C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXI Dinastia

IL FARAONE PSUSENNES I

Di Piero Cargnino

Per maggiori dettagli sui tesori di Psusennes I vedi anche: L’ORO DI TANIS

Alla morte di Amenemnesut gli succede Pasibkhanu (o Pasebakennu) che significa “L’Astro è apparso sulla città [di Tebe]” che Manetone ellenizza in Psusennes.

Il terzo faraone della XXI dinastia assume il nome regale di Akheperra-Setepenamon “Grandi sono la manifestazioni di Ra-Scelto da Amon”. Suo padre era il Primo Profeta di Amon Pinedjem I il quale aveva preso in moglie la figlia di Ramses XI e della regina Tentamon, Henuttaui. Sua Grande Sposa Reale fu la sorella Mutnodjemet.

Per quanto tempo abbia regnato Psusennes I non ci è dato a sapere con precisione, unico riferimento sono le Aegyptiaka di Manetone, tramandateci dai suoi epitomi che però sono discordanti variando da 41 a 46 anni. Secondo alcuni egittologi la durata del regno di Psusennes I sarebbe invece di una cinquantina d’anni, questo in base a iscrizioni coeve che fanno riferimento ad un 48º e un 49º anno di regno di un sovrano anonimo nell’Alto Egitto.

  

Con questo faraone possiamo dire che l’Egitto godette di una certa stabilità politico-economica in un’epoca caotica come il Terzo Periodo Intermedio. Durante il suo lungo regno Psusennes I fece circondare la necropoli di Tanis da una grande cinta muraria oltre ad edificare tre templi dedicati a Khonsu, Mut e Amon. Psusennes I si fece costruire la tomba nella necropoli di Tanis, la NRT III. Si tratta di un’enorme tomba che accoglie, oltre al faraone, anche la Grande Sposa Reale Mutnodjemet, che probabilmente proveniva dall’Assiria, lo testimonia un collare in lapislazzuli, i figli Amenemope e Ankhefenmut oltre al generale Uendjebauendjed. Nella stessa tomba furono trasferite in seguito anche le mummie di Psusennes II e Siamon oltre al sarcofago di Sheshonq II.

  

Scoperta nel 1939 da Pierre Montet, la tomba NRT III è tra le poche sepolture ritrovate intatte, non presentava alcun segno di effrazione. E’ delimitata da un vasto perimetro formato da enormi lastre di granito che costituiscono la parte principale della struttura mentre la parte nord-occidentale è formata da lastre più piccole disposte perpendicolarmente all’asse generale.

Il pozzo di accesso alla tomba è coperto con altre piccole lastre. Rimosse le lastre il pozzo sembra essere riempito con della terra accumulata nei secoli, rimossa la terra sotto appare un tampone formato da grossi blocchi ammucchiati e impastati con sabbia. Al di sotto si trova la porta murata ma completamente intatta, liberata dai detriti la porta, dopo un breve corridoio, da accesso all’anticamera. La stanza è decorata con rilievi che riportano i nomi di Psusennes I ed è interamente occupata da corredi funerari provenienti da diverse tombe ammucchiati senza pretese per preservarli dai ladri.

Su di una piattaforma composta da grandi blocchi di granito che denotano una sistemazione frettolosa, poggia un massiccio sarcofago ieracocefalo d’argento massiccio; si scoprirà poi che apparteneva al faraone Sheshonq II e conteneva ancora la mummia del re ormai ridotta ad uno scheletro, ma ancora ricoperta di tutti i gioielli che erano stati posti sul corpo e tra le fasce mancanti. Sul volto di Sheshonq II era stata posta una maschera d’oro massiccio; ai piedi della piattaforma c’erano i vasi canopi contenenti quattro piccoli sarcofagi in argento massiccio che in passato avevano ospitato le sue viscere. Intorno ad esso i resti di tre sepolture secondarie ormai decomposte nel tempo e per le cattive condizioni di conservazione. Due sarcofagi in legno un tempo dorato, contenevano al loro interno due mummie ridotte a scheletri dei quali, grazie ai loro ushabti è stato possibile stabilire che i due erano Siamon e Psusennes II, uno dei quali era ancora in possesso del suo “scarabeo del cuore”.

  

Intorno sono ammucchiati centinaia di gioielli, bracciali, copridita, collane, pettorali, piatti, bastoni, vasi canopi, ushabti ed altri resti delle dotazioni funerarie rinvenute dai saccheggi di altre tombe e riposti qui per preservarli. Purtroppo il clima umido del Basso Egitto non è certo adatto a conservare i reperti, la maggior parte di quelli deperibili era ormai scomparsa o estremamente danneggiata. Attraverso un passaggio si accede ad altre tre stanze, quella del figlio di Psusennes I Ankhefenmout, quella dello stesso Psusennes I ed infine quella di sua moglie, la regina Moutnedjemet; In quest’ultima stanza verrà sistemato in seguito l’effimero re Amenemope.

  

La camera funeraria di Psusennes I consiste in una stanza di cinque metri per due, costruita interamente in granito, in fondo alla quale si trova il massiccio sarcofago reale, intatto. La camera si presenta interamente occupata da una montagna di stoviglie in metallo prezioso, centinaia di ushabti, quattro vasi canopi e vasi di alabastro. Lo studio di questi reperti ha dimostrato che molti oggetti risalivano a tempi molto precedenti al regno di Psusennes I, su di un braciere in bronzo era evidente il cartiglio di Ramses II.

Il massiccio sarcofago esterno in granito era appartenuto a Merenptah, figlio e successore di Ramses II, provenendo quindi dalla Valle dei Re. Prova questa che i faraoni della XXI, ma forse già della XX dinastia non avevano disdegnato di riutilizzare questo patrimonio saccheggiando le tombe dei loro predecessori. All’interno del primo si trovava un secondo sarcofago usurpato ad un nobile del Nuovo Regno il cui nome era stato cancellato e sostituito con quello di Psusennes I.

L’intera mummia era ricoperta da una corazza che proteggeva il busto, il bacino e le gambe ed era stata realizzata con foglia d’oro cesellata col nome del re. Intatta era la sua maschera funeraria d’oro massiccio e lapislazzuli con occhi e sopracciglia in vetro nero e bianco, di rara maestria ed eleganza, è stata definita “uno dei capolavori del tesoro di Tanis”; a differenza di quella di Tutankhamon non porta iscrizioni; è alta 48 centimetri e larga 38, oggi è conservata al Museo Egizio del Cairo.

  

Questo conteneva un terzo sarcofago mummiforme, nel quale era riposta la mummia di Psusennes I, dove il sovrano compariva in stile rishi con il nemes ed un ureo d’oro, il sarcofago, creato appositamente per lui era interamente in argento massiccio con inserti in oro inciso e inscritto con il nome del re. Ora, poiché in Egitto l’argento era assai più raro dell’oro, sorprende che in un simile periodo di declino dell’Egitto si sia fatto sfoggio di cotanta ricchezza.

La mummia di Psusennes I fu esaminata nel 1940 dall’anatomista e antropologo britannico Douglass Derry, e dallo scheletro ritenne che il sovrano sia morto in età avanzata. Fu subito evidente, come per la gran parte degli egiziani, che la dentatura si presentava molto cariata con un ascesso che aveva lasciato un buco nel palato, emerse anche  una grave artrite che negli ultimi anni lo lasciò quasi paralizzato. L’egittologo statunitense Bob Brier, che ha esaminato a fondo la mummia di  Psusennes I, così la descrive:

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
  • Bob Brier, “The Encyclopedia of Mummies”, Checkmark Books, 1998
  • Henri Stierlin, “Egitto, un’arte per l’eternità” , Ed. Milano, 2003 
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004

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