E' un male contro cui lotterò

MALEDETTI PARASSITI!

LA BILHARZIOSI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Durante il periodo faraonico, probabilmente la Terra di Kemet era il luogo dove l’igiene veniva maggiormente apprezzata e curata. Nonostante ciò, sappiamo che le infestazioni da parassiti sono sempre state uno dei problemi medici più rilevanti.

Molti termini che indicano delle patologie nei papiri medici (molti dei quali ancora oscuri) hanno infatti il determinativo a forma di verme che suggerisce un’origine parassitaria. Visto che i papiri medici non sono molto utili in questi casi (troppi termini ancora da chiarire), ci si è rivolti prevalentemente all’esame delle mummie.

La bilharziosi o schistosomiasi era il problema più grave – e lo è tuttora. Fino agli anni ’90 l’OMS valutava che più del 12% della popolazione in Egitto fosse infettata. Causata da organismi, detti platelminti o vermi piatti, del genere Schistosoma, viene diffusa in acque stagnanti dove le larve liberate da lumache che fungono da ospite intermedio possono venire a contatto con la cute e penetrarla, infettandoci.

Una coppia di S. haematobium “beccata” nella fase riproduttiva. La femmina, più sottile, sta uscendo dal canale ginecoforo del maschio dopo la fecondazione. Le ventose vengono usate per attaccarsi alle pareti delle vene dell’ospite. Il maschio è lungo circa 1 cm, la femmina il doppio.

La specie più pericolosa per l’uomo è lo Schistosoma haematobium che una volta penetrato si annida nelle venule del tratto urogenitale nutrendosi di globuli rossi e causando gravi infiammazioni – fino ad essere la seconda causa accertata al mondo del cancro alla vescica. Il sintomo più frequente è l’ematuria, ossia la presenza di sangue nelle urine. Tanto per dare un’idea della gravità, le truppe di Napoleone in Egitto parlavano di “mestruazione maschile”.

Il ciclo riproduttivo completo degli schistosomi. Nel corpo umano l’intero ciclo si compie in circa 6 ore ma non tutte le uova vengono eliminate nell’ambiente, alcune sono trattenute e mediante il circolo sistemico possono essere potenzialmente trasportate in qualsiasi tessuto, qui fermarsi e rimanere imprigionate dando luogo a fenomeni infiammatori o di ipersensibilità ritardata che conducono alla formazione di granulomi, edema, emorragie puntiformi e quindi fibrosi e, soprattutto nel retto, polipi sessili o peduncolati con diarrea muco ematica, tenesmo, prurito, bruciore che possono durare anche una settimana

Non scherza nemmeno lo Schistosoma mansoni, le cui uova sono provviste di un aculeo con cui si “piantano” nell’intestino crasso causando ulcerazioni e capaci di attaccare anche il miocardio. Quando si annida nell’intestino retto è molto doloroso, e potrebbe spiegare i rimedi descritti nel Papiro Ebers per “rinfrescare l’ano”.

Nessuno era esente dal rischio di infezione. Si pensa che Bak, il capo scultore sotto Akhenaton rappresentato in una famosa stele, fosse affetto da epatosplenomegalia dovuta alla bilharziosi. Su diverse mummie, tra cui quella di Nakht, un tessitore della cappella funeraria del Faraone Setnahkht della XXI Dinastia, è stato possibile identificare ed isolare le uova di questi parassiti. Anche il povero Ramses V sembra ne sia stato affetto, con conseguente allargamento patologico del sacco scrotale (anche se in definitiva morì di vaiolo). Uova di schistosoma sono state ritrovate anche all’interno di alcuni vasi canopi.

Lo S. haematobium trovato nella mummia di Nakht. A destra la tipica spina terminale

I casi studiati più approfonditamente sono stati i cosiddetti “due fratelli”: Nekht-Ankh e Khnum-Nakht, due mummie probabilmente della XII Dinastia conservate a Manchester, dove è stato possibile isolare anche il DNA dei parassiti. L’esame del DNA ha anche consentito di appurare che non erano affatto fratelli, anche se sui rispettivi sarcofagi sono entrambi indicati come “figli di Khnum-Aa, Padrona della Casa”. Un caso di adozione?

I “due fratelli” di Manchester: Nekht-Ankh e Khnum-Nakht
La mummia di Khnum-Nakht esaminata inizialmente nel 1908 dalla Dr.ssa Murray (la terza da sinistra)

Anche la “rigidezza del lato sinistro” descritta nei testi egizi dovrebbe essere una splenomegalia dovuta alla bilharziosi (o alla malaria).

La cosiddetta “Mummia A5” del periodo romano (Oasi di Dakleh), anche lui affetto da bilharziosi

I RIMEDI

Purtroppo gli antichi egizi non avevano né un microscopio né la biologia molecolare, per cui i loro riferimenti ai parassiti è estremamente dubbia. Uno dei riferimenti più “papabili” per la bilharziosi è la cosiddetta “Malattia aaa”, per la quale il rimedio è (Ebers 62):

  • Foglie di carice e di pianta “shames” (non identificata), tritate finemente e cotte con il miele; devono essere ingerite dal malato nel cui addome crescono i vermi hereret. È la malattia aaa che li ha creati. Non saranno uccisi da nessun altro rimedio
Piante di carice, il rimedio utilizzato per allontanare i vermi hereret

In realtà che i vermi hereret siano gli schistosomi è solo una delle possibilità. E sul rimedio potremmo avere più di un dubbio…

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L’AIUTO DELLE DIVINITÀ

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo visto come la magia giocasse un ruolo importante nella medicina egizia. Oggi lo chiameremmo “effetto placebo”, ma indubbiamente era presa molto sul serio, come testimoniato dai papiri medici. È ovvio quindi che diverse divinità venissero invocate per dare aiuto e supporto al medico nella sua lotta contro i mali che affliggevano il paziente. Era di conseguenza prassi comune avere raffigurazioni di queste divinità come amuleti per difendersi dalle malattie.

Vediamo i principali:

THOT

Una bellissima rappresentazione di Thoth in forma di Ibis con un supplicante. Età Tarda, ca 700-500 BCE (XXVI Dinastia), Metropolitan Museum di New York

Gioca un ruolo fondamentale come dio della sapienza in generale e degli scribi (capacità di scrivere le formule magiche e di saperle leggere). Sotto la sua protezione erano le “Case della Vita” (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/20/la-professione-medica-2/). Anche in ambito medico viene rappresentato con la testa di babbuino o di ibis.

SERQET

Una raffigurazione dell’Età Tolemaica di Serqet, accomunata ad Hathor dalla corona, conservata al Louvre. Si noti che la coda di Serqet non ha mai il pungiglione

Come abbiamo visto nel nostro lessico (https://laciviltaegizia.org/…/19/piccolo-lessico-medico/) il nome della Dea ha come determinativo uno scorpione senza pungiglione: questo indicherebbe la natura benevola della Dea (che toglie pericolosità all’animale) il cui nome si potrebbe tradurre come “Colei che impedisce al respiro di accelerare”.

In questo ruolo divenne ovviamente la principale protezione contro le punture di insetti ed aracnidi, nonché contro i morsi di serpente

SEKHMET

Una splendida Sekhmet in faience della XXVI Dinastia, battuta all’asta per 6,500 $ qualche anno fa

La Dea sanguinaria a testa di leonessa era la portatrice delle pestilenze, ed in questo ruolo ne andava invocata la benevolenza in tutte le malattie che colpivano contemporaneamente molte persone (oggi le chiamiamo “contagiose”).

Il suo ruolo sanguinario faceva sì inoltre che venisse invocata in caso di ferite aperte, di guerra in generale e nelle fratture esposte.

Quando agisce in modo distruttivo, come per le epidemie, lo fa solo per ripristinare l’ordine, la ma’at, e non per malvagità pura.. I suoi amuleti erano considerati potenti aiuti per guarire (Iside usa un amuleto di Sekhmet nel mito per guarire Horus).

HATHOR

Una placca in oro raffigurante Hathor, sempre della XXVI Dinastia, ritrovata a Saqqara e probabilmente appartenente ad una nobildonna locale. Il foro serviva per tenerla al collo come amuleto. Ora al Brooklyn Museum

Divinità benigna rappresentata in forma o con testa di vacca, simboleggia figurativamente la madre del Faraone fin dall’Antico Regno, anche se la “vacca Celestiale” risale addirittura al Predinastico. Nel suo ruolo, veniva invocata nelle per tutto ciò che attiene alla fecondità ed alla gravidanza

BES

Il Dio rappresentato come un nano aveva un ruolo importante nel corso della gravidanza e nella maternità, venendo spesso rappresentato nei “Mammisi” ed arrivando a avere influenza sul destino del nascituro.

Ma non solo: Bes vegliava sul sonno e sui sogni, ritenuti portatori di messaggi divini: per questo era spesso rappresentato sui poggiatesta usati per dormire

TAWERET

Questa statuetta di Taweret, ora al Museo Egizio di Torino, risale invece alla XIX Dinastia ed è dedicata dal disegnatore Parahotep (forse alla moglie o al figlio?)

L’ippopotamo femmina Taweret (https://laciviltaegizia.org/…/lippopotamo-femmina-la…/) era l’aiuto principale per le gestanti nel momento del parto. Vista l’elevata mortalità ad esso legata, un amuleto di Taweret non poteva mai mancare alla gestante. Essendo raffigurata con testa di ippopotamo, coda di coccodrillo e zampe di leonessa – tutti animali che difendono ferocemente i loro piccoli – veniva invocata per proteggere i neonati e di bambini ingenerale.

MIN

Viagra egizio – un amuleto di Min risalente all’Età Tarda (circa 650 BCE) conservato al Met Museum di New York. Originariamente era placcato in oro, di cui si vedono ancora tracce.

Il dio itifallico Min appare anch’egli già nel periodo Predinastico. Simbolo di forza e virilità, ha stranamente la…lattuga come alimento “abbinato”, trasformando la verde insalata in un potente afrodisiaco che poteva risolvere qualunque problema tipicamente maschile…

IMHOTEP e AMENHOTEP-FIGLIO-DI-HAPU

Un piccolissimo amuleto di Imhotep, alto appena 2.2 cm, risalente all’Età Tarda e conservato al Museo Egizio di Torino

A partire dall’età tarda, entrambi i medici furono divinizzati ed entrarono a far parte delle figure da invocare durante le cure ai malati; anche le cappelle a loro dedicate nei principali templi diventarono meta di pellegrinaggio per i malati in cerca di conforto


Il libro 42 del Libro dei Morti ci racconta a chi fossero “dedicate” le parti del corpo umano:

I capelli nella mia testa sono gli stessi di quelli della dea Nun.

Il mio viso è il disco solare di Ra.

La forza della dea Hathor vive nei miei occhi.

L’anima di Upuaut risuona nelle mie orecchie.

Nel mio naso vive la forza del dio Khenti-Khas

Le mie labbra sono le labbra di Anubi.

I miei denti sono i denti di Serket.

Il mio collo è il collo della dea Iside.

Le mie mani sono le mani del potente signore di Djedu (Osiride)

È Neith, la sovrana di Sais, che vive tra le mie due braccia.

La mia spina dorsale è quella di Seth.

Il mio fallo è il fallo di Osiride.

La mia carne è la carne dei Signori di Kher-Aha.

Il mio petto è del Signore del Terrore.

Il mio grembo e la mia schiena sono della dea Sekhmet.

Le forze dell’Occhio di Horus dimorano nelle mie natiche (non so se Horus sarà contento…).

Le mie gambe sono le gambe di Nut.

I miei piedi sono i piedi di Ptah.

Le mie dita sono le dita del doppio falco divino che vive in eterno.

In verità! Non c’è parte del mio corpo che non sia ospitato da una divinità.

Quanto a Thoth, protegge tutto il mio corpo.

Come Ra, mi rinnovo ogni giorno.

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IR-EN-AKHTY (IRY)

IL PRIMO “BARONE” DELLA MEDICINA?

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Saltiamo leggermente avanti nel tempo ed arriviamo al Primo Periodo Intermedio.

Nei suoi scavi a Giza, ad ovest della piramide di Cheope, il 23 gennaio del 1926 l’archeologo tedesco Hermann Junker si imbatte in una tomba a pozzo (S2065). Si accorge immediatamente che la scoperta più interessante non è la tomba in sé quanto la lastra che la chiude. È in realtà una falsa porta intitolata ad un certo Ir-En-Akhty, chiamato anche Pepi-Ankh o Ni-Ankh-Pepi, riutilizzata come chiusura della tomba.

È riccamente iscritta, ma non è tanto la quantità delle iscrizioni che colpisce, quanto ciò che viene descritto.

La falsa porta o stele di Iry (riproduzione con geroglifici…approssimativi).
Grandezza 145 x 90 x 10 cm spessore
Sulla stele il defunto Iry è raffigurato su una piattaforma, seduto su uno sgabello o una sedia a schienale basso le cui gambe rappresentano le zampe di un animale. Iry è rappresentato con i capelli corti, indossa un gonnellino ed è adornato da gioielli che testimoniano il suo rango. La mano destra si protende e prendere del cibo, mentre la sinistra porta un vasetto di profumi al naso. La tavola di fronte a lui è ricolma di ogni tipo di leccornia, sempre ad indicare l’importanza e la ricchezza di Iry

Il “proprietario” della falsa porta, infatti, detiene un record di titoli in ambito medico per l’Antico Egitto – finora imbattuto.

Ir-En-Akhty risulta infatti:

· Medico di Corte

· Supervisore dei Medici di Corte

· Oftalmologo (“medico degli occhi”) di Corte

· Gastroenterologo (“medico del ventre”) di Corte

· Proctologo (“protettore dell’ano”)

Tutti i titoli di Iry sui rilievi originali di Junker/Watermann. Indubbiamente il titolo di “Medico di Corte” (“Medico della Grande Casa”) era quello a cui Iry teneva maggiormente

Il titolo di “Medico di Corte” è ripetuto ben cinque volte; evidentemente Ir-En-Akhty era particolarmente fiero di questo titolo. Abbiamo di fronte quindi non solo uno dei primi medici personali del Faraone riportati, ma un vero e proprio pluri-specialista.

È una delle prime testimonianze che già nel Primo Periodo Intermedio, intorno al 2,400 BCE, non solo i medici erano riconosciuti ed avevano un ruolo particolare per la salute del Sovrano, ma che la medicina generale era già suddivisa in specialità che studiavano la patologia dei diversi organi ed apparati.

Ritrovare la tomba originale di Iry, se esiste ancora, sarebbe un grande passo per comprendere meglio lo sviluppo della medicina più di 4,000 anni fa.

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HESY-RA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Il giovane Hesy-ra su uno dei primi pannelli di cedro della sua tomba

Hesy-Ra è considerato il primo medico documentato della storia; o meglio, potrebbe essere stato il primo medico della storia.

Contemporaneo di Imhotep, visse sotto Netjerkhet (Djoser), all’inizio della III Dinastia (2650 BCE circa). Fu Capo dei Medici e dei Dentisti a corte. Non ne abbiamo prove concrete, ma è molto probabile che abbia conosciuto Imhotep ed è molto suggestivo pensare a questi due personaggi come colleghi, magari impegnati a discutere di un rimedio particolare o di un paziente ostico…

La mastaba di Hesy-Ra durante gli scavi del 2010

Fu sicuramente un’altra personalità di spicco dell’epoca, uno dei primi ad avere il nome collegato al dio Ra. La sua mastaba (S2405) fu scoperta da Mariette e De Morgan nel 1865 ma esplorata solo nel 1912 da Quibell, ed era una delle più rifinite in origine, con le pareti interne ed esterne ricoperte in calcare bianco, decorata con splendidi motivi geometrici.

I decori geometrici della mastaba di Hasy-Ra (da: Quibell, Excavations at Giza, 1910-1912, ricolorato)

La tomba ci ha restituito degli splendidi pannelli in legno di cedro raffiguranti Hesy-Ra in diversi momenti della sua vita, rappresentandolo prima da giovane e via via da uomo maturo ed infine anziano, descritti qui: https://laciviltaegizia.org/2022/05/16/i-pannelli-di-hesira/

Hesy-Ra, come testimoniato da questi pannelli, ebbe diversi titoli a testimoniare il favore del Sovrano nei suoi confronti. Fu confidente del re, capo degli scribi, e soprattutto (nell’ambito di questa rubrica) “Capo dei medici e dei dentisti” (“wer ibeh swnw”). La pluralità dei suoi titoli ha portato via via gli studiosi a considerare questo titolo come meramente onorifico od amministrativo (per questo potrebbe essere stato il primo medico); c’è però la possibilità che Hesy-Ra abbia effettivamente iniziato la sua carriera come medico ed abbia poi scalato la gerarchia fino alle altre cariche.

Il pannello in cui Hesy-Ra è definito “Capo dei dentisti e dei medici” (Museo del Cairo, JE 28504). Foto Carol Andrews
I titoli di Hesy-Ra riportati sul pannello 28504. La prima colonna a destra riporta quelli di Capo dei Dentisti e dei Medici

Non sappiamo se fu lui l’autore del primo “ponte” costituito da due molari legati da un filo d’oro, scoperto in una tomba della IV Dinastia a Giza. Probabilmente no, ma questo straordinario reperto ci offre la misura delle competenze raggiunte già a quell’epoca.

I due molari uniti da un filo d’oro trovati a Giza e risalenti probabilmente alla IV Dinastia, un impianto effettuato in vita e non per motivi estetici sul cadavere
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PESESHET

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La falsa porta di Peseshet nella mastaba G8942 di Akhet-hetep. Peseshet è raffigurata sul montante esterno destro con nome e titolo e a sinistra sul montante interno e sul pannello centrale (da “Excavations at Giza, vol I – 1929-1930” di Selim Hassan, note di Nico Pollone)

È l’unico medico donna di cui ci sia pervenuto il nome. Visse probabilmente alla fine della V Dinastia, intorno al 2350 BCE, ed il suo titolo, imy-rt swnt, era quello di “Signora delle Dottoresse”, il che ci permette di capire come non fosse un caso isolato di medico donna. Il numero però di medici donna non può essere stato molto elevato a causa dell’istruzione, che in molti casi anche nella civiltà egizia era riservata ai figli maschi della famiglia. Inoltre, durante le mestruazioni la donna era considerata impura, per cui per diversi giorni al mese non avrebbero potuto esercitare la loro professione.

Peseshet è riconosciuta come la più antica dottoressa nella storia dell’umanità. Gli annali storici non menzionano nessun’altra donna che abbia raggiunto questa posizione in Mesopotamia o nell’antica Grecia, ritenuta culla della democrazia.

Non è invece chiaro se Peseshet fosse una ginecologa (sembra che la scuola di Sais fosse già attiva all’epoca), se avesse magari fatto progressi significativi sul trattamento dei tumori uterini o se fosse un medico “generico”.

A Peseshet e ad un uomo chiamato Kanefer (probabilmente suo marito) è dedicata una falsa porta trovata a Giza nella tomba di Akhet-hotep, ritenuto suo figlio, risalente alla IV Dinastia e descritta da Selim Hassan nel 1930 (mastaba G8942).

Il suo titolo di imy-rt swnt rende Peseshet anche la prima donna ricordata in una posizione di sovrintendenza e di coordinamento di una categoria professionale. Indubbiamente deve essere stata una donna notevole.

Rimane un mistero invece il fatto che non ci sia pervenuto il nome di nessun’altra dottoressa. Speriamo che in futuro si possa colmare questa lacuna con nuove scoperte

UN FURTO DI IDENTITÀ?

Il nome di Peseshet e la sua figura sono stati oggetto di un furto d’identità molto particolare. Nel 1937 una dottoressa canadese, Kate Campbell Hurd-Mead, molto impegnata nel riconoscere figure femminili importanti della storia delle scienze, scrive un trattato intitolato “A History of Women in Medicine: From the Earliest of Times to the Beginning of the Nineteenth Century”.

Kate Campbell Hurd-Mead. Fu un brillante medico ed andò alla ricerca delle figure femminili importanti nella storia della medicina.

Il trattato ha uno scopo lodevole, evidenziare figure femminili importanti nella storia della medicina; Kate menziona una prima donna-medico, senza nominarla, vissuta durante la V Dinastia (“durante il regno di Neferirika-ra”) ed una seconda, Merit-Ptah, vissuta nel Nuovo Regno e raffigurata “in una tomba della Valle dei Re”. Entrambe sono nominate come “madri di un Gran Sacerdote” nella cui tomba sono chiamate “Capo-dottoressa”.

Il frontespizio del trattato di Kate Campbell Hurd-Mead che generò la confusione sull’identità di Peseshet

Il “veicolo” diverso delle sue pubblicazioni (in campo medico e non archeologico) ha creato un equivoco rimasto fino ai giorni nostri: molti lettori di Kate Campbell hanno identificato Merit-Ptah nella moglie di Ramose (Visir sotto Akhenaton un migliaio di anni dopo) facendola “diventare” medico e “scambiandola” per Peseshet. Non è infatti difficile trovare in rete riferimenti a Merit-Ptah come il primo medico donna della storia, a volte descritta perfino come originaria della Nubia (?).

Merit-Ptah (a sinistra), involontariamente e suo malgrado laureata in medicina a sua insaputa

Non sappiamo se Peseshet si sia arrabbiata per questo involontario scambio d’identità; Kate Campbell però morì solo tre anni dopo la pubblicazione del suo trattato in circostanze drammatiche, bruciata viva insieme al suo giardiniere in un fuoco di sterpaglie che aumentò improvvisamente di intensità…

Un’altra falsa Peseshet che troverete spesso in rete: lo stile pittorico è quello del Nuovo Regno, molto simile ai dipinti della tomba di Nakht (TT52) e di Menna (TT69)
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IMHOTEP

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Statua in elettro e argento di Imhotep, Età Tolemaica, Sir Henry Wellcome’s Museum Collection

“Colui che viene in pace” fu probabilmente il primo personaggio di rilievo scientifico della storia umana, tanto da essere noto anche come “il Leonardo da Vinci egizio”.

Visse durante il regno di Djoser (III Dinastia, circa 2800 BCE), a cui sopravvisse spegnendosi sotto il regno di Huni, ma la sua città natale è incerta: la maggior parte degli studiosi credono sia nato ad Ankhtow, un sobborgo di Menfi, che all’epoca era la capitale. Altri collocano le sue origini nel villaggio di Gabelein, a sud dell’antica Tebe, anche se la diffusione del suo culto rende più probabile la prima ipotesi.

La piramide di Djoser con il cortile Heb-Sed

Era sicuramente di estrazione non nobile, a dimostrazione di quanto la società egizia premiasse anche il merito, oltre alla stirpe. Era figlio probabilmente di un modesto architetto di nome Kanofer, ma divenne il primo genio multidisciplinare ricordato.

Fu Visir del Faraone e ricordato come l’architetto della sua piramide a gradoni (all’epoca la più grande struttura umana e tuttora il più antico edificio in pietra sopravvissuto) e dei primi colonnati della storia nel cortile della piramide stessa, ma anche Primo Sacerdote di Ptah (“Figlio di Ptah”), poeta, scrittore, astronomo (risale a lui il calendario di 365 giorni con l’aggiunta di 5 giorni epagomeni), mago ed ovviamente medico. Il papiro Edwin Smith lo ricorda come “il fondatore della medicina”.

Il corridoio d’ingresso al complesso funerario di Djoser, con colonne di sei metri, ed uno dei colonnati interni, con tetto in travi di pietra (foto Amy Calvert). Inizialmente erano probabilmente dipinte in verde, a simboleggiare fasci di canne che emergono dalle paludi della Creazione. Questo elemento architettonico, così caro alla civiltà egizia, fu introdotto proprio da Imhotep.

In campo medico, sempre secondo il Papiro Smith fu autore di 90 testi di medicina dove descrisse ogni genere di malattia e ben 48 diverse ferite da trattare chirurgicamente.

Fu progressivamente mitizzato ed infine divinizzato come figlio di Ptah (Canone di Torino) ed inserito nella triade di Menfi insieme appunto a Ptah e Sekhmet, un onore straordinario considerate le sue umili origini. Durante il periodo tolemaico venne identificato come il dio della medicina Esculapio. Nonostante questo, la sua figura storica come medico non è stata accertata: la sua tomba non è stata (ancora) ritrovata (anche se alcuni studiosi la identificano nella mastaba 3518 a Saqqara, purtroppo priva di iscrizioni) e non sappiamo se tra i suoi titoli ci fosse ufficialmente quello di “swnw”. Un testo ermetico parla di un tempio vicino a Menfi “dove riposa il suo corpo, mentre il suo spirito ancora aiuta i bisognosi con la sua conoscenza della medicina”.

Quel che rimane della mastaba 3518. È stata associata ad Imhotep in quanto nei suoi pressi è stato ritrovato un sigillo di Djoser ed alcune offerte votive ad un “dio della medicina”. Probabilmente la sepoltura di Imhotep è ancora da scoprire

Viene normalmente raffigurato seduto, con un rotolo di papiro svolto sulle sue ginocchia ad indicarne il sapere, ma a partire dal Nuovo Regno venne anche rappresentato come un semidio, spesso recante la croce “ankh” simbolo di vita.

Imhotep deificato, Tempio di Hathor a Deir-el-Medina. Nella mano destra impugna la croce “ankh”, simbolo di vita, e nella sinistra lo scettro “uas”

A suo nome vennero edificati templi – il più importante a Philae – che avevano una sezione dedicata come ospedale e numerosi sanatori in tutto il Paese. Venne scritta una sua biografia, “La vita di Imhotep”, forse la prima della storia e di cui ci sono pervenuti solo dei frammenti – in uno dei quali Imhotep sfida a colpi di incantesimi una maga assira nell’impresa di recuperare il corpo di Osiride (se vi è venuto in mente Mago Merlino contro Maga Magò ne “La spada nella roccia” di Disney, ci ho pensato anch’io).

Statuetta in rame di Imhotep, Periodo Tolemaico. Met Museum di New York.  Imhotep è quasi sempre raffigurato seduto, con indosso una cuffia aderente e con in grembo un papiro srotolato.  In senso simbolico, il papiro (oltre ad avere inciso il suo nome) serve anche a sottolineare la sua saggezza ed erudizione ed il suo ruolo di patrono degli scribi.

La sua fama arrivò temporalmente all’Impero Romano, quando Adriano gli volle dedicare un monumento a Roma.

La storia di Imhotep è assolutamente straordinaria. Il figlio di un architetto che ha gettato le basi per la professione medica oltre 4500 anni fa e oltre 2000 anni prima della nascita di Ippocrate. La sua eredità ha enormemente influenzato la civiltà egizia (e non solo); senza di lui, la medicina antica non sarebbe stata la stessa – e forse anche quella moderna…

Un’altra raffigurazione di Imhotep, Brooklyn Museum
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COME IL CUORE PARLA AL CORPO

IL SISTEMA CIRCOLATORIO SECONDO GLI EGIZI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo visto che il Papiro Smith descriveva già il flusso dei vasi “metu” dal cuore (“hati”), che avveniva tramite 22 vasi principali (quelli degli arti già molto ben descritti) e i vasi secondari che nutrivano i singoli organi.

Il cuore “parla” agli altri organi, un’intuizione che non venne però completamente sviluppata

Il cuore “parlava” al corpo tramite i vasi periferici che dovevano essere controllati dal medico: il polso, la testa, la nuca, lo stomaco, le caviglie. La possibilità di “ascoltare” il cuore da parte del medico è un chiaro riferimento al controllo del battito cardiaco (Ebers 854a). Ci vorrà un millennio prima che la medicina greca “riscopra” questo concetto.

Ma nelle credenze egizie tutti i “succhi interni” si muovevano nei vasi. Quindi sangue, urina, feci, muco e liquido seminale si muovevano dal cuore, arrivavano all’ano e di lì venivano ridistribuiti nel corpo. Nella persona sana questi “succhi” si muovevano in armonia; quando questa armonia veniva meno insorgevano le malattie.

Ad esempio, nelle narici si pensava scorressero 4 vasi, due che trasportavano sangue e due che trasportavano il muco.

La “mescolanza” dei diversi liquidi interni si nota anche nella descrizione della circolazione oculare: quattro vasi dalle tempie portavano il sangue agli occhi, ma portavano anche le patologie oculari perché erano “aperti”, permettendo la lacrimazione “dalle pupille degli occhi”.

Quattro vasi portavano il sangue al cranio, riunendosi dietro la nuca; uno scompenso di questi vasi poteva portare alla calvizie.

I vasi che “si riuniscono dietro la nuca” (da Anatomia Umana di Balboni et al, Edi Ermes)

Abbiamo un’indicazione molto importante nei vasi chiamati “«SS » dello stomaco” e che portano gli umori al cuore: la prima descrizione al mondo delle coronarie. Alcuni studiosi considerano questa descrizione una prova della dissezione dei cadaveri o quantomeno dell’esame medico delle parti del corpo durante la mummificazione.

I vasi “SS” dello stomaco: le coronarie

Straordinaria è la descrizione dei vasi degli arti:

“ci sono sei vasi nelle braccia, tre per lato, che arrivano alle dita delle mani; ci sono sei vasi nelle gambe, tre per lato, che arrivano ai piedi ed alla loro pianta…”.

L’arteria brachiale nelle braccia si divide infatti nell’arteria radiale e quella ulnare; l’arteria poplitea si divide nelle due arterie tibiali.

L’arteria brachiale e la sua divisone in arteria radiale ed ulnare (da Anatomia Umana di Balboni et al, Edi Ermes). Anche per i medici egizi la misurazione del battito cardiaco avveniva prevalentemente dall’arteria radiale
L’arteria poplitea, continuazione dalla femorale, e la divisione in tibiale anteriore e tibiale posteriore: i tre vasi principali della gamba (da Anatomia Umana di Balboni et al, Edi Ermes)

Non sappiamo invece se con i “quattro vasi che portano ai polmoni ed alla milza” si intendessero le vene polmonari e quale rapporto vedessero gli Egizi con la milza. Si sapeva invece che: “l’aria entra dal naso, entra nel cuore e nei polmoni e di lì viene distribuita al resto del corpo” (Ebers 855a). Attenzione: non si diffonde spontaneamente, viene “fornita” da cuore e polmoni.

Sono vene ed arteria polmonari i “quattro vasi che portano ai polmoni ed alla milza”? Chissà…

I “quattro vasi che portano al fegato” hanno invece una nota sulla possibilità che vengano “sommersi dal sangue”, un indizio che fosse stata riconosciuta l’ipertensione portale.

Purtroppo, molti termini specifici dei papiri medici sono rimasti ad oggi senza una traduzione valida; non possiamo sapere appieno fino a che punto arrivasse la conoscenza medica del sistema cardiocircolatorio ma, come vedremo nella parte dedicata alle patologie cardiovascolari, un numero impressionante di termini e di descrizioni ci dimostra come l’osservazione che veniva fatta dei sintomi era straordinariamente attenta e precisa.

Una curiosità: il battito cardiaco veniva chiamato “deb-deb”, un termine onomatopeico per descrivere il suono auscultato dal medico. I nostri amici anglosassoni usano tuttora il termine “lub-dep” per descrivere il battito normale.

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IL CUORE

IL CENTRO DI TUTTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Per capire quale fosse l’importanza che gli Egizi davano al cuore basta dare un’occhiata al Papiro Ebers:

“L’origine della medicina è il cuore, e per esaminare ogni altra parte del corpo, devi prima aver studiato il cuore”.

Non solo, ma:

“conoscere i movimenti del cuore è l’inizio del libro dei segreti del medico” (Ebers 854a).

Il cuore mummificato di Ipi, visir sotto Amenemhet I (XII Dinastia, circa 1985 BCE), ritrovato in un angolo della sua tomba (TT315) adibito a deposito di materiali per la sua mummificazione da una spedizione spagnola nel 2021. Avvolto nella stoffa, fu probabilmente abbandonato per sbaglio dai mummificatori (foto: El Indipendiente)

Nella cultura egizia, diverse funzioni fisiche e spirituali afferivano al cuore, il vero “centro pulsante” del corpo; tra queste:

  1. La saggezza e la conoscenza. Le membra si limitavano a eseguire i suoi comandi.
  2. La memoria
  3. I sentimenti come intendiamo figurativamente noi
  4. La preoccupazione, la paura e la felicità
  5. L’amore, anche in questo caso come intendiamo noi
  6. La compassione
  7. L’astuzia e la malevolenza
  8. Il desiderio: l’uomo non desiderava nulla, desiderava il suo cuore per lui.

Nella realtà, le funzioni attribuite al cuore dal pensiero egizio sono tutte funzioni del sistema limbico o “cervello viscerale” interessato nella regolazione delle funzioni affettivo-istintive. Ad ogni modo, tutte queste funzioni lo rendono il fulcro non solo della vita dell’uomo, ma anche della sua vita ultraterrena, da cui il suo ruolo centrale nella psicostasia (la famosa pesatura del cuore).

La psicostasia rappresentata sul Papiro di Hunefer, con il cuore dello scriba pesato da Anubi, mentre Thot attesta la leggerezza del cuore di Hunefer. Ammit la Divoratrice questa volta rimarrà a bocca asciutta

Non solo: essendo un dono degli Dei, il cuore persegue per sua natura la volontà divina ed ha nella filosofia egizia una volontà propria, separata da quella della persona che lo “ospita”. Ne è una riprova il Capitolo XXX del Libro dei Morti, che abbiamo visto iscritto spesso sugli scarabei del cuore, in cui si invoca il proprio cuore a non accusare il defunto durante la pesatura del cuore stesso. Ad ulteriore conferma, nei Testi dei Sarcofagi Ptah è indicato come dio-creatore, ma lo diventa per “un’idea del suo cuore e le parole della sua lingua

Il pettorale con scarabeo alato di Psusennes I (https://laciviltaegizia.org/2022/04/16/il-pettorale-con-scarabeo-alato-di-psusennes-i/) è uno degli amuleti su cui è inciso l’incantesimo XXX del Libro dei Morti, in cui il defunto invoca il proprio cuore a non accusarlo durante la pesatura del cuore stesso

Nell’ambito medico, proprio per questa complessa funzionalità troviamo il cuore indicato con due termini diversi e distinti: “ib” e “haty”.

“Haty” è solo il cuore “fisico”, quello che pulsa e batte all’’interno del torace.

“Ib” è anche il cuore spirituale della persona

Entrambi possono essere utilizzati per il muscolo cardiaco, ma ogni aspetto legato alle emozioni è riferito a “ib”, mai a “haty”.

Per un approfondimento sulle funzioni spirituali del cuore, si veda anche l’articolo di Ivo Prezioso: https://laciviltaegizia.org/2021/05/15/ib-il-cuore/

L’importanza del cuore fece sì anche che fosse l’unico organo interno a non essere di norma rimosso nel processo di mummificazione, permettendoci talvolta di osservarne le condizioni da un punto di vista anatomopatologico.

Non è stata descritta nei papiri medici la divisione del cuore in quattro camere (due atri e due ventricoli), per cui con ogni probabilità rimase sconosciuta la circolazione arteriosa e venosa, però…

Però nel papiro Edwin Smith, al caso 33 viene presentata una lussazione sterno-clavicolare e vengono indicati due vasi nella parte superiore del torace che portano il sangue alle vie respiratorie. Non solo: come vedremo nella parte dedicata al sistema cardiocircolatorio, il cuore ”parlava” agli altri organi tramite i “metu” (i vasi) e l’espressione che abbiamo visto all’inizio (“conoscere i movimenti del cuore”) indica che i medici egizi conoscessero la funzione “attiva” del cuore pur non comprendendola appieno.

Il caso 33 del papiro Edwin Smith, dove vengono evidenziati i due vasi nella parte superiore del torace che portano il sangue ai polmoni

Curiosità: lo stomaco nell’Antico Egitto era “r-ib” ovvero “la bocca del cuore”. Il nostro termine “stomaco” deriva dal greco “stoma”, ossia…bocca. E la regione anatomica di congiunzione tra esofago e stomaco è ancora oggi chiamato “cardias”. In qualche modo l’Antico Egitto è dentro tutti noi…

E' un male contro cui lotterò

APPUNTI DI MEDICINA EGIZIA

Di Giuseppe Esposito

Andrea Petta sta trattando molto compiutamente, e per gradi, l’argomento medicina nell’Antico Egitto; qui mi limiterò ad apportare qualche piccola informazione che, ne sono certo, incontrerete comunque, e ben più dettagliata, anche nei testi di Andrea.

Mi permetto, intanto, di rubare una frase del grande medico Paracelso[1] che chiarisce un concetto che, ai nostri tempi moderni, potremmo semplificare come “il troppo storpia”:

«Tutto è veleno e non esiste cura senza veleno, solo le dosi consentono al veleno di non essere veleno»

Ciò posto, partirei da uno di quei termini di uso comune, anzi comunissimo, che mai e poi mai crederemmo in qualche modo legato all’Antico Egitto: farmaco.

E’ chiaro che la prima risposta individuerà la parola “base” nel greco “pharmakon” (φαρμακον) che indicava, si, il rimedio, ma come sopra visto anche il veleno… in realtà la sua derivazione sarebbe ben più antica e dovremmo rifarci, di fatto, al termine egizio “ph-ar-maki” ovvero “che procura sicurezza”, che era uno degli attributi del Dio guaritore Thot.

Inutile dire che ancora dall’Antico Egitto deriva un’altra parola da noi usualmente impiegata. Uno dei nomi del Paese del Nilo era, infatti, Kemi, ovvero “Terra Nera”. Le scarse conoscenze che, nel corso dei secoli, hanno fatto dell’Egitto un luogo misterioso, hanno fatto sì che gli antichi cultori della “Scientia delle Scientiae” pensassero bene di far derivare il nome della loro passione proprio dalla denominazione della terra considerata più misteriosa: Al-Kemi, da cui Alchimia… e da alchimia a Chimica, il passo è davvero breve.

Ma passiamo ai medici veri e propri: il geroglifico che rappresentava il medico (come peraltro già meglio delineato da Andrea) era una freccia, o un bisturi, e un vaso globulare (contenitore per rimedi) affiancati dal determinativo “uomo”.

E’ bene, tuttavia, sgomberare il campo da equivoci che potrebbero fuorviarci nell’esame che segue (necessariamente breve): in Egitto NON esistevano medici “generici” ovvero che curassero tutto, ma specialisti; ecco perciò l’oculista (sunu-irti), l’ortopedico, il dentista (ibhi), il medico dell’addome (neru-khet), che era anche ginecologo, fino a giungere ad un medico la cui specializzazione era, quanto meno ai nostri occhi, singolare… suo campo di intervento era, infatti… inserire rimedi nell’ano dei pazienti (neru pehut)!

I “sunu“, ma anche “swnw” o “sinw”, ovvero i “medici”, erano perciò sempre specializzati in qualcosa… Fondamentalmente, i curatori egizi si suddividevano in due grandi categorie, i medici  propriamente detti di cui sopra si è parlato (sunu) che curavano il corpo, ed i sacerdoti di Sekhmet (uab) tra i quali esisteva l’ulteriore distinzione degli “incantatori di Selkhet”.

A proposito di questi ultimi, si può dire che erano medici particolari il cui campo di intervento era quello che vedeva quale divinità protettrice la Dea Selket[2]-Hetit, “colei che fa respirare la gola”, ma in connessione non con le malattie respiratorie, bensì con i sintomi dell’avvelenamento da morso di serpenti [non meravigli, peraltro, questa commistione di “sacro” e “profano” nell’arte medica poiché essa esisterà, più avanti nei secoli, anche nell’antica Grecia ove si differenziavano i “medici istruiti” –iatros (ἰατρός)-, dai “guaritori ispirati”, veri e propri sacerdoti, –iereus (ἱερεύς)-].

E’ bene precisare che anche le evidenze archeologiche non consentono di poter contare su una vasta casistica giacché sono stati censiti, a oggi, solo circa 150 sunu e le categorie maggiormente rappresentate sono quelle degli oculisti e dei dentisti.

Tuttavia, nonostante alcuni ritrovamenti di protesi dentarie o di crani sottoposti ad interventi di “trapanazione” (che inevitabilmente, nonostante le moderne credenze, si concludevano con la morte del paziente), non si può dire che le conoscenze mediche egiziane fossero eccelse (basta leggere le ricette di alcuni rimedi, che riporto più avanti, per restare esterrefatti per le “schifezze” che venivano somministrate e che erano sempre accompagnate da formule magiche).

Interessante il metodo, riportato nel Papiro di Berlino per conoscere il sesso del nascituro:

«…orzo e grano [in due sacchi di tela] che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno; … se [orzo e grano] germoglieranno entrambi ella partorirà. Se germoglierà [per primo] l’orzo sarà maschio; Se germoglierà [per primo] il grano sarà femmina. Se non germoglieranno, ella non partorirà.»

…a proposito, presso gli egizi la gravidanza durava… 10 mesi… niente paura, il periodo si basava sul mese lunare di 28 giorni…

…proseguiamo nella nostra disamina proprio “assistendo” alla visita tipo di un antico sunu egizio… questa era articolata in tre parti: un interrogatorio per sapere quali fossero i sintomi riscontrati dal paziente; un’ispezione del viso, delle urine, degli escrementi e dell’espettorato, cui seguiva la palpazione che aveva, principalmente, importanza simbolica e doveva, di fatto, servire a stringere il contatto fisico con il paziente per tranquillizzarlo; l’ultima parte era quella in cui venivano esposti i sintomi rilevati ed emessa la diagnosi.

Normalmente i medici si consultavano anche tra loro e concludevano le proprie visite con frasi del tipo “posso fare qualcosa per quest’uomo”, oppure “non v’è nulla che possa fare per quest’uomo”. Da questo momento in poi, di fatto, si limitavano a seguire l’evolversi della malattia somministrando rimedi che spesso poco avevano a che fare con il concetto di guarigione come lo intendiamo noi.

…scrive Diodoro Siculo:

«…impartiscono le loro cure secondo le norme di una legge scritta messa a punto col concorso di numerosi ed illustri medici dei tempi antichi. Nel caso in cui, pur seguendo le norme scritte…non riescono a salvare l’ammalato sono considerati innocenti e liberi da imputazioni; se invece non si comportano secondo le prescrizioni sono passibili di giudizio capitale giacché il legislatore ha ritenuto che pochi si sarebbero mostrati superiori in perizia ad un modo di cura collaudato da lunga tradizione e predisposto dai migliori esperti della materia…»;

…e Aristotele precisa:

«…ai medici è consentito intervenire dopo il quarto giorno; se lo fanno prima è a loro rischio e pericolo…»

In sostanza, i medici egizi si interessavano principalmente dei sintomi (tosse, febbre etc.) e curavano questi ultimi utilizzando indifferentemente la medicina e la magia, o entrambe contemporaneamente.

E’ interessante notare che esisteva, comunque, una gerarchia tra i vari medici (dentista, capo dei dentisti, supervisore dei dentisti etc.) così come esistevano le varie organizzazioni locali che andavano dal “corpo dei medici delle cave e delle miniere”, ai medici dei “villaggi operai”o delle “grandi proprietà terriere”; questo, però, non era assolutamente legato a strutture di tipo corporativo e la condizione sociale del medico variava a seconda dell’ambiente in cui operava: se era a disposizione di una cava o di una città operaia, in moltissimi casi, non godeva di nessun privilegio particolare e alcune volte era addirittura socialmente al di sotto degli ispettori oppure dei capi operai. Naturalmente se un medico operava all’interno del Palazzo Reale, o nei templi, godeva dei privilegi adeguati al proprio rango e, visto che in Egitto era in uso il sistema di sommare le varie cariche, molte volte un medico poteva anche essere un nobile, oppure un alto Funzionario di Corte.

Come per molte altre professioni, anche quella del medico si tramandava di padre in figlio anche se la preparazione era comunque completata dall’apprendistato, oppure dai corsi che si tenevano all’interno delle “Case della Vita” (le nostre Università).

…a carico dei medici era anche, sia pure molto parzialmente, il processo di mummificazione..

Partiamo però da una considerazione, l’uomo, infatti, non era considerato come una unità, ma come l’insieme di otto elementi intimamente connessi tra loro di cui quattro attinenti il mondo materiale (il corpo o khet –ovvero l’involucro di carne-; il nome; il cuore; l’ombra) e quattro sul piano astratto ed immateriale (il kha; il ba; l’akh; ed il sahu).

Poiché la morte comportava la dissociazione di questi componenti, la mummificazione doveva servire a mantenere intatto il corpo affinché potesse ancora accogliere le componenti immateriali che erano indispensabili per la vita ultraterrena (e che, come sappiamo, erano concentrate nel kha).

Potremmo perciò considerare la mummificazione non attinente al discorso sulla medicina che stiamo facendo, poiché l’opera non era eseguita da un medico, bensì da “tecnici” che appartenevano a una vera e propria casta, necessaria ma disprezzata, i cui rapporti con il medico erano praticamente inesistenti.

In compenso, e spesso al contrario dei medici, oltre ad avere una buona conoscenza delle ossa, dei muscoli e dei legamenti, tale casta di paria aveva una discreta conoscenza degli organi interni.

Mentre il medico aveva, infatti, una cognizione “topografica” esatta del corpo e delle sue parti (testa, collo, tronco, addome e arti), era però all’oscuro, quasi completamente, di quel che rappresentava lo scheletro nella sua totalità. Il sunu conosceva le ossa singolarmente, e sapeva anche ridurre le fratture molto bene e le necropoli degli operai sono, in tal senso, vere miniere d’interventi specifici di riduzione fratture o amputazioni andate a buon fine. A proposito delle amputazioni, esisteva inoltre, ovviamente per classi agiate e forse non tanto sotto il profilo medico quanto artigianale, lo sviluppo di protesi specie per gli arti inferiori.

Nel nostro immaginario collettivo un pirata che si rispetti deve avere almeno una benda su un occhio o una gamba di legno… possiamo anche soprassedere al pappagallo sulla spalla ma benda o gamba di legno debbono esserci. Scherzi a parte, menomazioni agli arti inferiori sono sempre esistite e più frequenti di quanto si possa oggi immaginare; di certo l’andare in giro scalzi, o con sandali, che ben poco proteggevano il piede, non agevolava.

Ebbene, se il pirata non poteva fare a meno della sua semplice e informe gamba di legno, anche se ricavata da un osso di balena o capodoglio, i nostri pro-pro-pro genitori egizi sapevano fare cose ben più complesse ed esteticamente anche “gradevoli”.

Nel corso di campagne di scavo della TT95 (Theban Tomb 95) Gli egittologi dell’Università di Basilea hanno rinvenuto quella che può, ad oggi, definirsi come la più antica protesi femminile da piede. Si tratta di un alluce in legno, articolato, che risale almeno a 3000 anni fa con una sorta di “imbragatura” in cuoio per fissarla al piede.

La stessa mostra segni evidenti di lungo uso e rispondeva, quindi, non solo a un bisogno estetico, ma anche a uno fisico. La fattura della protesi dimostra inoltre che chi la realizzò oltre ad avere una certa dimestichezza con l’anatomia umana, studiò un sistema che fosse anche confortevole per chi la indossava.

Per avere un’idea della differenza, si può fare riferimento a un’altra protesi, in cartonnage, risalente al Nuovo Regno oggi al British Museum (cat. EA29996/1881.0614.77)

A stretto giro, questa seconda non può ascriversi tra le protesi poiché, molto verosimilmente, non era destinata alla deambulazione, ma solo a riempire esteticamente un’amputazione per una mummia. L'”unghia” doveva originariamente essere di un materiale differente.

Benché alcuni studiosi riferiscano che entrambe potrebbero essere state funzionali, per la seconda che, essendo in cartonnage (lino e colla), senza articolazioni e senza altre dita, mi pare difficile potesse garantire una deambulazione “normale”: in fase di avanzamento del passo, infatti, la sporgenza costituita dall’alluce di “cartapesta” non avrebbe agevolato la camminata, ed anzi l’avrebbe non poco intralciata (provate, avendo peraltro tutte le altre dita del piede, a camminare senza articolare l’alluce). Se poi la si considera protesi come la gamba di legno, solo leggermente più esteticamente gradevole, ovvero con una deambulazione che comporta il sollevamento dell’intera gamba al momento del passo, allora potrebbe anche essere.

Come per l’apparato scheletrico, ogni organo era inoltre conosciuto e considerato soltanto nella sua globalità; per tutti possiamo citare il caso del cuore e del cervello. Il secondo, il cervello, era ignorato come organo (tanto che durante la mummificazione veniva distrutto).

Era conosciuto il complesso delle attività nervose, ma erano attribuite al cuore, l’organo più importante del corpo umano e “principio di tutte le membra”

ALCUNE RICETTE

Il “ricettario” più famoso è certo il c.d. “papiro Ebers (dal nome del primo acquirente, 1872 a Tebe), di cui ha parlato più ampiamente Andrea nella sua corposa e dettagliata monografia, conservato attualmente presso l’Università di Leipzing; scritto in ieratico e risalente al 1500 a.C. circa, sotto il regno di Amenhotep I, è lungo più di 20 m. e largo oltre 30 cm. Si tratta di 108 “pagine” che contengono 875 “ricette”. Ma esistono altri papiri “medici” come il c.d. “Edwin Smith”, o il papiro “Hearst”, o quelli di “Berlino(“piccolo” e “grande”), il papiro di “Kahun”, il “Chester Beatty 4”, i papiri magici di “Leida” e del “Ramesseo” … qui di seguito riporto alcune diagnosi e ricette… le più “strane”.

Per diagnosticare la sterilità di una donna. il Papiro Kahun 28 suggerisce:

«[…] farai in modo che uno spicchio di aglio inumidito di […] rimanga per tutta la notte, fino all’alba, nella sua vagina. Se l’odore dell’aglio raggiungerà la sua bocca essa sarà in grado si partorire, in caso contrario ella non partorirà mai»

Dal papiro di Berlino riporto nuovamente il metodo per conoscere il sesso del nascituro:

«[…] orzo e grano [in due sacchi di tela] che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno;… se [orzo e grano] germoglieranno entrambi ella partorirà. Se germoglierà [per primo] l’orzo sarà maschio; Se germoglierà [per primo] il grano sarà femmina. Se non germoglieranno ella non partorirà.»

Come detto più sopra, presso gli egizi la gravidanza durava dieci mesi giacché si basavano (forse più giustamente) sul mese lunare di 28 giorni;

Ancora in materia di parti, il Papiro Kahun 29 indica il sistema per sapere se tutto andrà bene:

«[…] devi pizzicarle il ventre […] l’estremità del tuo pollice deve collocarsi al di sopra di colui che palpita (il feto). [Se ….](il segno) sparisce partorirà in modo normale. [Se] non sparisce, non partorirà mai normalmente.»

E, dal papiro del Ramesseo IV, per sapere se il neonato vivrà:

«Il giorno che viene al mondo: prendi una pallina della sua placenta con [….] Pestala nel latte e dagliela in un vaso (henu). Se vomiterà significa che morirà, se la ingoierà, allora vivrà”»

(il concetto dovrebbe essere che se rifiuta la placenta, simbolo nutritivo per eccellenza, rifiuterà anche la vita).

Dal papiro Ebers, n. 810, ma una ricetta molto simile si trova anche nel papiro di Berlino, si ricava un rimedio per curare dolori al seno dovuti all’allattamento o altre infiammazioni delle mucose e della pelle, una cura non proprio gradevole:

«[…] altro rimedio per un seno dolorante: calamina 1; fiele di toro 1; cacature di mosca 1; ocra 1. il composto deve essere lavorato fino ad ottenere una massa omogenea. Spalmarlo sul seno per quattro giorni»

Ma se il “cucciolo” piange troppo, interviene il papiro Ebers n. 782:

«[…] per scacciare il pianto continuo [di un bambino]: parte shepnu (?) della pianta shepten [forse il papavero?]; cacature di mosca dal muro. Creare una massa omogenea, filtrarla e assumerla per quattro giorni di seguito […]»

E dal papiro Ebers n. 325 deriva, invece, la cura per la tosse: si formava una sostanza costituita da miele, latte o polpa di dattero, meliloto (o erba delle mosche), una pianta contenente curarina e, stranamente, colaquintide che è un purgante (forse con l’evidente motivo di scacciare gli umori dall’ammalato), poi:

«[…] cerca sette pietre e scaldale al fuoco; prendine una e cospargila di tale medicamento. Le coprirai quindi con un vaso nuovo in cui avrai praticato un foro nel fondo. Inserirai un pezzo di canna nel foro e appoggerai la bocca sull’altra estremità per inghiottire i vapori che ne fuoriescono…» (un antenato del nostro aerosol?)

Ma anche le cure estetiche facevano la loro parte: per “cacciare le rughe dal viso” delle signore (Ebers n. 716),:

«[…] per rendere l’incarnato perfetto; polvere di alabastro 1; polvere di salnitro 1, sale 1; miele 1. Mescola fino ad ottenere una massa omogenea e spalmala sulla pelle»

…e per i signori uomini che hanno perso i capelli (Ebers n. 465):

 «altro [rimedio] per far crescere i capelli ad un calvo: grasso di leone 1; grasso di ippopotamo 1; grasso di coccodrillo 1; grasso di gatto 1; grasso di serpente 1; grasso di capra 1. prepara il composto fino ad ottenere una massa omogenea e spalma sulla testa» (…sai che profumo con tutto quel grasso…);

Il papiro Ebers 191, tratta probabilmente della diagnosi di un infarto:

«[…] se esamini un malato sofferente di stomaco mentre ha dolori al braccio, al petto, da un lato del suo stomaco, ha poche possibilità di rimettersi… è la morte che lo minaccia»

E adesso, che spero di aver ulteriormente aumentato la vostra curiosità sull’argomento, non posso che rimandarvi al certamente più articolato e completo lavoro di Andrea Petta e della D.ssa Franca Napoli dal titolo “E’ un male contro cui lotterò”.

Roma, febbraio 2009, aggiornamento settembre 2022


[1]    Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim (1493-1541), detto “Paracelso”, medico, astrologo e alchimista svizzero.

[2]    Selket, ma anche Selkis, era Dea della fertilità, della natura, degli animali, della magia, della medicina e della guarigione dalle punture da animali e insetti velenosi. Importante al punto di essere una delle guardiane delle quattro porte della Duat, era anche protettrice di uno dei quattro vasi canopici, ed esattamente di quello contenente le viscere. La cappella dorata del tesoro di Tutankhamon, contenente i vasi canopici, è protetta ai quattro lati da altrettante Dee: Iside (a ovest), Nephtys (a est), Neith (a nord) e Selkis (a sud). L’animale a lei collegato era lo scorpione il cui veleno, benché raramente mortale per l’uomo adulto, è costituito da neurotossine che provocano la paralisi dei centri nervosi compresi quelli della respirazione; ne deriva appunto il nome Selket tradotto con “Colei che fa respirare la gola”. 

E' un male contro cui lotterò

IL CRANIO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

I papiri egizi più interessanti per l’anatomia descrivono le parti del corpo procedendo dall’alto verso il basso, e sono sopravvissute le sezioni relative alla metà superiore del corpo. Particolare attenzione viene rivolta al cranio, anche se la funzione del cervello in esso contenuto non venne mai riconosciuta dagli Egizi.

Navigare in questo mare di termini ci fa capire quanto evoluta fosse la conoscenza anatomica dei medici dell’epoca. Senza farne l’elenco completo, vediamo i più “particolari”.

Le principali parti della testa ed i loro nomi egizi. Ricordiamoci che i termini egizi arrivavano a descrivere parti specifiche come l’orecchio interno, le fosse nasali e le diverse parti della mandibola

Paradossalmente, il termine più “ostico” è quello per indicare la testa nel suo complesso. Il fatto che esista un simbolo geroglifico specifico (Gardiner D1𓁶) che indica la testa stessa, non è stato d’aiuto. Lo troverete infatti con due traslitterazioni ben distinte, “ḏꜣḏꜣ” (“dada”) e “tp”e gli studiosi discutono ancora su quale sia la più appropriata – benché la prima, “dada” sia la più accettata sia per l’assonanza con il copto che per l’uso figurativo che si incontra nei testi egizi (l’avanguardia di una formazione militare, ad esempio)

Djennet” è la scatola cranica in sé (più specificatamente l’insieme delle ossa craniali – frontale, etmoide sfenoide, occipitale, parietali e temporali, escluse le ossa facciali) e ci si riferisce ad esso soprattutto per le fratture – ma a volte non da prendere in senso letterale: pare che “una rottura del cranio, che schiaccia il cervello e rende dolorosi i sette fori della testa” sia una forma un po’ melodrammatica per indicare l’influenza.  “Ajs n djennet”, le “visceri del cranio” è il termine per indicare il cervello

Paqyt” o “paket” (pꜣḳt – “guscio di tartaruga” o “coccio di vaso”) sono le ossa parietali. Buon per noi maschietti, per gli Egizi la “tartaruga” era sulla testa, non sugli addominali… Le ossa parietali prendono questo nome probabilmente per il fatto di essere relativamente sottili ma estremamente resistenti proprio come il carapace elle tartarughe o probabilmente perché essendo un osso quadrangolare con la sua faccia esocranica convessa più pronunciata nella sua parte di mezzo dove si trova una tuberosità con linee che lo percorrono ricorda molto il guscio della tartaruga. Per distinguere il significato del termine viene sempre usato in combinazione con il termine “djennet” diventando “il guscio del cranio”

Tepau” è “ciò che c’è tra le due tartarughe, ed è di pelle”: con ogni probabilità è la “fontanella”, ma è stato ipotizzato che sia la “grande falce” o “falce cerebrale” (la membrana fibrosa derivata dalla dura madre che divide i due emisferi cerebrali) esposta in caso di frattura, o che si riferisca alle suture tra le ossa del cranio.

“Tepau” potrebbe indicare la fontanella (“ciò che c’è tra le ossa del cranio, ed è fatta di pelle”), oppure le suture ossee del cranio

Netnet” è, ben descritta con straordinaria precisione nel sesto caso illustrato dal papiro Edwin Smith, la dura mater. Il suo determinativo è una pelle di bovino ad indicare la natura membranosa.

“Netnet”, la dura madre (in argento) a protezione degli emisferi cerebrali

Ma” (mꜣꜥ) è la tempia (regione temporale). È uno dei termini più utilizzati per indicare dove insorge il mal di testa, tanto da essere utilizzato anche come sinonimo di malessere

E il cervello? Tutta questa struttura complessa per proteggere cosa?

Ajs n djennet”, le “visceri del cranio” la cui funzione rimase sconosciuta agli Antichi Egizi

Purtroppo la medicina egizia non riuscì mai a comprendere le funzioni cerebrali. Abbiamo visto la descrizione fatta sempre nel papiro Edwin Smith del cervello (“Quando esamini un uomo con una ferita sulla testa, che arriva fino all’osso e il suo cranio è fratturato, il suo cervello è esposto; vedrai degli avvolgimenti che sembrano immersi in metallo fuso. Sentirai qualcosa che trema (e) palpita sotto le tue dita come il punto debole nella testa di un bambino che non si è ancora indurita”), ma il fatto stesso che il cervello venisse estratto e gettato durante il processo di imbalsamazione ci racconta come fosse considerato inutile anche per l’aldilà. Però…

Però in qualche modo le funzioni di controllo dovevano essere state intuite.

Il caso 31 del papiro Edwin Smith riporta un caso di dislocazione del collo con danno al midollo spinale (che era conosciuto e descritto, avendo addirittura un simbolo geroglifico dedicato, Gardiner F39 𓄪) e dice che il paziente “non conosceva (controllava) più le braccia e le gambe a causa di ciò”. Perciò in qualche modo si sapeva che interrompendo il midollo spinale il controllo sugli arti veniva perso, ma probabilmente si considerava il midollo soltanto come un “metu” che, affetto da influenze nocive, bloccava gli arti stessi. Peccato, sarebbe stato un enorme passo avanti nella conoscenza medica.