta evoluzione rispetto a quelli delle piramidi di Meidum e Dashur-Sud: il vestibolo lascia il posto, stavolta, ad un piccolo cortile a peristilio fiancheggiato da magazzini, mentre la corte con la tavola delle offerte è sostituita da una cappella coperta.
Il monumento ha un’inclinazione media delle facce di 44°44’ e, in origine la sua altezza doveva essere di 108,51 metri; la sua base presenta un errore di livellamento inferiore ai 10 centimetri! Se si esclude la sparizione quasi completa del rivestimento esterno, l’edificio si presenta in condizioni davvero eccellenti. Le assise di blocchi di pietra sono disposte orizzontalmente (secondo l’uso che da questo momento diventerà standard) e rivelano un’altezza variabile, che diminuisce progressivamente dal basso verso l’alto, tra 1,18 e 0,50 metri.
Sulla facciata settentrionale, ad un’altezza di 30,92 metri, e leggermente spostata verso est rispetto all’asse della piramide, si trova l’accesso alla distribuzione interna. Un passaggio discendente penetra all’interno dell’edificio per poi, dopo 55,55 metri, assumere una posizione orizzontale formando un corridoio lungo 7,43 metri. Quest’ultimo sbocca in un’anticamera lunga 8,33 metri e larga 3,65 metri, ricoperta da una volta aggettante impostata sulle pareti est ed ovest. L’altezza totale della struttura raggiunge 12,31 metri e alla base del muro meridionale, nei pressi dell’angolo sud-ovest, si diparte un corridoio che conduce ad una seconda anticamera del tutto simile alla prima e situata esattamente sotto la sommità della piramide. Nella parete sud di questa, a un’altezza di 7,80 metri, si trova l’apertura di un passaggio che, una volta chiuso, doveva risultare assolutamente invisibile, anche alla luce delle torce, ed al quale oggi vi si può accedere solo grazie ad un’impalcatura. Dopo qualche metro di distanza questo condotto raggiunge una camera orientata da est a ovest di dimensioni leggermente maggiori delle due precedenti. In origine il passaggio era alto solo 1,05 metri, ma uno scavo avvenuto in un’epoca sconosciuta, permette ai visitatori di mantenersi in posizione eretta (Immagine n. 40).
La camera funeraria è lunga 8,35 metri e larga 4,18 metri e come di regola per le soluzioni adottate durante il regno di Snefru, la sua campata venne progressivamente ridotta da una serie di sporgenze fino a un’altezza di 13,68 metri. Il pavimento di questa stanza è stato scavato e smantellato abbondantemente fino a una profondità di oltre 4 metri, mettendo a nudo le fondamenta costituite da grossi blocchi disposti a vista (Immagine n. 41). È fuor di dubbio che queste devastazioni furono causate da saccheggiatori che di certo non lesinarono nell’impiego di mezzi poco ortodossi nella ricerca di eventuali tesori. Sicuramente è da imputare a loro la modifica del passaggio tra la camera e l’anticamera sud, un intervento il cui scopo era quello di facilitare la rimozione dei materiali di scavo. Fu, inoltre scavata una galleria profonda alcuni metri al di sotto del livello del pavimento scomparso, nella parete nord della camera. Poiché non è mai stato rinvenuto alcun frammento di sarcofago, si può supporre che l’assenza di tale elemento abbia spinto gli esploratori del passato a cercare altrove una camera funeraria. (Ricerche che sicuramente dovettero andare deluse).
La qualità della muratura e le finiture – davvero di notevole fattura – contrastano con l’aspetto caotico degli appartamenti di Meidum e di Dashur-Sud e le volte si presentano in uno stato di conservazione eccezionale. E’ evidente che i capomastri hanno dato prova in questo luogo, come raramente altrove, di una padronanza assoluta della loro arte, optando per una pianta e forme semplici, ma sapendo al contempo offrire al loro sovrano una dimora eterna all’altezza del suo status divino.
Fonti:
Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119
A un certo punto del suo regno, Snefru decise di lasciare il cantiere di Meidum per puntare sulla località di Dashur, più vicina alla capitale, ad una trentina di chilometri a sud dell’odierna Il Cairo.
Le ragioni che lo spinsero ad abbandonare un palazzo e una piramide ormai quasi completata per dare inizio all’edificazione di una nuova residenza una cinquantina di chilometri più a nord, non sono note per cui, in proposito, è solo possibile avanzare delle ipotesi.
È possibile che la località di Meidum, per la sua posizione, ponesse problemi di controllo delle vie commerciali e di colonizzazione del Medio Egitto. Il nuovo sito di Dashur, viceversa, offriva un bacino naturale per il porto assicurando lo sviluppo economico dell’intera regione. Ad est si poteva utilizzare una via commerciale che conduceva al Sinai, mentre la presenza di un wadi permetteva di raggiungere le oasi occidentali e il Fayyum. Infine, il sito offriva cave di pietra calcarea da costruzione di facile accesso e sfruttamento. Dashur, quindi, rappresentava un’opportunità straordinaria per impegnare operai e specialisti in un’impresa ardita quale poteva essere la costruzione di una grande piramide dall’inclinazione simile a quella di una a gradoni (ma priva di questi) che avrebbe raggiunto la vertiginosa altezza di circa 140 metri, se non fossero intervenuti problemi in fase di realizzazione.
A proposito del passaggio da una piramide a gradoni ad una dalla forma geometrica pura, è fondamentale considerare che una simile evoluzione non è affatto consequenziale, come verrebbe naturale da pensare; lo dimostra il fatto che nessuna delle civiltà che costruirono piramidi a gradoni pose in atto la trasformazione verso quelle a pareti lisce. Il progresso tecnologico che portò alla conformazione tipica è il risultato di un’avventura unica e straordinaria che avvenne proprio ai tempi di Snefru. Per la nuova piramide di Dashur sud (Immagine n. 19), che a causa del suo aspetto finale è oggi nota, secondo le varie denominazioni, come “Piramide romboidale”,“a doppia pendenza” oppure “piegata”, si previdero anche audaci miglioramenti alle camere. Gli ambienti interni, infatti, avrebbero dovuto avere volte a mensoloni, come quelle già concepite a Meidum, ma qui ampiamente perfezionate e alte fino a 15 metri. Purtroppo, a causa dei cedimenti del terreno e dei conseguenti danni occorsi alla struttura in fase di edificazione, si resero necessarie modifiche di tale portata da produrre un sistema interno di vani incredibilmente complicato e difficile da ricostruire.
Secondo le tradizioni religiose più antiche riguardanti la vita ultraterrena del sovrano, la dimora mistica era situata nelle viscere del mondo sotterraneo, per cui la più bassa delle tre camere doveva essere collocata in profondità nella roccia come nel caso del sepolcro di Djoser. L’inclinazione del corridoio della tomba, coerentemente, fu determinata dall’esigenza di disporre di un passaggio senza deviazioni puntato direttamente verso le stelle circumpolari. Si iniziò dunque a scavare in profondità, sotto il livello del suolo, per giungere all’uscita posta sulla facciata settentrionale poco più in alto della base della piramide. La camera centrale è simbolicamente connessa all’ascesa del re al cielo, rappresentato dalla camera superiore, per quanto questa (intendo l’ascesa), sia strettamente legata anche alla direzione seguita dal corridoio della tomba (Immagine n. 20).
Per facilitare lo scavo di un pozzo di circa 7×7 metri e profondo 22,5 metri fu scelto, come a Saqqara, un suolo costituito da strati compositi di marna e ardesia. Questo espediente, però si rivelò insufficiente a sostenere il peso della massa di pietre. Via via che la costruzione della piramide procedeva, si presentarono importanti lesioni nelle tre camere e nel corridoio che, in un primo momento, si ritenne di poter riparare con riempimenti. Purtroppo, l’intervento non portò ai benefici sperati e presto ci si dovette arrendere all’evidenza che sia le camere sia il corridoio d’entrata erano ormai così danneggiati da non poter essere salvati e a nulla valsero la rinuncia alla camera inferiore e la riduzione dell’angolo di pendenza dell’edificio.
Ciò nonostante, la Piramide romboidale rimane un monumento straordinario sotto ogni punto di vista. Grazie al suo rivestimento di calcare fine (Immagine n. 21), in gran parte intatto, offre l’impressione di essere la meglio preservata e la sua forma atipica, dovuta al brusco cambiamento di pendenza delle facce, che comincia un po’ più in basso della metà della sua altezza, costituisce un “unicum” per questo tipo di edifici.
Il monumento troneggia a sud di Dashur, al centro di un’area delimitata anticamente da un recinto quadrato di 298,60 metri per lato e 2 metri di spessore. Proprio sotto l’entrata nord della piramide fu realizzata una cappella in mattoni contenente una tavola per le offerte in calcare. Ai piedi della facciata orientale fu eretto un tempietto costituito inizialmente solo da due alte stele monolitiche e da una tavola d’offerte, ma che fu progressivamente arricchito con l’aggiunta di una cappella e di un muro di cinta. Le stele, con sommità arrotondate ed alte in origine una decina di metri, erano decorate con le titolature del re: oggi sono completamente distrutte. Questo piccolo edificio venne rimesso in servizio e ampliato più volte nel corso del Medio Regno, allorquando fu ripristinato il culto in onore di Snefru.
La via ascensionale era affiancata da due muri paralleli per una lunghezza di 704 metri ed offriva ai sacerdoti la possibilità di raggiungere l’area sacra, senza mostrarsi al mondo esterno, risalendo da un tempio di accoglienza (o tempio basso).
Quest’ultimo, largo 26,20 metri di base e lungo 4,76 metri, doveva rappresentare una vera novità nell’architettura funeraria grazie alla ricchezza del suo programma decorativo. Una data rinvenuta sotto uno dei suoi blocchi di fondazione confermerebbe che la sua realizzazione fu contemporanea sia alla fondazione della Piramide Rossa, sia agli ultimi stadi di costruzione della Piramide Romboidale e di quella di Meidum.
Questo tempio, forse collegato alle cerimonie relative alla festa-sed, era dotato di magazzini, un cortile e di sei cappelle contenenti una grande statua con l’effigie di Snefru. Le pareti erano decorate in leggero rilievo con scene diversificate: riti di fondazione, festa-sed, visite del re nei vari santuari, rappresentazione dei domini reali (Immagine n. 22).
Scavi recenti hanno rivelato che in questo luogo era stato già costruito un edifico in mattoni, poi demolito e sostituito dal tempio di accoglienza in pietra. La costruzione primitiva annoverava anche un giardino piantumato con diverse essenze arboree la cui funzione resta ancora enigmatica. Secondo l’egittologo Felix Arnold, avrebbe fatto da cornice allo svolgimento di qualche cerimonia rituale durante la vita del re.
Una seconda strada, ma realizzata con in mattoni e lunga 148 metri, collegava questo complesso cultuale a un bacino rettangolare di 145×95 metri che rappresenta il primo porto d’approdo ad oggi conosciuto in un contesto funerario (Immagine n. 23). Questi siti di culto furono rioccupati e ripristinati sotto il Medio e Nuovo Regno, fino alla XIX Dinastia, epoca durante la quale furono smontati per riutilizzarne i materiali.
La piramide “a doppia pendenza” di Dashur sud si innalza per 104,71 metri e poggia su una base quadrata di 189, 43 metri in media per lato. Le facce sono orientate ai quattro punti cardinali con un errore massimo di un solo quarto di grado e mostrano una brusca variazione di pendenza (da circa 55° a circa 44°), che inizia a circa 47 metri di altezza. Questa piramide, eccezionalmente, ha al suo interno due distribuzioni diverse: una ha l’ingresso sulla facciata nord a 11,33 metri dal livello del suolo, l’altra con accesso sulla parete ovest a 32,76 metri di altezza (immagine n. 24).
Il corridoio discendente che parte da nord si compone di un primo troncone lungo 12, 60 metri, inclinato di 28° e 38’, al termine del quale sono visibili consistenti fratture sulle pareti laterali; prosegue per altri 66 metri all’interno della piramide, con una pendenza leggermente più dolce, fino a confluire in un vestibolo molto alto ricoperto da una volta a sbalzo. Sul muro meridionale di quest’ultimo, a circa 6,75 metri di altezza, una grande apertura funge da accesso alla cosiddetta “camera inferiore” che misura 4,96 metri lungo l’asse est-ovest e 6,30 su quello nord-sud. Questo maestoso locale è coperto da una magnifica volta ad aggetto che gli permette di raggiungere l’incredibile altezza di 17,30 metri. Considerevoli tracce di malta riconoscibili sulle pareti dimostrano che la parte inferiore era stata riempita con una muratura (oggi scomparsa), lasciando completamente libero solo lo spazio sotto la volta (Immagine n. 25).
Dal muro meridionale un piccolo passaggio conduce ad un condotto verticale, generalmente definito “camino”, che si innalza fino ad un’altezza di oltre 15 metri ed è privo di aperture. Negli alloggiamenti laterali, la presenza di due blocchi disposti di taglio e collocati in posizione di attesa sembra avvalorare l’ipotesi che fossero destinati a sigillare questo ambiente (Immagine n. 26).
Per diversi aspetti una simile distribuzione ricorda chiaramente quella della piramide di Meidum, in particolare per il corridoio ed il camino, che forse erano stati progettati inizialmente per condurre ad una camera funeraria. Ma gli architetti dovettero modificare ben presto i loro piani, come dimostrano la presenza del camino senza sbocco, dei due blocchi di chiusura che non hanno mai svolto la loro funzione e la presenza di una distribuzione superiore .
Ad un’altezza di 12,50 metri dal livello del suolo, nella parete meridionale della camera inferiore, si apre l’accesso ad un tunnel scavato nella muratura al fine di collegare questi ambienti al corridoio orizzontale della distribuzione superiore (Immagine n. 27).
La discesa che parte dall’ingresso occidentale si contraddistingue per la doppia pendenza: una parte iniziale (poco meno di 22 metri) inclinata di 30°09′, seguita da una parte più lunga (circa 46 metri) inclinata di 24°17′. Essa fu ostruita utilizzando decine di grossi blocchi di calcare del peso di svariate tonnellate e, quando negli anni ’50 del secolo scorso fu totalmente sgomberata, si scoprì l’entrata sulla parete ovest, fino ad allora assolutamente invisibile dall’esterno.
Questo lungo tunnel discendente conduce ad un corridoio orizzontale situato qualche metro sopra il livello del suolo e interrotto da due sistemi di chiusura a blocchi scorrevoli di cui solo il più occidentale fu utilizzato (Immagine n. 28). Un antico foro permette oggi di attraversarlo. L’intonacatura dei giunti su entrambi i lati del blocco di chiusura indica che fu abbassato prima dello sbarramento completo della galleria di discesa e che si rese necessario costruire un condotto che collegasse la camera inferiore al corridoio orizzontale per poter continuare ad accedere alla distribuzione superiore.
Ciascuno dei sistemi di chiusura si compone di una sezione trasversale nella quale è alloggiato un blocco di calcare pesante circa 7 tonnellate. Quest’ultimo poggiava su un piano inclinato di 35° ed era trattenuto in posizione di attesa da una grossa trave, un cuneo o una corda che, una volta ritirati, lo facevano scivolare, grazie alla sola forza di gravità, nella parte bassa dell’alloggiamento ostruendo definitivamente il passaggio.
Il sistema di chiusura orientale, invece, non fu mai utilizzato ed il relativo blocco giace ancora in loco trattenuto da una trave.
La camera superiore, situata all’estremità del condotto orizzontale, ha una pianta rettangolare; misura 5,26×7,97 metri ed è orientata da nord a sud. Questo ambiente è ricoperto da una volta a sbalzo su quattro lati che gli consente di raggiungere un’altezza di circa 14 metri. Il suo stato generale è molto deteriorato e la copertura è talmente danneggiata che non è più possibile distinguerne il profilo. Nelle pareti, inoltre, sono presenti numerose mancanze ed il rivestimento non fu mai completato.
Negli anni ’40, durante lo smantellamento di un massiccio blocco di pietra che riempiva interamente la camera funeraria fino ad un’altezza di 6 metri, fu rinvenuto un possente puntellamento in legno di cedro del Libano inserito nello spazio delimitato dalle pareti. Qui, fu scoperto il nome di Snefru scritto con inchiostro rosso. Di questa struttura ne rimane oggi solo circa un terzo (Immagine n. 29).
La camera fu realizzata per mezzo di una carpenteria, che probabilmente serviva facilitare il posizionamento e la stabilizzazione dei blocchi di rivestimento delle pareti durante l’innalzamento dei vari corsi. L’alta volta a sbalzo avrebbe dovuto proteggere l’ambiente dal carico sovrastante esercitato dalla piramide. Prima dello smantellamento del sistema di puntellamento provvisorio, si decise di rialzare il pavimento della camera aggiungendo un massiccio strato di muratura accuratamente pavimentato. Si passò successivamente a ritagliare e ridurre gli sbalzi della volta al fine di ottenere delle pareti relativamente lisce ed uniformi. Tuttavia, ancor prima di completare queste operazioni, si volle procedere ad un nuovo innalzamento del suolo della camera il che comportò un ulteriore intervento di appianamento dei costoloni della volta, tanto che ne rimasero intatti solo i cinque superiori (Immagine n. 30). Tutto ciò fu realizzato in modo molto accurato, affinché l’ambiente risultante presentasse le caratteristiche indispensabili per svolgere la particolare funzione cui era destinato.
Fino a non molto tempo fa, si riteneva che la camera, una volta consolidata, fosse stata immediatamente abbandonata a causa della comparsa di fessure e criticità statiche; ma, in realtà, alla luce dei recenti dati emersi da ulteriori rilievi sullo stato dei luoghi, questa ipotesi è da ritenersi errata. È vero che l’ambiente si presenta in condizioni di estremo degrado, ma ciò è conseguenza di un successivo intervento operato sulla volta che, a causa della cattiva qualità del calcare ha causato la frammentazione delle pietre che si sbriciolarono e crollarono nel corso dei secoli facendo si che oggi il luogo assomigli più a una grotta piuttosto che a una camera funeraria.
Le ragioni di queste numerose modifiche operate sulla struttura restano ancora da comprendere e se la camera fu concepita per accogliere le spoglie del sovrano, sembra evidente che non abbia mai assolto a questa funzione. Di certo, durante le ultime fasi della costruzione, alcuni movimenti strutturali ebbero un impatto sull’edificio. La piramide fu sottoposta a un ampliamento che ebbe ripercussioni inaspettate, innescando fratture e cedimenti che costrinsero gli architetti a dare al monumento questa forma a dir poco atipica.
Alcuni indizi sembrano indicare che il disegno iniziale degli architetti fosse quello di costruire una piramide con facce inclinate di 60° poggiante su una base di 157 metri per lato. Le distribuzioni interne erano state completate e se il programma fosse proseguito secondo i piani il monumento avrebbe raggiunto un’altezza di 136 metri.
Quale sia il motivo per cui gli architetti decisero di ricoprire con uno spesso strato di muratura quanto era già stato edificato resta ancora un mistero. Quasi sicuramente non fu dovuto, come alcuni hanno ipotizzato, al sopraggiungere di criticità interne visto che lo stato degli appartamenti funerari (corridoi e camere) non mostra indizi tali da poter suggerire una simile spiegazione.
È del tutto evidente, piuttosto, che questo periodo della storia egizia sia contraddistinto da una costante evoluzione e sperimentazione nel campo dell’architettura: la piramide di Meidum fu rimaneggiata per ben tre volte e quella Romboidale ha subito, inequivocabilmente, una serie di modificazioni delle quali, forse, non saremo mai in grado di spiegarne le cause.
Tuttavia, ciò che si può rilevare con chiarezza è che, in ogni caso, furono adottate tutte le misure per assicurarne una posa in opera corretta. Ad esempio, l’aggiunta di muratura fu realizzata con basamenti inclinati, utilizzando la tecnica già adottata per le piramidi a gradoni, ma ricorrendo ad una pendenza più lieve di circa 7° in media. A questo punto, la base della piramide aumentò le sue misure, passando da 157 metri par lato a 189,43.
Durante la costruzione dell’involucro, sembra che le fondamenta mostrassero segni di instabilità cedendo leggermente sotto il peso crescente dell’edificio. Ciò è testimoniato dalle fratture e da un abbassamento di 30 centimetri rilevabili nella giunzione dei due tronconi del corridoio discendente settentrionale (Immagine n. 31). Ciononostante, i costruttori non ritennero che questi danni potessero in qualche modo minare la stabilità dell’edificio o preludere ad un eventuale crollo, tant’è che continuarono ad elevare le assise fino ad un’altezza di 47 metri, prendendosi cura, nel frattempo, di prolungare il corridoio che parte dall’ingresso occidentale. I segni di cedimento, particolarmente localizzati nei due corridoi discendenti, sembrano indicare che il suolo su cui posano le fondamenta sia fortemente eterogeneo.
Siccome il complesso sembrava non stabilizzarsi, fu presa la decisione di non aumentare la massa esterna e, pertanto, fu modificata bruscamente la pendenza delle facce dell’edificio. In questo modo, la piramide poté essere completata concretizzando una struttura gravante essenzialmente sul massiccio interno del progetto primario che, fino a quel momento aveva mostrato segni di piena affidabilità. Fu scelta, per le facce della parte superiore, una pendenza di circa 44°, il che sembra indicare che l’idea fosse quella di realizzare un edificio avente le forme di una vera e propria piramide, con caratteristiche che si sarebbero poi ritrovate presso la Piramide Rossa di Dashur-Nord: se, infatti immaginiamo un prolungamento del profilo virtuale delle pareti superiori, vi ritroviamo dimensioni e proporzioni praticamente identiche. La parte sommitale fu dunque portata a termine, riservandosi di smontare la (o le) rampe una volta riallineata la pendenza dei corsi inferiori.
Durante la costruzione della sezione superiore si verificarono leggeri assestamenti che riguardarono l’ingresso settentrionale e fu forse proprio in questa fase che gli architetti, temendo che ulteriori movimenti lo rendessero del tutto impraticabile, decisero di abbandonare questo accesso. Fecero allora scavare un condotto di collegamento tra le distribuzioni inferiori e quelle superiori ostruendo completamente il corridoio discendente occidentale (per una lunghezza di 67 metri!) e decidendo di avvalersi unicamente degli appartamenti inferiori per accedere all’unica camera funeraria della piramide che, malgrado alcune modifiche, fu sempre stimata pienamente funzionale.
Anche la camera inferiore fu riempita con muratura fino alla base della copertura, pur senza intaccarne la volta, poiché era necessario evacuare i detriti provenienti dallo scavo del cunicolo di collegamento in modo da rendere più agevole questa via di comunicazione improvvisata.
Alla fine, il deterioramento della volta della camera funeraria e i continui assestamenti, sembrano averla avuta vinta sulle motivazioni dei responsabili dei lavori che completarono frettolosamente la piramide rinunciando ad aggiungere i corsi che avrebbero portato anche la parte inferiore ad avere una pendenza di 44°. La rampa di costruzione fu demolita, i rivestimenti rifiniti e l’edificio rimase nella forma atipica che ancor oggi possiamo ammirare. Il cantiere fu, a questo punto, trasferito a Dashur-Nord per un ulteriore ed ultimo tentativo.
Il complesso annovera anche una piramide satellite (Immagine n. 32) che è una della più grandi di questo tipo, mai eretta nei pressi di una piramide reale e, inoltre, assieme alla Piramide Rossa è la prima ad aver adottato un profilo perfettamente triangolare. È disposta lungo l’asse nord-sud a una distanza di 52 metri dall’edificio principale. Presenta una base quadrata di 52,80 metri per lato e l’inclinazione delle sue facce, di circa 44°30’, ci fornisce l’indicazione che in origine dovesse essere alta intorno ai 26 metri.
Questo monumento fu edificato con assise disposte orizzontalmente, utilizzando un calcare locale successivamente rivestito e rifinito con calcare fine di Tura. L’ingresso alla distribuzione interna si trova sull’asse mediano della facciata nord, appena al di sopra del livello del suolo. Da quel punto prende avvio un corridoio discendente che s’inoltra nella struttura con una pendenza di 34° per 11 metri, dopodiché percorre un breve tratto orizzontale per poi cambiare di nuovo e bruscamente la sua inclinazione, ma questa volta verso l’alto, seguendo un angolo di 32°30’. Percorsi altri 6,15 metri, il soffitto si innalza improvvisamente. In questa galleria sono ancora presenti dei blocchi ostruttivi in calcare che furono, evidentemente, lasciati nella loro posizione in attesa di essere utilizzati per sigillare il passaggio ascensionale. Scalando questi blocchi si raggiunge l’imboccatura del corridoio di fronte all’unica camera della piramide; di piccole dimensioni, misurando solo 2,62 metri da nord a sud e 2,40 metri da est a ovest è palesemente troppo piccola per ospitare una sepoltura umana. Una copertura di scarico a sbalzo eleva il tetto a 6,90 metri (Immagine n. 33). Questa volta è del tutto simile sia qualitativamente sia tecnicamente a quelle della Piramide Rossa.
Due alte stele incise con il protocollo reale di Snefru, analoghe a quelle della piramide principale, si ergevano ai piedi della facciata orientale nei pressi di una tavola d’offerte (Immagine n. 34). Una di queste è conservata presso il Museo del Cairo con numero di inventario JE 8929c.
Si ignorano le ragioni per cui fu edificata questa piccola piramide.
MINOImmagine n. 34 Il piccolo tempio situato ai piedi della facciata orientale della piramide satellite è costituito da una tavola delle offerte in alabastro. In origine comprendeva anche due stele in calcare alte almeno 9 metri e incise con la titolatura di Snefru racchiusa nel serekh. Oggi ne restano solo dei monconi alti circa 1,80 metri. (fonte Wikipedia, foto di pubblico dominio, autore non citato)
Fonti:
Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119
A circa 45 km. a sud di Menfi, ad est del Fayyum, simile ad un possente torrione, si erge l’imponente profilo della piramide di Meidum (Immagine n. 9) la cui forma, così particolare, trae origine da danni e distruzioni che le fecero perdere gran parte del suo rivestimento esterno.
La struttura del complesso funerario è caratterizzata da una netta cesura con quella della dinastia precedente, nel senso che la piramide acquisisce, da questo momento, un’importanza assolutamente predominante all’interno del quadro d’assieme. Gli edifici cultuali presenti nel complesso di Djoser, così vari e molteplici, appaiono qui sotto una forma molto semplice (oggi diremmo “minimalista”) riducendosi, in pratica, ad una cappella addossata alla facciata orientale. Questo edificio, di circa 9 metri di lato, comprende un piccolo corridoio a zig-zag che conduce a un cortile interno, al centro del quale si ergono, accanto a un tavolo sacrificale, due alte stele monolitiche con la sommità arrotondata (Immagine n. 10). Tutto, in questo luogo, mostra segni di incompiutezza: rifacimento delle pareti interrotto, iscrizioni contemporanee assenti e stele vergini.
Un recinto in pietra, alto circa 2 metri, delimitava uno spazio sacro intorno alla piramide. Una piccola piramide satellite, la prima del suo genere, fu edificata in posizione decentrata a sud così come una mastaba sul versante settentrionale. Di fronte al tempio funerario, una via processionale collegava l’unico ingresso a un piccolo tempio situato ai margini della valle. Lunga circa 210 metri, questa strada si presentava come una semplice via di comunicazione a cielo aperto delimitata da due muri paralleli: niente che possa, anche lontanamente, essere paragonabile alle gigantesche strade ascensionali che sarebbero state realizzate sotto il regno di Khufu.
É stato localizzato anche il tempio in valle ma, purtroppo, le coltivazioni che lo ricoprono hanno impedito lo svolgimento di scavi su larga scala. Ciò nonostante, nel sito, così come in quello della Piramide romboidale, si sono potuti rintracciare con evidenza i primi elementi costitutivi di un complesso funerario reale classico dell’Antico Regno: piramide, piramide satellite, tempio superiore e tempio inferiore (o tempio della valle) collegati da una lunga strada rialzata (Immagine n. 11).
Snefru costruì le sue prime piramidi a Meidum ancora nella forma a gradoni. Una di queste, piccola e solida, fungeva da torreggiante punto di riferimento sopra il palazzo reale di Seila, presso il margine orientale del Fayyum.
Il primo vero e proprio complesso piramidale, invece, domina la valle del Nilo, una decina di chilometri più ad est e include la grande piramide a gradoni, che fu ampliata e modificata in successive fasi costruttive fino a raggiungere, nel suo stadio finale, la vertiginosa altezza di circa 92 metri e ad acquisire la forma classica a pareti lisce.
La tipologia della piramide a gradoni è senz’altro da far risalire alla dinastia precedente, la terza, ma sotto il regno di Snefru, si diede inizio ad una serie di fondamentali modificazioni riguardanti sia l’orientamento del complesso sia la disposizione delle camere interne.
Rispetto alle arcaiche costruzioni cultuali della III Dinastia, sopravvissero, in pratica, solo il tempio funerario e la tomba sud che fu adattata a sepolcro del re sotto forma di una piccola piramide a gradoni situata direttamente a sud del monumento principale. Come già accennato precedentemente, a Meidum, il tempio funerario era un piccolo e semplice santuario a est della piramide, affiancato da due grandi stele che sostituivano e rappresentavano il re sepolto altrove.
La disposizione dei vani interni alla piramide fu anch’essa oggetto di ripensamenti rispetto al modello tipico della III Dinastia; la camera sepolcrale, infatti, non era più situata sul fondo di un pozzo scavato nella roccia del sottosuolo, ma fu allestita ben al di sopra del livello del terreno, in prossimità del centro del monumento.
Durante l’Antico Regno, l’entrata (o uscita) della piramide era sempre situata sulla facciata nord. Il re, attraverso il corridoio che sale dalla camera sepolcrale, poteva così ascendere alle stelle circumpolari (quelle che “non tramontano mai”) per congiungersi al dio sole Ra, nella sua barca. A ben vedere, questo assetto interno tripartito può essere rintracciato già nelle tombe risalenti alla I Dinastia, caratterizzate dalla presenza di una camera del sarcofago vera e propria alla quale si aggiungevano due vani supplementari utilizzati per immagazzinare le offerte più rilevanti da destinare al re defunto. Successivamente, a partire dall’epoca di Dioser, l’anticamera e le camere laterali furono già concepite con finalità e funzioni strettamente religiose, introducendo una concezione secondo la quale l’ascesa verso gli astri cominciasse dall’anticamera che, per questo motivo, aveva saracinesche in pietra decorate con stelle. I corridoi orientali e le cosiddette “camere blu” erano, invece, la rappresentazione di un modello di palazzo in cui il re avrebbe soggiornato nell’Aldilà.
Con la IV Dinastia, cambiò pure la collocazione spaziale delle camere; si passò da una disposizione orizzontale ad una verticale che trovò la sua massima espressione nella Grande Piramide di Khufu.
A Meidum, inoltre, prese avvio una tendenza riguardante il cimitero reale, che prevedeva l’allineamento in file regolari, a nord-est delle piramidi, delle mastabe dei figli di Snefru e delle loro mogli. Solo una di queste (la mastaba n. 17), però, sorge presso l’angolo nord-orientale della piramide e dunque in posizione particolarmente privilegiata: imponente e costruita apparentemente in gran fretta, conteneva la sepoltura di un principe, probabilmente l’erede al trono defunto in giovane età nei primi anni di regno del sovrano (Immagine n. 12).
Il prestigioso sito di Meidum, essendo stato in gran parte smantellato, ci offre la rara opportunità di ricavare informazioni sulla struttura interna di una grande piramide. Il monumento si caratterizza per il fatto di essere stato rimaneggiato durante tre successivi interventi, designati tradizionalmente come E1, E2, E3 (Immagine n. 13).
Il primo stadio (E1) fu edificato, attenendosi rigorosamente allo schema costruttivo della III Dinastia, realizzando otto fasce concentriche di muratura inclinata, appoggiate l’una contro l’altra fino a formare un tronco centrale. Si pervenne così a una piramide a sette gradoni avente un’altezza di circa 65 metri, le cui facciate furono poi accuratamente rivestite. Successivamente, si decise di aumentarne le dimensioni aggiungendo una sezione supplementare di muratura e rialzando ogni gradone fino a raggiungere un totale di otto livelli (stato E2). Anche in questo caso l’edificio fu completato, come dimostra il perfetto rivestimento della parte torreggiante attualmente esposta (Immagine n. 14).
Infine, fu deciso di modificare radicalmente il monumento (stato E3) sovrapponendovi un ulteriore involucro in muratura, ma questa volta disposto in strati orizzontali, in modo da fargli assumere la forma completamente nuova di una piramide dal profilo triangolare. A causa della struttura esistente, le facce risultanti assunsero una pendenza dell’ordine di 52°, un’inclinazione che più tardi fu ripresa per la piramide di Khufu.
Nel suo stadio finale l’edificio si presentava con una base quadrata di 144,32 metri di lato ed un’altezza di ben 91,90 metri. L’orientamento delle facce est e ovest deviano, rispetto all’asse nord-sud, di meno di mezzo grado; Il quadrato di base, pressoché perfetto, presenta una tolleranza di 15,50 centimetri e il livellamento della prima base su cui poggia il rivestimento è davvero notevole, con un errore massimo di soli 8,30 centimetri da un’estremità all’altra!
Immagine n. 15 In questa che ci mostra l’angolo nord-est, della piramide, sono stati evidenziate le tre fasi costruttive del monumento, indicate convenzionalmente con E1, E2, E3. (@Di derivative work: GDK (talk)Image:Meidoum pyramide 002.JPG: user:Neithsabes – Image:Meidoum pyramide 002.JPG, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5226985
Allo stato attuale, l’aggiunta dell’ultima stadio (E3) è rintracciabile solo nella parte inferiore del monumento, ancora ricoperta da una parte dei suoi splendidi blocchi di rivestimento in calcare fine. Le pareti del “torrione centrale” costituiscono una sorta di veduta tridimensionale ed in sezione dell’edificio nativo dal momento che, ormai, è possibile osservare lo stato originario del monumento attraverso i vari strati della muratura alternativamente smantellati e solo abbozzati.
Questa piramide fu la prima, in assoluto, ad essere dotata di appartamenti funerari allestiti nel corpo dell’edificio, invece che nel sottosuolo. L’ingresso, leggermente spostato verso est rispetto all’asse nord-sud, si apre nella facciata nord ad un’altezza di 18,50 metri da dove prende avvio una discesa che si inoltra all’interno per una distanza di circa 57 metri. Nonostante il materiale utilizzato per la realizzazione dell’opera muraria sia un calcare molto fine, lo stato generale di questo ambiente è altamente degradato, ove si eccettui la prima sezione. La roccia, infatti, ha subito un deterioramento tale che il passaggio, attualmente, presenta il brutto aspetto di un condotto cavernoso (Immagine n. 16).
Quest’ultimo conduce a due anticamere, anch’esse in pessime condizioni, disposte una di seguito all’altra. Si tratta di ambienti di dimensioni molto modeste (2,60 metri di lunghezza per 2,20 metri di larghezza) e con un’altezza appena sufficiente a permettere di tenersi in posizione eretta. Nel 2000, i ricercatori francesi Gilles Dormion e Jean-Yves Verd’hurt hanno scoperto l’esistenza di due volte a sbalzo che scaricano i soffitti di queste due stanze (Immagine n. 17).
All’estremità meridionale del corridoio, un passaggio verticale piuttosto irregolare conduce alla camera sepolcrale. Rispetto a quelle presenti nelle piramidi di Dashur, questa sala ha dimensioni modeste (2,65 metri di larghezza per 5,90 metri di lunghezza); una volta di scarico ne eleva il soffitto a 5,05 metri (Immagine n. 18).
All’ingresso del pozzo verticale, Flinders Petrie scoprì alcuni frammenti di sarcofago in legno che riteneva risalissero all’epoca dell’Antico Regno. Purtroppo, a causa delle occupazioni tardive del sito e dei rapporti di scavo molto sommari, solo delle analisi potrebbero confermare o smentire le ipotesi dell’archeologo britannico.
Nelle immediate vicinanze del monumento principale, a sud, fu elevata una piccola piramide di circa 28 metri di lato di base; non ne resta altro che qualche blocco e alcune vestigia di appartamenti scavati sotto il livello del terreno circostante.
Fonti:
Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119
Prima di occuparci della sequenza cronologica (Immagine n. 4) dei cantieri di Snefru e delle ragioni che lo spinsero a dotarsi di tre tombe, si rendono necessarie alcune considerazioni riguardanti il proprietario della piramide di Meidum (Immagine n. 5). Da alcuni decenni questa località è spesso associata a Huni, ultimo sovrano della terza dinastia, la cui sepoltura non è stata ancora localizzata. Per il momento, come unica motivazione, si argomenta che sia irragionevole concedere al suo successore Snefru la costruzione di un terzo edificio di tali dimensioni, presumendo che sarebbe stato impossibile portare avanti tre cantieri in un lasso di tempo relativamente così breve quale fu il suo regno (24 o 29 anni a seconda delle fonti). Di conseguenza sembrerebbe del tutto naturale pretendere che la costruzione della piramide a gradoni di Meidum sia stata opera del re Huni e che in seguito sia stata modificata due volte dal suo successore al fine di farle assumere la classica forma a pareti lisce.
Tuttavia, finora nessuna menzione al sovrano della III Dinastia è stata ritrovata “in situ”, né alcun documento antico lo associa a questa sepoltura. Viceversa, gli egizi di tutte le epoche, mai hanno smesso di considerare Snefru, come intestatario del monumento: lo testimoniano i numerosi graffiti lasciati durante il Nuovo Regno sulle pareti del piccolo tempio funerario. Alcuni di questi lo evocano come “Il tempio di Snefru” e altricome la “grande piramide di Snefru”. Inoltre, i suoi figli Nefermaat, Rahotep e Ranefer, si fecero inumare in grandi mastabe situate proprio a Meidum.
È vero che fino ad oggi non è stata riportata alla luce alcuna iscrizione contemporanea dell’edificio recante il nome di Snefru, ma ciò non è sufficiente a escludere che sia stato egli stesso ad aver iniziato il cantiere e ad esigere per ben due volte la modifica del progetto. Per di più, nulla esiste che possa attestare l’usanza, durante l’Antico Regno, di un sovrano che si appropriasse della sepoltura del suo predecessore. Pertanto, l’ipotesi che possa essere stato Huni il committente del monumento resta solo un’idea vaga e senza alcuna evidenza che possa comprovarla; viceversa, gli indizi di cui siamo in possesso puntano tutti e decisamente in direzione del suo successore. Basta considerare la struttura interna a gradini, le dimensioni ridotte degli elementi costruttivi e delle camere funerarie, perché il confronto con la piramide di Dashur dimostri l’innegabile anteriorità della piramide primitiva di Meidum. Non c’è quindi dubbio che i primi due stati relativi alla piramide a gradoni iniziale siano stati realizzati all’inizio del regno e solo successivamente il sovrano decise di modificare le sue scelte sia riguardo alla forma che al luogo della sua sepoltura. Una volta completata la piramide di Meidum, infatti, ordinò la costruzione di una piramide di maggiori dimensioni e dal profilo triangolare presso la località di Dashur-Sud (Immagine n. 6).
Un tale fervore innovativo dovette, con ogni probabilità, costringere gli architetti ad avviare un nuovo cantiere e a cercare, a tal fine, un giacimento ricco di materie prime. A tal proposito i geologi Dietrich et Rosemarie Klemm* hanno recentemente posto in evidenza che il rivestimento esterno della piramide di Meidum dovette essere completato utilizzando un calcare locale ed un altro estratto dalla più lontana cava di Maasara, situata nei pressi di Dashur, sulla riva opposta del Nilo. (Questa cava fu, in seguito l’unica fonte di approvvigionamento, relativamente alle pietre da rivestimento, per i cantieri di Dashur). É probabile che proprio durante questa fase si presentassero problemi di portata tale da spingere i costruttori a modificare l’edificio una seconda volta, conferendogli, sembrerebbe, le proporzioni e le dimensioni della futura Piramide Rossa (Immagine n. 7).
Sono emerse alcune iscrizioni, datate al 15° anno di regno sui tre siti piramidali, rispettivamente su un blocco di fondazione della Piramide Rossa, su un altro facente parte del tempio di accoglienza della Piramide Romboidale ed infine su alcuni blocchi della piramide di Meidum. Di conseguenza deve essere stato in quel momento che il cantiere fu nuovamente trasferito ed è fuor di dubbio che, nei dintorni di quella data, i problemi strutturali occorsi alla piramide di Dashur-Sud finirono per convincere gli architetti a cercare, una volta ancora, alternative al progetto in corso. Se ne dispose, perciò, un altro che finì per fare assumere alla piramide la caratteristica forma definitiva “piegata o a doppia pendenza”. Si procedette, a questo punto, con l’apertura cantiere della Piramide Rossa e, allo stesso tempo, si riaprì quello di Meidum con lo scopo di trasformare la struttura a gradoni in una piramide rispondente alle nuove concezioni (Immagine n.8).
Probabilmente, si voleva prevenire l’eventualità dell’improvvisa scomparsa del sovrano che, consapevole della propria vecchiaia, temeva che la sua tomba non sarebbe stata completata in tempo.
Alla morte di Snefru, comunque, la Piramide Rossa era stata certamente completata (così come pure la piramide sussidiaria di Dashur-sud e forse anche quella di Meidum), ma sicuramente non i suoi edifici annessi, come dimostra l’impiego di mattoni crudi per portare a termine il suo tempio funerario. Analogamente, anche quello di Meidum si presenta con facce parzialmente sgretolate e totalmente prive di decorazioni.
Alcuni ricercatori rifiutano di prendere in considerazione l’ipotesi che gli architetti egizi avessero avuto dubbi sulla bontà dei loro progetti e, conseguentemente, cambiarli più volte. La tesi sostenuta è che nulla sarebbe dovuto al caso e l’insieme sarebbe stato accuratamente pianificato e pensato al fine di ottenere un risultato complessivo del tutto coerente. La dualità che si osserva a Dashur (due piramidi sul sito e doppia pendenza per quella romboidale) sarebbe, pertanto, di natura strettamente simbolica. Ma quella che a prima vista sembrerebbe una riflessione interessante è contraddetta innanzitutto dall’analisi architettonica delle due piramidi. Durante la costruzione della romboidale, infatti, si presentarono diversi problemi di natura statica che imposero numerose modifiche. Come metro di paragone, basta considerare le caratteristiche della Piramide Rossa che mostrano una netta e decisiva evoluzione delle tecniche di costruzione. Inoltre, la sequenza cronologica dei due monumenti è fuori discussione, dal che ne consegue che se l’idea iniziale fosse stata quella di erigere a Dashur un complesso architettonico bipartito, sarebbe stato del tutto logico procedere ad una edificazione simultanea e non successiva. Infine, non esiste alcun documento che possa in qualche modo avvalorare questo punto di vista.
Tutto ciò, comunque, non implica che una volta completato l’insieme, questo non apparisse perfettamente coerente e armonico agli occhi degli egizi dell’epoca. L’attenzione dedicata ad un secondo sito non comportò, infatti, l’abbandono del primo che era stato consacrato per i rituali di fondazione e continuò ad essere sempre considerato come parte integrante di un dominio funerario che si era progressivamente ingrandito.
Al momento non siamo ancora in possesso di dati che possano permettere di determinare con certezza il tempo che occorse per portare a termine il grandioso progetto di Snefru. Il Canone Reale di Torino gli attribuisce 24 anni di regno, ma è noto che questo documento non è esente da errori. Segni datati, venuti alla luce presso i siti di Dashur e Meidum, indicano che, quanto meno, questa cifra deve essere elevata a 29 anni.
Si può tentare di fare un paragone con la Grande Piramide di Khufu, sulla quale siamo meglio informati circa i tempi di edificazione. Con il suo volume di circa 2.600.000 mc., è presumibile che l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora esistente, sia stata realizzata in meno di 27 anni (la durata massima attribuita al regno di questo sovrano). Adottando un criterio di proporzionalità e assumendo che i lavori si siano protratti in maniera continua per tutta la durata del regno, se ne deduce che per portare a compimento la Piramide Rossa furono necessari 18 anni; 15 anni per la Piramide Romboidale e 6 anni e mezzo per quella di Meidum, per un totale di circa 40 anni (una cifra evidentemente in disaccordo con i pochi riferimenti attualmente a nostra disposizione).
In ogni caso, che il regno di Snefru abbia avuto una durata di una trentina o una quarantina di anni, è certo che per realizzare i suoi tre complessi funerari fece estrarre, tagliare e mettere in opera qualcosa come circa 3.900.000 mc. di pietra calcarea, ossia ben 1.300.000 mc. in più di quanti ne furono necessari al suo successore.
* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm, sono stati protagonisti di un importantissimo lavoro relativo allo studio dei materiali di costruzione utilizzati per l’edificazione delle tre piramidi di Giza. I risultati delle loro ricerche, pubblicati nel 1993 nel volume “Steine und Steinbrüche im Alten Ägypten”, aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Chi fosse interessato all’argomento può trovarne un’ampia descrizione a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/07/01/lo-studio-di-dietrich-e-rosemarie-klemm/
Fonti:
Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119
Inseriamo tra le grandi della storia egizia anche Nebet, una nobildonna vissuta durante la VI dinastia della quale non si sa quasi nulla, se non che era molto vicina al trono, che era definita Figlia di Geb, di Merhu, di Thoth, di Horus, amica unica del Re del Basso Egitto, Ornamento del re, Venerabile del re, Principessa ereditaria, e soprattutto che fu la prima ed unica egizia a rivestire l’incarico di Visir del sud.
Nel 187 a. C. anche Cleopatra Tea Epifane (Cleopatra I, detta Sira) ricevette il visirato dal marito Tolomeo V, ma ella era macedone, in quanto discendente di Seleuco I Nicatore, diadoco di Alessandro Magno, che si battè contro gli altri generali per succedergli e conquistò un impero che si estendeva dall’Anatolia centrale all’Indo.
Testa raffigurante forse Cleopatra I (o Cleopatra II or Berenice III) come Iside, II secolo a. C., da El Ashmunein (antica Hermopolis), Egypt, ora al Louvre (7462962150)
Nebet era la moglie del nobile di Abydos chiamato Huy o Khuy, il cui padre aveva già rivestito un ruolo di rilievo sotto Teti, ed entrambi compaiono insieme sulla stele ivi rinvenuta detta “di Huy e Nebet”, che risale ai primi anni di regno di Pepi II ed il cui disegno trovate nelle immagini (oggi al museo del Cairo cat. CG 1578).
La stele di Nebet e Khuy, disegno tratto da FISCHER H. G., Egyptian women of the Old Kingdom and of the Heracleopolitan Period, Second Edition, The Metropolitan Museum of Art, New York, 2000.
Nonostante dal tenore dell’iscrizione sulla stele e dalla sua posizione sul lato sinistro della stessa, di solito riservata al personaggio più eminente, si desuma che i suoi titoli sono più elevati rispetto a quelli di Khuy, è rappresentata in scala minore rispetto a lui; da altre fonti peraltro sappiamo che quest’ultimo fu altresì nominato Padre del dio ed Amato dal dio (avendo le sue due figlie Ankhesenpepi I e Ankhesenpepi II sposato Pepi I) ed altresì Sovrintendente della Città Piramidale, un titolo normalmente detenuto dal Visir.
Il visir Mereruka, rilievo dalla sua mastaba a Sakkara. VI dinastia – regno di Teti. Egli era il genero del re e gli fu fedele, ma le immagini di uno dei suoi figli nella mastaba risultano erase, segno che fu coinvolto nella congiura. Foto del prof. Mortel, via Wikimedia commons
Anche Nebet ricevette dal regale genero il prestigioso titolo di Visir dopo essere divenuta sua suocera (alcuni studiosi sostengono che fosse la madre solo della più giovane delle due ragazze, mentre Ankhesenpepi I sarebbe nata da un’altra moglie di Khuy) ed in seguito anche suo figlio Djau ricevette analogo prestigioso incarico.
Alcuni ritengono che ella ricevette questo onore e gli ulteriori molteplici titoli perché non era di stirpe reale e necessitava di un lignaggio adeguato, essendo destinata a dare continuità alla dinastia tramite le figlie, madri dei futuri sovrani Merenra Nemtyemsaf I e Pepi II.
Altri pensano che fu Ankhesenpepi II ad esercitare pressioni sul re affinchè elevasse il rango di sua madre o addirittura che quest’ultima vi provvide personalmente quando divenne reggente in nome del figlio; potrebbe anche essere che Nebet stessa avesse conquistato tale ruolo facendosi apprezzare dal sovrano per le sue qualità e le sue competenze o grazie ad una relazione intima che aveva con lui.
E’ chiaro tuttavia che in assenza di prove si rimane nel campo delle ipotesi.
Gli studiosi inoltre si sono chiesti se ella esercitasse concretamente i poteri derivanti dai suoi titoli, oppure se essi avessero un significato puramente onorifico, mentre le responsabilità gravavano sul solo Khui, il quale, come già evidenziato, sulla citata stele è rappresentato di dimensioni maggiori rispetto a Nebet e da altre fonti risulta parimenti titolato.
Peraltro non risulta che siano esistiti Visir non operativi: l’amministrazione dello stato era molto complessa e il sovrano doveva necessariamente applicare una politica di decentramento, assegnando la supervisione degli affari locali a suoi fidati rappresentanti stanziati al nord ed al sud, che ricevevano i rapporti dagli ispettori loro sottoposti per poi relazionare direttamente a lui.
Sebbene sembri anomalo che Nebet sia stata scelta come visir, occorre notare che gli studi moderni non hanno mai adeguatamente valorizzato il ruolo della donna nell’antico Egitto: nelle Due Terre, infatti, a differenza di quanto avveniva nella maggior parte delle altre civiltà del mondo antico, era titolare di diritti e poteva disporne autonomamente, al pari di un uomo.
Ella era libera di stipulare atti legali, di gestire la propria dote, di ereditare, di rivestire importanti cariche amministrative; molte regine regnarono sull’Egitto in qualità di reggenti per il figlio, ed altre addirittura in proprio, come ad esempio Sobeknofrura, Hatshepsut e Tausert.
Pepi I, la nuova linea dinastica e l’accresciuto potere femminile
Il successo di Nebet va interpretato nel particolare contesto politico che caratterizzò il regno di Pepi I, che salì al trono in un momento storico molto delicato: Unas, ultimo sovrano della V dinastia, non aveva eredi maschi ed era iniziata la corsa al trono, nella quale rivestivano una posizione privilegiata i suoi Visir ed i governatori locali che avevano acquisito grandi poteri e gestivano i loro nomoi in modo indipendente dal potere centrale.
Dalla documentazione archeologica ed epigrafica emerge un clima di forte instabilità: Teti, primo sovrano della VI dinastia, fu assassinato dalle sue stesse guardie del corpo per iniziativa dei suoi generi – visir (le cui immagini furono erase dalle rispettive tombe) e sostituito da Userkara, fratello o fratellastro dell’erede designato; l’usurpatore morì dopo solo un anno e gli successe legittimamente Pepi I che era ancora molto piccolo, per cui la reggenza venne affidata a sua madre Iput.
Questa situazione imponeva al sovrano di circondarsi di alleati forti, ed egli, una volta cresciuto, scelse la politica matrimoniale: per legare a sé i suoi collaboratori ed emulando quanto aveva fatto suo padre Teti, diede loro in moglie le proprie sorelle; le sue figlie Neith ed Iput II sposarono suo figlio Pepi II ed egli stesso impalmò le figlie dei governatori dei nomoi.
Allo stato sono documentate sette mogli, sei delle quali furono seppellite accanto a lui a Saqqara mentre dell’ultima non è rimasta traccia perché fu coinvolta in una fallita congiura in suo danno e venne cancellata dalla storia.
Tale cospirazione ebbe origine all’interno del suo harem, e verosimilmente era finalizzata a porre sul trono il figlio della settima sposa; questa circostanza indusse il sovrano ad iniziare una nuova linea dinastica attraverso il matrimonio con le citate Ankhesenpepi I e Ankhesenpepi II, due giovani di Abydos estranee alla famiglia reale, e ad una drastica epurazione che si concluse con la punizione e la damnatio memoriae dei congiurati, le cui immagini ed i cui nomi furono erasi dalle pareti delle mastabe che si erano fatti costruire a Sakkara, in molti casi espropriate ed assegnate ad altri.
Statua in alabastro raffigurante Ankhesenpepi II seduta su di un trono arcaico che tiene sulle braccia Pepi II, già sovrano. Dimensioni: 39,2 x 24,9 cm Museo di Brooklyn – N. di acquisizione 39.119 Immagine a questo link: https://www.reddit.com/…/statue_of_queen_ankhnesmeryre…/
Le scoperte archeologiche nella necropoli di Pepi I a Sakkara dimostrano che egli, infrangendo la tradizione, non volle che i suoi dignitari venissero sepolti accanto alla sua piramide (in effetti le loro tombe si trovano nella necropoli di Teti) e privilegiò il nuovo ramo familiare, in particolare la suocera Nebet e le sue due figlie, mostrando grande rispetto anche verso le altre donne della corte, che continuò ad utilizzare per creare alleanze matrimoniali ma che acquisirono una notevole influenza politica, anche attraverso il proprio entourage (nell’harem, insieme alle regine, viveva la loro corte personale, composta da numerose persone di vario rango).
E così Pepi I onorò la madre Iput I facendole costruire un complesso funerario degno di un sovrano; tenne presso di sè le sorelle che avevano sposato i responsabili delle cospirazioni a carico di suo padre e di se stesso, mantenendo il più assoluto riserbo sul coinvolgimento e sull’identità della moglie traditrice; attribuì ad Ankhesenpepi II, madre ed in seguito reggente del figlio Pepi II un potere superiore a quello delle altre spose.
Rilievo raffigurante il profilo di Ankhesenpepy II, dal tempio funerario del suo complesso piramidale sito a Sakkara. Oggi al Museo Imhotep. Foto di Juan R. Lazaro via Wikimedia commons
L’eliminazione dei congiurati impose un rinnovamento dell’amministrazione statale attraverso l’inserimento in organico di personaggi di comprovata lealtà, che furono scelti a prescindere dal ruolo fino ad allora rivestito nella gerarchia sociale: uno di questi nuovi dignitari fu, ad esempio, il già citato Weni il vecchio (o Uni), entrato al servizio della corona con Teti e che raggiunse l’apice della carriera proprio con Pepi I (a proposito di Weni e del suo complesso funerario si veda l’articolo di @Ivo Prezioso sul nostro sito, a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/06/08/sulle-tracce-di-uni/).
Egli era il Responsabile dell’Harem del sovrano ed è verosimile che abbia contribuito a scoprire la congiura in quanto il re lo nominò immediatamente Amico unico, Custode superiore dei domini del faraone e Giudice di Nekhen e, come già detto, lo incaricò di celebrare in gran segreto e con l’assistenza di un solo cancelliere il processo a carico della regina per il tentato regicidio, preferendolo ai più titolati Visir ed ai giudici di alto rango della cui fedeltà evidentemente non si sentiva sicuro.
Nella sua autobiografia scolpita su di una grande stele di calcare oggi al Cairo e proveniente dalla sua mastaba ad Abydos, Weni dichiara, compiaciuto, che “il cuore di Sua Maestà di me si fidava più che di ogni suo funzionario, più di ogni suo dignitario, più di ogni suo servo”
Alcuni ipotizzano che anche Nebet avesse rivestito un incarico nell’harem (in effetti è possibile anche che vi abbia vissuto da ragazza in quanto “Ornamento del re”, epiteto dato alle favorite che venivano poi date in sposa a funzionari di alto grado, oppure come componente della corte delle figlie) e che il visirato conferitole fosse un segno della riconoscenza del re per l’aiuto dato nello sventare la cospirazione; anche questa ipotesi è sfornita di prove, ma è verosimile che la donna fosse del tutto leale al sovrano perché in qualità di nonna dell’erede al trono aveva il massimo interesse a tutelare i diritti successori del nipote.
Nelle didascalie delle foto troverete i relativi crediti.
FONTI:
D’ERASMO D., Figure femminili e gestione del potere durante la VI dinastia: le donne della corte di Pepi I’. Vicino Oriente XXIV, 2020, a questo link:
La decima lezione del CORSO DI EGITTOLOGIA, Anno VIII nell’ambito delle attività dell’UniTre di Torino ha come titolo “IL PROTOCOLLO REALE – Composizione della nomenclatura dei faraoni” e descrive l’origine storica, lo sviluppo e il significato dei nomi con i quali i faraoni salivano sul trono dell’Egitto.
La nascita e la salita al trono
Quando nasceva in qualità di principe, la coppia reale assegnava al bambino un nome che gli rimaneva per sempre legato.
Al momento della sua salita al trono, in accordo con il clero a cui si alleava, il faraone compilava altri quattro nomi che, letti ed interpretati in modo corretto, identificano il programma politico del nuovo sovrano.
Il Protocollo Reale
Messi in fila e tradotti uno dopo l’altro i cinque nomi tracciano un quadro della situazione politica del momento di intronizzazione e delle azioni future che il faraone ha intenzione di attivare.
Ecco allora perché alcuni faraoni cambiano il nome durante il loro regno. Al mutare della situazione politica avviene un aggiornamento del nome.
Ciò ha creato non pochi problemi, soprattutto all’inizio della storia dell’Egittologia, specie per le prime dinastie perché gli studiosi non riuscivano a capire se una pluralità di nomi indicasse più regnanti oppure uno stesso sovrano che aveva modificato la propria onomastica.
La composizione del Protocollo Reale
Dal punto di vista filologico i nomi sono identificati grazie a degli epiteti che li precedono e che li caratterizzano, per cui abbiamo:
1) Il nome Horus. È il nome per il quale il sovrano era assimilato ad Horus in terra.
2) Il nome Le Due Signore. È un nome duale con il quale il sovrano si mette sotto la tutela della dea Nekhbet, dell’Alto Egitto, e della dea Wadjet, del Basso Egitto. In questo modo il sovrano dimostrava di regnare equivalentemente sulle Due Terre riunite in un unico regno.
3) Il nome Horus d’Oro. È il più enigmatico dei cinque. Per alcuni studiosi va interpretato riconoscendo nell’oro la caratteristica di Seth. In questo modo si mette in equilibrio il secondo nome con il terzo che diventerebbe, in questo modo, I Due Signori.
4) Il nome Re dell’Alto e Basso Egitto. La traduzione è un’interpretazione araldica poiché andrebbe tradotto letteralmente Colui che appartiene alla carice e all’ape.
La giuncacea raffigura una specie ormai estinta caratteristica della Valle mentre si è ritenuto che, già in epoche antiche, ci fossero degli importanti allevamenti di api sul Delta.
Va da sé che sia la carice che l’ape sono interpretati come simboli araldici per caratterizzare le Due Terre.
Importantissimo da ricordare è che questo nome rappresentava il faraone all’estero, quello con il quale egli era conosciuto dalle diplomazie poiché era il nome di intronizzazione. Il Quarto Protocollo Reale è racchiuso in un cartiglio.
5) Il nome Figlio di Ra. È il nome con il quale il faraone dimostra la propria discendenza divina. Si tratta, in realtà, del nome assegnatogli alla nascita dalla propria famiglia. Anch’esso è racchiuso in un cartiglio.
Lo studio del Protocollo Reale
Dal punto di vista egittologico e storico è importantissimo lo studio del Protocollo Reale. Infatti esso è praticamente il programma politico che il re stabilisce e rende noto al momento della sua intronizzazione.
Purtroppo lo studio dell’onomastica faraonica non è semplice perché, nel breve spazio concesso agli antroponimi, la scrittura geroglifica si presenta in forma difettiva, cioè spesso non compaiono tutti gli elementi grafici che dovrebbero abitualmente essere presenti nell’iscrizione.
Inoltre si presentano sovente dei fenomeni di metatesi grafica e, maggiormente, fenomeni di metatesi onorifica.
La lezione si conclude con l’analisi completa e dettagliata del protocollo reale di due celeberrimi faraoni: Tutankhamon e Ramesse II.
Terzo sarcofago in oro massiccio di Tutankhamon. Sulla fronte del re, a complemento della corona nemes, ci sono le Due Signore a protezione del sovrano. La presenza delle divinità fa in modo che la nemes sia a tutti gli effetti una corona, contrariamente ad un certo tipo di illustrazioni e di sceneggiature che pongono la nemes in testa ad ogni egizioSala ipostila di Karnak, titolatura del Quarto Protocollo Reale di Ramesse IIQuinto Protocollo Reale di Tutankhamon. Sopra il nome originale appena salito al trono. Sotto la modifica onomastica per concessione al clero amoniano di Karnak. [sa ra Tut-ank-Aton] [sa ra Tut-ank-Imen heka iunu ʃemau]Quinto Protocollo Reale di Ramesse II. [sa ra meri-imen ra-mes-su] L’antroponimo Ramses non esiste, non dice nulla, è assolutamente errato. Epiteti supplementari. Sopra: La Grande Casa (=faraone) [per aa]. E’ una figura retorica che si chiama metonimia. Identifica un soggetto, il re, con l’edificio che occupa. In tardo latino Pharăo -onis, greco Φαραώ, in ebraico Par῾ōh. La metonimia la usiamo ancora oggi quando parliamo del Presidente della Repubblica chiamandolo Quirinale, oppure quello americano chiamandolo Casa Bianca. Sotto: Il signore delle Due Terre [neb taui], fa riferimento all’Alto e Basso Egitto.
Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.
Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.
DIZIONARIO ANTROPONIMICO REALE
472 SOVRANI TRASLITTERATI E TRADOTTI
Ogni re egizio è riportato in geroglifico, traslitterato, con pronuncia italiana e tradotto
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati. A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:
Questo frammento di parete oggi custodito al Museo di Luxor, sebbene corrotto, è perfettamente leggibile una parte del Protocollo Reale di Thutmose III e di Tuthmose I. Proviamo a tradurlo insieme.
Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.
Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.
DIZIONARIO ANTROPONIMICO REALE
472 SOVRANI TRASLITTERATI E TRADOTTI
Ogni re egizio è riportato in geroglifico, traslitterato, con pronuncia italiana e tradotto
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati. A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:
Durante la campagna svoltasi nel 2013 nella città di Khentkaus l’archeobotanica dell’AERA Claire Malleson ha cercato di stabilire se gli antichi abitanti disponessero di un metodo per proteggere le loro scorte di grano dai parassiti (Sitophilus granarius o punteruolo del grano, Oryzaephilus surinamensis o silvano dentellato, Rhyzopertha dominica o cappuccino dei cereali e Tribolium castaneum o tribolio delle farine) i cui resti sono stati ritrovati insieme a cereali depositati come offerta in siti archeologici egizi, come ad esempio la Casa di Ranefer ad Amarna e la piramide a gradoni di Saqqara.
Nel 2009, scavando sotto i silos della casa E venne ritrovato una spessa coltre di cenere; poiché in situ non c’erano segni di combustione, gli studiosi dedussero che essa era stata depositata per evitare l’infestazione dei parassiti, in quanto abrade l’epicuticola cerosa del loro esoscheletro, ne assorbe l’umidità interna e ne causa la disidratazione e la morte; in effetti insieme ad essa furono rinvenute parti di insetti non carbonizzati, morti cercando di raggiungere il grano.
Questo rimedio veniva utilizzato anche nel villaggio degli operai ad Amarna; il trattato medico del Papiro Ebers suggeriva l’uso di sterco di gazzella bruciato contro il punteruolo del grano; il biblico Giuseppe scongiurò sette anni di carestia immagazzinando grandi quantità di grano al quale aveva mescolato polvere e cenere per evitare l’infestazione di insetti (rimedio il cui utilizzo nei silos di Khentkaus non può essere provato, perché eventuali tracce di quell’operazione sarebbero scomparse da tempo, essendo stati i silos esposti agli agenti atmosferici fin dalla loro scoperta.
Nel campione proveniente da un panificio sito nella casa E la studiosa ha scoperto sottoprodotti della lavorazione dei cereali e carbone di legna con aggiunta di paglia carbonizzata e residui di rizomi di cipero articolato, semi di ayowan e foglie di romice dentato, che sotto forma di estratto sono efficaci repellenti per insetti.
Si è pertanto chiesta se gli Egizi selezionassero specifici vegetali per realizzare l’insetticida, giungendo ad escludere la fondatezza di questa ipotesi, in quanto gli altri campioni esaminati contenevano il romice dentato, che era un’erbaccia molto comune, ma semi e rizomi di carice articolato e semi di amaranto, il che porta a ritenere che la cenere avesse una composizione variabile e casuale.
Questo rimedio, inoltre, proteggeva i cereali solo dagli insetti che provenivano dal terreno, ma se i chicchi raccolti non fossero stati mescolati alla cenere prima dello stoccaggio sarebbero stati esposti comunque all’infestazione.
Per offrirvi una migliore comprensione di come dovevano presentarsi i silos dell’epoca, ho inserito due immagini di silos per il grano risalenti al primo periodo intermedio e rinvenuti nei pressi di Kom Ombo.