Terracotta, Altezza cm 30,5 Provenienza sconosciuta – Età romana Museo Egizio del Cairo – JE 54502
La produzione di oggetti di terracotta, particolarmente fiorente in epoca faraonica, prospera anche durante l’ Età Romana.
Sono noti numerosi esemplari di statuine e di vasi solitamente connessi a questo periodo.
Nella produzione vascolare di Epoca Romana il repertorio figurativo si arricchisce di nuovi modelli iconografico e la sempre più vasta produzione fa sì che i manufatti vengano esportati in tutte le provincie dell’impero.
Nella tradizione di età Tardo-antica (IV secolo d. C.) sono note molte fiaschetta con decorazione realizzata a stampo.
È di questo periodo la fiasca della fotografia.
Su un lato la figurazione si sviluppa su due piani sovrapposti, racchiusi da una serie di quattro cornici a rilievo.
Le proporzioni dello schema compositivo sono determinate dalla superficie disponibile, come appare evidente nella parte superiore, in cui i due archi laterali sono di grandezza decisamente ridotta rispetto a quello centrale.
Nel registro inferiore si nota un tentativo di creare una prospettiva, resa dalle maggiori dimensioni delle due colonne dell’arco centrale.
Come nel registro superiore la soluzione è dettata dalla necessità di inserire in un’ area semicircolare lo schema compositivo.
Gli archi e i fusti delle colonne sono decorati da una serie di sottili linee parallele che si susseguono sulla superficie.
All’interno degli elementi architettonici sono inserite figure danzanti; nella parte superiore, lo spazio ridotto ha compromesso la realizzazione dei due personaggi laterali.
Nella parte inferiore, dove è in evidenza la figura centrale, la più ampia superficie ha consentito la maggiore cura dei dettagli.
Il tipo di vaso è la decorazione data o il reperto al IV se3 d. C.
Calcare, altezza cm 75, larghezza cm 56 Bant Harith (Tbeadelfia) – Età Romana Museo Egizio del Cairo – JE 47108
Il rilievo raffigura Iside e Arpocrate inquadrati fra due piccole colonne.
La presenza di questi elementi architettonici solitamente fornisce alla composizione l’aspetto di un naiskos, cioè un piccolo tempio.
In questo caso, per le sue dimensioni decisamente sproporzionate rispetto allo spazio disponibile, la figura femminile sembra quasi fuoriuscire dalla cornice.
Il corpo della dea, piuttosto massiccio, non pare armonizzare con le proporzioni del braccio.
Il chitone è realizzato semplicemente con una serie di tratti che si incrociano al centro del busto.
Sul collo altre due linee a rilievo suggeriscono la presenza di una collana.
La figurazione dell’acconciatura appare scandita dalla rigida successione di volumi geometrici.
Dalla scriminatura centrale si dipartono due serie di incisioni parallele con andamento leggermente ricurvo; a queste in corrispondenza delle tempie, si sovrappongono due fasce di incisioni curvilinee ripiegate verso l’alto.
Su entrambe le spalle scendono tre ciocche di capelli che incorniciando il volto e la scollatura.
L’identificazione con Iside è avvallata dalla presenza dagli attributi tipici della dea: sul capo il disco lunare iscritto dalle corna di vacca, nella mano destra le spighe di grano.
Arpocrate fa capolino dietro la spalla destra, il volto è caratterizzato da un sorriso impertinente, che richiama l’influenza ellenistica della tipologia di Eros, cui la divinità venne assimilata
Sul capo poggia la corona del Basso e Alto Egitto.
Iside pur essendo una divinità egizia, venne accolta nel pantheon romano, in ogni parte dell’impero sorsero templi a lei dedicati: era il nume tutelare della fertilità, della prosperità.
Per questo motivo era spesso assimilata da Artemide, come attestano le spighe di grano strette in mano.
Il risultato complessivo di quest’opera è modesto, quindi è possibile che si tratti di un lavoro il cui schema compositivi, legato alla tradizione scultore a romana, fosse stato realizzato da un artigiano locale.
Fonte e fotografia
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – fotografia Araldo De Luca – Edizioni White Star
Abusir El-Melek – Epoca romana Legno dipinto – Altezza 250 cm Berlino, SMPK, Agyptisches Museum, 17039
La realizzazione di ritratti funerari doveva essere così costosa che nella media solo una mummia su cinquanta ne era dotata.
I defunti forniti di tali ritratti non venivano inumati subito nella necropoli, ma venivano conservati per un certo tempo casa in appositi stirpi verticali.
Questi mobili in legno, dei quali sono rinvenuti alcuni esemplari ad Abusir El-Melek, al margine del Fayyum, presentano due ante che potevano essere aperte quando la famiglia voleva che il defunto, il cui ritratto era visibile nel tabernacolo, partecipasse alla vita domestica.
Nel caso del tabernacolo di Padichons, la mummia originale del defunto è andata perduta, il sarcofago inserito nel tabernacolo non è perciò quello pertinente.
Fonte e fotografia
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schultz e Matthias Seidel, fotografie di Matthias Seidel – Edizioni Konemann
Terracotta dipinta – Altezza 41 cm Museo Egizio di Torino Collezione Drovetti – C. 7215
Dall’Egitto di epoca romana è giunto sino a noi un discreto numero di statuine simili a questa, raffiguranti donne nude con alcuni simboli ricorrenti, quali un kalathos con ghirlanda di fiori sul capo, una doppia fascia colorata che si incrocia sul petto tra i seno, gioielli e nastri policromi.
Le figure, caratterizzate da un corpo morbido e carnoso dipinto a vivaci colori, hanno una forte connotazione erotica determinata dal fatto che esse rappresentano la dea dell’amore Afrodite, qui assimilata a Iside.
Entrambe le divinità erano anche ritenute protrettrici delle donne e ciò spiega la destinazione d’uso di queste piccole immagini che entravano a far parte della dote delle novelle spose con una chiara funzione beneaugurale.
A livello iconografico è difficile scorgere nelle statuine di Iside-Afrodite elementi tipicamente egizi dal momento che esse risultano fortemente influenzate dallo stile ellenistico di epoca romana.
Guardando questa statuina appare evidente che l’arte egizia è ormai molto lontana
Non si può nemmeno parlare di stile ibrido egizio – ellenistico perché qui c è un predominio assoluto della componente classica.
Con la conquista romana dell’ Egitto tutta la cultura locale di antica matrice faraonica subì un’ulteriore trasformazione, preludio della sua definitiva scomparsa.
Fonte e fotografia
I Grandi Musei : Torino Museo Egizio – Silvia Einaudi – Edizioni Electa
Tralascio tutti gli episodi, congiure, battaglie che si sono succedute per la conquista dell’Egitto da parte di Roma.
L’ Egitto, importante sia per la sua posizione strategica che per la sua economia, ebbe uno statuto patticolare : fu dichiarato proprietà personale dell’imperatore e soggetto a un suo rappresentante, il prefetto, da quel momento L’Egitto farà parte dell’impero romano e ne condividerà le sorti.
In Egitto l’ epoca romana sarà compresa fra il 30 a. C. e il 395 d. C., gli imperatori che succedettero a Ottaviano Augusto sfruttarono l’ Egitto per le sue ricchezze, asportarono dal paese molti monumenti, spesso obelischi, ma altri ne restaurarono e ampliarono, si fecero raffigurare come faraoni.
Catacombe di Kom El Shuqafa
Con l’arrivo del cristianesimo l’atteggiamento cambiò, andando all’accoglienza indifferente di un culto fra tanti altri sino alle persecuzioni.
In campo artistico il riflesso della storia, della politica e della cultura romane produrranno degli ibridi lontani dallo spirito originario.
In campo architettonico vi fu una continuità con la tradizione egizia: i templi vennero completati, ampliati e vennero anche costruiti diversi santuari.
Statua di Horus guerriero in abito imperiale.
Fra i templi ampliati in epoca romana ricordiamo Dendera, Kom Ombo, File.
Fra le nuove costruzioni il chiosco di Traiano, l’edicola degli Antonini o porta di Adriano, la porta di Diocleziano nel tempio di File.
Varie costruzioni nell’area del Fayyum come il tempio di Nerone a Karanis.
La maggioranza dei Templi fu costruita in Bassa Nubia: Kalabsha, Tafa, Dendur.
La statuaria ha ormai perso lo spirito e il significato che rivestiva per gli egizi, è in puro stile e tipologia romana.
Gruppo statuario di Ki-nebu e Iside, din. XVIII-XX, Tebe, tomba 113. Calcare dipinto Inv.2945, August Kestner Museum, Hannover
Questo magnifico gruppo statuario è uno dei pezzi più importanti della collezione egizia dell’August Kestner Museum di Hannover ed era anche uno dei più amati da August Kestner.
Lo stato di conservazione è eccellente, dato che preserva ancora la colorazione originale.
Non è questo l’unico motivo per ammirare questa statua: lo stile richiama chiaramente la XVIII dinastia e il regno di Amenhotep III (io trovo i ritratti molto simili a quelli del generale Nakhtmin e la moglie o del tesoriere Maya e la moglie) ma questa statua fu usurpata 220 anni dopo, durante la XX Dinastia e precisamente durante il primo anno del regno di Ramses VIII, intorno al 1130 a.C. come riportato nell’iscrizione sulla statua (vedere foto del retro sotto).
Il retro del gruppo statuario. Foto August Kestner Museum
Mentre l’originario committente è sconosciuto, sappiamo che coloro che “presero in prestito” la statua furono il sacerdote Kinebu e la moglie Iside, cantatrice di Amon.
La particolarità di questa statua risiede nel fatto che Kinebu non si limitò ad appropriarsene ma vi fece anche modificare gli abiti per renderli alla moda. Si tratta dell’unico caso conosciuto, secondo il museo, di questo desiderio di essere alla moda!
Le parrucche e gli abiti sono magnifici. La foto del Museo consente di ammirarne i dettagli.
Qualche tempo fa un mio amico, professore universitario, mi domandò se esistevano già nell’antico Egitto delle attività documentate di intelligence.
Ovviamente gli risposi velocemente di no, ma poi, riflettendoci bene, alcune situazioni storiche che avevo studiato per realizzare i Laboratori di Filologia Egizia mi suggerirono che qualcosa si poteva derivare.
Così ho realizzato l’articolo che vi propongo auto pubblicato qualche tempo fa.
Anche se questa volta non contiene delle iscrizioni geroglifiche spero ugualmente che questo mio lavoro sia di vostro interesse.
1954, Editions d’Art Albert Skira, Genève, Paris, New York
É la prima e preziosa edizione rilegata di un’opera che illustra magnificamente la pittura egiziana dal regno di Thutmose III all’epoca ramesside.
Il libro presenta 95 riproduzioni a colori, in carta lucida, applicate come delle cartoline sulle pagine.
La qualità della carta é magnifica ma ciò che colpisce é la descrizione minuziosa dei dipinti nel loro contesto storico, il racconto dei sentimenti e dello spirito di un popolo unico visto attraverso gli occhi delle rappresentazioni pittoriche.
Una lettura davvero piacevole e entusiasmante.
Il libro é ovviamente fuori produzione ma si trova ancora nel mercato dell’usato a prezzi davvero interessanti per la qualità dell’opera.
Questa antichissima opera rappresenta il punto d’incontro ideale fra l’arte protodinastica, di cui ricorda le opere di terracotta o avorio, e quella dinastia, di quest’ultima infatti contiene già la caratteristica costruzione su due assi: quello verticale è dato da elementi come il braccio destro disteso, quello orizzontale da elementi quali il braccio sinistro piegato. La statua rappresenta probabilmente una dea. Quest’opera è una delle prime statue litiche di figure umane erette che ci siano pervenute.
Da Abydos, fine Predinastico, I dinastia.
Calcare, altezza 34,7 cm. Monaco, Staatliche Sammlung, Agyptischer Kunst.
Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano.
FIGURA IN AVORIO
A cura di Sandro Barucci
Espressiva figura di avorio (ippopotamo) dal Metropolitan Museum of Art di NY, datata tardo Naqada I – primo Naqada II.
CIOTOLA CON PIEDINI UMANI
A cura di Patrizia Burlini
Ciotola con piedini umani. Realizzata in argilla del Nilo, la superficie è così liscia e levigata da apparire lucida .La forma la rende simile al geroglifico egizio che significa “portare” : in(i). Non è chiaro il suo utilizzo: forse ciotole del genere facevano parte del corredo funerario, come ciotole per le offerte di cibo dai vivi ai defunti (forse con i piedi la ciotola poteva raggiungere più speditamente il defunto ?).
Periodo predinastico, tardo Naqada I- Naqada II, conservata al MET di New York.
Data ca. 3900–3650 a.C.
Dimensioni: diam. 13.2 x L 13.7 x P 9.8 cm
TAVOLOZZA IN GROVACCA
A cura di Francesco Alba
Tavolozza in grovacca a forma di pesce, per macinare il belletto.
Risale al Naqada II-III. Ignoto il luogo di origine, faceva parte della collezione di W. M. Flinders Petrie.
Attualmente in mostra presso il Cleveland Museum of Art (USA).
PETTINE IN AVORIO
A cura di Luisa Bovitutti
Pettine in avorio decorato con una giraffa risalente al periodo Naqada II, oggi custodito al Metropolitan di New York.
VASO ZOOMORFO
A cura di Grazie Musso
Questo vaso votivo del Predinastico (per defunti o divinità) fu realizzato con una tecnica particolare : modellato inizialmente a forma di uovo, è stato poi scolpito ulteriormente fino a ricordare un ibis che è qui realizzato facendo coincidere il becco con il collo e piegandoli entrambi all’indietro. Il vaso è scavato all’interno sino ad ottenere pareti sottilissime
Naqada II, Lunghezza 18 cm. Berlino, Agyptisches Museum.
Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano.
Collana in corniola e faience
A cura di Ivo Prezioso
Lunga collana costituita da piccole perline tubolari di corniola e faience. Nella parte centrale sono inserite alcune perline sfaccettate di corniola.
Provenienza: Badari Tomba 23.
Predinastico. Lunghezza cm.80. Londra, Petrie Museum
Collana in corniola e faience CON PERLE D’ORO
A cura di Ivo Prezioso
Collana proveniente da Abydos, Tomba 787. Lunghezza cm. 24.
Londra, Petrie Museum.
Collana costituita da perle cilindriche e tubolari di faience e corniola e da due perle sferiche in oro
BRACCIALE IN faience
A cura di Ivo Prezioso
Bracciale proveniente da Giza, Mastaba V. Lunghezza cm. 20, altezza cm. 2,2.
Londra, Petrie Museum.
Il bracciale è costituito da tredici elementi di faience che raffigurano il nome di Horus del sovrano: il falco appollaiato sul “serekh”. Sette elementi sono rivolti a destra e sei a sinistra: è quindi probabile che uno sia mancante. Ciascun elemento è separato dal successivo da due piccole perline tubolari. Alle estremità sono presenti due terminali forati. Questo bracciale mostra una somiglianza evidente con quello molto più prezioso, in oro e turchese, rinvenuto nella tomba di Djer.
QUATTRO BRACCIALETTI DALLA TOMBA DEL RE DJER
A cura di Luisa Bovitutti
Rinvenuti al Abydos nella tomba del re Djer della 1′ dinastia (ca. 3150-2890 a.C.), ora al Museo Egizio, al Cairo. JE 35054 Essi si trovavano sull’avambraccio avvolto in bende di lino appartenuto ad una donna, forse la moglie del re o un membro della famiglia reale. I singoli componenti erano stati tenuti in posizione dalle bende, per cui è stato possibile ricostruire i bracciali nel loro aspetto originario; tre di essi sono realizzati con perle d’oro, turchese, lapislazzuli e ametista.
Il quarto è costituito da 27 targhe che rappresentano la facciata del palazzo sormontata dal dio falco Horus.
Vasi di tipo Naqada II
A cura di Grazia Musso
Epoca Predinastica, Naqada II., seconda metà del IV Millennio a. C. Argilla dipinta. Scavi a Hammamija e acquisiti di E. Schiapparelli. Museo Egizio di Torino.
Il cosiddetto periodo Predinastico della storia dell’Egitto fu caratterizzato dalla fioritura di alcune culture locali convenzionalmente designate con i nomi delle località incui sono state trovate le loro testimonianze archeologiche. Tale è il caso di Naqada, un sito a circa 30 chilometri a nord di Luxor, sulla riva occidentale del Nilo. La zona, scavata alla fine dell’Ottocento, ha restituito un’enorme quantità di reperti, soprattutto ceramica, pettini in avorio, tavolozza per il belletto e coltelli in selce che testimoniano l’esistenza, tra il V e il IV millennio a. C, di una civiltà omogenea, caratterizzata da un alto livello di sviluppo produttivo. I vasi di Naqada rappresentano un gruppo piuttosto omogeneo, che si può suddividere in due categorie cronotipologiche, identificate come Naqada I e Naqada II. Questi vasi appartenuti, appartenuti alla seconda serie, sono realizzati in Argilla chiara con motivi geometrici, spirali e archetti, e immagini di imbarcazioni dipinte di rosso.Le barche, certamente connesse allo sviluppo della navigazione fluviale dell’epoca, oltre alle figure di animali e piante dell’ambiente nilotico sono i tipici temi raffigurati i della produzione vascolare di ‘Naqada II”, che trasse spunto dall’ ambiente naturale circostante per queste prime e antichissime espressioni artistiche.
Fonte: I grandi musei – Torino Museo Egizio – Electra.
TELO DIPINTO
A cura di Grazia Musso
Metà del IV Millennio a. C. Misure originarie: 390×95 cm Museo Egizio di Torino.
Il clima caldo e secco dell’Egitto ha contribuito in maniera determinante alla conservazione di antichi manufatti altrimenti facilmente deperibili, come quelli realizzati in legno, stoffa, pellame e fibre vegetali. Il telo di lino dipinto rinvenuto a Gebelein nel 1930 da Giulio Farina, collaboratore di Schiapparelli e poi suo successore alla guida del Museo Egizio, è uno dei più antichi reperti di questo genere proveniente dal mondo antico. La stoffa , rinvenuta nella fossa in cui era stato sepolta una persona in posizione rannicchiata, è decorata con scene policrome dipinte di nero, rosso e bianco che raffigurano imbarcazioni a remi, un uomo vicino a rivoli d’acqua, un episodio di caccia all’ippopotamo e una danza rituale, probabilmente connessa con i riti funebri celebrati in favore del defunto. I disegni, pur nella loro semplicità, sono estremamente realistici e costituiscono quindi un documento prezioso per conoscere quale fosse la tecnica di navigazione fluviale praticata in Egitto in quelle epoche remote. Il telo testimonia inoltre l’alto livello raggiunto più di cinquemila anni fa dall’industria tessile locale, basata già allora sulla coltura specializzata del lino che sarebbe rimasta anche in seguito una delle voci più importanti dell’economia egizia.
Fonte: I grandi musei – Museo Egizio di Torino – Electra.
Arte naturalistica in epoca predinastica
A cura di Luisa Bovitutti
Capolavori predinastici ispirati alla fauna locale: statuine raffiguranti uno sciacallo, un elefantino ed una rana, ed un vaso decorato con giraffe e, sembra, uno scorpione.
A sinistra due ippopotami, a destra un’anatra accovacciata, un pesce ed un ibis.
Tavolozza a forma di pesce
A cura di Grazia Musso
Epoca Predinastica Ardesia, altezza 4,8 cm., lunghezza 14,4 cm. Museo Egizio di Torino
Alla cultura di Naqada ( I e II) risalgono le tavolozze in ardesia usate per macinare i pigmenti di origine minerale ( malachite e galena) con cui si produceva il belletto per truccare gli occhi. Si tratta di sottili lastre di pietra scura il cui contorno riproduce, in linee semplici ed essenziali, l’aspetto di vari animali tipici della Valle del Nilo, quali pesci, tartarughe e uccelli. La finalità di queste tavolozze è desunta, dalla presenza, su alcuni esemplari, di tracce di pigmento colorato con cui sia gli uomini che le donne usavano contornate gli occhi. Dopo essere state usate in vita, le tavolozze entravano a far parte del corredo funerario del loro proprietario, chiuse all’interno di tombe che le hanno conservate intatte per millenni sino alla loro riscoperta .È tuttavia probabile che a partire dal tardo periodo Predinastico almeno gli esemplari più elaborati avessero perso il loro significato pratico originario e fossero invece destinati ai templi, dove venivano deposti come ex-voto dai fedeli. Comunque, indipendentemente dalla loro destinazione d’uso, questi antichi oggetti con le loro forme stilizzate sono una chiara dimostrazione della grande capacità di astrattismo elaborata dagli artigiani di quell’epoca, autori di oggetti di uso quotidiano realizzati come opere d’arte.
Fonte : I Grandi Musei: il Museo Egizio di Torino. – Electra.
COLTELLO CERIMONIALE PREDINASTICO
A cura di Luisa Bovitutti
Questo coltello con lama in selce a coda di pesce risale al periodo Naqada II (3800- 3200 a. C.), fu rinvenuto a El Gebelein ed è ora custodito al museo del Cairo. Il manico è in legno, rivestito in foglia d’oro e decorato con lo stile tipico dei vasi di quel periodo: tre figure femminili, probabilmente ballerine, stanno in fila tenendosi per mano; l’ultima tiene un ventaglio. Sul lato opposto al ventaglio ci sono quattro linee ondulate che probabilmente rappresentano le acque del Nilo.
Esso non era destinato all’uso nella vita quotidiana: la forma a coda di pesce della lama ricorda uno strumento usato nella cerimonia di “Apertura della Bocca” chiamato pseshef e menzionato nei testi delle Piramidi dove viene spiegato che veniva usato per toccare la mascella del defunto nel corso di incantesimi appropriati per permettergli di muoverla e di parlare.
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