Di Ivo Prezioso
La piramide di Sekhemket
Sekhemkhet scelse di erigere il suo complesso funerario a sud-est, e nelle immediate vicinanze di quello del suo predecessore Djoser, presso il margine occidentale della necropoli di Saqqara. La sua piramide si presenta incompiuta e giace all’interno di un vasto complesso di edifici di cui rimangono solo le fondamenta o, al massimo e solo in alcuni punti, le prime assise delle sovrastrutture (Immagine n. 46).

Immagine n. 46. Ciò che rimane della piramide a gradoni incompiuta di Sekhemkhet raggiunge appena i 7 metri di altezza (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).
Gli architetti avevano progettato di cingerla con un grande muro a nicchie ed in origine era previsto che fosse collocata al centro di un recinto lungo 262 metri da nord a sud e largo 182 metri da est a ovest. Purtroppo, ne resta solo una splendida facciata decorata con modanature in calcare fine, le cui proporzioni sono rigorosamente identiche a quelle di Djoser. La presenza di segni di costruzione e di numerosi graffiti, lasciati dagli operai, non lascia dubbi sul fatto che l’edificio non fu mai portato a termine. In compenso vi figura un nome celeberrimo: Imhotep.
Durante la sua costruzione, il terrapieno fu ampliato a nord e a sud; il terreno fu poi rialzato, seppellendo e occultando il progetto originario, in modo da portare il complesso a ricoprire una superficie totale di dieci ettari; un’opera rimarchevole, certo, per le sue dimensioni, ma soprattutto per la sua concezione. I sondaggi e gli scavi effettuati presso l’angolo sud-occidentale dell’edificio, hanno infatti permesso di riportare alla luce un possente muro di contenimento, spesso in alcuni punti fino a 26 metri, che adattandosi alla topografia locale presentava variazioni di altezza al fine di ottenere una vasta piattaforma perfettamente livellata. L’ambizione di Sekhemkhet era quella riposare sotto una piramide a gradoni di dimensioni maggiori rispetto a quella del predecessore, ma la sua morte prematura interruppe il progetto che rimase incompiuto. La base dell’edificio è un quadrato i cui lati misurano ciascuno circa 120 metri e se i lavori fossero stati portati a termine avrebbe raggiunto un’altezza di 70 metri. Nonostante le vestigia restanti si elevino a poco meno di 7 metri, una rampa di costruzione, perpendicolare alla facciata occidentale, dimostra che il livello successivo avrebbe raggiunto i 9 metri; ma a questo punto i lavori si interruppero.

L’edificio è composto da quattordici sezioni di muratura concentriche e inclinate verso l’interno; disposte a coppie, queste avrebbero permesso la realizzazione di sette gradoni, rispetto ai sei che caratterizzano la piramide di Djoser. Gli appartamenti funerari hanno una collocazione esclusivamente sotterranea e sono raggiungibili grazie ad una rampa discendente che parte a nord del monumento e si inoltra al disotto della piramide seguendo un asse nord-sud (Immagini n. 47-48).

Il giorno della loro scoperta, l’accesso era ancora completamente bloccato, il che alimentò la speranza dell’egittologo incaricato dell’esplorazione, Muhammad Zakaria Ghoneim (1905-1959), di riportare alla luce una tomba intatta. Sfortunatamente le speranze andarono deluse e le evidenze dimostrarono che i saccheggiatori dell’antichità erano riusciti nel loro intento utilizzando un cunicolo verticale che collegava il soffitto della rampa all’aria aperta. Nel cumulo di detriti e depositi che riempivano il pozzo furono rinvenuti vasi, coppe e piatti in alabastro e pietra dura, tutti caratteristici della III dinastia, nonché giare sigillate con il nome di Sekhemkhet che permisero di stabilire con certezza l’appartenenza del monumento a questo sovrano.
Nella parete occidentale della rampa, proprio sotto il pozzo precedentemente descritto, si apre un corridoio che una quarantina di metri più in là sbocca, in una galleria trasversale, orientata da est a ovest, che si biforca alle due estremità, dirigendosi verso sud, per poi assumere un tracciato generale a forma di U lungo in totale circa 350 metri. Sia da una parte, sia dall’altra di questo corridoio furono sistemati diversi magazzini collocati secondo una disposizione a dente di pettine.
A 80 metri dall’entrata, al termine della rampa, è presente una porta che, all’epoca della sua scoperta, era ancora completamente ostruita da blocchi di muratura. Essa dà accesso alla camera sepolcrale che occupa una posizione esattamente centrale rispetto alla piramide e si trova a 32,10 metri sotto la base de recinto. La sala è lunga circa 9 metri, larga 5 ed alta 4,50 e la forma assunta dalla roccia dimostra che sia la cripta sia i suoi annessi furono solo abbozzati. Un magnifico sarcofago monolitico in alabastro troneggia al centro della camera funeraria. Quest’ultimo presenta la particolarità di essere stato svuotato a partire da uno dei suoi lati corti, che poteva poi essere chiuso tramite uno scivolo scorrevole verso il basso (Immagine n. 49). Confidando di ritrovarvi la mummia del re defunto, Ghoneim organizzò, nel 1954, una grande cerimonia per la sua apertura dinanzi ad un nutrito parterre di personalità e dignitari egiziani. Tra lo stupore generale il sarcofago si rivelò vuoto.

A circa 25 metri a sud della piramide si trova una mastaba, che potrebbe essere equiparata alla “tomba sud” del complesso di Djoser. Ad occidente della costruzione parte una rampa che raggiunge la base di un pozzo a 29 metri di profondità. Benché accuratamente nascosta anch’essa fu oggetto delle scorribande dei violatori, che riuscirono a perforare la muratura che la proteggeva. I saccheggiatori raggiunsero un sarcofago ligneo di piccola taglia che fu spogliato e frantumato, lasciando dietro di loro solo qualche frammento di legno e di foglia d’oro. Ciò è tutto quanto resta dell’arredamento funerario.
La piramide ha conosciuto riutilizzi almeno sino all’epoca saitica; lo testimoniano i vari magazzini, collegati alla celebrazione di riti tipici di quell’epoca. Le tracce relative a possibili intrusioni di ladri, inoltre, sono state definitivamente cancellate, pertanto non possono fornirci indicazioni sullo stato originario dei luoghi.
Il ritrovamento di gioielli in oro finemente lavorati, che potrebbero essere appartenuti a una dama di alto rango dell’Antico Impero, dimostra che l’edificio aveva effettivamente una funzione funeraria. La sepoltura del re rimane tuttavia una questione da risolvere.

La piramide di Khaba (?)
Presso la località di Zawiyet el-Aryan, tra Gizah e Abusir a circa sette chilometri da Saqqara, sono presenti i ruderi di un’altra piramide della III dinastia, il cui progetto, anche se di dimensioni minori (circa 84 x 84 metri) era simile a quella di Sekhemket. Tuttavia, rispetto a quest’ultima, rimase ancora più incompiuta (Immagini n. 51-52).

Il primo esploratore del sito Alessandro Barsanti (colui che tra il 1890 e il 1891, scoprì la tomba di Akhenaton), suppose che la struttura non fosse mai stata utilizzata
La caratteristica più interessante è costituita dalla presenza di 32 magazzini disposti a “U”, come nel caso di Sekhemket.

Secondo Ali Radwan, la disposizione dei vani sotterranei che circondano le due camere sepolcrali, richiama alla mente la forma del geroglifico “ka” (𓂓) che tra i vari significati, comprende pure quelli di “alimento”, “alimentazione”, “mezzi di sussistenza”, “forza vitale”; pertanto, se questa sistemazione fu scelta di proposito è del tutto plausibile che si intendeva conferire ai magazzini nascosti il potere di sostentare praticamente e magicamente il re defunto. La stessa funzione di donazione attraverso il ka, la si può ritrovare nella figura rappresentata in un vaso rituale arcaico conservato presso il Metropolitan Museum of art Art di New Yorkh, oppure in una tavolozza per cosmetici proveniente da Helwan (Immagine n. 53).

D’altra parte, nel versetto 1653 dei “Testi delle Piramidi” è espresso proprio questo desiderio: << O Atum, imponi le tue braccia sopra il re, su questa costruzione e su questa piramide come le braccia del segno ka affinché l’essenza del re possa risiedere in esso, rimanendovi per sempre>>.
La piramide presenta tutte le caratteristiche di un’architettura della III Dinastia: costruzione a sezioni concentriche, utilizzo di piccoli elementi disposti in file inclinate e distribuzione interamente sotterranea. La base è formata da un quadrato di 83,80 metri per lato e benché le rovine attuali superino di poco i 17 metri, la sua altezza, se fosse stato portato a termine il progetto, avrebbe raggiunto circa 40 metri. L’edificio è costituito da un nucleo largo 11 metri, su cui poggiano tredici, forse quattordici, sezioni concentriche disposte a gradini inclinati. La piramide seguendo questo schema avrebbe presentato alla fine un profilo a gradoni a cinque stadi. L’inclinazione delle facce è di circa 68° risultando, in questo caso, più accentuata rispetto a quella delle piramidi di Saqqara. L’accesso ai sotterranei si trova a nord dell’edificio e diversamente dai complessi di Djoser e Sekhemkhet, non è caratterizzato da una discesa lungo un asse nord-sud, ma prende avvio da una trincea collegata a un tunnel che si dirige direttamente verso ovest. L’ingresso è decentrato verso est; una scala permette di raggiungere la galleria che, dopo 36 metri, incontra un pozzo scavato nell’asse nord-sud della piramide. Senza dubbio realizzato per facilitare l’estrazione dei materiali provenienti dallo scavo, questo pozzo scende fino a 18 metri sotto il livello del suolo, offrendo accesso a diversi rami della distribuzione. A una profondità iniziale di 6 metri, si incrocia una galleria rimasta incompiuta. A 18 metri, è presente un corridoio che attraversa il pozzo da nord a sud e dopo 25 metri raggiunge una scala. Quest’ultima scende verso un tunnel orizzontale che conduce a una camera situata sotto il centro della piramide. Senza dubbio destinata a fungere da camera funeraria, questa sala è tuttavia di dimensioni modeste se paragonata a quelle delle altre sepolture reali di questo periodo: 3,63 metri da nord a sud, 2,65 metri da est a ovest e 3 metri di altezza. A partire dal pozzo, ma proseguendo questa volta verso nord, il corridoio conduce ad una galleria trasversale, orientata da est a ovest e lunga 120 metri. In ciascuna delle estremità essa si biforca ad angolo retto verso sud e termina dopo 50 metri adottando, come nel caso della piramide di Sekhemkhet un tracciato a forma di “U”. Questo immenso corridoio è fiancheggiato da trentadue nicchie, tutte disposte a pettine (Immagine n. 54).

L’incompiutezza del monumento è del tutto evidente e l’interruzione dei lavori dovette avvenire molto presto durante il regno del suo committente dal momento che non si sono ritrovate tracce di arredi funerari, né alcun sarcofago negli appartamenti. Inoltre, sembra che gli edifici annessi e le mura di cinta, ove mai fossero esistiti, siano stati al massimo abbozzati poiché, a quanto si può dedurre dai rapporti disponibili, non ne rimane assolutamente nulla. Tuttavia, poiché i dintorni del versante nord non sono stati esplorati, non è impossibile che in questo luogo si trovino le fondamenta di un tempio, come nel caso di Djoser e di Sekhemkhet.
Benché non sia mai stata individuata alcuna documentazione, la sepoltura è generalmente attribuita allo Horus Khaba, un sovrano della III Dinastia il cui nome è stato rinvenuto su diversi vasi in pietra scoperti in una vicina mastaba della stessa epoca. L’ipotesi che questo re, a causa della sua morte prematura, e quindi dell’incompiutezza della sua tomba, possa essere stato sepolto in questa stessa mastaba, però, non ha avuto molto seguito.
Le piramidi provinciali.

A partire dalla fine della III Dinastia e sino agli inizi della IV, furono costruite alcune piccole piramidi a gradoni; tutte possiedono una struttura solida di tre, talvolta quattro gradoni edificati con pietra locale, senza alcuna indicazione di fondamenta o camere. Ad oggi ne sono state individuate sette localizzate presso i seguenti siti:
Seila: 4 gradoni, altezza 6,8 metri (Immagini nn. 55-56-57)
Zawiyet el-Meitin: 3-4 gradoni, altezza 4,75 metri (Immagine n. 58).
Sinki (Abydos): 3 gradoni, altezza 4 metri circa (Immagine n. 59).
Ombos (Naqada): 3(?) gradoni, altezza 4.5 metri circa.
El-Khula: 3 gradoni, altezza 8,25 metri (Immagini n. 60-61).
Edfu: 3 gradoni, altezza 5,5 metri (Immagine n. 62).
Elefantina: 3 gradoni, altezza 5,4 metri.


Dal momento che gli scavi effettuati non hanno ancora rivelato indizi certi riconducibili ad un culto funerario, è molto probabile che questi monumenti, edificati tutti in prossimità di capitali regionali, rappresentassero simbolicamente il potere regale che aveva sede, all’epoca, nel dipartimento menfita. Comunque, non essendo stata ritrovata alcuna camera, né corridoio al disotto o nei pressi di questo gruppo di piramidi secondarie, è piuttosto difficile avanzare ipotesi sulla loro reale funzione.

Nei pressi del complesso di Elefantina è stato rinvenuto un cono di granito che potrebbe aver avuto lo stesso valore delle cosiddette “stele di confine” del complesso di Djoser. Sulla parte inferiore del reperto si leggono il cartiglio di Huni e i simboli che stanno a significare “palazzo-finestra” o, in alternativa, “palazzo-santuario”, il che porterebbe a identificare in tal senso l’intera struttura. Ciò ha spinto gli archeologi Günter Dreyer e Werner Kaiser a supporre che questa piccola piramide fosse annessa a una residenza reale di provincia e che le altre svolgessero una funzione del tutto simile. I due studiosi, inoltre, sono giunti alla conclusione che tutte e sette facessero parte di un unico programma di costruzione iniziato da Huni, primo sovrano ad utilizzare il cartiglio* per contenere il proprio nome.

Si è anche ipotizzato che la realizzazione di questi edifici sia da mettere in relazione con il primo tentativo di istituire una religione ufficiale, la “dottrina solare”, sull’intero territorio egizio. Del resto, lo stesso Imhotep, il grande savio della III Dinastia, fu a capo del sacerdozio eliopolitano.


Come dicevamo, a causa della scarsità di dati a disposizione, le ipotesi sull’argomento non si limitano a quelle precedentemente menzionate. Ad esempio, l’egittologo polacco Andrzej Čwiek sostiene che la piramide a gradoni con o senza una camera sepolcrale, poteva essere associata alla Collina Primordiale” e alla “scala per il firmamento”, vale a dire il “punto di transizione fra la terra e il cielo”. Per Jean-Philippe Lauer, invece, si tratterebbe di cenotafi per le regine, situati nelle rispettive province.
Sul lato orientale della piramide di Seila sono state rinvenute due stele calcaree, delle quali una era inscritta con i nomi di Snefru, e una tavola d’offerta (tipici elementi di un luogo di culto), mentre sul lato nord sono stati rinvenuti frammenti di un tabernacolo e di una statua assisa. Rainer Stadelmann ha proposto che, in origine, questo simulacro si trovasse sulla parte superiore piatta della piramide e avesse lo scopo di attestare la possente presenza del re nella provincia. Lauer, invece suppose che il piccolo monumento fosse la prima tomba della regina Hetepheres, madre di Khufu e che fosse dotata di una camera sepolcrale nel nucleo della costruzione, all’interno del gradone sommitale; ma in effetti si tratta solo di congetture non suffragate da basi solide. Per Ali Radwan, La piramide a gradoni andò trasformandosi in un simbolo dell’unità delle “Due Terre” non solo in senso strettamente politico, ma anche da un punto di vista religioso e probabilmente la sua apparizione nelle zone di provincia voleva dimostrare proprio questo principio.
In passato esisteva una piccola piramide nel Delta, attestata da un’incisione e da una mappa riportate nella “Description de l’Égypte (1809-1829)” il cui rivestimento liscio e non a gradini indica che la sua datazione è posteriore rispetto alle piramidi provinciali. Tuttavia, la sua totale scomparsa non consente di trarre altre conclusioni.

Si conclude così il percorso attraverso la III Dinastia. A partire dai prossimi articoli i riflettori saranno puntati sulla gloriosa IV Dinastia in cui lo sviluppo e la perfezione delle piramidi raggiunse livelli mai più eguagliati.
* Il cartiglio era connesso con l’anello “shen” che simboleggiava il cerchio infinito dell’universo, implicando il fatto che l’autorità del sovrano fosse eterna ed illimitata come il dio sole “Ra”, sicché le costruzioni in oggetto potrebbero essere un’altra espressione del medesimo concetto.
Fonti:
- Ali Radwan ne “ I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.86÷110
- Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 26-43