Di Andrea Petta e Franca Napoli
Nonostante la benevolenza delle divinità ed i riti espletati, non sempre tutto filava liscio durante gravidanza e parto. D’altra parte, la mortalità legata al parto e nella prima infanzia diminuirà in maniera sensibile soltanto a partire dal XIX secolo (in Italia agli inizi del ‘900 la mortalità entro i 5 anni sfiorava comunque ancora il 30%…).
Gli esempi più famosi risalenti all’Antico Egitto sono ovviamente i due feti morti trovati nella tomba di Tutankhamon (per la precisione un aborto al quinto mese di gestazione ed un feto nato morto), ritenuti unanimemente figlie di Ankhesenamon.


I piccoli sarcofagi e le mummie delle due figlie di Tutankhamon non sopravvissute al parto
Neanche le famiglie reali erano quindi immuni; anche un famoso rilievo dalla Camera Gamma della tomba reale di Amarna descriverebbe la morte di un membro della famiglia reale (ipotizzato dagli studiosi come Maketaton o Nefertiti) dopo il parto e la nascita di un principe (Tutankhaton?) mostrato in braccio ad una nutrice.

Molto famoso in tempi recenti è diventato anche il feto di sette mesi scoperto nel corpo di una mummia conservata al Museo di Varsavia (“Mysterious Lady”), ritenuta in passato il sacerdote di Horus Hor-Djehuty dalle iscrizioni sul sarcofago che la conteneva, ma non sappiamo ad oggi se la morte della mamma sia stata dovuta alla gravidanza.


Come per la placenta, spesso i bambini nati morti o abortiti venivano seppelliti all’interno delle abitazioni, probabilmente come scaramanzia per la successiva gravidanza oppure affinché lo spirito del bambino deceduto potesse rientrare nel corpo della mamma al successivo concepimento (una pratica diffusa in Egitto fino all’inizio del XX secolo).
Dal Papiro Ebers sappiamo che, anche con la posizione accovacciata, potevano avvenire delle lacerazioni del perineo trattate con impacchi di olii emollienti (Kahun 4), e da altri passaggi danneggiati del Papiro Kahun si pensa che potessero essere eventualmente suturati. Non sappiamo invece se venisse praticata l’episiotomia chirurgicamente.
Sappiamo però che venivano preparati dei tamponi con acqua di carrube, miele, latte ed una misteriosa pianta kheper-wer per favorire la contrazione dell’utero dopo il parto al fine di ridurre l’emorragia ed eventualmente favorire l’espulsione della placenta.
Tra le complicazioni citate nei papiri medici troviamo il prolasso uterino (da trattare con un “ibis di cera” da far sciogliere sul fuoco per fumigare la vagina, una pratica molto più magica che medica) e le fistole vescico-vaginali, per cui non viene però indicato una terapia.

Derry descrisse nel 1930 tre casi di fistole e di prolassi intestinali interpretati su mummie femminili appartenenti alla XI Dinastia (regno di Montuhotep II, 2050 BCE circa) come prova di parti molto difficili e probabilmente con esito infausto. Soprattutto quella della regina Henhenit, sepolta con un prolasso intestinale di ancora visibile, è stato sicuramente mortale.

Alcuni studiosi individuano in un passaggio del papiro Kahun, in cui la paziente deve mordere un legnetto durante il parto per non mordersi la lingua, una descrizione dell’eclampsia, ma si tratta di ipotesi prive di qualunque evidenza.