Luce tra le ombre

IL “WiFi” DI EDFU

Di Nico Pollone

La raffigurazione del “wifi” di Edfu ha sempre posto il quesito di cosa rappresenti l’offerta che è tenuta in mano dal personaggio. E’ stata trattata in precedenza QUI

C’è da sottolineare che queste rappresentazioni sono due e si trovano entrambe nella “Salle d’offrande” del tempio di Edfu.

La posizione dei rilievi nel tempio

Non si è arrivati a dare una interpretazione certa e nel post che ho indicato si cita una ipotesi.

Nel formulare una idea, io ho seguito ciò che esprimono i testi che sono collegati alle raffigurazioni.

I testi che accompagnano le due raffigurazioni non sono uguali e citano mansioni differenti che però portano a indicare le offerte come carni in generale, di bovidi o uccelli. Le mansioni sono definite come servo e maggiordomo/cuoco nel riquadro e di macellaio capo sovrintendente del macello di Ra nell’altro riquadro B (molto più danneggiato).

Per il segno del Wifi, la rappresentazione conduce ai segni di scrittura che vanno da F41 e similari: F41A: Vertebre convenzionalmente raffigurate, o F43: Costine di manzo.

Più difficile interpretare la seconda offerta . Seguendo il testo, oltre alla rappresentazione di un pezzo di carne, si può pensare a un vasetto di grasso animale, dai dizionari definito anche “olio denso”, perciò non assimilabile all’olio da spremitura che sarebbe oltretutto raffigurato con un altro tipo di recipiente.

Luce tra le ombre, Piramidi

L’ORGANIZZAZIONE DEI CANTIERI

Di Ivo Prezioso

La costruzione di monumenti così spettacolari richiese una minuziosa, rigorosa e, al contempo, mastodontica organizzazione del lavoro. Il personale che fu capace di realizzare queste opere titaniche, era composto da una moltitudine di addetti: tecnici, responsabili zelanti, amministratori, capi squadra, geometri,scribi, muratori, tagliatori di pietre e, infine, manovali. Si trattava, come si intuisce, di una miriade di persone che agiva principalmente per glorificare il re, ma anche per guadagnarsi, in questo modo, la propria immortalità. Fino al regno di Khaefra (Chefren), la documentazione al riguardo si riduce a laconiche indicazioni che, pur se sono riferite a qualche attore della costruzione, nulla ci dicono delle sue azioni , ma specificano solo le sue funzioni o responsabilità. Nulla ci viene rivelato riguardo alle loro concezioni, agli studi tecnici o ai progetti preparatori. Gli Alti Responsabili si mostrano un po’ più loquaci a partire dalla fine della IV Dinastia; ma la citazione di un cantiere o di una spedizione sembra essere null’altro che un pretesto per mettere in risalto i favori che avevano guadagnato presso il loro sovrano. Era prassi che le iscrizioni funerarie non facessero alcuna allusione a bozze e studi preliminari, altrimenti l’ispirazione divina delle disposizioni architettoniche sarebbe stata apertamente messa in discussione. E’ noto che durante il Nuovo Regno la conduzione ed il controllo del buon funzionamento di un cantiere avveniva secondo indicazioni e piani dettati dalla Ma’at, l’equilibrio immutabile che reggeva l’universo, e non c’è motivo di dubitare che fosse così anche durante l’Antico ed il Medio Regno.

Immagine n. 1 Ostracon con figura quotata rinvenuto nel complesso di Djoser. Museo Imhotep di Saqqara, JE50036 (© ph.Alain Guilleux da Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p. 204)

Il ritrovamento di alcuni ostraca (Immagine n. 1) dimenticati, tuttavia, ci ha rivelato delle bozze d’architettura che ci permettono di intuire elementi sulle riflessioni che venivano elaborate all’epoca . A partire dall’Antico Regno, questi tipi di schizzi e disegni preparatori erano realizzati da scribi disegnatori, letteralmente “scribi delle forme”. Quando sievocano gli individui che hanno giocato un ruolo fondamentale nella costruzione di una piramide, la prima figura storica che balza alla mente è quella di Imhotep (Immagine n. 2), l’illustre Alto Funzionario del re Djoser (III Dinastia), la cui posterità ha sfidato i millenni.

Immagine n. 2 Rappresentazione d’epoca tolemaica del savio Imhotep. Questa statuetta di epoca Tarda, costituisce una preziosa conferma della venerazione di cui godeva questo grande dell’Antichità a distanza di oltre due millenni. Museo del Louvre E4216. (© ph. Franck Monnier in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.30)

Altre personalità si sono distinte dopo di lui: a partire dai suoi titoli, apprendiamo che Nefermaat (Immagine n. 3) fu a capo dei progetti architettonici del re Snefru.

Immagine n. 3 Frammenti provenienti dalla Mastaba M16 del principe Nefermaat e della moglie Atet. Il rilievo fu colmato con riempimento di paste colorate, cadute dopo l’essiccazione. Museo egizio del Cairo (da Rainer Stadelmann “Le Piramidi della IV Dinastia” in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.114)

Anche Rahotep (Immagine n. 4), suo fratellastro ricoprì sicuramente un ruolo primario quale responsabile dei lavori. 

Immagine n. 4 Statua in calcare policromo del principe Rahotep. Assieme a quella della moglie Nofret fu rinvenuta nella loro mastaba a Meidum e data alla IV Dinastia all’inizio del regno di Snefru. Museo Egizio del Cairo (da Statue reali e private dell’Antico e del Medio Regno di Houring Sourouzian in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.376)

Hemiunu (Immagine n. 5)figlio di Nefermaat, è generalmente consideratocome responsabile del progetto della piramide di Khufu(Cheope).

Immagine n. 5 Statua del visir e direttore di tutti i lavori del re, Hemiunu. Museo di Hildesheim (© ph. Alain Guilleux in Franck Monnier in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.205)

I papiri recentemente scoperti a Wadi el-Jarf, provano che Ankhaef (Immagine n. 6) era stato supervisore del cantiere di re Khufu (suo fratellastro), durante gli ultimi anni del regno. Debehen, Alto Dignitario sotto Menkhaure (Micerino), fu il primo ad aver lasciato testimonianze d’attività legate alla costruzione di una piramide*.

Immagine n. 6 Busto del visir e direttore di tutti I lavori del re, Ankhaef. Museo di Boston (© ph. Alain Guilleux in Franck Monnier in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.205)

La biografia di Uni (vedi https://laciviltaegizia.org/2022/06/08/sulle-tracce-di-uni/) è di una ricchezza senza uguali riguardo alla descrizione delle attività di un Alto Funzionario implicato nella costruzione di una piramide.

L’incarico di “responsabile dei lavori” veniva generalmente affidato al Visir, seconda carica dello Stato dopo il re, ma l’enorme mole di azioni da intraprendere gli lasciava di certo ben poco tempo per dedicarsi alla stesura dei progetti e alla messa a punto delle tecniche costruttive. Pertanto, per soddisfare i progetti più ambiziosi, un sovrano si aspettava che il suo ministro fosse in grado di circondarsi dei tecnici e dei dirigenti più competenti: i più talentuosi, in pratica, per portare a compimento l’impresa. I progetti più titanici, realizzati nell’arco di meno di un secolo, mai avrebbero potuto vedere la luce senza una vera e propria politica di ricerca di talenti, di sviluppo e soprattutto promozione. Le biografie mettono in risalto costantemente quegli individui che, essendosi distinti per la loro condotta, avevano conquistato il favore del sovrano, che non esitava a ricompensarli per il loro servizio. Era quindi importante introdurre una dinamica nel funzionamento di questi organismi, che contavano decine di migliaia di lavoratori, perché il tempo a disposizione era poco. Si intuisce, dai nomi dati a certe squadre o divisioni, che la competizione era uno dei loro fattori di motivazione: “squadra vigorosa”, “la duratura”, “possente è la corona bianca di Khnum-Khufu”

* Un certo Debehen, ciambellano, lasciò una testimonianza scritta sulla visita al cantiere funerario fatta dal suo sovrano. La sua tomba fu costruita nel cimitero centrale come ricompensa per i suoi servigi: <<quanto a questa mia tomba, è il re dell’Alto e del Basso Egitto Menkhaure, che viva eternamente, che me ne assegnò il luogo. Accadde che [Sua Maestà si trovava sulla] strada accanto alla tomba reale per ispezionare il lavoro di costruzione della piramide “Menkhaure è divino”; e il Maestro Reale dei muratori con [due] Artigiani dell’Altissimo e gli operai incaricati [vennero] a ispezionare il lavoro di costruzione del tempio. Poi misero cinquanta uomini a svolgere il lavoro in ogni giorno, e il completamento del luogo di imbalsamazione era destinato a loro…>> (Traduz. Alessandro Roccati)

L’ARCHITETTO IMHOTEP

Prima di proseguire nel percorso illustrativo dell’organizzazione dei cantieri egizi, mi sembra doveroso spendere qualche parola su quella straordinaria figura che fu l’architetto Imhotep. Per chi volesse approfondire ulteriormente la poliedricità di questo genio dell’Antichità consiglio vivamente una visita a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/10/29/imhotep/dove il nostro Andrea Petta e Franca Napoli ci illuminano su Imhotep in qualità di medico.

E’ arcinoto che fu un illustre Alto funzionario del re Djoser (III Dinastia) e la sua fama ha sfidato i millenni. Fu divinizzato a partire dal Nuovo Regno e la sua mitica reputazione si è propagata in tutto il bacino del Mediterraneo fino, addirittura, a costituire un riferimento nei riti alchemici e massonici durante il Rinascimento. Di quest’uomo, a cui è attribuita l’invenzione della pietra da taglio ed il suo primo utilizzo su larga scala, l’unico documento pervenutoci della sua epoca è una menzione inscritta sullo zoccolo di una statua che attesta la sua esistenza e le sue alte cariche sotto il regno di Djoser, conservata presso il Museo Imhotep di Saqqara*: “Il cancelliere del re del Basso Egitto, il primo dopo il re dell’Alto Egitto, l’amministratore della grande proprietà, il nobile ereditario, il gran sacerdote di Eliopoli, Imhotep; carpentiere costruttore, scultore incisore, produttore di vasi.” (Immagini nn. 1-2)

Immagine n. 1 Zoccolo di una statua del re Djoser (designato nel serekh col nome di Horo “Netjerikhet”) della quale non restano che i piedi. Proviene da un piccolo santuario situato a sud del colonnato di ingresso del complesso funerario. Il sovrano calpesta i Nove Archi (simbolo dei nemici dell’Egitto). Sono visibili anche gli uccelli Rekhit che rappresentano il popolo egizio. (© Museo Imhotep di Saqqara, JE49889)

Immagine n. 2 Particolare della zoccolatura in cui è visibile, dopo la titolatura di re Djoser, quella di Imhotep. (© Museo Imhotep di Saqqara, JE49889)

La sua titolatura ci consente di vedere in lui l’ideatore del grande complesso funerario di Djoser.

In ogni caso, riguardo a questa epigrafe, secondo Ali Radwan, si possono cogliere i seguenti dettagli:

1. Non si tratta della “firma” di Imhotep

2. É l’unica menzione, ad oggi nota, dell’architetto nell’intero complesso di Djoser.

3. L’ultimo titolo inciso, qualifica Imhotep come scultore (gnwty), il che lascia supporre che fosse l’esecutore di questa e forse anche di tutte le altre statue del re.

4. L’ipotesi di Standelmann che sostiene che Imhotep fosse figlio di Djoser è difficile da accettare, in quanto neppure i figli di un sovrano godevano di un simile privilegio.

5. Si tratta, comunque, di un caso veramente eccezionale e denota la grande onorificenza tributata ad Imhotep per le sue capacità e il suo successo senza precedenti.

Nel complesso di Djoser (Immagini n. 3-4-5-6-7) è ancora possibile ammirare gli straordinari esiti raggiunti da Imhotep, la cui principale e più difficile impresa fu quella di creare una nuova architettura in pietra che riproducesse con precisione i precedenti materiali da costruzione (mattoni, legno, stuoie, canne, ecc.). Anche se non sono presenti colonne indipendenti, quelle incassate, fascicolate o scanalate e soprattutto le semicolonne a papiro, sono i primi esempi del genere nell’architettura egizia. Il complesso rimase un modello per le generazioni a venire non solo per l’uso della pietra come unico materiale da costruzione, ma anche per la perfezione raggiunta con la nuova tecnica. A titolo esemplificativo si pensi che i rilievi della tomba sud furono copiati in epoca saitica (circa due millenni dopo!!!!).

Immagine n. 3: In questa ampia veduta panoramica, ripresa da sud-est, la Piramide a gradoni di Djoser compare insieme a tutte le costruzioni del complesso (© I tesori delle Piramidi, pp.102-103)

Immagine n. 4: Il muro di recinzione modanato e l’ingresso del complesso di Djoser imitano probabilmente la facciata di un palazzo in mattoni crudi del Basso Egitto (© I tesori delle Piramidi, pp.104-105)

Immagine n. 5: Dettaglio delle ricostruite cappelle sud che sorgono lungo il muro occidentale del cortile dell’heb-sed. (© I tesori delle Piramidi, p.107)

Immagine n. 6: Relativamente ben conservata, la facciata del padiglione del sud presenta alcune parti di colonne scanalate e il cosiddetto fregio “kheker”, che sovrasta l’entrata (© I tesori delle Piramidi, p.109)

Immagine n. 7: Colonnato di ingresso visto dalla corte interna (© Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, p.29)

Gli sforzi scientifici nel sito furono iniziati da Cecil Mallaby Firth e James Edward Quibell, ma furono portati avanti e completati, per la maggior parte da Jean-Philippe Lauer. Per anni il compito più faticoso e straordinario di questo appassionato egittologo fu il restauro dei diversi elementi architettonici sparsi intorno al sito e la loro ricollocazione nella posizione originaria. Si può ben dire che i suoi sforzi abbiano prodotto la ricostruzione più ambiziosa e meglio riuscita nella storia dei lavori sul campo in Egitto. E’ proprio il caso di dire che re Djoser sia stato davvero fortunato ad avere due architetti interamente votati a lui: Imhotep, durante la sua vita, e Lauer nei tempi moderni!

Nell’Antico Egitto non esisteva una qualifica di “architetto” propriamente detto: si qualificavano gli individui che svolgevano queste funzioni come responsabili dei lavori”. . Tuttavia, non si sa se Imhotep avesse questo appellativo, che in seguito fu molto comune tra i funzionari che avevano il compito di supervisionare il cantiere in nome del re.

Nel Nuovo Regno fu considerato un semidio, patrono degli scribi e personificazione dell’uomo saggio, figlio del dio Ptah.

In epoca saitica (XXVI dinastia, 664-525 a.C.) gli fu dedicato un tempio nei pressi del Serapeum a Saqqara e, nella regione menfita, fu considerato un dio guaritore. Le numerose statuette votive lo raffigurano seduto con un rotolo di papiro steso in grembo (Immagine n. 8 ).

Immagine n. 8 Una delle tipiche rappresentazioni del leggendario architetto Imhotep lo ritrae assiso mentre srotola un papiro, per dare risalto alla sua condizione di saggio. Il copricapo a calotta gli conferisce l’aspetto del dio Ptha, considerato suo padre. Museo Egizio del Cairo (© I tesori delle Piramidi, p.88)

Gli Egizi di epoca tarda gli riconoscono le qualità di un genio universale sulla base di una tradizione che dovette essere, senza alcun dubbio, sia orale che scritta. Un’inscrizione del tempio di Edfu riconosce in questo sapiente l’autore di una grammatica della costruzione, una guida per costruire un edificio perfetto.

Imhotep fu assimilato al dio greco della medicina, Esculapio e svolgeva la funzione di intermediario tra gli dei e gli uomini, intercedendo per i problemi più disparati: parti difficili, esorcismi contro i demoni, ecc. La popolarità del suo culto perdurò per tutta l’epoca greco-romana, quando divenne, con il nome di Imuthes, il protagonista di alcuni scritti di filosofia ermetica.

Si ritiene che la tomba di questo genio dell’antichità possa trovarsi presumibilmente a Saqqara nord, ma, a tutt’oggi, ancora non è stata trovata.

Purtroppo, non esiste, al momento, alcun altro documento che ci permetta di fornire una vaga idea delle alte imprese di questo celebre personaggio.

Voluto da Jean Philippe Lauer (Parigi, 7/5/1902 – 15/5/2001), il Museo Imhotep è stato inaugurato nell’aprile del 2006 dalla Sig.ra Moubarak e Chirac). Lauer ha lavorato sul sito di Saqqara tra il 1926 ed il 2001 e, anche se il progetto che aveva immaginato non è esattamente quello che vediamo attualmente, bisogna riconoscere che i reperti presentati sono di qualità (privilegiata rispetto alla quantità) decisamente buona.

IL QUARTIERE DEGLI OPERAI

Le squadre erano strutturate e molto gerarchizzate. Si contavano divisioni i cui effettivi ammontavano fino a 2.000 unità. Ogni divisione era ripartita in due gruppi di 1.000 individui (aperu), ciascuno dei quali composto a sua volta da cinque “phylés” (sa) di duecento operai. Secondo i calcoli di Mark Lehner, affinché la Grande Piramide fosse completata nei tempi stabiliti bisognava consegnare e depositare almeno cinque blocchi al giorno, vale a dire un blocco ogni due ore (presumendo una giornata lavorativa di 10 ore). In quest’ottica sarebbe stato necessario mobilitare 1.360 lavoratori per il loro trasporto. Siccome ogni gruppo era formato da 1.000 individui si capisce bene che questo numero poteva essere elevato senza alcuna difficoltà a 2.000, vale a dire l’equivalente di un’intera divisione. Circa un altro migliaio di uomini poteva essere impiegato nel taglio e nell’adattamento dei blocchi. A queste stime vanno aggiunti gli artigiani impegnati nella produzione e riparazione degli attrezzi, i cavatori, il personale incaricato di nutrire e rifornire quest’esercito di lavoratori: un totale, valutato da Mark Lehner in almeno 20.000 anime. Tra l’altro questo numero non prende in considerazione la popolazione impegnata nella produzione e distribuzione delle derrate alimentari, né gli operai ed i trasportatori impiegati lungo le vie di spedizione. Il quadro relativo al cantiere non era perciò ristretto al solo sito di costruzione, ma riguardava l’intero territorio. Per poter gestire un così elevato numero di effettivi, gli Egizi dovettero gettare le basi della logistica, intesa come vera e propria scienza a parte, basandosi sul loro rigore amministrativo e contabile.

A Giza, non lontano dal cantiere, nel luogo denominato Heit el-Gurab, alloggiava una considerevole massa umana. Nel 1988, Mark Lehner e l’ Ancient Egypt Research Associates (AERA) hanno scoperto un sito nei pressi della Sfinge che si è rivelato essere un vasto insediamento che un tempo serviva come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali. (Immagini nn. 1,2,3,4,5,6,7,8 )

Immagine n. 1 Una mappa dell’altopiano di Giza che mostra sia le caratteristiche antiche (in grigio) che le caratteristiche e la topografia moderne (marrone).(© AERA)

<<Nel dicembre 1988, abbiamo iniziato a scavare in un sito, precedentemente sconosciuto, a 400 metri a sud della Sfinge, vicino a un monumentale muro di pietra, noto in arabo come Heit el-Ghurab (lett.”Muro del Corvo”). L’installazione, risalente alla IV dinastia, che abbiamo scoperto si è rivelata essere un insediamento urbano che si estendeva su più di 7 ettari. Costruita appositamente dall’ amministrazione reale, questa città servì come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali dei re Menkaure, Khafre e probabilmente Khufu. La sua numerosa popolazione di lavoratori, artigiani, dirigenti e amministratori lavorava direttamente o indirettamente per l’unico obiettivo di erigere la dimora eterna del proprio re.

Immagine n. 2 Pianta del sito di Heit el-Ghurab, la “Città perduta delle piramidi”.(© AERA)

Questa vasta città non solo ospitava gli operai che costruivano i complessi piramidali, ma anche coloro che sostenevano la città e la sua forza lavoro. Qui gli artigiani realizzavano le statue e gli arredi per i templi, nonché gli strumenti e le attrezzature per la realizzazione vera e propria delle strutture funerarie, mentre il personale di supporto lavorava per fornire alla città viveri e generi di prima necessità. Le strade e i vicoli del villaggio erano fiancheggiati da botteghe artigiane, cortili industriali, panifici, dispensari, cucine, magazzini, casette e residenze signorili,uffici per gli amministratori di cantiere.

Immagine n. 3 Una ricostruzione degli antichi monumenti, insediamenti e corsi d’acqua dell’altopiano di Giza durante la IV dinastia. (© AERA)

Le materie prime provenienti da tutto l’Egitto affluivano nel sito per costruire, arredare e decorare i complessi piramidali e per produrre cibo, vestiti, ripari, strumenti e attrezzature da destinare alla forza lavoro. Durante l’annuale inondazione del Nilo, questi materiali venivano traghettati in barca fino alle porte della città su corsi d’acqua (ormai estinti da tempo), mentre altre volte vi venivano trainati da uomini e animali. Enormi silos reali si trovavano in un grande complesso dove il grano veniva distribuito per creare la birra e il pane utilizzati per nutrire questa massiccia forza lavoro.

Immagine n. 4 Il sito durante la stagione di scavo del 2000. Gran parte del lavoro di quell’anno ha comportato lo sgombero di un’enorme coltre che copriva il sito, come si può vedere dalle “falesie” risultanti ai margini degli scavi. (© AERA)

Con il completamento della piramide di Menkaure, questo grande e trafficato insediamento fu dismesso e demolito. Gli strumenti, le attrezzature e le provviste ancora in uso furono portate via, mentre travi e mattoni di fango furono smontati per essere riutilizzati altrove, lasciando crollare muri e tetti. Il fatto che questo sito sia stato utilizzato per un periodo di tempo così breve lo rende prezioso per noi come capsula del tempo dei costruttori di piramidi>>.

Immagine n. 5 Una foto (con annotazioni) degli scavi nell’area AA-Sud scattata durante la stagione 2015 che mostra come furono utilizzate le diverse aree dell’edificio. (© AERA)

Gli scavi qui condotti (e tuttora in corso) hanno fornito una grande quantità di informazioni sia sulla costruzione delle piramidi di Giza sia sullo sviluppo dello Stato egiziano. I team diretti da Mark Lehner, nel quadro del “Giza Plateau Mapping Project”, hanno riportato alla luce le vestigia di una serie di lunghe gallerie coperte, ognuna delle quali, si suppone, potesse ospitare da 40 a 50 individui. Questi grandi spazi servivano da parti comuni per proteggere le squadre durante la notte. Altri, ambienti avevano invece lo scopo di radunarle al momento dei pasti. Si è calcolato che non meno di 2000 operai venivano presi in carico dallo Stato in maniera continuativa, inquadrati attraverso un’ amministrazione che risiedeva non lontano dal villaggio. Il tutto era così meticolosamente organizzato e ad un livello tale che non è certo esagerato evocare una dimensione di tipo industriale. Gli scavi più recenti hanno rivelato degli strati più antichi, il che lascia intuire che l’insediamento esistesse già dai tempi di Cheope: si spera di poter riportare alla luce delle iscrizioni che lo attestino con assoluta certezza.

mmagine n. 6 Una ricostruzione 3D dell’unità abitativa 1 nella città occidentale. Il nucleo della casa, la camera padronale e il salone di rappresentanza, sono circondati da spazi molto probabilmente adibiti a deposito e lavoro. In questa veduta gli scribi sono al lavoro, mentre in cucina si prepara il cibo. (© AERA)

Del resto, una squadra tedesca, incaricata di studiare il sito di Dahshur, ha recentemente scoperto l’esistenza di strutture del tutto simili. Le misurazioni magnetiche hanno rivelato che le tracce reticolari rilevate per lungo tempo a sud della Piramide Rossa di Snefru nascondono i resti delle strutture murarie oblunghe che, senza dubbio, ospitavano i costruttori. Per cui si è certi che installazioni di questo tipo erano in uso almeno già all’epoca del predecessore di Cheope.

Immagine n. 7 Queste due gallerie (III.3 e III.4) sono divise da un massiccio muro che corre tra di loro. Le zone in primo piano potrebbero essere servite da abitazione, forse per un sorvegliante. (© AERA)
Immagine n. 8 Le gallerie potrebbero essere state originariamente coperte da grandi volte a botte come mostra questa ricostruzione. Qui la parete frontale è stata rimossa per mostrare i solai incastonati sotto le volte e le persone (e i loro animali) al lavoro su due livelli e sul tetto. (© AERA)

SCHIAVI AL LAVORO?

In linea generale si può definire “schiavo” un essere umano inteso come proprietà privata di terzi e privato di qualsivoglia diritto riconosciuto ad una persona libera. L’immagine biblica di migliaia di schiavi piegati sotto i colpi di frusta degli aguzzini egizi (Immagine n. 1), immortalata prima da artisti e poi dalla cinematografia hollywoodiana, ha contribuito a generare convinzioni tenaci e tuttora difficili da rimuovere dall’immaginario comune. Tanto che anche i recenti studi sulla società e l’amministrazione egiziana incontrano resistenze e difficoltà nel tentativo di correggere questa visione. E’ pur vero che, impegnati a ristabilire la verità o comunque un quadro più aderente a quella che poteva essere la realtà operativa di una società così lontana nel tempo (e nelle concezioni), diventa irresistibile la tentazione di pronunciarsi in ipotesi diametralmente opposte. Accade, infatti che per combattere credenze così radicate, alcuni storici non esitano ad affermare che le piramidi furono costruite unicamente da professionisti remunerati e liberi salariati. In realtà, anche una simile affermazione è piuttosto fuorviante e, come spesso accade è saggio considerare che la verità, probabilmente, si colloca in qualche parte tra le convinzioni più contrastanti. Vediamo dunque cosa si può osservare in merito.

Immagine n. 1 Lo stereotipo biblico degli egizi che percuotono i loro schiavi. Edward Pointer, Israele in Egitto, olio su tela, 1867. (©Sir Georges Touche, 1921 in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.206)

La massa impegnata nei compiti più gravosi ed usuranti era composta da individui abituati a questo tipo di lavori: si tratta di operai non qualificati, sicuramente retribuiti come era consueto per persone di quel rango; vale a dire con salari che consentivano lo stretto necessario (o poco più) per il nutrimento, il vestiario, ecc. Inoltre, pensare che il lavoro venisse presentato loro come un’offerta che si potesse anche rifiutare è un idea che bisogna immediatamente respingere. Accadeva, infatti, che la stagionalità del lavoro nei campi liberasse un’ingente parte della popolazione durante alcuni mesi. Per trarre vantaggio da questa situazione veniva introdotta una corvée, una sorta di servizio obbligatorio. Nondimeno, il “villaggio degli operai” di Giza ha rivelato, come abbiamo visto in precedenza, che migliaia di persone vi dimoravano durante l’intero corso dell’anno e che il cantiere rimaneva operativo in maniera ininterrotta. Relazioni e testimonianze successive ci informano dell’intervento regolare di truppe dell’esercito durante l’esecuzione di lavori particolarmente imponenti. Non c’è da sorprendersi, in realtà, che queste fossero utilizzate come rinforzi quando il Paese non era impegnato in attività militari. In caso contrario, e per non vessare la popolazione, i sovrani potevano organizzare delle campagne in terre straniere e riportarne migliaia di prigionieri. Le campagne operate da Snefru in Nubia (Immagine n. 2) o da Amenemhat nel Vicino Oriente, ne costituiscono esempi perfetti.

Immagine n. 2 Estratto dagli annali della Pietra di Palermo dove sono menzionati avvenimenti del regno di Snefru (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.207)

In questo caso diventa molto più delicato considerare dei prigionieri come lavoratori cui venissero riconosciuti i diritti ordinari; sembrerebbe, piuttosto, che la loro condizione presentasse almeno qualche affinità con quella degli schiavi. Anche perché (opinione personale) il lavoro obbligatorio imposto agli egiziani quando i campi erano impraticabili, oltre che retribuito, forse, in misura leggermente migliore del solito, veniva affrontato con una ben diversa partecipazione, grazie alla convinzione (ampiamente propagandata) che si operasse per la gloria del sovrano. Una motivazione che è facile intuire, non aveva alcuna ragione di esistere per dei prigionieri.

In definitiva, se si eccettuano i responsabili e i capi squadra, si può concludere che il cantiere di una piramide si componeva di artigiani e operai qualificati da una parte e da una grande massa di manovali, più o meno costretti, in cui la proporzione di prigionieri dipendeva dall’attività militare del regno.

Come si diceva, l’immagine di migliaia di individui impegnati a trascinare blocchi a suon di scudisciate è probabilmente quella che più si fa strada nella mente di chi pensa all’Antico Egitto. Si è istintivamente portati a credere che le piramidi, ma anche tutti i colossali monumenti che costellano la Valle del Nilo, siano stati realizzati grazie al massiccio impiego di schiavi vessati e maltrattati. Una simile impressione è chiaramente veicolata dall’influenza di certa letteratura, che risente di interpretazioni errate dovute agli storici del passato, poi trasferite anche nell’ arte e nella cinematografia. L’ Antico Testamento, in particolare con il libro dell’ Esodo, ha di certo avuto una gran peso nella diffusione di questa convinzione, ma comunque i fatti narrati non c’entrano nulla con le piramidi (che erano antiche già di almeno un millennio all’epoca dei fatti narrati) e di fatto gli israeliti erano per lo più impiegati nella produzione di mattoni crudi (Immagini n. 3-4).

Immagine n. 3 Operai impiegati nella fabbricazione di mattoni crudi,Tomba di Rekhmira, XVIII dinastia. (© Émile Prisse d’Avennes, 1878 in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.207)
Immagine n. 4 Fabbricanti di mattoni, muratori e scultori. Da Ippolito Rosellini, tavola XLIX dei “Monumenti civili” in Monumenti dell’Egitto e della Nubia, 1832-1844 (©Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto a cura di Edda Bresciani, pag. 186)

Probabilmente, la prima fonte dell’equivoco è da far risalire ad Erodoto, lo storico e viaggiatore greco (V sec. a.C.) che, al cospetto delle immani dimensioni delle piramidi, concluse, influenzato anche dai racconti dei contemporanei (ma le piramidi all’epoca del suo viaggio in Egitto avevano già all’incirca duemila anni!), che un simile progetto non potesse essere che il parto della mente di un sovrano dispotico e crudele. Da quel momento Cheope divenne il prototipo del tiranno assoluto, sebbene il suo culto, ancora attestato durante la XXVI Dinastia (672-525 a.C.) sembrerebbe smentire una così cattiva reputazione da parte degli egizi.

Tornando al nodo centrale dell’argomento, e per forza di cose riassumendo e semplificando al massimo una questione che meriterebbe ben altro approfondimento, mi sembra molto interessante il lavoro di Antonio Loprieno (nonostante sia risalente, credo, a oltre 30 anni fa) che fa notare come in una società come quella egizia, in cui il documento scritto pervade l’intera sfera comunicativa del singolo e dello Stato, manchi del tutto una codificazione dello status di “schiavo”*. Inoltre, nel corso di una civiltà che è stata protagonista per tre millenni ed oltre, bisogna tener conto dei mutamenti e delle evoluzioni etiche, sociali, politiche e di pensiero che si sono verificate, pur nella sua apparente (ma, appunto, solo tale) sostanziale immutabilità. Pertanto, sembra molto appropriata la scelta dell’autore di valutare i cambiamenti che hanno investito anche questa categoria umana nel corso delle varie epoche. Da una simile analisi si comprende, ad esempio, che nel Nuovo Regno, in particolare a seguito delle numerose campagne di espansione dell’Impero, sia divenuto più consistente l’impiego di individui assoggettati.

Ancora, Edda Bresciani, ci informa che nell’Antico Egitto esistevano certamente persone tenute a servire un’istituzione o un privato, avendo perduto la condizione di uomini liberi; tuttavia esse conservavano comunque il diritto a possedere beni, la possibilità di affrancamento e perfino quella di guadagnare una posizione più elevata nella scala sociale. Coloro che rientravano in questa categoria, per molti aspetti simile a quella dei “servi della gleba”, erano i cosiddetti “smdt” (soggetti) e gli “ḥmw” (servitori). Soltanto dall’Epoca Tarda, e particolarmente in quella tolemaica (304-30 a.C.), e siamo già in un Egitto che fa i conti con la cultura ellenistica, troviamo la categoria dei servitori “bak” (per lo più prigionieri di guerra e debitori), che possono essere considerati “schiavi” in senso stretto.

In definitiva, anche se non si può negare che nell’Antico Egitto si sia fatto ricorso all’impiego di materiale umano più o meno assoggettato e con livelli di costrizione più o meno severi, si può escludere che quella fu una società che abbia basato la sua natura etica, sociale, politica e culturale sul massiccio ricorso alla schiavitù, almeno per come la intendiamo noi. Siamo ben lontani, comunque, da crudeltà cui furono sottoposti, ad esempio, gli schiavi romani**, o in tempi più recenti i neri africani deportati nelle Americhe i quali oltre ad essere sottoposti a lavori massacranti, venivano privati, in pratica, finanche dello status di “uomini”.

In Egitto, mi preme ricordarlo, esisteva, invece, un limite etico che la “Ma’at”, imponeva a qualsiasi abitante della Valle del Nilo.

Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197

** Dione Cassio, Senecae Plinio raccontano, ad esempio, che nella villa di Pausylipon (Posillipo, Immagine n. 5), il proprietario, Publio Vedio Pollione, onoratissimo di avere come ospite l’imperatore Augusto, avesse ordinato di gettare in pasto alle murene il suo coppiere, resosi reo di aver rotto un prezioso calice di vetro. Solo l’intervento di Augusto, rimasto esterrefatto da una simile dimostrazione di crudeltà, salvò la vita dello sventurato; non solo ma ordinò che fosse mandata in frantumi l’intera collezione di Pollione.

Immagine n. 5 Pausilypon (in greco, lett. “Una tregua agli affanni”), la Villa di Publio Vedio Pollione a Napoli. Della crudeltà di questo ricco possidente romano, appartenente alla famiglia beneventana dei Vedii, ci raccontano Dione Cassio, Seneca e Plinio. Un esempio di quanto potesse essere diversa la considerazione nei confronti di uno schiavo nell’Antica Roma, rispetto all’Antico Egitto. (© sito Romano Impero, sezione Ville Italiche https://www.romanoimpero.com/…/villa-del-pausilypon…

Il sito di Heit el-Ghurab rivela un nuovo volto, la città portuale perduta delle piramidi.

Durante la stagione 2013 Mark Lehner (Immagine n. 1) e i membri del team AERA si sono presi una pausa dagli scavi sul campo per una sessione di studio. E’ stata l’occasione per riconsiderare la massa di dati provenienti dal sito della Città Perduta delle Piramidi, nota come Heit el-Ghurab (vedi “Il quartiere degli operai” https://laciviltaegizia.org/…/lorganizzazione-dei…/), nel contesto più ampio dell’Egitto dell’Antico Regno e del suo III millennio a.C. (Immagine n. 2).

Immagine n. 1 Mark Lehner è Direttore e Presidente di Ancient Egypt Research Associates, Inc. (AERA). Ha svolto ricerche archeologiche in Egitto per quasi quarant’anni. Ha mappato la Grande Sfinge e ha scoperto una parte importante della “Città perduta delle piramidi” a Giza. Lehner dirige il Giza Plateau Mapping Project (GPMP), che conduce scavi annuali presso gli insediamenti dell’Antico Regno vicino alla Sfinge e alle piramidi con un team interdisciplinare e internazionale di archeologi, geocronologi, botanici e specialisti faunistici. (© Ph. prelevata dal sito https://archaeology.columbian.gwu.edu/mark-lehner)

Immagine n. 2 Ricostruzione 3D dell’altopiano di Giza durante la tarda 4a Dinastia. (© Rebekah
Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 2)

È emersa una nuova ipotesi di lavoro: oltre che di una città operaia, il sito e il suo complesso di gallerie potevano far parte di un importante porto del Nilo, con bacini, banchine di carico, depositi di legname, magazzini e forse anche cantieri navali. Il complesso della Galleria ospitava i membri delle spedizioni che portavano merci dal Levante a nord e da Assuan a sud, oltre a materiale da costruzione proveniente dalle cave e a derrate alimentari prodotte da fattorie e allevamenti di tutta la Valle del Nilo e del Delta (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 L’Egitto e il Levante con in evidenza la rotta da Biblos e quella da Assuan, con Giza come destinazione. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Porti per vivi e morti

Sappiamo che la necropoli di Giza fungeva da magica città portuale per l’Aldilà. Imbarcazioni sepolte accanto alla piramide di Khufu e grandi fosse modellate in questa forma o contenenti vere e propri navi funerarie in legno, presso la piramide di Khafre e la tomba della regina Khentkawes, erano destinate a trasportare i sovrani defunti nell’oltretomba. E’ ipotizzabile che un vero e proprio porto doveva trovarsi nelle vicinanze, per trasportare sia le enormi quantità di materiali e rifornimenti utilizzati per la costruzione, sia la manodopera necessaria per i tre complessi piramidali di Giza nell’arco di un periodo di circa 80 anni. Anche solo per questo motivo, ci si dovrebbe aspettare un importante porto sul Nilo, l’equivalente dell’Antico Regno di installazioni portuali come Tell el-Daba e Memphis durante il Secondo Periodo Intermedio e il Nuovo Regno.

Ci sono evidenze di un porto artificiale a Giza; i carotaggi effettuati mostrano quello che potrebbe essere un enorme scavo effettuato attraverso gli strati naturali di limo del Nilo e di scorie sabbiose provenienti dagli uadi del deserto. Qui, per creare un bacino portuale, i costruttori di piramidi potrebbero aver scavato in profondità nella piana del Nilo.

Sembra ovvio che un porto a Giza fosse essenziale per la costruzione delle piramidi. Considerato il grande peso dei blocchi di granito e calcare, che venivano trasportati via nave sul Nilo, è del tutto plausibile che fossero scaricati il più vicino possibile ai cantieri. Il massiccio muro di pietra del Corvo (Heit el-Ghurab), che si estende per 200 metri a est della scarpata (o pendio) tra l’altopiano di Giza e il basso deserto e la piana alluvionale, costituiva il limite meridionale di una zona di consegna di fronte al Tempio a Valle di Khafre e alla Sfinge. L’insediamento di Heit el-Ghurab si trovava direttamente a sud, e si estendeva per almeno altri 150 metri più ad est su uno sperone di deserto basso, similmente agli insediamenti peninsulari del porto di Tell el-Daba.

E’ noto che gli Egizi dell’Antico Regno trasportavano via mare anche grandi quantità di legname, olio d’oliva e probabilmente vino e resina dal Levante, la regione che si affaccia sull’estremità orientale del Mediterraneo, e vi sono prove che alcuni di questi prodotti finirono a Heit el-Ghurab. Gli specialisti che analizzano il materiale nel laboratorio sul campo a Giza hanno identificato pezzi di ceramica e legno levantini nei campioni di carbone raccolti nel corso degli anni. Sebbene la necessità di una grande struttura per ricevere le forniture edilizie fosse ovvia, l’osservazione di tutti questi prodotti importati ha fatto nascere l’ipotesi del porto.

La via di Byblos nell’Antico Regno

La ceramista dell’AERA Anna Wodzińska ha identificato vasi di ceramica “pettinata” (Immagine n. 4) prodotti nel Vicino Oriente, tra quelli presenti in grande quantità a Heit el-Ghurab. In totale sono stati rinvenuti 18 cocci. Il nome deriva dalla sua decorazione: i produttori hanno striato o increspato la superficie come se avessero utilizzato pettine. Durante il Bronzo Antico III (epoca corrispondente all’Antico Regno), i vasai realizzarono questo tipo di ceramica in tutto il Levante, ma non in Egitto. Gli egiziani, tuttavia, importavano questo tipo di vasi, senza dubbio per il loro contenuto.

Immagine n. 4 Vaso a due manici in “ceramica pettinata”. Disegno basato su una foto di una giara proveniente dal Cimitero Occidentale di Giza, Fossa G 4630; alto 36 centimetri. La “T” incisa sul vaso è un marchio di fabbrica. A destra frammento di ceramica pettinata dal sito Heit el-Ghurab. (©Foto di Hilary McDonald). I vasi di questo tipo sono stati rinvenuti nelle tombe a mastaba di alti ufficiali nei cimiteri reali accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. La loro importazione raggiunse il culmine nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui era attivo l’insediamento di Heit el-Ghurab. I 18 cocci emersi dal sito sono i più antichi in ceramica pettinata provenienti da un insediamento. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Gli archeologi che operano nei siti ad est della sponda orientale del Mediterraneo considerano queste giare, dotate di manici ad anello, come “contenitori per il commercio marittimo”, prodotti dai vasai già dalla prima età del bronzo, adatti “ai rigori del trasporto” e ai “lunghi periodi di tempo in mare”.

In Egitto gli scavatori hanno trovato la maggior parte di queste giare nelle tombe a mastaba di alti personaggi del cimitero reale accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. L’importazione di questi vasi raggiunse il picco massimo nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui la popolazione occupava l’insediamento di Heit el-Ghurab.

Qualunque cosa contenessero le giare (molto probabilmente resina, vino o olio d’oliva) era preziosa e valeva la pena di percorrere centinaia di chilometri per venirne in possesso. Nel Levante, l’associazione di queste giare con le attrezzature per la produzione di olio d’oliva – bacini di calcare, presse, focolari e grandi tini di ceramica – fa preferire l’ipotesi di contenitori per questo prodotto. Ulteriori prove a Heit el-Ghurab lo confermerebbero. L’analista del legno del team, Rainer Gerisch, ha identificato pezzi di ramoscelli di ulivo bruciati in diverse aree del sito. Questi frammenti potrebbero essere stati trasportati con le spedizioni di olio come una sorta di materiale da imballaggio inserito tra le giare. Curiosamente, provenivano dal complesso delle gallerie (un insieme di quattro blocchi di strutture allungate) e dalle aree industriali adiacenti. Se le gallerie servivano da baraccamenti per i lavoratori più umili, c’è da interrogarsi sulla presenza di queste costose importazioni in tali strutture.

Attraverso l’analisi petrografica, Mary Ownby ha rintracciato l’origine della “ceramica pettinata” di Heit el-Ghurab nella regione di Byblos, un importante porto antico a nord dell’odierna Beirut. Come centro di smistamento durante l’Antico Regno e anche successivamente, Byblos raccoglieva le merci da siti più piccoli dell’entroterra e dell’altopiano, diventando la principale potenza portuale del Mediterraneo orientale. A causa della preponderanza di prove del commercio tra Byblos e l’Egitto nell’Antico Regno, gli studiosi hanno coniato il termine “Via di Byblos”. Essi suggeriscono che i corrispondenti porti di destinazione dovevano trovarsi da qualche parte sul Nilo.

La presenza del cedro

Forse la motivazione più convincente che mosse i costruttori di piramidi a spingers a Byblos fu quella di procurarsi il legname, soprattutto i favolosi cedri del Libano. Potevano, inoltre, rifornirsi di cipressi, pini e querce, che non crescevano in Egitto, una terra con scarsa copertura arborea e limitata varietà di legni autoctoni.

Lavorando metodicamente su migliaia di pezzi di carbone, probabilmente resti di combustibile, raccolti dai nostri scavatori nei depositi della Città Perduta, Rainer Gerisch ha scoperto che si tratta per lo più (93,3%) di acacia del Nilo locale. Ma, oltre a quello d’ulivo, in quasi tutte le aree di scavo sono stati rinvenuti altri legni di importazione: cipresso, pino e quercia; Il cedro, però, costituiva la presenza più abbondante. Si è rintracciato, infatti, in ogni parte della Galleria III (Immagini n. 5a-5b), scavata nel 2002, e con una frequenza relativamente alta in altri scavi del Complesso.

Immagine n. 5a Il sito di Heit el-Ghurab, con l’evidenza del complesso delle gallerie e le due gallerie che sono state ampiamente scavate: Gallerie III.3 e III.4. (© Mappa preparata da Rebekah Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Immagine n. 5b Gallerie del complesso di Heit el-Ghurab, Gallerie III.3 (a destra) e III.4. Tra le due gallerie è visibile un massiccio muro laterale. L’ampio spazio aperto in primo piano potrebbe essere servito come caserma o magazzino. La parte posteriore sembra essere stata una casa, forse per un sorvegliante. I membri della squadra di scavo danno un’idea della scala. (© Foto di Yaser Mahmoud in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 4)

Sappiamo che il cedro era usato per la costruzione di navi (Immagine n. 6), per le porte dei palazzi e per le alte travi utilizzate come ossatura nell’ edificazione delle piramidi. A questo punto viene quasi spontaneo domandarsi per quali ragioni si sia bruciata questa preziosa essenza nei focolari .

Immagine n. 6 A destra, rivestimento dello scafo di un’imbarcazione di legno; particolare di una scena della tomba di Ti a Saqqara (V dinastia). Gli uomini in piedi nella nave usano martelli a due impugnature simili a quelli trovati nel sito di Heit el-Ghurab (Da H. Wild, Le Tombeau de Ti, Fascicule II, Institut Français d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1953, tavola CXXIX).

Per trovare indizi che possano aiutare a rispondere a questa domanda ci rivolgiamo ai porti faraonici recentemente scavati sulla costa occidentale del Mar Rosso a Mersa Gawasis, Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf. Tutti e tre i siti comprendono strutture industriali e altri insediamenti, nonché gallerie lunghe e strette scavate nella roccia e utilizzate sia come deposito che come abitazione. Una missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet ha scoperto che il porto di Wadi el-Jarf risale al regno di Khufu (IV Dinastia), il cui nome è inciso in un’iscrizione sulle pietre che bloccano gli ingressi di alcune delle gallerie (vedi https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/.)

Per il momento, soffermiamo l’attenzione sul porto del Medio Regno (XII dinastia) di Mersa (o Wadi) Gawasis e sulle scoperte della missione di Kathryn Bard e Rodolfo Fattovich*.

A differenza del sito umido di Heit el-Ghurab, dove tutti i materiali vegetali si sono decomposti, tranne i resti carbonizzati, il clima estremamente arido di Gawasis ha favorito un’eccellente conservazione del materiale organico. In effetti, il team ha recuperato migliaia di frammenti di legno, oltre 40 casse da carico e parti di nave smontate, tra cui più di 100 componenti dello scafo, e bobine di corda. Alcuni di questi pezzi erano stati lasciati in deposito nelle gallerie sccavate nella roccia. I ricercatori del sito hanno trovato anche molti frammenti di legno lasciati “quando gli antichi lavoratori smontavano le navi i cui legnami, devastati dai tarli, fanno pensare a consistenti viaggi in mare “. In effetti, i carpentieri navali rifilavano e pulivano le parti; successivamente i membri della spedizione usavano il legno di scarto per alimentare i focolari, sia per scaldarsi, sia per cucinare all’interno delle gallerie. Oltre agli scarti lignei, potrebbero aver utilizzato come combustibile, anche parti di imbarcazione, forse dopo che queste erano state riciclate come rivestimento delle gallerie stesse e si erano deteriorate irreparabilmente. Quando analizzò il legno di Gawasis, Gerisch scoprì che, come a Giza, la maggior parte era costituita da specie egiziane autoctone, ma il secondo o terzo tipo più abbondante era il cedro, che doveva essere di provenienza libanese.

Il carbone di cedro di Heit el-Ghurab potrebbe anch’esso essere il risultato di uomini che tagliano e rilavorano parti di navi e riutilizzano gli scarti come combustibile nei focolari? Gli operai di Heit el-Ghurab hanno incorporato, come a Gawasis, assi di legno nelle soglie, nei corridoi o nella parte superiore delle gallerie e degli altri edifici?

E’ plausibile, e forse è questo il motivo per cui i residui di cedro sono presenti nel carbone di legna quasi ovunque si sia scavato e fino nelle gallerie.

Al momento, sappiamo, soprattutto da Gawasis, di altre ampie somiglianze tra Heit el-Ghurab e gli insediamenti portuali del Mar Rosso, che comprendono, in particolare, un’insenatura adiacente al sito, una zona industriale con prove di panificazione e resti di ceramica importata (a Gawasis ceramica caananita/minoica). Andrea Manzo ha notato delle somiglianze tra le gallerie scavate nella roccia di Gawasis e quelle in mattoni di fango di Heit el-Ghurab. Egli ha suggerito che le gallerie del porto sul Mar Rosso rappresentino una trasposizione del modello realizzato con mattoni di fango a Heit el-Ghurab.

Ricavati dal conglomerato naturale, i complessi realizzati sul Mar Rosso sono di conseguenza meno convenzionali rispetto a quello di Giza, ma le basi di arrivo/partenza per le missioni nel Sinai e nella terra meridionale di Punt potrebbero aver replicato una sorta di modello standard sulla costa. Potremmo considerare il complesso di Heit el-Ghurab e delle sue Gallerie come un’espressione di un prototipo per le truppe di spedizione che gli egiziani hanno adottato in altri porti.

Porti e genti

Le tracce di prodotti levantini presenti nel sito della “Città Perduta” suggeriscono che questi furono consegnati e immagazzinati qui per essere utilizzati, in ultima istanza, nelle tombe d’élite di Giza. Le strutture in cui le merci potevano essere immediatamente e temporaneamente stoccate, prima della distribuzione, sono una caratteristica standard dei porti e le lunghe gallerie del Complesso potrebbero essere servite in parte come depositi.

Dobbiamo considerare che nel corso di due generazioni, dai regni di Khafre a Menkaure (e forse anche da Khufu in poi), il sito di Heit el-Ghurab divenne il punto di arrivo delle importazioni da Byblos per la resina, il vino, l’olio e centinaia di tonnellate di legname, Assuan per migliaia di tonnellate di granito e prodotti africani, nonché della rotta Mar Rosso-Sinai per i minerali. Dobbiamo anche riconsiderare la classe e lo status delle persone che vivevano e lavoravano qui. Gli uomini che viaggiavano all’estero per procurarsi il legno e altri prodotti erano membri delle forze di spedizione. Essi e le loro merci viaggiavano e restavano insieme fino alla destinazione finale. Possiamo quindi immaginare che le gallerie ospitassero sia gli equipaggi, sia i prodotti. Inoltre, gli uomini che avevano partecipato alla spedizione potrebbero aver goduto di parte del bottino, probabilmente come ricompensa. Le scene dei templi piramidali e delle vie ascensionali mostrano giovani uomini premiati con oro e altri beni al termine delle missioni, come nella scena della strada rialzata di Sahure ad Abusir (Immagine n. 7). 

Immagine n. 7 Particolare di una scena della piramide di Sahure ad Abusir. Un cortigiano di alto rango (a destra) di nome Merynetjernisut premia un membro della spedizione di Sahure a Punt. Con la mano destra regala all’uomo un ampio collare con tre file di perline, mentre nell’altra mano tiene un sigillo cilindrico. Il destinatario ha nella mano destra un oggetto decorativo (fascia o corona). (© Da un disegno di J. Malátková in Abusir XVI, Sahure – The Pyramid Causeway: Storia e decorazione nell’Antico Regno, T. El Awady, Università Carlo di Praga, Praga, 2009, tavola 7, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 6 ).

Tracce di beni “di prestigio” nelle gallerie di Giza potrebbero riferirsi a ricompense, come l’olio d’oliva, concessi ai membri della spedizione. Inoltre, nel sito di Heit el-Ghurab, è stata rinvenuta una grande quantità di ossa di animali il che suggerisce che gli abitanti consumassero una straordinaria quantità di carne, vale a dire la dieta che potremmo aspettarci per i membri di una forza di spedizione di status più elevato rispetto ai lavoratori più comuni. Allo stesso tempo, percepire gli abitanti del Complesso della Galleria come membri di truppe di spedizione e di equipaggi nautici non esclude la possibilità che molti di loro fossero impiegati nelle mansioni e nelle fatiche più elementari.

Gli studi sulla navigazione del Nilo nel corso del tempo mostrano l’impiego di un gran numero di imbarcazioni (Immagine n. 8 ), spinte e trainate dalle rive; lo stesso procedimento di base necessario per spostare i blocchi per costruire piramidi, tombe e templi. Le scene della via ascensionale di Sahure, pubblicate di recente, mostrano, infatti, che alcuni equipaggi nautici statali, navi di scorta e da spedizione portano gli stessi nomi di gruppi che si trovano nei graffiti dei lavoratori sui monumenti. Equipaggi, apparentemente navali, e lavoratori si sfidano nel canottaggio, nella lotta e nel tiro con l’arco.

Immagine n. 8 Una scena della tomba di Ti a Saqqara, (V dinastia): un veliero di ritorno da una delle città del Basso Egitto. (© Da Le Tombeau de Ti, Fascicule I, Institut Francais d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1939, tavola XLVII, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Il tema più ampio di queste scene di Sahure riguarda una spedizione nella terra meridionale di Punt, che rientra al porto d’origine con indigeni e alberi di incenso (e/o mirra) per essere accolti dal re e dalla sua famiglia, insieme a squadre di operai che trascinano la pietra di copertura per completare la piramide. Segue una festa celebrativa, forse una festa speciale tra le tante comuni che conosciamo così bene dai testi delle tombe e dei templi. Sono visibili rastrelliere di carne appese, da condividere e consumare per l’occasione. Si può pensare ad un tipo di banchetto simile quando consideriamo le prove dell’abbondanza di bestiame, pecore e capre consumate nella Città Perduta. Si può concludere, con ogni probabilità, che la “città dei lavoratori” e la “città portuale” delle piramidi, non si escludevano a vicenda.

* Nel dicembre 2009-gennaio 2010 la spedizione archeologica dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (UNO) e dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), Roma, in collaborazione con la Boston University (BU), Boston (USA), hanno condotto la nona stagione di ricerca sul campo nel sito di Mersa/Wadi Gawasis, sul Mar Rosso, sotto la direzione del prof. Rodolfo Fattovich ( UNO/IsIAO) e della prof.ssa Kathryn A. Bard (BU). Il team sul campo comprendeva personale italiano, americano, egiziano, britannico e tedesco con diverse specializzazioni (archeologia, archeologia nautica, epigrafia, geologia, paleoetnobotanica e topografia).

IN AGGIORNAMENTO

Fonti:

  • Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
  • Ali Radwan, “Le piramidi a gradoni” in “I Tesori delle Piramidi” (a cura di Zahi Hawass), p. 108
  • Sito del Museo Imhotep, Saqqara: http://egypte.nikopol.free.fr/musee/museeimhotepsaqq.html
  • Edda Bresciani (a cura di), “Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto”, p.174
  • Ancient Egypt Research Associates (AERA), sito web https://aeraweb.org/
  • Zahi Hawass (a cura di) “I Tesori delle Piramidi” p.114 e p.376
  • Mattia Mancini, Djed Medu blog di Egittologia, pubbl. 29 settembre 2016
  • Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197
  • Mark Lehner, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013
  • Kathryn A. Bard e Rodolfo Fattovich, MERSA/WADI GAWAIS 2009-2010, in collaborazione con
  • Duncan FitzGerald, Rainer Gerisch, Christopher Hein, Dixie Ledesma, Andrea Manzo, Tracy
  • Spurrier, Sally Wallace-Jones, Cheryl Ward and Chiara Zazzaro. Newsletter di Archeologia CISA – Volume 1 – 2010
Luce tra le ombre

IL COLOSSO DI DJEHUTYHOTEP

Di Ivo Prezioso

PARTE PRIMA: INTRODUZIONE

Numerose civiltà e società antiche coltivarono un’arte legata al megalitismo; tuttavia, le testimonianze che ci hanno lasciato, riguardo alle tecniche utilizzate per spostare carichi molto voluminosi, sono estremamente rare. Tra queste documentazioni, per lo più molto frammentarie, c’è la famosa scena del traino di un colosso dipinta su una parete della tomba di Djehutyhotep, che è stata riprodotta e commentata innumerevoli volte, ma i cui disegni esistenti risalgono tutti al XIX secolo e nessuno di essi offre una riproduzione accurata dei colori originali.* L’obiettivo dell’articolo (Franck Monnier, JAEA 4, 2020), cui faccio riferimento in questa serie di post, è innanzitutto quello di proporre per la prima volta una restituzione completa dell’affresco.** Il lavoro dell’autore, non ha la pretesa di essere definitivo dal momento che una missione epigrafica è attualmente in corso presso l’Università di Lovanio nell’ambito del Progetto Dayr al-Barshā. Questo programma rivelerà sicuramente molti altri dettagli, in particolare sullo stile e sulla resa dei geroglifici e porterà a un disegno dal tratto perfettamente fedele che potrà rendere giustizia alla straordinaria qualità di quest’opera.

Intanto, il magnifico dipinto rinvenuto nella tomba di Djehutyhotep, un governatore vissuto nel Medio Regno durante la XII Dinastia, costituisce una testimonianza veramente unica di come avveniva il trasporto per via terrestre di elementi di enormi dimensioni. Ci fornisce preziose informazioni non solo sulle tecniche di trascinamento su slitta della sua colossale statua, ma anche sulla massa che veniva trasportata e sul numero di individui assegnati a questo compito. E’ fuor di dubbio che le tecniche di trasporto illustrate furono utilizzate anche con i monoliti impiegati nei complessi piramidali dell’Antico Regno.

L’affresco in questione si trova nella cappella situata sotto la tomba di questo “nomarca”, vissuto sotto i regni di Amenenhat II, Sesostri II e Sesostri III che fu scoperta sul finire del XIX secolo a Deir El Barsha, nel Medio Egitto (Immagine n. 1). Immortala il trasporto di una statua colossale con le fattezze del proprietario: un privilegio che si era guadagnato per meriti presso il suo sovrano, quasi sicuramente Sesostri III, l’ultimo sotto il quale svolse il suo ruolo di governatore. La rappresentazione è la più dettagliata, fra quelle di questo tipo, di tutto il repertorio iconografico egizio (almeno sino ad oggi noto) ed inoltre è accompagnata da testi descrittivi che ci offrono preziose informazioni sulle tecniche e la manodopera impiegate in questo tipo di operazioni.

Immagine n. 1: Entrata della cappella e della tomba di Djehutyhotep (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.56 ©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Bisogna dire che le decorazioni della cappella hanno subito gravi danneggiamenti dopo la scoperta. Alcuni frammenti importanti sono stati deturpati, altri si sono sbriciolati a seguito di un terremoto. Tutti questi eventi si sono verificati prima che lo stato del sito fosse documentato dall’egittologo Percy E.Newberry***. Fortunatamente, i rilievi di quest’ultimo potettero beneficiare dell’esistenza di una fotografia amatoriale, scattata poco prima dei danneggiamenti, da un certo maggiore Hanbury Brown.

L’affresco si presenta oggi molto incompleto e il testo che accompagna il trasporto del monolite quasi completamente distrutto (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Scena del trasporto del colosso nella Cappella di Djehutyhotep come appare oggi dopo i danneggiamenti subiti. (F. Monnier, “La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.57 ©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Sulla base dei documenti esistenti, e stato possibile ricostituire il dipinto (Immagine nn. 3). 

Immagine n. 3 Scena ricostruita della trazione del colosso di Djehutyhotep (Beni Hassan XII Dinastia. ©Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228)

Eccezionale poi appare, la ricostruzione tridimensionale in un disegno dell’egittologo francese Franck Monnier che chiarisce in maniera intuitiva e anche fortemente suggestiva la scena descritta (Immagine n. 4)

Immagine n. 4 Ricostruzione del trasporto del colosso di Djehutihotep mentre sta per arrivare alla sua destinazione (disegno dell’autore realizzato sulla base di un modello elaborato da Reginald Engelbach. ©Franck Monnier, JAEA 4, 2020 p.70; Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 229)

La scena si svolge nella 15.a provincia dell’Alto Egitto (il “nomo” della Lepre), una decina di chilometri a sud-est della collina della moderna città di El-Ashmunein, l’antica Hermopolis Magna. Il prezioso carico, montato su una slitta, è trainato da un corpo di 172 giovani assoldati, provenienti da tutta la regione e riuniti per l’occasione. Il dipinto li rappresenta divisi in otto file parallele di 43 individui in quattro registri sovrapposti. Nel registro più alto sono raffigurati giovani che corrono agitando steli di palma: l’artista ha voluto enfatizzare la dinamica del popolo festante che esprime il proprio entusiasmo per il maestoso carico e il suo imponente convoglio.

Un “cantante”, in piedi sulle ginocchia della statua, batte le mani scandendo il ritmo per coordinare i movimenti dei partecipanti e garantire una velocità costante.

Nel registro inferiore, sotto la statua, si trovano due gruppi di tre servitori. Il primo gruppo trasporta due brocche d’acqua grazie all’utilizzo di un bilanciere. Quello successivo porta sulle spalle una pesante tavola con la parte superiore rozzamente intagliata.

L’ interpretazione dei testi che accompagnano il dipinto, che è stato possibile ricostruire ed analizzare pressoché integralmente grazie alla foto amatoriale cui si è fatto cenno in precedenza, ha fornito materiale prezioso per la comprensione delle tecniche utilizzate dagli Antichi Egizi.

PARTE SECONDA: RICOSTRUZIONE DELLE TECNICHE DI TRASPORTO

Dietro la statua è menzionato il responsabile delle operazioni. Si tratta dello scriba Sepi, figlio di Khetiankh. Anche un intendente, che risponde al nome di Neheri, ha avuto il privilegio di essere ricordato: evidentemente, dovette svolgere un ruolo importante durante l’esecuzione del progetto.

La statua è descritta come alta 13 cubiti, vale a dire circa 6,80 metri. Djehutyhotep è raffigurato seduto su un seggio con schienale e zampe di leone ed è specificato che la scultura è realizzata con “pietra di Hatnub”, cioè di travertino*. Il tutto è saldamente imbrigliato con una corda e montato su una slitta con pattini ricurvi nella parte anteriore e smussati in quella posteriore.

Il tracciato (caratteristiche, percorso e destinazione)

È scritto che il tavolato raffigurato sotto la slitta (definito come “pezzi di legno per il percorso di trasporto“) era destinato a essere collocato sul sentiero appositamente preparato, ma mancano i dettagli per definirne l’uso preciso (potrebbe trattarsi di traversini, cunei di bloccaggio, elementi dentati antiscivolamento oppure di leveraggi ?). Tutte queste ipotesi sono state avanzate a causa della mancanza di dettagli e, va precisato, senza molte prove. I numerosi percorsi e le rampe dotate di traversini finora scoperti, fanno ragionevolmente propendere, per la realizzazione di un’apposita pista su cui far scorrere la slitta**. Considerato che il convoglio aveva alcune decine di chilometri da percorrere, è impensabile che la strada fosse dotata di tali componenti per tutta la sua lunghezza. Era necessario, quindi, un graduale smantellamento e riposizionamento in avanti dei vari elementi. Alcuni bassorilievi assiri illustrano bene questa tecnica, che consisteva nel montare e smontare il tracciato per il trasporto di una statua colossale (Immagini nn. 1-2).

Immagine n. 1 Bassorilievo assiro che illustra il trasporto di un toro alato per mezzo di una slitta che scorre su una pista ricoperta di tavole (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.63 © da Layard, 1853).
Immagine n. 2 Bassorilievo assiro che illustra il trasporto di un toro alato in posizione verticale (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.63 © da Layard, 1853).

Inutile rimarcare che i due gruppi di tre individui non possono essere considerati come effettivamente rappresentativi del loro numero. “Tre”, infatti, nell’iconografia e nella scrittura egizia, sottintende il plurale e lo scriba incaricato di sovrintendere alla decorazione ha semplicemente utilizzato questa convenzione per sfruttare lo spazio disponibile. Questo artista, “scriba delle forme (o dei contorni)” ricopriva anche la carica di sacerdote-lettore. L’iscrizione ci informa che il suo nome era Horimeniankhu, ed é raffigurato davanti al colosso, mentre compie un gesto di incensazione. Un’altra figura, questa volta anonima, versa acqua da un vaso nella parte anteriore del slitta. Questo tema iconografico, relativamente frequente, illustra un dettaglio molto significativo riguardo alla tecnica utilizzata per lo spostamento di carichi particolarmente pesanti. Inizialmente, fu interpretato da Newberry, come un atto rituale di purificazione***, ma in realtà serviva ad inumidire il tracciato allo scopo di ridurre gli attriti e, conseguentemente, diminuire l’entità degli sforzi durante l’avanzamento. Il personaggio incaricato dell’operazione si riforniva regolarmente dai portatori d’acqua che erano al seguito. Non doveva preoccuparsi di bagnare l’intero tracciato (anziché facilitare il compito di coloro che trainavano, lo avrebbe inevitabilmente vanificato), ma solo concentrarsi sulle parti a contatto con la strada. L’aggiunta di fango avrebbe sicuramente aumentato l’effetto di scivolamento****, ma poteva essere impiegato solo su un’area limitata per evitare di trasformare l’intera larghezza della pista in uno terreno impraticabile ed inoltre, ciò era possibile e probabile solo quando il trasporto avveniva non lontano dal fiume e non di certo su piste nel deserto. L’uso di olio, talvolta proposto, è assolutamente infondato, non fosse altro che per la spropositata quantità che si sarebbe dovuto produrne per rifornire cantieri giganteschi come, ad esempio quelli delle grandi piramidi.

Veniamo anche informati del coinvolgimento degli abitanti della regione che, considerata l’entità dell’impresa, richiedeva tutte le forze disponibili per essere portata a termine. Invece di essere costretti a svolgere il compito, i cittadini prendevano parte all’azione, orgogliosi di contribuire al suo successo. Il favore che il loro governatore aveva acquisito presso il sovrano valeva anche per loro.

Il testo principale, dipinto sulla sinistra della scena, offre alcune informazioni sullo svolgimento del trasporto, senza tuttavia essere sufficientemente chiaro e preciso per poterne ricavare uno scenario dettagliato e una ricostruzione accurata. In particolare, apprendiamo che il terreno non era praticabile e che dovette essere opportunamente preparato da una squadra di cavatori e da soldati chiamati a rinforzo.

Del colosso, oggi non ne rimane traccia, tanto che alcuni dubitano che sia mai stato realizzato, almeno nelle proporzioni evocate dal dipinto*****. Respingendo una posizione così estrema, la maggior parte degli studiosi ha discusso sulla posizione del colosso, il suo percorso e la tecnica di trasporto. Khemenu, l’antica Hermopolis Magna, sull’ odierna collina di El-Ashmunein, si trova sulla sponda occidentale, dall’altra parte del fiume rispetto a El-Bersheh, mentre la necropoli si trova sul lato orientale, dalla stessa parte della cava. La scelta dell’una o dell’altra destinazione equivale quindi a prendere in considerazione l’uso del trasporto via fiume oppure a escluderlo. Nel primo caso bisognava disporre di una flotta specializzata che avrebbe reso le tecniche da utilizzare molto più complesse (imbarco, sbarco, controllo della navigazione della chiatta, ecc.) e costose. Se fosse stato così, ci si sarebbe aspettati di ritrovare riferimenti in merito rappresentati su uno dei muri della cappella. In realtà nulla di tutto ciò vi compare. Vengono sì menzionate nei testi e rappresentate nelle scene, imbarcazioni, ma si tratta semplicemente di natanti ordinari adibiti al trasporto di tutt’altro carico.

La documentazione è invece, del tutto compatibile con una spedizione esclusivamente terrestre. Nel registro inferiore i giovani soldati del nomo orientale ci informano che il convoglio aveva raggiunto la città di Tjerti (sicuramente la destinazione finale), che potrebbe essere identificata con la località nota come al-Tūd, un quartiere a sud di Deir el-Bersheh, situato a 1500 metri a ovest della necropoli dei governatori, ai margini dell’antico letto del fiume. È da questa sponda del Nilo che provengono i protagonisti che celebrano l’arrivo della statua. Il convoglio si sarebbe diretto dalla cava, verso il Nilo per una quindicina di chilometri per aggirare un ripido rilievo, poi avrebbe puntato verso nord, seguendo la riva per un tratto di pari lunghezza fino a raggiungere il porto di Tjerti, e finalmente pervenire ad un luogo di culto degli antenati, situato non molto al di sotto della necropoli dei dignitari. È durante la seconda fase del viaggio che la squadra avrebbe avuto il significativo ruolo di rifornire e assistere le truppe che stavano procedendo faticosamente lungo la sponda del fiume.

Le scene e i testi della Cappella di Djehutyotep si concentrano sull’edificio che doveva ospitare questo gioiello: la cappella del “Ka”, che viene designata col nome di: “L’amore di Djehutyhotep nel nomo della Lepre è duraturo” e non va confusa con la tomba stessa.

La cava di Hatnoub, da cui è stata estratta la statua, si trova a una ventina di chilometri a sud-est, nel deserto orientale. Un’antica rete di strade collegate a questo sito è stata scoperta nei pressi di Deir el-Bersheh, nell’area della necropoli del Medio Regno dove è ubicata la tomba di Djehuthyhotep. Va notato che, oltre alla presenza del toponimo Tjerti, le iscrizioni fanno costantemente riferimento alla tomba nel contesto della scena. È quindi molto probabile che la statua si trovasse nelle vicinanze, in modo che i fedeli potessero rendere omaggio al loro signore nei pressi della sua dimora eterna, deponendovi delle offerte (Immagine n. 3)

Immagine n. 3: Illustrazione del tragitto percorso dal colosso e dal suo convoglio tra le cave di Hatnub e Deir el-Bersheh. Nel riquadro i dettagli dei dintorni di Deir el-Bersheh(©Franck Monnier, F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, p.65)

*Spesso la pietra di Hatnub viene identificata in maniera non corretta come alabastro o calcite.

** Arnold (1991), Monnier (2017). Confronta anche il sistema di “binari” che permettevano di far scivolare sopra i grossi blocchi di chiusura per le gallerie di Wadi el-Jarf (Taillet, Marouard e Laisnay, 2012) https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/

*** Newberry e Fraser (1895), p.20. La questione è ancor oggi dibattuta dagli studiosi di tribologia (la scienza che si occupa dell’interazione tra organi in movimento valutandone aspetti come l’attrito, l’usura, la lubrificazione ecc.). Alcuni ammettono come possibile l’ipotesi di lubrificazione con acqua (Dowson, 1988), altri la respingono decisamente (Nosonovsky, 2007). Questi ultimi, tuttavia, si basano solo sulla visione obsoleta di Newberry, mentre la documentazione ha permesso di stabilire che si tratta effettivamente di un gesto tecnico (Delvaux,2018).

**** Una lunga strada costituita di traversine ricoperte di fango è stata scoperta a Mirgissa in Nubia. Si trattava di uno scivolo per trainare le imbarcazioni via terra per superare la cateratta.

***** Ad esempio Pieke (2016). Questa presa di posizione appare piuttosto strana. Secondo Gabriele Pieke, l’immagine del nomarca sarebbe stata ingigantita e l’avvenimento “drammatizzato” per esaltarne l’impatto. Una simile enfasi è attestata altrove, ma nessuna, che si sappia, racconta un evento così preciso e così ricco di dettagli: nei casi più spinti si limita a esaltare le caratteristiche del personaggio. E’ del tutto evidente che la scena in questione va ben oltre tale intendimento.

Questo facsimile di Marcus W. Blackden funge da frontespizio alla pubblicazione speciale dell’Egypt Exploration Fund El Bersheh Part 1 di Percy E. Newberry. È un acquerello ripreso dal lato sinistro della parete destra della Sala (Camera interna) e mostra Sitkheperka, una delle figlie di Djehutyhotep, che aspira il profumo di un loto blu, (Nymphaea caerulea) che regge nella mano sinistra, mentre osserva i giardinieri, i contadini e gli artigiani del padre al lavoro nella tenuta. I capelli di Sitkheperka sono raccolti sul lato destro della testa in una ciocca, a simboleggiarne la giovinezza, e indossa una fascia per la testa adorna degli stessi fiori tenuti in posizione da una fascia le cui estremità scendono verso il basso. Indossa un pettorale decorato con un motivo a doppio ureo sul petto, oltre a bracciali molto elaborati(© Griffith Institute Watercolors & Drawings Project. Catalogazione John Wyatt & Lee Young. Commento John Wyatt Photography Jenni Navratil, assistita da Hana Navratilova Editing e pagine web Elizabeth Fleming, assistita da Francisco Bosch-Puche & Cat Warsi. )

* John Gardner Wilkinson aveva realizzato un acquerello della scena (è riprodotto in Málek e Baines, 1981, pp 126-127). Si tratta però di uno schizzo veloce e non di una riproduzione in senso stretto. Furono eseguiti altri acquerelli più dettagliati, ma mai pubblicati. Alcuni di questi sono stati resi disponibili sul sito web del Griffith Institute.

** A partire dalle foto del Maggiore Hanbury Brown, dai rilievi di P.E. Newberry e da una recente fotografia di Marleen De Meyer.

***Percy Edward Newberry (Londra, 23 aprile 1869-Godalming, 7 agosto 1949) è stato un egittologo britannico. Approdato in Egitto nel 1891 con una spedizione del British Museum condusse scavi archeologici nelle necropoli di Beni Hassan e Deir el-Barsha fino al 1894 e poi fino al 1905 in altri siti egizi. (Fonte Wikipedia.org)

PARTE TERZA: POSIZIONAMENTO DELLA STATUA SULLA SLITTA

Il testo descrive la statua come un blocco rettangolare, lasciando supporre che durante il trasporto fosse soltanto sbozzata. Anche se la scena la raffigura del tutto rifinita, ciò non significa che avesse già questo aspetto durante il trasporto. Si tratta più che altro di una convenzione artistica dal momento che l’intento è quello di presentare un ritratto del dignitario nel modo migliore e non di certo incompiuto. L’ipotesi è supportata dall’attenzione che è stata posta nel raffigurare i dettagli (tratti del viso, capelli, barba) che è molto ragionevole pensare siano stati aggiunti all’ultimo momento, solo una volta che la statua fosse giunta a destinazione. Del resto, è ben comprensibile come un lungo percorso, attraverso una pista accidentata, avrebbe facilmente danneggiato la superficie del monumento. Altra osservazione, quasi del tutto ovvia, riguarda il posizionamento del monolite durante il trasporto. Per motivi di praticità è facile intuire, come la movimentazione di un enorme carico, sia molto più agevole se distribuito in lunghezza. Sarebbe davvero sciocco, rischiare pericolosissime oscillazioni, in particolare quando si affrontano terreni sconnessi e tortuosi. Molto più naturale ritenere che la statua sia stata trasportata distesa su un fianco e portata in posizione eretta al termine delle operazioni o, in alternativa, raddrizzata solo nell’immediatezza della fine del viaggio per apportare gli ultimi ritocchi e percorrere l’ultimo tratto in maniera più solenne e scenografica.

Possibile posizionamento e forma del monolito durante la maggior parte del percorso (©Franck Monnier,“ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, p.67)

In effetti, la scena rappresentata ricorda una parata; una celebrazione in cui la folla omaggia il suo nomarca. Pertanto, il contesto lascia intendere che la statua sia stata raddrizzata e, probabilmente le ultime centinaia di metri furono percorse con la partecipazione di una processione festosa, forse anche rituale, composta da persone accorse da tutta la regione. Le scene della tomba mostrano inoltre, che le offerte erano già state deposte nella cappella, pronte ad ospitare la gigantesca statua di Djehutyhotep. E’ in una simile atmosfera che dovettero svolgersi le ultime operazioni, mentre profumi di incenso imbalsamavano l’aria e si tessevano lodi e canti.

La collina nord di Dayr al-Barsha con la tomba di Djehutihotep all’estrema sinistra (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

La statua fu portata lentamente sino al suo piedistallo e qui gradualmente rimosse le traversine poste sotto la slitta per far sì che le guide laterali, spostandosi in avanti si posizionassero ai lati dello zoccolo su cui il monumento avrebbe trovato la sua definitiva collocazione. Ben si comprende che una tecnica simile non poteva essere adottata quando si trattava di spostare e posizionare giganti da 750 tonnellate come, ad esempio, nel caso del colossi di Memnone o del Ramasseum, che richiedevano installazioni di rampe e piani inclinati. Ma nel caso della statua di Djehutyhotep, sebbene di proporzioni abbastanza inusuali, la massa non costituiva un ostacolo per questo tipo di manovra. Con un’altezza di 6,80 metri, il blocco grezzo della statua di Djehuthyotep doveva pesare circa 80 tonnellate e circa 70 tonnellate una volta scolpito.*

L’affresco mostra il colosso trainato da 172 uomini, fornendo un’idea della distribuzione delle forze in gioco. Prendendo la scena alla lettera, bisogna concludere che ogni individuo doveva essere in grado di spostare 407 kg. Un recente studio condotto da Simon Delvaux (2018), sulla base di una serie di documenti egiziani, ha portato a concludere che il numero dei lavoratori impiegati rispondeva ad una regola di proporzionalità, secondo la quale ogni persona era in grado di spostare circa 340 Kg. Si trattava di un coefficiente medio, uno standard che probabilmente rifletteva una realtà pratica e non solo una convenzione artistica. Gli esperimenti condotti dall’archeologo Henri Chevrier (1970) nel tempio di Karnak lo portarono ad osservare che un singolo uomo, in condizioni ottimali e su un terreno pianeggiante, potrebbe spostare, addirittura, 1000 kg. Ovviamente, si tratta di un valore limite raramente applicabile in condizioni reali. D’altra parte è pure probabile che i 172 uomini raffigurati siano solo la conseguenza della necessità di ottenere una rappresentazione equilibrata disposta sui quattro registri, ma è un numero che è ragionevole considerare non lontano dalla realtà. Dato il coinvolgimento degli abitanti della regione, è, inoltre presumibile l’impiego di rinforzi durante le fasi più difficili del percorso.

La parete ovest della cappella, scavata nella roccia, di Djehutihotep(©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Un ulteriore confronto con i bassorilievi assiri è istruttivo. E’ stato calcolato che i tori androcefali alati pesavano circa 30 tonnellate . Il loro movimento era assicurato anche dalla trazione per mezzo di quattro corde disposte una accanto all’altra, e gli individui rappresentati (lavoratori forzati) erano sempre tra i 50 e i 60. Se ne ricava un rapporto tra i 500 e i 600 kg per persona, un valore superiore ai casi egiziani, che si spiega con le condizioni di lavoro più estreme imposte ai prigionieri assiri**.

Disegno ricostruttivo della tomba di Djehutihotep (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; disegno M. Hense)

Comunque, nei casi in questione, l’obiettivo non era sollevare masse di 400-600 kg, ma solo di spostarle. Lo sforzo minimo da esercitare è proporzionale alla resistenza indotta dall’attrito della slitta a contatto con il terreno e la lubrificazione per mezzo di acqua agevolava l’operazione. Un recente studio (Ayrinac, 2016) non è riuscito, però, a giungere ad una conclusione definitiva sulle caratteristiche di questo spostamento, a causa delle troppe variabili in gioco. Solo l’archeologia sperimentale potrà gettare nuova luce sulla questione: in particolare sui dettagli dei materiali utilizzati per ridurre l’attrito o sul modo in cui venivano coordinati gli sforzi della squadra. Queste incertezze, però, non mettono assolutamente in discussione la fattibilità di una simile impresa. Numerosi documenti attestano che i monoliti egizi venivano spostati da enormi corpi di lavoro (come ad esempio il papiro Anastasi I, o le iscrizioni di Ouadi Hammamat) che riportano fino a 2.000 persone impiegate contemporaneamente in tali operazioni.

*Percy E. Newberry stimò una massa di 58 tonnellate (Newberry e Fraser 1895) e questo valore fu comunemente accettato. Più recentemente è stato ritoccato verso l’alto: 80 tonn. (Willems, Peeters e Verstraeten, 2005). I calcoli di Simon Ayrinhac (2016) hanno restituito un valore di 70( +/-5)tonn.

** I soldati assiri non esitavano a frustarli affinché rendessero al massimo.

PARTE QUARTA: IMBRACATURA DEL COLOSSO E CONCLUSIONI

Per stabilizzare la statua sulla slitta furono utilizzati anelli metallici (sicuramente di rame), attraverso i quali vennero fatte passare robuste corde, messe in tensione attorcigliandole grazie all’uso di aste di legno secondo il metodo della “garrota spagnola” (Ayrinhac, 2016)*. Per la protezione dei bordi del blocco furono interposti, nei punti di contatto, pezzi di cuoio (o forse di fibra vegetale). Si prospettano due ipotesi: se la statua fu rifinita durante il trasporto la funzione delle protezioni era quella di evitare i danneggiamenti di angoli e spigoli; se invece ad essere trasportato era il blocco solo abbozzato, lo scopo era quello di evitare che le corde si tranciassero.

Osservando la scena, così come era descritta nel dipinto originale (Immagine n. 1), da un punto di vista strettamente tecnico, nascono grosse perplessità. Si nota che la corda verticale che assicurava la statua alla slitta avrebbe sicuramente corso il rischio di scivolare in avanti, mentre le funi raffigurate orizzontalmente non sembrano avere altra utilità se non quella di aumentarne leggermente la tensione. Una soluzione del genere avrebbe certamente reso il trasporto poco agevole.** Appare chiaro che un simile carico avrebbe richiesto un fissaggio decisamente più elaborato.

Immagine n. 1 Riproduzione di un particolare del disegno di Newberry della parete ovest della tomba di Djehutihotep, preziosa testimonianza di come doveva essere il dipinto all’epoca della sua scoperta. (©Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII).

Andy Joosse (2002) ha intrapreso un esperimento molto interessante: ha scolpito una statua in scala per studiarne il sistema di fissaggio (Immagine n. 2). Per Djehutyhotep è stato utilizzato un sistema a tre funi. La corda principale è quella verticale, che fissa la statua alla slitta. L’artista, però, l’ha rappresentata in modo inadeguato; infatti, i test di Joosse hanno dimostrato che la corda rappresentata sull’avambraccio scivola inesorabilmente verso il polso quando viene stretta.

Immagine n. 2 Il modello in scala del colosso di Djeutihotep realizzato da Andy Joosse (©https://osirisnet.net/…/djehoutyhotep/djehoutyhotep_02.htm)

Inoltre, la corda verticale non poteva essere semplicemente attaccata alle guide, ma doveva passare sotto di esse per mantenere la slitta in tensione. La presenza delle due corde disposte orizzontalmente può sembrare superflua, poiché la statua, probabilmente, non era divisa in due parti. Se esaminiamo la rappresentazione, possiamo vedere che queste corde si trovano sopra la corda verticale. Il serraggio delle corde potenzia quindi l’azione della corda. Una stranezza irrisolta è la presenza di due barre di torsione per ogni corda. Infatti, se venissero strette in direzioni opposte, gli effetti si annullerebbero a vicenda, mentre non si comprende l’utilità di serrarle nella stessa direzione. Un’ipotesi potrebbe essere quella di immaginare che l’artista abbia, secondo una mentalità tipicamente egizia, rappresentato sullo stesso lato barre che in realtà sono presenti su entrambi i lati.

D’altronde, chi dipinse l’affresco non aveva di certo come primo obbiettivo quello di illustrare con precisione i dettagli operativi, bensì quello di produrre un opera equilibrata e rispettosa dei canoni di bellezza. Non era il responsabile dei lavori e le decorazioni che era chiamato a produrre non avevano, ovviamente, lo scopo di fornire ragguagli tecnici. E’ quindi del tutto naturale che nelle valutazioni bisogna tener conto di lacune e imprecisioni insite in questo genere di rappresentazioni.

In definitiva, la scena del Colosso di Djeutihotep costituisce un documento di rara minuziosità nel panorama delle testimonianze egizie, spesso piuttosto avare di informazioni. Combinando testo e immagine, ci fornisce, infatti, una serie preziosa di dati. Veniamo a conoscenza del responsabile delle operazioni (Sepi, figlio di Keti-ankh), del luogo di estrazione del monolite (le cave di Hatnub), della sua destinazione (Tjerti), delle dimensioni e del modo in cui i sudditi del nomarca lo spostarono per decine di chilometri.

La valutazione di tutti questi elementi, fanno escludere, quasi del tutto, che si sia ricorso all’uso di trasporto per via fluviale. Djeutihotep disponeva di grande abbondanza di manodopera, ma non abbiamo alcun riferimento che possa far pensare alla disponibilità di una flotta specializzata.

Immagine n. 4: stipite sinistro dell’entrata della tomba di Djehutihotep. E’ conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Fu acquistato da Schiaparelli nel 1891-92. Le iscrizioni elencano i titoli civili e religiosi del nomarca. Le croci copte dipinte in rosso sono il risultato di un vandalismo operato in epoca cristiana. (fonte: wikipedia.org)

Si può, con buona sicurezza, concludere che la slitta fu fatta scivolare a forza di braccia e che il numero di uomini necessari veniva stabilito in base al carico e alle difficoltà del percorso. A questo proposito, l’artista autore dell’affresco (Horimeniankhu), sembra aver rispettato dei canoni di proporzionalità in quanto i 172 uomini rappresentati, si traducono in un valore di circa 400Kg/persona di massa media spostata, molto vicino a quella rivelata dalla documentazione nel suo complesso (immagini e testi). E’ doveroso sottolineare, che questo rapporto non può essere associato ad una regola rigorosamente meccanica, in quanto le forze da esercitare dipendono da troppi fattori: attrito, pendenza del terreno, punti di appoggio dei lavoratori, condizioni fisiche ecc. Il problema è in realtà molto complesso e la maggior parte dei parametri continuano a non essere noti, ma potrebbero essere chiariti attraverso una serie di esperimenti sul campo simulando le condizioni reali. D’altra parte, è fuor di dubbio che l’esperienza accumulata permise agli egizi di rispondere con successo alle sfide e molto probabilmente di riuscire a stabilire semplici regole sui rapporti di forze da mettere in gioco.

*Il metodo per legare il colosso alla sua slitta prevede l’uso di una tecnica utilizzata ancora oggi e che deve il suo nome alla tortura spagnola della garrota. Il principio è ben noto: una corda viene divisa tra due punti di ancoraggio fissi o avvolta intorno al blocco e ancorata a un punto fisso. Tra i due fili della corda viene inserito un pezzo di legno e la corda viene poi fatta ruotare sul suo asse, con l’effetto meccanico di accorciarla. (Immagine n. 3). Una sorta di panno protettivo o di cuscinetti in fibra o cuoio proteggono la corda e la pietra nei punti di contatto

Immagine n. 3 Il metodo di serraggio detto della garrota spagnola.

** Reginald Engelbach propose una soluzione che dimostrava che non era necessario che questi tiranti facessero tutto il giro. Disposti su un solo lato, potevano agire come tiranti perpendicolari per offrire il vantaggio di trattenere l’attacco principale mantenendolo alla massima tensione.

Fonti

  • Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228-229
  • F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” ,The Journal of Ancient Egyptian Achitecture (JAEA) vol. 4, 2020 p.55-72
  • Griffith Institute Watercolors & Drawings Project.
  • Dayr al-Barsha Project, KU Leuven
  • Osirisnet, pag. Web realizzata da Thierry Benderitter https://osirisnet.net/centrale.htm

(a chi fosse interessato ad approfondire, consiglio caldamente l’accesso a questo sito. Contiene una descrizione molto dettagliata, corredata di numerosissime immagini, della tomba che, attualmente, è interdetta a visitatori).

Due frammenti provenienti dalla tomba, conservati al British Museum

La Tomba di Djehutyhotep presentava un impressionante portico di ingresso con un pilastro su ciascun lato ed una camera principale rettangolare, sui muri della quale era presente il grosso della decorazione. Purtroppo è stata interessata da gravi danneggiamenti a causa di terremoti e vandalismi. Fortunatamente l’Egypt Exploration Found (cui si devono le investigazioni sistematiche occorse tra il 1891-92) è stato in grado, grazie alla documentazione esistente, di ricostruire gran parte delle scene dipinte. Molte parti si erano staccate e furono trasferite al Museo del Cairo e al British Museum. Una missione dell’Università Cattolica di Lovanio sta riesaminando la tomba ed ha rinvenuto oltre un migliaio di frammenti.

Il British Museum conserva conserva due grosse porzioni della decorazione che si trovava sulla parete situata a destra rispetto all’entrata della tomba.

La figura femminile (Immagine n. 1) era alla guida di un corteo di donne che, altrove, sono identificate come le figlie del nomarca, anche se in questo frammento il testo è andato distrutto. Era fronteggiata dalla piccola figura di un addetto che regge un arnese per scacciare gli insetti (visibile in basso a destra). La donna indossa un abito attillato che accentua la forma femminile ideale e snella rappresentata nei rilievi egizi secondo uno stile di abbigliamento, forse un po’ rigido e formale, che però, almeno per quanto riguarda l’élite rimase ampiamente in uso fino alla metà della XVIII Dinastia.

Immagine n. 1 Frammento proveniente dalla Tomba di Djeutyhotep a Deir el-Barsha. Medio Regno (XII Dinastia, 1878-1855 a. C. circa). Londra, The British Museum, donato dall’ Egypt Exploration Fund nel 1894. Calcare dipinto, altezza cm. 72

L’altro frammento presentato (Immagine n. 2) si trovava nel registro al di sotto del corteo di donne, immediatamente a sinistra del soggetto precedente. Illustra un un corteo di accompagnatori, probabilmente membri del seguito di Djeuthyhotep. Due coppie di uomini trasportano quello che doveva essere il seggio del proprietario della tomba, sotto il quale è raffigurato un cane di cui possiamo leggere il nome, Ankhu. Sembra essere stato rappresentato in una scala un po’ più grande rispetto agli uomini, il che suggerisce che doveva rivestire grande importanza: forse si trattava dell’animale domestico di Djeutyhotep. Si tratta di un cane dalle zampe piuttosto corte, un tipo molto meno comune rispetto ai più sportivi sighthound o saluki (varietà di levrieri). Altri membri del corteo portano armi, tra cui un uomo con l’arco, uno con l’ascia e un altro ancora con ascia e scudo. E’ verosimile che si trattasse delle guardie del corpo del nomarca. L’abbigliamento ci fornisce informazioni sulle loro funzioni ed il loro status: quelli con il gonnellino lungo sono probabilmente gli alti funzionari, mentre quelli con il kilt corto sono quasi certamente le guardie ordinarie.

Immagine n. 2 Frammento proveniente dalla Tomba di Djeutihotep a Deir el-Barsha. Medio Regno (XII Dinastia, 1878-1855 a. C. circa). Londra, The British Museum donato dall’ Egypt Exploration Fund nel 1894. Calcare dipinto, lunghezza cm. 169

La qualità delle incisioni di tutti i frammenti provenienti da questa tomba è davvero molto elevata ed i colori molto ben conservati. L’analisi dei frammenti ha dimostrato che fu utilizzato un insolito numero di pigmenti in aggiunta a quelli impiegati normalmente: tra cui la huntite (un minerale carbonatico) per il colore bianco, l’orpimento (solfuro di arsenico) per il giallo e l’ossido di manganese per il nero. L’uso di pigmenti così eccezionali sottolinea ulteriormente la ricchezza e l’importanza di Djeuthyhotep.

Fonte: The British Museum. Masterpieces Ancient Egypt, pagg.78-79-80

Lo studio dell’Università di Lovano

A questo punto, vorrei fornire qualche informazione sul lavoro, svolto a partire dal 2017 da un team della KU (Katholieke Universiteit, Leuven, Belgio) che ha avviato una nuovo studio epigrafico della tomba di Djehutihotep a Dayr al-Barsha, nel Medio Egitto. Come già esposto in precedenza, Djehutihotep era un governatore provinciale del 15° nomo dell’Alto Egitto, in carica durante i regni di Senwosret (Sesostri) II e III. La sua cappella tombale scavata nella roccia, sulla collina settentrionale, contiene alcune delle più belle decorazioni pittoriche e a rilievo del Medio Regno, che tuttavia hanno subito danni piuttosto gravi a causa di attività estrattive successive, terremoti e vandalismo (Immagini nn. 1-2). La sua squisita decorazione e la presenza dell’insolita scena in cui una colossale statua in alabastro del governatore viene trasportata su una slitta, attirarono l’attenzione dei primi epigrafisti.

Immagine n. 1: La collina nord di Dayr al-Barsha con la tomba di Djehutihotep all’estrema sinistra (©Foto M. De Meyer, )
Immagine n. 2: La tomba di Djehutihotep (©Foto M. De Meyer)

I primi disegni

La prima testimonianza di un disegno della scena del colosso risale al 1817, quando W.J. Bankes e H.W. Beechey visitarono la tomba insieme a C.L. Irby e J. Mangles. Sebbene il disegno originale di Bankes non sia stato ritrovato, una copia è stata pubblicata da J. Gardner Wilkinson nel 1837.

La prima rappresentazione a stampa della scena è stata pubblicata nel 1824 dal barone von Minutoli, ma mostra solo l’effettivo trascinamento del colosso e non la parte che ci interessa in questa sede.

Nel 1833 Robert Hay inviò sul posto J. Bonomi e F.V.J. Arundale, che realizzarono alcuni disegni incompleti della tomba di Djehutihotep (Immagine n. 3). Anche il disegno che I. Rosellini pubblicò nel 1834 mostra solo il trasporto della statua e non il suo contesto più ampio. Nel 1838 pure Nestor l’Hôte potrebbe aver copiato la scena, ma come sottolinea P.E. Newberry ,”la maggior parte dei disegni suoi e dei suoi comprimari sono andati perduti in mare “. Nel 1841, tuttavia, Nestor l’Hôte tornò alla tomba e fece una copia di una parte della scena che ci interessa qui (Immagine n. 4). Nello stesso anno, anche J. Gardner Wilkinson fece degli schizzi nella tomba, di cui P.E. Newberry ha usato delle copie.

Immagine n. 3: disegno di V.J. Arundale del portale della cappella del ka(© British Library, Londra, MS. 29.814 fol. 6. Da Marlen De Meyer e Harco Willems, The regional supply chain of Djehutihotep’s Kha-chapel in Tjerti )

Immagine n. 4: il disegno di Nestor l’Hôte della porta della Cappella del Ka con la didascalia “parete sinistra all’altezza e davanti al gradino del colosso – verso l’angolo”. (© Bibliothèque nationale de France, Parigi, NAF 20396, pag. 253 recto. Da Marlen De Meyer e Harco Willems, The regional supply chain of Djehutihotep’s Kha-chapel in Tjerti)

La tomba fu successivamente visitata da K.R. Lewandowski e poi, nel 1843, da K.R. Lepsius, che pubblicò una parte della scena che qui ci interessa (Immagine n. 5)

Immagine n. 5: Il disegno di K.R. Lepsius (©Marlen De Meyer e Harco Willems, The regional supply chain of Djehutihotep’s Kha-chapel in Tjerti)

Nell’inverno 1891-1892 un’équipe dell’Egypt Exploration Fund effettuò una prima registrazione sotto la direzione di Percy Newberry. I suoi disegnatori erano un giovane diciassettenne, Howard Carter, e Marcus Blackden, e la loro pubblicazione del 1894 rimane tuttora l’opera di riferimento standard per questa tomba. [1] Tuttavia, sebbene il lavoro dell’équipe di Newberry sia lodevole per la qualità raggiunta, nonostante il breve lasso di tempo in cui è stato svolto, contiene molti errori e lacune e i grandi disegni d’insieme non rendono giustizia ai dettagli e al raffinato uso del colore.[2]

In seguito al furto di un frammento di rilievo, asportato dalla cappella interna nel maggio 2015, è emersa l’urgenza di una nuova e dettagliata ricognizione di questa tomba. È stato ottenuto un finanziamento dalla KU Leuven [3] al fine non solo di documentarne lo stato attuale, ma anche di ricostruire digitalmente il suo aspetto originale integrando al meglio, in un modello virtuale, i numerosi frammenti di pareti decorate conservati sia in situ che nei diversi musei del mondo.

Come per ogni progetto epigrafico, la scelta del metodo e del flusso di lavoro è stato un primo passo fondamentale. E’ apparso evidente che la strada da percorrere dovesse avvalersi della tecnologia digitale piuttosto che ricorrere al ricalco su plastica trasparente; pertanto, è stato utilizzato come punto di partenza una scena disegnata e analizzata con il software Adobe Illustrator.

[1] Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894]. Per le prime esperienze di Carter come epigrafista, si veda James, T.G.H. “The Very Best Artist”. In E. Goring e C.N. Reeves (eds), Chief of Seers. Studi egiziani in memoria di Cyril Aldred, Londra: Kegan Paul, 1997, 164-174.

[2] Alcune scene selezionate sono state copiate come acquerelli per trasmettere esattamente questo aspetto, ma la maggior parte di esse non è mai stata pubblicata. Oggi è possibile sfogliarle sul sito web del Griffith Institute.

[3] Questa ricerca rientra nel progetto “Puzzling Tombs” (3H170337), finanziato dal Bijzonder Onderzoeksfonds della KU Leuven (Progetto C1). Tutte le immagini sono copyright del Progetto Dayr al-Barsha.

Studio di una scena sulla parete ovest della cappella interna di Djehutihotep [1]

Sebbene la scena del trascinamento della statua colossale del governatore sia la più nota dell’intera tomba, essa viene solitamente osservata in modo isolato rispetto al contesto. Tuttavia, essa fa parte di una narrazione più ampia che copre l’intera parte superiore della parete interna occidentale della tomba (Immagini nn. 1-2). Alla sua sinistra, la statua è seguita da una grande figura di Djehutihotep stesso, accompagnato da parenti, guardie e alti funzionari. A destra è raffigurato l’ingresso dell’edificio (ora distrutto) verso cui la statua è stata trasportata e davanti al quale sono raffigurati alcuni portatori di offerte. Tali dettagli sono stati riportati solo sommariamente nella pubblicazione di Newberry del 1894, probabilmente perché poco visibili a causa dei depositi polvere e terra che li ricopriva.

Immagine n. 1. La parete ovest della cappella, scavata nella roccia, di Djehutihotep (©Foto M. De Meyer)
Immagine n. 2: La rappresentazione di Newberry della parete ovest della tomba di Djehutihotep (©Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII)

Oggi, tuttavia, è visibile molto di più di questa scena (Immagine n. 3). La nuova copia che ne è stata fatta rende evidente che il disegno di Newberry non solo è incompleto, ma anche errato. Nel ricomporre i numerosi fogli dei disegni di questo muro, per l’inchiostrazione definitiva nel Regno Unito, qualcosa deve essere andato storto e diversi portatori di offerte sono finiti nei registri sbagliati. L’uomo che porta nella mano destra un grosso pezzo di carne alla fine del registro n. 5 è in realtà lo stesso che viene raffigurato per primo nel registro n. 6, e sia lui che i due uomini di fronte a lui dovevano essere collocati nel registro n. 6. Le figure che Newberry ha reso nei registri nn. 3 e 4, appartengono in realtà ai registri nn. 4 e 5. Un disegno corretto di Newberry è riportato nell’ Immagine n. 4/5. Gli errori diventano evidenti solo quando si confrontano le fotografie accanto ai disegni, ma questo esempio dimostra ampiamente la cautela con cui ci si deve avvicinare a queste vecchie pubblicazioni.

Immagine n. 3: I portatori di offerte davanti alla porta della cappella di Djehutihotep (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven, photo M.DeMeyer, 2014)
Immagine n. 4/5: A sinistra, il disegno di Newberry dei portatori di offerte davanti alla cappella del ka di Djehutihotep (©Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII). I numeri delle linee sono stati aggiunti dall’autore. A destra la versione corretta del disegno di Newberry (© M. De Meyer)

L’intera scena è stata tracciata nuovamente con il software (Immagine n. 6). La maggior parte dei portatori di offerte e tutte le iscrizioni che li accompagnano non furono pubblicate da Newberry, ma questa raffigurazione fornisce importanti informazioni sulla catena di approvvigionamento della cappella del Ka di Djehutihotep.[2]

Immagine n. 6: Nuovo disegno preliminare in Adobe Illustrator dei portatori di offerte davanti alla cappella di Djehutihotep (© M. De Meyer).

Durante il processo di realizzazione del disegno vettoriale, è emerso chiaramente che l’utilizzo di un applicativo basato su raster avrebbe consentito uno stile più naturale. Bisognava tenere conto infatti che copiare un dipinto o un rilievo non doveva dare per risultato quello di una linea matematicamente corretta, ma il lavoro di un artista di talento eseguito a mano libera. La “grazia della linea” nell’arte egizia, come ha giustamente affermato T.G.H. James [3] quando ha descritto ciò che contava di più per Howard Carter come disegnatore, viene decisamente evidenziata con un metodo di registrazione che dà all’epigrafista un tipo di libertà che non si trova nei vettori matematici.

Dal carboncino al Bluetooth: Tracciare le scene dipinte del santuario con l’iPad

(Scritto da Toon Sykora, KU Leuven, Dipartimento di Archeologia, studente di dottorato)

Questa grotta è piena di immagini nelle pareti […]

Questi personaggi e figure sono così numerosi, che non possono essere disegnati da nessuno in meno di un mese.

(Johann Michael Wansleben (1673), fornendo la più antica descrizione conosciuta della tomba di Djehutihotep)[4]

Dopo aver completato lo studio preliminare , il passo successivo è stato quello di documentare completamente la decorazione conservata nella tomba di Djehutihotep. Una superficie pittorica originariamente di oltre 250 m² e un elevato grado di dettaglio (Immagine n. 7), rappresentano di certo una bella sfida.

Immagine n. 7: Particolare di un portatore di offerte che tiene in mano due uccelli (edicola nella parete posteriore della tomba di Djehutihotep, © M. De Meyer )

A complicare ulteriormente la questione, le diverse fasi di danneggiamento occorse ne impediscono una visione completa. Queste distruzioni iniziarono già in epoca faraonica, quando l’escavazione all’interno e nei dintorni delle tombe del Medio Regno causò importanti fratture e il parziale crollo delle sepolture scavate nella roccia. Le scene rimaste furono ulteriormente vandalizzate con scalpello e pennello quando la tomba fu convertita in una chiesa copta e non furono risparmiate da ulteriori danni sotto le attività dei saccheggiatori di antichità a partire dal XIX secolo (Immagine n.8).

Immagine n. 8: Particolare dell’edicola della tomba di Djehutihotep, che mostra le croci copte dipinte sopra la decorazione originale.( © M. De Meyer )

Di conseguenza, il progetto richiedeva una tecnica flessibile, che incorporasse le diverse informazioni di cui si era in possesso e fosse facile da utilizzare sul campo. Seguendo la metodologia di Krisztián Vértes per l’epigrafia digitale e con il suo prezioso supporto, è stato creato un flusso di lavoro ad hoc. Concentriamo la nostra attenzione sul santuario nella parete nord della cappella interna di Djehutihotep come caso di studio illustrativo. Nella cappella funeraria di Djehutihotep è presente una grande nicchia per le offerte con quasi 20 m² di decorazione dipinta. Questo santuario, ricavato al centro della parete nord (Immagine n. 9), è dedicato al proprietario della tomba, Djehutihotep e a suo padre Kay. Entrambi gli uomini sono raffigurati sulle pareti mentre ricevono offerte. Sebbene queste scene presentino un soggetto piuttosto convenzionale, contengono alcune tra le decorazioni più accuratamente dipinte e meglio conservate dell’intera tomba, rendendo questo santuario un ottimo candidato per la presentazione della metodologia applicata.

Immagine n. 9: La parete nord della tomba di Djehutihotep con al centro il santuario per le offerte (© M. De Meyer)

Dopo la fase preparatoria, inizia il disegno vero e proprio. Il disegno iniziale è idealmente realizzato di fronte al muro originale, dando all’epigrafista l’opportunità di eseguire un controllo efficace nel caso in cui un segmento non sia sufficientemente chiaro sulla fotografia. Soprattutto nel caso di decorazioni a rilievo e mal conservate, questo è essenziale. Il software Procreate consente fino a 6 livelli in un disegno, utilizzati per distribuire la decorazione dipinta, il rilievo, le linee della griglia, i danni e le croci copte su livelli separati (Immagine n. 10).L’immagine multilivello che ne risulta costituisce la migliore documentazione possibile di queste pareti.

Immagine n 10: riquadri di 50 x 50 cm applicati all’ortofoto di una parte della parete ovest del santuario (© M. De Meyer)

Tutti i disegni iniziali vengono comparati in loco da almeno un altro egittologo. Dopo averli rielaborati in modo soddisfacente sia per l’epigrafista iniziale sia per quello che li ha collazionati, vengono finalizzati con il processo di inchiostrazione digitale in Adobe Photoshop (Immagine n. 11). In questa fase viene aggiunto un tratto di forza per la decorazione in rilievo, nonché scale di grigio o pattern per indicare i vari colori. Sebbene l’intero processo richieda molto tempo, riteniamo che il risultato finale valga lo sforzo e crei una documentazione che resisterà alla prova del tempo.

Immagine n. 11: Lavori epigrafici in corso nel santuario della tomba di Djehutihotep (© M. De Meyer)

[1] Questa scena è studiata in dettaglio in De Meyer Marleen e Harco Willems. “The Regional Supply Chain of Djehutihotep’s Ka-Chapel in Tjerty” (https://www.dropbox.com/…/De%20Meyer-Willems_2017…) e in G. Andreu-Lanoë e F. Morfoisse(eds), Sésostris III et la fin du Moyen Empire. Actes du colloque des 12-13 décembre 2014 Louvre-Lens et Palais des Beaux-Arts de Lille, Cahiers de recherches de l’Institut de papyrologie et d’égyptologie de Lille 31, Lille: Université de Lille, 2016-2017, 33-56.

[2] Per ulteriori e più dettagliate informazioni sul contenuto di questa scena, si veda il link della nota [4].

[3] James, T.G.H. “Il credo epigrafico di Howard Carter”. In Sesto congresso internazionale di egittologia: Atti, Torino: Tipografia Torinese, 1992, 339.

[4] Wansleben, Johann M., The Present State of Egypt: Or, a New Relation of a Late Voyage into that Kingdom: eseguito negli anni 1672 e 1673 da F. Vansleb, R. D. in cui si ha un resoconto esatto e veritiero di molti particolari rari e meravigliosi di quell’antico regno: Englished by M.D. B.D., Londra [1678], 238-239.

Fonti

Marleen De Meyer, KU Leuven, Dipartimento di Archeologia, ricercatrice post-dottorato e vicedirettrice per l’Egittologia e l’Archeologia, Istituto olandese-fiammingo del Cairo.

Marlen De Meyer e Harco Willems, The regional supply chain of Djehutihotep’s Kha-chapel in Tjerti

 La traduzione delle iscrizioni della scena di trasporto.

Termino il discorso sul colosso di Djeutyhotep con uno sguardo ai testi che accompagnavano la scena del trasporto della sua statua, presente sul muro sinistro della camera interna. Questa scena, famosissima perché unica nell’arte egizia, si dipana lungo tutta la parete. Fortunatamente attirò subito l’attenzione degli esploratori che ne fecero dei disegni. Come già esposto precedentemente, ha, infatti, sofferto di gravi danneggiamenti. Presentava un’iscrizione a destra della statua, disposta con un andamento molto particolare, che costituisce una vera e propria narrazione della scena, mentre sulla sinistra erano perfettamente visibili 12 colonne di testo che descrivono il trasporto del colosso. Ripropongo (Immagine n. 1) il disegno di Newberry per una più immediata individuazione dei testi che saranno esaminati.

Immagine n. 1 particolare del disegno di Newberry della parete ovest della tomba di Djehutihotep (Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII).

Legende della scena (Immagine n. 2)

Immagine n. 2: La particolarissima e piuttosto complicata disposizione del testo sulla destra dell’immagine della statua. La numerazione in rosso indica l’ordine di lettura (© Franck Monnier, JAEA, vol.4,2020 p.58)

1) Wnt m ḥb ib.s 3w(.w) i3w.s ẖrd(.w) ḏ3mw[.s] sw3ḏ (.w) ẖrdw.s ḥr nhm ib.sn m ḥb m33.sn nb.sn s3 nb.sn m ḥswt ity ḥr irt mnw.f

(Il nomo della Lepre è in festa, i suoi vecchi ringiovaniti, le sue giovani generazioni sono sbocciate. I suoi figli esultano quando vedono il loro signore e il figlio del loro signore, nelle grazie del re, compiere il suo monumento)

2-3) ḏ3mw n ´Imntt Wnt iw(.w) m ḥtp ḏd-mdw ´Imntt m ḥb ib.sn 3w(.w) m33.sn mnw n nbw.sn iwˁ ḫpr m ḥri-ib.sn pr.f pr it.f iw.f m nḫnw

(Le giovani reclute provenienti dall’ovest del nomo della Lepre sono giunte in pace. Parole dette: “L’Occidente è in festa! I loro cuori si rallegrano quando vedono i monumenti dei loro signori e l’erede che prospera tra loro. La sua casa è la casa di suo padre quando era piccolo”)

4-5) ḏ3mw n ˁḥ3wtiw n Wnt iw(.w) m ḥtp ḏd-mdw nfrw n ḏ3mw ir.n nb.f iwˁ w3ḏ(.w) m ḥswt ity nb(.f) iw.n sw3D.n msw.f m-ḫt.f ib.n 3w(.w) m ḥswt nt nsw mn w3ḥ

(Giovani soldati del nomo della Lepre sono venuti in pace. Parole dette: “È un bene per le reclute che il loro maestro le abbia addestrate! L’erede è prospero grazie ai favori del sovrano, il suo signore! Siamo venuti e abbiamo prosperato, i suoi figli lo hanno seguito. I nostri cuori si rallegrano per i favori del Re stabile e duraturo”).

6-7) s3 n wˁbw n Wnt iwt m ḥtp ḏd-mdw mrw ḏḥwti ḏḥwti-ḥtp mry nsw mrrw niwt.f ḥssw ntrw.s nbw r3w-prw m ḥb ib.sn 3w(.w) m3(3).sn ḥswt.k nt ḫr nsw

(Una phylé di sacerdoti Uab del nomo della Lepre. Venite in pace. Parole dette: “Amato da Thot, Djeutyhotep, amato dal re, amato dal suo popolo e lodato da tutti i suoi dei [della città].I templi sono in festa, i loro cuori in gioia quando vedono i tuoi favori presso il re.”)

8-9) ḏ3mw n ´I3btt Wnt iwt m ḥtp ḏd-mdw wḏ3.n nb.i r trti nmti ḥˁ.w im.f itw.f m ḥb ib.sn 3w(.w) ḥˁ.w m mnw[.f] nfrw

(Giovani reclute provenienti dall’est del nomo della Lepre. Venite in pace. Parole dette: “Il mio padrone è arrivato a Tjerti. Nemti ha gioito per lui. I suoi antenati sono in festa, con cuori gioiosi, a celebrare i bei monumenti”)

10) ḏd-mdw dit ḫn n mšˁ in mdww

(Parole dette “battere la misura per la truppa da parte del cantante solista)

11) ḏḥwti-ḥtp mry nsw ḏḥwti-ḥtp mry nsw

(Djeutyhotep,amato dal re)

12) ẖry-ḥbt sš ḳdwt n pr-nsw sšy pr pn ˁpr(.w) ḥr-imn-i-ˁnḫw

(Il sacerdote-ritualista e scriba-disegnatore del palazzo reale che dipinse questa tomba decorata, Horimeniankhu)

13) irt sntr

(Fare incensamento)

14) f3t mw in pr-ḏt f3t ḫwt n st3 in ḫ3wt

(Trasportare l’acqua da parte di (quelli) del settore funerario. Trasportare le tavole (lett. “pezzi di legno”) del binario di trasporto da parte di (quelli) degli altari).

15) ḫrp k3t m twt pn sš hn ḫti-ˁnḫ s3 spi

(Il direttore dei lavori di questa statua lo scriba del tesoro* Sepi, figlio di Khetiankh

16) (i)m(i)-r(3) pr nḥri

(l’intendente Neheri).

Il Testo principale

Immagine n. 3. Il testo principale che descrive il trasporto del colosso di Djeutyhotep. Era situato in origine sulla sinistra della statua, ma oggi è scomparso.
(©Newberry et Fraser,1895, pl. XIV in Franck Monnier, “La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA vol.4, 2020 p.60).

Alla sinistra della statua (vedi immagine n. 1) erano presenti le 12 colonne di testo, che propongo nella traduzione riportata da Franck Monnier in The Journal of Ancient Egyptian Architecture vol. 4,2020. (vi risparmio, in questo caso, per brevità, la traslitterazione). Tra parentesi la colonna cui si riferisce il testo tradotto.

(a) Scortare una statua di pietra di Hatnub alta 13 cubiti quando la strada che aveva preso era pericolosa più di ogni altra cosa, ed era difficile (b) per gli uomini spostare pietre di valore su di essa a causa della durezza delle pietre sul terreno.** Ho portato (c) una truppa di giovani reclute per tracciare la strada per essa, insieme a squadre di operai (scalpellini) dalle cave. I capi che erano con loro (d) furono informati. Uomini pesantemente armati dissero: “Siamo venuti a spostarla! Il mio cuore era felice e il popolo era unito nell’esultanza. È stato bello da vedere più di (e) ogni altra cosa. C’era un vecchio che si appoggiava a un bambino. I forti stavano con i deboli. I loro cuori erano sbocciati. (f) Le loro braccia erano diventate forti e ognuno di loro aveva la forza di mille uomini. E questa statua rettangolare, uscita dalla montagna, era (g) di qualità ineguagliabile. Le imbarcazioni erano state attrezzate e riempite di cose preziose, trasportate dalla mia truppa di soldati. Le giovani reclute (h) disposte in file la accompagnavano. Le loro voci lodavano il mio favore presso il Re. I miei figli erano (i) (…) e adornati dietro di me. Gli abitanti del mio nomo declamavano lodi dopo che ero giunto alla banchina (?) di questa città.*** (j) [Gli abitanti] riuniti erano esultanti. È stato bello da vedere più di ogni altra cosa. I governatori si sono insediati, gli amministratori sono stati nominati (k) […] all’interno di questa città. Sono altari**** sul fiume (cioè “la riva del fiume”) che io ho stabilito. I loro cuori non potevano immaginare ciò che ho realizzato: ho fatto per me (l) una bassa dimora del ka***** (cappella) solidamente allestita per l’eternità, avendo stabilito questa mia tomba grazie ad un lavoro per l’eternità”.

* A proposito di questo personaggio, lo vediamo rappresentato con dei documenti sotto al braccio in un’altra scena della tomba (NdA, Franck Monnier)

** Letteralmente, “a causa delle pietre sul suolo della via consistenti in pietre dure (NdA, Franck Monnier)

*** “dmi”, in questo contesto sembrerebbe assumere il significato di banchina, porto (Hannig, 2003, p. 1476). Il determinativo impiegato conforta questa interpretazione (NdA, Franck Monnier)

**** Il termine “ḫ3wt” significa altare e la presenza in questo conteso prò apparire strana. Le ricerche effettuate da Harco Willems e dalla sua squadra (Willems, 2014, pp.198-208), hanno tuttavia, dimostrato l’esistenza di un luogo di culto dedicato al governatore sulla sponda orientale del Nilo (NdA, Franck Monnier).

*****Un piccolo tempio, vale a dire una cappella. L’indicazione “dimora del ka” è scompars, ma un’altra menzione che figura in diverso punto della cappella ha permesso di colmare la lacuna (De Meyer e Willems, 2016-2017. NdA, Franck Monnier).

Di seguito propongo anche la traduzione dello stesso testo operata a suo tempo da James Breasted (Rockford, USA 27 agosto 1865 – New York, USA 2 dicembre 1935) , così come riportata sul sito osirisnet alla pag. https://osirisnet.net/…/djehoutyhotep/djehoutyhotep_02.htm.

Seguire una statua in pietra di Hatnoub di 13 cubiti. Il percorso intrapreso è stato difficile, più di ogni altra cosa. L’aver tirato grandi cose su di esso era penoso per i cuori del popolo, perché la roccia sul terreno era difficile, essendo una roccia dura. Mandai a chiamare i giovani, le giovani reclute per farle strada, insieme a squadre di minatori della necropoli e cavatori, i capi e i saggi. Le persone forti dicevano: “Siamo venuti a portarla”, mentre il mio cuore era nella gioia. La città era unita e gioiva; era molto bello da vedere, più di ogni altra cosa. Il vecchio tra loro si chinava sul figlio; i forti come i tremanti, il loro coraggio era aumentato. Le loro braccia sono diventate forti. Uno di loro aveva la forza di mille uomini. Vedete questa statua è un blocco quadrato della grande montagna, era più grande di tutto. Le navi furono equipaggiate, riempite di cibo […?] dal mio esercito di reclute. Le loro parole erano lodi e le mie preghiere al re. Arrivai al quartiere di questa città, il popolo era riunito, in lode; era molto bello da vedere, più di ogni altra cosa. […] il giudice e il governatore locale che erano stati nominati […] in quella città, e che avevano stabilito per il […] sul fiume, i loro cuori non avevano mai immaginato quello che io ho fatto per me stesso […] stabilito per l’eternità, dopo che la mia tomba era finita.

Fonti: F. Monnier, “La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.58-72

Osirisnet, pag. Web realizzata da Thierry Benderitter https://osirisnet.net/centrale.htm

Luce tra le ombre

ELICOTTERI, CARRI ARMATI ED ASTRONAVI

Di Ivo Prezioso

Elicottero, carro armato e astronave nel tempio di Abydos?

Il tempio di Osiride ad Abydos fu fatto erigere da Seti I (XIX Dinastia) nella parte iniziale del suo regno (1290-1279 a.C. circa). Un architrave di questo splendido monumento presenta un’iscrizione che ha dato la stura alle più fantasiose congetture da parte dei “fantarcheologi” (immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Gli…strani geroglifici incisi su un architrave del Tempio di Osiride ad Abydos fatto erigere da Seti I e completato da Ramses II (Fonte: en.wikipedia.org)

Cosa sono quegli strani geroglifici? Non c’è dubbio! Hanno tutta l’aria di essere rappresentazioni di un elicottero, di astronavi, magari un carro armato o di chissà quale altro mezzo moderno si riesca a immaginare. Inutile dire che si sono sprecate le ipotesi di conoscenze scientifiche apprese da una civiltà precedente ed enormemente avanzata (Atlantide, tanto per citarne una a caso) o, ancora meglio, proveniente da altri mondi. E’ fuor di dubbio, ammettiamolo pure, che quelle figure, a prima vista, sembrano davvero fuori posto, fuori luogo e fuori tempo.

Si tratta, in realtà di “pareidolia”, quel fenomeno che induce la nostra mente a riconoscere forme che ci sono familiari (come possono essere volti, oggetti, animali, ecc.) in composizioni casuali. Esempi classici, sono le immagini che crediamo di identificare in certe formazioni nuvolose, nelle concrezioni stalattitiche e stalagmitiche di una grotta, nell’osservazione dei crateri lunari e via dicendo.

Ma allora cosa è rappresentato su quell’architrave? E’ doveroso fare una premessa: il tempio fu completato dal figlio di Seti I, il grande Ramses II (1279-1212 a.C. circa). E’ noto che gli egizi, non esitavano, laddove procedevano al restauro, all’ampliamento o al completamento di un monumento precedente, a sovrascrivere le iscrizioni esistenti. In genere il faraone che si faceva carico di queste operazioni faceva apporre, o meglio sovrapporre, i propri nomi e titoli. E Ramses il grande, fu sicuramente fra quelli che più si distinsero in questa particolare attività. Fu un grandissimo e infaticabile costruttore e non esitava ad “usurpare” i monumenti dei suoi predecessori (in questo caso si tratta addirittura di un’opera eretta dal padre, tra l’altro amatissimo). Chiarisco subito che il termine “usurpare” è qui utilizzato in ottica del tutto moderna e fuori luogo. Per gli egizi non avrebbe avuto alcun senso per una serie di ragioni etiche, rituali e religiose che sarebbe troppo lungo spiegare in questa sede. Basti sapere che, per la loro mentalità, una pratica del genere era del tutto legittima e nient’affatto irrispettosa. Ma ritorniamo alla nostra iscrizione.

Prestando un minimo di attenzione, appare del tutto evidente che ci troviamo di fronte ad una commistione di geroglifici. Osservando da sinistra a destra (ma l’iscrizione si legge da destra a sinistra, in quanto le figure sono rivolte a destra), si notano due segni ben definiti, un’ape ed un giunco posti sulle rispettive semicirconferenze (nsw bity, l’espressione tipica che sta per Re dell’Alto e del Basso Egitto). Da questo punto in poi è chiaro che ci troviamo di fronte ad una serie di simboli sovrapposti (sull’estrema sinistra, ad esempio, si scorgono chiaramente al di sotto della sovrascrittura i segni che rappresentano le dee tutelari dell’Egitto (un cobra e, meno evidente, un avvoltoio, cioè le Due Signore).

Cosa è accaduto? Come accennavo in precedenza, in questa parte del tempio, Ramses II aveva fatto ricoprire di stucco l’iscrizione originaria su pietra, per poterne incidere un’altra al di sopra. Lo sgretolarsi dell’intonaco ha lasciato parte dei nuovi segni, ma ha rivelato anche quelli sottostanti, dando vita a queste forme così particolari. Katherine Griffis-Greenberg dell’University of Alabama e membro dell’American Research Center in Egitto è riuscita a isolare le due scritte e le ha analizzate.

L’iscrizione originaria, che è possibile individuare in diverse altre parti del tempio (Immagine n. 2), è riferita ad uno dei nomi di Seti I, appunto quello delle “Due Signore” (Nebty):[wḥm-mswt] sḫm-ḫpš dr-pḏt-9. (Lett. “Colui che rinnova le nascite, forte di armi, che respinge i nove archi” cioè i tradizionali nemici dell’Egitto).

Immagine n. 2: Tempio di Osiride, Abydos, particolare di un’iscrizione integra riferita al nome “Nebty” di Seti I (Fonte Beloved Egypt.com)

Al di sopra, Ramses II fece incidere la sua titolatura Nebty (Immagine 3): mk kmt wꜤf ḫꜢswt (Lett. “Colui che protegge l’Egitto e sottomette i paesi stranieri”).

Immagine n. 3: Il nome Nebty di Ramses II, che fu sovrapposto a quello del padre Seti I.

Con la sovrapposizione dei diversi geroglifici e la caduta accidentale di parte degli intonaci coprenti, quindi, si è venuta a creare questa singolare configurazione che niente ha a che fare con strumenti bellici. Di seguito sono elencati i segni entrati in gioco in questo equivoco figurativo (tra parentesi è riportato il codice utilizzato da Sir Alan Gardiner per indicare i vari simboli nella sua “Egyptian Grammar”):

elicottero: Arco (T10) + braccio con mano che tiene un bastone (D40) + braccio in combinazione con il pulcino di quaglia (G45)

carro armato: mano (D46) + Aa15

dirigibile: bocca (D21) + braccio (D36) + cesto con ansa (V31)

aereo: D40 + pane (X1) + planimetria di un villaggio (O49).

Per rendere più comprensibile il tutto basta osservare le immagini n. 4-5-6, in cui vengono evidenziate le varie fasi di stesura delle iscrizioni: l’ultima è quella che deriva dalla sovrapposizione delle prime due.

In definitiva, anche in questo caso, mistero risolto in maniera chiara, semplice e inequivocabile, con buona pace dei sostenitori delle più accese e inconcludenti teorie sensazionalistiche.

Fonti:

Luce tra le ombre

LO STUDIO DI DIETRICH E ROSEMARIE KLEMM

Di Ivo Prezioso

Parte prima: l’ambiente geologico

Come già accennato, nella parte iniziale riguardante i luoghi di approvvigionamento dei materiali, Franck Monnier fa riferimento all’importantissimo studio condotto al riguardo da Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm. Ho reperito il materiale riguardante le ricerche fatte dai due geologi, relativo all’altopiano di Giza, e l’ho trovato estremamente interessante; così ho pensato di aggiungere questo approfondimento nel percorso concernente la costruzione delle piramidi. Premetto che il lavoro è squisitamente tecnico, per cui mi sono adoperato per renderlo abbastanza fruibile, sperando di esserci, almeno in parte, riuscito. Richiede di certo un minimo di impegno, ma i risultati dei loro studi pubblicati nel 1993 nel volume “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten”(Immagini n. 1-2), aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Tra l’altro fornisce, a parer mio, elementi molto convincenti sull’insensatezza delle teorie di Joseph Davidovits che ipotizza la costruzione delle piramidi grazie all’utilizzo di geopolimeri.

Immagini 1-2. Copertine della prima edizione in lingua originale, 1993. e dell’edizione inglese, 2010

Le piramidi di Khufu, Khafre e Menkaure sull’altopiano di Giza (Immagine n. 3) saranno esaminate insieme per la loro stretta vicinanza e per la geologia comune dei siti di estrazione, sia per il nucleo sia per il materiale di rivestimento.

Immagine n. 3: Foto aerea dell’altopiano di Gizeh con le Grandi Piramidi, i loro ambienti archeologici e i principali siti di estrazione accanto ai monumenti.

In contrasto con la mancanza di indagini geologiche dettagliate sugli ambienti piramidali di Dahshur, Meidum e Saqqara, per l’altopiano di Giza esistono numerose pubblicazioni, purtroppo anche contraddittorie. Di queste, verranno citate solo le più importanti per offrire al lettore informazioni selezionate. Si farà tuttavia riferimento in modo dettagliato ai documenti più recenti di un gruppo di ricerca dell’Università di Ain Shams, al Cairo, e dell’American Research Centre in Egypt (ARCE), in quanto affrontano questioni che riguardano direttamente la provenienza delle pietre da costruzione delle piramidi.

Innanzitutto una breve panoramica storica:

Il primo tentativo sistematico di suddividere stratigraficamente l’altopiano di Gizeh è stato di Von Zittel (Bellingen 1839-Monaco di Baviera1904), che si occupò principalmente della classificazione dei gruppi fossili dell’Eocene presenti sul territorio. Nel suo manuale sulla geologia regionale dell’Egitto, Max Blankenhorn (Siegen 1861-Marburg 1947) si interessò intensamente alla conformazione geologica dell’altopiano di Gizeh. Jean Cuvillier (Ambleteuse 1899-1969) revisionò le nummuliti egiziane e propose nuove divisioni stratigrafiche. Il geologo inglese William Fraser Hume (Cheltenham 1867-Sussex 1949), al contrario, non discusse estensivamente l’altopiano di Gizeh nel suo primo volume della “Geologia dell’Egitto”. Una dettagliata suddivisione stratigrafica è stata invece fornita da Rushdi Said (Choubrah, il Cairo 1920-Washington 1973) che in seguito egli stesso ha modificato. Contributi dettagliati alla geologia dell’altopiano di Gizeh sono stati forniti da Amin Strougo insieme al gruppo dell’Università di Ain Shams che ha presentato una divisione stratigrafica ben differenziata, che Yehia ha correlato in modo convincente con le sequenze calcaree eoceniche del deserto orientale a sud del Cairo. Per quanto riguarda le pietre da costruzione, i particolari tettonici e la speciale mappa geologica fornita da Yehia sono di grande interesse. Vi sono segnati, infatti, gli elementi geologici e le caratteristiche che dovevano apparire evidenti ai costruttori delle piramidi, dal momento che la disposizione esatta delle piramidi e quella dei siti di estrazione sono stati scelti con cura, integrando questi aspetti nella concezione architettonica. Oltre a questo gruppo di geologi egiziani moderni, anche i geologi internazionali hanno presentato ottimi contributi geologici relativi all’altopiano di Giza. E’ il caso di K. L. Gauri, professore emerito dell’Universita della Louisiana che si è occupato anche della conservazione della Sfinge, e di Mark Lehner del American Research Centre in Egypt (ARCE). In particolare Lehner ha esposto interessanti connessioni tra la geologia locale e la scelta delle posizioni delle piramidi, dei siti di cava, dell’intera necropoli e delle installazioni portuali. Nel caso della piramide di Khufu, ha illustrato lo sviluppo dell’intero processo di costruzione sull’altopiano di Giza a partire dalla sua prima occupazione. Anche se non tutte le sue conclusioni possono essere confermate nella presente monografia, la sua attenta considerazione delle prove geologiche e archeologiche delle antiche costruzioni è impressionante. Sia Lehner che gli autori citati considerano le formazioni calcaree che dominano la regione di Giza appartenenti all’Eocene medio-superiore e il calcare vero e proprio dell’altopiano, alle basi delle piramidi, come parte della formazione di Mokattam, dell’Eocene medio. Per quanto riguarda la classificazione geologica delle principali aree di cava a sud di Khufu, a est di Khafre e a sud-est della piramide di Menkaure, i due gruppi di ricerca presentano alcune differenze. Il gruppo ARCE categorizza le unità rocciose di queste cave nella formazione Mokattam mentre il gruppo dell’Università di Ain Shams le classifica come parte della formazione “Observatory”. In entrambi i casi si accetta il periodo dell’Eocene medio. L’unica discrepanza risiede in una differenza di facies*. Questa “controversia” potrebbe essere considerata solo come una divergenza se non riguardasse i materiali da costruzione delle grandi piramidi e la loro provenienza. Originariamente, la classificazione stratigrafica risale ad Aigner che interpretava i calcari nummulitici duri che formano l’altopiano delle piramidi come una speciale facies marina poco profonda, precipitata su una zona dello strato cretaceo sottostante. All’interno di un’area protetta, nel fianco di questa cupola sottomarina, si sarebbero sviluppate barriere coralline; esse si presentano, ad esempio, come banchi isolati nei calcari duri alla base della Sfinge. Inoltre, Aigner ha osservato che verso terra seguono sedimenti lagunari sabbiosi, più poveri di nummuliti, ma più ricchi di fossili, con afflusso continentale, formatisi in parti basse, e spessi banchi di una sequenza calcareo-marnosa, osservabile anche sul corpo della Sfinge. Il gruppo ARCE classifica l’intera sequenza sotto la testa della Sfinge come formazione Mokattam, che è stata poi suddivisa da Gauri in tre membri: la base è costituita dal Membro “Rosetau” (dall’antico nome egiziano del muro di cinta della Sfinge). Queste rocce sono costituite principalmente da detriti biologici che riempiono lo spazio interstiziale tra i suddetti banchi di corallo, conferendo alla superficie del sedimento un rilievo irregolare. Al di sopra segue il Membro “Seteped” (dal nome del santuario della Sfinge del Nuovo Regno). Questa sezione, spessa quasi 10 m, è formata da circa sei strati calcarei e marnosi di 1-2 m di spessore ciascuno che mostrano una graduale diminuzione del contenuto di sale dal 3,5% a solo l’1,5% nella parte superiore. Il sale è costituito principalmente da alite (NaCl), mentre il gesso e i vari sali di potassio sono rari. Secondo il gruppo ARCE, la parte più alta della formazione Mokattam nell’area di Gizeh è l’”Akhet” (che prende il nome dall’antico termine egizio per indicare l’orizzonte; Akhet-Khufu era anche il nome dell’intero altopiano delle piramidi). Questo Membro Akhet forma il dorso superiore e soprattutto il collo e la testa della Sfinge. Il suo spessore è di circa 9 m ed è costituito nella sua parte inferiore da un calcare piuttosto morbido, ricco di materiale clastico. Le proprietà geologiche di questo membro, in particolare nella zona del collo della Sfinge, causano il noto problema dell’instabilità. Il gruppo di Ain Shams ritiene invece che la stratigrafia della Sfinge sia analoga alla formazione Observatory della catena montuosa del Deserto Orientale, che si estende dalla zona sud-orientale del Cairo fino a Helwan. Una stratigrafia simile è riportata anche da Aigner, tuttavia con alcune facies che interferiscono, il che potrebbe, in qualche misura, spiegare le discrepanze sopra citate. Informazioni di base sulla suddivisione dell’Eocene in Egitto sono fornite anche da Strougo. La carta geologica di Yehia mostra una differenziazione più dettagliata della formazione Mokattam sull’altopiano di Gizeh, in particolare nella sua prosecuzione occidentale. Secondo lui, l’attuale basamento delle piramidi è formato da sequenze della formazione Mokattam superiore. Al di sotto di esse, calcari dolomitici duri e grigio scuro della formazione Mokattam media si sovrappongono a calcari bianchi e calcari giallastri con nummuliti appartenenti alla formazione Mokattam inferiore. L’Eocene superiore dell’area di Giza appartiene, secondo il gruppo ARCE, alla formazione Maadi, che è piuttosto eterogenea e che Aigner descrive geneticamente come una regressione marina, che inizia nel Mokattam superiore e prosegue fino alla formazione Maadi dell’Eocene superiore. Le rocce di questa unità consistono in calcari marnosi, con presenza di fossili da scarsa a nulla, orizzonti di marne e arenarie e letti di conchiglie. La formazione di Maadi cambia generalmente di facies e spessore su brevi distanze, come è normale per un ambiente marino molto poco profondo. I banchi più importanti della formazione Maadi superiore sono i letti di Ain Musa, con i loro banchi calcarei duri e ricchi di fossili. Più tardi, durante la trasgressione marina del Pliocene, i letti di Maadi, più morbidi, furono spazzati via, causando il crollo di quelli di Ain Musa. Oggi, quei letti crollati formano i grandi blocchi collinari a sud e a ovest del cimitero islamico situato a sud della Sfinge, e hanno ricevuto il nome locale di Hitan el-Gurob. Infine, Yehia cita i sedimenti della formazione sabbioso-conglomeratica Oligocenica di Gebel Ahmar che si trovano a ovest dell’hotel Mena House e a ovest della strada del Fayum. A differenza della località tipo, i sedimenti non contengono quarzite silicizzata, il che rende la pietra adatta all’uso edilizio. La storia tettonica dell’altopiano di Giza è stata molto probabilmente di grande importanza per la scelta del luogo di costruzione delle Grandi Piramidi. Ciò risulta evidente dalle indagini sul campo di Yehia che ha mappato e interpretato i principali lineamenti di faglia, senza tuttavia discutere le possibili conseguenze sulla scelta del sito delle piramidi. Secondo l’autore, un sistema di faglie (geologicamente giovane) corre in direzione NNE-SSW per circa 250 m dietro il lato occidentale del Mena House verso la piramide di Khafre, senza raggiungerla, ma sostituendo una terrazza quaternaria del Nilo. Una serie di altre faglie più piccole corrono in quella direzione, direttamente nella base rocciosa della piramide di Khufu (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Il sistema di faglie che attraversa l’altopiano di Giza in direzione NNE-SSW.Qui siamo nei pressidella piramide di Khufu

Questa caratteristica era stata certamente riconosciuta dagli ingegneri della piramide, dato che erano stati presi provvedimenti per incorporarla nel progetto. Sembra che la lunghezza della base della piramide di Khafre sia stata ridotta rispetto alla lunghezza originariamente prevista (274 m). Inoltre, lo spostamento dell’ingresso di oltre 14 m dall’asse centrale potrebbe essere considerato una conseguenza di questa situazione geologica. Se il passaggio d’ingresso fosse stato costruito lungo il vero asse mediano simmetrico, la camera sepolcrale si sarebbe pericolosamente avvicinata a questo sistema di faglie, causando molto probabilmente problemi di tipo statico. Un aumento drastico del peso della piramide, era ovviamente troppo rischioso. Il secondo sistema di faglie “F2” è stato di grande importanza per gli architetti incaricati della piramide di Menkaure, poiché corre in diagonale, quasi direttamente attraverso la base rocciosa della piramide. Questo potrebbe essere il motivo per cui il volume del progetto è stato mantenuto al minimo e molto probabilmente in origine era previsto ancora più piccolo. La posizione della piramide di Menkaure nel suo sito attuale, tuttavia, è stata determinata dalla conformazione generale dell’altopiano di Giza. Inoltre, la costruzione della piramide verso sud-ovest, lontano dal sistema di faglie, avrebbe reso problematica l’aggiunta di piramidi satelliti, poiché si sarebbe lasciato il limite meridionale delle unità calcaree nummulitiche dure della formazione superiore di Mokattam presente all’interno dell’altopiano. Gli altri sistemi di faglie citati da Yehia non hanno un’influenza diretta sui monumenti di Giza. Inoltre, Aigner ha osservato la particolare caratteristica per cui il bordo settentrionale dell’altopiano è stato condizionato dalla tettonica di questa zona e successivamente eroso dall’azione marina del Pliocene.

* In geologia questa parola indica l’aspetto delle rocce, cioè la fisionomia che ne rivela l’origine. Ad ogni facies litologica corrispondono una fauna e una flora speciale, che la caratterizzano, per cui una facies può definirsi come l’insieme dei caratteri litologici e paleontologici di un sedimento in un dato punto della Terra. Si hanno facies continentali nel senso stretto della parola, cioè subaeree, lacustri, fluviali, lagunari, marine (Enciclopedia Treccani on-line)

Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 69÷73

Parte seconda: le cave di Giza

1. L’area di cava principale, che forniva il nucleo di muratura della piramide di Khufu, era situata circa 500 metri a sud del bordo meridionale della piramide (Immagini nn. 1, 1a-1b).

Immagine n. 1: Mappa schematica dell’altopiano di Giza con i siti di cava individuati.

Immagine n. 1a (a sinistra): Sito principale della cava di Khufu e di Khafre. Lo scavo è ancora visibile sui bordi, ma il riempimento dell’ampia fossa aperta a causa della sabbia ne ha reso inizialmente difficile l‘ identificazione come cava. Immagine n. 1b (a destra): Parte occidentale del sito principale della cava utilizzata prevalentemente da Khufu. Le aperture scure sono tombe rupestri scavate successivamente.

Le moderne immagini satellitari mostrano le tracce di una rampa di trascinamento che, dalla parte occidentale di quest’area di cava, si dirige verso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Rampe di trascinamento del sito della cava principale di Khufu verso gli angoli sud-occidentali e sud-orientali della piramide (mappate grazie all’immagine satellitare di Google del 2006).

A conferma, di recente, durante la posa di un cavo elettrico, sono stati scoperti i resti di due strette rampe parallele che conducevano proprio in quell’angolo. Questa rampa fu in seguito sovrastata dalla strada rialzata di Khafre, che la utilizzò come rampa di trascinamento durante la costruzione della sua piramide. Osservando attentamente l’immagine n. 2, si nota che una seconda rampa parte dal lato orientale della piramide di Khufu, piegando leggermente a ovest verso l’area della cava. Anche questa fu sormontata dalla strada rialzata di Khafre. In accordo con Lehner, nella presente monografia, questo sito è indicato come cava di Khufu e viene considerato come la parte occidentale dell’area centrale di estrazione. Più tardi, nelle sue pareti furono scavate le tombe rupestri della famiglia di Khafre e della V dinastia.

Le parti più orientali del campo furono generalmente sfruttate da Khafre per ottenere il materiale per il nucleo della sua piramide. Esso fu poi esteso fino all’area in cui si realizzò la Grande Sfinge. Reisner ha assegnato la cava principale dell’altopiano di Giza a Khufu e Khafre. Essa comprende anche l’area della mastaba di Khentkaus, costruita sopra e intorno a un blocco di pietra massiccia lasciato dai minatori. Macroscopicamente, questi calcari sono di colore da grigio-beige a giallo-marrone, per lo più compatti ma anche porosi in alcuni punti, e risultano gessosi a causa della presenza di componenti marnosi. Molti resti fossili di piccole dimensioni sono rilevabili, ma difficili da identificare. Occasionalmente, sulle superfici lisce si possono riconoscere piccoli nummuliti* lunghi fino a 5 mm; vari sali affiorano in superficie e possono essere asportati facilmente con le dita. Con una lente manuale, i fossili appaiono per lo più come piccole nummuliti, conchiglie e altri resti fossili, tutti irregolarmente incorporati e generalmente calcificati nella matrice calcarea. Al microscopio, diventa evidente la ricca varietà di fossili, e dei loro frammenti, che caratterizza la tipica struttura di queste rocce bioclastiche. Nonostante le apparenti vistose variazioni di colore, al microscopio tutti i campioni di roccia sono simili. Oltre ai fossili principali rappresentati nelle Immagini nn. 3-4-5-6, molti altri resti fossili, come conchiglie di ostriche, echinodermi, spugne e nanofossili sono presenti nella matrice calcarea ricca di argilla e scuriscono in modo caratteristico la percezione ottica. I rari grani di sabbia quarzosa, per lo più a spigoli vivi, indicano che un tempo la linea costiera non doveva essere molto lontana.

2. La ripida scarpata a est e a nord-est della piramide di Khufu, nei pressi del villaggio di Nazlet es-Saman,è artificiale, almeno parzialmente, essendosi formata in conseguenza dell’attività estrattiva. Il caratteristico blocco rettangolare delle strutture di cava è chiaramente riconoscibile nelle parti superiori e appare sulle fotografie aeree come una linea anormalmente diritta lungo il confine della scarpata. Presumibilmente, una parte del pendio roccioso orientale fu completamente cavato e la rampa di trascinamento fu successivamente utilizzata come strada rialzata. In questa zona si trovano ancora alcune piccole tombe rupestri della V e VI dinastia, scavate nelle pareti della cava (Immagine n. 6a).

Immagine n. 6a: Particolare della cava della scarpata orientale di Khufu con tombe rupestri della V e VI dinastia. La strada rialzata è stata utilizzata in un primo momento come rampa di trascinamento per i blocchi che si estraevano qui.

Questa unità geologica continua fino alla base della piramide di Khufu, dove affiora in vari punti dell’intera piattaforma. È stata incorporata in larga misura nel corpo della piramide, come si può osservare sul lato meridionale, nelle camere e nei corridoi interni.

3. Le rocce ottenute durante il livellamento dell’altopiano roccioso, furono utilizzate anche per la muratura del nucleo. Alcune tracce di questa attività sono ancora chiaramente riconoscibili intorno alle piramidi (Immagini nn. 7-7a) e blocchi di notevole altezza sono ancora visibili, tagliati nel basamento presso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 7b).

Immagine n. 7: Altopiano settentrionale della piramide di Khufu con tracce di livellamento da estrazione.
Immagine n. 7a: Altopiano a est della piramide di Khafre. Il materiale lapideo ricavato dal livellamento dell’altopiano fu utilizzato per la muratura della piramide.
Immagine 7b: Resti di strutture di cava nell’angolo sud-ovest della piramide di Khufu. Si notino le dimensioni dei blocchi e i fori per i cunei alla base per staccare i blocchi separati

Secondo Reisner, anche il bedrock (roccia compatta, rigida, non alterata, in affioramento o alla base di rocce/terreni meno rigidi o di sedimenti sciolti) in cui sono localizzate le mastaba orientali e occidentali fu utilizzato come cava. Tuttavia, Hawass dubita che in origine fu sfruttato per l’estrazione, in quanto le tombe erano già state costruite durante il regno di Khufu. Ciononostante, tracce di cave possono essere individuate intorno e persino tra le singole mastaba. Reisner considerava anche l’altopiano a ovest della piramide di Khafre come un importante sito di cava. Inoltre, sempre secondo Reisner, “appena a nord della Prima Piramide il bordo della piattaforma rocciosa può essere seguito in modo approssimativo e sembra essere stato utilizzato come cava, ma la scarpata è ora coperta da una massa di detriti accumulato dai muratori quando il recinto della piramide fu ripulito dopo la costruzione della Prima Piramide”. Ciò è, in parte, in contrasto con le affermazioni di Aigner, che considera questa parte della scarpata come il risultato della naturale erosione marina pliocenica. Infine, la trincea scavata nella roccia a ovest e a nord della piramide di Khafre ha restituito un’enorme quantità di materiale lapideo, che è stato incorporato direttamente nella muratura del nucleo.

4. Una chiara evidenza dello sfruttamento di una cava si trova nei pressi del margine meridionale del campo piramidale di Giza, lungo il fianco settentrionale della moderna strada della Sfinge, nota come Route Touristique (cfr. immagine n. 1).

5. A sud-est della piramide di Menkaure si trova un’area di cava isolata, che è sempre stata considerata come quella utilizzata per il suo complesso. Le tombe rupestri che vi si trovano risalgono principalmente alla V dinastia e, come si vedrà in seguito, questa cava è la sola da cui sia stato estratto il materiale di base per la costruzione dell’omonima piramide (Immagine n. 7c).

Immagine n. 7c: Cava di Menkaure a sud-est della sua piramide; è ben riconoscibile l’altezza media dei blocchi estratti da questo sito.

I campioni provenienti da questi ultimi siti differiscono in qualche misura da quelli del grande giacimento centrale, anche se appartengono geologicamente alla stessa unità. Appaiono a grana più grossa e consistono in calcari bioclastici altamente calcificati o ricchi di fossili, di colore da grigio a grigio-beige. Alcuni esemplari contengono anche grandi Nummulites gizehensis e vari frammenti di conchiglie di notevoli dimensioni. Dopo un certo periodo, questi calcari tendono a formare infiorescenze principalmente di salgemma. Le nummuliti di grandi dimensioni sono incorporate in una massa composta da esemplari più piccoli (Immagine n. 8). 

Immagine n. 8: Calcare ricco di nummulite proveniente dal nucleo meridionale della piramide di Khufu.

Erodoto riporta questo specifico tipo di pietra come “pasto pietrificato di lenticchie dei lavoratori”. Con una lente manuale, sono chiaramente riconoscibili i ricchi detriti bioclastici e i piccoli fossili nummulitici oltre alle grandi Nummulites gizehensis. Grani di calcite di circa 0,5 mm riflettono la luce con i loro piani di clivaggio**. Al microscopio, i campioni prelevati dalle parti più basse della scarpata appaiono uguali a quelli della grande cava. I campioni prelevati dalle parti superiori, invece, differiscono significativamente da questi: i bioclasti e i fossili nummulitici predominanti sono cementati, in una matrice a grana più grossa, con cristalli di calcite e dolomite in parte ben formati (Immagine n. 9).

Immagine n. 9: Foto al microscopio (QS 1548) di calcare proveniente da una cava della scarpata a est della piramide di Khufu. I cristalli di dolomite sono ben formati (freccia) e immersi nella relativa matrice a grana fine. Inoltre, le piccole nummuliti appaiono quasi come strutture fantasma a causa della dissoluzione diagenetica (In petrografia è l’insieme dei processi fisici e chimici che subiscono i sedimenti, in tempi più o meno lunghi, durante e dopo la loro deposizione, che li trasformano in una roccia sedimentaria stabile. Enciclopedia Traccani on-line)

6. Un’altra area di cava, utilizzata anche da Khufu e Khafre, è stata individuata presso le pareti rocciose affioranti di Hitan el-Gurob, a circa 800 m a sud-est delle piramidi e a sud di un cimitero islamico (Immagine n. 9a).

Immagine n. 9a: Hitan el-Gurob, una collina prominente a sud-est dell’altopiano delle piramidi. E’ stata anch’essa una fonte di approvvigionamento per il materiale del nucleo delle piramidi di Khufu e Khafre.

Macroscopicamente, è costituita da calcari bioclastici da compatti e duri fino a calcari ricchi di sabbia con una struttura densa. È caratteristica una spiccata variazione di colore che va dal grigio, al giallo e quasi al rossastro. I resti fossili visibili consistono principalmente in frammenti di conchiglie, ma raramente in nummuliti. Con una lente manuale, i frammenti di conchiglia appaiono vitrei a causa dell’intensa calcificazione. Al contrario, le piccole nummuliti sono molto più facili da riconoscere. Al microscopio si distinguono due tipi di strutture principali, una delle quali con una matrice microsparitica*** molto densa, con pochi resti fossili di nummuliti e globigerinae****. Questo tipo è in qualche misura simile al calcare fine di Meidum e ai calcari da rivestimento utilizzati a Saqqara durante la III dinastia (Immagine n. 10).

Immagine n. 10: Foto al microscopio (QS 1587) del calcare di Hitan el-Gurob, molto somigliante a quelle delle pietre da rivestimento di Saqqara e Meidum della III dinastia.

Il secondo tipo consiste anch’esso in una massa microsparitica molto densa e a grana fine, ma è costellata di frammenti fossili, piccole nummuliti e discocicline*****. Mentre questi resti fossili conservano per lo più la loro struttura originale, i numerosi frammenti di conchiglia sono sempre intensamente calcificati. Molti di questi campioni contengono nella loro matrice grani di sabbia tra 0,05-0,5 mm, principalmente di quarzo, ma anche di plagioclasio******, indicando così un certo grado di afflusso continentale (Immagine n. 11).

Immagine n. 11: Foto al microscopio (QS 1583) di Hitan el-Gurob. Calcare a grana fine con discocicline, resti di Nummulites e conchiglie sottili, tutte più o meno calcificate.

*Le nummuliti, di grande importanza geologica e paleontologica, ebbero sviluppo straordinario nel Paleogene, detto per questo periodo nummulitico: comparvero all’inizio dell’Eocene e raggiunsero la massima diffusione, abbondanza e dimensioni nell’Eocene medio; nell’Eocene superiore e nell’Oligocene un numero più ridotto di specie ha ancora un’ampia distribuzione. Attualmente ne sopravvive un’unica specie, Nummulites cumingii, limitata agli Oceani Indiano e Pacifico. Le nummuliti sono i Foraminiferi (Ordine -secondo alcuni autori sottordine- di Protozoi Sarcodinii Rizopodi) di dimensioni maggiori. Il guscio, circolare, o appiattito e ondulato, o rigonfio, raggiunge il diametro di 120 mm, ed è politalamo, risultante dall’avvolgimento a spirale di una lamina calcarea a forma di V, che determina un canale a spirale con giri che si ricoprono, il primo iniziandosi da un loculo primitivo microsferico o macrosferico. Il canale è diviso da setti che separano logge intercomunicanti. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

** In geologia, il clivaggio è la tendenza secondaria dei cristalli a fendersi in scaglie o lamine lungo superfici piane, in seguito a deformazioni meccaniche. È dovuto a fenomeni di compressione e si accompagna sempre a strutture piegate. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

*** matrice di roccia calcarea costituita da cristalli di calcite di dimensioni inferiori a 20 micron (Fonte: Dizionario Italiano Olivetti on-line)

****I gusci calcarei di questi Foraminiferi planctonici, dopo la morte, cadono per gravità sul fondo marino, dove vanno a costituire i cosiddetti fanghi a globigerine, che sono fra i più comuni costituenti dei sedimenti oceanici. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

***** Foraminiferi bentonici. Il benthos (o bentos) è il complesso degli organismi acquatici che per un periodo continuato o per tutta la vita si mantengono in relazione con il fondo marino. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

****** Plagioclasio è il nome generico di minerali del gruppo dei feldspati triclini, costituenti comuni di molte rocce eruttive e metamorfiche (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 73÷80

Fonti delle note: Enciclopedia Treccani on-line e Dizionario Italiano Olivetti on-line

Parte terza: la piramide di Khufu (Cheope, 2604 – 2581 a.C.)

Molto probabilmente Khufu abbandonò la necropoli reale di Dahshur sia perché non c’era più abbastanza calcare nelle vicinanze, sia a causa della scarsa stabilità del sottosuolo, costituito da ardesia argillosa. Decise così di costruire la sua piramide su un massiccio altopiano roccioso nel deserto occidentale, vicino all’odierna Giza (Immagine n. 1), dove il sottosuolo era molto più stabile e c’era abbondanza di calcare di alta qualità. In termini di dimensioni, risultati tecnici e organizzazione richiesta per la sua costruzione, questa nuova piramide rappresenta un edificio fenomenale.

Immagine n. 1: La Piramide di Khufu (Cheope) da sud-ovest, vista dalla cima della piramide di Khafre (Chefren)

Il calcare utilizzato per la costruzione della piramide proveniva da diverse cave a est e a sud dell’edificio. I blocchi di calcare furono, senza dubbio, trasportati tramite piattaforme di trascinamento fino al cantiere e la piramide,probabilmente, eretta grazie ad un sistema di rampe (di cui sono stati ipotizzati diversi modelli da diversi studiosi).

Un nuovo modello di rampa a spirale per le grandi piramidi, come appunto la piramide di Khufu, è stato proposto dai presenti autori. Questa, è integrata nel corpo esterno della piramide, lasciando contemporaneamente uno spazio vuoto di larghezza adeguata durante l’erezione della piramide, evitando così di utilizzare enormi quantità di materiali secondari come fango del Nilo, ghiaia, legno ecc. per la realizzazione di una rampa esterna separata. Studiando l’altopiano di Gizeh e i suoi dintorni attraverso osservazioni sul campo, foto aeree stereoscopiche e immagini satellitari, è, infatti, rimarchevole che non vi siano tracce visibili di discariche prodotte da tali enormi costruzioni. Questo aspetto, non può essere trascurato quando si ipotizzano rampe costruite separatamente. Invece, una rampa integrata che sia stata successivamente riempita con ulteriori blocchi del nucleo e dell’involucro durante il completamento del monumento, presentava il vantaggio che le grandi quantità di detriti non fossero d’intralcio al cantiere, né dovessero essere smaltite altrove dopo il completamento della piramide. Inoltre, una rampa integrata consentiva una chiara visione degli angoli per effettuare misurazioni precise durante l’avanzamento dei lavori e permetteva di utilizzare due rampe opposte per il trasporto verso l’alto e verso il basso della piramide, accelerando così notevolmente l’intero processo di costruzione (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Rampa a spirale integrata per la costruzione di grandi piramidi in aree limitate come l’altopiano di Giza; una soluzione del genere avrebbe così evitato le enormi quantità di materiale comunemente richieste per una rampa di costruzione esterna separata.

Le pareti esterne del nucleo sono costruite con blocchi posati in strati orizzontali. L’altezza dei blocchi varia in media tra 0,80 e 1,20 m. (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: Dimensioni dei blocchi della piramide di Khufu. Differiscono leggermente in larghezza, ma si equivalgono in altezza.

Tra il nucleo e l’involucro, un altro strato di pietre un po’ più piccole fu legato con malta, il che ha aumentato la coesione dei due materiali e delle due strutture murarie. Nella terminologia archeologica, questo strato intermedio è noto come “pietre di sostegno” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Blocchi di rivestimento della piramide di Khufu, lato occidentale.

L’involucro era costituito da grandi blocchi di calcare bianco e fine, ma ben pochi sono ancora al loro posto, per lo più alla base. Come nel caso della più antica Piramide Rossa di Snefru a Dahshur, le pareti leggermente concave avevano lo scopo di aumentare la stabilità del rivestimento della piramide.

Sotto il villaggio di Nazlet es-Saman sono stati individuati un possibile tempio a valle e un porto adiacente. In quest’area sono stati riportati alla luce pezzi di pavimentazione in basalto e pareti in calcare, probabilmente appartenenti a queste strutture. Una strada rialzata da Nazlet es-Saman conduce al tempio funerario che si trovava sul lato orientale della piramide. Una piramide di culto e tre piccole piramidi satellite per le regine sorgono sul lato sud-orientale. Tutto ciò che rimane del tempio funerario è una pavimentazione in basalto nero, le cavità per i pilastri di granito del colonnato circostante e alcuni tagli di roccia calcarea per le pareti esterne.

I dati analitici non consentono di differenziare i vari affioramenti di basalto nel nord dell’Egitto, ma sulla base dei ritrovamenti archeologici è molto probabile che le lastre basaltiche del tempio di Khufu provengano da Widan el-Faras, a nord del lago Fayum. Fu la prima volta che nell’architettura egizia il basalto venne utilizzato su così larga scala per la pavimentazione. Da quel momento in poi, questa innovazione fu adottata dai faraoni successivi. Su diversi blocchi della pavimentazione sono visibili tracce di taglio lasciate con tutta probabilità da una sega a strascico. Le pareti del tempio erano di calcare fine e dovevano essere scolpite in rilievo, ma ne sono stati ritrovati solo pochi frammenti decorati. Alcuni blocchi furono poi riutilizzati come materiale da costruzione nel complesso piramidale di Amenemhet I a Lisht.

Il tempio mortuario aveva una pianta rettangolare larga circa 52,5 metri ed era quindi molto più grande rispetto ai piccoli templi adiacenti alle piramidi precedenti.

L’ingresso originale con il corridoio discendente è alto circa 17 m. e inizia al livello del 13° strato sul lato nord della piramide. Nella camera funeraria è ancora “in situ” un sarcofago in granito rosso, orientato in direzione nord-sud. È lungo 2,24 metri e largo 0,96 metri. Il coperchio è mancante. Questo grande sarcofago fu posto in loco durante la costruzione della camera di granito. Anche le camere di scarico sopra la camera sepolcrale furono realizzate con grandi blocchi di granito.

Recentemente, Salah el-Naggar ha presentato una campionatura di tutti i componenti in granito delle piramidi di Gizeh e li ha individuati come provenienti, nella loro totalità, dai grandi giacimenti di granito e granodiorite a sud di Aswan.

Maragioglio e Rinaldi misurarono la piramide di Khufu e la maggior parte delle altre piramidi dell’Antico Regno e presentarono i loro risultati in piani dettagliati.

Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo

I diagrammi di correlazione (Immagini da n. 5 a n. 8), che mostrano i campi di distribuzione geochimica dei campioni prelevati dalla piramide di Khufu e dalle aree di cava circostanti, attestano che il materiale principale del nucleo deriva principalmente dalle aree di cava a sud e a sud-est della piramide.

Ciò è sorprendente, poiché in quest’area sono esposte soprattutto tombe rupestri fondate durante il regno di Khafre. Tuttavia, va ricordato che Khufu concesse ai suoi familiari e agli alti funzionari il privilegio di costruire tombe a mastaba a ovest e a est della sua piramide. Pertanto, lo scavo di tombe rupestri nelle pareti della cava della sua piramide principale non era necessario. Successivamente, sotto Khafre, l’organizzazione della necropoli, per quanto riguarda l’alta nobiltà, cambiò; quasi certamente in virtù delle pareti di cava meglio esposte che erano state create nel frattempo e anche per la vicinanza alla sua piramide. Inoltre, i valori Mg/Fe dei campioni provenienti dalla muratura del nucleo basale (Immagine n. 5) si raggruppano in un campo simile a quello delle rocce del basamento (Immagine n. 6).

Ciò potrebbe indicare che una buona parte del materiale ottenuto durante il livellamento del basamento (cfr. Immagini n. 7 e 7a del paragrafo precedente “Le cave di Giza”) fu utilizzata direttamente per la costruzione della piramide. Poiché per ottenere una media statistica è stata prelevata una quantità piuttosto elevata di campioni dai livelli inferiori della piramide, questa corrispondenza non sorprende. I diagrammi geochimici del materiale del nucleo (Immagini nn. 5 e 7) e dei campioni di cava (Immagini nn. 6 e 8) indicano inoltre che l’area di Hitan el-Gurob è servita in qualche misura come fonte per il materiale della muratura del nucleo. Questa fonte non era stata considerata finora, ma sia le indagini geochimiche che quelle petrografiche giungono inequivocabilmente allo stesso risultato. Una discreta quantità sembra provenire anche da un’area di cava che forma la scarpata a nord dell’attuale “Route Touristique” e dalle cave della scarpata a sud della via sopraelevata di Khufu.

Immagine n. 5: Diagramma Mg/Fe (Magnesio/Ferro) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Un campo di distribuzione relativamente ampio indica diverse fonti del materiale dei blocchi.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe dei siti di cava di Gizeh che si presume siano le fonti della muratura del nucleo di Khufu. La maggior parte del materiale in blocchi proviene dalle cave a sud della piramide e dal basamento dell’altopiano della piramide
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr (Magnesio/Stronzio) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Anche in questo caso, i dati del nucleo si raggruppano in un campo limitato, corrispondente alle cave meridionali, ma anche altri siti come Hitan el-Guroh e lo stesso basamento della piramide sono ovviamente candidati come fonti.
Immagine n. 8: Diagramma Mg/Sr dei siti di cava di Gizeh, ipotizzati come fonti della muratura del nucleo di Khufu. In prevalenza, i grandi siti di cava a sud della piramide di Khufu e il basamento della piramide risultano essere le fonti principali per la muratura del nucleo.

Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto

Per quanto riguarda la muratura di rivestimento della piramide di Khufu, si pone un problema fondamentale: esiste solo un piccolo numero di blocchi di rivestimento alla base e alcuni blocchi sparsi sull’altopiano. Tuttavia, è possibile che questi blocchi non appartenessero originariamente alla struttura, ma al materiale di altri complessi piramidali. Di conseguenza, non sono stati campionati sistematicamente.

Il materiale di rivestimento è costituito da un calcare di colore da grigio biancastro a giallo biancastro, a grana molto fine e dall’aspetto denso, che può essere facilmente distinto (anche da un osservatore poco preparato dal punto di vista petrografico) dalla muratura eterogenea del nucleo con la sua struttura molto più grossolana. Il materiale della cosiddetta muratura di supporto, (normalmente costituito da due blocchi dietro l’involucro), è simile sia nell’aspetto, sia macroscopicamente a quanto resta dei blocchi dell’involucro. Tuttavia, il numero di strati di blocchi di supporto è irregolare e può costituire fino a quattro corsi tra l’involucro e la muratura principale. Gli ultimi 10 strati di pietra della struttura rimanente sembrano essere costituiti esclusivamente da muratura di supporto e la muratura del nucleo non è esposta. Pertanto, dei 75 campioni di muratura di rivestimento e di supporto, solo circa 10 provengono dal rivestimento stesso. I diagrammi di correlazione geochimica (Immagini n. 9 e 10) mostrano i dati dei campioni dell’involucro e del materiale di supporto della piramide di Khufu confrontati con i campioni di cava di Tura, Maasara e Mokattam.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.

Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.

A prima vista, l’involucro e le pietre di supporto di Khufu possono essere attribuiti geochimicamente ai calcari di Tura e Maasara. È possibile anche un’attribuzione degli strati superiori al distretto estrattivo di Mokattam. Lo studio petrografico, però, mostra che Maasara è una fonte meno probabile. I diagrammi manifestano che tutti i campioni di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu corrispondono bene a queste tre aree di provenienza. In particolare, analizzando i dati relativi allo Sr, alcuni campioni derivano da Mokattam, ma la maggior parte corrisponde per lo più al giacimento di Tura. Infine, una seconda analisi dei protocolli dei campioni ha dimostrato, in accordo con la raccolta dei campioni, che non c’è alcuna differenza significativa tra la provenienza del materiale dell’involucro e quello di supporto della piramide di Khufu.

Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 82÷89

Parte quarta: La piramide di Khaefra (Chefren, 2572-2546 a.C.)

La piramide (Immagine n. 1) è costruita su un basamento più alto rispetto a quella di Khufu e quindi, a seconda della posizione di osservazione, sembra più grande. L’ambiente geologico è quasi identico, per cui non necessita di ulteriori approfondimenti, tanto più che le lievi variazioni geologiche nella stratigrafia non sono particolarmente significative.

Immagine n. 1: La piramide di Khafre con la sua calotta di rivestimento rimanente, vista dalla cima della Piramide di Khufu.

Questo vale soprattutto per il materiale del nucleo, che proviene dallo stesso livello geologico della maggior parte delle pietre da costruzione della piramide di Khufu. Tuttavia, alla base della piramide di Khaefra è presente una certa diversificazione di materiale, perché fu ricavato da un pendio affiorante del “bedrock” che rappresenta il punto più alto del vicino paesaggio collinare. Analogamente alla Grande Piramide, anche questa fu realizzata sfruttando la roccia presente, il che permise sia di aumentare la stabilità del suo nucleo, sia di diminuire la quantità di materiale da costruzione. Fu necessario tagliare la superficie rocciosa a nord-ovest per circa 10 metri, mentre l’angolo sud-est fu realizzato con enormi blocchi di muratura. Durante il Nuovo Regno (oltre 1.300 anni più tardi), l’angolo nord-occidentale del recinto originario fu ampliato da una cava, scavata nella roccia originale, probabilmente a scopo di restauro. Le tracce dell’antica cava sono ancora chiaramente visibili (Immagine n. 2) e le pareti rocciose di quell’angolo appaiono significativamente meno deteriorate rispetto al muro originale del lato occidentale. Un’iscrizione rupestre di Maja sulla parete settentrionale fa risalire questa cava al regno di Ramses II (1279 – 1213 a.C. circa).

Immagine n. 2: Ampliamento, operato nel Nuovo Regno, del recinto settentrionale di Khafre, molto probabilmente per ricavarne materiale lapideo per restauro. Veduta dalla cima della piramide.

I livelli inferiori dell’involucro della piramide erano rivestiti di granito rosa, mentre gli strati superiori, che diventano più piccoli verso la cima, sono di calcare fine. In cima alla piramide è rimasta una piccola porzione dell’involucro originale, che ci permette di comprendere come i blocchi finali furono posati e fissati al nucleo del monumento (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: Piramide di Khafre. Il rivestimento originario rimanente nella parte superiore del monumento.

Esso è circondato da un muro perimetrale in pietra che racchiude un cortile aperto, pavimentato con lastre di calcare di forma irregolare. Sul lato meridionale, lungo l’asse centrale della struttura, è presente una piccola piramide di culto. Il più antico dei due ingressi alle camere sotterranee si trova a circa 30 m a nord della piramide ed è completamente scavato nella roccia del sottosuolo. Il secondo ingresso si trova sul lato nord del monumento, a circa 12 m di altezza; incontra un corridoio rivestito di granito rosso che dapprima scende all’interno della piramide e poi corre orizzontalmente alla base della struttura.

La camera funeraria, orientata in senso est-ovest, fu scavata completamente nel sottosuolo. Vicino alla parete ovest si trova un sarcofago in granodiorite nera, in origine corredato da un coperchio scorrevole, ritrovato nelle vicinanze in due pezzi.

È probabile che un muro di cinta si estendesse intorno all’intero complesso piramidale di Khafre, includendo anche la Grande Sfinge.

Il Tempio a Valle, che è uno dei meglio conservati dell’Antico Regno, era fronteggiato a est da un’ampia terrazza pavimentata con lastre di calcare. Presenta una pianta quasi quadrata ed è situato accanto alla Grande Sfinge e al tempio ad essa collegato. Il suo nucleo murario fu costruito con enormi blocchi di calcare, estratti dalle vicine cave situate intorno alla Sfinge; fu poi ricoperto da lastre di granito di vario tipo, che gli hanno valso il nome di “Tempio di Granito” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Particolare del Tempio a Valle di Khafre, interamente rivestito con diverse varietà di granito proveniente da Aswan.

Tutte le varietà di granito utilizzate nel Tempio della Valle provengono dalla zona di Assuan. Tra i due ingressi del tempio si trovava un vestibolo con pareti di granito rosso e rosso grigiastro, originariamente lucidate. Il pavimento era lastricato con alabastro calcareo bianco. Una porta conduceva poi ad una sala, rivestita di granito rosso levigato e pavimentata anch’essa con alabastro bianco. Era ornata da sedici pilastri di granito rosso, molti dei quali sono ancora al loro posto. I pilastri sostenevano blocchi di architrave dello stesso materiale. Anche questo materiale granitico proviene da Aswan. Un tempo qui si trovavano le statue del re realizzate in anortosite, scisto e alabastro calcareo. La celeberrima statua di “Khafre con il falco”, oggi esposta al Museo del Cairo (Immagine n. 4a), fu realizzata in gneiss anortosite, che è stato poi denominato “gneiss di Khafre” per l’aspetto così caratteristico.

Immagine n. 4a: Particolare della splendida statua di Chefren in diorite (gneiss anortosite) conservata al Museo del Cairo, con il dio Horus che protegge il sovrano.(©ph. Araldo De Luca/Archivio White Star, da “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass)

Questo tipo di pietra proviene dalla remota area di Gebel el-Asr, circa 30 km a ovest di Toshka e circa 250 km a sud di Assuan. Il tempio funerario, a differenza dei complessi piramidali successivi, non confinava direttamente con la piramide, ma ne era separato per mezzo di un cortile. Le sue pareti sono in calcare locale rivestito di pietra calcarea fine, mentre all’interno era quasi completamente rivestito di granito. (Immagine n. 5).

Immagine n. 5: Tempio funerario di Khafre costruito principalmente in calcare locale e mattoni di fango (parte retrostante dell’immagine). È rivestito di calcare fine di Tura (primo piano) e, nelle parti interne, con granito di Aswan.

A differenza della piramide di Khufu, che molto probabilmente era interamente rivestita di blocchi di calcare, gli strati di base della piramide di Khafre furono rivestiti con blocchi di vari tipi di granito provenienti dalla grande cava a sud di Aswan. Una localizzazione più precisa della provenienza dei restanti blocchi di granito da rivestimento è possibile grazie alla mappa di Aswan realizzata dagli autori di questo studio, che si basa sulla differenziazione della struttura e del colore. Secondo questa mappa, blocchi di dimensioni simili alle pietre da rivestimento utilizzati da Khafre furono estratti, almeno fino al Nuovo Regno, esclusivamente dai grandi affioramenti che ricoprivano l’intera esposizione granitica del luogo. Di conseguenza, tutti i diversi tipi di granito di quell’area furono incorporati nei vari edifici del complesso di Khafre.

Ciò può essere meglio osservato nel Tempio della Valle di Khafre, dove le strutture interne offrono uno spettro quasi completo dei tipi di granito provenienti da quella località.

Il lavoro di estrazione in cava fu eseguito in modo piuttosto primitivo fino al Nuovo Regno: dopo aver scelto un masso adeguatamente isolato, era necessario rimuovere solo lo strato esterno, ormai reso più plasmabile dalle intemperie. Ciò veniva fatto con martelli di dolerite grandi 10-15 cm. Con lo stesso metodo, i blocchi delle dimensioni richieste venivano poi tagliati grossolanamente e trasportati in barca al cantiere, dove venivano infine rifiniti.

Un esempio di questo metodo è visibile alla base della piramide di Menkaure. Va sottolineato, comunque, che solo i tipi di granito porfirico a grana grossa furono selezionati per gli edifici di Khafre. Altri tipi di pietra granitoide, pure presenti nella regione di Assuan, come la granodiorite o il granito di Koror a grana media o fine, furono evitati.

Le indagini geochimiche e petrografiche non portano a differenziare le aree di cava di Khufu da quelle di Khafre, che si trovano entrambe più o meno nello stesso orizzonte geologico di calcari dolomitici e marnosi della “Formazione dell’Osservatorio”. Inoltre, i dati geochimici indicano che almeno una parte delle pietre da costruzione proveniva dal gruppo collinare di Hitan el-Gurob, a sud-est della piramide e a sud dell’attuale cimitero islamico.

“Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo”

I campioni di muratura della piramide di Khafre sono ben compatibili con i campioni delle varie cave dell’area di Gizeh (Immagini nn. 6-7-8).

Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe del nucleo della piramide di Khafre e le cave ipotizzate. La maggior parte dei campioni proviene dai principali siti di cava a est della piramide, dal basamento stesso della piramide e, in parte, da Hitan el-Gurob.
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. Anche in questo caso, la maggior parte dei campioni si colloca nei principali siti di cava, come quelli di Khufu e Khentkaus, nel basamento della piramide e, in qualche misura, Hitan el-Gurob.
Immagine n. 8: Diagramma Fe/Mn del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. È evidente la buona corrispondenza della maggior parte dei campioni della piramide con i principali siti di cava dell’altopiano di Giza.

Risulta inoltre evidente che la maggior parte del nucleo di muratura utilizzato per la piramide di Khafre è quasi identico a quello della piramide di Khufu, per cui è palese che debba provenire dalle stesse fonti. Questo vale soprattutto per la grande area delle cave comprese nella zona che va dalla strada asfaltata tra la Sfinge e la piramide di Khufu (Route Touristique) a nord, fino alla via ascensionale di Menkaure (Micerino) a sud. Ma sembra che durante la costruzione della piramide di Khafre la maggior parte del materiale lapideo sia stato reperito nelle zone più orientali dell’area principale della cava, oggi nota come “Campo Centrale” che, dopo il regno di Khafre, nella V e VI dinastia, fu utilizzata come necropoli.

“Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto”

Almeno il 90% della piramide di Khafre era ricoperto da calcare di qualità fine. Del rivestimento originale ne rimane solo una parte nelle zone più alte dell’edificio, mentre frammenti giacciono anche nell’area circostante. In particolare, i resti dei blocchi di supporto consentono di campionare sufficientemente la qualità di calcare bianco-grigio, fine e uniforme, utilizzata sia per l’involucro che per il supporto. I diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9-10) mostrano un campo di distribuzione circoscritto per i campioni analizzati.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe dell’involucro della piramide di Khafre e delle cave di Tura e Maasara. È emerso che le cave di Tura sono le fonti più utilizzate.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr dell’involucro della piramide di Khafre e le cave di Tura e Maasara. Anche in questo caso, la stretta affinità con i siti di Tura è evidente.

Confrontandolo con il campo dei campioni di Tura-Maasara, l’attribuzione ad una parte ben definita di quest’area di cava è indiscutibile, mentre quella all’area di Mokattam può essere esclusa anche a causa delle “micro facies” della struttura rocciosa.

Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 90÷96

Parte quinta: la piramide di Menkaure (Micerino 2539-2511 a.C.)

Anche nel caso della minore delle tre piramidi di Giza (Immagine n. 1), il nucleo è costituito da blocchi di calcare locale.

Immagine n. 1: La piramide di Menkaure con piramidi sussidiarie, vista da sud-est.

La parte inferiore, per un’ altezza di circa quindici metri, fu rivestita con blocchi di granito provenienti da Assuan, mentre superiormente fu utilizzato calcare fine. La rifinitura finale della parte in granito fu completata solo alla fine del processo di costruzione (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Particolare della piramide di Menkaure. I blocchi di rivestimento in granito della parte inferiore del versante settentrionale con i diversi stati di levigatura

Un ingresso sul lato nord forniva l’accesso originario alle camere interne, a circa 4 metri dal livello del suolo ed un passaggio inclinato, lungo oltre 30 metri, conduce alle camere sotterranee. Una di queste, la camera funeraria vera e propria, è interamente in granito e ospitava un sarcofago grigio scuro, ritrovato vuoto. Trasportato in Europa, dopo la sua scoperta, andò perduto per il naufragio della nave.

Per il Tempio in Valle si utilizzarono prevalentemente mattoni di fango, ma alcune parti del pavimento e delle basi delle colonne erano in pietra calcarea. Nelle camere interne si rinvennero le celebri triadi in grovacca e siltite e frammenti di altre statue di Menkaure (Immagini da n. 2a a n. 2e).

Immagine n. 2a: Il corridoio dove Reisner ha rinvenuto le triadi intatte. Sono ben visibili le triadi 2 e 3. Le triadi 1 e 4 sono sullo sfondo, di spalle. (© Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia ).

Immagine n. 2b La prima triade regale raffigurante il “nomos” di Ermopoli, Hathor e Micerino. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n. 2c: La seconda triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” tebano. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n.2d: La terza triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” di cinopoli. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n.2e: La quarta triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” di Diospolis Parva. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

La strada rialzata conduce al tempio funerario sul lato orientale con accesso diretto alla corte centrale. L’intero edificio dà l’impressione di essere stato terminato, in maniera piuttosto sbrigativa, molto probabilmente dal successore di Menkaure, Shepseskaf, che fece largo uso di mattoni di fango invece che di muratura in pietra. Alcune parti erano rivestite di granito e granodiorite, mentre il calcare fu usato come rivestimento solo in pochi casi.

A sud del monumento di Menkaure si trovano tre piccole piramidi. Quella orientale era probabilmente la vera piramide sussidiaria. Parzialmente rivestita di granito rosso, affondato nel pavimento della camera funeraria, conservava un sarcofago dello stesso materiale. Reisner scavò l’intero complesso tra il 1906 e il 1924.

“Determinazione della provenienza geochimica del materiale da costruzione”

I diagrammi di correlazione geochimica del materiale del nucleo della piramide di Menkaure provano inequivocabilmente che le pietre provengono dall’area di estrazione, situata a sud-est del monumento.

Ciò è confermato dalla buona correlazione geochimica tra i campioni di cava e i campioni di carotaggi dei blocchi (Immagini da n. 3 a n. 6). Questo risultato è ben coincidente con le osservazioni petrografiche e conferma una precedente attribuzione ipotizzata studiando elementi ricavati da un database più piccolo.

Immagine n.3: Diagramma Mg/Fe del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 4: Diagramma Mg/Fe del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava presentano campi di distribuzione quasi identici.
Immagine n. 5: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Sr del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava sono distribuiti in modo quasi identico.

L’area a sud-est della piramide appartiene stratigraficamente alla stessa unità della grande cava utilizzata da Khufu e Khafre, ma si trova a un livello superiore; pertanto, era del tutto logico aspettarsi solo lievi variazioni petrografiche e geochimiche rispetto a quella. Confrontando i dati geochimici della cava di Menkaure con quelli delle parti più occidentali della cava centrale, infatti, non si nota una differenza significativa: macroscopicamente, il calcare è strettamente correlato al materiale del nucleo della piramide, ed è difficile differenziarlo da quello proveniente dall’area estrattiva utilizzata da Khufu

Al microscopio, studiando le sezioni sottili sia della cava di Menkaure che della muratura del nucleo, si può osservare una porosità un po’ più elevata, dovuta ai numerosi interspazi fossili (Immagine n. 7) ed una struttura più densa di nummuliti, discocicline e altri resti fossili (Immagine n. 8 ).

Immagine n. 7: Microfoto (QS 1361) di una sezione sottile media di calcare della cava di calcare della cava di Menkaure con “Nummulites gisehensis” (1 filtro pol.)
Immagine n. 8: Microfoto (QS 1356) di un campione medio di calcare di cava Menkaure con “Nummulites gisehensis” e “discocyclinae” (filtro 1 pol.).

In generale, una differenziazione dagli altri siti di cava dell’altopiano di Gizeh non sembra realistica. Anche il materiale di rivestimento della piramide di Menkaure è di composizione bimodale: resti di blocchi di granito “in situ” indicano che almeno i 16 strati inferiori del monumento erano ricoperti di granito di Assuan. Sulla parete settentrionale, il rivestimento in granito è ancora intatto fino al 7° strato. Come nel complesso di Khafre, nell’involucro sono stati incorporati blocchi di granito di varie qualità provenienti da Aswan, ma nel caso della piramide di Menkaure sembra che si volesse una maggiore omogeneità di colore e che si preferissero le qualità di roccia rosso-rosata. Inoltre, come materiale di rivestimento fu utilizzato anche il calcare fine, che però rimane solo come pietra di supporto. L’uso di questa pietra è testimoniato in situ presso la piramide, ma anche da singoli blocchi che si trovano intorno all’edificio. L’altezza originale dell’involucro di calcare, però, non può più essere determinata. Nell’ambito del presente programma di campionamento, l’attenzione è stata posta sui blocchi di supporto rimasti nella loro posizione originale piuttosto che su singoli blocchi separati, che sono stati analizzati solo per verifica.

Ancora una volta, i dati geochimici tracciati nei diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9 e 10) mostrano una stretta concordanza.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe del materiale di rivestimento della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura e Maasara. L’affinità più stretta con i campioni di Tura è palese.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura. Anche questi unici e pochi campioni sono strettamente collegati al campo estrattivo di Tura.

Il confronto dei valori del calcare di rivestimento e di supporto con i dati del calcare di Tura permette di concludere che Menkaure ha estratto queste pietre da un’area molto limitata della regione, quasi sicuramente da una cava a galleria ben precisa. Nell’immagine n. 112, i campioni della cava di Maasara sono scarsamente correlati con le pietre di rivestimento e di supporto di Menkaure, al punto che quest’area può essere esclusa come possibile fonte di materiale. Inoltre, confrontando i dati con il campo corrispondente di Khafre, appare evidente che il materiale da costruzione di qualità pregiata estratto a Tura proveniva da miniere diverse, una procedura che si ripete per le piramidi successive dell’Antico Regno.

Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 96÷101

Appendice: osservazioni sull’ipotesi di piramidi costruite con blocchi di calcestruzzo

A questo punto sono necessarie alcune osservazioni in merito a pubblicazioni riguardanti il materiale da costruzione delle piramidi.

Joseph Davidovits e Margie Morris hanno presentato (1988) un libro vivacemente discusso: “The Pyramids: An Enigma Solved”, in cui si conclude che le pietre da costruzione delle piramidi sono state prodotte utilizzando un cemento artificiale. Secondo questa ipotesi, i blocchi sono costituiti da una miscela di cemento, geopolimero e aggregato calcareo naturale, versata in stampi. Dal punto di vista petrografico, sono giunti alle loro conclusioni basandosi su un campione di roccia “ il cosiddetto campione di Lauer”e su pochi altri provenienti dalle piramidi di Giza. Nonostante gli argomenti proposti per avvalorare la loro ipotesi, non sono riusciti a convincere gli egittologi e i geologi che studiano le pietre egizie. Soprattutto negli Stati Uniti, la loro tesi ha dato luogo a un veemente dibattito scientifico. La risposta critica è iniziata con articoli di geologi di fama internazionale specializzati nella sedimentologia dei calcari, che hanno avversato l’ipotesi geopolimerica. Essi forniscono argomenti sedimentologici e strutturali convincenti a favore del carattere e della provenienza naturale delle pietre da costruzione delle piramidi. Harrell e Penrod giunsero alla stessa conclusione, confrontando il “campione Lauer” con campioni provenienti da Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Morris rispose con veemenza, contestando i risultati di Harrell e ribadendo la teoria del “cast-in-place” e della chimica della geopolimerizzazione.

Dopo un’intensa, ma infruttuosa discussione durante il Congresso Internazionale di Egittologia del Cairo nel 1988, Dietrich Klemm ha invitato Joseph Davidovits nel laboratorio del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Monaco. Qui, un’adeguata collezione di sottili sezioni petrografiche è stata esaminata reciprocamente al microscopio polarizzatore e si è discussa l’identità dei campioni di pietra provenienti dalle piramidi e dalle cave corrispondenti.

Questa dimostrazione sembrava aver posto fine al dibattito. Tuttavia, Barsoum,Ganguly e Hug hanno successivamente pubblicato un lavoro “Microstructural evidence of reconstituted limestone blocks in the Great Pyramids of Egypt”, in cui hanno riaperto la discussione geopolimero-calcestruzzo, che è stata così riaccesa negli ultimi decenni. Essi hanno introdotto il termine “microcostituenti” (µc’s), un termine che indica componenti strutturali impossibili da rilevare con la microscopia petrografica e visibili solo applicando la microscopia elettronica a scansione e quella elettronica transluminescente. Inoltre, hanno presentato una serie di analisi chimiche con spettrometria a dispersione di energia (EDS). I risultati mostrano che i campioni di cava contengono minerali naturali, ad esempio calcite, dolomite e silice. Presentano inoltre formule molto poco convenzionali di composizioni Si-Mg-Ca-C-oxy-hydroxy e in altri casi Ca-K-Al-Si-C-oxy-hydroxy di campioni di pietre di rivestimento provenienti da diverse piramidi di Gizeh e le dichiarano pietre artificiali di tipo calcestruzzo gettato in opera. A differenza di Davidovits e Morris, però, essi considerano le pietre del nucleo di origine naturale senza fornire ulteriori argomenti.

Anche se i loro metodi analitici sono spiegati correttamente in un’appendice, i loro risultati sono difficili da seguire e sono completamente in contrasto con le osservazioni dei presenti autori. Molto probabilmente, queste composizioni insolite hanno una spiegazione semplice: la tensione di accelerazione utilizzata di 12 kV crea un volume di circa 1-2 µmc su una superficie ben levigata e ortogonale al fascio di elettroni. Tuttavia, all’interno di un volume granulare frammentato con granulometrie inferiori a 1 µm, il fascio di elettroni eccita anche i rivestimenti organici fini submicroscopici di materia bituminosa, sempre presenti nei vari calcari egiziani ricchi di resti organici fossili, come quelli di Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Le strutture analizzate da Barsoum,Ganguly e Hug sono di dimensioni submicroniche. Pertanto, il pericolo di una contaminazione delle misure è molto probabile e spiegherebbe i risultati anomali; e, in ogni caso, questi risultati non sono sufficienti a dimostrare la presenza di geopolimeri, come ipotizzato dagli autori. Nella presente indagine, circa 1500 campioni provenienti da piramidi e siti di cava sono stati studiati utilizzando vari metodi petrografici e geochimici e, ad accezione di sparuti casi, i campioni delle pietre della piramide e dei rispettivi siti di cava corrispondevano molto bene sia per il nucleo che per l’involucro. Alcuni campioni sono stati analizzati con la microscopia elettronica a scansione e l’EDS e le composizioni paragonabili ai risultati di Barsoum,Ganguly e Hug sono state trovate solo nel caso di minerali noti come calcite, dolomite, quarzo, feldspato, minerali argillosi, materia bituminosa ecc. Inoltre, il volume dei siti di cava individuati corrisponde bene al volume delle piramidi costruite con questo materiale. Inoltre, (e soprattutto), le rocce naturali, frantumate fino a diventare aggregati e poi mescolate con un legante per formare una sorta di calcestruzzo, perdono il loro orientamento interno originale. Nulla di tutto ciò è stato osservato dagli autori, solo un letto roccioso ben conservato e strutture diagenetiche secondarie inalterate con (se presenti), fossili ben assortiti o loro resti, in molti casi calcificati, ma totalmente privi di qualsiasi legante artificiale. Molto probabilmente la discussione sul fatto che le piramidi siano state costruite con i geopolimeri continuerà, tuttavia, va sottolineato chiaramente che tali teorie sono prive di senso.

Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 81-82

Antico Regno, Luce tra le ombre

SULLE TRACCE DI UNI

(noto anche come Weni il Vecchio)

Di Ivo Prezioso

LA BIOGRAFIA

E’ uno dei testi più noti dell’Antico Regno, inciso su una stele proveniente da Abydos. Fu ritrovata da Auguste Mariette, incisa su una grande parete di calcare (m. 2,75×1,13×0,30) in una mastaba della Necropoli Centrale di Abydos nel febbraio 1860. Uni fu un alto funzionario all’inizio della VI Dinastia. La sua biografia presenta molti spunti di interesse e mette in luce aspetti interessanti e caratteristici della mentalità degli antichi egizi. Uni comincia la sua carriera come semplice ispettore di magazzino per salire, grazie alla fedeltà al suo sovrano, all’abnegazione mostrata nel fornirgli i suoi servigi, i gradini della scala sociale fino a diventare governatore dell’Alto Egitto. E già, a mio parere, si manifestano due elementi fondamentali, e direi unici, della concezioni del tempo. Innanzitutto la lealtà al re e l’incondizionato sottomettersi al suo volere (ma direi, piuttosto, alle sue direttive): sarebbe facile, scorrendo le righe del testo, etichettare questo atteggiamento per mero servilismo. In realtà, per cercare di valutare con equilibrio e serenità di giudizio, occorre spogliarsi completamente dei nostri schemi mentali. Fondamento imprescindibile della visione egizia, che caratterizzava ogni aspetto vitale, sia materiale che trascendente, era la Ma’at (riduttivamente tradotta con vari sinonimi, come Verità, Giustizia, Equilibrio e Ordine Cosmico, ecc.), un concetto, nonché astrazione e personificazione dell’ordine divino, stabilito e nato perfetto al momento stesso della creazione e perciò compiuto e immodificabile. A lei dovevano uniformarsi tutti indistintamente ed il faraone, ne era il garante in terra. Appare, così molto più logica e coerente la totale dedizione al proprio sovrano: ciò che egli disponeva era rispondente alla Ma’at e ogni individuo, rispettando il suo volere, non faceva altro che “fare la Ma’at” secondo la tipica espressione egizia. Un altro aspetto, apparentemente contraddittorio, ma perfettamente in linea con questa concezione, è la possibilità che veniva offerta a chiunque di migliorare la propria condizione sociale: siamo di fronte ad un’organizzazione autocratica, in cui il sovrano investito della qualità di custode della Terra d’Egitto, ne era, durante il suo Regno, l’assoluto “proprietario”, potendo disporre (ma sempre nel rispetto della Ma’at), di tutto ciò che conteneva (risorse, animali, uomini). Eppure, l’ascesa sociale poteva avvenire con modalità che oggi definiremmo “democratiche”(direi meglio meritocratiche). Pertanto, erano apprezzate e ricompensate le capacità individuali e, nel caso delle menti più brillanti, si procedeva all’indirizzamento verso lo studio, indipendentemente dal ceto di appartenenza. Anzi, come sembrerebbero confermare i tanti scritti sapienziali che ci sono giunti, il miglioramento del proprio stato non solo era ritenuto aspirazione legittima e auspicabile, ma anche fortemente incoraggiata.

Due particolari dell’autobiografia di Uni conservata presso il Museo del Cairo.

Da notare come nell’immagine in alto sono visibili i cartigli di Teti e Pepi (I), mentre in quella inferiore ricorre più volte il cartiglio di Merenra

(©Eugene Grébaut (1846-1915) – Le Musée égyptien: recueil de monumenti et de notices sur les fouilles d’Egypte, vol. I, Le Caire, 1890-1900, pp. XXVII-XVIII

Il testo lo possiamo considerare come suddiviso in tre parti, di cui quella centrale, nota come “Inno alla Vittoria”, dal tono spiccatamente lirico.

Tutta la parte evidenziata in neretto è quella che più ci interessa riguardo alle problematiche relative al trasporto dei materiali durante l’Antico Regno. Uni ci informa del carico di elementi architettonici in granito, di un Pyramidion e di un sarcofago in grovacca, del trasporto via fluviale, anche per lunghissime distanze, e addirittura dello scavo di canali in Alto Egitto per velocizzare la consegna di grandi blocchi di granito.

<<Ero un fanciullo che annodavo il nastro (attorno alla testa) sotto la Maestà di Teti. Avevo la funzione di sovrintendente di magazzino, ed ero ispettore ai Khentiu-sce(1) del Palazzo regale […]. Fui eletto primo ritualista anziano di palazzo sotto la Maestà di Pepi(2). Sua Maestà mi pose nella funzione di «amico», ispettore dei sacerdoti della sua città funeraria. Ecco, mentre avevo la carica di […], Sua Maestà mi elesse giudice e «bocca di Nekhen»(3), poiché il suo cuore aveva fiducia in me più che in ogni suo servitore. Giudicavo le cose, solo con il giudice-visir in ogni faccenda segreta e provvedevo in nome del re per l’harem regale e per la Grande Casa dei Sei; poiché il cuore di Sua Maestà di me si fidava più che di ogni suo funzionario, più di ogni suo dignitario, più di ogni suo servo. Pregai la Maestà del mio signore che mi si portasse un sarcofago di pietra bianca di Troia(4). Sua Maestà fece che un portasigilli del dio, insieme ad una squadra di marinai al suo comando, traversasse il fiume per portarmi questo sarcofago da Troia. Arrivò per suo mezzo, in una zattera grande della Residenza, col suo coperchio, una falsa porta, un architrave, gli stipiti e la soglia. Mai era stata fatta in passato una cosa simile per nessun servitore, tanto ero pregiato nel cuore di sua Maestà, tanto ero piacevole nel cuore di Sua Maestà, tanto il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Mentre ero giudice e «bocca di Nekhen», Sua Maestà mi fece «amico unico» e sovrintendente ai Khentiu-sce del Palazzo e soppiantai quattro sovrintendenti ai Khentiu-sce del Palazzo che erano là. Agii secondo quello che Sua Maestà loda, adempiendo (il turno) di guardia, facendo la via del re, assicurando il rispetto dell’etichetta (di corte). Mi comportai in tutto in modo tale che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni altra cosa. Ci fu un processo nell’harem contro Iametes, la grande sposa del re, in segreto, e Sua Maestà mi fece andare per giudicare, solo, senza che ci fosse nessun giudice-visir, nessun funzionario, eccetto me, solo, perché ero pregiato e piacevole nel cuore di Sua Maestà e Sua Maestà aveva riempito il suo cuore di me. Misi per scritto, solo con un giudice e «bocca di Nekhen», mentre la mia carica era quella di sovrintendente dei Khentiu-sce del Palazzo. Mai in passato era stato giudicato così un affare segreto dell’harem, precedentemente. Senonché Sua Maestà fece che io giudicassi perché ero prezioso nel cuore di Sua Maestà più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Sua Maestà attaccò gli asiatici che stanno sulla sabbia(5). Sua Maestà formò un esercito di molte decine di migliaia, provenienti da tutto quanto l‘Alto Egitto, da Elefantina a sud, fino ad Afroditopoli a nord, provenienti dal Delta, provenienti dalla due Metà del Dominio, al completo, provenienti dalle fortezze, dall’interno delle fortezze, provenienti da Ircet(6) dei Nubiani, da Megiai(7) dei Nubiani, da Iam dei Nubiani, da Uauat[8] dei Nubiani, da Kaau(9) dei Nubiani, provenienti dal paese dei Libi. Sua Maestà mi invitò alla testa di questo esercito, mentre governatori, portasigilli del re del Basso Egitto, amici unici del Grande Castello, sovrintendenti e principi di Castelli della Vallata e del Delta, amici, soprastanti agli interpreti, soprastanti ai sacerdoti della Valle e del Delta, soprastanti alla Parte del Dominio, erano alla testa di un reggimento della Valle e del Delta, dei castelli dei quali erano principi o dei nubiani di queste terre straniere. Io, però, ero quello che facevo per loro piani, mentre avevo la carica di sovrintendente ai Khentiu-sce, per la correttezza della situazione, affinché uno di loro non fosse messo al posto del compagno, affinché nessuno di loro rubasse la pasta del pane o i sandali al viandante, affinché uno di loro non portasse via vesti da nessuna città, affinché uno di loro non portasse via nessuna capra a nessuno. Li guidai per l’Isola del Nord, la Porta di Imhotep, il distretto di Horo Nebmaat (Snofru), mentre avevo la carica di […]. Passai in rivista ognuno di questi reggimenti, mentre nessun servitore li aveva prima passati in rivista.

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva distrutto la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva saccheggiato la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva distrutto le sue fortificazioni

Tornò questo esercito in pace, dopo che aveva tagliato i suoi fichi e le sue viti,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva appiccato il fuoco alle case di tutta la sua gente,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva fatto a pezzi le truppe ch’erano là a molte decine di migliaia,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che ebbe riportato le truppe che erano in lei in grandissimo numero come prigionieri.

Mi lodò Sua Maestà per questo più che per ogni cosa. Sua Maestà mi inviò per condurre questo esercito per cinque volte, per battere la terra di Quelli che stanno sulla sabbia, ad ogni loro ribellione, con questi reggimenti. Agii in modo che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni cosa. Fu riferito che c’erano dei ribelli per qualcosa, fra questi stranieri (che abitano) nel «Naso della gazzella»(10). Dopo aver traversato mediante navi da trasporto, insieme a queste truppe, sbarcai dietro le alture della montagna, a Nord di Quelli che stanno sulla sabbia, mentre una metà di questo esercito era per strada. Ritornai dopo averli presi tutti quanti, dopo che fu fatto a pezzi ogni ribelle che era fra loro. Ero nel palazzo come portasandali e il re dell’Alto e del Basso Egitto Merenra, mio signore, possa egli vivere in eterno, mi fece governatore e soprastante dell’Alto Egitto, a partire da sud da Elefantina, fino a Nord, ad Afroditopoli, perché ero pregiato nel cuore di Sua Maestà, perché il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Ero nella carica di portasandali e Sua Maestà mi lodò per la mia vigilanza e la guardia che facevo nel servizio d’etichetta, più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Mai questa carica era stata tenuta da qualsiasi servitore. Io agii per lui come soprastante dell’Alto Egitto soddisfacentemente, affinché nessuno là si lanciasse contro il suo compagno. Eseguii ogni lavoro, contando ogni cosa che deve esser contata per la corte, in questo Alto Egitto, per due volte, ed ogni prestazione di lavori al tempo che deve essere contata per la corte in questo Alto Egitto, per due volte. Agii come funzionario, in ogni cosa che deve essere fatta in questo Alto Egitto. Mai simile cosa fu fatta in passato in questo Alto Egitto, precedentemente. Agii in tutto in modo che Sua Maestà mi lodasse per ciò. Poi Sua Maestà mi inviò a Ibhat(11), per riportarne un «signore della vita», cassa dei viventi (un sarcofago) con il suo coperchio ed il «pyramidion» augusto e venerabile della piramide Merenra- khanefer (“Merenra appare in splendore”: è il nome della piramide), mia signora, e Sua Maestà mi inviò a Elefantina per riportarne una falsa porta in granito, con la sua soglia e i montanti e gli architravi di granito, per riportarne portali di granito e una soglia per la camera alta della piramide Merenra-khanefer, mia signora. Navigai secondo corrente a partire di là fino a Merenra-khanefer, con sei zattere, tre barche da trasporto, tre barche di otto braccia, in una sola spedizione, nel tempo di nessun re. Il fatto è che ogni cosa che Sua Maestà mi ordinò, fu eseguita interamente, secondo tutto ciò che Sua Maestà mi ordinò in quel luogo. Sua Maestà mi inviò a Hat-nub per riportarne una grande tavola da offerte in alabastro di Hat-nub. Feci discendere per lui questa tavola da offerte in diciassette giorni, dopo che era stata estratta da Hat-nub, facendo che navigasse scendendo verso il nord, in questa zattera – perché avevo tagliato per essa un zattera di acacia, di sessanta cubiti di lunghezza (poco più di 30mt.), di trenta cubiti di larghezza, che costruii in diciassette giorni, nel terzo mese della stagione estiva. Benché non ci fosse acqua sui banchi di sabbia, approdai felicemente a Merenra-khanefer, e tutto avvenne per mio merito, conformemente al comando che mi aveva ordinato la Maestà del mio signore. Poi, Sua Maestà mi inviò per scavare cinque canali nell’Alto Egitto, e per fare tre zattere e quattro barche da trasporto in acacia di Uauat. Giacché i principi dei paesi stranieri di Ircet, di Uauat, di Iam, di Megiai ammucchiarono il legname per questo, io feci tutto in un anno solo: furono messe a galleggiare e caricate di granito in grandi blocchi per Merenra-khanefer. Certamente feci questa economia (di tempo) per il Palazzo, grazie a questi cinque canali, perché è augusta, illustre, venerabile la potenza del re dell’Alto e del Basso Egitto, Merenra, possa egli vivere eternamente, più di quella di ogni dio; e per il fatto che ogni cosa si realizza conformemente al comando che il suo ka ordina. Io sono uno amato da suo padre, lodato da sua madre, caro ai suoi fratelli, (io) il governatore, soprastante dell’Alto Egitto in funzione, beneficiato presso Osiri, Uni>>.

1 Attendenti

2 Si riferisce a Pepi I

3 E’ un titolo che appare a partire dall’Antico Regno accanto a quello di <<guardiano di Nekhen>>. Nekhen è il nome egizio della città meglio conosciuta col nome greco di Hierakonpolis.

4 E’ una cava di calcare situata nei pressi di Menfi (immagino si riferisca a Tura).

5 I Beduini nomadi.

6 Contrada nubiana, davanti a Uauaut

7 Località della Nubia da cui provengono probabilmente i Megiau, identificati con gli odierni Begia del deserto orientale della Nubia

8 Parte della Nubia, situata tra la catena arabica e la costa, tra le attuali Aswan e Korosko

9 Regione della Nubia posta probabilmente a sud della regione di Megia, sulla riva destra del Nilo.

10 E’ solo probabile l’identificazione di questa località asiatica con il Carmelo.

11 Cave situate nel Wadi Hammamat nel Deserto Orientale grosso modo a metà strada tra la grande ansa del Nilo a Nord di Luxor e la costa del Mar Rosso.

Autobiografia di Uni, descrizione di Auguste Mariette(dal Catalogue général des monuments d’Abydos découverts pendant les fouilles de cette ville, pubblicato da Auguste Mariette nel 1880: <<Necropoli Centrale. Calcare: H 1,10 m; larg. 2,70 m. Un funzionario della VI Dinastia chiamato Una (Uni,Weni) si era fatto costruire ad Abydos, sulla sommità della collina alla quale la Necropoli Centrale dà il suo nome, la tomba che ha arricchito la scienza dell’importante iscrizione di cui ci occupiamo. Questa tomba era costruita in forma di mastaba. Un blocco monolitico, oggi spezzato in due frammenti, formava una delle pareti dell’unico vano che fungeva da cappella esterna. E’ su questa parete, che ne era completamente ricoperta, che la nostra iscrizione era incisa. Non spetta a noi far conoscere l’iscrizione di Una che è stata resa celebre dai lavori dei sigg. de Rougè, Brugsch e Maspero. Basti ricordare che contiene la storia, raccontata in prima persona, della vita di un alto funzionario, che iniziò da bambino alla corte del re Téta (Teti), fu elevato alle più alte cariche da Appapus (Pepi I) e morì carico di onori sotto Meri-en-Ra. Se gli scavi potessero restituirci molte iscrizioni dello stesso valore di questa, l’innumerevole schiera di re egiziani che abbiamo il compito di classificare, ci imbarazzerebbe di meno>>

Fonte: Edda Bresciani. Letteratura e Poesia nell’Antico Egitto ed. Einaudi, pp. 22÷27

WENI IL VECCHIO E IL SUO COMPLESSO FUNERARIO AD ABYDOS

Il sito di Abydos (l’antica Abdju), fu identificato dagli antichi egizi come luogo di sepoltura di Osiride e come ingresso principale all’esistenza ultramondana. Per questa ragione vi si possono rintracciare complessi funerari sia di reali che di privati che coprono un arco temporale di oltre tremila anni. La più importante necropoli, riservata ai privati è stata denominata come Cimitero Centrale dai moderni scavatori. Preso di mira dagli antiquari all’inizio del XIX secolo, il sito fu poi indagato nel 1860 da Auguste Mariette che portò alla luce una serie di iscrizioni da importanti tombe di funzionari della VI Dinastia (ca. 2407-2260 a.C.). Tra queste si rivelò di particolare interesse una narrazione autobiografica fra le più lunghe tra quelle conosciute del tardo Antico Regno: quella dell’ufficiale Uni o Weni il Vecchio. Fu considerata da Mariette come la scoperta più importante dell’anno, per cui ritenne che il contenuto del testo fosse di gran lunga più rilevante del contesto archeologico che la conteneva. Di conseguenza, fornì solo scarse informazioni sulla struttura e la localizzazione della tomba, limitandosi a descriverla come una mastaba situata in cima alla collina del Cimitero Centrale e che la biografia, incisa su una lastra, fu ritrovata nella cappella orientale della struttura.

Mappa schematica complessiva di Abydos (©Barry John Kemp 1975, in Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Una serie di missioni britanniche tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, rivelarono la presenza di una considerevole necropoli costituita da sepolture più piccole, e non di élite. sui pendii sottostanti la collina che ospita le tombe dei funzionari individuata da Mariette. Ma il contesto del complesso funerario, che includeva, tra le altre, la tomba di Weni, rimase pressoché sconosciuto, non essendo riusciti gli scavatori ad identificarne con precisione la posizionei, fino a quando l’Università del Michigan non ottenne il permesso di riprendere i rilevamenti nel 1995 e gli scavi nel 1999. Grazie all’interessamento del Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziane, i team dell’ Università hanno dato inizio a nuove indagini sulla tomba di Uni (Weni) e del Cimitero Centrale. I risultati della ricerca hanno contribuito a riscrivere la storia politica e sociale dell’Egitto tra la fine del terzo e gli inizi del secondo millennio a.C. Nel progetto era anche contemplata anche la pubblicazione di un volume in cui sarebbero confluiti dati GIS (Geografic Information System), archeologici, biologici, testuali ecc., sotto la direzione della D.ssa Janet Richards, in collaborazione con Ayman Damarany, Suzanne L.Davis, Salima Ikram, Christian Knoblauch, Peter Lacovara, Franck Monnier, Mohammed Naguib Reda, Caroline Roberts, Hamada Sadek, Heather Tunmore, Korri Turner e Mohammed Abuel Yazid.

Vediamo allora alcuni dei risultati della ricerca.

Chiunque abbia una certa familiarità con la storia dell’Antico Egitto, avrà senz’altro sentito parlare della autobiografia di Uni (altrimenti noto come Weni il Vecchio), un personaggio molto intraprendente che visse durante la VI Dinastia. Un’ iscrizione, scoperta nel 1860 da Mariette descrive entusiasticamente il suo lungo servizio sotto tre sovrani culminato con la nomina a “Governatore dell’Alto Egitto”. Gli studiosi hanno generalmente valutato questo testo come il più importante documento storico dell’Antico Regno, nel quale era l’illustrata l’ascesa sociale di una categoria di uomini, determinata non necessariamente dalla nobiltà di nascita, ma piuttosto dalle capacità individuali. Tuttavia le varie discussioni si sono incentrate sull’analisi testuale senza tenere conto (anche per la carenza di dati oggettivi, fino alle nuove scoperte) del contesto archeologico e geografico. Questa ricerca si poneva appunto l’obiettivo di integrare le evidenze dell’autobiografia con le nuove conoscenze dei luoghi, nella convinzione che il contesto unito al contenuto potesse arricchire ciò che il testo ci racconta, fornendo informazioni su argomenti sui quali resta muto.

Pianta del complesso funerario del Tardo Antico Regno posizionato sul’ “Alta Collina” menzionata da Mariette. (©Mappa G.F. Compton for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

Ma, a questo punto, lascio la parola alla D.ssa Janet Richards.

<< Dal 1995, l’Abydos Middle Cemetery Project, che dirigo sotto l’egida del Kelsey Museum e della spedizione della Pennsylvania-Yale-New York University, si è concentrato sulla parte misteriosa di Abydos da cui si sapeva provenire l’iscrizione di Weni. “Misteriosa” perché nessuno vi aveva scavato dal 1870 (almeno ufficialmente), allorché Auguste Mariette, il colorito primo direttore dell’organizzazione egiziana delle antichità, scagliò centinaia di operai in tutto il sito settentrionale di Abydos.

Mariette non brillava certo per meticolosità nel redigere appunti sul campo, e di conseguenza non vi è alcuna registrazione dettagliata dei luoghi di ritrovamento dell’iscrizione di Weni o di quelli di molti altri importanti funzionari trovati “sull’Alta Collina che dà il nome al cimitero di mezzo” (parole di Mariette, e tra i suoi commenti contestuali più dettagliati!). Una serie di campagne, all’inizio del XX secolo, ha chiarito che le aree circostanti quest’ alta collina ospitavano un cimitero “borghese” costituito da migliaia di modeste fosse a pozzo e di superficie . Ma nessuno di quegli scavatori era riuscito a individuare l’area indagata dagli uomini di Mariette>>.

Ricostruzione 3D dell’architettura di fine 3° millennio a.C. sul basso plateau desertico di Abydos (©Immagine G.S. Tucker nell’ambito dell’ “Abydos Middle Cemetry Project”)

La stagione 1999

<<Il nostro interesse quindi non è stato solo quello di ricollocare fisicamente l’individuo Weni il Vecchio, ma anche di illuminare il carattere e l’organizzazione spaziale del cimitero dell’Antico Regno nel suo insieme, nonché il suo rapporto con la città adiacente e l’area del tempio durante un periodo cruciale della storia egiziana.

Nel corso delle due brevi stagioni di rilevamento nel 1995 e nel 1996, abbiamo creato una mappa topografica dettagliata dell’intero Cimitero Centrale completando un’intensa raccolta di superficie e un’analisi della ceramica dell’area molto probabilmente riconducibile all’ “Alta Collina” riferita da Mariette. I materiali ceramici e le grandi mastabe di mattoni crudi in rovina, rinvenute durante queste stagioni, indicavano una forte presenza della VI dinastia. Armati di queste informazioni e di un’indagine sui reperti di Mariette al Museo del Cairo, siamo tornati sul sito nel settembre 1999 per una stagione di scavi su vasta scala. La troupe comprendeva me come regista; vicedirettore per la bioarcheologia Brenda Baker dell’Arizona State University; Geoff Compton e Amanda Sprochi dell’Università del Michigan, nonché lo studente universitario Jason Sprague; e gli studenti laureati dell’Arizona State University Scott Burnett, Anna Konstantatos, Penny Minturn e Korri Turner. Il signor Adel Makary Zekery di Sohag ha gentilmente agito come ispettore del progetto; siamo grati anche al Dr. Yahia el Sabri el-Misri e al Sig. Ahmet el-Khattib per il loro supporto. Infine, molti ringraziamenti vanno a Sharon Herbert e allo staff del Kelsey Museum.*

Nonostante le temperature estreme (caldo a settembre e ottobre, gelo a novembre e dicembre), un veicolo blindato nel Cimitero di Mezzo, i pozzi delle tombe che crollavano, le visite regolari di vipere cornute e un’epidemia di tifo negli scavi, la stagione ha prodotto risultati fenomenali. Abbiamo raccolto informazioni su individui precedentemente sconosciuti e prove di attività votive private del tutto insospettabili. Nuovi fatti sono emersi anche riguardo alla carriera e alla famiglia di Weni il Vecchio e al progetto della sua residenza eterna nel cimitero dell’Antico Regno. Infine, gli scavi hanno fornito dati sul periodo tardo e tolemaico-romano nel sito. (Uno dei rischi di scavare in periodi fin dall’Antico Regno è che sono inevitabilmente ricoperti da metri di attività successive.) Lo spazio mi costringe a concentrarmi qui su Weni e sui resti dell’Antico Regno>>.

Il Team dell’ “Abydos Middle Cemetry Project” (©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

*Il finanziamento del progetto è stato generosamente fornito dal Kelsey Museum of Archaeology, dall’Office of the Vice President for Research, dalla Horace H. Rackham School of Graduate Studies e dall’Institute of Fine Arts della New York University.

Lascio che sia ancora la D.ssa Janet Richards a riprendere la parola

Il complesso di Nhty

<<Due delle quattro grandi aree che abbiamo indagato si sono rivelate essere le più importanti per comprendere il modello funerario del tardo Antico Regno. La prima di queste era una mastaba gravemente rovinata che, sembrava essere la cappella più visibile della zona di Mariette. Nel 1996 avevamo pensato che fosse molto probabilmente la cappella di Weni, anche per i danneggiamenti cui era stata sottoposta: la rimozione degli elementi architettonici in pietra calcarea dalle loro posizioni originali, infatti richiede solitamente la demolizione dell’edificio in cui si trovano e Mariette di questi reperti con iscrizioni riferite a Weni, ne estrasse molti.

Il nostro scavo di quest’area ha rivelato le presenza di un grande complesso costituito da una mastaba e una serie di monumenti sussidiari, costruiti intorno ad essa, databili al tardo Antico Regno, al Primo Periodo Intermedio, al Medio Regno e al Periodo Tardo. La mastaba principale, tuttavia, non apparteneva a Weni; era, invece, la tomba di un persona, precedentemente non identificata, di nome Nhty, un principe, sindaco, unico compagno e sommo sacerdote.

Nhty sembra essere stato un personaggio che ispirava un forte rispetto, duraturo e concreto: infatti, 50 centimetri sopra il livello stratigrafico originale dell’Antico Regno, nel Medio Regno furono costruite piccole cappelle votive in mattoni di fango allineate al complesso di Nhty, una delle quali conteneva ancora una coppia di statue in basalto. Questa scoperta fu del tutto inaspettata, poiché le ceramiche di questo strato non mostravano evidenze riferibili ad attività riconducibili al Medio Regno>>.

La Mastaba di Weni

<<A nord del complesso di Nhty si trova una struttura ancora più grande ed è qui che abbiamo trovato la prova più convincente che si trattasse dell’ultima dimora di Weni il Vecchio. Nel 1996 avevamo documentato la presenza di una costruzione in mattoni di fango lunga 16 metri sulla sua parete nord; gli scavi hanno rivelato che si trattava di un imponente recinto di 29 metri di lato, spesso 3 metri e alto oltre 5 metri.

La mappa delle prime aree scavate(©Mappa G.F. Compton for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

I costruttori costruirono un grande pozzo funerario, e due più piccoli, all’interno di questo recinto. L’intera struttura fu poi riempita di sabbia pulita e ricoperta nell’antichità, per darle l’aspetto di una solida mastaba. Questa mastaba si trova nel punto più alto del Cimitero Centrale e il suo impatto visivo sugli abitanti della città sottostante doveva essere molto simile a quello determinato dai grandi recinti funerari della prima dinastia (ca. 3100-2750 a.C.), attraverso lo wadi nel Cimitero Settentrionale. Come quelli, infatti, è così grande che è visibile dalle alte pareti rocciose del deserto a più di mezzo miglio di distanza.

Panoramica del complesso di Nehty(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

All’inizio della stagione, abbiamo rinvenuto in quest’area un certo numero di frammenti di rilievo inscritti, inclusi due pezzi che, uniti insieme, formavano il nome “Weni il Vecchio” e un frammento che restituisce l’appellativo di “Vero governatore dell’Alto Egitto”, il più alto titolo riferito nell’autobiografia di Weni. Ulteriori prove sono emerse a sostegno di questa associazione. La facciata esterna della parete nord incorpora una grande nicchia e durante gli scavi qui è stata scoperta in situ una falsa porta danneggiata con un’ iscrizione per Weni il Vecchio. Non solo questa falsa porta fornisce un soprannome per Weni (“Nefer Nekhet Mery-Ra” – I soprannomi egizi erano spesso più lunghi dei nomi di nascita!), ma documenta anche la sua promozione finale in carriera, un fatto non registrato nella sua autobiografia: Capo Giudice e Visir.

Vista del muro della mastaba di Weni, che evidenzia la nicchia dell’angolo sud-orientale dopo la rimozione del pilastro. A sinistra del muro, in basso è presente una cappella a forma di mastaba databile agli inizi del Medio Regno. In alto, sulla sinistra si trovano resti di strutture d’epoca tolemaica edificate su rovine di monumenti del 3° e 2° millennio a. C. (©Ph. K.D. Turner for the “Abydos Middle Cemetry Project”)
La Mastaba di Weni con la falsa porta in situ(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Una serie di pozzi e sepolture di superficie si trovavano a nord della falsa porta; sono databili dal tardo Antico Regno al Primo Periodo Intermedio e suggeriscono che la tomba di Weni sia diventata il fulcro di un cimitero di gruppo, probabilmente contraddistinto da legami di parentela.

Sulla parete est della mastaba abbiamo scoperto ulteriori prove riferibili a Weni. Nel riempimento di superficie, abbiamo scavato lo stipite di una porta in pietra calcarea lungo quasi due metri e inscritto per lo stesso visir Iww documentato in una tomba da Richard Lepsius nel 1840. Su entrambi i lati dello stipite, parenti maschi presentano offerte a Iww; uno di questi è identificato come: “suo figlio maggiore, il governatore dell’Alto Egitto Weni il Vecchio”. Quindi, nonostante Weni nella sua autobiografia enfatizzi i suoi meriti come fattore determinante della sua ascesa sociale, appare chiaro che doveva appartenere a una famiglia già diventata influente, anche se ha scelto di non comunicare questo particolare>>.

La Cappella delle offerte

<<Pochi metri a est dello stipite, abbiamo scavato una piccola cappella delle offerte costruita direttamente sul muro della grande mastaba. Vi si accede attraverso uno stretto portale sul lato est ed era, in origine, completamente decorata con bassorilievi dipinti raffiguranti portatori di offerte. Parecchi dei blocchi che compongono questo schema decorativo furono rimossi durante alcuni precedenti episodi di scavo o di saccheggio, ma altri rimasero in situ sulle pareti e sul portale; inoltre, nove blocchi aggiuntivi giacciono sul pavimento. Lo stipite esterno di una porta, parzialmente conservato, reca una rappresentazione in piedi del proprietario della tomba, conservata dalla vita in giù. Il confronto di questo rilievo con la parte superiore del proprietario di una tomba di nome Weni il Vecchio nel Museo Egizio, suggerisce che originariamente appartenessero allo stesso assieme.

Mastaba di Weni, resti della Cappella Orientale(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Sembra evidente che questa cappella semidistrutta sia il contesto originario degli arredi funerari di Weni scavati da Mariette e attualmente nel Museo Egizio, e possiamo ora proporre la seguente ricostruzione.

La prima falsa porta di Weni fu collocata nella nicchia principale di questa cappella. La massiccia lastra dell’autobiografia è stata montata sulla facciata esterna della cappella, le cui pareti sono sufficientemente spesse per sopportarne il ragguardevole peso. Una tale collocazione spiegherebbe sia la posizione fuori asse dell’ingresso della cappella, che è stato deviato a nord per accogliere la larghezza di 2,75 metri dell’autobiografia, sia le condizioni estremamente alterate dell’autobiografia. Due obelischi in miniatura con il nome di Weni sarebbero stati collocati appena fuori dall’ingresso della cappella>>.

Ricostruzione della cappella di Weni con i reperti del Museo Egizio ricollocati (illustrazione di Geoff Compton©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo

Ulteriori prove di Weni

<<Dopo la promozione a giudice capo e visir, alla fine della sua carriera, Weni installò la sua seconda falsa porta registrando l’evento sulla parete nord della sua mastaba. Entrambe le false porte si allineano con la probabile posizione della camera funeraria, che si trova a nord del grande pozzo a una profondità di oltre 12 metri.

Weni il vecchio in posa adorante e rivolto ad occidente verso la tomba di Osiride. Le immagini sono incise su un pilastro di pietra calcarea estratto dalla nicchia presente nell’angolo sud-ovest della sua mastaba, nel 2013 (©Ph. K.D. Turner for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

All’interno della mastaba, un enorme deposito della VI dinastia conteneva ceramiche (oltre 500 vasi da vino giacevano in pile a est e ad ovest del pozzo e,in linee ordinate, a nord). In questo deposito di ceramiche si trovavano in situ dieci sepolture a bara del Periodo Tardo, indizio di un successivo riutilizzo di questo spazio come piccolo cimitero.

Il collegamento finale a Weni proveniva da una struttura rettangolare nell’angolo sud-est. Questa conteneva i resti deteriorati di più di trenta basi in legno per statue, oltre a diversi elementi disincarnati come braccia, mani, frammenti di animali e componenti in pietra calcarea di scene di produzione, come bacini in miniatura ricoperti da colini a cestello per la produzione di birra. Il manufatto meglio conservato e più significativo era una statuetta in calcare, splendidamente eseguita, del proprietario della tomba da ragazzo, identificato come il “conte” Weni”>>.

Immagine di una statua in granito di Weni il Vecchio, ripresa da tre diverse angolazioni. Probabilmente fu danneggiata per episodi di esecrazione durante il 1° Periodo Intermedio. Scavata da A. Mariette nel 1860. Inv. N. 175 del Museo Egizio del Cairo. (©Ph. A. Damarany for the “Abydos Middle Cemetry Project”).

Il significato della tomba

<<La summa di queste evidenze suggerisce fortemente che abbiamo ritrovato la tomba di Weni, il monumento principale di in una zona d’élite circondata da un cimitero della classe media. Questa tomba rappresenta una straordinaria dichiarazione visiva del raggiungimento della ricchezza e del potere politico, che potrebbe rispecchiarsi, nella città di Abydos, in un misterioso e massiccio edificio, che Matthew Adams, ha da tempo sospettato essere un Palazzo del Governatore. Date le sue dimensioni e la somiglianza delle sue tecniche di costruzione con la tomba di Weni, si è tentati di considerarla parte delle sue attività edilizie: un collegamento tra strutture per i viventi e funerarie.

Statuetta in calcare di Weni. Riportata alla luce dal team del Michigan nel 1999. Museo di Sohag, Alto Egitto. (©Ph.“Abydos Middle Cemetry Project”).

I risultati degli scavi del 1999 presentano una complessa miscela di sepolture d’élite e non d’élite e attività votive durante il tardo Antico Regno e nel Medio Regno, un arco di tempo in cui sia il potere politico che l’importanza di Osiride stavano crescendo in questa regione. La ricollocazione fisica di un importante individuo storico all’interno di quel quadro multidimensionale ci permette di integrare più efficacemente le linee di evidenza testuali e archeologiche nella nostra ricostruzione della storia politica e sociale dell’antico Egitto. Molto lavoro resta da fare, ma il successo della scorsa stagione, grazie a un equipe straordinariamente qualificata, ci ha fornito una solida base per le future ricerche sul sito>>.

Janet Richards

Fonti: Harvard University, Biographies of Person and Place: The Tomb Complex of Weni the Elder at Abydos https://whitelevy.fas.harvard.edu/biographies-person-and…

The Kelsey Museum of Archaeology: Kelsey Museum News Letter published by the associate of Museum, spring 2000

https://newsletters.kelsey.lsa.umich.edu/spring2000/abydos.html?fbclid=IwAR1-NmAaM5lzp71czhw8IMUuYp6bcEevPmTWwS8ZTFVoA5chPfWZrYUEZGc 

https://newsletters.kelsey.lsa.umich.edu/spring2000/abydos.html?fbclid=IwAR1-NmAaM5lzp71czhw8IMUuYp6bcEevPmTWwS8ZTFVoA5chPfWZrYUEZGc

Ringrazio, il nostro esperto Nico Pollone per avermi fornito il materiale che mi ha permesso di effettuare questa stimolante ricerca su un personaggio così affascinante ed emblematico.

Ulteriori contenuti relativi a Uni li potete trovare qui: https://laciviltaegizia.org/tag/weni-il-vecchio/ (a cura di Luisa Bovitutti)

e qui: https://laciviltaegizia.org/…/la-piramide-di-merenre…/ (a cura di Piero Cargnino)

Luce tra le ombre, Piramidi

COME SI COSTRUIVANO LE PIRAMIDI?

Di Ivo Prezioso

INTRODUZIONE

Terminato il percorso riguardante le sperimentazioni di Burgos e Laroze, che hanno dimostrato come si potessero estrarre blocchi di calcare con relativa facilità anche con gli utensili di cui disponevano gli antichi egizi, i prossimi post saranno dedicati alla costruzione vera e propria di questi straordinari monumenti. Per affrontare un argomento così delicato, utilizzerò essenzialmente informazioni tratte dalla pubblicazione di Franck Monnier, ingegnere, specializzato in architettura egizia, del CNRS, (che gentilmente mi ha concesso il permesso di utilizzarla come fonte) “L’univers fascinant des piramides d’Égypte”, che oltre ad essere estremamente curata, ha il grandissimo pregio di essere aggiornata alla luce delle scoperte e degli studi più recenti.

Tuttavia, prima di entrare nel vivo dell’argomento, e per suggerire una sorta di raccordo con gli esperimenti di estrazione di Wadi el-Jarf, propongo questo relativamente breve filmato (si tratta di poco più di una decina di minuti), estratto dall’interessantissimo documentario “PYRAMIDE, LE GRAND VIRAGE” (Piramide la grande svolta), in cui si fa piazza pulita delle teorie stravaganti o, peggio, francamente menzognere, che da sempre spuntano intorno a questi monumenti ed in particolare (chissà mai perché?), sulla piramide di Khufu (Cheope). Il documentario è in francese, ma ne consiglio caldamente la visione anche perché le immagini, straordinariamente belle, forniscono un valido supporto alla comprensione degli interventi degli specialisti.

Come ben sappiamo la cosiddetta “ricerca alternativa” si prefigge lo scopo di fornire spiegazioni “altre” alle ricostruzioni che la scienza ha faticosamente organizzato (e continua incessantemente in questo lavoro), a partire da documenti originali, evidenze sui luoghi di scavo, studio dei materiali utilizzati ecc. I “ricercatori indipendenti” si muovono invece in direzione completamente opposta. Pensano di aver trovato una soluzione ai dubbi che inevitabilmente persistono, inventandosi una teoria, più o meno credibile (ma talvolta incredibilmente fantasiosa, priva di ogni fondamento e finanche di buonsenso), andando poi a caccia di prove che la sorreggano. “Prove” che quando vengono mostrate si dimostrano facilmente smontabili o nel peggiore dei casi si sono rivelate dei veri e propri falsi realizzati per lo scopo. E’ il caso ad esempio dei geroglifici “scoperti” in Australia, che avrebbero dovuto dimostrare la presenza degli antichi egizi in quel continente (ohibò!!!!), ma che invece furono incisi negli ’70 del secolo scorso, oppure le pietre di Ica in Perù (eh si, perche non solo l’Egitto interessa questi pseudo-scienziati) che recano incisioni che mostrano la co-presenza di uomini e dinosauri (oh!!!!), ma in realtà furono realizzati (facile immaginare su commissione) da un certo Basilio Uschuya e la lista potrebbe continuare fino ad annoiare.

Il documentario in oggetto è stato realizzato da Cyril Barbas e si apre con una frase particolarmente illuminante del sociologo statunitense Alvin Toffler: “Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno né leggere, né scrivere: saranno quelli che non sanno apprendere, disapprendere, riapprendere”.

Gli studiosi che vi intervengono, in ordine di apparizione, e sperando di non averne trascurato alcuno, sono:

Marianne Michel, dottore e docente egittologia

Jan Pierre Adam, archeologo ed architetto presso il CNRS

Alexis Seidoux, storico ed archeologo

Irna Osmanovic, professoressa di storia

Frank Monnier ingegnere del CNRS, specializzato in architettura egizia

Mickael Restoin, artigiano, scalpellino tradizionale.

Proprio all’intervento di quest’ultimo si riferisce l’estratto dal documentario. Ricordate che ci eravamo lasciati con l’esperimento di Burgos e Laroze, che hanno cavato blocchi di calcare utilizzando attrezzi che erano l’esatta replica di quelli degli antichi egizi? Bene questo artigiano che lavora la pietra secondo metodi antichi, dimostra che anche una roccia molto più dura e compatta come il granito poteva essere lavorata con scalpelli di rame (quello utilizzato dagli egizi, veniva reso di circa un 20-30% più resistente con l’aggiunta di arsenico). La dimostrazione viene fatta utilizzando scalpelli moderni, trattati al tungsteno, più tradizionali, forgiati in ferro, ed infine in rame, come quelli utilizzati nell’antichità. Si parte dal calcare, per poi affrontare il granito e a, parte la velocità di esecuzione, si riesce ad aver ragione della pietra in ogni caso. Addirittura, su granito, lo scalpello di rame, con il taglio deteriorato, permette un lavoro di rifinitura molto sottile ancorché lento. E non si ferma qui il nostro artigiano, dimostra perfino come fosse facile, e relativamente poco faticoso, il lavoro di politura del granito semplicemente utilizzando una pietra abrasiva e dell’acqua. Buona visione!

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Qui di seguito il video completo, disponibile su YouTube:

Fonte: PYRAMIDE, LE GRAND VIRAGE https://www.youtube.com/watch?v=zZcNVxu59Vc

I LUOGHI DI APPROVVIGIONAMENTO DEI MATERIALI

Un grande studio, condotto dai geologi Dietrich e Rosemarie Klemm*, ha dimostrato che la maggior parte dei materiali che costituiscono la struttura muraria delle piramidi, proviene essenzialmente da cave locali. La scelta di impiantare un cantiere per la costruzione di questi monumenti era determinata, in primo luogo, dall’esistenza di un giacimento di calcare nelle immediate vicinanze. Ci sono cave che sono ancora chiaramente visibili sulla piana di Giza, a sud est e a nord della piramide di Chefren così come ad Abu Rawash (circa 8 Km. a nord) nei pressi della piramide incompiuta di Redjedef, suo predecessore (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 La grande fossa della piramide di Abu Rawash (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 100)

Per adornare sepolture e templi, i responsabili dei lavori si spinsero ben oltre, fino ad intraprendere lontane spedizioni. Sappiamo, ad esempio, che il calcare fine rivestiva le facce delle piramidi. Un materiale di questo tipo era piuttosto raro e le cave si trovavano in località situate ad una certa distanza dalla sponda opposta del Nilo. Fu così che, a partire dal regno di Snefru si cominciarono a sfruttare i giacimenti di Mokattam, Tura e Maasara, tutti localizzati sulla riva orientale del Nilo presso gli attuali sobborghi meridionali del Cairo. Altrettanto ricercate, a partire dalla fine dell’Antico Regno erano le rocce (calcare, grovacca e granito) presenti nello Wadi Hammamat, nel Deserto Orientale dell’Alto Egitto. Ci sono innumerevoli iscrizioni che conservano il ricordo di gigantesche spedizioni. Enormi blocchi furono estratti e trasportati su slitte per decine di chilometri da squadre composte da centinaia o addirittura migliaia di uomini.

Le pietre più dure, come il granito rosa e la granodiorite, erano estratte dalle grandi cave di Aswan a più di 800 Km. di distanza a sud della regione di Menfi. Inizialmente utilizzato in quantità limitata nella piramide di Djoser, il granito cominciò ad acquisire una considerevole importanza sotto il regno di Cheope, fino ad essere estratto su vasta scala sotto il regno di Chefren. Dei rilievi rinvenuti lungo la via ascensionale di Unas (V Dinastia), illustrano il trasporto per via fluviale (Immagine n. 2) di colonne e cornici monolitiche di granito destinati ad adornare il Tempio Alto.

Immagine n. 2 In questa incisione, che si trova lungo la via ascensionale di Unas, è illustrato Il trasporto per via fluviale, su grosse imbarcazioni, di colonne in granito rosa di Aswan (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 219)

Al Cairo è conservata una stele di Uni (Immagine n. 3), un alto funzionario attivo durante il regno di Merenre (VI Dinastia), che ci informa del carico di elementi architettonici per la piramide del suo sovrano. Da questo testo apprendiamo che la calcite (alabastro egiziano), veniva estratta ad Hatnub, poco a sud-est dell’odierna Tell el-Amarna (laddove, quasi un millennio più tardi, sarebbe sorta Akhetaton, la capitale voluta dal faraone “eretico” Akhenaton). In questa cava una roccia incisa conserva anche un’ iscrizione a nome di Cheope.

Immagine n. 3 Stele che attesta le attività di Uni, un alto funzionario della VI Dinastia (Museo del Cairo CG1435). Ci informa sul carico di elementi architettonici in granito, di un “piramidion” e di un sarcofago in grovacca per la piramide del suo sovrano, Merenre. (© Gaston Maspero, 1890, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 159).

Durante l’Antico Regno il gesso era un materiale indispensabile per la preparazione di malta ed intonaci. Veniva estratto nella località di Umm el Sawwan e nord-est dell’oasi del Fayyum. La posizione privilegiata di queste cave rispetto al sito delle grandi piramidi, induce a credere che sia stata una delle principali risorse all’enorme quantità di malta impiegata: circa 500.000 tonnellate per la sola Grande Piramide.

Lo gneiss fu, invece, utilizzato per modellare le statue del tempio di Chefren. Questa roccia metamorfica, veniva da molto lontano: precisamente dal Gebel el-Asr, in un luogo chiamato, non a caso, “le cave di Chefren” (immagine n. 4-5), in Nubia, nel deserto occidentale, circa 65 Km. a nord-ovest di Abu Simbel. Una stele recante il cartiglio di Cheope attesta lo sfruttamento di questa cava già sotto il suo regno.

Immagine n. 4 Il paesaggio desertico, che caratterizza le cave di Chefren presso Gebel el-Asr (© ph. Tom Heldal)
Immagine n. 5 Esempio di masso di gneiss sagomato per adattarsi alla statua di un faraone seduto, ritrovato nelle cave di Chefren (© Foto e grafica Tom Heldal)

Il basalto, utilizzato per pavimentare i templi funerari, fu probabilmente estratto a nord del Fayyum nella località di Widan el-Faras. Qui, sono presenti, infatti vestigia di una remota via lastricata che collegava questa cava alle antiche rive del lago. (immagine n. 6).

Immagine n. 6 Le cave di basalto di Widan el-Faras (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 219)

Tutti questi materiali da costruzione, non si sarebbero mai potuti cavare e modellare in assenza del rame, indispensabile per la produzione delle migliaia di utensili che dovevano essere messi a disposizione di scalpellini e falegnami. Veniva estratto sicuramente dalle miniere sinaitiche di Serabit el-Khadim nel Wadi Maghara (sfruttate anche per i giacimenti di turchese) e forse pure a Timna nell’odierna Isralele. Numerosi sovrani dell’Antico Regno fecero incidere il proprio nome sulle rocce del wadi, commemorando le azioni punitive intraprese nei confronti dei Beduini che minacciavano di continuo le attività egiziane nella regione. Considerata la fondamentale importanza strategica e produttiva delle miniere, ben si comprende perché gli egizi avevano eretto delle postazioni fortificate nei pressi della piana costiera di el-Marka, di fronte al porto di Wadi el-Jarf, situato sulla riva opposta del Mar Rosso. Quel porto assicurava l’interscambio dei prodotti importati verso la regione di Menfi, attraverso il Wadi Araba, ed il Medio Egitto.

Un altro materiale di cui c’era bisogno ed in quantità ingenti era il legno. Si utilizzavano essenze locali, come legno di palma o sicomoro per rinforzare le rampe e le vie di trasporto, ma anche acacia, palma Dum e Ziziphus, per costruire imbarcazioni destinate al trasporto dei materiali da un capo all’altro dell’Egitto. Grande importanza rivestivano le essenze esotiche, come l’abete della Cilicia e soprattutto il cedro, importati dalle estese conifere presenti presso i confini del Libano, particolarmente adatte per la realizzazione di grandi strutture intelaiate e leveraggi di manovra. In particolare, il cedro era molto ricercato per assemblare le imbarcazioni reali. Dagli annali incisi sulla Pietra di Palermo siamo informati che durante l’anno precedente il settimo censimento del re Snefru, fu acquistato il legname necessario alla costruzione di due imbarcazioni lunghe 100 cubiti (52,40 metri) e in un altro punto è menzionato il rientro di quaranta natanti carichi di conifere.

Appare evidente che lo sforzo maggiore era concentrato sullo sfruttamento dei giacimenti locali, ma altrettanto chiaro risalta che l’allestimento di un enorme cantiere necessitava di materiali che gli antichi non esitarono a procurarsi dalle più lontane località del Regno, e persino oltre confine, attraverso una fitta rete di scambi commerciali (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 La cartina mostra le località da cui provenivano i materiali destinati al cantiere di una grande piramide. Gli antichi egizi non esitavano a spingersi nelle contrade più lontane del paese ed anche oltre confine. (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 218)

Fonte: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 218÷220

* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm autori di uno studio pubblicato in tedesco nel 1993 con il titolo “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten” (Pietre e cave nell’Antico Egitto). Hanno donato al British Museum una collezione di campioni di roccia provenienti da siti e cave sparsi in tutto l’Egitto, nonché da monumenti egiziani.

TAGLIO E SAGOMATURA DEI MATERIALI

Gli egizi misero a punto diverse tecniche per estrarre le pietre, tagliarle e modellarle, talvolta con precisione millimetrica. Le numerose tracce lasciate da cavatori e scalpellini hanno permesso di comprendere in larga misura i procedimenti adottati nell’antichità. Solo una profonda ignoranza dell’argomento spinge ancora molti ricercatori “alternativi” ad attribuire agli antichi costruttori metodi anacronistici o peggio fantasiosi. Una delle teorie che ha avuto maggior risonanza mediatica è quella che ipotizza che avessero inventato una tecnica di ricostituzione della pietra, come, ad esempio, nella realizzazione del calcestruzzo moderno. Il suo autore, Joseph Davidovits, parte dal concetto (o meglio preconcetto) che fosse impossibile, con gli attrezzi dell’epoca, scolpire vasi e statue in materiali così duri come il granito o lo gneiss. La sua idea di una pietra “ri-agglomerata” sarebbe, secondo lui, del tutto adeguata a fornire una spiegazione alla statuaria colossale e alla costruzione delle piramidi. Si risolverebbe così anche il problema legato al trasporto dei blocchi più pesanti dal momento che non bisognava fare altro che “fabbricarli” sul luogo prescelto. Per dare credito ad un simile assunto, bisogna completamente ignorare sia le testimonianze che ci hanno lasciato gli stessi egizi, sia le tracce rinvenute dagli archeologi. Non solo, infatti esistono numerose relazioni dell’epoca che descrivono l’origine e il trasporto dei blocchi, ma in tutto il Paese sono presenti innumerevoli cave, segni di taglio, resti di utensili e persino evidenze delle tacche realizzate nelle rocce per potervi inserire delle leve. Invece, non sono mai stati rinvenuti getti di “calcestruzzo”, né resti di cassaforma, né di qualunque altra cosa che possa ricondurre ad una simile idea. Oltretutto, la teoria presenta una grande incongruenza: i suoi estimatori, ammettono, infatti, che gli Egizi erano capaci di procurarsi milioni di tonnellate di roccia ridotta in polvere nell’intento di ricostituirla attraverso un procedimento simile a quello del calcestruzzo. Con quali mezzi non è dato sapere, e ancor più, quando parliamo di pietre dure, se non potevano estrarle, figuriamoci triturarle! Di conseguenza, si trovano nella condizione in cui devono indirettamente ammettere che gli Egizi potevano intervenire efficacemente su qualunque tipo di roccia, mentre l’assunto iniziale é esattamente il contrario. In pratica, diventa valido proprio il punto che intendono correggere. Senza contare, a parer mio, l’inconfrontabile maggiore richiesta di tempo che avrebbe richiesto l’impiego di una simile tecnica (a meno di non utilizzare la dinamite!).

Le evidenze archeologiche, in realtà, ci raccontano tutt’altro. Nel corso degli scavi sono stati riportati alla luce innumerevoli utensili collegabili alla lavorazione della pietra (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Il campionario dei principali attrezzi utilizzati dai lavoratori egizi. Partendo da sinistra in alto: scalpello in rame, stampo per mattoni crudi, mazzuoli, zappa, pietra abrasiva per lucidare, pietra (solitamente dolerite) per aggredire, percuotendole, le rocce più dure, ascia di pietra, corda, archipendolo.
(© Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 220)

Sappiamo che a partire dal Medio Regno cominciarono ad essere diffusi attrezzi in bronzo, ma l’utilizzo di quelli in rame, per intervenire sulle pietre più tenere (gres e calcare) rimase comunque prevalente per tutta la durata dell’epoca faraonica. Le rocce più dure (granito, grano diorite, quarzite, ecc.), non potendo essere aggredite da strumenti di rame, obbligarono ad adottare altri mezzi. L’accessorio più ricorrente era un percussore di pietra (solitamente di dolerite), di forma sferica oppure ovoidale di cui sono stati ritrovati diversi esemplari sparsi al suolo nelle antiche cave di granito rosa di Assuan, ma anche negli scavi nei pressi delle piramidi di Djoser e di Giza e curiosamente in uno dei canali “di aerazione” della Piramide di Cheope.

Alcune scene della tomba di Rekhmira (Gourna, Tebe ovest, XVIII Dinastia) illustrano il loro utilizzo su delle sfingi in calcare e su colossali statue di granito. Alcuni di questi utensili avevano la forma di un pestello con delle anse laterali per impugnarli meglio. Il loro peso poteva variare da qualche chilo a diverse decine di chili. (Immagini nn. 2 e n. 3) .

Immagine n. 2 Taglio e finitura di blocchi di calcare da costruzione. Tomba di Rehhmira, XVIII Dinastia (© dis. Ippolito Rosellini 1834, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 220)
Immagine n. 3 Finitura di una statua in granito rosa. Tomba di Rehhmira, XVIII Dinastia (© dis. ÉmilePrisse d’Avennes, 1878, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 221)

I lavori di Somers Clarke e Reginald Engelbach, hanno chiarito il ruolo avuto da questi strumenti sull’obelisco incompiuto di Aswan (Nuovo Regno, XVIII Dinastia) (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 L’obelisco incompiuto di Aswan. Sono perfettamente visibili i segni lasciati dalla percussione con sfere di dolerite (© ph. James E. Harrel, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 221)

Benché quest’opera sia posteriore di circa un millennio alle grandi piramidi, ciò nondimeno il metodo di estrazione costituisce una perfetta immagine delle capacità degli egiziani dell’Antico Regno. Sappiamo infatti che grandi obelischi furono già eretti durante quell’epoca. Lo attesta un’iscrizione di Sabni (VI Dinastia, tomba di Qubbet el-Hawa nei pressi di Aswan) (Immagine n. 5): “La Maestà del mio Signore, mi ha inviato a costruire due imbarcazioni nel Paese di Uauaut (regione della Bassa Nubia) per trasportare verso Nord, a Heliopolis, due obelischi” (trad. Alessandro Roccati).

Immagine n. 5 Stipite destro dell’ingresso della tomba di Sabni I (QH 26). La pavimentazione originale era ancora sotto un sottile strato di sabbia. Scavi Schiaparelli. Lastra di vetro negativo/bromuro d’argento Anno: 1914 (©Archivio fotografico del Museo Egizio di Torino http://archiviofotografico.museoegizio.it/…/tomb-qh…/…)

La percussione non era limitata soltanto all’estrazione nelle cave poiché, generalmente, gli elementi da impiegare nella costruzione arrivavano ai cantieri, in attesa di essere rifiniti, solo rozzamente squadrati e con sporgenze agli spigoli.

Sottilissimi tagli longitudinali lasciati su blocchi e statue sembrano, a prima vista, testimoniare l’utilizzo di seghe, ma gli unici strumenti a disposizione degli Antichi Egizi, anche se dentati, non erano in grado di tagliare in questo modo le pietre più dure. Anche vasi scolpiti nei materiali più disparati durante il periodo predinastico ed arcaico, presentano segni di questo tipo. Le migliaia di vasi rinvenuti in una delle gallerie della piramide di Djoser testimoniano di un’abilità e di una tecnica sbalorditiva di cui erano in possesso gli artigiani al servizio del sovrano e della sua corte. Il mistero che circondava il metodo di scultura impiegato ha potuto essere svelato grazie allo studio di alcuni esemplari la cui esecuzione non fu completata. La sagomatura e la lucidatura esterna venivano realizzate per mezzo di lame, schegge di selce e pietre abrasive. Lo scavo della parte interna ha lasciato, a volte, un vuoto di forma cilindrica e delle pareti sottilmente rigate. Siccome nei campioni esaminati questa operazione era stata interrotta, si è potuto capire che il taglio fu eseguito con una sorta di sega tubolare per poi staccare ed estrarre il nucleo ancora saldato al fondo. La tecnica prevedeva sicuramente l’associazione di una sabbia abrasiva. L’attrito esercitato dal rame in movimento sulla pietra ricoperta di sabbia faceva si che l’attrezzo si comportasse come un trapano cilindrico, consumando gradualmente la superficie di contatto.(Immagine n. 6-7).

Immagine n. 6 Ricostruzione, attraverso l’archeologia sperimentale, della fresatura del granito rosa (Alexander Sokolov [Antropogenez.ru Project], Nikolai Vasiutin, Oleg Kruglyakov, Valeriy Ivanovitch Androsov). (© ph. Valeriy I.Androsov [Senmuth], Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 222). АНТРОПОГЕНЕЗ.РУ è il più grande portale scientifico ed educativo russo dedicato all’evoluzione umana. Il progetto è iniziato nel 2010 su iniziativa del giornalista scientifico Alexander Sokolov e dell’antropologo Stanislav Drobyshevsky.

Immagine n. 7 Risultato dello sfregamento continuo di un tubo di rame sul granito (© ph. Valeriy I.Androsov [Senmuth], Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 222

Questa tecnica, che esigeva un enorme impiego di tempo, (come l’utilizzo dei percussori in pietra, del resto), spiega perfettamente la presenza delle sottili striature di cui sopra.

Per tagliare i blocchi, invece, è probabile che venisse impiegata una lunga lama in rame che grazie al ripetuto movimento di va e vieni, e con l’aiuto di una sabbia abrasiva, produceva lo stesso risultato. Si poteva così separarli in due parti, molto più rapidamente che con l’uso dei percussori in pietra. Questo procedimento, ovviamente, poteva essere attuato solo in presenza di blocchi già completamente liberati dalla roccia, ma il vantaggio era duplice: non solo la quantità di materiale perduto durante il taglio era incomparabilmente minore rispetto a quello provocato dalla percussione, ma una volta segati, gli elementi risultanti potevano essere riposizionati fianco a fianco nell’edificio senza ulteriori interventi, in quanto perfettamente combacianti.

Il ricercatore Denys A. Stocks ha stimato che il taglio, lo scavo e la finitura del sarcofago di Cheope dovette richiedere almeno 28.000 ore di lavoro e cioè pressappoco due anni considerando tre artigiani impegnati nel compito per 12 ore al giorno. Una rotazione di più squadre occupate giorno e notte poteva ridurre la durata di un anno. Queste stime si riferiscono al trattamento delle pietre più dure e ne consegue che l’impiego di un certo numero di lavoratori nel trattamento di un blocco di granito doveva avere costi considerevoli, anche in termini di tempo e di materiali. I blocchi di finitura dimostrano che gli Egizi ottimizzavano le procedure in maniera estremamente razionale: al fine di portare a compimento i grandiosi progetti che venivano loro affidati si limitavano a realizzare il minimo indispensabile. Le coperture di granito o basalto venivano poste in opera soltanto sulle parti a vista (giunzioni e facciate), per cui si preferiva adattare e rifilare i blocchi calcarei contro i quali venivano disposti, dopo aver riempito, se necessario, gli interstizi più ampi con malta e frammenti di calcare.

Fonte: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 220÷223

IL TRASPORTO DEI MATERIALI PER VIA FLUVIALE

Il trasporto di elementi di modeste dimensioni, non costituiva certo un problema: mattoni e piccole pietre si potevano agevolmente trasferire a forza di braccia o in spalla oppure su barelle; ne abbiamo numerose testimonianze nelle raffigurazioni di scene della vita quotidiana degli antichi egizi. Quando non si ricorreva alle vie navigabili, per gli spostamenti su lunghe distanze si utilizzavano animali da soma, in particolare asini. Il problema si poneva con i blocchi di grandi dimensioni, il cui peso poteva variare da qualche tonnellata a diverse centinaia di tonnellate. Per alcuni di questi elementi, inoltre, bisognava affrontare i rischi e gli oneri di una lunga traversata del paese. Il tragitto, in questi casi, veniva coperto per via fluviale, approfittando della corrente del Nilo viaggiando da sud a nord, mentre per la risalita si sfruttavano le vele gonfiate dai venti favorevoli. Viaggi e trasporti, rappresentati nell’iconografia egizia, sono nella stragrande maggioranza associati alle vie navigabili delle quali il Nilo costituiva, ovviamente l’arteria nevralgica. Le acque di questa rete di comunicazione dovevano sicuramente essere solcate da una miriade di imbarcazioni stipate di calcare fine di Tura oppure di granito rosa prelevato dalle lontane cave di Aswan. Purtroppo, ci sono pervenute solo poche testimonianze figurative su questi tipi di convogli; i più espliciti, tra quelli rapportabili al contesto costruttivo delle piramidi, sono quelli rinvenuti su alcuni blocchi incisi della via processionale di Unis, ultimo sovrano della V Dinastia, a Saqqara. (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Vestigia della via processionale del complesso funerario di Unis. Questa grande strada rialzata, che un tempo collegava il tempio superiore e il tempio d’accoglienza, lunga ben 720 metri, è senz’altro l’elemento architettonico più impressionante di questo contesto. Scavata e studiata da Audran Labrousse e Ahmed Moussa, ha rivelato numerosi frammenti di rilievi, piccoli resti di un sontuoso ciclo decorativo relativo alle grandi attività del regno. Tra questi vi è una scena che descrive il trasporto su battelli di cornici a spiovente e colonne palmiformi in granito per il complesso della piramide. Alcune di queste colonne possono oggi essere ammirate presso i Musei del Cairo, del Louvre e a Londra. Le iscrizione ci informano che provenivano da Elefantina, cioè dalle cave di granito rosa di Aswan. <<Ritorno da Elefantina carico di granito, le cornici destinate alla piramide “perfetti sono i luoghi del figlio di Ra Unis>>, <<Ritorno da Elefantina carico di granito, le colonne destinate alla piramide “perfetti sono i luoghi del figlio di Ra Unis>>. Su un altro blocco si legge <<Arrivo delle barche-Satj provenienti da Elefantina , cariche di colonne [in granito] di 20 cubiti>> (Trad. Franck Monnier>> (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, pp. 146-147) 

Altrove, a Giza, La mastaba di Senedjemib-Inti, visir e responsabile di tutti lavori reali di Djedkara-Isesi (padre e predecessore di Unis) contiene dei rilievi che descrivono un battello su cui e caricato un sarcofago ed il suo coperchio. Il testo che l’accompagna ci informa che suo figlio Senedjemib-Mehi, ottenne dal suo re il privilegio per suo padre di essere inumato in un sarcofago in calcare fine di Tura (Immagini nn. 2-3).

Immagine n. 2 Le tombe di Senedjemib-Inti a sinistra e Senedjemib-Mehi a destra (© Courtesy of the Giza Mastabas Project, ph. Bradford Embrott. Edwards Brovarsky in Annales du Services des Antiquité de l’ Égypte, 2000-2001)
Immagine n. 3 Scena del trasporto di un sarcofago monolitico in calcare di Tura per Senedjemib-Inti (immagine reperita sul Web, autore non trovato).

Anche grazie alla biografia di Uni (Weni), come abbiamo visto, veniamo a sapere dettagli sul numero di imbarcazioni e dei canali che fece scavare per trasportare elementi in granito di Assuan. La costruzione di tre imbarcazioni lunghe circa 42 metri, di una grande zattera lunga 31 metri e larga 16, così come di altri natanti per l’assistenza, lascia ben comprendere quanto potessero essere imponenti queste spedizioni e quanto evidenziassero, la determinazione e lo spirito che le videro navigare cerimoniosamente verso nord.

E’ posteriore di diversi secoli la scena che ci narra del trasporto di due grandiosi obelischi di granito fatta incidere da Hatshepsut, il faraone donna della XVIII Dinastia, nel tempio di Deir el-Bahari: rappresenta una gigantesca chiatta trainata da una flotta di barche rimorchiatrici. Resta, al momento, l’illustrazione più clamorosa di questi tipi di convogli. La lunghezza dell’imbarcazione principale è stata stimata di circa 80 metri e gli obelischi trasportati, in ragione dei loro 28 metri di altezza, sono tra i più grandi mai eretti (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Scena del trasporto di due grandi obelischi rappresentata nel tempio di Hatshepsut(XVIII Dinastia) a Deir el-Bahari. (©Édouard Naville, 1908. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.226)

Sempre restando nel Nuovo Regno, l’architetto Ineni ci ha lasciato testimonianza della costruzione di una singola chiatta lunga 63 metri e larga 21, per il trasporto di una coppia di obelischi per il suo faraone Tuthmosi I. Quello superstite, ancora presente nel tempio di Karnak dimostra che erano alti 20 metri ciascuno per un peso totale di 260 tonnellate. Purtroppo, non ci è pervenuto alcun documento che ci permetta di risalire ai procedimento di imbarco e sbarco dei materiali. Esiste una splendida scena incisa che descrive il carico di enormi stele presso le cave del djebel el-Silsila (Immagine n. 5) destinate al Ramasseum, ma sfortunatamente non fornisce alcun dettaglio tecnico.

Immagine n. 5 Stele di Hapy (regno di Ramses II, XIX Dinastia) presso djebel es-Silsila (©Philippe Martinez/Mission Archéologique Française de Thèbes-Ouest-CNRS. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.226)

Volendo prestar fede alle parole di Plinio il Vecchio (che, ricordiamolo, sono posteriori di circa 1.300 anni), gli elementi più voluminosi venivano caricati su chiatte dislocate in un canale previsto appositamente per questo tipo di operazioni. Molto probabilmente lo scavo dei canali di cui ci informa Uni (Weni) nella sua biografia, può avere un legame con questa procedura. Ad ogni modo, è solo la documentazione più tarda del Nuovo Regno ad offrirci elementi di informazione in merito alla gestione del trasporto dei blocchi per via fluviale.

Una serie di ostraca ci ragguaglia sul numero di imbarcazioni necessarie per la consegna di pietre destinate al cantiere del Ramasseum, il “Tempio di Milioni di Anni” di Ramses II. Vi è descritto il carico di un numero determinato di blocchi, con le loro precise dimensioni, distribuito minuziosamente sui natanti ognuno dei quali guidato dal suo capitano. Queste flotte erano composte da una decina di natanti la cui capacità media di carico è stata stimata in circa 15 tonnellate (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 Ostraca che descrive il carico di blocchi destinati al cantiere del Ramasseum((©dis. Wilhelm Spiegelberg, 1898. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.227)

Questa gestione così rigorosa doveva essere sicuramente un’eco dello spirito logistico e amministrativo che animava i gloriosi antenati dell’Antico Regno.

Fonti: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 223÷227

IL TRASPORTO DEI MATERIALI PER VIA TERRESTRE

Il trasporto per via terrestre era, invece, molto più problematico. Dopo l’imbarco e lo scarico dei materiali bisognava spostarli a forza di braccia, grazie all’aiuto di funi e slitte in grado di sopportare gli enormi carichi, e progettare piste praticabili nelle cave e nelle zone desertiche. Ci è pervenuta una rappresentazione esplicita di traino di un blocco di pietra adagiato su una slitta, impegnando forza animale. E’ incisa sulla stele del responsabile dei lavori Neferperet (attivo durante il regno di Ahmose, XVIII Dinastia), rinvenuta presso le cave di calcare fine di Maasara e rappresenta tre coppie di bovini che trascinano un grosso blocco di calcare fissato su una slitta (Immagine n. 1).

Immagine n. 1. Scena di traino di un blocco da costruzione illustrata sulla stele di Neferperet a Maasara (Museo del Cairo, JE 62949: regno di Ahmose, XVIII Dinastia) (©Karl Richard Lepsius 1849-1859. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.227

L’iscrizione recita:

[…] Anno di regno 22 sotto la Maestà del re dell’Alto e del Basso Egitto (Ahmose) dotato di vita. Aprire nuovamente le cave. Estrarre il bel calcare di Anu per il suo tempio di milioni di anni[…]. E’ grazie ai buoi riportati […] che si traineranno i [blocchi di] pietra attraverso il paese dei Fenekhu* (Traduz. di Michel Dessoudeix)”.

Questo tipo di documento non è unico, giacché una simile scena di trazione animale, è presente, in un contesto funerario, nella mastaba di Hetepherakhti (V Dinastia). Si sa anche di una spedizione, inviata da Sesostri I in Nubia per estrarre pietre, che aveva al suo seguito mille asini! Più tardi, durante il Nuovo Regno, i faraoni lanciarono delle spedizioni militari verso il Medio Oriente. La stele di djebel Barkal eretta da Thutmosi III riporta che alberi e imbarcazioni venivano caricati su possenti carri trainati da buoi per raggiungere la costa. Sebbene provenienti da contesti diversi queste testimonianze sono di grande interesse e dimostrano, anche se non siamo assolutamente in grado di valutarne la frequenza, che gli animali potevano sostituire l’uomo in determinate circostanze: probabilmente più spesso di quanto le rare documentazioni, attualmente disponibili, facciano supporre.

Il trasporto di carichi pesanti fissati su slitte sembra essere stato la norma, ma non siamo in possesso di alcuna documentazione che ci informi sulle modalità di sollevamento di un blocco su un qualsivoglia veicolo. Sappiamo che l’uso della ruota è attestato già a partire dalla IV o V Dinastia in relazione con la realizzazione di una torre d’assedio (Immagine n. 2); tuttavia non v’è alcuna prova che sia stata impiegata per il trasporto di materiali da costruzione.

Immagine n. 2 Torre d’assedio rappresentata nella tomba di Kaemheset a Saqqara (V Dinastia), in cui alla base della scala è chiaramente visibile l’utilizzo di ruote(©James Edward Quibell, 1927. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

D’altra parte, il suolo egiziano, pietroso e sabbioso, si prestava davvero poco ad un suo utilizzo. Qualunque sia stato l’oggetto da spostare (colonna, cornice, sarcofago, ecc.) rimaneva saldamente fissato alle sue slitte, finché non raggiungeva la destinazione finale, anche durante il suo tragitto fluviale a bordo delle imbarcazioni.

Il traino avveniva generalmente grazie alla forza delle braccia, il cui numero dipendeva strettamente dalla massa del carico. Il problema matematico del papiro Anastasi I **, richiama un simile calcolo inteso a determinare il numero di operai necessari a trasportare un immenso obelisco. Sfortunatamente, il documento non ci mostra la soluzione, per cui ignoriamo il coefficiente di proporzionalità che veniva applicato in una situazione del genere. L’egittologo Simon Delvaux ha recentemente dimostrato che le rappresentazioni e i testi a noi noti suggeriscono che adottassero, generalmente, un rapporto di circa 350 Kg. per lavoratore. Ha potuto, inoltre, stabilire che il limo della valle del Nilo, una volta bagnato, diminuiva sensibilmente l’attrito tra le slitte e il suolo (Immagine n. 3). Ovviamente, non bisognava procedere su un terreno eccessivamente intriso, altrimenti si correvano grossi rischi di impantanamento.

Immagine n. 3 Slitta scoperta nel complesso di Sesostri III a Dashur (Museo del Cairo © Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Dal Medio Regno, il sito fortificato di Mirgissa (nell’odierno Sudan) disponeva di una simile via di scorrimento; essa permetteva ai natanti di evitare una traversata estremamente pericolosa della seconda cataratta. Lunga in origine 2 Km. e larga almeno 4 metri, questa pista, prima di essere inghiottita dalle acque del lago Nasser, aveva rivelato vestigia il cui studio ha permesso di confermare la tecnica di cui sopra. Era stata rinforzata con l’impiego di molteplici tronchi disposti trasversalmente, annegati nel limo e affioranti in superficie. I segni più o meno profondi che solcano il limo indurito lasciano supporre l’uso di pattini in legno il cui scartamento variava da 1,20 m. a 1,70 m. Si calcolò che queste vie di scorrimento potessero sopportare, in quelle condizioni, carichi di 9 tonnellate.

Alcune vie di trasporto sono state rilevate anche presso i cantieri delle piramidi di Sesostri II a el-Lahun (Immagini n. 4-5) e di Sesostri I e Amenemhat I a Lisht, tutte risalenti alla XII Dinastia, ma, in generale, le evidenze di quelle relative all’Antico Regno restano poco documentate a causa di una carenza di investigazioni accurate.

Immagine n. 4 Vestigia di una via di trasporto presso il complesso di Sesostri II a el-Lahun (©Flinders Petrie, 1923 Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)
Immagine n. 5 Ancora vestigia della via di trasporto presso il complesso di Sesostri II a el-Lahun (©Flinders Petrie, 1923 Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Se ne hanno testimonianze ad Abusir nelle vicinanze della Piramide Rossa di Dashur, presso la mastaba el-Faraoun a Saqqara e, in misura maggiore, all’inizio delle cave di Hatnub, Aswan, djebel el-Asr e soprattutto a Widan el-Faras (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 vestigia di una via di trasporto che collegava anticamente le cave di basalto di Widan el-Faras con il lago Qarun (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Altri percorsi sono più simili a rampe. Ne sono stati scoperti di recente nei pressi dell’angolo sud-occidentale della piramide di Cheope; una di queste è lunga e larga 4 metri. La sezione superstite si compone di due muri paralleli; lo spazio tra di essi era stato riempito con macerie. Una strada dello stesso tipo, ma più lunga, con muri di contenimento realizzati con calcinacci legati a malta e distanziati di 5,70 metri l’uno dall’altro, è stata scoperta a sud-est della piramide. Aveva origine a ovest della Sfinge ed era utilizzata per rifornire di materiali il campo delle mastabe orientali. Nei riempimenti intermedi furono scoperti due sigilli di Cheope. Resti di un’altra rampa si trovano ad ovest della piramide di Cheope a ridosso del muro megalitico che separa il suo complesso da quello di Chefren. Essa presenta l’interessante caratteristica di essere direttamente collegata a blocchi di grandi dimensioni, dimostrando che questo doveva essere il metodo con cui gli elementi della costruzione furono sollevati, indipendentemente dalla loro massa (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 Resti di una rampa di costruzione nella necropoli occidentale del complesso di Cheope a Giza. (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Ignoriamo completamente come potesse essere il rivestimento superficiale che veniva utilizzato per lo scivolamento. La ridotta larghezza di queste strutture deve aver costretto i progettisti a tenersi lontani dal limo, altrimenti la carreggiata sarebbe stata rapidamente resa impraticabile dal calpestio degli operai.

E’ più probabile che venissero installate delle rotaie in legno incorporate nella pavimentazione che, una volta bagnata, opponeva minore resistenza all’avanzamento delle slitte. Questi dispositivi sono attestati, per il regno di Cheope, a Wadi el-Jarf, dove alcune gallerie-deposito, erano dotate di un simile scivolo per assicurare il posizionamento dei blocchi di chiusura.

* Con il termine Fenekhu, già dall’Antico Regno si indicavano i carpentieri del boscoso Libano, anche se in seguito passò a designare in maniera meno precisa le varie regioni costiere dell’Asia. In epoca tolemaica il geroglifico “Fenekhu”corrisponde al greco Phoiniké (Fonte Edda Bresciani “ Lo Straniero” tratto da “L’uomo egiziano” a cura di S. Donadoni, Ed. Laterza.

** Il Papiro Anastasi I, è un testo letterario scritto da uno scriba di nome Hori e indirizzata a uno scriba di nome Amenemope. Un segmento del documento descrive diversi problemi matematici.

Fonti: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 223÷227

Edda Bresciani “Lo Straniero” da “L’uomo egiziano” a cura di S. Donadoni, Ed. Laterza pp.247-

IL COLOSSO DI DJEHUTYHOTEP

Parte prima: introduzione.

Numerose civiltà e società antiche coltivarono un’arte legata al megalitismo; tuttavia, le testimonianze che ci hanno lasciato, riguardo alle tecniche utilizzate per spostare carichi molto voluminosi, sono estremamente rare. Tra queste documentazioni, per lo più molto frammentarie, c’è la famosa scena del traino di un colosso dipinta su una parete della tomba di Djehutyhotep, che è stata riprodotta e commentata innumerevoli volte, ma i cui disegni esistenti risalgono tutti al XIX secolo e nessuno di essi offre una riproduzione accurata dei colori originali.* L’obiettivo dell’articolo (Franck Monnier, JAEA 4, 2020), cui faccio riferimento in questa serie di post, è innanzitutto quello di proporre per la prima volta una restituzione completa dell’affresco.** Il lavoro dell’autore, non ha la pretesa di essere definitivo dal momento che una missione epigrafica è attualmente in corso presso l’Università di Lovanio nell’ambito del Progetto Dayr al-Barshā. Questo programma rivelerà sicuramente molti altri dettagli, in particolare sullo stile e sulla resa dei geroglifici e porterà a un disegno dal tratto perfettamente fedele che potrà rendere giustizia alla straordinaria qualità di quest’opera.

Intanto, il magnifico dipinto rinvenuto nella tomba di Djehutyhotep, un governatore vissuto nel Medio Regno durante la XII Dinastia, costituisce una testimonianza veramente unica di come avveniva il trasporto per via terrestre di elementi di enormi dimensioni. Ci fornisce preziose informazioni non solo sulle tecniche di trascinamento su slitta della sua colossale statua, ma anche sulla massa che veniva trasportata e sul numero di individui assegnati a questo compito. E’ fuor di dubbio che le tecniche di trasporto illustrate furono utilizzate anche con i monoliti impiegati nei complessi piramidali dell’Antico Regno.

L’affresco in questione si trova nella cappella situata sotto la tomba di questo “nomarca”, vissuto sotto i regni di Amenenhat II, Sesostri II e Sesostri III che fu scoperta sul finire del XIX secolo a Deir El Barsha, nel Medio Egitto (Immagine n. 1). Immortala il trasporto di una statua colossale con le fattezze del proprietario: un privilegio che si era guadagnato per meriti presso il suo sovrano, quasi sicuramente Sesostri III, l’ultimo sotto il quale svolse il suo ruolo di governatore. La rappresentazione è la più dettagliata, fra quelle di questo tipo, di tutto il repertorio iconografico egizio (almeno sino ad oggi noto) ed inoltre è accompagnata da testi descrittivi che ci offrono preziose informazioni sulle tecniche e la manodopera impiegate in questo tipo di operazioni.

Immagine n. 1: Entrata della cappella e della tomba di Djehutyhotep (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.56 ©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Bisogna dire che le decorazioni della cappella hanno subito gravi danneggiamenti dopo la scoperta. Alcuni frammenti importanti sono stati deturpati, altri si sono sbriciolati a seguito di un terremoto. Tutti questi eventi si sono verificati prima che lo stato del sito fosse documentato dall’egittologo Percy E.Newberry***. Fortunatamente, i rilievi di quest’ultimo potettero beneficiare dell’esistenza di una fotografia amatoriale, scattata poco prima dei danneggiamenti, da un certo maggiore Hanbury Brown.

L’affresco si presenta oggi molto incompleto e il testo che accompagna il trasporto del monolite quasi completamente distrutto (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Scena del trasporto del colosso nella Cappella di Djehutyhotep come appare oggi dopo i danneggiamenti subiti. (F. Monnier, “La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.57 ©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Sulla base dei documenti esistenti, e stato possibile ricostituire il dipinto (Immagine nn. 3). 

Immagine n. 3 Scena ricostruita della trazione del colosso di Djehutyhotep (Beni Hassan XII Dinastia. ©Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228)

Eccezionale poi appare, la ricostruzione tridimensionale in un disegno dell’egittologo francese Franck Monnier che chiarisce in maniera intuitiva e anche fortemente suggestiva la scena descritta (Immagine n. 4)

Immagine n. 4 Ricostruzione del trasporto del colosso di Djehutihotep mentre sta per arrivare alla sua destinazione (disegno dell’autore realizzato sulla base di un modello elaborato da Reginald Engelbach. ©Franck Monnier, JAEA 4, 2020 p.70; Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 229)

La scena si svolge nella 15.a provincia dell’Alto Egitto (il “nomo” della Lepre), una decina di chilometri a sud-est della collina della moderna città di El-Ashmunein, l’antica Hermopolis Magna. Il prezioso carico, montato su una slitta, è trainato da un corpo di 172 giovani assoldati, provenienti da tutta la regione e riuniti per l’occasione. Il dipinto li rappresenta divisi in otto file parallele di 43 individui in quattro registri sovrapposti. Nel registro più alto sono raffigurati giovani che corrono agitando steli di palma: l’artista ha voluto enfatizzare la dinamica del popolo festante che esprime il proprio entusiasmo per il maestoso carico e il suo imponente convoglio.

Un “cantante”, in piedi sulle ginocchia della statua, batte le mani scandendo il ritmo per coordinare i movimenti dei partecipanti e garantire una velocità costante.

Nel registro inferiore, sotto la statua, si trovano due gruppi di tre servitori. Il primo gruppo trasporta due brocche d’acqua grazie all’utilizzo di un bilanciere. Quello successivo porta sulle spalle una pesante tavola con la parte superiore rozzamente intagliata.

L’ interpretazione dei testi che accompagnano il dipinto, che è stato possibile ricostruire ed analizzare pressoché integralmente grazie alla foto amatoriale cui si è fatto cenno in precedenza, ha fornito materiale prezioso per la comprensione delle tecniche utilizzate dagli Antichi Egizi.

Parte seconda: Ricostruzione delle tecniche di trasporto

Dietro la statua è menzionato il responsabile delle operazioni. Si tratta dello scriba Sepi, figlio di Khetiankh. Anche un intendente, che risponde al nome di Neheri, ha avuto il privilegio di essere ricordato: evidentemente, dovette svolgere un ruolo importante durante l’esecuzione del progetto.

La statua è descritta come alta 13 cubiti, vale a dire circa 6,80 metri. Djehutyhotep è raffigurato seduto su un seggio con schienale e zampe di leone ed è specificato che la scultura è realizzata con “pietra di Hatnub”, cioè di travertino*. Il tutto è saldamente imbrigliato con una corda e montato su una slitta con pattini ricurvi nella parte anteriore e smussati in quella posteriore.

Il tracciato (caratteristiche, percorso e destinazione)

È scritto che il tavolato raffigurato sotto la slitta (definito come “pezzi di legno per il percorso di trasporto“) era destinato a essere collocato sul sentiero appositamente preparato, ma mancano i dettagli per definirne l’uso preciso (potrebbe trattarsi di traversini, cunei di bloccaggio, elementi dentati antiscivolamento oppure di leveraggi ?). Tutte queste ipotesi sono state avanzate a causa della mancanza di dettagli e, va precisato, senza molte prove. I numerosi percorsi e le rampe dotate di traversini finora scoperti, fanno ragionevolmente propendere, per la realizzazione di un’apposita pista su cui far scorrere la slitta**. Considerato che il convoglio aveva alcune decine di chilometri da percorrere, è impensabile che la strada fosse dotata di tali componenti per tutta la sua lunghezza. Era necessario, quindi, un graduale smantellamento e riposizionamento in avanti dei vari elementi. Alcuni bassorilievi assiri illustrano bene questa tecnica, che consisteva nel montare e smontare il tracciato per il trasporto di una statua colossale (Immagini nn. 1-2).

Immagine n. 1 Bassorilievo assiro che illustra il trasporto di un toro alato per mezzo di una slitta che scorre su una pista ricoperta di tavole (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.63 © da Layard, 1853).
Immagine n. 2 Bassorilievo assiro che illustra il trasporto di un toro alato in posizione verticale (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.63 © da Layard, 1853).

Inutile rimarcare che i due gruppi di tre individui non possono essere considerati come effettivamente rappresentativi del loro numero. “Tre”, infatti, nell’iconografia e nella scrittura egizia, sottintende il plurale e lo scriba incaricato di sovrintendere alla decorazione ha semplicemente utilizzato questa convenzione per sfruttare lo spazio disponibile. Questo artista, “scriba delle forme (o dei contorni)” ricopriva anche la carica di sacerdote-lettore. L’iscrizione ci informa che il suo nome era Horimeniankhu, ed é raffigurato davanti al colosso, mentre compie un gesto di incensazione. Un’altra figura, questa volta anonima, versa acqua da un vaso nella parte anteriore del slitta. Questo tema iconografico, relativamente frequente, illustra un dettaglio molto significativo riguardo alla tecnica utilizzata per lo spostamento di carichi particolarmente pesanti. Inizialmente, fu interpretato da Newberry, come un atto rituale di purificazione***, ma in realtà serviva ad inumidire il tracciato allo scopo di ridurre gli attriti e, conseguentemente, diminuire l’entità degli sforzi durante l’avanzamento. Il personaggio incaricato dell’operazione si riforniva regolarmente dai portatori d’acqua che erano al seguito. Non doveva preoccuparsi di bagnare l’intero tracciato (anziché facilitare il compito di coloro che trainavano, lo avrebbe inevitabilmente vanificato), ma solo concentrarsi sulle parti a contatto con la strada. L’aggiunta di fango avrebbe sicuramente aumentato l’effetto di scivolamento****, ma poteva essere impiegato solo su un’area limitata per evitare di trasformare l’intera larghezza della pista in uno terreno impraticabile ed inoltre, ciò era possibile e probabile solo quando il trasporto avveniva non lontano dal fiume e non di certo su piste nel deserto. L’uso di olio, talvolta proposto, è assolutamente infondato, non fosse altro che per la spropositata quantità che si sarebbe dovuto produrne per rifornire cantieri giganteschi come, ad esempio quelli delle grandi piramidi.

Veniamo anche informati del coinvolgimento degli abitanti della regione che, considerata l’entità dell’impresa, richiedeva tutte le forze disponibili per essere portata a termine. Invece di essere costretti a svolgere il compito, i cittadini prendevano parte all’azione, orgogliosi di contribuire al suo successo. Il favore che il loro governatore aveva acquisito presso il sovrano valeva anche per loro.

Il testo principale, dipinto sulla sinistra della scena, offre alcune informazioni sullo svolgimento del trasporto, senza tuttavia essere sufficientemente chiaro e preciso per poterne ricavare uno scenario dettagliato e una ricostruzione accurata. In particolare, apprendiamo che il terreno non era praticabile e che dovette essere opportunamente preparato da una squadra di cavatori e da soldati chiamati a rinforzo.

Del colosso, oggi non ne rimane traccia, tanto che alcuni dubitano che sia mai stato realizzato, almeno nelle proporzioni evocate dal dipinto*****. Respingendo una posizione così estrema, la maggior parte degli studiosi ha discusso sulla posizione del colosso, il suo percorso e la tecnica di trasporto. Khemenu, l’antica Hermopolis Magna, sull’ odierna collina di El-Ashmunein, si trova sulla sponda occidentale, dall’altra parte del fiume rispetto a El-Bersheh, mentre la necropoli si trova sul lato orientale, dalla stessa parte della cava. La scelta dell’una o dell’altra destinazione equivale quindi a prendere in considerazione l’uso del trasporto via fiume oppure a escluderlo. Nel primo caso bisognava disporre di una flotta specializzata che avrebbe reso le tecniche da utilizzare molto più complesse (imbarco, sbarco, controllo della navigazione della chiatta, ecc.) e costose. Se fosse stato così, ci si sarebbe aspettati di ritrovare riferimenti in merito rappresentati su uno dei muri della cappella. In realtà nulla di tutto ciò vi compare. Vengono sì menzionate nei testi e rappresentate nelle scene, imbarcazioni, ma si tratta semplicemente di natanti ordinari adibiti al trasporto di tutt’altro carico.

La documentazione è invece, del tutto compatibile con una spedizione esclusivamente terrestre. Nel registro inferiore i giovani soldati del nomo orientale ci informano che il convoglio aveva raggiunto la città di Tjerti (sicuramente la destinazione finale), che potrebbe essere identificata con la località nota come al-Tūd, un quartiere a sud di Deir el-Bersheh, situato a 1500 metri a ovest della necropoli dei governatori, ai margini dell’antico letto del fiume. È da questa sponda del Nilo che provengono i protagonisti che celebrano l’arrivo della statua. Il convoglio si sarebbe diretto dalla cava, verso il Nilo per una quindicina di chilometri per aggirare un ripido rilievo, poi avrebbe puntato verso nord, seguendo la riva per un tratto di pari lunghezza fino a raggiungere il porto di Tjerti, e finalmente pervenire ad un luogo di culto degli antenati, situato non molto al di sotto della necropoli dei dignitari. È durante la seconda fase del viaggio che la squadra avrebbe avuto il significativo ruolo di rifornire e assistere le truppe che stavano procedendo faticosamente lungo la sponda del fiume.

Le scene e i testi della Cappella di Djehutyotep si concentrano sull’edificio che doveva ospitare questo gioiello: la cappella del “Ka”, che viene designata col nome di: “L’amore di Djehutyhotep nel nomo della Lepre è duraturo” e non va confusa con la tomba stessa.

La cava di Hatnoub, da cui è stata estratta la statua, si trova a una ventina di chilometri a sud-est, nel deserto orientale. Un’antica rete di strade collegate a questo sito è stata scoperta nei pressi di Deir el-Bersheh, nell’area della necropoli del Medio Regno dove è ubicata la tomba di Djehuthyhotep. Va notato che, oltre alla presenza del toponimo Tjerti, le iscrizioni fanno costantemente riferimento alla tomba nel contesto della scena. È quindi molto probabile che la statua si trovasse nelle vicinanze, in modo che i fedeli potessero rendere omaggio al loro signore nei pressi della sua dimora eterna, deponendovi delle offerte (Immagine n. 3)

Immagine n. 3: Illustrazione del tragitto percorso dal colosso e dal suo convoglio tra le cave di Hatnub e Deir el-Bersheh. Nel riquadro i dettagli dei dintorni di Deir el-Bersheh(©Franck Monnier, F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, p.65)

*Spesso la pietra di Hatnub viene identificata in maniera non corretta come alabastro o calcite.

** Arnold (1991), Monnier (2017). Confronta anche il sistema di “binari” che permettevano di far scivolare sopra i grossi blocchi di chiusura per le gallerie di Wadi el-Jarf (Taillet, Marouard e Laisnay, 2012) https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/

*** Newberry e Fraser (1895), p.20. La questione è ancor oggi dibattuta dagli studiosi di tribologia (la scienza che si occupa dell’interazione tra organi in movimento valutandone aspetti come l’attrito, l’usura, la lubrificazione ecc.). Alcuni ammettono come possibile l’ipotesi di lubrificazione con acqua (Dowson, 1988), altri la respingono decisamente (Nosonovsky, 2007). Questi ultimi, tuttavia, si basano solo sulla visione obsoleta di Newberry, mentre la documentazione ha permesso di stabilire che si tratta effettivamente di un gesto tecnico (Delvaux,2018).

**** Una lunga strada costituita di traversine ricoperte di fango è stata scoperta a Mirgissa in Nubia. Si trattava di uno scivolo per trainare le imbarcazioni via terra per superare la cateratta.

***** Ad esempio Pieke (2016). Questa presa di posizione appare piuttosto strana. Secondo Gabriele Pieke, l’immagine del nomarca sarebbe stata ingigantita e l’avvenimento “drammatizzato” per esaltarne l’impatto. Una simile enfasi è attestata altrove, ma nessuna, che si sappia, racconta un evento così preciso e così ricco di dettagli: nei casi più spinti si limita a esaltare le caratteristiche del personaggio. E’ del tutto evidente che la scena in questione va ben oltre tale intendimento.

Questo facsimile di Marcus W. Blackden funge da frontespizio alla pubblicazione speciale dell’Egypt Exploration Fund El Bersheh Part 1 di Percy E. Newberry. È un acquerello ripreso dal lato sinistro della parete destra della Sala (Camera interna) e mostra Sitkheperka, una delle figlie di Djehutyhotep, che aspira il profumo di un loto blu, (Nymphaea caerulea) che regge nella mano sinistra, mentre osserva i giardinieri, i contadini e gli artigiani del padre al lavoro nella tenuta. I capelli di Sitkheperka sono raccolti sul lato destro della testa in una ciocca, a simboleggiarne la giovinezza, e indossa una fascia per la testa adorna degli stessi fiori tenuti in posizione da una fascia le cui estremità scendono verso il basso. Indossa un pettorale decorato con un motivo a doppio ureo sul petto, oltre a bracciali molto elaborati(© Griffith Institute Watercolors & Drawings Project. Catalogazione John Wyatt & Lee Young. Commento John Wyatt Photography Jenni Navratil, assistita da Hana Navratilova Editing e pagine web Elizabeth Fleming, assistita da Francisco Bosch-Puche & Cat Warsi. )

* John Gardner Wilkinson aveva realizzato un acquerello della scena (è riprodotto in Málek e Baines, 1981, pp 126-127). Si tratta però di uno schizzo veloce e non di una riproduzione in senso stretto. Furono eseguiti altri acquerelli più dettagliati, ma mai pubblicati. Alcuni di questi sono stati resi disponibili sul sito web del Griffith Institute.

** A partire dalle foto del Maggiore Hanbury Brown, dai rilievi di P.E. Newberry e da una recente fotografia di Marleen De Meyer.

***Percy Edward Newberry (Londra, 23 aprile 1869-Godalming, 7 agosto 1949) è stato un egittologo britannico. Approdato in Egitto nel 1891 con una spedizione del British Museum condusse scavi archeologici nelle necropoli di Beni Hassan e Deir el-Barsha fino al 1894 e poi fino al 1905 in altri siti egizi. (Fonte Wikipedia.org)

Parte terza: posizionamento della statua sulla slitta.

Il testo descrive la statua come un blocco rettangolare, lasciando supporre che durante il trasporto fosse soltanto sbozzata. Anche se la scena la raffigura del tutto rifinita, ciò non significa che avesse già questo aspetto durante il trasporto. Si tratta più che altro di una convenzione artistica dal momento che l’intento è quello di presentare un ritratto del dignitario nel modo migliore e non di certo incompiuto. L’ipotesi è supportata dall’attenzione che è stata posta nel raffigurare i dettagli (tratti del viso, capelli, barba) che è molto ragionevole pensare siano stati aggiunti all’ultimo momento, solo una volta che la statua fosse giunta a destinazione. Del resto, è ben comprensibile come un lungo percorso, attraverso una pista accidentata, avrebbe facilmente danneggiato la superficie del monumento. Altra osservazione, quasi del tutto ovvia, riguarda il posizionamento del monolite durante il trasporto. Per motivi di praticità è facile intuire, come la movimentazione di un enorme carico, sia molto più agevole se distribuito in lunghezza. Sarebbe davvero sciocco, rischiare pericolosissime oscillazioni, in particolare quando si affrontano terreni sconnessi e tortuosi. Molto più naturale ritenere che la statua sia stata trasportata distesa su un fianco e portata in posizione eretta al termine delle operazioni o, in alternativa, raddrizzata solo nell’immediatezza della fine del viaggio per apportare gli ultimi ritocchi e percorrere l’ultimo tratto in maniera più solenne e scenografica.

Possibile posizionamento e forma del monolito durante la maggior parte del percorso (©Franck Monnier,“ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, p.67)

In effetti, la scena rappresentata ricorda una parata; una celebrazione in cui la folla omaggia il suo nomarca. Pertanto, il contesto lascia intendere che la statua sia stata raddrizzata e, probabilmente le ultime centinaia di metri furono percorse con la partecipazione di una processione festosa, forse anche rituale, composta da persone accorse da tutta la regione. Le scene della tomba mostrano inoltre, che le offerte erano già state deposte nella cappella, pronte ad ospitare la gigantesca statua di Djehutyhotep. E’ in una simile atmosfera che dovettero svolgersi le ultime operazioni, mentre profumi di incenso imbalsamavano l’aria e si tessevano lodi e canti.

La collina nord di Dayr al-Barsha con la tomba di Djehutihotep all’estrema sinistra (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

La statua fu portata lentamente sino al suo piedistallo e qui gradualmente rimosse le traversine poste sotto la slitta per far sì che le guide laterali, spostandosi in avanti si posizionassero ai lati dello zoccolo su cui il monumento avrebbe trovato la sua definitiva collocazione. Ben si comprende che una tecnica simile non poteva essere adottata quando si trattava di spostare e posizionare giganti da 750 tonnellate come, ad esempio, nel caso del colossi di Memnone o del Ramasseum, che richiedevano installazioni di rampe e piani inclinati. Ma nel caso della statua di Djehutyhotep, sebbene di proporzioni abbastanza inusuali, la massa non costituiva un ostacolo per questo tipo di manovra. Con un’altezza di 6,80 metri, il blocco grezzo della statua di Djehuthyotep doveva pesare circa 80 tonnellate e circa 70 tonnellate una volta scolpito.*

L’affresco mostra il colosso trainato da 172 uomini, fornendo un’idea della distribuzione delle forze in gioco. Prendendo la scena alla lettera, bisogna concludere che ogni individuo doveva essere in grado di spostare 407 kg. Un recente studio condotto da Simon Delvaux (2018), sulla base di una serie di documenti egiziani, ha portato a concludere che il numero dei lavoratori impiegati rispondeva ad una regola di proporzionalità, secondo la quale ogni persona era in grado di spostare circa 340 Kg. Si trattava di un coefficiente medio, uno standard che probabilmente rifletteva una realtà pratica e non solo una convenzione artistica. Gli esperimenti condotti dall’archeologo Henri Chevrier (1970) nel tempio di Karnak lo portarono ad osservare che un singolo uomo, in condizioni ottimali e su un terreno pianeggiante, potrebbe spostare, addirittura, 1000 kg. Ovviamente, si tratta di un valore limite raramente applicabile in condizioni reali. D’altra parte è pure probabile che i 172 uomini raffigurati siano solo la conseguenza della necessità di ottenere una rappresentazione equilibrata disposta sui quattro registri, ma è un numero che è ragionevole considerare non lontano dalla realtà. Dato il coinvolgimento degli abitanti della regione, è, inoltre presumibile l’impiego di rinforzi durante le fasi più difficili del percorso.

La parete ovest della cappella, scavata nella roccia, di Djehutihotep(©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Un ulteriore confronto con i bassorilievi assiri è istruttivo. E’ stato calcolato che i tori androcefali alati pesavano circa 30 tonnellate . Il loro movimento era assicurato anche dalla trazione per mezzo di quattro corde disposte una accanto all’altra, e gli individui rappresentati (lavoratori forzati) erano sempre tra i 50 e i 60. Se ne ricava un rapporto tra i 500 e i 600 kg per persona, un valore superiore ai casi egiziani, che si spiega con le condizioni di lavoro più estreme imposte ai prigionieri assiri**.

Disegno ricostruttivo della tomba di Djehutihotep (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; disegno M. Hense)

Comunque, nei casi in questione, l’obiettivo non era sollevare masse di 400-600 kg, ma solo di spostarle. Lo sforzo minimo da esercitare è proporzionale alla resistenza indotta dall’attrito della slitta a contatto con il terreno e la lubrificazione per mezzo di acqua agevolava l’operazione. Un recente studio (Ayrinac, 2016) non è riuscito, però, a giungere ad una conclusione definitiva sulle caratteristiche di questo spostamento, a causa delle troppe variabili in gioco. Solo l’archeologia sperimentale potrà gettare nuova luce sulla questione: in particolare sui dettagli dei materiali utilizzati per ridurre l’attrito o sul modo in cui venivano coordinati gli sforzi della squadra. Queste incertezze, però, non mettono assolutamente in discussione la fattibilità di una simile impresa. Numerosi documenti attestano che i monoliti egizi venivano spostati da enormi corpi di lavoro (come ad esempio il papiro Anastasi I, o le iscrizioni di Ouadi Hammamat) che riportano fino a 2.000 persone impiegate contemporaneamente in tali operazioni.

*Percy E. Newberry stimò una massa di 58 tonnellate (Newberry e Fraser 1895) e questo valore fu comunemente accettato. Più recentemente è stato ritoccato verso l’alto: 80 tonn. (Willems, Peeters e Verstraeten, 2005). I calcoli di Simon Ayrinhac (2016) hanno restituito un valore di 70( +/-5)tonn.

** I soldati assiri non esitavano a frustarli affinché rendessero al massimo.

Parte quarta: imbracatura del colosso e conclusioni

Per stabilizzare la statua sulla slitta furono utilizzati anelli metallici (sicuramente di rame), attraverso i quali vennero fatte passare robuste corde, messe in tensione attorcigliandole grazie all’uso di aste di legno secondo il metodo della “garrota spagnola” (Ayrinhac, 2016)*. Per la protezione dei bordi del blocco furono interposti, nei punti di contatto, pezzi di cuoio (o forse di fibra vegetale). Si prospettano due ipotesi: se la statua fu rifinita durante il trasporto la funzione delle protezioni era quella di evitare i danneggiamenti di angoli e spigoli; se invece ad essere trasportato era il blocco solo abbozzato, lo scopo era quello di evitare che le corde si tranciassero.

Osservando la scena, così come era descritta nel dipinto originale (Immagine n. 1), da un punto di vista strettamente tecnico, nascono grosse perplessità. Si nota che la corda verticale che assicurava la statua alla slitta avrebbe sicuramente corso il rischio di scivolare in avanti, mentre le funi raffigurate orizzontalmente non sembrano avere altra utilità se non quella di aumentarne leggermente la tensione. Una soluzione del genere avrebbe certamente reso il trasporto poco agevole.** Appare chiaro che un simile carico avrebbe richiesto un fissaggio decisamente più elaborato.

Immagine n. 1 Riproduzione di un particolare del disegno di Newberry della parete ovest della tomba di Djehutihotep, preziosa testimonianza di come doveva essere il dipinto all’epoca della sua scoperta. (©Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII).

Andy Joosse (2002) ha intrapreso un esperimento molto interessante: ha scolpito una statua in scala per studiarne il sistema di fissaggio (Immagine n. 2). Per Djehutyhotep è stato utilizzato un sistema a tre funi. La corda principale è quella verticale, che fissa la statua alla slitta. L’artista, però, l’ha rappresentata in modo inadeguato; infatti, i test di Joosse hanno dimostrato che la corda rappresentata sull’avambraccio scivola inesorabilmente verso il polso quando viene stretta.

Immagine n. 2 Il modello in scala del colosso di Djeutihotep realizzato da Andy Joosse (©https://osirisnet.net/…/djehoutyhotep/djehoutyhotep_02.htm)

Inoltre, la corda verticale non poteva essere semplicemente attaccata alle guide, ma doveva passare sotto di esse per mantenere la slitta in tensione. La presenza delle due corde disposte orizzontalmente può sembrare superflua, poiché la statua, probabilmente, non era divisa in due parti. Se esaminiamo la rappresentazione, possiamo vedere che queste corde si trovano sopra la corda verticale. Il serraggio delle corde potenzia quindi l’azione della corda. Una stranezza irrisolta è la presenza di due barre di torsione per ogni corda. Infatti, se venissero strette in direzioni opposte, gli effetti si annullerebbero a vicenda, mentre non si comprende l’utilità di serrarle nella stessa direzione. Un’ipotesi potrebbe essere quella di immaginare che l’artista abbia, secondo una mentalità tipicamente egizia, rappresentato sullo stesso lato barre che in realtà sono presenti su entrambi i lati.

D’altronde, chi dipinse l’affresco non aveva di certo come primo obbiettivo quello di illustrare con precisione i dettagli operativi, bensì quello di produrre un opera equilibrata e rispettosa dei canoni di bellezza. Non era il responsabile dei lavori e le decorazioni che era chiamato a produrre non avevano, ovviamente, lo scopo di fornire ragguagli tecnici. E’ quindi del tutto naturale che nelle valutazioni bisogna tener conto di lacune e imprecisioni insite in questo genere di rappresentazioni.

In definitiva, la scena del Colosso di Djeutihotep costituisce un documento di rara minuziosità nel panorama delle testimonianze egizie, spesso piuttosto avare di informazioni. Combinando testo e immagine, ci fornisce, infatti, una serie preziosa di dati. Veniamo a conoscenza del responsabile delle operazioni (Sepi, figlio di Keti-ankh), del luogo di estrazione del monolite (le cave di Hatnub), della sua destinazione (Tjerti), delle dimensioni e del modo in cui i sudditi del nomarca lo spostarono per decine di chilometri.

La valutazione di tutti questi elementi, fanno escludere, quasi del tutto, che si sia ricorso all’uso di trasporto per via fluviale. Djeutihotep disponeva di grande abbondanza di manodopera, ma non abbiamo alcun riferimento che possa far pensare alla disponibilità di una flotta specializzata.

Immagine n. 4: stipite sinistro dell’entrata della tomba di Djehutihotep. E’ conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Fu acquistato da Schiaparelli nel 1891-92. Le iscrizioni elencano i titoli civili e religiosi del nomarca. Le croci copte dipinte in rosso sono il risultato di un vandalismo operato in epoca cristiana. (fonte: wikipedia.org)

Si può, con buona sicurezza, concludere che la slitta fu fatta scivolare a forza di braccia e che il numero di uomini necessari veniva stabilito in base al carico e alle difficoltà del percorso. A questo proposito, l’artista autore dell’affresco (Horimeniankhu), sembra aver rispettato dei canoni di proporzionalità in quanto i 172 uomini rappresentati, si traducono in un valore di circa 400Kg/persona di massa media spostata, molto vicino a quella rivelata dalla documentazione nel suo complesso (immagini e testi). E’ doveroso sottolineare, che questo rapporto non può essere associato ad una regola rigorosamente meccanica, in quanto le forze da esercitare dipendono da troppi fattori: attrito, pendenza del terreno, punti di appoggio dei lavoratori, condizioni fisiche ecc. Il problema è in realtà molto complesso e la maggior parte dei parametri continuano a non essere noti, ma potrebbero essere chiariti attraverso una serie di esperimenti sul campo simulando le condizioni reali. D’altra parte, è fuor di dubbio che l’esperienza accumulata permise agli egizi di rispondere con successo alle sfide e molto probabilmente di riuscire a stabilire semplici regole sui rapporti di forze da mettere in gioco.

*Il metodo per legare il colosso alla sua slitta prevede l’uso di una tecnica utilizzata ancora oggi e che deve il suo nome alla tortura spagnola della garrota. Il principio è ben noto: una corda viene divisa tra due punti di ancoraggio fissi o avvolta intorno al blocco e ancorata a un punto fisso. Tra i due fili della corda viene inserito un pezzo di legno e la corda viene poi fatta ruotare sul suo asse, con l’effetto meccanico di accorciarla. (Immagine n. 3). Una sorta di panno protettivo o di cuscinetti in fibra o cuoio proteggono la corda e la pietra nei punti di contatto

Immagine n. 3 Il metodo di serraggio detto della garrota spagnola.

** Reginald Engelbach propose una soluzione che dimostrava che non era necessario che questi tiranti facessero tutto il giro. Disposti su un solo lato, potevano agire come tiranti perpendicolari per offrire il vantaggio di trattenere l’attacco principale mantenendolo alla massima tensione.

Fonti

  • Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228-229
  • F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” ,The Journal of Ancient Egyptian Achitecture (JAEA) vol. 4, 2020 p.55-72
  • Griffith Institute Watercolors & Drawings Project.
  • Dayr al-Barsha Project, KU Leuven
  • Osirisnet, pag. Web realizzata da Thierry Benderitter https://osirisnet.net/centrale.htm

(a chi fosse interessato ad approfondire, consiglio caldamente l’accesso a questo sito. Contiene una descrizione molto dettagliata, corredata di numerosissime immagini, della tomba che, attualmente, è interdetta a visitatori).

Luce tra le ombre, Predinastico

L’UOVO DI ASSUAN

Di Ivo Prezioso

E’ un uovo che risale al periodo Naqada I.

E’ databile tra il 4.400 e il 4.000 a.C. circa ed è attualmente esposto al Museo Nubiano di Aswan. La particolare decorazione non poteva mancare di fornire un pretesto agli amanti della “fantarcheologia” per l’immancabile retrodatazione delle piramidi di Giza. Sulla superficie del guscio, secondo loro, sarebbe illustrata una precisa cartina geografica della Valle del Nilo: il fiume fiancheggiato dalle terre coltivate, l’oasi del Fayyum e il profilo dei tre monumenti (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 L’uovo di Assuan con le sue incisioni posto a confronto con la cartina dell’Egitto. In alto a sinistra sarebbero incise le tre piramidi di Giza, mentre la figura centrale illustrerebbe la Valle del Nilo con l’oasi del Fayyum (©Archeoworld).

Sicché, nel caso specifico, le Piramidi di Khufu, Kaefra Menkaure risalirebbero “solo” ad un paio di millenni prima, con buona pace di altri accaniti “ricercatori indipendenti o alternativi” che le vorrebbero risalenti a circa 12.500 anni fa o, nei casi più estremi, anche ben oltre. I tre triangoli che le indicherebbero, sono replicati nell’altro lato dell’uovo, affiancati da una linea serpeggiante anch’essa da interpretare come una rappresentazione del fiume Nilo. (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 L’altro lato della superficie del guscio che reca incisi i tre triangoli (le piramidi!) ed una linea serpeggiante (Il Nilo!). (©Archeoworld).

Vediamo, in realtà, di cosa si tratta.

Questo guscio d’uovo di struzzo è stato scoperto dall’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth (5 luglio1878-25 luglio1931) alla fine degli anni ’10 dello scorso secolo nella tomba di un bambino presso la necropoli di Darka, vicino ad Assuan, un sito oggi completamente sommerso dalle acque del lago Nasser. Si tratta di un oggetto che aveva un duplice scopo: uno funzionale, essendo utilizzato per contenere liquidi, come dimostra il foro il foro in cima, l’altro, prettamente rituale, in quanto simbolo di rinascita; un’ ulteriore conferma della fiducia che questi antichissimi abitatori della Valle del Nilo riponevano nell’idea di una vita oltremondana. La decorazione va, invece letta nell’ottica dei motivi artistici tipici della produzione predinastica. I due fiumi, in realtà, non sono altro che rispettivamente uno struzzo ed un serpente. Per quanto riguarda le presunte piramidi, si tratta della rappresentazione stilizzata, estremamente diffusa anche sui vasi e ceramiche coeve, di montagne o, in generale di alture, colline, dune, ecc. (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Vasellame dipinto. Naqada II (3600-3250 a.C. ) Su questo vaso si riconoscono i tre triangoli in tutto simili a quelli che decorano “l’uovo di Assuan”. Argilla dipinta: altezza cm. 18,9, diametro massimo cm. 20,7. Londra, The British Museum

E’ rimarchevole notare, come la triplice raffigurazione non stia affatto a identificare i celeberrimi monumenti faraonici, ma semplicemente ad indicare il plurale, una convenzione che sarà codificata definitivamente nella scrittura geroglifica.(In questa scrittura esistevano tre forme: singolare, duale e plurale. Quest’ultimo lo si indicava ripetendo tre volte l’elemento, oppure facendolo precedere, ovvero, seguire da tre trattini o puntini). In particolare, i tre triangoli connotavano semplicemente una zona montuosa. Essi, infatti diventeranno un segno determinativo per indicare queste aree, ma anche i paesi stranieri che, in quanto esterni alla Valle del Nilo, venivano considerati concettualmente connessi alla montagna o al deserto. I più antichi esempi coincidono con le più antiche vestigia ad oggi conosciute della scrittura egizia, rinvenute nella Tomba U-J Umm-el Qa’ab nei pressi di Abydos.

In questa sepoltura, probabilmente appartenuta al Re Scorpione I (Dinastia 0), furono recuperati vasi con tracce di inchiostro, impronte di sigillo e placchette d’osso e d’avorio, che recano simboli, che si suppone siano null’altro che una rappresentazione, ancorché in fase embrionale, della suddivisione amministrativa del territorio alla fine del periodo predinastico.

Fonte: Mattia Mancini, Blog Djed Medu

Luce tra le ombre

LE LAMPADE DI DENDERA

Di Ivo Prezioso

Visto che periodicamente, e immancabili come le cartelle esattoriali, vengono riproposte all’attenzione degli egittofili alcune strabilianti invenzioni di cui si sarebbero resi artefici gli antichi abitatori del Paese delle Due Terre (o chi per essi) e che di strabiliante null’altro hanno se non il fatto di essere state letteralmente “inventate”, voglio soffermarmi su una delle più gettonate di queste. Parlo delle famose “Lampade di Dendera”, sicuramente ai primi posti nella “Hit Parade” delle più illuminanti (è proprio il caso di dirlo) e clamorose bufale attribuite a questa incomparabile civiltà.

Innanzitutto, inquadriamo geograficamente il luogo. Ci troviamo a Dendera, una località ad una settantina di Km. a nord di Luxor e, in particolare, nel tempio della dea Hathor, un luogo di culto di età Tolemaica al di sotto del quale albergano 12 camere utilizzate, forse già durante il Nuovo Regno, come depositi per la conservazione di arredi sacri. Furono decorate sotto Tolomeo XII, nel I secolo a.C. con testi geroglifici e scene che comprendono anche le “famigerate” lampade. I sotterranei del tempio furono scoperti da Auguste Mariette nel lontano 1857 ed una quarantina d’anni dopo lo scienziato britannico Norman Lockyer ebbe la sfolgorante idea di annunciare al mondo che sulle pareti erano rappresentate delle enormi lampade ad incandescenza (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1: la parete della cripta su quale furono incise le presunte “lampade” (Ph. da Wikipedia.org)

La “scoperta” ebbe così successo che ci fu anche chi provò a riprodurne il modello (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Un modello che riproduce una delle “lampade di Dendera” (immagine reperita nel web)

Si poneva, certo, il problema di come si producesse la corrente. La risposta si trovava (manco a dirlo) nel rilievo della I.a Cripta sud, consacrata ad Hathor-Iside, che illustrerebbe dei generatori che convogliano l’elettricità in grandi accumulatori (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: La collana “menat” in cui si sono voluti ravvisare dei generatori di corrente. Cauville S., Le Temple de Dendera, p.57 (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente ciò che è rappresentato è tutt’altro: si tratta di una “menat” (“Signora della Menat” era uno degli appellativi di quella divinità)una collanaformata da un grande pettorale e da un contrappeso che ricadeva sulla schiena. Oltre che essere un monile poteva anche fungere da strumento musicale per il caratteristico suono che producevano le perline durante il movimento. Si tratta di un oggetto cultuale, sacro attributo della dea Hathor, quindi niente di più ovvio che fosse rappresentato in un ambiente a lei dedicato. Per finire, quelle che si vorrebbero essere le cabine di trasformazione dell’energia, null’altro sono che sistri, gli strumenti a percussione, anch’essi sacri a quella divinità e rappresentati anche sui capitelli delle colonne della facciata del tempio.

Proseguendo in direzione est si raggiunge la Cripta di “Hor Sematawy” (Horo che riunifica le Due Terre) dove si incontrano le strabilianti lampade o meglio ciò che tali ritengono essere i fan di questa idea. In realtà cosa siano ce lo raccontano gli stessi egizi e i loro miti cosmogonici descritti nei bassorilievi che, pur essendo di epoca tolemaica, ricalcano concezioni più antiche di millenni. Vediamo chiaramente un serpente che fuoriesce da un fiore di loto, il fiore che secondo il mito spuntò dalle acque primordiali del “Nun”. Ilserpente è “Hor Sematawy”, il sole bambino. Particolare di estrema importanza, la cripta è posizionata nell’angolo sudorientale nel pieno rispetto della topografia cosmica dei templi egizi. In buona sostanza, per gli “elettricisti” ci troviamo di fronte ad una lampada costituita da filamento, ampolla, cavo e base, mentre gli egizi, ignari ed incolpevoli del bailamme che si sarebbe scatenato duemila anni dopo, intendevano semplicemente perpetuare un mito a loro tanto caro in cui i protagonisti erano un serpente (il filamento), un bocciolo di fior di loto (l’ampolla), il lungo stelo di questo fiore (il cavo di alimentazione), mentre la base della lampada è il comunissimo pilastro Djed (simbolo di stabilità, nonché rappresentazione della colonna vertebrale di Osiride) che sostiene il fiore garantendo la creazione primigenia della vita e la sua perpetuazione ciclica giornaliera. Il serpente è inoltre uno degli emblemi della fertilità che veniva portato in processione nelle feste che si celebravano durante i primi giorni del raccolto. Possiamo vedere un riferimento a questi cerimoniali in un’altra rappresentazione con Horus che in questo caso è raffigurato sotto la più comune forma di falco (Immagine n. 4). 

Immagine n. 4: Horus-Sematawi, il grande dio che prende posto in Eliopoli, l’anima vivente nel loto e nella barca notturna, ferro, 4 palmi” (Cauville, Dendara V, 140,5) Viene così descritta una barca di ferro di 30 cm che trasporta l’immagine del dio, in forma di serpente rampante su fiore di loto. (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente tutto quanto è illustrato dalle rappresentazioni iconografiche è ancor meglio dettagliato dalle iscrizioni geroglifiche che le accompagnano e ci forniscono anche un inventario degli oggetti custoditi nella cripta.

Fonte: Mattia Mancini, pubblicato sul blog Djed Medu il 21/04/2016

Luce tra le ombre

L’ESTRAZIONE DEI BLOCCHI DI CALCARE NELL’ANTICO REGNO

UN ESPERIMENTO A WADI EL-JARF

Di Ivo Prezioso

INTRODUZIONE

Prima di lasciare definitivamente il sito di Wadi el-Jarf, desidero soffermarmi, ancora per qualche tempo, su un importante esperimento condotto da Franck Burgos ed Emmanuel Laroze* che ha permesso di chiarire aspetti molto importanti sui possibili metodi utilizzati dagli antichi egizi per cavare i blocchi rocciosi di cui necessitavano. Tornerà utile quando più avanti si entrerà nel dettaglio sull’organizzazione e le tecniche costruttive impiegate per la costruzione di quegli straordinari monumenti che seppero erigere: le piramidi.

Il sito, come già descritto in precedenza, fu utilizzato durante la IV Dinastia e per un periodo relativamente breve; le prime installazioni datano all’epoca del faraone Snefru, ma è durante il regno di suo figlio, Cheope, che conosce il suo pieno sfruttamento. Alla sua morte fu repentinamente abbandonato e dimenticato per migliaia di anni, non essendo stato mai più rioccupato. In questo modo le sue vestigia e le documentazioni rinvenute hanno restituito uno spaccato inequivocabile di un determinato periodo della storia egizia tanto breve quanto di fondamentale interesse. La scoperta di un eccezionale lotto di papiri, come abbiamo visto, ha rivelato che le sue installazioni erano strettamente legate al cantiere della Grande Piramide. Questi documenti, ci informano, tra l’altro, che le squadre che vi operavano erano impegnate per un certo periodo dell’anno all’approvvigionamento di materiale da costruzione per la piana di Giza. Il sito è caratterizzato da notevolissime installazioni, tra cui un molo a forma di “L” sul litorale di circa 200 x 200 metri ed un edificio intermedio di circa 2000 mq. Ma le vestigia più interessanti per lo studio relativo alle tecniche di taglio della pietra si trovano circa 3 km ad ovest, nelle vicinanze delle prime scarpate del massiccio calcareo, laddove sono presenti una trentina di gallerie-magazzino scavate nella roccia che fungevano da ricovero per le imbarcazioni e il materiale di spedizione (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Mappa delle installazioni del sito di Wadi el-Jarf. Sono segnalati il porto, l’edificio intermedio, il campo e le gallerie, immediatamente a ridosso delle cave di calcare (©Laisnay, CNRS)

Furono sigillate per mezzo di un sistema di chiusura estremamente robusto costituito da enormi blocchi di pietra e, solo intorno alla sporgenza rocciosa del settore 1, che conta 17 gallerie, sono stati inventariati 135 blocchi di chiusura: hanno dimensioni variabili, con un volume medio di 3 mc. ed un peso di 5,8 tonnellate**. Sebbene alcuni di essi furono spostati o modificati per consentire il recupero di materiali dalle gallerie, per la maggior parte giacciono ancora nella loro posizione originale (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Il sistema di chiusura costituito da grossi blocchi posti all’ingresso delle gallerie G5 e G6 (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze)

Per lo più erano stati cavati in maniera grezza, il che è perfettamente coerente dal momento che lo scopo per cui erano destinati non richiedeva alcuna particolare rifinitura. Sulle loro superfici sono ancora presenti le tracce degli attrezzi utilizzati, fratture ed anche i segni caratteristici del procedimento di estrazione avvenuto presso una cava che è stata scoperta nel 2017 (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Veduta aerea della cava al termine delle operazioni di sgombro. A) blocco abbandonato in corso di estrazione. B) impronta lasciata da un blocco dopo essere stato estratto. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze)

Lo studio dei segni di lavorazione, ma anche quello di un blocco ancora da ultimare e lasciato sul posto prima di essere cavato, ha fornito interessanti informazioni sui procedimenti utilizzati e l’organizzazione delle squadre. Inoltre, sono stati rinvenuti numerosi utensili da lavoro, come mazzuoli, grimaldelli di pietra, scalpelli di rame, corde ecc. (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Alcuni degli attrezzi utilizzati dai cavatori di Wadi el-Jarf: mazzuolo in legno, grimaldello di pietra, corda e scalpello in rame (in questo esemplare la punta è spezzata). (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze)

<< Il confronto con le tracce che hanno lasciato sulla pietra permette di affinare le nostre interpretazioni>> scrivono gli autori. << La ricchezza d’informazioni restituita dal sito e la loro autenticità – ricordiamo che non c’è alcuna ambiguità in merito alla datazione delle evidenze o dei materiali ritrovati in quanto la località non è mai stata rioccupata – offrono condizioni eccezionali per lo studio delle tecniche di costruzione di quel periodo. In questo contesto, ci è sembrato interessante comparare le nostre osservazioni e le nostre interpretazioni ricreando situazioni concrete. Per questo lavoro sperimentale, si trattava di riprodurre i gesti e le posture dei cavatori dell’epoca, ma anche di evidenziare le difficoltà che potevano incontrare nel corso delle operazioni. Utilizzando attrezzi in rame del tutto comparabili a quelli ritrovati in situ, abbiamo potuto valutarne la resistenza e l’efficacia sul calcare locale. Infine abbiamo cercato di valutare i tempi ed il personale necessario per svolgere le varie mansioni>>.

*Franck Burgos (tagliatore di pietre del CNRS) e Emmanuel Laroze (Architetto del CNRS), sono collegati al Laboratorio “Orient et Méditeranée”.

** Il peso è però molto variabile, essendo compreso tra 2 e 15 tonnellate circa.

LE TECNICHE DI ESTRAZIONE DURANTE L’ANTICO REGNO

Le nostre conoscenze sulle tecniche estrattive dei blocchi di calcare relative all’Antico Regno sono piuttosto limitate e si fondano essenzialmente su evidenze legate alla piana di Giza, dove sono tuttora visibili numerosi giacimenti. Qui, sul lato nord-orientale della piramide di Chefren (Immagini n. 1-2), ma anche in prossimità dell’angolo nord-occidentale della piramide di Micerino, sono evidenti resti di estrazione che formano una specie di scacchiera e ci forniscono un’ idea del metodo utilizzato, all’epoca, dai cavatori.

Immagine n. 1 Cave situate a Nord della Piramide di Chefren (©Franck Monnier, L’Univers Fascinant des Piramide d’Égypte, pp. 216-217)
Immagine n. 2 Particolare delle impronte di estrazione dei blocchi di calcare presso l’angolo nord-ovest della piramide di Chefren (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.76)

L’estrazione avveniva in due fasi: prima si liberavano le facce verticali, poi si procedeva al distacco della superficie inferiore orizzontale. Il calcare, essendo una roccia sedimentaria, presenta una stratificazione caratterizzata da una coesione più forte in un verso rispetto all’altro. Le due operazioni si basavano dunque su due tecniche differenti: il taglio in senso verticale e il distacco per distensione dal piano parallelo al giacimento di pietra.

Il cavatore attaccava la roccia per mezzo di uno scalpello di rame, un mazzuolo in legno e, molto probabilmente con utensili litici. Si effettuava lo scavo di una trincea dall’alto in basso tenendo l’attrezzo perpendicolare ai letti sedimentari della roccia. L’utensile era tenuto a livello dei suoi piedi per cui lavorava solitamente in posizione accovacciata e le trincee verticali dovevano essere sufficientemente larghe in modo da consentirgli di poter operare man mano che lo scavo procedeva verso il basso. Le disponibilità tecnologiche nell’Antico Regno, sembrano non comprendere attrezzi metallici di grosse dimensioni. Lo scalpello era un piccolo e semplice strumento di rame lungo una ventina di centimetri, per cui il cavatore doveva lavorare nella trincea accompagnandolo con la mano. E’ interessante notare, in proposito, come l’ottimizzazione della produttività estrattiva, nel corso del tempo, sia legata all’evoluzione degli utensili e al miglioramento della loro resistenza: l’uso di strumenti più performanti come picconi, pali da cavatore o anche scalpelli molto lunghi ha consentito di ridurre la larghezza dei tagli di scavo sino a pochi centimetri (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Evoluzione della tecnologia nell’estrazione dei blocchi di pietra dall’Antico Regno ai nostri giorni: lo sviluppo di attrezzi sempre più lunghi e resistenti ha permesso di ottimizzare lo scavo delle trincee che sono divenute progressivamente sempre più strette. A sinistra: con scalpello e mazzuolo durante l’Antico Regno. Al centro: con piccone da cava durante l’ epoca Romana. A destra: con palo d’acciaio in epoca moderna. E’ evidente la riduzione dello spessore dei taglio, con conseguente minore dispersione di materiale.

(Ai nostri giorni questo spazio si riduce a qualche millimetro, la larghezza necessaria al passaggio di dischi da taglio o fili elicoidali). Durante l’Antico Regno, la necessità di operare all’interno di una trincea di scavo implicava che questa avesse una larghezza di almeno una cinquantina di centimetri, il minimo indispensabile affinché un operaio potesse contare su un sufficiente spazio di manovra. Per questo motivo e per ridurre gli sprechi, bisognava inevitabilmente procedere all’estrazione di blocchi molto voluminosi. Si intuisce facilmente, infatti, che cavare blocchi piccoli e maneggevoli avrebbe comportato un enorme perdita di materiale da costruzione *. L’ottimizzazione era, inoltre, fortemente legata al problema del trasporto, la cui difficoltà aumentava proporzionalmente al peso del carico.

La tecnica impiegata per la separazione del blocco dal banco di roccia sul piano orizzontale è, invece molto meno nota. In ogni caso doveva rappresentare la parte più delicata di tutto il procedimento di estrazione, tenendo soprattutto conto della mancanza di attrezzi in acciaio. Più tardi i cunei di separazione (cunei di legno che opportunamente bagnati si espandevano provocando il distacco del blocco) avrebbero mostrato la loro enorme efficacia per questo tipo di operazione, ma la mancanza di tracce dell’uso di questi utensili nei giacimenti sfruttati nell’Antico Regno, induce ragionevolmente a concludere che all’epoca non fossero ancora utilizzati. La sola ipotesi tecnica che sia stata avanzata è quella illustrata da Reisner che consisteva nel posizionare un grosso pezzo di legno alla base di una delle facce del blocco e poi di bagnarlo abbondantemente.** La spinta laterale generata dal legno rigonfiato per l’azione dell’acqua, faceva sì che il blocco di pietra si distaccasse dal suo basamento roccioso. In ogni caso, molti ricercatori concordano sul fatto che i cavatori dell’Antico Regno, per questa delicata operazione, sfruttarono al meglio delle loro conoscenze le proprietà geologiche del calcare. Trattandosi di una roccia sedimentaria, esso è composto da una successione di strati più o meno compatti e solidali l’uno rispetto all’altro. Gli strati argillosi, piuttosto teneri, che si alternano ai banchi sedimentari più duri erano quelli che i cavatori con tutta probabilità ricercavano attraverso lo scavo verticale: una volta raggiunti si aveva la certezza che il blocco fosse adagiato sulla superficie di minore aderenza con la roccia e di conseguenza, poteva essere estratto con facilità. A Wadi el-Jarf molti blocchi presentano su una delle superfici questo strato di marna, segno evidente che sono stati asportati in questo modo (Immagine n. 4)***.

Immagine n. 4 Wadi el Jarf, blocco di chiusura davanti all’ingresso di una galleria. I cavatori hanno sfruttato in tutta evidenza lo strato marnoso (chiaramente visibile nella parte sinistra, di colore più intenso) per staccarlo agevolmente dal suo substrato roccioso. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.78)

*Due esempi, calcolati su un singolo blocco, permettono di valutare questa differenza di rendimento: con delle trincee di scavo larghe 0,5 m. e alte 1 m. era necessario scavare 3 mc. di roccia per ottenere un blocco di 1 m. di lato, mentre bisognava sbancare 5 mc. di pietra per estrarre un blocco di 2 m. di lato.

** Reisner (1931); Goyon et al.(2004); Arnold (1991).

*** Georges Goyon sostiene che a Giza l’irregolarità delle assise della Grande Piramide sarebbero legate proprio allo sfruttamento dei banchi di cava. Goyon (1978)

Fonte: F. Burgos & E. Laroze, “L’extraction des blocs en calcaire à l’Ancient Empire. Une experimentation au ouadi el-Jarf, JAEA n. 4 (The Journal of Ancient Egyptian Architecture), 2020 pp. 73-95

LA CAVA DI WADI EL-JARF

Risale al 2017 la scoperta della cava dalla quale furono prelevati i blocchi per la chiusura delle gallerie del sito. Si trova a circa 400 metri dalla principale concentrazione di antichi magazzini e la sua posizione dominante, rispetto al complesso, ne ha sicuramente agevolato il trasporto. La zona di estrazione appare come una sorta di depressione delimitata da due fronti di cava posti sui versanti ovest e nord. Inoltre, sono presenti tre diaclasi* parallele al fronte nord. Questa circostanza, in tutta evidenza, giocò un ruolo fondamentale nella scelta di questo luogo in quanto simili particolarità geologiche facilitavano enormemente l’estrazione. Infatti, è proprio lungo una di queste diaclasi, situata nella parte settentrionale, che se ne osservano le tracce più interessanti. In particolare si è potuto stabilire che erano necessarie soltanto due trincee verticali, perpendicolari l’una rispetto all’altra, per estrarre un blocco (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Impronta di estrazione di un grosso blocco nella cava di Wadi el-Jarf (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.80).

Dall’insieme delle evidenze è stato possibile ricostruire il metodo utilizzato dai cavatori: una volta isolato il blocco, si scavava nella parte sottostante per staccarlo completamente dal banco roccioso.

Non lontano, si trova un blocco che fu abbandonato in corso d’estrazione (Immagine n. 2). 

Immagine n. 2 Wadi el-Jarf, blocco abbandonato in corso d’estrazione. Le due trincee verticali sono ancora ben conservate. Nella parte inferiore di queste, si notano delle sorte di box di circa 0,50 x 0,50 m. e distribuite a diverse altezze: corrispondono a delle postazioni di lavoro (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.80).

Nonostante sia stato parzialmente eroso dal vento e dalla sabbia, si distinguono ancora perfettamente le due trincee. Sul fondo sono presenti delle piccole piattaforme di circa 50 x 50 cm. distribuite su diverse altezze. Ciascuna di queste non era altro che una postazione di lavoro ed è apparso subito chiaro che, grazie a questo espediente, più operai potessero lavorare simultaneamente**. In questa zona di estrazione sono stati ritrovati diversi attrezzi litici, spesso simili a grossi ciottoli. Su alcuni era presente del verderame segno evidente che erano stati a contatto con il rame. Fungevano da incudini e percussori per ribattere e rendere tagliente la punta degli scalpelli. Questo procedimento, che doveva essere ripetuto frequentemente, permetteva di affilare la parte attiva dell’attrezzo. Pietre più grandi furono, probabilmente, usate come cunei per sostenere temporaneamente i blocchi in verticale o come punti d’appoggio per le leve, o, anche, per garantire la sicurezza nelle trincee orizzontali quando si operava in situazioni difficili.

Sono stati ritrovati anche frammenti di legno, tra cui i resti di un mazzuolo usato.

Grandi quantità di cocci di ceramica sparsi al suolo sono indicativi della fondamentale necessità di stoccaggio: si pensi solo al fabbisogno di acqua dei lavoratori impegnati in una attività simile.

<<Questo sito è stato esplorato solo parzialmente durante una stagione, ma ci ha sorpreso non trovare molti dei tagli che normalmente caratterizzano le aree di lavorazione della pietra. In compenso, abbiamo trovato una grande quantità di substrato sabbioso. Più tardi, grazie alla sperimentazione, abbiamo compreso che si trattava dei residui dell’estrazione. L’osservazione delle tracce lasciate sulla pietra a Wadi el-Jarf e gli strumenti rinvenuti in situ ci permettono di ricostruire la “cassetta degli attrezzi” del cavatore che era, tutto sommato, piuttosto rudimentale>>.

– Mazzuoli in legno d’acacia.*** Questa essenza legnosa ha la caratteristica di essere particolarmente dura e resistente. Questo materiale è sempre stato molto abbondante in Egitto e i tagliatori di pietre ne facevano un grande uso. La copiosa quantità di frammenti ritrovati sul sito indica che questi mazzuoli erano sottoposti ad un uso massiccio, per cui, a causa dell’usura era necessario rimpiazzarli frequentemente (Immagine n. 3).

– Attrezzi litici Ciottoli di pietra dura venivano utilizzati come martelli o incudini (Immagine n. 4).

Immagine n. 3 Mazzuolo in legno d’acacia (© G. Pollin, IFAO).
Immagine n. 4 Ciottolo in pietra dura(© G. Pollin, IFAO).

– Cordame Rinvenute in grande quantità nel sito, le corde servivano sia al traino dei blocchi, sia a tenere unite tra loro delle parti (Immagine n.5).

Immagine n. 5 Corda a tre capi (© G. Pollin, IFAO).

Quelle utilizzate dai cavatori erano per lo più formate da tre capi intrecciati e misuravano almeno 3 cm. di diametro, come indicano i numerosi segni lasciati sugli spigoli dei blocchi (Immagine n.6).

Immagine n. 6 Impronta sullo spigolo di un blocco e confronto con una corda rinvenuta nel sito (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.83).

Lo studio di Clair Newton ha dimostrato che erano realizzate con fibre di steli di papiro (Cyperus papyrus), o anche di Desmostachya bipinnata e/o Imperata cylindrica).

– Scalpelli in rame Erano attrezzi preziosi e durevoli. La durezza e l’affilatura della loro parte attiva erano mantenute da battiture a freddo con una pietra e un’incudine. Nel sito sono state rinvenute solo alcune punte deteriorate (immagine n. 7).

Immagine n. 7 Scalpello in rame con la punta spezzata (© G. Pollin, IFAO).

– Leve e cunei di legno. Benché a Wadi el-Jarf non siano stati ritrovati esemplari di questi attrezzi, tuttavia erano indispensabili per maneggiare, sistemare o rimuovere i blocchi. Le mortase realizzate su alcuni blocchi per fornire un punto di attacco, dimostrano che le leve avevano sezioni da 10 a 15 cmq.

<<Le nostre osservazioni ci hanno portato a riprodurre una tecnica estrattiva convincente che sembra, a grandi linee, esser conforme alle interpretazioni fatte per altri siti. Restava da supportare lo stato della conoscenza con la messa in pratica per poter tentare di fornire informazioni quantitative (tempi, effettivi, usura degli attrezzi, etc.) ma anche di ordine pratico (postura degli operai, disagio, comprensione dell’ambiente di lavoro, etc.)>>.

* In geologia, si definisce diaclasi una frattura prodottasi in una massa rocciosa, senza che questa comporti uno spostamento delle due parti in cui si divide

** L’organizzazione e le dimensioni di questi spazi di lavoro sono perfettamente comparabili a quelli visibili sul fondo delle trincee di estrazione degli obelischi ad Assuan.

*** Claire Newton ha potuto identificare che si tratta per lo più d’Acacia, probabilmente di una o più specie diverse, disponibili localmente (rapporto di studio archeobotanico di fine missione, 2019, p.15).

LA SPERIMENTAZIONE

L’esperimento è stato condotto durante le campagne del 2018 e 2019 e si è concretizzato nell’estrazione di due blocchi di circa 1 mc. ciascuno. E’ stata scelta una zona ad una cinquantina di metri dall’antica cava sia per la facilità d’accesso, sia per la vicinanza che consentiva una rapida comparazione delle antiche tracce di taglio. L’affioramento roccioso è, geologicamente, del tutto confrontabile a quello sfruttato dagli antichi cavatori: pietra relativamente tenera, ubicazione vantaggiosa sia per il lavoro di scavo che per il successivo trasporto dei blocchi. Sono stati utilizzati quattro scalpelli, realizzati in Francia a partire da segmenti di barre di rame pieno della lunghezza di 22 cm. ed un diametro di 25 mm. (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Mazzuolo in faggio e scalpelli in rame utilizzati durante la prima campagna. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.83).

Il rame è un metallo malleabile che tende ad indurire quando lo si forgia. Questo cambiamento di proprietà, conseguenza della deformazione plastica, viene detto incrudimento. Per ottenere le migliori caratteristiche sono stati testati diversi metodi. Per brevità tralascio la descrizione completa delle tecniche sperimentate: accenno al fatto che si è provato con la forgiatura a caldo, con quella a freddo e con una, diciamo così, mista. Le prime due hanno dato risultati deludenti alla prova pratica con attrezzi che all’attacco della pietra si sono rovinati rapidamente. La terza ha dato, invece, esiti molto favorevoli: lo scalpello percosso ripetutamente dal mazzuolo ha ben aggredito la pietra senza deteriorarsi. Sebbene di misura leggermente superiore (la larghezza della parte attiva essendo di circa 1,6 cm., mentre le tracce lasciate sui blocchi dagli antichi attrezzi vanno da 1 ad 1,3 cm.) la forma è identica. Il metallo utilizzato, per contro, non è lo stesso che si produceva nell’antichità. Ma non vi è alcun dubbio che i fabbri egizi avevano acquisito una grande padronanza nella produzione dei loro utensili. Erano in grado di rendere il metallo sufficientemente duro (grazie alla forgiatura, ma anche variandone la composizione aggiungendo, ad esempio, dell’arsenico) per poter tagliare pietre da ténere a moderatamente dure. Ovviamente questi attrezzi non potevano essere utilizzati su pietre dure come calcite, marmo, quarzite, schisto o granito.

I mazzuoli, aventi un diametro di circa 22 cm., sono stati torniti in Egitto in un legno verde che resiste molto bene all’impatto. Sono state fatte prove con mazzuoli più piccoli ed in legno più secco, dunque anche più leggeri, ma si sono rivelati molto meno resistenti.

La sperimentazione di questo cantiere è stata condotta da 5 persone che si sono alternate in due compiti. Il taglio propriamente detto impegnava 4 di loro, mentre la quinta si occupava dello smaltimento dei materiali di scarto e dell’apporto di acqua. Tra le persone ingaggiate, il solo Franck Burgos è un professionista del taglio della pietra.

La prima tappa è stata disegnare la sagoma del blocco frontalmente e sulla cima dell’affioramento roccioso. Dopo di che sono state impiantate tre trincee verticali a forma di U (Immagine n. 2). 

Immagine n. 2 Primi colpi di scalpello nella zona di estrazione scelta per la sperimentazione moderna: Preparazione del fronte di taglio e del letto superiore. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.84).

I quattro tagliatori si sono distribuiti su postazioni simili a quelle osservate nelle antiche cave: tre posizionati alla sommità ciascuna trincea mentre l’altro stava in piedi di fronte alla linea di taglio. Una simile organizzazione, che riproduceva quella adottata dagli antichi egizi, permetteva di ripartire equamente il lavoro del gruppo e soprattutto di operare simultaneamente. Sia in posizione stante che accovacciato, ogni operaio poteva contare su uno spazio corrispondente ad una superficie di 50 cm. di larghezza e altrettanti di profondità. Si sono formati naturalmente dei livelli di scavo in tutto e per tutto comparabili a quelli osservati intorno al blocco incompiuto della cava antica.

Sin dai primi colpi di mazzuolo, lo scalpello in rame si è dimostrato resistente ed efficace nell’aggredire la roccia. La parte attiva dell’attrezzo è stata mantenuta efficiente ribattendola regolarmente su un’incudine. Il taglio del calcare si è rivelato, invece, piuttosto laborioso a causa della inaspettata durezza della pietra; nello specifico è stato particolarmente difficoltoso nei primi centimetri ricoperti da carbonato di calcio.* Una volta superato questo strato, la roccia si è rivelata più tenera, ma il taglio progrediva comunque troppo lentamente, soprattutto nell’ottica dei tempi necessari a produrre i 2,3 milioni di blocchi stimati necessari per costruire la Grande Piramide. Inoltre, l’usura dei mazzuoli in legno era estremamente rapida e dovevano essere sostituiti frequentemente. Così, dopo 3 giorni di frustrante lavoro, i progressi erano davvero scoraggianti: erano stati scavati solo una ventina di centimetri, vale a dire che si asportavano 0,0033 mc. di roccia all’ora. Facendo qualche elementare calcolo, sarebbero occorse 606 ore per cavare un blocco. Il metodo quindi non era assolutamente efficace.

Franck Burgos ebbe, allora l’idea di bagnare la pietra. Si era accorto che la roccia del sito era particolarmente ricca di sale. In effetti, all’ingresso di alcune delle antiche gallerie si possono osservare numerose infiorescenze saline. Era evidente che, per un processo di litificazione, la pietra era diventata molto più compatta. Per di più la scarsa presenza di piogge aveva contribuito a mantenere molto alta la concentrazione di sale nella roccia. Si è pensato allora di scavare una depressione a fondo orizzontale di circa 50×50 cm. e di versarvi circa due litri d’acqua. Inaspettatamente essa è stata assorbita in meno di tre minuti e la pietra ha cambiato repentinamente d’aspetto e consistenza (Immagine n. 3) assumendo una colorazione più scura e diventando più tenera per una profondità di quasi 7 cm.

Immagine n. 3 Acqua versata nel fondo della trincea. Dopo l’assorbimento, e la dissoluzione dei sali, la roccia diviene più tenera. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.86).

L’azione degli scalpelli è divenuta subito più efficace staccando frammenti molto più grossi (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Il taglio della roccia dopo che è stata inumidita. L’impatto dell’attrezzo diventa molto più efficace, portando via frammenti molto più consistenti. Il residuo è del tutto simile a quello di una sabbia grossolana (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.86).

Il residuo che si accumulava aveva un aspetto marnoso (Immagine n. 5) e finché era umido era possibile compattarlo per pressione.

Immagine n. 5 Questo è l’aspetto dei residui generati dall’uso degli scalpelli sulla pietra umida. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.86).

Una volta disseccato si disgregava completamente. 

<< In pratica, abbiamo capito che l’acqua scioglieva i sali, ma agiva anche sulle argille contenute nella roccia. E’ interessante notare che una roccia che era stata inzuppata non recuperava le sue proprietà dopo essersi asciugata: continuava a rimanere più tenera>>**. 

Umidificando la roccia si è avuto un importante guadagno di produttività: la capacità di asportazione ha raggiunto 0,021 mc/h, ossia sei volte più rapida rispetto al primo approccio. Inoltre gli attrezzi, mazzuoli e scalpelli, essendo meno sollecitati si usuravano molto più lentamente ed i cavatori erano sottoposti a condizioni di lavoro meno faticose. Ovviamente, era necessario un continuo approvvigionamento di acqua nella cava***. La progressione nelle trincee ha seguito questo metodo fino alla base del blocco (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 La sequenza di immagini illustra la progressione del ciclo di estrazione, durante la prima campagna di sperimentazione. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.87).

* Vista la durezza del minerale, non è improbabile che questi primi centimetri furono attaccati utilizzando anche attrezzi litici.

** L’assorbimento d’acqua attraverso il calcare locale è sorprendente nella sua rapidità. E’ senza dubbio questa la strana proprietà della pietra che Alessandro Barsanti (Alessandria d’Egitto, 1858-1917), lo scopritore della tomba di Akhenaton, osservò durante lo scavo della grande fossa di Zawiyet el-Aryan nel marzo del 1905, anche se non seppe darne la giusta interpretazione: ”Una vera e propria bomba d’acqua cadde sulla montagna di Zawiyet el-Aryan e il pozzo fu inondato fino ad un’altezza di 3 metri; verso mezzanotte il livello si abbassò bruscamente di circa un metro. Non posso spiegare questo fenomeno se non supponendo che sia stata inghiottita in qualche galleria sotterranea abbastanza ampia da contenere 380 metri cubi d’acqua!” (Barsanti, 1906)

*** Nel sito c’erano due possibilità di approvvigionamento d’acqua: la sorgente, oggi inglobata nel monastero di San Paolo, a circa 10 Km. verso ovest, oppure il mare a 3 Km. in direzione est. “Non abbiamo sperimentato l’acqua di mare, ma non è escluso che potesse funzionare”. Per il trasporto si potevano utilizzare gli asini, che potevano agevolmente sopportare un carico di circa 100 Kg.

A circa metà dell’opera, l’equipe si è imbattuta in uno strato più duro, dello spessore di qualche centimetro, costringendola a modificare la tecnica di scavo. In quel punto la pietra, più compatta, presentava una porosità decisamente minore; di conseguenza l’efficacia dell’acqua è diventata pressoché nulla e gli scalpelli di rame perduto la loro funzionalità. Ci si è avvalsi allora di strumenti litici, vale a dire dei semplici ciottoli di calcare duro, che si sono dimostrati molto efficaci.

Per tutta la durata dell’operazione è stato necessario tenere sotto controllo la verticalità delle pareti del blocco, in quanto una correzione successiva avrebbe comportato un grosso dispendio di tempo. Per rimediare a posteriori, si sarebbe dovuto bagnare la parete del blocco e l’acqua scorrendo via rapidamente non avrebbe impregnato la roccia in maniera efficace.

Essendo la postura dei cavatori (rannicchiati nella trincea ed impossibilitati a variare la posizione) estremamente scomoda e gravosa per le articolazioni, si sono stabiliti dei ritmi di lavoro che permettessero un adeguato recupero. Adottando questi ritmi si è potuto completare lo scavo delle tre trincee verticali in 6 giornate lavorative da sei ore ciascuna, impiegando 5 persone: quattro al taglio e la quinta a fare da aiuto (smaltimento dei residui, approvvigionamento d’acqua, ecc.). E’ bene tenere presente che il risultato ottenuto comprende anche i tempi morti richiesti dai ragionamenti sulle strategie da adottare e dai tentativi effettuati nella ricerca della tecnica più efficace. Di conseguenza al netto di questi ritardi, la base del blocco sarebbe stata raggiunta in teoria in 4 giorni, sbancando 2 mc. di roccia. E’ ragionevole supporre che il rendimento degli antichi cavatori, già padroni delle tecniche ed adusi a questo lavoro, fosse di almeno un 20%-30% superiore. Inoltre, questo esperimento è stato condotto su un banco calcareo locale abbastanza duro, il che porta, ovviamente, a concludere che i risultati variassero sensibilmente in funzione della compattezza della pietra.

IL DISTACCO DEL BLOCCO PER FRATTURAZIONE

Una volta liberato il blocco sui 4 lati, si è presentato il problema di come staccare la faccia inferiore ancora solidale al banco roccioso. A Wadi el-Jarf non si sono trovate tracce di applicazione della tecnica con il legno bagnato descritta da Reisner, né indicazioni dell’utilizzo di cunei. Si è valutato che l’uso di legno gonfiato attraverso l’acqua fosse poco attuabile per semplici ragioni logistiche e, pertanto, si è concluso che gli antichi dovettero impiegare soluzioni più semplici. Il procedimento sicuramente più pratico e conveniente doveva essere quello di sfruttare le proprietà geologiche del banco come, ad esempio, raggiungere lo strato argilloso. In questo caso, la sola difficoltà era quella di scegliere con discernimento ed in anticipo il giacimento. Quando ciò era possibile è indubbio che gli antichi egizi privilegiassero questo metodo che era di gran lunga il meno laborioso. Altrimenti, bisognava procedere in modo diverso scavando una trincea nella parte sottostante, come dimostra il blocco di cui abbiamo scoperto l’impronta nella cava e il cui distacco non poté beneficiare di questa agevolazione. 

<<Infatti, avevamo notato che una metà di questa faccia aveva segni di utensili mentre l’altra parte era stata fratturata. È questo metodo, sicuramente più impegnativo, che abbiamo scelto di sperimentare>>.

E’ stato necessario, prima di tutto, realizzare una trincea orizzontale alla base del blocco (Immagine n. 1); dopodiché si è provveduto ad eseguire un taglio, profondo una quarantina di centimetri alla base della faccia anteriore. Sugli altri lati, essendo lo spazio delle trincee molto angusto, si è potuto avanzare solo per circa 10 cm.

Immagine n. 1: Scavo dello spazio alla base del blocco prima di effettuare il distacco per fratturazione (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.89).
Immagine n. 2 Posizione del cavatore all’interno della trincea (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.88).

<<Con il blocco così preparato, abbiamo tentato, in un primo momento, di separarlo per fatturazione con l’aiuto di leve. Contro la faccia posteriore sono stati collocati due pezzi di legno lunghi 3 metri e con una sezione di 10 cmq. Le due leve erano disposte in modo da poggiare su cunei che erano a loro volta appoggiati al bordo della trincea e le loro estremità toccavano il blocco. Due uomini per ogni leva esercitavano la forza nel tentativo di distaccarlo. Sfortunatamente, essendo lo spazio tra il blocco ed il basamento troppo largo, era difficile trovare un punto di appoggio efficace, per cui il tentativo è fallito. Abbiamo ripetuto l’esperimento dopo aver approfondito lo scavo sotto il blocco, ma anche in questa situazione non ci sono stati progressi. Era evidente che le forze esercitate dalle leve non erano sufficienti nonostante fossero sollecitate al limite della loro resistenza ed anche la modalità a scatti con cui venivano azionate si dimostrava inefficace. Abbiamo così pensato di mettere in forza un pezzo di legno di 10 x 10 cm nella trincea posteriore. Il puntone, leggermente più lungo della trincea stessa, è stato collocato nella metà superiore. Una delle sue estremità era posta in alto contro il blocco mentre l’altra era appoggiata al muro opposto. L’operazione seguente è stata quella di mettere sotto pressione il pezzo di legno colpendolo sulla parte superiore con un palo (Immagini n. 3-4). Quest’ultimo, similmente ad un martello, veniva azionato verticalmente da un uomo, le cui gambe erano appoggiate rispettivamente sul blocco e sul bordo della trincea. Dopo cinque minuti di lavoro, il blocco ha ceduto palesando una fessura orizzontale alla base del blocco>>.

Immagine n. 3 Compressione di un puntone di legno sul retro del blocco per provocarne la frattura, cioè il distacco dal suo banco (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.90).
Immagine n. 4 Schematizzazione del metodo utilizzato per la compressione dei puntoni di legno così come è stato sperimentato a Wadi el-Jarf. L’asse di legno, leggermente più lungo della larghezza della trincea è stato forzato a scendere contro la faccia del blocco per mezzo di colpi ripetuti. Il principio è quello di esercitare pressioni parallele al verso della sedimentazione rocciosa. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.91).

La sperimentazione di questa tecnica ha dimostrato di essere estremamente efficace e facile da mettere in pratica. Essa ha lo scopo di generare grandi pressioni in modo continuo. Si può immaginare che, secondo questo stesso principio, potessero essere inseriti sul fondo della trincea ancora più puntoni per aumentare la spinta. La compressione si sarebbe potuta ottenere martellando con attrezzi litici, alternando i colpi da uno spuntone all’altro. Inoltre, inserendo dei grossi pezzi di legno tra i montanti ed il blocco, le forze su di esso esercitate si sarebbero distribuite in maniera ancora più uniforme. E’ anche possibile che la grande pressione esercitata da questo sistema nel verso della sedimentazione potesse essere sufficiente a staccare il blocco, senza la necessità di ricorrere ad uno scavo così profondo della trincea orizzontale, come quello effettuato nel corso dell’esperimento.

CONCLUSIONI

L’esperimento condotto a Wadi el-jarf, col semplice utilizzo di scalpelli in rame, mazzuoli in legno e acqua per ammorbidire la pietra, ha dimostrato che con una simile tecnica si è ottenuto un rendimento di 0,021 mc/h di blocchi estratti.Il lavoro di isolamento del blocco, al netto dei ritardi dovuti allo studio sul modo di intervenire e ai tentativi falliti, è stato completato in 4 giornate di 6 ore ciascuna e portato avanti da 4 persone (non contando, l’aiuto del quinto collaboratore preposto allo smaltimento degli scarti). Il taglio della trincea orizzontale e il distacco dal basamento calcareo hanno richiesto una giornata supplementare. In definitiva, la stima che ne consegue è che un singolo individuo può estrarre un blocco ogni 20 giorni, ossia 0,05 blocchi al giorno. Si tratta, ovviamente di un calcolo condizionato dal particolare contesto della località dove i blocchi furono estratti in funzione della necessità e soprattutto della vicinanza del giacimento**. Inoltre, l’estrazione sperimentata da Burgos e Laroze presenta la particolarità, trattandosi di un solo blocco, di aver richiesto lo scavo di tre trincee. In condizioni di produzione intensiva e razionale, come ad esempio nel caso della piramide di Chefren, bastavano solo due tagli verticali e perpendicolari tra di loro. Ogni trincea, ovviamente liberava la facciata di un blocco e di quello adiacente. In questo caso, la quantità di roccia sbancata scendeva a 1,25 mc, rispetto ai 2 mc. sperimentati a Wadi el-jarf, con un rendimento pari a 0,071 blocchi al giorno per operaio. In caso di estrazione di blocchi di dimensioni maggiori, la prestazione era ancora migliore.

La schematizzazione in 4 fasi dell’estrazione di un blocco a Wadi el-Jarf, operata da una squadra di 4 persone:
1) preparazione del fronte di lavoro e allestimento delle tre trincee verticali;
2) scavo delle trincee;
3) perfezionamento dello scavo delle trincee verticali e scavo alla base del blocco;
4) messa in tensione del blocco, con l’aiuto puntoni di legno, per fratturarla alla base.

Questi risultati possono essere confrontati con la sperimentazione NOVA*** che si era interessata allo studio dell’estrazione delle pietre per la costruzione della Grande Piramide. Siccome quell’esperimento fu condotto con l’ausilio di attrezzi in acciaio, la comparazione dei risultati è, di conseguenza molto limitata. Infatti, in quelle condizioni operative, il rendimento con attrezzatura moderna fu di 186 blocchi estratti in 22 giorni da 12 cavatori (ossia, circa 0,705 blocchi/operaio/giorno). Per riallineare le prestazioni agli utensili utilizzati nell’antichità, Lehner pondera una produzione di 322 blocchi al giorno operata da un totale di 1212 individui (ossia circa 0,266 blocchi/operaio/giorno). Con una simile prestazione senz’altro la Piramide di Cheope, dato per scontato che sia costituita da 2.300.000 blocchi, poté essere costruita in venti anni.

Secondo le stime derivanti dall’esperimento di Wadi el-Jarf, (ma va tenuta sempre presente la differente natura geologica del sito e le condizioni in cui è stato operato il test) per raggiungere un ritmo produttivo di circa 340 blocchi al giorno, sarebbe occorso l’impiego di 4788 cavatori. Però, se si aumenta il periodo di attività del cantiere a 27 anni, il che è comunque plausibile, la produzione giornaliera richiesta scende a 250 blocchi e l’impiego umano a 3521 unità****.

Inoltre, è apparso subito chiaro che l’estrazione generava una considerevole quantità di materiale di risulta. In pratica si è calcolato che per un blocco estratto del volume di 1 mc. si ottenevano circa 1,5 mc. di detriti facilmente compattabili e molto stabili, perfettamente idonei ad essere riutilizzati. Se trasferiamo queste cifre alla piana di Giza, si può stimare che per circa 2.000.000 di mc. estratti furono prodotti circa 3.000.000 di mc. di frantumi che dovevano essere smaltiti oppure, più intelligentemente, riutilizzati. Con una tale quantità di materiale disponibile, che si accumulava continuamente, è del tutto logico ed evidente concludere che venisse reimpiegato, ad esempio, per elevare rampe o impalcature. Una volta chiuso il cantiere, i detriti di cui erano composte potevano essere livellati per modellare la topografia dell’area.

La scoperta della cava di Wadi el-Jarf e di attrezzi dell’epoca, ha fornito moltissime informazioni inedite sui procedimenti di estrazione durante l’Antico Regno. Confrontando gli utensili ritrovati in situ con le tracce lasciate sul fondo delle trincee di scavo, si è potuti risalire alle tecniche impiegate. Ciò ha permesso non solo di ricostruire gesti e posture degli antichi cavatori, ma anche di comprendere come era organizzata la suddivisione dei compiti in seno alla squadra. Quanto sperimentato, va tenuto ben presente, era posto in pratica da individui altamente qualificati e riuniti in squadre estremamente affiatate. I risultati ottenuti vanno rapportati alla grande forza del sistema manageriale egizio in grado di sviluppare delle sinergie che permettevano di conseguire una perfetta combinazione di competenze e risorse umane. Pertanto, è fin troppo facile concludere che il rendimento produttivo fosse ben superiore a quanto evidenziato dall’indagine moderna. La marcatura sistematica di utensili, blocchi o dei vasi, così come è stato osservato a Wadi el-Jarf, testimonia l’importanza e l’efficienza dell’organizzazione della forza lavoro all’interno delle squadre. E’ ciò che attesta anche l’eccezionale papiro di Merer rinvenuto nel sito.

Franck Burgos, scalpellino. CNRS – Centre National de la Recherche Scientifique. Studio e realizzazione di monumenti antichi. Coordinamento e studio logistico di siti archeologici. Esperto delle costruzioni in pietra.

Emmanuel Laroze , architetto e ingegnere di ricerca presso il CNRS.
Specialista nello studio degli edifici e delle tecniche costruttive antiche, nel 1998 è entrato a far parte dell’Istituto Francese del Vicino Oriente ad Amman dove ha partecipato allo studio del Tempio di Zeus nel sito di Jerash.Dopo aver lavorato presso l’ Institut National de Recherche en Archeologie Préventive di Pantin (2002-2004) e aver preso parte a missioni archeologiche in Siria (Ugarit e Shaara), è diventato direttore del Centre Franco-Egyptien d’Etude des Temples di Karnak in Egitto (2005-2008).
Dal suo ritorno in Francia, è stato assegnato al laboratorio Orient & Méditerranée dove collabora a vari progetti, in particolare in Egitto, come il tempio di Opet a Karnak (cortile del nascondiglio, colonne della sala ipostila) o la porta di Tiberio a Médamoud. 

* In altro contesto, a Petra, ad esempio, il rendimento con attrezzi in acciaio in epoca romana, sul gres, è stato stimato intorno a 0,066 mc/h (Bessac,2007 pag. 360)

** Va considerato, infatti, che il numero di blocchi necessari alla chiusura delle gallerie, non avrebbero giustificato la ricerca di un giacimento che per caratteristiche geologiche avrebbe permesso un rendimento migliore. Inoltre, si deve considerare che uno sfruttamento delle risorse su larga scala, avrebbe avuto un forte impatto sul paesaggio circostante, mentre lo scopo del complesso portuale era proprio quello di nascondere nel miglior modo possibile le gallerie di stoccaggio.

*** Lehner 1996, pp.46-93 e 1997, pp.206-209

**** Si ragiona, ovviamente, sull’idea che la Grande Piramide sia interamente costituita da blocchi. Tuttavia, nulla vieta che siano stati utilizzati, in parte, cassoni riempiti da calcinacci, materiali di risulta dell’estrazione dei blocchi e/o sabbia.

Fonte: F. Burgos & E. Laroze, “L’extraction des blocs en calcaire à l’Ancient Empire. Une experimentation au ouadi el-Jarf, JAEA 4 (The Journal of Ancient Egyptian Architecture), 2020 pp. 73-95