EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre, Piramidi

LE PIRAMIDI DELLE REGINE

La piramide settentrionale (G1-a)

Alla periferia est, presso l’angolo sud-orientale del recinto della Grande Piramide, sono presenti, allineate da nord a sud, tre piccole piramidi (denominate G1-a, G1-b e G1-c) generalmente attribuite alle regine di Cheope (Immagine n. 13). Sul lato orientale di ciascuna si rilevano tracce di una piccola cappella; sono inoltre presenti due fosse per barca: una situata a sud della costruzione settentrionale, l’altra a sud di quella centrale. In epoca moderna questi edifici furono esplorati prima da Vyse, nel 1837 e, successivamente, agli inizi del Novecento, da George Reisner che ne documentò la maggior parte degli elementi architettonici. Infine, nell’ambito del progetto di controllo del sito, sotto la direzione di Zahi Hawass, l’equipe egiziana ha eseguito lavori di sgombro nell’area che hanno fornito ulteriori elementi utili per una miglior comprensione di questi monumenti.

Immagine n. 13 Le piramidi satellite riprese dal lato orientale (da sinistra a destra G1-c, G1-b, G1-a). In secondo piano, a partire da destra, le piramidi di Cheope, Chefren e, sullo sfondo, quella di Micerino (© Zahi Hawass “I Tesori delle Piramidi”, pagg.140-141).

Le piramidi delle regine (Immagine n. 14) non fanno strettamente parte del complesso funerario in quanto posizionate esternamente rispetto al muro di cinta della Grande Piramide: sembrerebbero, piuttosto, far parte del settore orientale ove sono ubicate le mastabe dei parenti più prossimi del sovrano. L’accesso dalla parte settentrionale della piana fu realizzato grazie ad un tunnel scavato sotto la rampa ascensionale.

Immagine n. 14 In questa immagine aerea parziale dell’area circostante la piramide di Cheope si vedono chiaramente due delle fosse per le barche solari del sovrano, le piramidi delle regine e i resti della piramide satellite del sovrano (© Zahi Hawass “I Tesori delle Piramidi”, pag. 141).

Ogni tomba è dotata di appartamenti sotterranei dalla pianta piuttosto simile e di un ingresso posto nella facciata nord, non lontano dall’asse nord-sud (Immagine n. 15).

Immagine n. 15 Queste piante e sezioni delle piramidi delle regine di Cheope si riferiscono agli edifici G1-c, G1-b e G1-a (da sinistra a destra). Gli schemi superiori ricostruiscono le tre piramidi, mentre i disegni in basso mostrano la pianta di ciascun monumento, con i corridoi discendenti che conducono ad un vano dal quale un passaggio ad angolo retto permette di raggiungere la camera sepolcrale (© Zahi Hawass “I Tesori delle Piramidi”, pag. 141).

La piramide settentrionale G1-a sorge a 61 metri di distanza dalla piramide di Cheope e doveva essere la più grande delle tre, sebbene oggi sia la più deteriorata (Immagine n. 16). Edificata a partire da una base di 49,50 metri, avrebbe un’altezza di 30,25 metri se non fosse stata spogliata della maggior parte del suo rivestimento, perdendo quasi due terzi della quota originaria. L’ingresso si trova sulla facciata nord, lievemente spostato verso est rispetto al centro, e poco al di sopra del livello del terreno. La camera sepolcrale, rivestita con calcare, secondo Reisner un tempo aveva ospitato un sarcofago scolpito nello stesso materiale oppure in granito. Nella parete ovest fu rinvenuta una nicchia poco profonda contenente diversi frammenti di basalto; Vyse ritenne che si trattasse dei resti di un sarcofago, mentre gli studiosi italiani Maragioglio e Rinaldi hanno suggerito che, più verosimilmente, fossero elementi, attinenti alla pavimentazione del tempio alto di Cheope. L’ipotesi è condivisibile in quanto altri frammenti di questo lastricato sono stati ritrovati sparsi un po’ dovunque nell’area a est della Grande Piramide.

Immagine n. 16 In primo piano i ruderi della piramide settentrionale (G1-a) delle regine di Cheope sono dominati dalla Grande Piramide (© Zahi Hawass “I Tesori delle Piramidi”, pag. 142)

La zona poco ad est di G1-a è stata ripulita fino a raggiungere il livello della roccia viva dove si osservano alcuni tagli disposti a forma di rettangolo che si pensa alloggiassero una piattaforma sulla quale fu forse eretta una cappella di culto. Purtroppo, si tratta solo di ipotesi dal momento che queste scarse vestigia sono tutto ciò che resta dell’edificio.

La regina che fu sepolta in questo monumento ebbe il grande privilegio di disporre di una grande fossa a forma di barca simile a quelle del re. Fu ricavata direttamente nella roccia a sud della piramide e presso il bordo dello scavo è presente una sporgenza sulla quale, verosimilmente, furono posate le lastre di chiusura.

La vicinanza della piramide con la mastaba del principe ereditario di Cheope, Kawab, fece assegnare il monumento a sua madre Meretites che, probabilmente, fu la consorte principale del re. Un’iscrizione nella tomba di Kawab recita: “suo figlio, amato suo, Kawab, la figlia del suo dio, [lei che è incaricata] degli affari [del im3t], Meretites [sua madre] che lo generò per Cheope”.

Una stele scoperta da Mariette, di cui non si conosce l’esatta provenienza, ma probabilmente rinvenuta nel campo orientale, qualifica la dama come “grande officiante di Snefru e di Cheope, riverita da Chefren”.

Da questi elementi appare chiaro che Meretites fu un personaggio così rilevante da meritare una tomba a forma di piramide e, inoltre, la vicinanza del sepolcro del principe Kawab sembrerebbe confermare l’attribuzione del monumento a questa regina.

Di diverso avviso è invece Mark Lehner, secondo il quale la proprietaria del monumento era la regina Hetepheres I, madre di Cheope. A sostegno della sua ipotesi interpreta un particolare gruppo di segni nella roccia come la prova del fatto che la costruzione di G1-a fu iniziata leggermente più a est, rilevando che il pozzo contenente il suo corredo funerario (ma non la salma) fosse in asse rispetto a queste tracce. In seguito, una volta terminata la costruzione nella posizione modificata, il corpo fu presumibilmente spostato nella nuova camera sepolcrale con un ulteriore corredo funerario (Immagine n. 17).

Immagine n. 17 Camera funeraria della regina G1-a (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.77)

Oggi, l’opinione corrente propende leggermente a favore dell’ipotesi che la piramide fosse appartenuta alla regina Hetepheres I il cui nascondiglio funerario (G7000x) fu scavato nelle vicinanze. In questo pozzo profondo circa 27 metri, che conduce ad una piccola camera, George Reisner nel 1925 rinvenne, smontati, tutti gli elementi del mobilio appartenuto alla regina (letto, baldacchino, poltrona, portantina, gioielli). Vi era stato deposto, inoltre, un sarcofago in alabastro che però risultò essere vuoto.

Si tratta, comunque di un meraviglioso tesoro, testimone dello sfarzo quotidiano della corte durante l’Antico Regno.*

La piramide centrale (G1-b)

La piramide G1-b occupa la posizione centrale nella sequenza delle piramidi delle regine e le sue dimensioni sono del tutto simili a G1-a, la piramide settentrionale (Immagini n. 18-19). Anch’essa è in pessimo stato di conservazione avendo perduto quasi due terzi della porzione superiore. Sul suo lato meridionale, nei pressi dell’angolo sud-est, è presente una piccola fossa per barca.

Immagine n. 18 In primo piano i ruderi della piramide centrale G1-b delle regine di Cheope (© Zahi Hawass “I Tesori delle Piramidi”, pag. 143)

A proposito di questo monumento, Erodoto si fece portavoce di una diceria secondo la quale Cheope pretese che la figlia si prostituisse al fine di portare risorse economiche per il suo cantiere. Quest’ultima non solo accettò ma, volendo anche per sé, un monumento funerario pregò tutti i suoi avventori di regalarle una pietra per costruirsi la sua piramide*. Appare chiaro che tutto ciò presenti i tratti di una leggenda e abbia ben poco a che vedere con la realtà storica, tant’è che della proprietaria del monumento ignoriamo quasi tutto anche se come potenziale candidata viene talvolta ipotizzata Meretites I, peraltro senza che alcun documento attualmente possa confermarlo.

Immagine n. 19 Primo piano della piramide G1-b ( Olaf Tausch, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons)

La piramide centrale dista circa dieci metri da G1-a e giace sullo stesso asse nord-sud. La base misura 49 metri per lato e la sua altezza in origine doveva raggiungere circa 30 metri. L’ingresso è localizzato al centro del lato settentrionale appena sopra il livello del suolo. Analogamente alla piramide settentrionale i passaggi sotterranei furono scavati nella roccia viva e la camera funeraria è rivestita in calcare (Immagine n. 20). Sicuramente, addossata alla faccia orientale doveva esserci una semplice cappella di culto. La fossa per barca, posta sul lato sud e simile a quella adiacente a G1-a, fu scoperta nel 1953 dall’archeologo Kamal el-Mallakh, ma fu riempita con pietre e detriti in quanto sconfinava nell’area in cui sarebbe stata costruita la strada moderna, pertanto, oggi non è più visibile.

Immagine n. 20 Interno della piramide G1-b (© Jon Bodsworth — www.egyptarchive.co.uk)

Secondo Reisner questo monumento doveva essere appartenuto ad una regina ignota di origine libica, forse la madre di un gruppo secondario di figli di Cheope, tra cui lo stesso Djedefra. A sostegno dell’ipotesi, l’egittologo sottolineò come il successore di Cheope edificò la sua piramide ad Abu Rawash, invece che a Giza e come la tomba di Djedefhor, forse un altro figlio di questa regina (ma altri altri studiosi sostengono che fosse figlio di Meretites), sia stata volutamente distrutta, il che proverebbe un disaccordo tra i vari rami della famiglia dopo la morte di Cheope.

Scavi più recenti, effettuati a Giza e ad Abu Rawash tendono a confutare sia la teoria di un feudo familiare, sia l’ipotesi di Reisner circa l’origine libica della regina in questione. È però possibile che G1-b sia stata edificata per la sepoltura di una sconosciuta consorte regale che generò Djedefra.

Lehner, invece, sostiene che questa piramide fu costruita per Meretites, in accordo con Stadelmann.

La piramide meridionale (G1-c)

G1-c è la più piccola tra le piramidi delle regine di Cheope, ma senza alcun dubbio la meglio conservata (Immagine n. 21). Si trova a poco meno di quattro metri di distanza da G1-b, leggermente spostata verso est rispetto a questa, e la sua base quadrata misura 46,25 metri per lato contro un’altezza originaria di circa 30 metri. L’entrata, come nelle altre due pramidi, si trova all’incirca al centro del lato settentrionale, nell’ immediata prossimità del livello del suolo (Immagine n. 22). Qui, sono rimasti in situ molti blocchi del rivestimento esterno. Quelli presenti a ovest dell’ingresso, sempre in calcare e posti ad angolo retto contro la faccia della piramide, furono ritenuti un’aggiunta successiva da Maragioglio e Rinaldi. La disposizione dei vani sotterranei ricalca lo schema di G1-a e G1-b e la camera sepolcrale è anch’essa rivestita in calcare (Immagine n. 23). In questo ambiente, lungo la parete meridionale si apre una nicchia, profonda 4 cm. che secondo l’ipotesi dei due studiosi aveva una funzione rituale della quale si ignora lo scopo.

Immagine n. 21 Questa immagine ripresa da est ci mostra la piramide meridionale G1-c con le rovine del Tempio di Iside. Sullo sfondo sono riconoscibili da sinistra a destra le piramidi di Micerino, Chefren e Cheope (© Zahi Hawass “I Tesori delle Piramidi”, pag. 144)

Sul lato orientale della piramide sono presenti i resti di un tempio di epoca successiva (XVIII dinastia) dedicato a Iside, che incorpora i resti della cappella di culto della IV dinastia eretta su una piattaforma costituita da enormi blocchi di calcare (Immagine n. 24). L’ingresso di questa cappella si apriva nella parete orientale che, all’esterno, era decorata con un motivo di stuoie a bassorilievo. Della parete opposta della costruzione sopravvive unicamente un blocco di calcare la cui estremità meridionale è scolpita a rilievo con un disegno a nicchie.

Immagine n. 22 Passaggio di ingresso alla piramide G1-c (© By Diego Delso, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17817298

Poiché lungo il lato meridionale delle altre due piramidi era presente una fossa per barche, Zahi Hawass e il suo team intrapresero un’indagine per accertarsi che anche G1-c non ne avesse una simile. L’esito fu negativo, ma risultò che l’area a sud della costruzione era stata effettivamente predisposta per uno scavo che però non fu mai effettuato. Inoltre, emersero le prove che la sovrastruttura della piramide rimase incompiuta: due linee perpendicolari, tagliate nella roccia vergine, indicano infatti la posizione in cui si sarebbe dovuto collocare l’angolo.

Immagine n. 23 Camera funeraria della piramide meridionale (© by Diego Delso, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17817299

La proprietaria della piramide satellite G1-c è generalmente considerata Henutsen in conseguenza di ciò che viene riportato su una stele (detta “stele dell’inventario” o anche “stele della figlia di Cheope”) rinvenuta da Auguste Mariette nel tempio di Iside costruito su quella che fu la cappella orientale. Il passo riferibile a tale attribuzione è il seguente:

Questa stele è databile alla XVIII dinastia, ma potrebbe essere la copia, modificata, di un’iscrizione più antica. Se fosse una copia precisa bisognerebbe dedurne che la Sfinge sarebbe stata scolpita prima del regno di Cheope, il che sappiamo (a parte i sostenitori di fantasticherie archeologiche) che non è vero. In ogni caso Henutsen è un nome tipico dell’Antico Regno, pertanto in assenza di nuove ed ulteriori evidenze a favore o contro, è ragionevole mantenere questa attribuzione.

Immagine n. 24 Le rovine del tempio di Iside ubicate sul fianco orientale della piramide G1-c (© by Jon Bodsworth – www.egyptarchive.co.uk, Copyrighted free use, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2435171

In diverse aree sono stati rinvenuti diversi frammenti probabilmente provenienti dalle cappelle delle tre piramidi delle regine. Tali reperti sono sovrapponibili per qualità, stile e tematiche ad altri rilievi funerari tipici dell’Antico Regno. I soggetti delle decorazioni possono essere raggruppati in sei categorie: titoli delle regine, nomi dei figli reali, facciate di palazzo, barche con rematori al lavoro, portatori di offerte e liste di oboli oltre ad una miscellanea di frammenti iscritti.

Probabilmente, dopo la caduta dell’Antico Regno, le piramidi minori e le relative cappelle furono gravemente danneggiate. Come si è evidenziato in precedenza, tutte le piramidi delle regine hanno perduto la maggior parte del rivestimento, ma G1a e G1-b risultano spogliate perfino della maggior parte del nucleo e delle relative cappelle non ne restano che tenui tracce.

Come si riscontra generalmente a Giza, non esistono prove archeologiche o testuali che possano accertare la presenza di un’attività di culto protrattosi durante il Medio Regno. Solo durante la XVIII dinastia si assiste ad un certo ritorno di interesse verso questi monumenti: risale a quell’epoca, infatti, il riutilizzo della cappella della piramide meridionale come tempio di Iside da mettere forse in relazione con il culto della Sfinge. Il nome della proprietaria di G1-c, Henutsen, contiene il geroglifico “hnwt” che significa “signora” e suggerisce un collegamento con Iside quale Signora delle piramidi. La cappella aggiunta tra la XXI e la XXVI dinastia, finì per estendersi nell’area compresa tra il lato orientale di G1-c e quello occidentale delle mastabe di Khufukhaf e di sua moglie.

In un momento che ancora non si è riuscito a determinare, le fosse per barca di G1-a e G1-b furono suddivise in scompartimenti mediante la costruzione di tramezzi che si suppone siano stati utilizzati come sepolture in epoche più tarde oppure anche come magazzini durante la XXVI dinastia.

La piramide sussidiaria G1-d

Nel 1991, l’equipe di scavi diretta da Zahi Hawass rinvenne, a circa 25 metri dall’angolo sud-orientale della Grande Piramide, le vestigia di un’ulteriore piramide satellite che venne indicata come G1-d (Immagine n. 25). Le sue dimensioni sono decisamente inferiori a quelle delle piramidi delle regine, descritte in precedenza; la sua base quadrata, infatti, ha lati che misurano 21,75 metri. Di questo edificio non ne restano che pochi blocchi in calcare fine di Tura (appartenenti al rivestimento esterno), pietre di fondazione del perimetro, alcuni grossi blocchi di calcare più grezzo e frammenti usati per il riempimento. La sparizione di tutta la parte superiore ha messo a nudo gli ambienti scavati nella roccia a cielo aperto secondo una pianta disposta a “T”. Al momento della scoperta, ciò che restava della sovrastruttura si limitava a un blocco di muratura grezza sagomato a “U” riempito di frammenti e disposto in modo da circondare i vani sotterranei a ovest, a sud e a est. Le facce esterne, ricoperte da una patina marrone chiaro dovuta all’esposizione alle intemperie, mostrano un’inclinazione media di 51,40° (quasi la stessa che si riscontra nella Grande Piramide), il che lascia supporre che l’edificio dovesse essere alto circa 13, 80 metri.

Immagine n. 25 Questa fotografia ripresa dalla Grande Piramide mostra ciò che resta della facciata sud della piramide G1-d. (© Zahi Hawass “I Tesori delle Piramidi”, pagg. 150-151)

I lati sud ed est presentavano il maggior numero di lastre di fondazione e di blocchi superstiti in calcare di Tura. Sulla superficie settentrionale di un blocco rinvenuto sul lato sud della piramide si legge l’iscrizione “imy rsy gs”, vale a dire “che è sul lato sud (dietro)”, redatta con inchiostro rosso.

Laddove la struttura si restringe verso il vertice mancano il nucleo e il riempimento, così come pure Il blocco (o i blocchi) del secondo corso sottostante il vertice, ma è stato rinvenuto un singolo elemento in calcare di Tura che faceva parte dell’apice della piramide satellite: si tratta, in ordine di antichità, del secondo “pyramidion” fino ad oggi noto dopo quello ritrovato da Raisner Stadelmann a Dashur appartenente alla Piramide Rossa di Snefru. Sappiamo, grazie alla decorazione di alcuni blocchi recentemente scoperti ad Abusir, che il posizionamento della pietra sommitale era un evento importante e segnava il completamento ufficiale del complesso della piramide.

Al fine di offrire ai visitatori un’idea dell’aspetto originario di questo edificio e preservare dal deterioramento il materiale del nucleo, la squadra di Zahi Hawass ha sostituito alcuni blocchi caduti e restaurato parti del monumento con nuove murature. Si è, inoltre, provveduto alla ricostruzione del vertice della piramide integrando il pyramidion e il blocco trapezoidale proveniente dalla terza assisa con nuovi blocchi (Immagine n. 26)

Immagine n. 26 Pyramidion ricostruito sul lato sud-est della piramide di Cheope sul plateau di Giza (© Olaf Tausch, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons)

Le fondamenta di G1-d contengono un corridoio di ingresso inclinato, ampio circa un metro, e accessibile da nord, che scende per 5,35 metri fino a un vano rettangolare, orientato da est a ovest, ampio circa 8 x 3,5 metri. Questa struttura ipogea è stata ritrovata completamente scoperchiata e a cielo aperto. Nel pavimento della camera, immediatamente davanti all’entrata, è presente una cavità larga un metro. Le pareti sono tagliate a una profondità di 2,85 metri e la parte superiore dei muri nord e sud è lievemente inclinata verso l’interno.

Nell’estremità occidentale della camera sono visibili quattro fori rotondi appaiati rispettivamente nelle pareti nord e sud e distanziati di 1,45 metri. Queste cavità sembrerebbero alloggiamenti per travi in legno, destinate forse a coprire un oggetto in questa sezione del vano.

Poiché il soffitto non esiste e non ne sono stati reperiti blocchi superstiti, l’aspetto originario di questo ambiente resta un mistero. Sul pavimento sud della camera sono presenti tracce di malta rossa che potrebbero indicare che fosse lastricato con calcare.

Nell’Antico Regno, la piramide satellite era una caratteristica importante dell’intero complesso, per cui la scoperta di questo particolare edificio si è rivelata di grande importanza per la comprensione di tali strutture. Molti studiosi suppongono che sia lo sviluppo di un misterioso edificio individuabile nel primo complesso piramidale del re Djoser della III dinastia, denominato tomba sud *.

In ogni caso il dibattito tra gli egittologi sulla funzione di questi elementi architettonici è molto acceso. Alcuni sostengono che ospitassero il ka del re o i vasi canopi contenenti le viscere; altri suggeriscono che venissero utilizzati per riporvi le corone reali oppure che ospitassero provvisoriamente la salma reale mentre si procedeva all’imbalsamazione o anche che servissero come simboli solari per la conservazione delle offerte.

Zahi Hawass propende per l’ipotesi che fossero adoperati durante la festa-sed per consentire al sovrano di spogliarsi del mantello del giubileo per indossare il gonnellino e la coda di toro con cui effettuare la danza rituale**. È convinto, inoltre, che in origine Cheope avesse progettato di disporre la sua piramide satellite a nord delle tre piramidi delle regine e che il cosiddetto “saggio di prova” a nord della rampa sia stato effettuato come base per questa costruzione. Dopo il quinto anno di regno il sovrano avrebbe apportato variazioni al proprio culto inaugurando un ruolo con specifici riferimenti al dio sole Ra; ingrandì il tempio alto e abbandonò il progetto della piramide satellite originaria. La costruzione della nuova G1-d, secondo Hawass sarebbe stata avviata in tutta fretta verso la fine del suo regno, se non addirittura alcuni giorni dopo la sua morte.

Fonti:

  • Maurizio Damiano, Antico Egitto pag. 50
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.122÷137
  • Franco Cimmino, Dizionario delle dinastie faraoniche, pagg.75-76
  • Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 70÷122
  • Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’antico Egitto (I racconti del papiro Westcar), pagg.188-189)
  • Zahi Hawass, le piramidi delle regine ne “I Tesori delle Piramidi”, pag. 140-144

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre, Piramidi

LA PIRAMIDE DI CHEOPE – IL COMPLESSO FUNERARIO

Immagine n. 5 Ricostruzione del complesso funerario di Cheope (© Paul François e Franck Monnier in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.72)

La piramide di Cheope svetta in seno ad un vasto insieme di edifici cultuali e di sepolture sussidiarie appartenute ad alti funzionati, membri della corte e della famiglia reale (Immagini n. 5-6).

Una grande necropoli si sviluppò da una parte all’altra della Grande Piramide, a est e ad ovest. Un muro a dorso d’asino, largo alla base 3,10 metri e alto in origine 8 metri, circondava la piramide su ciascuno dei suoi lati e si collegava a nord e a sud al tempio alto, costruito vicino alla facciata orientale del monumento. Tutta la superficie era pavimentata con lastre di calcare e, per far defluire l’acqua piovana, furono realizzati lunghi canali di scolo.

Immagine n. 6 Pianta della parte alta del complesso funerario di Cheope (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.72)

Il tempio funerario (o tempio alto) aveva delle dimensioni senza precedenti e vi si accedeva tramite la via ascensionale che terminava in linea con il suo lato orientale (Immagine n. 7). Da quel punto, si penetrava in un vasto cortile sorretto da pilastri in granito e pavimentato con lastre di basalto provenienti dalle cave di gebel Qatrani, a nord del Fayyum (Immagine n. 8). I muri dell’edificio furono realizzati in calcare e, a giudicare da alcuni frammenti rinvenuti qua e là, dovevano essere ricoperti, almeno parzialmente da rilievi finemente incisi.

Immagine n. 7 ricostruzione del tempio funerario di Cheope (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.73)
Immagine n. 8 Pavimento in basalto del tempio funerario di Cheope (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.73)

Il tempio, di pianta rettangolare, ricopriva una superficie di 52,40 metri per 40,30 con la corte che ne occupava la maggior parte, mentre lungo tutto il suo perimetro si intravedono le cavità in cui erano inseriti i pilastri. Nella parte più riservata (vestibolo, corridoio, cappelle e nicchie) venivano deposte le offerte e officiati i riti giornalieri.

Tempio alto e tempio della valle erano un tempo, collegati da una enorme via ascensionale, ma il turismo crescente del XX secolo e lo sviluppo esponenziale dell’urbanizzazione, spinsero gli abitanti del luogo a riutilizzarne i materiali per costruire dimore ed alberghi al di sopra delle fondamenta Immagine n. 9).

Immagine n. 9 Ultime vestigia della monumentale via ascensionale di Cheope (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.73)

Il ripido bordo dell’altopiano costrinse gli architetti di Cheope a realizzare fondamenta alte più di 30 metri affinché la strada potesse raggiungere il livello della valle; la rampa era lunga 659 metri e le sue fondamenta avevano una larghezza di 18 metri.

Il tempio di accoglienza è scomparso da tempo, ma alcuni resti di uno spesso muro, collegato a un porto, potettero essere studiati prima della loro distruzione da parte dei promotori immobiliari: la presenza di blocchi di basalto dimostra che si tratta di un’installazione edificata per il complesso di Cheope.

Della rampa ascensionale, della quale Erodoto ci tramanda che ci fossero voluti dieci anni per realizzarla, non resta ormai più nulla. Lo storico greco riporta che essa era riccamente decorata, il che sembrerebbe essere confermato dal ritrovamento di numerosi frammenti di blocchi finemente incisi che furono reimpiegati sotto il regno di Amenemhat I (XII dinastia), nella costruzione del suo complesso funerario a Lisht. Tuttavia, non è possibile determinare con certezza se questi blocchi provengano dalla rampa oppure dal tempio funerario (Immagine n. 10).

Immagine n. 10 Blocco inciso datato al regno di Cheope e reimpiegato nel complesso di Amenemhat I a Lisht. MET, 22.1.3a, b (© Rogers Fund and Edward S. Harkness Gift, 1922 in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.74)

A nord della strada, sul ciglio della scarpata dell’altopiano sono presenti le rovine di un’imponente piattaforma (14 metri di larghezza per un’estensione di 32 metri) costruita con grossi blocchi di calcare. Questa struttura, che domina la valle, potrebbe essere stata teatro di riti particolari di cui non conosciamo il significato.

Nelle immediate vicinanze della piramide furono scavate cinque enormi fosse per barche: due lungo il lato orientale, una lungo la rampa ascensionale, le altre due nei pressi del fianco meridionale (Immagine n. 11). Queste ultime, più piccole e di forma rettangolare, si distinguevano per il loro aspetto e il loro contenuto. Furono sigillate con una serie di blocchi in calcare pesanti ciascuno una quindicina di tonnellate e nella prima furono rinvenute diverse iscrizioni recanti il cartiglio di Redjedef, che indicano che fu a questo sovrano, figlio e successore di Cheope, che si deve la sua chiusura. Negli anni ’50, il loro recupero, avvenuto poco dopo la scoperta ad opera di Kamal el-Mallakh, portò alla luce tutti gli elementi in legno (di varie essenze, principalmente cedro) e il cordame di una grande imbarcazione reale che fu interamente smontata in almeno 1224 parti, prima di essere deposta nella sua fossa.

Immagine n. 11 Una delle grandi fosse per barche situata a est della piramide di Cheope (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.74)

La seconda fossa, in peggiori condizioni di conservazione, è in fase di estrazione dal 2011.

Gli elementi rinvenuti nella fossa più orientale, rimessi insieme sotto la direzione di Hagg Ahmed Youssef Moustafa, hanno permesso di ricostruire, dopo 14 anni di lavoro, una splendida imbarcazione di circa 43, 5 metri di lunghezza per una larghezza massima di 5,9. Fu sistemata ed esposta nel Museo della Barca, appositamente allestito vicino alla Grande Piramide, fino al 2021 (Immagine n. 12) per poi essere trasferita, al GEM (Grand Egyptian Museum).

Vedi anche: LE BARCHE SOLARI DI CHEOPE

Immagine n. 12 La grande barca funeraria di Cheope rimontata ed esposta nel Museo della Barca fino al 2021 (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.75)

È possibile immaginare che queste imbarcazioni fossero state utilizzate quando il re era ancora in vita e che fossero state meticolosamente smontate per essere sepolte nel complesso funerario, affinché il sovrano potesse goderne durante i suoi viaggi nell’aldilà. È inoltre probabile che furono utilizzate il giorno del funerale di Cheope e che la loro natura, così sacralizzata, abbia reso indispensabile seppellirle nelle vicinanze. Il loro carattere solare, ovvero il fatto che erano destinate a trasportare l’anima del re sotto le sembianze del dio del Sole Ra, avanzato inizialmente come una semplice ipotesi, si è via via imposto peraltro, senza che sia stato fornito il benché minimo elemento di conferma.

Fonti:

  • Maurizio Damiano, Antico Egitto pag. 50
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.122÷137
  • Franco Cimmino, Dizionario delle dinastie faraoniche, pagg.75-76
  • Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 70÷122
  • Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’antico Egitto (I racconti del papiro Westcar), pagg.188-189)

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LA PIRAMIDE DI CHEOPE – INTRODUZIONE

Giza fu scelta da Cheope (Khufu), Chefren (Khafra) e Micerino (Menkaura) per erigervi i loro complessi funerari il cui fulcro è rappresentato dalla presenza di tre grandi piramidi (Immagine n. 1). Come è noto, la “Grande Piramide” di Cheope è l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ad essere giunta fino a noi e domina la piana con i suoi 138,70 metri (in origine, prima che la cuspide fosse demolita, ne doveva misurare 146,50). Il monumento, così come le altre due piramidi, fu costruito utilizzando grandi blocchi di calcare nummulitico estratti da cave locali, mentre il rivestimento esterno fu realizzato in bianco calcare cristallino a grana fine, proveniente dalle cave di Tura, sulla riva opposta del Nilo. L’edificio è a pianta quadrata di circa 230 metri per lato ed un volume calcolato di oltre 2.500.000 mc.

Immagine n. 1 Vista da nord-ovest la piana di Giza è dominata dalla Grande Piramide di Cheope, a sinistra. Procedendo verso destra sono visibili il grande Cimitero Occidentale, la piramide di Chefren e quella di Micerino con le sue due piramidi satelliti (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 122-123)

La piramide di Chefren, invece, ha una base di circa 215 metri per lato ed un’altezza di 136,4 metri (in origine circa 143,80 metri). Anch’essa fu rivestita con il fine calcare di Tura e si presentava completamente bianca ad eccezione della prima assise per la quale fu utilizzato il granito rosso di Aswan.

La piramide di Menkhaura, la più piccola delle tre, misura 62 metri di altezza (in origine, circa 66 metri) ed un lato di base di circa 103 metri. La sua caratteristica principale è che era rivestita superiormente, per 3/4 della sua altezza in calcare bianco e per 16 corsi inferiori con il meraviglioso granito rosso di Aswan.

CHEOPE (KHUFU)

Figlio e successore di Snefru poté beneficiare delle esperienze costruttive precedenti per pianificare la sua piramide secondo un progetto ancora più ambizioso. Al fine di evitare i grandi problemi statici dovuti alla natura del suolo, verificatisi durante il regno del padre, scelse una fondazione di solida roccia che individuò, in posizione dominante, nella piana di Giza.

Immagine n. 2 Statuetta in avorio alta 7,5 cm. raffigurante Cheope. Museo del Cairo JE 36143 (© Alain Guilleux in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.70)

Fin dai tempi delle piramidi a gradoni, l’allineamento ai quattro punti cardinali dei monumenti funerari fu una preoccupazione sostanziale degli architetti egizi. La piramide di Cheope è orientata, infatti, quasi esattamente verso il nord geografico (con una deviazione di soli 5°); quelle di Chefren e Micerino sono apparentemente disposte sulla diagonale che tocca gli angoli di tutti e tre i monumenti. La gran parte di altri pretesi allineamenti tra i tre monumenti e i templi sono per lo più frutto della fantasia di alcuni studiosi delle piramidi, magari entusiasti, ma sicuramente ben lontani dal rigore scientifico e archeologico. È il caso, ad esempio, delle teorie riguardanti l’origine celeste dell’assetto delle piramidi, assetto che si vorrebbe riproduca la disposizione delle stelle della Cintura di Orione, identificate con Osiride nei Testi delle piramidi.

La perfezione tecnica (nella quale si entrerà nel dettaglio più avanti) riscontrabile nelle proporzioni e nella costruzione della sovrastruttura della piramide è accuratamente ripetuta nel sistema di corridoi e camere interne. Alcuni studiosi moderni, con spirito spiccatamente pratico, hanno proposto di attribuire le tre camere ad altrettante variazioni di progetto. Contro tale ipotesi vi è l’evidenza del fatto che la costruzione esterna e la disposizione delle stanze sono in perfetto accordo e nulla, dentro o fuori, lascia pensare ad un qualsivoglia cambiamento progettuale. Del resto, indagini abbastanza recenti hanno dimostrato che fin dall’epoca tinita le tombe reali possedevano non una, ma una serie di tre camere o spazi, la cui funzione, al momento, non è stata del tutto compresa. Ciò, tra l’altro, costituisce una valida testimonianza contro un ritorno di fiamma verso fantasticherie che narrano di segreti nascosti o di presunte “stanze della conoscenza” celati nel sistema di camere della Grande Piramide.

Cheope, secondo sovrano della quarta dinastia, era figlio di Snefru e della regina Hetepheres. Il nome con il quale è generalmente noto, Cheope, è quello utilizzato da Erodoto (Cheops). Nome Horo, di incerta lettura: “Medjedu”( “Colui che colpisce”); nome nsw bjty:” Khnum-Khufu” (“Khnum mi protegge”). Di lui si conosce ben poco. Si sa che regnò almeno 27 anni e che fece erigere la più monumentale sepoltura della storia. Esiste solo qualche rara iscrizione che lo menziona. La Pietra di Palermo, danneggiata in corrispondenza delle caselle informative, registra gli avvenimenti di solo quattro dei suoi anni di regno: c’è un’indicazione del livello di piena del Nilo, la notizia della realizzazione di una statua colossale del sovrano, alta sette metri (se è giusta la lettura di “quattordici cubiti”), la consacrazione e “l’apertura della bocca” di un’altra statua. È citato, inoltre, nelle liste di Abydos e Saqqara e nel Papiro Regio di Torino con una durata di regno di 23 anni.

Come sua immagine, è giunta a noi solo un’unica statuetta in avorio, paradossalmente alta solo pochi centimetri (Immagine n. 2). Il suo monumento funerario ha però reso immortale il suo nome.

Secondo Erodoto, il celebre storico greco, gli Egizi suoi contemporanei si erano fatti di lui l’idea di un tiranno che aveva asservito il suo popolo, ma è probabile che la tradizione orale si fosse nel tempo trasformata da un sentimento poco lusinghiero in un odio tenace. In realtà, disponiamo solo di pochissimi documenti storici per poter tracciare anche solo un breve e onesto quadro del suo regno. È evidente che questo fu enormemente contrassegnato dalla costruzione del suo monumento e si può ragionevolmente supporre che le azioni di Khufu fossero incentrate sull’obiettivo di acquisire le risorse necessarie per portarlo a compimento.

Non siamo assolutamente in grado di determinare quanta verità si possa trarre dalla leggenda che lo circonda, né di valutare se la sua pessima reputazione sia giustificata; di sicuro, questo sovrano si dotò della tomba più alta e massiccia mai costruita. La Grande Piramide è certamente uno dei monumenti più ammirati, studiati e commentati, al punto da ispirare continuamente ogni tipo di speculazione e leggende.

Immagine n. 3 Il papiro Westcar, Berlin Ägyptisches Museum und Papyrussammlung,, P3033/KolVI-IX. ( ©BPK, Berlin, Dist.RMN-Grand Palais/Margarete Büsing in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.71)

L’unico testo egizio, ad oggi noto, che ci racconta di Cheope è il Papiro Westcar (Immagine n. 3) un manoscritto redatto nella XVI o XVII dinastia, ma la cui origine risale probabilmente al Medio Regno. Esso comincia con una serie di storie straordinarie raccontate a Cheope che, annoiandosi terribilmente nel suo palazzo, cercava in ogni modo di distrarsi. Di volta in volta tre dei suoi figli gli riferiscono di eventi meravigliosi avvenuti durante il regno dei suoi predecessori, ma che tuttavia non riescono a distogliere il padre. Poi viene il turno di Hordjedef che adotta una strategia diversa invitando a corte un mago, di nome Djedi, particolarmente versato nell’arte della divinazione. Finalmente, grazie alla narrazione di prodigi e predizioni, l’interesse del sovrano viene risvegliato.

Cheope vi è descritto come un re poco scrupoloso e piuttosto sconsiderato, alla ricerca del divertimento e ossessionato dalla smania di penetrare un segreto gelosamente preservato dai sacerdoti allo scopo di beneficiarne per il suo complesso funerario. Voleva che Djedi cercasse per lui le camere segrete del santuario di Thot al fine di realizzare la stessa cosa per il suo complesso funerario “Orizzonte di Cheope”. (Immagine n. 4)

Immagine n. 4 Pianta del complesso funerario “Orizzonte di Cheope” (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.123)

Ne riporto di seguito un breve passo nella traduzione di Edda Bresciani:

Si è spesso voluto vedere in questa evocazione delle “camere segrete” di Thot, l’ossessione del re di dotare il suo complesso di camere multiple e di spazi particolari; ma essendo il testo di natura mitologica, sarebbe vano cercare qualsivoglia corrispondenza architettonica con quanto contiene la Grande Piramide.

Fonti:

  • Maurizio Damiano, Antico Egitto pag. 50
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.122÷137
  • Franco Cimmino, Dizionario delle dinastie faraoniche, pagg.75-76
  • Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 70÷122
  • Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’antico Egitto (I racconti del papiro Westcar), pagg.188-189)

In copertina: un’insolita prospettiva di Yasseralghol (licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International)

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LE CAMERE SUPERIORI DELLE PIRAMIDI DI DASHUR

Questo articolo presenta una nuova indagine sulle camere a sbalzo all’interno delle piramidi Romboidale e Rossa di Snefru a Dahshur, basata sul lavoro di fotogrammetria svolto dalla società francese Iconem nel 2018. In qualità di consulente del progetto, l’autore, Franck Monnier è stato coinvolto nella progettazione della ricerca e ha fornito alla società indicazioni su dove concentrare i propri sforzi per ottimizzare l’acquisizione dei dati e l’efficacia dell’indagine. Una volta elaborati i dati, è stata effettuata un’analisi dell’architettura, qui riportata per la prima volta. Viene innanzitutto esaminata la storia delle indagini sul sito, comprese le relazioni preesistenti relative agli spazi di interesse. Vengono quindi analizzati i modelli digitali tridimensionali degli spazi interni e presentate immagini fotogrammetriche di alta qualità del progetto, insieme a nuovi diagrammi e una nuova descrizione della storia della formazione delle camere funerarie.

Immagine n.42 Sezioni e piantine della struttura interna della Piramide Romboidale disegnate da John Shae Perring, 1842 tav. XV.
(© Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020)

Nell’autunno del 2018, è stata effettuata una nuova indagine fotogrammetrica al fine di valutare il potenziale di questa tecnica di imaging per migliorare lo studio delle piramidi. Questo lavoro è stato realizzato con il permesso delle autorità egiziane competenti in materia di antichità e in coordinamento con una serie di documentari prodotti da Label News. Nel corso dell’indagine, la start-up francese Iconem ha scattato migliaia di foto digitali con un drone al fine di digitalizzare le superfici esterne della piramide di Djoser a Saqqara, delle piramidi di Snefru a Meidum e Dahshur, delle piramidi di Khufu, Khafra e Menkaure a Giza e, infine, della piramide di Redjedef ad Abu Rawash. Anche la disposizione interna delle camere funerarie di alcuni di questi monumenti è stata scansionata e parzialmente ricostruita sotto forma di modelli digitali 3D. Il metodo è consistito nello stabilire le posizioni nello spazio tridimensionale di ogni punto visibile sulla superficie di ciascun monumento, calcolate elaborando digitalmente un gran numero di fotografie sovrapposte scattate da diverse angolazioni. Il risultato è una fitta nuvola di punti che crea un modello digitale 3D del monumento e incorpora l’aspetto strutturato delle sue superfici, che può essere dedotto anche dalle fotografie. Questo primo articolo inaugura la serie con una rivalutazione delle camere superiori della Piramide Romboidale a Dahshur-Sud e della Piramide Rossa a Dahshur-Nord, sulla base delle informazioni raccolte nella nuova indagine e con riferimento agli studi consolidati su questi monumenti.

La camera superiore della Piramide Romboidale: prime descrizioni.

L’esplorazione moderna della Piramide Romboidale fu avviata da John Shae Perring nel 1839. Egli portò a termine il difficile compito di ripulire il passaggio discendente settentrionale dai detriti di pietra che ne bloccavano l’accesso alle camere interne. Nel corso di tale operazione, riuscì a esplorare l’intero sistema di spazi e raggiunse infine la camera superiore. Fu il primo a produrre disegni in sezione (Immagine n. 42) e una descrizione testuale dello spazio: «L’estremità orientale del passaggio orizzontale comunicava con un appartamento lungo 21 piedi e 6 pollici, largo 13 piedi e 6 pollici e alto 52 piedi e 6 pollici. Era stato costruito come l’altro e si ergeva a grande altezza con piccole pietre. Era stato effettuato uno scavo, lungo circa 12 piedi, in questa muratura vicino al pavimento, e l’appartamento era stato completamente distrutto». L’esplorazione continuò anche in seguito, ma fu solo nel 1946, quasi un secolo dopo, che venne organizzata la prima vera e propria campagna di ricerca scientifica. Il lavoro fu guidato dall’egittologo egiziano Abd el-Salam Hussein, che purtroppo venne a mancare improvvisamente nel 1949 senza aver avuto il tempo di pubblicare i risultati. Tuttavia, un articolo apparso sulla rivista britannica “The Illustrated London News” fornì una breve descrizione di ciò che Hussein era riuscito a realizzare. L’articolo conteneva alcune preziose fotografie della camera superiore quando era ancora nel suo stato originale (Immagini n. 43-44), oltre a una breve descrizione del sito. Nell’articolo, l’autore, il Capitano P. A. J. Garnons Williams, esponeva il piano di el-Salam Hussein per trovare una camera funeraria ancora intatta. Egli riteneva che la massa di muratura che riempiva la parte inferiore della camera superiore fosse una sorta di scatola in cui era incastonato il sarcofago di Snefru. La muratura fu quindi smantellata per verificare l’ipotesi.

Immagine n. 43 Foto della camera superiore della Piramide Romboidale verso nord-ovest scattata da Abd el-Salam Hussein negli anni ’40 (© Garnons Williams, 1947 in Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020)

Negli anni ’50, Ahmed Fakhry continuò il lavoro di esplorazione iniziato da el-Salam. Egli descrisse brevemente la camera e ciò che vi trovò in questi termini:

«Anche la camera superiore era piena di blocchi di muratura relativamente piccoli, più o meno simili a quelli che riempivano la camera inferiore fino a un’altezza di almeno cinque metri dal pavimento della camera. Le dimensioni di questa camera sono 6,70 m in direzione nord-sud, 5,20 m in direzione est-ovest e 16,50 m in altezza. I blocchi del soffitto sono gravemente danneggiati; gran parte di esso è crollato e c’è sempre il timore che altre parti possano cadere. Tuttavia, negli ultimi dodici anni non sono caduti frammenti.

Una parte dei piccoli blocchi di pietra è stata rimossa dalla camera dai ladri nell’antichità nella parte nord-orientale e anche nell’angolo sud-orientale che sembra un pozzo. Gli antichi cacciatori di tesori hanno anche cercato di scavare un tunnel attraverso questa muratura; il cartiglio di Snefru, che è l’unica occorrenza del nome di questo re all’interno della piramide, è scritto su uno dei blocchi che è stato esposto dagli antichi cacciatori di tesori. È scritto in ocra rossa ed è capovolto. La rimozione dei blocchi di pietra era senza dubbio finalizzata alla ricerca del luogo di sepoltura di Sneferu. Nel 1946, Abdulsalam iniziò a rimuovere questi piccoli blocchi nella speranza di trovare sotto di essi il luogo di sepoltura di Sneferu. Durante lo smantellamento delle pietre al centro della camera, furono notate alcune travi di cedro tra le murature. Quando le pietre furono rimosse dalla maggior parte della camera è stato scoperto che alcune travi (metà di tronchi d’albero) di cedro erano state appoggiate alle pareti, quattro contro ciascuna delle pareti orientale e occidentale e tre contro la parete settentrionale, mentre altre travi erano state posizionate sopra di esse. Una volta rimossi tutti i blocchi di pietra e liberate le travi di cedro, la loro forma ricordava quella di un baldacchino non dissimile da quello di Hetepheres nelle linee generali. Al centro del pavimento è stata trovata una chiave di volta che è stata anch’essa rimossa, ma non è stato effettuato alcun ulteriore smantellamento, poiché sembrava piuttosto inutile proseguire. Durante le quattro stagioni che ho trascorso scavando a Dahshur, il mio lavoro all’interno della piramide si è limitato all’apertura dell’ingresso occidentale; non ho cercato di smantellare altre pietre da nessuna camera, anche se c’erano motivi allettanti per continuare».

Immagine n. 44 Foto della camera superiore della Piramide Romboidale verso sud-ovest scattata da Abd el-Salam Hussein negli anni ’40 (© Garnons Williams, 1947 in Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020)

Ahmed Fakhry fu assistito dal geometra Hassan Mustapha, che effettuò misurazioni precise dell’intera piramide. Sebbene il suo rapporto pubblicato contenga una sezione con il disegno dell’interno del monumento, sembra che l’ingegnere egiziano abbia riprodotto alcuni valori già ottenuti da Fakhry. Dopo aver sottolineato l’eccezionale accuratezza delle misurazioni effettuate da Perring, Mustapha ha concluso dicendo: «L’interno di questa piramide è stato esaminato, ma non posso certo affermare che sia stato studiato in modo approfondito o che non necessiti di ulteriori ricerche in futuro».

All’inizio degli anni ’60, gli architetti italiani Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi redassero una relazione architettonica con un livello di attenzione ai dettagli senza precedenti. Ancora oggi essa rimane una risorsa essenziale per i ricercatori. Tuttavia, non disponevano delle risorse materiali necessarie per effettuare misurazioni complete degli spazi interni. Compilarono quindi il loro dati combinando le nuove misurazioni con quelle delle relazioni precedenti:

Immagine n. 45 Sezioni della camera superiore della Piramide romboidale (a sinistra: verso nord; a destra: verso ovest) secondo Maragioglio e Rinaldi (Maragioglio e Rinaldi,1963, tav. 12 © Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020)

«Questa camera è alta 16,50 m (Hassan Mustafa) e presenta 16 sporgenze sulle quattro pareti che formano il suo tetto a mensola. Le sporgenze sono molto irregolari e difficilmente visibili.

(…)

Ad una certa altezza, la parete sud del massiccio presenta uno scarto di 27 cm. Il passaggio tra il massiccio in muratura e la parete sud della camera non era vuoto, ma riempito, in una certa misura, con blocchi di pietra. I blocchi interni erano squadrati e posati con malta, quelli esterni erano informi e posati a secco. Questo riempimento formava una sorta di rampa molto ripida che collegava l’ingresso della camera con il livello superiore del massiccio in muratura (…).

(…)

Per quanto riguarda il massiccio in muratura, rimane solo uno spessore di circa 2,50 m a sud, mentre da alcune fotografie risulta che in origine fosse praticamente intatto. Durante lo smantellamento di questo massiccio, gli operai hanno rimosso il suo strato superficiale superiore (P3) e una sorta di pavimento (P2) posato in corrispondenza del suddetto dislivello. Proseguendo nello scavo, hanno raggiunto il pavimento P1 della camera. Da altre fotografie sembra che il pavimento P2 sia stato costruito con grandi lastre di pietra calcarea, alcune delle quali sono state tagliate per adattarsi l’una all’altra. Le lastre centrali del P2 erano più piccole di quelle periferiche e alcune di esse erano davvero piccolissime. Nel P1, nella parte centrale, c’era un blocco a forma di L che Fakhry chiama “chiave di volta”. È stato rimosso, ma sotto non è stato trovato nulla. Entrambi i pavimenti (P1 e P2) erano rifiniti ma non levigati. Tre fori, alcuni dei quali contenenti monconi di travi, sono stati rinvenuti in ciascuna delle pareti est e ovest della camera, tra P3 e P2. Inoltre, tra P2 e P1 è stata rinvenuta una struttura composta da travi verticali e orizzontali: le travi sono tronchi di cedro appena scortecciati o solo grossolanamente tagliati. Ci sono tre travi verticali lungo la parete nord, quattro lungo quella est e tre lungo quella ovest, ma una quarta è sicuramente coperta dalla muratura rimanente. Tra le travi verticali poste lungo le pareti est e ovest, sono state inserite travi orizzontali a due diverse altezze. Le travi inferiori sono state posizionate a circa 2,90 m. Le pareti della parte inferiore della camera, laddove sono state messe in luce dall’ablazione della massiccia muratura, sono molto ruvide, ma non siamo stati in grado di accertare se tale aspetto fosse dovuto a un lavoro approssimativo o causato dalla corrosione e dallo sfaldamento della pietra. Lo stesso vale anche per le sporgenze del tetto a mensola della camera. Anche se non presentano crepe o cedimenti dovuti al peso sovrapposto, i bordi orizzontali, molto affilati e quasi intatti nella camera inferiore, qui sono notevolmente danneggiati. In alcune parti potrebbe persino sembrare che non fossero state previste sporgenze con angoli affilati e precisi» (Immagine n. 45).

Immagine n. 46 Ricostruzione delle tre fasi di costruzione della camera superiore (sezione, vista verso nord) nella Piramide Romboidale secondo Franck Monnier e Alexander Puchkov, disegno: Franck Monnier (© Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020).

Nel 2016 Franck Monnier e Alexander Puckov hanno utilizzato foto recenti della sala per rivelare che quest’ultima ha subito importanti cambiamenti durante e dopo la sua costruzione e che il suo stato attuale ne è la conseguenza. Essi sono riusciti a ricostruire una sequenza cronologica di eventi che chiarisce lo stato attuale della camera. I due hanno realizzato nuovi disegni delle viste in sezione basate su progetti e relazioni esistenti, in particolare quelli di Malgioglio e Rinaldi, ma aggiornati alla luce delle loro nuove osservazioni (Immagini n. 46-47). Tuttavia, non è stato possibile produrre un lavoro più accurato in quanto si è riscontrato che le indagini esistenti non erano chiare su alcune aree e dettagli, per i quali erano necessarie ulteriori indagini.

Immagine n. 47 Vista in sezione della camera superiore della Piramide Romboidale di Daschur-sud © Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020)

Sempre nel 2016, Gilles Dormion e Jean-Yves Verd’hurt pubblicarono un libro sulla Piramide Romboidale in cui cercavano di dimostrare l’esistenza di una camera segreta. Anche se l’analisi e le conclusioni a cui erano giunti potevano essere discutibili, il loro studio conteneva informazioni interessanti, tra cui, in particolare, una rivalutazione dell’altezza della camera superiore che, secondo loro, dovrebbe essere di 13,90 m e non di 16,50 m, come solitamente descritto nei rapporti.

Queste misurazioni molto divergenti sono state uno dei motivi per cui Franck Monnier e Alexander Puckov hanno richiesto una nuova indagine fotogrammetrica della camera, in modo da poter produrre un rilevamento reale e accurato dello spazio. La missione ScanPyramids, avviata nel 2015, aveva promesso di realizzare tali scansioni fotogrammetriche per le quattro piramidi più grandi e di pubblicare i risultati online, ma tale obiettivo non è stato raggiunto e la situazione è rimasta poco chiara.

Il nuovo rilievo architettonico mediante fotogrammetria.

Nel 2018, Franck Monnier è stato contattato dal regista e produttore francese François Pomès, autore di una serie di documentari televisivi aventi per tema le grandi piramidi, per discutere dell’architettura di questi monumenti e anche dell’interesse a studiarli e documentarli utilizzando la fotogrammetria.

Il progetto di imaging digitale doveva essere realizzato dalla società francese Iconem, con l’accordo delle autorità egiziane. L’obiettivo era quello di far volare delle telecamere sospese a un drone sopra le strutture, a distanza ravvicinata. Poiché un rilevamento completo avrebbe richiesto troppo tempo, i membri del team hanno seguito i suggerimenti di Monnier per concentrare la loro attenzione sui luoghi in cui era possibile raccogliere informazioni architettoniche di particolare valore e, laddove non sarebbe stato possibile utilizzare il drone, di puntare sulla camera superiore della Piramide Romboidale, che poteva essere fotografata dall’interno da tutte le angolazioni, fornendo per la prima volta un accurato rilevamento architettonico dello spazio.

La digitalizzazione 3D dei siti archeologici è in uso da circa 20 anni, ma la sua applicazione ha sempre comportato costi elevati. Negli ultimi anni, grazie alla fotogrammetria, la tecnica è diventata più semplice, meno costosa e, di conseguenza, più diffusa. Attualmente è il metodo più efficace ed economico per effettuare rilievi tridimensionali di strutture di grandi dimensioni. L’implementazione consiste nel localizzare con precisione ogni punto di un oggetto tridimensionale nello spazio, utilizzando un gran numero di fotografie dettagliate scattate da diverse angolazioni. Il risultato è una fitta nuvola di punti che ricrea un modello 3D dell’oggetto e include informazioni sulla struttura derivanti dall’aspetto esterno. Questo metodo è particolarmente utile per descrivere strutture complesse e irregolari come grotte o edifici in rovina. Si è quindi rivelato particolarmente adatto per la documentazione della camera superiore della Piramide Romboidale, la cui accessibilità e condizioni hanno sempre reso molto difficile la sua descrizione (Immagine n. 48).

Immagine n. 48 Digitalizzazione 3D della camera superiore della Piramide Romboidale mediante fotogrammetria. Vista prospettica generale in direzione nord-est (© Label News in Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020).

L’indagine iniziale mostra che ha subito molti cambiamenti durante la sua costruzione, ma anche alcuni danni nel corso del tempo e uno smantellamento parziale da parte di una serie di archeologi a metà del XX secolo.

Sulla base delle indagini condotte da Maragioglio e Rinaldi, la pianta rettangolare della camera misura 5,26 metri di larghezza (E-O) per 7,97 metri di lunghezza (N-O). A causa della difficoltà ad acquisire immagini 3D all’interno della struttura in legno e vicino al livello del pavimento, non è stato possibile ottenere risultati sufficientemente precisi per verificare, correggere o migliorare questi valori.

Immagine n. 49 Digitalizzazione 3D della camera superiore della Piramide Romboidale mediante fotogrammetria. Vista prospettica rivolta verso la sommità della volta, con il nord a sinistra (© Label News in Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020).

La camera è protetta da un’alta volta a mensola che la protegge dalla massa sovrastante della piramide. Secondo Fakhry, c’erano sedici sporgenze e la stanza era alta 16,50 metri. Dormion affermò che c’erano quattordici prominenze e che l’altezza era di soli 13,90 metri.

È estremamente difficile distinguere i livelli di tali sporgenze e valutarne il numero complessivo sulla base della sola fotografia tradizionale o dell’osservazione in situ, ma la nuova scansione 3D ha consentito di determinare con certezza che esse sono quindici, lo stesso numero che si trova nella camera inferiore. Inoltre, la volta si eleva di circa 11 metri, un altro elemento che questo spazio ha in comune con la camera inferiore. La fotogrammetria ha, inoltre, permesso di correggere l’altezza totale della stanza a circa 14 metri (+/- 0,1 m) e non a 16,50 metri, confermando così la misurazione pubblicata da Dormion nel 2016 (Immagini n. 49-50).

Immagine n. 50 Digitalizzazione 3D della camera superiore della Piramide Romboidale mediante fotogrammetria. Vista prospettica rivolta verso la parete nord (© Label News in Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020).

Inizialmente Monnier e il suo team pensavano che gli incavi a gradini della volta fossero stati ritagliati due volte dai costruttori fino al nono cornicione. Lo studio ha confermato queste osservazioni, ma ha dimostrato che il taglio è proseguito anche più in alto, fino al decimo cornicione. Dopo aver rimosso circa tre quarti del riempimento in muratura, Abd el-Salam Hussein ha rivelato l’esistenza di una consistente struttura di puntellamento in legno che era completamente nascosta nella massa muraria. Si potevano distinguere due tipi di travi: quelle verticali, poste contro le pareti occidentale, settentrionale e orientale, e quelle orizzontali che sostenevano i montanti laterali, tutte allineate lungo un asse est-ovest. Le estremità delle travi di sostegno orizzontali non sono né fissate né incassate, ma sono semplicemente tenute in compressione tra le due pareti. Le prime quattro sporgenze presentano anche alcuni frammenti terminali di travi trasversali incassati nelle pareti, nonché incavi e altre tracce che indicano che in quei punti erano state utilizzate delle travi. Una di esse è ancora presente in un cornicione più alto.

Cronologia dei lavori di costruzione e analisi dei difetti

Probabilmente la struttura in legno non aveva altro scopo se non quello di contrastare le spinte laterali causate dai movimenti delle pareti. Il tipo di spinta, che nelle intenzioni degli architetti del tempo avrebbe dovuto sostenere, non era causato da cedimenti strutturali e probabilmente non fu realizzata per prevenire un disastro di questo tipo. Sarebbe stata, infatti, del tutto inutile per resistere a tali sollecitazioni, pertanto questa ipotesi, spesso citata, non sembra plausibile. Secondo gli studi di Franck Monnier, l’esistenza della struttura in legno può essere spiegata dal fatto che le pareti della stanza (compresi i corsi a mensola), necessitavano di essere sostenute per i pochi mesi o anni necessari per erigerle.

I costruttori sembrano aver eretto le quattro pareti utilizzando pietre da taglio accuratamente disposte attorno alla struttura di sostegno in legno. Hanno poi posato i blocchi di pietra (sagomati in modo più approssimativo) del nucleo della piramide contro i suoi lati esterni. Il rinforzo interno sarebbe stato utilizzato per impedire piccoli movimenti di scivolamento delle pietre delle pareti quando erano ancora insufficientemente caricate per bloccarle in posizione. Ciò è evidente nei cornicioni, dove si possono vedere tracce di tagli circolari uno di fronte all’altro, tra i quali sono state fissate travi di sostegno in legno durante l’installazione dei blocchi di pietra. Altri tronchi squadrati erano profondamente incastrati ad alcuni livelli. Poiché questi elementi sono presenti solo all’interno della sezione della volta, è molto probabile che furono progettati per sostenere piattaforme sulle quali gli operai potessero eseguire più facilmente la rifinitura finale delle sporgenze. È quindi fondamentale distinguere tra i diversi elementi strutturali osservati in questa sala e identificarne le diverse funzioni. Il puntellamento della parte inferiore della camera garantiva la resistenza delle pareti durante la loro costruzione e le travi di puntellamento associate alle file di pietre della volta, di cui rimangono solo tracce sulle pietre, giocavano lo stesso ruolo. Puntelli aggiuntivi sostenevano le piattaforme di lavoro per eseguire i lavori di finitura sotto la volta.

Ma perché hanno seppellito la struttura temporanea in legno nella massa in muratura installata nella parte inferiore della camera?

In risposta a questa domanda, gli studiosi hanno spesso avanzato l’ipotesi che la muratura circostante si comportasse in modo imprevedibile e che le pareti subissero un rigonfiamento che gli egizi avrebbero contrastato riempiendo la stanza con mattoni. Di conseguenza, la struttura in legno sarebbe stata un preludio a misure più drastiche che alla fine sarebbero culminate nell’abbandono definitivo dello spazio.

Esistono diverse argomentazioni in opposizione a questo punto di vista. Innanzitutto, quasi tutta la struttura di sostegno era stata smantellata; quindi, al momento dell’interruzione dei lavori non si erano verificati cedimenti significativi nella camera superiore. In secondo luogo, eventuali spinte laterali non sarebbero state limitate alla metà inferiore della camera, ma all’intero volume. Se l’intenzione dei costruttori era quella di rafforzare la camera riempiendola di muratura, avrebbero dovuto colmare l’intero volume, perché significava che l’intera struttura rischiava di crollare: ma evidentemente non era così.

Durante il loro studio Monnier e la sua squadra hanno notato nuovi dettagli di fondamentale importanza che hanno contribuito a comprendere le reali intenzioni dei costruttori.

Gli architetti italiani Maragioglio e Rinaldi avevano già precedentemente identificato due fasi di costruzione che portarono alla creazione della massa muraria. In primo luogo, il pavimento fu rialzato ad un’altezza di 3,46 metri e pavimentato con lastre di pietra ben lavorate (vedi Immagine n. 45). Si è potuto stabilire che durante questi lavori fu posta grande attenzione a nascondere la prima sporgenza. Una fila di sottili blocchi di pietra fu inserita sotto il bordo formato dalla rientranza e le tre sporgenze successive sopra di essa vennero rifilate. Queste modifiche sono molto evidenti, poiché in diversi punti delle pareti sono ancora visibili numerosi segni di scalpello. Ne risultò l’appiattimento dei primi corsi di pietra della volta e, di conseguenza, l’aumento dell’altezza verticale delle pareti laterali. Le pietre sul lato sud furono accuratamente posate e lavorate in modo da consentire il prolungamento di un passaggio nel corridoio di accesso orizzontale. Se si considerano tutte le prove nel loro insieme, è chiaro che lo scopo dell’operazione non era quello di evitare un disastro, ma di alzare il livello del pavimento di oltre 3 metri. La camera avrebbe quindi potuto continuare a essere utilizzata come luogo di sepoltura. Questa fase dei lavori fu eseguita prima della rimozione dei restanti dispositivi di puntellamento e quindi durante una fase iniziale della costruzione. In una seconda fase dei lavori, i costruttori decisero di elevare nuovamente il pavimento raddoppiando l’altezza della massa esistente. Anche in questo caso, il pavimento fu ricoperto con lastre di pietra calcarea e furono rifilate cinque sporgenze in modo da conferire un aspetto omogeneo e liscio alle pareti laterali. Una delle nicchie fu parzialmente tagliata per essere integrata nel nuovo pavimento definitivo (l’attuale “cornicione”). Per raggiungere la sommità della piattaforma, fu realizzata una scala provvisoria con pietre molto grezze, che occupava la parte meridionale della sala ed era ancora lì prima dell’inizio degli scavi nel 1947. La sua presenza richiedeva apparentemente che il tetto del passaggio d’ingresso fosse inclinato verso l’alto, probabilmente per facilitare il passaggio del corteo funebre e dei suoi ingombranti arredi funerari.

Immagine n. 51 Evidenziazione delle fessure aperte (in rosso) nel dodicesimo cornicione: vista verso sud (© Label News, in Franck Monnier: ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020)

Abd el-Salam Hussein ha fotografato lo spazio prima di cercare l’ipotetico sarcofago sepolto. Una delle sue foto mostra un cumulo di detriti e frammenti di pietra caduti dalla parte superiore della volta sul pavimento indicando che la natura argillosa del calcare lo rendeva particolarmente sensibile alla frammentazione.

Non è stato ancora effettuato uno studio completo dei materiali ingegneristici, ma lo stato dei materiali e della struttura consente di formulare alcune riflessioni iniziali sul suo design e sulla sua costruzione.

Gli angoli interni sporgenti di una volta a mensola di questo tipo sono soggetti a sollecitazioni di taglio la cui entità dipende dalla profondità delle sporgenze. Il degrado visibile, che potrebbe aver avuto inizio già durante il regno di Snefru, sarebbe gradualmente aumentato di gravità e potrebbe essere stato accelerato dalla rimodellazione delle nicchie. Inoltre, le riparazioni visibili effettuate con malta di gesso dimostrano che le pietre hanno reagito male al taglio. Le fotografie mostrano chiaramente due aree distinte sulla superficie di rivestimento: sporgenze appiattite e altre più gravemente danneggiate. Le superfici lisce che non sono state sottoposte a sollecitazioni localizzate rimangono in condizioni molto migliori e ciò potrebbe essere dovuto alla particolare natura della pietra.

Sembra che i blocchi di calcare presentino fratture perpendicolari alle loro superfici superiore/inferiore e che questo sia quasi certamente il risultato di qualcosa di già intrinseco nella roccia prima che fosse estratta. Queste fratture furono subito chiuse o sigillate e quindi non rappresentavano un problema per i costruttori. Una roccia sottoposta a carico, tuttavia, si espanderà nel tempo (a causa del rilascio di tensione) nella direzione di una superficie non confinata, e questo sarebbe successo ai blocchi di calcare che rivestono la volta. Mano a mano che questi blocchi si espandevano, le fratture precedentemente chiuse si riaprirono provocando il distacco di frammenti molto fini, scaglie o altri pezzi dei blocchi. Lo stesso fenomeno si osserva comunemente nelle pareti rocciose delle miniere sotterranee e nei tagli stradali profondi.

La parte inferiore dell’undicesimo sbalzo fu ampliata dal rifacimento della nicchia inferiore. È probabile che questa significativa sezione a sbalzo alla fine abbia ceduto, provocando una diffusione eterogenea delle sollecitazioni che dipendeva dalla forma delle modifiche apportate alla struttura. Nel corso del tempo si è verificato un effetto volta naturale. Per questo motivo, la sommità della copertura in pietra ora sembra una grotta o una caverna naturale.

Dal punto di vista della patologia architettonica, la fotogrammetria ha permesso di identificare la presenza di fessure aperte e altre fratture nella pietra sotto i cornicioni superiori, ben modellati (Immagini n. 51-52). La sporgenza del dodicesimo, particolarmente ampia, espone questi blocchi sporgenti a ulteriori crepe e alla caduta di grandi frammenti. È impossibile stimare quando ciò potrebbe verificarsi, ma il rischio è reale.

Immagine n. 52 Evidenziazione delle fessure aperte (in rosso) nel dodicesimo cornicione: vista verso ovest (© Label News, in Franck Monnier: ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020.

Questo rilevamento fotogrammetrico ha quindi permesso di aggiornare in modo significativo le conoscenze attualmente disponibili sulla camera superiore della Piramide Romboidale. Sebbene sia l’elemento centrale dell’edificio monumentale, in precedenza era stata studiata in modo piuttosto superficiale. Si spera che questi risultati incoraggino le autorità a concedere l’autorizzazione per l’avvio di un progetto di fotogrammetria più complesso e la costituzione di un team in grado di effettuare un rilevamento completo del monumento. Ciò culminerebbe nella pubblicazione di una relazione architettonica completamente accurata, in conformità con i moderni requisiti archeologici.

La camera superiore della Piramide Rossa

Descrizioni iniziali

Dopo l’esplorazione iniziale, condotta all’inizio del XIX secolo da John Shae Perring, il sistema delle camere funerarie all’interno della Piramide Rossa non ricevette particolare attenzione. Egli ne fornì questa breve descrizione:

«La terza sala misura 27 piedi e 3 ½ pollici (8,30 m) di lunghezza da est a ovest e 13 piedi e 7 ½ pollici (4,14 m) di larghezza da nord a sud. I lati sono perpendicolari per 12 piedi e 1 pollice (3,68 m), dopodiché quattordici file di pietre sporgono verso l’interno, come nell’altro locale; l’altezza totale dal pavimento originario al soffitto è di 48 piedi e 1 pollice (14,62 m).»

Immagine n. 53 Digitalizzazione 3D della camera superiore della Piramide Rossa mediante fotogrammetria.Vista prospettica generale in direzione sud-est (© Label News, in Franck Monnier: ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020

A metà del XX secolo, Abd el-Salam Hussein e Ahmed Fakhry pianificarono uno studio scientifico sulla Piramide Rossa, ma nessuno dei due pubblicò una relazione sul proprio lavoro. Negli anni ’60, Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi redassero il resoconto architettonico più dettagliato del monumento mai realizzato fino ad oggi. Attualmente esso rappresenta la principale fonte di riferimento per chi desidera studiare l’architettura e la disposizione delle camere della Piramide Rossa. Il loro set di dati aveva un formato piuttosto standard e da allora non sono state condotte ulteriori indagini che potessero fornire ulteriori informazioni sulla disposizione delle camere interne e dei passaggi. La camera funeraria fu descritta con queste parole:

«Le nostre misurazioni, salvo qualche centimetro di differenza, confermano quelle di Perring. L’asse principale della cripta è orientato in direzione est-ovest e quindi perpendicolare a quelli delle camere precedenti. Le pareti nord e sud sono verticali per circa 3,70 m, dopodiché si susseguono 14 file di pietre che formano una volta a sbalzo.»

In base alle sue osservazioni, Franck Monnier nutre il sospetto che gli architetti italiani abbiano riprodotto in parte i rilievi di Perring, soprattutto per quanto riguarda la sala superiore, senza aver dedicato il tempo necessario a verificarli.

Immagine n. 54 Digitalizzazione 3D della camera superiore della Piramide Rossa mediante fotogrammetria. Vista superiore dello scavo, con il nord in alto (© Label News, in Franck Monnier: ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020).

Verso una descrizione aggiornata

Un’analisi delle fotografie scattate nel 2012 ha evidenziato alcune inesattezze nelle relazioni esistenti. Alcune immagini mostravano che il numero di mensole non era 14, bensì 13. Impossibilitato ad effettuare nuove misurazioni in loco per verificare questo dettaglio, Monnier non ha potuto ancora sostenere adeguatamente una proposta di aggiornamento dei resoconti. Il rilievo fotogrammetrico effettuato nell’autunno del 2018, tuttavia, gli ha permesso sia di confermare le sue osservazioni preliminari, ma anche di tracciare nuove sezioni trasversali della camera. Non solo il numero dei mensoloni determinato fino ad allora era errato, ma anche l’altezza della stanza era imprecisa essendo non di 14,67 metri, ma di circa 13,68 metri. Si tratta di un errore superiore a un metro, analogo al livello di errore che Monnier aveva già riscontrato nel rilievo eseguito nella Piramide Romboidale.

Per la prima volta viene pubblicato, con grande precisione, anche lo scavo effettuato dai saccheggiatori nell’antichità nel pavimento della sala.

Immagine n. 54 Digitalizzazione 3D della camera superiore della Piramide Rossa mediante fotogrammetria. Vista superiore dello scavo, con il nord in alto (© Label News, in Franck Monnier: ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020).

Gli esploratori dell’antichità, inoltre, cominciarono a scavare un tunnel nella parete settentrionale. Non è chiaro il motivo per cui sospettassero l’esistenza di una sala o di un passaggio in quella direzione, ma in ogni caso abbandonarono rapidamente il tentativo.

Il recente rilievo fotogrammetrico della Piramide Rossa, con le sue sezioni dettagliate e le viste in pianta, dimostra chiaramente l’efficacia di questo metodo di acquisizione delle immagini (Immagini 53-54-55-56-57).

Immagine n. 56 Disegni in sezione della camera superiore della Piramide Rossa a Dahshur. Scala 1:100. (©Franck Monnier, A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020)

Conclusioni

Entrambi questi progetti a Dahshur hanno dimostrato l’efficacia del metodo di acquisizione delle immagini tramite fotogrammetria.

Si tratta di un metodo economico, accurato e rapido. Le ragioni a favore di un rilievo più completo dell’intero sistema delle camere interne sono ormai evidenti. Ciò consentirebbe di documentare

lo stato dei monumenti al fine di monitorarne le condizioni strutturali man mano che si evolvono nel tempo. Permetterebbe, inoltre, di redigere una serie completa di planimetrie accurate e di fornire, per la prima volta, una descrizione esaustiva delle piramidi. La tecnologia necessaria per produrre rapporti di rilievo in grado di rendere giustizia a questi straordinari monumenti è ormai disponibile.

Fonti:

Franck Monnier, ‘A new survey of the upper chambers of Snefru’s pyramids at Dahshur’, JAEA 4, 2020, pp. 1-17. JAEA ISSN 2472-999X Published under Creative Commons CC-BY-NC 2.0

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LA PIRAMIDE ROSSA (DASHUR NORD)

Immagine n. 35 Sulla sinistra è visibile l’entrata posta ad una trentina di metri di altezza sulla faccia settentrionale dell’edificio. Il nome attribuito correntemente al monumento è dovuto al particolare colore del nucleo, il cui abbagliante rivestimento in calcare bianco fu sottratto interamente in epoca medievale (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 118-119).

In conseguenza dei cedimenti verificatisi durante la costruzione della Piramide Romboidale, prima di dare il via all’edificazione del terzo dei grandi monumenti di Snefru, la cosiddetta Piramide Rossa (Immagini n. 35-36), si provvide ad un accurato rilevamento del sottosuolo. Il basamento fu esteso a 220 metri di lunghezza per lato e si decise di abbassare l’angolo di inclinazione delle facce a poco meno di 45°. In quest’occasione fu definitivamente abbandonato il metodo di costruzione a strati, adottato per le piramidi a gradoni, in quanto l’esperienza acquisita aveva dimostrato che, nella costruzione di edifici dalle pareti più ripide, non vi fosse alcun vantaggio in termini di risparmio di lavoro: si ricorse pertanto alla posa in opera di pietre disposte su corsi orizzontali. Con la sua altezza di 105 metri, la piramide di Dashur nord è la terza per dimensioni dopo quelle di Khufu e Menkhaura a Gizah. L’edificio, che si lascia ammirare per il suo aspetto armonioso e maestoso, è caratterizzato da una distribuzione interna proporzionata e coerente con i suoi ambienti disposti uno di seguito all’altro, situati appena sotto il livello del suolo, e resi accessibili tramite un passaggio che si apre sulla parete settentrionale a circa 30 metri di altezza (Immagine n. 37). Di certo questo ingresso non dovette rivelarsi particolarmente agevole durante il funerale del re quando fu introdotta la mummia e ci si occupò della sigillatura del corridoio.

Immagine n. 36 Veduta dalla sommità della Piramide Rossa in direzione della Piramide Romboidale (©Label News in Franck Monnier: “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 64).

Le fondamenta di un tempio funerario posto di fronte al lato orientale della piramide, completato evidentemente in tutta fretta, e alcuni miseri resti di un corpo mummificato rinvenuti nella camera del sarcofago hanno spinto l’egittologo Rainer Stadelmann a ritenere che Snefru fu inumato proprio in questo luogo. Inoltre, altri particolari, come il blocco di chiusura destinato a ostruire il passaggio verso la camera superiore della Piramide Romboidale che non fu mai abbassato e i danni sopraggiunti durante la costruzione dell’edificio, sembrano avvalorare questa ipotesi. Nel 1950 i primi frammenti di resti umani (e anche di ossa di animali), scoperti negli appartamenti della Piramide Rossa, furono analizzati da Ahmed Batrawi e i risultati lo indussero a pronunciarsi su una datazione risalente all’Antico Regno, quindi compatibili con una attribuzione a Snefru. Per contro, studi di questo tipo sono stati contraddetti da tecniche di analisi più moderne. È quindi opportuno mantenere una certa cautela, tanto più che questa tomba deve essere stata visitata e poi riutilizzata, come la maggior parte delle tombe dell’Antico Impero, dagli egiziani delle epoche successive. Nessuna prova decisiva permette di concludere che Snefru sia stato sicuramente sepolto in questo luogo, ma la Piramide Rossa resta il candidato più probabile.

Immagine n. 37 La prima anticamera della Piramide Rossa di Snefru presenta un perfetto soffitto aggettante alto 12,20 metri) (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.119).

I quasi cinquanta anni impiegati per gli incessanti lavori condotti durante il regno di Snefru apportarono grandi progressi nelle tecniche costruttive in particolar modo riguardo alla muratura, lo scavo delle gallerie, il trasporto delle pietre e l’ingegneria strutturale. Dopo le critiche esperienze culminate con i gravi cedimenti dovuti all’ instabilità del suolo a Dashur sud, fu posta una grande attenzione nella scelta dei siti e fu perfezionata sia l’organizzazione sia la logistica in conseguenza del trasferimento (per due volte) delle città dei costruttori di piramidi. La necessità di materiali edili, dei diversi tipi di pietra, di legname e di rame per gli utensili e le attrezzature stimolò spedizioni e commerci con i Paesi del nord e dell’est, portando ad una più profonda coscienza e conoscenza del mondo circostante la valle de Nilo. Inoltre, i funzionari, attraverso i numerosi compiti svolti, finirono per acquisire una formidabile esperienza che permise loro di divenire un efficiente strumento di governo centralizzato.

La Piramide rossa (Immagine n. 38) fu eretta poche centinaia di metri a nord della Piramide Romboidale di Dashur Sud. Deve il suo nome alla colorazione rossastra che la caratterizza dovuta all’impiego del calcare locale utilizzato per la sua costruzione. Oltre ad essere il più antico edificio di forma piramidale pura è anche uno dei più maestosi, figurando al terzo posto per dimensioni dopo quelli di Khufu e Kaefra.

Immagine n. 38 La Piramide Rossa di Dashur-Nord (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 65).

Da quanto è possibile giudicare, il complesso funerario si presenta di una grande semplicità, essendo costituito da un tempio accostato alla facciata orientale, racchiuso in un recinto che circondava da vicino l’assieme (Immagine n. 39). Nessuna piramide satellite fu edificata nei pressi della sepoltura, così come sembra che non sia stata realizzata alcuna via ascensionale per collegare il tempio alto ad un eventuale porto di accoglienza.

Immagine n. 39 Pianta del complesso della Piramide Rossa e ricostruzione in prospettiva del tempio funerario (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 65).

Nonostante le sue modeste dimensioni, la pianta di questo tempio segna una netta evoluzione rispetto a quelli delle piramidi di Meidum e Dashur-Sud: il vestibolo lascia il posto, stavolta, ad un piccolo cortile a peristilio fiancheggiato da magazzini, mentre la corte con la tavola delle offerte è sostituita da una cappella coperta.

Il monumento ha un’inclinazione media delle facce di 44°44’ e, in origine la sua altezza doveva essere di 108,51 metri; la sua base presenta un errore di livellamento inferiore ai 10 centimetri! Se si esclude la sparizione quasi completa del rivestimento esterno, l’edificio si presenta in condizioni davvero eccellenti. Le assise di blocchi di pietra sono disposte orizzontalmente (secondo l’uso che da questo momento diventerà standard) e rivelano un’altezza variabile, che diminuisce progressivamente dal basso verso l’alto, tra 1,18 e 0,50 metri.

Sulla facciata settentrionale, ad un’altezza di 30,92 metri, e leggermente spostata verso est rispetto all’asse della piramide, si trova l’accesso alla distribuzione interna. Un passaggio discendente penetra all’interno dell’edificio per poi, dopo 55,55 metri, assumere una posizione orizzontale formando un corridoio lungo 7,43 metri. Quest’ultimo sbocca in un’anticamera lunga 8,33 metri e larga 3,65 metri, ricoperta da una volta aggettante impostata sulle pareti est ed ovest. L’altezza totale della struttura raggiunge 12,31 metri e alla base del muro meridionale, nei pressi dell’angolo sud-ovest, si diparte un corridoio che conduce ad una seconda anticamera del tutto simile alla prima e situata esattamente sotto la sommità della piramide. Nella parete sud di questa, a un’altezza di 7,80 metri, si trova l’apertura di un passaggio che, una volta chiuso, doveva risultare assolutamente invisibile, anche alla luce delle torce, ed al quale oggi vi si può accedere solo grazie ad un’impalcatura. Dopo qualche metro di distanza questo condotto raggiunge una camera orientata da est a ovest di dimensioni leggermente maggiori delle due precedenti. In origine il passaggio era alto solo 1,05 metri, ma uno scavo avvenuto in un’epoca sconosciuta, permette ai visitatori di mantenersi in posizione eretta (Immagine n. 40). 

Immagine n. 40 Ricostruzione in prospettiva degli appartamenti funerari della Piramide Rossa (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 67).

La camera funeraria è lunga 8,35 metri e larga 4,18 metri e come di regola per le soluzioni adottate durante il regno di Snefru, la sua campata venne progressivamente ridotta da una serie di sporgenze fino a un’altezza di 13,68 metri. Il pavimento di questa stanza è stato scavato e smantellato abbondantemente fino a una profondità di oltre 4 metri, mettendo a nudo le fondamenta costituite da grossi blocchi disposti a vista (Immagine n. 41). È fuor di dubbio che queste devastazioni furono causate da saccheggiatori che di certo non lesinarono nell’impiego di mezzi poco ortodossi nella ricerca di eventuali tesori. Sicuramente è da imputare a loro la modifica del passaggio tra la camera e l’anticamera sud, un intervento il cui scopo era quello di facilitare la rimozione dei materiali di scavo. Fu, inoltre scavata una galleria profonda alcuni metri al di sotto del livello del pavimento scomparso, nella parete nord della camera. Poiché non è mai stato rinvenuto alcun frammento di sarcofago, si può supporre che l’assenza di tale elemento abbia spinto gli esploratori del passato a cercare altrove una camera funeraria. (Ricerche che sicuramente dovettero andare deluse).

Immagine n. 41 La camera funeraria della Piramide Rossa (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 67).

La qualità della muratura e le finiture – davvero di notevole fattura – contrastano con l’aspetto caotico degli appartamenti di Meidum e di Dashur-Sud e le volte si presentano in uno stato di conservazione eccezionale. E’ evidente che i capomastri hanno dato prova in questo luogo, come raramente altrove, di una padronanza assoluta della loro arte, optando per una pianta e forme semplici, ma sapendo al contempo offrire al loro sovrano una dimora eterna all’altezza del suo status divino.

Fonti:

  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LA PIRAMIDE ROMBOIDALE (DASHUR SUD)

A un certo punto del suo regno, Snefru decise di lasciare il cantiere di Meidum per puntare sulla località di Dashur, più vicina alla capitale, ad una trentina di chilometri a sud dell’odierna Il Cairo.

Le ragioni che lo spinsero ad abbandonare un palazzo e una piramide ormai quasi completata per dare inizio all’edificazione di una nuova residenza una cinquantina di chilometri più a nord, non sono note per cui, in proposito, è solo possibile avanzare delle ipotesi.

È possibile che la località di Meidum, per la sua posizione, ponesse problemi di controllo delle vie commerciali e di colonizzazione del Medio Egitto. Il nuovo sito di Dashur, viceversa, offriva un bacino naturale per il porto assicurando lo sviluppo economico dell’intera regione. Ad est si poteva utilizzare una via commerciale che conduceva al Sinai, mentre la presenza di un wadi permetteva di raggiungere le oasi occidentali e il Fayyum. Infine, il sito offriva cave di pietra calcarea da costruzione di facile accesso e sfruttamento. Dashur, quindi, rappresentava un’opportunità straordinaria per impegnare operai e specialisti in un’impresa ardita quale poteva essere la costruzione di una grande piramide dall’inclinazione simile a quella di una a gradoni (ma priva di questi) che avrebbe raggiunto la vertiginosa altezza di circa 140 metri, se non fossero intervenuti problemi in fase di realizzazione.

A proposito del passaggio da una piramide a gradoni ad una dalla forma geometrica pura, è fondamentale considerare che una simile evoluzione non è affatto consequenziale, come verrebbe naturale da pensare; lo dimostra il fatto che nessuna delle civiltà che costruirono piramidi a gradoni pose in atto la trasformazione verso quelle a pareti lisce. Il progresso tecnologico che portò alla conformazione tipica è il risultato di un’avventura unica e straordinaria che avvenne proprio ai tempi di Snefru. Per la nuova piramide di Dashur sud (Immagine n. 19), che a causa del suo aspetto finale è oggi nota, secondo le varie denominazioni, come “Piramide romboidale”, “a doppia pendenza” oppure “piegata”, si previdero anche audaci miglioramenti alle camere. Gli ambienti interni, infatti, avrebbero dovuto avere volte a mensoloni, come quelle già concepite a Meidum, ma qui ampiamente perfezionate e alte fino a 15 metri. Purtroppo, a causa dei cedimenti del terreno e dei conseguenti danni occorsi alla struttura in fase di edificazione, si resero necessarie modifiche di tale portata da produrre un sistema interno di vani incredibilmente complicato e difficile da ricostruire.

Immagine n. 19 In questa veduta aerea, la Piramide Romboidale di Dashur Sud compare con i propri edifici di culto: a est sorge il piccolo tempio delle offerte con due stele e a sud la piramide di culto con i resti di altre due steli di Snefru (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 116-117).

Secondo le tradizioni religiose più antiche riguardanti la vita ultraterrena del sovrano, la dimora mistica era situata nelle viscere del mondo sotterraneo, per cui la più bassa delle tre camere doveva essere collocata in profondità nella roccia come nel caso del sepolcro di Djoser. L’inclinazione del corridoio della tomba, coerentemente, fu determinata dall’esigenza di disporre di un passaggio senza deviazioni puntato direttamente verso le stelle circumpolari. Si iniziò dunque a scavare in profondità, sotto il livello del suolo, per giungere all’uscita posta sulla facciata settentrionale poco più in alto della base della piramide. La camera centrale è simbolicamente connessa all’ascesa del re al cielo, rappresentato dalla camera superiore, per quanto questa (intendo l’ascesa), sia strettamente legata anche alla direzione seguita dal corridoio della tomba (Immagine n. 20).

Immagine n. 20 Pianta e sezione trasversale della Piramide Romboidale secondo Rainer Stadelmann (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 116-117).

Per facilitare lo scavo di un pozzo di circa 7×7 metri e profondo 22,5 metri fu scelto, come a Saqqara, un suolo costituito da strati compositi di marna e ardesia. Questo espediente, però si rivelò insufficiente a sostenere il peso della massa di pietre. Via via che la costruzione della piramide procedeva, si presentarono importanti lesioni nelle tre camere e nel corridoio che, in un primo momento, si ritenne di poter riparare con riempimenti. Purtroppo, l’intervento non portò ai benefici sperati e presto ci si dovette arrendere all’evidenza che sia le camere sia il corridoio d’entrata erano ormai così danneggiati da non poter essere salvati e a nulla valsero la rinuncia alla camera inferiore e la riduzione dell’angolo di pendenza dell’edificio.

Ciò nonostante, la Piramide romboidale rimane un monumento straordinario sotto ogni punto di vista. Grazie al suo rivestimento di calcare fine (Immagine n. 21), in gran parte intatto, offre l’impressione di essere la meglio preservata e la sua forma atipica, dovuta al brusco cambiamento di pendenza delle facce, che comincia un po’ più in basso della metà della sua altezza, costituisce un “unicum” per questo tipo di edifici.

Immagine n. 21 In questa immagine si può notare come gran parte del rivestimento in calcare sia sia conservato (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 56).

Il monumento troneggia a sud di Dashur, al centro di un’area delimitata anticamente da un recinto quadrato di 298,60 metri per lato e 2 metri di spessore. Proprio sotto l’entrata nord della piramide fu realizzata una cappella in mattoni contenente una tavola per le offerte in calcare. Ai piedi della facciata orientale fu eretto un tempietto costituito inizialmente solo da due alte stele monolitiche e da una tavola d’offerte, ma che fu progressivamente arricchito con l’aggiunta di una cappella e di un muro di cinta. Le stele, con sommità arrotondate ed alte in origine una decina di metri, erano decorate con le titolature del re: oggi sono completamente distrutte. Questo piccolo edificio venne rimesso in servizio e ampliato più volte nel corso del Medio Regno, allorquando fu ripristinato il culto in onore di Snefru.

La via ascensionale era affiancata da due muri paralleli per una lunghezza di 704 metri ed offriva ai sacerdoti la possibilità di raggiungere l’area sacra, senza mostrarsi al mondo esterno, risalendo da un tempio di accoglienza (o tempio basso).

Quest’ultimo, largo 26,20 metri di base e lungo 4,76 metri, doveva rappresentare una vera novità nell’architettura funeraria grazie alla ricchezza del suo programma decorativo. Una data rinvenuta sotto uno dei suoi blocchi di fondazione confermerebbe che la sua realizzazione fu contemporanea sia alla fondazione della Piramide Rossa, sia agli ultimi stadi di costruzione della Piramide Romboidale e di quella di Meidum.

Questo tempio, forse collegato alle cerimonie relative alla festa-sed, era dotato di magazzini, un cortile e di sei cappelle contenenti una grande statua con l’effigie di Snefru. Le pareti erano decorate in leggero rilievo con scene diversificate: riti di fondazione, festa-sed, visite del re nei vari santuari, rappresentazione dei domini reali (Immagine n. 22).

Immagine n. 22 Illustrazione prospettica della cappella e del tempio di accoglienza della Piramide Romboidale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 57).

Scavi recenti hanno rivelato che in questo luogo era stato già costruito un edifico in mattoni, poi demolito e sostituito dal tempio di accoglienza in pietra. La costruzione primitiva annoverava anche un giardino piantumato con diverse essenze arboree la cui funzione resta ancora enigmatica. Secondo l’egittologo Felix Arnold, avrebbe fatto da cornice allo svolgimento di qualche cerimonia rituale durante la vita del re.

Una seconda strada, ma realizzata con in mattoni e lunga 148 metri, collegava questo complesso cultuale a un bacino rettangolare di 145×95 metri che rappresenta il primo porto d’approdo ad oggi conosciuto in un contesto funerario (Immagine n. 23). Questi siti di culto furono rioccupati e ripristinati sotto il Medio e Nuovo Regno, fino alla XIX Dinastia, epoca durante la quale furono smontati per riutilizzarne i materiali.

Immagine n. 23 pianta del complesso funerario della piramide Romboidale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 56).

La piramide “a doppia pendenza” di Dashur sud si innalza per 104,71 metri e poggia su una base quadrata di 189, 43 metri in media per lato. Le facce sono orientate ai quattro punti cardinali con un errore massimo di un solo quarto di grado e mostrano una brusca variazione di pendenza (da circa 55° a circa 44°), che inizia a circa 47 metri di altezza. Questa piramide, eccezionalmente, ha al suo interno due distribuzioni diverse: una ha l’ingresso sulla facciata nord a 11,33 metri dal livello del suolo, l’altra con accesso sulla parete ovest a 32,76 metri di altezza (immagine n. 24).

Immagine n. 24 Vista prospettica degli appartamenti funerari della Piramide Romboidale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 57).

Il corridoio discendente che parte da nord si compone di un primo troncone lungo 12, 60 metri, inclinato di 28° e 38’, al termine del quale sono visibili consistenti fratture sulle pareti laterali; prosegue per altri 66 metri all’interno della piramide, con una pendenza leggermente più dolce, fino a confluire in un vestibolo molto alto ricoperto da una volta a sbalzo. Sul muro meridionale di quest’ultimo, a circa 6,75 metri di altezza, una grande apertura funge da accesso alla cosiddetta “camera inferiore” che misura 4,96 metri lungo l’asse est-ovest e 6,30 su quello nord-sud. Questo maestoso locale è coperto da una magnifica volta ad aggetto che gli permette di raggiungere l’incredibile altezza di 17,30 metri. Considerevoli tracce di malta riconoscibili sulle pareti dimostrano che la parte inferiore era stata riempita con una muratura (oggi scomparsa), lasciando completamente libero solo lo spazio sotto la volta (Immagine n. 25).

Immagine n. 25 Camera inferiore della Piramide Romboidale con la sua volta a sbalzo (© ph Valeriy Ivanovic Androsov in Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 58)

Dal muro meridionale un piccolo passaggio conduce ad un condotto verticale, generalmente definito “camino”, che si innalza fino ad un’altezza di oltre 15 metri ed è privo di aperture. Negli alloggiamenti laterali, la presenza di due blocchi disposti di taglio e collocati in posizione di attesa sembra avvalorare l’ipotesi che fossero destinati a sigillare questo ambiente (Immagine n. 26).

Immagine n. 26 Ricostruzione del dispositivo di chiusura per mezzo di blocchi scorrevoli (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 59)

Per diversi aspetti una simile distribuzione ricorda chiaramente quella della piramide di Meidum, in particolare per il corridoio ed il camino, che forse erano stati progettati inizialmente per condurre ad una camera funeraria. Ma gli architetti dovettero modificare ben presto i loro piani, come dimostrano la presenza del camino senza sbocco, dei due blocchi di chiusura che non hanno mai svolto la loro funzione e la presenza di una distribuzione superiore .

Ad un’altezza di 12,50 metri dal livello del suolo, nella parete meridionale della camera inferiore, si apre l’accesso ad un tunnel scavato nella muratura al fine di collegare questi ambienti al corridoio orizzontale della distribuzione superiore (Immagine n. 27).

Immagine n. 27 Ricostruzione degli appartamenti funerari prima dell’abbandono della Piramide Romboidale. In azzurro sono evidenziati i sistemi di chiusura, mentre in arancione le strutture provvisorie (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 58).

La discesa che parte dall’ingresso occidentale si contraddistingue per la doppia pendenza: una parte iniziale (poco meno di 22 metri) inclinata di 30°09′, seguita da una parte più lunga (circa 46 metri) inclinata di 24°17′. Essa fu ostruita utilizzando decine di grossi blocchi di calcare del peso di svariate tonnellate e, quando negli anni ’50 del secolo scorso fu totalmente sgomberata, si scoprì l’entrata sulla parete ovest, fino ad allora assolutamente invisibile dall’esterno.

Questo lungo tunnel discendente conduce ad un corridoio orizzontale situato qualche metro sopra il livello del suolo e interrotto da due sistemi di chiusura a blocchi scorrevoli di cui solo il più occidentale fu utilizzato (Immagine n. 28). Un antico foro permette oggi di attraversarlo. L’intonacatura dei giunti su entrambi i lati del blocco di chiusura indica che fu abbassato prima dello sbarramento completo della galleria di discesa e che si rese necessario costruire un condotto che collegasse la camera inferiore al corridoio orizzontale per poter continuare ad accedere alla distribuzione superiore.

Immagine n. 28 Veduta del corridoio orizzontale verso il primo dispositivo di chiusura (© ph Valeriy Ivanovic Androsov in Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 59)

Ciascuno dei sistemi di chiusura si compone di una sezione trasversale nella quale è alloggiato un blocco di calcare pesante circa 7 tonnellate. Quest’ultimo poggiava su un piano inclinato di 35° ed era trattenuto in posizione di attesa da una grossa trave, un cuneo o una corda che, una volta ritirati, lo facevano scivolare, grazie alla sola forza di gravità, nella parte bassa dell’alloggiamento ostruendo definitivamente il passaggio.

Il sistema di chiusura orientale, invece, non fu mai utilizzato ed il relativo blocco giace ancora in loco trattenuto da una trave.

La camera superiore, situata all’estremità del condotto orizzontale, ha una pianta rettangolare; misura 5,26×7,97 metri ed è orientata da nord a sud. Questo ambiente è ricoperto da una volta a sbalzo su quattro lati che gli consente di raggiungere un’altezza di circa 14 metri. Il suo stato generale è molto deteriorato e la copertura è talmente danneggiata che non è più possibile distinguerne il profilo. Nelle pareti, inoltre, sono presenti numerose mancanze ed il rivestimento non fu mai completato.

Negli anni ’40, durante lo smantellamento di un massiccio blocco di pietra che riempiva interamente la camera funeraria fino ad un’altezza di 6 metri, fu rinvenuto un possente puntellamento in legno di cedro del Libano inserito nello spazio delimitato dalle pareti. Qui, fu scoperto il nome di Snefru scritto con inchiostro rosso. Di questa struttura ne rimane oggi solo circa un terzo (Immagine n. 29).

Immagine n. 29 La camera superiore con la sua carpenteria di costruzione in cedro del Libano (© ph Valeriy Ivanovic Androsov in Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 60)

La camera fu realizzata per mezzo di una carpenteria, che probabilmente serviva facilitare il posizionamento e la stabilizzazione dei blocchi di rivestimento delle pareti durante l’innalzamento dei vari corsi. L’alta volta a sbalzo avrebbe dovuto proteggere l’ambiente dal carico sovrastante esercitato dalla piramide. Prima dello smantellamento del sistema di puntellamento provvisorio, si decise di rialzare il pavimento della camera aggiungendo un massiccio strato di muratura accuratamente pavimentato. Si passò successivamente a ritagliare e ridurre gli sbalzi della volta al fine di ottenere delle pareti relativamente lisce ed uniformi. Tuttavia, ancor prima di completare queste operazioni, si volle procedere ad un nuovo innalzamento del suolo della camera il che comportò un ulteriore intervento di appianamento dei costoloni della volta, tanto che ne rimasero intatti solo i cinque superiori (Immagine n. 30). Tutto ciò fu realizzato in modo molto accurato, affinché l’ambiente risultante presentasse le caratteristiche indispensabili per svolgere la particolare funzione cui era destinato.

Immagine n. 30 Schematizzazione dello stato attuale degli appartamenti superiori della Piramide Romboidale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 60).

Fino a non molto tempo fa, si riteneva che la camera, una volta consolidata, fosse stata immediatamente abbandonata a causa della comparsa di fessure e criticità statiche; ma, in realtà, alla luce dei recenti dati emersi da ulteriori rilievi sullo stato dei luoghi, questa ipotesi è da ritenersi errata. È vero che l’ambiente si presenta in condizioni di estremo degrado, ma ciò è conseguenza di un successivo intervento operato sulla volta che, a causa della cattiva qualità del calcare ha causato la frammentazione delle pietre che si sbriciolarono e crollarono nel corso dei secoli facendo si che oggi il luogo assomigli più a una grotta piuttosto che a una camera funeraria.

Le ragioni di queste numerose modifiche operate sulla struttura restano ancora da comprendere e se la camera fu concepita per accogliere le spoglie del sovrano, sembra evidente che non abbia mai assolto a questa funzione. Di certo, durante le ultime fasi della costruzione, alcuni movimenti strutturali ebbero un impatto sull’edificio. La piramide fu sottoposta a un ampliamento che ebbe ripercussioni inaspettate, innescando fratture e cedimenti che costrinsero gli architetti a dare al monumento questa forma a dir poco atipica.

Alcuni indizi sembrano indicare che il disegno iniziale degli architetti fosse quello di costruire una piramide con facce inclinate di 60° poggiante su una base di 157 metri per lato. Le distribuzioni interne erano state completate e se il programma fosse proseguito secondo i piani il monumento avrebbe raggiunto un’altezza di 136 metri.

Quale sia il motivo per cui gli architetti decisero di ricoprire con uno spesso strato di muratura quanto era già stato edificato resta ancora un mistero. Quasi sicuramente non fu dovuto, come alcuni hanno ipotizzato, al sopraggiungere di criticità interne visto che lo stato degli appartamenti funerari (corridoi e camere) non mostra indizi tali da poter suggerire una simile spiegazione.

È del tutto evidente, piuttosto, che questo periodo della storia egizia sia contraddistinto da una costante evoluzione e sperimentazione nel campo dell’architettura: la piramide di Meidum fu rimaneggiata per ben tre volte e quella Romboidale ha subito, inequivocabilmente, una serie di modificazioni delle quali, forse, non saremo mai in grado di spiegarne le cause.

Tuttavia, ciò che si può rilevare con chiarezza è che, in ogni caso, furono adottate tutte le misure per assicurarne una posa in opera corretta. Ad esempio, l’aggiunta di muratura fu realizzata con basamenti inclinati, utilizzando la tecnica già adottata per le piramidi a gradoni, ma ricorrendo ad una pendenza più lieve di circa 7° in media. A questo punto, la base della piramide aumentò le sue misure, passando da 157 metri par lato a 189,43.

Durante la costruzione dell’involucro, sembra che le fondamenta mostrassero segni di instabilità cedendo leggermente sotto il peso crescente dell’edificio. Ciò è testimoniato dalle fratture e da un abbassamento di 30 centimetri rilevabili nella giunzione dei due tronconi del corridoio discendente settentrionale (Immagine n. 31). Ciononostante, i costruttori non ritennero che questi danni potessero in qualche modo minare la stabilità dell’edificio o preludere ad un eventuale crollo, tant’è che continuarono ad elevare le assise fino ad un’altezza di 47 metri, prendendosi cura, nel frattempo, di prolungare il corridoio che parte dall’ingresso occidentale. I segni di cedimento, particolarmente localizzati nei due corridoi discendenti, sembrano indicare che il suolo su cui posano le fondamenta sia fortemente eterogeneo.

Immagine n. 31 Evidenti fratture nel corridoio discendente nord della Piramide Romboidale (© ph Valeriy Ivanovic Androsov in Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag.61)

Siccome il complesso sembrava non stabilizzarsi, fu presa la decisione di non aumentare la massa esterna e, pertanto, fu modificata bruscamente la pendenza delle facce dell’edificio. In questo modo, la piramide poté essere completata concretizzando una struttura gravante essenzialmente sul massiccio interno del progetto primario che, fino a quel momento aveva mostrato segni di piena affidabilità. Fu scelta, per le facce della parte superiore, una pendenza di circa 44°, il che sembra indicare che l’idea fosse quella di realizzare un edificio avente le forme di una vera e propria piramide, con caratteristiche che si sarebbero poi ritrovate presso la Piramide Rossa di Dashur-Nord: se, infatti immaginiamo un prolungamento del profilo virtuale delle pareti superiori, vi ritroviamo dimensioni e proporzioni praticamente identiche. La parte sommitale fu dunque portata a termine, riservandosi di smontare la (o le) rampe una volta riallineata la pendenza dei corsi inferiori.

Durante la costruzione della sezione superiore si verificarono leggeri assestamenti che riguardarono l’ingresso settentrionale e fu forse proprio in questa fase che gli architetti, temendo che ulteriori movimenti lo rendessero del tutto impraticabile, decisero di abbandonare questo accesso. Fecero allora scavare un condotto di collegamento tra le distribuzioni inferiori e quelle superiori ostruendo completamente il corridoio discendente occidentale (per una lunghezza di 67 metri!) e decidendo di avvalersi unicamente degli appartamenti inferiori per accedere all’unica camera funeraria della piramide che, malgrado alcune modifiche, fu sempre stimata pienamente funzionale.

Anche la camera inferiore fu riempita con muratura fino alla base della copertura, pur senza intaccarne la volta, poiché era necessario evacuare i detriti provenienti dallo scavo del cunicolo di collegamento in modo da rendere più agevole questa via di comunicazione improvvisata.

Alla fine, il deterioramento della volta della camera funeraria e i continui assestamenti, sembrano averla avuta vinta sulle motivazioni dei responsabili dei lavori che completarono frettolosamente la piramide rinunciando ad aggiungere i corsi che avrebbero portato anche la parte inferiore ad avere una pendenza di 44°. La rampa di costruzione fu demolita, i rivestimenti rifiniti e l’edificio rimase nella forma atipica che ancor oggi possiamo ammirare. Il cantiere fu, a questo punto, trasferito a Dashur-Nord per un ulteriore ed ultimo tentativo.

Il complesso annovera anche una piramide satellite (Immagine n. 32) che è una della più grandi di questo tipo, mai eretta nei pressi di una piramide reale e, inoltre, assieme alla Piramide Rossa è la prima ad aver adottato un profilo perfettamente triangolare. È disposta lungo l’asse nord-sud a una distanza di 52 metri dall’edificio principale. Presenta una base quadrata di 52,80 metri per lato e l’inclinazione delle sue facce, di circa 44°30’, ci fornisce l’indicazione che in origine dovesse essere alta intorno ai 26 metri.

Immagine n. 32 Piramide satellite di Dashur-Sud (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 63).

Questo monumento fu edificato con assise disposte orizzontalmente, utilizzando un calcare locale successivamente rivestito e rifinito con calcare fine di Tura. L’ingresso alla distribuzione interna si trova sull’asse mediano della facciata nord, appena al di sopra del livello del suolo. Da quel punto prende avvio un corridoio discendente che s’inoltra nella struttura con una pendenza di 34° per 11 metri, dopodiché percorre un breve tratto orizzontale per poi cambiare di nuovo e bruscamente la sua inclinazione, ma questa volta verso l’alto, seguendo un angolo di 32°30’. Percorsi altri 6,15 metri, il soffitto si innalza improvvisamente. In questa galleria sono ancora presenti dei blocchi ostruttivi in calcare che furono, evidentemente, lasciati nella loro posizione in attesa di essere utilizzati per sigillare il passaggio ascensionale. Scalando questi blocchi si raggiunge l’imboccatura del corridoio di fronte all’unica camera della piramide; di piccole dimensioni, misurando solo 2,62 metri da nord a sud e 2,40 metri da est a ovest è palesemente troppo piccola per ospitare una sepoltura umana. Una copertura di scarico a sbalzo eleva il tetto a 6,90 metri (Immagine n. 33). Questa volta è del tutto simile sia qualitativamente sia tecnicamente a quelle della Piramide Rossa.

Immagine n. 33 Pianta e sezione della piramide satellite di Dashur-Sud (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 62).

Due alte stele incise con il protocollo reale di Snefru, analoghe a quelle della piramide principale, si ergevano ai piedi della facciata orientale nei pressi di una tavola d’offerte (Immagine n. 34). Una di queste è conservata presso il Museo del Cairo con numero di inventario JE 8929c.

Si ignorano le ragioni per cui fu edificata questa piccola piramide.

MINOImmagine n. 34 Il piccolo tempio situato ai piedi della facciata orientale della piramide satellite è costituito da una tavola delle offerte in alabastro. In origine comprendeva anche due stele in calcare alte almeno 9 metri e incise con la titolatura di Snefru racchiusa nel serekh. Oggi ne restano solo dei monconi alti circa 1,80 metri. (fonte Wikipedia, foto di pubblico dominio, autore non citato)

Fonti:

  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119
EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LA PIRAMIDE DI MEIDUM

A circa 45 km. a sud di Menfi, ad est del Fayyum, simile ad un possente torrione, si erge l’imponente profilo della piramide di Meidum (Immagine n. 9) la cui forma, così particolare, trae origine da danni e distruzioni che le fecero perdere gran parte del suo rivestimento esterno.

Immagine n. 9 La piramide di Snefru, a Meidum, fu eretta come un maestoso monumento a gradoni e fu poi trasformata, verso la fine del regno, in una piramide vera e propria, a pareti lisce. L’aspetto attuale è il risultato delle asportazioni di materiale che si sono succedute dall’epoca greco-romana fino all’era moderna (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 114-115).

La struttura del complesso funerario è caratterizzata da una netta cesura con quella della dinastia precedente, nel senso che la piramide acquisisce, da questo momento, un’importanza assolutamente predominante all’interno del quadro d’assieme. Gli edifici cultuali presenti nel complesso di Djoser, così vari e molteplici, appaiono qui sotto una forma molto semplice (oggi diremmo “minimalista”) riducendosi, in pratica, ad una cappella addossata alla facciata orientale. Questo edificio, di circa 9 metri di lato, comprende un piccolo corridoio a zig-zag che conduce a un cortile interno, al centro del quale si ergono, accanto a un tavolo sacrificale, due alte stele monolitiche con la sommità arrotondata (Immagine n. 10). Tutto, in questo luogo, mostra segni di incompiutezza: rifacimento delle pareti interrotto, iscrizioni contemporanee assenti e stele vergini.

Immagine n. 10 In questa immagine ripresa dalla piramide di Meidum sono visibili il tempio delle offerte con le due stele e la via processionale che conduceva al tempio in valle ad est (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 115).

Un recinto in pietra, alto circa 2 metri, delimitava uno spazio sacro intorno alla piramide. Una piccola piramide satellite, la prima del suo genere, fu edificata in posizione decentrata a sud così come una mastaba sul versante settentrionale. Di fronte al tempio funerario, una via processionale collegava l’unico ingresso a un piccolo tempio situato ai margini della valle. Lunga circa 210 metri, questa strada si presentava come una semplice via di comunicazione a cielo aperto delimitata da due muri paralleli: niente che possa, anche lontanamente, essere paragonabile alle gigantesche strade ascensionali che sarebbero state realizzate sotto il regno di Khufu.

É stato localizzato anche il tempio in valle ma, purtroppo, le coltivazioni che lo ricoprono hanno impedito lo svolgimento di scavi su larga scala. Ciò nonostante, nel sito, così come in quello della Piramide romboidale, si sono potuti rintracciare con evidenza i primi elementi costitutivi di un complesso funerario reale classico dell’Antico Regno: piramide, piramide satellite, tempio superiore e tempio inferiore (o tempio della valle) collegati da una lunga strada rialzata (Immagine n. 11).

Snefru costruì le sue prime piramidi a Meidum ancora nella forma a gradoni. Una di queste, piccola e solida, fungeva da torreggiante punto di riferimento sopra il palazzo reale di Seila, presso il margine orientale del Fayyum.

Il primo vero e proprio complesso piramidale, invece, domina la valle del Nilo, una decina di chilometri più ad est e include la grande piramide a gradoni, che fu ampliata e modificata in successive fasi costruttive fino a raggiungere, nel suo stadio finale, la vertiginosa altezza di circa 92 metri e ad acquisire la forma classica a pareti lisce.

La tipologia della piramide a gradoni è senz’altro da far risalire alla dinastia precedente, la terza, ma sotto il regno di Snefru, si diede inizio ad una serie di fondamentali modificazioni riguardanti sia l’orientamento del complesso sia la disposizione delle camere interne.

Rispetto alle arcaiche costruzioni cultuali della III Dinastia, sopravvissero, in pratica, solo il tempio funerario e la tomba sud che fu adattata a sepolcro del re sotto forma di una piccola piramide a gradoni situata direttamente a sud del monumento principale. Come già accennato precedentemente, a Meidum, il tempio funerario era un piccolo e semplice santuario a est della piramide, affiancato da due grandi stele che sostituivano e rappresentavano il re sepolto altrove.

La disposizione dei vani interni alla piramide fu anch’essa oggetto di ripensamenti rispetto al modello tipico della III Dinastia; la camera sepolcrale, infatti, non era più situata sul fondo di un pozzo scavato nella roccia del sottosuolo, ma fu allestita ben al di sopra del livello del terreno, in prossimità del centro del monumento.

Durante l’Antico Regno, l’entrata (o uscita) della piramide era sempre situata sulla facciata nord. Il re, attraverso il corridoio che sale dalla camera sepolcrale, poteva così ascendere alle stelle circumpolari (quelle che “non tramontano mai”) per congiungersi al dio sole Ra, nella sua barca. A ben vedere, questo assetto interno tripartito può essere rintracciato già nelle tombe risalenti alla I Dinastia, caratterizzate dalla presenza di una camera del sarcofago vera e propria alla quale si aggiungevano due vani supplementari utilizzati per immagazzinare le offerte più rilevanti da destinare al re defunto. Successivamente, a partire dall’epoca di Dioser, l’anticamera e le camere laterali furono già concepite con finalità e funzioni strettamente religiose, introducendo una concezione secondo la quale l’ascesa verso gli astri cominciasse dall’anticamera che, per questo motivo, aveva saracinesche in pietra decorate con stelle. I corridoi orientali e le cosiddette “camere blu” erano, invece, la rappresentazione di un modello di palazzo in cui il re avrebbe soggiornato nell’Aldilà.

Con la IV Dinastia, cambiò pure la collocazione spaziale delle camere; si passò da una disposizione orizzontale ad una verticale che trovò la sua massima espressione nella Grande Piramide di Khufu.

A Meidum, inoltre, prese avvio una tendenza riguardante il cimitero reale, che prevedeva l’allineamento in file regolari, a nord-est delle piramidi, delle mastabe dei figli di Snefru e delle loro mogli. Solo una di queste (la mastaba n. 17), però, sorge presso l’angolo nord-orientale della piramide e dunque in posizione particolarmente privilegiata: imponente e costruita apparentemente in gran fretta, conteneva la sepoltura di un principe, probabilmente l’erede al trono defunto in giovane età nei primi anni di regno del sovrano (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 Sul lato orientale della piramide, all’estremità settentrionale della scarpata, ci sono diverse mastabe risalenti al regno di Snefru. La più grande di queste, situata appena fuori del muro di recinzione, nell’angolo nord-orientale è noto come Mastaba 17, secondo il numero attribuito da Petrie che la indagò nel 1910 (©ph. https://egyptsites.wordpress.com/…/25/meidum-necropolis/)

Il prestigioso sito di Meidum, essendo stato in gran parte smantellato, ci offre la rara opportunità di ricavare informazioni sulla struttura interna di una grande piramide. Il monumento si caratterizza per il fatto di essere stato rimaneggiato durante tre successivi interventi, designati tradizionalmente come E1, E2, E3 (Immagine n. 13).

Immagine n. 13 I tre stadi di edificazione della piramide di Meidum secondo la ricostruzione di Franck Monnier (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 53).

Il primo stadio (E1) fu edificato, attenendosi rigorosamente allo schema costruttivo della III Dinastia, realizzando otto fasce concentriche di muratura inclinata, appoggiate l’una contro l’altra fino a formare un tronco centrale. Si pervenne così a una piramide a sette gradoni avente un’altezza di circa 65 metri, le cui facciate furono poi accuratamente rivestite. Successivamente, si decise di aumentarne le dimensioni aggiungendo una sezione supplementare di muratura e rialzando ogni gradone fino a raggiungere un totale di otto livelli (stato E2). Anche in questo caso l’edificio fu completato, come dimostra il perfetto rivestimento della parte torreggiante attualmente esposta (Immagine n. 14).

Immagine n. 14 La perfetta rifinitura delle pareti esterne della piramide dimostrano che anche la fase n. 2, relativa all’ampliamento del monumento, fu portata a compimento (© ph. Kurohito – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19314250

Infine, fu deciso di modificare radicalmente il monumento (stato E3) sovrapponendovi un ulteriore involucro in muratura, ma questa volta disposto in strati orizzontali, in modo da fargli assumere la forma completamente nuova di una piramide dal profilo triangolare. A causa della struttura esistente, le facce risultanti assunsero una pendenza dell’ordine di 52°, un’inclinazione che più tardi fu ripresa per la piramide di Khufu.

Nel suo stadio finale l’edificio si presentava con una base quadrata di 144,32 metri di lato ed un’altezza di ben 91,90 metri. L’orientamento delle facce est e ovest deviano, rispetto all’asse nord-sud, di meno di mezzo grado; Il quadrato di base, pressoché perfetto, presenta una tolleranza di 15,50 centimetri e il livellamento della prima base su cui poggia il rivestimento è davvero notevole, con un errore massimo di soli 8,30 centimetri da un’estremità all’altra!

Immagine n. 15 In questa che ci mostra l’angolo nord-est, della piramide, sono stati evidenziate le tre fasi costruttive del monumento, indicate convenzionalmente con E1, E2, E3. (@Di derivative work: GDK (talk)Image:Meidoum pyramide 002.JPG: user:Neithsabes – Image:Meidoum pyramide 002.JPG, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5226985

Allo stato attuale, l’aggiunta dell’ultima stadio (E3) è rintracciabile solo nella parte inferiore del monumento, ancora ricoperta da una parte dei suoi splendidi blocchi di rivestimento in calcare fine. Le pareti del “torrione centrale” costituiscono una sorta di veduta tridimensionale ed in sezione dell’edificio nativo dal momento che, ormai, è possibile osservare lo stato originario del monumento attraverso i vari strati della muratura alternativamente smantellati e solo abbozzati.

Questa piramide fu la prima, in assoluto, ad essere dotata di appartamenti funerari allestiti nel corpo dell’edificio, invece che nel sottosuolo. L’ingresso, leggermente spostato verso est rispetto all’asse nord-sud, si apre nella facciata nord ad un’altezza di 18,50 metri da dove prende avvio una discesa che si inoltra all’interno per una distanza di circa 57 metri. Nonostante il materiale utilizzato per la realizzazione dell’opera muraria sia un calcare molto fine, lo stato generale di questo ambiente è altamente degradato, ove si eccettui la prima sezione. La roccia, infatti, ha subito un deterioramento tale che il passaggio, attualmente, presenta il brutto aspetto di un condotto cavernoso (Immagine n. 16).

Immagine n. 16 il corridoio di accesso della piramide di Meidum come appare oggi nel suo stato di grave deterioramento (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 54).

Quest’ultimo conduce a due anticamere, anch’esse in pessime condizioni, disposte una di seguito all’altra. Si tratta di ambienti di dimensioni molto modeste (2,60 metri di lunghezza per 2,20 metri di larghezza) e con un’altezza appena sufficiente a permettere di tenersi in posizione eretta. Nel 2000, i ricercatori francesi Gilles Dormion e Jean-Yves Verd’hurt hanno scoperto l’esistenza di due volte a sbalzo che scaricano i soffitti di queste due stanze (Immagine n. 17).

Immagine n. 17 ricostruzione in prospettiva degli appartamenti funerari della piramide di Meidum (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 54).

All’estremità meridionale del corridoio, un passaggio verticale piuttosto irregolare conduce alla camera sepolcrale. Rispetto a quelle presenti nelle piramidi di Dashur, questa sala ha dimensioni modeste (2,65 metri di larghezza per 5,90 metri di lunghezza); una volta di scarico ne eleva il soffitto a 5,05 metri (Immagine n. 18).

Immagine n. 18 La camera funeraria della piramide di Meidum (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 55).

All’ingresso del pozzo verticale, Flinders Petrie scoprì alcuni frammenti di sarcofago in legno che riteneva risalissero all’epoca dell’Antico Regno. Purtroppo, a causa delle occupazioni tardive del sito e dei rapporti di scavo molto sommari, solo delle analisi potrebbero confermare o smentire le ipotesi dell’archeologo britannico.

Nelle immediate vicinanze del monumento principale, a sud, fu elevata una piccola piramide di circa 28 metri di lato di base; non ne resta altro che qualche blocco e alcune vestigia di appartamenti scavati sotto il livello del terreno circostante.

Fonti:

  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119
EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

I CANTIERI DI SNEFRU

Immagine n. 4 Ricostruzione a cura di Franck Monnier della sequenza cronologica dei tre cantieri di Snofru (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 49)

Prima di occuparci della sequenza cronologica (Immagine n. 4) dei cantieri di Snefru e delle ragioni che lo spinsero a dotarsi di tre tombe, si rendono necessarie alcune considerazioni riguardanti il proprietario della piramide di Meidum (Immagine n. 5). Da alcuni decenni questa località è spesso associata a Huni, ultimo sovrano della terza dinastia, la cui sepoltura non è stata ancora localizzata. Per il momento, come unica motivazione, si argomenta che sia irragionevole concedere al suo successore Snefru la costruzione di un terzo edificio di tali dimensioni, presumendo che sarebbe stato impossibile portare avanti tre cantieri in un lasso di tempo relativamente così breve quale fu il suo regno (24 o 29 anni a seconda delle fonti). Di conseguenza sembrerebbe del tutto naturale pretendere che la costruzione della piramide a gradoni di Meidum sia stata opera del re Huni e che in seguito sia stata modificata due volte dal suo successore al fine di farle assumere la classica forma a pareti lisce.

Immagine n. 5 La piramide di Meidum (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 52)

Tuttavia, finora nessuna menzione al sovrano della III Dinastia è stata ritrovata “in situ”, né alcun documento antico lo associa a questa sepoltura. Viceversa, gli egizi di tutte le epoche, mai hanno smesso di considerare Snefru, come intestatario del monumento: lo testimoniano i numerosi graffiti lasciati durante il Nuovo Regno sulle pareti del piccolo tempio funerario. Alcuni di questi lo evocano come “Il tempio di Snefru” e altri come la “grande piramide di Snefru”. Inoltre, i suoi figli Nefermaat, Rahotep e Ranefer, si fecero inumare in grandi mastabe situate proprio a Meidum.

È vero che fino ad oggi non è stata riportata alla luce alcuna iscrizione contemporanea dell’edificio recante il nome di Snefru, ma ciò non è sufficiente a escludere che sia stato egli stesso ad aver iniziato il cantiere e ad esigere per ben due volte la modifica del progetto. Per di più, nulla esiste che possa attestare l’usanza, durante l’Antico Regno, di un sovrano che si appropriasse della sepoltura del suo predecessore. Pertanto, l’ipotesi che possa essere stato Huni il committente del monumento resta solo un’idea vaga e senza alcuna evidenza che possa comprovarla; viceversa, gli indizi di cui siamo in possesso puntano tutti e decisamente in direzione del suo successore. Basta considerare la struttura interna a gradini, le dimensioni ridotte degli elementi costruttivi e delle camere funerarie, perché il confronto con la piramide di Dashur dimostri l’innegabile anteriorità della piramide primitiva di Meidum. Non c’è quindi dubbio che i primi due stati relativi alla piramide a gradoni iniziale siano stati realizzati all’inizio del regno e solo successivamente il sovrano decise di modificare le sue scelte sia riguardo alla forma che al luogo della sua sepoltura. Una volta completata la piramide di Meidum, infatti, ordinò la costruzione di una piramide di maggiori dimensioni e dal profilo triangolare presso la località di Dashur-Sud (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 La piramide romboidale di Dashur-Sud (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 56)

Un tale fervore innovativo dovette, con ogni probabilità, costringere gli architetti ad avviare un nuovo cantiere e a cercare, a tal fine, un giacimento ricco di materie prime. A tal proposito i geologi Dietrich et Rosemarie Klemm* hanno recentemente posto in evidenza che il rivestimento esterno della piramide di Meidum dovette essere completato utilizzando un calcare locale ed un altro estratto dalla più lontana cava di Maasara, situata nei pressi di Dashur, sulla riva opposta del Nilo. (Questa cava fu, in seguito l’unica fonte di approvvigionamento, relativamente alle pietre da rivestimento, per i cantieri di Dashur). É probabile che proprio durante questa fase si presentassero problemi di portata tale da spingere i costruttori a modificare l’edificio una seconda volta, conferendogli, sembrerebbe, le proporzioni e le dimensioni della futura Piramide Rossa (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 La piramide rossa di Dashur-Nord (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 65)

Sono emerse alcune iscrizioni, datate al 15° anno di regno sui tre siti piramidali, rispettivamente su un blocco di fondazione della Piramide Rossa, su un altro facente parte del tempio di accoglienza della Piramide Romboidale ed infine su alcuni blocchi della piramide di Meidum. Di conseguenza deve essere stato in quel momento che il cantiere fu nuovamente trasferito ed è fuor di dubbio che, nei dintorni di quella data, i problemi strutturali occorsi alla piramide di Dashur-Sud finirono per convincere gli architetti a cercare, una volta ancora, alternative al progetto in corso. Se ne dispose, perciò, un altro che finì per fare assumere alla piramide la caratteristica forma definitiva “piegata o a doppia pendenza”. Si procedette, a questo punto, con l’apertura cantiere della Piramide Rossa e, allo stesso tempo, si riaprì quello di Meidum con lo scopo di trasformare la struttura a gradoni in una piramide rispondente alle nuove concezioni (Immagine n.8).

Probabilmente, si voleva prevenire l’eventualità dell’improvvisa scomparsa del sovrano che, consapevole della propria vecchiaia, temeva che la sua tomba non sarebbe stata completata in tempo.

Alla morte di Snefru, comunque, la Piramide Rossa era stata certamente completata (così come pure la piramide sussidiaria di Dashur-sud e forse anche quella di Meidum), ma sicuramente non i suoi edifici annessi, come dimostra l’impiego di mattoni crudi per portare a termine il suo tempio funerario. Analogamente, anche quello di Meidum si presenta con facce parzialmente sgretolate e totalmente prive di decorazioni.

Alcuni ricercatori rifiutano di prendere in considerazione l’ipotesi che gli architetti egizi avessero avuto dubbi sulla bontà dei loro progetti e, conseguentemente, cambiarli più volte. La tesi sostenuta è che nulla sarebbe dovuto al caso e l’insieme sarebbe stato accuratamente pianificato e pensato al fine di ottenere un risultato complessivo del tutto coerente. La dualità che si osserva a Dashur (due piramidi sul sito e doppia pendenza per quella romboidale) sarebbe, pertanto, di natura strettamente simbolica. Ma quella che a prima vista sembrerebbe una riflessione interessante è contraddetta innanzitutto dall’analisi architettonica delle due piramidi. Durante la costruzione della romboidale, infatti, si presentarono diversi problemi di natura statica che imposero numerose modifiche. Come metro di paragone, basta considerare le caratteristiche della Piramide Rossa che mostrano una netta e decisiva evoluzione delle tecniche di costruzione. Inoltre, la sequenza cronologica dei due monumenti è fuori discussione, dal che ne consegue che se l’idea iniziale fosse stata quella di erigere a Dashur un complesso architettonico bipartito, sarebbe stato del tutto logico procedere ad una edificazione simultanea e non successiva. Infine, non esiste alcun documento che possa in qualche modo avvalorare questo punto di vista.

Tutto ciò, comunque, non implica che una volta completato l’insieme, questo non apparisse perfettamente coerente e armonico agli occhi degli egizi dell’epoca. L’attenzione dedicata ad un secondo sito non comportò, infatti, l’abbandono del primo che era stato consacrato per i rituali di fondazione e continuò ad essere sempre considerato come parte integrante di un dominio funerario che si era progressivamente ingrandito.

Al momento non siamo ancora in possesso di dati che possano permettere di determinare con certezza il tempo che occorse per portare a termine il grandioso progetto di Snefru. Il Canone Reale di Torino gli attribuisce 24 anni di regno, ma è noto che questo documento non è esente da errori. Segni datati, venuti alla luce presso i siti di Dashur e Meidum, indicano che, quanto meno, questa cifra deve essere elevata a 29 anni.

Si può tentare di fare un paragone con la Grande Piramide di Khufu, sulla quale siamo meglio informati circa i tempi di edificazione. Con il suo volume di circa 2.600.000 mc., è presumibile che l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora esistente, sia stata realizzata in meno di 27 anni (la durata massima attribuita al regno di questo sovrano). Adottando un criterio di proporzionalità e assumendo che i lavori si siano protratti in maniera continua per tutta la durata del regno, se ne deduce che per portare a compimento la Piramide Rossa furono necessari 18 anni; 15 anni per la Piramide Romboidale e 6 anni e mezzo per quella di Meidum, per un totale di circa 40 anni (una cifra evidentemente in disaccordo con i pochi riferimenti attualmente a nostra disposizione).

In ogni caso, che il regno di Snefru abbia avuto una durata di una trentina o una quarantina di anni, è certo che per realizzare i suoi tre complessi funerari fece estrarre, tagliare e mettere in opera qualcosa come circa 3.900.000 mc. di pietra calcarea, ossia ben 1.300.000 mc. in più di quanti ne furono necessari al suo successore.

* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm, sono stati protagonisti di un importantissimo lavoro relativo allo studio dei materiali di costruzione utilizzati per l’edificazione delle tre piramidi di Giza. I risultati delle loro ricerche, pubblicati nel 1993 nel volume “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten”, aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Chi fosse interessato all’argomento può trovarne un’ampia descrizione a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/07/01/lo-studio-di-dietrich-e-rosemarie-klemm/

Fonti:

  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119
EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LA QUARTA DINASTIA: SNEFRU

Secondo la sequenza dinastica redatta dallo storico greco Manetone, Snefru (Immagine n. 1) fu il primo re della IV Dinastia. Con lui si chiude un’epoca cruciale che si estende dal periodo arcaico sino all’alba dell’Antico Impero e da inizio a uno dei periodi più straordinari di tutta la storia egizia.

Immagine n. 1 In origine questa statua a grandezza naturale di Snefru, rappresentato con la corona bianca dell’Alto Egitto, era inserita nella nicchia di una delle cappelle del suo Tempio in Valle a Dashur. Museo Egizio del Cairo (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 47)

La tradizione letteraria giunta sino a noi, ce lo rappresenta come un buon sovrano attento alle esigenze dei suoi sudditi (secondo le leggende popolari si rivolgeva loro chiamandoli “amici” e persino “fratelli”), tanto che, nonostante sia stato artefice di un programma architettonico a dir poco titanico, a differenza dei suoi successori Khufu e Kaefra, la sua reputazione non fu mai messa in discussione. Quel poco di lui che ci è noto lo si deve grazie ad un documento che riporta gli avvenimenti salienti anteriori alla VI Dinastia: gli annali della Pietra di Palermo (Immagine n. 2). Si tratta di una porzione di stele incisa facente parte di un reperto ben più consistente del quale si conservano altri frammenti presso il Museo del Cairo e il Petrie Museum of Egyptian Archeology di Londra. Da questo reperto apprendiamo che Snefru fece arrivare quaranta imbarcazioni cariche di legno importato dal Medio-Oriente. Sappiamo, inoltre, che durante la prima parte del suo regno promosse una spedizione in Nubia con cui si procurò materiale umano da impiegare nei suoi progetti edili (si riferisce di 4000 donne e 3000 uomini, ma i numeri sembrano un po’ esagerati) e razziò un enorme quantità di bestiame (200.000 capi).

Immagine n. 2 Copia della Pietra di Palermo, Museo del Cairo. Si tratta di un oggetto in diorite nera e deve il suo nome al fatto che l’originale è conservato al Museo Antonino Salinas nel capoluogo siculo. Altri cinque frammenti sono al Museo del Cairo ed uno al Petrie Museum di Londra. Il frammento palermitano misura cm. 43 di altezza x 25 cm. di larghezza ed è iscritto su entrambi i lati. Si ritiene che l’intero reperto in origine dovesse misurare cm. 210 x 60. Il testo contiene una lista di sovrani che ha inizio con quelli mitici, che avrebbero regnato sull’Egitto all’inizio dei tempi, e i cui regni sono calcolati in migliaia di anni. Si passa poi ai re la cui esistenza è storicamente accertata. L’ultimo ad essere menzionato e Neferirkara della V Dinastia. Le iscrizioni sono disposte su registri all’interno di caselle delimitate da linee con la punta ricurva verso sinistra ad imitazione del segno geroglifico dell’anno (in egiziano “renepet”). Di anno in anno viene indicato l’evento di maggior rilievo e, a partire dal regno di Djer (I Dinastia), il livello dell’inondazione. Nella parte più bassa sono riconoscibili i cartigli del re Snefru (IV Dinastia) (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 46) 

Un’ iscrizione presente in questa regione, presso la località di Khor el-Aquiba, sembra fare riferimento proprio a questa campagna in quanto menziona un corpo di spedizione composto da 20.000 soldati e la cattura di 7.000 prigionieri. Più tardi l’operazione fu ripetuta, ma questa volta in Libia, e fruttò 1.100 prigionieri e 13.100 capi di bestiame sistemati successivamente in trentacinque nuove tenute reali del Fayyum e del Delta. Questo consistente approvvigionamento di mano d’opera e di animali fu posto in atto, evidentemente, per alleggerire in modo considerevole il carico lavorativo sulla popolazione egizia.

Tra le altre realizzazioni collegabili al suo regno figurano la realizzazione di un nuovo palazzo reale, probabilmente nella zona di Dashur, caratterizzato da grandi portali in legno di cedro, il varo di molte imbarcazioni, la lavorazione di statue reali a grandezza naturale in rame e in oro e la produzione di un’arpa insolitamente grande e preziosa.

Le fonti contemporanee circa l’ascendenza di questo sovrano sono ancora più scarse; probabilmente la madre, Meresankh, fu una sposa secondaria di Huni, ultimo re della III Dinastia, ma gli antenati reali dell’Antico Regno non sono mai menzionati direttamente dal momento che il re era, per natura di origine divina.

Sorprendentemente, la costruzione delle piramidi non è mai annotata nelle iscrizioni contemporanee di re o dignitari, nonostante rappresentasse il principale evento di un regno. Verosimilmente, siccome ciò era riconducibile all’espletamento dei rituali giornalieri nei templi (le cerimonie che garantivano il sorgere ed il tramontare del sole, la ricorrenza delle stagioni, l’esondazione periodica del Nilo, ecc.), e quindi facente parte dei compiti che un re doveva essere in grado di svolgere e assicurare in vita, non aveva alcun bisogno di essere menzionato.

In ogni caso, Snefru fu senza dubbio alcuno il più grande costruttore dell’Antico Egitto se non addirittura di tutto il mondo antico. A lui si devono, infatti, l’edificazione di tre grandi piramidi, di cui una situata a Meidum e le altre due a Dashur (oltre a due più piccole), per la cui realizzazione furono utilizzati oltre 3,6 milioni di metri cubi di pietra: un milione in più di quanti servirono a suo figlio per edificare la Grande Piramide di Giza. Nonostante l’attribuzione definitiva di questi monumenti costituisca ancora motivo di dibattito tra gli esperti, non esiste alcuna prova che consenta, ragionevolmente di dubitarne.

A partire dal suo regno ebbe inizio un ulteriore incredibile impulso evolutivo che portò in breve tempo a raggiungere vette di perfezione non solo nel campo dell’architettura, ma anche nelle arti della scultura, del rilievo e della pittura, nelle scienze naturali e in medicina dove furono gettate basi destinate a rimanere valide fino all’epoca greca. Il credo nell’onnipotente Ra, creatore universale, ormai dominava la religione, l’etica, lo Stato e la società egizia, che divenne sempre più ricettiva nei confronti di chi era in grado di lavorare su grandi progetti. Questi personaggi diedero forma alla nuova classe degli scribi, accademici istruiti nella conduzione teorica e pratica dello Stato; un gruppo costituito da principi ed individui che si erano elevati per chiari meriti. Garante di questo sofisticato sistema era il dio Ra che conferiva potenza al sovrano, la cui divinità consisteva non nella sua persona, bensì nel ruolo assunto in funzione della sua capacità di governare le Due Terre. Egli era il dio benevolo, il dio delle necropoli la cui costruzione era suo compito e dovere. Il nome di Horo di Snefru, nb m3՚ t, (neb maat) significa, infatti, “Signore della Maat, dove Maat è proprio riferito all’ordine divino universale (Immagine n. 3)

Immagine n. 3 La Stele di Snefru proveniente dalla cappella della piramide satellite di Dashur Sud. Rappresenta Snefru, assiso in basso a sinistra, come Signore delle due Terre e Signore della Maat (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 112)

Da questo sovrano in poi, influenzata dal culto del dio sole, la forma del complesso piramidale conobbe importanti e significative modificazioni trasformandosi da un rettangolo orientato secondo l’asse nord-sud, in un quadrato in direzione est-ovest che seguiva il percorso dell’astro diurno ed enfatizzava un nuovo elemento architettonico di grande significato simbolico. Si tratta della lunga rampa che prendendo avvio da est, la terra dei viventi, giungeva sino ai piedi della tomba-piramide per poi concludere il suo percorso nel tempio funerario che da allora in avanti sarebbe sempre stato collocato sul lato orientale del monumento. La porta d’accesso alla rampa era, invece, situata nel tempio in valle, vale a dire il centro cultuale della città della piramide al cui interno la dea Hathor e il sovrano erano adorati come divinità locali.

rme semplici, ma sapendo al contempo offrire al loro sovrano una dimora eterna all’altezza del suo status divino.

Fonti:

  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119
EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

RE EFFIMERI E PIRAMIDI INCOMPIUTE DELLA III DINASTIA

Di Ivo Prezioso

Sekhemkhet scelse di erigere il suo complesso funerario a sud-est, e nelle immediate vicinanze di quello del suo predecessore Djoser, presso il margine occidentale della necropoli di Saqqara. La sua piramide si presenta incompiuta e giace all’interno di un vasto complesso di edifici di cui rimangono solo le fondamenta o, al massimo e solo in alcuni punti, le prime assise delle sovrastrutture (Immagine n. 46).

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Immagine n. 46. Ciò che rimane della piramide a gradoni incompiuta di Sekhemkhet raggiunge appena i 7 metri di altezza (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

Gli architetti avevano progettato di cingerla con un grande muro a nicchie ed in origine era previsto che fosse collocata al centro di un recinto lungo 262 metri da nord a sud e largo 182 metri da est a ovest. Purtroppo, ne resta solo una splendida facciata decorata con modanature in calcare fine, le cui proporzioni sono rigorosamente identiche a quelle di Djoser. La presenza di segni di costruzione e di numerosi graffiti, lasciati dagli operai, non lascia dubbi sul fatto che l’edificio non fu mai portato a termine. In compenso vi figura un nome celeberrimo: Imhotep.

Durante la sua costruzione, il terrapieno fu ampliato a nord e a sud; il terreno fu poi rialzato, seppellendo e occultando il progetto originario, in modo da portare il complesso a ricoprire una superficie totale di dieci ettari; un’opera rimarchevole, certo, per le sue dimensioni, ma soprattutto per la sua concezione. I sondaggi e gli scavi effettuati presso l’angolo sud-occidentale dell’edificio, hanno infatti permesso di riportare alla luce un possente muro di contenimento, spesso in alcuni punti fino a 26 metri, che adattandosi alla topografia locale presentava variazioni di altezza al fine di ottenere una vasta piattaforma perfettamente livellata. L’ambizione di Sekhemkhet era quella riposare sotto una piramide a gradoni di dimensioni maggiori rispetto a quella del predecessore, ma la sua morte prematura interruppe il progetto che rimase incompiuto. La base dell’edificio è un quadrato i cui lati misurano ciascuno circa 120 metri e se i lavori fossero stati portati a termine avrebbe raggiunto un’altezza di 70 metri. Nonostante le vestigia restanti si elevino a poco meno di 7 metri, una rampa di costruzione, perpendicolare alla facciata occidentale, dimostra che il livello successivo avrebbe raggiunto i 9 metri; ma a questo punto i lavori si interruppero.

Immagine n. 47 Vestigia della piramide di Sekhemkhet con la rampa di accesso agli appartamenti sotterranei. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 38)

L’edificio è composto da quattordici sezioni di muratura concentriche e inclinate verso l’interno; disposte a coppie, queste avrebbero permesso la realizzazione di sette gradoni, rispetto ai sei che caratterizzano la piramide di Djoser. Gli appartamenti funerari hanno una collocazione esclusivamente sotterranea e sono raggiungibili grazie ad una rampa discendente che parte a nord del monumento e si inoltra al disotto della piramide seguendo un asse nord-sud (Immagini n. 47-48).

Immagine n. 48 Pianta del complesso di Sekhemkhet a Saqqara e veduta in prospettiva della piramide con i suoi appartamenti sotterranei (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 39)

Il giorno della loro scoperta, l’accesso era ancora completamente bloccato, il che alimentò la speranza dell’egittologo incaricato dell’esplorazione, Muhammad Zakaria Ghoneim (1905-1959), di riportare alla luce una tomba intatta. Sfortunatamente le speranze andarono deluse e le evidenze dimostrarono che i saccheggiatori dell’antichità erano riusciti nel loro intento utilizzando un cunicolo verticale che collegava il soffitto della rampa all’aria aperta. Nel cumulo di detriti e depositi che riempivano il pozzo furono rinvenuti vasi, coppe e piatti in alabastro e pietra dura, tutti caratteristici della III dinastia, nonché giare sigillate con il nome di Sekhemkhet che permisero di stabilire con certezza l’appartenenza del monumento a questo sovrano.

Nella parete occidentale della rampa, proprio sotto il pozzo precedentemente descritto, si apre un corridoio che una quarantina di metri più in là sbocca, in una galleria trasversale, orientata da est a ovest, che si biforca alle due estremità, dirigendosi verso sud, per poi assumere un tracciato generale a forma di U lungo in totale circa 350 metri. Sia da una parte, sia dall’altra di questo corridoio furono sistemati diversi magazzini collocati secondo una disposizione a dente di pettine.

A 80 metri dall’entrata, al termine della rampa, è presente una porta che, all’epoca della sua scoperta, era ancora completamente ostruita da blocchi di muratura. Essa dà accesso alla camera sepolcrale che occupa una posizione esattamente centrale rispetto alla piramide e si trova a 32,10 metri sotto la base de recinto. La sala è lunga circa 9 metri, larga 5 ed alta 4,50 e la forma assunta dalla roccia dimostra che sia la cripta sia i suoi annessi furono solo abbozzati. Un magnifico sarcofago monolitico in alabastro troneggia al centro della camera funeraria. Quest’ultimo presenta la particolarità di essere stato svuotato a partire da uno dei suoi lati corti, che poteva poi essere chiuso tramite uno scivolo scorrevole verso il basso (Immagine n. 49). Confidando di ritrovarvi la mummia del re defunto, Ghoneim organizzò, nel 1954, una grande cerimonia per la sua apertura dinanzi ad un nutrito parterre di personalità e dignitari egiziani. Tra lo stupore generale il sarcofago si rivelò vuoto.

Immagine n. 49 ricostruzione del sarcofago di Sekhemkhet (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 39)

A circa 25 metri a sud della piramide si trova una mastaba, che potrebbe essere equiparata alla “tomba sud” del complesso di Djoser. Ad occidente della costruzione parte una rampa che raggiunge la base di un pozzo a 29 metri di profondità. Benché accuratamente nascosta anch’essa fu oggetto delle scorribande dei violatori, che riuscirono a perforare la muratura che la proteggeva. I saccheggiatori raggiunsero un sarcofago ligneo di piccola taglia che fu spogliato e frantumato, lasciando dietro di loro solo qualche frammento di legno e di foglia d’oro. Ciò è tutto quanto resta dell’arredamento funerario.

La piramide ha conosciuto riutilizzi almeno sino all’epoca saitica; lo testimoniano i vari magazzini, collegati alla celebrazione di riti tipici di quell’epoca. Le tracce relative a possibili intrusioni di ladri, inoltre, sono state definitivamente cancellate, pertanto non possono fornirci indicazioni sullo stato originario dei luoghi.

Il ritrovamento di gioielli in oro finemente lavorati, che potrebbero essere appartenuti a una dama di alto rango dell’Antico Impero, dimostra che l’edificio aveva effettivamente una funzione funeraria. La sepoltura del re rimane tuttavia una questione da risolvere.

Immagine n. 50 Questo piccolo contenitore a forma di conchiglia e i braccialetti d’oro a fianco furono rinvenuti insieme ad altri oggetti da Zakaria Ghoneim all’interno della camera sepolcrale di Sekhemkhet. Questo piccolo tesoro di raffinata qualità, insieme ad altri reperti, è databile alla III Dinastia. Museo Egizio del Cairo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

Presso la località di Zawiyet el-Aryan, tra Gizah e Abusir a circa sette chilometri da Saqqara, sono presenti i ruderi di un’altra piramide della III dinastia, il cui progetto, anche se di dimensioni minori (circa 84 x 84 metri) era simile a quella di Sekhemket. Tuttavia, rispetto a quest’ultima, rimase ancora più incompiuta (Immagini n. 51-52).

Immagine n. 51 La piramide a gradoni di Zawiyet el-Aryan, che oggi presenta un elevato di poco più di 17 metri, probabilmente non fu mai utilizzata (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

Il primo esploratore del sito Alessandro Barsanti (colui che tra il 1890 e il 1891, scoprì la tomba di Akhenaton), suppose che la struttura non fosse mai stata utilizzata

La caratteristica più interessante è costituita dalla presenza di 32 magazzini disposti a “U”, come nel caso di Sekhemket.

Immagine n. 52 Ipotetica ricostruzione della piramide a gradoni di Zawiyet el-Aryan. Sono evidenziati i corridoi sotterranei che conducono alla camera funeraria e i ruderi attuali (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

Secondo Ali Radwan, la disposizione dei vani sotterranei che circondano le due camere sepolcrali, richiama alla mente la forma del geroglifico “ka” (𓂓) che tra i vari significati, comprende pure quelli di “alimento”, “alimentazione”, “mezzi di sussistenza”, “forza vitale”; pertanto, se questa sistemazione fu scelta di proposito è del tutto plausibile che si intendeva conferire ai magazzini nascosti il potere di sostentare praticamente e magicamente il re defunto. La stessa funzione di donazione attraverso il ka, la si può ritrovare nella figura rappresentata in un vaso rituale arcaico conservato presso il Metropolitan Museum of art Art di New Yorkh, oppure in una tavolozza per cosmetici proveniente da Helwan (Immagine n. 53).

Immagine 53 Tavolozza del ka proveniente dal sito di Helwan. Inizio I dinastia, Museo egizio del Cairo (© https://www.francescoraffaele.com/…/Heluan-Ka_palette.htm)

D’altra parte, nel versetto 1653 dei “Testi delle Piramidi” è espresso proprio questo desiderio: << O Atum, imponi le tue braccia sopra il re, su questa costruzione e su questa piramide come le braccia del segno ka affinché l’essenza del re possa risiedere in esso, rimanendovi per sempre>>.

La piramide presenta tutte le caratteristiche di un’architettura della III Dinastia: costruzione a sezioni concentriche, utilizzo di piccoli elementi disposti in file inclinate e distribuzione interamente sotterranea. La base è formata da un quadrato di 83,80 metri per lato e benché le rovine attuali superino di poco i 17 metri, la sua altezza, se fosse stato portato a termine il progetto, avrebbe raggiunto circa 40 metri. L’edificio è costituito da un nucleo largo 11 metri, su cui poggiano tredici, forse quattordici, sezioni concentriche disposte a gradini inclinati. La piramide seguendo questo schema avrebbe presentato alla fine un profilo a gradoni a cinque stadi. L’inclinazione delle facce è di circa 68° risultando, in questo caso, più accentuata rispetto a quella delle piramidi di Saqqara. L’accesso ai sotterranei si trova a nord dell’edificio e diversamente dai complessi di Djoser e Sekhemkhet, non è caratterizzato da una discesa lungo un asse nord-sud, ma prende avvio da una trincea collegata a un tunnel che si dirige direttamente verso ovest. L’ingresso è decentrato verso est; una scala permette di raggiungere la galleria che, dopo 36 metri, incontra un pozzo scavato nell’asse nord-sud della piramide. Senza dubbio realizzato per facilitare l’estrazione dei materiali provenienti dallo scavo, questo pozzo scende fino a 18 metri sotto il livello del suolo, offrendo accesso a diversi rami della distribuzione. A una profondità iniziale di 6 metri, si incrocia una galleria rimasta incompiuta. A 18 metri, è presente un corridoio che attraversa il pozzo da nord a sud e dopo 25 metri raggiunge una scala. Quest’ultima scende verso un tunnel orizzontale che conduce a una camera situata sotto il centro della piramide. Senza dubbio destinata a fungere da camera funeraria, questa sala è tuttavia di dimensioni modeste se paragonata a quelle delle altre sepolture reali di questo periodo: 3,63 metri da nord a sud, 2,65 metri da est a ovest e 3 metri di altezza. A partire dal pozzo, ma proseguendo questa volta verso nord, il corridoio conduce ad una galleria trasversale, orientata da est a ovest e lunga 120 metri. In ciascuna delle estremità essa si biforca ad angolo retto verso sud e termina dopo 50 metri adottando, come nel caso della piramide di Sekhemkhet un tracciato a forma di “U”. Questo immenso corridoio è fiancheggiato da trentadue nicchie, tutte disposte a pettine (Immagine n. 54).

Immagine n. 54. Ricostruzione in prospettiva della piramide a gradoni di Zawiyet el-Aryan secondo Franck Monnier (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 41)

L’incompiutezza del monumento è del tutto evidente e l’interruzione dei lavori dovette avvenire molto presto durante il regno del suo committente dal momento che non si sono ritrovate tracce di arredi funerari, né alcun sarcofago negli appartamenti. Inoltre, sembra che gli edifici annessi e le mura di cinta, ove mai fossero esistiti, siano stati al massimo abbozzati poiché, a quanto si può dedurre dai rapporti disponibili, non ne rimane assolutamente nulla. Tuttavia, poiché i dintorni del versante nord non sono stati esplorati, non è impossibile che in questo luogo si trovino le fondamenta di un tempio, come nel caso di Djoser e di Sekhemkhet.

Benché non sia mai stata individuata alcuna documentazione, la sepoltura è generalmente attribuita allo Horus Khaba, un sovrano della III Dinastia il cui nome è stato rinvenuto su diversi vasi in pietra scoperti in una vicina mastaba della stessa epoca. L’ipotesi che questo re, a causa della sua morte prematura, e quindi dell’incompiutezza della sua tomba, possa essere stato sepolto in questa stessa mastaba, però, non ha avuto molto seguito.

Immagine n. 55 La Piramide di Seila, visibile in alto a sinistra, domina la piana verdeggiante del Fayyum. In origine la sua base quadrata misurava 31,10 metri per lato. Gli scavi condotti da Nabil Swelim, hanno permesso di riportare alla luce le fondazioni di una cappella addossata alla faccia orientale dell’edificio. Frammenti di una tavola per le offerte e di una stele recante il nome di Snefru, hanno permesso di identificare il committente, ma anche di svelarne il carattere cultuale, cosa che fino ad allora era tutt’altro che certa. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 42)

A partire dalla fine della III Dinastia e sino agli inizi della IV, furono costruite alcune piccole piramidi a gradoni; tutte possiedono una struttura solida di tre, talvolta quattro gradoni edificati con pietra locale, senza alcuna indicazione di fondamenta o camere. Ad oggi ne sono state individuate sette localizzate presso i seguenti siti:

Seila: 4 gradoni, altezza 6,8 metri (Immagini nn. 55-56-57)

Zawiyet el-Meitin: 3-4 gradoni, altezza 4,75 metri (Immagine n. 58).

Sinki (Abydos): 3 gradoni, altezza 4 metri circa (Immagine n. 59).

Ombos (Naqada): 3(?) gradoni, altezza 4.5 metri circa.

El-Khula: 3 gradoni, altezza 8,25 metri (Immagini n. 60-61).

Edfu: 3 gradoni, altezza 5,5 metri (Immagine n. 62).

Elefantina: 3 gradoni, altezza 5,4 metri.

Immagine n. 56. Veduta in primo piano della piramide di Seila costituita da 4 gradoni e alta 6,8 metri (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 111).
Immagine n. 57 Sezione trasversale di una ricostruzione della piramide di Seila (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 42)

Dal momento che gli scavi effettuati non hanno ancora rivelato indizi certi riconducibili ad un culto funerario, è molto probabile che questi monumenti, edificati tutti in prossimità di capitali regionali, rappresentassero simbolicamente il potere regale che aveva sede, all’epoca, nel dipartimento menfita. Comunque, non essendo stata ritrovata alcuna camera, né corridoio al disotto o nei pressi di questo gruppo di piramidi secondarie, è piuttosto difficile avanzare ipotesi sulla loro reale funzione.

Immagine n. 58 I resti della piramide provinciale di Zawiyet el-Meitin. Originariamente costruita su tre o quattro gradoni con lati di 22,5 metri ed un’altezza stimata di circa 17, oggi si eleva a poco meno di 5 metri. In alcuni punti sopravvivono resti del suo rivestimento calcareo. Non è mai stata trovata alcuna camera sepolcrale, il che suggerisce che, come per le altre piramidi di questo tipo, non sia mai stata concepita come monumento funerario (© https://egyptsites.wordpress.com/…/14/zawyet-el-maiyitin/

Nei pressi del complesso di Elefantina è stato rinvenuto un cono di granito che potrebbe aver avuto lo stesso valore delle cosiddette “stele di confine” del complesso di Djoser. Sulla parte inferiore del reperto si leggono il cartiglio di Huni e i simboli che stanno a significare “palazzo-finestra” o, in alternativa, “palazzo-santuario”, il che porterebbe a identificare in tal senso l’intera struttura. Ciò ha spinto gli archeologi Günter Dreyer e Werner Kaiser a supporre che questa piccola piramide fosse annessa a una residenza reale di provincia e che le altre svolgessero una funzione del tutto simile. I due studiosi, inoltre, sono giunti alla conclusione che tutte e sette facessero parte di un unico programma di costruzione iniziato da Huni, primo sovrano ad utilizzare il cartiglio* per contenere il proprio nome.

Immagine n. 59 Le rovine della piramide di Sinki si trovano a 5,5 km. a sud-ovest del tempio di Seti I e a circa un Km. dalle Montagne Occidentali di Abydos, ai margini dei campi coltivati (© https://isida-project.org/egypt_april_2018/sinki_en.htm

Si è anche ipotizzato che la realizzazione di questi edifici sia da mettere in relazione con il primo tentativo di istituire una religione ufficiale, la “dottrina solare”, sull’intero territorio egizio. Del resto, lo stesso Imhotep, il grande savio della III Dinastia, fu a capo del sacerdozio eliopolitano.

Immagine n. 60 La piramide di el-Khula (qui rappresentata in un disegno di John Perring del 1842) è composta da 3 gradoni e il lato di base misura 18,60 metri. Conserva attualmente un’altezza di 8,25 metri, sebbene a metà del XIX secolo Perring e Vyse ne rilevarono 11,75. Una caratteristica particolare di questa costruzione è che ad essere allineati ai punti cardinali sono i suoi angoli invece che i lati. La spiegazione risiede sicuramente nel fatto che il lato est è orientato verso il corso del Nilo che in questo punto scorre esattamente a nord-ovest (©https://en.wikipedia.org/wiki/Pyramid_of_el-Kula
Immagine 61 La piramide provinciale di el-Khula come appare oggi (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 111).

Come dicevamo, a causa della scarsità di dati a disposizione, le ipotesi sull’argomento non si limitano a quelle precedentemente menzionate. Ad esempio, l’egittologo polacco Andrzej Čwiek sostiene che la piramide a gradoni con o senza una camera sepolcrale, poteva essere associata alla Collina Primordiale” e alla “scala per il firmamento”, vale a dire il “punto di transizione fra la terra e il cielo”. Per Jean-Philippe Lauer, invece, si tratterebbe di cenotafi per le regine, situati nelle rispettive province.

Sul lato orientale della piramide di Seila sono state rinvenute due stele calcaree, delle quali una era inscritta con i nomi di Snefru, e una tavola d’offerta (tipici elementi di un luogo di culto), mentre sul lato nord sono stati rinvenuti frammenti di un tabernacolo e di una statua assisa. Rainer Stadelmann ha proposto che, in origine, questo simulacro si trovasse sulla parte superiore piatta della piramide e avesse lo scopo di attestare la possente presenza del re nella provincia. Lauer, invece suppose che il piccolo monumento fosse la prima tomba della regina Hetepheres, madre di Khufu e che fosse dotata di una camera sepolcrale nel nucleo della costruzione, all’interno del gradone sommitale; ma in effetti si tratta solo di congetture non suffragate da basi solide. Per Ali Radwan, La piramide a gradoni andò trasformandosi in un simbolo dell’unità delle “Due Terre” non solo in senso strettamente politico, ma anche da un punto di vista religioso e probabilmente la sua apparizione nelle zone di provincia voleva dimostrare proprio questo principio.

In passato esisteva una piccola piramide nel Delta, attestata da un’incisione e da una mappa riportate nella “Description de l’Égypte (1809-1829)” il cui rivestimento liscio e non a gradini indica che la sua datazione è posteriore rispetto alle piramidi provinciali. Tuttavia, la sua totale scomparsa non consente di trarre altre conclusioni.

Immagine n. 62 Ciò che resta della piramide di Edfu. La costruzione, in origine, era alta circa 17 metri anche se oggi ne raggiunge poco più di 5 a causa del saccheggio dei blocchi e dell’erosione dovuta agli agenti atmosferici. Non si pensava nemmeno che si trattasse di una piramide fino a quando gli archeologi, diretti da Marouard, non hanno cominciato a liberarla dalla sabbia e dai rifiuti moderni. La tipologia era quella tipica a gradoni e il materiale da costruzione fu prelevato da una cava di arenaria ubicata a soli 800 metri in direzione nord. Il carattere cultuale dell’area è stato confermato dalla presenza, sul lato orientale, di un impianto con tracce di offerte di cibo. (©Mattia Mancini in Djed Medu, Foto: Tell Edfu Project, University of Chicago’s Oriental Institute ). 

Si conclude così il percorso attraverso la III Dinastia. A partire dai prossimi articoli i riflettori saranno puntati sulla gloriosa IV Dinastia in cui lo sviluppo e la perfezione delle piramidi raggiunse livelli mai più eguagliati.

* Il cartiglio era connesso con l’anello “shen” che simboleggiava il cerchio infinito dell’universo, implicando il fatto che l’autorità del sovrano fosse eterna ed illimitata come il dio sole “Ra”, sicché le costruzioni in oggetto potrebbero essere un’altra espressione del medesimo concetto.

Fonti:

  • Ali Radwan ne “ I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.86÷110
  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 26-43