Antico Regno, Vita quotidiana

ANTIPARASSITARI NELLA CITTÀ DI KHENTKAUS

Foto del Ministero del turismo egiziano, a questo link:
https://mediterraneoantico.it/…/egitto-scoperti-20…/

Durante la campagna svoltasi nel 2013 nella città di Khentkaus l’archeobotanica dell’AERA Claire Malleson ha cercato di stabilire se gli antichi abitanti disponessero di un metodo per proteggere le loro scorte di grano dai parassiti (Sitophilus granarius o punteruolo del grano, Oryzaephilus surinamensis o silvano dentellato, Rhyzopertha dominica o cappuccino dei cereali e Tribolium castaneum o tribolio delle farine) i cui resti sono stati ritrovati insieme a cereali depositati come offerta in siti archeologici egizi, come ad esempio la Casa di Ranefer ad Amarna e la piramide a gradoni di Saqqara.

Oryzaephilus surinamensis o silvano dentellato
https://www.copyr.eu/igiene-ambientale/…

Nel 2009, scavando sotto i silos della casa E venne ritrovato una spessa coltre di cenere; poiché in situ non c’erano segni di combustione, gli studiosi dedussero che essa era stata depositata per evitare l’infestazione dei parassiti, in quanto abrade l’epicuticola cerosa del loro esoscheletro, ne assorbe l’umidità interna e ne causa la disidratazione e la morte; in effetti insieme ad essa furono rinvenute parti di insetti non carbonizzati, morti cercando di raggiungere il grano.

Questo rimedio veniva utilizzato anche nel villaggio degli operai ad Amarna; il trattato medico del Papiro Ebers suggeriva l’uso di sterco di gazzella bruciato contro il punteruolo del grano; il biblico Giuseppe scongiurò sette anni di carestia immagazzinando grandi quantità di grano al quale aveva mescolato polvere e cenere per evitare l’infestazione di insetti (rimedio il cui utilizzo nei silos di Khentkaus non può essere provato, perché eventuali tracce di quell’operazione sarebbero scomparse da tempo, essendo stati i silos esposti agli agenti atmosferici fin dalla loro scoperta.

Sitophilus granarius o punteruolo del grano.
https://www.copyr.eu/igiene-ambientale/…

Nel campione proveniente da un panificio sito nella casa E la studiosa ha scoperto sottoprodotti della lavorazione dei cereali e carbone di legna con aggiunta di paglia carbonizzata e residui di rizomi di cipero articolato, semi di ayowan e foglie di romice dentato, che sotto forma di estratto sono efficaci repellenti per insetti.

Rhyzopertha dominica o cappuccino dei cereali.
https://www.copyr.eu/igiene-ambientale/…
 

Si è pertanto chiesta se gli Egizi selezionassero specifici vegetali per realizzare l’insetticida, giungendo ad escludere la fondatezza di questa ipotesi, in quanto gli altri campioni esaminati contenevano il romice dentato, che era un’erbaccia molto comune, ma semi e rizomi di carice articolato e semi di amaranto, il che porta a ritenere che la cenere avesse una composizione variabile e casuale.

Questo rimedio, inoltre, proteggeva i cereali solo dagli insetti che provenivano dal terreno, ma se i chicchi raccolti non fossero stati mescolati alla cenere prima dello stoccaggio sarebbero stati esposti comunque all’infestazione.

Tribolium castaneum o tribolio delle farine. https://pictureinsect.com/it/wiki/Tribolium_castaneum.html

Per offrirvi una migliore comprensione di come dovevano presentarsi i silos dell’epoca, ho inserito due immagini di silos per il grano risalenti al primo periodo intermedio e rinvenuti nei pressi di Kom Ombo.

FONTE:

MALLESON C., An Ancient Egyptian Insect Repellent, a questo link: https://www.academia.edu/12231032/AERAgram_Volume_14_No_2

Arte, Gioielli

I DIADEMI DELL’EGITTO ROMANO

LA CORONA DI GIUSTIFICAZIONE

Questo diadema composto da dodici foglie di lamina d’oro attaccate ad un anello di rame si trova al Museo Nazionale Scozzese di Edimburgo (A.1956.192) e risale al primo periodo romano (9 a. C. circa).

Esso venne rinvenuto indosso alla mummia di Montsuef nella tomba di Sheikh Abd che condivideva con la moglie Tanuat e con altri familiari; la precisa datazione del reperto si deve al rinvenimento nella sepoltura di papiri che hanno rivelato dettagli sulla vita di ciascun membro della famiglia e la data esatta della loro nascita e della loro morte.

Ritratto di un ragazzo – Encausto su legno – Museo Pushkin – Mosca

L’oggetto era di uso esclusivamente funerario e si trova spesso rappresentato nei ritratti del Fayyum; esso simboleggiava il positivo superamento del giudizio di Osiride da parte del defunto e quindi il trionfo sulla morte che preludeva alla vita eterna nell’Aldilà.

Tale interpretazione deriva dal capitolo 19 del libro dei morti, dove si legge:

CAPITOLO XIX Formula della Corona di Giustificazione.

A dirsi dall’Osiride NOME DEL DEFUNTO.

IL RITRATTO DI ISIDORA

Ritratto della mummia di Isidora – Encausto su legno di tiglio – 100 d. C. – Villa Getty – Malibu n. 81.AP.42

Questo dipinto a encausto su legno di tiglio con l’aggiunta di foglie d’oro per realizzare il colore dei gioielli raffigura una persona di notevole ricchezza e posizione sociale il cui nome, “Isidora”, è scritto in greco con vernice nera sulla spalla superiore destra dell’involucro della mummia, che è di colore rosso.

La provenienza della sepoltura originale è sconosciuta, anche se lo stile del pannello sul quale è dipinto il ritratto è analogo a quelli trovati ad Hawara.

Isidora indossa il tradizionale chitone violaceo ed ha l’acconciatura tipica dell’età traianea: i capelli sono strettamente intrecciati e raccolti in una crocchia fissata da uno spillo dorato alla sommità della testa; i riccioli le incorniciano il viso e le ciocche a cavatappi scendono davanti alle orecchie.
Ella indossa un ornamento per capelli d’argento, una grande corona d’oro con un disegno centrale, orecchini in oro e perle, tre collane raffinatissime in oro, smeraldi e perle collegate sul davanti da un’ametista incastonata in un elaborato supporto d’oro.
Il ritratto è custodito al J. Paul Getty Museum presso la Getty Villa di Malibu.

FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI:

Donne di potere

KHENTKAUS I o Khentkawes

Immagine di Khentkaus I, da un pilastro all’ ingresso della sua tomba a Giza.
https://commons.org/wiki/category: Khentkaus I
Autore: Jon Bosworth

Nota come madre di due faraoni egizi, Khentkaus I è una figura misteriosa che visse tra la IV e la V dinastia e che ha affascinato storici e archeologi fin dalla scoperta, nei pressi del complesso piramidale di Micerino, della sua doppia mastaba (identificata dalle sigle LG 100 e G 8400), che fu l’ultima tomba reale costruita nella necropoli.

Molti studiosi ritengono che ella fosse figlia di Micerino; peraltro vi è incertezza in ordine all’identità del coniuge, anche se è probabile che avesse sposato in prime nozze Shepseskaf, dal quale avrebbe avuto Sahure e Neferirkare Kakai, e poi, rimasta vedova, che si fosse unita con Userkaf (estraneo alla linea di successione e fondatore della V dinastia), il quale regnò prima dei due figliastri, ancora troppo giovani per governare.

Altri pensano invece che avesse sposato Sahure; Dodson ed Hilton propongono cautamente come unico consorte Userkaf; Vivienne Callender pensa sia stata la moglie di Shepseskaf o Thampthis (uno sconosciuto sovrano della IV dinastia menzionato solo da Manetone, della cui esistenza non esistono prove archeologiche); H. Altenmüller, infine, suggerisce che Khentkaus sarebbe da identificare nella mitica regina Rededjet menzionata nel Papiro Westcar, che avrebbe governato l’Egitto alla fine della IV dinastia e che avrebbe avuto addirittura dal dio Ra i futuri sovrani Userkaf, Sahure e Neferirkare Kakai.

La sua titolatura peraltro si presta a differenti interpretazioni, che implicano una diversa collocazione nella gerarchia del potere delle Due Terre.

Alcuni credono che sia stata reggente per uno dei suoi figli, ma già nel 1933 l’archeologo Selim Hassan che aveva condotto sul sito scavi su vasta scala e poi Hermann Junker ipotizzarono che ella potesse avere regnato come sovrana in quanto il titolo scolpito sullo stipite in granito rosso dell’ingresso alla sua tomba che recita: “Re dell’alto e del Basso Egitto, Madre del re del Basso Egitto, Figlia del dio, ogni cosa buona che ella ordina viene eseguita per lei”.

In seguito l’egittologo britannico Alan Gardiner propose di tradurlo come “Madre dei due re dell’Alto e del Basso Egitto”, e così Vivienne Callender, che ritiene che ella sia stata madre di Userkaf e Neferirkare escludendo che potesse aver regnato autonomamente in quanto il suo nome non appare in un cartiglio.

Le successive scoperte archeologiche hanno portato a questa traduzione condivisa: “Madre del Re dell’Alto e del Basso Egitto, [in carica come] Re dell’Alto e del Basso Egitto” che attribuisce a Khentkaus I un ruolo regale, confermato da un rilievo che appare su di una colonna di granito del suo complesso piramidale, che la raffigura con abiti femminili ma con lo scettro in pugno, l’ureo sulla fronte e la barba posticcia insegne di regalità.

Anche Ana Tavares, direttrice degli scavi in ​​corso nel sito di Giza ritiene che ella governò come re, alla luce della maestosità del suo complesso funerario, che comprendeva anche un tempio a valle, un porto ed un insediamento probabilmente destinato ai sacerdoti addetti al suo culto funerario protrattosi fino alla fine della VI dinastia.Fine modulo

Ella morì presumibilmente nel corso della V dinastia; la sua tomba ha una forma particolare, simile a quella di Shepseskhaf, nota come “Mastabat Faraun” che sorge a Sakkara meridionale

La mastaba di Khentkaus I

Cenni generali e basamento

La mastaba di Khentkaus I, nota con le sigle LG100 e G8400, è una grande struttura orientata nord-sud, costituita da una base quasi quadrata di roccia locale rivestita di fine calcare di Tura sulla quale venne edificato un secondo piano in pietra; essa sorge al centro del cosiddetto Campo Centrale di Giza, una cava di forma più o meno circolare delimitata a sud dalla strada rialzata di Chefren.

Lepsius la ritenne una sepoltura privata; Hölscher e Reisner pensarono potesse essere la piramide incompiuta di Shepseskaf (da qui il soprannome di “quarta piramide di Giza”) e finalmente, nel 1932, Selim Hassan dimostrò che apparteneva a Khentkaus I, il cui nome, i titoli e l’immagine rinvenne incisi su uno dei blocchi di granito rosso che aveva fatto parte del monumentale ingresso, da lui riportato alla luce ed utilizzato come prova del fatto che ella avesse regnato.

A questo proposito occorre precisare che recentemente Verner, Lehner e Hawass hanno rimesso in discussione l’argomento, sottolineando che l’evanescenza dell’immagine è tale per cui il segno sulla fronte di Khentkaus ed interpretato con un ureo reale potrebbe in realtà essere la parte anteriore del copricapo a forma di avvoltoio tipico delle regine madri oppure essere semplicemente di un “piccolo segno nella trama del granito”.

Fotografia d’epoca, prima che Hassan riportasse in luce gli edifici ad est della tomba; sullo sfondo la piramide di Chefren, ed in primo piano il tempio della valle di Micerino; tra le due costruzioni la mastaba di Khentkaus.
Immagine da: Khentkawes Tomb, Giza. A Layman’s Guide, di Keith Hamilton, 2018, a questo link: https://www.academia.edu/…/Khentkawes_Tomb_Giza_A…

Hassan accertò che l’edificio era costituito da un massiccio basamento, (che fece restaurare sigillando tre brecce di importanti dimensioni sul lato est), da una sovrastruttura oggi praticamente scomparsa e da una sottostruttura destinata ad ospitare il sarcofago, il corredo funerario ed i vasi canopici, ma non ne documentò la conformazione interna, né la fotografò; solo attorno al 1960 Maragioglio e Rinaldi (M&R) descrissero e disegnarono dettagliatamente la mastaba, che a far tempo dal 2005, insieme agli insediamenti limitrofi è ancora oggetto di studio ed esplorazione ad opera di Ancient Egypt Research Associates, Inc..(AERA).

Gli studiosi ritengono che la mastaba sia stata edificata in due fasi: inizialmente sarebbero stati realizzati il basamento e le camere sotterranee, poi, nel corso della V dinastia, sarebbe stata aggiunta la sovrastruttura.

Il primo gradone, che misurava 45,50 x 46,50 m ed era alto 10 m, fu ricavato da un grande affioramento roccioso rimasto in loco dopo l’asportazione attorno ad esso dei blocchi di calcare utilizzati per l’edificazione dei complessi piramidali.

Esso venne separato dall’altopiano sul lato nord attraverso la creazione di un corridoio artificiale che si sviluppa anche lungo la base del lato ovest; alcuni dei blocchi superstiti del primo corso del rivestimento sono stati tagliati in modo da formare parte di questo passaggio.

Successivamente il grande monolite fu livellato e trasformato in un parallelepipedo regolare riempiendo di ghiaia, detriti e blocchi di calcare le fratture e le cavità naturali, fu asportato e ricostruito in muratura l’angolo sud-est ed infine venne rivestito di calcare bianco di Tura.

La parte inferiore del lato sud conserva ancora una decorazione a “facciata di palazzo”, probabilmente protetta dai detriti che vi si erano accumulati contro; Lehner ed Hawass hanno ipotizzato che essa fosse prevista in origine per tutto il perimetro della mastaba, e che i costruttori avessero preferito applicare un rivestimento liscio perché il calcare del nucleo era di cattiva qualità e non si prestava ad essere scolpito.

Vista posteriore della mastaba. Lungo la base del lato sud è visibile la decorazione a facciata di palazzo, mentre sul lato a nord si nota ancora parte del rivestimento.
Immagine da https://isida-project.org/egypt_april_2019/khentkaus_en.htm

Keith Hamilton, ricercatore britannico e membro del team del progetto ISIDA ha invece osservato che a far tempo dalla IV dinastia quella particolare decorazione, tipica delle tombe reali precedenti, fu riservata ai sarcofagi ed a piccole aree delle cappelle, per cui è possibile che l’unico muro a facciata di palazzo della mastaba di Khentkaus appartenesse ad una costruzione preesistente.

A sostegno di questa ipotesi il geoarcheologo Colin Reader, che ha studiato la piana di Giza ed i suoi monumenti, ha portato l’esempio delle mastabe di Kai, scavata nella roccia e di quella adiacente di Nisutpunetjer, edificata in muratura, entrambi appartenenti a dignitari della V dinastia.

La tomba di Kai, infatti, presenta il lato principale decorato a facciata di palazzo ed un grado di erosione superiore a quello della costruzione limitrofa, segno incontrovertibile del fatto che era molto più antica: è chiaro che Kai riutilizzò per sé una struttura preesistente, con caratteristiche architettoniche tipiche delle precedenti dinastie.

L’ingresso e le stanze interne della base

Ove non diversamente specificato, le immagini di questa sezione sono tratte dal testo al seguente link: https://www.academia.edu/37239131/Khentkawes_Tomb_Giza_A_Laymans_Guide

L’ingresso della tomba di Khentkaus si trovava sull’angolo sud – est, dove Hassan trovò gli stipiti in granito rosso di Assuan che avevano fatto parte del massiccio portale sui quali erano incisi il nome e i titoli della regina e la sua immagine, della quale si è già parlato nel post precedente.

A questo proposito è opportuno precisare che recentemente Verner, Lehner e Hawass hanno rianalizzato la raffigurazione della sovrana, ritenuta prova inconfutabile del fatto che ella avesse regnato, sottolineando che essa è così evanescente per cui il segno sulla fronte di Khentkaus e finora interpretato come un ureo potrebbe in realtà essere la parte anteriore del copricapo a forma di avvoltoio tipico delle regine madri, oppure essere semplicemente un “piccolo segno nella trama del granito”.

L’ingresso della mastaba visto da vicino. sul blocco di granito centrale erano iscritti i titoli ed i nomi della regina ed è appena visibile, a destra della scanalatura, l’immagine di Khentkaus.
Immagine a questo link: https://isida-project.org/egypt_april_2019/khentkaus_en.htm

Gli stipiti in questione dovevano essere alti oltre 3 m., larghi 88 cm. e profondi circa 150 cm., mentre la porta era ampia poco meno di un metro (i pochi resti dell’edificio sopravvissuti al trascorrere del tempo non hanno consentito di ricostruire con precisione le misure dei vari ambienti e degli elementi architettonici).

Pianta dell’ingresso: in rosa gli stipiti, davanti ai quali si apre l’anticamera collegata alla sala frontale con le tre nicchie e con la cappella esterna sulla destra.

Superata la soglia, un corridoio lastricato in calcare lungo poco più di 3 m. e largo circa 140 cm. conduceva ad un’anticamera oggi in completa rovina, sulla cui parete frontale si trovavano tre nicchie dal pavimento sopraelevato che probabilmente ospitavano delle statue e che forse erano chiuse da un muro che sosteneva le travi in calcare del tetto, destinate a mascherarne le irregolarità.

Sulla parete di destra dell’anticamera alcuni gradini conducevano alla cappella esterna, in parte scavata nella roccia e decorata (tra i detriti sono stati rinvenuti frammenti incisi); in questo ambiente si apre il passaggio inclinato che porta alla cappella sotterranea interamente scavata nella roccia, con pareti grezze e irregolari, una superficie di 11,80 x 4,50 m. ed un’altezza intorno ai 5,5 m..

Le stanze del basamento erano rivestite in pietra calcarea (è ancora in loco il corso inferiore sulla parete est) e lastricate con blocchi spessi 45 cm., mentre il soffitto era realizzato con travi che poggiavano sulle pareti est e ovest, costruite in muratura.

Pianta della cappella esterna: sulla sinistra il collegamento con l’anticamera; sulla parete di fronte nell’immagine le due false porte (in rosa quella conservata).

Hassan riferisce che la parete ovest della camera esterna conteneva due grandi false porte in granito rosso, larghe poco più di due metri e molto deteriorate, tanto che fu possibile ripristinare in parte solo quella meridionale; è probabile che nella parte inferiore fossero decorate a facciata di palazzo e che in quella superiore avessero il pannello centrale con la tipica raffigurazione del defunto seduto davanti alla tavola delle offerte.

Quel che rimane della falsa porta nella cappella esterna; sulla sinistra di essa si apre il condotto inclinato che porta alla sottostruttura.

Sul pavimento della camera si trova un’area profonda circa 90 cm e larga circa 170 cm. che serviva probabilmente per alloggiare i blocchi di grandi dimensioni che dovevano essere collocati nella camera funeraria e che vi venivano introdotti attraverso il passaggio inclinato prima che fosse rivestito con il granito.

Le camere sotterranee e la sovrastruttura

La mastaba: si notano i cinque corsi residui della sovrastruttura in blocchi di calcare (parte più scura), edificata sul basamento di roccia dell’altipiano che mantiene ancora in parte il rivestimento originale in calcare di Tura.
Immagine a questo link: https://isida-project.org/egypt_april_2019/khentkaus_en.htm

Il passaggio inclinato che mette in comunicazione la parte superiore della mastaba con la sottostruttura si apre, come già detto, a lato della falsa porta di sinistra; misura quasi 7 m. di lunghezza e 0,90 m di larghezza ed era rivestito da blocchi di granito rosso, salvo che sulla base; esso termina nel cosiddetto vestibolo, a circa 4,40 cm. sotto il pavimento della cappella e nella sua parte finale si livella per un breve tratto ed assume l’altezza di 1,85 m..  

Il condotto inclinato, ancora parzialmente foderato di giganteschi blocchi di granito di Assuan.
Immagine a questo link: https://isida-project.org/egypt_april_2019/khentkaus_en.htm

Alla fine della discesa si trova una fossa quadrata che misura 2 x 1,5 m., incassata 45 cm sotto il livello del pavimento e che probabilmente, come quella superiore, serviva per facilitare lo spostamento di materiali od oggetti di grandi dimensioni nella camera inferiore; questa funzione è confermata dalla presenza sulla parete rocciosa di intagli rettangolari, che a parere di Lehner ed Hawass potrebbero aver permesso l’utilizzo di leve di legno per governare i blocchi di granito.

La sottostruttura è costituita dal vestibolo, da sei piccoli magazzini e dalla camera sepolcrale.

La mastaba vista dall’alto: immagine di una nuvola di punti ortofotografica (rilievo 3D) della tomba (Yukinori Kawae/ Ancient Egypt Research Associates
 

Il vestibolo è un ambiente lungo e stretto scavato nella roccia (misura circa 2,70 x 7,85 m e ha un’altezza di 3,70 m.) e dai muri ben levigati; nella sua parete est si aprono quattro magazzini, in quella sud ne sono stati ricavati altri due; essi sono incassati nel suolo di circa mezzo metro, forse per impedire che il liquame derivante dalla putrefazione delle  offerte funerarie deperibili potesse disperdersi sul pavimento del vestibolo e danneggiare le suppellettili che vi sarebbero state collocate. 

Sulla parete ovest del vestibolo si trova un’ampia apertura che dà accesso alla camera sepolcrale, ai lati della quale c’erano due false porte identiche alte 3,30 m e larghe 0,95 m.; l’architrave, la stele superiore ed il rivestimento in pietra pregiata sono ormai perduti.

Essa aveva un’area di circa 20 m. quadrati ed una forma vagamente rettangolare; forse il soffitto presentava una curvatura che lo rendeva simile ad un naos. Quasi tutta la superficie di questa stanza è occupata da una fossa rettangolare di circa 3,6 x 3,0 m., scavata nella roccia e riempita di enormi blocchi di granito rosso e da molti grandi frammenti di calcare bianco di Tura ora rimossi, forse in origine destinati a rivestire le pareti.

Probabilmente essa ospitava il sarcofago che doveva essere in alabastro levigato, in quanto nella camera, tra i detriti e la sabbia, ne furono rinvenuti molti frammenti; Lehner ed Hawass hanno ipotizzato che avesse la forma di quello di Chefren (si veda in merito il bel post di Nico Pollone a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/02/06/il-sarcofago-della-piramide-di-chefren/) e che misurasse 1,04 m. in larghezza, 2,1 m. in lunghezza ed 1,22 m. in altezza.

Pianta della sottostruttura; si nota il vestibolo al centro sul quale si affacciano i magazzini e la camera sepolcrale , caratterizzata dalla fossa rettangolare che la occupa quasi per intero.
 

Nella parte inferiore della parete sud della camera funeraria si trova una nicchia quadrata che misura 0,52 x 0,60 x 0,80 m., in origine chiuda da una lastra di pietra e destinata verosimilmente ai vasi canopi della regina; nella parete nord, di fronte ad essa, si trova un’altra nicchia orizzontale lunga e stretta (0,62 x 0,20 x 0,19 m) che potrebbe aver sorretto una mensola di pietra oppure essere stata utilizzata come vano per custodire materiale per libagioni.

Come si è già detto, nel corso della V dinastia sopra la mastaba originaria venne edificata una sovrastruttura in blocchi di pietra, anch’essa rivestita in pregiato calcare di Tura che secondo Lehner ed Hawass misurava 22,44 x 28,85 m.; la parte sopravvissuta è troppo modesta per stabilirne con esattezza l’aspetto, ma è verosimile ipotizzare che assomigliasse a quella di Shepseskaf, che presentava un secondo gradone un poco più piccolo del primo.

Essa non era posizionata al centro del basamento, ma spostata a ovest in modo che il peso non gravasse sulle cappelle ma sulla camera sepolcrale che si trovava più in profondità, conferendo quindi una maggiore stabilità all’edificio.

La parte meglio conservata è alta m. 8,31 ed è composta da dieci strati di blocchi di calcare locale; i primi cinque più spessi (il primo, che è il più grande, è alto  circa 1,5 m.), gli altri cinque molto più sottili; è possibile che la struttura avesse una volta a tutto sesto, realizzata sovrapponendo i corsi più sottili ed arretrandoli di circa un metro l’uno dall’altro. I blocchi di muratura posizionati all’esterno sono accuratamente rifiniti, mentre quelli interni hanno dimensioni irregolari, non corrispondono ai corsi esterni e presentano giunture molto larghe non sempre sigillate con ghiaia e malta.

Le pertinenze ed il tempio a valle


Pianta del sito: in basso a sinistra sono indicati gli egittologi che vi lavorarono e gli anni delle campagne dagli stessi effettuate. Per una migliore comprensione, MVT = tempio a valle di Micerino; KKM = Mastaba di Khentkaus; KKT = Città di Khentkaus; Ante-town = zona ad est del tempio di Micerino; KKT-E = edificio E della città di Khentkaus, SBC = Complesso dei silos.
Negli edifici a destra della zona colorata in grigio poteva avere sede la casa della mummificazione, e la vasca potrebbe essere stata utilizzata per i riti di purificazione della regina.
Nell’area definita Ante-town forse sorgeva il tempio a valle di Khentkaus.

Visto che la mastaba sorgeva in una cava e che nei quadranti a ovest e a sud del basamento era stata effettuata un’attività di estrazione più profonda, il terreno venne livellato con grandi blocchi di calcare, che diventarono le fondamenta di un muro di cinta in mattoni di fango.

Esso aveva uno spessore medio di 2,75 m. e si ergeva molto vicino alla costruzione, nell’angolo nord-est quasi aderente alla parete rocciosa; all’epoca dello scavo di Hassan era alto ancora una quarantina di centimetri ed ora ne rimane solo una traccia.

Nell’angolo a destra del lato sud si trovava una vasca scavata nella roccia, delle dimensioni di 6,25 x 5,40 x 3,0 m., alimentata da tre canali di scolo e nella quale si entrava grazie ad una scala di undici gradini; attorno al bordo superiore erano stati edificati bassi muri e forse essa aveva anche un soffitto a volta.

La vasca posta nei pressi dell’angolo nord est della mastaba. Sul fondo si notano dei pozzi utilizzati come sepolture intrusive molti anni dopo la morte della regina.

Nel selciato roccioso dietro la mastaba era stata scavata una fossa per una barca sacra lunga 30,25 m e con altezza totale massima di circa 7,7 m., destinata ad essere chiusa con lastre di pietra e circondata da un muro per contenere la sabbia circostante.

Pianta della mastaba: si notino nell’angolo inferiore a sinistra il pozzo per la barca sacra; attorno all’edificio ed adiacente ad esso, il muro di cinta che circonda i lati sud, ovest e nord; sull’angolo nord est la vasca e sulla destra le prime abitazioni del complesso sacerdotale

Ad est del tempio della valle di Micerino ed adiacente ad esso sorge una struttura ritenuta il tempio a valle di Khentkaus I, realizzato in mattoni di fango rivestiti con calcare bianco e alabastro; nei pressi sorge un’altra costruzione che Hassan ritenne essere la casa della mummificazione, mentre il limitrofo bacino sarebbe stato il “luogo di purificazione”; non ho trovato, tuttavia, ulteriori informazioni in merito.

La mastaba e sulla destra gli edifici superstiti.
Fotografia di Bruce Alladice, da Flickr

Ove non diversamente specificato nelle didascalie, le immagini sono tratte dai report di scavo pubblicati online annualmente da AERA, che opera sul sito.

La città di Khentkaus ed il Complesso a valle.

Lavori di ricostruzione dei perimetri delle costruzioni della città

Ad est della mastaba sorgeva la cosiddetta Città di Khentkaus (KKT), uno dei più antichi insediamenti pianificati dell’Egitto, costruito alla fine della IV dinastia in mattoni di fango.

Evidenze archeologiche provano che esso fu utilizzato inizialmente per le maestranze che costruivano il tempio della Valle di Micerino e che rimase attivo fino alla VI dinastia per ospitare la comunità sacerdotale addetta al culto funerario dei sovrani dopo che la necropoli reale venne trasferita altrove (Sakkara ed Abusir).

Il sito fu portato alla luce da Selim Hassan nel 1932, che scavò sistematicamente l’area coperta di sabbia e di detriti trascurata anni prima da Reisner e Lepsius.

Il bacino ed il complesso della valle, con zone dedicate a civile abitazione, e magazzini per il grano e a panificio.

Esso si estende verso est in leggera discesa fino ad una depressione rocciosa che costrinse i costruttori a continuare la costruzione perpendicolarmente alla parte già completata; era delimitato a nord e a sud da lunghe mura perimetrali, aveva due grandi cisterne ed era costituito da dieci appartamenti adiacenti simili a villette a schiera, tutti della medesima metratura, costruiti con mattoni di fango e decorati con intonaco giallo.

Questa unità abitative sorgevano lungo la strada rialzata che collegava la mastaba alla zona a valle e nella parte posteriore avevano dei silos per il grano, che denotavano la ricchezza e l’elevato status sociale di che vi abitava.

I primi scavi della città all’epoca di Hassan (1932). Sulla facciata della mastaba si notano ancora le tre grandi brecce successivamente restaurate.

Alla luce delle caratteristiche del complesso, Ana Tavares, co-direttrice sul campo dell’Ancient Egypt Research Associates (AERA) che si occupa degli scavi, ha osservato che la definizione di “città” è impropria, perché un insediamento urbano implica abitazioni differenziate in relazione alle possibilità economiche ed alle mansioni del titolare; esso invece era la sede di un’istituzione della quale facevano parte diversi sacerdoti dello stesso rango che insieme alle rispettive famiglie risiedevano lì per adempiere al medesimo scopo.

Gli scavi compiuti negli ultimi vent’anni hanno portato alla luce anche un’estensione del sito a est, edificata in una depressione della cava, ad un livello inferiore rispetto alle case e definito Complesso della valle di Khentkaus (KKT-E).

Il perimetro della casa E riportato alla luce nei primi anni 2000; già scavato da Selim Hassan, nei decenni successivi era stato nuovamente ricoperto dalla sabbia e dai detriti.

Questo grande insediamento potrebbe essere stato l’abitazione di un sovrintendente o un palazzo e si allargava probabilmente sia verso est che verso sud in una zona oggi inaccessibile agli scavi perché occupata da un cimitero islamico moderno; era costituita da un muro di cinta e da due terrazze che delimitavano i lati nord ed est di un ampio bacino comunicante con il Nilo attraverso una diramazione ora scomparsa, che durante l’inondazione si riempiva d’acqua e permetteva di portare vicino ai cantieri i blocchi di granito e di calcare che venivano trasportati via nave sul fiume; sul lato ovest rampe e scale conducevano ad un ingresso monumentale della città di Khentkaus.

Pianta della casa E e delle abitazioni confinanti.

Sul lato opposto del bacino rispetto alla mastaba, inoltre, è stata scoperta un’importante costruzione denominata Complesso dei silos (SBC), che potrebbe essere stata la sede di un’istituzione chiamata per shenau (magazzino o commissariato), che si occupava della lavorazione di prodotti agricoli, bestiame e altri beni provenienti dalle terre destinate al sostentamento della città piramidale.

Pianta del complesso dei silos visto da nord realizzata sulla base degli scavi di AERA.

Essa era collegata alla città grazie a due rampe lungo il lato nord; fu edificata in varie fasi e consisteva in una serie di stanze circondate da uno spesso muro di cinta, parte delle quali sembra essere stata adibita alla produzione ed allo stoccaggio alimentare, in quanto sono stati identificati silos per il grano, ambienti dedicati alla produzione della birra ed alla panificazione, resti di focolari o forni recanti ancora tracce di cenere, tinozze per impastare, depositi di forme di ceramica per cuocere il pane e giare anche incassate nel pavimento.

Zona di passaggio tra le abitazioni “a schiera” della città ed il complesso della valle; all’altezza delle scale si trovava la terrazza e sotto di essa il bacino

La datazione di questo complesso è ancora incerta; alla luce della sua collocazione gli archeologi avevano ipotizzato inizialmente che esso facesse parte delle strutture edificate per Khentkaus; nel 2012 tuttavia scoprirono che sorgeva nell’angolo nord-ovest di una spessa cinta muraria più antica, ed il rinvenimento in loco di un sigillo d’argilla che includeva il nome della piramide “Grande è Chefren” li portò a prendere in considerazione la possibilità che esso potesse appartenere alla città piramidale di quel sovrano.

Sul sigillo compariva anche il nome di Niuserre che regnò a metà della V dinastia, il che suggerisce che la città piramidale di Chefren fosse ancora attiva in quell’epoca, tenuto conto del fatto che vi furono rinvenuti numerosi altri sigilli contenenti solo il nome di questo re.

Ove non diversamente specificato nelle didascalie, le immagini sono tratte dai report di scavo pubblicati online annualmente da AERA, che opera sul sito.

Ringraziamo Nico Pollone per averci messo a disposizione l’articolo al link seguente e la relativa traduzione in italiano: https://www.academia.edu/…/Khentkawes_Tomb_Giza_A…

FONTI :

Arte, Gioielli

I DIADEMI DEI TOLOMEI

IL DIADEMA DI UN NOBILE

Image Credit: Getty Villa, Public Domain, via Wikimedia Commons

Con l’avvento al potere dei Tolomei l’Egitto continuò a difendere fieramente la propria identità culturale ed i sovrani, al fine di farsi accettare dalla popolazione locale, le permisero di mantenere la propria religione e le proprie tradizioni, si dichiararono diretti successori degli antichi Faraoni, iniziarono a sposarsi tra fratelli, a farsi raffigurare sui monumenti abbigliati in stile egizio, ad edificare templi in onore delle divinità locali ed a partecipare attivamente alle cerimonie religiose.
La classe dominante greco – macedone, tuttavia, si pose sempre in posizione di superiorità nei confronti degli Egizi continuando a considerare il paese un territorio conquistato e rimase una minoranza privilegiata, ricevendo una formazione greca ed essendo assoggettata al diritto della madre patria come cittadini ellenici a pieno diritto.

I veterani macedoni, invece, che in premio del loro servizio avevano ricevuto in Egitto terreni coltivabili, si integrarono positivamente, fondarono colonie in tutto il paese, vi importarono la propria lingua ed il proprio patrimonio intellettuale e crearono attraverso i matrimoni misti una nuova classe istruita greco-egizia.
La fusione tra le due culture diede origine alla civiltà detta «ellenistica», che fiorì tra la morte di Alessandro Magno (323 a. C.) e la conquista romana (30 a. C.) e fu un periodo di grande splendore in campo filosofico, economico, religioso, scientifico ed artistico.

L’Egitto tolemaico era straordinariamente ricco in quanto Alessandria si trovava in posizione strategica per il commercio con il Medio Oriente e con gli altri Paesi che si affacciavano sul Mediterraneo.


In questo periodo, inoltre, l’enorme quantità di oro e di argento sottratta dal re macedone ai persiani rientrò in circolazione, e presso i nobili, i ricchi proprietari terrieri ed i mercanti divennero di gran moda i gioielli, indossati soprattutto dalle donne come ornamento e per ostentare il proprio status sociale e la ricchezza ed utilizzati come amuleti, offerte votive ed investimento economico.
Essi tuttavia non avevano più nulla di egizio; visto che erano destinati all’élite dei conquistatori, i monili dell’epoca si ispiravano al gusto greco ed orientale e per questo erano vistosi, spesso adornati con pietre preziose e semipreziose ed erano lavorati a filigrana, ad intaglio ed a granulazione; esistono solo pochi esemplari che mostrano uno stile ibrido, come alcuni amuleti Udjat in oro con decorazioni in filigrana di tipo ellenistico (si vedano a questo proposito le immagini sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/09/30/ludjat/)

Il motivo decorativo di Iside – Hathor venne mantenuto, ma apparvero il nodo di Eracle simbolo di salute, felicità ed amore e dal valore apotropaico (secondo la leggenda l’eroe, dal quale la nobiltà macedone riteneva di discendere, usò questo nodo per legare sotto il mento le zampe anteriori della pelle invulnerabile del leone Nemeo che egli indossava per proteggersi), i serpenti emblemi di salute e lunga vita (si veda in proposito l’articolo sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/11/08/i-gioielli-a-forma-di-serpente/), le teste di animali, le figure di Afrodite, Eros e Nike, le linci, i delfini e le gazzelle.


L’evoluzione stilistica ha coinvolto anche i diademi: quello descritto, venne probabilmente realizzato ad Alessandria d’Egitto (famosa all’epoca per i suoi laboratori di oreficeria, la cui produzione veniva per lo più esportata all’estero) tra il 220 ed il 100 a. C. (regno di Tolomeo IV o V), appartenne verosimilmente ad un nobile ed è in stile pienamente ellenistico.

Esso è costituito da due segmenti a forma di foglia, ciascuno realizzato da un unico pezzo di lamina d’oro, su ognuno dei quali è applicata una fiaccola accesa; essi sono uniti nella parte centrale anteriore da una doppia cerniera, contrassegnata da un nodo di Eracle.

Il corpo delle fiaccole è decorato con complesse applicazioni in filigrana e granulazione ed è fiancheggiato su entrambi i lati da delicati viticci floreali che spuntano da minuscoli calici di acanto su ciascun lato del retro del diadema.
In origine sul bordo inferiore erano applicati ad intervalli regolari otto gruppi di pendenti (solo cinque dei quali sono sopravvissuti) decorati con corniola, vetro verde screziato e probabilmente conchiglia.

Esso è conservato a Malibu, presso il museo Villa Getty.


FONTI;

LE IMMAGINI PROVENGONO DA QUESTE PUBBLICAZIONI

PFROMMER M. – TOWNE E., cit.
https://www.historyhit.com/the-oldest-crowns-in-the-world/

Arte, Gioielli

I DIADEMI DEL TERZO PERIODO INTERMEDIO

IL DIADEMA DI KAROMAMA II

Nel 1915 l’archeologo scozzese Edgar Campbell Cowan fu incaricato dall’Egyptian Antiquities Services di scavare a Tell el-Muqdam (Leontopolis), nel Basso Egitto, località che rivestì una certa importanza a far tempo dalla XIX dinastia, fu sede delle necropoli degli alti funzionari e dei componenti della famiglia reale della XXII e XXIII dinastia e continuò a prosperare anche in epoca tolemaica e romana; oggi sopravvive solo il tempio del dio leone Mahes, la principale divinità locale, in quanto monumenti e statue furono usurpati dai sovrani successivi e gli edifici esistenti furono smantellati per riutilizzarne i materiali.

Nel corso della campagna, tuttavia, venne riportata alla luce la tomba della regina Karomama II che visse durante il Terzo Periodo Intermedio (primo millennio a. C.); Dodson ed Hilton, redattori di un pregevole dizionario delle famiglie reali egizie la identificano in Karomama Meritmut, nota anche come Karomama D, Karomama II o Merytmut II), Sposa del Re, Figlia del Re, Signora dell’Alto e del Basso Egitto.

I suoi nonni erano Osorkon II e Karomama I, raffigurata nella famosissima statua in bronzo ageminato in oro ed argento, oggi conservata al Louvre; suo padre era il Sommo Sacerdote di Amon Nimlot C, figlio cadetto del predetto faraone, ed ella divenne grande sposa reale di Takelot II; il suo cartiglio compare sia in testi coevi che nel tempio di Karnak, accanto ad un rilievo raffigurante suo figlio Osorkon III.

La statua di Karomama I al Louvre; foto di Di Rama, CC BY-SA 3.0 fr, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80363878

La tomba è costituita da un ipogeo a due camere decorato con immagini sacre; in una di esse si trovava un sarcofago di granito rosso (materiale pregiato indicativo dell’alto lignaggio della defunta) contenente la mummia e pochi reperti sfuggiti alla rapacità degli antichi ladri di tombe, in particolare un diadema, un pendente a forma di scorpione con testa umana, due bracciali ed un pettorale, custoditi al Museo del Cairo.

Il diadema è modesto, realizzato con un sottile filo in oro e reca sulla fronte l’ureo simbolo del rango reale della proprietaria; peraltro l’Egitto era ormai frammentato in molteplici centri di potere (dinastie nel nord, personaggi tebani, reti sacerdotali e famiglie potenti), i nemici stranieri premevano ai confini e la favolosa ricchezza del Paese era ormai un ricordo.

Probabilmente esso, attualmente conservato nei magazzini del Museo del Cairo (n. 45339), doveva essere indossato sopra una parrucca insieme ad altri ornamenti o ad una corona più elaborata.

Il diadema fotografato in occasione di una esposizione straordinaria da @Ali Hussein, pubblicato in data 20 maggio 2018 sulla pagina @Ali Hussein – Egyptologist».

Il pendente a forma di scorpione con testa umana in oro ha il corpo in agata; indossa una corona hathorica, costituita da un disco solare e corna bovine, talvolta utilizzata anche per altre divinità femminili, in particolare Iside).

Il pendente, dalla pagina ufficiale del Museo Egizio “The Egyptian Museum” pubblicata il 10 marzo 2023

Esso probabilmente rappresenta la benevola Serkhet, raffigurata sia come una donna con una corona a forma di scorpione, sia come scorpione, oppure Iside, oppure ancora la stessa regina nelle vesti di Iside, o di Serket oppure di una divinità derivata dalla fusione delle due.

I bracciali sono in oro intarsiati con pietre semipreziose, la maggior parte delle quali è andata perduta; essi recano incisi lo scarabeo (simbolo di creazione e rinascita), l’occhio udjat (simbolo di salute e completezza) e il cobra alato (simbolo di sovranità e protezione reale).

I bracciali; foto The Egyptian Museum https://www.facebook.com/profile/100069344553975/search/…

Il pezzo più straordinario appartenuto alla regina tuttavia è il pettorale, che non aveva solo una valenza estetica: il materiale con il quale era stato realizzato e la squisita fattura indicavano lo status della defunta, e l’iconografia su di esso rappresentata le garantiva protezione.

Esso è costituito da una base in oro al cui centro si apre un fiore di ninfea con lavorazione a cloisonné in lapislazzuli circondato da alcuni boccioli; nella cosmogonia ermopolitana la ninfea rappresentava la rinascita, in quanto il sole sarebbe sorto per la prima volta da una ninfea emersa dalle acque dell’oceano primordiale; nella tradizione menfita, invece, il fiore era associato al dio Nefertum, al profumo, alla freschezza e al rinnovamento.

Sopra la ninfea è applicata una placchetta di lapislazzuli incisa con l’immagine accovacciata di Khnum, il dio dal corpo umano e dalla testa d’ariete che regge un segno ankh ed ha sul capo un grande disco solare in oro ornato da un ureo, protettore della regalità e simbolo di forza e potenza.

Questo dio è legato alla creazione ed alla fertilità, perchè gli Egizi credevano che con il suo tornio plasmasse tutti gli esseri viventi dal fango del Nilo.

A destra ed a sinistra di Khnum si trovano una statuetta in oro di Hathor ed una di Maat; la prima era la dea della bellezza e della musica e la protettrice della monarchia e in particolare delle regine, la seconda impersonava la verità, la giustizia e l’equilibrio universale ed avrebbe sostenuto la defunta nel giudizio davanti ad Osiride.

FONTI:

Arte, Gioielli

 LA FASCIA D’ORO E LA CUFFIA DI TUT

Foto d’epoca colorata digitalmente che offre un’idea di come appariva la testa di Tut al momento del suo sbendaggio.

Dopo la rimozione delle bende dalla mummia si scoprì che Tut portava attorno alla fronte e sulle tempie un’ampia fascia d’oro che finiva dietro le orecchie e che serviva a fissare il nemes, sgretolatosi nel tempo; sotto uno strato di imbottitura, il suo cranio rasato era coperto con una cuffia in lino fine e con il diadema del quale ho parlato nella scorsa puntata.

Foto di Burton dove sono visibili il diadema e la banda d’oro

A suo tempo Patrizia Burlini ci aveva proposto un bel post sulla fascia d’oro e sulla cuffia, che trascrivo di seguito per estratto ed in diverso carattere grafico, pubblicando anche le immagini allegate. Grazie Patrizia!

“Nelle foto qui sotto, scattate da Harry Burton durante le operazioni preliminari di studio della mummia, si vedono chiaramente il diadema, la fascia d’oro e la cuffia.

Foto di Burton che evidenzia la delicata lavorazione di perline realizzata sulla calotta

La cuffia, molto fragile, era stata realizzata in un tessuto di lino tipo batista. Era decorata con quattro urei ricamati arricchiti con splendide perline di maiolica blu e rosse e perline d’oro. Gli urei presentavano dei piccoli cartigli di Aton in lamina d’oro. La calotta era estremamente fragile, pertanto Carter decise di consolidarla, versando della cera di paraffina, lasciandola al suo posto.

Foto di Burton in cui è chiaramente visibile la banda d’oro

La cuffia con la fascia d’oro era sicuramente presente nel 1922 e nel 1929, ma già nel 1968 era scomparsa.

Che fine avranno fatto?

Purtroppo oggi solo le foto ci testimoniano questa ulteriore incredibile raffinatezza di coloro che prepararono il giovane faraone per il suo viaggio nell’Aldilà.

Foto di Burton in cui è chiaramente visibile la calotta.

FONTI:

SUMMERS J. , The diadem and skullkap of the kikg, in Ancient egypt, vol. 17, n. 3, Issue n. 99, dicembre 2016 gennaio 2017

Arte, Gioielli

IL DIADEMA DI TUTANKHAMON

Foto e foto di copertina: Kenneth Garrett Photography a questo link: https://it.pinterest.com/pin/480548222750865625/

Questo reperto, rinvenuto sulla mummia di Tutankhamon rappresenta la massima espressione della raffinatezza raggiunta dall’arte orafa nel corso della XVIII dinastia; esso è custodito al museo del Cairo (JE 60684) e fu registrato da Carter con il numero “Carter 256,4,o” mentre l’ureo recava il numero “Carter 256r” e l’avvoltoio il numero “Carter 256s”.

Come si evince dalla raffigurazione del re che compare sullo schienale del suo famoso trono (si veda il particolare nella foto in basso), esso doveva essere indossato sopra una parrucca; venne ritrovato sul capo della mummia, dove era stato collocato prima che venisse fasciata; l’ureo e l’avvoltoio invece erano sulle cosce del re, avvolti tra le bende, forse per evitare che la maschera d’oro potesse danneggiarli; essi erano rimovibili probabilmente perché potessero essere utilizzati con altre corone.

Il diadema è costituito da una fascia frontale in oro puro lavorata a cloisonné i cui bordi inferiori e superiori sono decorati con sottili fregi composti da una alternanza di rettangolini in pasta di vetro di color lapislazzuli e turchese, che racchiudono piccoli tondi color cornalina bordati d’oro ed impreziositi al centro da un punto in rilievo, anch’esso d’oro.

Sul retro è chiuso da una fibbia a forma di fiocco, composta da un disco solare in calcedonio con ai lati fiori di papiro intarsiati in malachite dalla quale pendono quattro bande in oro decorate in maniera simile alla fascia frontale, le più esterne delle quali terminano con due urei eretti.

Sulla parte anteriore del diadema compaiono le divinità protettrici dell’Alto e del Basso Egitto, la dea cobra Wadjet, in oro con testa di pasta vitrea blu ed occhi di ossidiana ed il cappuccio intarsiato in cornalina e pasta vitrea color blu scuro e la dea l’avvoltoio Nekhbet, in oro intarsiato di pietre semipreziose e pasta di vetro, emblemi della regalità e simboli dell’unificazione del regno e del potere esercitato dal sovrano sulle Due Terre; il corpo e la coda dell’ureo si estendevano al centro del capo del re in modo da sostenere la fascia frontale del diadema.

… foto di Andreas F. Voegelin, Antikenmuseum Basel e Sammlung Ludwig

Per un altro articolo sul medesimo tema si veda sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-diadema-con-ureo-e…/ di Grazia Musso

FONTI:

Kemet Djedu, Sarcofagi, Tutankhamon

COME FA L’AMORE UN DIO

A cura del Docente Livio Secco

Un particolare evento è rappresentato nel tempio di Deir el Bahari, riguardante la regina Hatshepsut.


Hatshepsut, figlia del defunto Thutmose I, è sposa di Thutmose II e, quindi, è regina d’Egitto. Alla morte prematura del coniuge, padre di Thutmose III generato con una regina secondaria, diventa tutrice del nuovo re poiché è un fanciullo di circa sei anni. L’Egitto è, perciò, governato dalla coreggenza della matrigna Hatshepsut con il figliastro Thutmose III.

Volendo proseguire la sua permanenza sul trono, ma non essendo più la sposa del re in carica, decide di affermarne la miracolosa predestinazione.
Dai Racconti di re Cheope deriva la mitologia del dio Ra che ingravida la sposa di un sacerdote di Ra facendole partorire i primi tre re della V dinastia. Da quel momento i re titoleranno il Quinto Protocollo Reale come Figlio di Ra.
Hatshepsut, supportata dal clero amoniano di Karnak, replica l’unione carnale di un dio, questa volta Amon, con la Grande Sposa Reale Ahmose di Thutmose I per generare Hatshepsut stessa che, in questo modo, resterebbe sul trono d’Egitto per eredità divina. La nascita è raffigurata sulle pareti del tempio di Deir el Bahari.

Il dio Amon decide di procreare una figlia. Per far ciò ha bisogno di una regina. Perciò invia il dio Thot a prendere informazioni su di Ahmose, grande sposa del re Thutmose I.
Questi ritorna dicendo che è una donna bellissima.

Nel rilievo epigrafico tratto dalla tavola 47 del volume 2 di Naville, si può vedere Thot che, per mano, accompagna di notte Amon nelle stanze private della regina. Poi lo lascia solo con lei che dorme.

Per non spaventarla Amon prende le sembianze del re e si avvicina ad Ahmose. Ma il profumo del dio è particolare ed è molto intenso. L’aroma si diffonde immediatamente nella stanza buia e la regina si sveglia.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.

A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:

CATALOGO

GRAMMATICA EGIZIA

(I livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-i-alla…/

(II livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-ii-alla…/

(III livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-iii-alla…/

DIZIONARIO EGIZIO – ITALIANO 12000 LEMMI IN GEROGLIFICO

(I volume): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

(II volume): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Kemet Djedu, Sarcofagi, Tutankhamon

LA PARETE SUD DELLA KV62

A cura del Docente Livio Secco

Anubi, Tutankhamon, Hathor

La parete sud della KV62 di Tutankhamon presenta Tutankhamon accolto da Anubi ed Hathor
Proviamo a leggere le iscrizioni parietali.

Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.

Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.

Le pareti della camera funeraria del celeberrimo faraone sono stati oggetto delle Traduzioni Archeologiche (TA) del Corso Grammaticale di secondo livello, di una lezione di Egittologia e del relativo Quaderno nr 35 che gli interessati possono trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/

CATALOGO

DIZIONARIO ANTROPONIMICO REALE

472 SOVRANI TRASLITTERATI E TRADOTTI

Ogni re egizio è riportato in geroglifico, traslitterato, con pronuncia italiana e tradotto

Volume 1: Dal Predinastico alla XVII dinastia

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

Volume 2: Dalla XVIII dinastia ai Romani

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

DIZIONARIO ANTROPONIMICO POPOLARE

Più di 700 nomi propri egizi e 50 soprannomi scritti in geroglifico, traslitterati e tradotti

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

Quaderno di Egittologia 22

IL PROTOCOLLO REALE

Composizione dell’onomastica faraonica

Com’era compilato il Protocollo Reale. Con due esemplificazioni complete: Tutankhamon e Ramesse II.

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

GRAMMATICA EGIZIA

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DIZIONARIO EGIZIO – ITALIANO 12000 LEMMI IN GEROGLIFICO

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(II volume): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Kemet Djedu, Sarcofagi, Tutankhamon

LIRICHE D’AMORE

A cura del Docente Livio Secco

SAN VALENTINO … all’egizia

Qualche anno fa, con i miei allievi, traducemmo il Papiro Harris 500 dove sono riportate alcuni brani che possono davvero essere definiti Liriche d’Amore.

La narrazione rappresenta il discorso di due innamorati che testimoniano le loro emotività, i loro desideri, le loro paure e le loro ansie.

I discorsi di lei e di lui si alternano nelle diverse “stanze” dando libertà alla fantasia del lettore di ricreare la situazione di due innamorati che si desiderano.

In questo brevissimo passaggio, preso dalla quinta stanza, parla lui.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far pronunciare l’egizio a chi non lo ha (ancora) studiato.

BUON SAN VALENTINO A TUTTI.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati. A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:

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