Cose meravigliose

LA STORIA DEL MUSEO EGIZIO DEL CAIRO

A cura di Andrea Petta

IL MUSEO DI BULAQ

Formalmente, il Museo Egizio del Cairo è stato fondato insieme al Servizio delle Antichità da Muhammad Ali Pasha nel 1835 ed ubicato nel palazzo del Ministero della Pubblica Istruzione presso la Cittadella, dove di tanto in tanto qualcuno si degnava di lasciare qualche oggetto che evidentemente non era riuscito a vendere. Narrerà poi Maspero basandosi sui racconti dei collaboratori che “tutto il Museo era racchiuso in una stanza dove gli impiegati del Ministero lasciavano appese le proprie giacche durante l’orario di lavoro”. Un brillante inizio.

A completare l’opera, Said Pasha presenta gli oggetti superstiti all’arciduca Massimiliano Giuseppe d’Austria-Este in visita in Egitto nel 1855, e pensa bene di donargli l’intera collezione (che fa ora parte infatti del Kunsthistorisches Museum di Vienna). Praticamente, dopo 20 anni dalla fondazione il Museo aveva, per dirla alla Mourinho, “zeru reperti”.

Quando nel 1858 Mariette viene nominato Maamour del Servizio delle Antichità Egiziane non ci mette molto a capire che tutte le opere che stava raccogliendo meritavano una sede adatta. Visto che il trasporto avveniva soprattutto via fiume, Said concede a Mariette l’uso di un magazzino a Bulaq, il porto del Cairo dove Said sta facendo affluire lavoratori ed imprese per modernizzare l’Egitto, e viene costruito un nuovo palazzo dedicato nei pressi, terminato ed inaugurato nel 1863. Per la prima volta, l’Egitto ha un museo degno di questo nome. Viene chiamato “Casa delle antichità” o Antikhana.

Il sito è pittoresco ma non un granché sicuro: la vicinanza con i magazzini dei cereali espone al rischio di incendi; spesso ci sono tra i visitatori serpenti e scorpioni ed il rischio di alluvioni incombe sul Museo.

Mariette è in primis un raccoglitore/conservatore; si occupa soprattutto della catalogazione e segna su un registro diviso in colonne i dati relativi a ciascun oggetto: numero progressivo di identificazione, provenienza e data di scoperta, materiale, descrizione e illustrazione, dimensioni, posizione, osservazioni.

Curiositàil registro di Mariette, essendo lui francese, venne chiamato “Journal d’Entrėe”; se vi siete chiesti perché i numeri di catalogo originali del Museo Egizio del Cairo sono preceduti dalle lettere JE, ora sapete il perché…

Il “Journal d’Entrée” creato da Mariette

Si tenta anche una rappresentazione scenografica dei reperti (ma Belzoni, ahimè, rimane un punto di riferimento molto lontano…). Inoltre, la posizione di molti esperti era abbastanza ambigua (e per certi versi lo rimarrà a lungo): per i resti archeologici che non provenivano dal mondo greco-romano non era facile attribuire un valore artistico. Inoltre, la nascente egittologia era considerata una scienza storica; si trattava quindi di documenti che dovevano essere resi leggibili e intelligibili (iscrizione, iconografia) piuttosto che di modelli estetici da esaltare.

Nel 1872 viene comunque pubblicato il primo catalogo del Museo Egizio e nel 1883 Maspero pubblicherà la prima guida ufficiale del Museo.

Come pratica comune all’epoca si preparavano delle “cartoline” 18×8 cm che potevano essere utilizzate come cartoline postali o portate a casa come souvenir e regalate ai conoscenti – oppure semplicemente conservate con le loro schede descrittive.
Per il Museo di Bulaq esisteva una serie di 25 cartoline preparata niente meno che da Emile Brugsch, all’epoca collaboratore di Mariette (e che re-incontreremo presto, coinvolto in una delle più grandi scoperte in Egitto…); Più avanti verrà preparata una seconda serie, migliore dal punto di vista fotografico, da Edwards. Entrambe hanno errori di interpretazione che oggi ci fanno sorridere. Qui a confronto la statua di Chefren nelle due serie

Le schede di Rahotep e Nefer recitano: “Il principe Ra-Hotep e la “sposa reale”
Nefert. Il fatto che questi due personaggi
sarebbero vissuti sotto il regno di Snefrou, ultimo re della III dinastia, darebbe alle loro statue un’antichità superiore a quella del re Chefren e alla costruzione delle grandi piramidi. L’esecuzione e lo stato di conservazione di queste sculture sono sorprendenti e la loro importanza
è grande dal punto di vista etnografico. La differenza di razza delle dinastie successive da quella di cui le due statue ci offrono la tipologia, è facile da cogliere…Nell’acconciatura si distinguono i capelli naturali che ricoprono la fronte, finti capelli che, disposti in sottili trecce, compongono una voluminosa parrucca

Sempre dalle note esplicative originali: “Barca dorata con il suo equipaggio, montata su un carro a quattro ruote in bronzo e legno; al centro, la figura che regge un bastone e un’accetta sembra rappresentare il defunto che attraverserà i fiumi e le varie stazioni celesti, fino al momento in cui la sua anima entra nella zona dei giusti.
Dietro il timoniere c’è una piccola scatola sulla parete della quale è inciso un leone che porta il nome del re “Kames”. La barca è stata trovata a Tebe nel 1859, con la mummia della regina A AH -H OTEP, madre del re Ahmose, il primo re della XVIII Dinastia.”. Una completa descrizione della barca di Ahhotep fatta da Grazia Musso è disponibile qui: https://laciviltaegizia.wordpress.com/2020/12/22/la-regina-ahhotep/

Abbiamo visto la sua mastaba in dettaglio pochissimo tempo fa: “Statua di Ti, un importante funzionario pubblico che ha vissuto sotto uno dei regni della V dinastia, e che ha dato il suo nome ad una delle più grandi e famose tombe della necropoli di Memphis.
Ti è in piedi; la sua testa è coperta da una parrucca e il suo corpo vestito con una camicia tirata in avanti come un grembiule. Nel marzo 1860, una ventina di statue dello stesso personaggio furono trovate nel Serdab della sua tomba (camera segreta per le effigi del defunto), ma questa copia era l’unica intatta.” Mostra meno

Prima però della pubblicazione di Maspero, il Nilo ricorda a tutti che sono state le sue inondazioni a rendere così fertile la sua Valle; nel 1878 rompe gli argini ed allaga il Museo. Tutta la documentazione di Mariette va praticamente persa insieme ad un numero imprecisato di documenti e reperti.

Il Console Generale di Spagna Edoardo Toda i Güell, che sarà poi il padre dell’egittologia spagnola, “vestito” da mummia nel Museo. 1885 Mostra meno

L’inondazione mette in luce le criticità del Museo di Bulaq, che cominciava ad essere molto piccolo per la quantità di reperti raccolti. Verrà deciso un primo spostamento a Giza nel palazzo di Ismail Pasha nel 1891 e poi dal 1902 nella sede storica di Piazza Tahrir che sta per essere abbandonata.

DA GIZA A…GIZA

Come abbiamo visto la grande alluvione del 1878 decreta la fine del Museo di Bulaq…ma con grande calma. Passano quasi 10 anni prima che si decida finalmente di spostare la collezione in un posto più sicuro, e la cosa viene fatta in stile molto arabo.

I reperti vengono spostati nel 1887 (insieme a salma e mausoleo di Mariette) niente meno che nel palazzo di Ismail Pasha a Giza e lì ci rimangono per ben tre anni prima che ci si decida a riaprire al pubblico. Almeno questa volta la sede è degna: nel 1890 si aprono ben 45 stanze al pubblico. Del lavoro si occupa principalmente Victor Loret, allievo di Maspero e che diventa nel 1897 il nuovo Direttore Generale delle Antichità. Come si può capire dal numero delle sale aperte, Loret praticamente nel Museo ci vive; lo lascia solo per sovrintendere alcuni scavi a Saqqara e a Tebe, dove trova la famosa tomba di Amenofi II (la KV35) le cui due mummie femminili ignote denominate “Younger Lady” e “Elder Lady” sono tuttora oggetto di studio (e di liti).

Loret alle prese con Amenofi II

Loret è uno studioso serio, ma con un senso diplomatico degno di Hulk in una giornata di luna storta. È in lite perenne con le autorità egiziane che vorrebbero sotto sotto un inglese al suo posto; per questo motivo pubblica pochissimo delle sue scoperte (anche la KV35 verrà “riscoperta” solo con Howard Carter) e lascerà il suo incarico dopo pochi anni.

Il palazzo di Ismail Pasha a Giza è ampio a sufficienza per l’epoca; ha però anche qualche difettuccio: le cronache dell’epoca riportano che abbia le pareti dipinte in blu, oro e arancio, mentre i soffitti barocchi con stucchi in sovrabbondanza e lampadari a goccia sfoggiano Veneri prosperose e Cupidi paffutelli. Il che sarebbe stato il meno: il palazzo è a rischio di incendio e senza nessuna caserma dei pompieri nelle vicinanze. Pare inoltre che la servitù del palazzo avesse la brutta abitudine di arrotondare il magro salario rubando i reperti minori e rivendendoli a turisti compiacenti

.Jacques de Morgan, subentrato a Loret, fa la voce grossa ed ottiene lo spazio delle ex-caserme dell’esercito britannico in quella che diventerà Piazza Tahrir. Questa volta il governo egiziano fa le cose in grande: dopo molti tentennamenti (la spesa per costruire un nuovo museo era più del doppio rispetto alla ristrutturazione del museo di Giza) lancia una gara internazionale per il progetto del nuovo museo e riceve tra il 1893 ed il 1895 ben 116 progetti; sorprendentemente diversi a forma di piramide…

Jacques de Morgan, il “papà” del Museo Egizio di Piazza Tahrir

Vincerà la gara con un progetto molto classico un altro francese (che novità!), Marcel Dourgnon. La cosa però non passa inosservata: di tutti i progetti, in “finale” ne arrivano 9, tutti francesi, e ben 4 vengono premiati con assegnazione finale promessa a chi avesse offerto il maggiore ribasso sulla base d’asta.

Marcel Dourgnon con la fascia da sindaco del IX Arrondissement di Parigi

L’architetto Ernesto Basile, che doveva essere nella commissione giudicante, viene escluso all’ultimo momento. Volano parole grosse (“l’arte in Egitto serve a far vento allo sfruttamento politico d’influenze alte…ha dato il suo giudizio finale su progetti, alcuni dei quali faticosi, pesanti, imbarazzati nelle linee, nel concetto, nell’estetica, gonfi, vani, rimpinzati di retorica artistica, malfermi nella grammatica delle linee, non sicuri del carattere, spropositati nell’unità concettiva, duri nell’insieme; perché quella crestomazia di Commissione si è bollata, si è timbrata, si è notariata di ignoranza”) ed interviene anche il Primo Ministro italiano, Crispi.

Il progetto di Dourgnon è talmente banale che perfino i francesi lo criticano severamente (“il carattere generale della costruzione ricorda più una prefettura di provincia che un museo”); il lucernario del progetto originale per dare luce all’interno viene chiamato amichevolmente “la plafoniera”.

Il fatto che De Morgan e Dourgnon fossero amici non aiuta sicuramente a dissolvere i sospetti. A completare l’opera, qualcuno fa sparire misteriosamente molti dei progetti scartati (a tutt’ora non ancora rinvenuti). Si decide quindi di modificare il progetto di Dourgnon utilizzando elementi degli altri progetti premiati, anche per abbassare il costo previsto di 120,000 £.

Per sventare l’incidente diplomatico, Dourgnon affida l’appalto per la costruzione dell’edificio ad una ditta italiana, Garozzo-Zaffrani, che in quattro anni completa l’opera ma si “vendica” sui francesi facendo lievitare il costo a ben 160,000 £. De Morgan non farà in tempo a vedere il nuovo edificio: troverà nuove avventure e fama imperitura in Mesopotamia, dove troverà il Codice di Hammurabi.

Maspero, nuovo Direttore, si ritrova a spostare ben 5,000 casse di reperti; Mariette imita le mummie di molti Faraoni del Nuovo Regno, migra una seconda volta e finisce anche lui in Piazza Tahrir. Nel 1902 la grande inaugurazione del Museo in quella che è stata la sua sede storica.

Alla fine del XX secolo appare evidente che anche questo edificio è diventato insufficiente; sotto la guida e l’ego di Zahi Hawass viene progettato il Grand Egyptian Museum di nuovo a Giza, nuovamente con una gara internazionale e nuove idee bislacche (tra cui una piramide rovesciata). Il nuovo museo ha già al suo interno quasi 50,000 reperti; purtroppo gli eventi turbolenti degli ultimi decenni e la pandemia Covid ha fatto via via slittare l’inaugurazione del nuovo museo dalla data originale del 2014 (!) a (probabilmente) il 2021.

E speriamo di poterlo visitare al più presto.

Una carrellata dei progetti scartati per il GEM

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