C'era una volta l'Egitto, Letteratura, Medio Regno

SINUHE, IL FIGLIO DEL SICOMORO

Di Piero Cargnino

Come ebbi modo di scrivere in precedenti articoli, col Medio Regno, ed in particolare con la XII dinastia, l’Egitto conobbe una notevole rinascita culturale. Nell’architettura, come nell’arte in generale, assistiamo all’emergere di nuove concezioni esecutive, un’armonia nuova nelle costruzioni  mentre la statuaria presenta una delicatezza nei tratti che denota una maturazione artistica straordinaria.

Tra le opere architettoniche più importanti del Medio Regno ricordiamo le piramidi di Sesostri II e di Amenemhat III (che tratteremo in seguito), la statuaria non rappresentava più il faraone come un essere solenne ed impassibile ma evidenziava, nei tratti del volto, un’immagine più umana e meno divina di un sovrano che si occupa del benessere del suo popolo.

La letteratura subì un notevole sviluppo quale mezzo di promozione nei confronti di un faraone più umano e generoso, guida del popolo, non più come un dio inaccessibile. Il sovrano non era più considerato come l’unico ad avere accesso alla vita eterna, prerogativa che ora veniva estesa anche alle fasce socialmente meno elevate. Oltre ai testi che ci sono giunti nei numerosi papiri, le lamentazioni, gli insegnamenti ed altri papiri sapienziali, è giunta sino a noi l’opera letteraria più importante e completa di tutta la letteratura antico egizia, “Il racconto di Sinuhe”.

L’opera si inserisce perfettamente nella cronologia del periodo che sto trattando in quanto si sviluppa proprio nella XII dinastia a cavallo tra i regni di Amenemhat I e del figlio Sesostri I.

A questo punto mi voglio permettere una parentesi ed anziché parlare di storia voglio parlare di letteratura, poiché la storia di Sinuhe si inserisce in questa epoca, purtroppo buia per l’Egitto, credo che seguirne l’evoluzione, oltre che interessante, ci può dare anche il senso del livello raggiunto nella letteratura del Medio Regno. Si tratta di un’opera autobiografica dove l’autore (ignoto) dimostra un autentico interesse alle finezze ed una padronanza del linguaggio che, pur mantenendosi nel lirismo, non disdegna qualche divagazione di humor pittoresco. Lo scriba esprime se stesso alternando e variando costruzioni sintattiche e coniando espressioni nuove e ricercate, quale ad esempio: “dare strada ai piedi”, invece del banale “andare”.

Il racconto dovette incontrare un enorme successo e la sua diffusione è dimostrata dal fatto che fu più volte copiato dagli altri scribi tanto che è giunto a noi su numerosi papiri e ostraca in scrittura ieratica. Il papiro meglio conservato è il “Papiro di Berlino 3.022” che consta di 311 righe ma purtroppo è mancante della parte iniziale.

Supplisce a questa lacuna il “Papiro di Berlino 10.499”, risalente alla fine del Medio Regno che contiene 203 righe tra cui l’intero inizio. Talmente il racconto era divenuto popolare che veniva utilizzato nelle scuole per la formazione degli scribi i quali se ne servivano per i loro esercizi su ostraca che sono pervenuti fino a noi in grande quantità.

Il più famoso è l’ostrakon che oggi si trova presso l’Ashmolean Museum di Oxford che contiene 130 righe. Quest’ultima versione si presenta con un valore filologico nettamente inferiore poiché fu redatta in epoca molto posteriore a quella in cui fu composta l’opera originale, essa risale alla XIX dinastia del Nuovo Regno.

La storia di Sinuhe venne definita dallo scrittore inglese Rudyard Kliping come una delle più grandi opere della letteratura universale e, di certo, pur non essendo molto vasta, è sicuramente l’opera di letteratura egizia, non religiosa, più elaborata e che presenta le sfumature più numerose. Questo capolavoro trascende gli altri numerosi testi letterari di questo tipo trovati nelle tombe dell’Antico Egitto. Il protagonista si presenta come un vero essere umano qualunque, con le sue paure, le sue debolezze ed incertezze e non come un mitologico eroe guerriero. L’elaborazione letteraria dell’intero racconto, confermata ed ampliata da approfondite ricerche, pare dimostrare che il testo sia scritto in versi e non in prosa, come tale, a ragione, fu considerata già dagli antichi egizi come un classico per eccellenza della loro letteratura.

Il nome di Sinuhe è stato elaborato dai filologi moderni traendolo da un geroglifico che significa “Il figlio del sicomoro”, o “Il figlio di Hator”. Il geroglifico è composto dalla rappresentazione di un’oca che precede il segno dell’albero della dea Hator al quale viene aggiunto il segno determinativo che indica che si riferisce ad un uomo.

Il racconto si colloca in quel clima di torbidi di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, la fine del regno di Amenemhat I che cade vittima di una congiura del suo stesso Harem mentre suo figlio Sesostri si trovava impegnato in una campagna militare. Sinuhe inizia il racconto con la sua presentazione:

<< ……Ero un compagno che seguiva il suo signore, un servo dell’harem reale e della principessa ereditaria, la grande favorita, la sposa reale di Sesostri nella città di Khnumsut, la figlia di Amenemhat nella città di Qaneferu, Neferu, signora di beneficio. L’anno di regno XXX, nel terzo mese della stagione dell’inondazione, il giorno sette, il dio (il re) salì al suo orizzonte (morì)…… >>.

Improvvisamente arriva la notizia che il re  Amenemhat I è stato assassinato,

<<……il re dell’Alto e Basso Egitto fu sollevato al cielo e unito con il disco solare…….il corpo divino si assorbì in colui che lo aveva creato……>>.

L’intera residenza tace, i cortigiani sono disperati ed il popolo è in lamento. Sesostri era stato inviato dal padre  Amenemhat con un esercito a combattere

<<……i paesi stranieri e punire quelli che erano tra i Tehenu…….>>.

La notizia della congiura raggiunse Sesostri mentre stava rientrando con prigionieri libici ed un ingente bottino, senza indugio <<……il falco volò…..>> mentre ancora l’esercito non sapeva nulla.   

Come abbiamo detto Sinuhe non era certo quell’eroe tipo quelli descritti dagli storici antichi, Sinuhe era un semplice cittadino del popolo al servizio del suo faraone, Amenemhat I, e la cosa lo turbò parecchio. In preda alla paura, all’incertezza, o forse in quanto, anche se indirettamente, implicato nella congiura, Sinhue teme per la sua vita, teme che il complotto nel quale è stato ucciso il faraone possa ingenerare una guerra civile e sopratutto è preso dal terrore di esserne coinvolto. Decide quindi di fuggire lontano verso la Siria, attraversa il lago Maaty e giunge all’isola di Snofru, il giorno dopo raggiunge la città del Bove. Con una zattera senza timone passa oltre la Signora della Montagna Rossa e da qui

<< …..detti strada ai miei piedi verso nord……..>>

(notare l’effetto e la finezza letteraria già menzionata, “detti strada ai miei piedi”). Sinhue arrivò fino ai “Muri del Principe” (fortificazioni per tenere lontani gli asiatici), e qui rimase fino a notte rannicchiato in un cespuglio. Dopo aver camminato tutta la notte

<<……..quando s’imbiancò la terra giunsi a Peten…….>>. Con la gola riarsa dalla sete pensò <<……questo è il gusto della morte…….>>, ma si rincuorò quando udì la <<……voce del muggito degli armenti……>> e scorse degli asiatici. Il capo tribù che era stato in Egitto lo riconobbe e lo rifocillò con acqua e latte cotto e lo trattò con grande amicizia <<……..fu bello quello che fecero per me, paese mi dette paese……..>>.

Lasciati gli asiatici riprese il suo cammino finché giunse a Biblo e raggiunse Qedem dove venne accolto da Amu-Nenesei, principe di Retenu che lo rassicurò dopo averlo riconosciuto da quanto riportato dagli egiziani che erano ivi residenti, <<…..e passai là un anno e mezzo……>>.

Sinhue racconta al principe le vicissitudini che lo hanno portato così lontano dal suo paese, la paura di quanto sarebbe successo, dopo aver appreso dell’assassinio del faraone Amenemhat I, pur ammettendo che contro di lui in Egitto non vi era nulla che gli fosse stato rimproverato, non sapeva perché si era diretto là, forse

<<…….fu il consiglio di un dio, come quando un uomo del Delta si vede a Elefantina o un uomo della palude in Nubia……..>>.

Il principe di Retenu, sbalordito si chiese come avrebbe fatto ora l’Egitto senza quel dio perfetto, (il faraone),

<<……..la paura del quale era presso i paesi stranieri come (quella) di Sekhmet in un anno di pestilenza…….>>.

Sinhue afferma che il figlio di Amenemhat, Sesostri, che succederà al padre, provvederà a punire i colpevoli del complotto e prenderà saldamente in mano le redini del paese. Sarà lui il nuovo dio

<<……..è un dio, invero, di cui non c’è l’eguale……è un signore della saggezza…….ci proteggerà ora che è entrato nel palazzo e ha ottenuto l’eredità di suo padre……>>.

E qui lo scriba si dilunga nel tessere le lodi al nuovo faraone, ne esalta le qualità in battaglia

<<…….non c’è riparo per chi gli volge la schiena…….la sua gioia è far prigionieri i barbari…….>>,

osannando il suo coraggio e la sua forza. Come sempre accade nella storia anche il nostro scriba si prodiga dilungandosi in elogi e adulazioni verso il sovrano regnante che non è solo un guerriero

<<…….ma è (anche) un signore d’amore…….la sua città lo ama più del suo dio……>>.

Sinhue consiglia al principe di Retenu di far visita al nuovo faraone

<<…….vallo a trovare, fagli conoscere il tuo nome…….non mancherà di far del bene a un paese che sarà leale verso di lui…….>>.

Allora il principe di Retenu si compiace ed invita Sinhue a fermarsi presso di lui dove troverà una nuova casa in pace e tranquillità. Sinhue viene trattato con tutti gli onori

<<…….mi mise avanti ai suoi figli e mi sposò alla sua figlia maggiore……>>.

Gli venne fatto scegliere un ricco possedimento,

<<……Iaa è il suo nome…..>> dove abbondavano ogni sorta di delizie, <<…….vi erano fichi, e uva, olio e miele abbondante e c’era più vino che acqua…….>>,

e dove era numeroso il bestiame di ogni tipo. Gli viene assegnata una tribù, una di quelle più scelte del suo paese alla quale viene messo a capo.

Passarono molti anni ed i suoi figli crebbero forti ciascuno a capo di una tribù. Quando i beduini del deserto insorsero, Sinuhe dette consigli su come condurre la guerra allora il principe Amu-Nenesei lo mise a capo dell’esercito e Sinuhe marciò

<<……..in battaglia contro beduini del deserto……>>.

Ovviamente il trattamento a lui riservato e gli onori conquistati in battaglia alimentarono le invidie,

<<……venne un forte di Retenu e mi sfidò nella mia tenda…….intendeva lottare con me e portarmi via il mio bestiame……>>.

Sinhue si confida col principe chiedendosi cosa potesse volere costui al quale lui non aveva mai fatto nulla,

<<…….è invidia perché mi vede eseguire i tuoi ordini?……. C’è forse un uomo di umile nascita che sia amato una volta divenuto un capo?……>>.

Dopo aver passato la notte a preparare le sue armi, giunse infine il mattino e con esso il suo sfidante con tutta la sua gente. Sinhue lascia che l’avversario scagli le sue frecce ed i suoi giavellotti scansandoli tutti, e quando l’altro si lancia su di lui egli lo trafigge con una freccia nel collo per poi finirlo con la sua stessa ascia,

<<…….resi grazie a Montu mentre la sua gente si lamentava sopra di lui……>>,

quindi distrugge il suo accampamento e si impossessa dei suoi averi.  

A questo punto lo scriba ci descrive lo stato d’animo di Sinhue che dopo tutti questi anni sente, più che mai, la nostalgia per il suo paese, ora che ha tutto ciò che si può desiderare, il suo pensiero vola lontano, verso l’Egitto, le Due Terre che ha lasciato.

<<……..c’era un (uomo) fuggito verso un altro paese: oggi il mio cuore è gioioso…….era fuggito un fuggiasco al suo tempo, ora si riferisce di me alla Residenza……>>, egli sa che in Egitto si parla di lui alla corte di Sesostri I. Rispolvera quello che fu e quello che invece è oggi, <<……vagava un vagabondo in preda alla fame, ora do pane al mio vicino. Un uomo lasciò nudo il suo paese, ora splendo in vesti di lino. Un uomo correva per non avere chi mandare, ora sono ricco di servitori………>>.

Apprezza tutto ciò che possiede ora, la sua casa è bella e ampia, è la sua sede, e mentre al palazzo del faraone ci si ricorda di lui, il suo cuore piange ed implora il suo dio di farlo tornare in Egitto.

<<……..O dio, chiunque tu sia, che hai predestinato questa fuga, sii clemente!………>>.

Grande è il desiderio del ritorno, dove verrà sepolto il suo corpo? In un paese straniero? Prega il suo dio, Sinhue, lo implora affinché ascolti le preghiere di colui che oggi è esiliato,

<<……..si commuova il suo cuore per colui che avevi bandito a vivere in un paese straniero…….>>.

La vecchiaia incalza ed è sopraggiunta la debolezza, Sinhue è affranto

<<……..sono pesanti i miei occhi, deboli le braccia, le mie gambe si rifiutano di servire, il mio cuore è stanco………>>.

Le lamentazioni di Sinhue giungono fino al faraone Sesostri al quale viene riferito riguardo alle sue condizioni. Sua maestà dell’Alto e Basso Egitto Kheperkara (giustificato), invia subito doni come ad un re di terre straniere ed anche i figli del sovrano fanno udire i loro messaggi. Il messaggio del faraone è un’interrogazione a Sinhue,

<<………che cos’era che tu avessi fatto sicché si dovesse agire contro di te?……>>. Qui lo scriba riporta il testo dell’ordine che il faraone Sesostri invia a Sinhue, <<………l’Horo che vive dalla nascita, ……..il re dell’Alto e Basso Egitto, Kheperkara (giustificato), il figlio di Ra, Sesostri, possa egli vivere eternamente e per sempre………ti si porta questo ordine del re per renderti edotto…….Torna in Egitto, che tu riveda la Residenza dove sei cresciuto, che tu baci la tua terra……..>>.

Il sovrano promette a Sinhue che gli verrà riservata una tomba, che si procederà all’imbalsamazione con oli e <<………bende (fatte) con le mani di Tait……..>>. Il suo corpo verrà inumato in un sarcofago, (antropoide), d’oro con la testa di lapislazzuli, si farà una grande processione ed il suo sarcofago sarà trainato da buoi e preceduto da musicisti e la sua tomba verrà eretta tra quelle dei figli del re. Sinhue non deve morire fuori dall’Egitto

<<………non morirai in paese straniero, non ti porteranno gli asiatici, non sarai posto dentro una pelle di montone, non ti si farà un tumulo………>>.

Non appena gli fu letto il messaggio Sinhue esulta incredulo che il suo sovrano e dio possa fare una cosa simile al suo servitore il cui cuore è stato sviato verso i paesi barbari. Risponde al messaggio di Sesostri invocando tutti i possibili dei dell’Egitto affinché diano al sovrano la vita e la forza e gli concedano l’eternità senza limiti. Ora lo scriba riprende una litania di elogi al sovrano che ha avuto tanta clemenza, verso la quale Sinhue trova mille spiegazioni per ciò che ha fatto,

<<……….non so cosa mi ha fatto lasciare (il mio) posto, era come uno stato di sogno……….non avevo paura, non ero stato perseguitato……….le mie membra fremettero, le mie gambe si misero a fuggire e il mio cuore a guidarmi………>>.

Altra finezza letteraria dello scriba, “le mie gambe si misero a fuggire”. Ancora un giorno nel paese di Iaa per passare tutti i suoi possedimenti ai figli lasciando in mano al maggiore la guida della sua tribù. L’indomani partì verso sud facendo sosta alle Strade di Horo, l’ufficiale di guardia mandò un messaggero al re per informarlo del ritorno di Sinuhe. Sesostri inviò subito un  <<………eccellente ispettore di contadini del dominio reale…….>>, questi portò con se navi cariche di doni del sovrano per i beduini che lo avevano accompagnato fin li.

Lasciati i beduini Sinuhe partì a vele spiegate, durante il viaggio ciascun servitore faceva il suo lavoro,

<<………si pestò e si filtrò (la birra) davanti a me finché raggiunsi la città di Itu………quando la terra s’imbiancò, di mattina prestissimo…….>>

vennero dieci uomini e lo condussero a palazzo. Sinuhe, piegato, con la fronte a terra percorse il viale delle sfingi mentre i figli del re lo aspettavano all’ingresso. I cortigiani lo condussero nelle stanze private dove il sovrano riceveva le personalità

Avvolto in uno splendido costume dorato, con accanto la sua regina (forse Neferu III), Sesostri I assiso sul trono delle Due Terre riceve Sinuhe che, si stende pancia a terra mentre davanti a lui,

<<…….trovai Sua Maestà sopra un trono tutto d’oro. io ero steso sul ventre e persi conoscenza davanti a lui benché questo dio mi salutasse affabilmente……ma io ero come un uomo preso nel crepuscolo: la mia anima mancava, il mio corpo vacillava, il mio cuore non era più nel mio petto a che potessi distinguere la vita dalla morte……>>.

Sesostri ordina ai cortigiani presenti di sollevarlo <<…….alzalo, che possa parlarmi….…>>. poi Sesostri si rivolge a lui

<<…….ecco, sei venuto. Hai calcato i paesi stranieri. Ora è calata su di te la vecchiaia, hai raggiunto la tarda età. Non tacere più. Tu non parli quando il tuo nome è pronunciato!……>>.

Sinuhe, sempre in preda alla paura di ricevere una punizione, risponde con la “risposta di uno che ha paura”:

<<……che mi dice il mio Signore? Vorrei rispondere, ma non c’è nulla che possa fare. Veramente è la mano di Dio, la paura è nel mio corpo come quella che causò la fuga predestinata……>>.

Vennero fatti condurre i figli del Re e il sovrano si rivolse alla sposa regale:

<<…….Vedi, Sinuhe è ritornato come un  asiatico nato fra i beduini…….essa lanciò un grande grido e i figli del Re lanciarono esclamazioni tutti insieme. Dissero a sua Maestà: “Non è lui davvero o sovrano mio Signore!” Ma sua Maestà disse: “E’ lui davvero!”………>>.

Segue la solita cerimoniosa elencazione dei titoli del re con l’invocazione alla “Dorata” (Hathor) affinché

<<…….discenda la corrente la corona del Sud e risalga la corrente la corona del Nord, unendosi e incontrandosi secondo il detto di Tua Maestà………>>.

Esaurite le spiegazioni Sinuhe viene quindi condotto al locale delle abluzioni per essere preparato, viene portato nell’appartamento di uno dei figli del re dove c’era <<…….una sala fresca e immagini all’orizzonte……>>. Per lui si preparano vesti di lino regale, mirra e olio fine del re. Tutti i servitori sono accanto a lui,

<<……..si cancellarono gli anni dal mio corpo………si abbandonarono al deserto i vestiti di “quelli che corrono sulla sabbia”……..>>.

Sesostri gli fa dono di una casa con giardino appartenuta in precedenza ad un cortigiano, la casa viene rimessa a nuovo e molti operai vengono impiegati per ristrutturarla, il giardino viene arricchito con nuovi alberi. Il faraone ordinò che gli fosse costruita una piramide di pietra in mezzo alle altre piramidi reali, gli fece allestire <<…….tutto l’arredo funerario che si usa porre dentro la tomba…….>>.

Tale era l’affetto che il faraone provava per Sinuhe che ordinò che gli fosse scolpita una statua e poi ricoperta d’oro. Qui il racconto si chiude

<<……..Non c’è un uomo da poco per il quale sia stato fatto altrettanto. Io stetti sotto il favore del re finché venne il giorno del trapasso. E’ venuto (a compimento) dall’inizio alla fine, come è stato trovato in scrittura…….>>.

Per coloro che avessero letto il romanzo “Sinuhe l’egiziano”, di Mika Waltari, scritto nel 1950, vorrei segnalare che trattasi di un romanzo del genere di fantarcheologia, nonostante vada riconosciuto all’autore una smagliante fantasia ed una precisa conoscenza storica con la quale fa rivivere il fantastico mondo dei faraoni. Va però precisato che il romanzo, come il film che è stato tratto nel 1954, magistralmente interpretato da bravissimi attori è stato ambientato all’epoca dei faraoni Akhenaton e Horemheb della XVIII dinastia, (1330 a.C. circa). Il racconto originale invece, come già detto, si colloca all’epoca dei faraoni Amenemhat I e Sesostri I della XII dinastia, (1950 a.C. circa), ben sei secoli prima.

Spero di non avervi tediato rispolverando il “Racconto di Sinuhe ma l’opera è talmente significativa per il periodo considerato da potersi definire un’eccellenza di letteratura

Fonti e bibliografia:

  • E. Bresciani, “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, Torino II ed., 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Bams John W. B., “The Ashmolean Ostracon of Sinuhe”, Griffith Institute, Ashmolean Museum, Oxford, 1968
  • Sergio Donadoni, “Storia della letteratura egiziana antica”, Milano, Nuova Accademia, 1957
  • Naguib Mahfouz, “Il ritorno di Sinuhe”, (tradotto da Robert Stock), Random House, 2003 Mika Waltari, “Sinuhe l’egiziano”, (Romanzo), BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 1997
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno, XII Dinastia

IL FARAONE AMENEMHAT I

Di Piero Cargnino

Secondo molti studiosi è solo con Amenemhat I che ha inizio la XII dinastia e con essa si può dire che inizi il vero Medio Regno.

Le azioni intraprese dai sovrani della XI dinastia hanno ricostruito un Egitto unito ed in pace. Alla morte di Mentuhotep IV a succedergli al trono sale Amenemhat I, forse lo stesso che aveva ricoperto la carica di visir al suo servizio e che, probabilmente, fu anche adottato dallo stesso.

Senza alcuna particolare legittimazione ne rivendicazione da parte di altri possibili eredi, Amenemhat sale al trono inaugurando la XII dinastia che viene anche sottolineata dal Canone Reale di Torino riportando alla riga 5.19 :… ẖnw it t3.wy”, (Re), della residenza di Ity Tawy” (Ity Tawy si trova nel Fayyum e divenne la nuova capitale del regno di Amenemhat, il Canone elenca inoltre tutti i faraoni della XII dinastia.

Con l’avvento della XII dinastia assistiamo ad un rilancio dell’economia messa a dura prova dalla carestia nonché dalla lunga crisi politica. Amenemhat mise subito in mostra la sua ferrea volontà di mantenere un Egitto unito ed in pace per evitare di tornare ai tempi in cui ciascun nomarca si comportava a suo piacere. Subito si mostrò drastico sia nella famiglia reale che nel governo, per dare un segnale forte di rottura con il passato. 

Per confermare che i tempi erano mutati, come detto sopra, spostò la capitale da Tebe a Ity Tawy, (“Dominatrice delle Due Terre”) odierna El-Lisht, nel Fayyum, appena a sud di Memphis. Il suo regno caratterizzò a tal punto la XII dinastia che possiamo senz’altro definirla la più stabile che abbia mai governato l’antico Egitto.

Sette generazioni della stessa famiglia si succedettero con otto sovrani che regnarono complessivamente per quasi 180 anni, dal 1940 al 1760 a.C. circa controllando fermamente il destino delle Due Terre.  Dovendo provvedere a risolvere una situazione così critica dell’economia, i faraoni della XII dinastia si impegnarono per dare un rilancio al paese, vennero intraprese grandi opere di bonifica, particolarmente nella zona del Fayyum, ampi territori vennero utilizzati per ampliare le terre coltivate mediante la costruzione di nuove dighe e canali che permettessero un miglior controllo delle piene del Nilo.

Vengono rilanciati gli scambi commerciali, sia all’interno del paese che con i paesi delle aree vicine. Dal punto di vista militare si provvide alla riconquista dell’alta Nubia e della zona che porta al Mar Rosso onde permettere una maggiore protezione delle piste carovaniere dirette al paese di Punt e, verso nord, per garantirsi l’accesso al Sinai da dove provenivano le materie prime per l’artigianato. Amenemhat I, ed i suoi successori, provvidero anche ad abbellire ed a valorizzazione il territorio costruendo palazzi e sfarzose residenze senza trascurare la protezione dei confini che vennero difesi costruendo fortezze  e torri di avvistamento nei luoghi più a rischio. In quell’epoca assistiamo ad una fioritura della letteratura ed ancor oggi possiamo apprezzare le grandi opere classiche che in quel tempo furono composte.

Di particolare rilevanza è il testo risalente al regno di Amenemhat I, dai “Papiri Sapienziali”:

<< L’insegnamento di Amenemhat per il figlio Sesostri >>.

Il breve testo ha forma di testamento politico, è l’Insegnamento di un re al figlio e successore. Il testo è ovviamente postumo, in quanto Amenemhat I, cadde vittima di un attentato tramato in seno all’Harem nel suo stesso palazzo approfittando del fatto che suo figlio Sesostri si trovava impegnato in una campagna militare contro le popolazioni libiche, cosa che fa pensare che all’interno stesso della famiglia reale ci siano stati oppositori alla stabilizzazione della nuova dinastia.

Nell’Insegnamento infatti Amenemhat I raccomanda al figlio diffidenza verso gli inferiori e gli amici:

<<…….Non c’è un (uomo) valoroso di notte, non c’è chi combatta solo……>>.

Dalle raccomandazioni che il sovrano fa al figlio emerge un diffuso pessimismo e una sorta di misantropia:

<< …….Figlio mio diffida dei tuoi sottoposti……. non aver fiducia in un fratello, non conoscere un amico, non crearti degli intimi….…, l’uomo non ha amici nel giorno della disgrazia……. >>.

L’egittologo Alan Gardiner avanza l’ipotesi, che l’Insegnamento originariamente fosse stato inciso nel tempio funerario di Amenemhat I a Lisht; si spiegherebbe così perché il re, ucciso nell’attentato, parli in prima persona. Il testo si conclude con la dimostrazione dell’affetto del sovrano verso il figlio cui lascerà il regno:

<< ……mentre i miei piedi sono in cammino, tu sei nel mio cuore, i miei occhi ti guardano, figlio nato dalla gioia, mentre il popolo ti acclama………ho costruito il passato e disposto il futuro, ti ho dato ciò che contiene il mio cuore. Tu porti la bianca corona del figlio di un dio…….>>.

A questo punto pare logico credere che il finale del testo sia stato fatto comporre dal figlio e successore Sesostri I, dopo la morte del padre, al fine di usarlo come strumento di propaganda contro gli avversari, (o i suoi rivali al trono). Tornando al periodo in cui regnò Amenemhat I, l’influenza egizia si estese dal Mar Egeo all’Anatolia fino al cuore della Nubia.

Nel 20° anno di regno associò al trono suo figlio Sesostri, (Senwosret), come coreggente istituendo così una pratica che diventerà la regola per l’intera dinastia ed anche oltre. La politica estera di Amenemhat I si indirizzò nelle tre direzioni tradizionali, verso la Nubia dove portò il confine fino alla seconda cateratta, verso la Libia e verso il Sinai. Con lo spostamento della capitale Amenemhat I abbandonò anche la sua tomba rupestre che rimase incompiuta. Scelse di far costruire il suo nuovo complesso piramidale presso le mura della nuova capitale e ad esso assegnò il nome di “I luoghi (di culto) dello splendore di AmenemhatI”.

 << CONTINUA >>

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997 
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Elio Moschetti, Mario Tosi, “Amenemhat I e Senuseret I”, Torino, Ananke, 2007
  • Miriam Lichtheim, “Letteratura egiziana antica”, University of California Press, 1980 
  • Adolf Erman, “Gli antichi egizi: un libro delle fonti dei loro scritti”, Harper & Row, 1966
  • Florence Maruéjol, “L’amore al tempo dei faraoni”, Gremese, 2012
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson Ltd. 1997 Riccardo Manzini, “Complessi Piramidali Egizi – Abu Roash, El-Lisht, Mazguneh”, Ananke, 2011
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

MENTUHOTEP IV (HORO NEBTAWY)

Di Piero Cargnino

Non abbiamo la certezza assoluta che Mentuhotep IV fosse figlio di Mentuhotep III; il suo nome non compare nella lista di Abydos e neppure nel Canone Reale di Torino, dove però si trova un vuoto di sette anni che completa la lunghezza della XI dinastia; lo troviamo solo nella Sala degli Antenati di Thutmose III.

Nulla lo prova, ma alcuni studiosi sono propensi a credere che il suo regno sia frutto di usurpazione. L’ascesa al trono di Mentuhotep IV Nebtawy si presenta molto complessa e poco chiara. Sappiamo che nella Nubia occupata dagli egizi si alternarono praticamente in contemporanea almeno tre personaggi con pretese di successione e che tutti e tre adottarono la titolatura regale completa.

Già nel secondo anno di regno Mentuhotep IV ordinò una spedizione alle cave dello Wadi Hammamat per procurarsi arenaria ed a guidarla pose il suo visir Amenemhat (che si presume sia colui che gli succederà sul trono inaugurando così la XII dinastia). Nelle iscrizioni rinvenute nello Wadi, di cui abbiamo già parlato a proposito di Mentuhotep III, viene citato come “Figlio di Imi”, questo, secondo alcuni significherebbe che sia stato il figlio di una sposa secondaria di Mentuhotep III, Imi appunto.

Pare sia stato lui a far costruire la fortezza di El-Gezira, tra la prima e la seconda cateratta, per proteggere la pista carovaniera che portava alle miniere d’oro di Berenice Pancrisia. Altre iscrizioni in cui appare il nome di Mentuhotep IV sono state rinvenute nello Wadi el-Hudi mentre un’altra iscrizione rilevante è stata trovata ad Ain Sukhna, entrambe le località erano porti dove sostavano le navi dirette in Sinai.

Curioso il fatto che su di un frammento di ciotola di ardesia rinvenuta a Lisht North comparissero i titoli ufficiali di Mentuhotep IV iscritti all’esterno mentre all’interno comparivano quelli di Amenemhat I, suo successore. L’egittologa tedesca Dorothea Arnold, specializzata nella ceramica egizia, esaminando lo stile di scrittura dei due nomi notò che era diverso, da ciò dedusse che il nome di Amenemhat sia stato aggiunto su di un vaso precedente che già recava il nome di Mentuhotep IV. Secondo l’egittologo austriaco Peter Janosi quello sulla ciotola non sarebbe il nome di Mentuhotep IV, il titolo che compare si adatterebbe di più a quello di Mentuhotep II. Infine Mentuhotep IV esce di scena, non si sa se a causa del fatto che Amenemhat abbia usurpato il trono o semplicemente per la sua morte in seguito alla quale, in assenza di figli, Amenemhat abbia assunto il potere.

Siamo così giunti alla fine della XI dinastia che se un merito può vantare è quello di aver riunificato l’Egitto sotto un unico sovrano. Di Mentuhotep IV si perde ogni traccia, il suo luogo di sepoltura e di conseguenza la sua mummia non sono mai stati ritrovati. Con Amenemhat I ha così inizio la XII dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Alfredo e Angelo Castiglioni, “Nubia. Magica terra millenaria”, Giunti, 2006
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999 Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, 1993
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

SANKHKARE MENTUHOTEP III 

(HORO SANKTAUEF)

Di Piero Cargnino

Alla morte di Mentuhotep II sale al trono il figlio Mentuhotep III, figlio della “Grande Sposa Reale” Tem la quale si fregiava del titolo di “Madre del doppio Re”. Dopo il lungo regno del padre (51 anni) si ritiene che il nuovo sovrano si trovasse già in età avanzata e che il suo regno sia durato circa 12 anni (sei o sette secondo alcuni) durante i quali la vita tornò a svolgersi pacificamente nel rispetto della Maat. Cambiò due volte il suo praenomen, dapprima si chiamò Sankhkare e, successivamente Nebtawyre  “Colui che abbellisce l’Anima di Ra”.

Sono poche le notizie che conosciamo del suo breve regno, tra queste si sa che fece riaprire la pista carovaniera diretta al Mar Rosso e promosse la ripresa dei commerci con la terra di Punt, località presumibilmente situata sulle sponde somale di cui non si conosce l’esatta localizzazione. Iscrizioni rinvenute nello Wadi Hammamat citano la fine della guerra con Hieracleopolis e la riunificazione delle Due Terre grazie a questo faraone.

Confermano inoltre che Mentuhotep III, intorno all’ottavo anno di regno, disponendo ora anche della forza degli uomini del Delta, inviò verso la terra di Punt una spedizione composta da 3000 uomini forti agli ordini dell’amministratore Henenu. La spedizione partita da Coptos diretta verso il Mar Rosso durante il tragitto scavò 12 pozzi per favorire eventuali altre spedizioni e, soprattutto debellò la regione dai ribelli che la infestavano. Giunsero fino a Punt dove fecero provvista di incenso, gomme e profumi, al ritorno fecero tappa nello Wadi Hammamat per estrarre e trasportare il blocco per il sarcofago del sovrano.

Lo Uadi assunse in seguito grande importanza sia per le numerose cave presenti che per le sue miniere, gli egizi lo chiamarono “Valle di Rohanu” e costituì una delle principali vie verso il Mar Rosso e la mitica terra di Punt.

La composizione della sua famiglia costituisce per lo più un mistero, si ritiene, pur senza averne la certezza, che sia stato il padre del suo successore Mentuhotep IV. Su questo c’è ancora oggetto di dibattito;  si sa che la madre di Mentuhotep IV fu la regina Imi, quello che non si sa con certezza e se la regina Imi sia stata una moglie dell’harem di Mentuhotep III.

Nonostante la breve durata del suo regno fu promotore di diversi progetti di costruzione tra i quali il suo tempio a Deir el-Bahari nei pressi di quello di suo padre, che però non fu mai completato. Sankhkare Mentuhotep III fece erigere anche un tempio a Thoth Hill dedicato al dio Montu-Ra, il tempio, in mattoni di fango, fu costruito su un più antico tempio arcaico. Le rovine del tempio furono scoperte solo nel 1904 da George Sweinfurth. In seguito ci lavorò Petrie nel 1909 ma solo per pochi giorni. Tra il 1995 e il 1998 si interessò al sito, in modo sistematico, una spedizione ungherese guidata da Gyozo Voros per l’Università Eotvos Lorand di Budapest.

Il tempio arcaico, sottostante quello di Mentuhotep III,  potrebbe risalire al 3000 a.C. circa e sarebbe il più antico tempio costruito sulla riva occidentale del Nilo a Luxor, questo era sconosciuto già prima degli scavi di Voros. La collina dove sorgono i templi è circondata da burroni desertici e l’antico percorso che porta al tempio è difficile da salire.

Per quanto riguarda il suo complesso funerario non è stato trovato alcun riferimento. Da alcune iscrizioni parrebbe che Mentuhotep III sia stato sepolto in una camera scavata nella roccia. Suscita un notevole interesse una raffigurazione nello Wadi Hammamat dove Mentuhotep III è rappresentato nell’atto di offrire bevande al dio itifallico Min di Coptos. La didascalia racconta che un giorno, in presenza del sovrano, una gazzella con il suo cucciolo si fermò improvvisamente di fronte ad una grande roccia e la osservò con notevole interesse. Mentuhotep III interpretò il fatto come un segno divino, ordinò dunque che da quella roccia, indicata dalla gazzella, venisse scolpito il suo sarcofago.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Racket, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’Antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (Einaudi, Torino, 1997), Oxford University Press, 1961
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, 1993
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia, 2012 Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

IL FANTASMA DI NEBUSEMEKH

Di Piero Cargnino

In ogni cultura, sotto diversi aspetti, l’uomo è sempre stato attratto dalle storie di fantasmi e spiriti. L’origine di queste storie si perde nella notte dei tempi ed a queste non erano esenti neppure gli antichi egizi.

Dopo aver riunito vari frammenti di ostrakon, oggi conservati in diversi musei sparsi per l’Europa, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Louvre di Parigi, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze con l’ultimo frammento, ritrovato nel 1905 a Deir el-Medina da Ernesto Schiaparelli e conservato al Museo Egizio di Torino, è stato possibile ricostruire, almeno in parte, questa ghost story di oltre 3000 anni fa.

Si racconta che un giorno un uomo si recò dal Sommo Sacerdote di Amon, Khonsuemheb a el-Karnak, e gli raccontò che, avendo trascorso la notte accanto ad una tomba nella Necropoli di Tebe nella Valle dei Re, mentre dormiva  fu svegliato e tormentato da uno spirito che gli chiedeva aiuto. Il Sacerdote riuscì ad evocare lo spirito che si presentò come Nebusemekh, (o Niutbusemekh), figlio di Ankhmen e Tamshas. Spiegò che era morto 800 anni prima e che in vita era stato un ufficiale militare sotto il faraone Rahotep, nonché sovrintendente dei tesori reali. Nel corso dei secoli però la sua tomba era crollata ed ora lui era condannato a vagabondare irrequieto nell’Aldilà. Il testo narra inoltre che Khonsuemheb promette allo spirito di rendergli giustizia e di aiutarlo a trovare la pace. Lo spirito però rimane scettico al riguardo perché il Sommo Sacerdote non è il primo a promettergli tale pace.

A questo punto della storia sorgono alcuni  problemi di traduzione ma tutto lascia supporre che lo spirito non trovi pace e sia irrequieto perché la sua tomba non è più stata ritrovata e quindi più nessuno è andato a portargli offerte e ad onorarlo. Khonsuemheb si offre allora di costruirgli una nuova tomba e di fornire allo spirito una bara dorata con ziziphus, una pianta che cresce sotto forma di cespuglio o albero spinoso, un tentativo per placare la sua irrequietezza e renderlo pacifico. Finita la tomba, il Sacerdote manda dieci dei suoi servitori a fare offerte quotidiane nella nuova tomba. Il fantasma però si lamenta che quest’ultima idea non è di alcuna utilità in quanto quella non è la sua vera tomba.

Khonsuemheb, sconfortato si siede accanto al fantasma, piangendo e volendo condividere lo sfortunato destino dello spettro, invia quindi tre uomini a cercare la tomba. E la storia purtroppo si ferma qui, non sono stati, per ora, ritrovati altri ostrakon che ci rivelino il finale.

Secondo alcuni si può supporre che la tomba del fantasma possa trovarsi  vicino a quella del faraone Montuhotep II, a Deir el-Bahri, sulla sponda occidentale del Nilo, proprio di fronte alla città di Luxor. Infatti l’epoca nella quale Nebusemekh, il fantasma, dice di essere morto, cade proprio nell’estate del XIV anno di regno del faraone Montuhotep II. Si presume quindi che, ritrovata e restaurata la tomba,  Khonsuemheb lo abbia comunicato allo spirito il quale finalmente poté godersi il meritato riposo eterno.

Questa è certamente una storia dell’Antico Egitto come è solamente un’ipotesi il finale scritto migliaia di anni fa. Storica invece è la figura del Sommo Sacerdote, la cui tomba, molto ben conservata, è stata scoperta nel 2014 da una missione giapponese della Waseda University, proprio nella necropoli tebana. L’egittologa inglese Rosalie David spiega che gli antichi Egizi credevano che la personalità umana avesse molte sfaccettature, un concetto probabilmente sviluppato all’inizio del Vecchio Regno. Nell’esistenza terrena, una persona era un’entità completa e, se avesse condotto una vita virtuosa, avrebbe potuto anche accedere a una molteplicità di forme nell’altro mondo ma solo se veniva ricordato in questo. In alcuni casi, queste forme potevano essere utilizzate per aiutare coloro che il defunto desiderava sostenere o, in alternativa, per vendicarsi dei suoi nemici.

Fonte: Web, Archaeus, Storia e antropologia sul fenomeno dei fantasmi

C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

MENTUHOTEP II (HORO SAMTAWY)

Di Piero Cargnino

Il Medio Regno nel quale Manetone fa confluire due dinastie, la XI e la XII, in realtà ha inizio solo alla fine della XI dinastia con la riunificazione dell’Egitto ad opera di Mentuhotep II, figlio di Antef III, che regnò dal 2061 al 2010 a.C. circa. L’XI dinastia inizia nel Primo Periodo Intermedio o, meglio, in quella fase in cui si fa più aspra la rivalità fra Tebe ed Eracleopoli. I tre Antef che precedono Mentuhotep II hanno gettato le basi e preparato la strada al loro successore.

Sono molti gli studiosi che considerano la nascita del Medio Regno con l’avvento di Mentuhotep II. A Tebe ora è lui a regnare, con lui ha inizio una lunga lotta per sottomettere i governatori della regione del Delta, lotta che durerà fino al suo 40° anno di regno e terminerà con la riunificazione delle Due Terre sotto un unico sovrano.

A lungo si è dibattuto su quale fosse la corretta identità di questo faraone a causa del fatto che per ben tre volte cambiò il suo nome. In un primo momento, senza però adottare il titolo di “Re dell’Alto e Basso Egitto”, assunse il nome di Horo Seankhibtawy. Poi, dopo aver represso una rivolta nei distretti tiniti nel 14° anno di regno, lo cambiò in Netjerihedjet per cambiarlo nuovamente in Samatatwi.

Con l’avvenuta riunificazione dell’Egitto e la sua incoronazione mutò ancora il suo nome in Horo Nebhepetre.

Mentuhotep II fissa la sua residenza a Tebe, la “Città dalle 100 porte”, (Pi-Amon, o Wast, o Niwt per gli egiziani), dove la divinità più importante era Montu, dio della guerra, ma pure un’altra divinità fino ad allora poco conosciuta che diverrà di gran lunga la più famosa, Amon.

Gli anni bui del Primo Periodo Intermedio hanno stravolto l’antica concezione religiosa secondo la quale solo al faraone è riservata l’oltretomba, l’immortalità è adesso raggiungibile da tutti. Mentuhotep II si dedicò alla riorganizzazione dell’amministrazione statale con l’obiettivo primario di indebolire il potere dei nomarchi locali ed il conseguente rafforzamento del potere centrale. L’Egitto era stremato dal lungo periodo passato e richiedeva riforme urgenti per risollevarsi.

Mentuhotep II favorì la nascita di un ceto commerciale e riaprì le cave di pietra di Assuan, dello Uadi Hammamat e di Hatnub. A Tebe fece giungere alti funzionari ed artisti specializzati, in gran parte da Menfi, e presto si giunse ad una rinnovata concezione artistica in cui la letteratura godette di un momento di particolare fioritura. Nascono nuovi generi letterari e la lingua raggiunge la massima purezza ed eleganza. L’egiziano che studiamo ancora oggi è quello scritto e parlato nel Medio Regno, la lingua classica per eccellenza.

Mentuhotep II si dedicò anche alla politica estera provvedendo alla difesa della regione del Delta del Nilo rendendone sicuri i confini orientali ed occidentali. Scese in Nubia, che nel frattempo si era proclamata indipendente e la riconquistò. Sempre a sud Mentuhotep II iniziò l’espansione dell’Egitto superando la prima cateratta per garantirsi lo sfruttamento delle miniere d’oro della Nubia e quelle di Berenice Pancrisia oltre al controllo dell’oasi di Kurkuk.

Dopo molto tempo finalmente ripresero nuovamente le spedizioni commerciali a sud verso Punt, anche grazie alla riapertura della pista commerciale che da Coptos conduce al Mar Rosso. Altre spedizioni si diressero a nord, verso il Libano per procurare legno di cedro. Documenti giunti fino a noi parlano di campagne militari di Mentuhotep II contro le tribù nomadi libiche, i Temehu e i Tenehu e contro gli Amu della Terra di Djahi, i  Setjetiu e i Mentju, popolazioni nomadi della penisola del Sinai.

Tra le mogli del sovrano ricordiamo la regina Tem ma poi sposò anche Neferu, forse una sorella. Mentuhotep II scelse per erigere la sua tomba un pendio roccioso, sulla riva occidentale del Nilo, vicino all’odierna Deir el-Bahari.

Il suo complesso funerario, che egli chiamò “I luoghi (di culto) di Mentuhotep risplendono”, esce da tutti gli schemi precedenti. Gli egittologi concordano solo su un punto, il complesso unisce in se sia elementi delle “tombe-saff, (sepolcri la cui facciata è costituita da file, (saff in arabo), di pilastri), sia elementi dei complessi piramidali.

Henri Edouard Naville e Henry Hall indagarono il complesso per quattro anni, dal 1903 al 1907, Il Metyropolitan Museum di New York incaricò Herbert Winlock di effettuare degli scavi che si protrassero dal 1911 al 1931 ma, come i precedenti, non vennero mai completati. Bisognerà aspettare il 1968, quando il gruppo dell’Istituto archeologico tedesco del Cairo, sotto la guida di Stefan Arnold,  riprenda gli scavi.

Il complesso funerario di Mentuhotep II consisteva in un tempio a valle, i cui resti si trovano oggi sotto i campi sul bordo della valle del Nilo, una lunga rampa cerimoniale e la struttura a terrazze sovrapposte del tempio funerario, la cui parte occidentale è direttamente ricavata nella roccia. La rampa, scoperta, era costeggiata ad intervalli regolari, da statue del sovrano in forma osiriaca. Il tempio funerario si stagliava, coi suoi pilastri di calcare, sullo sfondo della parete rocciosa piena di crepacci, mentre una larga rampa dava accesso al tempio. La rampa si presentava contornata sui due lati da un bosco con file di sicomori e tamerici piantati artificialmente.

Il suo complesso sepolcrale, da lui chiamato “I luoghi (di culto) di  Mentuhotep risplendono”, per il periodo rappresenta un’innovazione in quanto consiste in uno dei primi esempi di architettura del Medio Regno a Tebe ovest di fronte al Grande tempio di Amon di Deir el-Bahari. La falesia tebana ne costituisce lo sfondo del complesso così come per altri templi tra i quali spicca quello della regina Hatshepsut. Ho detto che costituisce un’innovazione in quanto il tempio di Mentuhotep II è il primo caso di transizione dal classico complesso piramidale dell’Antico Regno a quello che sarà il “Tempio di Milioni di Anni” con tomba ipogea del Nuovo Regno.

In questo caso si tratta dell’unione della caratteristica tomba a “Saff” con la mastaba sormontato il tutto dal tumulo primordiale della II dinastia. Scoperto da Lord Frederik Dufferin nel corso di molte missioni svoltesi tra il 1859 ed il 1869 il quale però lo attribuì ad una necropoli. Fu Howard Carter a scoprire il cenotafio nel 1899 ed a pubblicarne il resoconto nel 1901. A differenza di quello di Hatshepsut, abbastanza simile ma di dimensioni più ridotte si trova in cattive condizioni.

Ora andiamo a visitare l’intero complesso cercando di capire come è composto. Secondo l’egittologo Herbert Winlok il complesso a terrazze venne eretto in tre fasi, mentre secondo Arnold in quattro: a) l tempio a valle, di cui oggi non rimane nulla poiché si trova sepolto sotto i campi, b) la rampa cerimoniale scoperta e costeggiata da statue del sovrano in forma osiriaca e c) il tempio vero e proprio formato da terrazze sovrapposte e da una camera funeraria sotterranea.

La facciata orientale del terrazzamento inferiore, con la cosiddetta “Aula a pilastri inferiore”, era costituita da un portico con due file di pilastri diviso a metà dalla rampa di accesso al primo terrazzamento le cui pareti erano decorate con scene di battaglia a rilievo. Una rampa, molto ampia, contornata sui due lati con file di sicomori e tamerici, dava accesso alla prima terrazza e quindi al tempio vero e proprio.

La terrazza si componeva di tre parti, il nucleo centrale in argilla indurita stava a rappresentare il colle primigenio formato da un corpo murario cubico. Intorno, sui quattro lati, si trovava un ambulacro colonnato a sua volta delimitato sui lati nord, sud ed est da un portico a pilastri, la cosiddetta “Aula a pilastri superiore”, costituita da due file di pilastri in calcare. La parte anteriore dei pilastri era interamente ricoperta da bassorilievi che rappresentavano il sovrano con delle divinità e numerose iscrizioni.

All’ambulacro colonnato si accedeva dall’ala orientale dell’aula in corrispondenza dell’asse principale del complesso. L’ambulacro era sostenuto da centoquaranta colonne ottagonali che si ergevano su tre file, ad ovest solo su due. Una scarsa illuminazione proveniva solo dai lucernari presenti nel muro esterno.

Sul lato occidentale della terrazza centrale, dietro agli edifici principali, sono state rinvenute sei tombe a pozzo scavate nel fondo roccioso, sormontate da cappelle costruite con blocchi di calcare con false porte e statue cultuali. Si tratta delle tombe delle regine e principesse della famiglia di Mentuhotep II, Aashait, Henhenet, Kawit, Kemsit, Sadeh e Mayet. Le indagini portano a presumere che siano morte più o meno nello stesso periodo forse per una disgrazia o una epidemia.

Aashait, dalla cui carnagione marrone si deduce che fosse nubiana, il cui rango era palesato sul suo sarcofago dorato, vantava tra gli altri il titolo di “Amata Sposa del Re”, lei e altre tre delle sei donne furono regine e la maggior parte di loro, secondo Arnold, sarebbero tutte appartenenti alla categoria delle “Sacerdotesse di Hathor”, dea protettrice della necropoli tebana. Callender invece pensa abbiano fatto parte dell’Harem di Mentuhotep II in qualità di garanti delle alleanze che il sovrano si sforzava di mantenere per rendere stabile la situazione politica e mantenere unito il paese. Il sarcofago in calcare di Aashait è un manufatto di notevole pregio.

All’interno il corpo della regina giaceva in un sarcofago di legno mentre dalla tomba proviene anche una statua lignea della regina, il tutto è conservato al Museo Egizio del Cairo. Dalla tomba di un’altra moglie, Kawit, fu rinvenuto un sarcofago in calcare con stupendi rilievi, anch’esso oggi si può ammirare al Museo Egizio del Cairo.

In un secondo tempo il complesso di Mentuhotep II venne ampliato verso ovest, al livello della terrazza centrale, formando il cortile colonnato aperto, la sala ipostila, formata da ottantadue colonne ottagonali ed il tempio rupestre, (speos). Lo Speos si trovava nella parte più occidentale del complesso ed era formato da un ambiente stretto e lungo con il soffitto a volta in blocchi di calcare ed il pavimento in arenaria.

Qui fu scoperta una statua del dio Amon assiso ed altri strumenti per il culto delle varie divinità, Amon, Month, Osiride e Hathor. Nella terza parte scenderemo nell’ipogeo ed esamineremo le varie supposizioni avanzate dagli egittologi sia sulla forma che sul significato, soprattutto religioso, del monumento funerario di Mentuhotep II

Proseguiamo nell’esplorazione del tempio funerario di Mentuhotep II e andiamo a visitare l’ipogeo. Superato l’ingresso un corridoio discendente, con soffitto a volta,, lungo alcune dozzine di metri, conduce alla camera funeraria. Indagato da Naville nel 1906 poi da Arnold nel 1971 il corridoio presenta numerose nicchie sulle pareti laterali dove erano collocate seicento figure in legno che riproducono modelli di botteghe, panifici ed imbarcazioni che appartenevano al corredo funerario.

La camera funeraria è costruita in granito con il soffitto a doppio spiovente. Gran parte della camera era occupato da una cappella in alabastro il cui accesso avveniva da una porta di legno a doppio battente. L’assenza di un sarcofago al suo interno venne interpretata da Naville come trattarsi di una camera simbolica per il Ka reale. Arnold arrivò ad una diversa conclusione rifacendosi ad un’altra scoperta curiosa.

Nel 1899, Howard Carter, lo scopritore della tomba di Tutankhamon, stava facendo una cavalcata nella parte anteriore del cortile del complesso di Mentuhotep II quando all’improvviso il cavallo inciampò in qualcosa, sceso per controllare che il cavallo non si fosse ferito, Carter fece una straordinaria scoperta, davanti a lui si presentò un ingresso che accedeva al sottosuolo. In seguito a quell’episodio gli arabi lo chiamarono poi, “Bab el-hussan”, (Porta del cavallo).

Dapprima si presentava come un fossato a cielo aperto poi continuava in un corridoio in mattoni crudi con il soffitto a volta. Carter si inoltro all’interno e, ad una profondità di circa 17 metri scoprì una porta sigillata da un muro di mattoni largo 4 metri. Alle spalle dello sbarramento il passaggio continuava per un tratto verso ovest per poi piegare a nord nella parte terminale. Nel punto in cui il passaggio svoltava Carter scoprì un pozzo profondo circa 2 metri con sul fondo i resti di una cassa di legno sulla quale era riportato il nome di Mentuhotep. Il corridoio continua fino ad un altro pozzo sul pavimento del quale si trova l’ingresso alla camera funeraria situata sotto il tempio.

All’interno furono rinvenuti i resti di un sarcofago vuoto e privo di iscrizioni, oggetti in ceramica e ossa di animali probabilmente offerti in sacrificio. Ma la sorpresa fu il ritrovamento di un oggetto più prezioso di tutti, avvolta in tele di lino fine, una statua di calcare policromo che raffigurava un uomo assiso. La statua raffigura Mentuhotep II con la corona del Basso Egitto, questa è diventata uno dei più celebri reperti custoditi al Museo del Cairo e contrassegnata con la sigla JR 36.1957.

E qui la conclusione cui arrivò Arnold, questa sarebbe una tomba simbolica costruita forse in occasione di una festa sed di Mentuhotep II. Sulla terrazza superiore del monumento, secondo Naville, avrebbe spiccato una piccola piramide, Arnold obiettò che, in assenza di almeno un frammento di roccia che presentasse un’inclinazione tipica delle piramidi, sulla sommità del tempio ci sia stata una massiccia costruzione rettangolare con una bassa terrazza di coronamento, il tutto a rappresentare in forma stilizzata il colle primigenio. Stadelmann avanzò un’ulteriore ipotesi, sull’ultima terrazza avrebbe trovato posto una collinetta di sabbia con alberi, secondo la sua rielaborazione il tutto avrebbe rappresentato una fusione del colle primigenio e della tomba di Osiride dio dei morti.

Indipendentemente dalle varie supposizioni persistono ancora molti dubbi motivati da un’altra importante scoperta, un documento risalente ad oltre mille anni dopo. Come noto a seguito dei crescenti episodi di saccheggio di tombe, i sovrani cercarono di porvi rimedio ordinando periodiche ispezioni alle varie tombe.

Dal Papiro Abbot, risalente all’epoca di Ramesse IX, apprendiamo:

<< Diciottesimo giorno del terzo mese della stagione dell’inondazione, nel sedicesimo anno del regno del sovrano dell’Alto e Basso Egitto, il signore dei due paesi Neferkare Stepenre.……..che viva a lungo, che goda di buona salute e sia prospero……..figlio di Ra……..Ramesse Miamun……piramidi, tombe.…….visitate dagli ispettori……..>>.

Nel documento il complesso di Mentuhotep II viene espressamente definito come una piramide. Malgrado ciò i dubbi rimangono anche perché il Papiro Abbot nomina come piramidi anche altre tombe dell’XI dinastia che in realtà non lo sono affatto.

Graffiti risalenti al Nuovo Regno scoperti nei dintorni, che si riferiscono alla tomba di Mentuhotep II, ricordano una terrazza sormontata da un obelisco con tanto di pyramidion. Il tutto nasce probabilmente da un equivoco, in passato, descrivendo la tomba di un sovrano gli scribi usavano accostare al nome il determinativo che designa la piramide, è probabile che la cosa sia continuata anche quando la tomba del sovrano non era più una piramide.

Comunque sia è innegabile che la forma così originale di questo monumento abbia ispirato gli architetti posteriori. Ciò è testimoniato dal fatto che circa mezzo secolo dopo, proprio vicino a quello di Mentuhotep II, sia stato realizzato il tempio a terrazze della regina Hatshepsut della XVIII dinastia.

Nel 2014, a soli 150 metri dal tempio di Seti I di Abydos, è stata scoperta una cappella funeraria in pietra calcarea, le iscrizioni in essa trovate confermano che trattasi di una cappella del faraone Nebhepetre Mentuhotep II dedicata a Khenti-Amentiu, antica divinità di Abydos.  Le foto di “Luxor Times Magazine” sono pubblicate su autorizzazione de “Il Fatto Storico” rilasciata il 27.04.2021), “Una cappella egizia di Mentuhotep II ad Abydos”, 15 luglio 2014

Fonti e bibliografia:

  • Guy Racket, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’Antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (Einaudi, Torino, 1997), Oxford University Press, 1961
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia, 2012
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi” Newton & Compton editori, 2002
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

LA SAGA DEGLI ANTEF

Di Piero Cargnino

Alla morte di Mentuhotep I gli succede il figlio primogenito Antef I (Horo Sehertawy) che si può considerare a tutti gli effetti il primo sovrano della  XI dinastia il quale si fregerà del titolo di “Re dell’Alto e Basso Egitto”, ossia di faraone.

Antef I si scontrò subito con il nomarca di Hierakompolis, il principe Ankhtifi, fedele al sovrano di Heracleopolis Magna. Si è venuti a conoscenza di questo personaggio e di altre notizie relative a questo periodo grazie alla scoperta della sua tomba a El-Moalla la quale reca inciso sulle pareti una specie di autobiografia che lo stesso  Ankhtifi fece incidere.

Fedele al sovrano di Heracleopolis Kaneferra (probabilmente uno dei vari Neferkara heracleopolitani), era in lotta contro la neonata XI dinastia di Antef I. Nella sua  vanagloriosa biografia, Ankhtifi tesse le lodi del suo operato in qualità di nomarca di Hierakompolis omettendo ovviamente di citare la sua eventuale sconfitta ad opera di Antef I, non solo ma la conclude affermando trionfalmente di “aver ridonato vita ai nomoi di Hierakonpolis, Edfu, Elefantina ed Ombos”. Con la vittoria su Ankhtifi e la conquista dei governatorati a sud di Tebe, Antef I si annette anche le città di Coptos e di Dendera capoluoghi del 5° e 6° nomos dell’Alto Egitto proclamandosi quindi faraone. Pare che abbia regnato non più di 16 anni e che la sua tomba sia quella trovata ad el-Tarif nella necropoli tebana detta il “cimitero degli Antef”.

Alla sua morte gli successe al trono il fratello minore Antef II che continuò la lotta contro gli heracleopolitani guidati da Uakhara Khen, in effetti non si trattò di una vera guerra ma più che altro di scaramucce di confine intervallate da periodi di pace. In tali periodi Antef II si dedicò ad opere di costruzione e al restauro di templi. E’ citato da diverse fonti quali il “Papiro Abbott”, dove il suo nome compare come “Sa Ra Intef aha” (figlio di Ra, Antef, grande come suo padre),  e nella “Sala degli Antenati” di Karnak.

Secondo gli studiosi regnò per 49 anni ma la sua stele funeraria fu eretta in occasione del suo 50º anno di regno (?). Su di un’altra stele vengono menzionate le sue vittorie nella conquista dell’Alto e Medio Egitto, si tratta della famosa “Stele dei cani”, oggi conservata al Museo Egizio del Cairo (CGC 20512), che riporta le sue conquiste di Abido e Thinis.

A sud sono stati rinvenuti reperti col suo nome nel santuario del nomarca Hekaib ad Elefantina dove è stata pure ritrovata una statua dove compare con indosso il mantello della festa zed. Alla sua morte anch’egli venne quasi sicuramente sepolto nel “cimitero degli Antef” dove sono state trovate le due stele citate sopra.

Il Papiro Abbott riporta che, a seguito di un’ispezione delle tombe reali voluta da Ramesse IX, quasi mille anni dopo, la tomba di Antef II era ancora inviolata.

Arriviamo dunque all’ultimo degli Antef, il terzo, figlio di Antef II, che successe al padre quando si trovava già in tarda età adottando il nome di “Hor nakht-nebtep-nefer” (forte, Signore del buon inizio) anche se “il buon inizio” (la riunificazione delle Due Terre) avverrà solo con il regno di suo figlio Mentuhotep II.

Non conosciamo a fondo gli avvenimenti che caratterizzarono il suo regno; da alcuni testi si evince che durante il suo regno ci fu una grande carestia che però Antef III affrontò con decisione e la superò grazie alle sue capacità organizzative. Menzionato ad Elefantina per la donazione, al tempio locale di Satis di un portale in arenaria e per la sua opera di restauro della tomba rupestre del nomarca Hekaib che si trovava in rovina.

Di lui si possiedono poche rappresentazioni più che altro realizzate dal figlio che gli succedette al trono. In un graffito scoperto nello Uadi Scatt el-Rigal nei pressi del Gebel Silsila viene raffigurato con la moglie Iah ed al figlio Mentuhotep II. Nel tempio di Montu a Tod si trova una rappresentazione di Mentuhotep II insieme ai tre Antef che lo precedettero.

Il suo regno fu breve, Antef III regnò solo 8 anni e fu sepolto probabilmente nella necropoli tebana nel “cimitero degli Antef” ad el-Tarif. A questo proposito voglio accennare ad un particolare che forse non tutti conoscono, tutti e tre gli Antef furono sepolti in particolari tombe dette a “Saff” che consistono in ipogei caratterizzati da una facciata a pilastri con uno o più ingressi. Dopo l’ingresso esterno si estendeva un cortile recintato lungo un centinaio di metri, delimitato dalla facciata a pilastri dalla quale si accedeva alle varie stanze funerarie interne. Pare certo che la tomba di Antef III comprendesse anche una piramide, oggi distrutta che si chiamava “Saff el-Kisasiya”.

Fonti e bibliografia:

  • Guy Racket, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’Antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (Einaudi, Torino, 1997), Oxford University Press, 1961
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999 Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia, 2012
C'era una volta l'Egitto, Medio Regno

UN DIFFICILE INIZIO

Di Piero Cargnino

Inizia così il Medio Regno, la fase della storia dell’Egitto che corrisponde ad una ripresa dello stato unitario dopo il caos del Primo Periodo Intermedio che per quasi due secoli ha segnato lo sfaldamento del potere centrale e la frammentazione del paese.

Manetone inserisce in questo periodo due dinastie di sovrani la XI e la XII dinastia. Con i primi due sovrani del Medio Regno il controllo dello stato è caratterizzato da lotte intestine che vedono contrapposti i principi tebani, fautori dell’unificazione dei territori sotto la loro autorità centrale, ai governatori Heracleopolitani.

Da Tebe il governatore Inyotef (o Intef X dinastia) esercita il suo potere su gran parte dell’Egitto, a sud fino ad Assuan e a nord fino a Coptos. Molti lo considerano il capostipite della XI dinastia, in effetti non lo è anche se il suo nome compare nella “Sala degli Antenati” dell’Akh-Menu, il Tempio di Milioni di Anni di Karnak fatto erigere da Thutmose III (posizione 13) 600 anni dopo per onorare le sue origini. Infatti nella Sala, il nome di Inyotef non compare racchiuso nel cartiglio tipico dei faraoni ma con il titolo di “iry-pat-haty-a” (Principe ereditario e Governatore).

Molto probabilmente Inyotef è da identificare con la statua in postura da scriba che Sesostri I (XII dinastia) fece erigere e che riporta l’iscrizione “Realizzata dal Re dell’Alto e Basso Egitto Kheperkara come monumento per suo padre, il principe Intef il Grande (o il Vecchio) nato da Iku” oggi conservata al Museo del Cairo (CG 42005).

Vediamo ora la prima parte della XI dinastia che, come abbiamo detto, viene da molti studiosi considerata come un’appendice del “Primo Periodo Intermedio”.

Alla morte di Inyotef gli succede il figlio, Mentuhotep I in qualità di nomarca principe di Tebe (2137 a.C.). Mentuhotep I vero capostipite della XI dinastia è un fiero sostenitore di una politica indipendentista dagli avversari heracleopolitani della IX dinastia, continuerà la politica del padre Inyotef.

Non risulta che Mentuhotep I si sia mai fregiato del titolo di “Re dell’Alto e Basso Egitto”, in epoche successive gli venne attribuito un nome Horo del tutto generico, “Tepia” (l’antenato) e con il suo nomen racchiuso in un cartiglio, compare nella “Sala degli Antenati” e  Thutmose III lo onorerà col padre Inyotef.

Anche se non ufficialmente faraone, Mentuhotep I fu il primo a portare un nome teoforo, ovvero contenente un nome divino, associato a Montu, dio guerriero del quarto nomo dell’Alto Egitto, con l’intento di assicurarsi la protezione divina.

Nella tomba di Hekaib, nomarca del distretto di Elefantina, vennero rinvenuti decine di manufatti come statue e stele relative a vari sovrani tra cui i resti di una statua di Mentuhotep I, fatta realizzare probabilmente da Antef II  sulla quale compare il titolo di “Padre degli dei”, da ciò si pensa che sia stato il padre di Antef  I e di Antef II.

L’egittologo Alan Gardiner ritenne di aver individuato il nome di Mentuhotep nella posizione 5,12 del Canone reale. Forse il suo scopo iniziale, per la situazione esistente in Egitto a quei tempi, era solo quello di affermare la propria sovranità sui territori che si erano venuti a creare sotto l’autorità tebana. Ad un certo punto però Mentuhotep I inizia la sua espansione contro Heracleopolis i cui sovrani si erano appropriati del titolo appartenuto ai sovrani di Menfi di “Re dell’Alto e Basso Egitto” anche se dovrà passare ancora del tempo prima che l’Egitto torni ad essere interamente riunificato. Cosa che avverrà soprattutto ad opera dei faraoni, “Horo Wah-ankh” (Antef II) e “Horo Samtawy” (Mentuhotep II) che porranno così definitivamente fine al Primo Periodo Intermedio inaugurando l’inizio del Medio Regno.

Questi due faraoni riconquistarono le regioni del delta del Nilo, che erano state occupate dalle popolazioni libiche e da quelle del Sinai, riunificando così l’intero Egitto. La gestione e organizzazione vere e proprie di questo nuovo regno arriverà poi solo con la XII dinastia che acquisì appieno la necessità di dare unità politica all’Egitto anche, e soprattutto, ridimensionarono il potere dei vari nomarchi che, privi di un controllo centrale avevano causato rivolte e instabilità; ora essi vennero sottoposti a rigidi controlli da parte di ispettori inviati direttamente dai faraoni. Venne instaurata una sorta di organizzazione feudale al fine di accontentare in tal modo la nobiltà provinciale e la loro voglia di potere. Il Medio Regno divenne  quindi nuovamente un periodo di stabilità politica duratura.

Finalmente l’Egitto si trova ad attraversare uno dei periodi più prolifici della sua storia, tornano ad affermarsi i grandi faraoni che intraprendono la riorganizzazione dello stato, favoriscono la ripresa dell’economia, agevolati in questo dalla fine della terribile carestia che ha caratterizzato gran parte del precedente periodo, questo contribuisce al risanamento delle finanze pubbliche e offre una spinta a nuove mire espansionistiche. Vediamo ora nel dettaglio i regni dei faraoni del Medio Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Guy Racket, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’Antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (Einaudi, Torino, 1997), Oxford University Press, 1961
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Mursia, 2012
C'era una volta l'Egitto

IL PRIMO PERIODO INTERMEDIO

E VENNE IL CAOS

Di Piero Cargnino

Il cosiddetto “Primo Periodo Intermedio” copre gli anni della storia egiziana che vanno indicativamente dal 2160 al 2055 e ad esso segue il Medio Regno. A questo proposito va detto che molti studiosi suddividono la XI dinastia considerando i faraoni Mentuhotep I e Antef I, II e III ancora facenti parte di questo periodo intermedio ed inserendo i faraoni Mentuhotep II Nebhepetra,  Mentuhotep III Sankhkara e Mentuhotep IV nel Medio Regno.

Il “Primo Periodo Intermedio” è una macchia nella gloriosa epoca delle grandi piramidi, l’Antico Regno egizio. Segna il completo sfaldamento, non solo del potere centrale, quello dei grandi faraoni costruttori delle imponenti piramidi, dell’età dell’oro, quell’età che vide la prosperità dell’Egitto, ma anche di un lungo periodo di relativa tranquillità vissuta dal popolo, lavoratore, ma sempre rispettoso della Maat.

Già a partire dalla V dinastia assistiamo ad una lenta, ma progressiva, decadenza del potere centrale del faraone con un conseguente incremento di quello dei governanti locali. I nomarchi si preoccupavano del loro territorio sganciandosi sempre più dall’autorità centrale al punto che la loro carica divenne ereditaria riducendo ancor più l’influenza regale.

Con l’avvento della VI dinastia le cose continuarono via via a peggiorare fino a giungere ad un punto cruciale alla fine del lungo regno di Pepi II, cosa che potrebbe aver avuto come conseguenza la mancanza di eredi legittimi perché magari premorti al padre. L’ascesa al trono di Nitokris, ancorché si sia realmente verificata, confermerebbe l’assenza di legittimità o scarsa idoneità degli eventuali pretendenti al trono. Quello che segue è un lungo periodo della durata di circa due secoli, non è tanto il fatto che venga messa in discussione l’istituzione faraonica in quanto tale ma ciascun governatore segue una propria linea di potere e questo porta al manifestarsi di fermenti sociali che porteranno l’Egitto ad essere preda di disordini, di anarchia a livello provinciale e, forse, anche di invasioni straniere. Il decadimento della regalità centrale, accelerato in questo anche dalle numerose e continue incursioni dei beduini ormai fuori controllo, fece si che si ingenerasse un clima di disordini incontrollabile che ci è stato tramandato, in molti papiri interessanti redatti, in epoche successive, dagli scribi su incarico dei sovrani della XII dinastia. E’ ovvio che la lettura di questi scritti va fatta con cautela nel senso che la gravità della situazione, in essi descritta, è sicuramente frutto di esagerazioni tendenti a mettere in risalto, ingigantendola un po, la grande opera di pacificazione dei faraoni del Medio Regno. L’intento era sicuramente quello di celebrare la restaurazione dell’ordine e della stabilità. In realtà non si ha neppure la certezza che questo clima di rivoluzione abbia interessato l’intero Egitto, di questo periodo non si conosce quasi nulla. Menfi diventa solo più una capitale simbolica ed il potere si frammenta in più parti.

Vediamo ora di capire qualcosa nel groviglio di dinastie e faraoni che si sono succeduti in questo oscuro periodo. Il Primo Periodo Intermedio si può suddividere in tre parti,

1) VII e VIII dinastia durante le quali avviene lo sfaldamento completo dello stato unitario.

2) IX dinastia, nasce un nuovo centro di potere nell’Alto Egitto, nella capitale del XX nomo, Ha-Ninsu, (Heracleopoli).

3) X dinastia, caratterizzata da lotte intestine dove i principi di Tebe prevalgono sugli Heracleopolitani e fondano le basi per la riunificazione dell’Egitto che avverrà solo con la XI dinastia dando inizio al Medio Regno.

Manetone ci descrive la VII dinastia come un periodo di grande anarchia dove, a suo dire regnarono settanta re per settanta giorni, cosa che concorda con le varie liste dei re nel riconoscere, per la VII dinastia appunto, l’avvicendamento di circa settanta re, con sede a Menfi. In assenza di riscontri storici che lo confermino dobbiamo immaginare che la cifra di settanta re e di settanta giorni sia puramente simbolica. Per l’VIII dinastia, conosciuta soltanto dalle liste reali, un numero preciso non è possibile farlo, si pensa dai 18 ai 27 re alcuni dei quali avrebbero regnato contemporaneamente, ciascuno sul proprio territorio. La lista di Abydo riporta 17 nomi, quella di Saqqara non fa alcun cenno del Primo Periodo Intermedio e il Canone di Torino in quel punto è illeggibile. Giulio Sesto Africano, citando Manetone scrive: <<…..ventisette re di Menfi che regnarono per 146 anni….…>>. Eusebio da Cesarea parla di cinque re che regnarono un secolo. Dati inconfutabili in quanto non esistono reperti archeologici che testimoniano se è vero o falso.

In un papiro di epoca posteriore, “Le lamentazioni di Ipuwer”, si legge che in quel periodo spadroneggiavano sugli egiziani dei non ben identificati “asiatici”. Qualcuno avanzò anche l’ipotesi che all’inizio dell’VIII dinastia si fosse formato un regno indipendente nell’Alto Egitto sotto il nomarca di Copto che sarebbe durato circa quaranta anni. Nel 1946 l’egittologo W. C. Hayes dimostrò che questa dinastia copta non è mai esistita.

Per quanto riguarda la X e la XI dinastia, spesso associate con il nome di “eracleopolitana”, l’identificazione dei sovrani di una o dell’altra dinastia è resa ancor più difficile dal ripetersi di nomi identici. Poco attendibile è ritenuta la frase di Manetone riportata da  Giulio Sesto Africano quando afferma: <<…..diciannove re di Eracleopoli che governarono per 409 anni..…>>. Nel sud, soppiantati i re menfiti, i nomarchi di Tebe raggrupparono intorno a loro i nomoi meridionali sotto il dominio di una ancora più energica famiglia di principi guerrieri, quattro dei quali portavano il nome di Antef.

Possiamo solo immaginare la ricaduta che questi eventi ebbe sul popolo abituato a vivere nel rispetto della Maat avendo alle spalle la sicurezza di uno stato sempre presente ed attento alle loro necessità personificato nella figura del sovrano, il Faraone, unica garanzia del rispetto della Maat. Caddero le certezze, i principi fondamentali sui quali poggiava la loro concezione del mondo, la fine dell’Ordine Eterno che gli Dei donarono loro fin dalla creazione.

Una causa che potrebbe aver influito almeno in parte sul peggioramento delle condizioni sociali, avvenuta intorno al 2300 a.C., sarebbe attribuibile alla conclusione del cosiddetto “Subpluviale neolitico”, ovvero una lunga fase climatica caratterizzata dalle frequenti piogge sull’Africa nordorientale. La conclusione di tale periodo ebbe come conseguenza l’inaridimento del clima, causa questa della diminuzione dei pascoli, inaridimento delle fonti ed insabbiamento dei campi. La cosa comportò una diminuzione delle risorse alimentari obbligando la popolazione di quelle zone a risalire la valle del Nilo causando così una rivoluzione economico-sociale senza precedenti.

L’Egitto sembra essere tornato all’epoca preistorica, con un raggruppamento di nomoi al nord, nel Medio Egitto, (dinastia eracleopolitana), di cui conosciamo alcuni re, (Kheti I, II e III e Merikara), e uno a sud, a Tebe, con a capo gli Antef.

Si giunse presto a uno scontro e la situazione rimase a lungo confusa tra alterne vicende di vittorie e sconfitte da entrambe le parti, fino a quando, nel 2060 a.C., troviamo l’Egitto nuovamente unito sotto Mentuhotep I, discendente dei governatori tebani che governavano i nomoi del sud; da questa data si fa iniziare il Medio Regno. La maggior parte degli studiosi concorda nel valutare da duecento a duecentocinquanta anni la durata del periodo intercorso da Nitocris alla fine del regno di Mentuhotep I, la loro opinione però è poco più di una congettura. Dopo questa prima carrellata proviamo ora ad immergersi nel “Primo Periodo Intermedio” cercando qua e la le poche notizie che riusciamo a reperire.

Innanzitutto va detto che sarebbe comunque ingiusto attribuire a Nitocris (ancorché sia realmente esistita) o ad uno degli ultimi sovrani, la responsabilità del caos che si venne a creare. In realtà la VI dinastia si è indebolita a poco a poco e, principalmente durante il lungo regno di Pepi II, un’evoluzione negativa, che, in assenza di documentazione certa difficile da cogliere, ha portato l’Egitto alla crisi.

Abbiamo esaminato a grandi linee quell’epoca della storia egizia che va sotto il nome di “Primo Periodo Intermedio”, per avere un’idea un po’ più chiara proviamo ora ad immergerci nelle oscure e poco conosciute vicende che ne hanno caratterizzato la storia.

Con la caduta dell’Antico Regno viene a mancare ogni fonte di notizie certe sugli avvenimenti che si susseguirono per quasi due secoli dove infuriarono le lotte intestine fra i vari nomarchi generando il caos tra la popolazione che si trovò priva di quella certezza, garantita da Maat. Di questo periodo ci viene incontro, per raccontarci, con una incerta precisione, la letteratura. Ho volutamente detto incerta in quanto le opere che sono giunte a noi non sono coeve del periodo ma successive, volute dai faraoni che riunificarono il paese e, come già detto, sicuramente ingigantite per mettere ancor più in risalto i loro meriti ed enfatizzare le loro vittorie. Noi esaminiamo queste opere con senso critico e cerchiamo di trarne le dovute conclusioni 

Di questo periodo ce ne parla il già citato Ipuwer che racconta questo periodo di devastazione dello stato e la drammatica situazione di quell’epoca:

<<……il paese girava come sul tornio di un vasaio, si impoverì e subì il saccheggio, il sovrano fu rovesciato dai poveri, gli uomini morivano di fame e l’Egitto cadde in mano agli asiatici……>>.

Altri testi di letteratura che ci tramandano notizie di questo periodo li troviamo particolarmente nelle “lamentazioni”, negli “Insegnamenti” e nelle “Profezie”.

Le lamentazioni: <<……. sono tutto sommato affini agli insegnamenti, ponendosi come scopo la conservazione dell’etica, ma assumendo talvolta un sapore tra il profetico e l’apocalittico…….>>.

Neferti profetizza:

<<…….questo paese è distrutto, non c’è nessuno che si prenda cura di lui, nessuno che ne parli, nessuno che versi lacrime. Come sarà questo paese? Il disco solare sarà coperto…….>>.

Come abbiamo detto in precedenza nelle sue “lamentazioni” Ipuwer parla della venuta in Egitto di popoli asiatici cosa che venne profetizzata anche da Neferti:

<<…….il vento del sud si opporrà al vento del nord: il cielo non apparterrà più a un solo vento, un uccello straniero deporrà l’uovo nelle paludi del Delta, farà il nido vicino agli uomini e la gente lo farà avvicinare amandolo…….>>, (Paola Buzi, Profezia di Neferti (I Periodo Intermedio / Medio Regno).

Gli “Insegnamenti per il re Merikara”, consistono in un lungo testo dove il faraone Kheti II, della X dinastia (2135-2040 a.C.), dispensa una serie di ammonimenti e di consigli al figlio Merikara che dovrà succedergli. Il testo è molto interessante perché, forse senza volerlo, descrive il difficile clima politico del tempo.

Grande interesse suscita anche il “Dialogo di un uomo stanco di vivere”, risalente al Medio Regno, e contenuto nel cosiddetto “Papiro n. 3024”, un rotolo lungo 3 metri e mezzo scritto in ieratico ed oggi conservato presso il Museo di Antichità Egizie di Berlino. Il periodo cui si riferisce è incerto, si pensa al tempo della XII dinastia (1900 a.C.). E’ un testo unico  nel suo genere dal quale emerge la spiritualità di un popolo permeato dal culto dei morti e dalla fede incrollabile nell’aldilà, testimonia la grave caduta dei valori fondamentali per il popolo, l’uomo conversa con il suo Ba (anima) ed arriva persino a mettere in dubbio l’esistenza della vita dopo la morte nonché la fede negli Dei.

Oltre alla letteratura notizie del tempo ci arrivano anche dalle poche iscrizioni presenti nelle tombe private. Dalla tomba rinvenuta a Moalla, nell’Alto Egitto, appartenuta al governatore provinciale Ankhtifi, apprendiamo che nel paese era grande la sofferenza e la povertà ed il popolo era denutrito. Ankhtifi contribuì con il suo esercito all’affermarsi del potere nel nord dell’Egitto dopo la caduta dell’VIII dinastia del regno menfita.

Ankhtifi fondò un regno al nord con capitale Ehnasija (Nennisut in egiziano e Herakleonpolis Magna in greco) mentre i suoi avversari si concentrarono a sud nell’Alto Egitto stabilendosi a Uaset (Tebe). Nuovamente diviso in due, l’Egitto si trovò ad affrontare una nuova guerra fratricida fra il nord, che almeno inizialmente riscosse maggior successo riuscendo a penetrare nell’Alto Egitto fino alla tredicesima provincia di Assijut.

Tebe fece appello a tutta la sua forza ed una battaglia dopo l’altra riuscì a conquistare tutta l’area tra Elefantina e Koptos. Con l’avvento al trono del faraone tebano Antef II la vittoria definitiva arrise alle truppe tebane che riconquistarono il Basso Egitto nonostante i tentativi, non riusciti, degli avversari di coinvolgere nella lotta i capitribù nubiani che, approfittando del disfacimento del potere centrale, si erano resi indipendenti. Come pare logico pensare la situazione che si era venuta a creare durante il Primo Periodo Intermedio, con le gravi ripercussioni economiche e sociali, non favorì certamente la creazione di particolari complessi  monumentali ne tanto meno tombe reali di una certa importanza o piramidi.

Per quanto riguarda le tombe dei sovrani di questo periodo fino ad oggi non ne sono state individuate nessuna, fonti coeve, decisamente scarse, raccontano che alcuni sovrani vennero tumulati in piramidi che però non sono mai state trovate. Certamente esistevano le tombe dei sovrani del tempo ma la breve durata del loro regno non avrà certamente permesso di erigere grandi edifici e per di più quei pochi dovevano essere di piccole dimensioni e costruite con materiale molto degradabile che non permise di durare a lungo. La solita disputa tra egittologi vede alcuni che ritengono che la necropoli di questi sovrani fosse situata a Saqqara nord nei pressi della piramide di Teti, altri secondo cui la necropoli si trovasse a Nennisut nel Medio Egitto. Una missione spagnola che ha recentemente condotto scavi in zona non ha finora trovato tombe ne piramidi. Davvero un brutto momento per la civiltà egizia il Primo Periodo Intermedio.

Oltre a tutte le disgrazie causate dai potenti, il popolo egizio si trovò a dover affrontare un altro nemico, il clima. In quel periodo si verificarono una serie di avversità climatiche che forse l’Egitto non si era mai trovato ad affrontare prima. La pioggia, prima benefica e sufficiente, cessò ed un prolungato periodo di carestia aggravò la situazione di crisi persistente già fin dall’inizio della VI dinastia. Le copiose inondazioni del Nilo non riempivano più i campi e la siccità, che avanzava sempre più, metteva in serie difficoltà l’agricoltura che non si era mai trovata ad affrontare una simile situazione. Il sistema economico statale entrò in crisi, gli scarsi raccolti dovettero essere redistribuiti alla popolazione per le loro necessità alimentari.

La situazione già così instabile non fece che peggiorare e i governatori locali ne approfittarono per accrescere il loro potere a discapito di quello centrale. Uno di questi regni despotici si formò a Tebe e da qui riuscì ad imporsi su tutto il territorio egiziano. Come se non bastasse, apprendiamo da alcune fonti storiche, che in quel tempo si aggiunsero incursioni da parte di tribù di beduini e di asiatici cosa che il potere centrale non era più in grado di fronteggiare. Il glorioso esercito egiziano non esisteva più, ciascun nomarca aveva il suo e non si preoccupava degli altri nomoi.

Per quanto riguarda i faraoni della VII e VIII dinastia si conosce praticamente nulla, alcuni studiosi azzardano a dire che la capitale era ancora a Menfi ma la cosa era puramente simbolica. Con la fine della VIII e l’inizio della IX dinastia troviamo un Egitto diviso in tre parti: al nord si sono installati gli invasori asiatici approfittando della situazione per estendere il proprio controllo sul territorio africano; al centro resiste la vecchia capitale Menfi dove si affermerà poi la provincia di Eracleopoli; al sud i principi di Tebe iniziano a raggruppare i territori vicini sotto il proprio controllo.

Con il passaggio tra la IX e la X dinastia assistiamo al rafforzamento dei governatori locali che, acquistato sempre più potere, si riuniscono e da Eracleopoli impongono il loro potere su tutto il nord fino al delta del Nilo e a sud fino ad Asyùt. A questo punto, come la storia ci insegna, tra due potenze vicine non può che scatenarsi una guerra. Quanto cruenta fu non lo sappiamo ma tale fu.

Alla fine la vittoria arrise alle truppe tebane che riunificarono l’Egitto sotto un unico sovrano. E l’unico sovrano fu Mentuhotep I nel 2060 a.C. circa. Con l’avvento al trono di Mentuhotep I si chiude questo brutto periodo per l’Egitto ed ha inizio il “Medio Regno”. Ma ormai l’Egitto non è più lo stesso, questo periodo ha segnato profondamente la civiltà egiziana, non solo per i danni e le distruzioni subite ma per quanto questo abbia influito dal punto di vista intellettuale e ideologico.

La perdita di quei valori acquisiti nel corso dei secoli che offrivano al popolo la sicurezza sociale ed economica ingenerò una visione pessimistica del mondo che si riflette nella letteratura dell’epoca. Caddero determinati valori imperanti in passato, le credenze funerarie, un tempo privilegio esclusivo del faraone, vennero meno in forza di una democratizzazione che portò anche i privati cittadini a pretendere lo stesso trattamento.

Cercando di analizzare sempre più a fondo le sparute notizie che si riesce a recuperare, torniamo ad appoggiarci al nostro informatore più prolisso sulla civiltà egizia, Manetone. Nei suoi Aegyptiaca, scritti su commissione di Tolomeo II Filadelfo intorno al 300 a.C., ci fornisce la maggior parte delle informazioni sulla cronologia dei sovrani dell’Antico Egitto. Di lui conosciamo quasi nulla, nessuno dei suoi scritti è giunto sino a noi se non per interposta persona.

Il primo che ce ne parla è lo scrittore giudaico Flavio Giuseppe nella sua opera “Contra Apionem” del 94 d.C. Dopo Flavio Giuseppe parlano di Manetone, Sesto Africano, Eusebio da Cesarea ed altri, per cui è da ritenere che la sua opera abbia subito chissà quante manipolazioni. Fu Manetone che, avendo a disposizione molti documenti, si dedicò alla scrittura della storia antico egizia e già la sua precisione ci lascia alquanto dubbiosi avendo egli scritto circa 2000 anni dopo gli eventi che ci interessano. In ogni caso dai raffronti con le informazioni reperite da altre fonti, possiamo delineare un quadro sufficientemente attendibile.

Manetone suddivise i regni dei sovrani egizi in 33 dinastie, suddivisione che, nonostante qualche incertezza, è adottata ancora oggi. Il Primo Periodo Intermedio comprende le dinastie dalla VII all’inizio della XI e, come più volte ripetuto è un periodo oscuro della storia antico egizia del quale conosciamo ben poco. Vediamo ora quel poco per ciascuna dinastia.


Proviamo ora ad addentrarci nel dedalo delle dinastie dalla VII alla XI citate da Manetone delle quali non conosciamo nulla dal punto di vista archeologico e ci basiamo quasi esclusivamente sulle notizie che ci ha tramandato lo storico greco.

VII DINASTIA

Sesto Giulio Africano che trattò l’opera di Manetone in forma epitoma riporta le già citate affermazioni dello storico: <<……settanta re di Menfi regnarono per settanta giorni…..>>.  Eusebio di Cesarea interpreta la frase in modo diverso: <<……. cinque re di Menfi regnarono per 75 giorni……>>. Va però detto che ne la lista reale di Abido ne quella  di Saqqara trattano la VII dinastia, quella di Saqqara salta addirittura subito alla XI dinastia. Ancor meno ci viene in aiuto il Canone Reale di Torino che in questo punto si presente  molto danneggiato, nonostante ciò alcuni studiosi asseriscono che sarebbero riportati cinque nomi del tutto illeggibili. Secondo una parte degli studiosi questa dinastia sarebbe addirittura inesistente.

VIII DINASTIA

Anche di questa dinastia non siamo in possesso di riscontri archeologici certi. Manetone ci parla di <<…….76 re di Menfi che regnarono per 146 anni…….>>. La lista di Abydos elenca 17 sovrani che si sarebbero succeduti sul trono nei 30 anni della VIII dinastia. Pare che i nomi di alcuni di questi siano stati riscontrati su dei sigilli. Sesto Giulio Africano riporta: <<…….ventisette re di Menfi che regnarono per 146 anni……>>. Giorgio Sincello, storico bizantino, riporta quanto scrisse Eusebio in proposito: <<……cinque re che regnarono un secolo………>>. Per quanto ci è permesso di sapere, tenuto conto delle diverse affermazioni, possiamo ritenere che molti di questi sovrani possano aver regnato contemporaneamente su parti diverse dell’Egitto. Ufficialmente la capitale è ancora Menfi  mentre quella amministrativa è ad Abido. Ufficialmente i nomarchi di Eracleonpoli si dichiarano ancora sottomessi a Menfi anche se in realtà regnano incontrastati sul XX distretto dell’Alto Egitto come i principi di Tebe sul loro territorio. Per quanto riguarda il Basso Egitto, principalmente il Delta, Ipuwer, nelle sue lamentazioni, cita le scorribande che compiono gli “asiatici” contro la popolazione locale senza che alcuno intervenga. 

IX  DINASTIA

Anche per questa vale quanto detto per le precedenti, non disponiamo di fonti attendibili se non di qualche notizia molto frammentaria. Le scarse, ancorchè dubbie, notizie di cui disponiamo ci provengono dal solito Manetone citato in forma epitoma da Eusebio di Cesarea:

<<……..19 re di Eracleopoli, che regnarono 409 anni. Akhthoes, il primo di questi, più terribile di quanti siano mai stati prima causò malanni a tutti quelli che erano in Egitto ma dopo cadde vittima della pazzia e fu distrutto da un coccodrillo……..>>.

Si può pensare che la capitale di questa dinastia fosse Heracleopolis Magna senza però avere il controllo completo sull’Egitto. Manetone ci riporta i nomi di alcuni dei re di questa dinastia: Akhthoes (o Kheti I), gli assegniamo il numero I tenendo conto che i sovrani conosciuti  di questo periodo, con lo stesso nome sono almeno sette. Dapprima nomarca di  Heracleopolis Magna in seguito si attribuì i titoli della regalità. Di lui troviamo riscontro in un bacile di rame che riporta il suo nome e dalla citazione di Eusebio di cui sopra. Neferkara III anch’egli un effimero regnante che ci è noto solo dal Canone Reale.

Si pensa che potesse essere un principe di Heracleopolis Magna che viene citato nei “testi di Ankhtifi” come Neferkara Meribra, una vera e propria autobiografia scoperta nella tomba di Ankhtifi, appunto, scoperta a el-Moalla.

Secondo altri studiosi invece si tratterebbe sarebbe stato un principe che avrebbe comandato l’esercito che combattè contro Antef I che governava Edfu e Tebe.

Kheti II il cui nome potrebbe essere quello riportato in modo quasi illeggibile nella colonna 4 posizione 21 del Canone Reale e, forse, da un graffito che potrebbe voler dire Kheti ([s3]) [figlio] di Neferkara. Senen……di questo sovrano è leggibile solo la prima parte del nomen sul Canone Reale alla colonna 4 posizione 22. Meri……anche di questo sovrano conosciamo solo parte del nomen. Stesso discorso vale per l’ultimo nome che si riesce ad interpretare solo in parte, Shed……

X DINASTIA  

Per la X dinastia il discorso si ripete, Manetone cita:

<<……diciannove re di Eracleopoli che regnarono per 185 anni……..>>.

Una cosa è certa, i sovrani della X dinastia si sovrappongono ai primi re tebani della XI dinastia. Si potrebbe ipotizzare che, a questo punto, sia eracleopolitani che tebani nelle loro lotte si siano dedicati ad intraprendere un tentativo di riunificazione dell’Egitto. Si tratta di una mera ipotesi non suffragata da alcun elemento di valutazione.

XI DINASTIA

Come già accennato in precedenza l’XI dinastia viene ufficialmente inserita nel Medio Regno pur trattandosi, almeno per i primi due sovrani, di una sorta di appendice del Primo Periodo Intermedio.

La storia che riguarda questi primi due sovrani, Mentuhotep I e Antef I si riassume nelle lotte atte al ricongiungimento dell’Egitto sotto un unico sovrano. Dalla Lista di Karnak si apprende che nessuno dei due sovrani assunse mai il titolo di “Re dell’Alto e Basso Egitto” che confermasse la loro sovranità sull’intero Egitto. Titolo che, seppure in modo del tutto simbolico, era passato da Menfi a Eracleopoli.

La lotta per la sovranità sulle Due Terre vide la vittoria dei tebani sugli eracleopolitani ad opera di Horo Wah-ankh (Antef II) mentre Horo Samtawy (Mentuhotep II) completò la vittoria con la riconquista delle terre del Delta occupate dai libici e della penisola del Sinai. Finalmente, dopo oltre due secoli, l’Egitto era nuovamente unito e, pronto alla rinascita, entrava in quello che viene chiamato Medio Regno.

LA TOMBA MONUMENTALE DI KHUI

Per la scarsità delle fonti pervenute non è agevole distinguere nettamente la IX e X Dinastia,che regnarono, sul finire del Primo Periodo Intermedio, dal nuovo centro di aggregazione presso la capitale del XX nomo dell’Alto Egitto, Ha-Ninsu, (Eracleopoli in greco, nome attuale Ihnasya el-Medina), e che, come già detto, vengono comunemente chiamate “eracleopolitane”.

Nei precedenti articoli abbiamo già spiegato le varie e poco attendibili notizie che ci sono pervenute dai vari Manetone, Giulio Sesto Africano ed Eusebio di Cesarea, così come quelle reperibili dal Canone di Torino, unico documento che parla di questo periodo ma con grosse lacune. Come già accennato negli articoli precedenti, per quanto riguarda le tombe dell’intero Primo Periodo Intermedio regna la più grande incertezza in quanto non sono state trovate sepolture reali che si possano datare a questo periodo. Ad eccezione della piramide distrutta di Qakara Ibi, una sola tomba di rilievo è stata rinvenuta a Dara, località del Medio Egitto nei pressi dell’odierna Manfalut, ad una trentina di chilometri da Assyut dove si trova una necropoli di quell’epoca. Dagli scavi dell’archeologo francese Raymond Weill, nella seconda metà degli anni 40, sono emerse le rovine di un grande edificio di cui non è chiaro se trattasi di una piramide o di una mastaba a gradoni. Le indagini di Weill si rivelarono però poco soddisfacenti e non contribuirono a sciogliere il dilemma.

La tomba (o piramide) è orientata all’incirca nella direzione nord-sud e presenta una pianta quadrata con gli angoli arrotondati, la sottostruttura ricorda stranamente la grande mastaba in mattoni della III dinastia che si trova a Beit Challaf.

L’ingresso è situato a nord e da accesso ad un lungo corridoio orizzontale, dapprima aperto, per poi immettersi in un tunnel discendente con il soffitto a volta. La camera, rivestita con blocchi di calcare rozzamente lavorati, venne saccheggiata in passato e completamente devastata, al suo interno non è stato trovato alcun segno di sepoltura. I resti sono così pochi e malridotti per cui è difficile stabilire se la situazione sia da attribuirsi al saccheggio o se invece al fatto che non sia mai stata completata in origine. La parte esterna comprende una copertura larga circa 35 metri mentre l’interno era probabilmente riempito di sabbia e pietrisco. In assenza di alcunché risulta difficile stabilire chi fu il proprietario della tomba. Dagli scavi nelle tombe vicine è stato trovato un cartiglio che riporta il nome di quello che potrebbe essere stato un sovrano locale chiamato Khui. Con questo chiudiamo anche noi il Primo Periodo Intermedio e ci avviamo a quello che sarà il “Medio Regno”.

Fonti e bibliografia:

  • Paola Buzi, “La letteratura egiziana antica. Opere, generi, contesti”, Ed. Carocci, 2020
  • Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Edda Bresciani, Einaudi  2020
  • Paola Buzi, “La letteratura egiziana”, Dispense per la parte monografica dei corsi di Egittologia e Civiltà Copta  Egittologia avanzato I, 2020/2021
  • Alessandro Roccati, “Sapienza Egizia, Brescia. La letteratura educativa in Egitto durante il II millennio a. C.”, ed. Paideia, 1994
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • W. S. Smith, “Il regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo periodo intermedio”, il Saggiatore, 1972
  • Mark Lehner, ”The Complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson, 2008
  • Miroslav Verner,, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton editori, 1998
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza,  Bari, 2008
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egizi”, Milano, TEA, 1988
  • David Henige, “How long did Pepy II reign?”, in GM, 2009  Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Milano, Einaudi, 1989
  • Guy Racket, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005 
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori, 1995
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’Antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Torino, Einaudi, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (Einaudi, Torino, 1997), Oxford University Press, 1961
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 1999
C'era una volta l'Egitto

LE ULTIME COMPARSE DI UNA FINE INGLORIOSA

Di Piero Cargnino

Secondo il Canone di Torino, prima del tracollo definitivo della VI dinastia, avrebbero regnato ancora altri tre re, dopo Nitokris, di cui viene riportato il nome e ad essi seguono altri due posti vuoti. Cinque sovrani sicuramente insignificanti tanto da non essere neppure ricordati tutti. Secondo alcuni i due posti vuoti nel Canone potrebbero riferirsi a due “sovrani”, Ity e Imhotep, i cui nomi sono stati trovati iscritti nello Wadi Hammamat, che è possibile che fossero contemporanei alla VI dinastia. Va detto tra l’altro che questi ultimi cinque potrebbero inserirsi già negli inizi del Primo Periodo Intermedio e, come tali, essere solo dei governatori effimeri che cercarono invano di imporsi e conquistare un potere che ormai non esisteva più.

NEFERKA BAMBINO

Dopo il cartiglio del re il determinativo Neferka, ka significa appunto bambini starebbe forse ad indicare che trattasi di un sovrano fittizio, inserito nel Canone forse per errore nella trascrizione. A causa dell’ormai avanzato stato di sfaldamento in cui versava il potere centrale sovrastato da quello dei nomarchi è possibile che questo, ed altri sovrani coevi, abbiano regnato in contemporanea su diverse regioni dell’Egitto. Come già è già stato a proposito della regina Nitokris, ci troviamo in assenza di riscontri archeologici.

NEFER  (o NUFE)

Altro sovrano presente solo nel Canone di Torino, precisamente nella posizione 4.10 (ossia al decimo posto della quarta colonna) con il nomen di Nufe. Inutile dire che non  esistono documentazioni archeologiche che ne attestino la reale esistenza della quale non si sa nulla. Con ogni probabilità, anche in questo caso si tratterebbe di eccesso di zelo degli estensori del Canone che avrebbero inserito nella lista nomarchi tra i più potenti che però abbiano governato solo sul loro governatorato.

IBI  (KAKARA)

Per quanto riguarda questo sovrano oltre ad essere citato solo nel Canone di Torino, non conosciamo nulla. Pare però che, dal punto di vista archeologico, sia a lui attribuita una piccola piramide molto degradata e mal conservata presso Saqqara.

La piramide pare avere il maggior grado di inclinazione di tutte le altre, 61°. Data le sue piccole dimensioni e la particolare struttura interna, si pensa che in origine fosse una piramide di qualche regina che poi venne usurpata da Ibi. Sulle pareti  della camera funeraria sono incisi i “Testi delle piramidi”. Di Ibi è stato pure rinvenuto un graffito sulle rocce a Tumas in Nubia.

(ITY E IMHOTEP)

Come detto sopra il nome di questi due sovrani, trovati iscritti nello Wadi Hammamat e possibile contemporanei della VI dinastia, secondo alcuni studiosi potrebbero essere quelli che mancano nei due posti vuoti del Canone Reale.

Con questi effimeri sovrani, più che altro governatori locali, si chiude così definitivamente sia la VI dinastia che l’Antico Regno, l’Età dell’Oro.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2000
  • Martin Gardiner, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Jhon Wilson, “Egitto – I Propilei”, Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967
  • W. S. Smith, “Il regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo periodo intermedio”, il Saggiatore, 1972