Luce tra le ombre

LO STUDIO DI DIETRICH E ROSEMARIE KLEMM

Di Ivo Prezioso

Parte prima: l’ambiente geologico

Come già accennato, nella parte iniziale riguardante i luoghi di approvvigionamento dei materiali, Franck Monnier fa riferimento all’importantissimo studio condotto al riguardo da Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm. Ho reperito il materiale riguardante le ricerche fatte dai due geologi, relativo all’altopiano di Giza, e l’ho trovato estremamente interessante; così ho pensato di aggiungere questo approfondimento nel percorso concernente la costruzione delle piramidi. Premetto che il lavoro è squisitamente tecnico, per cui mi sono adoperato per renderlo abbastanza fruibile, sperando di esserci, almeno in parte, riuscito. Richiede di certo un minimo di impegno, ma i risultati dei loro studi pubblicati nel 1993 nel volume “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten”(Immagini n. 1-2), aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Tra l’altro fornisce, a parer mio, elementi molto convincenti sull’insensatezza delle teorie di Joseph Davidovits che ipotizza la costruzione delle piramidi grazie all’utilizzo di geopolimeri.

Immagini 1-2. Copertine della prima edizione in lingua originale, 1993. e dell’edizione inglese, 2010

Le piramidi di Khufu, Khafre e Menkaure sull’altopiano di Giza (Immagine n. 3) saranno esaminate insieme per la loro stretta vicinanza e per la geologia comune dei siti di estrazione, sia per il nucleo sia per il materiale di rivestimento.

Immagine n. 3: Foto aerea dell’altopiano di Gizeh con le Grandi Piramidi, i loro ambienti archeologici e i principali siti di estrazione accanto ai monumenti.

In contrasto con la mancanza di indagini geologiche dettagliate sugli ambienti piramidali di Dahshur, Meidum e Saqqara, per l’altopiano di Giza esistono numerose pubblicazioni, purtroppo anche contraddittorie. Di queste, verranno citate solo le più importanti per offrire al lettore informazioni selezionate. Si farà tuttavia riferimento in modo dettagliato ai documenti più recenti di un gruppo di ricerca dell’Università di Ain Shams, al Cairo, e dell’American Research Centre in Egypt (ARCE), in quanto affrontano questioni che riguardano direttamente la provenienza delle pietre da costruzione delle piramidi.

Innanzitutto una breve panoramica storica:

Il primo tentativo sistematico di suddividere stratigraficamente l’altopiano di Gizeh è stato di Von Zittel (Bellingen 1839-Monaco di Baviera1904), che si occupò principalmente della classificazione dei gruppi fossili dell’Eocene presenti sul territorio. Nel suo manuale sulla geologia regionale dell’Egitto, Max Blankenhorn (Siegen 1861-Marburg 1947) si interessò intensamente alla conformazione geologica dell’altopiano di Gizeh. Jean Cuvillier (Ambleteuse 1899-1969) revisionò le nummuliti egiziane e propose nuove divisioni stratigrafiche. Il geologo inglese William Fraser Hume (Cheltenham 1867-Sussex 1949), al contrario, non discusse estensivamente l’altopiano di Gizeh nel suo primo volume della “Geologia dell’Egitto”. Una dettagliata suddivisione stratigrafica è stata invece fornita da Rushdi Said (Choubrah, il Cairo 1920-Washington 1973) che in seguito egli stesso ha modificato. Contributi dettagliati alla geologia dell’altopiano di Gizeh sono stati forniti da Amin Strougo insieme al gruppo dell’Università di Ain Shams che ha presentato una divisione stratigrafica ben differenziata, che Yehia ha correlato in modo convincente con le sequenze calcaree eoceniche del deserto orientale a sud del Cairo. Per quanto riguarda le pietre da costruzione, i particolari tettonici e la speciale mappa geologica fornita da Yehia sono di grande interesse. Vi sono segnati, infatti, gli elementi geologici e le caratteristiche che dovevano apparire evidenti ai costruttori delle piramidi, dal momento che la disposizione esatta delle piramidi e quella dei siti di estrazione sono stati scelti con cura, integrando questi aspetti nella concezione architettonica. Oltre a questo gruppo di geologi egiziani moderni, anche i geologi internazionali hanno presentato ottimi contributi geologici relativi all’altopiano di Giza. E’ il caso di K. L. Gauri, professore emerito dell’Universita della Louisiana che si è occupato anche della conservazione della Sfinge, e di Mark Lehner del American Research Centre in Egypt (ARCE). In particolare Lehner ha esposto interessanti connessioni tra la geologia locale e la scelta delle posizioni delle piramidi, dei siti di cava, dell’intera necropoli e delle installazioni portuali. Nel caso della piramide di Khufu, ha illustrato lo sviluppo dell’intero processo di costruzione sull’altopiano di Giza a partire dalla sua prima occupazione. Anche se non tutte le sue conclusioni possono essere confermate nella presente monografia, la sua attenta considerazione delle prove geologiche e archeologiche delle antiche costruzioni è impressionante. Sia Lehner che gli autori citati considerano le formazioni calcaree che dominano la regione di Giza appartenenti all’Eocene medio-superiore e il calcare vero e proprio dell’altopiano, alle basi delle piramidi, come parte della formazione di Mokattam, dell’Eocene medio. Per quanto riguarda la classificazione geologica delle principali aree di cava a sud di Khufu, a est di Khafre e a sud-est della piramide di Menkaure, i due gruppi di ricerca presentano alcune differenze. Il gruppo ARCE categorizza le unità rocciose di queste cave nella formazione Mokattam mentre il gruppo dell’Università di Ain Shams le classifica come parte della formazione “Observatory”. In entrambi i casi si accetta il periodo dell’Eocene medio. L’unica discrepanza risiede in una differenza di facies*. Questa “controversia” potrebbe essere considerata solo come una divergenza se non riguardasse i materiali da costruzione delle grandi piramidi e la loro provenienza. Originariamente, la classificazione stratigrafica risale ad Aigner che interpretava i calcari nummulitici duri che formano l’altopiano delle piramidi come una speciale facies marina poco profonda, precipitata su una zona dello strato cretaceo sottostante. All’interno di un’area protetta, nel fianco di questa cupola sottomarina, si sarebbero sviluppate barriere coralline; esse si presentano, ad esempio, come banchi isolati nei calcari duri alla base della Sfinge. Inoltre, Aigner ha osservato che verso terra seguono sedimenti lagunari sabbiosi, più poveri di nummuliti, ma più ricchi di fossili, con afflusso continentale, formatisi in parti basse, e spessi banchi di una sequenza calcareo-marnosa, osservabile anche sul corpo della Sfinge. Il gruppo ARCE classifica l’intera sequenza sotto la testa della Sfinge come formazione Mokattam, che è stata poi suddivisa da Gauri in tre membri: la base è costituita dal Membro “Rosetau” (dall’antico nome egiziano del muro di cinta della Sfinge). Queste rocce sono costituite principalmente da detriti biologici che riempiono lo spazio interstiziale tra i suddetti banchi di corallo, conferendo alla superficie del sedimento un rilievo irregolare. Al di sopra segue il Membro “Seteped” (dal nome del santuario della Sfinge del Nuovo Regno). Questa sezione, spessa quasi 10 m, è formata da circa sei strati calcarei e marnosi di 1-2 m di spessore ciascuno che mostrano una graduale diminuzione del contenuto di sale dal 3,5% a solo l’1,5% nella parte superiore. Il sale è costituito principalmente da alite (NaCl), mentre il gesso e i vari sali di potassio sono rari. Secondo il gruppo ARCE, la parte più alta della formazione Mokattam nell’area di Gizeh è l’”Akhet” (che prende il nome dall’antico termine egizio per indicare l’orizzonte; Akhet-Khufu era anche il nome dell’intero altopiano delle piramidi). Questo Membro Akhet forma il dorso superiore e soprattutto il collo e la testa della Sfinge. Il suo spessore è di circa 9 m ed è costituito nella sua parte inferiore da un calcare piuttosto morbido, ricco di materiale clastico. Le proprietà geologiche di questo membro, in particolare nella zona del collo della Sfinge, causano il noto problema dell’instabilità. Il gruppo di Ain Shams ritiene invece che la stratigrafia della Sfinge sia analoga alla formazione Observatory della catena montuosa del Deserto Orientale, che si estende dalla zona sud-orientale del Cairo fino a Helwan. Una stratigrafia simile è riportata anche da Aigner, tuttavia con alcune facies che interferiscono, il che potrebbe, in qualche misura, spiegare le discrepanze sopra citate. Informazioni di base sulla suddivisione dell’Eocene in Egitto sono fornite anche da Strougo. La carta geologica di Yehia mostra una differenziazione più dettagliata della formazione Mokattam sull’altopiano di Gizeh, in particolare nella sua prosecuzione occidentale. Secondo lui, l’attuale basamento delle piramidi è formato da sequenze della formazione Mokattam superiore. Al di sotto di esse, calcari dolomitici duri e grigio scuro della formazione Mokattam media si sovrappongono a calcari bianchi e calcari giallastri con nummuliti appartenenti alla formazione Mokattam inferiore. L’Eocene superiore dell’area di Giza appartiene, secondo il gruppo ARCE, alla formazione Maadi, che è piuttosto eterogenea e che Aigner descrive geneticamente come una regressione marina, che inizia nel Mokattam superiore e prosegue fino alla formazione Maadi dell’Eocene superiore. Le rocce di questa unità consistono in calcari marnosi, con presenza di fossili da scarsa a nulla, orizzonti di marne e arenarie e letti di conchiglie. La formazione di Maadi cambia generalmente di facies e spessore su brevi distanze, come è normale per un ambiente marino molto poco profondo. I banchi più importanti della formazione Maadi superiore sono i letti di Ain Musa, con i loro banchi calcarei duri e ricchi di fossili. Più tardi, durante la trasgressione marina del Pliocene, i letti di Maadi, più morbidi, furono spazzati via, causando il crollo di quelli di Ain Musa. Oggi, quei letti crollati formano i grandi blocchi collinari a sud e a ovest del cimitero islamico situato a sud della Sfinge, e hanno ricevuto il nome locale di Hitan el-Gurob. Infine, Yehia cita i sedimenti della formazione sabbioso-conglomeratica Oligocenica di Gebel Ahmar che si trovano a ovest dell’hotel Mena House e a ovest della strada del Fayum. A differenza della località tipo, i sedimenti non contengono quarzite silicizzata, il che rende la pietra adatta all’uso edilizio. La storia tettonica dell’altopiano di Giza è stata molto probabilmente di grande importanza per la scelta del luogo di costruzione delle Grandi Piramidi. Ciò risulta evidente dalle indagini sul campo di Yehia che ha mappato e interpretato i principali lineamenti di faglia, senza tuttavia discutere le possibili conseguenze sulla scelta del sito delle piramidi. Secondo l’autore, un sistema di faglie (geologicamente giovane) corre in direzione NNE-SSW per circa 250 m dietro il lato occidentale del Mena House verso la piramide di Khafre, senza raggiungerla, ma sostituendo una terrazza quaternaria del Nilo. Una serie di altre faglie più piccole corrono in quella direzione, direttamente nella base rocciosa della piramide di Khufu (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Il sistema di faglie che attraversa l’altopiano di Giza in direzione NNE-SSW.Qui siamo nei pressidella piramide di Khufu

Questa caratteristica era stata certamente riconosciuta dagli ingegneri della piramide, dato che erano stati presi provvedimenti per incorporarla nel progetto. Sembra che la lunghezza della base della piramide di Khafre sia stata ridotta rispetto alla lunghezza originariamente prevista (274 m). Inoltre, lo spostamento dell’ingresso di oltre 14 m dall’asse centrale potrebbe essere considerato una conseguenza di questa situazione geologica. Se il passaggio d’ingresso fosse stato costruito lungo il vero asse mediano simmetrico, la camera sepolcrale si sarebbe pericolosamente avvicinata a questo sistema di faglie, causando molto probabilmente problemi di tipo statico. Un aumento drastico del peso della piramide, era ovviamente troppo rischioso. Il secondo sistema di faglie “F2” è stato di grande importanza per gli architetti incaricati della piramide di Menkaure, poiché corre in diagonale, quasi direttamente attraverso la base rocciosa della piramide. Questo potrebbe essere il motivo per cui il volume del progetto è stato mantenuto al minimo e molto probabilmente in origine era previsto ancora più piccolo. La posizione della piramide di Menkaure nel suo sito attuale, tuttavia, è stata determinata dalla conformazione generale dell’altopiano di Giza. Inoltre, la costruzione della piramide verso sud-ovest, lontano dal sistema di faglie, avrebbe reso problematica l’aggiunta di piramidi satelliti, poiché si sarebbe lasciato il limite meridionale delle unità calcaree nummulitiche dure della formazione superiore di Mokattam presente all’interno dell’altopiano. Gli altri sistemi di faglie citati da Yehia non hanno un’influenza diretta sui monumenti di Giza. Inoltre, Aigner ha osservato la particolare caratteristica per cui il bordo settentrionale dell’altopiano è stato condizionato dalla tettonica di questa zona e successivamente eroso dall’azione marina del Pliocene.

* In geologia questa parola indica l’aspetto delle rocce, cioè la fisionomia che ne rivela l’origine. Ad ogni facies litologica corrispondono una fauna e una flora speciale, che la caratterizzano, per cui una facies può definirsi come l’insieme dei caratteri litologici e paleontologici di un sedimento in un dato punto della Terra. Si hanno facies continentali nel senso stretto della parola, cioè subaeree, lacustri, fluviali, lagunari, marine (Enciclopedia Treccani on-line)

Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 69÷73

Parte seconda: le cave di Giza

1. L’area di cava principale, che forniva il nucleo di muratura della piramide di Khufu, era situata circa 500 metri a sud del bordo meridionale della piramide (Immagini nn. 1, 1a-1b).

Immagine n. 1: Mappa schematica dell’altopiano di Giza con i siti di cava individuati.

Immagine n. 1a (a sinistra): Sito principale della cava di Khufu e di Khafre. Lo scavo è ancora visibile sui bordi, ma il riempimento dell’ampia fossa aperta a causa della sabbia ne ha reso inizialmente difficile l‘ identificazione come cava. Immagine n. 1b (a destra): Parte occidentale del sito principale della cava utilizzata prevalentemente da Khufu. Le aperture scure sono tombe rupestri scavate successivamente.

Le moderne immagini satellitari mostrano le tracce di una rampa di trascinamento che, dalla parte occidentale di quest’area di cava, si dirige verso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Rampe di trascinamento del sito della cava principale di Khufu verso gli angoli sud-occidentali e sud-orientali della piramide (mappate grazie all’immagine satellitare di Google del 2006).

A conferma, di recente, durante la posa di un cavo elettrico, sono stati scoperti i resti di due strette rampe parallele che conducevano proprio in quell’angolo. Questa rampa fu in seguito sovrastata dalla strada rialzata di Khafre, che la utilizzò come rampa di trascinamento durante la costruzione della sua piramide. Osservando attentamente l’immagine n. 2, si nota che una seconda rampa parte dal lato orientale della piramide di Khufu, piegando leggermente a ovest verso l’area della cava. Anche questa fu sormontata dalla strada rialzata di Khafre. In accordo con Lehner, nella presente monografia, questo sito è indicato come cava di Khufu e viene considerato come la parte occidentale dell’area centrale di estrazione. Più tardi, nelle sue pareti furono scavate le tombe rupestri della famiglia di Khafre e della V dinastia.

Le parti più orientali del campo furono generalmente sfruttate da Khafre per ottenere il materiale per il nucleo della sua piramide. Esso fu poi esteso fino all’area in cui si realizzò la Grande Sfinge. Reisner ha assegnato la cava principale dell’altopiano di Giza a Khufu e Khafre. Essa comprende anche l’area della mastaba di Khentkaus, costruita sopra e intorno a un blocco di pietra massiccia lasciato dai minatori. Macroscopicamente, questi calcari sono di colore da grigio-beige a giallo-marrone, per lo più compatti ma anche porosi in alcuni punti, e risultano gessosi a causa della presenza di componenti marnosi. Molti resti fossili di piccole dimensioni sono rilevabili, ma difficili da identificare. Occasionalmente, sulle superfici lisce si possono riconoscere piccoli nummuliti* lunghi fino a 5 mm; vari sali affiorano in superficie e possono essere asportati facilmente con le dita. Con una lente manuale, i fossili appaiono per lo più come piccole nummuliti, conchiglie e altri resti fossili, tutti irregolarmente incorporati e generalmente calcificati nella matrice calcarea. Al microscopio, diventa evidente la ricca varietà di fossili, e dei loro frammenti, che caratterizza la tipica struttura di queste rocce bioclastiche. Nonostante le apparenti vistose variazioni di colore, al microscopio tutti i campioni di roccia sono simili. Oltre ai fossili principali rappresentati nelle Immagini nn. 3-4-5-6, molti altri resti fossili, come conchiglie di ostriche, echinodermi, spugne e nanofossili sono presenti nella matrice calcarea ricca di argilla e scuriscono in modo caratteristico la percezione ottica. I rari grani di sabbia quarzosa, per lo più a spigoli vivi, indicano che un tempo la linea costiera non doveva essere molto lontana.

2. La ripida scarpata a est e a nord-est della piramide di Khufu, nei pressi del villaggio di Nazlet es-Saman,è artificiale, almeno parzialmente, essendosi formata in conseguenza dell’attività estrattiva. Il caratteristico blocco rettangolare delle strutture di cava è chiaramente riconoscibile nelle parti superiori e appare sulle fotografie aeree come una linea anormalmente diritta lungo il confine della scarpata. Presumibilmente, una parte del pendio roccioso orientale fu completamente cavato e la rampa di trascinamento fu successivamente utilizzata come strada rialzata. In questa zona si trovano ancora alcune piccole tombe rupestri della V e VI dinastia, scavate nelle pareti della cava (Immagine n. 6a).

Immagine n. 6a: Particolare della cava della scarpata orientale di Khufu con tombe rupestri della V e VI dinastia. La strada rialzata è stata utilizzata in un primo momento come rampa di trascinamento per i blocchi che si estraevano qui.

Questa unità geologica continua fino alla base della piramide di Khufu, dove affiora in vari punti dell’intera piattaforma. È stata incorporata in larga misura nel corpo della piramide, come si può osservare sul lato meridionale, nelle camere e nei corridoi interni.

3. Le rocce ottenute durante il livellamento dell’altopiano roccioso, furono utilizzate anche per la muratura del nucleo. Alcune tracce di questa attività sono ancora chiaramente riconoscibili intorno alle piramidi (Immagini nn. 7-7a) e blocchi di notevole altezza sono ancora visibili, tagliati nel basamento presso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 7b).

Immagine n. 7: Altopiano settentrionale della piramide di Khufu con tracce di livellamento da estrazione.
Immagine n. 7a: Altopiano a est della piramide di Khafre. Il materiale lapideo ricavato dal livellamento dell’altopiano fu utilizzato per la muratura della piramide.
Immagine 7b: Resti di strutture di cava nell’angolo sud-ovest della piramide di Khufu. Si notino le dimensioni dei blocchi e i fori per i cunei alla base per staccare i blocchi separati

Secondo Reisner, anche il bedrock (roccia compatta, rigida, non alterata, in affioramento o alla base di rocce/terreni meno rigidi o di sedimenti sciolti) in cui sono localizzate le mastaba orientali e occidentali fu utilizzato come cava. Tuttavia, Hawass dubita che in origine fu sfruttato per l’estrazione, in quanto le tombe erano già state costruite durante il regno di Khufu. Ciononostante, tracce di cave possono essere individuate intorno e persino tra le singole mastaba. Reisner considerava anche l’altopiano a ovest della piramide di Khafre come un importante sito di cava. Inoltre, sempre secondo Reisner, “appena a nord della Prima Piramide il bordo della piattaforma rocciosa può essere seguito in modo approssimativo e sembra essere stato utilizzato come cava, ma la scarpata è ora coperta da una massa di detriti accumulato dai muratori quando il recinto della piramide fu ripulito dopo la costruzione della Prima Piramide”. Ciò è, in parte, in contrasto con le affermazioni di Aigner, che considera questa parte della scarpata come il risultato della naturale erosione marina pliocenica. Infine, la trincea scavata nella roccia a ovest e a nord della piramide di Khafre ha restituito un’enorme quantità di materiale lapideo, che è stato incorporato direttamente nella muratura del nucleo.

4. Una chiara evidenza dello sfruttamento di una cava si trova nei pressi del margine meridionale del campo piramidale di Giza, lungo il fianco settentrionale della moderna strada della Sfinge, nota come Route Touristique (cfr. immagine n. 1).

5. A sud-est della piramide di Menkaure si trova un’area di cava isolata, che è sempre stata considerata come quella utilizzata per il suo complesso. Le tombe rupestri che vi si trovano risalgono principalmente alla V dinastia e, come si vedrà in seguito, questa cava è la sola da cui sia stato estratto il materiale di base per la costruzione dell’omonima piramide (Immagine n. 7c).

Immagine n. 7c: Cava di Menkaure a sud-est della sua piramide; è ben riconoscibile l’altezza media dei blocchi estratti da questo sito.

I campioni provenienti da questi ultimi siti differiscono in qualche misura da quelli del grande giacimento centrale, anche se appartengono geologicamente alla stessa unità. Appaiono a grana più grossa e consistono in calcari bioclastici altamente calcificati o ricchi di fossili, di colore da grigio a grigio-beige. Alcuni esemplari contengono anche grandi Nummulites gizehensis e vari frammenti di conchiglie di notevoli dimensioni. Dopo un certo periodo, questi calcari tendono a formare infiorescenze principalmente di salgemma. Le nummuliti di grandi dimensioni sono incorporate in una massa composta da esemplari più piccoli (Immagine n. 8). 

Immagine n. 8: Calcare ricco di nummulite proveniente dal nucleo meridionale della piramide di Khufu.

Erodoto riporta questo specifico tipo di pietra come “pasto pietrificato di lenticchie dei lavoratori”. Con una lente manuale, sono chiaramente riconoscibili i ricchi detriti bioclastici e i piccoli fossili nummulitici oltre alle grandi Nummulites gizehensis. Grani di calcite di circa 0,5 mm riflettono la luce con i loro piani di clivaggio**. Al microscopio, i campioni prelevati dalle parti più basse della scarpata appaiono uguali a quelli della grande cava. I campioni prelevati dalle parti superiori, invece, differiscono significativamente da questi: i bioclasti e i fossili nummulitici predominanti sono cementati, in una matrice a grana più grossa, con cristalli di calcite e dolomite in parte ben formati (Immagine n. 9).

Immagine n. 9: Foto al microscopio (QS 1548) di calcare proveniente da una cava della scarpata a est della piramide di Khufu. I cristalli di dolomite sono ben formati (freccia) e immersi nella relativa matrice a grana fine. Inoltre, le piccole nummuliti appaiono quasi come strutture fantasma a causa della dissoluzione diagenetica (In petrografia è l’insieme dei processi fisici e chimici che subiscono i sedimenti, in tempi più o meno lunghi, durante e dopo la loro deposizione, che li trasformano in una roccia sedimentaria stabile. Enciclopedia Traccani on-line)

6. Un’altra area di cava, utilizzata anche da Khufu e Khafre, è stata individuata presso le pareti rocciose affioranti di Hitan el-Gurob, a circa 800 m a sud-est delle piramidi e a sud di un cimitero islamico (Immagine n. 9a).

Immagine n. 9a: Hitan el-Gurob, una collina prominente a sud-est dell’altopiano delle piramidi. E’ stata anch’essa una fonte di approvvigionamento per il materiale del nucleo delle piramidi di Khufu e Khafre.

Macroscopicamente, è costituita da calcari bioclastici da compatti e duri fino a calcari ricchi di sabbia con una struttura densa. È caratteristica una spiccata variazione di colore che va dal grigio, al giallo e quasi al rossastro. I resti fossili visibili consistono principalmente in frammenti di conchiglie, ma raramente in nummuliti. Con una lente manuale, i frammenti di conchiglia appaiono vitrei a causa dell’intensa calcificazione. Al contrario, le piccole nummuliti sono molto più facili da riconoscere. Al microscopio si distinguono due tipi di strutture principali, una delle quali con una matrice microsparitica*** molto densa, con pochi resti fossili di nummuliti e globigerinae****. Questo tipo è in qualche misura simile al calcare fine di Meidum e ai calcari da rivestimento utilizzati a Saqqara durante la III dinastia (Immagine n. 10).

Immagine n. 10: Foto al microscopio (QS 1587) del calcare di Hitan el-Gurob, molto somigliante a quelle delle pietre da rivestimento di Saqqara e Meidum della III dinastia.

Il secondo tipo consiste anch’esso in una massa microsparitica molto densa e a grana fine, ma è costellata di frammenti fossili, piccole nummuliti e discocicline*****. Mentre questi resti fossili conservano per lo più la loro struttura originale, i numerosi frammenti di conchiglia sono sempre intensamente calcificati. Molti di questi campioni contengono nella loro matrice grani di sabbia tra 0,05-0,5 mm, principalmente di quarzo, ma anche di plagioclasio******, indicando così un certo grado di afflusso continentale (Immagine n. 11).

Immagine n. 11: Foto al microscopio (QS 1583) di Hitan el-Gurob. Calcare a grana fine con discocicline, resti di Nummulites e conchiglie sottili, tutte più o meno calcificate.

*Le nummuliti, di grande importanza geologica e paleontologica, ebbero sviluppo straordinario nel Paleogene, detto per questo periodo nummulitico: comparvero all’inizio dell’Eocene e raggiunsero la massima diffusione, abbondanza e dimensioni nell’Eocene medio; nell’Eocene superiore e nell’Oligocene un numero più ridotto di specie ha ancora un’ampia distribuzione. Attualmente ne sopravvive un’unica specie, Nummulites cumingii, limitata agli Oceani Indiano e Pacifico. Le nummuliti sono i Foraminiferi (Ordine -secondo alcuni autori sottordine- di Protozoi Sarcodinii Rizopodi) di dimensioni maggiori. Il guscio, circolare, o appiattito e ondulato, o rigonfio, raggiunge il diametro di 120 mm, ed è politalamo, risultante dall’avvolgimento a spirale di una lamina calcarea a forma di V, che determina un canale a spirale con giri che si ricoprono, il primo iniziandosi da un loculo primitivo microsferico o macrosferico. Il canale è diviso da setti che separano logge intercomunicanti. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

** In geologia, il clivaggio è la tendenza secondaria dei cristalli a fendersi in scaglie o lamine lungo superfici piane, in seguito a deformazioni meccaniche. È dovuto a fenomeni di compressione e si accompagna sempre a strutture piegate. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

*** matrice di roccia calcarea costituita da cristalli di calcite di dimensioni inferiori a 20 micron (Fonte: Dizionario Italiano Olivetti on-line)

****I gusci calcarei di questi Foraminiferi planctonici, dopo la morte, cadono per gravità sul fondo marino, dove vanno a costituire i cosiddetti fanghi a globigerine, che sono fra i più comuni costituenti dei sedimenti oceanici. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

***** Foraminiferi bentonici. Il benthos (o bentos) è il complesso degli organismi acquatici che per un periodo continuato o per tutta la vita si mantengono in relazione con il fondo marino. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

****** Plagioclasio è il nome generico di minerali del gruppo dei feldspati triclini, costituenti comuni di molte rocce eruttive e metamorfiche (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 73÷80

Fonti delle note: Enciclopedia Treccani on-line e Dizionario Italiano Olivetti on-line

Parte terza: la piramide di Khufu (Cheope, 2604 – 2581 a.C.)

Molto probabilmente Khufu abbandonò la necropoli reale di Dahshur sia perché non c’era più abbastanza calcare nelle vicinanze, sia a causa della scarsa stabilità del sottosuolo, costituito da ardesia argillosa. Decise così di costruire la sua piramide su un massiccio altopiano roccioso nel deserto occidentale, vicino all’odierna Giza (Immagine n. 1), dove il sottosuolo era molto più stabile e c’era abbondanza di calcare di alta qualità. In termini di dimensioni, risultati tecnici e organizzazione richiesta per la sua costruzione, questa nuova piramide rappresenta un edificio fenomenale.

Immagine n. 1: La Piramide di Khufu (Cheope) da sud-ovest, vista dalla cima della piramide di Khafre (Chefren)

Il calcare utilizzato per la costruzione della piramide proveniva da diverse cave a est e a sud dell’edificio. I blocchi di calcare furono, senza dubbio, trasportati tramite piattaforme di trascinamento fino al cantiere e la piramide,probabilmente, eretta grazie ad un sistema di rampe (di cui sono stati ipotizzati diversi modelli da diversi studiosi).

Un nuovo modello di rampa a spirale per le grandi piramidi, come appunto la piramide di Khufu, è stato proposto dai presenti autori. Questa, è integrata nel corpo esterno della piramide, lasciando contemporaneamente uno spazio vuoto di larghezza adeguata durante l’erezione della piramide, evitando così di utilizzare enormi quantità di materiali secondari come fango del Nilo, ghiaia, legno ecc. per la realizzazione di una rampa esterna separata. Studiando l’altopiano di Gizeh e i suoi dintorni attraverso osservazioni sul campo, foto aeree stereoscopiche e immagini satellitari, è, infatti, rimarchevole che non vi siano tracce visibili di discariche prodotte da tali enormi costruzioni. Questo aspetto, non può essere trascurato quando si ipotizzano rampe costruite separatamente. Invece, una rampa integrata che sia stata successivamente riempita con ulteriori blocchi del nucleo e dell’involucro durante il completamento del monumento, presentava il vantaggio che le grandi quantità di detriti non fossero d’intralcio al cantiere, né dovessero essere smaltite altrove dopo il completamento della piramide. Inoltre, una rampa integrata consentiva una chiara visione degli angoli per effettuare misurazioni precise durante l’avanzamento dei lavori e permetteva di utilizzare due rampe opposte per il trasporto verso l’alto e verso il basso della piramide, accelerando così notevolmente l’intero processo di costruzione (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Rampa a spirale integrata per la costruzione di grandi piramidi in aree limitate come l’altopiano di Giza; una soluzione del genere avrebbe così evitato le enormi quantità di materiale comunemente richieste per una rampa di costruzione esterna separata.

Le pareti esterne del nucleo sono costruite con blocchi posati in strati orizzontali. L’altezza dei blocchi varia in media tra 0,80 e 1,20 m. (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: Dimensioni dei blocchi della piramide di Khufu. Differiscono leggermente in larghezza, ma si equivalgono in altezza.

Tra il nucleo e l’involucro, un altro strato di pietre un po’ più piccole fu legato con malta, il che ha aumentato la coesione dei due materiali e delle due strutture murarie. Nella terminologia archeologica, questo strato intermedio è noto come “pietre di sostegno” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Blocchi di rivestimento della piramide di Khufu, lato occidentale.

L’involucro era costituito da grandi blocchi di calcare bianco e fine, ma ben pochi sono ancora al loro posto, per lo più alla base. Come nel caso della più antica Piramide Rossa di Snefru a Dahshur, le pareti leggermente concave avevano lo scopo di aumentare la stabilità del rivestimento della piramide.

Sotto il villaggio di Nazlet es-Saman sono stati individuati un possibile tempio a valle e un porto adiacente. In quest’area sono stati riportati alla luce pezzi di pavimentazione in basalto e pareti in calcare, probabilmente appartenenti a queste strutture. Una strada rialzata da Nazlet es-Saman conduce al tempio funerario che si trovava sul lato orientale della piramide. Una piramide di culto e tre piccole piramidi satellite per le regine sorgono sul lato sud-orientale. Tutto ciò che rimane del tempio funerario è una pavimentazione in basalto nero, le cavità per i pilastri di granito del colonnato circostante e alcuni tagli di roccia calcarea per le pareti esterne.

I dati analitici non consentono di differenziare i vari affioramenti di basalto nel nord dell’Egitto, ma sulla base dei ritrovamenti archeologici è molto probabile che le lastre basaltiche del tempio di Khufu provengano da Widan el-Faras, a nord del lago Fayum. Fu la prima volta che nell’architettura egizia il basalto venne utilizzato su così larga scala per la pavimentazione. Da quel momento in poi, questa innovazione fu adottata dai faraoni successivi. Su diversi blocchi della pavimentazione sono visibili tracce di taglio lasciate con tutta probabilità da una sega a strascico. Le pareti del tempio erano di calcare fine e dovevano essere scolpite in rilievo, ma ne sono stati ritrovati solo pochi frammenti decorati. Alcuni blocchi furono poi riutilizzati come materiale da costruzione nel complesso piramidale di Amenemhet I a Lisht.

Il tempio mortuario aveva una pianta rettangolare larga circa 52,5 metri ed era quindi molto più grande rispetto ai piccoli templi adiacenti alle piramidi precedenti.

L’ingresso originale con il corridoio discendente è alto circa 17 m. e inizia al livello del 13° strato sul lato nord della piramide. Nella camera funeraria è ancora “in situ” un sarcofago in granito rosso, orientato in direzione nord-sud. È lungo 2,24 metri e largo 0,96 metri. Il coperchio è mancante. Questo grande sarcofago fu posto in loco durante la costruzione della camera di granito. Anche le camere di scarico sopra la camera sepolcrale furono realizzate con grandi blocchi di granito.

Recentemente, Salah el-Naggar ha presentato una campionatura di tutti i componenti in granito delle piramidi di Gizeh e li ha individuati come provenienti, nella loro totalità, dai grandi giacimenti di granito e granodiorite a sud di Aswan.

Maragioglio e Rinaldi misurarono la piramide di Khufu e la maggior parte delle altre piramidi dell’Antico Regno e presentarono i loro risultati in piani dettagliati.

Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo

I diagrammi di correlazione (Immagini da n. 5 a n. 8), che mostrano i campi di distribuzione geochimica dei campioni prelevati dalla piramide di Khufu e dalle aree di cava circostanti, attestano che il materiale principale del nucleo deriva principalmente dalle aree di cava a sud e a sud-est della piramide.

Ciò è sorprendente, poiché in quest’area sono esposte soprattutto tombe rupestri fondate durante il regno di Khafre. Tuttavia, va ricordato che Khufu concesse ai suoi familiari e agli alti funzionari il privilegio di costruire tombe a mastaba a ovest e a est della sua piramide. Pertanto, lo scavo di tombe rupestri nelle pareti della cava della sua piramide principale non era necessario. Successivamente, sotto Khafre, l’organizzazione della necropoli, per quanto riguarda l’alta nobiltà, cambiò; quasi certamente in virtù delle pareti di cava meglio esposte che erano state create nel frattempo e anche per la vicinanza alla sua piramide. Inoltre, i valori Mg/Fe dei campioni provenienti dalla muratura del nucleo basale (Immagine n. 5) si raggruppano in un campo simile a quello delle rocce del basamento (Immagine n. 6).

Ciò potrebbe indicare che una buona parte del materiale ottenuto durante il livellamento del basamento (cfr. Immagini n. 7 e 7a del paragrafo precedente “Le cave di Giza”) fu utilizzata direttamente per la costruzione della piramide. Poiché per ottenere una media statistica è stata prelevata una quantità piuttosto elevata di campioni dai livelli inferiori della piramide, questa corrispondenza non sorprende. I diagrammi geochimici del materiale del nucleo (Immagini nn. 5 e 7) e dei campioni di cava (Immagini nn. 6 e 8) indicano inoltre che l’area di Hitan el-Gurob è servita in qualche misura come fonte per il materiale della muratura del nucleo. Questa fonte non era stata considerata finora, ma sia le indagini geochimiche che quelle petrografiche giungono inequivocabilmente allo stesso risultato. Una discreta quantità sembra provenire anche da un’area di cava che forma la scarpata a nord dell’attuale “Route Touristique” e dalle cave della scarpata a sud della via sopraelevata di Khufu.

Immagine n. 5: Diagramma Mg/Fe (Magnesio/Ferro) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Un campo di distribuzione relativamente ampio indica diverse fonti del materiale dei blocchi.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe dei siti di cava di Gizeh che si presume siano le fonti della muratura del nucleo di Khufu. La maggior parte del materiale in blocchi proviene dalle cave a sud della piramide e dal basamento dell’altopiano della piramide
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr (Magnesio/Stronzio) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Anche in questo caso, i dati del nucleo si raggruppano in un campo limitato, corrispondente alle cave meridionali, ma anche altri siti come Hitan el-Guroh e lo stesso basamento della piramide sono ovviamente candidati come fonti.
Immagine n. 8: Diagramma Mg/Sr dei siti di cava di Gizeh, ipotizzati come fonti della muratura del nucleo di Khufu. In prevalenza, i grandi siti di cava a sud della piramide di Khufu e il basamento della piramide risultano essere le fonti principali per la muratura del nucleo.

Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto

Per quanto riguarda la muratura di rivestimento della piramide di Khufu, si pone un problema fondamentale: esiste solo un piccolo numero di blocchi di rivestimento alla base e alcuni blocchi sparsi sull’altopiano. Tuttavia, è possibile che questi blocchi non appartenessero originariamente alla struttura, ma al materiale di altri complessi piramidali. Di conseguenza, non sono stati campionati sistematicamente.

Il materiale di rivestimento è costituito da un calcare di colore da grigio biancastro a giallo biancastro, a grana molto fine e dall’aspetto denso, che può essere facilmente distinto (anche da un osservatore poco preparato dal punto di vista petrografico) dalla muratura eterogenea del nucleo con la sua struttura molto più grossolana. Il materiale della cosiddetta muratura di supporto, (normalmente costituito da due blocchi dietro l’involucro), è simile sia nell’aspetto, sia macroscopicamente a quanto resta dei blocchi dell’involucro. Tuttavia, il numero di strati di blocchi di supporto è irregolare e può costituire fino a quattro corsi tra l’involucro e la muratura principale. Gli ultimi 10 strati di pietra della struttura rimanente sembrano essere costituiti esclusivamente da muratura di supporto e la muratura del nucleo non è esposta. Pertanto, dei 75 campioni di muratura di rivestimento e di supporto, solo circa 10 provengono dal rivestimento stesso. I diagrammi di correlazione geochimica (Immagini n. 9 e 10) mostrano i dati dei campioni dell’involucro e del materiale di supporto della piramide di Khufu confrontati con i campioni di cava di Tura, Maasara e Mokattam.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.

Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.

A prima vista, l’involucro e le pietre di supporto di Khufu possono essere attribuiti geochimicamente ai calcari di Tura e Maasara. È possibile anche un’attribuzione degli strati superiori al distretto estrattivo di Mokattam. Lo studio petrografico, però, mostra che Maasara è una fonte meno probabile. I diagrammi manifestano che tutti i campioni di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu corrispondono bene a queste tre aree di provenienza. In particolare, analizzando i dati relativi allo Sr, alcuni campioni derivano da Mokattam, ma la maggior parte corrisponde per lo più al giacimento di Tura. Infine, una seconda analisi dei protocolli dei campioni ha dimostrato, in accordo con la raccolta dei campioni, che non c’è alcuna differenza significativa tra la provenienza del materiale dell’involucro e quello di supporto della piramide di Khufu.

Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 82÷89

Parte quarta: La piramide di Khaefra (Chefren, 2572-2546 a.C.)

La piramide (Immagine n. 1) è costruita su un basamento più alto rispetto a quella di Khufu e quindi, a seconda della posizione di osservazione, sembra più grande. L’ambiente geologico è quasi identico, per cui non necessita di ulteriori approfondimenti, tanto più che le lievi variazioni geologiche nella stratigrafia non sono particolarmente significative.

Immagine n. 1: La piramide di Khafre con la sua calotta di rivestimento rimanente, vista dalla cima della Piramide di Khufu.

Questo vale soprattutto per il materiale del nucleo, che proviene dallo stesso livello geologico della maggior parte delle pietre da costruzione della piramide di Khufu. Tuttavia, alla base della piramide di Khaefra è presente una certa diversificazione di materiale, perché fu ricavato da un pendio affiorante del “bedrock” che rappresenta il punto più alto del vicino paesaggio collinare. Analogamente alla Grande Piramide, anche questa fu realizzata sfruttando la roccia presente, il che permise sia di aumentare la stabilità del suo nucleo, sia di diminuire la quantità di materiale da costruzione. Fu necessario tagliare la superficie rocciosa a nord-ovest per circa 10 metri, mentre l’angolo sud-est fu realizzato con enormi blocchi di muratura. Durante il Nuovo Regno (oltre 1.300 anni più tardi), l’angolo nord-occidentale del recinto originario fu ampliato da una cava, scavata nella roccia originale, probabilmente a scopo di restauro. Le tracce dell’antica cava sono ancora chiaramente visibili (Immagine n. 2) e le pareti rocciose di quell’angolo appaiono significativamente meno deteriorate rispetto al muro originale del lato occidentale. Un’iscrizione rupestre di Maja sulla parete settentrionale fa risalire questa cava al regno di Ramses II (1279 – 1213 a.C. circa).

Immagine n. 2: Ampliamento, operato nel Nuovo Regno, del recinto settentrionale di Khafre, molto probabilmente per ricavarne materiale lapideo per restauro. Veduta dalla cima della piramide.

I livelli inferiori dell’involucro della piramide erano rivestiti di granito rosa, mentre gli strati superiori, che diventano più piccoli verso la cima, sono di calcare fine. In cima alla piramide è rimasta una piccola porzione dell’involucro originale, che ci permette di comprendere come i blocchi finali furono posati e fissati al nucleo del monumento (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: Piramide di Khafre. Il rivestimento originario rimanente nella parte superiore del monumento.

Esso è circondato da un muro perimetrale in pietra che racchiude un cortile aperto, pavimentato con lastre di calcare di forma irregolare. Sul lato meridionale, lungo l’asse centrale della struttura, è presente una piccola piramide di culto. Il più antico dei due ingressi alle camere sotterranee si trova a circa 30 m a nord della piramide ed è completamente scavato nella roccia del sottosuolo. Il secondo ingresso si trova sul lato nord del monumento, a circa 12 m di altezza; incontra un corridoio rivestito di granito rosso che dapprima scende all’interno della piramide e poi corre orizzontalmente alla base della struttura.

La camera funeraria, orientata in senso est-ovest, fu scavata completamente nel sottosuolo. Vicino alla parete ovest si trova un sarcofago in granodiorite nera, in origine corredato da un coperchio scorrevole, ritrovato nelle vicinanze in due pezzi.

È probabile che un muro di cinta si estendesse intorno all’intero complesso piramidale di Khafre, includendo anche la Grande Sfinge.

Il Tempio a Valle, che è uno dei meglio conservati dell’Antico Regno, era fronteggiato a est da un’ampia terrazza pavimentata con lastre di calcare. Presenta una pianta quasi quadrata ed è situato accanto alla Grande Sfinge e al tempio ad essa collegato. Il suo nucleo murario fu costruito con enormi blocchi di calcare, estratti dalle vicine cave situate intorno alla Sfinge; fu poi ricoperto da lastre di granito di vario tipo, che gli hanno valso il nome di “Tempio di Granito” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Particolare del Tempio a Valle di Khafre, interamente rivestito con diverse varietà di granito proveniente da Aswan.

Tutte le varietà di granito utilizzate nel Tempio della Valle provengono dalla zona di Assuan. Tra i due ingressi del tempio si trovava un vestibolo con pareti di granito rosso e rosso grigiastro, originariamente lucidate. Il pavimento era lastricato con alabastro calcareo bianco. Una porta conduceva poi ad una sala, rivestita di granito rosso levigato e pavimentata anch’essa con alabastro bianco. Era ornata da sedici pilastri di granito rosso, molti dei quali sono ancora al loro posto. I pilastri sostenevano blocchi di architrave dello stesso materiale. Anche questo materiale granitico proviene da Aswan. Un tempo qui si trovavano le statue del re realizzate in anortosite, scisto e alabastro calcareo. La celeberrima statua di “Khafre con il falco”, oggi esposta al Museo del Cairo (Immagine n. 4a), fu realizzata in gneiss anortosite, che è stato poi denominato “gneiss di Khafre” per l’aspetto così caratteristico.

Immagine n. 4a: Particolare della splendida statua di Chefren in diorite (gneiss anortosite) conservata al Museo del Cairo, con il dio Horus che protegge il sovrano.(©ph. Araldo De Luca/Archivio White Star, da “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass)

Questo tipo di pietra proviene dalla remota area di Gebel el-Asr, circa 30 km a ovest di Toshka e circa 250 km a sud di Assuan. Il tempio funerario, a differenza dei complessi piramidali successivi, non confinava direttamente con la piramide, ma ne era separato per mezzo di un cortile. Le sue pareti sono in calcare locale rivestito di pietra calcarea fine, mentre all’interno era quasi completamente rivestito di granito. (Immagine n. 5).

Immagine n. 5: Tempio funerario di Khafre costruito principalmente in calcare locale e mattoni di fango (parte retrostante dell’immagine). È rivestito di calcare fine di Tura (primo piano) e, nelle parti interne, con granito di Aswan.

A differenza della piramide di Khufu, che molto probabilmente era interamente rivestita di blocchi di calcare, gli strati di base della piramide di Khafre furono rivestiti con blocchi di vari tipi di granito provenienti dalla grande cava a sud di Aswan. Una localizzazione più precisa della provenienza dei restanti blocchi di granito da rivestimento è possibile grazie alla mappa di Aswan realizzata dagli autori di questo studio, che si basa sulla differenziazione della struttura e del colore. Secondo questa mappa, blocchi di dimensioni simili alle pietre da rivestimento utilizzati da Khafre furono estratti, almeno fino al Nuovo Regno, esclusivamente dai grandi affioramenti che ricoprivano l’intera esposizione granitica del luogo. Di conseguenza, tutti i diversi tipi di granito di quell’area furono incorporati nei vari edifici del complesso di Khafre.

Ciò può essere meglio osservato nel Tempio della Valle di Khafre, dove le strutture interne offrono uno spettro quasi completo dei tipi di granito provenienti da quella località.

Il lavoro di estrazione in cava fu eseguito in modo piuttosto primitivo fino al Nuovo Regno: dopo aver scelto un masso adeguatamente isolato, era necessario rimuovere solo lo strato esterno, ormai reso più plasmabile dalle intemperie. Ciò veniva fatto con martelli di dolerite grandi 10-15 cm. Con lo stesso metodo, i blocchi delle dimensioni richieste venivano poi tagliati grossolanamente e trasportati in barca al cantiere, dove venivano infine rifiniti.

Un esempio di questo metodo è visibile alla base della piramide di Menkaure. Va sottolineato, comunque, che solo i tipi di granito porfirico a grana grossa furono selezionati per gli edifici di Khafre. Altri tipi di pietra granitoide, pure presenti nella regione di Assuan, come la granodiorite o il granito di Koror a grana media o fine, furono evitati.

Le indagini geochimiche e petrografiche non portano a differenziare le aree di cava di Khufu da quelle di Khafre, che si trovano entrambe più o meno nello stesso orizzonte geologico di calcari dolomitici e marnosi della “Formazione dell’Osservatorio”. Inoltre, i dati geochimici indicano che almeno una parte delle pietre da costruzione proveniva dal gruppo collinare di Hitan el-Gurob, a sud-est della piramide e a sud dell’attuale cimitero islamico.

“Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo”

I campioni di muratura della piramide di Khafre sono ben compatibili con i campioni delle varie cave dell’area di Gizeh (Immagini nn. 6-7-8).

Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe del nucleo della piramide di Khafre e le cave ipotizzate. La maggior parte dei campioni proviene dai principali siti di cava a est della piramide, dal basamento stesso della piramide e, in parte, da Hitan el-Gurob.
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. Anche in questo caso, la maggior parte dei campioni si colloca nei principali siti di cava, come quelli di Khufu e Khentkaus, nel basamento della piramide e, in qualche misura, Hitan el-Gurob.
Immagine n. 8: Diagramma Fe/Mn del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. È evidente la buona corrispondenza della maggior parte dei campioni della piramide con i principali siti di cava dell’altopiano di Giza.

Risulta inoltre evidente che la maggior parte del nucleo di muratura utilizzato per la piramide di Khafre è quasi identico a quello della piramide di Khufu, per cui è palese che debba provenire dalle stesse fonti. Questo vale soprattutto per la grande area delle cave comprese nella zona che va dalla strada asfaltata tra la Sfinge e la piramide di Khufu (Route Touristique) a nord, fino alla via ascensionale di Menkaure (Micerino) a sud. Ma sembra che durante la costruzione della piramide di Khafre la maggior parte del materiale lapideo sia stato reperito nelle zone più orientali dell’area principale della cava, oggi nota come “Campo Centrale” che, dopo il regno di Khafre, nella V e VI dinastia, fu utilizzata come necropoli.

“Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto”

Almeno il 90% della piramide di Khafre era ricoperto da calcare di qualità fine. Del rivestimento originale ne rimane solo una parte nelle zone più alte dell’edificio, mentre frammenti giacciono anche nell’area circostante. In particolare, i resti dei blocchi di supporto consentono di campionare sufficientemente la qualità di calcare bianco-grigio, fine e uniforme, utilizzata sia per l’involucro che per il supporto. I diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9-10) mostrano un campo di distribuzione circoscritto per i campioni analizzati.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe dell’involucro della piramide di Khafre e delle cave di Tura e Maasara. È emerso che le cave di Tura sono le fonti più utilizzate.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr dell’involucro della piramide di Khafre e le cave di Tura e Maasara. Anche in questo caso, la stretta affinità con i siti di Tura è evidente.

Confrontandolo con il campo dei campioni di Tura-Maasara, l’attribuzione ad una parte ben definita di quest’area di cava è indiscutibile, mentre quella all’area di Mokattam può essere esclusa anche a causa delle “micro facies” della struttura rocciosa.

Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 90÷96

Parte quinta: la piramide di Menkaure (Micerino 2539-2511 a.C.)

Anche nel caso della minore delle tre piramidi di Giza (Immagine n. 1), il nucleo è costituito da blocchi di calcare locale.

Immagine n. 1: La piramide di Menkaure con piramidi sussidiarie, vista da sud-est.

La parte inferiore, per un’ altezza di circa quindici metri, fu rivestita con blocchi di granito provenienti da Assuan, mentre superiormente fu utilizzato calcare fine. La rifinitura finale della parte in granito fu completata solo alla fine del processo di costruzione (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Particolare della piramide di Menkaure. I blocchi di rivestimento in granito della parte inferiore del versante settentrionale con i diversi stati di levigatura

Un ingresso sul lato nord forniva l’accesso originario alle camere interne, a circa 4 metri dal livello del suolo ed un passaggio inclinato, lungo oltre 30 metri, conduce alle camere sotterranee. Una di queste, la camera funeraria vera e propria, è interamente in granito e ospitava un sarcofago grigio scuro, ritrovato vuoto. Trasportato in Europa, dopo la sua scoperta, andò perduto per il naufragio della nave.

Per il Tempio in Valle si utilizzarono prevalentemente mattoni di fango, ma alcune parti del pavimento e delle basi delle colonne erano in pietra calcarea. Nelle camere interne si rinvennero le celebri triadi in grovacca e siltite e frammenti di altre statue di Menkaure (Immagini da n. 2a a n. 2e).

Immagine n. 2a: Il corridoio dove Reisner ha rinvenuto le triadi intatte. Sono ben visibili le triadi 2 e 3. Le triadi 1 e 4 sono sullo sfondo, di spalle. (© Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia ).

Immagine n. 2b La prima triade regale raffigurante il “nomos” di Ermopoli, Hathor e Micerino. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n. 2c: La seconda triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” tebano. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n.2d: La terza triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” di cinopoli. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n.2e: La quarta triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” di Diospolis Parva. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

La strada rialzata conduce al tempio funerario sul lato orientale con accesso diretto alla corte centrale. L’intero edificio dà l’impressione di essere stato terminato, in maniera piuttosto sbrigativa, molto probabilmente dal successore di Menkaure, Shepseskaf, che fece largo uso di mattoni di fango invece che di muratura in pietra. Alcune parti erano rivestite di granito e granodiorite, mentre il calcare fu usato come rivestimento solo in pochi casi.

A sud del monumento di Menkaure si trovano tre piccole piramidi. Quella orientale era probabilmente la vera piramide sussidiaria. Parzialmente rivestita di granito rosso, affondato nel pavimento della camera funeraria, conservava un sarcofago dello stesso materiale. Reisner scavò l’intero complesso tra il 1906 e il 1924.

“Determinazione della provenienza geochimica del materiale da costruzione”

I diagrammi di correlazione geochimica del materiale del nucleo della piramide di Menkaure provano inequivocabilmente che le pietre provengono dall’area di estrazione, situata a sud-est del monumento.

Ciò è confermato dalla buona correlazione geochimica tra i campioni di cava e i campioni di carotaggi dei blocchi (Immagini da n. 3 a n. 6). Questo risultato è ben coincidente con le osservazioni petrografiche e conferma una precedente attribuzione ipotizzata studiando elementi ricavati da un database più piccolo.

Immagine n.3: Diagramma Mg/Fe del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 4: Diagramma Mg/Fe del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava presentano campi di distribuzione quasi identici.
Immagine n. 5: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Sr del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava sono distribuiti in modo quasi identico.

L’area a sud-est della piramide appartiene stratigraficamente alla stessa unità della grande cava utilizzata da Khufu e Khafre, ma si trova a un livello superiore; pertanto, era del tutto logico aspettarsi solo lievi variazioni petrografiche e geochimiche rispetto a quella. Confrontando i dati geochimici della cava di Menkaure con quelli delle parti più occidentali della cava centrale, infatti, non si nota una differenza significativa: macroscopicamente, il calcare è strettamente correlato al materiale del nucleo della piramide, ed è difficile differenziarlo da quello proveniente dall’area estrattiva utilizzata da Khufu

Al microscopio, studiando le sezioni sottili sia della cava di Menkaure che della muratura del nucleo, si può osservare una porosità un po’ più elevata, dovuta ai numerosi interspazi fossili (Immagine n. 7) ed una struttura più densa di nummuliti, discocicline e altri resti fossili (Immagine n. 8 ).

Immagine n. 7: Microfoto (QS 1361) di una sezione sottile media di calcare della cava di calcare della cava di Menkaure con “Nummulites gisehensis” (1 filtro pol.)
Immagine n. 8: Microfoto (QS 1356) di un campione medio di calcare di cava Menkaure con “Nummulites gisehensis” e “discocyclinae” (filtro 1 pol.).

In generale, una differenziazione dagli altri siti di cava dell’altopiano di Gizeh non sembra realistica. Anche il materiale di rivestimento della piramide di Menkaure è di composizione bimodale: resti di blocchi di granito “in situ” indicano che almeno i 16 strati inferiori del monumento erano ricoperti di granito di Assuan. Sulla parete settentrionale, il rivestimento in granito è ancora intatto fino al 7° strato. Come nel complesso di Khafre, nell’involucro sono stati incorporati blocchi di granito di varie qualità provenienti da Aswan, ma nel caso della piramide di Menkaure sembra che si volesse una maggiore omogeneità di colore e che si preferissero le qualità di roccia rosso-rosata. Inoltre, come materiale di rivestimento fu utilizzato anche il calcare fine, che però rimane solo come pietra di supporto. L’uso di questa pietra è testimoniato in situ presso la piramide, ma anche da singoli blocchi che si trovano intorno all’edificio. L’altezza originale dell’involucro di calcare, però, non può più essere determinata. Nell’ambito del presente programma di campionamento, l’attenzione è stata posta sui blocchi di supporto rimasti nella loro posizione originale piuttosto che su singoli blocchi separati, che sono stati analizzati solo per verifica.

Ancora una volta, i dati geochimici tracciati nei diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9 e 10) mostrano una stretta concordanza.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe del materiale di rivestimento della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura e Maasara. L’affinità più stretta con i campioni di Tura è palese.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura. Anche questi unici e pochi campioni sono strettamente collegati al campo estrattivo di Tura.

Il confronto dei valori del calcare di rivestimento e di supporto con i dati del calcare di Tura permette di concludere che Menkaure ha estratto queste pietre da un’area molto limitata della regione, quasi sicuramente da una cava a galleria ben precisa. Nell’immagine n. 112, i campioni della cava di Maasara sono scarsamente correlati con le pietre di rivestimento e di supporto di Menkaure, al punto che quest’area può essere esclusa come possibile fonte di materiale. Inoltre, confrontando i dati con il campo corrispondente di Khafre, appare evidente che il materiale da costruzione di qualità pregiata estratto a Tura proveniva da miniere diverse, una procedura che si ripete per le piramidi successive dell’Antico Regno.

Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 96÷101

Appendice: osservazioni sull’ipotesi di piramidi costruite con blocchi di calcestruzzo

A questo punto sono necessarie alcune osservazioni in merito a pubblicazioni riguardanti il materiale da costruzione delle piramidi.

Joseph Davidovits e Margie Morris hanno presentato (1988) un libro vivacemente discusso: “The Pyramids: An Enigma Solved”, in cui si conclude che le pietre da costruzione delle piramidi sono state prodotte utilizzando un cemento artificiale. Secondo questa ipotesi, i blocchi sono costituiti da una miscela di cemento, geopolimero e aggregato calcareo naturale, versata in stampi. Dal punto di vista petrografico, sono giunti alle loro conclusioni basandosi su un campione di roccia “ il cosiddetto campione di Lauer”e su pochi altri provenienti dalle piramidi di Giza. Nonostante gli argomenti proposti per avvalorare la loro ipotesi, non sono riusciti a convincere gli egittologi e i geologi che studiano le pietre egizie. Soprattutto negli Stati Uniti, la loro tesi ha dato luogo a un veemente dibattito scientifico. La risposta critica è iniziata con articoli di geologi di fama internazionale specializzati nella sedimentologia dei calcari, che hanno avversato l’ipotesi geopolimerica. Essi forniscono argomenti sedimentologici e strutturali convincenti a favore del carattere e della provenienza naturale delle pietre da costruzione delle piramidi. Harrell e Penrod giunsero alla stessa conclusione, confrontando il “campione Lauer” con campioni provenienti da Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Morris rispose con veemenza, contestando i risultati di Harrell e ribadendo la teoria del “cast-in-place” e della chimica della geopolimerizzazione.

Dopo un’intensa, ma infruttuosa discussione durante il Congresso Internazionale di Egittologia del Cairo nel 1988, Dietrich Klemm ha invitato Joseph Davidovits nel laboratorio del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Monaco. Qui, un’adeguata collezione di sottili sezioni petrografiche è stata esaminata reciprocamente al microscopio polarizzatore e si è discussa l’identità dei campioni di pietra provenienti dalle piramidi e dalle cave corrispondenti.

Questa dimostrazione sembrava aver posto fine al dibattito. Tuttavia, Barsoum,Ganguly e Hug hanno successivamente pubblicato un lavoro “Microstructural evidence of reconstituted limestone blocks in the Great Pyramids of Egypt”, in cui hanno riaperto la discussione geopolimero-calcestruzzo, che è stata così riaccesa negli ultimi decenni. Essi hanno introdotto il termine “microcostituenti” (µc’s), un termine che indica componenti strutturali impossibili da rilevare con la microscopia petrografica e visibili solo applicando la microscopia elettronica a scansione e quella elettronica transluminescente. Inoltre, hanno presentato una serie di analisi chimiche con spettrometria a dispersione di energia (EDS). I risultati mostrano che i campioni di cava contengono minerali naturali, ad esempio calcite, dolomite e silice. Presentano inoltre formule molto poco convenzionali di composizioni Si-Mg-Ca-C-oxy-hydroxy e in altri casi Ca-K-Al-Si-C-oxy-hydroxy di campioni di pietre di rivestimento provenienti da diverse piramidi di Gizeh e le dichiarano pietre artificiali di tipo calcestruzzo gettato in opera. A differenza di Davidovits e Morris, però, essi considerano le pietre del nucleo di origine naturale senza fornire ulteriori argomenti.

Anche se i loro metodi analitici sono spiegati correttamente in un’appendice, i loro risultati sono difficili da seguire e sono completamente in contrasto con le osservazioni dei presenti autori. Molto probabilmente, queste composizioni insolite hanno una spiegazione semplice: la tensione di accelerazione utilizzata di 12 kV crea un volume di circa 1-2 µmc su una superficie ben levigata e ortogonale al fascio di elettroni. Tuttavia, all’interno di un volume granulare frammentato con granulometrie inferiori a 1 µm, il fascio di elettroni eccita anche i rivestimenti organici fini submicroscopici di materia bituminosa, sempre presenti nei vari calcari egiziani ricchi di resti organici fossili, come quelli di Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Le strutture analizzate da Barsoum,Ganguly e Hug sono di dimensioni submicroniche. Pertanto, il pericolo di una contaminazione delle misure è molto probabile e spiegherebbe i risultati anomali; e, in ogni caso, questi risultati non sono sufficienti a dimostrare la presenza di geopolimeri, come ipotizzato dagli autori. Nella presente indagine, circa 1500 campioni provenienti da piramidi e siti di cava sono stati studiati utilizzando vari metodi petrografici e geochimici e, ad accezione di sparuti casi, i campioni delle pietre della piramide e dei rispettivi siti di cava corrispondevano molto bene sia per il nucleo che per l’involucro. Alcuni campioni sono stati analizzati con la microscopia elettronica a scansione e l’EDS e le composizioni paragonabili ai risultati di Barsoum,Ganguly e Hug sono state trovate solo nel caso di minerali noti come calcite, dolomite, quarzo, feldspato, minerali argillosi, materia bituminosa ecc. Inoltre, il volume dei siti di cava individuati corrisponde bene al volume delle piramidi costruite con questo materiale. Inoltre, (e soprattutto), le rocce naturali, frantumate fino a diventare aggregati e poi mescolate con un legante per formare una sorta di calcestruzzo, perdono il loro orientamento interno originale. Nulla di tutto ciò è stato osservato dagli autori, solo un letto roccioso ben conservato e strutture diagenetiche secondarie inalterate con (se presenti), fossili ben assortiti o loro resti, in molti casi calcificati, ma totalmente privi di qualsiasi legante artificiale. Molto probabilmente la discussione sul fatto che le piramidi siano state costruite con i geopolimeri continuerà, tuttavia, va sottolineato chiaramente che tali teorie sono prive di senso.

Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 81-82

Antico Regno, Luce tra le ombre

SULLE TRACCE DI UNI

(noto anche come Weni il Vecchio)

Di Ivo Prezioso

LA BIOGRAFIA

E’ uno dei testi più noti dell’Antico Regno, inciso su una stele proveniente da Abydos. Fu ritrovata da Auguste Mariette, incisa su una grande parete di calcare (m. 2,75×1,13×0,30) in una mastaba della Necropoli Centrale di Abydos nel febbraio 1860. Uni fu un alto funzionario all’inizio della VI Dinastia. La sua biografia presenta molti spunti di interesse e mette in luce aspetti interessanti e caratteristici della mentalità degli antichi egizi. Uni comincia la sua carriera come semplice ispettore di magazzino per salire, grazie alla fedeltà al suo sovrano, all’abnegazione mostrata nel fornirgli i suoi servigi, i gradini della scala sociale fino a diventare governatore dell’Alto Egitto. E già, a mio parere, si manifestano due elementi fondamentali, e direi unici, della concezioni del tempo. Innanzitutto la lealtà al re e l’incondizionato sottomettersi al suo volere (ma direi, piuttosto, alle sue direttive): sarebbe facile, scorrendo le righe del testo, etichettare questo atteggiamento per mero servilismo. In realtà, per cercare di valutare con equilibrio e serenità di giudizio, occorre spogliarsi completamente dei nostri schemi mentali. Fondamento imprescindibile della visione egizia, che caratterizzava ogni aspetto vitale, sia materiale che trascendente, era la Ma’at (riduttivamente tradotta con vari sinonimi, come Verità, Giustizia, Equilibrio e Ordine Cosmico, ecc.), un concetto, nonché astrazione e personificazione dell’ordine divino, stabilito e nato perfetto al momento stesso della creazione e perciò compiuto e immodificabile. A lei dovevano uniformarsi tutti indistintamente ed il faraone, ne era il garante in terra. Appare, così molto più logica e coerente la totale dedizione al proprio sovrano: ciò che egli disponeva era rispondente alla Ma’at e ogni individuo, rispettando il suo volere, non faceva altro che “fare la Ma’at” secondo la tipica espressione egizia. Un altro aspetto, apparentemente contraddittorio, ma perfettamente in linea con questa concezione, è la possibilità che veniva offerta a chiunque di migliorare la propria condizione sociale: siamo di fronte ad un’organizzazione autocratica, in cui il sovrano investito della qualità di custode della Terra d’Egitto, ne era, durante il suo Regno, l’assoluto “proprietario”, potendo disporre (ma sempre nel rispetto della Ma’at), di tutto ciò che conteneva (risorse, animali, uomini). Eppure, l’ascesa sociale poteva avvenire con modalità che oggi definiremmo “democratiche”(direi meglio meritocratiche). Pertanto, erano apprezzate e ricompensate le capacità individuali e, nel caso delle menti più brillanti, si procedeva all’indirizzamento verso lo studio, indipendentemente dal ceto di appartenenza. Anzi, come sembrerebbero confermare i tanti scritti sapienziali che ci sono giunti, il miglioramento del proprio stato non solo era ritenuto aspirazione legittima e auspicabile, ma anche fortemente incoraggiata.

Due particolari dell’autobiografia di Uni conservata presso il Museo del Cairo.

Da notare come nell’immagine in alto sono visibili i cartigli di Teti e Pepi (I), mentre in quella inferiore ricorre più volte il cartiglio di Merenra

(©Eugene Grébaut (1846-1915) – Le Musée égyptien: recueil de monumenti et de notices sur les fouilles d’Egypte, vol. I, Le Caire, 1890-1900, pp. XXVII-XVIII

Il testo lo possiamo considerare come suddiviso in tre parti, di cui quella centrale, nota come “Inno alla Vittoria”, dal tono spiccatamente lirico.

Tutta la parte evidenziata in neretto è quella che più ci interessa riguardo alle problematiche relative al trasporto dei materiali durante l’Antico Regno. Uni ci informa del carico di elementi architettonici in granito, di un Pyramidion e di un sarcofago in grovacca, del trasporto via fluviale, anche per lunghissime distanze, e addirittura dello scavo di canali in Alto Egitto per velocizzare la consegna di grandi blocchi di granito.

<<Ero un fanciullo che annodavo il nastro (attorno alla testa) sotto la Maestà di Teti. Avevo la funzione di sovrintendente di magazzino, ed ero ispettore ai Khentiu-sce(1) del Palazzo regale […]. Fui eletto primo ritualista anziano di palazzo sotto la Maestà di Pepi(2). Sua Maestà mi pose nella funzione di «amico», ispettore dei sacerdoti della sua città funeraria. Ecco, mentre avevo la carica di […], Sua Maestà mi elesse giudice e «bocca di Nekhen»(3), poiché il suo cuore aveva fiducia in me più che in ogni suo servitore. Giudicavo le cose, solo con il giudice-visir in ogni faccenda segreta e provvedevo in nome del re per l’harem regale e per la Grande Casa dei Sei; poiché il cuore di Sua Maestà di me si fidava più che di ogni suo funzionario, più di ogni suo dignitario, più di ogni suo servo. Pregai la Maestà del mio signore che mi si portasse un sarcofago di pietra bianca di Troia(4). Sua Maestà fece che un portasigilli del dio, insieme ad una squadra di marinai al suo comando, traversasse il fiume per portarmi questo sarcofago da Troia. Arrivò per suo mezzo, in una zattera grande della Residenza, col suo coperchio, una falsa porta, un architrave, gli stipiti e la soglia. Mai era stata fatta in passato una cosa simile per nessun servitore, tanto ero pregiato nel cuore di sua Maestà, tanto ero piacevole nel cuore di Sua Maestà, tanto il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Mentre ero giudice e «bocca di Nekhen», Sua Maestà mi fece «amico unico» e sovrintendente ai Khentiu-sce del Palazzo e soppiantai quattro sovrintendenti ai Khentiu-sce del Palazzo che erano là. Agii secondo quello che Sua Maestà loda, adempiendo (il turno) di guardia, facendo la via del re, assicurando il rispetto dell’etichetta (di corte). Mi comportai in tutto in modo tale che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni altra cosa. Ci fu un processo nell’harem contro Iametes, la grande sposa del re, in segreto, e Sua Maestà mi fece andare per giudicare, solo, senza che ci fosse nessun giudice-visir, nessun funzionario, eccetto me, solo, perché ero pregiato e piacevole nel cuore di Sua Maestà e Sua Maestà aveva riempito il suo cuore di me. Misi per scritto, solo con un giudice e «bocca di Nekhen», mentre la mia carica era quella di sovrintendente dei Khentiu-sce del Palazzo. Mai in passato era stato giudicato così un affare segreto dell’harem, precedentemente. Senonché Sua Maestà fece che io giudicassi perché ero prezioso nel cuore di Sua Maestà più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Sua Maestà attaccò gli asiatici che stanno sulla sabbia(5). Sua Maestà formò un esercito di molte decine di migliaia, provenienti da tutto quanto l‘Alto Egitto, da Elefantina a sud, fino ad Afroditopoli a nord, provenienti dal Delta, provenienti dalla due Metà del Dominio, al completo, provenienti dalle fortezze, dall’interno delle fortezze, provenienti da Ircet(6) dei Nubiani, da Megiai(7) dei Nubiani, da Iam dei Nubiani, da Uauat[8] dei Nubiani, da Kaau(9) dei Nubiani, provenienti dal paese dei Libi. Sua Maestà mi invitò alla testa di questo esercito, mentre governatori, portasigilli del re del Basso Egitto, amici unici del Grande Castello, sovrintendenti e principi di Castelli della Vallata e del Delta, amici, soprastanti agli interpreti, soprastanti ai sacerdoti della Valle e del Delta, soprastanti alla Parte del Dominio, erano alla testa di un reggimento della Valle e del Delta, dei castelli dei quali erano principi o dei nubiani di queste terre straniere. Io, però, ero quello che facevo per loro piani, mentre avevo la carica di sovrintendente ai Khentiu-sce, per la correttezza della situazione, affinché uno di loro non fosse messo al posto del compagno, affinché nessuno di loro rubasse la pasta del pane o i sandali al viandante, affinché uno di loro non portasse via vesti da nessuna città, affinché uno di loro non portasse via nessuna capra a nessuno. Li guidai per l’Isola del Nord, la Porta di Imhotep, il distretto di Horo Nebmaat (Snofru), mentre avevo la carica di […]. Passai in rivista ognuno di questi reggimenti, mentre nessun servitore li aveva prima passati in rivista.

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva distrutto la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva saccheggiato la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva distrutto le sue fortificazioni

Tornò questo esercito in pace, dopo che aveva tagliato i suoi fichi e le sue viti,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva appiccato il fuoco alle case di tutta la sua gente,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva fatto a pezzi le truppe ch’erano là a molte decine di migliaia,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che ebbe riportato le truppe che erano in lei in grandissimo numero come prigionieri.

Mi lodò Sua Maestà per questo più che per ogni cosa. Sua Maestà mi inviò per condurre questo esercito per cinque volte, per battere la terra di Quelli che stanno sulla sabbia, ad ogni loro ribellione, con questi reggimenti. Agii in modo che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni cosa. Fu riferito che c’erano dei ribelli per qualcosa, fra questi stranieri (che abitano) nel «Naso della gazzella»(10). Dopo aver traversato mediante navi da trasporto, insieme a queste truppe, sbarcai dietro le alture della montagna, a Nord di Quelli che stanno sulla sabbia, mentre una metà di questo esercito era per strada. Ritornai dopo averli presi tutti quanti, dopo che fu fatto a pezzi ogni ribelle che era fra loro. Ero nel palazzo come portasandali e il re dell’Alto e del Basso Egitto Merenra, mio signore, possa egli vivere in eterno, mi fece governatore e soprastante dell’Alto Egitto, a partire da sud da Elefantina, fino a Nord, ad Afroditopoli, perché ero pregiato nel cuore di Sua Maestà, perché il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Ero nella carica di portasandali e Sua Maestà mi lodò per la mia vigilanza e la guardia che facevo nel servizio d’etichetta, più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Mai questa carica era stata tenuta da qualsiasi servitore. Io agii per lui come soprastante dell’Alto Egitto soddisfacentemente, affinché nessuno là si lanciasse contro il suo compagno. Eseguii ogni lavoro, contando ogni cosa che deve esser contata per la corte, in questo Alto Egitto, per due volte, ed ogni prestazione di lavori al tempo che deve essere contata per la corte in questo Alto Egitto, per due volte. Agii come funzionario, in ogni cosa che deve essere fatta in questo Alto Egitto. Mai simile cosa fu fatta in passato in questo Alto Egitto, precedentemente. Agii in tutto in modo che Sua Maestà mi lodasse per ciò. Poi Sua Maestà mi inviò a Ibhat(11), per riportarne un «signore della vita», cassa dei viventi (un sarcofago) con il suo coperchio ed il «pyramidion» augusto e venerabile della piramide Merenra- khanefer (“Merenra appare in splendore”: è il nome della piramide), mia signora, e Sua Maestà mi inviò a Elefantina per riportarne una falsa porta in granito, con la sua soglia e i montanti e gli architravi di granito, per riportarne portali di granito e una soglia per la camera alta della piramide Merenra-khanefer, mia signora. Navigai secondo corrente a partire di là fino a Merenra-khanefer, con sei zattere, tre barche da trasporto, tre barche di otto braccia, in una sola spedizione, nel tempo di nessun re. Il fatto è che ogni cosa che Sua Maestà mi ordinò, fu eseguita interamente, secondo tutto ciò che Sua Maestà mi ordinò in quel luogo. Sua Maestà mi inviò a Hat-nub per riportarne una grande tavola da offerte in alabastro di Hat-nub. Feci discendere per lui questa tavola da offerte in diciassette giorni, dopo che era stata estratta da Hat-nub, facendo che navigasse scendendo verso il nord, in questa zattera – perché avevo tagliato per essa un zattera di acacia, di sessanta cubiti di lunghezza (poco più di 30mt.), di trenta cubiti di larghezza, che costruii in diciassette giorni, nel terzo mese della stagione estiva. Benché non ci fosse acqua sui banchi di sabbia, approdai felicemente a Merenra-khanefer, e tutto avvenne per mio merito, conformemente al comando che mi aveva ordinato la Maestà del mio signore. Poi, Sua Maestà mi inviò per scavare cinque canali nell’Alto Egitto, e per fare tre zattere e quattro barche da trasporto in acacia di Uauat. Giacché i principi dei paesi stranieri di Ircet, di Uauat, di Iam, di Megiai ammucchiarono il legname per questo, io feci tutto in un anno solo: furono messe a galleggiare e caricate di granito in grandi blocchi per Merenra-khanefer. Certamente feci questa economia (di tempo) per il Palazzo, grazie a questi cinque canali, perché è augusta, illustre, venerabile la potenza del re dell’Alto e del Basso Egitto, Merenra, possa egli vivere eternamente, più di quella di ogni dio; e per il fatto che ogni cosa si realizza conformemente al comando che il suo ka ordina. Io sono uno amato da suo padre, lodato da sua madre, caro ai suoi fratelli, (io) il governatore, soprastante dell’Alto Egitto in funzione, beneficiato presso Osiri, Uni>>.

1 Attendenti

2 Si riferisce a Pepi I

3 E’ un titolo che appare a partire dall’Antico Regno accanto a quello di <<guardiano di Nekhen>>. Nekhen è il nome egizio della città meglio conosciuta col nome greco di Hierakonpolis.

4 E’ una cava di calcare situata nei pressi di Menfi (immagino si riferisca a Tura).

5 I Beduini nomadi.

6 Contrada nubiana, davanti a Uauaut

7 Località della Nubia da cui provengono probabilmente i Megiau, identificati con gli odierni Begia del deserto orientale della Nubia

8 Parte della Nubia, situata tra la catena arabica e la costa, tra le attuali Aswan e Korosko

9 Regione della Nubia posta probabilmente a sud della regione di Megia, sulla riva destra del Nilo.

10 E’ solo probabile l’identificazione di questa località asiatica con il Carmelo.

11 Cave situate nel Wadi Hammamat nel Deserto Orientale grosso modo a metà strada tra la grande ansa del Nilo a Nord di Luxor e la costa del Mar Rosso.

Autobiografia di Uni, descrizione di Auguste Mariette(dal Catalogue général des monuments d’Abydos découverts pendant les fouilles de cette ville, pubblicato da Auguste Mariette nel 1880: <<Necropoli Centrale. Calcare: H 1,10 m; larg. 2,70 m. Un funzionario della VI Dinastia chiamato Una (Uni,Weni) si era fatto costruire ad Abydos, sulla sommità della collina alla quale la Necropoli Centrale dà il suo nome, la tomba che ha arricchito la scienza dell’importante iscrizione di cui ci occupiamo. Questa tomba era costruita in forma di mastaba. Un blocco monolitico, oggi spezzato in due frammenti, formava una delle pareti dell’unico vano che fungeva da cappella esterna. E’ su questa parete, che ne era completamente ricoperta, che la nostra iscrizione era incisa. Non spetta a noi far conoscere l’iscrizione di Una che è stata resa celebre dai lavori dei sigg. de Rougè, Brugsch e Maspero. Basti ricordare che contiene la storia, raccontata in prima persona, della vita di un alto funzionario, che iniziò da bambino alla corte del re Téta (Teti), fu elevato alle più alte cariche da Appapus (Pepi I) e morì carico di onori sotto Meri-en-Ra. Se gli scavi potessero restituirci molte iscrizioni dello stesso valore di questa, l’innumerevole schiera di re egiziani che abbiamo il compito di classificare, ci imbarazzerebbe di meno>>

Fonte: Edda Bresciani. Letteratura e Poesia nell’Antico Egitto ed. Einaudi, pp. 22÷27

WENI IL VECCHIO E IL SUO COMPLESSO FUNERARIO AD ABYDOS

Il sito di Abydos (l’antica Abdju), fu identificato dagli antichi egizi come luogo di sepoltura di Osiride e come ingresso principale all’esistenza ultramondana. Per questa ragione vi si possono rintracciare complessi funerari sia di reali che di privati che coprono un arco temporale di oltre tremila anni. La più importante necropoli, riservata ai privati è stata denominata come Cimitero Centrale dai moderni scavatori. Preso di mira dagli antiquari all’inizio del XIX secolo, il sito fu poi indagato nel 1860 da Auguste Mariette che portò alla luce una serie di iscrizioni da importanti tombe di funzionari della VI Dinastia (ca. 2407-2260 a.C.). Tra queste si rivelò di particolare interesse una narrazione autobiografica fra le più lunghe tra quelle conosciute del tardo Antico Regno: quella dell’ufficiale Uni o Weni il Vecchio. Fu considerata da Mariette come la scoperta più importante dell’anno, per cui ritenne che il contenuto del testo fosse di gran lunga più rilevante del contesto archeologico che la conteneva. Di conseguenza, fornì solo scarse informazioni sulla struttura e la localizzazione della tomba, limitandosi a descriverla come una mastaba situata in cima alla collina del Cimitero Centrale e che la biografia, incisa su una lastra, fu ritrovata nella cappella orientale della struttura.

Mappa schematica complessiva di Abydos (©Barry John Kemp 1975, in Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Una serie di missioni britanniche tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, rivelarono la presenza di una considerevole necropoli costituita da sepolture più piccole, e non di élite. sui pendii sottostanti la collina che ospita le tombe dei funzionari individuata da Mariette. Ma il contesto del complesso funerario, che includeva, tra le altre, la tomba di Weni, rimase pressoché sconosciuto, non essendo riusciti gli scavatori ad identificarne con precisione la posizionei, fino a quando l’Università del Michigan non ottenne il permesso di riprendere i rilevamenti nel 1995 e gli scavi nel 1999. Grazie all’interessamento del Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziane, i team dell’ Università hanno dato inizio a nuove indagini sulla tomba di Uni (Weni) e del Cimitero Centrale. I risultati della ricerca hanno contribuito a riscrivere la storia politica e sociale dell’Egitto tra la fine del terzo e gli inizi del secondo millennio a.C. Nel progetto era anche contemplata anche la pubblicazione di un volume in cui sarebbero confluiti dati GIS (Geografic Information System), archeologici, biologici, testuali ecc., sotto la direzione della D.ssa Janet Richards, in collaborazione con Ayman Damarany, Suzanne L.Davis, Salima Ikram, Christian Knoblauch, Peter Lacovara, Franck Monnier, Mohammed Naguib Reda, Caroline Roberts, Hamada Sadek, Heather Tunmore, Korri Turner e Mohammed Abuel Yazid.

Vediamo allora alcuni dei risultati della ricerca.

Chiunque abbia una certa familiarità con la storia dell’Antico Egitto, avrà senz’altro sentito parlare della autobiografia di Uni (altrimenti noto come Weni il Vecchio), un personaggio molto intraprendente che visse durante la VI Dinastia. Un’ iscrizione, scoperta nel 1860 da Mariette descrive entusiasticamente il suo lungo servizio sotto tre sovrani culminato con la nomina a “Governatore dell’Alto Egitto”. Gli studiosi hanno generalmente valutato questo testo come il più importante documento storico dell’Antico Regno, nel quale era l’illustrata l’ascesa sociale di una categoria di uomini, determinata non necessariamente dalla nobiltà di nascita, ma piuttosto dalle capacità individuali. Tuttavia le varie discussioni si sono incentrate sull’analisi testuale senza tenere conto (anche per la carenza di dati oggettivi, fino alle nuove scoperte) del contesto archeologico e geografico. Questa ricerca si poneva appunto l’obiettivo di integrare le evidenze dell’autobiografia con le nuove conoscenze dei luoghi, nella convinzione che il contesto unito al contenuto potesse arricchire ciò che il testo ci racconta, fornendo informazioni su argomenti sui quali resta muto.

Pianta del complesso funerario del Tardo Antico Regno posizionato sul’ “Alta Collina” menzionata da Mariette. (©Mappa G.F. Compton for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

Ma, a questo punto, lascio la parola alla D.ssa Janet Richards.

<< Dal 1995, l’Abydos Middle Cemetery Project, che dirigo sotto l’egida del Kelsey Museum e della spedizione della Pennsylvania-Yale-New York University, si è concentrato sulla parte misteriosa di Abydos da cui si sapeva provenire l’iscrizione di Weni. “Misteriosa” perché nessuno vi aveva scavato dal 1870 (almeno ufficialmente), allorché Auguste Mariette, il colorito primo direttore dell’organizzazione egiziana delle antichità, scagliò centinaia di operai in tutto il sito settentrionale di Abydos.

Mariette non brillava certo per meticolosità nel redigere appunti sul campo, e di conseguenza non vi è alcuna registrazione dettagliata dei luoghi di ritrovamento dell’iscrizione di Weni o di quelli di molti altri importanti funzionari trovati “sull’Alta Collina che dà il nome al cimitero di mezzo” (parole di Mariette, e tra i suoi commenti contestuali più dettagliati!). Una serie di campagne, all’inizio del XX secolo, ha chiarito che le aree circostanti quest’ alta collina ospitavano un cimitero “borghese” costituito da migliaia di modeste fosse a pozzo e di superficie . Ma nessuno di quegli scavatori era riuscito a individuare l’area indagata dagli uomini di Mariette>>.

Ricostruzione 3D dell’architettura di fine 3° millennio a.C. sul basso plateau desertico di Abydos (©Immagine G.S. Tucker nell’ambito dell’ “Abydos Middle Cemetry Project”)

La stagione 1999

<<Il nostro interesse quindi non è stato solo quello di ricollocare fisicamente l’individuo Weni il Vecchio, ma anche di illuminare il carattere e l’organizzazione spaziale del cimitero dell’Antico Regno nel suo insieme, nonché il suo rapporto con la città adiacente e l’area del tempio durante un periodo cruciale della storia egiziana.

Nel corso delle due brevi stagioni di rilevamento nel 1995 e nel 1996, abbiamo creato una mappa topografica dettagliata dell’intero Cimitero Centrale completando un’intensa raccolta di superficie e un’analisi della ceramica dell’area molto probabilmente riconducibile all’ “Alta Collina” riferita da Mariette. I materiali ceramici e le grandi mastabe di mattoni crudi in rovina, rinvenute durante queste stagioni, indicavano una forte presenza della VI dinastia. Armati di queste informazioni e di un’indagine sui reperti di Mariette al Museo del Cairo, siamo tornati sul sito nel settembre 1999 per una stagione di scavi su vasta scala. La troupe comprendeva me come regista; vicedirettore per la bioarcheologia Brenda Baker dell’Arizona State University; Geoff Compton e Amanda Sprochi dell’Università del Michigan, nonché lo studente universitario Jason Sprague; e gli studenti laureati dell’Arizona State University Scott Burnett, Anna Konstantatos, Penny Minturn e Korri Turner. Il signor Adel Makary Zekery di Sohag ha gentilmente agito come ispettore del progetto; siamo grati anche al Dr. Yahia el Sabri el-Misri e al Sig. Ahmet el-Khattib per il loro supporto. Infine, molti ringraziamenti vanno a Sharon Herbert e allo staff del Kelsey Museum.*

Nonostante le temperature estreme (caldo a settembre e ottobre, gelo a novembre e dicembre), un veicolo blindato nel Cimitero di Mezzo, i pozzi delle tombe che crollavano, le visite regolari di vipere cornute e un’epidemia di tifo negli scavi, la stagione ha prodotto risultati fenomenali. Abbiamo raccolto informazioni su individui precedentemente sconosciuti e prove di attività votive private del tutto insospettabili. Nuovi fatti sono emersi anche riguardo alla carriera e alla famiglia di Weni il Vecchio e al progetto della sua residenza eterna nel cimitero dell’Antico Regno. Infine, gli scavi hanno fornito dati sul periodo tardo e tolemaico-romano nel sito. (Uno dei rischi di scavare in periodi fin dall’Antico Regno è che sono inevitabilmente ricoperti da metri di attività successive.) Lo spazio mi costringe a concentrarmi qui su Weni e sui resti dell’Antico Regno>>.

Il Team dell’ “Abydos Middle Cemetry Project” (©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

*Il finanziamento del progetto è stato generosamente fornito dal Kelsey Museum of Archaeology, dall’Office of the Vice President for Research, dalla Horace H. Rackham School of Graduate Studies e dall’Institute of Fine Arts della New York University.

Lascio che sia ancora la D.ssa Janet Richards a riprendere la parola

Il complesso di Nhty

<<Due delle quattro grandi aree che abbiamo indagato si sono rivelate essere le più importanti per comprendere il modello funerario del tardo Antico Regno. La prima di queste era una mastaba gravemente rovinata che, sembrava essere la cappella più visibile della zona di Mariette. Nel 1996 avevamo pensato che fosse molto probabilmente la cappella di Weni, anche per i danneggiamenti cui era stata sottoposta: la rimozione degli elementi architettonici in pietra calcarea dalle loro posizioni originali, infatti richiede solitamente la demolizione dell’edificio in cui si trovano e Mariette di questi reperti con iscrizioni riferite a Weni, ne estrasse molti.

Il nostro scavo di quest’area ha rivelato le presenza di un grande complesso costituito da una mastaba e una serie di monumenti sussidiari, costruiti intorno ad essa, databili al tardo Antico Regno, al Primo Periodo Intermedio, al Medio Regno e al Periodo Tardo. La mastaba principale, tuttavia, non apparteneva a Weni; era, invece, la tomba di un persona, precedentemente non identificata, di nome Nhty, un principe, sindaco, unico compagno e sommo sacerdote.

Nhty sembra essere stato un personaggio che ispirava un forte rispetto, duraturo e concreto: infatti, 50 centimetri sopra il livello stratigrafico originale dell’Antico Regno, nel Medio Regno furono costruite piccole cappelle votive in mattoni di fango allineate al complesso di Nhty, una delle quali conteneva ancora una coppia di statue in basalto. Questa scoperta fu del tutto inaspettata, poiché le ceramiche di questo strato non mostravano evidenze riferibili ad attività riconducibili al Medio Regno>>.

La Mastaba di Weni

<<A nord del complesso di Nhty si trova una struttura ancora più grande ed è qui che abbiamo trovato la prova più convincente che si trattasse dell’ultima dimora di Weni il Vecchio. Nel 1996 avevamo documentato la presenza di una costruzione in mattoni di fango lunga 16 metri sulla sua parete nord; gli scavi hanno rivelato che si trattava di un imponente recinto di 29 metri di lato, spesso 3 metri e alto oltre 5 metri.

La mappa delle prime aree scavate(©Mappa G.F. Compton for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

I costruttori costruirono un grande pozzo funerario, e due più piccoli, all’interno di questo recinto. L’intera struttura fu poi riempita di sabbia pulita e ricoperta nell’antichità, per darle l’aspetto di una solida mastaba. Questa mastaba si trova nel punto più alto del Cimitero Centrale e il suo impatto visivo sugli abitanti della città sottostante doveva essere molto simile a quello determinato dai grandi recinti funerari della prima dinastia (ca. 3100-2750 a.C.), attraverso lo wadi nel Cimitero Settentrionale. Come quelli, infatti, è così grande che è visibile dalle alte pareti rocciose del deserto a più di mezzo miglio di distanza.

Panoramica del complesso di Nehty(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

All’inizio della stagione, abbiamo rinvenuto in quest’area un certo numero di frammenti di rilievo inscritti, inclusi due pezzi che, uniti insieme, formavano il nome “Weni il Vecchio” e un frammento che restituisce l’appellativo di “Vero governatore dell’Alto Egitto”, il più alto titolo riferito nell’autobiografia di Weni. Ulteriori prove sono emerse a sostegno di questa associazione. La facciata esterna della parete nord incorpora una grande nicchia e durante gli scavi qui è stata scoperta in situ una falsa porta danneggiata con un’ iscrizione per Weni il Vecchio. Non solo questa falsa porta fornisce un soprannome per Weni (“Nefer Nekhet Mery-Ra” – I soprannomi egizi erano spesso più lunghi dei nomi di nascita!), ma documenta anche la sua promozione finale in carriera, un fatto non registrato nella sua autobiografia: Capo Giudice e Visir.

Vista del muro della mastaba di Weni, che evidenzia la nicchia dell’angolo sud-orientale dopo la rimozione del pilastro. A sinistra del muro, in basso è presente una cappella a forma di mastaba databile agli inizi del Medio Regno. In alto, sulla sinistra si trovano resti di strutture d’epoca tolemaica edificate su rovine di monumenti del 3° e 2° millennio a. C. (©Ph. K.D. Turner for the “Abydos Middle Cemetry Project”)
La Mastaba di Weni con la falsa porta in situ(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Una serie di pozzi e sepolture di superficie si trovavano a nord della falsa porta; sono databili dal tardo Antico Regno al Primo Periodo Intermedio e suggeriscono che la tomba di Weni sia diventata il fulcro di un cimitero di gruppo, probabilmente contraddistinto da legami di parentela.

Sulla parete est della mastaba abbiamo scoperto ulteriori prove riferibili a Weni. Nel riempimento di superficie, abbiamo scavato lo stipite di una porta in pietra calcarea lungo quasi due metri e inscritto per lo stesso visir Iww documentato in una tomba da Richard Lepsius nel 1840. Su entrambi i lati dello stipite, parenti maschi presentano offerte a Iww; uno di questi è identificato come: “suo figlio maggiore, il governatore dell’Alto Egitto Weni il Vecchio”. Quindi, nonostante Weni nella sua autobiografia enfatizzi i suoi meriti come fattore determinante della sua ascesa sociale, appare chiaro che doveva appartenere a una famiglia già diventata influente, anche se ha scelto di non comunicare questo particolare>>.

La Cappella delle offerte

<<Pochi metri a est dello stipite, abbiamo scavato una piccola cappella delle offerte costruita direttamente sul muro della grande mastaba. Vi si accede attraverso uno stretto portale sul lato est ed era, in origine, completamente decorata con bassorilievi dipinti raffiguranti portatori di offerte. Parecchi dei blocchi che compongono questo schema decorativo furono rimossi durante alcuni precedenti episodi di scavo o di saccheggio, ma altri rimasero in situ sulle pareti e sul portale; inoltre, nove blocchi aggiuntivi giacciono sul pavimento. Lo stipite esterno di una porta, parzialmente conservato, reca una rappresentazione in piedi del proprietario della tomba, conservata dalla vita in giù. Il confronto di questo rilievo con la parte superiore del proprietario di una tomba di nome Weni il Vecchio nel Museo Egizio, suggerisce che originariamente appartenessero allo stesso assieme.

Mastaba di Weni, resti della Cappella Orientale(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Sembra evidente che questa cappella semidistrutta sia il contesto originario degli arredi funerari di Weni scavati da Mariette e attualmente nel Museo Egizio, e possiamo ora proporre la seguente ricostruzione.

La prima falsa porta di Weni fu collocata nella nicchia principale di questa cappella. La massiccia lastra dell’autobiografia è stata montata sulla facciata esterna della cappella, le cui pareti sono sufficientemente spesse per sopportarne il ragguardevole peso. Una tale collocazione spiegherebbe sia la posizione fuori asse dell’ingresso della cappella, che è stato deviato a nord per accogliere la larghezza di 2,75 metri dell’autobiografia, sia le condizioni estremamente alterate dell’autobiografia. Due obelischi in miniatura con il nome di Weni sarebbero stati collocati appena fuori dall’ingresso della cappella>>.

Ricostruzione della cappella di Weni con i reperti del Museo Egizio ricollocati (illustrazione di Geoff Compton©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo

Ulteriori prove di Weni

<<Dopo la promozione a giudice capo e visir, alla fine della sua carriera, Weni installò la sua seconda falsa porta registrando l’evento sulla parete nord della sua mastaba. Entrambe le false porte si allineano con la probabile posizione della camera funeraria, che si trova a nord del grande pozzo a una profondità di oltre 12 metri.

Weni il vecchio in posa adorante e rivolto ad occidente verso la tomba di Osiride. Le immagini sono incise su un pilastro di pietra calcarea estratto dalla nicchia presente nell’angolo sud-ovest della sua mastaba, nel 2013 (©Ph. K.D. Turner for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

All’interno della mastaba, un enorme deposito della VI dinastia conteneva ceramiche (oltre 500 vasi da vino giacevano in pile a est e ad ovest del pozzo e,in linee ordinate, a nord). In questo deposito di ceramiche si trovavano in situ dieci sepolture a bara del Periodo Tardo, indizio di un successivo riutilizzo di questo spazio come piccolo cimitero.

Il collegamento finale a Weni proveniva da una struttura rettangolare nell’angolo sud-est. Questa conteneva i resti deteriorati di più di trenta basi in legno per statue, oltre a diversi elementi disincarnati come braccia, mani, frammenti di animali e componenti in pietra calcarea di scene di produzione, come bacini in miniatura ricoperti da colini a cestello per la produzione di birra. Il manufatto meglio conservato e più significativo era una statuetta in calcare, splendidamente eseguita, del proprietario della tomba da ragazzo, identificato come il “conte” Weni”>>.

Immagine di una statua in granito di Weni il Vecchio, ripresa da tre diverse angolazioni. Probabilmente fu danneggiata per episodi di esecrazione durante il 1° Periodo Intermedio. Scavata da A. Mariette nel 1860. Inv. N. 175 del Museo Egizio del Cairo. (©Ph. A. Damarany for the “Abydos Middle Cemetry Project”).

Il significato della tomba

<<La summa di queste evidenze suggerisce fortemente che abbiamo ritrovato la tomba di Weni, il monumento principale di in una zona d’élite circondata da un cimitero della classe media. Questa tomba rappresenta una straordinaria dichiarazione visiva del raggiungimento della ricchezza e del potere politico, che potrebbe rispecchiarsi, nella città di Abydos, in un misterioso e massiccio edificio, che Matthew Adams, ha da tempo sospettato essere un Palazzo del Governatore. Date le sue dimensioni e la somiglianza delle sue tecniche di costruzione con la tomba di Weni, si è tentati di considerarla parte delle sue attività edilizie: un collegamento tra strutture per i viventi e funerarie.

Statuetta in calcare di Weni. Riportata alla luce dal team del Michigan nel 1999. Museo di Sohag, Alto Egitto. (©Ph.“Abydos Middle Cemetry Project”).

I risultati degli scavi del 1999 presentano una complessa miscela di sepolture d’élite e non d’élite e attività votive durante il tardo Antico Regno e nel Medio Regno, un arco di tempo in cui sia il potere politico che l’importanza di Osiride stavano crescendo in questa regione. La ricollocazione fisica di un importante individuo storico all’interno di quel quadro multidimensionale ci permette di integrare più efficacemente le linee di evidenza testuali e archeologiche nella nostra ricostruzione della storia politica e sociale dell’antico Egitto. Molto lavoro resta da fare, ma il successo della scorsa stagione, grazie a un equipe straordinariamente qualificata, ci ha fornito una solida base per le future ricerche sul sito>>.

Janet Richards

Fonti: Harvard University, Biographies of Person and Place: The Tomb Complex of Weni the Elder at Abydos https://whitelevy.fas.harvard.edu/biographies-person-and…

The Kelsey Museum of Archaeology: Kelsey Museum News Letter published by the associate of Museum, spring 2000

https://newsletters.kelsey.lsa.umich.edu/spring2000/abydos.html?fbclid=IwAR1-NmAaM5lzp71czhw8IMUuYp6bcEevPmTWwS8ZTFVoA5chPfWZrYUEZGc 

https://newsletters.kelsey.lsa.umich.edu/spring2000/abydos.html?fbclid=IwAR1-NmAaM5lzp71czhw8IMUuYp6bcEevPmTWwS8ZTFVoA5chPfWZrYUEZGc

Ringrazio, il nostro esperto Nico Pollone per avermi fornito il materiale che mi ha permesso di effettuare questa stimolante ricerca su un personaggio così affascinante ed emblematico.

Ulteriori contenuti relativi a Uni li potete trovare qui: https://laciviltaegizia.org/tag/weni-il-vecchio/ (a cura di Luisa Bovitutti)

e qui: https://laciviltaegizia.org/…/la-piramide-di-merenre…/ (a cura di Piero Cargnino)

Luce tra le ombre, Piramidi

COME SI COSTRUIVANO LE PIRAMIDI?

Di Ivo Prezioso

INTRODUZIONE

Terminato il percorso riguardante le sperimentazioni di Burgos e Laroze, che hanno dimostrato come si potessero estrarre blocchi di calcare con relativa facilità anche con gli utensili di cui disponevano gli antichi egizi, i prossimi post saranno dedicati alla costruzione vera e propria di questi straordinari monumenti. Per affrontare un argomento così delicato, utilizzerò essenzialmente informazioni tratte dalla pubblicazione di Franck Monnier, ingegnere, specializzato in architettura egizia, del CNRS, (che gentilmente mi ha concesso il permesso di utilizzarla come fonte) “L’univers fascinant des piramides d’Égypte”, che oltre ad essere estremamente curata, ha il grandissimo pregio di essere aggiornata alla luce delle scoperte e degli studi più recenti.

Tuttavia, prima di entrare nel vivo dell’argomento, e per suggerire una sorta di raccordo con gli esperimenti di estrazione di Wadi el-Jarf, propongo questo relativamente breve filmato (si tratta di poco più di una decina di minuti), estratto dall’interessantissimo documentario “PYRAMIDE, LE GRAND VIRAGE” (Piramide la grande svolta), in cui si fa piazza pulita delle teorie stravaganti o, peggio, francamente menzognere, che da sempre spuntano intorno a questi monumenti ed in particolare (chissà mai perché?), sulla piramide di Khufu (Cheope). Il documentario è in francese, ma ne consiglio caldamente la visione anche perché le immagini, straordinariamente belle, forniscono un valido supporto alla comprensione degli interventi degli specialisti.

Come ben sappiamo la cosiddetta “ricerca alternativa” si prefigge lo scopo di fornire spiegazioni “altre” alle ricostruzioni che la scienza ha faticosamente organizzato (e continua incessantemente in questo lavoro), a partire da documenti originali, evidenze sui luoghi di scavo, studio dei materiali utilizzati ecc. I “ricercatori indipendenti” si muovono invece in direzione completamente opposta. Pensano di aver trovato una soluzione ai dubbi che inevitabilmente persistono, inventandosi una teoria, più o meno credibile (ma talvolta incredibilmente fantasiosa, priva di ogni fondamento e finanche di buonsenso), andando poi a caccia di prove che la sorreggano. “Prove” che quando vengono mostrate si dimostrano facilmente smontabili o nel peggiore dei casi si sono rivelate dei veri e propri falsi realizzati per lo scopo. E’ il caso ad esempio dei geroglifici “scoperti” in Australia, che avrebbero dovuto dimostrare la presenza degli antichi egizi in quel continente (ohibò!!!!), ma che invece furono incisi negli ’70 del secolo scorso, oppure le pietre di Ica in Perù (eh si, perche non solo l’Egitto interessa questi pseudo-scienziati) che recano incisioni che mostrano la co-presenza di uomini e dinosauri (oh!!!!), ma in realtà furono realizzati (facile immaginare su commissione) da un certo Basilio Uschuya e la lista potrebbe continuare fino ad annoiare.

Il documentario in oggetto è stato realizzato da Cyril Barbas e si apre con una frase particolarmente illuminante del sociologo statunitense Alvin Toffler: “Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno né leggere, né scrivere: saranno quelli che non sanno apprendere, disapprendere, riapprendere”.

Gli studiosi che vi intervengono, in ordine di apparizione, e sperando di non averne trascurato alcuno, sono:

Marianne Michel, dottore e docente egittologia

Jan Pierre Adam, archeologo ed architetto presso il CNRS

Alexis Seidoux, storico ed archeologo

Irna Osmanovic, professoressa di storia

Frank Monnier ingegnere del CNRS, specializzato in architettura egizia

Mickael Restoin, artigiano, scalpellino tradizionale.

Proprio all’intervento di quest’ultimo si riferisce l’estratto dal documentario. Ricordate che ci eravamo lasciati con l’esperimento di Burgos e Laroze, che hanno cavato blocchi di calcare utilizzando attrezzi che erano l’esatta replica di quelli degli antichi egizi? Bene questo artigiano che lavora la pietra secondo metodi antichi, dimostra che anche una roccia molto più dura e compatta come il granito poteva essere lavorata con scalpelli di rame (quello utilizzato dagli egizi, veniva reso di circa un 20-30% più resistente con l’aggiunta di arsenico). La dimostrazione viene fatta utilizzando scalpelli moderni, trattati al tungsteno, più tradizionali, forgiati in ferro, ed infine in rame, come quelli utilizzati nell’antichità. Si parte dal calcare, per poi affrontare il granito e a, parte la velocità di esecuzione, si riesce ad aver ragione della pietra in ogni caso. Addirittura, su granito, lo scalpello di rame, con il taglio deteriorato, permette un lavoro di rifinitura molto sottile ancorché lento. E non si ferma qui il nostro artigiano, dimostra perfino come fosse facile, e relativamente poco faticoso, il lavoro di politura del granito semplicemente utilizzando una pietra abrasiva e dell’acqua. Buona visione!

https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fivo.prezioso%2Fvideos%2F529625682140969%2F&show_text=false&width=560&t=0

Qui di seguito il video completo, disponibile su YouTube:

Fonte: PYRAMIDE, LE GRAND VIRAGE https://www.youtube.com/watch?v=zZcNVxu59Vc

I LUOGHI DI APPROVVIGIONAMENTO DEI MATERIALI

Un grande studio, condotto dai geologi Dietrich e Rosemarie Klemm*, ha dimostrato che la maggior parte dei materiali che costituiscono la struttura muraria delle piramidi, proviene essenzialmente da cave locali. La scelta di impiantare un cantiere per la costruzione di questi monumenti era determinata, in primo luogo, dall’esistenza di un giacimento di calcare nelle immediate vicinanze. Ci sono cave che sono ancora chiaramente visibili sulla piana di Giza, a sud est e a nord della piramide di Chefren così come ad Abu Rawash (circa 8 Km. a nord) nei pressi della piramide incompiuta di Redjedef, suo predecessore (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 La grande fossa della piramide di Abu Rawash (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 100)

Per adornare sepolture e templi, i responsabili dei lavori si spinsero ben oltre, fino ad intraprendere lontane spedizioni. Sappiamo, ad esempio, che il calcare fine rivestiva le facce delle piramidi. Un materiale di questo tipo era piuttosto raro e le cave si trovavano in località situate ad una certa distanza dalla sponda opposta del Nilo. Fu così che, a partire dal regno di Snefru si cominciarono a sfruttare i giacimenti di Mokattam, Tura e Maasara, tutti localizzati sulla riva orientale del Nilo presso gli attuali sobborghi meridionali del Cairo. Altrettanto ricercate, a partire dalla fine dell’Antico Regno erano le rocce (calcare, grovacca e granito) presenti nello Wadi Hammamat, nel Deserto Orientale dell’Alto Egitto. Ci sono innumerevoli iscrizioni che conservano il ricordo di gigantesche spedizioni. Enormi blocchi furono estratti e trasportati su slitte per decine di chilometri da squadre composte da centinaia o addirittura migliaia di uomini.

Le pietre più dure, come il granito rosa e la granodiorite, erano estratte dalle grandi cave di Aswan a più di 800 Km. di distanza a sud della regione di Menfi. Inizialmente utilizzato in quantità limitata nella piramide di Djoser, il granito cominciò ad acquisire una considerevole importanza sotto il regno di Cheope, fino ad essere estratto su vasta scala sotto il regno di Chefren. Dei rilievi rinvenuti lungo la via ascensionale di Unas (V Dinastia), illustrano il trasporto per via fluviale (Immagine n. 2) di colonne e cornici monolitiche di granito destinati ad adornare il Tempio Alto.

Immagine n. 2 In questa incisione, che si trova lungo la via ascensionale di Unas, è illustrato Il trasporto per via fluviale, su grosse imbarcazioni, di colonne in granito rosa di Aswan (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 219)

Al Cairo è conservata una stele di Uni (Immagine n. 3), un alto funzionario attivo durante il regno di Merenre (VI Dinastia), che ci informa del carico di elementi architettonici per la piramide del suo sovrano. Da questo testo apprendiamo che la calcite (alabastro egiziano), veniva estratta ad Hatnub, poco a sud-est dell’odierna Tell el-Amarna (laddove, quasi un millennio più tardi, sarebbe sorta Akhetaton, la capitale voluta dal faraone “eretico” Akhenaton). In questa cava una roccia incisa conserva anche un’ iscrizione a nome di Cheope.

Immagine n. 3 Stele che attesta le attività di Uni, un alto funzionario della VI Dinastia (Museo del Cairo CG1435). Ci informa sul carico di elementi architettonici in granito, di un “piramidion” e di un sarcofago in grovacca per la piramide del suo sovrano, Merenre. (© Gaston Maspero, 1890, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 159).

Durante l’Antico Regno il gesso era un materiale indispensabile per la preparazione di malta ed intonaci. Veniva estratto nella località di Umm el Sawwan e nord-est dell’oasi del Fayyum. La posizione privilegiata di queste cave rispetto al sito delle grandi piramidi, induce a credere che sia stata una delle principali risorse all’enorme quantità di malta impiegata: circa 500.000 tonnellate per la sola Grande Piramide.

Lo gneiss fu, invece, utilizzato per modellare le statue del tempio di Chefren. Questa roccia metamorfica, veniva da molto lontano: precisamente dal Gebel el-Asr, in un luogo chiamato, non a caso, “le cave di Chefren” (immagine n. 4-5), in Nubia, nel deserto occidentale, circa 65 Km. a nord-ovest di Abu Simbel. Una stele recante il cartiglio di Cheope attesta lo sfruttamento di questa cava già sotto il suo regno.

Immagine n. 4 Il paesaggio desertico, che caratterizza le cave di Chefren presso Gebel el-Asr (© ph. Tom Heldal)
Immagine n. 5 Esempio di masso di gneiss sagomato per adattarsi alla statua di un faraone seduto, ritrovato nelle cave di Chefren (© Foto e grafica Tom Heldal)

Il basalto, utilizzato per pavimentare i templi funerari, fu probabilmente estratto a nord del Fayyum nella località di Widan el-Faras. Qui, sono presenti, infatti vestigia di una remota via lastricata che collegava questa cava alle antiche rive del lago. (immagine n. 6).

Immagine n. 6 Le cave di basalto di Widan el-Faras (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 219)

Tutti questi materiali da costruzione, non si sarebbero mai potuti cavare e modellare in assenza del rame, indispensabile per la produzione delle migliaia di utensili che dovevano essere messi a disposizione di scalpellini e falegnami. Veniva estratto sicuramente dalle miniere sinaitiche di Serabit el-Khadim nel Wadi Maghara (sfruttate anche per i giacimenti di turchese) e forse pure a Timna nell’odierna Isralele. Numerosi sovrani dell’Antico Regno fecero incidere il proprio nome sulle rocce del wadi, commemorando le azioni punitive intraprese nei confronti dei Beduini che minacciavano di continuo le attività egiziane nella regione. Considerata la fondamentale importanza strategica e produttiva delle miniere, ben si comprende perché gli egizi avevano eretto delle postazioni fortificate nei pressi della piana costiera di el-Marka, di fronte al porto di Wadi el-Jarf, situato sulla riva opposta del Mar Rosso. Quel porto assicurava l’interscambio dei prodotti importati verso la regione di Menfi, attraverso il Wadi Araba, ed il Medio Egitto.

Un altro materiale di cui c’era bisogno ed in quantità ingenti era il legno. Si utilizzavano essenze locali, come legno di palma o sicomoro per rinforzare le rampe e le vie di trasporto, ma anche acacia, palma Dum e Ziziphus, per costruire imbarcazioni destinate al trasporto dei materiali da un capo all’altro dell’Egitto. Grande importanza rivestivano le essenze esotiche, come l’abete della Cilicia e soprattutto il cedro, importati dalle estese conifere presenti presso i confini del Libano, particolarmente adatte per la realizzazione di grandi strutture intelaiate e leveraggi di manovra. In particolare, il cedro era molto ricercato per assemblare le imbarcazioni reali. Dagli annali incisi sulla Pietra di Palermo siamo informati che durante l’anno precedente il settimo censimento del re Snefru, fu acquistato il legname necessario alla costruzione di due imbarcazioni lunghe 100 cubiti (52,40 metri) e in un altro punto è menzionato il rientro di quaranta natanti carichi di conifere.

Appare evidente che lo sforzo maggiore era concentrato sullo sfruttamento dei giacimenti locali, ma altrettanto chiaro risalta che l’allestimento di un enorme cantiere necessitava di materiali che gli antichi non esitarono a procurarsi dalle più lontane località del Regno, e persino oltre confine, attraverso una fitta rete di scambi commerciali (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 La cartina mostra le località da cui provenivano i materiali destinati al cantiere di una grande piramide. Gli antichi egizi non esitavano a spingersi nelle contrade più lontane del paese ed anche oltre confine. (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 218)

Fonte: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 218÷220

* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm autori di uno studio pubblicato in tedesco nel 1993 con il titolo “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten” (Pietre e cave nell’Antico Egitto). Hanno donato al British Museum una collezione di campioni di roccia provenienti da siti e cave sparsi in tutto l’Egitto, nonché da monumenti egiziani.

TAGLIO E SAGOMATURA DEI MATERIALI

Gli egizi misero a punto diverse tecniche per estrarre le pietre, tagliarle e modellarle, talvolta con precisione millimetrica. Le numerose tracce lasciate da cavatori e scalpellini hanno permesso di comprendere in larga misura i procedimenti adottati nell’antichità. Solo una profonda ignoranza dell’argomento spinge ancora molti ricercatori “alternativi” ad attribuire agli antichi costruttori metodi anacronistici o peggio fantasiosi. Una delle teorie che ha avuto maggior risonanza mediatica è quella che ipotizza che avessero inventato una tecnica di ricostituzione della pietra, come, ad esempio, nella realizzazione del calcestruzzo moderno. Il suo autore, Joseph Davidovits, parte dal concetto (o meglio preconcetto) che fosse impossibile, con gli attrezzi dell’epoca, scolpire vasi e statue in materiali così duri come il granito o lo gneiss. La sua idea di una pietra “ri-agglomerata” sarebbe, secondo lui, del tutto adeguata a fornire una spiegazione alla statuaria colossale e alla costruzione delle piramidi. Si risolverebbe così anche il problema legato al trasporto dei blocchi più pesanti dal momento che non bisognava fare altro che “fabbricarli” sul luogo prescelto. Per dare credito ad un simile assunto, bisogna completamente ignorare sia le testimonianze che ci hanno lasciato gli stessi egizi, sia le tracce rinvenute dagli archeologi. Non solo, infatti esistono numerose relazioni dell’epoca che descrivono l’origine e il trasporto dei blocchi, ma in tutto il Paese sono presenti innumerevoli cave, segni di taglio, resti di utensili e persino evidenze delle tacche realizzate nelle rocce per potervi inserire delle leve. Invece, non sono mai stati rinvenuti getti di “calcestruzzo”, né resti di cassaforma, né di qualunque altra cosa che possa ricondurre ad una simile idea. Oltretutto, la teoria presenta una grande incongruenza: i suoi estimatori, ammettono, infatti, che gli Egizi erano capaci di procurarsi milioni di tonnellate di roccia ridotta in polvere nell’intento di ricostituirla attraverso un procedimento simile a quello del calcestruzzo. Con quali mezzi non è dato sapere, e ancor più, quando parliamo di pietre dure, se non potevano estrarle, figuriamoci triturarle! Di conseguenza, si trovano nella condizione in cui devono indirettamente ammettere che gli Egizi potevano intervenire efficacemente su qualunque tipo di roccia, mentre l’assunto iniziale é esattamente il contrario. In pratica, diventa valido proprio il punto che intendono correggere. Senza contare, a parer mio, l’inconfrontabile maggiore richiesta di tempo che avrebbe richiesto l’impiego di una simile tecnica (a meno di non utilizzare la dinamite!).

Le evidenze archeologiche, in realtà, ci raccontano tutt’altro. Nel corso degli scavi sono stati riportati alla luce innumerevoli utensili collegabili alla lavorazione della pietra (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Il campionario dei principali attrezzi utilizzati dai lavoratori egizi. Partendo da sinistra in alto: scalpello in rame, stampo per mattoni crudi, mazzuoli, zappa, pietra abrasiva per lucidare, pietra (solitamente dolerite) per aggredire, percuotendole, le rocce più dure, ascia di pietra, corda, archipendolo.
(© Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 220)

Sappiamo che a partire dal Medio Regno cominciarono ad essere diffusi attrezzi in bronzo, ma l’utilizzo di quelli in rame, per intervenire sulle pietre più tenere (gres e calcare) rimase comunque prevalente per tutta la durata dell’epoca faraonica. Le rocce più dure (granito, grano diorite, quarzite, ecc.), non potendo essere aggredite da strumenti di rame, obbligarono ad adottare altri mezzi. L’accessorio più ricorrente era un percussore di pietra (solitamente di dolerite), di forma sferica oppure ovoidale di cui sono stati ritrovati diversi esemplari sparsi al suolo nelle antiche cave di granito rosa di Assuan, ma anche negli scavi nei pressi delle piramidi di Djoser e di Giza e curiosamente in uno dei canali “di aerazione” della Piramide di Cheope.

Alcune scene della tomba di Rekhmira (Gourna, Tebe ovest, XVIII Dinastia) illustrano il loro utilizzo su delle sfingi in calcare e su colossali statue di granito. Alcuni di questi utensili avevano la forma di un pestello con delle anse laterali per impugnarli meglio. Il loro peso poteva variare da qualche chilo a diverse decine di chili. (Immagini nn. 2 e n. 3) .

Immagine n. 2 Taglio e finitura di blocchi di calcare da costruzione. Tomba di Rehhmira, XVIII Dinastia (© dis. Ippolito Rosellini 1834, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 220)
Immagine n. 3 Finitura di una statua in granito rosa. Tomba di Rehhmira, XVIII Dinastia (© dis. ÉmilePrisse d’Avennes, 1878, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 221)

I lavori di Somers Clarke e Reginald Engelbach, hanno chiarito il ruolo avuto da questi strumenti sull’obelisco incompiuto di Aswan (Nuovo Regno, XVIII Dinastia) (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 L’obelisco incompiuto di Aswan. Sono perfettamente visibili i segni lasciati dalla percussione con sfere di dolerite (© ph. James E. Harrel, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 221)

Benché quest’opera sia posteriore di circa un millennio alle grandi piramidi, ciò nondimeno il metodo di estrazione costituisce una perfetta immagine delle capacità degli egiziani dell’Antico Regno. Sappiamo infatti che grandi obelischi furono già eretti durante quell’epoca. Lo attesta un’iscrizione di Sabni (VI Dinastia, tomba di Qubbet el-Hawa nei pressi di Aswan) (Immagine n. 5): “La Maestà del mio Signore, mi ha inviato a costruire due imbarcazioni nel Paese di Uauaut (regione della Bassa Nubia) per trasportare verso Nord, a Heliopolis, due obelischi” (trad. Alessandro Roccati).

Immagine n. 5 Stipite destro dell’ingresso della tomba di Sabni I (QH 26). La pavimentazione originale era ancora sotto un sottile strato di sabbia. Scavi Schiaparelli. Lastra di vetro negativo/bromuro d’argento Anno: 1914 (©Archivio fotografico del Museo Egizio di Torino http://archiviofotografico.museoegizio.it/…/tomb-qh…/…)

La percussione non era limitata soltanto all’estrazione nelle cave poiché, generalmente, gli elementi da impiegare nella costruzione arrivavano ai cantieri, in attesa di essere rifiniti, solo rozzamente squadrati e con sporgenze agli spigoli.

Sottilissimi tagli longitudinali lasciati su blocchi e statue sembrano, a prima vista, testimoniare l’utilizzo di seghe, ma gli unici strumenti a disposizione degli Antichi Egizi, anche se dentati, non erano in grado di tagliare in questo modo le pietre più dure. Anche vasi scolpiti nei materiali più disparati durante il periodo predinastico ed arcaico, presentano segni di questo tipo. Le migliaia di vasi rinvenuti in una delle gallerie della piramide di Djoser testimoniano di un’abilità e di una tecnica sbalorditiva di cui erano in possesso gli artigiani al servizio del sovrano e della sua corte. Il mistero che circondava il metodo di scultura impiegato ha potuto essere svelato grazie allo studio di alcuni esemplari la cui esecuzione non fu completata. La sagomatura e la lucidatura esterna venivano realizzate per mezzo di lame, schegge di selce e pietre abrasive. Lo scavo della parte interna ha lasciato, a volte, un vuoto di forma cilindrica e delle pareti sottilmente rigate. Siccome nei campioni esaminati questa operazione era stata interrotta, si è potuto capire che il taglio fu eseguito con una sorta di sega tubolare per poi staccare ed estrarre il nucleo ancora saldato al fondo. La tecnica prevedeva sicuramente l’associazione di una sabbia abrasiva. L’attrito esercitato dal rame in movimento sulla pietra ricoperta di sabbia faceva si che l’attrezzo si comportasse come un trapano cilindrico, consumando gradualmente la superficie di contatto.(Immagine n. 6-7).

Immagine n. 6 Ricostruzione, attraverso l’archeologia sperimentale, della fresatura del granito rosa (Alexander Sokolov [Antropogenez.ru Project], Nikolai Vasiutin, Oleg Kruglyakov, Valeriy Ivanovitch Androsov). (© ph. Valeriy I.Androsov [Senmuth], Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 222). АНТРОПОГЕНЕЗ.РУ è il più grande portale scientifico ed educativo russo dedicato all’evoluzione umana. Il progetto è iniziato nel 2010 su iniziativa del giornalista scientifico Alexander Sokolov e dell’antropologo Stanislav Drobyshevsky.

Immagine n. 7 Risultato dello sfregamento continuo di un tubo di rame sul granito (© ph. Valeriy I.Androsov [Senmuth], Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 222

Questa tecnica, che esigeva un enorme impiego di tempo, (come l’utilizzo dei percussori in pietra, del resto), spiega perfettamente la presenza delle sottili striature di cui sopra.

Per tagliare i blocchi, invece, è probabile che venisse impiegata una lunga lama in rame che grazie al ripetuto movimento di va e vieni, e con l’aiuto di una sabbia abrasiva, produceva lo stesso risultato. Si poteva così separarli in due parti, molto più rapidamente che con l’uso dei percussori in pietra. Questo procedimento, ovviamente, poteva essere attuato solo in presenza di blocchi già completamente liberati dalla roccia, ma il vantaggio era duplice: non solo la quantità di materiale perduto durante il taglio era incomparabilmente minore rispetto a quello provocato dalla percussione, ma una volta segati, gli elementi risultanti potevano essere riposizionati fianco a fianco nell’edificio senza ulteriori interventi, in quanto perfettamente combacianti.

Il ricercatore Denys A. Stocks ha stimato che il taglio, lo scavo e la finitura del sarcofago di Cheope dovette richiedere almeno 28.000 ore di lavoro e cioè pressappoco due anni considerando tre artigiani impegnati nel compito per 12 ore al giorno. Una rotazione di più squadre occupate giorno e notte poteva ridurre la durata di un anno. Queste stime si riferiscono al trattamento delle pietre più dure e ne consegue che l’impiego di un certo numero di lavoratori nel trattamento di un blocco di granito doveva avere costi considerevoli, anche in termini di tempo e di materiali. I blocchi di finitura dimostrano che gli Egizi ottimizzavano le procedure in maniera estremamente razionale: al fine di portare a compimento i grandiosi progetti che venivano loro affidati si limitavano a realizzare il minimo indispensabile. Le coperture di granito o basalto venivano poste in opera soltanto sulle parti a vista (giunzioni e facciate), per cui si preferiva adattare e rifilare i blocchi calcarei contro i quali venivano disposti, dopo aver riempito, se necessario, gli interstizi più ampi con malta e frammenti di calcare.

Fonte: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 220÷223

IL TRASPORTO DEI MATERIALI PER VIA FLUVIALE

Il trasporto di elementi di modeste dimensioni, non costituiva certo un problema: mattoni e piccole pietre si potevano agevolmente trasferire a forza di braccia o in spalla oppure su barelle; ne abbiamo numerose testimonianze nelle raffigurazioni di scene della vita quotidiana degli antichi egizi. Quando non si ricorreva alle vie navigabili, per gli spostamenti su lunghe distanze si utilizzavano animali da soma, in particolare asini. Il problema si poneva con i blocchi di grandi dimensioni, il cui peso poteva variare da qualche tonnellata a diverse centinaia di tonnellate. Per alcuni di questi elementi, inoltre, bisognava affrontare i rischi e gli oneri di una lunga traversata del paese. Il tragitto, in questi casi, veniva coperto per via fluviale, approfittando della corrente del Nilo viaggiando da sud a nord, mentre per la risalita si sfruttavano le vele gonfiate dai venti favorevoli. Viaggi e trasporti, rappresentati nell’iconografia egizia, sono nella stragrande maggioranza associati alle vie navigabili delle quali il Nilo costituiva, ovviamente l’arteria nevralgica. Le acque di questa rete di comunicazione dovevano sicuramente essere solcate da una miriade di imbarcazioni stipate di calcare fine di Tura oppure di granito rosa prelevato dalle lontane cave di Aswan. Purtroppo, ci sono pervenute solo poche testimonianze figurative su questi tipi di convogli; i più espliciti, tra quelli rapportabili al contesto costruttivo delle piramidi, sono quelli rinvenuti su alcuni blocchi incisi della via processionale di Unis, ultimo sovrano della V Dinastia, a Saqqara. (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Vestigia della via processionale del complesso funerario di Unis. Questa grande strada rialzata, che un tempo collegava il tempio superiore e il tempio d’accoglienza, lunga ben 720 metri, è senz’altro l’elemento architettonico più impressionante di questo contesto. Scavata e studiata da Audran Labrousse e Ahmed Moussa, ha rivelato numerosi frammenti di rilievi, piccoli resti di un sontuoso ciclo decorativo relativo alle grandi attività del regno. Tra questi vi è una scena che descrive il trasporto su battelli di cornici a spiovente e colonne palmiformi in granito per il complesso della piramide. Alcune di queste colonne possono oggi essere ammirate presso i Musei del Cairo, del Louvre e a Londra. Le iscrizione ci informano che provenivano da Elefantina, cioè dalle cave di granito rosa di Aswan. <<Ritorno da Elefantina carico di granito, le cornici destinate alla piramide “perfetti sono i luoghi del figlio di Ra Unis>>, <<Ritorno da Elefantina carico di granito, le colonne destinate alla piramide “perfetti sono i luoghi del figlio di Ra Unis>>. Su un altro blocco si legge <<Arrivo delle barche-Satj provenienti da Elefantina , cariche di colonne [in granito] di 20 cubiti>> (Trad. Franck Monnier>> (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, pp. 146-147) 

Altrove, a Giza, La mastaba di Senedjemib-Inti, visir e responsabile di tutti lavori reali di Djedkara-Isesi (padre e predecessore di Unis) contiene dei rilievi che descrivono un battello su cui e caricato un sarcofago ed il suo coperchio. Il testo che l’accompagna ci informa che suo figlio Senedjemib-Mehi, ottenne dal suo re il privilegio per suo padre di essere inumato in un sarcofago in calcare fine di Tura (Immagini nn. 2-3).

Immagine n. 2 Le tombe di Senedjemib-Inti a sinistra e Senedjemib-Mehi a destra (© Courtesy of the Giza Mastabas Project, ph. Bradford Embrott. Edwards Brovarsky in Annales du Services des Antiquité de l’ Égypte, 2000-2001)
Immagine n. 3 Scena del trasporto di un sarcofago monolitico in calcare di Tura per Senedjemib-Inti (immagine reperita sul Web, autore non trovato).

Anche grazie alla biografia di Uni (Weni), come abbiamo visto, veniamo a sapere dettagli sul numero di imbarcazioni e dei canali che fece scavare per trasportare elementi in granito di Assuan. La costruzione di tre imbarcazioni lunghe circa 42 metri, di una grande zattera lunga 31 metri e larga 16, così come di altri natanti per l’assistenza, lascia ben comprendere quanto potessero essere imponenti queste spedizioni e quanto evidenziassero, la determinazione e lo spirito che le videro navigare cerimoniosamente verso nord.

E’ posteriore di diversi secoli la scena che ci narra del trasporto di due grandiosi obelischi di granito fatta incidere da Hatshepsut, il faraone donna della XVIII Dinastia, nel tempio di Deir el-Bahari: rappresenta una gigantesca chiatta trainata da una flotta di barche rimorchiatrici. Resta, al momento, l’illustrazione più clamorosa di questi tipi di convogli. La lunghezza dell’imbarcazione principale è stata stimata di circa 80 metri e gli obelischi trasportati, in ragione dei loro 28 metri di altezza, sono tra i più grandi mai eretti (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Scena del trasporto di due grandi obelischi rappresentata nel tempio di Hatshepsut(XVIII Dinastia) a Deir el-Bahari. (©Édouard Naville, 1908. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.226)

Sempre restando nel Nuovo Regno, l’architetto Ineni ci ha lasciato testimonianza della costruzione di una singola chiatta lunga 63 metri e larga 21, per il trasporto di una coppia di obelischi per il suo faraone Tuthmosi I. Quello superstite, ancora presente nel tempio di Karnak dimostra che erano alti 20 metri ciascuno per un peso totale di 260 tonnellate. Purtroppo, non ci è pervenuto alcun documento che ci permetta di risalire ai procedimento di imbarco e sbarco dei materiali. Esiste una splendida scena incisa che descrive il carico di enormi stele presso le cave del djebel el-Silsila (Immagine n. 5) destinate al Ramasseum, ma sfortunatamente non fornisce alcun dettaglio tecnico.

Immagine n. 5 Stele di Hapy (regno di Ramses II, XIX Dinastia) presso djebel es-Silsila (©Philippe Martinez/Mission Archéologique Française de Thèbes-Ouest-CNRS. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.226)

Volendo prestar fede alle parole di Plinio il Vecchio (che, ricordiamolo, sono posteriori di circa 1.300 anni), gli elementi più voluminosi venivano caricati su chiatte dislocate in un canale previsto appositamente per questo tipo di operazioni. Molto probabilmente lo scavo dei canali di cui ci informa Uni (Weni) nella sua biografia, può avere un legame con questa procedura. Ad ogni modo, è solo la documentazione più tarda del Nuovo Regno ad offrirci elementi di informazione in merito alla gestione del trasporto dei blocchi per via fluviale.

Una serie di ostraca ci ragguaglia sul numero di imbarcazioni necessarie per la consegna di pietre destinate al cantiere del Ramasseum, il “Tempio di Milioni di Anni” di Ramses II. Vi è descritto il carico di un numero determinato di blocchi, con le loro precise dimensioni, distribuito minuziosamente sui natanti ognuno dei quali guidato dal suo capitano. Queste flotte erano composte da una decina di natanti la cui capacità media di carico è stata stimata in circa 15 tonnellate (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 Ostraca che descrive il carico di blocchi destinati al cantiere del Ramasseum((©dis. Wilhelm Spiegelberg, 1898. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.227)

Questa gestione così rigorosa doveva essere sicuramente un’eco dello spirito logistico e amministrativo che animava i gloriosi antenati dell’Antico Regno.

Fonti: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 223÷227

IL TRASPORTO DEI MATERIALI PER VIA TERRESTRE

Il trasporto per via terrestre era, invece, molto più problematico. Dopo l’imbarco e lo scarico dei materiali bisognava spostarli a forza di braccia, grazie all’aiuto di funi e slitte in grado di sopportare gli enormi carichi, e progettare piste praticabili nelle cave e nelle zone desertiche. Ci è pervenuta una rappresentazione esplicita di traino di un blocco di pietra adagiato su una slitta, impegnando forza animale. E’ incisa sulla stele del responsabile dei lavori Neferperet (attivo durante il regno di Ahmose, XVIII Dinastia), rinvenuta presso le cave di calcare fine di Maasara e rappresenta tre coppie di bovini che trascinano un grosso blocco di calcare fissato su una slitta (Immagine n. 1).

Immagine n. 1. Scena di traino di un blocco da costruzione illustrata sulla stele di Neferperet a Maasara (Museo del Cairo, JE 62949: regno di Ahmose, XVIII Dinastia) (©Karl Richard Lepsius 1849-1859. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.227

L’iscrizione recita:

[…] Anno di regno 22 sotto la Maestà del re dell’Alto e del Basso Egitto (Ahmose) dotato di vita. Aprire nuovamente le cave. Estrarre il bel calcare di Anu per il suo tempio di milioni di anni[…]. E’ grazie ai buoi riportati […] che si traineranno i [blocchi di] pietra attraverso il paese dei Fenekhu* (Traduz. di Michel Dessoudeix)”.

Questo tipo di documento non è unico, giacché una simile scena di trazione animale, è presente, in un contesto funerario, nella mastaba di Hetepherakhti (V Dinastia). Si sa anche di una spedizione, inviata da Sesostri I in Nubia per estrarre pietre, che aveva al suo seguito mille asini! Più tardi, durante il Nuovo Regno, i faraoni lanciarono delle spedizioni militari verso il Medio Oriente. La stele di djebel Barkal eretta da Thutmosi III riporta che alberi e imbarcazioni venivano caricati su possenti carri trainati da buoi per raggiungere la costa. Sebbene provenienti da contesti diversi queste testimonianze sono di grande interesse e dimostrano, anche se non siamo assolutamente in grado di valutarne la frequenza, che gli animali potevano sostituire l’uomo in determinate circostanze: probabilmente più spesso di quanto le rare documentazioni, attualmente disponibili, facciano supporre.

Il trasporto di carichi pesanti fissati su slitte sembra essere stato la norma, ma non siamo in possesso di alcuna documentazione che ci informi sulle modalità di sollevamento di un blocco su un qualsivoglia veicolo. Sappiamo che l’uso della ruota è attestato già a partire dalla IV o V Dinastia in relazione con la realizzazione di una torre d’assedio (Immagine n. 2); tuttavia non v’è alcuna prova che sia stata impiegata per il trasporto di materiali da costruzione.

Immagine n. 2 Torre d’assedio rappresentata nella tomba di Kaemheset a Saqqara (V Dinastia), in cui alla base della scala è chiaramente visibile l’utilizzo di ruote(©James Edward Quibell, 1927. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

D’altra parte, il suolo egiziano, pietroso e sabbioso, si prestava davvero poco ad un suo utilizzo. Qualunque sia stato l’oggetto da spostare (colonna, cornice, sarcofago, ecc.) rimaneva saldamente fissato alle sue slitte, finché non raggiungeva la destinazione finale, anche durante il suo tragitto fluviale a bordo delle imbarcazioni.

Il traino avveniva generalmente grazie alla forza delle braccia, il cui numero dipendeva strettamente dalla massa del carico. Il problema matematico del papiro Anastasi I **, richiama un simile calcolo inteso a determinare il numero di operai necessari a trasportare un immenso obelisco. Sfortunatamente, il documento non ci mostra la soluzione, per cui ignoriamo il coefficiente di proporzionalità che veniva applicato in una situazione del genere. L’egittologo Simon Delvaux ha recentemente dimostrato che le rappresentazioni e i testi a noi noti suggeriscono che adottassero, generalmente, un rapporto di circa 350 Kg. per lavoratore. Ha potuto, inoltre, stabilire che il limo della valle del Nilo, una volta bagnato, diminuiva sensibilmente l’attrito tra le slitte e il suolo (Immagine n. 3). Ovviamente, non bisognava procedere su un terreno eccessivamente intriso, altrimenti si correvano grossi rischi di impantanamento.

Immagine n. 3 Slitta scoperta nel complesso di Sesostri III a Dashur (Museo del Cairo © Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Dal Medio Regno, il sito fortificato di Mirgissa (nell’odierno Sudan) disponeva di una simile via di scorrimento; essa permetteva ai natanti di evitare una traversata estremamente pericolosa della seconda cataratta. Lunga in origine 2 Km. e larga almeno 4 metri, questa pista, prima di essere inghiottita dalle acque del lago Nasser, aveva rivelato vestigia il cui studio ha permesso di confermare la tecnica di cui sopra. Era stata rinforzata con l’impiego di molteplici tronchi disposti trasversalmente, annegati nel limo e affioranti in superficie. I segni più o meno profondi che solcano il limo indurito lasciano supporre l’uso di pattini in legno il cui scartamento variava da 1,20 m. a 1,70 m. Si calcolò che queste vie di scorrimento potessero sopportare, in quelle condizioni, carichi di 9 tonnellate.

Alcune vie di trasporto sono state rilevate anche presso i cantieri delle piramidi di Sesostri II a el-Lahun (Immagini n. 4-5) e di Sesostri I e Amenemhat I a Lisht, tutte risalenti alla XII Dinastia, ma, in generale, le evidenze di quelle relative all’Antico Regno restano poco documentate a causa di una carenza di investigazioni accurate.

Immagine n. 4 Vestigia di una via di trasporto presso il complesso di Sesostri II a el-Lahun (©Flinders Petrie, 1923 Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)
Immagine n. 5 Ancora vestigia della via di trasporto presso il complesso di Sesostri II a el-Lahun (©Flinders Petrie, 1923 Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Se ne hanno testimonianze ad Abusir nelle vicinanze della Piramide Rossa di Dashur, presso la mastaba el-Faraoun a Saqqara e, in misura maggiore, all’inizio delle cave di Hatnub, Aswan, djebel el-Asr e soprattutto a Widan el-Faras (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 vestigia di una via di trasporto che collegava anticamente le cave di basalto di Widan el-Faras con il lago Qarun (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Altri percorsi sono più simili a rampe. Ne sono stati scoperti di recente nei pressi dell’angolo sud-occidentale della piramide di Cheope; una di queste è lunga e larga 4 metri. La sezione superstite si compone di due muri paralleli; lo spazio tra di essi era stato riempito con macerie. Una strada dello stesso tipo, ma più lunga, con muri di contenimento realizzati con calcinacci legati a malta e distanziati di 5,70 metri l’uno dall’altro, è stata scoperta a sud-est della piramide. Aveva origine a ovest della Sfinge ed era utilizzata per rifornire di materiali il campo delle mastabe orientali. Nei riempimenti intermedi furono scoperti due sigilli di Cheope. Resti di un’altra rampa si trovano ad ovest della piramide di Cheope a ridosso del muro megalitico che separa il suo complesso da quello di Chefren. Essa presenta l’interessante caratteristica di essere direttamente collegata a blocchi di grandi dimensioni, dimostrando che questo doveva essere il metodo con cui gli elementi della costruzione furono sollevati, indipendentemente dalla loro massa (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 Resti di una rampa di costruzione nella necropoli occidentale del complesso di Cheope a Giza. (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Ignoriamo completamente come potesse essere il rivestimento superficiale che veniva utilizzato per lo scivolamento. La ridotta larghezza di queste strutture deve aver costretto i progettisti a tenersi lontani dal limo, altrimenti la carreggiata sarebbe stata rapidamente resa impraticabile dal calpestio degli operai.

E’ più probabile che venissero installate delle rotaie in legno incorporate nella pavimentazione che, una volta bagnata, opponeva minore resistenza all’avanzamento delle slitte. Questi dispositivi sono attestati, per il regno di Cheope, a Wadi el-Jarf, dove alcune gallerie-deposito, erano dotate di un simile scivolo per assicurare il posizionamento dei blocchi di chiusura.

* Con il termine Fenekhu, già dall’Antico Regno si indicavano i carpentieri del boscoso Libano, anche se in seguito passò a designare in maniera meno precisa le varie regioni costiere dell’Asia. In epoca tolemaica il geroglifico “Fenekhu”corrisponde al greco Phoiniké (Fonte Edda Bresciani “ Lo Straniero” tratto da “L’uomo egiziano” a cura di S. Donadoni, Ed. Laterza.

** Il Papiro Anastasi I, è un testo letterario scritto da uno scriba di nome Hori e indirizzata a uno scriba di nome Amenemope. Un segmento del documento descrive diversi problemi matematici.

Fonti: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 223÷227

Edda Bresciani “Lo Straniero” da “L’uomo egiziano” a cura di S. Donadoni, Ed. Laterza pp.247-

Luce tra le ombre, Predinastico

L’UOVO DI ASSUAN

Di Ivo Prezioso

E’ un uovo che risale al periodo Naqada I.

E’ databile tra il 4.400 e il 4.000 a.C. circa ed è attualmente esposto al Museo Nubiano di Aswan. La particolare decorazione non poteva mancare di fornire un pretesto agli amanti della “fantarcheologia” per l’immancabile retrodatazione delle piramidi di Giza. Sulla superficie del guscio, secondo loro, sarebbe illustrata una precisa cartina geografica della Valle del Nilo: il fiume fiancheggiato dalle terre coltivate, l’oasi del Fayyum e il profilo dei tre monumenti (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 L’uovo di Assuan con le sue incisioni posto a confronto con la cartina dell’Egitto. In alto a sinistra sarebbero incise le tre piramidi di Giza, mentre la figura centrale illustrerebbe la Valle del Nilo con l’oasi del Fayyum (©Archeoworld).

Sicché, nel caso specifico, le Piramidi di Khufu, Kaefra Menkaure risalirebbero “solo” ad un paio di millenni prima, con buona pace di altri accaniti “ricercatori indipendenti o alternativi” che le vorrebbero risalenti a circa 12.500 anni fa o, nei casi più estremi, anche ben oltre. I tre triangoli che le indicherebbero, sono replicati nell’altro lato dell’uovo, affiancati da una linea serpeggiante anch’essa da interpretare come una rappresentazione del fiume Nilo. (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 L’altro lato della superficie del guscio che reca incisi i tre triangoli (le piramidi!) ed una linea serpeggiante (Il Nilo!). (©Archeoworld).

Vediamo, in realtà, di cosa si tratta.

Questo guscio d’uovo di struzzo è stato scoperto dall’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth (5 luglio1878-25 luglio1931) alla fine degli anni ’10 dello scorso secolo nella tomba di un bambino presso la necropoli di Darka, vicino ad Assuan, un sito oggi completamente sommerso dalle acque del lago Nasser. Si tratta di un oggetto che aveva un duplice scopo: uno funzionale, essendo utilizzato per contenere liquidi, come dimostra il foro il foro in cima, l’altro, prettamente rituale, in quanto simbolo di rinascita; un’ ulteriore conferma della fiducia che questi antichissimi abitatori della Valle del Nilo riponevano nell’idea di una vita oltremondana. La decorazione va, invece letta nell’ottica dei motivi artistici tipici della produzione predinastica. I due fiumi, in realtà, non sono altro che rispettivamente uno struzzo ed un serpente. Per quanto riguarda le presunte piramidi, si tratta della rappresentazione stilizzata, estremamente diffusa anche sui vasi e ceramiche coeve, di montagne o, in generale di alture, colline, dune, ecc. (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Vasellame dipinto. Naqada II (3600-3250 a.C. ) Su questo vaso si riconoscono i tre triangoli in tutto simili a quelli che decorano “l’uovo di Assuan”. Argilla dipinta: altezza cm. 18,9, diametro massimo cm. 20,7. Londra, The British Museum

E’ rimarchevole notare, come la triplice raffigurazione non stia affatto a identificare i celeberrimi monumenti faraonici, ma semplicemente ad indicare il plurale, una convenzione che sarà codificata definitivamente nella scrittura geroglifica.(In questa scrittura esistevano tre forme: singolare, duale e plurale. Quest’ultimo lo si indicava ripetendo tre volte l’elemento, oppure facendolo precedere, ovvero, seguire da tre trattini o puntini). In particolare, i tre triangoli connotavano semplicemente una zona montuosa. Essi, infatti diventeranno un segno determinativo per indicare queste aree, ma anche i paesi stranieri che, in quanto esterni alla Valle del Nilo, venivano considerati concettualmente connessi alla montagna o al deserto. I più antichi esempi coincidono con le più antiche vestigia ad oggi conosciute della scrittura egizia, rinvenute nella Tomba U-J Umm-el Qa’ab nei pressi di Abydos.

In questa sepoltura, probabilmente appartenuta al Re Scorpione I (Dinastia 0), furono recuperati vasi con tracce di inchiostro, impronte di sigillo e placchette d’osso e d’avorio, che recano simboli, che si suppone siano null’altro che una rappresentazione, ancorché in fase embrionale, della suddivisione amministrativa del territorio alla fine del periodo predinastico.

Fonte: Mattia Mancini, Blog Djed Medu

Luce tra le ombre

LE LAMPADE DI DENDERA

Di Ivo Prezioso

Visto che periodicamente, e immancabili come le cartelle esattoriali, vengono riproposte all’attenzione degli egittofili alcune strabilianti invenzioni di cui si sarebbero resi artefici gli antichi abitatori del Paese delle Due Terre (o chi per essi) e che di strabiliante null’altro hanno se non il fatto di essere state letteralmente “inventate”, voglio soffermarmi su una delle più gettonate di queste. Parlo delle famose “Lampade di Dendera”, sicuramente ai primi posti nella “Hit Parade” delle più illuminanti (è proprio il caso di dirlo) e clamorose bufale attribuite a questa incomparabile civiltà.

Innanzitutto, inquadriamo geograficamente il luogo. Ci troviamo a Dendera, una località ad una settantina di Km. a nord di Luxor e, in particolare, nel tempio della dea Hathor, un luogo di culto di età Tolemaica al di sotto del quale albergano 12 camere utilizzate, forse già durante il Nuovo Regno, come depositi per la conservazione di arredi sacri. Furono decorate sotto Tolomeo XII, nel I secolo a.C. con testi geroglifici e scene che comprendono anche le “famigerate” lampade. I sotterranei del tempio furono scoperti da Auguste Mariette nel lontano 1857 ed una quarantina d’anni dopo lo scienziato britannico Norman Lockyer ebbe la sfolgorante idea di annunciare al mondo che sulle pareti erano rappresentate delle enormi lampade ad incandescenza (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1: la parete della cripta su quale furono incise le presunte “lampade” (Ph. da Wikipedia.org)

La “scoperta” ebbe così successo che ci fu anche chi provò a riprodurne il modello (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Un modello che riproduce una delle “lampade di Dendera” (immagine reperita nel web)

Si poneva, certo, il problema di come si producesse la corrente. La risposta si trovava (manco a dirlo) nel rilievo della I.a Cripta sud, consacrata ad Hathor-Iside, che illustrerebbe dei generatori che convogliano l’elettricità in grandi accumulatori (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: La collana “menat” in cui si sono voluti ravvisare dei generatori di corrente. Cauville S., Le Temple de Dendera, p.57 (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente ciò che è rappresentato è tutt’altro: si tratta di una “menat” (“Signora della Menat” era uno degli appellativi di quella divinità)una collanaformata da un grande pettorale e da un contrappeso che ricadeva sulla schiena. Oltre che essere un monile poteva anche fungere da strumento musicale per il caratteristico suono che producevano le perline durante il movimento. Si tratta di un oggetto cultuale, sacro attributo della dea Hathor, quindi niente di più ovvio che fosse rappresentato in un ambiente a lei dedicato. Per finire, quelle che si vorrebbero essere le cabine di trasformazione dell’energia, null’altro sono che sistri, gli strumenti a percussione, anch’essi sacri a quella divinità e rappresentati anche sui capitelli delle colonne della facciata del tempio.

Proseguendo in direzione est si raggiunge la Cripta di “Hor Sematawy” (Horo che riunifica le Due Terre) dove si incontrano le strabilianti lampade o meglio ciò che tali ritengono essere i fan di questa idea. In realtà cosa siano ce lo raccontano gli stessi egizi e i loro miti cosmogonici descritti nei bassorilievi che, pur essendo di epoca tolemaica, ricalcano concezioni più antiche di millenni. Vediamo chiaramente un serpente che fuoriesce da un fiore di loto, il fiore che secondo il mito spuntò dalle acque primordiali del “Nun”. Ilserpente è “Hor Sematawy”, il sole bambino. Particolare di estrema importanza, la cripta è posizionata nell’angolo sudorientale nel pieno rispetto della topografia cosmica dei templi egizi. In buona sostanza, per gli “elettricisti” ci troviamo di fronte ad una lampada costituita da filamento, ampolla, cavo e base, mentre gli egizi, ignari ed incolpevoli del bailamme che si sarebbe scatenato duemila anni dopo, intendevano semplicemente perpetuare un mito a loro tanto caro in cui i protagonisti erano un serpente (il filamento), un bocciolo di fior di loto (l’ampolla), il lungo stelo di questo fiore (il cavo di alimentazione), mentre la base della lampada è il comunissimo pilastro Djed (simbolo di stabilità, nonché rappresentazione della colonna vertebrale di Osiride) che sostiene il fiore garantendo la creazione primigenia della vita e la sua perpetuazione ciclica giornaliera. Il serpente è inoltre uno degli emblemi della fertilità che veniva portato in processione nelle feste che si celebravano durante i primi giorni del raccolto. Possiamo vedere un riferimento a questi cerimoniali in un’altra rappresentazione con Horus che in questo caso è raffigurato sotto la più comune forma di falco (Immagine n. 4). 

Immagine n. 4: Horus-Sematawi, il grande dio che prende posto in Eliopoli, l’anima vivente nel loto e nella barca notturna, ferro, 4 palmi” (Cauville, Dendara V, 140,5) Viene così descritta una barca di ferro di 30 cm che trasporta l’immagine del dio, in forma di serpente rampante su fiore di loto. (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente tutto quanto è illustrato dalle rappresentazioni iconografiche è ancor meglio dettagliato dalle iscrizioni geroglifiche che le accompagnano e ci forniscono anche un inventario degli oggetti custoditi nella cripta.

Fonte: Mattia Mancini, pubblicato sul blog Djed Medu il 21/04/2016

Luce tra le ombre

L’ESTRAZIONE DEI BLOCCHI DI CALCARE NELL’ANTICO REGNO

UN ESPERIMENTO A WADI EL-JARF

Di Ivo Prezioso

INTRODUZIONE

Prima di lasciare definitivamente il sito di Wadi el-Jarf, desidero soffermarmi, ancora per qualche tempo, su un importante esperimento condotto da Franck Burgos ed Emmanuel Laroze* che ha permesso di chiarire aspetti molto importanti sui possibili metodi utilizzati dagli antichi egizi per cavare i blocchi rocciosi di cui necessitavano. Tornerà utile quando più avanti si entrerà nel dettaglio sull’organizzazione e le tecniche costruttive impiegate per la costruzione di quegli straordinari monumenti che seppero erigere: le piramidi.

Il sito, come già descritto in precedenza, fu utilizzato durante la IV Dinastia e per un periodo relativamente breve; le prime installazioni datano all’epoca del faraone Snefru, ma è durante il regno di suo figlio, Cheope, che conosce il suo pieno sfruttamento. Alla sua morte fu repentinamente abbandonato e dimenticato per migliaia di anni, non essendo stato mai più rioccupato. In questo modo le sue vestigia e le documentazioni rinvenute hanno restituito uno spaccato inequivocabile di un determinato periodo della storia egizia tanto breve quanto di fondamentale interesse. La scoperta di un eccezionale lotto di papiri, come abbiamo visto, ha rivelato che le sue installazioni erano strettamente legate al cantiere della Grande Piramide. Questi documenti, ci informano, tra l’altro, che le squadre che vi operavano erano impegnate per un certo periodo dell’anno all’approvvigionamento di materiale da costruzione per la piana di Giza. Il sito è caratterizzato da notevolissime installazioni, tra cui un molo a forma di “L” sul litorale di circa 200 x 200 metri ed un edificio intermedio di circa 2000 mq. Ma le vestigia più interessanti per lo studio relativo alle tecniche di taglio della pietra si trovano circa 3 km ad ovest, nelle vicinanze delle prime scarpate del massiccio calcareo, laddove sono presenti una trentina di gallerie-magazzino scavate nella roccia che fungevano da ricovero per le imbarcazioni e il materiale di spedizione (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Mappa delle installazioni del sito di Wadi el-Jarf. Sono segnalati il porto, l’edificio intermedio, il campo e le gallerie, immediatamente a ridosso delle cave di calcare (©Laisnay, CNRS)

Furono sigillate per mezzo di un sistema di chiusura estremamente robusto costituito da enormi blocchi di pietra e, solo intorno alla sporgenza rocciosa del settore 1, che conta 17 gallerie, sono stati inventariati 135 blocchi di chiusura: hanno dimensioni variabili, con un volume medio di 3 mc. ed un peso di 5,8 tonnellate**. Sebbene alcuni di essi furono spostati o modificati per consentire il recupero di materiali dalle gallerie, per la maggior parte giacciono ancora nella loro posizione originale (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Il sistema di chiusura costituito da grossi blocchi posti all’ingresso delle gallerie G5 e G6 (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze)

Per lo più erano stati cavati in maniera grezza, il che è perfettamente coerente dal momento che lo scopo per cui erano destinati non richiedeva alcuna particolare rifinitura. Sulle loro superfici sono ancora presenti le tracce degli attrezzi utilizzati, fratture ed anche i segni caratteristici del procedimento di estrazione avvenuto presso una cava che è stata scoperta nel 2017 (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Veduta aerea della cava al termine delle operazioni di sgombro. A) blocco abbandonato in corso di estrazione. B) impronta lasciata da un blocco dopo essere stato estratto. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze)

Lo studio dei segni di lavorazione, ma anche quello di un blocco ancora da ultimare e lasciato sul posto prima di essere cavato, ha fornito interessanti informazioni sui procedimenti utilizzati e l’organizzazione delle squadre. Inoltre, sono stati rinvenuti numerosi utensili da lavoro, come mazzuoli, grimaldelli di pietra, scalpelli di rame, corde ecc. (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Alcuni degli attrezzi utilizzati dai cavatori di Wadi el-Jarf: mazzuolo in legno, grimaldello di pietra, corda e scalpello in rame (in questo esemplare la punta è spezzata). (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze)

<< Il confronto con le tracce che hanno lasciato sulla pietra permette di affinare le nostre interpretazioni>> scrivono gli autori. << La ricchezza d’informazioni restituita dal sito e la loro autenticità – ricordiamo che non c’è alcuna ambiguità in merito alla datazione delle evidenze o dei materiali ritrovati in quanto la località non è mai stata rioccupata – offrono condizioni eccezionali per lo studio delle tecniche di costruzione di quel periodo. In questo contesto, ci è sembrato interessante comparare le nostre osservazioni e le nostre interpretazioni ricreando situazioni concrete. Per questo lavoro sperimentale, si trattava di riprodurre i gesti e le posture dei cavatori dell’epoca, ma anche di evidenziare le difficoltà che potevano incontrare nel corso delle operazioni. Utilizzando attrezzi in rame del tutto comparabili a quelli ritrovati in situ, abbiamo potuto valutarne la resistenza e l’efficacia sul calcare locale. Infine abbiamo cercato di valutare i tempi ed il personale necessario per svolgere le varie mansioni>>.

*Franck Burgos (tagliatore di pietre del CNRS) e Emmanuel Laroze (Architetto del CNRS), sono collegati al Laboratorio “Orient et Méditeranée”.

** Il peso è però molto variabile, essendo compreso tra 2 e 15 tonnellate circa.

LE TECNICHE DI ESTRAZIONE DURANTE L’ANTICO REGNO

Le nostre conoscenze sulle tecniche estrattive dei blocchi di calcare relative all’Antico Regno sono piuttosto limitate e si fondano essenzialmente su evidenze legate alla piana di Giza, dove sono tuttora visibili numerosi giacimenti. Qui, sul lato nord-orientale della piramide di Chefren (Immagini n. 1-2), ma anche in prossimità dell’angolo nord-occidentale della piramide di Micerino, sono evidenti resti di estrazione che formano una specie di scacchiera e ci forniscono un’ idea del metodo utilizzato, all’epoca, dai cavatori.

Immagine n. 1 Cave situate a Nord della Piramide di Chefren (©Franck Monnier, L’Univers Fascinant des Piramide d’Égypte, pp. 216-217)
Immagine n. 2 Particolare delle impronte di estrazione dei blocchi di calcare presso l’angolo nord-ovest della piramide di Chefren (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.76)

L’estrazione avveniva in due fasi: prima si liberavano le facce verticali, poi si procedeva al distacco della superficie inferiore orizzontale. Il calcare, essendo una roccia sedimentaria, presenta una stratificazione caratterizzata da una coesione più forte in un verso rispetto all’altro. Le due operazioni si basavano dunque su due tecniche differenti: il taglio in senso verticale e il distacco per distensione dal piano parallelo al giacimento di pietra.

Il cavatore attaccava la roccia per mezzo di uno scalpello di rame, un mazzuolo in legno e, molto probabilmente con utensili litici. Si effettuava lo scavo di una trincea dall’alto in basso tenendo l’attrezzo perpendicolare ai letti sedimentari della roccia. L’utensile era tenuto a livello dei suoi piedi per cui lavorava solitamente in posizione accovacciata e le trincee verticali dovevano essere sufficientemente larghe in modo da consentirgli di poter operare man mano che lo scavo procedeva verso il basso. Le disponibilità tecnologiche nell’Antico Regno, sembrano non comprendere attrezzi metallici di grosse dimensioni. Lo scalpello era un piccolo e semplice strumento di rame lungo una ventina di centimetri, per cui il cavatore doveva lavorare nella trincea accompagnandolo con la mano. E’ interessante notare, in proposito, come l’ottimizzazione della produttività estrattiva, nel corso del tempo, sia legata all’evoluzione degli utensili e al miglioramento della loro resistenza: l’uso di strumenti più performanti come picconi, pali da cavatore o anche scalpelli molto lunghi ha consentito di ridurre la larghezza dei tagli di scavo sino a pochi centimetri (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Evoluzione della tecnologia nell’estrazione dei blocchi di pietra dall’Antico Regno ai nostri giorni: lo sviluppo di attrezzi sempre più lunghi e resistenti ha permesso di ottimizzare lo scavo delle trincee che sono divenute progressivamente sempre più strette. A sinistra: con scalpello e mazzuolo durante l’Antico Regno. Al centro: con piccone da cava durante l’ epoca Romana. A destra: con palo d’acciaio in epoca moderna. E’ evidente la riduzione dello spessore dei taglio, con conseguente minore dispersione di materiale.

(Ai nostri giorni questo spazio si riduce a qualche millimetro, la larghezza necessaria al passaggio di dischi da taglio o fili elicoidali). Durante l’Antico Regno, la necessità di operare all’interno di una trincea di scavo implicava che questa avesse una larghezza di almeno una cinquantina di centimetri, il minimo indispensabile affinché un operaio potesse contare su un sufficiente spazio di manovra. Per questo motivo e per ridurre gli sprechi, bisognava inevitabilmente procedere all’estrazione di blocchi molto voluminosi. Si intuisce facilmente, infatti, che cavare blocchi piccoli e maneggevoli avrebbe comportato un enorme perdita di materiale da costruzione *. L’ottimizzazione era, inoltre, fortemente legata al problema del trasporto, la cui difficoltà aumentava proporzionalmente al peso del carico.

La tecnica impiegata per la separazione del blocco dal banco di roccia sul piano orizzontale è, invece molto meno nota. In ogni caso doveva rappresentare la parte più delicata di tutto il procedimento di estrazione, tenendo soprattutto conto della mancanza di attrezzi in acciaio. Più tardi i cunei di separazione (cunei di legno che opportunamente bagnati si espandevano provocando il distacco del blocco) avrebbero mostrato la loro enorme efficacia per questo tipo di operazione, ma la mancanza di tracce dell’uso di questi utensili nei giacimenti sfruttati nell’Antico Regno, induce ragionevolmente a concludere che all’epoca non fossero ancora utilizzati. La sola ipotesi tecnica che sia stata avanzata è quella illustrata da Reisner che consisteva nel posizionare un grosso pezzo di legno alla base di una delle facce del blocco e poi di bagnarlo abbondantemente.** La spinta laterale generata dal legno rigonfiato per l’azione dell’acqua, faceva sì che il blocco di pietra si distaccasse dal suo basamento roccioso. In ogni caso, molti ricercatori concordano sul fatto che i cavatori dell’Antico Regno, per questa delicata operazione, sfruttarono al meglio delle loro conoscenze le proprietà geologiche del calcare. Trattandosi di una roccia sedimentaria, esso è composto da una successione di strati più o meno compatti e solidali l’uno rispetto all’altro. Gli strati argillosi, piuttosto teneri, che si alternano ai banchi sedimentari più duri erano quelli che i cavatori con tutta probabilità ricercavano attraverso lo scavo verticale: una volta raggiunti si aveva la certezza che il blocco fosse adagiato sulla superficie di minore aderenza con la roccia e di conseguenza, poteva essere estratto con facilità. A Wadi el-Jarf molti blocchi presentano su una delle superfici questo strato di marna, segno evidente che sono stati asportati in questo modo (Immagine n. 4)***.

Immagine n. 4 Wadi el Jarf, blocco di chiusura davanti all’ingresso di una galleria. I cavatori hanno sfruttato in tutta evidenza lo strato marnoso (chiaramente visibile nella parte sinistra, di colore più intenso) per staccarlo agevolmente dal suo substrato roccioso. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.78)

*Due esempi, calcolati su un singolo blocco, permettono di valutare questa differenza di rendimento: con delle trincee di scavo larghe 0,5 m. e alte 1 m. era necessario scavare 3 mc. di roccia per ottenere un blocco di 1 m. di lato, mentre bisognava sbancare 5 mc. di pietra per estrarre un blocco di 2 m. di lato.

** Reisner (1931); Goyon et al.(2004); Arnold (1991).

*** Georges Goyon sostiene che a Giza l’irregolarità delle assise della Grande Piramide sarebbero legate proprio allo sfruttamento dei banchi di cava. Goyon (1978)

Fonte: F. Burgos & E. Laroze, “L’extraction des blocs en calcaire à l’Ancient Empire. Une experimentation au ouadi el-Jarf, JAEA n. 4 (The Journal of Ancient Egyptian Architecture), 2020 pp. 73-95

LA CAVA DI WADI EL-JARF

Risale al 2017 la scoperta della cava dalla quale furono prelevati i blocchi per la chiusura delle gallerie del sito. Si trova a circa 400 metri dalla principale concentrazione di antichi magazzini e la sua posizione dominante, rispetto al complesso, ne ha sicuramente agevolato il trasporto. La zona di estrazione appare come una sorta di depressione delimitata da due fronti di cava posti sui versanti ovest e nord. Inoltre, sono presenti tre diaclasi* parallele al fronte nord. Questa circostanza, in tutta evidenza, giocò un ruolo fondamentale nella scelta di questo luogo in quanto simili particolarità geologiche facilitavano enormemente l’estrazione. Infatti, è proprio lungo una di queste diaclasi, situata nella parte settentrionale, che se ne osservano le tracce più interessanti. In particolare si è potuto stabilire che erano necessarie soltanto due trincee verticali, perpendicolari l’una rispetto all’altra, per estrarre un blocco (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Impronta di estrazione di un grosso blocco nella cava di Wadi el-Jarf (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.80).

Dall’insieme delle evidenze è stato possibile ricostruire il metodo utilizzato dai cavatori: una volta isolato il blocco, si scavava nella parte sottostante per staccarlo completamente dal banco roccioso.

Non lontano, si trova un blocco che fu abbandonato in corso d’estrazione (Immagine n. 2). 

Immagine n. 2 Wadi el-Jarf, blocco abbandonato in corso d’estrazione. Le due trincee verticali sono ancora ben conservate. Nella parte inferiore di queste, si notano delle sorte di box di circa 0,50 x 0,50 m. e distribuite a diverse altezze: corrispondono a delle postazioni di lavoro (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.80).

Nonostante sia stato parzialmente eroso dal vento e dalla sabbia, si distinguono ancora perfettamente le due trincee. Sul fondo sono presenti delle piccole piattaforme di circa 50 x 50 cm. distribuite su diverse altezze. Ciascuna di queste non era altro che una postazione di lavoro ed è apparso subito chiaro che, grazie a questo espediente, più operai potessero lavorare simultaneamente**. In questa zona di estrazione sono stati ritrovati diversi attrezzi litici, spesso simili a grossi ciottoli. Su alcuni era presente del verderame segno evidente che erano stati a contatto con il rame. Fungevano da incudini e percussori per ribattere e rendere tagliente la punta degli scalpelli. Questo procedimento, che doveva essere ripetuto frequentemente, permetteva di affilare la parte attiva dell’attrezzo. Pietre più grandi furono, probabilmente, usate come cunei per sostenere temporaneamente i blocchi in verticale o come punti d’appoggio per le leve, o, anche, per garantire la sicurezza nelle trincee orizzontali quando si operava in situazioni difficili.

Sono stati ritrovati anche frammenti di legno, tra cui i resti di un mazzuolo usato.

Grandi quantità di cocci di ceramica sparsi al suolo sono indicativi della fondamentale necessità di stoccaggio: si pensi solo al fabbisogno di acqua dei lavoratori impegnati in una attività simile.

<<Questo sito è stato esplorato solo parzialmente durante una stagione, ma ci ha sorpreso non trovare molti dei tagli che normalmente caratterizzano le aree di lavorazione della pietra. In compenso, abbiamo trovato una grande quantità di substrato sabbioso. Più tardi, grazie alla sperimentazione, abbiamo compreso che si trattava dei residui dell’estrazione. L’osservazione delle tracce lasciate sulla pietra a Wadi el-Jarf e gli strumenti rinvenuti in situ ci permettono di ricostruire la “cassetta degli attrezzi” del cavatore che era, tutto sommato, piuttosto rudimentale>>.

– Mazzuoli in legno d’acacia.*** Questa essenza legnosa ha la caratteristica di essere particolarmente dura e resistente. Questo materiale è sempre stato molto abbondante in Egitto e i tagliatori di pietre ne facevano un grande uso. La copiosa quantità di frammenti ritrovati sul sito indica che questi mazzuoli erano sottoposti ad un uso massiccio, per cui, a causa dell’usura era necessario rimpiazzarli frequentemente (Immagine n. 3).

– Attrezzi litici Ciottoli di pietra dura venivano utilizzati come martelli o incudini (Immagine n. 4).

Immagine n. 3 Mazzuolo in legno d’acacia (© G. Pollin, IFAO).
Immagine n. 4 Ciottolo in pietra dura(© G. Pollin, IFAO).

– Cordame Rinvenute in grande quantità nel sito, le corde servivano sia al traino dei blocchi, sia a tenere unite tra loro delle parti (Immagine n.5).

Immagine n. 5 Corda a tre capi (© G. Pollin, IFAO).

Quelle utilizzate dai cavatori erano per lo più formate da tre capi intrecciati e misuravano almeno 3 cm. di diametro, come indicano i numerosi segni lasciati sugli spigoli dei blocchi (Immagine n.6).

Immagine n. 6 Impronta sullo spigolo di un blocco e confronto con una corda rinvenuta nel sito (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.83).

Lo studio di Clair Newton ha dimostrato che erano realizzate con fibre di steli di papiro (Cyperus papyrus), o anche di Desmostachya bipinnata e/o Imperata cylindrica).

– Scalpelli in rame Erano attrezzi preziosi e durevoli. La durezza e l’affilatura della loro parte attiva erano mantenute da battiture a freddo con una pietra e un’incudine. Nel sito sono state rinvenute solo alcune punte deteriorate (immagine n. 7).

Immagine n. 7 Scalpello in rame con la punta spezzata (© G. Pollin, IFAO).

– Leve e cunei di legno. Benché a Wadi el-Jarf non siano stati ritrovati esemplari di questi attrezzi, tuttavia erano indispensabili per maneggiare, sistemare o rimuovere i blocchi. Le mortase realizzate su alcuni blocchi per fornire un punto di attacco, dimostrano che le leve avevano sezioni da 10 a 15 cmq.

<<Le nostre osservazioni ci hanno portato a riprodurre una tecnica estrattiva convincente che sembra, a grandi linee, esser conforme alle interpretazioni fatte per altri siti. Restava da supportare lo stato della conoscenza con la messa in pratica per poter tentare di fornire informazioni quantitative (tempi, effettivi, usura degli attrezzi, etc.) ma anche di ordine pratico (postura degli operai, disagio, comprensione dell’ambiente di lavoro, etc.)>>.

* In geologia, si definisce diaclasi una frattura prodottasi in una massa rocciosa, senza che questa comporti uno spostamento delle due parti in cui si divide

** L’organizzazione e le dimensioni di questi spazi di lavoro sono perfettamente comparabili a quelli visibili sul fondo delle trincee di estrazione degli obelischi ad Assuan.

*** Claire Newton ha potuto identificare che si tratta per lo più d’Acacia, probabilmente di una o più specie diverse, disponibili localmente (rapporto di studio archeobotanico di fine missione, 2019, p.15).

LA SPERIMENTAZIONE

L’esperimento è stato condotto durante le campagne del 2018 e 2019 e si è concretizzato nell’estrazione di due blocchi di circa 1 mc. ciascuno. E’ stata scelta una zona ad una cinquantina di metri dall’antica cava sia per la facilità d’accesso, sia per la vicinanza che consentiva una rapida comparazione delle antiche tracce di taglio. L’affioramento roccioso è, geologicamente, del tutto confrontabile a quello sfruttato dagli antichi cavatori: pietra relativamente tenera, ubicazione vantaggiosa sia per il lavoro di scavo che per il successivo trasporto dei blocchi. Sono stati utilizzati quattro scalpelli, realizzati in Francia a partire da segmenti di barre di rame pieno della lunghezza di 22 cm. ed un diametro di 25 mm. (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Mazzuolo in faggio e scalpelli in rame utilizzati durante la prima campagna. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.83).

Il rame è un metallo malleabile che tende ad indurire quando lo si forgia. Questo cambiamento di proprietà, conseguenza della deformazione plastica, viene detto incrudimento. Per ottenere le migliori caratteristiche sono stati testati diversi metodi. Per brevità tralascio la descrizione completa delle tecniche sperimentate: accenno al fatto che si è provato con la forgiatura a caldo, con quella a freddo e con una, diciamo così, mista. Le prime due hanno dato risultati deludenti alla prova pratica con attrezzi che all’attacco della pietra si sono rovinati rapidamente. La terza ha dato, invece, esiti molto favorevoli: lo scalpello percosso ripetutamente dal mazzuolo ha ben aggredito la pietra senza deteriorarsi. Sebbene di misura leggermente superiore (la larghezza della parte attiva essendo di circa 1,6 cm., mentre le tracce lasciate sui blocchi dagli antichi attrezzi vanno da 1 ad 1,3 cm.) la forma è identica. Il metallo utilizzato, per contro, non è lo stesso che si produceva nell’antichità. Ma non vi è alcun dubbio che i fabbri egizi avevano acquisito una grande padronanza nella produzione dei loro utensili. Erano in grado di rendere il metallo sufficientemente duro (grazie alla forgiatura, ma anche variandone la composizione aggiungendo, ad esempio, dell’arsenico) per poter tagliare pietre da ténere a moderatamente dure. Ovviamente questi attrezzi non potevano essere utilizzati su pietre dure come calcite, marmo, quarzite, schisto o granito.

I mazzuoli, aventi un diametro di circa 22 cm., sono stati torniti in Egitto in un legno verde che resiste molto bene all’impatto. Sono state fatte prove con mazzuoli più piccoli ed in legno più secco, dunque anche più leggeri, ma si sono rivelati molto meno resistenti.

La sperimentazione di questo cantiere è stata condotta da 5 persone che si sono alternate in due compiti. Il taglio propriamente detto impegnava 4 di loro, mentre la quinta si occupava dello smaltimento dei materiali di scarto e dell’apporto di acqua. Tra le persone ingaggiate, il solo Franck Burgos è un professionista del taglio della pietra.

La prima tappa è stata disegnare la sagoma del blocco frontalmente e sulla cima dell’affioramento roccioso. Dopo di che sono state impiantate tre trincee verticali a forma di U (Immagine n. 2). 

Immagine n. 2 Primi colpi di scalpello nella zona di estrazione scelta per la sperimentazione moderna: Preparazione del fronte di taglio e del letto superiore. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.84).

I quattro tagliatori si sono distribuiti su postazioni simili a quelle osservate nelle antiche cave: tre posizionati alla sommità ciascuna trincea mentre l’altro stava in piedi di fronte alla linea di taglio. Una simile organizzazione, che riproduceva quella adottata dagli antichi egizi, permetteva di ripartire equamente il lavoro del gruppo e soprattutto di operare simultaneamente. Sia in posizione stante che accovacciato, ogni operaio poteva contare su uno spazio corrispondente ad una superficie di 50 cm. di larghezza e altrettanti di profondità. Si sono formati naturalmente dei livelli di scavo in tutto e per tutto comparabili a quelli osservati intorno al blocco incompiuto della cava antica.

Sin dai primi colpi di mazzuolo, lo scalpello in rame si è dimostrato resistente ed efficace nell’aggredire la roccia. La parte attiva dell’attrezzo è stata mantenuta efficiente ribattendola regolarmente su un’incudine. Il taglio del calcare si è rivelato, invece, piuttosto laborioso a causa della inaspettata durezza della pietra; nello specifico è stato particolarmente difficoltoso nei primi centimetri ricoperti da carbonato di calcio.* Una volta superato questo strato, la roccia si è rivelata più tenera, ma il taglio progrediva comunque troppo lentamente, soprattutto nell’ottica dei tempi necessari a produrre i 2,3 milioni di blocchi stimati necessari per costruire la Grande Piramide. Inoltre, l’usura dei mazzuoli in legno era estremamente rapida e dovevano essere sostituiti frequentemente. Così, dopo 3 giorni di frustrante lavoro, i progressi erano davvero scoraggianti: erano stati scavati solo una ventina di centimetri, vale a dire che si asportavano 0,0033 mc. di roccia all’ora. Facendo qualche elementare calcolo, sarebbero occorse 606 ore per cavare un blocco. Il metodo quindi non era assolutamente efficace.

Franck Burgos ebbe, allora l’idea di bagnare la pietra. Si era accorto che la roccia del sito era particolarmente ricca di sale. In effetti, all’ingresso di alcune delle antiche gallerie si possono osservare numerose infiorescenze saline. Era evidente che, per un processo di litificazione, la pietra era diventata molto più compatta. Per di più la scarsa presenza di piogge aveva contribuito a mantenere molto alta la concentrazione di sale nella roccia. Si è pensato allora di scavare una depressione a fondo orizzontale di circa 50×50 cm. e di versarvi circa due litri d’acqua. Inaspettatamente essa è stata assorbita in meno di tre minuti e la pietra ha cambiato repentinamente d’aspetto e consistenza (Immagine n. 3) assumendo una colorazione più scura e diventando più tenera per una profondità di quasi 7 cm.

Immagine n. 3 Acqua versata nel fondo della trincea. Dopo l’assorbimento, e la dissoluzione dei sali, la roccia diviene più tenera. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.86).

L’azione degli scalpelli è divenuta subito più efficace staccando frammenti molto più grossi (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Il taglio della roccia dopo che è stata inumidita. L’impatto dell’attrezzo diventa molto più efficace, portando via frammenti molto più consistenti. Il residuo è del tutto simile a quello di una sabbia grossolana (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.86).

Il residuo che si accumulava aveva un aspetto marnoso (Immagine n. 5) e finché era umido era possibile compattarlo per pressione.

Immagine n. 5 Questo è l’aspetto dei residui generati dall’uso degli scalpelli sulla pietra umida. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.86).

Una volta disseccato si disgregava completamente. 

<< In pratica, abbiamo capito che l’acqua scioglieva i sali, ma agiva anche sulle argille contenute nella roccia. E’ interessante notare che una roccia che era stata inzuppata non recuperava le sue proprietà dopo essersi asciugata: continuava a rimanere più tenera>>**. 

Umidificando la roccia si è avuto un importante guadagno di produttività: la capacità di asportazione ha raggiunto 0,021 mc/h, ossia sei volte più rapida rispetto al primo approccio. Inoltre gli attrezzi, mazzuoli e scalpelli, essendo meno sollecitati si usuravano molto più lentamente ed i cavatori erano sottoposti a condizioni di lavoro meno faticose. Ovviamente, era necessario un continuo approvvigionamento di acqua nella cava***. La progressione nelle trincee ha seguito questo metodo fino alla base del blocco (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 La sequenza di immagini illustra la progressione del ciclo di estrazione, durante la prima campagna di sperimentazione. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.87).

* Vista la durezza del minerale, non è improbabile che questi primi centimetri furono attaccati utilizzando anche attrezzi litici.

** L’assorbimento d’acqua attraverso il calcare locale è sorprendente nella sua rapidità. E’ senza dubbio questa la strana proprietà della pietra che Alessandro Barsanti (Alessandria d’Egitto, 1858-1917), lo scopritore della tomba di Akhenaton, osservò durante lo scavo della grande fossa di Zawiyet el-Aryan nel marzo del 1905, anche se non seppe darne la giusta interpretazione: ”Una vera e propria bomba d’acqua cadde sulla montagna di Zawiyet el-Aryan e il pozzo fu inondato fino ad un’altezza di 3 metri; verso mezzanotte il livello si abbassò bruscamente di circa un metro. Non posso spiegare questo fenomeno se non supponendo che sia stata inghiottita in qualche galleria sotterranea abbastanza ampia da contenere 380 metri cubi d’acqua!” (Barsanti, 1906)

*** Nel sito c’erano due possibilità di approvvigionamento d’acqua: la sorgente, oggi inglobata nel monastero di San Paolo, a circa 10 Km. verso ovest, oppure il mare a 3 Km. in direzione est. “Non abbiamo sperimentato l’acqua di mare, ma non è escluso che potesse funzionare”. Per il trasporto si potevano utilizzare gli asini, che potevano agevolmente sopportare un carico di circa 100 Kg.

A circa metà dell’opera, l’equipe si è imbattuta in uno strato più duro, dello spessore di qualche centimetro, costringendola a modificare la tecnica di scavo. In quel punto la pietra, più compatta, presentava una porosità decisamente minore; di conseguenza l’efficacia dell’acqua è diventata pressoché nulla e gli scalpelli di rame perduto la loro funzionalità. Ci si è avvalsi allora di strumenti litici, vale a dire dei semplici ciottoli di calcare duro, che si sono dimostrati molto efficaci.

Per tutta la durata dell’operazione è stato necessario tenere sotto controllo la verticalità delle pareti del blocco, in quanto una correzione successiva avrebbe comportato un grosso dispendio di tempo. Per rimediare a posteriori, si sarebbe dovuto bagnare la parete del blocco e l’acqua scorrendo via rapidamente non avrebbe impregnato la roccia in maniera efficace.

Essendo la postura dei cavatori (rannicchiati nella trincea ed impossibilitati a variare la posizione) estremamente scomoda e gravosa per le articolazioni, si sono stabiliti dei ritmi di lavoro che permettessero un adeguato recupero. Adottando questi ritmi si è potuto completare lo scavo delle tre trincee verticali in 6 giornate lavorative da sei ore ciascuna, impiegando 5 persone: quattro al taglio e la quinta a fare da aiuto (smaltimento dei residui, approvvigionamento d’acqua, ecc.). E’ bene tenere presente che il risultato ottenuto comprende anche i tempi morti richiesti dai ragionamenti sulle strategie da adottare e dai tentativi effettuati nella ricerca della tecnica più efficace. Di conseguenza al netto di questi ritardi, la base del blocco sarebbe stata raggiunta in teoria in 4 giorni, sbancando 2 mc. di roccia. E’ ragionevole supporre che il rendimento degli antichi cavatori, già padroni delle tecniche ed adusi a questo lavoro, fosse di almeno un 20%-30% superiore. Inoltre, questo esperimento è stato condotto su un banco calcareo locale abbastanza duro, il che porta, ovviamente, a concludere che i risultati variassero sensibilmente in funzione della compattezza della pietra.

IL DISTACCO DEL BLOCCO PER FRATTURAZIONE

Una volta liberato il blocco sui 4 lati, si è presentato il problema di come staccare la faccia inferiore ancora solidale al banco roccioso. A Wadi el-Jarf non si sono trovate tracce di applicazione della tecnica con il legno bagnato descritta da Reisner, né indicazioni dell’utilizzo di cunei. Si è valutato che l’uso di legno gonfiato attraverso l’acqua fosse poco attuabile per semplici ragioni logistiche e, pertanto, si è concluso che gli antichi dovettero impiegare soluzioni più semplici. Il procedimento sicuramente più pratico e conveniente doveva essere quello di sfruttare le proprietà geologiche del banco come, ad esempio, raggiungere lo strato argilloso. In questo caso, la sola difficoltà era quella di scegliere con discernimento ed in anticipo il giacimento. Quando ciò era possibile è indubbio che gli antichi egizi privilegiassero questo metodo che era di gran lunga il meno laborioso. Altrimenti, bisognava procedere in modo diverso scavando una trincea nella parte sottostante, come dimostra il blocco di cui abbiamo scoperto l’impronta nella cava e il cui distacco non poté beneficiare di questa agevolazione. 

<<Infatti, avevamo notato che una metà di questa faccia aveva segni di utensili mentre l’altra parte era stata fratturata. È questo metodo, sicuramente più impegnativo, che abbiamo scelto di sperimentare>>.

E’ stato necessario, prima di tutto, realizzare una trincea orizzontale alla base del blocco (Immagine n. 1); dopodiché si è provveduto ad eseguire un taglio, profondo una quarantina di centimetri alla base della faccia anteriore. Sugli altri lati, essendo lo spazio delle trincee molto angusto, si è potuto avanzare solo per circa 10 cm.

Immagine n. 1: Scavo dello spazio alla base del blocco prima di effettuare il distacco per fratturazione (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.89).
Immagine n. 2 Posizione del cavatore all’interno della trincea (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.88).

<<Con il blocco così preparato, abbiamo tentato, in un primo momento, di separarlo per fatturazione con l’aiuto di leve. Contro la faccia posteriore sono stati collocati due pezzi di legno lunghi 3 metri e con una sezione di 10 cmq. Le due leve erano disposte in modo da poggiare su cunei che erano a loro volta appoggiati al bordo della trincea e le loro estremità toccavano il blocco. Due uomini per ogni leva esercitavano la forza nel tentativo di distaccarlo. Sfortunatamente, essendo lo spazio tra il blocco ed il basamento troppo largo, era difficile trovare un punto di appoggio efficace, per cui il tentativo è fallito. Abbiamo ripetuto l’esperimento dopo aver approfondito lo scavo sotto il blocco, ma anche in questa situazione non ci sono stati progressi. Era evidente che le forze esercitate dalle leve non erano sufficienti nonostante fossero sollecitate al limite della loro resistenza ed anche la modalità a scatti con cui venivano azionate si dimostrava inefficace. Abbiamo così pensato di mettere in forza un pezzo di legno di 10 x 10 cm nella trincea posteriore. Il puntone, leggermente più lungo della trincea stessa, è stato collocato nella metà superiore. Una delle sue estremità era posta in alto contro il blocco mentre l’altra era appoggiata al muro opposto. L’operazione seguente è stata quella di mettere sotto pressione il pezzo di legno colpendolo sulla parte superiore con un palo (Immagini n. 3-4). Quest’ultimo, similmente ad un martello, veniva azionato verticalmente da un uomo, le cui gambe erano appoggiate rispettivamente sul blocco e sul bordo della trincea. Dopo cinque minuti di lavoro, il blocco ha ceduto palesando una fessura orizzontale alla base del blocco>>.

Immagine n. 3 Compressione di un puntone di legno sul retro del blocco per provocarne la frattura, cioè il distacco dal suo banco (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.90).
Immagine n. 4 Schematizzazione del metodo utilizzato per la compressione dei puntoni di legno così come è stato sperimentato a Wadi el-Jarf. L’asse di legno, leggermente più lungo della larghezza della trincea è stato forzato a scendere contro la faccia del blocco per mezzo di colpi ripetuti. Il principio è quello di esercitare pressioni parallele al verso della sedimentazione rocciosa. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.91).

La sperimentazione di questa tecnica ha dimostrato di essere estremamente efficace e facile da mettere in pratica. Essa ha lo scopo di generare grandi pressioni in modo continuo. Si può immaginare che, secondo questo stesso principio, potessero essere inseriti sul fondo della trincea ancora più puntoni per aumentare la spinta. La compressione si sarebbe potuta ottenere martellando con attrezzi litici, alternando i colpi da uno spuntone all’altro. Inoltre, inserendo dei grossi pezzi di legno tra i montanti ed il blocco, le forze su di esso esercitate si sarebbero distribuite in maniera ancora più uniforme. E’ anche possibile che la grande pressione esercitata da questo sistema nel verso della sedimentazione potesse essere sufficiente a staccare il blocco, senza la necessità di ricorrere ad uno scavo così profondo della trincea orizzontale, come quello effettuato nel corso dell’esperimento.

CONCLUSIONI

L’esperimento condotto a Wadi el-jarf, col semplice utilizzo di scalpelli in rame, mazzuoli in legno e acqua per ammorbidire la pietra, ha dimostrato che con una simile tecnica si è ottenuto un rendimento di 0,021 mc/h di blocchi estratti.Il lavoro di isolamento del blocco, al netto dei ritardi dovuti allo studio sul modo di intervenire e ai tentativi falliti, è stato completato in 4 giornate di 6 ore ciascuna e portato avanti da 4 persone (non contando, l’aiuto del quinto collaboratore preposto allo smaltimento degli scarti). Il taglio della trincea orizzontale e il distacco dal basamento calcareo hanno richiesto una giornata supplementare. In definitiva, la stima che ne consegue è che un singolo individuo può estrarre un blocco ogni 20 giorni, ossia 0,05 blocchi al giorno. Si tratta, ovviamente di un calcolo condizionato dal particolare contesto della località dove i blocchi furono estratti in funzione della necessità e soprattutto della vicinanza del giacimento**. Inoltre, l’estrazione sperimentata da Burgos e Laroze presenta la particolarità, trattandosi di un solo blocco, di aver richiesto lo scavo di tre trincee. In condizioni di produzione intensiva e razionale, come ad esempio nel caso della piramide di Chefren, bastavano solo due tagli verticali e perpendicolari tra di loro. Ogni trincea, ovviamente liberava la facciata di un blocco e di quello adiacente. In questo caso, la quantità di roccia sbancata scendeva a 1,25 mc, rispetto ai 2 mc. sperimentati a Wadi el-jarf, con un rendimento pari a 0,071 blocchi al giorno per operaio. In caso di estrazione di blocchi di dimensioni maggiori, la prestazione era ancora migliore.

La schematizzazione in 4 fasi dell’estrazione di un blocco a Wadi el-Jarf, operata da una squadra di 4 persone:
1) preparazione del fronte di lavoro e allestimento delle tre trincee verticali;
2) scavo delle trincee;
3) perfezionamento dello scavo delle trincee verticali e scavo alla base del blocco;
4) messa in tensione del blocco, con l’aiuto puntoni di legno, per fratturarla alla base.

Questi risultati possono essere confrontati con la sperimentazione NOVA*** che si era interessata allo studio dell’estrazione delle pietre per la costruzione della Grande Piramide. Siccome quell’esperimento fu condotto con l’ausilio di attrezzi in acciaio, la comparazione dei risultati è, di conseguenza molto limitata. Infatti, in quelle condizioni operative, il rendimento con attrezzatura moderna fu di 186 blocchi estratti in 22 giorni da 12 cavatori (ossia, circa 0,705 blocchi/operaio/giorno). Per riallineare le prestazioni agli utensili utilizzati nell’antichità, Lehner pondera una produzione di 322 blocchi al giorno operata da un totale di 1212 individui (ossia circa 0,266 blocchi/operaio/giorno). Con una simile prestazione senz’altro la Piramide di Cheope, dato per scontato che sia costituita da 2.300.000 blocchi, poté essere costruita in venti anni.

Secondo le stime derivanti dall’esperimento di Wadi el-Jarf, (ma va tenuta sempre presente la differente natura geologica del sito e le condizioni in cui è stato operato il test) per raggiungere un ritmo produttivo di circa 340 blocchi al giorno, sarebbe occorso l’impiego di 4788 cavatori. Però, se si aumenta il periodo di attività del cantiere a 27 anni, il che è comunque plausibile, la produzione giornaliera richiesta scende a 250 blocchi e l’impiego umano a 3521 unità****.

Inoltre, è apparso subito chiaro che l’estrazione generava una considerevole quantità di materiale di risulta. In pratica si è calcolato che per un blocco estratto del volume di 1 mc. si ottenevano circa 1,5 mc. di detriti facilmente compattabili e molto stabili, perfettamente idonei ad essere riutilizzati. Se trasferiamo queste cifre alla piana di Giza, si può stimare che per circa 2.000.000 di mc. estratti furono prodotti circa 3.000.000 di mc. di frantumi che dovevano essere smaltiti oppure, più intelligentemente, riutilizzati. Con una tale quantità di materiale disponibile, che si accumulava continuamente, è del tutto logico ed evidente concludere che venisse reimpiegato, ad esempio, per elevare rampe o impalcature. Una volta chiuso il cantiere, i detriti di cui erano composte potevano essere livellati per modellare la topografia dell’area.

La scoperta della cava di Wadi el-Jarf e di attrezzi dell’epoca, ha fornito moltissime informazioni inedite sui procedimenti di estrazione durante l’Antico Regno. Confrontando gli utensili ritrovati in situ con le tracce lasciate sul fondo delle trincee di scavo, si è potuti risalire alle tecniche impiegate. Ciò ha permesso non solo di ricostruire gesti e posture degli antichi cavatori, ma anche di comprendere come era organizzata la suddivisione dei compiti in seno alla squadra. Quanto sperimentato, va tenuto ben presente, era posto in pratica da individui altamente qualificati e riuniti in squadre estremamente affiatate. I risultati ottenuti vanno rapportati alla grande forza del sistema manageriale egizio in grado di sviluppare delle sinergie che permettevano di conseguire una perfetta combinazione di competenze e risorse umane. Pertanto, è fin troppo facile concludere che il rendimento produttivo fosse ben superiore a quanto evidenziato dall’indagine moderna. La marcatura sistematica di utensili, blocchi o dei vasi, così come è stato osservato a Wadi el-Jarf, testimonia l’importanza e l’efficienza dell’organizzazione della forza lavoro all’interno delle squadre. E’ ciò che attesta anche l’eccezionale papiro di Merer rinvenuto nel sito.

Franck Burgos, scalpellino. CNRS – Centre National de la Recherche Scientifique. Studio e realizzazione di monumenti antichi. Coordinamento e studio logistico di siti archeologici. Esperto delle costruzioni in pietra.

Emmanuel Laroze , architetto e ingegnere di ricerca presso il CNRS.
Specialista nello studio degli edifici e delle tecniche costruttive antiche, nel 1998 è entrato a far parte dell’Istituto Francese del Vicino Oriente ad Amman dove ha partecipato allo studio del Tempio di Zeus nel sito di Jerash.Dopo aver lavorato presso l’ Institut National de Recherche en Archeologie Préventive di Pantin (2002-2004) e aver preso parte a missioni archeologiche in Siria (Ugarit e Shaara), è diventato direttore del Centre Franco-Egyptien d’Etude des Temples di Karnak in Egitto (2005-2008).
Dal suo ritorno in Francia, è stato assegnato al laboratorio Orient & Méditerranée dove collabora a vari progetti, in particolare in Egitto, come il tempio di Opet a Karnak (cortile del nascondiglio, colonne della sala ipostila) o la porta di Tiberio a Médamoud. 

* In altro contesto, a Petra, ad esempio, il rendimento con attrezzi in acciaio in epoca romana, sul gres, è stato stimato intorno a 0,066 mc/h (Bessac,2007 pag. 360)

** Va considerato, infatti, che il numero di blocchi necessari alla chiusura delle gallerie, non avrebbero giustificato la ricerca di un giacimento che per caratteristiche geologiche avrebbe permesso un rendimento migliore. Inoltre, si deve considerare che uno sfruttamento delle risorse su larga scala, avrebbe avuto un forte impatto sul paesaggio circostante, mentre lo scopo del complesso portuale era proprio quello di nascondere nel miglior modo possibile le gallerie di stoccaggio.

*** Lehner 1996, pp.46-93 e 1997, pp.206-209

**** Si ragiona, ovviamente, sull’idea che la Grande Piramide sia interamente costituita da blocchi. Tuttavia, nulla vieta che siano stati utilizzati, in parte, cassoni riempiti da calcinacci, materiali di risulta dell’estrazione dei blocchi e/o sabbia.

Fonte: F. Burgos & E. Laroze, “L’extraction des blocs en calcaire à l’Ancient Empire. Une experimentation au ouadi el-Jarf, JAEA 4 (The Journal of Ancient Egyptian Architecture), 2020 pp. 73-95

Luce tra le ombre

L’OMINO GRIGIO DI SAQQARA

A cura di Ivo Prezioso

Ci occupiamo, in questo secondo excursus tra le fantasie divulgate sulla civiltà del Nilo, ancora una volta di…alieni. Nel precedente episodio eravamo partiti da un imprecisato tempio Kushita approdando a Saqqara per svelare l’arcano. Restiamo in questo importantissimo sito, sorto come necropoli di Menfi, capitale del regno già a partire dalla I Dinastia, per incontrare un altro esemplare di…extra-terrestre.

A metà strada tra la Piramide a Gradoni di Djoser e il Serapeo si trova la mastaba di Ptahotep, visir durante il regno del faraone Djerkara Isesi della V Dinastia (2420-2380 a.C. circa). Nelle camere sepolcrali si possono osservare degli splendidi rilievi dipinti. In una scena di offerte al defunto, tra gli officianti, compare una strana figura che, a suo tempo, fece drizzare le antenne ai sostenitori degli incontri ravvicinati del III tipo intercorsi con gli abitanti della Valle del Nilo.

Indicata dalla freccia si intravede una figura che per gli ufologi presentava senza ombra di dubbio le caratteristiche degli Omini Grigi, una delle categorie più gettonate del campionario alieno: testa grosso modo triangolare, grandi occhi scuri obliqui ed inespressivi. E’ la prova di antiche visite di extraterrestri in terra d’Egitto?

Beh, se aumentiamo la risoluzione dell’immagine, possiamo capire di cosa si tratta.
Ci troviamo di fronte ad una scena di offerta funeraria. Un officiante sulla destra reca un volatile ed al centro compare … l’alieno che, osservato con attenzione, altro non è che un contenitore da cui spunta un fiore di loto che presenta due boccioli ai lati. Più precisamente si tratta di una complessa variante di un vaso “heset”, con beccuccio, usato per libagioni e spesso associato a quella pianta.

La composizione fa parte delle numerose offerte al defunto nell’ambito del banchetto rituale e si ritrova anche in altri punti della mastaba di Ptah-Hotep.

Mistero svelato senza neanche dover ricorrere al parere di esperti egittologi ed anche in questo caso ai cultori delle ipotesi alieni non resta che battere in ritirata.

Mi piace concludere proprio con le considerazioni del Centro Ufologico Ferrarese 

<< L’enigma è definitivamente risolto, con grave danno di immagine per noi ufologi e con l’ennesimo punto a favori di ottimi studiosi di egittologia e culture antiche…>>.

Fonti:

Luce tra le ombre

IL RAZZO DEL TEMPIO MINERARIO DI KUSH

A cura di Ivo Prezioso

Nell’aprile del 2001, la rivista Hera pubblica un articolo in esclusiva mondiale, a cura di un certo Michele D’Arcangelo. Si tratta del racconto di un viaggio esplorativo fatto da un noto archeologo ed egittologo italiano non meglio identificato. Descrivendo questo viaggio, svoltosi nel 1997, ci informa che lo studioso fu condotto nei pressi di un’antica miniera aurifera della Nubia, nell’attuale Sudan per visitare un tempio sotterraneo. Il racconto della visita è questo:

Dopo una trentina di metri raggiungemmo una grotta. Le pareti dell’ipogeo erano dipinte con scene mitologiche e figure di Per-‘aow (faraoni) della XII dinastia… Poco dopo sbucammo in un pianerottolo ingombro di oggetti che avrebbero fatto la gioia di qualunque museo, invece erano lì e chissà per quanti decenni ancora ci sarebbero rimasti… Il corridoio finiva in uno stanzone con molte camere ai lati: le dimore dei sacerdoti del Tempio sotterraneo. Un’arcata separava quella cavità da un’ampia sala colonnata con nel mezzo le statue in trono, scolpite nel granito nero, Wsir (Osiride), Aset (Iside) e Hor (Horus). Era quanto di più sorprendente mi fosse capitato di vedere nella mia carriera di archeologo. La realtà superava ogni più fervida fantasia e migliaia d’anni di buio storico sulle origini della civiltà, si schiarivano d’incanto… Bastava quel rilievo per dimostrare inconfutabilmente che l’uomo non si era evoluto da solo ma che qualcuno lo aveva preso per mano e gli aveva insegnato ciò che non poteva sapere?

Ecco cosa avrebbe visto e fotografato l’illustre archeologo.

Straordinario!

Nel riquadro centrale è chiaramente visibile un oggetto che ha tutta l’aria di rappresentare un razzo e alla sua destra sono chiaramente visibili due omini.

L’articolo destò notevole scalpore e trovò una serie di sostenitori, non ultimo Mauro Biglino, un fecondo autore, divulgatore di teorie ufologiche, che ne riporta una riproduzione nel suo volume “ Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia” .

Biglino scrive:

2150 a.C. Nel Medio Regno egizio (2160-1785 a.C.) viene edificato in Nubia il tempio minerario di Kush, che contiene una raffigurazione di una probabile navicella in volo e quella di un missile a terra, con due individui rappresentati di fronte e non vestiti come gli Egizi (paiono avere un abito composto da un solo elemento che ricopre tutto il corpo).”

La realtà è ben diversa: l’immagine pubblicata dalla rivista Hera non è mai esistita, ma è frutto di una manipolazione grafica. Il rilievo originale è ancora oggi visibilissimo a Saqqara, nella tomba di Nefer e Kahay, risalente alla VI Dinastia: ovviamente non raffigura nessun razzo, né omini alieni.

In compenso dimostra come con un abile fotomontaggio, un racconto avventuroso ambientato in un sito indeterminato possa condizionare l’opinione pubblica; e siamo in un’epoca in cui l’informatica non aveva ancora raggiunto gli straordinari livelli di diffusione moderna. Pensate oggi con la propagazione e la velocità dello scambio di informazioni offerte dalla rete, gli straordinari risultati che permettono i programmi di fotoritocco, quanto sia più facile diffondere notizie ingannevoli!

Fonte: sito internet guardo, penso e dico wordpress.com

Antico Regno, Luce tra le ombre, Tombe

LA TOMBA DI NEFER, KAHAY E MERITITES

A cura di Ivo Prezioso

La tomba di Kahai, sua moglie Meretites, il figlio Nefer e altri membri della famiglia, particolarmente bella e ben conservata, risale alla V dinastia, fu scoperta nel 1966 ed è databile ai primi anni di regno di Niuserra (2445-2421 a.C. circa).

E’ ubicata nei pressi del muro di cinta sud del complesso piramidale di Djoser a Saqqara.

Fonte di testi e immagini: Karol Myśliwiec, Tombe della V e VI Dinastia a Saqqara, pp.312-313-314-315. Dal Volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass.

Luce tra le ombre

IL SITO DI WADI EL-JARF E IL PAPIRO DI MERER

A cura di Ivo Prezioso

Grazie agli appunti scritti da un viaggiatore inglese di inizio XIX secolo e di due piloti francesi negli anni 50 del secolo scorso, Pierre Tallet ha fatto una scoperta straordinaria. In una remota e desertica parte dell’Egitto situata a pochi chilometri dalla costa del Mar Rosso ha rinvenuto un insieme di 30 grotte, scavate in colline calcaree, ma sigillate e nascoste alla vista. Nel 2011, durante la sua prima stagione di scavo, si è reso conto che queste grotte erano servite come una sorta di deposito di barche durante la IV dinastia, vale a dire circa 4.600 anni fa.

Pierre Tallet presso l’antico porto di Ayn Soukhna sul Mar Rosso. Foto David Degner

Nel 2013 (e siamo alla terza stagione di scavo) si è imbattuto in qualcosa di stupefacente: interi rotoli di papiro, alcuni dei quali lunghi qualche metro e ancora relativamente intatti, vergati in geroglifico, oltre che in ieratico, scritti da uomini che parteciparono alla costruzione della Grande Piramide di Khufu. Tra i papiri c’era il diario di un funzionario di nome Merer che guidava un equipaggio di circa 200 uomini che viaggiava da un capo all’altro dell’Egitto raccogliendo e consegnando merci di vari tipo. In un vero e proprio giornale di bordo, redatto ad intervalli di mezza giornata, menziona di essersi fermato a Tura, una città famosa per le sue cave di calcare, caricando la sua barca con la pregiata pietra per consegnarla a Giza. In effetti, Merer fa questa segnalazione al nobile Ankhaf, noto per essere il fratellastro di Khufu ed ora sicuramente identificato come uno dei maggiori responsabili della costruzione della Grande Piramide.

Gli esperti sono entusiasti di questa scoperta. Mark Lehner, che ha lavorato per circa 40 anni alle piramidi e alla Sfinge, dichiara che è quanto di più simile ad un viaggio nel tempo che ci riporta all’epoca degli antichi costruttori. Zahi Hawass, con l’ entusiasmo talvolta un po’ roboante che lo contraddistingue, non esita a dichiarare che siamo di fronte “alla più grande scoperta in Egitto nel 21° secolo” (se non ricordo male non credo sia la prima né l’ultima volta che si sia espresso così). Lo stesso Tallet, infatti, si premura di parlare in termini più misurati. “Il secolo è appena all’inizio”.

Tallet, un uomo di bassa statura, è nato a Bordeaux l’ 8 luglio 1966, ha modi pacati e cita con grande rispetto e attenzione i contributi di altri studiosi. Predilige i luoghi remoti, lontano dal clamore dei grandi siti monumentali. << Quello che amo sono i luoghi deserti>>, afferma <<Non vorrei scavare in posti come Giza e Saqqara. Non amo molto scavare tombe. Prediligo i paesaggi naturali.>> Ed in effetti le sue convinzioni gli fanno preferire siti remoti alle località più famose. <<La maggior parte delle nuove prove si trova lì!>> L’amore di Tallet per la periferia risale agli inizi della sua carriera. E’ cresciuto a Bordeaux, figlio di un insegnante di francese nelle scuole superiori e di una professoressa di letteratura inglese. Dopo aver studiato alla École Normale Supérieure di Parigi, si è trasferito in Egitto per svolgere il servizio militare alternativo come insegnante in un liceo. E’ rimasto laggiù a lavorare presso l’Istituto Francese, dove ha mosso i suoi primi passi nell’ indagine archeologica. Inizia a setacciare in lungo e in largo il deserto libico e quello del Sinai, cercando e trovando iscrizioni rupestri egizie non ancora note. <<Amo le iscrizioni rupestri: ti offrono una pagina di storia senza la necessità di scavare>> Nel Sinai rinviene importanti prove che confermano che gli antichi egizi vi estraevano turchese e rame. Ciò si accordava perfettamente con la scoperta del porto di Ayn Soukhna che fu utilizzato già dall’Antico Regno.

La baia di Ayn Soukhna come appariva alla fine degli anni novanta del secolo scorso. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna

L’area non era stata riconosciuta come antico sito archeologico, finché non fu segnalato, nel 1999 dal professor Mahmud Abd el Raziq, un archeologo egiziano, che vi scoprì antichi geroglifici scolpiti delicatamente nella pietra. Da allora è cominciata l’indagine sistematica della zona ad opera di archeologi egiziani e francesi. Gli scavi sono cominciati a partire dal 2001 sotto la sovrintendenza di una missione composta da Mahmud Abd el Raziq (Universitè du Canale, Ismailia), Georges Castel (IFAO), Pierre Tallet (Université Paris-IV Sorbonne) e dal 2017 Claire Somaglino (Université Paris-IV Sorbonne). In questa località, posta sulla costa occidentale del golfo di Suez, a circa 120 Km dal Cairo, e il cui nome significa in arabo “la sorgente termale”, sono stati riportati alla luce resti di forni per la fusione del rame e la preparazione di cibi e una serie di gallerie che fungevano da ricovero per le barche. Inoltre, numerose iscrizioni geroglifiche incise sulle rocce attestano che fosse un importante porto faraonico a partire dall’Antico Regno sino alla fine della XVIII Dinastia.

Ayn Soukhna, parte retrostante di un edificio risalente all’Antico impero. Molte impronte di sigilli, che riportano i nomi dei re della IV ° e V ° dinastia, dimostrano l’antichità di questa struttura. Diverse iscrizioni sono state poste anche all’ingresso di alcune di queste gallerie: risalgono all’Antico Regno e specificano le mete e il personale di queste spedizioni. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna

Ayn Soukhna. Iscrizione risalente al regno di Djedkarê-Isesi posta all’ingresso della galleria G1. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna

Ma nel frattempo la curiosità di Tallet lo porta ben presto sessantadue miglia a sud di Ayn Soukhna. Qui, lungo la costa del mar Rosso si trova un secondo ed ancora più sperduto sito archeologico: Wadi el-Jarf. Unico punto di riferimento nelle vicinanze è il Monastero di San Paolo l’Anacoreta, un avamposto copto fondato nel V secolo d.C. nei pressi della grotta che fu abitata dall’eremita.

La posizione geografica dei due porti dell’Antico Regno di Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf

L’area è praticamente “nel mezzo del nulla” e probabilmente per questo è riuscita a schivare l’attenzione sia degli archeologi, sia dei saccheggiatori. Tra le poche persone a notare il sito ci fu un esploratore britannico John Gardner Wilkinson, che nel 1823 lo descrisse nei suoi appunti di viaggio: “Vicino alle rovine c’è un piccolo poggio con 18 camere scavate e accanto, forse, molte altre il cui ingresso non è più visibile. Entrammo in quelle dove gli ingressi erano meno ostruiti dalla sabbia e dalle rocce crollate e trovammo che erano catacombe; sono ben tagliate e variano da circa 80 a 24 piedi per 5; la loro altezza varia da 6 a 8 piedi”. Probabilmente, avendo associato l’area al monastero, Wilkinson dedusse che il complesso di gallerie non fosse altro che una serie di catacombe. Evidentemente, la descrizione di questa serie di camere accuratamente scavate nella roccia, fa scattare l’intuizione di Tallet: gli ricorda troppo da vicino le gallerie per il ricovero delle barche che è intento a scavare ad Ayn Soukhna e riecheggiano anche quelle di un altro porto antico, Mersa Gawasis scavato da Kathryn A. Bard dell’Univerità di Boston e da Rodolfo Fattovich dell’Università L’Orientale di Napoli. Inoltre, due piloti francesi a metà degli anni 50 avevano notato il sito, ma senza associarlo ad un porto.

Resti della struttura portuale sul Mar Rosso e dei depositi di ancoraggio, nei pressi di Wadi el-Jarf. Foto: Pierre Tallet

Tallet riesce a rintracciarne uno e usando i suoi appunti , la descrizione di Wilkinson e la tecnologia GPS recupera la posizione. Dopo due anni di lavoro, lui e la sua missione, iniziano a liberare un piccolo passaggio all’ingresso delle gallerie delle barche, tra due grossi blocchi di pietra che erano stati usati per sigillare gli ingressi. Qui hanno ritrovato interi rotoli di papiro, incluso il diario di Merer.

Wadi el-Jarf. Localizzazione dei principali depositi di papiri all’entrata delle gallerie G1 e G2
Foto G. Marouard

<<Gli antichi>>, dichiara Tallet, <<buttarono dentro tutti i rotoli di papiro, alcuni dei quali ancora legati con una corda, probabilmente mentre chiudevano il sito>>.

A sinistra: Wadi el-Jarf, un’ancora in pietra. Foto Pierre Tallet. A destra: busto del Principe e Visir Ankhhaf, nonchè fratellastro del faraone Khufu. Museum of Fine Arts of Boston.

DESCRIZIONE DEL SITO

Wadi el-Jarf è posizionata a 35 miglia dalle montagne del Sinai che costituivano un vero e proprio distretto minerario per l’ Antico Egitto. Nel porto, Pierre Tallet e il suo team hanno individuato un antico molo in pietra a forma di L, lungo oltre 180 metri, che fu costruito per consentire un riparo sicuro alle imbarcazioni. Dal sito sono state recuperate circa 130 ancore, quasi il quadruplo di quelle fino ad allora trovate. Sono state, inoltre, individuate una trentina di gallerie scavate nel fianco della montagna per il rimessaggio (di lunghezza variabile da 15 a oltre 30 metri), contro le 10 rinvenute ad Ayn Soukhna. Si tratta quindi di una struttura veramente imponente soprattutto considerando che è stata realizzata ben 4.600 anni fa. Eppure Tallet e i suoi colleghi raccolgono prove che indicano, senza ombra di dubbio, che fu utilizzata per breve tempo. Il porto fu attivo all’inizio dell’Antico Regno, ma in particolare sotto il regno di Khufu (Cheope).

Le coste del Sinai viste da Wadi el-Jarf durante una giornata particolarmente limpida. (Missione archeologica a Wadi el-Jarf: G. Marouard)

Appare subito chiaro, nel corso dello scavo, che era stato di fondamentale importanza nel colossale progetto costruttivo della Grande Piramide: gli egizi avevano bisogno di enormi quantitativi di rame, il metallo più duro allora disponibile per la realizzazioni di utensili impiegati nell’estrazione dei blocchi di calcare e la principale fonte di rame erano le miniere del Sinai che si trovavano proprio di fronte a Wadi el-Jarf. Il sito fu poi abbandonato in favore di Ayn Soukhna probabilmente per motivi logistici. Questa località distava infatti solo 120 Km. dalla capitale e, sebbene el-Jarf fosse più vicina al distretto minerario sinaitico, richiedeva un viaggio considerevolmente più lungo per raggiungerla.

Gli scavi di Ayn Soukhna hanno portato alla luce abitazioni, un’officina del rame, resti di navi e iscrizioni su pietra. Una di queste cita un “ispettore dei falegnami”, vestigia di un porto trafficato migliaia di anni fa. Alexander Stille; Photographs by David Degner

Dopo aver visitato la località, Mark Lehner, l’egittologo americano, è rimasto come folgorato dai collegamenti che lo associavano a Giza: << la possanza e la purezza del sito è così Khufu>> ha dichiarato <<la dimensione, l’ambizione e la sua raffinatezza; queste gallerie scavate nella roccia grandi come i garage per treni Amtrak (uno dei treni americani per eccellenza), questi enormi martelli di diorite nera e dura che vi sono stati trovati, la vastità del porto, la scrittura chiara e ordinata dei geroglifici dei papiri, che sembrano fogli di calcolo Excel dell’antichità: tutto ha la chiarezza, lo splendore, la grandiosità e l’eleganza delle piramidi, tutte le caratteristiche di Cheope e dell’inizio della IV Dinastia>>.

Carta che illustra le localizzazione di Wadiel-Jarf e dello Wadi Araba (D.Laisney, IFAO) e una veduta dello wadi Araba (foto Y Tristant)

Tallet, è convinto che porti come Wadi el-Jarf e Ayn Soukhna servissero soprattutto da snodi di approvvigionamento. Verosimilmente, a causa della scarsità di fonti di cibo nel Sinai, Merer e altri sovrintendenti avevano la responsabilità di fornire derrate alimentari, provenienti dalle ricche terre lungo il Nilo, alle migliaia di uomini impegnati nelle miniere per l’estrazione di rame e turchese. Con tutta probabilità le operazioni portuali avvenivano solo durante la primavera e l’estate, quando si poteva essere ragionevolmente certi che il mar Rosso si mantenesse relativamente calmo. Al termine della stagione operativa, trascinavano le imbarcazioni fino alla parete rocciosa dove venivano poste al riparo nelle gallerie fino alla primavera successiva.

Accampamento dell’Antico Regno (IV Dinastia) nella parte settentrionale del Wadi Araba (foto Y. Tristant)

Appare, quindi, inequivocabile l’enorme ruolo che ha ricoperto nel suo relativamente breve periodo di utilizzo. Situato sulla costa occidentale del golfo di Suez, a circa 100 chilometri a sud di Ayn Soukhna, (l’altro punto di ancoraggio faraonico sul mar Rosso), fu, come oramai sembra accertato, il porto di elezione, durante il regno di Cheope, per raggiungere le miniere di turchese e rame nel sud-ovest del Sinai. E’ ubicato di fronte ad un punto di sbarco contemporaneo identificato recentemente a El-Markha, sulla riva orientale del Golfo, separato da un braccio di mare largo meno di 50 chilometri. Ad ovest si collega alla valle di Nilo, all’incirca alla latitudine di Meidum (ove fu edificata la prima piramide di Snefru, il fondatore della IV Dinastia), attraverso un reticolo di piste che attraversano il Wadi Araba. Una delle ragioni principali della scelta di questo particolare punto del litorale fu senza dubbio la presenza di una importante fonte d’acqua dolce (oggi inclusa nel monastero di San Paolo, a circa 10 chilometri dal sito), che permetteva di rifornire le spedizioni che vi transitavano. Le vestigia, si estendono per 6 Km. da est ad ovest, dal primo contrafforte montuoso del deserto orientale alle rive del mar Rosso.

Mappa completa delle spedizioni reali e dei possibili sentieri che portano ai siti di estrazione del rame e del turchese del Sinai meridionale durante l’Antico Regno. Mappa G. Marouard, immagini satellitari © Google Earth.

Ritengo utile fornire una descrizione del contesto archeologico in cui sono stati rinvenuti gli straordinari frammenti di papiro al fine di chiarire e collegare tra loro i vari aspetti di una struttura che ha rivestito un ruolo di fondamentale importanza nel grandioso progetto concepito da Cheope. Saranno così di volta in volta descritte le diverse strutture, fino ad occuparci del contenuto del materiale papiraceo.

LE STRUTTURE

Le vestigia più occidentali del sito presentano un sistema di gallerie-deposito simile a quelli rinvenuti poco tempo prima negli altri due porti, ad oggi noti, di Ayn Soukhna e Mersa Gawasis. Si tratta di circa una trentina di gallerie, delle quali diciassette dislocate attorno ad una piccola sporgenza rocciosa, altre nove sul fianco orientale di un piccolo wadi che corre in direzione nord-sud. 

Immagine n. 1: Schema della posizione delle diverse installazioni del sito (D.Lainsney)
Immagine n. 2: Mappa della zona delle gallerie (D. Laisney)

Sono lunghe mediamente 20 m., larghe 3 m. e alte 2,5 m., ma alcune, come le gallerie G1 e G20, raggiungono 34 m. di lunghezza. Ai loro ingressi è sempre presente un sistema di chiusura elaborato: l’accesso alla galleria è stato spesso rimpicciolito dall’installazione di una lastra di calcare su uno dei suoi lati, prima della sigillatura ermetica costituita da una serie di grandi blocchi. (Immagine N. 3).

Immagine n. 3: Le gallerie G1 e G2, dopo lo scavo mostrano il loro sistema di chiusura (Credit: Pierre Tallet, BSFE N. 188, Febbraio 2014)

Questa parte del sito era riservata allo stoccaggio di materiali (parti delle imbarcazioni e attrezzi) e dei prodotti di prima necessità indispensabili per le spedizioni. Grossi vasi destinati a contenere acqua venivano realizzati nelle vicinanze prima di essere immagazzinati: due forni da vasaio utilizzati per la loro cottura sono stati scoperti sotto le gallerie da G3 a G6. Un centinaio di metri più a est, sulle ultime collinette calcaree che si affacciano sulla vasta pianura costiera che costeggia il Mar Rosso in questo punto, si trovano le aree previste per le abitazioni e probabilmente per l’ amministrazione. Un grande gruppo di strutture si distingue particolarmente e mostra almeno due grandi fasi successive di insediamento, entrambe datate agli inizi dell’Antico Regno, come dimostra il materiale ceramico osservato sulla superficie. A metà strada tra l’insediamento e la costa, nel cuore della piana litoranea, si rileva la presenza di un ampio edificio rettangolare in pietra a secco, molto insabbiato, che misura 60×30 metri ed è suddiviso internamente in tredici lunghi spazi trasversali. La funzione precisa di questa costruzione, la più grande d’epoca faraonica finora scoperta lungo il litorale del mar Rosso, è ancora da definire. 

Immagine n. 4: La costruzione intermedia vista da nord (Zona 5), dopo il completamento dello scavo. (Credit: Pierre Tallet)

Sulla costa si trova un ultimo insieme di strutture portuali. Con la bassa marea, si può vedere un pontile a forma di L, che è per lo più sommerso, ma la cui estremità del ramo est-ovest si adagia sulla riva.

Immagine n. 5: Il molo con la bassa marea (foto G. Marouard)

Questo pontile si prolunga sotto il livello dell’acqua in direzione ovest-est per una lunghezza di circa 160 metri. Si inclina successivamente, seguendo un tracciato meno regolare, verso sud-est per altri 120 metri circa. Nella sua parte emersa, si può osservare un assemblaggio piuttosto regolare di grandi blocchi e ciottoli, che assicurava la protezione di una vasta area di ormeggio artificiale estesa per più di 2,5 ettari. 

Immagine n. 6: Pianta del molo (D.Laisnay, G.Marouard, P.Tallet)

Una esplorazione sottomarina ha permesso di confermare la destinazione portuale di questa struttura: almeno 21 ancore in calcare sono state scoperte in situ, in una posizione riparata a sud del ramo est-ovest del molo. Anche diversi grandi vasi di stoccaggio, di produzione locale, fanno parte del materiale archeologico rinvenuto sott’acqua.

Dopo il primo sopralluogo, effettuato nel 2011, che ha permesso di tracciare il piano topografico di tutte le componenti del sito, successivamente lo scavo si è concentrato in particolare su due settori: il complesso gallerie-deposito e le installazioni della zona costiera.

LA ZONA COSTIERA

Le indagini delle strutture portuali si sono concentrate, nel 2013-2014, su un’area situata a circa 200 metri dalla costa. In questo settore erano visibili in superficie numerose tracce di muratura, la cui funzione non era chiara, e un’ancora di imbarcazione. Lo scavo sistematico, operato su una superficie di circa 1000 mq. ha fornito prove di due occupazione successive, non necessariamente lontane nel tempo ed entrambe databili all’inizio dell’Antico Regno.

La più antica è riconducibile a due grandi strutture in pietra, lunghe 30 metri e larghe da 8 a 12 metri e presenta cellule disposte a pettine. Le due installazioni sono state costruite contemporaneamente, e l’una parallela all’altra, lungo l’asse nord-sud, con la parte posteriore rivolta a nord al fine di proteggere gli spazi interni dai venti prevalenti e dal rischio di insabbiamento. La loro pianta generale è tipica dei depositi, conosciuti attraverso le spedizioni, degli inizi dell’Antico Regno. (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Pianta delle strutture a pettine della zona portuale (D.Laisney, G. Marouard, P. Tallet)

Erano originariamente dotati di una copertura realizzata con materiali leggeri, sostenuta da pali di legno il cui ancoraggio al suolo è stato messo in evidenza durante lo scavo. Nello spazio vuoto tra le due strutture è stato rinvenuto un deposito di ben 99 ancore di pietra per imbarcazioni: erano state accuratamente conservate lì durante la fase finale dell’occupazione dei due depositi (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Il deposito di ancore tra i due edifici (Foto G. Marouard)

Alcune di queste ancore, dalla forma estremamente varia, erano ancora dotate delle funi che le tenevano in posizione. Molte di loro recano ancora i segni, vergati con inchiostro nero o rosso, che fanno, con tutta probabilità, riferimento al nome dell’imbarcazione a cui erano destinate o, magari alla squadra che ne era responsabile (Immagine n. 3). 

Immagine n. 3 Dettaglio di un’àncora. E’ ancora parzialmente visibile alla sua base la corda servita per attaccarla. (Bulletin de la société française d’égyptologie,BSFE).

Sempre all’inizio dell’Antico Regno, ma dopo una fase di insabbiamento che provocò la quasi totale scomparsa dei depositi, fu realizzata una più modesta struttura rettangolare a sud-est dell’area, utilizzando blocchi di pietra prelevati dalle costruzioni precedenti. A questa seconda fase si deve la realizzazione di diverse installazioni leggere del tipo a “fondo di capanna” nella parte nord-orientale del settore ed una significativa attività di panificazione. Due sepolture, contenenti ossa di più individui, possono essere associate a quest’ultimo periodo di occupazione del sito che precede il definitivo abbandono della zona portuale di Wadi el-Jarf. Può darsi, ma è solo un ipotesi, che si tratti di membri di una spedizione deceduti nel corso delle operazioni e i cui resti sono stati portati lì per essere inumati.

Durante la campagna del 2015 si provvide ad effettuare un ampio sgombero dell’intera parte emersa del molo frangiflutti, operazione resa difficile dai fenomeni di marea che spesso ostacolavano lo scavo del tratto più vicino alla riva (Immagine n. 4). 

Immagine n. 4 Parte del molo di Wadi el-Jarf (missione fotografica Wadi el-Jarf)

Tuttavia, la struttura è stata identificata per tutta la sua lunghezza di circa 40 m, portando la lunghezza totale della sua sezione est-ovest a 205 m (circa 390 cubiti), aggiungendo i 165 m sommersi già mappati. Sulla spiaggia, la larghezza conservata della struttura varia notevolmente da 1,70 m a 6,50 m. In tutta la metà occidentale, protetta da un forte insabbiamento, sia la faccia esterna – nord, che quella interna – sud, si sono ben conservate e il molo presenta una larghezza omogenea da 5,75 metri a 6,25 metri (circa 11 o 12 cubiti). La facciata esterna è stata trovata in uno stato di conservazione eccezionale, rivelando una cura particolare nella costruzione e una disposizione tanto originale quanto inaspettata. I grandi ciottoli calcarei che compongono il molo sono disposti in modo ordinato e molto regolare. Il cuore del molo, invece, è costituito da un riempimento operato con pietre più piccole, ma estremamente solido, che è stato visibilmente compattato e cementato con un legante di argilla giallastra. L’osservazione dei blocchi ha rivelato una realizzazione tecnicamente avanzata nelle sezioni contigue (di circa 5,50 – 6,00 metri di lunghezza) i cui angoli sono stati sistematicamente assemblati con blocchi più grandi e incatenati. Ognuna di queste sezioni (ne sono state identificate almeno 5) ha una faccia che non è diritta, ma molto chiaramente concava, che è stata deliberatamente prodotta dai costruttori, senza dubbio per accentuare la resistenza di questa parte del molo, più esposta alle forti correnti litorali provenienti dal nord e ai ripetuti attacchi del moto ondoso (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Dettaglio della costruzione del molo (missione fotografica Wadi el-Jarf)

Indagini 2019

Le installazioni di fronte al molo (zona 6) sono state oggetto di studi supplementari all’inizio della campagna 2019 (dal 10 marzo al 30 marzo). L’area immediatamente a sud degli accampamenti è stata ripulita su una superficie di più di 200 mq , rivelando una zona di cottura dei cibi molto ampia e i resti di una ventina di focolari, talvolta delimitati da blocchi di pietra, i cui pavimenti sono costituiti da frammenti ceramici di grandi vasi di fabbricazione locale. Sono stati rimossi anche tutti i pavimenti in argilla delle stanze dell’edificio meridionale, al fine di verificare l’eventuale presenza di tracce di una precedente occupazione, come nella zona 5. Il test è risultato negativo e sembra confermare che il primo insediamento in questa parte del sito è effettivamente contemporaneo al regno di Cheope, del quale era stato rinvenuto un gran numero di sigilli nei pavimenti dell’edificio settentrionale. Ulteriori indagini sono state effettuate anche sulla costa, in linea con la parte meridionale del bacino artificiale delimitato dal molo. In questo punto, la presenza di una sporgenza sabbiosa, chiaramente di origine antropica, era stata notata fin dall’inizio dei lavori nel sito. Corrisponde palesemente ad una zona di depressione, immediatamente a sud del porto, costituita dallo sbocco verso il mare di un grande wadi che attraversa questa piana costiera. In questo punto, sono stati trovati due allineamenti paralleli di pietre, orientati da ovest a est. Sono ancorati alla riva e si estendono nel mare, dove sono ben visibili con la bassa marea. Probabilmente non corrispondono alla costruzione di un molo o di una rampa, come si era pensato inizialmente, ma alla delimitazione di un canale realizzata per proteggerlo dall’insabbiamento. In tal modo, la zona di depressione poteva essere utilizzata come zona di assemblaggio delle barche, in cui sarebbe stato sufficiente far penetrare il mare, con l’alta marea, per facilitare il loro galleggiamento. Questa ipotesi dovrà essere verificata in seguito, in particolare con una politica di scandaglio sistematico del cumulo di sabbia che è l’elemento più visibile di questo impianto.

Indagini 2020

E’ stato ancora una volta sgomberato l’eccezionale deposito di 99 ancore identificato nel 2013. Questa operazione aveva lo scopo di migliorare la copertura fotografica realizzata durante la sua scoperta iniziale, ma è stata anche l’occasione per effettuare una registrazione più sistematica dei segni che erano incisi su queste ancore dalle squadre che le avevano immagazzinate lì, controllando sistematicamente i lati nascosti di questi oggetti. Il totale di queste iscrizioni potrebbe così essere portato, al termine della campagna, a un insieme di 70 documenti, 32 “segni rossi”, che fanno riferimento al nome delle barche a cui appartenevano le ancore, nonché alle squadre ad esse associate, e 38 “segni neri” – tracciati per la maggior parte per mezzo di un pezzo di carboncino – che identificano phyla (squadre) e sezioni di queste stesse squadre (Immagine n. 4) Questo corpus permette così di ottenere un’immagine dell’ultima flotta di Cheope che frequentava il luogo, prima della chiusura definitiva di questi edifici in riva al mare, e di ricostruire, a grandi linee, le strutture ad albero di queste squadre (Immagine n. 6).

Immagine n. 6. Ancora per imbarcazione su cui è ancora visibile il nome della squadra “Dwa Wadjet” (Bulletin archéologique des Écoles françaises à l’étranger, BAEFE)

IL COMPLESSO DELLE GALLERIE DEPOSITO

Il complesso di gallerie fu scavato a circa 7 km dalla battigia. Furono utilizzate come deposito per portare al riparo imbarcazioni, o loro parti smontate, e per conservare attrezzature, cibo, acqua e i materiali in attesa di essere spediti. Siccome il porto veniva utilizzato solo in alcuni periodi, gli ingressi delle gallerie venivano sigillati utilizzando blocchi di calcare pesanti fino a diverse tonnellate. Spesso erano così accuratamente posizionati che per liberare l’accesso bisognava agire di mazza e scalpello per aprirsi un varco di accesso attraverso l’ostruzione creata per proteggere il contenuto delle gallerie. Per di più, alfine di tutelarlo anche dall’umidità si provvedeva alla sigillatura con malta di argilla, dopodiché i blocchi venivano contrassegnati con inchiostro rosso. Per facilitare la riapertura delle gallerie fu escogitato un sistema che permetteva un notevole risparmio di tempo e fatica: tramite un congegno basato su binari di legno, del quale sono ancora visibili le tracce, diventava possibile far scorrere i blocchi, liberando l’ingresso (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Il sistema di chiusura e le marcature sui blocchi all’ingresso delle gallerie G5–G6 (Foto G. Marouard, disegni P. Tallet)

L’area delle gallerie deposito è stata oggetto di indagini molto intense. Al termine di tre campagne di scavo, tredici di queste, su un totale di circa trenta, sono state liberate. All’interno di tre gallerie era ancora visibile in superficie un grande deposito di grosse giare che erano probabilmente servite da contenitori per l’acqua da approvvigionare durante le spedizioni (Immagine 2). 

Immagine n. 2 Una delle gallerie in cui erano presenti depositi di giare in frantumi. (Pierre Tallet)

Presentavano sistematicamente un’iscrizione con inchiostro rosso, impressa prima della cottura, che ne indicava la destinazione. Questa dicitura designa invariabilmente una squadra che ha operato sul posto. Per esempio quella dei “rḫw bjkwy nbw” (i conoscenti del doppio Horus d’oro), che prende il suo nome da uno degli elementi della titolatura di Cheope (Immagine n. 3). 

Immagine n. 3 Giare di stoccaggio con le iscrizioni che menzionano la squadra operante sul sito. Le scritte, in un geroglifico molto “corsivo”, per il frammento superiore si leggono “rḫw bjkwy nbw” (i conoscenti del Doppio Horus d’oro) e “wr m3j” (Grande Leone o Grande è il Leone). Quello inferiore fa riferimento ad una squadra di lavoratori la cui lettura potrebbe essere “m3-wrrt “[di Cheope]”, ma il cui significato non è ancora stato chiarito. (P.Tallet, G. Marouard).

Alcune delle giare erano state addirittura prodotte in loco, e sottoposte a cottura nei forni trovati nei pressi della galleria G6. I vasi venivano prodotti in grandi quantità; la loro presenza è attestata, infatti, nel porto di Ayn Sukhna e numerosi frammenti sono stati ritrovati anche presso la fortezza di Tell Ras Budran, laddove approdavano le spedizioni verso il Sinai (Immagine n. 4). 

Immagine n. 4 I forni di cottura per la ceramica rinvenuti nei pressi della galleria G6 (Foto G. Marouard)

Le altre gallerie sgombrate sembrano essere state impiegate per la conservazione di elementi di imbarcazioni. Resta così poco di questi natanti smontati che è presumibile che siano stati recuperati quasi integralmente dagli stessi Egizi prima del definitivo abbandono del sito. Tuttavia, la presenza di alcune centinaia di frammenti di legno, tenoni, parti di remi, pezzi di raccordo e cordame lasciano pochi dubbi sulla loro presenza nelle gallerie in un dato momento della storia del sito.

Lo scavo sistematico delle discese che conducono all’ingresso delle gallerie di stoccaggio (in particolare quelle delle gallerie G1-G2 e da G3 a G6) ha fornito molteplici informazioni sulle diverse fasi di utilizzo del sito. I prodotti di scavo, furono in parte utilizzati per livellare il pendio naturale che conduceva agli ingressi. Su questo terrazzamento si riscontrano livelli di occupazione, contemporanei all’utilizzo delle gallerie, consistenti in focolari e accumuli di cenere. Siccome, la chiusura delle gallerie imponeva un grosso impegno lavorativo, si pensò di utilizzare grossi blocchi di calcare del peso di diverse tonnellate per erigere una barriera davanti agli ingressi, facendoli scivolare su una rampa di accesso lungo l’asse di ciascuna galleria. Nella fase finale tutte le gallerie furono sigillate con un grosso tassello di calcare spinto davanti a ciascun ingresso a mo’ di saracinesca e rendendo la sigillatura ermetica grazie all’impiego di una malta d’argilla nelle giunture. Sulla maggior parte di questi grossi blocchi si riscontrano numerosi marchi di controllo, databili al regno di Cheope. La formula più rimarchevole, ritrovata su almeno cinque blocchi menziona una squadra il cui nome fa riferimento a quello del re; “šmsw jn ẖnm-ḫw⸗f-wj nṯrtj⸗s”, che molto prudenzialmente si può tentare di tradurre come: [la squadra della] scorta di Khnum Khufu porta le sue Due Dee (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Marchio di controllo rinvenuto su uno dei blocchi all’ingresso della galleria G6. che menziona la squadra “la scorta di Khnum Khufu porta le sue Due Dee”* Notare come nel cartiglio è iscritto il nome completo di Cheope “ḫnmw ḫ f w” (per convenzione si legge Khnum Khufu, il cui significato è Khnum mi protegge).
*altra traduzione possibile, chiarisce Pierre Tallet, è “le sue Due Signore”

LA CAMPAGNA 2019

Dal 12 marzo al 18 aprile 2019 è proseguito lo scavo del sistema di gallerie-deposito del settore 4 (G18-G28), avviato nel 2017. Il complesso si sviluppa a sud dei settori 1 (gallerie G3-G6 e G7-G17), 2 (G1-G2 e G13-G16) e 3 (G8-G12) ed è costituito da 11 gallerie di cui una doppia (G28). (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Pianta delle gallerie (D.Laisney)

Sono state costruite nel pendio di un substrato roccioso che costeggia a est il fondo del wadi. Per ispezionarle è stata sgombrata un’area di circa 560 mq. al fine di analizzare le varie fasi sviluppo di questi depositi: scavo, utilizzo e chiusura. (Immagine 2). 

Immagine n. 2 Veduta d’insieme delle gallerie-deposito G24-28 guardando verso nord (Credits: Mission Archéologique du uadi el-Jarf 17132_2019). E’ perfettamente ravvisabile il letto disseccato del wadi e la sponda rocciosa in cui è stata scavato qesto settore delle gallerie-deposito

Nel breve tempo disponibile si è proceduto alla misurazione e ad un sommario rilevamento del contenuto interno che riassumo in breve. La galleria G24, quella più a sud dell’area di scavo, è lunga 26 m. e larga all’ingresso 2,30 m. L’interno presenta uno spesso strato accumulatosi per lo sgretolamento del soffitto e delle pareti e per i depositi dovuti alle esondazioni del wadi. Conteneva grandi quantità di cocci ceramici e frammenti di tessuto (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Entrata della galleria G24 con il suo contenuto di frammenti di giare di ceramica (Credits: Mission Archéologique du uadi el-Jarf 17132_2019)

Nella galleria G25, lunga 28 m. e larga 3 m. all’ingresso, erano sparsi diversi pezzi di legno, ceramica importata e di produzione locale, frammenti di stoffa e corda ed una rete. La G26 misura 28 m. di lunghezza per 3 m. di larghezza d’accesso: ha restituito sette lunghi pezzi di imbarcazione mentre numerosi elementi più piccoli erano stati abbandonati su entrambi i lati della scala di accesso. Molte assi sono dotate di mortase, alcune delle quali accuratamente lavorate. Una delle mortase presenta ancora la sostanza utilizzata (resina?) per calafatare i diversi elementi del natante. La maggioranza degli elementi più grandi conserva tracce di pigmenti rossi o iscrizioni e segni che potrebbero riferirsi a indicazioni tecniche per lo smontaggio ed il rimontaggio dell’imbarcazione. Il contenuto della galleria G27, 30 x 3,30 metri, consiste ancora in frammenti lignei in uno stato di conservazione più o meno buono, nonché cocci di ceramica di produzione locale e giare di stoccaggio alcune delle quali contrassegnate (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Veduta d’assieme degli ingressi alle gallerie G27 e G28 (Credits: Mission archéologique du ouadi el-Jarf 17132_2019)

Infine della G28 è stato liberato, in questa sessione di scavo, solo l’ingresso principale del sistema (si tratta di una galleria doppia). La parte esplorata presenta al suo interno materiale nautico similmente a G25 e G26, vale a dire diverse parti di imbarcazioni in legno di cedro e tamerice, alcune delle quali recanti marcature dipinte in rosso. Erano sparse sui gradini di accesso e ricoperte da uno spesso strato di stoffa.

Sempre durante la campagna del 2019 si è condotto un esperimento al fine di comprendere come venisse manipolato e trasportato un blocco calcareo di quel tipo. Per poter esaminare e valutare i mezzi necessari si è deciso di spostare un blocco, estratto nel 2018, dalla cava al sito, vale a dire per una distanza di circa 400 metri su un dislivello negativo di 40 metri. Il blocco, poco più di un metro cubo, aveva un peso di circa 2,5 tonnellate ed il trasporto è stato effettuato in tre giorni. Per iniziare, si è supposto che il blocco potesse essere semplicemente trascinato sul suolo, preparato in modo da rimuovere le maggiori asperità, con l’aiuto di assi e spargendo sabbia. Per evitare che gli spigoli affondassero nel terreno sono stati leggermente arrotondati. Il primo tentativo, fallito, è stato effettuato impiegando quattro persone e una grande corda di canapa. Si è aumentato mano a mano il numero di braccia, sino a raggiungere l’impiego di 32 operai. In queste condizioni si è riusciti a spostare il blocco solo di qualche metro, finché ci si è resi conto che per migliorare la performance la posizione della corda assumeva un rilievo decisamente importante. Appariva chiaro che se era posizionata troppo in alto il blocco tendeva a sollevare la parte retrostante creando un forte attrito sugli assi di legno e non permettendo più l’avanzamento. Si è quindi optato per uno scorrimento legno contro legno inframmezzato da un velo di sabbia. In pratica il blocco è stato caricato su una specie di slitta di legno leggero sostenuta da due traverse. Con la corda ancora legata intorno al blocco è ripreso il test ed il sistema si è rivelato molto più efficiente: lo spostamento è avvenuto utilizzando solo 20 persone. L’utilizzo di leve di legno azionate sul retro del blocco si è rivelato indispensabile per fornire l’impulso iniziale alla partenza e mantenerlo in posizione corretta. Non essendo continua la trazione, ma a scatti successivi, lo sforzo di ogni individuo doveva essere perfettamente sincronizzato, per ottenere la massima efficienza (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 L’esperimento di spostamento di un blocco di calcare effettuato nel 2019 nel sito.(Credits: Mission archéologique du ouadi el-Jarf. 17132_2019)

LA CAMPAGNA 2020

Il lavoro sulle gallerie G18-G28 è proseguito durante tutta questa campagna. Si è potuto effettuare un rilevamento dei marchi di controllo che furono apposti sui blocchi di chiusura dei depositi dalle squadre che vi operarono e una revisione generale dell’abbondante epigrafia proveniente, in particolare, dai vasi che vi erano contenuti. L’assieme dimostra che anche questo secondo gruppo di gallerie ha conosciuto diversi periodi di occupazione successivi, da parte di diverse squadre di lavoratori, la cui presenza, molto probabilmente, va dalla seconda metà del regno di Snefru alla fine di quella del suo successore Cheope.

Veduta aerea del sistema di gallerie deposito di Wadi el-Jarf (©IFAO Mission Archèologique di Ouadi el-Jarf)

Durante questa campagna sono state liberate, almeno parzialmente quattro gallerie: G24, G26, G28A e G28B. Lo scavo dei primi 10 metri della galleria G24, dimostra che contiene esclusivamente le grosse giare di stoccaggio prodotte in loco e destinate per lo più ad assicurare le riserve d’acqua alle missioni inviate sul postoIl contenuto sembra simile per densità a quello osservato nelle gallerie adiacenti G22 e G23.

Interno della galleria G23 con i suoi depositi di giare (© Pierre Tallet)

Anche una metà della galleria G26 è stata scavata. Contrariamente agli abbondanti depositi di legno e corde provenienti da imbarcazioni che vi erano stati rinvenuti e che nel marzo precedente sembravano promettere ulteriori scoperte, in realtà si sono rivelate assai povere di contenuti: solo alcuni vasi frantumati giacevano sparsi al suolo. Il completamento dell’esplorazione, non essendo stato giudicato prioritario, è stato rinviato a campagne successive, magari avvalendosi di risorse umane meno limitate rispetto a questa spedizione. Pertanto, una cospicua parte del lavoro è stata investita nello scavo della galleria doppia G28A-G28B, posta all’estremità settentrionale del wadi dove è dislocato questo gruppo di magazzini. E’ stata liberata una metà della galleria G28A (il cui scavo era stato preparato già dal mese di marzo dell’anno precedente) da gran parte delle colluvie che la invadevano per un’altezza di 1,50 metri. Anch’essa contiene, per lo più, grosse giare di fabbricazione locale. Il materiale è misto: riunisce esemplari di questi recipienti, attribuibili a diverse produzioni successive, alcuni dei quali contrassegnati col nome della squadra wr m3j 😊 “Grande è il leone” oppure “Il grande leone”), che si stima essere la prima ad essere stata presente sul sito, altri recano la denominazione m3 wrrt 😊 l’ureo è la prua) che, viceversa, sembrerebbe essere stata l’ultima ad occupare i luoghi.

Gallerie G15-G16. E’ chiaramente visibile il pozzo di scavo (al centro) di una nuova galleria rimasta incompiuta. (Foto Mission Ouadi el-Jarf)

La galleria G28B ha restituito una gran quantità di materiali, ben più omogenei, simili a quelli recuperati, nel 2012, in G15B. I vasi sono stati palesemente utilizzati a lungo e presentano moltissime iscrizioni realizzate a carboncino oppure impresse nella ceramica (disegni e geroglifici) che sono, indubitabilmente, marchi di proprietà. L’esplorazione completa di questo magazzino, che si spera di portare a buon fine nel corso della campagna successiva, dovrebbe così restituire il più importante lotto di iscrizioni corrispondenti a questa antica fase di occupazione.

Studio dei forni per la ceramica della IV Dinastia

Forno 3052 per la cottura di ceramica (Foto Mission Ouadi el-Jarf)

Sulla riva nord del wadi che circonda le gallerie G1-G17, numerosi elementi rinvenuti in superficie già dalla prima campagna di scavi lasciavano supporre la presenza di forni destinati alla cottura della produzione locale di ceramiche. Due sondaggi hanno permesso di portare alla luce due forni in cavità protette sia da improvvise inondazioni sia dai venti dominanti provenienti dal nord. Le due strutture (denominate 3047 e 3052) si sono conservate al livello della camera inferiore di riscaldamento e presentano caratteristiche particolari (camera di riscaldamento ricavata nello strato roccioso inferiore, involucro dell’infrastruttura realizzato con blocchi di calcare) che furono già evidenziate nei due forni (1022-1030) rinvenuti nel 2012 sotto le gallerie G7-G17. Questi due nuovi esemplari presentano, però, dimensioni sensibilmente differenti. Il più piccolo (3047) a est, misura 2,60×1,80 metri, mentre il maggiore (3052) è circa 4 metri di lunghezza per 2,60 metri di larghezza, con la camera di riscaldamento inferiore avente un diametro di circa 2 metri.

L’interno della galleria G8 (© Pierre Tallet)

Questo forno, di conseguenza, sembra essere stato utilizzato per la cottura di grandi vasi di stoccaggio, mentre il minore, presumibilmente, era destinato a quella delle ceramiche più pregiate di produzione locale. In entrambi i casi si è fatto uso di mattoni crudi nella camera inferiore e la natura degli strati di riempimento esaminati sembra confermare l’uso di questo materiale di costruzione anche per la parte superiore del forno. Gli scarti della produzione ceramica furono gettati direttamente a lato della zona di riscaldamento. Ciò ha permesso di recuperare numerosi frammenti di ceramiche locali che presentano diversi gradi di cottura e un volume rilevante di frammenti di grossi contenitori ovoidali in argilla alluvionale così gravemente bruciati da ritenere che siano stati utilizzati per allestire la copertura termica superiore del forno durante le fasi di cottura.

I PAPIRI

Ritorniamo indietro di qualche anno e precisamente alla campagna di scavo del 2013 allorquando, procedendo nello sgombero dell’accesso alle gallerie G1-G2, la spedizione scoprì una documentazione tanto inaspettata quanto eccezionale: un cospicuo lotto di papiri risalente alla fine del regno di Cheope (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Pianta delle gallerie G1-G2 (© G. Castel, D. Laisney, Bullettin de la Société Française d’Égiptologie, n. 188 Febbraio 2014)

Si tratta dei più antichi papiri con iscrizioni, mai rinvenuti sino ad oggi in Egitto*. Alcuni di essi, i più frammentari, erano sparsi su una grande superficie alla sommità dei blocchi che formavano la discesa alla galleria G2. Il lotto più numeroso e meglio conservato si trovava nell’argine di uno spazio angusto lasciato libero tra i blocchi di chiusura della galleria G1. Appare evidente che questo assieme di archivi, peraltro molto coerente, fu lasciato lì proprio nello stesso momento in cui le gallerie furono sigillate. Probabilmente i rotoli furono conservati all’interno di un sacco di tela in quanto sul posto erano presenti numerosi frammenti di questo tessuto. Il deposito fu disturbato a seguito di un tentativo, operato senza dubbio in epoca remota, di riapertura di questa cavità: ciò spiegherebbe la dispersione del materiale. Infatti, frammenti di uno stesso papiro sono stati ritrovati sia sul fondo della fossa, dove erano stati originariamente depositati, sia, quasi in superficie, sulla spianata posta davanti alle gallerie G1 e G2. Altri elementi degli stessi documenti sono stati recuperati in diversi livelli del riempimento finale della cavità. Al termine delle campagne di scavo avvenute tra il 2013 e il 2016, quasi 800 frammenti di varie dimensioni sono stati appiattiti sotto 70 lastre di vetro e consegnate al Ministero delle Antichità Egiziane. Un decina di questi papiri sono molto ben conservati e il foglio più lungo, rinvenuto in due frammenti che si è potuto raccordare, misura 85 cm.

Gli archivi sono molto coerenti e ci informano sulle attività di una squadra di operai chiamata la Ma-ouretet di Cheope, espressione il cui significato ancora non è chiaro, ma di cui resta traccia un po’ ovunque sul sito: questo nome figura, infatti, anche su un importante lotto di giare di stoccaggio prodotte sul posto e destinate a questa equipe di lavoro (Immagine n. 2). 

Immagine n. 2 Marchi su giare che menzionano l’equipe della “Ma-ouretet” di Cheope (© Bullettin de la Société Française d’Égiptologie, n. 188 Febbraio 2014)

La data dell’anno seguente al 13° censimento di Cheope compare in associazione al nome di questa squadra su uno dei documenti pervenutici, il che permette di collocare la redazione di questo lotto di papiri, senza alcun dubbio, alla fine del regno, dal momento che l’anno 26 o 27 è la data più tarda ad oggi conosciuta per questo sovrano**(Immagine n. 3-4). 

Per il loro stesso contenuto, questi archivi sembrano corrispondere a questa data, in particolare per la probabile menzione di Ankhaef, fratellastro di Cheope, il cui periodo di attività è ormai generalmente collocato alla fine del suo regno (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Busto del visir e direttore di tutti i lavori del re, Ankhaef, nonché fratellastro di Cheope (Museum of fine Arts di Boston)

* Un foglio di papiro, ma senza alcuna iscrizione, si trovava nella tomba del cancelliere Hemaka (I Dinastia). Questo dimostra che questo supporto fosse già utilizzato in quell’epoca. (W.Emery-Z. Saad The tomb of Hemaka, 1938, p. 41). I più antichi archivi su papiro, fino alla scoperta di Wadi el-Jarf, erano quelli di Gebelein che forniscono una documentazione datata, su criteri paleografici alla fine della IV dinastia (P.Posener-Krieger-S. Demichelis, I papyri di Gebelein – scavi G.Farina, 1935, 2004.

** Questo “anno 13° dopo il censimento” di Cheope è altresì attestata nella regione di Dakhla sulle rocce del “Wasserberg des Djedefre”, di fianco ad una menzione di Redjedef (o Djedefra), successore di Cheope. (K.P. Kuhlmann, Der “Wasserberg des Djedefre”)

I papiri si suddividono in due diverse categorie. La maggior parte di esse, circa i due terzi, è costituita da scritture contabili che registrano consegne giornaliere o mensili di derrate alimentari a beneficio della squadra. Un altro papiro diviso in 4 sezioni ci informa sui componenti di un’equipe che lavorava a Wadi el-Jarf: vi sono elencati i nomi di coloro che beneficiavano degli alimenti, nonché il nome dell’accampamento dove questi uomini dormivano. (Immagine n. 1-2).

Immagine n. 1 e 2: il papiro contabile prima e dopo il restauro (© Foto G.Pollin, IFAO)

Questo tipo di documento, organizzato in tabelle, è già ben conosciuto attraverso lotti di papiri più tardi rinvenuti, in particolare, nei complessi funerari dei re Neferirkara e Raneferef ad Abusir. Per ogni tipo di prodotto che deve essere consegnato all’equipe, sono state previste tre caselle: una per indicare la quantità della dotazione prevista, quella al centro indica ciò che è stato effettivamente consegnato, l’ultima ciò che è ancora in sospeso. Si osserva, inoltre, un particolare estremamente interessante sulla più completa di queste contabilità che registra il conferimento di differenti tipi di cereali: il titolo del documento, scritto sul retro, al fine di poterlo identificare una volta arrotolato il papiro, indica ḥsb n t: registro del pane (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Dettaglio del retro di una contabilità che indica il titolo del documento (© Foto G.Pollin, IFAO)

Il papiro ci informa anche sugli alimenti che venivano forniti: diversi tipi di pane, pesce fresco, una determinata qualità di birra vari tagli di carne. La provenienza delle derrate destinate alla squadra è regolarmente indicata nella parte superiore e si può notare che differenti nomoi sono alternativamente messi a contribuzione per il mantenimento delle équipes reali, senza dubbio per ripartire al meglio lo sforzo economico tra le varie province d’Egitto. Sicché, sui quattro mesi di consegne registrati sul documento, il nomo dell’Arpione (nel Delta Occidentale) è designato come fornitore dei prodotti per i primi due mesi menzionati, mentre il nomo del Delfino (nel Delta Orientale) subentra per i due mesi successivi (Immagini 4-5).

Immagine n. 4 Recto del papiro della consegna del pane dove sono evidenziati i nomi (province) da cui provenivano le merci. Evidenziato dal cerchio rosso il nomo del Delfino, mentre il simbolo nel cerchio blu indica il nomo dell’Arpione (© Foto Tiziana Giuliani)
Immagine n. 5 Da questo dettaglio del papiro che contiene il registro del pane possiamo ricavare una serie di informazioni: mese in cui è stato preparato il documento, luogo di provenienza delle derrate, le quantità consegnate di farina di grano, farina d’orzo, grano e la data di consegna del pane proveniente dal nomo dell’Arpione (nei pressi dell’attuale città di Rosetta). Con l’inchiostro nero è indicato ciò che è stato consegnato, in rosso ciò che la squadra doveva ancora ricevere. Nel recto di questo stesso papiro ritroviamo lo stesso schema, in cui vengono annotate due mesi dopo le merci proveniente dal nomo del Delfino, nel Delta Orientale. (© Foto Tiziana Giuliani)

La scoperta di questi papiri ci ha fornito molte informazioni sul funzionamento dell’amministrazione centrale che gestiva gli approvvigionamenti verso questo importante porto marittimo e dimostrano quanto fosse capillare, strutturata ed efficiente già all’inizio della IV Dinastia.

L’attenta analisi di questi documenti, in particolare la densità dell’inchiostro con cui furono vergati i segni, invariabilmente più evidenti all’ inizio di una sequenza giornaliera, mostra che non sono frutto di una compilazione effettuata in una sola volta, ma che sono stati registrati giorno per giorno dallo scriba incaricato della redazione. Già dalla sua scoperta questo insieme di papiri è stato chiamato “Diario di Merer” in quanto i suoi frammenti meglio conservati descrivono l’attività di un responsabile – l’ispettore Merer (sḥḏ Mrr) che dirige una “philè” (S3), generalmente stimata in 200 uomini, facente parte di un equipe (‘pr) di 1000 operai* (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Dettaglio di un foglio del “Diario di Merer”. E’ chiaramente leggibile nel cartiglio il nome del faraone Khwfw (Cheope). (© Foto G.Pollin, IFAO)

L’attività di questo gruppo può essere seguita per un lungo periodo sebbene in maniera discontinua. E’ possibile, in effetti identificare in questo lotto di documenti i frammenti di tre papiri distinti su ciascuno dei quali sono state registrate le attività della squadra. La lettura di questi frammenti di “giornale di bordo”, presenta subito un fatto sorprendente: non vi è alcun riferimento alle operazioni svolte a Wadi el-Jarf. Si tratta, infatti di un resoconto dettagliato delle diverse missioni effettuate dalla squadra di Merer – un’équipe di battellieri e trasportatori – in un periodo antecedente al suo arrivo su questo sito. Si riferisce in gran parte, ma non esclusivamente, alla costruzione della Grande Piramide di Cheope a Giza**. E’ probabile che il cantiere entrò nell’ultima fase di attività proprio quando fu redatto questo giornale, in quanto dai frammenti che ci sono pervenuti, si evince che Merer e la sua squadra sono essenzialmente incaricati di raccogliere blocchi di pietra, un calcare finissimo ampiamente utilizzato per la finitura della Grande Piramide, presso le cave di Tura (R3-3w) a sud dell’odierna Il Cairo (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 la località di Tura espressa in geroglifico “R3-3w”: il primo segno in alto a sinistra raffigura una bocca. E’ un monolittero e si legge “R”, subito sotto il segno bilittero “3w” (che rappresenta una porzione di spina dorsale) seguiti dal pulcino di quaglia (w) che non si legge in quanto complemento fonetico del segno precedente. Gli ultimi due segni a destra, in questo caso, sono determinativi: quello in alto designa una zona montuosa o desertica (il valore fonetico, quando usato come ideogramma, è: “ḥ3st”) e quello in basso una città o un luogo geografico (il valore fonetico, quando usato come ideogramma, è: “niwt”). Anche i determinativi, al pari dei complementi fonetici non vanno letti, ma servono a chiarire la categoria cui appartiene il vocabolo

Il toponimo era già ben attestato prima della scoperta dei papiri***, ma attraverso questi documenti, apprendiamo che esistevano due località di estrazione in seno a queste celebri cave: a seconda dei casi, Merer è impegnato sia a Tura sud (R3-3w rsj) siaa Tura Nord (R3-3w mḥtj).**** I blocchi venivano poi inviati per via fluviale presso il cantiere della piramide di Cheope (3ḫt Ḫwfw lett. “L’orizzonte di Cheope) per la consegna (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 L’orizzonte di Cheope (“3ḫt Ḫwfw” in egiziano antico) è il nome dato alla sua piramide. Leggiamo nel cartiglio il nome del Faraone Ḫwfw reso con quattro monolitteri: una placenta(?) o un tipo di canestro(?) con valore fonetico “ḫ”, un pulcino di quaglia con valore fonetico “w”, una vipera cornuta, “f” e ancora un pulcino “w”. Segue un ibis crestata, un bilittero, il cui valore fonetico è “3ḫ” e poi ancora il segno per “ḫ” che è utilizzato come complemento fonetico del bilittero precedente e quindi non va letto. In basso troviamo quella specie di mezza luna che, in realtà, rappresenta una pagnotta: è un monolittero e ha valore fonetico “t”. La sequenza è conclusa da un determinativo che altro non è che la rappresentazione di una piramide. Ci informa quindi che “3ḫt Ḫwfw” è il modo con cui veniva chiamata la piramide di Cheope. In questo esempio si nota un’altra particolarità del geroglifico: la scrittura seguiva un ordine prestabilito a prescindere dalla sequenza di lettura. Prima i nomi di divinità, poi quelli del sovrano. (Se il nome del sovrano includeva quello di una divinità, anche in questo caso la divinità veniva scritta per prima. Ad esempio Tutankhamon, conteneva il nome del dio Amon, per cui nel, suo cartiglio, osserviamo che la sequenza di scrittura è Amon tut ankh).

Il papiro riveste particolare interesse non solo per la menzione dei luoghi – alcuni dei quali, del resto, già noti – ma soprattutto perché ci fornisce ulteriori indicazioni sul tragitto effettuato da una località all’altra. Alla data indicata nel documento, che è stabilita su base giornaliera, si aggiungono, riferite al corso di una stessa giornata, annotazioni in cui il redattore specifica i posti in cui si trascorre il giorno “wrš” o la notte “sḏrt”. Talvolta è finanche annotato il momento in cui viene intrapresa un’operazione che, a seconda dei casi, può avvenire al mattino “dw3” o nel pomeriggio “mšrw”. Altre indicazioni ci permettono di risalire ai luoghi citati nel testo in quanto viene regolarmente annotato se si naviga verso sud, risalendo la corrente del fiume (“m-ḫsfwt”) oppure procedendo verso nord (“m-ḫd”). Va considerato che la topografia della regione menfita, nell’Antico Regno, era del tutto differente da come ci appare oggi: all’epoca, a quella latitudine, il Nilo generava due rami secondari che scorrevano entrambi ad ovest dell’alveo principale e la regione di Tura non era, come oggi, a stretto contatto con il fiume. Pertanto, per giungere ai piedi del plateau di Giza, partendo dalle cave di Tura, era necessario navigare prima sul ramo principale del Nilo e poi, su quello occidentale (sicuramente all’altezza dell’odierna Bahr el-Lebeini). Tutto indica che gli scambi tra le due località avvenissero esclusivamente per via fluviale, il che lascia supporre l’esistenza di una rete di canali molto fitta e strutturata. Secondo il “Diario di Merer” occorrono due giorni per coprire i 20 Km. che separano le due località quando il convoglio, secondo l’indicazione del testo, è <<carico di blocchi (“3ṯp-m-jnr”) >>, mentre la stessa distanza viene ricoperta a vuoto, durante il ritorno, in una sola giornata nonostante si navighi contro corrente (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Un frammento del “Diario di Merer” nel quale è descritto il trasporto di blocchi di calcare dalle cave di Tura al cantiere della piramide di Cheope (©Pierre Tallet. Foto ripresa dal volume “L’Univers fascinant des piramides d’Égypte” di Franck Monnier ed. Faton, p.224) 

C’è un altro toponimo che compare con regolarità nel documento: si tratta di “R3-š-Ḫwfw” (letteralmente << la Porta dello Stagno di Cheope>>), che serve regolarmente da punto di snodo lungo il tragitto dalle cave di Tura alla piramide di Giza. Una sosta presso “R3-š-Ḫwfw” permetteva alla spedizione di passare la notte in sicurezza in attesa di completare la missione. Sembra, inoltre essere stata anche una delle sedi del centro amministrativo delle operazione diretto da Ankhaf che controllava il cantiere reale (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 La scrittura in geroglifico della Porta (bocca) dello stagno di Cheope “R3-š-Ḫwfw”. Notiamo il cartiglio di Cheope già esaminato precedentemente; è seguito dal simbolo della bocca sotto il quale c’è un tratto verticale: si chiama segno diacritico e viene usato per indicare che il segno a cui è associato ha valore ideogrammatico e non fonetico, pertanto non si legge “R”, ma R3 (si pronuncia all’incirca Ro) che era il sostantivo egizio per “bocca”. Segue un rettangolo che rappresenta un bacino o comunque, uno specchio d’acqua, il cui valore fonetico è “š” e significa, appunto, lago, stagno, bacino ecc. 

Lo studio di questi papiri, potrebbe restituirci preziose informazioni sull’Amministrazione reale agli inizi dell’Antico Regno e chiarire numerosi punti sul suo funzionamento. D’altra parte, la sola presenza di questi papiri a Wadi el-jarf è sufficiente a confermare lo stretto legame tra questa installazione portuale e il cantiere della Grande Piramide di Cheope a Giza. E’ probabile che il porto avesse una funzione essenziale anche come punto di partenza per la traversata del Golfo di Suez per raggiungere le miniere del Sinai al fine di procurare il rame occorrente alla produzione di attrezzi per i costruttori del monumento.

* Stima della composizione dell’équipe in : M. Lehner, The Complete Pyramids, 199, pp.224-225)

** Un ultimo papiro, sfortunatamente molto frammentario, evoca la costruzione di un monumento nel centro del Delta, probabilmente sotto la responsabilità della medesima équipe, benché il nome dell’ispettore Merer non vi compaia.

*** Le attestazioni più antiche note prima della scoperta di Wadi el-Jarf risalgono al regno di Menkaure (Micerino), secondo l’inventario redatto da K. Zibelius in Ägyptische Siedlungen nach Texten des Alten Reiches, 1978 p.135.

**** Sui tre frammenti meglio conservati le cave di Tura Sud sono menzionate 7 volte e quelle di Tura Nord 6 volte. Il toponimo è utilizzato senza specificazioni altre 10 volte e gli ultimi quattro riferimenti sono incompleti.

I papiri A e B di Wadi el-Jarf, che possono essere considerati tra i meglio conservati del grande gruppo di documenti rinvenuti nelle gallerie G1 e G2 del sito, forniscono informazioni molto interessanti sull’organizzazione del cantiere reale della grande piramide di Giza in un momento che corrisponde, molto probabilmente, alla fine del regno di Cheope e al completamento del monumento. Una delle operazioni che verosimilmente era in corso in quel momento era, almeno in parte, l’installazione del rivestimento in calcare di Tura che un tempo abbelliva l’esterno del monumento e che oggi è quasi completamente scomparso. Per l’esecuzione di questa operazione, una squadra di battellieri, probabilmente composta da circa 40 uomini, sotto la direzione di un funzionario di medio livello, l’ispettore Merer (sḥḏ Mrr), effettuava ogni dieci giorni una media di due o tre viaggi di andata e ritorno, con una o più imbarcazioni, tra le cave di Tura e la zona del cantiere. La narrazione corrisponde, presumibilmente, a un periodo che va dal mese di luglio al mese di novembre dell’anno successivo al 13° censimento di Cheope (anno 26°), che è attualmente l’ultimo anno attestato del regno di questo sovrano, nel periodo in cui le acque alte del Nilo permettevano il trasporto di carichi pesanti da una sponda all’altra della pianura alluvionale del fiume. Il papiro A, forse cronologicamente il più antico, sembrerebbe registrare il movimento di una grande forza lavoro coinvolta nella messa in funzionedel bacino situato ai piedi dell’altopiano di Giza. Da questo documento apprendiamo, indirettamente, il modo in cui venivano sfruttate le vie fluviali. Si comprende che doveva esistere una fitta rete di canali, alcuni naturali, altri creati appositamente al manifestarsi della piena stagionale. Quando il fiume cominciava a ritirarsi i canali venivano chiusi da sbarramenti per trattenere l’acqua necessaria alla navigazione. Al ripresentarsi dell’inondazione si rimuovevano le dighe artificiali per ristabilire il flusso naturale.

Dopo questo inizio, i viaggi avanti e indietro della squadra sono rigorosamente registrati nel papiro B in modo piuttosto ripetitivo (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Papiro B, il giornale di Merer. In questo documento, Merer annota il lavoro della sua squadra che per quaranta giorni ha effettuato viaggi dalle località di Tura Nord e Sud a Giza, trasportando blocchi di calcare. (© Tiziana Giuliani)

Tuttavia, alcune informazioni supplementari emergono man mano che questi rapporti giornalieri vengono redatti, il che fornisce un’idea delle condizioni di navigazione, gli sviluppi dei corsi d’acqua, i luoghi e il personale collegati al cantiere della piramide, compreso il famoso visir Ankhhaf, fratellastro del re ed, evidentemente, supervisore del progetto in questa fase avanzata del regno. Da questa sezione apprendiamo anche l’informazione relativa ai due toponimi di “R3-3w rsj” (Tura Sud) e “R3-3w mḥtj (Tura Nord), distanti tra loro circa 7 Km. e dove sono ancora visibili le tracce delle cave utilizzate al tempo di Cheope. Viene anche descritto un avvenimento molto particolare nella routine quotidiana della squadra: l’arrivo del “direttore dei 6”, Idjier(w), probabilmentecapo di un’imbarcazione che consegnava cibo, e probabilmente altri beni di consumo, provenienti da Eliopoli. E’ proprio questo importante funzionario a descrivere questo avvenimento, sicuramente molto atteso dai lavoratori della squadra (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Papiro B. Dettaglio in cui viene descritto l’arrivo di Idjier(w), il direttore dei 6. (© Tiziana Giuliani). L’importanza di questa circostanza è evidenziata dall’utilizzo di inchiostro rosso.

Appare strano, invece, che Merer non ci dica nulla sull’attività svolta dalla sua squadra a Wadi el-Jarf, ma questo potrebbe significare che il suo compito fosse di chiudere definitivamente le gallerie del sito. Ciò indicherebbe pure l’interruzione dell’attività estrattiva di rame dalle miniere del Sinai, metallo non più necessario dal momento che i lavori di completamento della Grande Piramide erano praticamente allo stadio conclusivo.

Oltre alle informazioni storiche, questo documento narrativo, quasi unico per periodo così antico, presenta interessi grammaticali, lessicografici e paleografici che possono certamente essere sviluppati ben oltre i limiti di questo studio. La pubblicazione continua di questo insieme coerente di archivi – in primo luogo gli altri diari di bordo (papiri C, D, E e F), e poi i numerosi resoconti associati (papiri G, H, I, J, K, L e altri frammenti) – porterà senza dubbio ad una conoscenza più approfondita dell’organizzazione dell’amministrazione faraonica in questo periodo chiave della storia dell’Antico Egitto.

Qui di seguito, un piccolo esempio del contenuto del diario di Merer (per chi volesse saperne di più è disponibile il testo in inglese ed arabo al seguente indirizzo):https://amers.hypotheses.org/files/2017/03/1705_Tallet.pdf

<<[giorno 25]: l’ispettore Merer ha trascorso il giorno con la sua squadra caricando blocchi a Tura Sud (R3-3w rsj); trascorre la notte a Tura Sud.

[giorno 26]: l’ispettore Merer salpa con la sua equipe da Tura [Sud], con il carico di blocchi verso “l’Orizzonte di Cheope”(3ḫt Ḫwfw): trascorrere la notte presso lo “Stagno di Cheope”(R3-š-Ḫwfw)

[giorno 27]: salpare dallo “Stagno di Cheope, navigare verso “l’Orizzonte di Cheope”, con il carico di blocchi: passare la notte presso “l’Orizzonte di Cheope”

[giorno 28]: salpare da “l’Orizzonte di Cheope” al mattino: navigare, risalendo il fiume, verso Tura-Sud.

[giorno 29]: L’ispettore Merer passa la giornata con la sua squadra a caricare pietre a Tura Sud: trascorrere la notte a Tura Sud

[giorno 30]: l’ispettore Merer trascorre il giorno con il suo phyle caricando pietre in Tura Sud; trascorre la notte a Tura Sud >> (trad. dall’originale di Pierre Tallet) (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Papiro B. Dettaglio in cui Merer descrive il lavoro del suo team dal giorno 25 al giorno 30 (© Tiziana Giuliani)

ALCUNE CONSIDERAZIONI DI PIERRE TALLET E MARK LEHNER

Pierre Tallet sostiene che le attività marittime dell’Antico Egitto avessero anche una valenza politica e simbolica: era importante, per i sovrani avere il controllo di tutto il territorio nazionale per affermare l’unità sostanziale del paese. Afferma, ad esempio, che 

<<Nel Sinai le iscrizioni spiegano il potere e la ricchezza del re e come il re governa il suo paese. Ai limiti esterni dell’universo egiziano si ha la necessità di mostrare la potenza del re>>.

Il papiro H al momento della scoperta. (© Aurore Ciavatti, mission du ouadi el-Jarf)

In effetti, il controllo delle zone periferiche era piuttosto complicato e una territorio come il Sinai, arido e con la presenza di genti ostili, poneva non pochi problemi. Un’iscrizione riporta di una spedizione egiziana massacrata dai guerrieri beduini. Del resto, gli egizi non sempre erano in grado di difendere i loro insediamenti lungo il Mar Rosso.

<<Ci sono prove, ad esempio, ad Ayn Soukhna che il sito fu distrutto più volte. Ci fu una grande incendio in una delle gallerie…Fu probabilmente difficile per loro controllare la zona>>

Parte destra del papiro H. (© Gaël Pollin, Ifao)

Sembra che tutto l’Egitto fu coinvolto nel grandioso progetto della Grande Piramide. Il granito proveniva da Assuan, molto più a sud, il cibo dal Delta, vicino al Mediterraneo e il calcare da Tura, circa 12 miglia a sud del Cairo. In un suo saggio Tallet scrive

<<E’ certo che l’attività cantieristica fu resa necessaria dal gigantismo dei programmi faraonici e che la maggioranza dei natanti era destinata alla navigazione sul Nilo, ma l’installazione di Wadi el-Jarf, proprio nello stesso periodo, lascia intravedere, senza dubbio, l’estensione, in questo caso verso il Mar Rosso, del progetto dello Stato egizio>>.

Prestare servizio sulle barche reali, doveva comportare un certo prestigio. Dai papiri rinvenuti a Wadi el-Jarf, appare evidente come i lavoratori fossero ben nutriti e venissero riforniti di carne, pollame, pesce e birra. Non vi è dubbio che questi operai erano servitori dello Stato molto apprezzati.

Il Papiro H dopo una prima ricostituzione. (© Ihab Ibrahim, Ifao)

Secondo Tallet potrebbe apparire strano il ritrovamento dei papiri in quel luogo, dal momento che ci si aspetterebbe che i dirigenti delle squadre portassero sempre con sè questi documenti. La ragione per cui furono abbandonati può risiedere nell’ipotesi che quella dovette essere l’ultima missione del team, forse a causa della morte del re.

<< Penso che abbiano semplicemente fermato tutto e chiuso le gallerie; poi, prima di abbandonare il sito, hanno seppellito gli archivi nella zona tra le due grandi pietre usate per sigillare il complesso. La data sui papiri sembra concordare con l’ultima di cui siamo in possesso per Cheope, il 27° anno del suo regno>>

Un frammento del papiro B. (© Gaël Pollin, Ifao; a sinistra la Trascrizione di Pierre Tallet)

Il lavoro svolto da Tallet e dai suoi colleghi lungo il Mar Rosso, sembra collegarsi ed integrarsi con quello svolto da Lehner a Giza. Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, intraprese uno scavo su larga scala in quella che si è rivelata essere una zona residenziale nelle vicinanze delle piramidi e della Sfinge. Come ben sappiamo, la scarsità di informazioni sul numero necessario di addetti per l’attuazione di un così enorme progetto ha dato origine alle più bizzarre teorie alternative. Ma, nel 1999 Lehner iniziò a scoprire un grosso complesso abitativo che avrebbe potuto ospitare fino a 20.000 individui.

A giudicare dai resti rinvenuti, sembra che gli occupanti di questo complesso, al pari dei marinai del Mar Rosso, fossero ben nutriti. Mangiavano molta carne bovina, proveniente per lo più da animali allevati nelle tenute rurali e poi, probabilmente, trasportati su imbarcazioni agli insediamenti reali di Menfi e Giza per essere macellati. Il maiale, invece, sembra essere stato prevalentemente consumato dagli addetti alla produzione di cibo (panificatori, birrai ecc.). Inoltre, il rinvenimento in situ di oggetti abbastanza “esotici” come denti di leopardo (forse corredo di una veste sacerdotale), ossa di ippopotamo intagliate e rami di ulivo (un’ attestazione del commercio con il Levante), suggerisce che le persone presenti nel villaggio di lavoro scoperto da Lehner, fossero specialisti altamente qualificati.

Secondo il papiro di Merer, anche i marinai facevano parte del progetto. Esso menziona, infatti, il trasporto di blocchi di calcare sia fino al lago (o bacino) di Khufu, sia all’ Orizzonte di Khufu (la Grande Piramide). I papiri offrono un supporto importante ad una tesi che Lehner andava sviluppando da diversi anni. Secondo le sue ricerche, gli antichi egizi, maestri nelle opere idrauliche, costruirono un grande porto nelle vicinanze del complesso di Giza. Ciò permise a Merer di trasportare la pietra calcarea da Tura fino a Giza per via fluviale.

<< Penso che gli egiziani siano intervenuti nella pianura alluvionale in modo drammatico così come hanno fatto sull’altopiano di Giza>>, dice Lehner, aggiungendo: <<I papiri di Wadi el-Jarf sono un pezzo importante nel puzzle generale della Grande Piramide>>

Tallet è, invece, più cauto nelle sue conclusioni:

<< Non voglio essere coinvolto in nessuna polemica sulla costruzione delle piramidi, non è il mio lavoro>>, dice. Poi aggiunge:<<Di sicuro è interessante valutare questa ipotesi che merita uno studio molto approfondito>>.

Ipotesi ricostruttiva del complesso della Piramide di Cheope (© “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass).

Tallet ritiene che il lago di Khufu, a cui si riferisce Merer, era più probabilmente situato ad Abusir a circa dieci miglia a sud di Giza.

<< Se fosse stato troppo vicino a Giza, non si capisce perché Merer impiegasse un giorno intero per navigare da questo luogo alla piramide>>, afferma.

Ma, Tallet ha finito per convincersi della bontà dell’ipotesi di Lehner circa la presenza, comunque, di un grande porto a Giza.

<<Ha perfettamente senso che gli egizi trasportassero materiali da costruzione e viveri in barca, piuttosto che trascinarli attraverso il deserto. Non sono sicuro che sarebbe stato possibile tutto l’anno, dovendo aspettare il periodo delle inondazioni. E presumibile che funzionassero per circa sei mesi in attesa della successiva esondazione>>.

Fonti:

  • David Degner/Getty Reportage
  • Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna, Sito ufficiale dell’UMR (Paris)
  • Tiziana Giuliani: Wadi el-Jarf:il porto, i papiri e la costruzione della Grande Piramide. Sito Mediterraneo Antico
  • Pierre Tallet, Bulletin de la Société Française d’Egyptologie N. 188 Febbraio 2014.
  • Pierre Tallet, Rapport d’activité del la saison 2015 au ouadi el-Jarf, pubblicato il 01/01/2016
  • Bulletin archéologique des Écoles françaises à l’étranger (BAEFE),per le indagini 2019-2020
  • AMeRS Association Mer Rouge-Sinaï
  • Franck Monnier, L’Univers Fascinant des piramydes d’Égypte, editions Faton, p. 22
  • David Degner/Getty Reportage