Di Grazia Musso

Sulla sponda occidentale del Nilo si trova una collina alta poche decine di metri.
Proprio alle sue spalle si trova il villaggio nel quale abitavano i lavoratori che scavarono e decorrono le tombe della Valle dei Re.
Oggigiorno è noto come Deir El Medina dal nome del monastero copto che sorse nel luogo in epoca cristiana, ma per gli egizi era “Il luogo di Maat a occidente di Tebe”.
In base ai dati disponibili sappiamo che Amenhotep I e sua madre Ahmosi-Nefertari erano adorati come protettori del villaggio dai “servi del Luogo della Verità”, fatto che sembrerebbe indicare che ne furono i fondatori.

Tuttavia, la documentazione archeologica suggerisce che fu invece Thutmosi I progettarlo, ammesso che il villaggio esistesse durante la XVIII Dinastia, dato che le evidenze al riguardo sono completamente inesistenti.
Si sà che personaggi come Ineni visir di Tebe, o Hapusenen, gran sacerdote di Amon, supervisionarono i lavori nella Valle dei Re, ma non si sa se esistesse già una forza di lavoro dedicata esclusivamente a tale compito.
Le tombe della XVIII Dinastia sono piccole e poco decorate, di modo che è possibile che fossero costruite da gruppi di lavoratori di Tebe.
Invece per il periodo corrisponde alla XIX Dinastia vi sono numerose testimonianze sull’esistenza di tale forza lavoro, che era stata istituita, forse, a partire dal gruppo di operai che vivevano ad Amarna.

Il villaggio, situato in una valle desertica, occupava il letto di un antico Wadi orientato in senso nord-sud e raggiunse l’estensione massima di 142 x 50 metri.
Nel suo apogeo, durante la XIX e la XX Dinastia, ci vivevano circa 1.200 persone.
Nelle sue vicinanze, su una collina situata a ovest del villaggio, si sviluppò una necropoli con le sepolture dei lavoratori.

Essere scelto come membro degli “uomini della tomba” era una grande fortuna.
Essendo un compito che rivestiva la massima ideologia, dotare il sovrano di un luogo per il suo riposo eterno, si trattava di un lavoro di grande prestigio; non solo dal punto di vista della soddisfazione personale, ma anche dal punto di vista economico, visto che quando entravano nel gruppo ognuno di loro riceveva un importante incentivo: oltre alla casa e alla possibilità di costruirsi una tomba nella necropoli del villaggio, ricevevano un capanno nella valle, una vacca, un asino, capre, pecore, oltre un piccolo lotto di terra che avevano il permesso di coltivare al fuori orario di lavoro e del quale generalmente si occupava la loro famiglia.

I “regali” di benvenuto avevano il piccolo inconveniente di non poter essere venduti o ereditati, la proprietà passava al lavoratore successivo.
In molti casi era il primogenito che occupava il posto del padre, ma non era una prassi automatica, perché la decisione doveva essere approvata dal visir dopo aver ricevuto la raccomandazione di uno scriba e di un caposquadra.
Ogni dieci giorni i lavoratori, in squadre dai quaranta ai sessanta giorni, percorrevano i sentieri fino alla Valle dei Re.
Sotto la guida del caposquadra di turno, la “squadra del faraone” era divisa in due gruppi: la “parte sinistra” e la “parte destra “.
I lavori iniziavano con il semplice scavo della tomba, che, nella morbida pietra calcarea della zona tebana, procedeva abbastanza spedito.
Qualche difficoltà insorge a quando si incontravano grossi blocchi in selce o strati di roccia friabile.
I detriti dello scavo venivano portati fuori dalla tomba per mezzo di ceste.
Successivamente le pareti venivano levigate a scalpello, e, se necessario, migliorate e stuccate con gesso.
Alla fine di queste operazioni preliminari si seguivano i disegni preparatori che in un succedersi di fasi conducevano alla decorazione definitiva, l’ultimo stadio dei lavoratori prevedeva la stesura pittorica.
Sebbene la maggior parte dei sovrani del Nuovo Regno abbia regnato abbastanza a lungo per portare a termine la propria sepoltura, è singolare che la maggioranza dei complessi presenti parti incompiute.
Nel caso della tomba di Hatemhab pare quasi che gli operai abbiano abbandonato i lavori all’improvviso.
Dopo il decesso di un sovrano ci si concentrava innanzitutto sul completamento della decorazione, per cui erano a disposizione solo i 70 giorni dell’imbalsamazione e gli eventuali interventi sulla struttura della tomba si limitavano allo stretto necessario.
Il programma decorativo
Se durante la XVIII Dinastia le decorazioni interessavano solo le pareti e i pilastri della camera sepolcrale, l’anticamera e il pozzo, in epoca ramesside si verificò un cambiamento radicale : fu l’intero complesso a essere decorato con raffigurazioni e iscrizioni.
Mutarono anche le tecniche di esecuzione, dalla semplice pittura (XVIII Dinastia) si passò al bassorilievo e quindi all’incisione (XIX-XX Dinastia).

La decorazione dei locali antistanti alla Camera sepolcrale con immagini delle divinità nell’atto di offrire i segni della vita, compare per la prima volta nella sepoltura di Thutmosi IV.
Su uno sfondo dorato, Hathor, dea protettrice della necropoli, Anubi e infine il dio dei morti Osiride, in forma di mummia, fronteggiano il sovrano.
Il grandioso repertorio iconografico delle tombe reali del Nuovo Regno si è svelato agli studiosi nel suo complesso significato solo dopo lunghe ricerche.
Ancora all’inizio del XX secolo, L’egittologo tedesco Adolf Ermanno lo definiva come frutto di “fantasie folli” e di “elucubrazioni mentali di pochi”.
Il Libro dell’Amduat, la più antica tra le Guide dell’Aldilà e l’unica utilizzata fino al periodo amarniano, restituisce un quadro dettagliato della concezione egizia relativa al viaggio notturno del dio solare nelle contrade dell”aldilà.

Nell’ultima delle dodici ore notturne il dio solare (nella barca) ringiovanisce, si trasforma in un grande serpente di 120 cubiti ( circa 62 metri), per splendere in cielo all’alba sotto forma di scarabeo e iniziare il proprio viaggio. L’estremità superiore della parete era tradizionalmente costituita dalla sequenza di geroglifici del cielo stellato e da fregi khekeru ( fasci di canne stilizzati).
Il Signore della tomba prendeva parte a questo viaggio e si rigenerava , come la divinità, in un ciclo eterno.
La versione in uso durante il Nuovo Regno, il Libro della Camera Nascosta, veniva inizialmente raffigurata sulle pareti della camera sepolcrale, affinché fosse il più possibile a contatto con il defunto.
I geroglifici in forma corsiva e le figure su uno sfondo ocra delle pareti riproducevano in scala maggiore il contenuto dei rotoli di papiro.

Tebe ovest (TT1). Le raffigurazioni del campo iaru, campo delle offerte o canneto, luogo paradisiaco dell’aldilà, circondato da corsi d’acqua, dove il signore della tomba e la sua sposa coltivano i campi, era una delle vignette più conosciute del Libro dei Morti. Il defunto può giungere in questo luogo di benessere e abbondanza dopo la sua trasfigurazione e dopo aver superato il giudizio del tribunale di Osiride. Solo così si avverano i desideri come quelli elencati dal titolo della formula: “Là aver potere, là essere trasfigurato, là arare e raccogliere, là fare l’amore, fare tutto ciò che già si è fatto in terra”.
Fu intorno al 1500 a. C, che venne redatto il Libro dell’Amduat, ” ciò che è nell’aldilà”, il primo tentativo di fornire in immagini e testo una descrizione completa del mondo sotterraneo.
Nel registro medio che raffigura le singole ore, la barca del dio solare, accompagnata dal suo seguito, attraversa le dodici ore notturne su una sorta di anti-Nilo.
Il passaggio da un’ora all’altra è assicurato soltanto dalla dea Iside, che pronuncia una parola d’ordine.
Mentre la vicenda principale è sempre collegata al dio del sole, i registri laterali raffigurano gli abitanti dell”aldilà, che vengono riportati in vita al passaggio del dio.

Sui lati dello stretto ingresso a volta sono raffigurati due sciacalli, ipostasi di Anubi, sdraiati su edifici a forma di scrigno, che proteggono l’ingresso della sepoltura. La parete posteriore della camera sepolcrale, esattamente al di sopra del luogo in cui era posto il sarcofago, reca raffigurazioni del capitolo CXXXVII del Libro dei Morti : “Formula per accendere le fiaccole per Osiride, re della necropoli ‘. Le fiaccole devono allontanare le tenebre del mondo sotterraneo e vengono recate a Osiride, assiso in trono di fronte alla catena montuosa occidentale, da un occhio udjat e da una divinità accovacciata.
Compaiono poi anche pericoli concreti da superare, come il nemico degli dei Apofi, appostato su un banco di sabbia con le sembianze di un enorme serpente, che intende prosciugare l’acqua del fiume sotterraneo per impedire alla barca di avanzare.
La fermata del corso del sole, equivarrebbe alla fine del mondo, per questo Apofi viene sconfitto da Ra.
Solo nella tomba di Haremhab , ultimo re della XVIII Dinastia, compare nel repertorio decorativo un’altra delle Guide dell’Aldilà, il cosiddetto Libro delle Porte.
Al pari del Libro di Amduat, illustra il viaggio notturno della barca del sole.
La separazione delle diverse ore non avviene, come nel Libro dell’ Amduat, attraverso un lungo blocco di testo, ma per mezzo della rappresentazione di portali merlati, che hanno dato appunto il nome al libro.

Il titolo della formula del Libro dei Morti che illustra questa vignetta recita: ” Formula dell’ apertura della tomba per il ba e l’ombra di (nome del defunto), affinché esca alla luce del giorno e abbia il controllo delle sue gambe”. Come annunciato dalla formula, l’ombra nera del defunto si intravede nel vano della porta, davanti alla quale è raffigurato, come un cerchio nero, il disco solare che rischiara il mondo sotterraneo. L’anima l’uccello di Irinefet, il cosiddetto ba, è raffigurata due volte sia mentre abbandona la tomba sia quando vi fa ritorno. Per gli egizi era particolarmente importante mantenere nell’aldilà la piena libertà di movimento, poter abbandonare la tomba in sembianze diverse e potervi comunque tornare. La formula 92 del Libro dei Morti, come molte altre varianti, esprime questo auspicio
Fra i testi funerari del periodo ramesside è da ricordare il Libro delle Caverne.
La Caratteristica di questo libro è l’inserimento nella successione dei registri di immagini intercalare, per esempio quella di Nut; I testi che accompagnano le immagini sono sopratutto litanie.
Alla concezione del viaggio del dio solare nell’aldilà si affianca un’ulteriore teoria, secondo la quale il ciclo solare si compie nel corpo della dea del cielo Nut.
Mentre nelle tombe rupestri della XVIII Dinastia questa sfera celeste era simboleggiato da un soffitto piano, nel corso della XIX Dinastia, a partire da Sethy I, nella camera sepolcrale si fece ricorso a un soffitto a volta, dipinto, il così detto “soffitto astronomico”.

Sopra la mummia del re defunto racchiuso nel suo sarcofago, si innalzava un soffitto recante una grandiosa raffigurazione dipinta di un cielo notturno, il celebre “soffitto astronomico”. La vasta raffigurazione comprende elenchi di stelle, costellazioni e segni zodiacali, come Orione, Sirio e il Grande Carro ( il Toro). Il sovrano poteva così ascendere al cielo nelle sembianze della propria anima, il ba.
Sotto la XX Dinastia tale decorazione venne sostituita dai così detti Libri del Cielo, nei quali compare come motivo centrale la doppia figura allungata di Nut.
Il legame tra il re e le principali divinità ultraterrene è documentato dalle scene sui pilastri della camera sepolcrale o nell’anticamera , la cui varietà si amplia costantemente nel corso del Nuovo Regno.
Oltre all’ottimo stato di conservazione e al brillante cromatismo, un altro aspetto rilevante delle decorazioni pittoriche di Deir el-Medina è il loro livello artistico.
Il disegno preparatorio che altrove si trova così spesso persino nei minimi dettagli, qui è presente solo nei contorni delle figure e nella suddivisione generale delle scene.

Horemheb, con indosso il nemes e un corto gonnellino, porge alla dea Iside due vasi sferici contenenti vino. L’ottimo stato di conservazione della pittura e l’alta qualità iconografica dell’opera fanno delle decorazioni parietali della tomba l’esempio più compiuto dell’arte pittorica del Nuovo Regno.
Le successive fasi della lavorazione pittorica, eseguite senza fare ricorso al disegno preliminare, testimoniano la grande abilità dei pittori, che seppero creare, con pennellate sicure e un grande senso della della suddivisione e della colorazioni delle superfici, immagini di estrema vivacità da temi per noi piuttosto rigidi.
I dettagli spesso solo accennati con poche pennellate, il tratto generoso dell’esecuzione che sovente rinuncia a correzioni, e la stesura del colore che a volte assomiglia quasi all’acquerello, conferiscono a queste pitture il loro straordinario fascino.

Mentre le famiglie di Dei el-Medina vivevano nel villaggio, lasciando alle donne la cura di fare il pane, di tessere tessuti e accudire i bambini, gli uomini lavoravano a scavare e a decorare la tomba reale
La tomba del faraone, nella Valle dei Re, era il loro principale luogo di lavoro, ma anche l ‘esecuzione della tomba della regina o dei principi poteva tenerli pienamente occupati, non appena terminata quella del sovrano
Si stima che per lo scavo e la decorazione di una tomba si impiegassero all’incirca sei anni, la durata variava moltissimo dalle dimensioni dell’ipogeo.
Le condizioni del lavoro sono ben conosciute grazie agli archivi che, giorno dopo giorno, teneva lo scriva della tomba

Lavorazione di una statua.
- Terminata la statua, gli scultori la pulivano e incidevano i geroglifici del protocollo reale.
- Le statue di pietra erano spesso fissate a un pilastro dorsale e realizzate in modo da essere viste solo frontalmente.
- Per scolpire venivano usati scalpello di rame, a fine di togliere il materiale sovrabbondante.
- In genere le figure verticali erano raffigurate con la gamba sinistra in avanti.
L’illuminazione della tomba era la stessa utilizzata nelle case
Gli stoppini imbevuti di olio e accesi si consumavano lentamente in coppe.
Ogni stoppino durava quattro ore e in una giornata di lavoro ne erano necessari due, che ci permette di calcolare che si lavorava otto ore al giorno
La settimana lavorativa era di otto giorni, al termine della quale si avevano due giorni di riposo in cui gli uomini rientravano al villaggio per occuparsi delle proprie tombe e partecipare a riti e a feste religiose
Il mese egiziano era di trenta giorni, di cui sei festivi
Attrezzi, materiale di cantiere, papiri e ostraka raccontano il lavoro nelle tombe reali

Lo studio di questo campo, particolarmente vivo, è completato dall’osservazione di alcune tombe della Valle dei Re rimaste incompiute.
Le pareti delle tombe di Horemheb e di Sethi I sono esempi eloquenti in questo senso, perché permettono di ricostruire la tecnica di lavoro, fase per fase.
Sembra che dopo lo scavo delle camere e dei corridoi, eseguito facendo saltare via la roccia calcarea per mezzo di scalpelli di bronzo, si passasse a levigare la superficie dei muri e dei soffitti.
Si stendeva quindi un fine strato di intonaco sulla superficie ripulita, per cancellare le asperità.
L’intonaco era poi smerigliato e ricoperto di un “latte di calce”, destinato a omogeneizzare il tutto.

A quel punto interveniva lo “scriba dei contorni”, usualmente tradotto con “disegnatore”, il quale tracciava col pennello rosso le figure previste per le decorazione del monumento.
Talvolta lo eseguiva un correttore che rettificava gli errori con un colpo di pennello nero.
Poi veniva il turno dell’ scultore, che doveva fare colpo alle figure sbalzando in rilievo l’interno dei contorni preparati a pennello.
L’arte dell’ scultore stava nel conferire al rilievo un modellato molto sfumato e morbido .
I muscoli delle gambe, la rotondità delle guance, le forme piene del seno delle dee e delle regine sono suggerite da rilievi talvolta appena sporgenti ma molto espressivi.
Il pittore interveniva per ultimo con la sua tavolozza di colori, per animare con con tinte sempre vivaci le figure scolpite

- Per eliminare le irregolarità della superficie si stendeva uno strato di stucco livellando la parete.
- Lo strato di stucco veniva utilizzato anche come base per il disegno realizzato con pietre appuntite o carboncini
- Per definire le proporzioni del disegno gli artigiani usavano un reticoli sul quale ingrandire il bozzetto già realizzato.
- La superficie che doveva ospitare la scena veniva divisa in registri per ordinare la sequenza della storia.
- Il reticolo veniva tracciato applicando sulla parete delle corde sottili, tese e imbevute di pittura con un peso al capo inferiore.
- Il rilievo si otteneva scolpendo la parete con mazzuolo e poi sfumando i contorni secondo il tipo di rilievo
- Ogni artigiano si occupava di un preciso colore e lo applicava tutto in una volta. Più seguivano le tinteggiature successive.
- Lo sfondo del disegno era il primo strato di pittura che veniva dato sulla parete, asciugato il quale si procedeva alla colorazione dei diversi elementi.
Nei gruppi di artisti del Dei el-Medina i disegnatori vanno senza dubbio sempre distinti dai pittori: i primi erano capaci di eseguire il repertorio iconografico e mitologico fissato dallo Scriba della della Tomba e dal caposquadra, i secondi sapevano applicare i colori di cui essi stessi componevano le miscele.
Fonti
- Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
- Le tombe reali d’Egitto – National Geographic
- Egitto: Gli egizi straordinari artigiani -.De Agostini
- Archeo – De Agostini Rizzoli