“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

ANTEFATTO – L’OBLIO

Caduto il potere degli ultimi Faraoni (anche se Macedoni), l’Egitto ormai provincia romana perse gradualmente il suo fascino. Saccheggiato dei suoi obelischi e trasformatosi nel granaio dell’Impero, pur mantenendo la sua importanza culturale con la biblioteca di Alessandria divenne oggetto di mere manovre politiche e quasi nessuno si interessò alla storia passata. Non senza danni, però.

Prima intervennero le dispute teologiche nell’ambito cristiano e le ondate iconoclaste; Ario era infatti presbitero ad Alessandria, e all’inizio del IV secolo lo scisma legato all’arianesimo fu di fatto il primo della storia cristiana, con relative conseguenze. Un secolo dopo, sempre ad Alessandria, l’assassinio di Ipazia da parte dei cristiani capitanati dal vescovo Cirillo (assurdamente ancora venerato come santo…) pose di fatto fine alla cultura “classica”, considerata ormai pagana. La conquista dell’Egitto da parte degli arabi nel VII secolo chiuse definitivamente l’epoca greco-romana in Egitto.

Il linciaggio di Ipazia, illustrazione tratta dal libro Vies des savants illustres, depuis l’antiquité jusqu’au dix-neuvième siècle, di Louis Figuier, 1866

I danni li possiamo vedere ancora oggi: statue e dipinti mutilati, deturpati, distrutti; edifici e tombe riadattati a monasteri o abitazioni comuni (a volte come stalle…); totale disprezzo per la storia e la cultura faraonica, caduta nell’oblio.

Nel frattempo, alla fine del IV secolo (precisamente nel 394, sotto Diocleziano) viene incisa quella che è considerata l’ultima iscrizione in geroglifici. Nesmeterakhem (o Esmet Akhom, a seconda delle traduzioni), scriba del tempio di Iside a Philae (ultimo baluardo “pagano” sopravvissuto grazie alla popolarità del culto di Iside), incide una preghiera al dio nubiano Mandulis. Con la morte del suo autore, dopo più di tremila anni tutti i testi faraonici diventano solo figure disegnate, illeggibili.

L’ultima iscrizione in geroglifici nota: “Davanti a Mandulis, figlio di Horus, per mano di Esmet-Akhom figlio di Esmet (o Nesmeterakhem, figlio di Nesmeter, a seconda delle traduzioni), il Secondo Sacerdote di Iside, per tutti i tempi e l’eternità. Parole pronunciate da Mandulis, signore dell’Abaton, grande dio”. Tempio di Phiale, 24 agosto 394 CE

Per secoli l’Egitto diventa un luogo poco raccomandabile; meta solo di temerari pellegrini in viaggio per i luoghi biblici. La conoscenza dell’Egitto si limita al solo Delta o poco più. Le piramidi diventano “i granai di Giuseppe”, la Sfinge prende il nome arabo di Abol-Haul, “Il Padre del Terrore”, ed è solo “una testa che sporge dalla sabbia”, come scrive Abd al-Laṭīf al-Baghdādī, uno studioso arabo del XII secolo. 

Un gentiluomo europeo con i boccoli che spunta da un prato: così André Thevet, un frate francescano, nel 1556 rappresenta la Sfinge

In Europa arrivano poche e confuse notizie, a volte riportate da chi in Egitto non è proprio mai stato. Soprattutto la piana di Giza attira curiosità “adattata” allo stile occidentale. La Sfinge viene disegnata quindi come una donna europea, con tanto di seno che sporge dalla sabbia, oppure come un clamoroso busto colossale romano, come un Cesare conquistatore. André Thevet, un frate francescano, nel 1556 disegna la Sfinge come la testa di un gentiluomo francese, con tanto di boccoli.

Johan Helffrich (Lipsia) nel 1589 presenta la Sfinge con tanto di seno che emerge dalla sabbia. Per Helffrich la Sfinge rappresenta Iside e, notando una cavità sulla testa, immagina che i sacerdoti parlassero al popolo da quella cavità

Forse la prima testimonianza “diretta” europea è del 1610, ed è in un resoconto dei viaggi di George Sandy, un figlio minore dell’Arcivescovo di York il quale, fallito il tentativo di laurearsi a Oxford, decise di spendere allegramente parte del patrimonio di famiglia girovagando in Europa e Medio Oriente raccontando le sue imprese in quattro volumi illustrati. In uno di questi volumi quella testa, già senza naso, emerge davanti alle piramidi.

Nel 1610 Mr. Davis porta a casa un ricordo della piana di Giza e una prima realistica rappresentazione
Sempre intorno al 1610 il Civitates Orbis Terrarum (il primo Google Maps dell’epoca…) raffigura così sulla mappa del Cairo la Piana di Giza con le piramidi e la Sfinge

Un disegno molto più accurato è del 1757 (“Testa colossale con le tre piramidi” di Norden), mentre negli stessi anni Diderot, nella sua Enciclopedia, inopinatamente le rimette il naso e una sorta di ureo sulla fronte, forse immaginandone l’aspetto originale.

Il primo “vero” disegno della sfinge di Norden, 1757. I danni al volto sono molto evidenti 40 anni prima della campagna di Napoleone
La Sfinge dell’Enciclopedia di Diderot, con ureo e naso, che tante accuse porterà a Napoleone. Da notare la forma a punta delle Piramidi, forse considerandole ancora dei granai come da tradizione

Il conte Volnay, un altro che decide di spendere la sua eredità in viaggi, nel suo pensiero afrocentrico prende una svista colossale descrivendo nel suo “Voyage en Syrie et en Égypte” la Sfinge come “chiaramente di razza negroide” – un “peccato originale” che purtroppo semina frutti avvelenati tuttora.

La Sfinge “negroide” di Volnay

L’Illuminismo sta comunque sortendo i suoi effetti. Tutti questi resoconti, le Piramidi, i colossali obelischi, stanno facendo nascere la curiosità in tutta Europa. La Francia è al centro di questo inesorabile movimento. E un francese, che ha “mancato” per pochi anni la possibilità di essere italiano (anzi, genovese…) sta per accendere la miccia. Della guerra, sì, ma anche di quella che i francesi chiameranno “Égyptomanie“.

Nella prossima puntata: quaranta secoli vi guardano!

  • Federico A. Arborio Mella, L’Egitto dei Faraoni. Storia , civiltà, cultura, Milano, Mursia, 1976
  • Ceram, C. W. Civiltà sepolte: il romanzo dell’archeologia. Vol. 161. G. Einaudi, 1953.
  • Ceram, C. W., and Maria Grazia Locatelli. Civiltà al sole. 1958.
  • Curto, Silvio. L’antico Egitto. Unione tipografico-editrice torinese, 1981.
  • Braun and Hogenberg, Civitates Orbis Terrarum (1572-1617).
  • Andrews, Carol AR. The Rosetta Stone. London: British Museum Publications, 1981.
  • Diderot, M., ed. “L’encyclopédie de Diderot et d’Alembert” (1778).

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