Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI AMENEMHAT III

o “Piramide Nera”

Di Grazia Musso

Nome antico sconosciuto

Altezza originale 81,5 metri

Lunghezza del lato 105 metri

Inclinazione 57°15’50”

La piramide di Amenemhat III, figlio di Sesostri III, è detta comunemente ” Piramide nera” per il fatto che venne costruita utilizzando materiali scuri come mattoni crudi e basalto e la sua massa nera irregolare, risalta sulla linea dell’orizzonte.

Il Pyramidion, in basalto

La piramide, scavata da Jacques De Morgan tra il 1894 e il 95 che ne ritrovò anche il pyramidion in basalto, esposto oggi al Museo del Cairo, è dotata di un complesso funerario che conteneva un grande sarcofago in granito rosa, la cui entrata è situata al di fuori della cinta della piramide, in corrispondenza dell’angolo sud-orientale.

Sul lato nord vennero ritrovati anche dodici pozzi funerari destinati ai membri della famiglia reale, in uno dei quali venne sepolto il re Hor- Auibra della XIII Dinastia, celebre per la bellissima statua lignea raffigurante il suo ka, conservata al Museo del Cairo.

La piramide non venne mai usata come sepoltura reale, perché Amenemhat III si fece costruire una seconda piramide ad Hawara nel Fayyum, ove fu inumato.

Fonte

Pirami d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

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LA PIRAMIDE DI SESOSTRI III

Di Grazia Musso

Altezza originale 78,5 metri

Lunghezza del lato 105 metri

Inclinazione 56°18’35”

Pianta del complesso di Sesostri III
A -.piramide di Sesostri III
B- ingresso
C- vestigia della cappella est
D- vestigia della cappella nord
E- pozzo
F – mastabe delle principesse
G- mastabe meridionali
H- cortile
I- rampa
J – sotterraneo delle barche

Questa cintura in oro e ametista e la cavigliera appartenevano al corredo funerario della principessa Mereret, figlia di Sesostri III.
Le perle di ametista in doppia fila sono intervallate da doppie teste di felino, in oro. Museo Egizio del Cairo

È la più settentrionale delle piramidi di Dahshur, costruita in mattoni crudi per Sesostri III, quinto re della XII Dinastia.

Come tutte le piramidi del Medio Regno era in origine rivestita di lastre di calcare di Tura, oggi completamente scomparse.

Questo pettorale appartiene alla principessa Sat-Hathor, figlia di Sesostri II e sorella di Sesostri III. Al centro del gioiello, a forma di cappella, si trova il cartiglio di Sesostri II, a fianco del quale si trovano due Falconi con la doppia corona che simboleggia o al tempo stesso il dio Hoto e il re. Museo Egizio del Cairo

La piramide attualmente è molto degradata che ha assunto l’aspetto di un vasto cratere alto circa 30 metri, inoltre il suo nucleo venne tagliato in due da una grande trincea, scavata dai primi esploratori Richard William H. Vyse e John Shea Perring nel 1839, per entrare all’interno della piramide.

Pettorale a forma di cappella in oro con ametiste, turchesi, lapislazzuli, cornaline e paste vitree appartenente al corredo funerario della principessa Mereret.
Nekhbet sovrasta i cartigli di Amenembat III, al fianco dei quali il re è raffigurato mentre massacra i nemici. Museo Egizio del Cairo

L’accesso agli appartamenti funerari è situato non più sul lato nord, ma su quello ovest, dove si trova un pozzo che conduce alla camera funeraria, nella quale venne ritrovato un grande sarcofago in granito.

Un secondo pozzo, situato presso l’angolo nord-est e scoperto da Jacques De Morgan nel 1894, è connesso con un complesso di quattro tombe di regine e principesse delle quali quelle di Sat Hathor e Mereret hanno fornito uno splendido corredo funerario, oggi esposto al Museo del Cairo.

Anello di Sesostri III

In corrispondenza del lato sud della piramide De Morgan scoprì anche tre mastabe , in due delle quali riuscì ad entrare e un sotterraneo a sud-ovest della piramide che conteneva sei barche in legno.

Barca in legno trovata , con altre cinque, all’interno del sotterraneo a sud-ovest della piramide

Nel 1990 la missione del Metropolitan Museum of Art di New York, sotto la direzione di Dieter Arnold, ha intrapreso una serie di scavi sistematici su quest’area, che hanno portato, nel 1994, al ritrovamento dell’entrata di una delle tre mastabe scoperte da De Morgan sul lato sud, appartenente alla regina Khnemet-nefer-heget-weret, madre di Sesostri III, che conteneva un ricco corredo di gioielli, comprendente tra i pezzi più interessanti, due braccialetti con i pilastri -ged e due scarabei in ametista con inciso il nome di Amenembat II.

Nell’anno successivo, la stessa missione, ha scoperto due nuove mastabe situate a nord della piramide appartenenti al visir Neb-iy e alla sua sposa Sit-weret.

Pettorale della principessa Mereret, a forma di cappella in oro, ametista, turchesi, lapislazzuli, cornaline e paste vitree. La dea Nekhbet, con le ali spiegate, sovrasta il cartiglio di Sesostri III, a fianco del quale due grifoni, che evocano la potenza del re, sottomettono i nemici. Museo Egizio del Cairo

Fonte:

Le piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti -Edizioni White Star

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LA PIRAMIDE DI SESOSTRI I

o ” Piramide sud di Lisht”

Di Grazia Musso

La piramide di Sesostri I presenta un’innovazione architettonica che verrà utilizzata anche nelle grandi piramidi costruite successivamente.

Nome antico: “Sesostri è favorito di sedi”

Altezza originale 61 metri

Lunghezza del lato 105 metri

Inclinazione 49°23’55”

La piramide di Sesostri I è stata localizzata nel 1882 da Gaston Maspero, venne scavata da J. E. Gautier e Gustave Jéquier nel 1894 e quindi dalla missione del Metropolitan Museum di New York tra il 1908 e il 1934.

Fu costruita con una tecnica che sarà successivamente messa in opera nella piramide di el-Lahun: dapprima vennero creati dei muri utilizzando grossi blocchi calcare disposti a raggiera intorno a un nucleo centrale, successivamente vennero colmati gli interstizi con mattoni crudi, quindi la struttura fu rivestita di lastre di calcare di Tura.

La struttura della piramide è compartimentata da una serie di muri costruiti con grossi blocchi disposti a raggi era, i cui interstizi sono stati riempiti con mattoni crudi.

La piramide era circondata da un doppio muro di cinta che delimitava una superficie rettangolare, al cui interno vennero ritrovate altre dieci piramidi sussidiarie appartenenti a dignitari e a membri della famiglia reale.

Sul lato est della piramide, dove vi era anche una piramide satellite, durante gli scavi Gautier e Jéquier ritrovarono le vestigia del tempio funerario, che presentava una struttura assai simile a quelli costruiti all’epoca della VI Dinastia, e i resti di un cortile con un portico sostenuto da 24 colonne.

Qui giacevano sepolte 10 statue in calcare raffiguranti il re in posizione seduta e a grandezza naturale, ora esposte al Museo del Cairo.

Il tempio funerario della piramide di Sesostri I è meglio conservato di quello di Amenemhat I e riprende la pianta dei Templi funerari della VI Dinastia a cui indubbiamente si ispira.

Dal lato est della cinta partiva una rampa processionale , ancora oggi visibile, bordata da mura decorate con bassorilievi, che discende a verso il tempio a valle.

Nelle vicinanze della piramide vennero ritrovate alcune mastabe, tra le quali la più importante è quella di Senusret-ankh ” grande sacerdote di Ptah”, situata circa 200 metri a est della cinta esterna la cui camera funeraria era decorata con i testi delle piramidi.

IL CARTIGLIO DI SESOSTRI I (a cura del Docente Livio Secco)

Per uno studio sugli antroponimi regali può essere utile approfondire anche con il mio testo IL PROTOCOLLO REALE – COMPOSIZIONE DELL’ONOMASTICA FARAONICA (codice QdE22) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/


Fonte:

Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

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LA PIRAMIDE DI AMENEMHAT I

o ” Piramide nord di Lisht”

Di Grazia Musso

Piramide di Amenemhat I.
Si trova nella parte settentrionale dell’area archeologica di el-Lisht e ha oggi un’altezza di poco superiore ai 20 metri

Nome antico: “Amenemhat è elevato di perfezione”

Altezza originale 55 metri

Lunghezza del lato 78,5 metri

Inclinazione 54°27’44”

Il tempio funerario situato sul lato orientale, è quasi completamente distrutto

La piramide di Amenemhat I venne costruita su un piccolo terrapieno collocando le strutture annesse, tempio funerario e rampa processionale, su piani diversi.

Per erigere la piramide vennero utilizzati non solo mattoni crudi, ma anche materiali provvedimenti da costruzioni preesistenti.

Il tempio funerario, situato sul lato est, è costruito su una seconda terrazza più bassa di quella dove si trova la piramide, mentre a ovest, al di fuori della cinta che circonda il complesso, vi era una serie di tombe per i membri della famiglia reale.

Il re è affiancato a sinistra dal Dio Horus ieracocefalo. A destra si trova Anubis, divinità delle necropoli e dell’imbarcazione. Entrambe le divinità porgono al re un segno di vita, l’ankh. La scena è completata dalle due dee della corona e del territorio dell’Alto e Basso Egitto. Sulla sinistra Nekhbet e Uto sulla destra, che procedono verso il sovrano.
El – Lisht, tempio funerario di Amenemhat I, XII Dinastia
Pietra calcarea dipinta, Lunghezza 190 cm, Altezza 35 cm
New York, The Metropolitan Museum of Art – Roger Fu d, 08.200.5

L’ingresso all’appartamento funerario della piramide era situato sulla facciata nord da dove partiva un corridoio che conduceva nella camera sepolcrale.

Come nella piramide di Teti a Saqqara, il corridoio era preceduto da una piccola cappella.

Rilievo del tempio di Amenemhat I.
Al centro della raffigurazione compare il sovrano, che indossa una parrucca riccia con l’ureo, la barba cerimoniale e un largo collare.
Tra le mani regge le insegne del potere, il flagello è il simbolo mekes.

IL CARTIGLIO DI AMENEMHAT I (a cura del Docente Livio Secco)

Il mio testo sul Protocollo Reale lo potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/


Fonte:

Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Mai cosa simile fu fatta, Piramidi

LA PIRAMIDE DI PEPI I

Di Grazia Musso

La piramide di Pepi era alta in origine 52,5 metri e il suo lato misura a 78,5 metri.
La sua inclinazione è di 53°7’48”.Le strutture del tempio funerario, sul lato est della piramide sono state anch’esse riportate alla luce.

Nome antico: “Pepi è stabile nella perfezione”

Pepi I, secondo sovrano della VI Dinastia che succedette al padre Teti, si fece costruire nel settore meridionale situato ai piedi della falesia dell’Altopiano di Saqqara, una piramide originariamente alta circa 52 metri e chiamata Men-nefef, “Stabile e perfetta”.

Pepi I fu il secondo sovrano della VI Dinastia e inauguro’ la consuetudine di aggiungere al nome di nascita un nome di intronizzazione: Merira ossia ” l’amato da Ra”.

Dalla corruzione di questo nome trae origine quello di Menfi oggi utilizzato per indicare la capitale dell’antico Regno, il cui vero nome era Ineb-heg, ossia ” Il muro bianco ” con riferimento o a una grande diga costruita in quel punto del Nilo o al colore bianco delle sue mura, erette con i blocchi di Calcare di Tura.

Quasi completamente distrutta da continue depredazioni, questa piramide, estremamente importante per i testi scritti sulle pareti degli appartamenti funerario scoperti nel 1880 e inizialmente studiati da Gaston Maspero, è stata oggetto di numerose campagne di scavi, iniziate nel 1968 sotto la direzione di Jean-Philippe Lauer e Jean Leclany.

Nel corso delle campagne di scavo condotte dalla Missione Archeologica Francese di Saqqara, gli archeologi recuperarono dalle camere interne ben 2.500 blocchi di Testo delle Piramidi, molti dei quali inediti, che furono catalogati, tradotti e ricollegati nella loro posizione originaria.

Gli scavi hanno anche portato alla luce il tempio funerario sul lato est della piramide e le complesse strutture del lato sud, che comprendevano tre piramidi anepigrafi appartenenti a spose reali di Pepi I, che misuravano 20,96 metri di altezza, in nessuno degli appartamenti funerari di esse furono ritrovati testi.

Gli scavi archeologici hanno consentito anche di rimontare, secondo il procedimento dell’anastilosi, le strutture della piramide satellite situata all’angolo sud-orientale della piramide

Fonte: Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

C'era una volta l'Egitto, Piramidi

IL MISTERO DELLE SETTE PIRAMIDI

Di Piero Cargnino

Con quella di Micerino abbiamo trattato tutte le sette piramidi maggiori e più misteriose. Maggiori perché sono le più grandi giunte fino a noi, misteriose perché non ci dicono nulla.

In effetti non sappiamo con certezza chi, come, quando e perché sono state costruite. Non siamo neppure certi che all’inizio gli antichi egizi (o chi per essi) avessero intenzione di costruire delle piramidi nel vero senso della parola.

Per quanto riguarda le prime due, la piramide a gradoni di Djoser e quella, sempre a gradoni, di Uni (o Snefru) a Maidum più che piramidi ricordano gli ziqqurat mesopotamici; se l’idea fosse stata quella di erigere una piramide perfetta, quella di Djoser sarebbe stata ultimata mentre quella di Maidum magari sarebbe comunque crollata per una ragione che non ci è dato a sapere. 

La piramide romboidale non è una piramide perfetta in quanto presenta una doppia inclinazione, ed anche qui c’è da chiedersi se ciò è dovuto alla necessità di alleggerire il peso della parte superiore, come affermano la maggior parte degli studiosi, oppure se non sia una cosa voluta dagli architetti che l’hanno costruita.

Personalmente non credo che i costruttori, chiunque essi siano, in possesso di una tecnologia che li metteva in grado di erigere simili opere abbiano potuto sbagliare i calcoli così grossolanamente. Senza contare che se ad un certo punto avessero individuato la comparsa di crepe già a metà della costruzione, secondo la logica, sarebbero subito corsi ai ripari provvedendo in qualche modo, non credo che avrebbero rischiato il collasso dell’edificio proseguendo il lavoro solo riducendo di poco il peso sovrastante per poi ultimarlo con addirittura il paramento completo in calcare che ancora oggi possiamo ammirare.

Inizierei a parlare di vere e proprie piramidi da quella Rossa di Snefru a Dashur ed a seguire quella di Cheope, Chefren e Micerino.

Si sarebbe portati a pensare che anche le piramidi, come ogni altro manufatto di qualsiasi genere, e non solo in tempi antichi, generalmente passa attraverso diversi stadi e man mano viene perfezionato.

Nel caso delle sette piramidi egizie parrebbe che la cosa sia proprio avvenuta più o meno così. Ma proviamo a prendere in considerazione anche le opinioni di altri studiosi che non accettano le teorie degli “accademici”, peraltro prive di prove certe.

In molti sostengono che le tre piramidi di Giza e la Sfinge risalgano a parecchi anni (o secoli) prima dell’epoca di Cheope. In questo caso ci troveremmo di fronte ad una considerazione che si fonda su fatti credibili e condivisi. Se consideriamo ogni aspetto della conoscenza egizia notiamo una completezza in vari campi fin dall’inizio della loro storia. Le scienze, le tecniche artistiche ed architettoniche ed il loro esprimersi con i geroglifici non denotano alcun segno di una fase di “evoluzione”; in effetti molti dei compimenti delle prime dinastie non solo non sono stati mai superati, ma neanche eguagliati in seguito.

Il Prof. Roccati ci teneva a sottolineare che i primi geroglifici venivano tracciati con una precisione quasi maniacale, nulla a che vedere con quelli più tardi. Ma allora viene da chiedersi: come fa a sorgere dal “nulla” una civiltà così complessa ed organizzata, anche nei minimi particolari, come lo è stata quella antico egizia? Tanto per fare un paragone oggi viaggiamo su lussuose e tecnologicamente avanzate automobili, se le paragoniamo a quelle del primo 900 non ci sono dubbi sull’esistenza di un processo di “evoluzione”. Ma questo non è paragonabile a ciò che riscontriamo nell’antico Egitto, li c’è già tutto fin dall’inizio.

L’unica risposta a questo mistero è che la civiltà egizia non sia frutto di una “evoluzione” bensì di un “retaggio”. La risposta parrebbe ovvia ma, poiché è contraria al prevalente pensiero accademico dei nostri giorni, raramente viene considerata in modo serio. L’egittologia accademica, principalmente basata sugli “Aegyptiaca” di Manetone e sulle “Storie” di Erodoto e di altri storici antichi, afferma che lo Stato egiziano iniziò a formarsi con la I dinastia intorno al 3100 a.C. In questo modo però si rischia di confondere il termine “Stato” con “Cultura”. Nessuna obiezione sul fatto di quando si è formato lo Stato egiziano ma non va trascurato il fatto che lo Stato ha riunito un insieme di culture, forse meno note, ma già affermate le quali hanno condizionato le culture meno avanzate.

Parliamo della cultura gerzeana che risale al 3500 a.C. circa, la amratiana risalente al 4000 a.C. circa e la cultura badariana che risale ad oltre 5500 a.C. Basti pensare che nella città di Ieracompoli sono stati ritrovati i resti di un forno per le alte temperature che risale al 3650 a.C. Lo storico Michael Rice afferma che sono state trovate ceramiche risalenti a 1000 anni prima di una durezza quasi come quella del metallo e dello spessore di un guscio d’uovo, prodotte dalla cultura badariana e non si sa spiegare come avessero acquisito le tecniche necessarie per azionare forni che raggiungessero così alte temperature.

Sono misteri la cui soluzione è ancora di là da venire, Mark Lehner, un archeologo al di sopra di ogni sospetto afferma:

<<……ho come una sensazione istintiva che vi sia qualcosa sotto la Sfinge e che una specie di mistero circondi le piramidi. Mi piace pensare a tutto ciò come a un qualcosa di pulsante……>>.

Ho voluto scrivere questo articolo perché ciò di cui si parla non è “fantarcheologia” ma solo “archeologia alternativa”.

Fonti e bibliografia:

  • Philipp von Zabern, “Chronology of the Egyptian Pharaohs”, Mainz am Rhein, (1997)
  • Alessandro Roccati, “Atlante dell’antico Egitto”,  Istituto geografico De Agostini, (1980)
  • Alessandro Roccati, “Egittologia”, Istituto Poligrafico dello stato, Roma, 2005
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori – 1997
  • Pietro Sgroj, “Storie” di Erodoto – Newton & Compton editori
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson, 1997
  • Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Tascabili Newton Mark Lehner, Venture Inwards, maggio-giugno 1996
C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LE PIRAMIDI DELLE REGINE DI MICERINO

Di Piero Cargnino

Come molti altri faraoni anche Micerino fece costruire delle piramidi secondarie per le sue regine che fanno bella mostra di se a sud della piramide principale. Si tratta delle piramidi minori denominate G3-a, G3-b e G3-c; esse dovrebbero essere (in questo caso il condizionale è d’obbligo) le sepolture della regina Khamerernebti II, della regina Rakhetra e di un’altra regina o famigliare di Micerino di cui non si sa nulla.

PIRAMIDE DI KHAMERERNEBTI II

Secondo George Reisner la G3-a avrebbe ospitato la sepoltura della regina Khamerernebti II ma secondo altri studiosi la regina sarebbe stata sepolta nella G3-b, la disputa è tutt’ora aperta. Khamerernebti II è una figlia di Chefren, sposa del fratello Micerino e madre del principe Khuenra. Il suo nome significa “Apparizione dell’Amato dalle Due Signore” (le dee Uadjet e Nekhbet) ed è la figlia della regina Khamerernebti I, moglie di Chefren, lo testimonia un’iscrizione nella sua tomba. Il nome di Khamerernebti I compare su di un coltello di selce rinvenuto nel tempio funerario di Micerino dove viene identificata come la “Madre del re”. La cosiddetta “Tomba di Galarza” a Giza, probabilmente progettata in origine per la regina  Khamerernebti I fu poi assegnata alla figlia, Khamerernebti II, sull’architrave dell’ingresso è riportato un testo dove vengono elencati i titoli di madre e figlia.

<<  …….Madre del Re dell’Alto e Basso Egitto, Madre del dio, Colei che vede Horus e Seth, Grande dello Scettro-hetes, Grande di lode, Sacerdotessa di Djehuti,  Sacerdotessa di Tjasepef, Sposa grandemente amata del Re, Figlia del Re, del Suo corpo, Riverita Signora, Onorata dal Grande Dio, Khamerernebti I……. >>.

<< ……..La sua Primogenita, Colei che vede Horus e Seth, Grande dello Scettro-hetes, Grande di lode, Sacerdotessa di Djehuti, Sacerdotessa di Tjasepef, Colei che siede con Horus, Colei che è unita all’amato delle Due Signore (Uadjet e Nekhbet), Sposa grandemente amata del Re, Figlia del Re, del suo corpo, Riverita Signora, Onorata da suo Padre, Khamerernebti II……… >>.

Comunque è molto probabile che  Khamerernebti II sia stata sepolta  nella piramide G3-a che è l’unica a presentarsi come una vera piramide priva di gradoni. La piramide ha una base di 44 m per lato e un’altezza di 28,40 m, in origine doveva essere rivestita in granito. L’ingresso alla parte ipogea si trova a metà della parete nord poco sopra il suolo. Attraverso un corridoio discendente si raggiunge la camera funeraria che si trova in corrispondenza del centro della piramide. All’interno un sarcofago in granito rosa si trovava incassato nel pavimento, dentro di esso vennero rinvenuti oggetti in ceramica e resti di legno carbonizzato. Proprio di fronte al lato orientale della piramide era situato un tempio in mattoni crudi, comprendeva una grande corte con nicchie nella parete nord e colonne di legno in quella a sud. Una stretta cappella cultuale, arricchita, ai lati dell’ingresso alla camera sacrificale, da due profonde nicchie. A nord-ovest del tempio si trovavano alcuni depositi mentre una scalinata saliva alla terrazza. In un primo momento alcuni ipotizzarono che si trattasse della piramide cultuale originaria del sovrano ma la presenza del sarcofago indica in modo evidente che si tratta di una tomba vera e propria, Reisner la attribuisce a Khamerernebti II moglie di Micerino. Secondo altri studiosi invece, la piramide era in origine cultuale finché la regina consorte non vi fu trasferita dalla “tomba Galarza” (citata sopra). Khamerernebti II compare in una statua con il marito Micerino al Museum of Fine Arts di Boston.

PIRAMIDE DI RAKHETRA

Anch’essa figlia del faraone Chefren probabilmente fu anche lei una moglie di Micerino anche se il nome del suo consorte non compare in nessun documento archeologico ma è verosimile che sia stata comunque la sposa di un successore di Chefren. Il suo nome significa “Compagna di Ra” e viene esplicitamente indicata come figlia di Chefren in una iscrizione presente nella tomba di Kaemnefert, “Servitore del ka” (hemu ka) sacerdote addetto al culto dell’anima di un defunto. Rakhetra vantava i titolo di “Figlia del re-del Suo corpo, Colei che vede Horus e Seth, Grande dello scettro hetes e sposa del re”. Non è certo che la piramide G3-b sia appartenuta alla regina Rakhetra, nel qual caso anch’essa avrebbe dovuto essere stata trasferita successivamente. Secondo Selim Hassan la sua tomba si troverebbe presso una mastaba in pietra nella zona centrale della necropoli di Giza indicata come Tomba di Rekhit-Ra con la sigla G 8530. In essa venne rinvenuto un sarcofago vuoto con  le ossa di una zampa di toro sul coperchio, fuori dal sarcofago alcuni resti di ossa umane. Tornando alla  piramide G3-b l’ingresso era situato alcuni metri prima della parete nord dove un breve corridoio discendente dava accesso a due camere disassate rispetto al centro della piramide, al suo interno un sarcofago in granito rosa, addossato alla parete occidentale, si trovava lo scheletro di una giovane donna.

PIRAMIDE G3-C

Per quanto riguarda la piramide G3-c non è possibile avanzare alcuna ipotesi riguardo a chi sia appartenuta, l’ingresso e la parte ipogea ricalcano quella della G3-b, con due camere, ma non c’è nessun sarcofago ne tracce di sepoltura. Seppur piccole, un po’ malandate, forse anche un po’ trascurate, le Piramidi delle Regine di Micerino, come tutte le altre, fanno pur sempre parte della meravigliosa civiltà egizia per cui ho ritenuto che fossero degne di nota.

Fonti e bibliografia:

  • Reisner, George Andrew, “Una storia della necropoli di Giza”, Harvard University Press, Cambridge; Roth, Silke, 1942
  • Aidan Dodson & Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson 2004
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”,  De Agostini, Novara 1993
  • Riccardo Manzini, “Conoscere le piramidi”,  Ananke, 2007
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Callender, Vivienne G. & Peter Jánosi. “The Tomb of Queen Khamerernebty II at Giza.”         Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Abteilung Kairo 53, 1997
  • Zahi Hawass, “The Discovery of the Satellite Pyramid of Khufu”, Museum of Fine Arts, Boston 1996)
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – DENTRO LA PIRAMIDE

Di Piero Cargnino

LE PRIME ESPLORAZIONI

Naturalmente le piramidi, ed in modo particolare quella di Cheope, non sono solo cumuli massicci di pietre, al loro interno sono presenti corridoi e camere che già di per se costituiscono mirabili opere di ingegneria e architettura. Sicuramente già nell’antichità la piramide di Cheope venne in qualche modo violata, nonostante la cosa si presentasse decisamente ardua, vista la complessità della costruzione e le misure adottate per evitare intrusioni. Per oltre 3000 anni nessuno riuscì a penetrare all’interno della piramide anche se dalla stessa veniva asportato il suo rivestimento esterno in calcare.

L’ingresso originale della Grande Piramide si trova sul lato nord, a 17 metri dal suolo e 7,29 metri a sinistra dalla linea mediana della facciata ed è ben visibile a causa del grande scavo compiuto per riportarlo alla luce. Tutto lascia supporre che nell’antichità questo non fosse visibile perché coperto dal rivestimento in calcare della piramide quindi nessuno sapeva della sua esistenza.

Da quanto afferma Strabone di Amasea, nel suo “Geographia”, al cap. XVII, 1,33, si direbbe invece che la cosa fosse risaputa:

<<………Una è appena più grande dell’altra e in alto, quasi a metà di una faccia, reca un masso estraibile; rimuovendolo, c’è un budello sinuoso che porta fino alla camera mortuaria………>>.

Ho detto che per oltre 3000 anni nessuno riuscì a penetrare all’interno della piramide, giungiamo quindi al periodo della dominazione araba in Egitto. Molti studiosi arabi medievali, tra cui Masudi, Idrisi, Latif e Al Maqrizi, si cimentarono nello studio di come poter penetrare all’interno della piramide nella convinzione che in essa fossero contenuti chissà quali tesori. Secondo il vescovo Cosma di Gerusalemme (vissuto intorno alla metà dell’VIII secolo d.C.) le piramidi erano i granai delle storie di Giuseppe citate nella Bibbia in Genesi 41. Anche se tale ipotesi non trovò gran seguito, per molti credenti la cosa era vera.

Da diversi scritti islamici e copti si apprende che intorno all’anno 820 d.C. il califfo abbaside Ahu Ja ‘Abd Allah al-Ma’Mun, (più noto come al-Mamun), grande intellettuale desideroso di conoscere, sempre alla ricerca della verità, ispirato dai racconti che si tramandavano dalla notte dei tempi circa enormi tesori che sarebbero stati contenuti all’interno delle piramidi, venne preso dalla smania di verificare se la cosa fosse vera violando la Grande Piramide di Cheope. Al-Mamun fu ispirato principalmente dal racconto della principessa Scheherazade che nella silloge favolistica islamica, “Le mille e una notte”, parlando delle piramidi d’Egitto racconta:

<<………Dicono gli antichi che nell’interno della piramide occidentale vi sono trenta ambienti di granito colorato, pieni di gemme preziose, di monete in quantità e di immagini singolari, strumenti ed armi magnifiche, le quali sono spalmate di unguenti composti con magia, in modo da non arrugginire fino al giorno del giudizio. Si trova nella piramide vetro pieghevole che non si rompe, ogni specie di droghe raffinate e di acque preparate, ed altre cose ancora. Nella piramide sono celate le cronache dei sacerdoti scritte su lastre di granito; ciascun sacerdote ha la sua lastra sulla quale sono iscritte le meraviglie della sua arte e le sue azioni. Sulle pareti vi sono immagini di persone, simili a idoli, che compiono con le mani i lavori di tutte le arti, e queste figure sono sedute su gradinate. Ciascuna piramide ha il suo tesoriere che la custodisce; detti custodi la preservano, attraverso i secoli, da ogni calamità che potrebbe accaderle……..>>.

A questo proposito lo scrittore e storiografo arabo Ibn Abd Hokm, (IX sec.), racconta che, raggiunta la piramide, al-Mamun, non conoscendone l’ingresso, si apprestò ad aprire una breccia nei blocchi di rivestimento, (che all’epoca erano ancora presenti), della parete nord della piramide.

Per realizzare l’impresa, al-Mamun radunò numerosi architetti e capomastri nella speranza, vana purtroppo, di riuscire a rintracciare, sotto lo strato di blocchi di calcare di copertura un ingresso. Ad un certo punto, irritato per non aver trovato nulla, decise di forzare la parete scavando nella roccia un tunnel nella speranza di riuscire a penetrare all’interno. Scelse il centro della facciata settentrionale, al livello del settimo filare di blocchi. Presto però si accorse che, scalpelli e mazzuoli sulla dura roccia non sortivano l’effetto sperato, allora, scrive Hokm:

<<…….Dapprima ammorbidiva la roccia con fuoco e aceto per poi proseguire nella roccia resa ormai friabile. Ci vollero due fabbri, che appuntirono i ferri e gli attrezzi con i quali forzarono l’ingresso e occorse una grande fatica per aprirlo…….>>.

Del fatto esiste anche la conferma dello storico mamelucco Al-Maqrizi, che scrive nel XV secolo, il cui testo, tradotto in francese da Urbain Bouriant, si intitola “Description topographique et historique de l’Egypte”:

<<……… Gli operai scaldavano con il fuoco i blocchi di pietra per poi raffreddarli all’istante rovesciandoci sopra aceto……..>>.

Dopo circa 30 metri di scavo, senza aver trovato nulla, nell’atto di desistere, all’improvviso sentirono un suono sordo provenire da oltre la  parete. Subito venne deviato l’asse di scavo in quella direzione e, dopo alcuni metri, sfociarono nel “Corridoio Discendente”, proprio nel punto dove finisce il terzo tappo di granito.

Da qui il califfo procedette, non senza incontrare altre difficoltà, ad esplorare tutto l’interno della piramide senza però trovare alcun tesoro. Non solo non trovò alcun tesoro ma non trovò proprio nulla tranne un sarcofago di granito rosso nella cosiddetta Camera del Re. Alcune leggende che si sono aggiunte nel tempo raccontano che al-Mamun, fece aprire il sarcofago, che al tempo possedeva ancora il coperchio (questo giustificherebbe l’angolo rotto), ma non vi trovò nulla, né il feretro né il corredo funerario.

Alcune fonti storiche citano un episodio che però non è verificabile, si dice che, avendo trovato vuoto il sarcofago, al-Mamun contrariato decise di portarsi via il coperchio che fece spezzare per poterlo far passare attraverso i cunicoli. Altre fonti contraddicono questa ipotesi asserendo che il sarcofago era già mancante del coperchio che non venne mai trovato. A questo punto al-Mamun, in un ultimo tentativo di trovare qualcosa fece spostare due blocchi di granito dal pavimento in un angolo della stanza, ma non trovò nulla (di questi blocchi spostati parleremo quando giungeremo nella Camera del Re). Stando sempre alle leggende si racconta che al-Mamun, per calmare la rabbia dei suoi uomini che reclamavano la paga, abbia fatto trasportare nottetempo, in gran segreto, dentro la piramide un tesoro affinché gli operai lo ritrovassero il giorno dopo. Si nutrono molti dubbi sulla veridicità del racconto di Hokm, ma tuttavia, gonfiate o meno, sono le uniche notizie di cui disponiamo e, secondo molti studiosi, non tenerne conto per nulla sarebbe un grave errore.

Sia stato effettivamente al-Mamun o qualcun altro prima o dopo di lui ad aprire quel passaggio ha poca importanza, una cosa è certa, che da allora, con tutte le tecnologie moderne, per fare un confronto, siamo riusciti a scoprire ben poco di più. Una volta violata, della piramide, se ne perse l’interesse e alla fine del XIV secolo fu sostanzialmente trasformata in cava di calcare. Quello che si evince dai racconti non è confutabile, è scritto. Però a me sorgono alcuni dubbi su tutta la vicenda.

  1. In base a quale considerazione al-Mamun scelse di scavare proprio la parete nord che, guarda caso, è proprio quella dove si trova l’ingresso originario?.
  2. Perché scelse di scavare proprio all’altezza del settimo filare di blocchi che, guarda caso, si trova alla stessa altezza della congiunzione del corridoio ascendente col corridoio discendente in corrispondenza del punto in cui si trovano i tappi di granito?. Non sarebbe stato più agevole iniziare a scavare al livello della base?.
  3. Perché dopo circa 30 metri (appena aggirati i tappi di granito) lo scavo devia proprio verso il corridoio discendente?. I

l racconto di Al-Maqrizi afferma che gli scavatori sentirono un suono sordo oltre la parete e per questo deviarono l’asse di scavo. Permettetemi di dire che tutte queste combinazioni mi suonano strane, non è che per caso il califfo al-Mamun sapesse già benissimo dove scavare?

DENTRO LA PIRAMIDE

Dal momento che il califfo abbaside al-Mamun gentilmente, anche se in modo forse un tantino invasivo, ha provveduto ad aprirci la strada, penso che possiamo introdurci anche noi nella Grande Piramide per esplorare l’interno. Prima però vorrei soffermarmi su di un argomento che ritengo perlomeno curioso ma decisamente interessante. L’entrata originale della piramide, una maestosa opera megalitica costituita da un enorme ingresso sovrastato da possenti lastroni di calcare sovrapposti che formano una capriata dando un’impressione di eccezionale potenza e bellezza.

Invece il tutto è stato inspiegabilmente murato all’interno del profilo piramidale nascosto alla vista dai blocchi di rivestimento che ricoprivano interamente la facciata. Seppure non è utilizzabile, oggi è ben visibile a causa del grande scavo compiuto per riportarlo alla luce, alcuni ricercatori pensano che in antichità fosse dotato di una porta di pietra a cardini orizzontali. Ma se così fosse non se ne comprende l’utilità poiché l’ingresso fu bloccato dall’interno con tre grossi blocchi di granito.

Questo magnifico ed imponente portale si trova, come detto, sul lato nord, a 17 metri dal suolo e 7,29 metri a sinistra della linea mediana della facciata. Se la piramide doveva presentare fin dall’inizio l’aspetto di una costruzione con le facce completamente lisce e splendenti, non si spiega perché i costruttori avrebbero sprecato tempo e fatica per creare un simile maestoso portale d’accesso per poi occultarlo alla vista appena terminato. Quel portale nascosto ha sempre suscitato un dubbio immane, non è che per caso sia l’entrata di una più antica costruzione, magari inizialmente a gradoni, poi trasformata in una piramide a facce lisce in un secondo momento? (la domanda non me la sono posta solo io ma molti studiosi). Chissà, comunque di li non si passa.

Scendiamo alcuni metri più sotto ed incontriamo l’accesso al cunicolo che scavò il califfo al-Mamun, (di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenza). Entriamo ed avanziamo per una trentina di metri circa dopo di che il passaggio gira bruscamente a sinistra per scavalcare i massi che bloccano il cunicolo discendente, i massi sono di granito quindi gli operai arabi proseguirono il tunnel sopra di essi, attraverso la più morbida pietra calcarea, finché non raggiunsero il cunicolo ascendente. Da qui è possibile raggiungere anche il cunicolo discendente, il cui accesso è vietato ai visitatori.

La congiunzione tra il cunicolo discendente e quello ascendente, come già accennato, si trova all’incirca alla stessa altezza della galleria scavata da al-Mamun. Come accennato il cunicolo è sempre chiuso al pubblico ma noi facciamo finta di niente e ci entriamo virtualmente. Percorriamo quindi il cunicolo che si presenta alto 96 cm (attenti alla testa) e largo 1,04 metri, e scende con un angolo di circa 26°.

Dopo oltre 100 metri (di cui 28 attraverso le pietre della piramide e 77 nella base rocciosa), il passaggio prosegue in orizzontale per circa 9 metri fino a sbucare in una camera la cui funzione è del tutto misteriosa.

La “Camera Sotterranea” o Inferiore, (o Fossa) è la struttura più bassa della piramide. Questa si presenta di forma rettangolare, dalle dimensioni approssimative di 14 m di larghezza, 8,3 m di lunghezza e 4,3 m di altezza, ed è visibilmente solo abbozzata. Infatti questa non fu mai terminata e non presenta alcuno sbarramento protettivo all’ingresso. Non avrebbe mai potuto ospitare un sarcofago in pietra in quanto non sarebbe stato possibile farlo passare per lo stretto accesso.

Nella parete sud della camera  troviamo un pozzo profondo circa 3 m dal quale parte uno stretto cunicolo cieco (circa 75 × 78 cm), anch’esso solo abbozzato che prosegue in direzione sud per 16,4 metri. La camera presenta anche un pozzo scavato nel pavimento. Entrambi vennero scavati dagli archeologi Perring e Wyse, durante la loro campagna del 1837 alla ricerca di una stanza sepolcrale nascosta. Questo perché basavano le loro ricerche sulla testimonianza di Erodoto che, nel suo II libro delle “Storie”, riferito all’Egitto (124: 1), aveva scritto:

<<……..il Re costruì le camere, destinate alla sua sepoltura, in un’isola, ch’egli creò col condurre dal Nilo fin là un canale……..il Nilo infatti attraverso un condotto artificiale circonda un isolotto dove pare che Cheope sia seppellito………>>.

Inutile dire che non è mai stato rinvenuto un eventuale canale che portasse le acque del Nilo fino all’eventuale camera citata da Erodoto. Nessuno sa come si spiega la presenza di questa camera, alcuni studiosi avanzano l’ipotesi secondo cui si tratterebbe dell’originale camera sepolcrale, ipogea, come quella di tutti gli altri faraoni prima e dopo Cheope in base al principio che “Il corpo alla terra perché dalla terra è stato creato”, se così non è per quale ragione il faraone avrebbe deciso di farsi seppellire più in alto nella Piramide?

L’egittologo Stadelmann è invece dell’opinione che questa camera sotterranea, ancorché incompiuta, dovesse rappresentare la caverna simbolica del dio dei morti Sokar, il cui luogo di culto più significativo e, forse, addirittura primitivo, era ubicato nell’odierna Giza. Secondo questa ipotesi il faraone deceduto si sarebbe unito simbolicamente a Sokar nella tomba. Altre ipotesi parlano di un diversivo per sviare i tombaroli o più semplicemente che si tratti di una realizzazione già presente prima della costruzione della piramide, magari la camera funeraria di una eventuale mastaba già esistente sulla quale si decise di costruire la piramide. Ma allora a questo punto sarebbe inspiegabile la realizzazione del cunicolo discendente che non avrebbe avuto alcuna utilità.

Torniamo indietro ed appena terminato il tratto orizzontale, alcuni metri oltre, sul soffitto incontriamo l’imbocco della cosiddetta “Tromba del Pozzo”, argomento che tratteremo nel prossimo articolo. Proseguiamo risalendo il cunicolo discendente fino allo sbocco della galleria di al-Mamun, qui ci troviamo a circa 28,2 m dall’ingresso originale dove si presenta un buco quadrato nel soffitto del passaggio discendente, in origine doveva essere nascosto da una lastra di pietra, li ha inizio il Cunicolo ascendente, lungo 39,9 metri, dalle dimensioni di 105 x 125 cm, con un’inclinazione pressoché simile a quella del cunicolo discendente, che prosegue fino all’inizio della “Grande Galleria”.

Come già detto, l’estremità inferiore di questo cunicolo è chiusa da tre enormi blocchi di granito, lunghi ognuno circa 1,5 m. che vanno a bloccare l’ingresso principale.

Ora ci troviamo in un punto particolare (cerchiato in bianco nell’ultima foto), da qui si dipartono tre passaggi. Restiamo sulla prosecuzione del cunicolo ascendente dove al termine troviamo la “Grande Galleria”, un’opera meravigliosa che vorrei paragonare ad una cattedrale medievale, che tratteremo in un capitolo apposito. Nell’angolo inferiore della Galleria una grata blocca l’accesso alla “Tromba del Pozzo”. Nella parte centrale della Grande Galleria incontriamo un’altra grata metallica che chiude l’ingresso al corridoio orizzontale che conduce alla Camera della Regina, ma li ci andremo dopo.

LA TROMBA DEL POZZO E IL “GROTTO”

Proprio sotto l’angolo inferiore nord-ovest della Grande Galleria si trova un’apertura, un tempo coperta da una pietra, (oggi bloccata da una grata metallica), da cui si diparte un pozzo verticale, la cosiddetta “Tromba del Pozzo”. Non molti la conoscono perché pochi ne parlano tanto che in alcune rappresentazioni della piramide in sezione non viene neppure indicata.

Si tratta di un cunicolo quasi verticale rivestito da blocchi di calcare perfettamente squadrati. Va detto che questa è un’area della piramide che, più di qualunque altra, è stata trascurata da quasi tutti i ricercatori ed esploratori. Sono pochissime le persone che l’hanno visitata e la ragione è semplicissima, poiché si trova in una posizione praticamente inaccessibile, la discesa nel pozzo deve avvenire per forza con l’aiuto di qualcuno che da sopra regge una corda con la quale calarsi in sicurezza. La ragione per cui è trascurata sta anche nel fatto che molti esperti, pur non soffrendo di claustrofobia, vanno incontro a diversi problemi viste le ridotte dimensioni e la lunghezza del condotto, ed è proprio per la sua pericolosità che la discesa è stata effettuata da pochi. Tra quei pochi che l’hanno visitata, nel XIX secolo ci furono Caviglia, Vyse e Perring, ed infine Smith. Ma noi, che siamo temerari, proveremo ad infilarci dall’accesso ai piedi della Grande Galleria ed a calarci per tutto il percorso. (I claustrofobici e quelli che temono gli scorpioni non mi seguano).

Si scende in verticale per 7 metri, proseguendo, il tunnel scende obliquo, rozzamente scavato nel corpo della piramide per altri 11 metri. A questo punto si incontra la roccia viva ed il tunnel prosegue verticalmente per altri 4 metri fino a sbucare nel ”Grotto” (Grotta).

Il Pozzo, in questo punto, è costituito da 10 strati di blocchi di calcare squadrato grossolanamente, in fondo, sul lato meridionale, presenta un’apertura di 71 centimetri che fornisce una via d’accesso alla Grotta. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che questa sezione della Tromba del Pozzo, alta 3 metri, esistesse già molti secoli prima della piramide e costituisse forse il pozzo per una precedente tomba, la Grotta appunto, come tale quindi sia del tutto indipendente dalla piramide stessa. Anche qui però viene da obiettare: se era preesistente alla piramide, per quale ragione venne collegata tramite un pozzo scavato nel corpo della piramide? Perché la tromba del pozzo prosegue fino ad incontrarsi col cunicolo discendente sicuramente costruito con la piramide? Se lo scopo, in un remoto passato era quello di collegare la Grotta alla Camera sotterranea perché finisce prima, proprio sul cunicolo discendente? Su questo non esistono ipotesi di chicchessia.

Attraversiamo l’apertura ed affacciamoci alla Grotta, in sostanza parrebbe una caverna naturale, secondo alcuni potrebbe trattarsi di un’oasi di terra preesistente nel mezzo della piana di roccia viva che venne poi inglobata nella piramide. La sua conformazione è decisamente strana e misteriosa. Si può descrivere come una caverna bassa di forma irregolare con il pavimento a tre livelli, solo al centro è abbastanza alta da permettere ad un uomo di rimanere eretto.

Non credo che esistano foto della Grotta, quello che possiamo vedere ci proviene dai disegni eseguiti da coloro che l’hanno visitata in passato. Inspiegabile la presenza di un blocco di granito delle dimensioni di 107 x 64 x 50,8 posto in bilico sul pavimento, vicino alla profonda buca centrale; il blocco è attraversato da un foro di 9 centimetri, forse utilizzato per rendere più facile calarlo nella stanza, ma a quale scopo, come mai così in bilico e come fa a starci?. Curioso il fatto che il soffitto, pur essendo compatto, non è composto di dura pietra ma di un agglomerato di piccole pietre, tipo ghiaia, sistemate in modo talmente approssimativo che è sufficiente grattare con le dita per estrarne intere manciate. Sorge spontanea la domanda: quale era la funzione di questa stanza?.

Come detto sopra lo studio della Grotta non è mai stato approfondito e sono poche e superficiali le notizie in proposito presenti nei vari trattati degli archeologi che l’hanno visitata. In sostanza la Grotta sarebbe, come molte altre caverne, considerata un luogo sacro, l’egittologo J. P. Lepre l’ha definita la “dimora degli Dei morti che assistettero il Creatore nel suo atto di creazione”. Come detto, molti studiosi stanno ancora cercando di stabilire per quale ragione è stata integrata nel già complesso sistema di cunicoli della Piramide.

Torniamo nella Tromba del Pozzo che dalla Grotta prosegue, scavato nella viva roccia per 31 metri obliqui, seguono 9 metri con una pendenza maggiore ed infine, dopo 3 metri con pendenza minore, il tunnel si collega al cunicolo discendente nella parte terminale prima che questi prosegua in orizzontale fino alla camera sotterranea (già trattata nel precedente articolo).

Alcuni studiosi sostengono che questo strano cunicolo verticale sia servito da via d’uscita per gli operai subito dopo aver bloccato il cunicolo ascendente, ipotesi rifiutata da molti perché ritenuta non sostenibile. Sarebbe assurdo pensare che alcuni operai siano rimasti all’interno della piramide, abbiano fatto precipitare i massi di granito che bloccano l’ingresso originale poi, completamente al buio, in mancanza d’aria, essendo tutto bloccato, si siano messi a scavare un simile pozzo per raggiungere il cunicolo discendente, risalendo il quale si sarebbero comunque trovati bloccati dai tappi di granito. Da non trascurare inoltre l’assoluta assenza del materiale di risulta dello scavo che si dovrebbe trovare in abbondanza. Altri sostengono che sia stata la via attraverso la quale i predoni hanno raggiunto le camere reali già in antichità, (da cui il nomignolo “passaggio dei ladri”), anche questa assurda ipotesi viene scartata, è impensabile che i saccheggiatori abbiano scavato un simile cunicolo che, combinazione si va a connettere alla Grande Galleria, lo stesso vale se fosse stato iniziato dall’alto verso il basso senza sapere dove sarebbe sbucato. Inoltre se fossero stati i ladri a scavarla anche in questo caso si sarebbero trovate le macerie, per cui il mistero rimane. Di sicuro questo pozzo non fu scoperto dagli operai del Califfo al-Mamun perché troppo impegnati nella battaglia contro i tappi di granito che bloccavano la galleria ascendente.

Senza aver appagato la nostra curiosità, portandoci appresso questo ennesimo mistero, risaliamo il pozzo e torniamo all’imbocco della Grande Galleria.

LA CAMERA DELLA REGINA

Ed eccoci di nuovo all’intersezione dei tre cunicoli, al centro ci troviamo di fronte ad una grata che chiude l’accesso al corridoio centrale, come ho già accennato la grata è quasi sempre chiusa in quanto l’accesso è solitamente inibito ai turisti anche se in alcuni casi viene permessa la visita. Noi, come sempre, facciamo finta di niente ed entriamo lo stesso.

Da qui imbocchiamo il cunicolo orizzontale che presenta una sezione approssimativamente quadra di 1,1 m di lato. Abbassiamo la testa per evitare bernoccoli e ci infiliamo; procediamo per circa 35 m per andare a visitare la cosiddetta “Camera della Regina”.

Per dovere di cronaca va detto che il nome “Camera della Regina” è considerato falso dagli egiziani visto che mai nessuna regina fu sepolta insieme al suo faraone (che forse non vi fu sepolto neppure lui). Infatti le regine, Hetepheres I, madre, Meretites e Henutsen, mogli di Cheope furono sepolte nelle loro tre piramidi minori che si trovano vicino alla grande piramide verso sud-est. Ma ora proseguiamo nel corridoio.

Un po’ prima dell’ingresso alla camera improvvisamente, senza una ragione apparente, il suolo si abbassa di circa 60 cm ed il passaggio diventa alto 1,73 metri, ci troviamo al livello del pavimento della Camera della Regina. Da scartare a priori la tesi di alcuni secondo cui, essendo il pavimento lastricato di blocchi di granito rosa, questi sarebbero stati asportati dai saccheggiatori di pietra. E’ già difficile pensare come avrebbero potuto entrare nella piramide per tutte le ragioni di cui abbiamo già parlato che pensare che si siano inoltrati fin lassù per rubare massi di granito rasenta l’assurdo (in ogni caso diciamo che tutto è possibile). Alcuni studiosi sostengono invece che si sia verificato un cambiamento nel progetto originario per cui gli architetti, o lo stesso Khufu, optarono per una camera funeraria più grande e più in alto (prendetela così).

E’ sorprendente il fatto che questa camera, oltre a trovarsi a metà strada tra le facce nord e sud della piramide occupi una posizione esattamente perpendicolare al vertice della piramide. Prego entriamo, la Camera  misura 5,75 x 5,23 metri, il soffitto è formato da enormi lastroni sistemati a V rovesciata con un’altezza al vertice di 6,23 metri. La camera, compreso il tetto, è costituita interamente in calcare. Il nome gli fu assegnato dai visitatori arabi anche se non esistono prove archeologiche che abbia mai contenuto una sepoltura.

La cosa che colpisce subito appena entrati si trova nella parete ad est, si tratta di una grande nicchia aggettante alta 4,67 metri della quale si ignora il significato, (potrebbe aver contenuto una statua ma nulla lo fa supporre).

Forse gli uomini di al-Mamun, pensando che la nicchia nascondesse un passaggio poi murato, scavarono nella parete di fondo e dopo poco si trovarono di fronte un cunicolo alto 84 cm e largo 100 cm che si fermava dopo soli 7 metri. Altri, o forse gli stessi, continuarono a scavare per ulteriori 7 metri ma poi, non trovando nulla si fermarono. Oggi il cunicolo è chiuso con una grata. La presenza della nicchia e del cunicolo rimangono un mistero, è stato ipotizzato che potesse avere un qualche significato simbolico-religioso.

Come per la Camera del Re, (che vedremo in seguito), anche nella Camera della Regina sono stati ritrovati due condotti di circa 20 x 20 cm che si estendono dalle pareti nord e sud e si fermano a delle porte di pietra, scoperte in epoca recente delle quali parleremo più dettagliatamente in seguito.

I due condotti simili, che si trovano nella Camera del Re, furono descritti già nel 1610 mentre non si conoscevano quelli della Camera della Regina. Nel 1872, Waynman Dixon e il suo amico, il dottor James Grant, decisero di verificare se condotti simili esistessero anche nella camera della Regina, dal momento che erano già presenti nella camera del re. Guardando una sezione della parete meridionale, notarono una crepa nel muro all’incirca nella stessa posizione in cui si trova il cunicolo della Camera del Re. Inserito un lungo filo nella fessura capirono che probabilmente dietro la lastra vi era il vuoto. Dixon assunse allora un falegname di nome Bill Grundy per tagliare la lastra del muro. Venne così scoperta l’esistenza di un canale che si snoda per quasi 3 metri all’interno della piramide, prima di curvare verso l’alto con un angolo di circa 39°. Perché questo condotto, mai terminato, è stato interrotto diversi centimetri all’interno del muro?. Dato che la camera superiore aveva due cunicoli simili, Dixon misurò la posizione, analoga al cunicolo appena scoperto, sulla parete nord e, come previsto, Grundy trovò l’apertura del cunicolo gemello. Venne acceso un fuoco all’interno della camera per scoprire dove sarebbe sbucato il fumo all’esterno, il fumo ristagnò nel condotto nord mentre salì da quello sud ma non fu visto uscire all’esterno della piramide.

A differenza di quelli della Camera del Re, i condotti della Camera della Regina non sfociano all’aperto ma ad un certo punto si interrompono. Come abbiamo già descritto nell’introduzione, Dixon scoprì in uno di questi condotti tre oggetti, una sfera di diorite, un piccolo gancio di bronzo a doppia punta ed un pezzo di legno di cedro lungo circa 13 cm. Mentre i reperti finirono al British Museum, dove sono custoditi tutt’ora, del pezzo di legno di cedro si persero le tracce. Ritrovato nel 2019 venne sottoposto all’esame al radiocarbonio C-14, risultò che risaliva al 3341 a.C., circa sette secoli prima del regno di Cheope.

Il ricercatore bolognese Mario Pincherle (considerato “eretico” per le sue pubblicazioni su argomenti pseudoscientifici di paleotecnologia e archeologia misteriosa), nel 1972, fece un esperimento: inserì un fumogeno all’interno di un condotto della Camera della Regina. Il fumo generato fu in parte rigettato al di fuori del condotto e in parte risucchiato al suo interno. Con questo esperimento, Pincherle, volle dimostrare l’esistenza di nuovi passaggi segreti dove parte del fumo si sarebbe infilato.

Ci fermeremo ancora per un po’ nella Camera della Regina poiché sono ancora molte le curiosità che ci offre. Come abbiamo detto anche qui vennero rinvenuti dei condotti simili a quelli che si trovano nella camera del re e sono gli unici nei quali sono stati rinvenuti dei reperti.

Che funzione avessero questi stretti condotti è del tutto sconosciuta. Qualcuno avanzò l’ipotesi che si trattasse di condotti il cui compito era quello di portare aria all’interno delle camere, da cui il nome di “condotti di aerazione”. La cosa sarebbe accettabile per quanto riguarda la Camera del Re dove i condotti sfociano all’esterno della piramide, ma non può esserlo sicuramente per quelli della camera della regina perché, come abbiamo detto erano chiusi all’interno della camera, ma soprattutto perché, a differenza degli altri, questi non sbucano nemmeno all’esterno, pare che si fermino a circa 6 metri dalla superficie esterna della piramide.

Alcuni studiosi attribuiscono ai condotti una funzione rituale, Stadelmann suggerisce che si tratti di corridoi attraverso i quali il “Ba” (anima) del defunto poteva salire direttamente verso le stelle imperiture. (parere personale, per permettere al Ba di raggiungere l’aldilà sarebbe stata sufficiente una “falsa porta”, presente in tutte le mastabe, la cui realizzazione si sarebbe rivelata meno complicata e dispendiosa).

I suoi oppositori rifiutano questa teoria adducendo il fatto che in nessuna altra piramide, la camera sepolcrale è dotata di condotti simili, (ma tutta la piramide di Cheope è dissimile dalle altre!). Va evidenziato il fatto che, se davvero la piramide era una tomba, la sua costruzione sarà stata pianificata nei minimi dettagli. Il grande architetto Hemiunu avrà sicuramente previsto come sarebbe dovuto venire l’interno della piramide soprattutto dove doveva essere collocata la camera funeraria. E qui sorge un dubbio, se era previsto che la camera funeraria doveva essere costruita dove in effetti si trova, perché costruire un’altra camera più in basso? Per di più perché dotarla pure dei condotti di aerazione? Quale sarebbe il suo significato reale?

L’egittologo ceco, Miroslav Verner specializzato in storia e archeologia dell’Università di Praga, avanza l’ipotesi che, consapevole dell’immane impresa in cui si era impegnato, Hemiunu, perfettamente conscio delle enormi difficoltà e rischi cui andava incontro nell’intraprendere un’opera mai tentata prima, non abbia pensato che, nel caso di una prematura dipartita del sovrano, questi si sarebbe trovato privo di una tomba in cui giacere. Non è quindi da escludere l’ipotesi che questa camera avesse le funzioni di riserva, l’assenza di un sarcofago e del complicato meccanismo di chiusura si sarebbe potuto risolvere all’occorrenza, per Hemiunu non doveva costituire un problema. Volutamente la camera non sarebbe stata completata (vedi il pavimento mancante) anche se stranamente si sarebbe comunque proseguito nella costruzione dei condotti. Con il completamento della camera del re, con la messa in opera del tetto a doppio spiovente, i condotti della camera della regina vennero interrotti e chiusi.

Dalle esplorazioni effettuate con i vari robot (dei quali parleremo più avanti) è emerso che i condotti si interrompono circa allo stesso livello del vertice della capriata che sovrasta la camere di scarico della camera del re.

Nel 1872, Dixon e Grant trovarono i condotti sotto alcuni centimetri di pietra nella camera, il perché questi si interrompono prima di sbucare nella parete esterna della piramide è un mistero che forse non conosceremo mai. I condotti vennero per lungo tempo trascurati dagli studiosi per l’impossibilità di effettuare ulteriori ricerche date le ridotte dimensioni (20 x 20 cm) degli stessi.

Alcuni avanzano l’ipotesi che i condotti avrebbero svolto una funzione astronomica; nel 1982 Robert Bauval, ingegnere edile studioso di Egittologia, che abbiamo già incontrato in precedenza, durante una visita al museo del Cairo osservò una fotografia aerea della piana di Giza. Trovando curioso il disallineamento della piramide di Micerino rispetto alle altre due, approfondì i suoi studi che portò avanti con il giornalista e scrittore Graham Hancock. Nel libro pubblicato congiuntamente mettono in evidenza la corrispondenza della posizione disallineata della piramide di Micerino rispetto a quelle di Cheope e Chefren e la raffrontano a quella delle stelle della cintura di Orione.

L’egittologia ufficiale rifiuta l’ipotesi di Bauval e Hancock. Io mi fermo qui e rimando gli interessati alla lettura del libro (citato in bibliografia). Se proprio si vuole cercare un’eventuale corrispondenza con le stelle, questa la troviamo; se si traccia una linea ideale che segue il loro percorso, il condotto nord punta sulla stella Beta Ursae Minoris, quello sud punta sulla stella Sirio, sarà un caso oppure una cosa voluta? Questo non lo sapremo mai.

Arriviamo al 1993 quando, l’ingegnere tedesco Rudolf Gantenbrink, con la supervisione dell’archeologo Rainer Stadelmann, ottenne il permesso di poter esplorare i condotti con un piccolo robot che avrebbe dovuto risalire il condotto meridionale della camera della Regina. Gantembrink, affiancato da Ulrich Kapp del GAI e da due ispettori egiziani, introduce il suo piccolo robot, appositamente chiamato come il dio egizio Upuaut, “Colui che apre le strade”.

Nei primi anni 90, Rudolf Gantenbrink, con il Prof. Stadelmann, approfittando di tre sporadici cedimenti nella riottosità di Zahi Hawass, riuscì ad ottenere il permesso di condurre delle esplorazioni all’interno dei condotti della Camera della Regina utilizzando un apposito robot semovente assai simile al Sojourner, sceso su Marte con la missione della NASA Mars Pathfinder nel 1997. Per l’occasione Gantenbrink non scelse un nome a caso, chiamò il suo robot  “Upuaut”.

Upuaut era un dio della religione egizia il cui nome significa: “Colui che apre le strade” (nome volutamente appropriato). La divinità si presenta in forma di lupo ed era il dio patrono del XIII nomo, Licopoli. Anch’esso divinità funeraria, data la forma viene spesso scambiato con Anubi.

Sulle tracce degli studi di Hancock, Bauval e Lemesurier, l’ingegnere tedesco bavarese Rudolf Gantenbrink. supponeva che i cosiddetti “condotti di aerazione” presenti nella camera del re ed in quella della regina nella piramide di Cheope, fossero qualcosa di ben diverso da semplici canali di aerazione. Gantenbrink, nel marzo 1992, partì per una prima campagna di due settimane per realizzare un’ispezione video dei minuscoli condotti della camera della regina utilizzando il suo primo robot, appositamente costruito.

Purtroppo, una volta infilato nel condotto qualcosa non funzionò, il robot (che essendo il primo diventerà noto come il “Padre di Upuaut”) si blocca dopo aver percorso solo 9 metri in tutti e due i condotti rivelandosi incapace di proseguire. La telecamera installata dimostra che i cunicoli non sono simbolici ma proseguono correttamente.

Deluso, Gantenbrink torna in Germania e costruisce un nuovo robot che chiama, “Upuaut 1”, anch’esso monta una telecamera ed è dotato di un’asta laser per misurare le dimensioni del condotto. Due mesi dopo Upuaut 1 viene inviato per un tratto più lungo nei due condotti rilevando le misure dei giunti dei blocchi di calcare. Purtroppo anche stavolta sorsero alcuni problemi di funzionamento che impedirono per la seconda volta di completare la spedizione.

Nuovamente tornato in Germania, Gantenbrink dedicò tutto il 1992 alla messa appunto delle modifiche necessarie dopo di che tornò in Egitto e riprese la spedizione iniziata nel 1991. La seconda campagna inizia a marzo del 1993 con un nuovo robot, migliorato grazie all’esperienza maturata in precedenza, sempre costruito da  Gantenbrink chiamato per l’occasione “Upuaut 2”, al quale aggiunse un robottino di supporto detto “Rope Climber”.

Questa volta l’operazione viene seguita da una troupe televisiva per le riprese. Upuaut 2 sale per 19 metri nel condotto nord fino a scoprire una vecchia asta di metallo, introdotta e poi lasciata (o dimenticata) durante una spedizione del XIX secolo dall’esploratore Waynman Dixon, a questo punto l’ispezione venne interrotta.

L’operazione continua nel condotto sud incontrando numerosi ostacoli, grazie al Rope Climber viene misurato l’esatto angolo di salita. In un secondo tentativo nel condotto sud, Upuaut 2 prosegue per 53 metri, qui incontra un gradino di 6 centimetri che riesce a superare dopo alcuni giorni di tentativi. Dopo altri 12 metri il condotto appare improvvisamente bloccato da una lastra di pietra, questa presenta una parete completamente liscia con, ai due lati superiori due protuberanze, all’apparenza di bronzo o rame molto corrose, ciò fa pensare ad una porta con due maniglie.

La porta diventerà famosa nella letteratura popolare come “The Door”. Un altro tentativo venne fatto anche nel condotto nord ma poiché dopo 18 metri si presentò una curva venne deciso di interrompere l’esplorazione per non rischiare di incastrare il robot. L’esplorazione nei condotti della Camera della Regina venne quindi interrotta e successivamente, per ragioni che non conosciamo, non venne rinnovata a Gantembrink la concessione per effettuare ulteriori ricerche.

Passarono circa 10 anni prima che il dott. Hawass, (forse incoraggiato dai finanziamenti della National Geographic Society), autorizzasse una nuova missione. Questa volta non si trattava più di Gantembrink ed il protagonista era un nuovo robot, il “Pyramid Rover”.

Tutto si fermò per una decina di anni e più nessuno parlò dei condotti della Camera della Regina. Ad un certo punto si presentò la National Geographic Society (NGS), una delle più grandi istituzioni scientifiche ed educative no profit al mondo, alla quale Zahi Hawass (forse incoraggiato dai finanziamenti offerti), autorizzò una nuova missione. Questa comportava l’esplorazione dei condotti per mezzo di un robot di nuova concezione, il “Pyramid Rover” (costato sei mesi di lavoro e più di 250.000 dollari).

L’operazione ebbe luogo sotto la supervisione dell’immancabile Hawass e di Mark Lehener, direttore del “Giza Plateau Mapping Project” e venne trasmessa in diretta sul canale televisivo National Geographic il 17 settembre 2002. Penso che molti di voi l’avranno vista. Il Rover procedette facendo presa sia sul pavimento irregolare del cunicolo, sia sulla superficie del soffitto, ricorrendo a complessi algoritmi progettati per affrontare ogni ostacolo e mettendo a punto la giusta strategia per proseguire il cammino.

Il Rover era dotato di una intelligenza artificiale che gli permetteva di agire in totale autonomia. Alimentato per mezzo di un cavo che lo teneva fisicamente collegato al team di scienziati il “Piramid Rover” dispone di un corpo in alluminio e sette motori indipendenti che animano le varie parti strutturali di cui è composto permettendogli di adattare il suo lento cammino al percorso irregolare dello stretto cunicolo: ad ogni ostacolo il robot è in grado di mettere in atto la giusta strategia per proseguire il cammino in modo autonomo. Percorsi circa 50 metri alla velocità di 1,5 metri al minuto, supera lo scalino alto quasi 6 cm già riscontrato in precedenza dal robot Upuaut, proseguendo poi fino ad arrivare alla famosa Porta di Gantenbrink (di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente). Utilizzando un piccolo trapano di cui era dotato, eseguì un foro del diametro di pochi millimetri nella roccia calcarea, la punta del perforatore avanzò lentamente fino a trovarsi dall’altra parte della lastra.

Il mio spirito indagatore a questo punto si mette in moto. Perché venne inviato fin lassù un trapano dotato di una punta più o meno lunga per praticare un foro nella “Porta di Gantenbrink? Chi lo aveva detto che quella era una lastra sottile di calcare? Poteva benissimo essere un blocco massiccio. Considerando che il tutto avveniva “in diretta” sotto gli occhi del mondo, non è che per caso qualcuno sapeva già che oltre la lastra c’era il vuoto? Il Rover, ritrasse la punta perforante ed inserì con precisione chirurgica una micro-camera in fibra ottica capace di ruotare e zoomare sui particolari che si presentavano agli scienziati per la prima volta nella storia dopo oltre 4.500 anni.

La missione si rivelò un successo, ma al di là della porta non c’era nulla di tutto ciò che la fantasia degli studiosi più accreditati avevano fino ad allora supposto: nessuna camera sepolcrale, ne statue, ne oggetti, ne antiche raffigurazioni. Dietro la Porta di Gantenbrink, a pochi centimetri di distanza, se ne trova un’altra, molto simile alla prima ma sprovvista di manici di rame e fratturata in modo evidente. In altri termini nulla di sorprendente anche se Zahi Hawass attribuì alla missione un’importanza eccessiva, ritenendo la scoperta di altissimo valore scientifico.

Il 18 settembre 2002 l’operazione venne ripetuta nel condotto nord  dove si scoprì  una porta del tutto analoga alla precedente. A causa delle agitazioni che hanno coinvolto l’Egitto, come altri paesi arabi, tra il 2010 e il 2011, note come “primavera araba”, il progetto venne interrotto bruscamente poiché il Consiglio Supremo delle Antichità cancellò tutti i permessi per la ricerca.

Tornata la normalità, nel 2011 ha inizio un nuovo progetto che utilizza sempre un Piramid Rover chiamato “Djedi Scoutek UK” (Djedi come il nome del mago che Cheope avrebbe consultato quando progettava la sua piramide) ideato dall’ingegnere Rob Richardson della University of Leeds supportato dalla Dassault Systems francese. Il rover si avvaleva di una telecamera snodabile (micro snake-camera o camera serpente) in grado di documentare anche le pareti laterali del vano scoperto in precedenza.

Il Djedi Scoutek UK è penetrato nel condotto inserendo la sua “snake-camera” all’interno del foro praticato nella porta di Gantenbrink nel 2002 dal suo predecessore Pyramid Rover. Le prime immagini inviate dal robot hanno mostrato un minuscolo locale sulle cui pareti sono presenti numerosi segni realizzati con pittura rossa, secondo alcuni rozzi georoglifici (!).

Luca Miatello, un ricercatore indipendente specializzato nella matematica dell’antico Egitto, ha avanzato l’ipotesi che: “Le marcature siano segni numerici in ieratico. Secondo lui si leggono da destra a sinistra e significano 100, 20, 1. Secondo altri si tratterebbe di appunti di cantiere simili a quelli che vedremo nelle camere di scarico della camera del re, ovvero, segni tracciati dagli operai egizi durante la costruzione della piramide anche se pare che in questo caso si tratti effettivamente di caratteri ieratici. I costruttori semplicemente registrarono la lunghezza totale del cunicolo: 121 cubiti”.

Una domanda mi balza alla mente, ma se gli operai di cantiere usavano contrassegnare i massi come mai gli unici punti dove sono stati riscontrati questi segni si trovano in punti praticamente irraggiungibili? Per quanto riguarda la Camera della Regina a tutt’oggi non si conosce altro, non si sa perché sia stata costruita, non si conosce a cosa fosse adibita e soprattutto rimane il mistero del significato della nicchia e dei cunicoli ciechi; in molti pensano che abbia un qualche significato simbolico-religioso.

LA GRANDE GALLERIA E LA CAMERA DELLE SARACINESCHE

Ora che abbiamo visitato la Camera della Regina ripercorriamo il cunicolo orizzontale fino a raggiungere l’intersezione dei tre cunicoli. Quello che stiamo per vedere è forse l’opera più ardita e spettacolare dell’intera piramide, sollevate lo sguardo, quella che vi trovate di fronte è la “Grande Galleria”, qualcosa che neppure la miglior fotografia gli rende merito, il poterla ammirare per la prima volta non può che lasciarci esterrefatti, senza fiato.

Qui lo stretto cunicolo ascendente, si trasforma in una immensa opera di architettura che il solo pensare che risalga ad oltre 4500 anni fa e sia opera di questo meraviglioso popolo ci lascia allibiti. Pensare che gli antichi egizi l’abbiano costruita quando qui da noi in Europa si era da poco usciti dal neolitico ci fa sentire piccoli e non ci suggerisce nessun aggettivo adatto a definirla. L’impressione è quella di entrare in una di quelle cattedrali che vennero costruite in Europa durante il Medioevo nonostante questa sia larga poco più di 2 metri.

La cosiddetta “Grande Galleria” è alta 8,6 metri e lunga 46,68. Alla base è larga 2,06 metri, ma dopo 2,29 metri i giganteschi blocchi di granito di Assuan rientrano verso l’interno per 7,6 cm su ogni lato. Ci sono 7 di questi gradini aggettanti dopo i quali, alla sommità, la galleria è larga solo 1,04 metri.

Per coloro che non l’hanno ancora visitata ogni descrizione può apparire eccessiva. Quando vi entrai per la prima volta rimasi senza fiato, mi soffermai ad ammirare la precisione con la quale erano stati sistemati quegli enormi blocchi di granito pesanti fino a 70 tonnellate, perfettamente lisciati e combacianti, e per di più posati su un piano inclinato di 26° 31′. E’ già arduo immaginare come siano stati portati fin lassù ma vederli così inclinati riesce difficile immaginare gli accorgimenti che debbono essere stati presi dai costruttori per fermarli in quella posizione vista la ripida inclinazione che li porta ad esercitare un’enorme spinta sul corpo della piramide. La copertura è fatta di blocchi posati in modo leggermente più inclinato rispetto al pavimento, così da incastrare ogni blocco in un incavo ricavato nella sommità della galleria come un dente di un crick.

Il pavimento della Grande Galleria è formato da una rampa liscia centrale larga 1,04 metri, (come il soffitto), e da due rampe disposte su ciascun lato, larghe 51 cm. Ognuna di queste rampe presenta sul pavimento, vicino alla parete, alternate ad intervalli regolari, 27 aperture angolari a ciascuna delle quali corrisponde una nicchia nella parete laterale il cui uso è ignoto. Secondo Borchardt queste aperture servivano per fissare una struttura di travi e assi, si, ma per farci cosa? A tutt’oggi nessuno ha trovato una risposta alla domanda.

L’estremità inferiore della galleria, come accennato sopra, si presenta come un crocevia, infatti in questo punto termina il cunicolo ascendente mentre, sempre da qui, parte il cunicolo orizzontale che conduce alla cosiddetta Camera della Regina da cui arriviamo. In basso nell’angolo inferiore si trova l’apertura del pozzo che conduce al Grotto ed alla Camera sotterranea chiuso da una grata (del quale abbiamo già trattato).

Il perché sia stata costruita un’opera così imponente è, e rimane ancora, un mistero inspiegabile. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che questa sia servita a trattenere i blocchi di granito che ostruiscono l’ingresso principale fino ad ultimazione dei lavori per poi liberarli in modo che scivolassero fino a bloccare l’ingresso. Cioè sarebbe a dire che per far scivolare tre massi di granito che andassero a bloccare l’ingresso della piramide, invece di un cunicolo di poco più di un metro di lato, gli architetti egizi hanno ecceduto in grandezza costruendone uno di 2 metri per 9 metri? Personalmente mi rifiuto di credere che un popolo, che sapeva bene quel che faceva, abbia fatto una cosa così assurda. Se poi il piano offriva anche la possibilità di far scorrere i blocchi di granito va bene, ma direi che è da escludere nel modo più assoluto che questo fosse il suo scopo.

Ma allora qual era lo scopo e l’utilità di costruire un’opera così mastodontica? Forse non lo sapremo mai. Secondo alcuni studiosi quest’opera rappresenterebbe una specie di “cattedrale” per le cerimonie funebri dove si celebravano riti religiosi quali l’”Apertura della bocca” o la “Pesatura del cuore”. Altra cosa poco credibile, sarebbe assurdo pensare che gli antichi egizi abbiano costruito un corridoio alto circa 9 metri, lungo poco meno di 50 metri e largo alla base 2 metri, con una pendenza di 26°, decisamente scomodo per celebrare riti o per porre al suo interno una ipotetica bilancia per la pesa del cuore (anche perché va considerato il fatto che i riti suddetti erano celebrati solo dagli dei). Alcuni studiosi affermano che sarebbe servita a contenere un sistema di contrappesi ed argani destinati al sollevamento dei blocchi più pesanti, cosa che convince ancor meno. Che senso avrebbe costruire un apparato del genere, composto da blocchi enormi, per sollevare altri blocchi enormi.

All’estremità superiore della galleria, sul lato destro, si trova un foro nel soffitto che, attraverso un breve tunnel raggiunge la Camera di scarico inferiore proprio sopra la Camera del Re, ma di questo ne parleremo in un prossimo articolo. In cima alla Grande Galleria è presente un gradone alto 90 cm superato il quale si entra in un cunicolo lungo circa 1 m e alto 111 cm che introduce alla cosiddetta “Camera delle Saracinesche” (o anticamera).

Si tratta di un vano abbastanza piccolo sulle cui pareti sono visibili quattro scanalature, molto probabilmente servivano per contenere delle grandi lastre di granito che, con un complicato sistema di corde venivano abbassate fino al pavimento chiudendo così definitivamente la Camera del Re. A tutt’oggi nessuno è in grado di spiegarne il funzionamento ammesso che la teoria delle saracinesche sia corretta.

Di queste ipotetiche lastre non è stato ritrovato nulla ad esclusione di alcuni piccoli frammenti di granito, trovati da Petrie nel 1881. Questa rimane un’ulteriore fonte di mistero, chi e come si sarebbe portato via quelle pesanti lastre di granito?.

Dalla Camera delle Saracinesche, attraverso un passaggio giungiamo finalmente nella Camera del Re

LA CAMERA DEL RE

Superata la Camera delle Saracinesche (senza sbattere la testa, mi raccomando), abbassiamoci per superare un breve budello alto meno di 1 metro ed entriamo nella Camera del Re. Per uno come me è stata una cosa fantastica, mi sono ritrovato in  una meravigliosa “scatola” interamente costruita di granito perfettamente levigato e splendente.

La Camera del Re è un’imponente stanza di 10,47 per 5,23 metri con un soffitto piatto alto circa 6 metri. L’intera camera, pavimento, pareti e soffitto sono stati realizzati con ciclopici blocchi di granito provenienti da Assuan. Il tutto è costruito con una precisione maniacale, perfettamente lisci, i blocchi combaciano in modo tale per cui è impossibile inserire tra loro un foglio di carta. Il soffitto è formato da 9 massicci blocchi di granito il cui peso complessivo è stato calcolato in 400 tonnellate. Il pavimento misura esattamente 10 per 20 cubiti il che fa supporre che l’unità di misura usata, il cubito, rapportata al metro, corrisponda a 0,524 metri e non agli 0,525 metri generalmente usata (ma queste sono quisquilie).

Ci siamo dentro, lo sguardo non sa più dove posarsi, l’impressione è quella di trovarsi in uno scrigno prezioso senza capire come ci siamo arrivati. Osservare l’interno della camera è addirittura impressionante, nel vuoto più assoluto spicca sul fondo un “sarcofago” monolitico in granito rosa, le sue dimensioni sono: 230 x 100 cm circa con un’altezza di circa 1 metro.

Mi avvicino lentamente con fare rispettoso, e come sarebbe possibile altrimenti. Non oso toccarlo mentre lo osservo nei dettagli, l’interno del sarcofago si presenta straordinariamente lisciato, mentre l’esterno è assai meno curato. La cosa che risulta molto strana è che se veramente la piramide è la tomba del faraone pare impossibile che ad un re come Cheope sia stato riservato un sarcofago incompleto, ancor più se si pensa che sono stati ritrovati sarcofagi perfettamente rifiniti dentro e fuori, risalenti allo stesso periodo.

Sorprende comunque la perfezione con la quale è stato costruito, basti pensare che oggi, per la sua durezza, tale materiale viene intagliato con abrasivi quali la polvere di diamante o di carburo di silicio detto carborundum, inutile sottolineare che all’epoca della costruzione del sarcofago il metallo più duro che gli egizi conoscevano era il bronzo (!). Diffidate di chi parla di ferro, quel poco che era conosciuto era ferro meteoritico e di difficile lavorazione, comunque, come ho già detto in precedenza, la durezza del ferro sul duro granito, mi si permetta l’espressione, ci fa un baffo, inoltre va detto che, forse, all’epoca di Cheope non era neppure conosciuto. Inoltre c’è da dire che svuotare un simile monolite con scalpelli senza provocare rotture o crepe nelle pareti è un’impresa che sfiora l’impossibile.

Un’altra sorprendente particolarità del sarcofago è che il volume della roccia che forma le pareti più il fondo, è pari al volume del vuoto dello stesso (coincidenza? Io non credo.). Il sarcofago presenta un angolo superiore rotto ed è privo del coperchio, (forse razziato in antichità o, come si racconta, da Al Mamun che non avendo trovato tesori spezzò il coperchio asportandone i pezzi). Forse non è mai esistito un coperchio (parere personale) perché questa scatola di granito non era un sarcofago.

Ma quanti di voi, visitando la Camera del Re, hanno notato che le dimensioni del sarcofago sono più grandi del condotto che introduce alla camera? A questo punto è evidente che deve essere stato introdotto già durante la costruzione della Piramide prima di procedere alla copertura della camera. Ma con la camera del Re non è finita qui; essa ci riserva ancora altri misteri.

Navigando tra biblioteche e web mi è capitato sotto mano un articolo che non avevo mai letto e personalmente non ricordo che l’argomento sia mai stato trattato nei vari documentari in televisione o da altri media. Nel pavimento della Camera del Re, sotto la parete Nord, proprio a fianco del sarcofago, fino ad alcuni anni fa erano presenti due grossi blocchi di granito che in passato dovevano far parte del pavimento.

Lo storico mamelucco Al-Maqrizi scrisse nel XV secolo che al-Mamun, contrariato dal non aver trovato tesori, nella convinzione che da qualche parte dovessero esserci, fece spostare due blocchi di granito dal pavimento in un angolo della stanza ma, deluso, dopo poco desistette. Fino a poco tempo fa, subito accostata alla parete si trovava una grata di metallo che chiudeva una strana apertura praticata da chi e quando non ci è dato a sapere, (forse proprio quella citata da Al-Maqrizi ed attribuita ad al-Mamun).

Nel 1997, venne calata nella grata una piccola telecamera, le riprese mostrano un vano con  una parete chiusa con mattoni moderni. Perché?. Chi ha rizzato quella parete? Da alcune foto più recenti si nota che uno dei due blocchi è stato spostato sopra la grata.

Dal 2008 la grata non c’è più, i blocchi sono spariti ed il pavimento si presenta integro (probabilmente i blocchi sono stati utilizzati per chiudere l’apertura e ripristinare l’integrità dal pavimento). Poiché quanto detto sopra è documentato, sorge spontanea una domanda: perché il tutto è stato richiuso? Inutile chiedercelo tanto forse non lo sapremo mai ed il tutto entrerà nella lista dei misteri della piramide.

Come per la camera della Regina, anche quella del Re presenta due condotti, posizionati approssimativamente allo stesso livello e ad un’altezza di 91 cm dal pavimento. A differenza di quelli della Camera della Regina però questi condotti comunicano con l’esterno della piramide, inoltre erano già conosciuti in passato poiché sbucavano nella camera e furono descritti già nel 1610.

Anche per questi condotti non se ne conosce lo scopo, secondo alcuni rappresenterebbero degli allineamenti astronomici. Affermazione forse un po’ azzardata poiché uno di essi segue un percorso irregolare attraverso la struttura, e di conseguenza non si può parlare di allineamento diretto alle stelle. Per tutti e quattro i condotti, la struttura superiore ed entrambe le pareti sono stati ricavate da blocchi appositamente tagliati in modo da formare una sorta di canale di pietra, dopo di che posizionati capovolti mentre il pavimento dei canali è formato dal blocco sottostante. Il condotto settentrionale prosegue in orizzontale per circa 180 cm poi prende una serie di quattro curve, per evitare la Grande Galleria, pur mantenendo la sua angolazione verso l’alto abbastanza costante. Attualmente in uno dei condotti è stata installata una ventola per permettere all’aria di circolare nella camera eliminando l’umidità generata dalla presenza dei numerosi turisti. Ma la camera del Re, nel suo complesso, ci riserva altre sorprese che vedremo nel seguito.

LE CAMERE DI SCARICO

Parlando della Camera del Re abbiamo detto che il soffitto è formato da 9 massicci blocchi di granito il cui peso complessivo è stato calcolato in circa 400 tonnellate, ma non basta, sopra la Camera del Re sono stati realizzati cinque comparti chiamati “erroneamente” “Camere di scarico”.

La prima camera era nota fin dall’antichità per via del passaggio realizzato già dai costruttori che sale dalla Grande Galleria, le altre quattro furono esplorate tra il 1837 ed il 1838 dal colonnello Howard Vyse e da John Shae Perring, che, durante le loro campagne di esplorazioni scavarono dei tunnel verso l’alto. La scarsa sensibilità scientifica di quei periodi in cui la maggior parte di coloro che scavavano in Egitto erano per lo più esploratori e avventurieri in cerca di tesori, indusse i due ad aprirsi la strada facendo anche uso della dinamite (!). A ciascuna delle cinque “stanze” i vari esploratori assegnarono un nome. La prima camera, la più bassa, venne chiamata Camera Davidson, in onore a Nathaniel Davison che  nel 1765 vi entrò per primo, la seconda venne chiamata Camera Wellington, la terza Camera di Lady Arbuthnotr, la quarta Camera di Campbell. Il soffitto delle prime quattro camere, come quello della Camera del Re, è composto da enormi travi di granito, lisce nelle parti inferiori e laterali, perfettamente combacianti tra di loro, ma molto difformi nella parte superiore. Non offrendo alcuna visibilità le ciclopiche travi non sarebbero state rifinite nella parte superiore ma allora perché in quella inferiore si?.

La quinta camera posta in alto ha il soffitto a capriata formato da grandi massi disposti obliquamente. Come ho già accennato in precedenza, diversamente dal corpo della piramide, la Camera del Re, pavimento, pareti e soffitto e tutte le camere di scarico, compresa la capriata sono costruite interamente con blocchi di granito di Assuan di diverse misure.

Molti ritengono che queste camere bassissime avessero lo scopo di scaricare e ridistribuire l’enorme peso della massa di pietra sovrastante che verrebbe a gravare sul soffitto della Camera del Re. Ma non è così! Per questo ho scritto “erroneamente” chiamate Camere di Scarico. Se le leggi della fisica statica non sono un’opinione, in presenza di una capriata, la forza costituita dal peso sovrastante si distribuisce lungo gli elementi verticali che la sostengono e, in parte minore, verso l’esterno dove continua a degradare quando incontra altri elementi verticali. Pertanto appare evidente che l’intera struttura, esclusa la capriata, nulla ha a che fare con problemi di statica costruttiva e, quindi, non “scarica” assolutamente nulla. Ciascuna trave dei soffitti, disposta orizzontalmente, non avendo alcun ulteriore peso su tutta la sua lunghezza, scarica sulle pareti della camera soltanto il suo peso, (vedere l’azione delle forze sulla foto).

Se questa struttura è stata costruita così aveva certamente una ragione, questa però non va ricercata nell’ambito della fisica statica con cui nulla ha a che fare. Forse il suo è un significato simbolico, religioso o rituale. Chissà! Ora però ci soffermiamo ancora qualche istante nella camera del Re, non è tempo perso, ci troviamo in un’opera d’arte. Si racconta che durante la campagna d’Egitto Napoleone abbia passato la notte tra il 12 e il 13 agosto del 1799, solo ed in gran segreto, all’interno della Camera del Re. Il mattino dopo quando uscì il suo volto aveva una strana espressione, quasi traumatizzata. I suoi assistenti gli chiesero se aveva visto qualcosa di strano ma il generale non ne volle parlare e non raccontò mai la sua avventura neppure sul letto di morte.

Una notte nella piramide, disteso all’interno del sarcofago, la passò anche l’ingegnere ricercatore Mario Pincherle che successivamente elaborò la teoria dello “Zed”. Anche altri studiosi, osservando la piramide in sezione, ritengono che il tutto, cioè la camera del Re, sovrastata dalle “Camere di Scarico”, costituirebbero l’esatta rappresentazione, in forma ciclopica, dello “Zed” (o Djed). Lo Zed era il più sacro simbolo dell’Antico Egitto che molte mummie portano al collo e che si ritrova disegnata in centinaia di tombe, la troviamo riprodotta nei gioielli antichi esposti in moltissimi musei.

Secondo Mario Pincherle, lo Zed: “E’ il simbolo dell’asse del mondo, della stabilità, dell’eternità, dell’essere opposto al divenire!”. Nella religione antico egizia, lo Zed (stabilità, presenza) rappresentava la spina dorsale di Osiride, dio dell’Oltretomba, nella quale scorreva il fluido vitale che simboleggiava appunto la stabilità (ddj in egizio da cui Djed). Lo Zed viene rappresentato con un geroglifico formato da un pilastro, che a volte lo troviamo anche in forma antropomorfa con in mano una verga o un bastone. Per gli antichi egizi lo Zed aveva una grande importanza nella simbologia sacra già fin dal neolitico ed era associato ad Osiride. Nelle rappresentazioni viene presentato di colore turchese considerato prezioso. Secondo Pincherle la torre Zed con il “sarcofago di Cheope” sarebbero una sorta di luogo in cui il tempo e lo spazio sembrano modificarsi per la diffusione di onde alfa verso i lobi frontali. Inutile aggiungere che la teoria viene accolta con molto scetticismo dagli studiosi accademici.

La teoria di Pincherle però non tiene conto di due particolari che, pensare che siano stati trascurati dai costruttori della piramide pare quantomeno strano. Primo: il pilastro Zed è sempre rappresentato con quattro sporgenze laterali, quello che sarebbe rappresentato dalle camere di scarico ne riporta cinque; secondo: la sommità dello Zed è sempre rappresentata piatta mentre nella piramide è sovrastato dalla capriata. Nel prossimo articolo vedremo quello che è emerso da una esplorazione approfondita delle camere.

Quale che sia lo scopo delle “Camere di scarico” penso che non lo sapremo mai, però già che ci siamo andiamo a farci un giro al loro interno, non sono molti quelli che ci sono andati e i misteri non sono ancora finiti.

Dallo stretto passaggio, realizzato già in antichità dai costruttori, entriamo  nella prima camera, quella subito sopra la Camera del Re, la Camera di Davison dove, come abbiamo detto, nel 1837 passò il maggiore generale Richard William Howard Vyse. In questa sala furono rinvenute delle scritte in rosso su un muro tra cui un cartiglio di forma allungata con il nome di un faraone. Con una buona dose di dinamite, Vise risalì la struttura scoprendo le altre camere.

Ad esclusione della prima sala, le altre quattro camere presentano su alcuni blocchi segni tracciati qua e là con vernice rossa che, sempre secondo Vise sarebbero stati lasciati dai lavoratori addetti alle cave. I cartigli vennero inviati al British Museum dove furono letti da un esperto di geroglifici come Samuel Birch che riscontrò la presenza del nome di Khufu, (Cheope) ma anche di quello di. Khnum-Khufu. Si decise così definitivamente di  attribuire la Grande Piramide al faraone Khnum-Khufu (Cheope per l’appunto). Secondo Vise, che li scoprì, questa sarebbe la prima testimonianza moderna che consente l’assegnazione univoca della piramide a questo faraone.

Su questo ritrovamento sono stati però sollevati dubbi da parte di molti archeologi i quali ritengono che, il poco professionale e screditato ricercatore, potesse avere disegnato lui stesso sulle pareti quei pochi sedicenti scritti con lo scopo di dare importanza e giustificazione alla sua disastrosa campagna di scavi. Poiché penso che i più appassionati della storia antico-egizia un po’ di malizia l’avranno già acquisita, credo che come me, si porranno il dilemma: quei “geroglifici” sono veri o sono un falso storico?. Sappiamo benissimo che il mondo abbonda di reperti antico-egizi falsi. Il dibattito continua anche se queste contestazioni sarebbero facilmente verificabili con un’analisi al carbonio 14 del pigmento rosso di detti geroglifici. Questa semplice analisi, però, sembra che non sia mai stata fatta (almeno ufficialmente).

Nonostante le dichiarazioni di Birch, va detto che, ad un più attento esame, gli stessi geroglifici hanno rivelato evidenti errori ortografici, insomma sono scorretti se confrontati con le leggi grammaticali dell’antica lingua egizia; da aggiungere poi che, il tipo di vernice rosso ocra col quale sono stati tracciati corrisponderebbe a quello usato dagli arabi nel periodo degli scavi di Vise.

“Personalmente” concordo con coloro che affermano trattarsi di un falso per diverse ragioni: primo, all’epoca di Cheope, scribi a parte, non credo proprio che esistesse un operaio in grado di capire i geroglifici e tanto meno di tracciarli nelle cave; secondo: se nella cava fossero stati tracciati da uno scriba non si giustificherebbero gli errori grammaticali; terzo: guarda caso con tutti i massi che compongono la piramide solo su quelli che si trovano nei posti più impensabili si trovano geroglifici, quelli nel condotto di aerazione della Camera della Regina (che deve ancora essere stabilito con certezza se si tratta proprio di geroglifici) e e quelli nelle camere di scarico di difficile accesso. Se era una pratica corrente marcare i blocchi se ne dovrebbero trovare anche su molti altri presenti nella piramide.

Va inoltre tenuto in considerazione che durante l’Antico Regno, ma anche per qualche tempo dopo, i geroglifici non erano fatti per essere letti, (da chi poi?). Prima di diventare oggetto di decorazione i geroglifici venivano tracciati nei posti dove nessuno li avrebbe mai visti, basti pensare ai “Testi delle Piramidi” che ornavano le tombe le quali poi venivano chiuse e nessuno li poteva ammirare. Pensiamo al significato del nome, gli egizi li chiamavano “medu netjer”, letteralmente “Parola del Dio” (o parola Sacra), con riferimento al dio Thot cui era attribuita l’invenzione della scrittura, ma sempre “parola” non “scritto”. Furono i greci che, scambiandoli per una forma di scrittura, li chiamarono erroneamente “hieroglyphikós”, parola composta dall’aggettivo “Sacro” e dal verbo “Incidere” con il significato di “segni sacri incisi”.

Ricordo sempre le parole del Prof. Alessandro Roccati, docente di egittologia all’Università di Torino:

<<…..nell’Antico Regno i geroglifici erano simboli sacri che non potevano essere per nessuna ragione tracciati a caso o letti da qualcuno, essi erano la “Parola” sacra, non la “scrittura”  tipica delle epoche posteriori……>>.

Per gli scritti amministrativi, contabili e diplomatici veniva usata una scrittura più adatta e veloce, lo ieratico. I saggi Egizi non comunicavano la loro sapienza per mezzo di caratteri scritti, (anche tenuto conto che nessuno avrebbe saputo leggerli), essi nei loro templi e nelle tombe dei sovrani disegnavano figure nei cui contorni era racchiuso il pensiero di ogni cosa. Per ultimo va detto che è perlomeno curioso che in queste camere venissero menzionati due Faraoni, Khufu e Khnum-Khufu. Come si suol dire…….il mistero rimane!

LA CAMERA SEGRETA

Adesso però muoviamoci perché ci troviamo ancora nell’ultima Camera di Scarico e sarà meglio approssimarci all’uscita. Scendiamo fino all’inizio della Grande Galleria, la percorriamo per tutta la sua lunghezza (attenti a non scivolare) e sbuchiamo all’imbocco dei tre cunicoli, quello discendente, quello orizzontale ed il pozzo. Percorriamo ancora alcuni metri nel corridoio discendente fino alla galleria di al-Mamun ed usciamo all’aperto. Ora che siamo fuori ci voltiamo ad osservare ancora una volta la maestosità della Grande Piramide. Adesso che abbiamo visitato tutto il visitabile penso che la Grande Piramide non abbia altro da offrirci se non i numerosi misteri che si porta dietro da millenni. Ma la conoscenza umana non accetta limiti e molti studiosi sono ancora in cerca di svelarne alcuni avvalendosi di una scienza e tecnologia che oggi fa grandi progressi offrendo sempre nuovi strumenti di indagine.

Davvero non ci riserva più nulla questa meravigliosa costruzione? Forse si, forse ci riserva ancora qualcosa che sarebbe emerso da studi recenti compiuti nell’ambito dello “Scan Pyramid Project”, di cui ho già accennato, lo studio, che prosegue ormai da due anni avvalendosi di tecniche innovative di rilevamento, non invasive, basate sulla fisica delle particelle. Viene portato avanti da un team di archeologi sotto la guida di Mehdi Tayoubi dell’Hip Institute di Parigi, e Kunihiro Morishima dell’Università di Nagoya, in Giappone. L’archeoastronomo e matematico italiano Giulio Magli del Politecnico di Milano, che ha seguito l’evolversi degli studi, ci spiega in cosa consiste lo “Scan Pyramid Project”:

<< Lo studio impiega una tecnica particolare chiamata muografia, che permette di “leggere” il cammino di particelle subatomiche (muoni) prodotte dall’interazione dei raggi cosmici provenienti dallo spazio con l’atmosfera terrestre. I muoni seguono traiettorie differenti quando si muovono nell’aria rispetto a quando attraversano le pietre, e dunque sono in grado di svelare la presenza di cavità all’interno di una massa >>.

E’ stata così riscontrata una cavità anomala che si estenderebbe per almeno 30 metri, al di sopra della Grande Galleria. La notizia ha alimentato la curiosità degli archeologi in modo particolare sul contenuto che potrebbe trovarsi nella stanza (se di stanza si tratta). In un primo momento fu avanzata l’ipotesi che la “nuova camera” svolgesse la funzione di alleggerimento del carico sopra la Grande Galleria, ipotesi subito abbandonata in quanto il soffitto della stessa, è già di per se atto a scaricare il peso sovrastante in quanto, come spiegato nei precedenti articoli, è costruito secondo la forma aggettante.

Nell’intento di fornire una spiegazione, Magli fa ricorso ai “Testi delle Piramidi” dove è riportato che, nel suo viaggio verso le stelle imperiture, il faraone doveva attraversare le “porte del cielo”:

<< ……..Sono aperte per te le porte del cielo esci come Horus, come lo sciacallo sul suo fianco, la cui forma supera i suoi nemici e il volto dello sciacallo oltre lui che si nasconde la sua forma……..>>,

(quali porte quelle trovate nei cunicoli?) per potersi sedere sul “Trono di ferro” prima di raggiungere la sua destinazione finale nell’aldilà.

Qui voglio fare una piccola precisazione: tutti parlano di “Trono di ferro” che sarebbe descritto nei “Testi delle Piramidi”, nelle mie ricerche ho trovato una traduzione dei testi delle piramidi effettuata dal Prof. Raymond Oliver Faulkner, egittologo britannico specializzato nella filologia egizia (assistente di Alan Gardiner) non certo l’ultimo arrivato. Nel suo libro “The ancient egyptian pyramid text” (Pag. 188) Faulkner riporta quella che dovrebbe essere la traduzione reale:

<<  Hmsi rk Hr xnD.k pw biA/ Sspn.k HD.k Ams.k/ sSm.k imw Nnw, wD.k mdw n nTr/ di-k Ax m Ax.f  >>.

<< Siediti dunque sopra il tuo trono di metallo/ prendi la tua mazza e il tuo scettro/possa tu guidare coloro che sono nel Nnw, comanda gli dei/ poni lo spirito nel suo spirito  >>. S

e la traduzione del prof. Faulkner è corretta (e per quel che mi riguarda non ho dubbi), vorrei capire perché tutti insistono nel dire ferro, (qualcuno mi può dire come si legge ferro in geroglifico?).

Per quanto riguarda il “Grande Vuoto”, come viene chiamata la camera dagli archeologi, dobbiamo attendere notizie più certe che al momento non siamo ancora in grado di prevedere quando arriveranno. Per quanto riguarda invece il presunto “Trono di ferro” al momento si tratta di pura congettura.

A questo proposito apro una parentesi e non vorrei sembrare pedante ma ci tengo a ricordare che il ferro conosciuto dagli egizi era meteoritico, ovvero ricavato dalle meteoriti ferrose cadute sulla Terra. Anche ammesso che ne avessero trovate a sufficienza va detto che gli Egizi nei loro forni non erano in grado di raggiungere la temperatura sufficiente a fondere il ferro (1538°). I loro forni potevano permettere, nella migliore delle ipotesi, di raggiungere la temperatura necessaria per forgiare il ferro (800°-900°). Inutile ripetere che per fare ciò sono necessari martelli robusti per modellarlo, non bastano pietre e meno che mai mazzuoli di legno. Rimane comunque un mistero la lama del famoso pugnale di Tutankamon.

Ma torniamo a noi, è stato suggerito che il condotto nord della Camera del Re potrebbe sbucare nel “Grande Vuoto”. Supponendo che la Grande Piramide fosse realmente la tomba del faraone Cheope, nella Camera del Re sarebbe stata sepolta la mummia del faraone all’interno del sarcofago mentre nella Camera della Regina, secondo la dott.ssa Kate Spence, potrebbero aver trovato posto gli ushabti del re. Il Ka di Cheope avrebbe potuto salire nel condotto a nord, fermarsi nel “Grande Vuoto” per sedersi sul “Trono di ferro” ed infine attraversare la vita ultraterrena. Mi piace sempre ricordare che il Ka del defunto non necessitava di condotti per raggiungere la Duat, tutte le tombe disponevano di “false porte” attraverso le quali il Ka poteva transitare.

Allo stato attuale, segnala Magli, “……..è infatti difficile dire con sicurezza che il canale nord sfoci proprio nella camera appena scoperta………”.

CHI? – COME? – QUANDO? – PERCHE’?

Ora che abbiamo visitato tutto quanto era possibile visitare nella Piramide di Cheope vorrei riproporre le quattro domande fondamentali, già poste all’inizio, che per me stanno alla base di tutto: chi ha costruito la Piramide? Come hanno fatto a costruirla? Quando è stata costruita? Perché hanno costruito un simile monumento? So che mi attirerò le contestazioni di quelli che conoscono già tutte le risposte ma io, che non le conosco, continuerò ad interpretare e, perché no, ad esporre la mia personale opinione sulle ipotesi che sono state fin qui avanzate.

Come ebbi modo di dire già in precedenza estenderei il discorso relativo alla costruzione delle piramidi fino a quella di Micerino. Perché? Perché sono le uniche che non ci dicono nulla, prive di iscrizioni tipiche delle piramidi successive (qualcuno obietterà che fino alla IV dinastia non era molto in uso decorare le tombe, e questo ci può stare), prive della benché minima traccia di sepoltura, nonostante alcune strane “scatole di pietra” all’interno (sarcofagi?) anch’essi privi di indicazioni, prive di tracce certe sulle quali fondare delle supposizioni e, stando alla realtà dei fatti, nulla ci permette di stabilire con certezza la data della loro costruzione. In poche parole non esiste alcuna prova (almeno per noi comuni mortali) che ci permette di fare affermazioni certe, solo ipotesi che vanno da quelle degli egittologi e studiosi accademici fino alle fantasie più sfrenate ed incredibili dei meno seri (certamente non spetta a me stabilire chi sono gli uni e chi sono gli altri).

Iniziamo dalla prima domanda: chi ha effettivamente costruito un’opera così grandiosa e dispendiosa di energie con costi enormi soprattutto per l’epoca a cui viene attribuita?. Malgrado le numerose ricerche e gli studi che da centinaia di anni sono stati compiuti, la scienza antica e moderna fino ad oggi non è stata in grado di dimostrare e tanto meno provare con assoluta certezza, (e ribadisco “assoluta certezza”), da chi venne costruita la Grande Piramide (soffermiamoci su questa). Gli studiosi ci dicono che si tratta della tomba del faraone Cheope, come abbiamo visto però, nulla ci dimostra l’esattezza di questa affermazione. Ad eccezione di alcuni segni simili a rozzi geroglifici visibili nelle cosiddette camere di scarico della piramide di Cheope di cui abbiamo parlato in precedenza (molto probabilmente falsi), non esiste la benché minima traccia che nella Grande Piramide sia mai stato sepolto qualcuno. Le ipotesi abbondano fino ad arrivare agli extra terrestri, passando per una ipotetica civiltà, vissuta molti anni prima, poi scomparsa forse a causa di qualche cataclisma o cos’altro. Restiamo sull’accademico, forse più semplicemente l’hanno proprio costruita gli egizi, a questo punto però dobbiamo rispondere alle successive domande.

Come? Come è stata costruita un’opera così grandiosa e strana da apparire impensabile per l’epoca in cui è stata costruita? Un’opera di fronte alla quale si troverebbero oggi in difficoltà fior di ingegneri e architetti se fossero chiamati a riprodurla. Sono stati fatti tentativi atti a dimostrare come è stato possibile costruire una piramide, ricordo che tempo fa un team giapponese provò a costruire una piramide alta 50 metri utilizzando massi simili, ricavati con il calcestruzzo, i risultati però furono deludenti e non corrisposero alle aspettative. Sono molti quelli che cercano di spiegare le tecniche che sarebbero state usate, in genere si tratta di studiosi specializzati in costruzioni, ingegneri e architetti con alle spalle anni di esperienza sicuramente più esperti degli archeologi nel loro campo. Non vorrei sembrare polemico ma non dimentichiamo che con tutte le cognizioni e l’esperienza maturata negli anni, oggi cadono ancora palazzi e ponti mentre le piramidi reggono (ma questo è un altro discorso). Non è mia intenzione dilungarmi oltre in questo campo per cui vi rimando alla miriade di testi di eminenti studiosi, alcuni dei quali ho citato nelle fonti e bibliografia (ho detto “eminenti studiosi” nella speranza che sappiate distinguere tra scienza e fantarcheologia).

Passiamo ora alla terza domanda, quando è stata costruita la Grande Piramide?. Anche a questo proposito ci sono intere biblioteche colme di libri di archeologi, egittologi, architetti ed ingegneri che hanno avanzato le loro ipotesi fondate su dati che ciascuno ritiene esaustivi. Se queste piramidi sono state realmente costruite all’epoca dei faraoni ai quali vengono attribuite, questa domanda può essere scartata, ma solo dopo aver risposto alle altre tre. Poiché nulla ci autorizza a pensare che sia proprio così allora cosa possiamo rispondere? Scesero gli alieni un tempo e costruirono loro stessi le piramidi o istruirono (ed aiutarono) gli egizi a farlo? Ho citato gli alieni, vedo già molti saltare sulla loro poltrona, tranquilli non ho alcuna intenzione di proporre questa ipotesi che personalmente ritengo improbabile.

Perché? Chiederà qualcuno. Ammesso che tutto è possibile, al momento nulla ce lo fa pensare. Altri propongono l’idea di una civiltà esistita molti anni prima (12.000 anni fa o più) che raggiunse un grado di sviluppo uguale se non addirittura superiore al nostro, poi estintasi inspiegabilmente. A questo proposito va detto che al mondo esistono innumerevoli testimonianze che potrebbero farci propendere per questa ipotesi. Personalmente debbo dire che il pensiero mi ha sfiorato e quanto meno incuriosito. Un amico (che non posso citare) sostiene che esisterebbero prove che lo confermerebbero. Ultima domanda, forse la più intrigante: Perché? Perché un popolo il cui pensiero più grande era quello di sopravvivere, decide di intraprendere una simile avventura? Per dare una tomba al suo sovrano considerato un Dio? Le tombe già esistevano ed erano anche complesse, le mastabe reali spiccavano per la loro magnificenza, e dove il corpo del sovrano veniva giustamente affidato alla terra. Nella Piramide di Cheope sappiamo che non è mai stata trovata traccia di sepoltura. Inoltre la struttura stessa della piramide, in modo particolare quella interna, così complessa e diversa dalle altre, ci induce a sollevare numerosi dubbi. Le sepolture, prima e dopo Cheope, venivano sempre fatte dagli Egizi nelle profondità, nelle viscere della Terra, mai ad un livello superiore del terreno che rappresentava l’orizzonte, la linea di separazione fra il Cielo e la Terra. <<…….Terra, inghiotti quello che è uscito da te…….>>, (dai testi delle piramidi). Perché mai dunque Cheope, e solo lui, avrebbe deciso di farsi seppellire lassù in alto? E se la Piramide non fosse una tomba? Ma se non era una tomba, allora cos’era? Mi piace a questo punto usare le parole del poeta: ”Ai posteri l’ardua sentenza”, già………ma i posteri siamo noi! A questo punto abbiamo concluso il discorso riferito alla Grande Piramide in quanto tale, ma la piramide era solo una parte del complesso funerario del faraone Cheope, certo la più importante, ora vedremo di farci un giro intorno ad essa per vedere cosa ci attende fuori.

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Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LA GRANDE PIRAMIDE DI KHEOPE – LA COSTRUZIONE

Di Piero Cargnino

Per quale ragione Cheope abbandonò la necropoli reale di Dashur non ci è dato a sapere, probabilmente perché non vi era più spazio né per il grande complesso che aveva in mente di costruirsi né disponibilità sufficiente di calcare per la sua costruzione ma ancor più forse perché i suoi architetti avevano sondato il suolo presente a Dashur riscontrando che la struttura scistoargillosa del fondo avrebbe compromesso la stabilità della piramide. La scelta cadde dunque su Giza dove un grande sperone roccioso, costituito da roccia calcarea, dall’altopiano si affaccia sulla Valle del Nilo.

L’incombenza di curare la costruzione Cheope l’affidò al suo grande architetto Hemiunu, visir, architetto e sacerdote, di cui abbiamo già parlato nell’introduzione. Fu lui a scegliere la piana di Giza che offriva sia un sottofondo stabile, che una abbondante quantità di calcare di ottima qualità per la costruzione della piramide, che da quasi 5000 anni domina le propaggini rocciose del deserto libico.

Il sito si trova all’inizio del Deserto Occidentale e misura 1,5 per 2 km con un dislivello verso sud-ovest di circa 40 metri. Il suolo su cui poggia la piramide sovrasta di circa 40-50 metri il livello del Nilo in modo tale da offrire una maggiore imponenza all’edificio.

In origine la piana non era proprio piana, si presentava parecchio accidentata con una naturale pendenza di circa 5 gradi. Hemiunu fece dapprima spianare il sito prescelto e, grazie all’immenso lavoro di sbancamento degli operai egiziani, l’altopiano di Giza venne trasformato in una piana dal fondo roccioso e adatto a sopportare il peso che si sarebbe accumulato con la costruzione della piramide. Un simile intervento, con tutte le difficoltà che deve avere rappresentato per un popolo che non conosceva la ruota ne la carrucola, non può che stupirci almeno quanto la costruzione della piramide stessa.

Il sito venne spianato per fornire una superficie pressoché orizzontale; ma non completamente. Studi approfonditi hanno confermato che la piramide incorpori una collinetta di 10–15 m. di altezza dal livello di base perimetrale.

Se a questo aggiungiamo che al di sotto della piramide si trova una camera inferiore non ultimata, si è portati a credere che la piramide sia stata costruita sopra una più piccola piramide o una mastaba preesistenti.

Oggi le fondamenta della piramide presentano un dislivello di circa 2 centimetri, ma tenuto conto del catastrofico terremoto del 1301 a.C., si può tranquillamente pensare che in origine la piramide fosse perfettamente livellata. E veniamo ora alla Grande Piramide vera e propria. Per coloro che ancora non lo sapessero precisiamo che il termine “piramide” è un nome d’origine incerta, deriva dal greco pyramis che significa letteralmente “della forma del fuoco”, ovvero simile a quella della fiamma, larga alla base e terminante a punta, ed è un nome col quale i greci chiamavano un tipico dolce di farro e miele, di forma appuntita.

Secondo alcuni il nome deriverebbe invece dall’assonanza del termine greco con il nome egizio per-em-us, (ciò che va in alto), termine che compare nel Papiro matematico di Ahmes, meglio noto come il Papiro di Rhind, per indicare l’altezza della piramide.

Al contrario delle piramidi dei faraoni che seguirono Micerino, costruite con materiali più scadenti che non hanno resistito più di tanto al passare dei secoli, quelle precedenti, nonostante abbiano affrontato terremoti, e siano state oggetto di saccheggi e devastazioni di ogni tipo, addirittura ridotte a cave di pietra, ancora si presentano più o meno in tutta la loro magnificenza grazie all’uso del calcare al posto dei mattoni di fango del Nilo che saranno utilizzati successivamente anche perché più economici. Il celebre egittologo Mark Lehner ha individuato a circa 300 metri a sud-est della costruzione la cava dove venivano estratti i blocchi di calcare.

<< Questo è il disegno della più straordinaria creazione architettonica che io abbia mai visto e non credo che sia possibile superarla >>,

esclamò Johann Wolfgang von Goethe quando, nel 1787 a Roma, vide il disegno della Grande Piramide tracciato dal viaggiatore francese Louis Cassas. La Grande Piramide, la prima delle sette meraviglie del mondo antico e l’unica giunta fino a noi, un antico detto arabo recita:

“L’uomo teme il tempo, ma il tempo teme le piramidi”.

E le piramidi sono ancora lì. Per ora!. Fin dall’antichità hanno affascinato numerosi autori storici quali Erodoto, Strabone, Diodoro, Plinio e molti altri.

<<……..è attraverso opere come queste che gli uomini ascendono agli dei, oppure gli dei vengono giù dagli uomini……..>>

affermò Filone di Bisanzio nel III secolo a.C. Ora sul fatto che fosse o meno la tomba di Cheope non intendo pronunciarmi, ma sentiamo cosa ne pensavano gli antichi storici, Strabone di Amasea, nel suo “Geographia”, al cap. XVII, 1,33, racconta:

<<………Una è appena più grande dell’altra e in alto, quasi a metà di una faccia, reca un masso estraibile; rimuovendolo, c’è un budello sinuoso che porta fino alla camera mortuaria………>>.

Diodoro Siculo, che si recò in Egitto intorno al 60 a.C., descrive le piramidi nel suo Bibliotheca Historica affermando che:

<<………. la più grande delle tre piramidi fu eretta in onore del secondo faraone della IV dinastia che alcuni hanno riportato come Cheops, Sufis o Khufu……….>>.

Con tutti i dubbi che ci possono essere, con tutte le obiezioni avanzate da molti, noi continueremo a chiamarla come viene chiamata da millenni, la Piramide di Cheope.

Come ci siamo chiesti nell’introduzione, in quanti anni fu costruita? Sappiamo dalle “Storie” di Erodoto di Alicarnasso, del quale però va detto che non è considerato una fonte del tutto affidabile per l’antico Egitto, che occorsero 10 anni per costruire la rampa processionale e 20 per costruire la piramide.

Plinio come Diodoro Siculo parlano di 20 anni. E’ interessante la testimonianza di Diodoro Siculo che afferma che la costruzione della piramide durò 20 anni ma aggiunge che il lavoro è stato possibile grazie all’uso di “terrapieni” che crescevano con la piramide agevolando così la messa in opera dei blocchi non avendo a disposizione macchine in grado di sollevare i blocchi di costruzione, l’idea non sarebbe da scartare.

Diodoro però esprime inoltre la sua perplessità sul fatto che, data l’imponenza che dovevano avere i “terrapieni”, non sia rimasta alcuna traccia del materiale usato per i terrapieni ne quello di risulta del lavoro di levigatura dei blocchi attorno alla piramide. Conclude con una bella espressione:

<<…….sembra che la piramide sia stata collocata in quel luogo, in mezzo alla sabbia, “dalla mano di un Dio”…….>>.

Diodoro racconta che la piramide era ancora in ottime condizioni quando la vide ad eccezione della parte superiore che non presentava più il pyramidion ma una piattaforma di 6 cubiti (circa 3 metri). C

ome già accennato nell’introduzione, i 2.500.000 blocchi di roccia calcarea avrebbero dovuto essere sistemati in opera al ritmo di uno ogni 4 minuti circa, giorno e notte per tutti i 20 anni. Per la precisione si stima che di tutti i blocchi utilizzati nella costruzione il 90% circa di essi sia dell’ordine di 1 metro cubo, con peso variabile tra 800 e 1200 kg., l’8% da 1 a 3 metri cubi, pesanti 2,5 – 4 tonnellate.

Tutti questi blocchi sono di calcare mentre per la Camera del Re, le Camere di Scarico e la Grande Galleria sono stati impiegati enormi monoliti di granito del peso variabile da 25 fino ad oltre 80 tonnellate estratti dalle cave di  Assuan e trasportati via fiume e qui perfettamente lavorati e levigati.

Ma il grosso del lavoro consisteva nell’impilare i blocchi, le piramidi dovevano essere costruite a strati dal basso verso l’alto. Nessuno sa con certezza come questi blocchi venissero sollevati.

E’ doveroso fare un accenno a quanto emerso dopo i lavori eseguiti dal team di scienziati del progetto egiziano-internazionale ideato e guidato dall’Università del Cairo e dai francesi del HIP (Heritage Innovation Preservation) ScanPyramids. Il progetto mirava a scansionare le piramidi e rilevare eventuali anomalie termiche che avrebbero rivelato la presenza di vuoti e strutture interne sconosciute.

In effetti la scansionatura della piramide ha dato risultati sorprendenti, nella piramide esisterebbero numerosi “vuoti”. Le cavità che gli scienziati di ScanPyramids hanno rilevato dentro la Piramide di Cheope non sono una nuova scoperta secondo il famoso egittologo Zahi Hawass, ex Ministro delle Antichità. << La piramide è piena di buchi già noti, e comunque non è corretto parlare di nuovi passaggi o camere segrete, ma solo di anomalie o cavità…….>>.

Certo che se, come afferma Hawass, la piramide è piena di buchi viene spontaneo pensare che i blocchi non siano più 2.500.000, cosa che ridurrebbe i tempi di costruzione di non poco.

Ma ora torniamo al problema del reperimento, trasporto e sistemazione dei blocchi. Come detto sopra alcuni esperti ritengono che gli egiziani li trascinassero sulla sabbia facendoli scorrere su grossi tronchi di legno, o su slitte trainate da decine di persone, per poi salire lungo enormi rampe di sabbia per arrivare a sistemarli al loro posto. Le teorie delle rampe sono molte, vediamone alcune delle principali.

  1. La rampa diritta: consisteva in una lunga rampa che partendo dagli strati inferiori veniva completata, a mano a mano che il livello saliva, in altezza a di conseguenza in lunghezza. Con questo tipo di rampa si presenterebbe un problema non indifferente. La pendenza non avrebbe dovuto essere eccessiva, altrimenti le pur forti braccia umane non avrebbero potuto trascinare massi di quel peso, peggio se per lubrificare la pista veniva sparso limo viscido del Nilo, i massi avrebbero facilmente potuto scivolare verso il basso trascinando pure gli operai. Quindi la rampa avrebbe dovuto avere una leggera pendenza, gli esperti la calcolano intorno al 10% al massimo. Fatti due calcoli, con quella pendenza, per arrivare a 146 metri di altezza, la rampa avrebbe dovuto essere lunga oltre un miglio (poco meno di 2 chilometri), costruita con materiale robusto per sopportare il peso, il suo volume sarebbe stato almeno tre volte superiore a quello della piramide.
  2. Una rampa che si snodava poggiando su una faccia della piramide procedendo a zig zag per ridurre la pendenza (no comment).
  3. La rampa avvolgente che partendo dalla cava di pietra a sud-est proseguiva lungo i lati della piramide, in questo caso, oltre al volume enorme che avrebbe comportato bisogna considerare la complessità per gli operai nel curvare ad ogni angolo. 
  4. La rampa a spirale interna, questa prevedeva una rampa esterna per il primo 30% della piramide, quindi sarebbe proseguita con una rampa interna fatta di pietra che sarebbe servita per portare i blocchi ai livelli superiori, in questo caso il problema è più complesso e preferisco non addentrarmi.

Va precisato e non trascurato che l’impiego di rampe, siano esse diritte che avvolgenti deve aver creato un altro grosso problema, la successiva rimozione di tutto il materiale delle rampe il cui volume, come detto, non era certo trascurabile e del quale non esiste traccia.

Abbiamo parlato di rampe per mezzo delle quali gli operai potevano salire trascinando i blocchi di calcare. Su questo punto ci sarebbe ancora una riflessione da fare, immaginiamo che per trascinare blocchi da 1 a 4 ton, occorressero almeno dieci persone, ci troveremmo di fronte ad una processione di squadre che, a breve distanza l’una dall’altra, salgono la rampa con il loro blocco ma nel frattempo un’altra processione di squadre di operai che, dopo aver depositato il blocco devono scendere. Tenendo sempre presente il ritmo con il quale i blocchi dovevano essere sistemati al loro posto: uno ogni quattro minuti circa, dobbiamo immaginare che la rampa avrebbe dovuto avere una larghezza tale da permettere il traffico di andata e ritorno degli operai. Le rampe diventavano quindi ancora più massicce con un volume di materiale enorme per la loro costruzione, più salivano e più dovevano espandersi in lunghezza ed in larghezza. Se pensiamo che il materiale di cui erano formate le rampe era sabbia e ghiaia queste necessitavano di sponde rigide di materiale più robusto (pietre) per fare da argine.

Torniamo ai nostri operai che stanno trascinando i loro blocchi di calcare. Dopo aver trascinato i blocchi fin sotto la costruzione, ed eseguito le operazioni di rifinitura, gli operai dovevano sollevare e trascinare i blocchi in sito, spostarli fino a farli combaciare e se questi ancora non combaciavano alla perfezione procedere ad una ulteriore rifinitura, a questo punto devono necessariamente aver fatto ricorso ad un ingegnoso sistema di leve decisamente robuste, non a semplici pali di legno. Racconta Erodoto nelle sue “Storie”:

<<…..quando si giunse a tal punto della costruzione, le rimanenti pietre furono sollevate con macchine fatte di “legni corti” (!). Venivano sollevate da terra sul primo ordine, da dove venivano tratte su un altro ordine con un’altra macchina. Le macchine erano altrettante quanti erano gli ordini dei gradini……..>>.

E’ evidente che, la costruzione di una “macchina” in grado di sollevare massi di quel peso, fatta con “legni corti” (?), presenta non poche difficoltà, pensare poi di averne una per ogni ordine, già di per se, presuppone conoscenze e disponibilità di mezzi non indifferenti anche tenuto conto che in Egitto il legname da costruzione era un materiale del tutto assente e per procurarlo occorreva organizzare spedizioni in Libano.

Se pensiamo a tutti questi problemi da affrontare viene spontaneo chiedersi: ma in realtà quanto tempo ci volle per costruire la Grande Piramide? Stuart Kirkland Wier del Denver Museum of Natural History, sul “Cambridge Archaeological Journal”, (aprile 1996), ha ipotizzato che la piramide abbia richiesto circa 23 anni di lavoro, il che cambia poco rispetto a quanto affermato dagli storici greci. L’esecuzione dell’opera ci porta ad immaginare un immenso cantiere, anzi più di uno.

Le cave dovevano brulicare di operai, alcuni intenti a staccare i grandi massi dalle pareti della cava, altri a spezzare questi blocchi per renderli più maneggevoli,  altri ancora a procedere alla sgrossatura dei massi più piccoli ricavati dalla frantumazione di quelli più grandi. Intorno ferveva un lavorio di persone intente alla preparazione dei blocchi per il traino, squadre che partivano cariche ed altre che tornavano pronte a ripartire. Un altro grosso cantiere, sicuramente più di uno, doveva trovarsi nei pressi della piramide dove altre squadre di operai scalpellini rifinivano i blocchi secondo la forma necessaria per incastrarli gli uni con gli altri, di qui poi partivano le squadre che salivano le rampe.

C’è da chiedersi che tipo di organizzazione doveva essere in grado di coordinare il tutto. Occhio, stiamo parlando solo delle operazioni pratiche direttamente rivolte alla sistemazione dei blocchi. E’ stato stimato che, per la piramide di Cheope, fossero necessarie non meno di 20-25.000 persone che lavoravano in turni di lavoro alternati. A questo punto dobbiamo porci un altro problema importante, la logistica. La logistica doveva innanzitutto provvedere alla sistemazione dei blocchi in arrivo evitando grossi depositi che avrebbero intralciato il lavoro, fabbricare nuovi utensili da lavoro e riparare quelli rotti nel minor tempo possibile, coordinare il ricambio della turnazione delle squadre, ma non solo, gli operai dovevano anche mangiare, bere, riposarsi, fare i loro bisogni, squadre di medici dovevano essere pronte per ovviare ai numerosi infortuni che si saranno verificati, portatori o portatrici d’acqua rifornivano gli operai, donne, e forse anche uomini, dovevano confezionare quel poco di abbigliamento per tutti.

Ed a tutto questo doveva provvedere un’altra organizzazione non certo meno importante di quella della costruzione della piramide. Nelle campagne doveva svolgersi un febbrile lavoro di semine e raccolti, molte persone dovevano curare la preparazione del cibo per sfamare tutta quella gente, e sul fatto che questi venissero ben nutriti non ci sono dubbi, il corpo di un operaio doveva essere perfetto per poter svolgere il proprio duro lavoro (altro che schiavi malnutriti frustati e maltrattati). Un bel lavoro, che ne dite?.

Teniamo conto inoltre che la piramide non è un solido pieno, un mucchio di pietre perfettamente sistemate ma pur sempre solo un mucchio di pietre. Ma invece non è così, a complicare le cose va detto che, come si sa, la piramide di Cheope al suo interno cela un intricato sistema di cunicoli ascendenti e discendenti, la Grande Galleria, la camera della Regina e quella del Re dalle quali si dipartono obliquamente due “condotti di aerazione” per ciascuna camera, inoltre sulla camera del Re si innalzano le “camere di scarico”.

Di recente si è parlato dell’esistenza di un’ulteriore camera situata sopra alla Grande Galleria. Tenuto conto di quanto detto dal famoso egittologo Zahi Hawass, capo del progetto ScanPyramids per conto del Ministero egiziano delle Antichità, la Grande Piramide sarebbe piena di vuoti. Dieter Arnold, autore del libro ‘Building in Egypt: Pharaonic Stone Masonry’, ha menzionato degli spazi vuoti nella piramide dovuti alle tecniche di costruzione e questi si troverebbero sopra l’ingresso che porta al corridoio discendente e sopra tutti i passaggi, inclusa la Grande Galleria. Il team  del progetto ScanPyramids ha pubblicato un video sul lavoro svolto dove emergono chiare le due cavità scoperte nel 2016. Hawass ha aggiunto:

<< Pensiamo che il Ministro delle Antichità Khaled El-Enany abbia nominato questo comitato scientifico per riesaminare questo lavoro, perché è importante che questi dati vengano rivisti da una squadra che ha trascorso la propria vita lavorando all’interno e intorno alle piramidi >>. 

Abbiamo parlato dei costruttori della piramide, penso sia il caso di spendere due parole per quei poveri diavoli che ci hanno lavorato. Plinio e Diodoro Siculo concordano nell’affermare che per la costruzione occorsero non meno di 360.000 uomini che lavoravano a turno per 20 anni. Erodoto racconta che gli operai impiegati erano 100.000 che lavoravano con turni trimestrali. Oggi molti studiosi pensano che fossero necessarie non meno di 20-25.000 persone che lavoravano a turno.

Comunque sia, e mi ripeto, a costruire la piramide sono stati gli operai egiziani, da sfatare e considerare falso il fatto che a costruirla siano stati degli schiavi oltretutto maltrattati. La manodopera specializzata, in primis, lavorava tutto l’anno in piena libertà mentre la manovalanza era costituita dai fellàhin (contadini di bassa estrazione) che nel periodo dell’alluvione (luglio-settembre), e non solo, prestavano la loro opera a pagamento per il lavoro svolto. Ovvio che il lavoro era durissimo e pericoloso e la sicurezza era quello che era, la disciplina era massima e non bisognava sgarrare, il coordinamento di una massa simile di lavoratori, come già detto, doveva essere molto complessa e non ci si poteva permettere errori. Certo non ricevevano l’accredito sul conto corrente ma erano stipendiati con derrate alimentari, vestiario e quant’altro occorresse alla loro famiglia.

Ora che abbiamo precisato quanto doveroso nei confronti del popolo egizio, torniamo ad esaminare le difficoltà che sono state affrontate per portare a termine un lavoro così mastodontico. Il grosso del lavoro non si limita ai massi di 1 o 4 ton., se teniamo conto che la Grande Galleria, la camera del Re e le camere di scarico sono fatte con blocchi di granito il cui peso varia dalle 70 alle 80 ton. dobbiamo fermarci a riflettere. La costruzione comportava che tutti i vuoti interni della piramide crescessero con la piramide stessa, pertanto era necessario procedere all’allestimento delle varie camere e gallerie interne con i blocchi di granito in contemporanea con la posa in opera dei massi di calcare. Questo ci porta all’ovvia interpretazione che ciascun blocco di calcare necessitava sicuramente ancora di una ulteriore rifinitura in loco per potersi adattare perfettamente ai ciclopici blocchi di granito.

Se vogliamo fermarci a riflette un attimo e pensare ai blocchi da 40 fino a 70 tonnellate della “camera del re”, non possiamo fare a meno di constatare che le suddette operazioni appaiono ai limiti della fisica costruttiva. Una ponderata riflessione ci porterebbe a considerare che gli egizi, all’epoca del faraone Cheope, non sarebbero stati in grado di realizzare una simile costruzione perché non vi erano le condizioni tecniche e tecnologiche necessarie per costruire un’opera colossale di quel tipo in soli 20 anni ma forse anche in molti di più.

Il ricercatore indipendente, dott. Diego Baratono afferma, nella sua opera, che << per estrarre, lavorare, ruotare, capovolgere, spostare sulle slitte, trasportare verso la piramide, poi affrontare la rampa inclinata, arrivare alla quota prevista, posizionare con precisione millimetrica blocchi dal peso di 1 ton. fino a 4 ton,, il tutto senza l’ausilio nemmeno della più rudimentale carrucola, diventa un’operazione da sottoporre ad un attento studio di fattibilità >>.

Come abbiamo potuto constatare il lavoro si presentava assai complesso e non di facile esecuzione, ma la piramide c’è e qualcuno deve pur averla costruita. Per il momento accontentiamoci di prenderne atto limitandoci a considerare ciò che ci dicono gli egittologi accademici senza però trascurare di gettare un occhio anche alle teorie dei “piramidioti” (definizione leggermente offensiva comunque non mia), che spesso tanto idioti poi non lo sono. Adesso proviamo ad iniziare dal lavoro nelle cave dove venivano estratti e scolpiti i blocchi sia di calcare che di granito. Secondo alcuni studiosi le pietre necessarie per la costruzione sarebbero state ricavate utilizzando dei cunei di legno infissi in appositi fori e poi successivamente bagnati in continuazione in modo che dilatandosi spaccassero la roccia, possibile sia nel calcare che nel granito, questo è stato dimostrato.

Bene, a questo punto però si trovavano di fronte a degli enormi massi dalle forme più varie che necessitavano di essere ulteriormente ridotti. Massi che presentavano notevoli irregolarità per cui occorreva un duro lavoro di scalpellatura per ottenere dei massi sufficientemente squadrati, pressappoco delle dimensioni volute, circa un metro cubo. Questi poi venivano trasportati nel cantiere dove venivano perfettamente levigati in modo da poterli far combaciare con gli altri. E qui stiamo parlando di calcare, reperibile in tutta la piana di Giza (ad esclusione del calcare di Tura che si trova a circa 25 km di distanza), definito semiduro nella scala di Mohs (di grado 3-5).

Faccio una breve parentesi per chi non la conoscesse, la Scala di Mohs è un criterio empirico per la valutazione della durezza dei materiali e fu ideata dal mineralogista tedesco Friedrich Mohs nel 1812, in essa vengono elencati i minerali secondo il loro grado di durezza progressivamente da 1 a 10, il primo minerale della serie è il talco l’ultimo il diamante.

I massi di calcare, del peso variabile da 800 kg. a 4 ton. cadauno, costituiscono il 97% di tutto il materiale usato. Avendolo sperimentato personalmente vi garantisco che è già un’impresa lavorarlo con scalpelli di duro acciaio temprato, al vanadio o addirittura widia, percossi con mazzette di acciaio forgiato da 1,5 chilogrammi. Ricordiamo che, a quanto ci risulta dai reperti gli antichi egizi disponevano, al più, di scalpelli in bronzo, indurito addizionando arsenico allo stagno ed al rame, che percuotevano con i famosi mazzuoli di legno (!). Con tali attrezzi avrebbero sgrossato e lisciato due milioni e mezzo di blocchi di calcare.

Ma ora passiamo al granito il cui grado di durezza varia da 5 a 7 nella scala di Mohs; di granito sono fatti i massi più grossi pesanti dalle 20 alle 70-80 ton. perfettamente squadrati e levigati a tal punto che nelle interconnessioni tra un masso e l’altro non ci passa un foglio di carta.

Va ricordato che con l’enorme quantità di pietra lavorata in tutto l’Egitto, dalla preistoria ad oggi, da centinaia di migliaia di operai, gli attrezzi ritrovati, scalpelli e martelli, non sono poi così tanti come si potrebbe supporre ma soprattutto sono sempre e solo in rame o bronzo, per non parlare poi dei martelli che come detto erano in legno o tutt’al più in pietra.

Di ferro non se ne parla, come noto a tutti in Egitto il ferro era praticamente sconosciuto, so già che qualcuno è pronto a ribattere che non è vero perché la lama del famoso pugnale trovato nella tomba di Tutankhamon era di ferro, lo dicono tutti gli studiosi. Certo che era di ferro ma non di quello trovato nelle miniere come oggi, quello utilizzato per il pugnale era di ferro meteoritico, non certo abbondante in natura. Per chi è inesperto il ferro meteoritico è quello delle meteoriti cadute in Egitto come altrove, si distingue dal ferro comune in quanto consiste in una lega di ferro e nikel.

I minerali più comuni dai quali si può estrarre il ferro che tutti conosciamo, tramite lavorazioni specifiche, sono la pirite, l’ilmenite e la goethite. In natura si può trovare solo come ossido di ferro quali la magnetite e l’ematite. Sia il minerale che l’ossido di ferro, ancorché fossero stati in grado di trovarlo, gli egizi non avrebbero potuto lavorarlo in quanto non erano ancora in possesso della tecnologia necessaria a raggiungere, nei loro forni, temperature così alte da fonderlo (1538°). Quel poco ferro meteoritico che lavoravano veniva scaldato a temperature raggiungibili coi loro forni, 700-800 gradi, poi battuto, si ma con cosa? (mazzuoli di legno o con pietre dure?). Lascio a voi ogni considerazione.

Per la cronaca il ferro naturale arrivò in Egitto portato dagli Ittiti che si imposero intorno al 1300 come nuova superpotenza della zona grazie a due innovazioni belliche fondamentali: le armi in ferro ed il cocchio da guerra. Non pensate però che sia finita li, sugli egizi, ed in particolar modo sulle loro colossali costruzioni, non finiremo mai di stupirci. Tornando al lavoro intorno alla piramide per mezzo delle rampe, non possiamo non pensare che trascinare fin lassù gli enormi blocchi di granito  per poi farli combaciare con quelli di calcare con precisione maniacale parrebbe inspiegabile.

I GEOPOLIMERI

Proviamo ad esaminare un’ipotesi che forse è balzata alla mente anche di alcuni di voi. Si tratta tutt’altro che di un’ipotesi da “piramidiota” ma bensì un’ipotesi che nella sua stranezza non è del tutto da scartare e che (personalmente) ritengo molto interessante. Lo scienziato francese Joseph Davidovits, studioso della scienza dei materiali, sulla fine degli anni 70, ha formulato l’ipotesi che i blocchi di calcare non siano di pietra scolpita ma di un composto di polimeri inorganici detti “geopolimeri”.

Formato da una miscela di allumino e silicati (sabbie silicee presenti nel deserto egiziano), soluzione alcalina (calce aerea) ed eventuali additivi, l’impasto genera una reazione chimica che lo fa indurire, a temperatura ambiente, simile a quella del calcestruzzo.

Secondo Davidovits il composto veniva poi “gettato” all’interno di appositi casseri (stampi costruiti in legno) riutilizzabili della forma dei massi. In questo modo, con l’utilizzo di numerosi casseri contemporaneamente, si sarebbero potuti realizzare numerosi blocchi tutti insieme lavorando in più punti della costruzione con un notevole risparmio di tempo e di lavoro; una cosa è trascinare blocchi pesanti su di una rampa, altro è trasportare ceste colme di impasto. Dopo alcuni giorni era possibile rimuovere i casseri e procedere oltre.

A puro titolo personale, possedendo una breve esperienza di edilizia, ed avendo lavorato al Servizio Elettrico Nazionale, posso dire che questa è in effetti la tecnica usata, più in grande, con casseri enormi e con il calcestruzzo, nella costruzione delle dighe di sbarramento per le centrali idroelettriche. Sono pertanto del parere che l’ipotesi sia interessante ancor più di quella delle rampe con la differenza che ridurrebbe notevolmente i tempi di costruzione con una fatica immensamente inferiore.

Michel Barsoum, scienziato e ricercatore americano di scienze dei materiali, sostenitore della tesi di Davidovits, utilizzando una microscopia elettronica a scansione su campioni di blocchi della piramide, ha scoperto che al loro interno sono contenuti composti minerali e bolle d’aria che non si dovrebbero trovare nel calcare naturale.  Penso sia inutile dire che il  Mainstream accademico non ha accettato il metodo di Davidovits nonostante oggi il composto di “geopolimeri” sia ormai diffuso. (Personalmente sto approfondendo l’argomento).

Durante un mio viaggio a Giza ho osservato direttamente da vicino la superficie dei massi della piramide e debbo confessare che l’ipotesi non mi pare poi così assurda. (opinione personale).

Ovvio che con questo metodo non si spiega comunque come vennero issati fin lassù gli enormi blocchi di granito da circa 80 ton. che formano la Grande Galleria, la Camera del Re e le Camere di scarico, questi sono veramente in duro granito ma riflettendoci possiamo dire che, comunque siano arrivati fin lassù i blocchi di granito, con la tecnica dei geopolimeri si trattava solo più di far aderire la malta ai blocchi.

Il vertice della piramide doveva consistere in un appariscente pyramidion che si  evidenziasse per la sua magnificenza. Il suo peso stato stimato sarebbe stato di circa 7 ton. di puro granito completamente rivestito d’oro così da essere visto da molto lontano per il riflesso dell’intensa luce del sole. Secondo alcuni studiosi invece la cima della piramide è sempre stata piatta e su di essa ci fosse un tempietto o qualcosa di comunque vistoso. Questo non lo sapremo mai.

LE TEORIE

Dopo aver analizzato le attrezzature, gli strumenti ed i mezzi di cui disponevano gli antichi egizi, a parer mio e di molti, del tutto inadeguati ad eseguire lavori del genere, ci si chiede, ma allora come hanno fatto a costruire un’opera così imponente? Non lo so! E il bello è che non lo sa nessuno. 

Teorie ce ne sono a iosa sia “maggiori” che “minori”. Abbiamo parlato delle rampe, dove, avvalendosi di slitte, rulli, leve, corde, palanchini e quant’altro gli operai avrebbero trascinato i grossi massi, ma, alla luce dei problemi che questo avrebbe comportato, non possiamo affermare con certezza che sia una di queste la soluzione. Altro elemento, la cui importanza è fondamentale, è appunto la lavorazione dei massi di calcare ma ancor più quelli di duro granito di cui ne abbiamo parlato nel precedente articolo.

Ci sono molte altre teorie definite “minori” se non addirittura “eretiche” o fantascientifiche. Le esamineremo evitando inutili commenti, che non porterebbero alcun giovamento, ma nel pieno rispetto di chi le ha formulate e nelle quali crede.

La prima è quella dello storico greco Erodoto di Alicarnasso, di cui abbiamo già parlato, che racconta dei “corti tronchi di legno” senza chiarire bene come questi venissero usati ne dove sarebbero stati reperiti.

L’architetto francese Jean-Pierre Houdin ha proposto una teoria che parla di rampe interne al corpo della piramide. Nel 2007 presentò una sua teoria realizzata con un sistema in 3D che usufruiva di un software della Dassault System per mezzo del quale giunse alla seguente conclusione:

<< In un primo momento sarebbe stata costruita una rampa esterna con la quale sarebbero stati completati i primi 43 metri. Da qui, la realizzazione di una seconda rampa all’interno della piramide, larga 1,8 metri e con una pendenza del 7%, avrebbe permesso il sollevamento dei blocchi sino in cima (?) >>.

Audace e intrigante nello stesso tempo, l’ipotesi di Houdin rimane non dimostrata, un egittologo dell’UCL (University College of London) l’ha definita “inverosimile e orribilmente complicata”. Secondo l’amico Arch. Marco Virginio Fiorini l’idea di base principale è quella di aver previsto la costruzione di una “piramide interna” più piccola da cui fare il tracciamento volumetrico senza il quale è impossibile costruire in modo regolare. Anche questa è una teoria interessante, personalmente la ritengo un tantino azzardata. Ci tengo a sottolineare che queste teorie possono anche dimostrare come si sia potuto procedere ma entrambe prescindono dal fattore tempo, non dimentichiamo che i blocchi sono sempre circa 2,5 ml.

Un breve accenno alle teorie cosiddette “eretiche” ma che spesso ci inducono a riflettere. Una di queste, proposta in numerose varianti, è quella di una civiltà precedente. Cito quella formulata da Michael A. Cremo il quale sostiene che gli esseri umani hanno vissuto sulla Terra per milioni di anni prima di noi. Nel suo libro “Archeologia proibita”, Cremo sostiene l’esistenza dell’uomo moderno sulla Terra da 30 a 40 milioni di anni fa (e questi si sarebbero estinti senza lasciarci nulla della loro presenza sulla Terra se non le piramidi?. Inutile dire che gli studiosi tradizionali hanno criticato le sue opinioni definendolo uno pseudoscienziato.

Ora passiamo dalle antiche civiltà scomparse agli extraterrestri, o alieni come preferite. Non mi dilungherò sull’argomento già sufficientemente trattato da scrittori e studiosi quali Alford, Sitchin, Bauval, Hancock, Wilson, Von Daniken ed altri i cui testi sono facilmente reperibili.

Torniamo ora alla Piramide che, con i suoi 230 metri circa per lato di base, forma un quadrato quasi perfetto, (la differenza è di pochi cm.), si innalza verso il cielo per 146 metri con un’inclinazione di 51° 50′ circa.

Le sue facce sono perfettamente allineate coi punti cardinali. In origine possedeva un rivestimento in calcare bianco che copriva tutte e quattro le facciate costituito da 115.000 pietre lucidissime, ciascuna del peso di circa 10 tonnellate. Il rivestimento in parte si staccò, molto probabilmente a causa del violento terremoto del 1301 a.C., il restante venne staccato dai cavatori di pietre, ed i blocchi vennero utilizzati per la costruzione di edifici del Cairo. 

Per quanto riguarda le facce della piramide, Maragioglio e Rinaldi hanno verificato che le 4 facce non sono piatte come ci si potrebbe aspettare, ma, ad un occhio attento, si presentano concave, cosa che era già stata evidenziata da Edgar P. Jacobs.

Secondo l’arch. Fiorini la concavità delle facce sarebbe stata volutamente creata per ragioni soprattutto statiche e, perché no, anche estetiche. Per quanto riguarda quelle statiche rimando alla lettura del suo libro, mentre per quelle estetiche c’è da dire che la concavità delle facce mette effettivamente in risalto gli spigoli. Questa tecnica permette di valorizzare la forma geometrica, evitare l’effetto spanciamento, che appesantirebbe tutta la costruzione oltre che a camuffare eventuali irregolarità delle facce.

Finora abbiamo parlato di altezza e lunghezza dei lati della piramide ma certamente qualche lettore un po’ più esperto si starà ponendo un’altra domanda, come veniva tracciato il piano della base? Un edificio di 146 metri deve poggiare su un piano perfetto, ma gli egizi non possedevano ancora le moderne livelle a bolla d’aria.

Questo no, ma gli architetti egizi, già più di 4000 anni prima che l’ingegnere, fisico e matematico fiammingo, Simon Stevin, nel 1585 dimostrasse la sua teoria, conosciuta oggi come la teoria dei “vasi comunicanti” secondo la quale un liquido contenuto in uno o più recipienti comunicanti fra loro (o in un unico recipiente), in presenza di gravità, si dispone perfettamente sullo stesso livello sempre in piano perfetto. Quindi, prima di iniziare il primo piano di massi sicuramente scavarono un canale tutt’intorno alla base della piramide e lo riempirono d’acqua. Utilizzando la superficie dell’acqua come riferimento diventava molto semplice tracciare il piano dell’edificio.

Un’altra cosa da tenere in conto è che gli egizi conoscevano già la squadra a 90 gradi ed il filo a piombo per sistemare in modo perfetto ciascun masso.

Il FILO A PIOMBO: è un filo con peso attaccato alla fine e serve per capire se un muro è dritto.

Ora affrontiamo un altro problema: chi ha lavorato alla costruzione della piramide? Il mito che alla costruzione fossero impiegati migliaia di schiavi è da sfatare, nato forse da una forzata interpretazione del racconto biblico. L’Egitto dell’Antico Regno non faceva guerre, gli scontri militari si limitavano a respingere i nomadi libici o nubiani, a parte qualche scaramuccia con i beduini del Sinai, non si ventilava alcun pericolo. Un popolo che non è in guerra difficilmente possiede schiavi, a meno che non riduca il suo popolo in schiavitù, cosa da escludere nel modo più assoluto in Egitto di quell’epoca.

Nel II libro delle sue “Storie”, Erodoto non cita mai la parola schiavi, ma descrive:

<<……….un lavoro estremamente duro da parte di lavoratori oppressi……..>>.

Personalmente trovo la parola “oppressi” eccessivamente dura, anche se ovviamente non venivano trattati coi guanti, certamente non venivano frustati o maltrattati, come ci fanno vedere i grandi film Hollywoodiani. E’ interessante apprendere che questi operai e artigiani erano talmente rispettati che quando uno di loro moriva sul lavoro (e non erano pochi) veniva seppellito con tutti gli onori nella enorme ed intricata necropoli vicino alla piramide. ma non solo, nella piana di Giza si è scoperto di recente il “Villaggio degli Artigiani”, i veri costruttori delle piramidi e della necropoli a loro dedicata.

Un problema ulteriore si presentava al sovrano quando decideva di farsi costruire una piramide, il costo. Questo doveva essere interamente affrontato dalle casse dello Stato (che poi era il faraone). Il costo era notevole, certo il faraone non doveva acquistare il materiale lapideo in quanto egli era il padrone assoluto, doveva però sobbarcarsi il costo di allestire una flotta di navi per eventuali spedizioni in Libano per procurarsi il legname necessario. Ma il costo più alto era quello della mano d’opera, gli operai bisognava mantenerli, dissetarli, procurare le vettovaglie necessarie per loro e le loro famiglie, compreso il vestiario e le calzature, insomma un costo al quale non era possibile sottrarsi. Qualcuno ancora potrebbe accennare, erroneamente, che furono gli schiavi a costruire la piramide, nel qual caso sarebbe stato opportuno provvedere alle loro necessità per mantenerli in forze per poter lavorare..

A questo proposito ricorriamo al nostro “informatore” greco (anche se poco affidabile), a proposito dei costi per la costruzione della piramide, Erodoto riporta un curioso aneddoto circa i costi astronomici sostenuti per la costruzione, racconta che venne a sapere dai sacerdoti che

<<………Cheope, ad un certo punto si trovò a corto di risorse per completare il suo monumento, siccome per Erodoto Cheope era un terribile tiranno, la sua perversa malvagità giunse a tal punto che mandata la figlia in un postribolo, le ordinò di esigere una certa somma di denaro per ogni sua prestazione sessuale, quanto esattamente non lo dissero; ed essa compì gli ordini del padre, ma ella era astuta e, poiché era nelle sue intenzioni lasciare anche lei personalmente un monumento, ad ognuno che veniva presso di lei chiedeva di donarle una pietra. Con queste pietre, narravano, fu costruita la piramide che sorge in mezzo alle tre, dinanzi alla grande piramide……..>>

(questa, provenendo da Erodoto, penso sia il caso di considerarla pura leggenda).

Prima di addentrarci all’interno della piramide di Cheope, cosa che faremo scrutando i minimi dettagli costruttivi ed esaminando anche le nuove teorie recentemente avanzate, ritengo indispensabile un approfondimento su un argomento che costituisce la mia quarta domanda, “perché”?

Le spiegazioni degli studiosi sul perché venne costruita la piramide di Cheope che, al di la di tutto quello che è stato scritto, potrebbe essere stata la prima ad essere costruita, forse molto più in la nel tempo di quanto crediamo (pensiero personale). Il perché lo trovo nel fatto che è unica nel suo genere, non tanto come edificio ma per la sua struttura interna. Le camere cosiddette del re e quella della regina non rispettano il principio secondo cui il corpo del defunto <<…….appartiene alla terra, perché da essa è stato creato……..>>, mentre è l’anima che può salire in cielo.

La piramide di Cheope è l’unica in cui le camere sepolcrali stanno molto al di sopra della terra.

Tornando al perché, storici ed archeologi non hanno risposte certe, la maggior parte di essi propende per considerarla la tomba di un re, ma sono diverse le teorie che vedono nelle sette piramidi, fino a quella di Micerino, un altro scopo; purtroppo le testimonianze a noi pervenute permettono solo di azzardare supposizioni.

La cosa che appare più enigmatica è che queste prime sette piramidi non presentano alcuna traccia di geroglifici, a parte alcune eccezioni alquanto dubbie, o di altro che ci possa indurre a trarre conclusioni. Per contro va detto che almeno per l’inizio della IV dinastia non si era ancora affermato l’uso di decorare le tombe.

Secondo l”archeologia ufficiale la Grande Piramide sarebbe stata costruita come tomba per il faraone Cheope, opinione basata sul ritrovamento di alcune scritte, in una specie di geroglifico, ritrovate nelle cosiddette “camere di scarico” dove pare leggersi il nome di Khufu, secondo i sostenitori del fatto che la piramide sia una tomba queste scritte sarebbero annotazioni di cantiere sugli enormi blocchi di granito delle camere di scarico, ma di questo argomento ne riparleremo quando arriveremo alle camere di scarico. Secondo altri studiosi, questa, come tutte le piramidi precedenti e quelle successive fino a quella di Micerino compresa, potrebbero rappresentare solo cenotafi in memoria dei faraoni. Ma potrebbero anche rappresentare altro!

Le teorie sono molte, un esempio di egittologia alternativa afferma che le tre piramidi di Giza siano una sorta di mappa stellare. L’idea è stata avanzata per la prima volta dall’ingegnere e scrittore britannico Robert Bauval, che una sera, guardando il cielo, si convinse di aver fatto una scoperta epocale: le tre piramidi di Giza si trovano disposte in modo da corrispondere perfettamente alle tre principali stelle della cintura di Orione.

Bauval si prefigge di rappresentare la correlazione tra le tre piramidi di Giza e la cintura di Orione, pubblica una foto fantastica che ha girato in lungo ed in largo e tutti ci credono ma in realtà la foto è completamente falsa, ben lavorata con Photoshop. Come si può verificare osservando le Piramidi nella foto, questa è scattata da Sud verso Nord mentre la parte superiore con le stelle è vista al contrario, da nord verso sud. Senza contare che, anche in condizioni di massima visibilità, le stelle della cintura non sono mai così luminose. Da notare, inoltre, che dalla prospettiva della foto la cintura di Orione risulterebbe decisamente più piccola. Voler collegare il disallineamento delle tre piramidi di Giza al disallineamento delle stelle della cintura di Orione mi pare un po’ forzato (parere personale).

Nei Testi delle Piramidi viene specificato che il faraone come figlio di Ra, quindi divino ed immortale, al momento del decesso saliva tra le stelle imperiture circumpolari per sedersi accanto al padre suo che sta nei cieli. Vi si afferma che il re defunto non è destinato all’aldilà occidentale di concezione osiriaca, come tutti gli uomini, ma gli è riservato un più alto e glorioso destino solare ad Oriente.

Luce tra le ombre, Piramidi

COME SI COSTRUIVANO LE PIRAMIDI?

Di Ivo Prezioso

INTRODUZIONE

Terminato il percorso riguardante le sperimentazioni di Burgos e Laroze, che hanno dimostrato come si potessero estrarre blocchi di calcare con relativa facilità anche con gli utensili di cui disponevano gli antichi egizi, i prossimi post saranno dedicati alla costruzione vera e propria di questi straordinari monumenti. Per affrontare un argomento così delicato, utilizzerò essenzialmente informazioni tratte dalla pubblicazione di Franck Monnier, ingegnere, specializzato in architettura egizia, del CNRS, (che gentilmente mi ha concesso il permesso di utilizzarla come fonte) “L’univers fascinant des piramides d’Égypte”, che oltre ad essere estremamente curata, ha il grandissimo pregio di essere aggiornata alla luce delle scoperte e degli studi più recenti.

Tuttavia, prima di entrare nel vivo dell’argomento, e per suggerire una sorta di raccordo con gli esperimenti di estrazione di Wadi el-Jarf, propongo questo relativamente breve filmato (si tratta di poco più di una decina di minuti), estratto dall’interessantissimo documentario “PYRAMIDE, LE GRAND VIRAGE” (Piramide la grande svolta), in cui si fa piazza pulita delle teorie stravaganti o, peggio, francamente menzognere, che da sempre spuntano intorno a questi monumenti ed in particolare (chissà mai perché?), sulla piramide di Khufu (Cheope). Il documentario è in francese, ma ne consiglio caldamente la visione anche perché le immagini, straordinariamente belle, forniscono un valido supporto alla comprensione degli interventi degli specialisti.

Come ben sappiamo la cosiddetta “ricerca alternativa” si prefigge lo scopo di fornire spiegazioni “altre” alle ricostruzioni che la scienza ha faticosamente organizzato (e continua incessantemente in questo lavoro), a partire da documenti originali, evidenze sui luoghi di scavo, studio dei materiali utilizzati ecc. I “ricercatori indipendenti” si muovono invece in direzione completamente opposta. Pensano di aver trovato una soluzione ai dubbi che inevitabilmente persistono, inventandosi una teoria, più o meno credibile (ma talvolta incredibilmente fantasiosa, priva di ogni fondamento e finanche di buonsenso), andando poi a caccia di prove che la sorreggano. “Prove” che quando vengono mostrate si dimostrano facilmente smontabili o nel peggiore dei casi si sono rivelate dei veri e propri falsi realizzati per lo scopo. E’ il caso ad esempio dei geroglifici “scoperti” in Australia, che avrebbero dovuto dimostrare la presenza degli antichi egizi in quel continente (ohibò!!!!), ma che invece furono incisi negli ’70 del secolo scorso, oppure le pietre di Ica in Perù (eh si, perche non solo l’Egitto interessa questi pseudo-scienziati) che recano incisioni che mostrano la co-presenza di uomini e dinosauri (oh!!!!), ma in realtà furono realizzati (facile immaginare su commissione) da un certo Basilio Uschuya e la lista potrebbe continuare fino ad annoiare.

Il documentario in oggetto è stato realizzato da Cyril Barbas e si apre con una frase particolarmente illuminante del sociologo statunitense Alvin Toffler: “Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno né leggere, né scrivere: saranno quelli che non sanno apprendere, disapprendere, riapprendere”.

Gli studiosi che vi intervengono, in ordine di apparizione, e sperando di non averne trascurato alcuno, sono:

Marianne Michel, dottore e docente egittologia

Jan Pierre Adam, archeologo ed architetto presso il CNRS

Alexis Seidoux, storico ed archeologo

Irna Osmanovic, professoressa di storia

Frank Monnier ingegnere del CNRS, specializzato in architettura egizia

Mickael Restoin, artigiano, scalpellino tradizionale.

Proprio all’intervento di quest’ultimo si riferisce l’estratto dal documentario. Ricordate che ci eravamo lasciati con l’esperimento di Burgos e Laroze, che hanno cavato blocchi di calcare utilizzando attrezzi che erano l’esatta replica di quelli degli antichi egizi? Bene questo artigiano che lavora la pietra secondo metodi antichi, dimostra che anche una roccia molto più dura e compatta come il granito poteva essere lavorata con scalpelli di rame (quello utilizzato dagli egizi, veniva reso di circa un 20-30% più resistente con l’aggiunta di arsenico). La dimostrazione viene fatta utilizzando scalpelli moderni, trattati al tungsteno, più tradizionali, forgiati in ferro, ed infine in rame, come quelli utilizzati nell’antichità. Si parte dal calcare, per poi affrontare il granito e a, parte la velocità di esecuzione, si riesce ad aver ragione della pietra in ogni caso. Addirittura, su granito, lo scalpello di rame, con il taglio deteriorato, permette un lavoro di rifinitura molto sottile ancorché lento. E non si ferma qui il nostro artigiano, dimostra perfino come fosse facile, e relativamente poco faticoso, il lavoro di politura del granito semplicemente utilizzando una pietra abrasiva e dell’acqua. Buona visione!

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Qui di seguito il video completo, disponibile su YouTube:

Fonte: PYRAMIDE, LE GRAND VIRAGE https://www.youtube.com/watch?v=zZcNVxu59Vc

I LUOGHI DI APPROVVIGIONAMENTO DEI MATERIALI

Un grande studio, condotto dai geologi Dietrich e Rosemarie Klemm*, ha dimostrato che la maggior parte dei materiali che costituiscono la struttura muraria delle piramidi, proviene essenzialmente da cave locali. La scelta di impiantare un cantiere per la costruzione di questi monumenti era determinata, in primo luogo, dall’esistenza di un giacimento di calcare nelle immediate vicinanze. Ci sono cave che sono ancora chiaramente visibili sulla piana di Giza, a sud est e a nord della piramide di Chefren così come ad Abu Rawash (circa 8 Km. a nord) nei pressi della piramide incompiuta di Redjedef, suo predecessore (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 La grande fossa della piramide di Abu Rawash (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 100)

Per adornare sepolture e templi, i responsabili dei lavori si spinsero ben oltre, fino ad intraprendere lontane spedizioni. Sappiamo, ad esempio, che il calcare fine rivestiva le facce delle piramidi. Un materiale di questo tipo era piuttosto raro e le cave si trovavano in località situate ad una certa distanza dalla sponda opposta del Nilo. Fu così che, a partire dal regno di Snefru si cominciarono a sfruttare i giacimenti di Mokattam, Tura e Maasara, tutti localizzati sulla riva orientale del Nilo presso gli attuali sobborghi meridionali del Cairo. Altrettanto ricercate, a partire dalla fine dell’Antico Regno erano le rocce (calcare, grovacca e granito) presenti nello Wadi Hammamat, nel Deserto Orientale dell’Alto Egitto. Ci sono innumerevoli iscrizioni che conservano il ricordo di gigantesche spedizioni. Enormi blocchi furono estratti e trasportati su slitte per decine di chilometri da squadre composte da centinaia o addirittura migliaia di uomini.

Le pietre più dure, come il granito rosa e la granodiorite, erano estratte dalle grandi cave di Aswan a più di 800 Km. di distanza a sud della regione di Menfi. Inizialmente utilizzato in quantità limitata nella piramide di Djoser, il granito cominciò ad acquisire una considerevole importanza sotto il regno di Cheope, fino ad essere estratto su vasta scala sotto il regno di Chefren. Dei rilievi rinvenuti lungo la via ascensionale di Unas (V Dinastia), illustrano il trasporto per via fluviale (Immagine n. 2) di colonne e cornici monolitiche di granito destinati ad adornare il Tempio Alto.

Immagine n. 2 In questa incisione, che si trova lungo la via ascensionale di Unas, è illustrato Il trasporto per via fluviale, su grosse imbarcazioni, di colonne in granito rosa di Aswan (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 219)

Al Cairo è conservata una stele di Uni (Immagine n. 3), un alto funzionario attivo durante il regno di Merenre (VI Dinastia), che ci informa del carico di elementi architettonici per la piramide del suo sovrano. Da questo testo apprendiamo che la calcite (alabastro egiziano), veniva estratta ad Hatnub, poco a sud-est dell’odierna Tell el-Amarna (laddove, quasi un millennio più tardi, sarebbe sorta Akhetaton, la capitale voluta dal faraone “eretico” Akhenaton). In questa cava una roccia incisa conserva anche un’ iscrizione a nome di Cheope.

Immagine n. 3 Stele che attesta le attività di Uni, un alto funzionario della VI Dinastia (Museo del Cairo CG1435). Ci informa sul carico di elementi architettonici in granito, di un “piramidion” e di un sarcofago in grovacca per la piramide del suo sovrano, Merenre. (© Gaston Maspero, 1890, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 159).

Durante l’Antico Regno il gesso era un materiale indispensabile per la preparazione di malta ed intonaci. Veniva estratto nella località di Umm el Sawwan e nord-est dell’oasi del Fayyum. La posizione privilegiata di queste cave rispetto al sito delle grandi piramidi, induce a credere che sia stata una delle principali risorse all’enorme quantità di malta impiegata: circa 500.000 tonnellate per la sola Grande Piramide.

Lo gneiss fu, invece, utilizzato per modellare le statue del tempio di Chefren. Questa roccia metamorfica, veniva da molto lontano: precisamente dal Gebel el-Asr, in un luogo chiamato, non a caso, “le cave di Chefren” (immagine n. 4-5), in Nubia, nel deserto occidentale, circa 65 Km. a nord-ovest di Abu Simbel. Una stele recante il cartiglio di Cheope attesta lo sfruttamento di questa cava già sotto il suo regno.

Immagine n. 4 Il paesaggio desertico, che caratterizza le cave di Chefren presso Gebel el-Asr (© ph. Tom Heldal)
Immagine n. 5 Esempio di masso di gneiss sagomato per adattarsi alla statua di un faraone seduto, ritrovato nelle cave di Chefren (© Foto e grafica Tom Heldal)

Il basalto, utilizzato per pavimentare i templi funerari, fu probabilmente estratto a nord del Fayyum nella località di Widan el-Faras. Qui, sono presenti, infatti vestigia di una remota via lastricata che collegava questa cava alle antiche rive del lago. (immagine n. 6).

Immagine n. 6 Le cave di basalto di Widan el-Faras (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 219)

Tutti questi materiali da costruzione, non si sarebbero mai potuti cavare e modellare in assenza del rame, indispensabile per la produzione delle migliaia di utensili che dovevano essere messi a disposizione di scalpellini e falegnami. Veniva estratto sicuramente dalle miniere sinaitiche di Serabit el-Khadim nel Wadi Maghara (sfruttate anche per i giacimenti di turchese) e forse pure a Timna nell’odierna Isralele. Numerosi sovrani dell’Antico Regno fecero incidere il proprio nome sulle rocce del wadi, commemorando le azioni punitive intraprese nei confronti dei Beduini che minacciavano di continuo le attività egiziane nella regione. Considerata la fondamentale importanza strategica e produttiva delle miniere, ben si comprende perché gli egizi avevano eretto delle postazioni fortificate nei pressi della piana costiera di el-Marka, di fronte al porto di Wadi el-Jarf, situato sulla riva opposta del Mar Rosso. Quel porto assicurava l’interscambio dei prodotti importati verso la regione di Menfi, attraverso il Wadi Araba, ed il Medio Egitto.

Un altro materiale di cui c’era bisogno ed in quantità ingenti era il legno. Si utilizzavano essenze locali, come legno di palma o sicomoro per rinforzare le rampe e le vie di trasporto, ma anche acacia, palma Dum e Ziziphus, per costruire imbarcazioni destinate al trasporto dei materiali da un capo all’altro dell’Egitto. Grande importanza rivestivano le essenze esotiche, come l’abete della Cilicia e soprattutto il cedro, importati dalle estese conifere presenti presso i confini del Libano, particolarmente adatte per la realizzazione di grandi strutture intelaiate e leveraggi di manovra. In particolare, il cedro era molto ricercato per assemblare le imbarcazioni reali. Dagli annali incisi sulla Pietra di Palermo siamo informati che durante l’anno precedente il settimo censimento del re Snefru, fu acquistato il legname necessario alla costruzione di due imbarcazioni lunghe 100 cubiti (52,40 metri) e in un altro punto è menzionato il rientro di quaranta natanti carichi di conifere.

Appare evidente che lo sforzo maggiore era concentrato sullo sfruttamento dei giacimenti locali, ma altrettanto chiaro risalta che l’allestimento di un enorme cantiere necessitava di materiali che gli antichi non esitarono a procurarsi dalle più lontane località del Regno, e persino oltre confine, attraverso una fitta rete di scambi commerciali (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 La cartina mostra le località da cui provenivano i materiali destinati al cantiere di una grande piramide. Gli antichi egizi non esitavano a spingersi nelle contrade più lontane del paese ed anche oltre confine. (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 218)

Fonte: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 218÷220

* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm autori di uno studio pubblicato in tedesco nel 1993 con il titolo “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten” (Pietre e cave nell’Antico Egitto). Hanno donato al British Museum una collezione di campioni di roccia provenienti da siti e cave sparsi in tutto l’Egitto, nonché da monumenti egiziani.

TAGLIO E SAGOMATURA DEI MATERIALI

Gli egizi misero a punto diverse tecniche per estrarre le pietre, tagliarle e modellarle, talvolta con precisione millimetrica. Le numerose tracce lasciate da cavatori e scalpellini hanno permesso di comprendere in larga misura i procedimenti adottati nell’antichità. Solo una profonda ignoranza dell’argomento spinge ancora molti ricercatori “alternativi” ad attribuire agli antichi costruttori metodi anacronistici o peggio fantasiosi. Una delle teorie che ha avuto maggior risonanza mediatica è quella che ipotizza che avessero inventato una tecnica di ricostituzione della pietra, come, ad esempio, nella realizzazione del calcestruzzo moderno. Il suo autore, Joseph Davidovits, parte dal concetto (o meglio preconcetto) che fosse impossibile, con gli attrezzi dell’epoca, scolpire vasi e statue in materiali così duri come il granito o lo gneiss. La sua idea di una pietra “ri-agglomerata” sarebbe, secondo lui, del tutto adeguata a fornire una spiegazione alla statuaria colossale e alla costruzione delle piramidi. Si risolverebbe così anche il problema legato al trasporto dei blocchi più pesanti dal momento che non bisognava fare altro che “fabbricarli” sul luogo prescelto. Per dare credito ad un simile assunto, bisogna completamente ignorare sia le testimonianze che ci hanno lasciato gli stessi egizi, sia le tracce rinvenute dagli archeologi. Non solo, infatti esistono numerose relazioni dell’epoca che descrivono l’origine e il trasporto dei blocchi, ma in tutto il Paese sono presenti innumerevoli cave, segni di taglio, resti di utensili e persino evidenze delle tacche realizzate nelle rocce per potervi inserire delle leve. Invece, non sono mai stati rinvenuti getti di “calcestruzzo”, né resti di cassaforma, né di qualunque altra cosa che possa ricondurre ad una simile idea. Oltretutto, la teoria presenta una grande incongruenza: i suoi estimatori, ammettono, infatti, che gli Egizi erano capaci di procurarsi milioni di tonnellate di roccia ridotta in polvere nell’intento di ricostituirla attraverso un procedimento simile a quello del calcestruzzo. Con quali mezzi non è dato sapere, e ancor più, quando parliamo di pietre dure, se non potevano estrarle, figuriamoci triturarle! Di conseguenza, si trovano nella condizione in cui devono indirettamente ammettere che gli Egizi potevano intervenire efficacemente su qualunque tipo di roccia, mentre l’assunto iniziale é esattamente il contrario. In pratica, diventa valido proprio il punto che intendono correggere. Senza contare, a parer mio, l’inconfrontabile maggiore richiesta di tempo che avrebbe richiesto l’impiego di una simile tecnica (a meno di non utilizzare la dinamite!).

Le evidenze archeologiche, in realtà, ci raccontano tutt’altro. Nel corso degli scavi sono stati riportati alla luce innumerevoli utensili collegabili alla lavorazione della pietra (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Il campionario dei principali attrezzi utilizzati dai lavoratori egizi. Partendo da sinistra in alto: scalpello in rame, stampo per mattoni crudi, mazzuoli, zappa, pietra abrasiva per lucidare, pietra (solitamente dolerite) per aggredire, percuotendole, le rocce più dure, ascia di pietra, corda, archipendolo.
(© Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 220)

Sappiamo che a partire dal Medio Regno cominciarono ad essere diffusi attrezzi in bronzo, ma l’utilizzo di quelli in rame, per intervenire sulle pietre più tenere (gres e calcare) rimase comunque prevalente per tutta la durata dell’epoca faraonica. Le rocce più dure (granito, grano diorite, quarzite, ecc.), non potendo essere aggredite da strumenti di rame, obbligarono ad adottare altri mezzi. L’accessorio più ricorrente era un percussore di pietra (solitamente di dolerite), di forma sferica oppure ovoidale di cui sono stati ritrovati diversi esemplari sparsi al suolo nelle antiche cave di granito rosa di Assuan, ma anche negli scavi nei pressi delle piramidi di Djoser e di Giza e curiosamente in uno dei canali “di aerazione” della Piramide di Cheope.

Alcune scene della tomba di Rekhmira (Gourna, Tebe ovest, XVIII Dinastia) illustrano il loro utilizzo su delle sfingi in calcare e su colossali statue di granito. Alcuni di questi utensili avevano la forma di un pestello con delle anse laterali per impugnarli meglio. Il loro peso poteva variare da qualche chilo a diverse decine di chili. (Immagini nn. 2 e n. 3) .

Immagine n. 2 Taglio e finitura di blocchi di calcare da costruzione. Tomba di Rehhmira, XVIII Dinastia (© dis. Ippolito Rosellini 1834, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 220)
Immagine n. 3 Finitura di una statua in granito rosa. Tomba di Rehhmira, XVIII Dinastia (© dis. ÉmilePrisse d’Avennes, 1878, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 221)

I lavori di Somers Clarke e Reginald Engelbach, hanno chiarito il ruolo avuto da questi strumenti sull’obelisco incompiuto di Aswan (Nuovo Regno, XVIII Dinastia) (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 L’obelisco incompiuto di Aswan. Sono perfettamente visibili i segni lasciati dalla percussione con sfere di dolerite (© ph. James E. Harrel, Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 221)

Benché quest’opera sia posteriore di circa un millennio alle grandi piramidi, ciò nondimeno il metodo di estrazione costituisce una perfetta immagine delle capacità degli egiziani dell’Antico Regno. Sappiamo infatti che grandi obelischi furono già eretti durante quell’epoca. Lo attesta un’iscrizione di Sabni (VI Dinastia, tomba di Qubbet el-Hawa nei pressi di Aswan) (Immagine n. 5): “La Maestà del mio Signore, mi ha inviato a costruire due imbarcazioni nel Paese di Uauaut (regione della Bassa Nubia) per trasportare verso Nord, a Heliopolis, due obelischi” (trad. Alessandro Roccati).

Immagine n. 5 Stipite destro dell’ingresso della tomba di Sabni I (QH 26). La pavimentazione originale era ancora sotto un sottile strato di sabbia. Scavi Schiaparelli. Lastra di vetro negativo/bromuro d’argento Anno: 1914 (©Archivio fotografico del Museo Egizio di Torino http://archiviofotografico.museoegizio.it/…/tomb-qh…/…)

La percussione non era limitata soltanto all’estrazione nelle cave poiché, generalmente, gli elementi da impiegare nella costruzione arrivavano ai cantieri, in attesa di essere rifiniti, solo rozzamente squadrati e con sporgenze agli spigoli.

Sottilissimi tagli longitudinali lasciati su blocchi e statue sembrano, a prima vista, testimoniare l’utilizzo di seghe, ma gli unici strumenti a disposizione degli Antichi Egizi, anche se dentati, non erano in grado di tagliare in questo modo le pietre più dure. Anche vasi scolpiti nei materiali più disparati durante il periodo predinastico ed arcaico, presentano segni di questo tipo. Le migliaia di vasi rinvenuti in una delle gallerie della piramide di Djoser testimoniano di un’abilità e di una tecnica sbalorditiva di cui erano in possesso gli artigiani al servizio del sovrano e della sua corte. Il mistero che circondava il metodo di scultura impiegato ha potuto essere svelato grazie allo studio di alcuni esemplari la cui esecuzione non fu completata. La sagomatura e la lucidatura esterna venivano realizzate per mezzo di lame, schegge di selce e pietre abrasive. Lo scavo della parte interna ha lasciato, a volte, un vuoto di forma cilindrica e delle pareti sottilmente rigate. Siccome nei campioni esaminati questa operazione era stata interrotta, si è potuto capire che il taglio fu eseguito con una sorta di sega tubolare per poi staccare ed estrarre il nucleo ancora saldato al fondo. La tecnica prevedeva sicuramente l’associazione di una sabbia abrasiva. L’attrito esercitato dal rame in movimento sulla pietra ricoperta di sabbia faceva si che l’attrezzo si comportasse come un trapano cilindrico, consumando gradualmente la superficie di contatto.(Immagine n. 6-7).

Immagine n. 6 Ricostruzione, attraverso l’archeologia sperimentale, della fresatura del granito rosa (Alexander Sokolov [Antropogenez.ru Project], Nikolai Vasiutin, Oleg Kruglyakov, Valeriy Ivanovitch Androsov). (© ph. Valeriy I.Androsov [Senmuth], Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 222). АНТРОПОГЕНЕЗ.РУ è il più grande portale scientifico ed educativo russo dedicato all’evoluzione umana. Il progetto è iniziato nel 2010 su iniziativa del giornalista scientifico Alexander Sokolov e dell’antropologo Stanislav Drobyshevsky.

Immagine n. 7 Risultato dello sfregamento continuo di un tubo di rame sul granito (© ph. Valeriy I.Androsov [Senmuth], Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p. 222

Questa tecnica, che esigeva un enorme impiego di tempo, (come l’utilizzo dei percussori in pietra, del resto), spiega perfettamente la presenza delle sottili striature di cui sopra.

Per tagliare i blocchi, invece, è probabile che venisse impiegata una lunga lama in rame che grazie al ripetuto movimento di va e vieni, e con l’aiuto di una sabbia abrasiva, produceva lo stesso risultato. Si poteva così separarli in due parti, molto più rapidamente che con l’uso dei percussori in pietra. Questo procedimento, ovviamente, poteva essere attuato solo in presenza di blocchi già completamente liberati dalla roccia, ma il vantaggio era duplice: non solo la quantità di materiale perduto durante il taglio era incomparabilmente minore rispetto a quello provocato dalla percussione, ma una volta segati, gli elementi risultanti potevano essere riposizionati fianco a fianco nell’edificio senza ulteriori interventi, in quanto perfettamente combacianti.

Il ricercatore Denys A. Stocks ha stimato che il taglio, lo scavo e la finitura del sarcofago di Cheope dovette richiedere almeno 28.000 ore di lavoro e cioè pressappoco due anni considerando tre artigiani impegnati nel compito per 12 ore al giorno. Una rotazione di più squadre occupate giorno e notte poteva ridurre la durata di un anno. Queste stime si riferiscono al trattamento delle pietre più dure e ne consegue che l’impiego di un certo numero di lavoratori nel trattamento di un blocco di granito doveva avere costi considerevoli, anche in termini di tempo e di materiali. I blocchi di finitura dimostrano che gli Egizi ottimizzavano le procedure in maniera estremamente razionale: al fine di portare a compimento i grandiosi progetti che venivano loro affidati si limitavano a realizzare il minimo indispensabile. Le coperture di granito o basalto venivano poste in opera soltanto sulle parti a vista (giunzioni e facciate), per cui si preferiva adattare e rifilare i blocchi calcarei contro i quali venivano disposti, dopo aver riempito, se necessario, gli interstizi più ampi con malta e frammenti di calcare.

Fonte: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 220÷223

IL TRASPORTO DEI MATERIALI PER VIA FLUVIALE

Il trasporto di elementi di modeste dimensioni, non costituiva certo un problema: mattoni e piccole pietre si potevano agevolmente trasferire a forza di braccia o in spalla oppure su barelle; ne abbiamo numerose testimonianze nelle raffigurazioni di scene della vita quotidiana degli antichi egizi. Quando non si ricorreva alle vie navigabili, per gli spostamenti su lunghe distanze si utilizzavano animali da soma, in particolare asini. Il problema si poneva con i blocchi di grandi dimensioni, il cui peso poteva variare da qualche tonnellata a diverse centinaia di tonnellate. Per alcuni di questi elementi, inoltre, bisognava affrontare i rischi e gli oneri di una lunga traversata del paese. Il tragitto, in questi casi, veniva coperto per via fluviale, approfittando della corrente del Nilo viaggiando da sud a nord, mentre per la risalita si sfruttavano le vele gonfiate dai venti favorevoli. Viaggi e trasporti, rappresentati nell’iconografia egizia, sono nella stragrande maggioranza associati alle vie navigabili delle quali il Nilo costituiva, ovviamente l’arteria nevralgica. Le acque di questa rete di comunicazione dovevano sicuramente essere solcate da una miriade di imbarcazioni stipate di calcare fine di Tura oppure di granito rosa prelevato dalle lontane cave di Aswan. Purtroppo, ci sono pervenute solo poche testimonianze figurative su questi tipi di convogli; i più espliciti, tra quelli rapportabili al contesto costruttivo delle piramidi, sono quelli rinvenuti su alcuni blocchi incisi della via processionale di Unis, ultimo sovrano della V Dinastia, a Saqqara. (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Vestigia della via processionale del complesso funerario di Unis. Questa grande strada rialzata, che un tempo collegava il tempio superiore e il tempio d’accoglienza, lunga ben 720 metri, è senz’altro l’elemento architettonico più impressionante di questo contesto. Scavata e studiata da Audran Labrousse e Ahmed Moussa, ha rivelato numerosi frammenti di rilievi, piccoli resti di un sontuoso ciclo decorativo relativo alle grandi attività del regno. Tra questi vi è una scena che descrive il trasporto su battelli di cornici a spiovente e colonne palmiformi in granito per il complesso della piramide. Alcune di queste colonne possono oggi essere ammirate presso i Musei del Cairo, del Louvre e a Londra. Le iscrizione ci informano che provenivano da Elefantina, cioè dalle cave di granito rosa di Aswan. <<Ritorno da Elefantina carico di granito, le cornici destinate alla piramide “perfetti sono i luoghi del figlio di Ra Unis>>, <<Ritorno da Elefantina carico di granito, le colonne destinate alla piramide “perfetti sono i luoghi del figlio di Ra Unis>>. Su un altro blocco si legge <<Arrivo delle barche-Satj provenienti da Elefantina , cariche di colonne [in granito] di 20 cubiti>> (Trad. Franck Monnier>> (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, pp. 146-147) 

Altrove, a Giza, La mastaba di Senedjemib-Inti, visir e responsabile di tutti lavori reali di Djedkara-Isesi (padre e predecessore di Unis) contiene dei rilievi che descrivono un battello su cui e caricato un sarcofago ed il suo coperchio. Il testo che l’accompagna ci informa che suo figlio Senedjemib-Mehi, ottenne dal suo re il privilegio per suo padre di essere inumato in un sarcofago in calcare fine di Tura (Immagini nn. 2-3).

Immagine n. 2 Le tombe di Senedjemib-Inti a sinistra e Senedjemib-Mehi a destra (© Courtesy of the Giza Mastabas Project, ph. Bradford Embrott. Edwards Brovarsky in Annales du Services des Antiquité de l’ Égypte, 2000-2001)
Immagine n. 3 Scena del trasporto di un sarcofago monolitico in calcare di Tura per Senedjemib-Inti (immagine reperita sul Web, autore non trovato).

Anche grazie alla biografia di Uni (Weni), come abbiamo visto, veniamo a sapere dettagli sul numero di imbarcazioni e dei canali che fece scavare per trasportare elementi in granito di Assuan. La costruzione di tre imbarcazioni lunghe circa 42 metri, di una grande zattera lunga 31 metri e larga 16, così come di altri natanti per l’assistenza, lascia ben comprendere quanto potessero essere imponenti queste spedizioni e quanto evidenziassero, la determinazione e lo spirito che le videro navigare cerimoniosamente verso nord.

E’ posteriore di diversi secoli la scena che ci narra del trasporto di due grandiosi obelischi di granito fatta incidere da Hatshepsut, il faraone donna della XVIII Dinastia, nel tempio di Deir el-Bahari: rappresenta una gigantesca chiatta trainata da una flotta di barche rimorchiatrici. Resta, al momento, l’illustrazione più clamorosa di questi tipi di convogli. La lunghezza dell’imbarcazione principale è stata stimata di circa 80 metri e gli obelischi trasportati, in ragione dei loro 28 metri di altezza, sono tra i più grandi mai eretti (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Scena del trasporto di due grandi obelischi rappresentata nel tempio di Hatshepsut(XVIII Dinastia) a Deir el-Bahari. (©Édouard Naville, 1908. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.226)

Sempre restando nel Nuovo Regno, l’architetto Ineni ci ha lasciato testimonianza della costruzione di una singola chiatta lunga 63 metri e larga 21, per il trasporto di una coppia di obelischi per il suo faraone Tuthmosi I. Quello superstite, ancora presente nel tempio di Karnak dimostra che erano alti 20 metri ciascuno per un peso totale di 260 tonnellate. Purtroppo, non ci è pervenuto alcun documento che ci permetta di risalire ai procedimento di imbarco e sbarco dei materiali. Esiste una splendida scena incisa che descrive il carico di enormi stele presso le cave del djebel el-Silsila (Immagine n. 5) destinate al Ramasseum, ma sfortunatamente non fornisce alcun dettaglio tecnico.

Immagine n. 5 Stele di Hapy (regno di Ramses II, XIX Dinastia) presso djebel es-Silsila (©Philippe Martinez/Mission Archéologique Française de Thèbes-Ouest-CNRS. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.226)

Volendo prestar fede alle parole di Plinio il Vecchio (che, ricordiamolo, sono posteriori di circa 1.300 anni), gli elementi più voluminosi venivano caricati su chiatte dislocate in un canale previsto appositamente per questo tipo di operazioni. Molto probabilmente lo scavo dei canali di cui ci informa Uni (Weni) nella sua biografia, può avere un legame con questa procedura. Ad ogni modo, è solo la documentazione più tarda del Nuovo Regno ad offrirci elementi di informazione in merito alla gestione del trasporto dei blocchi per via fluviale.

Una serie di ostraca ci ragguaglia sul numero di imbarcazioni necessarie per la consegna di pietre destinate al cantiere del Ramasseum, il “Tempio di Milioni di Anni” di Ramses II. Vi è descritto il carico di un numero determinato di blocchi, con le loro precise dimensioni, distribuito minuziosamente sui natanti ognuno dei quali guidato dal suo capitano. Queste flotte erano composte da una decina di natanti la cui capacità media di carico è stata stimata in circa 15 tonnellate (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 Ostraca che descrive il carico di blocchi destinati al cantiere del Ramasseum((©dis. Wilhelm Spiegelberg, 1898. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.227)

Questa gestione così rigorosa doveva essere sicuramente un’eco dello spirito logistico e amministrativo che animava i gloriosi antenati dell’Antico Regno.

Fonti: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 223÷227

IL TRASPORTO DEI MATERIALI PER VIA TERRESTRE

Il trasporto per via terrestre era, invece, molto più problematico. Dopo l’imbarco e lo scarico dei materiali bisognava spostarli a forza di braccia, grazie all’aiuto di funi e slitte in grado di sopportare gli enormi carichi, e progettare piste praticabili nelle cave e nelle zone desertiche. Ci è pervenuta una rappresentazione esplicita di traino di un blocco di pietra adagiato su una slitta, impegnando forza animale. E’ incisa sulla stele del responsabile dei lavori Neferperet (attivo durante il regno di Ahmose, XVIII Dinastia), rinvenuta presso le cave di calcare fine di Maasara e rappresenta tre coppie di bovini che trascinano un grosso blocco di calcare fissato su una slitta (Immagine n. 1).

Immagine n. 1. Scena di traino di un blocco da costruzione illustrata sulla stele di Neferperet a Maasara (Museo del Cairo, JE 62949: regno di Ahmose, XVIII Dinastia) (©Karl Richard Lepsius 1849-1859. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.227

L’iscrizione recita:

[…] Anno di regno 22 sotto la Maestà del re dell’Alto e del Basso Egitto (Ahmose) dotato di vita. Aprire nuovamente le cave. Estrarre il bel calcare di Anu per il suo tempio di milioni di anni[…]. E’ grazie ai buoi riportati […] che si traineranno i [blocchi di] pietra attraverso il paese dei Fenekhu* (Traduz. di Michel Dessoudeix)”.

Questo tipo di documento non è unico, giacché una simile scena di trazione animale, è presente, in un contesto funerario, nella mastaba di Hetepherakhti (V Dinastia). Si sa anche di una spedizione, inviata da Sesostri I in Nubia per estrarre pietre, che aveva al suo seguito mille asini! Più tardi, durante il Nuovo Regno, i faraoni lanciarono delle spedizioni militari verso il Medio Oriente. La stele di djebel Barkal eretta da Thutmosi III riporta che alberi e imbarcazioni venivano caricati su possenti carri trainati da buoi per raggiungere la costa. Sebbene provenienti da contesti diversi queste testimonianze sono di grande interesse e dimostrano, anche se non siamo assolutamente in grado di valutarne la frequenza, che gli animali potevano sostituire l’uomo in determinate circostanze: probabilmente più spesso di quanto le rare documentazioni, attualmente disponibili, facciano supporre.

Il trasporto di carichi pesanti fissati su slitte sembra essere stato la norma, ma non siamo in possesso di alcuna documentazione che ci informi sulle modalità di sollevamento di un blocco su un qualsivoglia veicolo. Sappiamo che l’uso della ruota è attestato già a partire dalla IV o V Dinastia in relazione con la realizzazione di una torre d’assedio (Immagine n. 2); tuttavia non v’è alcuna prova che sia stata impiegata per il trasporto di materiali da costruzione.

Immagine n. 2 Torre d’assedio rappresentata nella tomba di Kaemheset a Saqqara (V Dinastia), in cui alla base della scala è chiaramente visibile l’utilizzo di ruote(©James Edward Quibell, 1927. Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

D’altra parte, il suolo egiziano, pietroso e sabbioso, si prestava davvero poco ad un suo utilizzo. Qualunque sia stato l’oggetto da spostare (colonna, cornice, sarcofago, ecc.) rimaneva saldamente fissato alle sue slitte, finché non raggiungeva la destinazione finale, anche durante il suo tragitto fluviale a bordo delle imbarcazioni.

Il traino avveniva generalmente grazie alla forza delle braccia, il cui numero dipendeva strettamente dalla massa del carico. Il problema matematico del papiro Anastasi I **, richiama un simile calcolo inteso a determinare il numero di operai necessari a trasportare un immenso obelisco. Sfortunatamente, il documento non ci mostra la soluzione, per cui ignoriamo il coefficiente di proporzionalità che veniva applicato in una situazione del genere. L’egittologo Simon Delvaux ha recentemente dimostrato che le rappresentazioni e i testi a noi noti suggeriscono che adottassero, generalmente, un rapporto di circa 350 Kg. per lavoratore. Ha potuto, inoltre, stabilire che il limo della valle del Nilo, una volta bagnato, diminuiva sensibilmente l’attrito tra le slitte e il suolo (Immagine n. 3). Ovviamente, non bisognava procedere su un terreno eccessivamente intriso, altrimenti si correvano grossi rischi di impantanamento.

Immagine n. 3 Slitta scoperta nel complesso di Sesostri III a Dashur (Museo del Cairo © Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Dal Medio Regno, il sito fortificato di Mirgissa (nell’odierno Sudan) disponeva di una simile via di scorrimento; essa permetteva ai natanti di evitare una traversata estremamente pericolosa della seconda cataratta. Lunga in origine 2 Km. e larga almeno 4 metri, questa pista, prima di essere inghiottita dalle acque del lago Nasser, aveva rivelato vestigia il cui studio ha permesso di confermare la tecnica di cui sopra. Era stata rinforzata con l’impiego di molteplici tronchi disposti trasversalmente, annegati nel limo e affioranti in superficie. I segni più o meno profondi che solcano il limo indurito lasciano supporre l’uso di pattini in legno il cui scartamento variava da 1,20 m. a 1,70 m. Si calcolò che queste vie di scorrimento potessero sopportare, in quelle condizioni, carichi di 9 tonnellate.

Alcune vie di trasporto sono state rilevate anche presso i cantieri delle piramidi di Sesostri II a el-Lahun (Immagini n. 4-5) e di Sesostri I e Amenemhat I a Lisht, tutte risalenti alla XII Dinastia, ma, in generale, le evidenze di quelle relative all’Antico Regno restano poco documentate a causa di una carenza di investigazioni accurate.

Immagine n. 4 Vestigia di una via di trasporto presso il complesso di Sesostri II a el-Lahun (©Flinders Petrie, 1923 Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)
Immagine n. 5 Ancora vestigia della via di trasporto presso il complesso di Sesostri II a el-Lahun (©Flinders Petrie, 1923 Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Se ne hanno testimonianze ad Abusir nelle vicinanze della Piramide Rossa di Dashur, presso la mastaba el-Faraoun a Saqqara e, in misura maggiore, all’inizio delle cave di Hatnub, Aswan, djebel el-Asr e soprattutto a Widan el-Faras (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 vestigia di una via di trasporto che collegava anticamente le cave di basalto di Widan el-Faras con il lago Qarun (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Altri percorsi sono più simili a rampe. Ne sono stati scoperti di recente nei pressi dell’angolo sud-occidentale della piramide di Cheope; una di queste è lunga e larga 4 metri. La sezione superstite si compone di due muri paralleli; lo spazio tra di essi era stato riempito con macerie. Una strada dello stesso tipo, ma più lunga, con muri di contenimento realizzati con calcinacci legati a malta e distanziati di 5,70 metri l’uno dall’altro, è stata scoperta a sud-est della piramide. Aveva origine a ovest della Sfinge ed era utilizzata per rifornire di materiali il campo delle mastabe orientali. Nei riempimenti intermedi furono scoperti due sigilli di Cheope. Resti di un’altra rampa si trovano ad ovest della piramide di Cheope a ridosso del muro megalitico che separa il suo complesso da quello di Chefren. Essa presenta l’interessante caratteristica di essere direttamente collegata a blocchi di grandi dimensioni, dimostrando che questo doveva essere il metodo con cui gli elementi della costruzione furono sollevati, indipendentemente dalla loro massa (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 Resti di una rampa di costruzione nella necropoli occidentale del complesso di Cheope a Giza. (©Franck Monnier “L’Univers fascinant des Piramydes d’ Égypte”, p.228)

Ignoriamo completamente come potesse essere il rivestimento superficiale che veniva utilizzato per lo scivolamento. La ridotta larghezza di queste strutture deve aver costretto i progettisti a tenersi lontani dal limo, altrimenti la carreggiata sarebbe stata rapidamente resa impraticabile dal calpestio degli operai.

E’ più probabile che venissero installate delle rotaie in legno incorporate nella pavimentazione che, una volta bagnata, opponeva minore resistenza all’avanzamento delle slitte. Questi dispositivi sono attestati, per il regno di Cheope, a Wadi el-Jarf, dove alcune gallerie-deposito, erano dotate di un simile scivolo per assicurare il posizionamento dei blocchi di chiusura.

* Con il termine Fenekhu, già dall’Antico Regno si indicavano i carpentieri del boscoso Libano, anche se in seguito passò a designare in maniera meno precisa le varie regioni costiere dell’Asia. In epoca tolemaica il geroglifico “Fenekhu”corrisponde al greco Phoiniké (Fonte Edda Bresciani “ Lo Straniero” tratto da “L’uomo egiziano” a cura di S. Donadoni, Ed. Laterza.

** Il Papiro Anastasi I, è un testo letterario scritto da uno scriba di nome Hori e indirizzata a uno scriba di nome Amenemope. Un segmento del documento descrive diversi problemi matematici.

Fonti: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 223÷227

Edda Bresciani “Lo Straniero” da “L’uomo egiziano” a cura di S. Donadoni, Ed. Laterza pp.247-

IL COLOSSO DI DJEHUTYHOTEP

Parte prima: introduzione.

Numerose civiltà e società antiche coltivarono un’arte legata al megalitismo; tuttavia, le testimonianze che ci hanno lasciato, riguardo alle tecniche utilizzate per spostare carichi molto voluminosi, sono estremamente rare. Tra queste documentazioni, per lo più molto frammentarie, c’è la famosa scena del traino di un colosso dipinta su una parete della tomba di Djehutyhotep, che è stata riprodotta e commentata innumerevoli volte, ma i cui disegni esistenti risalgono tutti al XIX secolo e nessuno di essi offre una riproduzione accurata dei colori originali.* L’obiettivo dell’articolo (Franck Monnier, JAEA 4, 2020), cui faccio riferimento in questa serie di post, è innanzitutto quello di proporre per la prima volta una restituzione completa dell’affresco.** Il lavoro dell’autore, non ha la pretesa di essere definitivo dal momento che una missione epigrafica è attualmente in corso presso l’Università di Lovanio nell’ambito del Progetto Dayr al-Barshā. Questo programma rivelerà sicuramente molti altri dettagli, in particolare sullo stile e sulla resa dei geroglifici e porterà a un disegno dal tratto perfettamente fedele che potrà rendere giustizia alla straordinaria qualità di quest’opera.

Intanto, il magnifico dipinto rinvenuto nella tomba di Djehutyhotep, un governatore vissuto nel Medio Regno durante la XII Dinastia, costituisce una testimonianza veramente unica di come avveniva il trasporto per via terrestre di elementi di enormi dimensioni. Ci fornisce preziose informazioni non solo sulle tecniche di trascinamento su slitta della sua colossale statua, ma anche sulla massa che veniva trasportata e sul numero di individui assegnati a questo compito. E’ fuor di dubbio che le tecniche di trasporto illustrate furono utilizzate anche con i monoliti impiegati nei complessi piramidali dell’Antico Regno.

L’affresco in questione si trova nella cappella situata sotto la tomba di questo “nomarca”, vissuto sotto i regni di Amenenhat II, Sesostri II e Sesostri III che fu scoperta sul finire del XIX secolo a Deir El Barsha, nel Medio Egitto (Immagine n. 1). Immortala il trasporto di una statua colossale con le fattezze del proprietario: un privilegio che si era guadagnato per meriti presso il suo sovrano, quasi sicuramente Sesostri III, l’ultimo sotto il quale svolse il suo ruolo di governatore. La rappresentazione è la più dettagliata, fra quelle di questo tipo, di tutto il repertorio iconografico egizio (almeno sino ad oggi noto) ed inoltre è accompagnata da testi descrittivi che ci offrono preziose informazioni sulle tecniche e la manodopera impiegate in questo tipo di operazioni.

Immagine n. 1: Entrata della cappella e della tomba di Djehutyhotep (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.56 ©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Bisogna dire che le decorazioni della cappella hanno subito gravi danneggiamenti dopo la scoperta. Alcuni frammenti importanti sono stati deturpati, altri si sono sbriciolati a seguito di un terremoto. Tutti questi eventi si sono verificati prima che lo stato del sito fosse documentato dall’egittologo Percy E.Newberry***. Fortunatamente, i rilievi di quest’ultimo potettero beneficiare dell’esistenza di una fotografia amatoriale, scattata poco prima dei danneggiamenti, da un certo maggiore Hanbury Brown.

L’affresco si presenta oggi molto incompleto e il testo che accompagna il trasporto del monolite quasi completamente distrutto (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Scena del trasporto del colosso nella Cappella di Djehutyhotep come appare oggi dopo i danneggiamenti subiti. (F. Monnier, “La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.57 ©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Sulla base dei documenti esistenti, e stato possibile ricostituire il dipinto (Immagine nn. 3). 

Immagine n. 3 Scena ricostruita della trazione del colosso di Djehutyhotep (Beni Hassan XII Dinastia. ©Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228)

Eccezionale poi appare, la ricostruzione tridimensionale in un disegno dell’egittologo francese Franck Monnier che chiarisce in maniera intuitiva e anche fortemente suggestiva la scena descritta (Immagine n. 4)

Immagine n. 4 Ricostruzione del trasporto del colosso di Djehutihotep mentre sta per arrivare alla sua destinazione (disegno dell’autore realizzato sulla base di un modello elaborato da Reginald Engelbach. ©Franck Monnier, JAEA 4, 2020 p.70; Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 229)

La scena si svolge nella 15.a provincia dell’Alto Egitto (il “nomo” della Lepre), una decina di chilometri a sud-est della collina della moderna città di El-Ashmunein, l’antica Hermopolis Magna. Il prezioso carico, montato su una slitta, è trainato da un corpo di 172 giovani assoldati, provenienti da tutta la regione e riuniti per l’occasione. Il dipinto li rappresenta divisi in otto file parallele di 43 individui in quattro registri sovrapposti. Nel registro più alto sono raffigurati giovani che corrono agitando steli di palma: l’artista ha voluto enfatizzare la dinamica del popolo festante che esprime il proprio entusiasmo per il maestoso carico e il suo imponente convoglio.

Un “cantante”, in piedi sulle ginocchia della statua, batte le mani scandendo il ritmo per coordinare i movimenti dei partecipanti e garantire una velocità costante.

Nel registro inferiore, sotto la statua, si trovano due gruppi di tre servitori. Il primo gruppo trasporta due brocche d’acqua grazie all’utilizzo di un bilanciere. Quello successivo porta sulle spalle una pesante tavola con la parte superiore rozzamente intagliata.

L’ interpretazione dei testi che accompagnano il dipinto, che è stato possibile ricostruire ed analizzare pressoché integralmente grazie alla foto amatoriale cui si è fatto cenno in precedenza, ha fornito materiale prezioso per la comprensione delle tecniche utilizzate dagli Antichi Egizi.

Parte seconda: Ricostruzione delle tecniche di trasporto

Dietro la statua è menzionato il responsabile delle operazioni. Si tratta dello scriba Sepi, figlio di Khetiankh. Anche un intendente, che risponde al nome di Neheri, ha avuto il privilegio di essere ricordato: evidentemente, dovette svolgere un ruolo importante durante l’esecuzione del progetto.

La statua è descritta come alta 13 cubiti, vale a dire circa 6,80 metri. Djehutyhotep è raffigurato seduto su un seggio con schienale e zampe di leone ed è specificato che la scultura è realizzata con “pietra di Hatnub”, cioè di travertino*. Il tutto è saldamente imbrigliato con una corda e montato su una slitta con pattini ricurvi nella parte anteriore e smussati in quella posteriore.

Il tracciato (caratteristiche, percorso e destinazione)

È scritto che il tavolato raffigurato sotto la slitta (definito come “pezzi di legno per il percorso di trasporto“) era destinato a essere collocato sul sentiero appositamente preparato, ma mancano i dettagli per definirne l’uso preciso (potrebbe trattarsi di traversini, cunei di bloccaggio, elementi dentati antiscivolamento oppure di leveraggi ?). Tutte queste ipotesi sono state avanzate a causa della mancanza di dettagli e, va precisato, senza molte prove. I numerosi percorsi e le rampe dotate di traversini finora scoperti, fanno ragionevolmente propendere, per la realizzazione di un’apposita pista su cui far scorrere la slitta**. Considerato che il convoglio aveva alcune decine di chilometri da percorrere, è impensabile che la strada fosse dotata di tali componenti per tutta la sua lunghezza. Era necessario, quindi, un graduale smantellamento e riposizionamento in avanti dei vari elementi. Alcuni bassorilievi assiri illustrano bene questa tecnica, che consisteva nel montare e smontare il tracciato per il trasporto di una statua colossale (Immagini nn. 1-2).

Immagine n. 1 Bassorilievo assiro che illustra il trasporto di un toro alato per mezzo di una slitta che scorre su una pista ricoperta di tavole (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.63 © da Layard, 1853).
Immagine n. 2 Bassorilievo assiro che illustra il trasporto di un toro alato in posizione verticale (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.63 © da Layard, 1853).

Inutile rimarcare che i due gruppi di tre individui non possono essere considerati come effettivamente rappresentativi del loro numero. “Tre”, infatti, nell’iconografia e nella scrittura egizia, sottintende il plurale e lo scriba incaricato di sovrintendere alla decorazione ha semplicemente utilizzato questa convenzione per sfruttare lo spazio disponibile. Questo artista, “scriba delle forme (o dei contorni)” ricopriva anche la carica di sacerdote-lettore. L’iscrizione ci informa che il suo nome era Horimeniankhu, ed é raffigurato davanti al colosso, mentre compie un gesto di incensazione. Un’altra figura, questa volta anonima, versa acqua da un vaso nella parte anteriore del slitta. Questo tema iconografico, relativamente frequente, illustra un dettaglio molto significativo riguardo alla tecnica utilizzata per lo spostamento di carichi particolarmente pesanti. Inizialmente, fu interpretato da Newberry, come un atto rituale di purificazione***, ma in realtà serviva ad inumidire il tracciato allo scopo di ridurre gli attriti e, conseguentemente, diminuire l’entità degli sforzi durante l’avanzamento. Il personaggio incaricato dell’operazione si riforniva regolarmente dai portatori d’acqua che erano al seguito. Non doveva preoccuparsi di bagnare l’intero tracciato (anziché facilitare il compito di coloro che trainavano, lo avrebbe inevitabilmente vanificato), ma solo concentrarsi sulle parti a contatto con la strada. L’aggiunta di fango avrebbe sicuramente aumentato l’effetto di scivolamento****, ma poteva essere impiegato solo su un’area limitata per evitare di trasformare l’intera larghezza della pista in uno terreno impraticabile ed inoltre, ciò era possibile e probabile solo quando il trasporto avveniva non lontano dal fiume e non di certo su piste nel deserto. L’uso di olio, talvolta proposto, è assolutamente infondato, non fosse altro che per la spropositata quantità che si sarebbe dovuto produrne per rifornire cantieri giganteschi come, ad esempio quelli delle grandi piramidi.

Veniamo anche informati del coinvolgimento degli abitanti della regione che, considerata l’entità dell’impresa, richiedeva tutte le forze disponibili per essere portata a termine. Invece di essere costretti a svolgere il compito, i cittadini prendevano parte all’azione, orgogliosi di contribuire al suo successo. Il favore che il loro governatore aveva acquisito presso il sovrano valeva anche per loro.

Il testo principale, dipinto sulla sinistra della scena, offre alcune informazioni sullo svolgimento del trasporto, senza tuttavia essere sufficientemente chiaro e preciso per poterne ricavare uno scenario dettagliato e una ricostruzione accurata. In particolare, apprendiamo che il terreno non era praticabile e che dovette essere opportunamente preparato da una squadra di cavatori e da soldati chiamati a rinforzo.

Del colosso, oggi non ne rimane traccia, tanto che alcuni dubitano che sia mai stato realizzato, almeno nelle proporzioni evocate dal dipinto*****. Respingendo una posizione così estrema, la maggior parte degli studiosi ha discusso sulla posizione del colosso, il suo percorso e la tecnica di trasporto. Khemenu, l’antica Hermopolis Magna, sull’ odierna collina di El-Ashmunein, si trova sulla sponda occidentale, dall’altra parte del fiume rispetto a El-Bersheh, mentre la necropoli si trova sul lato orientale, dalla stessa parte della cava. La scelta dell’una o dell’altra destinazione equivale quindi a prendere in considerazione l’uso del trasporto via fiume oppure a escluderlo. Nel primo caso bisognava disporre di una flotta specializzata che avrebbe reso le tecniche da utilizzare molto più complesse (imbarco, sbarco, controllo della navigazione della chiatta, ecc.) e costose. Se fosse stato così, ci si sarebbe aspettati di ritrovare riferimenti in merito rappresentati su uno dei muri della cappella. In realtà nulla di tutto ciò vi compare. Vengono sì menzionate nei testi e rappresentate nelle scene, imbarcazioni, ma si tratta semplicemente di natanti ordinari adibiti al trasporto di tutt’altro carico.

La documentazione è invece, del tutto compatibile con una spedizione esclusivamente terrestre. Nel registro inferiore i giovani soldati del nomo orientale ci informano che il convoglio aveva raggiunto la città di Tjerti (sicuramente la destinazione finale), che potrebbe essere identificata con la località nota come al-Tūd, un quartiere a sud di Deir el-Bersheh, situato a 1500 metri a ovest della necropoli dei governatori, ai margini dell’antico letto del fiume. È da questa sponda del Nilo che provengono i protagonisti che celebrano l’arrivo della statua. Il convoglio si sarebbe diretto dalla cava, verso il Nilo per una quindicina di chilometri per aggirare un ripido rilievo, poi avrebbe puntato verso nord, seguendo la riva per un tratto di pari lunghezza fino a raggiungere il porto di Tjerti, e finalmente pervenire ad un luogo di culto degli antenati, situato non molto al di sotto della necropoli dei dignitari. È durante la seconda fase del viaggio che la squadra avrebbe avuto il significativo ruolo di rifornire e assistere le truppe che stavano procedendo faticosamente lungo la sponda del fiume.

Le scene e i testi della Cappella di Djehutyotep si concentrano sull’edificio che doveva ospitare questo gioiello: la cappella del “Ka”, che viene designata col nome di: “L’amore di Djehutyhotep nel nomo della Lepre è duraturo” e non va confusa con la tomba stessa.

La cava di Hatnoub, da cui è stata estratta la statua, si trova a una ventina di chilometri a sud-est, nel deserto orientale. Un’antica rete di strade collegate a questo sito è stata scoperta nei pressi di Deir el-Bersheh, nell’area della necropoli del Medio Regno dove è ubicata la tomba di Djehuthyhotep. Va notato che, oltre alla presenza del toponimo Tjerti, le iscrizioni fanno costantemente riferimento alla tomba nel contesto della scena. È quindi molto probabile che la statua si trovasse nelle vicinanze, in modo che i fedeli potessero rendere omaggio al loro signore nei pressi della sua dimora eterna, deponendovi delle offerte (Immagine n. 3)

Immagine n. 3: Illustrazione del tragitto percorso dal colosso e dal suo convoglio tra le cave di Hatnub e Deir el-Bersheh. Nel riquadro i dettagli dei dintorni di Deir el-Bersheh(©Franck Monnier, F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, p.65)

*Spesso la pietra di Hatnub viene identificata in maniera non corretta come alabastro o calcite.

** Arnold (1991), Monnier (2017). Confronta anche il sistema di “binari” che permettevano di far scivolare sopra i grossi blocchi di chiusura per le gallerie di Wadi el-Jarf (Taillet, Marouard e Laisnay, 2012) https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/

*** Newberry e Fraser (1895), p.20. La questione è ancor oggi dibattuta dagli studiosi di tribologia (la scienza che si occupa dell’interazione tra organi in movimento valutandone aspetti come l’attrito, l’usura, la lubrificazione ecc.). Alcuni ammettono come possibile l’ipotesi di lubrificazione con acqua (Dowson, 1988), altri la respingono decisamente (Nosonovsky, 2007). Questi ultimi, tuttavia, si basano solo sulla visione obsoleta di Newberry, mentre la documentazione ha permesso di stabilire che si tratta effettivamente di un gesto tecnico (Delvaux,2018).

**** Una lunga strada costituita di traversine ricoperte di fango è stata scoperta a Mirgissa in Nubia. Si trattava di uno scivolo per trainare le imbarcazioni via terra per superare la cateratta.

***** Ad esempio Pieke (2016). Questa presa di posizione appare piuttosto strana. Secondo Gabriele Pieke, l’immagine del nomarca sarebbe stata ingigantita e l’avvenimento “drammatizzato” per esaltarne l’impatto. Una simile enfasi è attestata altrove, ma nessuna, che si sappia, racconta un evento così preciso e così ricco di dettagli: nei casi più spinti si limita a esaltare le caratteristiche del personaggio. E’ del tutto evidente che la scena in questione va ben oltre tale intendimento.

Questo facsimile di Marcus W. Blackden funge da frontespizio alla pubblicazione speciale dell’Egypt Exploration Fund El Bersheh Part 1 di Percy E. Newberry. È un acquerello ripreso dal lato sinistro della parete destra della Sala (Camera interna) e mostra Sitkheperka, una delle figlie di Djehutyhotep, che aspira il profumo di un loto blu, (Nymphaea caerulea) che regge nella mano sinistra, mentre osserva i giardinieri, i contadini e gli artigiani del padre al lavoro nella tenuta. I capelli di Sitkheperka sono raccolti sul lato destro della testa in una ciocca, a simboleggiarne la giovinezza, e indossa una fascia per la testa adorna degli stessi fiori tenuti in posizione da una fascia le cui estremità scendono verso il basso. Indossa un pettorale decorato con un motivo a doppio ureo sul petto, oltre a bracciali molto elaborati(© Griffith Institute Watercolors & Drawings Project. Catalogazione John Wyatt & Lee Young. Commento John Wyatt Photography Jenni Navratil, assistita da Hana Navratilova Editing e pagine web Elizabeth Fleming, assistita da Francisco Bosch-Puche & Cat Warsi. )

* John Gardner Wilkinson aveva realizzato un acquerello della scena (è riprodotto in Málek e Baines, 1981, pp 126-127). Si tratta però di uno schizzo veloce e non di una riproduzione in senso stretto. Furono eseguiti altri acquerelli più dettagliati, ma mai pubblicati. Alcuni di questi sono stati resi disponibili sul sito web del Griffith Institute.

** A partire dalle foto del Maggiore Hanbury Brown, dai rilievi di P.E. Newberry e da una recente fotografia di Marleen De Meyer.

***Percy Edward Newberry (Londra, 23 aprile 1869-Godalming, 7 agosto 1949) è stato un egittologo britannico. Approdato in Egitto nel 1891 con una spedizione del British Museum condusse scavi archeologici nelle necropoli di Beni Hassan e Deir el-Barsha fino al 1894 e poi fino al 1905 in altri siti egizi. (Fonte Wikipedia.org)

Parte terza: posizionamento della statua sulla slitta.

Il testo descrive la statua come un blocco rettangolare, lasciando supporre che durante il trasporto fosse soltanto sbozzata. Anche se la scena la raffigura del tutto rifinita, ciò non significa che avesse già questo aspetto durante il trasporto. Si tratta più che altro di una convenzione artistica dal momento che l’intento è quello di presentare un ritratto del dignitario nel modo migliore e non di certo incompiuto. L’ipotesi è supportata dall’attenzione che è stata posta nel raffigurare i dettagli (tratti del viso, capelli, barba) che è molto ragionevole pensare siano stati aggiunti all’ultimo momento, solo una volta che la statua fosse giunta a destinazione. Del resto, è ben comprensibile come un lungo percorso, attraverso una pista accidentata, avrebbe facilmente danneggiato la superficie del monumento. Altra osservazione, quasi del tutto ovvia, riguarda il posizionamento del monolite durante il trasporto. Per motivi di praticità è facile intuire, come la movimentazione di un enorme carico, sia molto più agevole se distribuito in lunghezza. Sarebbe davvero sciocco, rischiare pericolosissime oscillazioni, in particolare quando si affrontano terreni sconnessi e tortuosi. Molto più naturale ritenere che la statua sia stata trasportata distesa su un fianco e portata in posizione eretta al termine delle operazioni o, in alternativa, raddrizzata solo nell’immediatezza della fine del viaggio per apportare gli ultimi ritocchi e percorrere l’ultimo tratto in maniera più solenne e scenografica.

Possibile posizionamento e forma del monolito durante la maggior parte del percorso (©Franck Monnier,“ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, p.67)

In effetti, la scena rappresentata ricorda una parata; una celebrazione in cui la folla omaggia il suo nomarca. Pertanto, il contesto lascia intendere che la statua sia stata raddrizzata e, probabilmente le ultime centinaia di metri furono percorse con la partecipazione di una processione festosa, forse anche rituale, composta da persone accorse da tutta la regione. Le scene della tomba mostrano inoltre, che le offerte erano già state deposte nella cappella, pronte ad ospitare la gigantesca statua di Djehutyhotep. E’ in una simile atmosfera che dovettero svolgersi le ultime operazioni, mentre profumi di incenso imbalsamavano l’aria e si tessevano lodi e canti.

La collina nord di Dayr al-Barsha con la tomba di Djehutihotep all’estrema sinistra (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

La statua fu portata lentamente sino al suo piedistallo e qui gradualmente rimosse le traversine poste sotto la slitta per far sì che le guide laterali, spostandosi in avanti si posizionassero ai lati dello zoccolo su cui il monumento avrebbe trovato la sua definitiva collocazione. Ben si comprende che una tecnica simile non poteva essere adottata quando si trattava di spostare e posizionare giganti da 750 tonnellate come, ad esempio, nel caso del colossi di Memnone o del Ramasseum, che richiedevano installazioni di rampe e piani inclinati. Ma nel caso della statua di Djehutyhotep, sebbene di proporzioni abbastanza inusuali, la massa non costituiva un ostacolo per questo tipo di manovra. Con un’altezza di 6,80 metri, il blocco grezzo della statua di Djehuthyotep doveva pesare circa 80 tonnellate e circa 70 tonnellate una volta scolpito.*

L’affresco mostra il colosso trainato da 172 uomini, fornendo un’idea della distribuzione delle forze in gioco. Prendendo la scena alla lettera, bisogna concludere che ogni individuo doveva essere in grado di spostare 407 kg. Un recente studio condotto da Simon Delvaux (2018), sulla base di una serie di documenti egiziani, ha portato a concludere che il numero dei lavoratori impiegati rispondeva ad una regola di proporzionalità, secondo la quale ogni persona era in grado di spostare circa 340 Kg. Si trattava di un coefficiente medio, uno standard che probabilmente rifletteva una realtà pratica e non solo una convenzione artistica. Gli esperimenti condotti dall’archeologo Henri Chevrier (1970) nel tempio di Karnak lo portarono ad osservare che un singolo uomo, in condizioni ottimali e su un terreno pianeggiante, potrebbe spostare, addirittura, 1000 kg. Ovviamente, si tratta di un valore limite raramente applicabile in condizioni reali. D’altra parte è pure probabile che i 172 uomini raffigurati siano solo la conseguenza della necessità di ottenere una rappresentazione equilibrata disposta sui quattro registri, ma è un numero che è ragionevole considerare non lontano dalla realtà. Dato il coinvolgimento degli abitanti della regione, è, inoltre presumibile l’impiego di rinforzi durante le fasi più difficili del percorso.

La parete ovest della cappella, scavata nella roccia, di Djehutihotep(©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Un ulteriore confronto con i bassorilievi assiri è istruttivo. E’ stato calcolato che i tori androcefali alati pesavano circa 30 tonnellate . Il loro movimento era assicurato anche dalla trazione per mezzo di quattro corde disposte una accanto all’altra, e gli individui rappresentati (lavoratori forzati) erano sempre tra i 50 e i 60. Se ne ricava un rapporto tra i 500 e i 600 kg per persona, un valore superiore ai casi egiziani, che si spiega con le condizioni di lavoro più estreme imposte ai prigionieri assiri**.

Disegno ricostruttivo della tomba di Djehutihotep (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; disegno M. Hense)

Comunque, nei casi in questione, l’obiettivo non era sollevare masse di 400-600 kg, ma solo di spostarle. Lo sforzo minimo da esercitare è proporzionale alla resistenza indotta dall’attrito della slitta a contatto con il terreno e la lubrificazione per mezzo di acqua agevolava l’operazione. Un recente studio (Ayrinac, 2016) non è riuscito, però, a giungere ad una conclusione definitiva sulle caratteristiche di questo spostamento, a causa delle troppe variabili in gioco. Solo l’archeologia sperimentale potrà gettare nuova luce sulla questione: in particolare sui dettagli dei materiali utilizzati per ridurre l’attrito o sul modo in cui venivano coordinati gli sforzi della squadra. Queste incertezze, però, non mettono assolutamente in discussione la fattibilità di una simile impresa. Numerosi documenti attestano che i monoliti egizi venivano spostati da enormi corpi di lavoro (come ad esempio il papiro Anastasi I, o le iscrizioni di Ouadi Hammamat) che riportano fino a 2.000 persone impiegate contemporaneamente in tali operazioni.

*Percy E. Newberry stimò una massa di 58 tonnellate (Newberry e Fraser 1895) e questo valore fu comunemente accettato. Più recentemente è stato ritoccato verso l’alto: 80 tonn. (Willems, Peeters e Verstraeten, 2005). I calcoli di Simon Ayrinhac (2016) hanno restituito un valore di 70( +/-5)tonn.

** I soldati assiri non esitavano a frustarli affinché rendessero al massimo.

Parte quarta: imbracatura del colosso e conclusioni

Per stabilizzare la statua sulla slitta furono utilizzati anelli metallici (sicuramente di rame), attraverso i quali vennero fatte passare robuste corde, messe in tensione attorcigliandole grazie all’uso di aste di legno secondo il metodo della “garrota spagnola” (Ayrinhac, 2016)*. Per la protezione dei bordi del blocco furono interposti, nei punti di contatto, pezzi di cuoio (o forse di fibra vegetale). Si prospettano due ipotesi: se la statua fu rifinita durante il trasporto la funzione delle protezioni era quella di evitare i danneggiamenti di angoli e spigoli; se invece ad essere trasportato era il blocco solo abbozzato, lo scopo era quello di evitare che le corde si tranciassero.

Osservando la scena, così come era descritta nel dipinto originale (Immagine n. 1), da un punto di vista strettamente tecnico, nascono grosse perplessità. Si nota che la corda verticale che assicurava la statua alla slitta avrebbe sicuramente corso il rischio di scivolare in avanti, mentre le funi raffigurate orizzontalmente non sembrano avere altra utilità se non quella di aumentarne leggermente la tensione. Una soluzione del genere avrebbe certamente reso il trasporto poco agevole.** Appare chiaro che un simile carico avrebbe richiesto un fissaggio decisamente più elaborato.

Immagine n. 1 Riproduzione di un particolare del disegno di Newberry della parete ovest della tomba di Djehutihotep, preziosa testimonianza di come doveva essere il dipinto all’epoca della sua scoperta. (©Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII).

Andy Joosse (2002) ha intrapreso un esperimento molto interessante: ha scolpito una statua in scala per studiarne il sistema di fissaggio (Immagine n. 2). Per Djehutyhotep è stato utilizzato un sistema a tre funi. La corda principale è quella verticale, che fissa la statua alla slitta. L’artista, però, l’ha rappresentata in modo inadeguato; infatti, i test di Joosse hanno dimostrato che la corda rappresentata sull’avambraccio scivola inesorabilmente verso il polso quando viene stretta.

Immagine n. 2 Il modello in scala del colosso di Djeutihotep realizzato da Andy Joosse (©https://osirisnet.net/…/djehoutyhotep/djehoutyhotep_02.htm)

Inoltre, la corda verticale non poteva essere semplicemente attaccata alle guide, ma doveva passare sotto di esse per mantenere la slitta in tensione. La presenza delle due corde disposte orizzontalmente può sembrare superflua, poiché la statua, probabilmente, non era divisa in due parti. Se esaminiamo la rappresentazione, possiamo vedere che queste corde si trovano sopra la corda verticale. Il serraggio delle corde potenzia quindi l’azione della corda. Una stranezza irrisolta è la presenza di due barre di torsione per ogni corda. Infatti, se venissero strette in direzioni opposte, gli effetti si annullerebbero a vicenda, mentre non si comprende l’utilità di serrarle nella stessa direzione. Un’ipotesi potrebbe essere quella di immaginare che l’artista abbia, secondo una mentalità tipicamente egizia, rappresentato sullo stesso lato barre che in realtà sono presenti su entrambi i lati.

D’altronde, chi dipinse l’affresco non aveva di certo come primo obbiettivo quello di illustrare con precisione i dettagli operativi, bensì quello di produrre un opera equilibrata e rispettosa dei canoni di bellezza. Non era il responsabile dei lavori e le decorazioni che era chiamato a produrre non avevano, ovviamente, lo scopo di fornire ragguagli tecnici. E’ quindi del tutto naturale che nelle valutazioni bisogna tener conto di lacune e imprecisioni insite in questo genere di rappresentazioni.

In definitiva, la scena del Colosso di Djeutihotep costituisce un documento di rara minuziosità nel panorama delle testimonianze egizie, spesso piuttosto avare di informazioni. Combinando testo e immagine, ci fornisce, infatti, una serie preziosa di dati. Veniamo a conoscenza del responsabile delle operazioni (Sepi, figlio di Keti-ankh), del luogo di estrazione del monolite (le cave di Hatnub), della sua destinazione (Tjerti), delle dimensioni e del modo in cui i sudditi del nomarca lo spostarono per decine di chilometri.

La valutazione di tutti questi elementi, fanno escludere, quasi del tutto, che si sia ricorso all’uso di trasporto per via fluviale. Djeutihotep disponeva di grande abbondanza di manodopera, ma non abbiamo alcun riferimento che possa far pensare alla disponibilità di una flotta specializzata.

Immagine n. 4: stipite sinistro dell’entrata della tomba di Djehutihotep. E’ conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Fu acquistato da Schiaparelli nel 1891-92. Le iscrizioni elencano i titoli civili e religiosi del nomarca. Le croci copte dipinte in rosso sono il risultato di un vandalismo operato in epoca cristiana. (fonte: wikipedia.org)

Si può, con buona sicurezza, concludere che la slitta fu fatta scivolare a forza di braccia e che il numero di uomini necessari veniva stabilito in base al carico e alle difficoltà del percorso. A questo proposito, l’artista autore dell’affresco (Horimeniankhu), sembra aver rispettato dei canoni di proporzionalità in quanto i 172 uomini rappresentati, si traducono in un valore di circa 400Kg/persona di massa media spostata, molto vicino a quella rivelata dalla documentazione nel suo complesso (immagini e testi). E’ doveroso sottolineare, che questo rapporto non può essere associato ad una regola rigorosamente meccanica, in quanto le forze da esercitare dipendono da troppi fattori: attrito, pendenza del terreno, punti di appoggio dei lavoratori, condizioni fisiche ecc. Il problema è in realtà molto complesso e la maggior parte dei parametri continuano a non essere noti, ma potrebbero essere chiariti attraverso una serie di esperimenti sul campo simulando le condizioni reali. D’altra parte, è fuor di dubbio che l’esperienza accumulata permise agli egizi di rispondere con successo alle sfide e molto probabilmente di riuscire a stabilire semplici regole sui rapporti di forze da mettere in gioco.

*Il metodo per legare il colosso alla sua slitta prevede l’uso di una tecnica utilizzata ancora oggi e che deve il suo nome alla tortura spagnola della garrota. Il principio è ben noto: una corda viene divisa tra due punti di ancoraggio fissi o avvolta intorno al blocco e ancorata a un punto fisso. Tra i due fili della corda viene inserito un pezzo di legno e la corda viene poi fatta ruotare sul suo asse, con l’effetto meccanico di accorciarla. (Immagine n. 3). Una sorta di panno protettivo o di cuscinetti in fibra o cuoio proteggono la corda e la pietra nei punti di contatto

Immagine n. 3 Il metodo di serraggio detto della garrota spagnola.

** Reginald Engelbach propose una soluzione che dimostrava che non era necessario che questi tiranti facessero tutto il giro. Disposti su un solo lato, potevano agire come tiranti perpendicolari per offrire il vantaggio di trattenere l’attacco principale mantenendolo alla massima tensione.

Fonti

  • Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228-229
  • F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” ,The Journal of Ancient Egyptian Achitecture (JAEA) vol. 4, 2020 p.55-72
  • Griffith Institute Watercolors & Drawings Project.
  • Dayr al-Barsha Project, KU Leuven
  • Osirisnet, pag. Web realizzata da Thierry Benderitter https://osirisnet.net/centrale.htm

(a chi fosse interessato ad approfondire, consiglio caldamente l’accesso a questo sito. Contiene una descrizione molto dettagliata, corredata di numerosissime immagini, della tomba che, attualmente, è interdetta a visitatori).