Mai cosa simile fu fatta

LA STATUA DI SCRIBA

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 51, larghezza cm 31
Saqqara, Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1893
Inizi della V Dinastia – Museo Egizio del Cairo

La figura dello scriba era molto importante nella civiltà egizia.

Egli era un letterato, un uomo colto e preparato nella “Casa della Vita’. a esercitare la “Prima fra tutte le professioni”.

Questa statua raffigura il personaggio nella posizione consueta, seduto a gambe incrociate, con il rotolo di papiro aperto sul gonnellino teso.

L’atteggiamento non sfugge allo stereotipo e solo i lineamenti precisi del volto emergono dall’insieme come tratti caratterizzanti dell’individuo.

Fonte

I tesoro dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

IL NANO SENEB

Di Grazia Musso

Gruppo statuario del nano Seneb e della sua famiglia.
Calcare dipinto, Altezza cm 34, Larghezza c. 22,5
Giza, tomba di Seneb – Scavi di Junker
Fine della V Dinastia e inizio VI Dinastia
Museo Egizio del Cairo, JE 51280

Il grande senso di armonia che è presente in tutta l’arte egizia, si avverte ancora di più in questo gruppo di famiglia.

Il capofamiglia, responsabile del guardaroba del faraone, è affetto da nanismo ed è qui rappresentato con crudo realismo: la testa grande, il corpo tozzo, gli arti sproporzionatamente piccoli.

L’artista ha inserito tutti i personaggi, evitando che la deformità dell’uomo sbilanciasse l’insieme.

Seneb è ritratto accanto alla moglie, su un seggio parallelepipedo, con braccia incrociate sul petto e le gambe incrociate sul davanti, nella posizione di scriba.

La sposa è seduta nella posizione tradizionale.

Nello spazio che dovevano occupare le gambe di Seneb, lo scultore ha inserito i due figli della coppia, in piedi.

Seneb ha una capigliatura corta e nera, grandi occhi, naso e bocca pronunciati e orecchie piccole.

Indossa un gonnellino bianco.

La moglie, Senetites, indossa una parrucca nera e liscia e una una lunga tunica bianca.

Le braccia circondano, con un gesto affettuoso il marito.

I bambini sono raffigurati nudi, entrambi con il dito in bocca.

Alla base del seggio sono incisi i nomi e i titoli dei quattro personaggi.

La scultura fu rinvenuta all’interno del piccolo naos in calcare nella tomba di Seneb a Giza.

Fonte:

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti -fotografia Araldo De Luca -Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

IL BUSTO DI ANKH-HAF

Di Patrizia Burlini

Magnifico busto in calcare dipinto del principe Ankh-Haf (h. 50,5 cm) risalente al regno di Khafre, 2558-2532 a.C., IV dinastia. Giza, tomba G 7510, scavata dalla Harvard University-Boston Museum of Fine Arts. MFA Inv. 27.442

Nell’antico Egitto, gli artisti raramente creavano ritratti realistici ma piuttosto dei ritratti idealizzati. Questo busto di Ankh-Haf infrange questa “regola”. È realizzato in calcare ricoperto da un sottile strato di gesso, e rappresenta il volto di un vero individuo.

Magnifico il modellato e la resa delle fisionomia del principe

Questa scultura dimostra la straordinaria abilità degli artisti dell’Antico Regno che avevano la capacità di realizzare dei ritratti assolutamente realistici quando chiamati a farlo.

Dalle iscrizioni nella sua tomba, sappiamo che Ankh-Haf era il figlio del re Snefru, fratellastro del re Khufu (Cheope), e che servì Khafre (Chefren) come visir e sorvegliante delle opere. In quest’ultima veste, potrebbe aver supervisionato la costruzione della seconda piramide nel complesso di Giza e la scultura della sfinge.

Ricostruzione (un po’ allucinata) del busto di Ankh-Haf con occhi, barba e baffi dipinti

Ankh-Haf è citato infatti nel papiro di Merer, di cui ha parlato il nostro Ivo Prezioso in un’esaustiva presentazione sul sito di Wadi al-Jarf.

Le caratteristiche di Ankh-Haf sono quelle di un uomo maturo. Le sue palpebre si abbassano leggermente sugli occhi originariamente dipinti di bianco con pupille marroni. I solchi diagonali ai lati della bocca conferiscono un aspetto severo. Sembra che originariamente la statua presentasse una barba corta realizzata con un pezzo di gesso separato. La barba, così come le orecchie, è andata persa nell’antichità. Il suo sguardo è quello di un uomo imponente e determinato, qualcuno abituato a dare ordini e ad essere obbedito. Era il modo in cui voleva essere ricordato per l’eternità.

Ricostruzione della collocazione del busto di Ankh Haf da parte di Bolshakov

La mastaba di Ankh-Haf era la più grande della grande necropoli orientale di Giza. Il suo busto era installato in una cappella di mattoni di fango attaccata al lato est della tomba e orientato in modo tale da fronteggiare l’ingresso della cappella. Le pareti della cappella erano coperte da bassorilievi squisitamente modellati. È stato suggerito che le braccia di Ankh-Haf fossero scolpite sul basso piedistallo su cui sedeva, facendolo apparire ancora più realistico. È possibile che le braccia reggessero un tavolo di offerte con più di novanta modelli di cibi e bevande per Ankh-Haf da gustare nell’aldilà. L’esatta funzione del busto non è chiara ed è stato scoperto disteso sul pavimento della cappella di mattoni di fango appena fuori dalla tomba. Questa insolita disposizione è presente anche nella tomba di Visir Idu (sesta dinastia) situata vicino alla G 7510. È possibile che gli scultori di Idu abbiano usato il busto di Ankh-Haf come esempio o prototipo.

Ma qual era l’aspetto originario del busto di Ankh-Haf? Ho postato l’immagine del volto ricostruito e la ricostruzione del busto nella sua possibile originaria posizione, così come presentato nel Journal of the Museum of Fine Art, Boston Volume 3 1991 in un articolo scritto dal dott. Andrey Bolshakov (Custode delle antichità egizie all’Hermitage Museum, Leningrado) . Secondo Bolshakov, il busto sarebbe stato posto di fronte ad una falsa porta e ad un tavolo per le offerte, così come appare nella tomba di Idu (G 7102).Il busto sarebbe stato incastrato nella falsa porta, così come appenare nella ricostruzione di Bolshakov allegata al post. L’immagine è una combinazione di una foto del 1927 della tomba di Idu con il busto di Ankh-Haf sovrapposto su di essa.

Ankh-Haf è citato nel cosiddetto Diario di Merer, un testo su papiro ritrovato nel sito portuale di Wadi al-Jarf, sul Mar Rosso, associato al progetto della piramide di Cheope (Akhet Khufu, l’Orizzonte di Khufu).

Fonti:

Mai cosa simile fu fatta

LO SCRIBA ACCOVACCIATO

Di Grazia Musso

Calcare dipinto – Altezza cm 51
Necropoli di Sakkara – Prima metà della V Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 30272 = CG 36

La statua, provvista di una base parallelepipeda dipinta di nero, rappresenta uno scriba seduto a terra con le gambe incrociate su cui poggia il rotolo di papiro parzialmente srotolato e tenuto con la mano sinistra.

La mano destra, che doveva tenere uno stilo, è appoggiata all’estremità aperta nell’atto di scrivere.

L’uomo porta una parrucca nera e svasata, che fa da cornice al viso dai lineamenti decisi.

Il volto tondeggiante, ha un’ampia fronte, due grandi occhi incastonati, contornati da un orlo di rame che rende la linea del trucco, il naso è regolare incorniciato alla base da solchi di espressione che si allargano dalle narici verso la bocca tracciata con linee precise.

Una fascia, priva oggi di colore, rivela la presenza di una collana a più fili, al di sotto della quale la pelle, di un arancio carico sul viso e sul collo, si schiarisce sul resto del corpo.

Indossa un gonnellino corto bianco stretto da una cintura dalla quale fuoriesce un lembo.

La parte inferiore del corpo appare meno curata: le gambe sono modellate in maniera sommaria, sono disposte rigidamente.

La posizione da scriba che avrà molto successo nella statutaria dei privati, compare nel corso della IV Dinastia.

Resta purtroppo senza nome il titolare di questa statua.

Fonte: Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti, fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star.

Mai cosa simile fu fatta

LE STATUE DI RANOFER

Di Grazia Musso

Calcare dipinto
Saqqara – Mastaba di Ranofer
Scavi di A.Mariette (1860)
Prima metà della V Dinastia

Queste splendide statue gemelle di Ranofer furono ritrovate in due nicchie ricavate nella cappella della sua tomba a Saqqara, insieme a quella della moglie Hekenu.

Le sculture, a grandezza naturale, rappresentano il sacerdote di Ptah e di Sokari in due fasi diverse della sua vita, una nel pieno della giovinezza, l’altra in età matura.

Il giovane Ranofer è un uomo dall’aspetto prestante, atletico e muscoloso, cinto ai fianchi da un gonnellino annodato in vita, indossa una semplice parrucca.

Nell’altra statua è raffigurato con una capigliatura tanto corta che può sembrare una calotta e con una lunga gonna, i suoi tratti sono quelli di un uomo avanti negli anni.

Il dignitario è ritratto in piedi, nella tipica posa dell’uomo incedente, con la gamba sinistra avanzata, le mani stringono due cilindri e lo sguardo fisso, ormai al di sopra delle cose terrene.

La tecnica esecutiva ricalca i canoni della tradizione scultorea, che parte da un unico blocco litico per liberare progressivamente i volumi e i contorni della figura, fino a farla emergere completamente.

I dettagli anatomici vengono definiti con precisione, le superfici sono accuratamente levigate.

Lo spazio che separa le singole parti del corpo resta “riservato”, vale a dire pieno, secondo una convenzione stilistica che non conosce eccezioni.

Il colore era di norma applicato quando la pietra non era particolarmente pregiata, come nel caso del calcare, e non permetteva di raggiungere gli stessi effetti luministici delle pietre più dure

Fonte: I Tesori dell”Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

ANKHWA IL COSTRUTTORE DI NAVI

Di Marina Celegon

Statua di Ankhwa, terza dinastia c. 2650 a.C. Granito rosa, altezza 65,5 cm. Provenienza sconosciuta probabilmente da Saqqara. Pervenuta al British Museum (inv. EA 1717) tramite la terza collezione Salt nel 1835.

La scultura a tutto tondo di personaggi non reali è piuttosto rara nell’Antico Egitto prima della Quarta dinastia, ma vi sono alcuni eccezionali esemplari risalenti alla Terza dinastia tra i quali la notevole statua in granito rosa di Ankhwa, conosciuto anche come Bedjmose.

La statua lo rappresenta seduto, con addosso una parrucca ed un corto gonnellino sul quale sono scolpiti i suoi nomi ed i suoi titoli “conoscente del re” e “costruttore di navi”.

La rappresentazione del suo corpo è tipica di queste prime sculture: la figura è leggermente tozza, con la schiena un po’ curva, la testa piuttosto grande dai lineamenti rozzi, le gambe e i piedi massicci. Anche il sedile è tipico di queste statue arcaiche, con i supporti a “U” rovesciata visibili su tre lati.

Ankhwa tiene in mano, appoggiata sulla spalla, un’ascia, senza dubbio simbolo della sua professione, cosa alquanto rara nella statuaria antico egiziana. In questo periodo gli scultori stavano sperimentando nuove forme e modelli, prima di arrivare a quel canone di forme e soggetti che sarà caratteristico della statuaria egiziana già dalla dinastia successiva.

Questa statua, come le poche altre pervenute a noi dalla Terza dinastia, mostra anche come gli artigiani egiziani, che fin dal predinastico e dalle prime dinastie avevano perfezionato le tecniche per produrre splendidi vasi in pietra, avevano esteso la loro abilità nel lavorare la pietra, anche pietre dure come il granito, con la produzione di oggetti di maggiore dimensione come le statue.

Il fatto che Ankhwa abbia avuto accesso al prezioso granito, probabilmente proveniente da Assuan, e ad artigiani in grado di realizzare una statua così importante, mostra come egli fosse non solo uno dei tanti conoscenti del re o un semplice costruttore di navi, bensì un personaggio importante alla corte che godeva ampiamente del favore reale. Infatti oggetti simili erano in genere prodotti dai laboratori reali e costituivano molto spesso doni del sovrano. Se anche non fosse stato così solo il favore del sovrano gli avrebbe consentito di disporre delle risorse necessarie alla realizzazione della statua e della tomba nella quale la stessa era conservata. Questo dono del re assicurò ad Ankhwa l’immortalità dal momento che tanto la statua che le sue iscrizioni avrebbero ospitato il suo spirito nel caso il suo corpo andasse perduto.

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA DI KAEMKED INGINOCCHIATO

Di Grazia Musso

Calcare stuccato e dipinto – Altezza cm 43
Necropoli di Sakkara, Tomba del tesoriere Urirn ( n° 62)
Scavi di Auguste Mariette 1860
Seconda metà della V Dinastia – CG 119

Kaemked è raffigurato inginocchiato su una base parallelepipeda con le mani incrociate sul grembo.

Indossa una parrucca svasata di media lunghezza, i capelli sono lisci resi da incisioni verticali distribuite con regolarità, caratteristica comune nella statutaria di questo periodo.

Indossa un gonnellino corto, con un lembo sovrapposto plissettato e una cintura annodata.

Il viso, magro, ha lineamenti piuttosto marcati: gli occhi, incastonati, sono decorati da trucco, realizzato con bordi di rame.

Il naso ha una forma tondeggiante alla base, la bocca, dalle labbra carnose, è atteggiata in un sorriso sereno.

Il torso dalle spalle larghe ha i pettorali ben disegnati.

La scultura fu rinvenuta nella tomba del suo Signore, il tesoriere Urirni, di cui Kaemked era sacerdote funerario.

La posa inginocchiata, non molto comune nell’ ‘Antico Regno, ha un precedente nella scultura arcaica di Hetepdief, anch’ egli sacerdote legato al culto funerario di tre sovrani della II Dinastia.

Fonte:

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – a cura di F. Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI KAGEMNI

Di Luisa Bovitutti

Kagemni raffigurato in dimensioni eroiche nella sua mastaba

Kagemni, detto Memi, fu un alto dignitario vissuto durante i regni di Isesi, di Unas e infine di Teti, primo sovrano della VI dinastia del quale probabilmente fu il genero, avendone sposato la figlia Nebtynubkhet detta Sesheshet.

All’ingresso della sua mastaba si legge la sua autobiografia, nella quale ricorda il ruolo preminente da lui ricoperto sotto tre sovrani:

“Dice il Visir di Stato, Kagemni: Io fui il favorito di Isesi. Ricoprii l’incarico di funzionario dello Stato, al tempo di Unas. Sua Maestà mi ricompensò molto generosamente (…). La maestà di Teti, mio ​​Signore, colui che vive in eterno, mi ha nominato capo di tutti gli uffici, in servizio a qualsiasi ora (presso) la Residenza. Sua Maestà aveva fiducia riguardo a tutte le cose che aveva ordinato che fossero fatte, perché ero capace, perché ero apprezzato da Sua Maestà”.

“(…) compii giustizia per il re, perché è la giustizia che piace a Dio (…) Ho giudicato le parti in modo che fossero soddisfatte, ho nutrito il povero, [ho rimosso il dolore dell’afflitto.

Egli in effetti era il più importante personaggio d’Egitto dopo il faraone e vantava oltre 50 titoli, tra i quali quelli di visir (e quindi di sovrintendente degli scribi dei documenti reali e delle opere pubbliche, ispettore della piramide e delle sei grandi corti), di ministro della giustizia, di tesoriere del Faraone, di sorvegliante dei due guardaroba del re, di direttore dei palazzi delle corone bianca e rossa e di custode delle decorazioni della testa.

Importanti erano anche le sue attribuzioni in campo religioso, in quanto era capo dei sacerdoti lettori, sacerdote di Anubi e di Min, sacerdote sem, sacerdote delle piramidi.

Il re doveva stimarlo moltissimo, in quanto gli aveva conferito anche il titolo di unico amico, e pare che siano riferibili a lui i famosi “Insegnamenti di Kagemni”, un testo sapienziale risalente alla VI Dinastia sebbene esso sembri fare riferimento ad un visir che servì Snefru, padre di Cheope.

L’ingresso della mastaba; ai lati due raffigurazioni speculari di Kagemni

La sua grande mastaba a Sakkara venne scoperta nel 1843 da Richard Lepsius; essa ha la forma di una L, fu costruita con grandi blocchi di calcare locale e rivestita di calcare bianco di Tura oggi perduto in quanto la mastaba venne utilizzata in passato come cava di pietra.

La pianta della mastaba

Ha l’accesso ad est, fiancheggiato da una doppia rappresentazione del defunto con i suoi nomi ed i suoi titoli sugli stipiti della porta; ha una cappella composta da sei stanze, una sala colonnata, cinque magazzini, due fosse per le barche (rimaste vuote) del tutto insolite per un privato, un serdab separato dal resto della tomba e già vuoto al momento della scoperta, un pozzo che dava accesso alla struttura funeraria sotterranea nella quale si trovava il sarcofago di Kagemni ed una scala che dava accesso al tetto, la cui effettiva funzione è ancora oggi sconosciuta.

La falsa porta nella sala delle offerte

La camera sepolcrale e la nicchia sul lato ovest sono decorate con immagini di sacrifici e con testi di offerta ed al momento della scoperta conteneva ancora i canopi, alcuni beni facenti parte del corredo funerario (oggi al museo del Cairo) ed un sarcofago in pietra recante il nome ed i titoli di Kagemni, all’interno del quale si trovava un altro sarcofago ligneo il cui coperchio ed i cui lati erano caduti sulla mummia, danneggiandola. Essa era riccamente avvolta nel lino ed era stata sepolta con due grandi collari ed almeno tre bastoni e scettri cerimoniali di legno.

Le pareti della mastaba sono decorate ad altorilievo su sfondo grigio azzurro (conservato solo nella sala VIII) con scene naturalistiche e di vita quotidiana estremamente vivide, recanti iscrizioni che riportano scambi di battute tra i servi.

Mungitura: le mucche venivano legate per impedire loro di muoversi

I registri inferiori sono ben conservati ma quelli superiori sono quasi tutti perduti, tranne che nella zona posteriore della tomba; le aree non decorate erano dipinte in rosso e grigio, ad imitazione del granito; vicino all’ingresso si trovano alcune scene incompiute ed altre scene tracciate in modo frettoloso.

Le scene offrono vividi spaccati della vita quotidiana nell’antico Egitto: i temi decorativi scelti da Kagemni, infatti, sono quelli tipici dell’epoca, finalizzati ad illustrare le sue attività terrene e le sue ricchezze per poterne godere anche nell’Aldilà.

La mandria sta guadando il fiume; i servi fanno in modo che il bestiame segua il vitellino, che si gira spaventato verso la madre

Nelle prime stanze sono rappresentate feste e danze, la caccia all’ippopotamo, la pesca nelle paludi alla quale partecipa lo stesso Kagemni su di una barca di papiro, l’uccellagione e la vita selvatica, con libellule, rane, fauna acquatica e terrestre, servi che alimentano forzatamente oche e iene, una lotta tra un coccodrillo ed un ippopotamo: le immagini, molto dettagliate, permettono di ricostruire tecniche di caccia e di pesca e di identificare specie di uccelli e di pesci che a quell’epoca popolavano le rive del Nilo.

Nutrizione forzata di una iena: un servo spinge pezzi di pollame nelle fauci dell’animale, steso a terra di schiena e con le zampe legate.

Le scene relative al banchetto funebre decorano invece la parte più interna della mastaba.

Oche in gabbia: molto particolare la resa della gabbia, disegnata in modo tale che tutti i volatili fossero visibili integralmente, anche se nella realtà si trovavano uno accanto all’altro e all’interno della gabbia.

Al di là del significato immediatamente percepibile, la caccia e la pesca nella palude ed in particolare la caccia all’ippopotamo avevano una valenza simbolica di grande importanza:

I servi cacciano gli ippopotami e li hanno già trafitti con svariati arpioni

La palude simboleggiava la zona di confine tra il caos ed il mondo della Maat, che doveva essere difeso combattendo le forze del male, rappresentate dagli ippopotami e dagli animali pericolosi per l’uomo; la caccia al pachiderma poteva anche simboleggiare le prove che il defunto doveva superare per ottenere l’Aldilà (per un’analisi più approfondita del significato dell’ippopotamo maschio, si veda https://laciviltaegizia.org/2021/12/23/lippopotamo-maschio/).

GALLERY:

FONTI:

https://www.osirisnet.net/mastabas/kagemni/e_kagemni_01.htm

https://www.kemet.nl/de-mastaba-van-kagemni-beschrijving/MM

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA DOPPIA STATUA DI NIMAATSED

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 57
Saqqara, Mastaba di Nimaatsed ( D 56) – Scavi di Auguste Mariette ( 1860)
Seconda metà della V Dinastia – Museo Egizio del Cairo CG 133

La scultura rappresenta una doppia immagine del sacerdote e giudice Nimaatsed, legato al culto di Hathor e di Ra nel Tempio Solare di Neferirkata Kakai.

Titoli e nomi sono indicati nella breve iscrizione incisa in bianco sulla base nera su cui appoggiano le due statue e da cui si innalza la lastra dorsale.

L’unica diversità è la lieve differenza di altezza : la figura a sinistra è un po’ più alta.

In entrambe le statue, Nimaatsed è raffigurato nell’usuale atteggiamento della statua incedente, con braccia distese lungo il corpo.

Porta una parrucca nera svasata, piuttosto ricorrente nella statutaria privata di questo periodo, che gli lascia scoperti i lobi delle orecchie e gli incornicia il volto ovale con grandi occhi dipinti.

La bocca, dalle labbra carnose, è ornata da sottili baffi..

Al collo Indossa una collana a più fili, in cui si alternano il bianco e l’azzurro.

Il torso non è molto ampio ha pettorali ben disegnati e si restringe fino alla vita sottile.

Indossa un gonnellino bianco, che giunge al di sopra delle ginocchia, un lembo , ripiegato sul lato destro, è plissettato e dipinto di giallo.

Un’estremità si inserisce al di sotto della cintura e fuoriesce accanto all’ombelico.

Le gambe, benché sottili, mostrano una muscolatura solida.

La pelle è dipinta di un colore ocra deciso.

Nella Mastaba a Saqqara, furono rinvenute da Mariette diverse statue di Nimaatsed, tra le quali questa, che rappresenta un’interessante documento, unendo all’usuale bellezza delle opere di questo periodo, la vivezza dei colori, raramente così ben conservati.

Fonte:

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

TESTA DI USERKAF

Di Grazia Musso

Scisto, Altezza cm 45. Abusir, Tempio solare di Userkaf
Scavi congiunti dell’Istituto Germanico e dell’Istituto Svizzero al Cairo, 1957
V Dinastia , regno di Userkaf – Museo Egizio del Cairo

Questa testa è un significativo esempio dello spirito accademico che animava gli artisti della corte eliopolitana, eredi della tradizione scultorea di Micerino.

Scegliendo come pietra lo scisto, lo scultore ha privilegiato gli effetti luministici, modulando con equilibrio le luci e le ombre che animano le superfici levigate.

La linea essenziale della corona del Basso Egitto si fonde con i contorni sfumati del volto del sovrano.

I caratteri somatici, per quanto improntati a quelli di Micerino, sono estremamente idealizzati, così come l’espressione convenzionale del volto.

In quest’opera tutto contribuisce a creare un senso di armonia e di compiutezza.

Ogni elemento figurativo segue una distribuzione attentamente bilanciata, unicamente volta alla sublimazione dell’ideale etico ed estetico incarnato dal sovrano.

Se lo scopo dell’arte ufficiale era quello di tradurre in. opere perfette la perfezione della regalità divina, la testa di Userkaf è un capolavoro.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto – foto di Araldo De Luca. National Geographic – Edizione White Star