Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Statue

LA STATUA-CUBO DI HOTEP

Di Grazia Musso

Granito grigio, Altezza cm 73
Necropoli di Sakkara
Museo Egizio del Cairo JE 48858

La statua a cubo, raffigurante un uomo seduto a terra con le gambe riportate al petto e le braccia incrociate sulle ginocchia appare nel corso del Medio Regno.

Gli esemplari di questo periodo non sono molto numerosi, ma tale forma avrà grande sviluppo nelle epoche successive.

Le statue di Hotep sono due, entrambe al Museo Egizio del Cairo, una in calcare e una in granito, e rappresentano gli esempi più antichi.

Le statue rappresentano entrambe Hotep come se fosse seduto all’interno di una portantina dagli alti braccioli e dallo schienale sagomato, da cui fuoriescono soltanto la testa, le braccia e la parte anteriore delle gambe e piedi.

Salvo rare eccezioni, la portantina scompare nelle statue cubo di epoca successiva, il personaggio è generalmente rappresentato ricoperto da un ampio mantello che lascia scoperte solamente le braccia e talvolta i piedi.

In questa statua, Hotep indossa una parrucca svasata liscia, con la scriminatura centrale appena accennata che gli lascia scoperte le orecchie.

Il viso, dalle linee morbide e delicate è molto ben modellato : ha grandi occhi segnati dal caratteristico trucco, il naso regolare e la bocca piccola e carnosa.

Il mento è ornato da una piccola barba striata da linee incise orizzontali.

Le braccia risultano piatte sulla superficie superiore del cubo, mentre le gambe sono ben evidenziate sul suo piano anteriore, molto grosse con caviglie tozze e piedi larghi..

Ai lati e al centro, tra le gambe, sono incise una formula di offerta e il nome accompagnato dai titoli.

Fonte:

Tesoro egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

IL PETTORALE DI AMENEMHAT III

DENTRO IL CAPOLAVORO

Di Franca Loi

La placca quadrangolare è larga 10,5 cm e alta 7,9 cm. La lavorazione del gioiello è a giorno, le parti davanti composte da intagli di cornalina, lapislazzuli, turchese e faience incastonati in un leggero cloisonne’; il retro è decorato con la tecnica del repousse’, un’incisione sulla placca d’oro che rende i dettagli delle figure.

La scena è inquadrata in una cornice architettonica, delimitata da colonne, terminante in alto in una struttura a tabernacolo o a cappella.

La classica scena propagandistica dell’abbattimento del nemico asiatico da parte del re è sovrastata dalla dea avvoltoio Nekhbet ad ali spiegate, qui designata come signora del cielo e governatrice delle Due Terre. La dea tiene tra le zampe i simboli della vita ankh e della stabilità djed, che offre al sovrano.

Il pettorale è completato da una collana formata da lunghe perle a goccia in cornalina e Lapislazzuli, alternate a sferette d’oro.

L’asse di simmetria dell’intera composizione è il nome del re, detto Dio perfetto, signore delle Due Terre e di tutti i paesi stranieri; di fianco alla titolatura compaiono due cartigli di Amenemhat III Nimaatra.

Anche la scena è duplicata in modo speculare rispetto all’asse centrale. Il re è scalzo e trattiene in una mano una ciocca di capelli del nemico inginocchiato davanti a lui, mentre nell’altra brandisce una mazza Bianca. Il re porta la parrucca ibes, legata dietro la nuca, e veste un grembiule con davantino a strisce orizzontali e un corpetto sostenuto da una bretella, anch’ essa a righe. Il nemico genuflesso è barbuto e designato come beduino asiatico, nell’atto di consegnare le armi al re vittorioso. Alle spalle del faraone due segni ankh muniti di braccia sventolano grossi ventagli, in segno di protezione”.

Pettorale d’Amenemhat III Incisione del 1894.
Statua del Louvre con pettorale
Varietà di gioielli tra cui il pettorale di Amenemhat III

Fonte:

  • LA STORIA DELL’ARTE-LE PRIME CIVILTÀ-ELECTA
  • ARALDO DE LUCA
  • Wikipedia
Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, XII Dinastia

I TESORI DELLA XII DINASTIA

Di Franca Loi

“In ogni epoca l’oreficeria egizia diede con l’oro e le pietre dure lavori mirabili: diademi, collane, larghi pettorali, bracciali da portare fra spalla e gomito e braccialetti da polso, anelli da dito, ai quali regnando Amenofi III si aggiunsero per importazione dall’Oriente orecchini e cerchi per le caviglie.”

Specchio di Sit-Hathor-yunit.

Nel tesoro della principessa, figlia di Senusert II si trovava lo specchio della foto, in argento (materiale più prezioso dell’oro, per gli egizi). Il prezioso manico in ossidiana, oro e pietre semipreziose raffigura un papiro. Fra lo stelo e
l’ umbella aperta si incastona la testa Aurea della dea Hathor.
Da El Lahun, tomba di Sit Hathor-yunit. XII dinastia- regno di Amenemhat III
Argento, oro, ossidiana, pietre dure – Il Cairo MUSEO EGIZIO

I più belli, di finezza insuperata, sono del Medio Regno, periodo nel quale l’arte orafa subisce un notevole sviluppo, e il fortunato ritrovamento delle tombe di alcune regine e principesse ha permesso di conoscerne le caratteristiche salienti. L’oro, metallo principe per realizzare i gioielli, è considerato il simbolo del sole, perciò della regalità, e incorruttibile come la carne degli dei. In esso vengono incastonate pietre semipreziose qualcome cornaline, lapislazzuli, turchesi e anche faiance e paste di vetro colorate.

La corona, o diadema, d’oro di Sithathoriunet, rinvenuta nella sua tomba. Museo egizio del Cairo
Pettorale con il nome di Sesostri II, trovato nella tomba Sitathoriunet. Il cartiglio reca il nome regale di Sesostri: Khakheperra. Corniola, feldspato, granato, turchese e lapislazzuli intarsiati in oro. Metropolitan Museum of Art, New York.

Naturalmente tali gioielli, a causa del loro grande valore, erano alla portata di poche persone. “Nemmeno qui, tuttavia, il privilegio fu totale: nessun monile potrebbe rendere più graziose certe figure femminili, che rilievi e pitture ci mostrano, ornate semplicemente di fiori di campo”. Anche le fabbriche di ceramica, sin dall’Antico Regno produssero conterie povere, ma belle nel disegno e ricche di colore, tali da soddisfare chiunque potesse apprezzare il bello senza pretese di valore materiale.

Collana o cintura di dama tebana.

Conchiglie del genere Cypraea sono associate a pesci Synodontis batensoda, amuleti che proteggevano contro l’annegamento. Si vedono anche due piume e in basso il dio Heh che tiene i simboli dell’anno.
Da Tebe – XII dinastia, Oro. Londra-British Museum.
Principessa adorna di fiori, dalla tomba di Dhehutihotep a el-Bersheh
XII dinastia – Il Cairo Museo Egizio
Cintura di conchiglia di cypraea, braccialetti di leone, braccialetti con il nome di Amenemhat III e cavigliere della principessa Sithathoryunet.
Museo Metropolitano d’Arte – Manhattan , New York , Stati Uniti

Fonte:

  • ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA
  • L’ANTICO EGITTO-S.CURTO-UTET
  • WIKIPEDIA
Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Statue

LA STATUARIA FEMMINILE DELLA XII DINASTIA

Di Grazia Musso

Il ruolo della donna in Egitto è assolutamente egualitario : godeva degli stessi diritti degli uomini, a qualsiasi livello e in qualsiasi occasione.

La donna non era in competizione con l’uomo, era complemento dell’uomo come questi era complemento della donna, erano una delle migliori manifestazioni del ruolo armonico della dualità nel pensiero egizio.

Regina Nofret, moglie di Senusert II
Questa statua, dal corpo formale ispirato alle posture maschili, si differenzia dalle altre opere per la capigliatua: una spessa parrucca di capelli ondulati e gonfi che terminano con riccioli.
La parrucca bipartita da un cobra del tipo “hathorico”, si riallaccia all’iconografia di Hathor..
Da Tanis, XII Dinastia – Scavi di Auguste Mariette 1860 – 1861
Granito nero, Altezza 165 cm, Larghezza 51 cm
Museo Egizio del Cairo JE 37487=CG 381

Le regine avevano il compito di completare la maestà e la divinità del re, che doveva contenere in sé i principi maschile e femminile.

Sin dalla Prima Dinastia le mastabe di molte regine hanno la stessa importanza di quelle degli stessi re.

Questo fatto si traduce anche nell’arte:fioriscono i motivi iconografici, le forme femminee e sensuali, ricchezza di forme che nulla ha da invidiare alla statutaria maschile e che, coerentemente con la mentalità dualistica egizia, la completa armonicamente.

Composta dalla testa e dalla parrucca dipinta e ornata d’oro, quest’opera mostra la ricerca da parte dell’artista dell’essenza dell’anima nel ritratto.
L’idealizzazione formale dell’arte menfita lascia il posto a un morbido gioco di luci che accarezzano i lineamenti femminili.
Da Lisht, vicino alla piramide di Amenemhat I
XII Dinastia – Legno e doratura, Altezza 10,5 cm
Museo Egizio del Cairo – JE 39390

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

IL DIADEMA DELLA PRINCIPESSA KHNUMIT

Di Grazia Musso

XII Dinastia – Oro, pietre dure e pasta vitrea
Circonferenza 64 cm
Dahshur, complesso funerario di Amenemhat II, tomba di Khnumit.
Scavi di Jacques De Morgan ( 1894)
Museo Egizio del Cairo CG 52860

Il prezioso diadema, appartenuto alla principessa Khnumit, è costituito da otto elementi decorativi orizzontali e da altrettanti verticali, che si alternano creando un equilibrato gioco di forme.

La tecnica usata per la sua fabbricazione è il cloisonneé, che ha consentito di intarsiare le pietre e le paste vitree colorate nel supporto d’oro che costituisce la struttura del diadema.

Ogni elemento orizzontale si sviluppa intorno a una rosetta il cui nucleo di cornalina è ircondato da quattordici petali di turchese su fondo di lapislazzuli.

Ciascuna di esse è affiancata da due elementi a forma di lira, ornati con piccoli intarsi di cornalina, lapislazzuli e turchese a forma di foglie.

Dalle anse spuntano quattro fiori stilizzati, due di cornalina e due di lapislazzuli, che consentono l’unione con la rosetta centrale.

I singoli elementi verticali del diadema sono formati da una rosetta su cui è fissato l’ornamento a lira sormontato da due fiori in cornalina e due in lapislazzuli e i cui intarsi hanno la forma di segmenti a lisca di pesce.

L’unione delle varie parti che compongono il diadema è ottenuta per mezzo di piccoli nastri d’oro fissati tramite unchiodo alle rosette degli elementi che le affiancano.

L’interno è completamente d’oro ed è cesellato a imitazione dei pregiati intarsi che ne ornano la superficie esterna.

Il diadema era originariamente fornito da due fregi che sono stati ritrovati vicino e che dovevano essere fissati sulla fronte e sul retro per impreziosirlo.

Il primo è costituito da un piccolo tubo d’oro di diametro decrescente, sul modello di un ramo d’albergo al quale sono state unite leggere foglie d’oro e fiori composti da perle di cornalina, lapislazzuli e oro incastonate nell’argento.

Questo ornamento, molto fragile, era inserito in un alveolo posto all’interno del diadema, fu rinvenuto in cattivo stato di conservazione.

Il secondo fregio rappresenta un’avvoltoio, emblema della dea Nekhbet, ad ali spiegate, he stringe negli artigli shen, simbolo di rinascita.

La schiena e le lunghe ali ricurve sono ricavate da un’unica placca d’oro finemente cesellato per imitare le piume, mentre la testa, il corpo e le zampe, eseguiti a parte, sono saldati in un secondo tempo.

Gli occhi dell’avvoltoio sono intarsiati con l’ossidiana e gli anelli shen con piccole perle di cornalina.

Fonte

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Harem Faraonico

I PIU’ EMINENTI FIGLI DEL KAP

Di Luisa Bovitutti

Regni di Thutmosis I, Thutmosis II, Hatshepsut e Thutmosis III

Oggi si conoscono sessantuno Figli del kap della XVIII dinastia, legati soprattutto ai sovrani guerrieri che condussero le campagne con cui l’Egitto estese i suoi confini e consolidò il suo dominio in Asia e Nubia.

Il principe Wadimose, figlio di Thutmosis I, sulle ginocchia del suo precettore – dalla cappella di Paheri a El Kab

Le informazioni su di loro provengono dalle iscrizioni sulle tombe nelle necropoli di Menfi, Tebe e Nubia, su alcuni coni funerari, sulle loro statue di culto e su reperti trovati nei paesi lontani ove prestarono servizio; di molti di essi non si sa nulla se non che in vita portarono quel prestigioso titolo, e quindi che certamente godettero dei vantaggi derivanti dalla vicinanza al futuro sovrano e di un’istruzione di livello eccezionale.

Cosa implicasse ulteriormente l’appartenenza a quel gruppo élitario, infatti, non è segnalato nelle fonti oggi disponibili, in quanto risultano rarissimi riferimenti ai pregressi rapporti tra i “cadetti” ed il Faraone, del quale potevano essere stati compagni di scuola o addirittura precettori dopo aver fatto parte del kap del suo predecessore ed essersi distinti al suo servizio.

Architrave del VII pilone di Karnak, costruito da Thutmosis III, che reca i cartigli con il suo nome (i due superiori: Thutmosis – Thot è nato -) e con quello di intronizzazione (i due inferiori: Men keper ra – “stabile è l’apparizione di Ra” -)

Certamente esso era un circolo molto esclusivo proprio perché si voleva che la nobiltà ambisse ad inserirvi i propri figli che avrebbero poi messo a frutto le competenze acquisite rivestendo ruoli di prestigio nell’amministrazione statale.

Fino alla riforma amarniana, inoltre, molti figli dei capi vassalli furono istruiti nel kap per gratificare e fidelizzare l’élite delle zone più periferiche dell’Egitto, così garantendo stabilità di governo.

Annali di Thutmosis III a Karnak: il sovrano di fronte ai due obelischi innalzati per l’occasione ed il ricco bottino riportato dalle sue campagne militari.

Come si è già detto, dagli annali di Thutmosis III nel tempio di Amon a Karnak si legge, con riferimento al suo trentesimo anno di regno, che i figli ed i fratelli dei capi sconfitti furono deportati in Egitto ed inseriti nelle truppe del Faraone o addestrati per far parte dell’apparato burocratico locale; i più piccoli, invece, vennero educati nel kap e una volta cresciuti, furono inviati a ricoprire funzioni importanti nei propri regni e addirittura, se erano principi ereditari e si mantenevano fedeli al Faraone, venivano posti sul trono alla morte del padre perché promuovessero l’integrazione della propria gente nella cultura egizia e perché contribuissero a farla sentire fiera di appartenere ad un’unica e gloriosa entità politica.

L’infanzia e l’adolescenza condivise nel kap dal re e dai suoi compagni stabilivano anche con le famiglie di origine legami di affetto e di complicità sinceri e fondati sulla stima reciproca e certamente diversi da quelli formali e interessati che avrebbero intessuto da adulti nell’esercizio delle rispettive funzioni.

Annali di Thutmosis III a Karnak: l’elenco delle città conquistate

In base alle prove disponibili i primi figli del kap a fare carriera furono un gruppo di giovani istruiti durante i regni di Thutmosis I e di Thutmosis II, che assunsero da adulti incarichi importanti nell’amministrazione statale e nell’esercito, ed in minore misura nel clero. In precedenza si era distinto il nubiano Seninmose, giovane del kap di Thutmosis I, che lo scelse come precettore di uno dei suoi figli, il principe Wadjmose, così come si apprende da una stele rinvenuta nella cappella di quest’ultimo; egli non era affatto un prigioniero, e poteva liberamente disporre dei suoi beni e trasferirli a chi volesse.

Alla morte di Hatshepsut si assistette infatti ad una drastica opera di rinnovamento della burocrazia posta in essere da Thutmosis III: acquisito il pieno potere sull’Egitto, per rinforzare la sua posizione egli decise di riprendere il controllo della classe dirigente, collocando nei ruoli fondamentali dell’amministrazione (fino ad allora destinati ai sostenitori della regina – faraone) funzionari a sé fedeli, molti dei quali suoi compagni di kap, così garantendosi l’appoggio e la lealtà di consiglieri preparati e delle più potenti famiglie del regno, che avrebbero favorito al momento opportuno la successione di Amenhotep II supportandolo fino a che non avesse avuto l’età per regnare da solo e anche oltre.

Due giovani nubiani si affrontano nella lotta; ostrakon risalente al 1200 a. C. e conservato al Museo del Cairo con il n. 25132. Attorno al disegno, la scritta: “Guarda, ti atterrerò di fronte al Faraone, a lui sia vita lunga, prospera e in salute“. Una leggera quadrettatura e il fatto che esso sia stato ritrovato in una tomba sembra indicare che l’ostrakon (di 23×30 cm) fosse uno schizzo da riportare poi nella decorazione definitiva della tomba.

Si tratta più specificamente di due omonimi, Ahmose I (Scriba degli Scritti Divini e Capo dei Misteri nella Casa del Mattino, così come evidenziato nella sua tomba -TT121-) ed Ahmose II (Primo Lettore Sacerdote di Amon, Padre del Dio), di Montuywy, di Neferperet, di Mentujenu, di Nebenkemet, di Kamose, noto per i suoi coni funerari, che fu Sorvegliante dei sacerdoti wab del re nel dominio di Amon e dei più famosi Benia detto Paheqamen, Amenemheb detto Mahu che fu Luogotenente del comandante dei soldati, Rappresentante dell’esercito e Alfiere; occorre ricordare anche Senenmut, che fu l’uomo di punta di Hatshepsut e Maiherpera (inizialmente ritenuto contemporaneo di Thutmosis III ed oggi collocato sotto il regno di Thutmosis IV).

Essi erano tutti egizi, salvo Maiherpera e Senenmut che provenivano dalla Nubia e Benia che aveva origini asiatiche.

Dei più famosi di questi eminenti personaggi parleremo nei prossimi post.

FONTI: (oltre quelle già citate)

E' un male contro cui lotterò

MALEDETTI PARASSITI!

LA BILHARZIOSI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Durante il periodo faraonico, probabilmente la Terra di Kemet era il luogo dove l’igiene veniva maggiormente apprezzata e curata. Nonostante ciò, sappiamo che le infestazioni da parassiti sono sempre state uno dei problemi medici più rilevanti.

Molti termini che indicano delle patologie nei papiri medici (molti dei quali ancora oscuri) hanno infatti il determinativo a forma di verme che suggerisce un’origine parassitaria. Visto che i papiri medici non sono molto utili in questi casi (troppi termini ancora da chiarire), ci si è rivolti prevalentemente all’esame delle mummie.

La bilharziosi o schistosomiasi era il problema più grave – e lo è tuttora. Fino agli anni ’90 l’OMS valutava che più del 12% della popolazione in Egitto fosse infettata. Causata da organismi, detti platelminti o vermi piatti, del genere Schistosoma, viene diffusa in acque stagnanti dove le larve liberate da lumache che fungono da ospite intermedio possono venire a contatto con la cute e penetrarla, infettandoci.

Una coppia di S. haematobium “beccata” nella fase riproduttiva. La femmina, più sottile, sta uscendo dal canale ginecoforo del maschio dopo la fecondazione. Le ventose vengono usate per attaccarsi alle pareti delle vene dell’ospite. Il maschio è lungo circa 1 cm, la femmina il doppio.

La specie più pericolosa per l’uomo è lo Schistosoma haematobium che una volta penetrato si annida nelle venule del tratto urogenitale nutrendosi di globuli rossi e causando gravi infiammazioni – fino ad essere la seconda causa accertata al mondo del cancro alla vescica. Il sintomo più frequente è l’ematuria, ossia la presenza di sangue nelle urine. Tanto per dare un’idea della gravità, le truppe di Napoleone in Egitto parlavano di “mestruazione maschile”.

Il ciclo riproduttivo completo degli schistosomi. Nel corpo umano l’intero ciclo si compie in circa 6 ore ma non tutte le uova vengono eliminate nell’ambiente, alcune sono trattenute e mediante il circolo sistemico possono essere potenzialmente trasportate in qualsiasi tessuto, qui fermarsi e rimanere imprigionate dando luogo a fenomeni infiammatori o di ipersensibilità ritardata che conducono alla formazione di granulomi, edema, emorragie puntiformi e quindi fibrosi e, soprattutto nel retto, polipi sessili o peduncolati con diarrea muco ematica, tenesmo, prurito, bruciore che possono durare anche una settimana

Non scherza nemmeno lo Schistosoma mansoni, le cui uova sono provviste di un aculeo con cui si “piantano” nell’intestino crasso causando ulcerazioni e capaci di attaccare anche il miocardio. Quando si annida nell’intestino retto è molto doloroso, e potrebbe spiegare i rimedi descritti nel Papiro Ebers per “rinfrescare l’ano”.

Nessuno era esente dal rischio di infezione. Si pensa che Bak, il capo scultore sotto Akhenaton rappresentato in una famosa stele, fosse affetto da epatosplenomegalia dovuta alla bilharziosi. Su diverse mummie, tra cui quella di Nakht, un tessitore della cappella funeraria del Faraone Setnahkht della XXI Dinastia, è stato possibile identificare ed isolare le uova di questi parassiti. Anche il povero Ramses V sembra ne sia stato affetto, con conseguente allargamento patologico del sacco scrotale (anche se in definitiva morì di vaiolo). Uova di schistosoma sono state ritrovate anche all’interno di alcuni vasi canopi.

Lo S. haematobium trovato nella mummia di Nakht. A destra la tipica spina terminale

I casi studiati più approfonditamente sono stati i cosiddetti “due fratelli”: Nekht-Ankh e Khnum-Nakht, due mummie probabilmente della XII Dinastia conservate a Manchester, dove è stato possibile isolare anche il DNA dei parassiti. L’esame del DNA ha anche consentito di appurare che non erano affatto fratelli, anche se sui rispettivi sarcofagi sono entrambi indicati come “figli di Khnum-Aa, Padrona della Casa”. Un caso di adozione?

I “due fratelli” di Manchester: Nekht-Ankh e Khnum-Nakht
La mummia di Khnum-Nakht esaminata inizialmente nel 1908 dalla Dr.ssa Murray (la terza da sinistra)

Anche la “rigidezza del lato sinistro” descritta nei testi egizi dovrebbe essere una splenomegalia dovuta alla bilharziosi (o alla malaria).

La cosiddetta “Mummia A5” del periodo romano (Oasi di Dakleh), anche lui affetto da bilharziosi

I RIMEDI

Purtroppo gli antichi egizi non avevano né un microscopio né la biologia molecolare, per cui i loro riferimenti ai parassiti è estremamente dubbia. Uno dei riferimenti più “papabili” per la bilharziosi è la cosiddetta “Malattia aaa”, per la quale il rimedio è (Ebers 62):

  • Foglie di carice e di pianta “shames” (non identificata), tritate finemente e cotte con il miele; devono essere ingerite dal malato nel cui addome crescono i vermi hereret. È la malattia aaa che li ha creati. Non saranno uccisi da nessun altro rimedio
Piante di carice, il rimedio utilizzato per allontanare i vermi hereret

In realtà che i vermi hereret siano gli schistosomi è solo una delle possibilità. E sul rimedio potremmo avere più di un dubbio…

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Obelischi

IL PIU ANTICO ESEMPLARE DI OBELISCO INTEGRO

Di Franca Loi

Gli egiziani chiamavano Tekhen l’obelisco e lo consideravano il simbolo del dio sole di Heliopolis, Ra. Molti studiosi riallacciano l’obelisco all’evoluzione della pietra sacra primitiva sulla quale si leva il sole dell’alba.

I primi obelischi li troviamo nei Templi Solari della V dinastia, dove sono eretti al centro del santuario, al di sopra di una piramide tronca. Nel Medio regno troviamo gli obelischi classici, tagliati nel granito di Assuan, ma si tratta ormai di oggetti puramente ornamentali.

Dalla fine dalla fine del Medio Regno venivano disposti a coppie all’ingresso dei Templi.

A Heliopolis ( il centro del culto del sole), Senusert I ricostruì l’importante tempio di Atum- Ra. Vi eresse due obelischi di granito rosso per celebrare il proprio Giubileo dell’anno 30 Heb Sed. Uno degli obelischi, ” oggi superstite, è considerato il più antico esemplare oggi pervenutoci integro. A testimonianza dell’avvenimento le iscrizioni (sono le stesse su tutte le facce) “…….. figlio di Ra Senusert, l’amato dalle anime di Heliopolis, che viva in eterno, Horus d’oro Il vivente di nascita, il Dio buono Kheperkare. Nella prima occasione di Giubileo e gli ha fatto (questo obelisc); che sia dotato di vita in eterno.”

Obelisco di Senusert I.
” Il più antico esemplare oggi pervenutoci di obelisco integro, XII dinastia. Heliopolis. Il Cairo”

L’obelisco è un monumento celebrativo formato da un tronco di piramide alto e stretto, che culmina con una punta piramidale chiamata pyramidion. Gli obelischi antichi venivano ricavati da un unico blocco di pietra (un monolito). Gli obelischi sono monumenti in gran parte di origine egizia. Il nome deriva dal greco ‘obelos’, ovvero spiedo e ‘obelisco’ è un diminutivo che vuol dire ‘spiedino’.

Gli obelischi erano parte importante dell’architettura degli antichi egizi, che li disponevano a coppie all’ingresso dei templi. Si è a conoscenza di ventisette antichi obelischi egizi sopravvissuti ed eretti. 

Veduta del Nilo e dell’Obelisco di Sesostri I a Heliopolis, Egitto. Acquerello di Pascal Coste (1787-1879). Biblioteca comunale di Marsiglia

Obelisco di Sesostris I, Eliopoli, Egitto, incisione su legno, pubblicato nel 1879
Fonte :istockphoto.com

L’obelisco incompiuto di Assuan.
In una cava nei pressi di Assuan è presente un grande obelisco incompiuto, lungo 42 metri e disteso su un fianco, la cui estrazione non è stata completata a causa di fenditure comparse nella roccia.
L’obelisco simboleggiava il dio del sole Ra.
Si pensava inoltre che il dio esistesse all’interno della sua struttura.

Ricostruzione del tempio solare di Setibtawy (Niuserra) ad Abu Gurab.
Elemento caratteristico del tempio solare è l’obelisco, posto al centro del cortile centrale, davanti al quale si trovava un altare per le offerte.

Fonte:

  • Maurizio Damiano-Antico Egitto-Electa
  • Biblioteca comunale di Marsiglia
  • istockphoto.com
  • Geostoriawiki
Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Statue

LA DOPPIA STATUA DI AMENEMHAT III

Di Grazia Musso

Granodiorite, Altezza cm 160, Larghezza 100 cm
Provenienza: Tanis
Museo Egizio del Cairo – JE 18221=CG 392.

Al regno di Amenemhat III si fa risalire questa originale opera scultorea che raffigura due personaggi maschili in atto di presentare abbondanti offerte costituite da pesci, volatili e piante acquatiche.

Il doppio offerente, identificato come il re, mostra alcuni elementi che rievocano le divinità primordiali : la pesante parrucca tripartita in grandi trecce e la larga barba, solcata da striature parallele.

Sui volti, anche se tondeggianti, si riconosce la marcata caratterizzazione dei ritratti di Amenemhat III, che emanano un senso di austera aggressività.

I corpi costituiscono uno straordinario esempio di modellato, con una possente muscolatura..

La ricerca di una assoluta simmetria comporta una novità stilistica mai riscontrata nelle sculture maschili incedenti: una delle due figure, in perfetto equilibrio rispetto alla figura che l’affianca, avanza infatti la gamba destra e non la sinistra, come era di consuetudine.

Il pesante tributo sbilancia la composizione in avanti, facendo curvare i due portatori verso verso il massiccio blocco di granito istoriato da raffigurazioni di flora e fauna fluviale, che consentono di identificare le due figure con il dio Hapy.

Il Nilo, apportatore di nutrimento e vita è effigiato sotto le sembianze di Amenemhat III, in una composizione che associa il sovrano regnante ai concetti di fertilità e abbondanza..

Le iscrizioni geroglifiche incise sulla scultura sono state aggiunte da Psusennes I, di cui sono riportati i cartigli, allorché egli fece trasportare questo monumento a Tanis.

Fonte: I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Fotografie: Arnaldo. De Luca, Arche Diem

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

LA CAPPELLA BIANCA DI SESOSTRI I

Di Franca Loi

Sesotri I (Senusert I) fu un grande costruttore: i suoi edifici li troviamo in ben 35 siti, escludendo la piramide che fece costruire a Lisht, a sud di quella di Amenemhat I, suo padre.

Vicino alla Piramide di Sesostri “c’erano altre nove piccole piramidi, esse appartenevano alle donne della famiglia reale, tra cui la sposa del monarca, Neferu III e le sue figlie “.

Scegliendo come nome di incoronazione Neferkara e facendo ricostruire il tempio di Atum-Ra di Heliopolis si riallacciò alla tradizione eliopolita. Costruì e ricostrui’ un po’ dappertutto, non trascurando la zona di Karnak.

Molti edifici sacri del Medio Regno furono in età successiva demoliti da altri monarchi e “riutilizzati come materiale da costruzione come è il caso del ritrovamento, intorno al 1920,nelle fondazioni del terzo pilone a Karnak, di un chiosco di calcare bianco che Sesostri I aveva fatto costruire in commemorazione rievocativa delle cerimonie relative al suo Giubileo.”

La cosiddetta “cappella bianca” come noi ora la vediamo, è stata ricostruita da Henry Chevrier negli anni ’30 dello scorso secolo.

La cappella bianca di Sesostri I, secondo faraone della XII dinastia.
Si trova nel museo all’aperto del tempio di Karnak a Luxor.
Il tempietto è veramente splendido e di grandissimo interesse perchè sulle sue pareti, insieme a magnifici geroglifici che spiegano i riti della festa Sed, è rappresentata una lista dei nomi dell’Egitto, cioè delle province amministrative in cui il paese era diviso fin dall’antichità.
Il tutto è caratterizzato da una squisita eleganza e da un’ armonia che ne fa uno dei tesori dell’arte egizia.

L’ingresso della cappella.

In origine essa era forse una stazione di sosta della barca sacra ed era stata costruita per festeggiare la prima festa Sed del monarca.
Durante il regno di Amenofi III, nella XVIII dinastia, i suoi blocchi furono utilizzati come materiale di riempimento del terzo pilone del tempio di Karnak.
Furono ritrovati soltanto quando si effettuarono i lavori di restauro del suddetto pilone.

LA FACCIATA EST: ingresso

La facciata est è quella che normalmente si vede durante le visite al museo all’aperto di Karnak
Il portale è costituito da due pilastri e da una architrave. I pilastri riportano il medesimo testo scritto su due colonne; sull’architrave si trovano due righe di testo ed un grande Horo alato.

Pilastro:1-2

1 Le due Signore: ankhmesut (vivente di nascite); Horo d’oro: ankhmesut (vivente di nascite) ; Figlio di Ra Sesostri, dotato di ogni vita, di ogni stabilità potere e salute, Vivo in eterno

2 Horo: ankhmesut (vivente di nascite); Re dell’alto e basso Egitto Kheperkara, amato da Amon Ra che ha autorità sulle due terre, Vivo in eterno

Architrave: 1-2

1 (L’Horo di) Behdet, dio grande dalle piume colorate, signore del cielo

2 Vivo Figlio di Ra Sesostri, amato da Amon Ra Vivo in eterno

LA FACCIATA EST: Lato Nord

La foto mostra il lato nord della facciata est. E’ composto da una parte superiore che sovrasta un pilastro d’angolo e da una base che presenta parecchie lacune nelle scritte.

Facciata est nord: parte superiore e base: 1-2

1 Vivo: Horo: ankhmesut; Re dell’Alto e Basso Egitto Khepekara, amato da Amon-Ra re delle due terre

2 Le due Signore: ankhmesut, dio buono, signore dei riti, Figlio di Ra: Sesostri, vivo in eterno

Il pilastro Est-Nord

Su questo pilastro, partendo dall’alto, troviamo una scritta che sovrasta un avvoltoio volteggiante in un cielo stellato con negli artigli il simbolo .

Al di sotto vi è un testo scritto su quattro colonne e sotto ancora il dio Amon in forma di Min e il faraone Sesostri. La divinità ha le spalle rivolte verso l’ingresso per indicare che è già all’interno della cappella. Egli accoglie il faraone che si presenta a lui recitando quattro volte la preghiera : (dwA nTr sp jfdw: pregare il dio quattro volte). Sotto tutto ciò è inciso un testo geroglifico di due righe.

Fonte:

  • C.ALFRED: GLI EGIZIANI-3 MILLENNI DI CIVILTÀ- NEWTON COMPTON EDITORI
  • ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA
  • cartiglio.it/graffiti: cappella bianca Sesostri I
  • EGITTO- DE AGOSTINI