Luce tra le ombre, Piramidi

LA FUNZIONE DI UNA PIRAMIDE

Parte prima: evoluzione del complesso funerario

Riprendo, dopo una lunga assenza, la mia rubrica riguardante gli aspetti costruttivi relativi alla costruzione delle piramidi introducendo questo nuovo argomento. Ovviamente, rifuggendo da facili suggestioni sensazionalistiche, mi attengo alla evidenze scientifiche e archeologiche prodotte grazie allo studio e all’incessante “lavoro sul campo” svolto dai più valenti egittologi. Il risultato di queste rigorose ricerche, ci offre una visione, inutile dirlo, sicuramente lontana da fantasie roboanti, ma non per questo meno affascinanti.

Gli annessi cultuali e tutti gli edifici del complesso in cui aveva sede una piramide, subirono molteplici mutamenti prima di giungere ad una forma stabile che soddisfacesse pienamente ai dettami religiosi. Un complesso come quello di Djoser della III dinastia (Immagine n. 1), a dispetto delle sue rivoluzionarie innovazioni tecnologiche, rimaneva ancora fedele alle tradizioni architettoniche tradizionali.

Immagine n. 1: Veduta aerea del complesso di Djoser a Saqqara (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 26)

Esso incorporava la sepoltura in un recinto funerario distante, secondo un uso stabilito ad Abydos durante il periodo arcaico. Lo stesso dicasi per la planimetria che seguiva un orientamento nord-sud, in perfetto accordo con quello di uso antico. Gli ambienti sotterranei erano distribuiti su vaste superfici attraverso una rete interconnessa di gallerie e magazzini, simili a quelli che erano stati scavati nelle vicinanze per Ninetjer Hotepsekhemwy (II dinastia). Un tempio funerario, addossato alla faccia settentrionale della piramide, era destinato al deposito delle offerte quotidiane, mentre gli edifici indispensabili ai riti di rigenerazione del re defunto, in origine costruiti in materiali leggeri, furono progettati per durare per l’eternità. Nonostante la scarsità di resti di complessi eretti sotto i regni successivi a quello di Djoser, sembra che, sostanzialmente, questi nuovi modelli costruttivi non abbiano avuto grandi variazioni durante la III dinastia.

Con il Regno di Snefru (IV dinastia), si assiste ad un radicale rottura con i suoi predecessori: vengono abbandonati gli elementi tipici del periodo arcaico (forma a gradoni, distribuzione sotterranea) e si assegnano alla piramide dimensioni soverchianti rispetto agli edifici satelliti. A partire da questo momento, fanno la loro comparsa gli elementi chiave del complesso funerario reale: il tempio a valle, la via di accesso (o ascensionale), il tempio alto, la piramide sussidiaria e il muro di cinta. Muta anche l’orientamento generale perché ormai il complesso segue il corso del sole secondo l’asse est-ovest. Dal tempio di accoglienza (o della valle) la via d’accesso corre verso occidente in direzione del piccolo tempio alto che, d’ora in avanti, si staglierà contro la facciata occidentale della piramide. In pratica si lasciava il modo dei vivi per penetrare in quello dei morti. Questa disposizione così chiaramente ordinata, dà prova di una grande astrazione. Il tempio superiore era più simile a una cappella e gli edifici utilizzati per le cerimonie giubilari furono abbandonati. La piramide sfoggiava ormai quattro facce piatte e finemente levigate simili a frecce che puntano verso il cielo. Si mantennero gli appartamenti funerari, dal design molto semplice, con un’apertura al piano inferiore verso nord che conduce ad una piccola camera sepolcrale, ma si rinunciò all’ubicazione sotterranea, stabilendola più in alto all’interno della muratura.

A partire dalla Piramide Rossa a Dashur (Immagine n. 2), la camera funeraria fu orientata secondo l’asse est-ovest.

Immagine n. 2: La Piramide rossa di Snefru a Dashur (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 65)

Sotto il regno di Cheope sembra che ci fu un ritorno di fiamma per gli ambienti completamente sotterranei quando si diede avvio alla realizzazione di un ipogeo ad una trentina di metri di profondità. Questo primo progetto fu però abbandonato e l’architetto, alla fine, prese la decisione di elevarlo più in alto che mai. Le sollecitazioni strutturali provocate dalla nuova disposizione fecero momentaneamente temere per la stabilità della camera sepolcrale, per cui le generazioni successive presero la risoluzione di non allestire più ambienti al di sopra del livello del suolo ad eccezione del corridoio che conduce ad essi. L’anticamera in granito con le sue saracinesche, ebbe invece grande successo e fu riprodotta in seguito numerose volte.

Da quel momento in poi si allestiva una camera funeraria orientata secondo il percorso del sole e ricoperta da una volta a capriate, con il sarcofago sempre collocato nella parte occidentale, verso il regno dei morti. L’ accesso che si apriva nella facciata settentrionale permetteva all’anima di raggiungere le stelle circumpolari dell’emisfero boreale (“le stelle che non tramontano mai”): << Che egli possa alfine salire verso il cielo tra le stelle imperiture>> (Testi delle piramidi, Pepi II § 940a).

All’esterno, grandi fosse accoglievano le imbarcazioni regali e le regine scortavano il loro re beneficiando di una propria piramide. La via di accesso divenne una strada monumentale e il tempio funerario fu dotato di una grande corte a pilastri con una cappella per le offerte simile ad un santuario (Immagini n. 3-4). 

Sotto il regno di Chefren gli edifici di culto conobbero uno sviluppo tale da influenzare tutta l’architettura dell’ Antico Regno. Il tempio in Valle e quello Alto erano costruiti attorno a un cortile a pilastri con una serie di stanze e corridoi che permettevano ai sacerdoti rituali di svolgere le loro cerimonie quotidiane e di conservare reliquie e oggetti liturgici. Un centinaio di statue dislocate nel complesso funerario e varie sculture ad immagine del sovrano, ricevevano il culto allo stesso modo di quelle raffigurate sedute e alloggiate nelle cinque cappelle situate nella parte più interna del tempio Alto. Vi si riconoscono per la prima volta quegli elementi tipici della suddivisione del tempio classico posto in opera durante la V, VI e XII dinastia.

Immagine n. 4: Schema della disposizione classica di un complesso piramidale (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 241)

Parte seconda: cosa rappresenta una piramide?

Il significato e le motivazioni che indussero gli antichi egizi a utilizzare la forma piramidale è ancor oggi oggetto di continuo ed acceso dibattito .

Spesso, nel tentativo di rintracciarne le origini più remote, si fa riferimento alla sepoltura, risalente alla I dinastia, appartenente ad un dignitario di nome Nebetka, scavata nel 1937 a Saqqara e catalogata come mastaba S3038* (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 La mastaba di Nebetka : si tratta di una tomba a mastaba unica ubicata a Saqqara Nord e risalente al regno del re Adjib. Il suo nucleo era costituito da un tumulo di mattoni di fango a gradoni. Si è supposto che il progetto si sia sviluppato fino alla piramide a gradoni circa 200 anni dopo, ma non ci sono altre prove che confermino chiaramente questa teoria. (Immagine reperita in rete © https://www.nemo.nu/…/2egypt/2bildsidor/2anedjib.htm)

All’interno di questa tomba era stata costruita una struttura a sei ordini su tre lati, rimasta completamente invisibile prima degli scavi perché volutamente sepolta nella parte più interna da macerie e calcinacci. L’edificio è oltremodo interessante in quanto fu eretto durante il regno di Adjib (o Anedjib), un sovrano il cui nome è spesso associato a quello di una tenuta reale rappresentata da una struttura a gradoni “il dominio Sa-ha”(Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Sigillo della residenza di Sa-Ha su un vaso risalente al regno di Adjib, Museo del Louvre. (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 242).

L’idea che questo monumento potesse essere considerato alla stregua di un modello primitivo della Piramide a gradoni di Djoser era affascinante e molti ricercatori non esitarono a condividerla. Tuttavia, oltre alla mancanza di una chiara documentazione, l’unicità dell’opera e il lungo intervallo temporale che la separa dalla III Dinastia non depongono a favore di questa ipotesi. È difficile, infatti, presumere che un edificio così anteriore fosse stato preso a modello per la piramide a gradoni essendo, quest’ultima, il risultato di una serie di sperimentazioni e tentativi. La prima tappa della sepoltura di Djoser, in realtà fu una mastaba a pianta quadrata e con pareti lisce, che di per sè già si distingueva dalle convenzionali tombe rettangolari con facciate a rientranze. C’era forse, come sostengono alcuni studiosi, l’intento di rappresentare la collina primigenia che, nella tradizione religiosa egizia, emerge dal Nun (l’oceano primordiale) agli inizi del mondo?

Le piramidi, sia quelle a gradoni, sia quelle a facce lisce, erano indistintamente designate con il termine “meher” (più spesso letto come “mer”); tuttavia il “piramidyon” che, a partire dalla IV dinastia andò a costituire la cuspide di questi monumenti, era indicato con la variante femminile del termine “benben”: ossia “benbenet”. Si trattava quindi di un chiaro riferimento al tumulo primordiale della mitologia egizia su cui troneggiava il benben: una pietra eretta, la cui immagine scolpita era conservata a Eliopoli, centro del culto solare. Da quel momento in poi, le interpretazioni divergono ed oscillano tra questa associazione con la collina che sorge dall’oceano originario, concettualizzando la rinascita del re, e l’associazione con un simbolo solare, le cui facce sfolgoranti incarnano i raggi che il sovrano doveva risalire per regnare al fianco di Ra. Questa idea di ascensione si espresse anche nella disposizione degli appartamenti funerari che, inizialmente sotterranei durante la III dinastia, furono dislocati al di sopra del livello del suolo a partire dal regno di Snefru.

Probabilmente, i gradoni delle prime piramidi rappresentavano i pioli della gigantesca scala, eretta dagli déi per il sovrano defunto, che viene evocata numerose volte nei “Testi delle piramidi”:

Alcuni egittologi, tra i quali Philippe Lauer, collegano l’emergere della forma piramidale alla dottrina solare della religiosità egizia, il cui primo rappresentante, il sommo sacerdote di Eliopoli, Imhotep, architetto della prima piramide, potrebbe aver contribuito ad accrescerne l’influenza. A sostegno di questa ipotesi si pone in evidenza che all’epoca della III dinastia si era passati da una concezione ctonia che limitava la sopravvivenza del sovrano agli inferi a una dottrina eliopolitana che mirava a elevarlo al regno celeste.

Con il progredire della tecnologia, la forma piramidale è stata in grado di assumere una pluralità di significati diversi, ma non esclusivi, e le sue implicazioni religiose furono rappresentate con diverse sfumature. Quando la piramide cominciò ad essere eretta con le pareti lisce, la struttura a gradoni rimase ancora presente nella sua massa interna; all’esterno, invece, la pietra calcarea bianca e finemente levigata di Tura, utilizzata per rivestire le facciate inclinate verso il cielo, realizzava una combinazione perfetta per massimizzare il riflesso dei raggi solari (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Raggi di sole al tramonto sul plateau di Saqqara (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 243).

L’ascesa della religione solare non è probabilmente estranea all’onnipotenza acquisita (o rivendicata) dal sovrano ed è evidenziata dalla monumentalità schiacciante della sua tomba rispetto a quelle dei suoi parenti e funzionari. Monopolizzando le risorse umane e materiali dello Stato, il re vi riversò ogni energia, affermando la supremazia su tutti i suoi sudditi e confermando il suo status divino, sia per la natura incomparabile della sua opera, sia per le azioni compiute per portarla a termine. In questa missione, egli dimostrava di essere simile a Ra il sovrano assoluto del suo regno. L’ imponenza e la durata dell’opera avrebbero ricordato continuamente ai sudditi la dimensione eccezionale del loro leader e dei loro rappresentanti spirituali e, di conseguenza, il loro stesso valore inteso come risultato del legame che li univa (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Ricostruzione di un complesso piramidale classico (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 244).

*Nel 1937 Walter Bryan Emery scavò la tomba S3038 a Saqqara e scoprì alcune sorprendenti nuove caratteristiche costruttive al suo interno. La tomba aveva un nucleo a gradini sopra la camera funeraria, che era stata costruita con due piattaforme successive, accessibili dall’esterno. La costruzione mostrava una successione di fasi, definite come cambiamenti nel design. La forma del nucleo fece pensare a Emery che questa tomba fosse un precursore delle successive piramidi a gradini. Questa ipotesi non trovò molto supporto. Una rivalutazione da una prospettiva costruttiva di tutti i dati disponibili, comprese le note di campo inedite dello scavatore, porta a conclusioni diverse. Ogni fase successiva è stata costruita appositamente per svolgere un ruolo nelle pratiche funerarie. In altre parole, gli elementi costruttivi facevano parte di un design singolare e preconcetto. Sulla base della premessa delle pratiche riflesse nella costruzione di questa tomba unica, è anche possibile riflettere sul design di altre tombe della Prima Dinastia a Saqqara.

** Traduzione originale (in francese) di Bernard Matthieu

Parte terza: il contesto religioso

Si conoscono abbastanza bene le pratiche funerarie ed il loro contesto religioso sotto le dinastie V e VI; molto meno noto è ciò che riguarda i periodi precedenti. La mitologia associata alla sopravvivenza nel aldilà sotto la III dinastia ci appare, ad esempio, molto vaga. Le scene rappresentate nella piramide a gradoni di Djoser e i simulacri presenti nel suo complesso ci rivelano molto poco sulla percezione della vita ultramondana. I pannelli scolpiti che si trovano negli ambienti sotterranei alludono semplicemente alle visite fatte dal sovrano presso i santuari dell’ Alto e del Basso Egitto. Unico ad essere rappresentato, il re si mostra nell’aldilà simile a un dio che regna sul suo universo perpetuando all’infinito la sua rinascita e le cerimonie del giubileo (Immagine n. 1) inquadrati in un ambiente che gli era familiare.

Immagine n. 1 Feste giubilari rappresentate sui muri del tempio solare di Abu Gurab (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag.244).

Verso la fine della V dinastia la comparsa dei Testi delle piramidi, lascia intuire una concezione ben più complessa e articolata. Questi ultimi, si presentano come una raccolta di formule e riti arcaici, le cui origini sono più antiche di qualche secolo, e dei quali operano una sintesi introducendo il nuovo mito osiriaco. Il ciclo di Osiride (Immagine n. 2), esteso a tutti gli individui, in ogni paese e senza distinzione di rango tra la IV e V dinastia, contribuì ad accomunare le varie concezioni religiose.

Immagine n. 2 Osiride dio della rinascita con significato rappresentativo ambivalente sia di mummia, si di sovrano dell’aldilà, è rappresentato in questa statua proveniente dal tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu. Museo del Cairo (© I Tesori delle Piramidi, a cura di Zahi Hawass, pag.24).

Gli immensi cantieri approntati per erigere le piramidi più grandi accoglievano un’enorme quantità di persone proveniente dai luoghi più remoti del regno dando vita, per la prima volta nella storia dell’Egitto, ad un sentimento nazionale, piuttosto che regionale e originando, nello stesso tempo, un’intensa riflessione sull’estrema diversità delle dottrine che vi confluivano.

Secondo l’egittologo Bernard Mathieu, il mito di Osiride fu l’esito di una riforma politico-religiosa che ebbe corso tra la fine della IV e l’inizio della V dinastia. Realizzata secondo le disposizioni del clero di Heliopolis, non è da escludere che fu elaborata per rispondere all’interruzione dei grandi progetti edilizi della IV dinastia e anche per consolidare definitivamente il tessuto sociale. I testi e le iscrizioni dell’Antico Regno rivelano che i sovrani si ritrovarono simbolicamente a non essere più i detentori di Ma’at – il concetto di equilibrio e giustizia – che diventava proprietà esclusiva di Osiride. Il re ne restava il garante ma, come qualunque altro dei suoi sudditi, doveva agire in perfetto accordo con Ma’at. Pertanto, l’idea di giustizia e ordine sociale, smetteva di essere una sua prerogativa, per afferire alla sfera del divino. In questo modo essa divenne incontestabile, tanto più che il giorno della morte ogni individuo doveva renderne conto e comparire davanti al tribunale degli déi.

La rivalità tra Seth e suo fratello Horus, faceva chiaramente allusione alla figura di un usurpatore nei confronti della legittima eredità al trono. Dall’esito del loro scontro dipendeva il destino dell’Egitto dal momento che lo stravolgimento dell’ordine precostituito avrebbe inevitabilmente portato al caos (isefet). Di conseguenza, il rispetto della trasmissione del potere, assunse un ruolo centrale:

Al di là della parabola, il mito di Osiride determinava una serie di atteggiamenti da adottare affinché il defunto potesse accedere al paradiso. La sua vita nell’aldilà dipendeva dal buon funzionamento del culto e dal deposito delle offerte, pertanto il proprietario della tomba si impegnava durante la sua vita a realizzare tutto il necessario per la sua esistenza ultraterrena. Quest’ultima, però, non dipendeva unicamente da lui e dai preparativi nei quali si era impegnato; la lealtà e la devozione di Horus nei confronti del padre sottintendevano l’importanza e il ruolo che i discendenti dovevano attribuire alle cerimonie di ossequio e di offerta ai loro antenati (Immagini n. 3-4). In sostanza, il mito contribuiva a tenere unita la società attraverso un comportamento corretto nei confronti degli altri, sia dei vivi e che dei defunti.

Immagine n. 3 Rappresentazione di offerte sulla stele di Abkau (XI dinastia). Museo del Louvre. (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 246).
Immagine n. 4 La stessa stele nella sua interezza (© Di Rama – Opera propria, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=394403)

Il proprietario di una sepoltura, avendone la possibilità, faceva incidere sulle pareti della sua tomba o della sua cappella dei testi che rivelassero l’irreprensibilità della sua esistenza e quanto le sue azioni fossero state degne di elogio. Lo stesso sovrano si premurava di descrivere sulle pareti della strada rialzata e del tempio le imprese che documentavano di essere stato all’altezza delle sue responsabilità sulla terra, sicché importanti episodi militari, commerciali o religiosi venivano riportati in una serie di grandi affreschi. Questa propaganda personale aveva lo scopo di ricordare ai viventi l’onorabilità o l’eccezionale levatura del defunto. In definitiva, era necessario non solo illustrare una vita degna che sarebbe stata giudicata da Osiride, ma anche suscitare interesse nel perpetuare il culto. Infatti, tra le iscrizioni ritroviamo, tra le altre, esortazioni a non dimenticare le cerimonie abituali:

* Traduzione originale (in francese) di Bernard Matthieu

Si ritiene che i “Testi delle Piramidi” siano i più antichi testi religiosi esistenti al mondo ed Unas fu il primo sovrano a farli incidere e dipingere nei suoi appartamenti funerari (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Pareti della piramide di Unas ricoperte da “Testi delle Piramidi” (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 247).

Sono ben undici le piramidi (di re e regine), ad oggi conosciute, in cui sono presenti; tutte sono ubicate presso Saqqara e databili alla fine dell’Antico regno (Immagine n. 2), ma la recente scoperta di un piccolo frammento di questi Testi, incisi nella piccola piramide di Hatshepset a Dashur dimostra che, sia pure in minor misura, fossero utilizzati anche durante il Medio Regno.

Immagine n. 2 Appartamenti funerari della piramide di Pepi I (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 248).

La complessità e la mole dei Testi delle Piramidi dimostrano che la loro comparsa non fu affatto improvvisa, ma al contrario, la loro elaborazione ed evoluzione dovette interessare un arco temporale di diversi secoli. La composizione rivela, in effetti, diversi stadi di mutazione della lingua, dalle espressioni più arcaiche a quelle più contemporanee alla V e VI dinastia. Alcune pratiche superate ed allusioni a culti primitivi, rafforzano questa impressione di antichità. I Testi erano indicati nell’antico egizio come <<I rotoli del dio>> e, di fatto, esisteva già uno <<scriba dei rotoli del dio>> durante la II dinastia citato, tra l’altro, negli stessi “Testi delle piramidi”.

Le formule erano di solito introdotte dall’espressione “Pronunciare le parole” il che lascia pensare che erano destinate ad essere lette ad alta voce – almeno fin quando non furono scolpite nella pietra – e tutta la litania di preghiere e rituali doveva essere celebrata il giorno dei funerali. É altresì probabile che, all’epoca dei predecessori di Unas, una versione vergata su rotoli di papiro venisse depositata nella camera funeraria. Disporre delle formule in forma scritta assicurava magicamente al sovrano di beneficiare delle azioni liturgiche e di disporre delle offerte nel caso in cui i suoi successori e i sacerdoti non avessero ottemperato ai loro compiti. In questo modo, qualunque fosse stata la situazione politica o le contingenze del suo culto funerario, il defunto poteva sperare di perpetuare la sua rinascita ciclica e dimorare a fianco degli déi.

L’aspetto ermetico è la caratteristica di tutti i rituali e la loro complessità è la garanzia della loro efficacia: è quindi naturale che i profani non trovino né coerenza, né logica nella maggior parte di questa raccolta, che sembra solo una successione infinita di protocolli misteriosi e formule di offerta. C’è voluto, infatti, oltre un secolo di ricerca e la sagacia di più di un egittologo per giungere ad una comprensione globale dei “Testi”e riuscire a metterne in luce la struttura e il significato sia da un punto di vista religioso, che dal punto di vista politico.

“Testi delle piramidi” presentano una molteplicità di composizioni intimamente correlate, e spesso ridondanti, che include testi funerari, testi liturgici e formule di evocazione, disposte lungo le pareti degli ambienti funerari secondo un tipico percorso di lettura (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Distribuzione schematica degli appartamenti funerari in una piramide della VI dinastia. Le frecce evidenziano il percorso di lettura dei “Testi delle Piramidi” (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 248).

Invocazioni, offerte e rituali vanno a costituire un articolato assieme di condotte da rispettare affinché il defunto possa realizzare la sua trasformazione in spirito akh. Resuscitato tra gli déi come akh, il sovrano poteva allora regnare a fianco delle “Imperiture”, le stelle circumpolari che “non tramontano mai” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Volta a capriate della piramide di Unas, decorata con un motivo che raffigura un cielo stellato. I due versanti potrebbero simboleggiare i due battenti che si spalancano verso il cielo, tante volte menzionati nei Testi delle Piramidi (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 249).

Dal punto di vista strettamente religioso, i Testi delle Piramidi combinano il nuovo ciclo di Osiride, che conduce il sovrano all’immortalità, con il tradizionale ciclo solare che organizza il percorso del re divinizzato nell’aldilà: egli accede al cielo come Osiride ed a fianco di Ra affronta e sconfigge le forze della notte per risorgere ogni giorno all’orizzonte (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Gli archeologi della Missione Archeologica Francese, diretta da Jean Leclant, al lavoro sui Testi all’interno della piramide di Pepi I a Saqqara (© Alberto Siliotti. Egitto Templi uomini e déi pag.108).

La morte dunque, non è una fine:

Altre formule magiche, dette “formule d’esecrazione”, avevano lo scopo di dissuadere i profanatori, i malvagi, così come i calunniatori le cui parole non potevano che essere nefaste per la memoria del defunto:

Progressivamente, dalla fine dell’ Antico Regno fino a giungere al Medio Regno, i Testi delle Piramidi si evolsero nei Testi dei Sarcofagi (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Testi dei Sarcofagi dipinti nel sarcofago di Sepi, Medio Regno. Museo del Louvre E10779b (© Musée du Louvre, Dist. RMN – Grand Palais/Georges Poncet)

Questi ultimi venivano scritti ed illustrati sulle pareti del feretro, solitamente ligneo, mentre si ritornò, per quanto riguarda le piramidi, all’uso di lasciare gli appartamenti funerari completamente privi di iscrizioni. Solo i “pyramidion” riportavano ancora delle formule che indicavano la natura funeraria del monumento (Immagine n. 3):

Immagine n. 3 Pyramidion di Amenemhat III scoperto a Dashur. Museo del Cairo (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 250).

* Traduzioni originali (in francese) di Bernard Mathieu

Parte quarta: il funzionamento del culto funerario

Alla morte del re si metteva in moto un complesso rituale funerario. Il corpo del defunto, veniva prima di tutto purificato e poi trasportato su un’imbarcazione dalla riva orientale a quella occidentale (il luogo dove era la necropoli): simbolicamente lasciava il mondo dei vivi per raggiungere quello dei morti (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Il defunto raggiunge la riva occidentale a bordo della sua barca funeraria. (Senusert, XIII dinastia: museo del Louvre, A48. © Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 250)

In una costruzione provvisoria, chiamata “tenda di purificazione” situata nelle vicinanze del tempio in valle, si preparava la salma per affrontare il processo di mummificazione. Ignoriamo quali fossero precisamente le tecniche di imbalsamazione durante l’ Antico Regno in considerazione del fatto che queste furono oggetto di continuo perfezionamento. La tradizione, molto più tardiva, descrive un processo che si protraeva per settanta giorni durante i quali la spoglia subiva una serie di trattamenti finalizzati ad assicurarne uno stato di preservazione tale che potesse accogliere il suo ba per l’eternità. In effetti, la sopravvivenza perpetua dello spirito del defunto era considerata per buona parte dipendente dallo stato di conservazione ottimale del suo corpo. Si procedeva dunque a rimuovere dal cadavere tutto ciò che fosse deperibile o che potesse corromperlo. Un ricchissimo complesso di formule e recitazioni liturgiche, accompagnava la procedura di mummificazione che, nel suo insieme, era sia un rituale, sia una tecnica in senso stretto. Attraverso l’imbalsamazione, così come era stato per Osiride, al defunto veniva concesso di recuperare ogni suo organo e di ripristinarne funzioni e vitalità.

Attraverso il naso, grazie all’utilizzo di strumenti specifici, si estraeva il cervello, dopodiché con un’ incisione sul fianco si proseguiva con l’asportazione degli organi interni. Il cuore, dopo essere stato accuratamente fasciato, veniva rimesso al suo posto, mentre le altre parti (fegato, polmoni, stomaco e intestini) pulite, purificate e avvolte in bende, erano deposte in quattro vasi canopi (Immagine n. 2).

Il sacerdote incaricato della mummificazione è raffigurato sotto le sembianze del dio Anubi. I visceri sono adagiati nei quattro vasi canopi rappresentati sotto la salma. (© da Ippolito Rosellini, 1834).

Il corpo subiva un procedimento per disidratarlo e poi trattato per essere ammorbidito, unto, riempito e abbellito con vari prodotti al fine di ripristinarne la forma e l’aspetto umano. Infine, una sapiente e complessa fasciatura con bende di finissimo lino dava una forma definitiva alla figura. Vestita e adornata la mummia era, a questo punto, pronta per le esequie. Il corteo funebre entrava con il sarcofago nel tempio di accoglienza, poi proseguiva per la lunga strada rialzata dirigendosi verso la piramide, il luogo di sepoltura dove il sovrano avrebbe dimorato per l’eternità.

Gli enigmatici riti di apertura della bocca, degli occhi e delle orecchie, come attestato da documenti del Nuovo Regno, avevano luogo probabilmente all’ingresso della tomba (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Libro dei morti di Nebqed (Nuovo Regno). Il trasporto del defunto ed il rituale dell’apertura della bocca sono rappresentati nel registro superiore, mentre scendendo sulla destra si riconosce Il ba di Nebqed che torna alla tomba di notte e qui viene mostrato mentre scende nel pozzo della camera sepolcrale per ricongiungersi con la sua mummia. Una sedia vuota in un’illustrazione nella tomba di Nebqed indica che egli era partito per il giorno sotto forma del suo ba. (© Museo del Louvre, n. 3068 Dist.RMN-Grand Palais/George Poncet).

Anche in questo caso si trattava di un complesso rituale guidato da un sacerdote-lettore e da un sacerdote-sem, durante il quale la mummia veniva sollevata dalla bara e, accompagnati da recitazioni si eseguivano precisi gesti finalizzati a ridare magicamente vita al corpo. Infine, libagioni, offerte, ma soprattutto l’abbattimento di un bovino assicuravano il successo del rituale. Inoltre, secondo alcuni passaggi dei Testi delle Piramidi, anche il momento finale dell’inumazione era accompagnato da formule e offerte.

La documentazione pervenuta ci dice che il successo della rinascita ciclica ed immateriale del re era assoggettata a diverse condizioni, tra cui la necessità che il culto e le offerte fossero portate a compimento quotidianamente e che il corpo del sovrano avesse la capacità di resistere allo scorrere del tempo senza subire alcun degrado. Infine, la celebrazione perpetua del suo nome partecipava attivamente a rendere immortale la sua esistenza.

La concezione egizia prometteva, dunque, una vita eterna nell’aldilà (Immagine n. 1) che, paradossalmente, rischiava in qualunque momento di interrompersi in quanto strettamente legata sia alla devozione dei sacerdoti sia a quella dei figli nei confronti del genitore defunto.

Immagine n. 1 Rito dell’apertura della bocca eseguito sul defunto Hunefer, XIX dinastia, British Museum EA9901 (© The British Museum, London. Dist. RMN-Grand Palais/The Trustes of the British Museum)

In definitiva, l’immortalità del re si basava sulla legittimità dei successori e sulla fedeltà dei funzionari nei suoi confronti. Era quindi di estrema importanza non inimicarsi alcuno di loro, anche se ciò imponeva di rafforzare continuamente i legami prima della “grande partenza”, soprattutto con i secondi, il cui status e le cui prerogative erano tutt’altro che ereditarie. Appare ovvio che un tale contesto di incertezza non poteva che generare un permanente senso di angoscia in chi fosse impegnato a preparare la sua vita oltremondana. Ciò chiarisce perché, sotto la V e la VI dinastia, fosse nell’interesse del sovrano concedere esenzioni fiscali alle città piramidali, che erano i luoghi di residenza dei sacerdoti legati ai culti funerari reali.

La comunità coinvolta nel servizio clericale era riuscita nel corso dei secoli a sviluppare, e a rendere indispensabile, un complesso insieme di rituali e di offerte generose che, attraverso un rapporto di causa ed effetto, erano in grado di garantire la continuità delle loro attività e dei benefici che ne derivavano. Viene da chiedersi se la comparsa dei Testi (Immagine n. 2) nelle piramidi riflettesse la preoccupazione del sovrano per questa dipendenza, oppure, fosse un modo per evitarla, senza nulla togliere al personale coinvolto.

Immagine n. 2 Piramide di Teti, parete incise con I “Testi delle piramidi” (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 252)

A dispetto delle apparenze, un complesso funerario piramidale costituiva molto più di una sepoltura e di uno strumento per assicurare al re la sua vita eterna. Grazie agli archivi di Neferirkare, rinvenuti presso Abusir, sappiamo che esso rappresentava l’elemento centrale di una rete economica che coinvolgeva un gran numero di persone. Durante la sua vita, il re stabiliva dei domini per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame al fine di fornire le offerte per il culto che gli sarebbero state devolute dopo sua morte; vi si coltivavano cereali e raccoglievano frutti, vi si allevavano bovini e volatili. Tutto quanto si produceva transitava successivamente per la residenza ed immagazzinato da una sorta di dipartimento del Tesoro. La vigilanza ed il rigore degli scribi di questa amministrazione erano di grado così elevato da permettere una contabilità ed una redistribuzione infallibile dei prodotti. Di volta in volta questi ultimi venivano caricati su un’imbarcazione e inviati, attraverso la rete di canali, presso la necropoli dove, all’altezza del tempio di accoglienza, era presente un molo di attracco. Il trattamento, la trasformazione e la preparazione degli alimenti aveva luogo per lo più nelle vicinanze dell’edificio e solo in piccola parte al suo interno. Dopodiché venivano poste sotto attenta sorveglianza in attesa di essere offerte al re defunto durante i riti giornalieri e delle grandi festività, al termine dei quali le offerte venivano acquisite e spartite tra i membri del personale a guisa di salario. Un papiro del Medio Regno, scoperto a Kahun, la città del Fayum dove sorge la piramide di El-Lahun eretta da Sesostri II (Immagini n. 3-4), descrive le parti di offerte distribuite mensilmente agli addetti in funzione del loro grado e della loro posizione:

Servitori del dio: 10 parti

Prete lettore capo: 6 parti

Prete lettore: 4 parti

Responsabile delle philai: 3 parti

Tre preposti alle libagioni: 2 parti ciascuno

Due sacerdoti-puri addetti al culto delle statue: 2 parti ciascuno

Scriba mensile del tempio: 1 parte e 1/3.

Immagine n. 3 La piramide di Sesostri II a El-Lahun © Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 171)
Immagine n. 4 Camera funeraria di Sesostris II a El-Laun (© ph. Markus Wallas in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” di Franck Monnier pag. 172)

Durante l’ Antico ed il Medio Regno la classe sacerdotale era relativamente ristretta. Le posizioni del personale funerario erano in gran parte occupate a tempo parziale da funzionari e dignitari le cui attività principali erano ben diverse. Solo qualche sacerdote era impiegato a tempo pieno al fine di sorvegliare sul corretto svolgimento dei servizi.

Nell’ Antico Regno, il personale era suddiviso in cinque philai (gruppi) di due divisioni. Ogni divisione contava una decina di persone che lavoravano per trenta giorni su un ciclo di dieci mesi, dopodiché ritornavano alle loro occupazioni principali. La traduttrice degli archivi funerari di Neferirkare, Paule Posener-Kriéger, ha stimato in 250-300 unità il numero effettivo totale per anno e solo venti persone che lavoravano simultaneamente. Tutto ciò riguarda, beninteso, il solo personale del tempio funerario. A questo, per avere un quadro completo del personale umano impegnato, bisogna aggiungere quello della città della piramide, quello dei possedimenti agricoli ed il corpo dei funzionari che gestivano l’istituzione dalla A alla Z, per un totale che superava facilmente il centinaio di individui impiegati stabilmente. Se poi consideriamo i complessi funerari dei predecessori operanti nello stesso periodo, a partire da Djoser, a cui si aggiungono i templi solari della V dinastia, ci troveremmo di fronte a un vero e proprio esercito dedicato unicamente al culto dei morti.

Il tempio aveva un’organizzazione molto precisa e rigorosa. Al vertice vi erano i “servi del dio” , assistiti dai sacerdoti “uab” (ossia, puri) che maneggiavano gli oggetti di culto, ma non erano autorizzati alla distribuzione delle offerte. Seguivano i “sacerdoti lettori” che, da perfetti conoscitori dei riti e delle pratiche, avevano il compito di recitare le formule. Infine, l’accesso da e verso il tempio era regolato e autorizzato giorno e notte da “guardie” che si alternavano in turni per espletare il loro servizio.

La comunità della “città della piramide” era per lo più costituita da individui che, grazie alla documentazione pervenutaci, conosciamo sotto il nome di “Khentiu-She”. I loro compiti potevano essere i più disparati, ma sempre intimamente correlati al buon funzionamento del dominio funerario. Alcuni di loro assistevano i servi del dio”, in quanto preposti alle offerte e al trasporto delle effigi.

Le tabelle dei servizi e gli inventari registrati sui papiri scoperti ad Abusir ci permettono di ricostruire a grandi linee il susseguirsi delle operazioni quotidiane del tempio (Immagine n. 1) .

Ogni mattino, le cure erano incentrate sulle cinque statue reali collocate nella parte più intima del tempio; per ciascuna di esse si provvedeva a rimuovere il sigillo, slegare le corde, tirare il chiavistello e finalmente aprire i due battenti della nicchia che la conteneva. A questo punto, in un tripudio di formule recitate a voce alta, si procedeva ad offrire una stoffa alla statua e ad ungerla con oli profumati (merehet). Una volta compiuto il rito si ripristinava il tutto con la chiusura e sigillatura della doppia porta.

Mattino e sera, si accedeva alla sala delle offerte recando delle piccole tavole per adagiarvi le oblazioni. Queste, collocate di fronte alla stele falsa-porta, che collegava magicamente questo ambiente alla tomba, permettevano al ka del defunto di nutrirsi del cibo che gli era stato presentato. Tutto il cerimoniale era accompagnato da preghiere e gesti rituali rigorosamente codificati. Successivamente due servitori provvedevano a sgombrare le suppellettili, mentre un altro riponeva il rotolo di papiro in un’apposita cassetta. Si procedeva quindi al rito finale di purificazione, seguito da quello di saluto utilizzando quattro brocche riempite d’acqua mista a natron. Si eliminava l’acqua presente e non più pura attraverso il sistema di drenaggio, dopo di che si procedeva a versare quella contenuta nei quattro vasi intorno alla piramide. Infine, le offerte venivano messe a disposizione del ka del sovrano nella cappella adiacente alla parete nord della piramide (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Itinerari dei riti quotidiani svolti in un complesso piramidale durante la V e VI dinastia(© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 257)

Ricorrenze mensili ed annuali, tra le quali rivestivano particolare importanza la festività lunare, quella di Sokar, di Hathor, degli emblemi divini o, ancora, quella di Min, rompevano la routine quotidiana. Ciascuna, infatti, aveva un suo protocollo specifico e necessitava di una notevole quantità di oggetti di lusso che erano custoditi nei magazzini del tempio.

Fonti:

  • Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
  • Marinus Ormeling, Leiden University, in Mastaba S3038 at Saqqara: a new perspective on old data

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