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LA PEINTURE EGYPTIENNE

Par Arpag Mekhitarian

Presentato da Patrizia Burlini

1954, Editions d’Art Albert Skira, Genève, Paris, New York

É la prima e preziosa edizione rilegata di un’opera che illustra magnificamente la pittura egiziana dal regno di Thutmose III all’epoca ramesside.

Il libro presenta 95 riproduzioni a colori, in carta lucida, applicate come delle cartoline sulle pagine.

La qualità della carta é magnifica ma ciò che colpisce é la descrizione minuziosa dei dipinti nel loro contesto storico, il racconto dei sentimenti e dello spirito di un popolo unico visto attraverso gli occhi delle rappresentazioni pittoriche.

Una lettura davvero piacevole e entusiasmante.

Il libro é ovviamente fuori produzione ma si trova ancora nel mercato dell’usato a prezzi davvero interessanti per la qualità dell’opera.

https://www.ibs.it/peinture-egyptienne…/e/2560005065873…

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L’HAREM FARAONICO – INTRODUZIONE

Di Luisa Bovitutti

Gli egizi erano generalmente monogami, ma gli esponenti delle classi agiate si permettevano anche più mogli perché avevano i mezzi per mantenere famiglie numerose.

Rilievo dalla tomba di Pay e Raia a Sakkara; oggi conservato al Museo Egizio di Berlino.

Per il Faraone la poligamia era quasi un dovere, perché in un’epoca nella quale la mortalità infantile era elevatissima, era essenziale garantire la continuità della dinastia e quindi avere molti figli: Ramses II, che ebbe un regno molto lungo, sopravvisse a molti dei suoi principi ereditari e dopo di lui salì al trono Merenptah, addirittura il tredicesimo nella linea di successione.

Pare che l’usanza di avere più mogli risalga all’epoca predinastica, ed è documentato che Pepi I, della VI dinastia, ne ebbe sette; la poligamia del sovrano è rimasta pratica comune anche nei secoli successivi, tant’è che nel corso della XIII dinastia compare il titolo di Grande Sposa Reale (Hmt nswt wrt) attribuito alla moglie principale del faraone, che sottintende la presenza di altre spose meno importanti (Hmt nswt).

Pai, qui rappresentato con la moglie, fu sovrintendente dell’harem all’epoca di Tutankhamon, e pare sia vissuto fino al regno di Seti I; anche suo figlio Raia ricoprì dopo di lui lo stesso incarico.

Nel Nuovo Regno divenne consuetudine che nel momento dell’ascesa al trono al nuovo re venisse costituito un harem: così fece Seti I per Ramses II quando fu incoronato durante la coreggenza: 

“Quando mio padre si alzò davanti al popolo, io essendo (ancora) un bambino nelle sue braccia, [egli] disse di me: Alzalo come un re, perché [possa] vedere la sua bellezza mentre sono in vita. [Ha fatto convocare] i ciambellani per apporre i diademi sulla mia fronte. ‘Metti il ​​grande [che è la corona] sul suo capo.’ Così ha detto di me quando era sulla terra ……. Mi ha dotato di un harem e di alloggi reali di donne, che erano come le bellezze del Palazzo Reale. Ha scelto per me donne in tutta [questa terra]”.

Ad oggi non vi sono prove dell’esistenza di una gerarchia tra le mogli secondarie del sovrano, se non quella naturale legata all’anzianità; neppure il fatto di aver dato alla luce l’erede al trono faceva loro acquisire uno status più elevato, tant’è che quando Thutmose III e Siptah, figli di spose secondarie, divennero Faraoni in giovanissima età, le loro madri mantennero il ruolo subordinato e la reggenza venne assegnata alle grandi spose reali Hatshepsut e Tausert.

Sebbene i contatti delle donne della famiglia reale fossero limitati e controllati da funzionari e guardie, le fonti documentano che la Grande sposa reale, i suoi figli e la regina madre accompagnavano regolarmente il Faraone nelle apparizioni pubbliche, alle udienze, alle feste ed in alcuni dei suoi viaggi, per cui alloggiavano vicino a lui ed avevano a disposizione una serie di stanze attigue ai quartieri privati reali che venivano amministrate da un sorvegliante e le cui spese erano a carico dello Stato.

La magnificenza della sua tomba e dei rilievi, in buona parte asportati e custoditi in vari musei, indica il favore accordatogli dal sovrano, il quale doveva nutrire grande fiducia in lui avendogli affidato il delicato compito di sovrintendere all’harem.

La maggior parte delle mogli secondarie ed in particolare le principesse straniere che avevano contratto un matrimonio diplomatico con il Faraone ed il loro entourage invece vivevano in edifici separati, situati nei pressi del palazzo reale o negli harem che avevano sede nelle città nelle quali il sovrano era solito risiedere.

Entrare a far parte dell’harem reale per una ragazza era un onore ed una notevole opportunità, in quanto il Faraone avrebbe potuto sposarla e farla diventare madre di un principe, oppure più facilmente, passato il suo momento di gloria, darla in sposa ad un nobile o ad un alto funzionario cui voleva manifestare il suo favore e quindi garantirle un’esistenza agiata.

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CENERENTOLA E RADOPIS

A cura di Giuseppe Esposito

Quando ho pensato di scrivere questo articolo ero convinto che sarebbe stata una passeggiata, «che ci vuole…», mi sono detto, «…a scrivere qualcosa di un’antica favola?». Ma tra il dire e il fare qualche volta c’è di mezzo… il Nilo (tanto per restare in tema).

Mi sarei potuto limitare a raccontare la storiella (come ho visto in tanti altri siti), senza riferimenti, solo per raccontare questo gossip di 2500 anni fa, che ancora si riverbera in tempi moderni, ma, come ormai avrete capito leggendo altri miei interventi, non è il mio stile poiché rispetto troppo chi legge i miei articoli e cerco, sempre, di metterlo nelle migliori condizioni di verificare che non “vendo tappeti”… e allora eccoci a parlare di quest’antica storia, trasformatasi in fiaba, per grandi e piccini… Buona lettura e, visto che quasi ci siamo, Buon Natale!

CENERENTOLA

Boongggg! «…otto… ancora quattro rintocchi alla mezzanotte… debbo andare…”, “…aspetta, resta ancora…», «…non posso anche se vorrei…, non posso…» e, con il cuore in gola, era già sullo scalone del Palazzo, inseguita dal Principe… un lieve inciampo e una scarpa persa, ma non poteva certo fermarsi a recuperarla… Boonggg! Era l’undicesimo e doveva correre… ma il giorno dopo Asso di Bastoni, l’araldo del re, iniziò a percorrere le strade basolate di Napoli e a narrare il Cunto «…Aieressera a palazzo riale s’è perza na chianella ‘mmiez’ ‘e scale![1]», e le lavandaie spettegolavano sulla misteriosa fanciulla «penzate a cchella c’ha perzo ‘sta scarpa! Na corz’all’alba cu ‘e guardie appriesso e ‘o core ‘nganna p’ ‘a paura![2]», e ancora «…chella parev’ ‘a Maronna![3]».

Forse l’inizio vi ha un po’ spiazzato, e vi state chiedendo quale sia, in realtà, l’argomento di quest’articolo in un sito di egittologia… cerchiamo perciò, intanto, di mettere un po’ d’ordine: l’inizio è di certo il più noto poiché è una libera rivisitazione della parte finale della fiaba di Cenerentola, secondo le versioni di Perrault[4] e dei fratelli Grimm[5]; più difficile sarà stato, forse, individuare la parte in napoletano che ho tratto dalla “favola in musica in tre atti” di Roberto De Simone[6]La Gatta Cenerentola[7]”, decisamente più aderente, anche nel titolo, alla originale versione di Giovan Battista Basile[8]. Un ulteriore problema credo lo ponga l’accenno mistico/religioso alla Madonna, ma anche qui, rifacendoci alla tradizione popolare napoletana, esiste un suo perché. Narra, infatti, una delle versioni, che ogni sera, la Madonna portava il Bambino a passeggiare sulla spiaggia di Mergellina, ma una sera perse una scarpa, o meglio, una “pianella”. Questa, rinvenuta dai devoti, venne custodita dapprima in una piccola cappella, poi trasformatasi nella Chiesa di Piedigrotta[9].

La chiesa di Piedigrotta a Napoli

NEL TEMPO E NEL MONDO

Ok, sono certo che vi state ancora chiedendo dove voglio arrivare, ancora un po’ di pazienza… come al solito la prendo alla larga con la mia mania di scivolare tra le pieghe del tempo per raggiungere il nocciolo della questione… e questa volta, oltre al tempo, vi costringerò a scivolare brevemente anche nello spazio poiché risale al IX secolo il racconto cinese di Yen Xian che, tuttavia, potrebbe aggiungere alla nostra eroina “moderna” una giustificazione, relativa alle dimensioni del piede, che, altrimenti, non avrebbe logica secondo la nostra cultura: Yen Xian, infatti, è nota, in tutta la Cina, per avere i piedi più piccoli, ed eleganti, dell’Impero[10]. E ancora, potremmo fare riferimento alla fiaba africana di “Natiki[11], o a quella persiana de “Il vasetto magico[12], passando per la danese “Il Cavaliere Verde”, per arrivare, escludendo le più moderne teatrali, o cinematografiche, a oltre 300 versioni (c’è chi porta il numero addirittura a 1500).

Tutte, però, avrebbero una fiaba capostipite, quella di Radopis.

RADOPIS

Purtroppo, di questa fiaba, o storia, considerata l’archetipo di quella della nostra Cenerentola, non ci è pervenuta alcuna menzione diretta e ne conosciamo l’esistenza solo perché riportata da autori relativamente “moderni” tra questi, come al solito, la palma del primo va assegnata, sia pure indirettamente, a Erodoto[13]. Narrando della piramide di Micerino, infatti, l’autore contesta il racconto, a lui riferito, relativo alla costruzione della piramide stessa. La narrazione dei suoi “intervistati”, infatti, prevede che si tratti della piramide fatta costruire dalla cortigiana “Radopis” (“Viso di Rosa”), ma è lo stesso autore, scettico, che specifica (“Storie”, Libro II, 134):

«…parlano senza neppure sapere chi era Rodopis, altrimenti non potrebbero attribuirle la costruzione di una piramide come quella che costa migliaia di talenti, una cifra per così dire incalcolabile…»

E, più avanti:

«…inoltre Rodopis godette il massimo splendore all’epoca del re Amasi e non sotto il regno di Micerino, vale a dire parecchi anni dopo i re che lasciarono queste piramidi; Rodopis era di stirpe tracia, schiava di Iadmone di Samo, figlio di Efestopoli, e compagna di schiavitù di Esopo[14], il favolista…»

E così abbiamo intanto inquadrato il periodo storico in cui si sarebbe svolta la storia della bellissima etera Radopis, o Radopi, o Rodopi, ma anche Rhadopis: non al tempo di Micerino, cioè nella IV dinastia (circa 2500 a.C.), bensì non solo “parecchi anni”, ma svariate decine di secoli dopo, sotto il re Amasi[15], della XXVI dinastia (circa 530 a.C.). La nota di Erodoto, relativa alla piramide di Micerino e che comprende la storia di Radopi, prosegue nel paragrafo successivo, il 135 delle sue “Storie”, libro II:

«…Rodopis giunse in Egitto al seguito di Xanto di Samo, vi giunse per esercitarvi l’antica professione, e vi fu riscattata per una somma enorme da un uomo di Mitilene, Carasso, figlio di Scamandronimo e fratello della poetessa Saffo.»

Per conoscere, tuttavia, la storia di Radopis dobbiamo rifarci ad altri scrittori come Strabone[16] che, nel libro XVII della sua “Geografia”, al capitolo 33, sempre a proposito delle piramidi di Giza, scrive che due sono annoverate tra le Sette Meraviglie del Mondo, mentre una terza (in realtà quella di Micerino) è nota come:

«…“Tomba della Cortigiana” essendo stata costruita per la sua amante –la cortigiana chiamata dalla poetessa melica Saffo, Doricha[17], amata da suo fratello Charaxus [il Carasso ereodoteo] impegnato nel trasporto di vini di Lesbo a Naucratis per la vendita- ma altri danno di lei il nome Rhodopis[18]. …»

E, più avanti:

«…Di lei si racconta la storia favolosa che, mentre si bagnava [nel fiume], un’aquila s’impossessò di uno dei suoi sandali trasportandolo a Menfi. Mentre il re stava amministrando la giustizia nella corte aperta, l’aquila, fece cadere il sandalo nel suo grembo.

Il re, colpito dalla bella forma armoniosa del calzare e dalla stranezza dell’accaduto, inviò uomini in tutte le direzioni nel Paese alla ricerca della donna proprietaria del sandalo; quando fu trovata, a Naucratis, venne accompagnata a Menfi e divenne la sposa del re. Alla sua morte venne onorata con la tomba sopra detta…»

La storia, divenuta ormai famosa, venne ripresa anche da Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia” in cui, dopo aver trattato delle piramidi più importanti, aggiunge:

«…Queste sono le tanto meravigliose piramidi; e questa è maraviglia maggiore, acciocchè alcuno non si meravigli delle ricchezze dei re, che la minima d’esse, ma però la più bella, fu fatta da Rodope meritrice. Questa fu già serva, insieme con Esopo filosofo scrittor di fovole [sic], e abitava in una medesima casa; ma la maggior meraviglia di tutte è, che ella acquistasse tante facoltà con l’arte sua.» [19]

Anche Claudio Eliano[20], detto il “meliglosso”, ovvero “dalla voce mielata”, studioso di filosofia, si appassionò, principalmente a quella greca e a quella egizia, da cui ricavò la conoscenza della fiaba di Rodope narrata in una delle sue “Varia Historia”:

«Dicesi che Rodope fu meretrice egizia, di rara beltà. Stando costei una volta in sul lavarsi, la fortuna, la quale ama di operare cose strane ed inaspettate, le procacciò un’avventura ben degna, non già della sua condizione, ma di sua bellezza.

Imperocchè mentre essa si lavava e le fantesche custodivano le sue vesti, un’aquila ivi volatasi, rapì uno de’ suoi calzari, e ecco portandolo in Memfi, il depose in seno di Psammetico nel punto ch’ei teneva ragione. Avendone egli ammirato l’aggiustezza e la perfezione del lavoro ed insieme il fatto dell’uccello, comandò che per tutto l’Egitto si facesse diligente ricerca della donna di cui era quel calzare, ed avendola ritrovata, se la prese per moglie.»[21]

In questo caso, colpisce che il faraone toccato da tanta beltà non sia Amasi, come nella versione di Eliano, bensì Psammetico, ma è bene tener presente che, nella XXVI dinastia, successore di Amasi fu, appunto, Psammetico III[22].

Una vaga eco della storia, si potrebbe ravvisare anche in quella che viene considerata la più antica fiaba scritta tra quelle che si conoscano e che risale al XIII secolo a.C.: “la fiaba di Anup e Bata” o “dei due fratelli”. In questo caso, l’oggetto che suscita nel Re il desiderio di ricerca della donna da amare è una lunga treccia di capelli o, per meglio dire, il profumo da questa emanata[23].

Potremmo ancora proseguire e, come abbiamo sopra già accennato, venendo sempre più avanti nei secoli e nei millenni, giungere all’edulcorata fiaba narrata da Walt Disney, nel suo film del 1950, o nel pluritrasmesso (sinceramente ai limiti della noia) “Pretty Woman”, del 1990, ma quel che appare oggi di sconcertante attualità è, intanto, la sottolineatura del riscatto da una posizione inferiore, o addirittura infima di schiavitù, a quella di regina e, ancor più, il fatto che si tratti di…un’immigrata; si rammenterà, infatti, che già Erodoto la indica come “di stirpe tracia”.

Ma credo ora giunto il momento di terminare e che sia giusto lasciare ad Asso di Bastoni, filo conduttore della “Gatta Cenerentola”[24], il compito di chiudere questo articolo:

«… e mmò sunat’ ‘e campane,

sparate ‘o cannone,

ca chesta è ‘a riggina d’ ‘a pupulazione!»

15/12/2021


[1]    Roberto De Simone, “La Gatta Cenerentola”, 1977, Einaudi, p. 97.

[2]    Roberto De Simone, citato, p. 75.

[3]    Roberto De Simone, citato, p. 78.

[4]    Charles Perrault (1628-1703), autore de “Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités”, noto anche con il titolo di “Contes de ma mère l’Oye” (Racconti di mamma Oca), del 1695. Il libro conteneva, originariamente, otto fiabe (tra cui “Cappuccetto Rosso”, “Il gatto con gli stivali” e “Cenerentola”). Perrault si rifece, per le sue fiabe, a quelle del “Pentamerone”, meglio noto come “Lo Cunto de li Cunti” di Giovan Battista Basile sfrondandole, tuttavia, delle parti più violente, oppure oscene, inserendo una morale che non sempre è esplicita nell’opera originaria e adattandole a un pubblico adulto e aristocratico. A lui si deve, nella fiaba di Cenerentola appunto, l’“invenzione” delle scarpette di cristallo da allora sempre utilizzata in tutte le trascrizioni e trasposizioni della fiaba. Per inciso, nella fiaba di Perrault, Cenerentola perdona le sorellastre e, portatele a Palazzo, le fa sposare con nobili cavalieri.

[5]    Jacob Ludwig (1785-1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786-1859), linguisti e filologi, raccolsero fiabe della tradizione tedesca (“Fiabe del focolare”) e delle saghe germaniche in genere (“Deutsche Sagen”). Tra le altre fiabe, talvolta edulcorate e altre invece particolarmente cruente, era anche “Cenerentola” (titolo originale “Aschenputtel”), ed è noto che, nella biblioteca dei fratelli Grimm, esistessero sia “Lo Cunto de li Cunti” del Basile, sia la raccolta di fiabe di Perrault da cui, evidentemente, la fiaba è stata “copiata” e adattata. Per inciso, la fine della fiaba dei Grimm è alquanto cruenta giacché Cenerentola, in realtà una strega a sua volta, per vendicarsi delle vessazioni subite dalle sorellastre, durante la celebrazione del matrimonio con il Principe, chiama due magici colombi che strappano loro gli occhi costringendole a mendicare.

[6]    Roberto De Simone (1933), musicista, compositore, musicologo, regista teatrale, già direttore del Teatro San Carlo di Napoli e, “per chiara fama”, del Conservatorio San Pietro a Majella della stesa Città. Tra le altre opere, oltre “la Gatta Cenerentola”, si rammentano “Eleonora, Oratorio drammatico” (del 1999), incentrato sulla figura di Eleonora Pimentel Fonseca e sulla Repubblica Napoletana del 1799, e la “Messa di Requiem in onore di Pier Paolo Pasolini.  

[7]    Presentata al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1976 con attori/cantanti come Peppe Barra, Isa Danieli, Concetta Barra, Antonella d’Agostino, Fausta Vetere, Giovanni Mauriello. La versione registrata è stata inserita da “Rolling Stone” tra i “100 dischi italiani più belli di sempre”.

[8]    Giovan Battista Basile (1566-1632), funzionario pubblico, letterato e scrittore. Con il “Pentamerone”, meglio noto come “Lo Cunto de Li Cunti, overo lo trattenemiento de peccerille” del 1634, fu il primo a sfruttare la fiaba come espressione popolare. Benché considerabile come “capostipite” della moderna fiaba, con la sua “Gatta Cenerentola”, in realtà anch’egli attinse alla favolistica orale più antica. Per completezza, in questo caso non esiste alcuna “fata”, ma lo strumento delle magie è un alberello di “dattero fatato” portato in regalo a Zezolla, questo il nome della “Gatta Cenerentola”, ovvero sporca di cenere come una gatta che sta sempre vicino al focolare, dal padre al rientro da un avventuroso viaggio in Sardegna.   

[9]    Chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, dedicata alla Natività di Maria, risale al 1352-53 sul sito di una antica chiesa del V secolo, cui si era sovrapposta una chiesa bizantina dedicata alla Madonna Odigitria, a sua volta, ancora, sovrastante un tempio citato, peraltro, nel “Satyricon” di Petronio Arbitro, dedicato a Priapo.

[10] Il riferimento è all’antica e dolorosa usanza, detta del “loto d’oro”, risalente alla Dinastia Song (960-1279) e proseguita fino al XX secolo, di fasciare strettamente i piedi delle donne fino a deformarli per ottenere un’andatura molto particolare e considerata molto attraente. I piedi erano fasciati talmente stretti, e così a lungo durante la crescita, che, deformati, raggiungevano misure anche tra i 7 e i 12 centimetri.   

[11] Narrata anche da Nelson Mandela nel suo “Le mie fiabe africane” del 2004.

[12] In questo caso l’oggetto che permette il matrimonio tra il principe e la fanciulla, non è una scarpetta bensì un braccialetto di diamanti magicamente fornitole da un “vasetto magico” acquistato al mercato.

[13] Erodoto (484-525 a.C.) : “Storie”, libro II, 134-135.

[14] Esopo (620-564 a.C.), favolista greco. Poco o niente si conosce delle sue origini; secondo alcune ipotesi sarebbe stato originario di Menebria (attuale Nesebar in Ungheria), nell’antica Tracia (il che giustificherebbe la conoscenza di Radopis, a sua volta tracia), ma si ipotizza anche una provenienza dall’Egitto, da Atene, da Samo o dall’Africa subsahariana considerando “esopo” come una differente trascrizione del termine “etiope” con cui i greci indicavano tutti gli abitanti dell’Africa meridionale. Tale ipotesi viene inoltre suffragata dalla presenza, in alcune sue favole, di animali africani tipici, non presenti in Europa. Giunto in Grecia come schiavo di tale Xanthos, o di Iadmone (come indicato da Erodoto), originario di Samo, sarebbe stato condannato a morte a Delfi per suoi discorsi e interventi politici non graditi al potere.

[15] Amasi (586-526 a.C.), noto anche come Ahmose II per non confonderlo con il re omonimo fondatore della XVIII dinastia. Anche in questo caso, le notizie maggiori sul regno di tale sovrano si debbono a Erodoto.

[16] Strabone (prima del 60 a.C. – 20/24 d.C.), storico, filosofo e geografo greco

[17] Saffo (630-570 a.C.) ebbe tre fratelli, uno dei quali, Charaxus, commerciante di vini tra Lesbo e Naucratis, si sarebbe invaghito di un’etèra di nome Doricha (o Rhodopis). Per riscattarla Charaxus avrebbe dilapidato una vera fortuna creando, inoltre, notevole imbarazzo alla sua famiglia d’origine. Con un “propemtikon”, ovvero un poema per il ritorno di una persona cara, intitolato “Preghiera per Charaxus”, Saffo propizia il ritorno del fratello e, nel contempo, maledice Doricha/Rhodopis.   

[18] A proposito di tale duplice identificazione, Doricha=Rhodopis, Ateneo di Naucratis (non nota la data di nascita- morto dopo il 192 d.C.), scrittore egiziano, in una delle sue opere, i Deipnosofisti, ovvero “i Dotti a Banchetto”, in quindici volumi (giuntaci frammentaria), nel libro XIII, dedicato alle etère del passato e ai loro amanti, specifica che Doricha e Rhodopis sarebbero state due persone differenti e non la stessa.

[19] Caio Plinio Secondo (23-79 d.C.), “Della Storia Naturale”– Libro XXXVII – nell’edizione del 1844 – Vol. II- nella traduzione di M. Lodovico Domenichi (1515-1564), Venezia, tipografia Giuseppe Antonelli Ed., p. 1312.

[20] Claudio Eliano (tra il 165/170-235 d.C.), filosofo e scrittore romano, autore, tra le sue opere “Sulla natura degli animali” (in diciassette volumi), pervenutaci per intero, e le “Varia Historia”, in quattordici volumi, di cui ci sono pervenuti, completi, solo i primi due, mentre dei restanti abbiamo solo riassunti. Nel XIII, racconto 33, la storia di Radopi.

[21] Traduzione di Spyrídon Vlandís, erudito di origine greca, italianizzato in Spiridione Blandi (1765-1830).

[22] Psammetico III, non nota la nascita, salì al trono del padre, Amasi, nel 526 per essere poi deposto, un anno dopo, dall’imperatore persiano Cambise II che occupò l’Egitto nel 525 sconfiggendo l’esercito egizio, capeggiato proprio da Psammetico, nella Battaglia di Pelusio. Viene considerato l’ultimo faraone autoctono dell’Egitto.

[23] Papiro Orbiney, oggi presso il British Museum di Londra. Per le traduzioni e trascrizioni: Sergio Donadoni (1914-2015), Storia della letteratura egiziana antica, Milano, Nuova Accademia, 1957, pp. 190 e sgg. Edda Bresciani (1930-2020), Letteratura e poesia dell’antico Egitto, Torino II ed., Einaudi, 1990.

[24] Roberto De Simone, citato, p. 107.

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IL TEMPIO DI HATHOR A DENDERA

A cura di Patrizia Burlini

Il tempio di Hathor a Dendera è famoso per I bellissimi colori, ancora più evidenti dopo il restauro – e per il soffitto astronomico.

Nella sala ipostila esterna è rappresentato il viaggio diurno di Ra durante le ore del giorno.

Nell’immagine qui sotto, è presente il dettaglio della IV ora.

A destra, la dea della IV ora indossa il disco solare, sulla prua della barca sacra di Ra si notano un uccello Ba, dalla testa umana, e il dio Montu (testa di falco, poeta il disco solare con due piume) che arpiona Apophis – di cui ha diffusamente parlato Luisa Bovitutti- che in questo caso, anziché essere rappresentato come un serpente, ha le sembianze umane di un nemico asiatico.

Il segno dell’Ariete dal soffitto astronomico della grande sala ipostila.
I segni zodiacali avevano origine babilonese-greca e non si trovano in Egitto prima della conquista di Alessandro Magno, avvenuta nel 332 a. C.
Foto: Mick Palarczyck
Il segno del Toro– Foto: Mick Palarczyck
Il segno dei Gemelli, rappresentato dai gemelli divini Shu, a sinistra, e Tefnut, a destra.
Shu era il simbolo dell’aria e Tefnut quello dell’umidità. Con i figli Nut (cielo) e Geb (terra), rappresentavano i quattro elementi primordiali.
Foto: Mick Palarczyck
I segni di Vergine e Bilancia – Foto: Mick Palarczyck
Il segno del Capricorno – Foto: Mick Palarczyck

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I SACRIFICI UMANI NELLA I DINASTIA

A cura di Patrizia Burlini

La morte del sovrano nella I Dinastia era un momento di grande dolore e sconvolgimento: sembra accertato infatti che il sovrano fosse accompagnato nel suo ultimo viaggio da decine se non centinaia di familiari e cortigiani. Si trattava di un momento di grande dolore per tanti, inclusa la famiglia reale che perdeva non solo il faraone ma anche , probabilmente, molti familiari, amici , cortigiani, ancelle con cui aveva condiviso gran parte della propria vita.

La pratica di porre delle vittime sacrificali nella tomba del re iniziò con il faraone Aha o Menes, successore di Narmer, I Dinastia, 3100 a.C. : circa 50 persone accompagnarono il sovrano nel suo ultimo viaggio. Con loro furono sacrificati degli asini, come bestie da soma, e 7 giovani leoni maschi, simbolo della forza e coraggio del re. Flinders Petrie individuò le seguenti sepolture secondarie ad Abydo:

  • Aha (Menes) Nr 48
  • Djer (Zer): Nr 595
  • Djet (Zet) nr 338
  • Merneith nr 121
  • Den nr 121
  • Azab nr 63
  • Semerkhet nr 69
  • Qa nr 26

I corpi furono trovati sepolti in posizione fetale, come nelle sepolture predinastiche, in casse di legno. L’interno delle casse era riempito di sabbia bianca. Secondo Flinders Petrie la posizione di alcuni corpi indicava che alcuni di loro furono sepolti vivi (es. tomba 537: l’uomo ha le caviglie legate ai fianchi e si trova a faccia in giù, come se fosse stato gettato dall’alto; altri hanno le mani che coprono la bocca). Le analisi condotte sugli scheletri mostrano che la maggior parte degli occupanti delle tombe era in buona salute e di mezza età. Erano ben nutriti e furono seppelliti nello stesso momento. Non è stato provato che le vittime sacrificali fossero membri della famiglia reale, in particolare i fratelli del sovrano deceduto, ma l’evidenza data dalla buona nutrizione suggerisce che fossero dei membri dell’élite e della corte, mentre la morte di uomini giovani suggerisce che potessero essere potenziali rivali del successore del sovrano. Non sappiamo esattamente come queste povere persone morirono ma la maggior parte dei corpi non mostra alcun segno di lotta.

Matthew Adams , direttore del Albright Institute of Archaeological Research a Jerusalem e presidente dell’American Archaeology Abroad, ha avanzato l’ipotesi che queste persone si siano suicidate con il cianuro. Le donne erano sepolte nelle immediate vicinanze della tomba, mentre gli uomini lungo il perimetro del recinto sepolcrale. I loro nomi erano scritti su delle piccole stele poste nella tomba o in colore rosso nei i muri interni della tomba. Benché sacrificate, queste persone furono seppellite con tutti gli onori, in tombe ricche di suppellettili e dei segni di potere che li avevano contraddistinti in vita: sigilli, armi, utensili, ornamenti.

Nel caso di Djer almeno l’85% dei defunti era composto da donne. Due di loro erano sicuramente delle personalità importanti, forse delle regine. Furono trovati sepolti anche due nani, probabilmente favoriti a corte. Una carneficina agghiacciante: uomini, donne e bambini la cui vita terminò tragicamente assieme al loro sovrano e a cui fortunatamente si mise fine con la II Dinastia.

Fonti:

  • Kara Cooney, When Women ruled The world, Washington, National Geograohic, 2018W.M.
  • Flinders Petrie, tombs of the Courtiers and Oxyrhynkhlos, London, British School of Archaeology in Egypt, 1925
  • John Galvin, “New Evidence Shows That Human Sacrifice Helped Populate the Royal Ciry of the Dead”, National Geographic, April 2006
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GALLERIA DI IMMAGINI ED OGGETTI PREDINASTICI

FIGURA FEMMINILE

A cura di Grazia Musso

Questa antichissima opera rappresenta il punto d’incontro ideale fra l’arte protodinastica, di cui ricorda le opere di terracotta o avorio, e quella dinastia, di quest’ultima infatti contiene già la caratteristica costruzione su due assi: quello verticale è dato da elementi come il braccio destro disteso, quello orizzontale da elementi quali il braccio sinistro piegato. La statua rappresenta probabilmente una dea. Quest’opera è una delle prime statue litiche di figure umane erette che ci siano pervenute.

Da Abydos, fine Predinastico, I dinastia.

Calcare, altezza 34,7 cm. Monaco, Staatliche Sammlung, Agyptischer Kunst.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano.


FIGURA IN AVORIO

A cura di Sandro Barucci

Espressiva figura di avorio (ippopotamo) dal Metropolitan Museum of Art di NY, datata tardo Naqada I – primo Naqada II.


CIOTOLA CON PIEDINI UMANI

A cura di Patrizia Burlini

Ciotola con piedini umani. Realizzata in argilla del Nilo, la superficie è così liscia e levigata da apparire lucida .La forma la rende simile al geroglifico egizio che significa “portare” : in(i). Non è chiaro il suo utilizzo: forse ciotole del genere facevano parte del corredo funerario, come ciotole per le offerte di cibo dai vivi ai defunti (forse con i piedi la ciotola poteva raggiungere più speditamente il defunto 😊?).

Periodo predinastico, tardo Naqada I- Naqada II, conservata al MET di New York.

Data ca. 3900–3650 a.C.

Dimensioni: diam. 13.2 x L 13.7 x P 9.8 cm


TAVOLOZZA IN GROVACCA

A cura di Francesco Alba

Tavolozza in grovacca a forma di pesce, per macinare il belletto.

Risale al Naqada II-III. Ignoto il luogo di origine, faceva parte della collezione di W. M. Flinders Petrie.

Attualmente in mostra presso il Cleveland Museum of Art (USA).


PETTINE IN AVORIO

A cura di Luisa Bovitutti

Pettine in avorio decorato con una giraffa risalente al periodo Naqada II, oggi custodito al Metropolitan di New York.


VASO ZOOMORFO

A cura di Grazie Musso

Questo vaso votivo del Predinastico (per defunti o divinità) fu realizzato con una tecnica particolare : modellato inizialmente a forma di uovo, è stato poi scolpito ulteriormente fino a ricordare un ibis che è qui realizzato facendo coincidere il becco con il collo e piegandoli entrambi all’indietro. Il vaso è scavato all’interno sino ad ottenere pareti sottilissime

Naqada II, Lunghezza 18 cm. Berlino, Agyptisches Museum.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano.


Collana in corniola e faience

A cura di Ivo Prezioso

Lunga collana costituita da piccole perline tubolari di corniola e faience. Nella parte centrale sono inserite alcune perline sfaccettate di corniola.

Provenienza: Badari Tomba 23. 

Predinastico. Lunghezza cm.80. Londra, Petrie Museum


Collana in corniola e faience CON PERLE D’ORO

A cura di Ivo Prezioso

Collana proveniente da Abydos, Tomba 787. Lunghezza cm. 24. 

Londra, Petrie Museum.

Collana costituita da perle cilindriche e tubolari di faience e corniola e da due perle sferiche in oro


BRACCIALE IN faience

A cura di Ivo Prezioso

Bracciale proveniente da Giza, Mastaba V. Lunghezza cm. 20, altezza cm. 2,2. 

Londra, Petrie Museum.

Il bracciale è costituito da tredici elementi di faience che raffigurano il nome di Horus del sovrano: il falco appollaiato sul “serekh”. Sette elementi sono rivolti a destra e sei a sinistra: è quindi probabile che uno sia mancante. Ciascun elemento è separato dal successivo da due piccole perline tubolari. Alle estremità sono presenti due terminali forati. Questo bracciale mostra una somiglianza evidente con quello molto più prezioso, in oro e turchese, rinvenuto nella tomba di Djer.


QUATTRO BRACCIALETTI DALLA TOMBA DEL RE DJER

A cura di Luisa Bovitutti

Rinvenuti al Abydos nella tomba del re Djer della 1′ dinastia (ca. 3150-2890 a.C.), ora al Museo Egizio, al Cairo. JE 35054
Essi si trovavano sull’avambraccio avvolto in bende di lino appartenuto ad una donna, forse la moglie del re o un membro della famiglia reale.
I singoli componenti erano stati tenuti in posizione dalle bende, per cui è stato possibile ricostruire i bracciali nel loro aspetto originario; tre di essi sono realizzati con perle d’oro, turchese, lapislazzuli e ametista.

Il quarto è costituito da 27 targhe che rappresentano la facciata del palazzo sormontata dal dio falco Horus.


Vasi di tipo Naqada II

A cura di Grazia Musso

Epoca Predinastica, Naqada II., seconda metà del IV Millennio a. C. Argilla dipinta. Scavi a Hammamija e acquisiti di E. Schiapparelli. Museo Egizio di Torino.

Il cosiddetto periodo Predinastico della storia dell’Egitto fu caratterizzato dalla fioritura di alcune culture locali convenzionalmente designate con i nomi delle località incui sono state trovate le loro testimonianze archeologiche. Tale è il caso di Naqada, un sito a circa 30 chilometri a nord di Luxor, sulla riva occidentale del Nilo. La zona, scavata alla fine dell’Ottocento, ha restituito un’enorme quantità di reperti, soprattutto ceramica, pettini in avorio, tavolozza per il belletto e coltelli in selce che testimoniano l’esistenza, tra il V e il IV millennio a. C, di una civiltà omogenea, caratterizzata da un alto livello di sviluppo produttivo. I vasi di Naqada rappresentano un gruppo piuttosto omogeneo, che si può suddividere in due categorie cronotipologiche, identificate come Naqada I e Naqada II. Questi vasi appartenuti, appartenuti alla seconda serie, sono realizzati in Argilla chiara con motivi geometrici, spirali e archetti, e immagini di imbarcazioni dipinte di rosso.Le barche, certamente connesse allo sviluppo della navigazione fluviale dell’epoca, oltre alle figure di animali e piante dell’ambiente nilotico sono i tipici temi raffigurati i della produzione vascolare di ‘Naqada II”, che trasse spunto dall’ ambiente naturale circostante per queste prime e antichissime espressioni artistiche.

Fonte: I grandi musei – Torino Museo Egizio – Electra.


TELO DIPINTO

A cura di Grazia Musso

Metà del IV Millennio a. C. Misure originarie: 390×95 cm Museo Egizio di Torino.

Il clima caldo e secco dell’Egitto ha contribuito in maniera determinante alla conservazione di antichi manufatti altrimenti facilmente deperibili, come quelli realizzati in legno, stoffa, pellame e fibre vegetali. Il telo di lino dipinto rinvenuto a Gebelein nel 1930 da Giulio Farina, collaboratore di Schiapparelli e poi suo successore alla guida del Museo Egizio, è uno dei più antichi reperti di questo genere proveniente dal mondo antico. La stoffa , rinvenuta nella fossa in cui era stato sepolta una persona in posizione rannicchiata, è decorata con scene policrome dipinte di nero, rosso e bianco che raffigurano imbarcazioni a remi, un uomo vicino a rivoli d’acqua, un episodio di caccia all’ippopotamo e una danza rituale, probabilmente connessa con i riti funebri celebrati in favore del defunto. I disegni, pur nella loro semplicità, sono estremamente realistici e costituiscono quindi un documento prezioso per conoscere quale fosse la tecnica di navigazione fluviale praticata in Egitto in quelle epoche remote. Il telo testimonia inoltre l’alto livello raggiunto più di cinquemila anni fa dall’industria tessile locale, basata già allora sulla coltura specializzata del lino che sarebbe rimasta anche in seguito una delle voci più importanti dell’economia egizia.

Fonte: I grandi musei – Museo Egizio di Torino – Electra.


Arte naturalistica in epoca predinastica

A cura di Luisa Bovitutti

Capolavori predinastici ispirati alla fauna locale: statuine raffiguranti uno sciacallo, un elefantino ed una rana, ed un vaso decorato con giraffe e, sembra, uno scorpione.

A sinistra due ippopotami, a destra un’anatra accovacciata, un pesce ed un ibis.


Tavolozza a forma di pesce

A cura di Grazia Musso

Epoca Predinastica Ardesia, altezza 4,8 cm., lunghezza 14,4 cm. Museo Egizio di Torino

Alla cultura di Naqada ( I e II) risalgono le tavolozze in ardesia usate per macinare i pigmenti di origine minerale ( malachite e galena) con cui si produceva il belletto per truccare gli occhi. Si tratta di sottili lastre di pietra scura il cui contorno riproduce, in linee semplici ed essenziali, l’aspetto di vari animali tipici della Valle del Nilo, quali pesci, tartarughe e uccelli. La finalità di queste tavolozze è desunta, dalla presenza, su alcuni esemplari, di tracce di pigmento colorato con cui sia gli uomini che le donne usavano contornate gli occhi. Dopo essere state usate in vita, le tavolozze entravano a far parte del corredo funerario del loro proprietario, chiuse all’interno di tombe che le hanno conservate intatte per millenni sino alla loro riscoperta .È tuttavia probabile che a partire dal tardo periodo Predinastico almeno gli esemplari più elaborati avessero perso il loro significato pratico originario e fossero invece destinati ai templi, dove venivano deposti come ex-voto dai fedeli. Comunque, indipendentemente dalla loro destinazione d’uso, questi antichi oggetti con le loro forme stilizzate sono una chiara dimostrazione della grande capacità di astrattismo elaborata dagli artigiani di quell’epoca, autori di oggetti di uso quotidiano realizzati come opere d’arte.

Fonte : I Grandi Musei: il Museo Egizio di Torino. – Electra.


COLTELLO CERIMONIALE PREDINASTICO

A cura di Luisa Bovitutti

Questo coltello con lama in selce a coda di pesce risale al periodo Naqada II (3800- 3200 a. C.), fu rinvenuto a El Gebelein ed è ora custodito al museo del Cairo. Il manico è in legno, rivestito in foglia d’oro e decorato con lo stile tipico dei vasi di quel periodo: tre figure femminili, probabilmente ballerine, stanno in fila tenendosi per mano; l’ultima tiene un ventaglio. Sul lato opposto al ventaglio ci sono quattro linee ondulate che probabilmente rappresentano le acque del Nilo.

Esso non era destinato all’uso nella vita quotidiana: la forma a coda di pesce della lama ricorda uno strumento usato nella cerimonia di “Apertura della Bocca” chiamato pseshef e menzionato nei testi delle Piramidi dove viene spiegato che veniva usato per toccare la mascella del defunto nel corso di incantesimi appropriati per permettergli di muoverla e di parlare.

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