Di Luisa Bovitutti

La scena dell’uccellagione con le reti fa parte del protocollo decorativo tipico delle tombe egizie fin dall’Antico Regno; si è visto che essa appare nella camera principale della tomba di Meresankh III, ma come si può costatare dai rilievi tombali sotto pubblicati, rimase in auge per molti secoli, fino almeno alla XVIII dinastia.

Nell’antico Egitto la caccia di animali di grossa taglia come leoni, gazzelle ed ippopotami si svolgeva nel deserto o lungo il Nilo e fu lo sport preferito dai nobili, mentre quella a piccioni, anatre, oche, gru e vari tipi di uccelli acquatici fu sempre molto praticata anche dai ceti più bassi per procurare cibo.
I cacciatori si servivano del bastone da lancio oppure si organizzavano in squadre e tendevano sulla superficie di uno specchio d’acqua una rete esagonale od ottagonale ancorata a due pertiche; quando gli uccelli si posavano sopra di essa, al segnale del loro capo gli uomini tiravano energicamente la corda che passava probabilmente per ciascun angolo della rete e la richiudevano intrappolando gli uccelli che si erano posati su di essa.

La selvaggina catturata veniva uccisa, spennata e ripulita delle interiora direttamente in loco, quindi subito cucinata, offerta al tempio, oppure messa sotto sale in capienti giare o essiccata appendendola a delle rastrelliere per essere conservata a lungo: nelle scene di uccellagione infatti talvolta si trovano raffigurazioni di uomini impegnati a spiumare ed eviscerare delle anatre.

Tomba di Nakht, Sheikh Abd el-Qurna. XVIII dinastia.
Autore sconosciuto, Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Spesso gli esemplari venivano tenuti in vita ed allevati insieme ad oche ed anatre per fornire uova, carne e grasso, come si evince dai rilievi tombali che mostrano effettivamente volatili addomesticati rinchiusi in recinti e servi che li stanno alimentando forzatamente.

Dipinto di Nina De Garis Davies, MET New York, a questo link:
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544550
FONTI: