Luce tra le ombre, Piramidi

IL SITO DI HEIT EL-GHURAB

Di Ivo Prezioso

Il sito di Heit el-Ghurab rivela un nuovo volto, la città portuale perduta delle piramidi.

Durante la stagione 2013 Mark Lehner (Immagine n. 1) e i membri del team AERA si sono presi una pausa dagli scavi sul campo per una sessione di studio. E’ stata l’occasione per riconsiderare la massa di dati provenienti dal sito della Città Perduta delle Piramidi, nota come Heit el-Ghurab (vedi “Il quartiere degli operai” https://laciviltaegizia.org/…/lorganizzazione-dei…/), nel contesto più ampio dell’Egitto dell’Antico Regno e del suo III millennio a.C. (Immagine n. 2).

Immagine n. 1 Mark Lehner è Direttore e Presidente di Ancient Egypt Research Associates, Inc. (AERA). Ha svolto ricerche archeologiche in Egitto per quasi quarant’anni. Ha mappato la Grande Sfinge e ha scoperto una parte importante della “Città perduta delle piramidi” a Giza. Lehner dirige il Giza Plateau Mapping Project (GPMP), che conduce scavi annuali presso gli insediamenti dell’Antico Regno vicino alla Sfinge e alle piramidi con un team interdisciplinare e internazionale di archeologi, geocronologi, botanici e specialisti faunistici. (© Ph. prelevata dal sito https://archaeology.columbian.gwu.edu/mark-lehner)

Immagine n. 2 Ricostruzione 3D dell’altopiano di Giza durante la tarda 4a Dinastia. (© Rebekah Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 2)

È emersa una nuova ipotesi di lavoro: oltre che di una città operaia, il sito e il suo complesso di gallerie potevano far parte di un importante porto del Nilo, con bacini, banchine di carico, depositi di legname, magazzini e forse anche cantieri navali. Il complesso della Galleria ospitava i membri delle spedizioni che portavano merci dal Levante a nord e da Assuan a sud, oltre a materiale da costruzione proveniente dalle cave e a derrate alimentari prodotte da fattorie e allevamenti di tutta la Valle del Nilo e del Delta (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 L’Egitto e il Levante con in evidenza la rotta da Biblos e quella da Assuan, con Giza come destinazione. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Porti per vivi e morti

Sappiamo che la necropoli di Giza fungeva da magica città portuale per l’Aldilà. Imbarcazioni sepolte accanto alla piramide di Khufu e grandi fosse modellate in questa forma o contenenti vere e propri navi funerarie in legno, presso la piramide di Khafre e la tomba della regina Khentkawes, erano destinate a trasportare i sovrani defunti nell’oltretomba. E’ ipotizzabile che un vero e proprio porto doveva trovarsi nelle vicinanze, per trasportare sia le enormi quantità di materiali e rifornimenti utilizzati per la costruzione, sia la manodopera necessaria per i tre complessi piramidali di Giza nell’arco di un periodo di circa 80 anni. Anche solo per questo motivo, ci si dovrebbe aspettare un importante porto sul Nilo, l’equivalente dell’Antico Regno di installazioni portuali come Tell el-Daba e Memphis durante il Secondo Periodo Intermedio e il Nuovo Regno.

Ci sono evidenze di un porto artificiale a Giza; i carotaggi effettuati mostrano quello che potrebbe essere un enorme scavo effettuato attraverso gli strati naturali di limo del Nilo e di scorie sabbiose provenienti dagli uadi del deserto. Qui, per creare un bacino portuale, i costruttori di piramidi potrebbero aver scavato in profondità nella piana del Nilo.

Sembra ovvio che un porto a Giza fosse essenziale per la costruzione delle piramidi. Considerato il grande peso dei blocchi di granito e calcare, che venivano trasportati via nave sul Nilo, è del tutto plausibile che fossero scaricati il più vicino possibile ai cantieri. Il massiccio muro di pietra del Corvo (Heit el-Ghurab), che si estende per 200 metri a est della scarpata (o pendio) tra l’altopiano di Giza e il basso deserto e la piana alluvionale, costituiva il limite meridionale di una zona di consegna di fronte al Tempio a Valle di Khafre e alla Sfinge. L’insediamento di Heit el-Ghurab si trovava direttamente a sud, e si estendeva per almeno altri 150 metri più ad est su uno sperone di deserto basso, similmente agli insediamenti peninsulari del porto di Tell el-Daba.

E’ noto che gli Egizi dell’Antico Regno trasportavano via mare anche grandi quantità di legname, olio d’oliva e probabilmente vino e resina dal Levante, la regione che si affaccia sull’estremità orientale del Mediterraneo, e vi sono prove che alcuni di questi prodotti finirono a Heit el-Ghurab. Gli specialisti che analizzano il materiale nel laboratorio sul campo a Giza hanno identificato pezzi di ceramica e legno levantini nei campioni di carbone raccolti nel corso degli anni. Sebbene la necessità di una grande struttura per ricevere le forniture edilizie fosse ovvia, l’osservazione di tutti questi prodotti importati ha fatto nascere l’ipotesi del porto.

La via di Byblos nell’Antico Regno

La ceramista dell’AERA Anna Wodzińska ha identificato vasi di ceramica “pettinata” (Immagine n. 4) prodotti nel Vicino Oriente, tra quelli presenti in grande quantità a Heit el-Ghurab. In totale sono stati rinvenuti 18 cocci. Il nome deriva dalla sua decorazione: i produttori hanno striato o increspato la superficie come se avessero utilizzato pettine. Durante il Bronzo Antico III (epoca corrispondente all’Antico Regno), i vasai realizzarono questo tipo di ceramica in tutto il Levante, ma non in Egitto. Gli egiziani, tuttavia, importavano questo tipo di vasi, senza dubbio per il loro contenuto.

Immagine n. 4 Vaso a due manici in “ceramica pettinata”. Disegno basato su una foto di una giara proveniente dal Cimitero Occidentale di Giza, Fossa G 4630; alto 36 centimetri. La “T” incisa sul vaso è un marchio di fabbrica. A destra frammento di ceramica pettinata dal sito Heit el-Ghurab. (©Foto di Hilary McDonald). I vasi di questo tipo sono stati rinvenuti nelle tombe a mastaba di alti ufficiali nei cimiteri reali accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. La loro importazione raggiunse il culmine nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui era attivo l’insediamento di Heit el-Ghurab. I 18 cocci emersi dal sito sono i più antichi in ceramica pettinata provenienti da un insediamento. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Gli archeologi che operano nei siti ad est della sponda orientale del Mediterraneo considerano queste giare, dotate di manici ad anello, come “contenitori per il commercio marittimo”, prodotti dai vasai già dalla prima età del bronzo, adatti “ai rigori del trasporto” e ai “lunghi periodi di tempo in mare”.

In Egitto gli scavatori hanno trovato la maggior parte di queste giare nelle tombe a mastaba di alti personaggi del cimitero reale accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. L’importazione di questi vasi raggiunse il picco massimo nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui la popolazione occupava l’insediamento di Heit el-Ghurab.

Qualunque cosa contenessero le giare (molto probabilmente resina, vino o olio d’oliva) era preziosa e valeva la pena di percorrere centinaia di chilometri per venirne in possesso. Nel Levante, l’associazione di queste giare con le attrezzature per la produzione di olio d’oliva – bacini di calcare, presse, focolari e grandi tini di ceramica – fa preferire l’ipotesi di contenitori per questo prodotto. Ulteriori prove a Heit el-Ghurab lo confermerebbero. L’analista del legno del team, Rainer Gerisch, ha identificato pezzi di ramoscelli di ulivo bruciati in diverse aree del sito. Questi frammenti potrebbero essere stati trasportati con le spedizioni di olio come una sorta di materiale da imballaggio inserito tra le giare. Curiosamente, provenivano dal complesso delle gallerie (un insieme di quattro blocchi di strutture allungate) e dalle aree industriali adiacenti. Se le gallerie servivano da baraccamenti per i lavoratori più umili, c’è da interrogarsi sulla presenza di queste costose importazioni in tali strutture.

Attraverso l’analisi petrografica, Mary Ownby ha rintracciato l’origine della “ceramica pettinata” di Heit el-Ghurab nella regione di Byblos, un importante porto antico a nord dell’odierna Beirut. Come centro di smistamento durante l’Antico Regno e anche successivamente, Byblos raccoglieva le merci da siti più piccoli dell’entroterra e dell’altopiano, diventando la principale potenza portuale del Mediterraneo orientale. A causa della preponderanza di prove del commercio tra Byblos e l’Egitto nell’Antico Regno, gli studiosi hanno coniato il termine “Via di Byblos”. Essi suggeriscono che i corrispondenti porti di destinazione dovevano trovarsi da qualche parte sul Nilo.

La presenza del cedro

Forse la motivazione più convincente che mosse i costruttori di piramidi a spingers a Byblos fu quella di procurarsi il legname, soprattutto i favolosi cedri del Libano. Potevano, inoltre, rifornirsi di cipressi, pini e querce, che non crescevano in Egitto, una terra con scarsa copertura arborea e limitata varietà di legni autoctoni.

Lavorando metodicamente su migliaia di pezzi di carbone, probabilmente resti di combustibile, raccolti dai nostri scavatori nei depositi della Città Perduta, Rainer Gerisch ha scoperto che si tratta per lo più (93,3%) di acacia del Nilo locale. Ma, oltre a quello d’ulivo, in quasi tutte le aree di scavo sono stati rinvenuti altri legni di importazione: cipresso, pino e quercia; Il cedro, però, costituiva la presenza più abbondante. Si è rintracciato, infatti, in ogni parte della Galleria III (Immagini n. 5a-5b), scavata nel 2002, e con una frequenza relativamente alta in altri scavi del Complesso.

Immagine n. 5a Il sito di Heit el-Ghurab, con l’evidenza del complesso delle gallerie e le due gallerie che sono state ampiamente scavate: Gallerie III.3 e III.4. (© Mappa preparata da Rebekah Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Immagine n. 5b Gallerie del complesso di Heit el-Ghurab, Gallerie III.3 (a destra) e III.4. Tra le due gallerie è visibile un massiccio muro laterale. L’ampio spazio aperto in primo piano potrebbe essere servito come caserma o magazzino. La parte posteriore sembra essere stata una casa, forse per un sorvegliante. I membri della squadra di scavo danno un’idea della scala. (© Foto di Yaser Mahmoud in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 4)

Sappiamo che il cedro era usato per la costruzione di navi (Immagine n. 6), per le porte dei palazzi e per le alte travi utilizzate come ossatura nell’ edificazione delle piramidi. A questo punto viene quasi spontaneo domandarsi per quali ragioni si sia bruciata questa preziosa essenza nei focolari .

Immagine n. 6 A destra, rivestimento dello scafo di un’imbarcazione di legno; particolare di una scena della tomba di Ti a Saqqara (V dinastia). Gli uomini in piedi nella nave usano martelli a due impugnature simili a quelli trovati nel sito di Heit el-Ghurab (Da H. Wild, Le Tombeau de Ti, Fascicule II, Institut Français d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1953, tavola CXXIX).

Per trovare indizi che possano aiutare a rispondere a questa domanda ci rivolgiamo ai porti faraonici recentemente scavati sulla costa occidentale del Mar Rosso a Mersa Gawasis, Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf. Tutti e tre i siti comprendono strutture industriali e altri insediamenti, nonché gallerie lunghe e strette scavate nella roccia e utilizzate sia come deposito che come abitazione. Una missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet ha scoperto che il porto di Wadi el-Jarf risale al regno di Khufu (IV Dinastia), il cui nome è inciso in un’iscrizione sulle pietre che bloccano gli ingressi di alcune delle gallerie (vedi https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/.)

Per il momento, soffermiamo l’attenzione sul porto del Medio Regno (XII dinastia) di Mersa (o Wadi) Gawasis e sulle scoperte della missione di Kathryn Bard e Rodolfo Fattovich*.

A differenza del sito umido di Heit el-Ghurab, dove tutti i materiali vegetali si sono decomposti, tranne i resti carbonizzati, il clima estremamente arido di Gawasis ha favorito un’eccellente conservazione del materiale organico. In effetti, il team ha recuperato migliaia di frammenti di legno, oltre 40 casse da carico e parti di nave smontate, tra cui più di 100 componenti dello scafo, e bobine di corda. Alcuni di questi pezzi erano stati lasciati in deposito nelle gallerie sccavate nella roccia. I ricercatori del sito hanno trovato anche molti frammenti di legno lasciati “quando gli antichi lavoratori smontavano le navi i cui legnami, devastati dai tarli, fanno pensare a consistenti viaggi in mare “. In effetti, i carpentieri navali rifilavano e pulivano le parti; successivamente i membri della spedizione usavano il legno di scarto per alimentare i focolari, sia per scaldarsi, sia per cucinare all’interno delle gallerie. Oltre agli scarti lignei, potrebbero aver utilizzato come combustibile, anche parti di imbarcazione, forse dopo che queste erano state riciclate come rivestimento delle gallerie stesse e si erano deteriorate irreparabilmente. Quando analizzò il legno di Gawasis, Gerisch scoprì che, come a Giza, la maggior parte era costituita da specie egiziane autoctone, ma il secondo o terzo tipo più abbondante era il cedro, che doveva essere di provenienza libanese.

Il carbone di cedro di Heit el-Ghurab potrebbe anch’esso essere il risultato di uomini che tagliano e rilavorano parti di navi e riutilizzano gli scarti come combustibile nei focolari? Gli operai di Heit el-Ghurab hanno incorporato, come a Gawasis, assi di legno nelle soglie, nei corridoi o nella parte superiore delle gallerie e degli altri edifici?

E’ plausibile, e forse è questo il motivo per cui i residui di cedro sono presenti nel carbone di legna quasi ovunque si sia scavato e fino nelle gallerie.

Al momento, sappiamo, soprattutto da Gawasis, di altre ampie somiglianze tra Heit el-Ghurab e gli insediamenti portuali del Mar Rosso, che comprendono, in particolare, un’insenatura adiacente al sito, una zona industriale con prove di panificazione e resti di ceramica importata (a Gawasis ceramica caananita/minoica). Andrea Manzo ha notato delle somiglianze tra le gallerie scavate nella roccia di Gawasis e quelle in mattoni di fango di Heit el-Ghurab. Egli ha suggerito che le gallerie del porto sul Mar Rosso rappresentino una trasposizione del modello realizzato con mattoni di fango a Heit el-Ghurab.

Ricavati dal conglomerato naturale, i complessi realizzati sul Mar Rosso sono di conseguenza meno convenzionali rispetto a quello di Giza, ma le basi di arrivo/partenza per le missioni nel Sinai e nella terra meridionale di Punt potrebbero aver replicato una sorta di modello standard sulla costa. Potremmo considerare il complesso di Heit el-Ghurab e delle sue Gallerie come un’espressione di un prototipo per le truppe di spedizione che gli egiziani hanno adottato in altri porti.

Porti e genti

Le tracce di prodotti levantini presenti nel sito della “Città Perduta” suggeriscono che questi furono consegnati e immagazzinati qui per essere utilizzati, in ultima istanza, nelle tombe d’élite di Giza. Le strutture in cui le merci potevano essere immediatamente e temporaneamente stoccate, prima della distribuzione, sono una caratteristica standard dei porti e le lunghe gallerie del Complesso potrebbero essere servite in parte come depositi.

Dobbiamo considerare che nel corso di due generazioni, dai regni di Khafre a Menkaure (e forse anche da Khufu in poi), il sito di Heit el-Ghurab divenne il punto di arrivo delle importazioni da Byblos per la resina, il vino, l’olio e centinaia di tonnellate di legname, Assuan per migliaia di tonnellate di granito e prodotti africani, nonché della rotta Mar Rosso-Sinai per i minerali. Dobbiamo anche riconsiderare la classe e lo status delle persone che vivevano e lavoravano qui. Gli uomini che viaggiavano all’estero per procurarsi il legno e altri prodotti erano membri delle forze di spedizione. Essi e le loro merci viaggiavano e restavano insieme fino alla destinazione finale. Possiamo quindi immaginare che le gallerie ospitassero sia gli equipaggi, sia i prodotti. Inoltre, gli uomini che avevano partecipato alla spedizione potrebbero aver goduto di parte del bottino, probabilmente come ricompensa. Le scene dei templi piramidali e delle vie ascensionali mostrano giovani uomini premiati con oro e altri beni al termine delle missioni, come nella scena della strada rialzata di Sahure ad Abusir (Immagine n. 7). 

Immagine n. 7 Particolare di una scena della piramide di Sahure ad Abusir. Un cortigiano di alto rango (a destra) di nome Merynetjernisut premia un membro della spedizione di Sahure a Punt. Con la mano destra regala all’uomo un ampio collare con tre file di perline, mentre nell’altra mano tiene un sigillo cilindrico. Il destinatario ha nella mano destra un oggetto decorativo (fascia o corona). (© Da un disegno di J. Malátková in Abusir XVI, Sahure – The Pyramid Causeway: Storia e decorazione nell’Antico Regno, T. El Awady, Università Carlo di Praga, Praga, 2009, tavola 7, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 6 ).

Tracce di beni “di prestigio” nelle gallerie di Giza potrebbero riferirsi a ricompense, come l’olio d’oliva, concessi ai membri della spedizione. Inoltre, nel sito di Heit el-Ghurab, è stata rinvenuta una grande quantità di ossa di animali il che suggerisce che gli abitanti consumassero una straordinaria quantità di carne, vale a dire la dieta che potremmo aspettarci per i membri di una forza di spedizione di status più elevato rispetto ai lavoratori più comuni. Allo stesso tempo, percepire gli abitanti del Complesso della Galleria come membri di truppe di spedizione e di equipaggi nautici non esclude la possibilità che molti di loro fossero impiegati nelle mansioni e nelle fatiche più elementari.

Gli studi sulla navigazione del Nilo nel corso del tempo mostrano l’impiego di un gran numero di imbarcazioni (Immagine n. 8 ), spinte e trainate dalle rive; lo stesso procedimento di base necessario per spostare i blocchi per costruire piramidi, tombe e templi. Le scene della via ascensionale di Sahure, pubblicate di recente, mostrano, infatti, che alcuni equipaggi nautici statali, navi di scorta e da spedizione portano gli stessi nomi di gruppi che si trovano nei graffiti dei lavoratori sui monumenti. Equipaggi, apparentemente navali, e lavoratori si sfidano nel canottaggio, nella lotta e nel tiro con l’arco.

Immagine n. 8 Una scena della tomba di Ti a Saqqara, (V dinastia): un veliero di ritorno da una delle città del Basso Egitto. (© Da Le Tombeau de Ti, Fascicule I, Institut Francais d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1939, tavola XLVII, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Il tema più ampio di queste scene di Sahure riguarda una spedizione nella terra meridionale di Punt, che rientra al porto d’origine con indigeni e alberi di incenso (e/o mirra) per essere accolti dal re e dalla sua famiglia, insieme a squadre di operai che trascinano la pietra di copertura per completare la piramide. Segue una festa celebrativa, forse una festa speciale tra le tante comuni che conosciamo così bene dai testi delle tombe e dei templi. Sono visibili rastrelliere di carne appese, da condividere e consumare per l’occasione. Si può pensare ad un tipo di banchetto simile quando consideriamo le prove dell’abbondanza di bestiame, pecore e capre consumate nella Città Perduta. Si può concludere, con ogni probabilità, che la “città dei lavoratori” e la “città portuale” delle piramidi, non si escludevano a vicenda.

* Nel dicembre 2009-gennaio 2010 la spedizione archeologica dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (UNO) e dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), Roma, in collaborazione con la Boston University (BU), Boston (USA), hanno condotto la nona stagione di ricerca sul campo nel sito di Mersa/Wadi Gawasis, sul Mar Rosso, sotto la direzione del prof. Rodolfo Fattovich ( UNO/IsIAO) e della prof.ssa Kathryn A. Bard (BU). Il team sul campo comprendeva personale italiano, americano, egiziano, britannico e tedesco con diverse specializzazioni (archeologia, archeologia nautica, epigrafia, geologia, paleoetnobotanica e topografia).

Canali e porti al tempo della edificazione delle piramidi di Giza. Ricostruzione dell’infrastruttura di trasporto fluviale di Giza progettata dagli egizi della IV dinastia.

Circa 4.400 anni fa l’altopiano di Giza brulicava di lavori per la costruzione del complesso del re Menkaure, l’ultimo dei costruttori di piramidi di Giza, e della tomba monumentale della regina madre Khentkawes I. Quando Menkaure morì prematuramente, il suo successore, Shepseskaf, completò frettolosamente i templi piramidali e costruì per Khentkawes una città adiacente al Tempio a Valle di Menkaure a nord.

Tra il 2009 e 2014 il team di AERA ha portato alla luce l’estremità settentrionale di un bacino a est della città di Khentkawes. Gli operai di Menkaure si avvalsero inizialmente del bacino come punto di approdo per la consegna materiale da costruzione. Successivamente, probabilmente a seguito dei lavori commissionati da Shepseskaf, lo riutilizzarono per servire la fondazione commemorativa di Khentkawes. L’uso originario è stato messo in luce durante la stagione sul campo 2014, mentre il ruolo del sito della Città Perduta (o Heit el-Ghurab) nella costruzione di piramidi era emerso sin dall’inizio dei lavori di AERA nel 1988. (Immagine n. 9).

Immagine n. 9 Ricostruzione del porto di Giza della IV dinastia durante la piena del Nilo. Le acque riempivano i canali e i porti che gli Egizi avevano creato per trasportare materiali e rifornimenti per la costruzione delle piramidi. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 1)

Corso d’acqua e bacino

Per spostare massicci blocchi di pietra e altri rifornimenti, gli ingegneri dell’antichità dragarono una via d’acqua dal Nilo sul fronte orientale del Tempio in Valle di Khafre e della Sfinge. In seguito, estesero il canale versao sud e poi verso ovest fino alla facciata del Tempio in Valle di Menkaure, approfittando della profonda escavazione del basamento roccioso all’imboccatura del wadi tra gli affioramenti della formazione Moqqatam e Maadi (Immagine n. 10). Da questo canale diramarono una propaggine verso nord, creando il bacino a est della città di Khentkawes.

Immagine n. 10 Mappa del sito in cui sono evidenziate le formazioni rocciose Moqqatam e Maadi profondamente incise dal Wadi Centrale(© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 21)

Utilizzando gli abbondanti detriti calcarei di cava, gli operai terrazzarono il perimetro del bacino e ne rivestirono i bordi con mattoni di fango che degradavano ripidamente a ovest e si ergevano verticalmente a nord e a est. Con una larghezza di 26,6 metri, il bacino era sufficientemente grande per consentire alle piccole imbarcazioni di consegnare le merci e tornare indietro. In entrambi gli angoli (nord-ovest e nord-est) sono state ritrovate tracce di rampe che consentivano di scaricare il materiale e trasportarlo sulla terrazza superiore (Immagine n. 11).

Immagine n. 11 Ricostruzione con un modello 3D della fase iniziale del bacino e degli accessi alla città di Khentkawes. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime(© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 2)

Rive orientali e occidentali: un polo per l’edilizia

Poco dopo aver completato il bacino, i costruttori aggiunsero edifici in mattoni crudi a est e a ovest, racchiudendoli tra massicce pareti. A questo punto, il bacino si presentava delimitato da spessi muri di cinta. Gli edifici occidentali furono eretti lungo un’alta terrazza rocciosa, sul bordo di una vecchia cava. Nel 2006 e nel 2007 il team ha scoperto che questi edifici erano antecedenti alla città di Khentkawes. I muratori di Shepseskaf, evidentemente li incorporarono nella parte inferiore della città a forma di “L”. All’epoca di Menkaure queste costruzioni ospitavano, con tutta probabilità, persone che gestivano le consegne di materiali da costruzione.

Sulla riva orientale inferiore, gli operai di Menkaure eressero un recinto di mattoni che si estende a est. A nord collegarono i recinti orientali e occidentali con un enorme muro di mattoni di fango per superare il dislivello di 4 metri dalla terrazza superiore alla riva orientale. Ampie porte, alle estremità occidentali e orientali del muro settentrionale, davano accesso alla terrazza superiore (Terrazza 1) del bacino (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 Ricostruzione con un modello 3D della fase iniziale del bacino e degli accessi alla città di Khentkawes. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. Nella ricostruzione sono visibili le cinte murarie nord e ovest del Complesso di Edifici a Silos (SBC) che fu aggiunto durante la V Dinastia. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 3)

A ovest, un’altra porta, contrassegnata da una zoccolatura a perno in calcare, dava accesso agli edifici superiori. Da questa soglia, la rampa laterale meridionale scendeva per 2 metri contro la parete rocciosa e raggiungeva il Terrazzo 1. Sulla sponda orientale, si apriva un’ ulteriore porta, attraverso il muro di cinta del complesso inferiore, anch’essa contrassegnata da una zoccolatura. Si sa poco dell’ interno originario del recinto della riva orientale. Piccoli sondaggi, fino ai primi livelli, hanno restituito pareti bruciate, pavimenti di cenere e tracce di cottura. In questo periodo, il pane e la birra erano probabilmente destinati agli operai e agli amministratori della costruzione. I cereali e le altre forniture potevano arrivare per via navale durante la stagione dell’inondazione, quando gli operai scaricavano sulle terrazze del lungofiume.

Cambiamenti sulle sponde del bacino

Durante i tre o quattro anni in cui i muratori di Shepseskaf furono impegnati nel completamento dei templi piramidali di Menkaure, si dedicarono anche alla costruzione della città per la regina madre Khentkawes sulla terrazza superiore del basamento roccioso e vi incorporarono, nella parte orientale e meridionale, gli edifici amministrativi di Menkaure.

In cima alla Rampa Laterale Sud restrinsero l’ingresso est per creare l’accesso ad un corridoio di collegamento largo 1,6 metri e lungo 150 metri, che corre verso ovest dal pendio fino alla cappella della regina nella sua tomba monumentale. I costruttori aggiunsero una rampa laterale settentrionale che completa quella a sud, ma che scende dalla soglia della strada rialzata fino a un corridoio sopraelevato di circa mezzo metro rispetto alla Terrazza 1Per consentire l’accesso alla terrazza, costruirono una serie di scale che si dipartivano da un’apertura nella parete del corridoio. Le terrazze, le scale e le rampe laterali sul lato ovest del bacino permettevano un’ ascesa adeguata al monumento della regina e alla città alta. Generazioni più tardi, si realizzarono, in pietra calcarea, rampe e terrazze laterali e ad angolo simili a quelle della parte anteriore del Tempio a Valle nel complesso piramidale di Pepi II, ultimo re della VI dinastia.

Il nuovo corridoio in muratura girava verso est e correva sopra la Terrazza 1, lungo il lato settentrionale del bacino. Aggiungendo un accrescimento contro la faccia del muro di cinta settentrionale, i costruttori resero il corridoio largo 1,6 metri, con l’intenzione di farne una continuazione della strada della regina madre che correva dritta verso il recinto sulla sponda orientale. L’accrescimento occluse l’ampio accesso occidentale attraverso il muro di cinta settentrionale, ma fu lasciato l’accesso orientale, ancora oggi segnato da un’ampia soglia di calcare (Immagine 13).

Immagine n. 13 Ricostruzione con un modello 3D della seconda fase del bacino e degli accessi alla città di Khentkawes. Nella ricostruzione sono visibili le rampe laterali sud e quella nord aggiunta in questa fase, il corridoio sopraelevato rispetto alla Terrazza 1 e l’occlusione dell’accesso occidentale lungo il muro di cinta settentrionale. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 4)

Centro di culto e Commissariato della Comunità

Durante la V dinastia fu edificato, all’interno del recinto orientale, il “Complesso di edifici a silos” (SBC), che prende il nome dal suo elemento più caratteristico, una serie di cinque silos rotondi per conservare il grano.

Probabilmente, i muratori della V dinastia rinnovarono le strutture per lo stoccaggio, la cottura e la produzione di birra esistenti già all’epoca di Menkaure. Una volta che Khentkawes collegò il suo corridoio al recinto orientale, il pane, la birra e gli altri prodotti furono convogliati verso il suo monumento, prima di tornare al personale ora collegato al suo servizio funerario.

Quando costruirono l’SBC come lo conosciamo, gli operai della V dinastia abbatterono lo spesso muro occidentale del recinto più antico fino al livello della Terrazza 1. Questo fece sì che l’interno delle stanze, aggiunte o modificate sul lato ovest, si affacciasse direttamente sul bacino. Accanto ai resti dell’antico muro di cinta eressero piccoli pilastri in mattoni per sostenere una copertura leggera. Il risultato fu la realizzazione di un portico ombreggiato, una configurazione che ritroviamo in modelli di case, piante e templi del Medio Regno.

L’SBC definitivo comprendeva i cinque silos, lunghe camere aperte per la cottura ed eventualmente la produzione di birra, una residenza per il sorvegliante con cucina, camere da letto e sala per le udienze (Immagine n. 14).

Immagine n. 14 Primo piano della ricostruzione 3D del Complesso di Edifici a Silos (SBC) e dell’angolo nord-est del bacino. Quando gli Egizi abbatterono il muro di cinta occidentale dell’SBC, costruirono muri di sostegno e colonne per il tetto delle stanze adiacenti, creando un portico che si affaccia sul bacino, come vediamo in molti modelli, per lo più databili al Medio Regno. Il tetto a volta si basa sulla ricostruzione di F. Arnold delle case della città di Khentkawes in “Die Priesterhäuser der Chentkaues in Giza, Staatlicher Wohnungsbau als Interpretation der Wohnvor- stellungen für einen ldealmenschen”, Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts Abteilung Kairo, Band 54, pp. 1-18, 1998. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 5)

Una storia di due “città” e di trasformazioni

Il primo bacino di Menkaure/Khentkawes e i suoi insediamenti a est e a ovest offrono una narrazione sorprendentemente diversa rispetto al sito della Città Perduta. Le autorità fondarono entrambe le installazioni per sostenere il programma di edificazione delle piramidi. Ma Heit el Ghurab fu smantellata quando terminò la costruzione, mentre il complesso della valle di Menkaure/Khentkawes fu trasformato in una città piramidale dedicata ai culti reali. Perché i due siti hanno avuto destini diversi?

Mentre il primo centro di costruzione di Menkaure/Khentkawes si trovava all’interno del sacro recinto funerario, la Città Perduta si trovava su un terreno profano più a sud-est, troppo lontano sia per fornire offerte su scala ridotta rispetto a quelle richieste dalle squadre di lavoro delle piramidi , sia per ospitare i sacerdoti. Ma essendo adiacente a un porto di grandi dimensioni vicino al Nilo(1)era ideale per ricevere ed ospitare grandi quantità di materiali, rifornimenti e persone che arrivavano via fiume. Inoltre, l’ampio e basso deserto ha permesso all’insediamento della “Città perduta” di espandersi secondo le necessità per accogliere un’ampia gamma di strutture e attività su scala industriale: laboratori artigianali, silos per il grano, magazzini, residenze per funzionari, macelli, ambienti per il bestiame e persino, per l’epoca, parte di un laboratorio funerario reale.

Il primo insediamento di Menkaure/Khentkawes, circondato da muri di cava, templi mortuari, tombe, un canale, un bacino e il wadi meridionale, aveva, invece, poco spazio per espandersi. I costruttori lo intesero come base di gestione vicino ai progetti di costruzione, ma probabilmente, fu concepito per uno scopo successivo. Fu, infatti rapidamente convertita la facciata del bacino per servire i culti reali. Inoltre, la cura e l’investimento profusi nel complesso suggeriscono l’intenzione di utilizzarlo a lungo termine. Questa storia di due città e della loro trasformazione include il trasferimento di alcuni residenti di Heit el-Ghurab nel rinnovato complesso di Menkaure/Khentkawes. Mentre la gente abbandonava e smantellava la Città Perduta, i sacerdoti della purificazione di Menkaure, che avevano lavorato nell’Officina Mortuaria Reale (Wabet, letteralmente “luogo di purificazione”), si trasferirono nella SBC con la benedizione di Shepseskaf (2) (Immagine n. 15).

Immagine 15 Ricostruzione con un modello 3D della fase finale del complesso edilizio dei Silos, del bacino e dell’avvicinamento alla città di Khentkawes. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 5)

La città portuale perduta delle piramidi

In AERAGRAM 14-11 Mark Lehner ha presentato un nuovo aspetto del sito di Heit el-Ghurab: “La città portuale perduta delle piramidi”. L’insediamento non era solo la base per la costruzione delle piramidi di Giza ,ma, in quel periodo, anche un importante porto sul Nilo. In quell’articolo Lehner ha esposto una serie di prove archeologiche a sostegno di quest’idea. Ma non si è occupato di come questo insediamento fosse collegato al Nilo. In questa sede, l’autore affronta il problema esaminando le prove dell’esistenza di infrastrutture per il trasporto fluviale – canali, porti, bacini e porticcioli – sepolte sotto l’odierna pianura alluvionale lungo la base dell’altopiano di Giza. Lavorando con le testimonianze archeologiche, le tracce di antichi elementi del paesaggio, i campioni di sedimenti provenienti da superfici profondamente sepolte e le migliori ipotesi e congetture, sviluppa un modello dei porti e dei canali del Nilo a Giza durante l’Antico Regno.

Ogni anno, le piogge nell’altopiano dei laghi africani e nell’acrocoro etiopico convogliano una colossale onda d’acqua attraverso il bacino del Nilo. In Egitto, prima della costruzione della diga di Assuan, l’acqua saliva di 7 metri rispetto al suo livello più basso nel letto del fiume. L’onda del Nilo allagava la valle riempiendo bacini naturali e artificiali. Per sei/otto settimane l’acqua, con una profondità media di 1,5/2 metri, rimaneva nei bacini mentre l’argilla e il limo (il materiale disgregato proveniente dalle montagne dell’Africa orientale) si depositavano, fertilizzando la piana alluvionale e favorendo un’agricoltura estremamente produttiva.

I costruttori delle piramidi di Giza pianificarono una sopraelevazione di 7 metri, rispetto alla piena del Nilo, quando intervennero su quella parte della pianura alluvionale per farne il più grande porto fluviale dell’epoca e che includeva il sito della cosiddetta Città dei Lavoratori o Città Perduta (Heit el-Ghurab in arabo). Per trasportare pietra e altri materiali, scavarono canali e bacini con la stessa determinazione con cui costruirono piramidi, tombe e templi. Oggi i loro corsi d’acqua sono sepolti sotto il paesaggio e il Nilo, avendo variato il suo corso, ora scorre addossato al lato orientale della valle a 8 chilometri dall’altopiano di Giza . Come è possibile, quindi, trovare tracce di quelle infrastrutture?

Quattro millenni e mezzo di inondazioni del Nilo e di piogge episodiche e violente hanno riversato materiali dagli uadi del deserto seppellendo la piana dell’Antico Regno sotto 4-5 metri di argilla, limo, sabbia e ghiaia (Immagine n. 16).*

Immagine n. 16 Nella piana alluvionale del Nilo, vicino a Zaghloul Street (vedi mappa nell’immagine seguente), nel 1994, durante gli scavi per la costruzione di un grattacielo, è stato scoperto un massiccio muro di calcare e basalto. Altre due sezioni del muro sono state rinvenute in una trincea di un appaltatore durante lo scavo di una condotta delle acque reflue lungo Zaghloul Street. Il basalto e il calcare corrispondono al materiale del Tempio Superiore della piramide, del Tempio a Valle e della Via Ascensionale di Khufu, indicando che il muro di Zaghloul Street faceva parte di quel complesso. E’ presumibile che il muro racchiudesse un bacino di fronte al Tempio della Valle di Khufu. Lo “sbarramento” alla fine della trincea è il modulo di un appaltatore per il getto delle fondamenta di un edificio. La densa concentrazione di sviluppo nella piana ai piedi dell’altopiano di Giza (ben visibile nella mappa seguente) rappresenta una sfida per chiunque cerchi di ricostruire la pianura alluvionale dell’Antico Regno, profondamente sepolta. © Foto di Mark Lehner. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 14)

Nel corso dell’ultimo secolo, dopo che le diga di Assuan ha limitato l’inondazione annuale, la città moderna del Cairo si è estesa verso Giza, un’espansione che nel 1977 era già in corso. Con tutti questi elementi sfavorevoli, è possibile ricostruire qualcosa della pianura alluvionale dell’Antico Regno?

Tre fonti offrono indizi:

– Vestigia di elementi antichi nei profili della superficie moderna.

– Elementi antichi scoperti con gli scavi

– Sedimenti recuperati attraverso trivellazioni profonde.

Gli ingegneri della IV dinastia sfruttarono la dinamica del fiume per creare porti e canali sufficientemente profondi tutto l’anno per le piccole imbarcazioni con pescaggio ridotto e, durante l’inondazione quando il livello delle acque saliva anche di sette metri, per i pesanti natanti da carico con pescaggio elevato. Per attingere a un vicino ramo occidentale del Nilo, hanno dovuto superare il possente argine del fiume, largo fino a 200 metri e alto 4 metri. Utilizzando gli indizi sopra elencati, è possibile identificare la posizione di antichi corsi d’acqua e porti. I contorni della superficie moderna e un antico solco erosivo suggeriscono che questo fosse il percorso di un canale del Nilo dell’Antico Regno. Le strutture della IV dinastia, scoperte attraverso gli scavi, definiscono i confini di canali e porti e servono come punti di riferimento per i livelli della pianura alluvionale e delle sponde del fiume.

I carotaggi effettati in profondità forniscono le sezioni di limo e argilla solidi, che riempivano i corsi d’acqua abbandonati, e di sabbia e ghiaia delle sponde del fiume su cui gli abitanti della IV dinastia costruirono i loro insediamenti. Lehner ha utilizzato una mappa topografica di Giza prodotta con la fotogrammetria nel 1977 per il Ministero egiziano dell’Edilizia Abitativa e della Riqualificazione per localizzare gli elementi e le carote di perforazione. Ha quindi disegnato la topografia della IV dinastia come sovrapposizione (Immagine n. 17). 

Immagine n. 17 Porzione di una mappa 1:5.000 che mostra le piramidi e la pianura alluvionale ai piedi dell’altopiano di Giza. La mappa è stata prodotta per il Ministero Egiziano dell’Edilizia Abitativa e del Risanamento mediante fotogrammetria nel 1977. Mostra le curve di livello e tutte le strutture presenti all’epoca (ma qui è leggermente modificata per ridurre l’affollamento). Il canale del Nilo dell’Antico Regno proposto segue il corso del canale Libeini (una vestigia dell’antico corso del fiume). L’ipotizzato canale del bacino antico che portava i materiali all’altopiano di Giza passa attraverso la fessura tra i due centri di insediamento evidenziati, Nazlet el-Sissi e Nazlet el-Batran Est. Il porto o marina di Khufu proposto è delineato da una linea rossa tratteggiata. In giallo sono evidenziati gli elementi architettonici dell’Antico Regno sepolti e alcuni dei siti e delle caratteristiche citati nell’articolo. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 15)

Oltre a localizzare gli elementi sul piano orizzontale del paesaggio, li ha posizionati anche in verticale, impostando, cioè la, loro forma, profondità ed elevazione. Ha reso i corsi d’acqua e i porti dall’alto verso il basso secondo linee di collegamento con valori espressi in metri sul livello del mare (asl). I dati provengono da carote di sedimenti (Immagine n. 18).

Immagine n. 18 Vista prospettica dell’altopiano di Giza e della piana alluvionale adiacente con i corsi d’acqua della IV dinastia ricostruiti. I cerchi rossi indicano la posizione dei carotaggi utilizzati per sviluppare questo modello. Le colonne rappresentano schematicamente i sedimenti accumulatisi in oltre 4.500 anni. La colonna mostrata sopra o vicino a un cerchio rosso indica la sequenza di quella carota (da circa 16 metri s.l.m. in giù) (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 16)

Alla fine degli anni ’80, un consorzio americano-britannico (AMBRIC) ha perforato 72 pozzi prima di installare un sistema fognario a est dell’altopiano di Giza. Con grande precisione, hanno mappato e registrato per ogni carota i diversi sedimenti, la loro profondità sotto la superficie e l’elevazione rispetto al livello del mare. Fortunatamente, i sedimenti mostrano un elevato contrasto tra sabbia o ghiaia e limo o argilla. Nel lavorare su questi elementi Lehner ha ignorato la sequenza da circa 16,00 a 16,50 metri s.l.m., partendo dal presupposto (fondato sull’evidenza) che si trattasse di sedimenti posteriori all’Antico Regno. Le strutture antiche gli hanno fornito ulteriori punti di riferimento. Ad esempio, ha fissato l’altezza dell’inondazione del Nilo a 1 metro sotto l’altezza della pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu, presumendo che, ragionevolmente, i suoi costruttori volessero che rimanesse all’asciutto anche in quella situazione. L’altezza della piena ha portato a sua volta all’elevazione della piana alluvionale. Prima delle dighe di Assuan, al culmine dell’inondazione, l’acqua si trovava in media 1,5 metri sopra di essa.

Le carote di sedimento, hanno restituito argilla e limo molto profondi e solidi riferibili al riempimento di quelli che dovevano essere canali fluviali e bacini artificiali. Il Nilo,infatti, non depositava argilla e limo all’interno del suo letto; durante l’inondazione spargeva questo materiale fine su entrambi i lati della pianura. Quando il fiume ha variato il suo corso, il vecchio canale si è riempito di argilla e limo provenienti dalla piena annuale e, a est degli uadi, di sabbia e ghiaia. Grazie allo studio di punti di riferimento, tracce di antiche superfici paesaggistiche e dinamiche del Nilo, a congetture ponderate e intuizioni derivate dalle moderne infrastrutture di trasporto dell’acqua, l’illustre egittologo ha sviluppato il modello della piana alluvionale qui proposto (Immagine n. 18).

* Ampi wadi delimitano l’altopiano di Giza a nord e a sud. Un wadi centrale che separa la Formazione Moqqatam dalla Formazione Maadi si dirama a nord del Muro del Corvo (Heit el-Ghurab). Vedi immagine n. 10

Ricostruzione del canale del Nilo

Stabilire quale fosse l’antico corso del Nilo rappresenta la più grande sfida per la ricostruzione della pianura alluvionale di Giza durante IV dinastia. La maggior parte degli studiosi che si sono occupati della questione ritiene che, nell’Antico Regno, un suo canale o un affluente minore scorresse nei pressi del lato occidentale della valle. David Jeffreys e Judith Bunbury hanno proposto che il Nilo, nei pressi di Menfi, a sud di Giza, si divideva in due o più rami principali come quelli odierni di Rosetta e Damietta. Molti concordano sul fatto che il Libeini segni il percorso di un antico canale occidentale del Nilo. Da Saqqara ad Abu Roash i contorni moderni della superficie ne mostrano chiaramente le tracce. E’ da questa premessa che Lehner è partito per sviluppare la sua ricostruzione del sito. Presumendo che gli egizi avessero necessità di un canale molto ampio per il trasporto di pietre e legname del peso di svariate tonnellate, ne ha ipotizzato la larghezza in circa 500 metri la larghezza , cioè la stessa del Nilo odierno all’altezza del Cairo (senza tener conto delle variazioni stagionali). Le considerazioni sui canali e sulle altre caratteristiche della conformazione del paesaggio intorno a Giza possono essere supportate grazie alle indagini effettuate da AMBRIC (Immagine n. 19), dal team di AERA e da altri ricercatori.

Immagine n. 19 I carotaggi effettuati dal consorzio americano-britannico (AMBRIC). Nella parte sinistra della mappa sono evidenziati i punti di prelievo, mentre le nove colonnine sulla parte destra ci informano sui materiali restituiti. Numerando dalla prima in alto a sinistra abbiamo: 1) Sabbia. Sedimenti del wadi 2) Sabbia e ghiaia, materiali desertici dilavati dai Wadi 3) Limo e argilla, sedimenti depositati durante le piene del Nilo (il periodico accumulo sulla pianura alluvionale 4) Depositi intercalati di limo argilloso e ghiaia sabbiosa del canale fluviale abbandonato (sedimenti dell’alluvione del Nilo e dilavamento degli uadi) 5) Ceramica depositata su limo e argilla, che conferma la presenza di un insediamento costruito sull’antica piana alluvionale o sui sedimenti delle piene del Nilo dragati dai canali 6) Sabbia, argilla, sabbia. Sabbia dei wadi depositata su sedimenti del Nilo impostati su un antico deposito di wadi 7) Insediamento (presenza di ceramica) su limo e argilla su sabbia. Insediamento costruito sui sedimenti del Nilo depositati su quelli di un antico wadi 😎 Insediamento (presenza di ceramica) su sabbia e ghiaia. Insediamento costruito su antichi sedimenti di wadi 9) Insediamento (presenza di ceramica) su sabbia. Insediamento costruito su antichi sedimenti di wadi (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 17)

I carotaggi eseguiti da AMBRIC lungo il corso del Libeini mostrano la composizione tipica di un canale fluviale abbandonato: limo e argilla molto profondi e solidi oppure, ad est delle foci degli wadi, limo e sabbia intercalati. La profondità degli strati di limo e argilla consente di determinare il fondo del vecchio canale. Due trivellazioni profonde quasi 20 metri nel Libeini, appena a est delle piramidi, hanno raggiunto il fondo di argilla su sabbia e ghiaia. Questo potrebbe essere, secondo Lehner, l’antico letto del fiume, e si trova ad un’altezza compresa tra 1,93 e 4,83 metri sul livello del mare. Con i dati a disposizione ha, di conseguenza, delineato il fondo del canale, profondo almeno 10-13 metri.

Il porto di Khufu

Ormai scomparso, ad eccezione della pavimentazione e delle massicce fondamenta in blocchi di calcare, il Tempio in Valle di Khufu si trovava su un bassopiano desertico a circa 400 metri dal bordo dell’altopiano di Giza. Il consorzio AMBRIC ne ha raggiunto la pavimentazione in basalto in una trincea lungo il canale di Mansouriyah. A circa 500 metri a est, in un’altra trincea lungo la via Zaghloul, sono stati rinvenuti due segmenti di un muro di calcare, distanti 400 metri l’uno dall’altro (vedi mappa dell’immagine n. 17, cap.5). Poi, nel 1994, un segmento lungo 70 metri di un massiccio muro di calcare e basalto è emerso poco più a est, durante gli scavi per un grattacielo (vedi immagine n. 16, cap.5). Il basalto e il calcare corrispondono al materiale del Tempio Superiore della piramide, della strada rialzata e del Tempio in Valle di Khufu, indicando che il muro di via Zaghloul faceva parte del complesso. Le tre sezioni e la pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu definiscono un recinto di 400 metri da nord a sud e di 475 metri da est a ovest, (190.000 mq).

Sulla base di queste strutture, Lehner ha ricostruito una riva protetta, un bacino per piccole imbarcazioni ed un porto in grado di gestire grandi imbarcazioni da carico. A sud del sito del Tempio della Valle di Khufu, lungo il Canale di Mansouriyah, la trincea aMBRIC sembrerebbe aver tagliato l’insediamento dell’Antico Regno a quote comprese tra i 14,59 e i 14,86 metri s.l.m. e, successivamente, spessi muri di mattoni di fango ricoperti di calcare posti a circa 100 metri di distanza l’uno dall’altro: evidentemente i muri settentrionali e meridionali di un grande edificio. Questa struttura delimitava ulteriormente l’estensione del bacino fluviale di Khufu.

L’analisi della massa di dati a disposizione, ha permesso una ipotetica ricostruzione del “waterfront” della IV Dinastia* (Immagini nn.20-21-22-23).

Conclusioni

Ci si chiede se Il modello di infrastruttura fluviale dei costruttori delle piramidi di Giza elaborato da Lehner rappresenti accuratamente il modo in cui è stato progettato.

Considerando gli elementi indiscutibili, possiamo essere certi che una sorta di grande recinto, definito almeno in parte da muri di pietra o dighe, si estendeva per 500 metri a est del Tempio della Valle di Khufu. I segmenti di muro di Zaghloul Street e la pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu forniscono dei punti di riferimento al di sopra dei quali le normali acque di piena del Nilo non salivano. Più a sud, le prove indicano con certezza la presenza di un canale lungo, ampio e molto profondo che conduceva direttamente verso la Sfinge e il Tempio della Valle di Khafre, con due insediamenti che fiancheggiavano il suo accesso a est. Sicuramente il sito diHeit el-Ghurab confinava con questa ampia zona a sud. A ovest, è stata individuata l’estremità settentrionale di un bacino artificiale che fronteggia il complesso di Khentkawes. L’acqua del Nilo avrebbe dovuto raggiungere questo bacino da nord e da est.

Questi elementi sono assodati, mentre un fattore importante rimane sconosciuto: le caratteristiche del Nilo durante l’Antico Regno. Non conosciamo il suo corso e le sue dimensioni, né sappiamo se il tronco principale o un canale secondario scorreva più vicino a Giza. Inoltre, mancano i dati dei carotaggi e altre informazioni che potrebbero completare il “waterfront” ai piedi dell’altopiano di Giza, come nell’area appena a est della bacino di Khufu.

Ma queste lacune non sono un motivo per rifiutare il modello. Infatti, lo scopo dell’esercizio di modellazione svolto da Lehner è rigorosamente rivolto alla ricerca, finalizzato alla scoperta e alla risoluzione di problemi, facendo uso dei dati disponibili.

Quasi certamente il modello non rappresenta perfettamente l’aspetto che aveva nella IV dinastia, ma questo processo esplorativo offre spunti di riflessione su come i costruttori di piramidi possano aver trasformato Giza in un importante porto sul Nilo.

*Tralascio qui, per brevità, i dettagli dell’impressionante lavoro compiuto da Mark Lehner che è però consultabile alle pagg. 17÷23 di Aeragram Vol. 15.

Il sito di Heit el-Ghurab: aggiornamenti dal resoconto della stagione di scavi 2017/2018

Mi è sembrato interessante soffermarmi ancora su Heit el-Ghurab, per aggiungere rilievi e interessanti scoperte (ma anche ulteriori domande) che si sono aggiunti durante il corso delle esplorazioni “in situ”.

Durante la stagione 2018 (dal 17 febbraio al 14 aprile) l’Ancient Egypt Research Associates (AERA) ha effettuato scavi in tre località di Giza: il sito di insediamento di Heit el-Ghurab (HeG), la città di Khentkawes (KKT) e la discarica scavata da Karl Kromer (KRO) sul versante occidentale del Gebel el-Qibli (Immagine n. 1). Il resoconto di quanto emerso, sarà l’oggetto delle prossime pubblicazioni

Immagine n. 1: Vista satellitare dell’altopiano di Giza sud-orientale che mostra le tre aree della Stagione 2018 di AERA: KKT (Khentkawes Town) e MVT (Menkaure Valley Temple); KRO (Kromer’s Dump); SWI (Standing Wall Island) di HeG (Heit el-Ghurab, in arabo “Muro del Corvo). Otto ispettori del Ministero delle Antichità si sono formati presso la Scuola Avanzata sul Campo AERA-ARCE, mentre erano inseriti nelle squadre di scavo, indagine e laboratorio, finanziate da una sovvenzione concessa a Richard Redding dell’Antiquities Endowment Fund (AEF) dell’American Research Center in Egypt (ARCE). Mohsen Kamel, direttore esecutivo di AERA-Egitto, e Daniel Jones, archeologo senior, hanno supervisionato gli scavi del sito. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 81) 

HEIT EL-GHURAB: L’isolato con muro eretto. SWI (STANDING WALL ISLAND)

Nella prima parte della stagione 2018, gli studenti e i supervisori della scuola di campo avanzata (AERA-ARCE) hanno fatto pratica di scavo e registrazione sul luogo di un antico recinto murato, ES1 (Enclosure South 1), all’estremità settentrionale del complesso più grande che è stato denominato “Standing Wall Island” (SWI) perché nel 2004 fu rinvenuto il suo muro esterno, in calcare, alto fino a un metro. A nord, lo spesso muro esterno di SWI incornicia due recinti più piccoli, ES1 e ES2, poi continua verso sud, gira, con un angolo arrotondato, verso est, quindi ritorna a nord, lasciando un ampio corridoio a est. L’intero schema “a graffetta” racchiude una grande area vuota in cui le profonde trincee scavate hanno rivelato solo sabbia pulita. Nel 2011 è stato individuato l’anello esterno e l’analista faunistico Richard Redding ha avanzato l’ipotesi convincente che si trattasse di un recinto. Questa disposizione corrisponde, infatti, sia ai recinti raffigurati nell’arte egizia e agli antichi cortili ritrovati in Egitto e altrove, ma persino ad alcuni aspetti dei recinti moderni (come, ad esempio, gli angoli arrotondati). Quando nel 2015 l’equipe è ritornata a SWI per ulteriori indagini, è stato ipotizzato che i recinti ES1 e ES2 rimandassero a ricoveri per animali e ad ambienti per la macellazione. Ma qui si è rinvenuta anche una residenza d’élite, forse destinata al responsabile dell’intero complesso di SWI (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: ES1 (Enclosure South 1) che mostra il recinto interno più antico visto verso sud. Rabee Eissa e Ahmed Hamad esaminano uno dei muri interni (in alto a destra). Ashraf Abd el-Aziz, Said Abdul Ahmed (in alto al centro), Shaimaa Abd El-Raouf e Hoda Osman (al centro a sinistra) esaminano i tagli attraverso lo spesso muro di pietra che divide ES1 da ES2(Enclosure South 2). ES2 rimane coperto dalla sabbia protettiva del riempimento operato dall’equipe. (in alto a sinistra). (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 82)

Già nel 2011 si era compreso che il muro esterno (tipico schema di un recinto) era l’ultima cosa costruita su SWI. La “casa” era composta da mattoni di fango in ES2, prima che i costruttori la circondassero con una spessa cintura di pietra. In seguito, collegarono il muro del recinto all’angolo nord-ovest (etichettato come “seam”, sutura” nell’immagine n. 3) facendolo curvare verso sud non molto tempo prima che la gente abbandonasse il complesso, quando la sabbia stava già iniziando a invadere la zona. Solo allora ES1 fu delimitato a nord e a ovest. Quindi ES1 potrebbe non essere esistito prima che il “muro di cinta” lo circondasse e lo caratterizzasse come recinto.

Inoltre, gli scavi del 2018 hanno rivelato la presenza di un preesistente recinto all’interno di quello di ES1 (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: ES1 ed ES2 all’estremità settentrionale del complesso SWI. La curva del muro interno meridionale di ES1 rispetta il “muro di cinta” esterno di ES1, sebbene sia più profondo e appartenga a una fase più antica. Il “muro del recinto” potrebbe aver sostituito un muro di cinta preesistente. I muri di un recinto interno più antico, rinvenuti dalla Field School nel 2018, sono evidenziati in blu. (©Pianta di Rebekah Miracle da AERA GIS. Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 83)

Questa serie di muri interni è antecedente a quello esterno. Il muro occidentale del recinto interno è quello che viene considerato come muro divisorio. Forse perché più antico, questo non condivide l’orientamento di ES1 e del muro di cinta più grande di SWI; è leggermente più orientato verso est piuttosto che verso nord. Si tratta di stabilire se ES1 fosse chiuso a nord e a ovest da una cinta muraria precedente. Un fatto suggerisce che potrebbe essere esistito un muro esterno più antico del recinto. Il sottile muro sud-occidentale, attaccato all’angolo meridionale del recinto interno ES1, si incurva per “rispettare” la linea del muro di recinzione (come si evince dall’immagine n. 3). Esso si trova più in profondità, incassato in una superficie di insediamento più antica rispetto alle fondamenta del muro del recinto. E’ probabile che abbia sostituito un confine o una barriera precedente che conteneva gli animali. Il recinto più antico e più piccolo, delimitato dai muri mappati nel corso di questa stagione di indagini, è diverso dagli spessi muri che costituiscono la struttura dell’ambiente della “casa” identificata in ES2. È, pertanto, ipotizzabile che abbia avuto a che fare con il trattamento degli animali. Inoltre, sono stati nuovamente esaminati alcuni muri curvilinei (la cui mappatura aveva avuto inizio già nelle stagioni precedent) incastonati nelle rovine dell’insediamento all’esterno e a nord di ES1 e del muro del recinto (Immagine n. 4). È verosimile che possa trattarsi di recinti e di cortili minori per il riparo degli animali.

Immagine n. 4: Muri curvilinei a nord del Recinto 1 e il “Corral Wall (muro di cinta)” di fase avanzata ai margini della “Laguna 1” (colmato dall’equipe con la sabbia di riempimento, a sinistra), che potrebbe essere il residuo di un’antica zona di sosta per la consegna di merci e animali; vista verso est. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 83)

IN AGGIORNAMENTO

Fonte: Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pagg. 81÷98

Fonti:

  • Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
  • Ali Radwan, “Le piramidi a gradoni” in “I Tesori delle Piramidi” (a cura di Zahi Hawass), p. 108
  • Sito del Museo Imhotep, Saqqara: http://egypte.nikopol.free.fr/musee/museeimhotepsaqq.html
  • Edda Bresciani (a cura di), “Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto”, p.174
  • Ancient Egypt Research Associates (AERA), sito web https://aeraweb.org/
  • Zahi Hawass (a cura di) “I Tesori delle Piramidi” p.114 e p.376
  • Mattia Mancini, Djed Medu blog di Egittologia, pubbl. 29 settembre 2016
  • Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197
  • Mark Lehner, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013
  • Mark Lehner e Wilma Wetterstrom, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014
  • Kathryn A. Bard e Rodolfo Fattovich, MERSA/WADI GAWAIS 2009-2010, in collaborazione con
  • Duncan FitzGerald, Rainer Gerisch, Christopher Hein, Dixie Ledesma, Andrea Manzo, Tracy
  • Spurrier, Sally Wallace-Jones, Cheryl Ward and Chiara Zazzaro. Newsletter di Archeologia CISA – Volume 1 – 2010
Piramidi

LA NOUVELLE DÉCOUVERTE DE SCANPYRAMIDS DANS LA PYRAMIDE DE CHEOPS

Di Franck Monnier

Traduzione di Patrizia Burlini

Franck Monnier, per chi non lo conoscesse, è un ingegnere specializzato nelle tecniche di costruzione egizie ed è tra i più importanti, seri e stimati studiosi al mondo in questo ambito.

On me pose énormément de questions sur la découverte récente faite par ScanPyramids. Je fais donc un petit point sur ce que l’on sait à l’heure actuelle et ce qu’il est raisonnable (ou pas) de déduire des informations dont on dispose.

La découverte consiste en un tunnel maçonné long de 9 mètres et large de 2,10 m et haut de 1 à 2,30 mètre environ. Celui-ci est couvert sur toute sa longueur d’une voûte en chevrons à une seule couche de blocs. Cette dernière prolonge la couche supérieure de de chevrons que l’on peut observer de l’extérieur, au-dessus de l’entrée nord.

Ce boyau démarre donc juste à l’arrière des chevrons inférieurs, ce qui signifie qu’il n’a jamais été accessible puisque condamné dès la construction de la voûte. Le boyau se termine en impasse.

Tout semble donc indiquer (je dis bien “semble”) qu’il n’avait pas fonction à offrir une communication, un passage. Il ne s’agirait pas d’un couloir. D’ailleurs, on voit bien que les blocs latéraux et le sol sont grossièrement taillés. L’un d’eux, au fond, est en net ressaut et empêche toute circulation.

Il s’agirait donc d’un espace de décharge similaire à ce que l’on observe au-dessus de la chambre du Roi de cette même pyramide, ou ailleurs à la pyramide de Meïdoum.

Il est important de signaler qu’un espace de décharge avec voûte en chevrons surmontant un couloir d’accès a déjà été relevé dans les pyramides d’Abousir (5e dynastie). Il y a donc des parallèles.

Ce qui étonne ici, ce sont ces dispositifs compliqués couvrant un couloir d’accès qui n’en demandait pas tant. Lorsque l’on reconstitue la maçonnerie d’origine (voir dessins joints), on voit bien que cette voûte en chevrons s’étend sur deux niveaux, créant une rupture entre les vides. Elle est horizontale alors que le couloir d’accès est descendant.

Soulignons que les détections n’ont rien révélé entre le couloir conduisant aux appartements et ce nouveau boyau. A priori, il n’y a rien d’autre.

Les Egyptiens concevaient leurs édifices avec pragmatisme et une connaissance des structures archaïques (avancée pour leur époque mais néanmoins archaïque). Il ne faut donc pas, à tout prix, chercher une correspondance entre ce qu’ils ont fait et ce qu’il faudrait faire au mieux (en somme, comme nous le ferions avec nos outils).

Le caractère symbolique, souvent hermétique à nos yeux, joue peut-être également un rôle non négligeable.

En quoi cette découverte est si importante ?

– Elle vient en premier lieu valider les détections de ScanPyramids, ce qui signifie que ce qui a aussi été détecté au-dessus de la grande galerie peut laisser espérer une découverte similaire.

– Elle révèle que la Grande Pyramide dispose encore d’aménagements inconnus et ça n’est pas rien.

– Et puis, qui sait, ce boyau possède peut-être quelques précieuses inscriptions laissées à l’encre rouge, similaires à celles des chambres de décharge situées au-dessus de la chambre du Roi. Attendons pour cela les rapports détaillés.

à suivre…


Sto ricevendo molte domande sulla recente scoperta fatta da ScanPyramids. Vi darò quindi un rapido aggiornamento su ciò che sappiamo al momento e su ciò che è ragionevole (o meno) dedurre dalle informazioni in nostro possesso.

La scoperta consiste in un tunnel in muratura lungo 9 metri, largo 2,10 metri e alto da 1 a 2,30 metri. Il tunnel è coperto per tutta la sua lunghezza da una volta a spina di pesce monostrato. Si tratta della continuazione dello strato superiore di travi che si vede dall’esterno sopra l’ingresso nord.

Il cunicolo inizia quindi proprio dietro le travi inferiori, il che significa che non è mai stato accessibile in quanto condannato al momento della costruzione della volta. Il pozzo termina in un vicolo cieco.

Tutto sembra indicare (dico “sembra”) che non fosse destinato a fornire una comunicazione, un passaggio. Non sarebbe un corridoio. Inoltre, possiamo vedere che i blocchi laterali e il pavimento sono tagliati grossolanamente. Uno di essi, in basso, ha una sporgenza netta e impedisce qualsiasi circolazione.

Si tratterebbe quindi di una camera di scarico simile a quello che si può vedere sopra la camera del re di questa stessa piramide, o altrove nella piramide di Meydum.

È importante sottolineare che una camera di scarico con una volta a spina di pesce sopra un corridoio di accesso è già stato trovato nelle piramidi di Abousir (V dinastia). Esistono quindi dei parallelismi.

Ciò che sorprende sono questi complicati dispositivi che coprono un corridoio di accesso che non richiedeva tanto. Se si ricostruisce la muratura originale (si vedano i disegni allegati), si vede chiaramente che questa volta a spina di pesce si estende su due livelli, creando un’interruzione tra i vuoti. È orizzontale, mentre il corridoio di accesso è verso il basso.

Va notato che i rilevamenti non hanno rivelato nulla tra il corridoio che conduce agli appartamenti e questo nuovo pozzo. In linea di principio, non c’è nient’altro.

Gli Egizi progettavano i loro edifici con pragmatismo e conoscenza delle strutture arcaiche (avanzate per il loro tempo, ma comunque arcaiche). Non dobbiamo quindi cercare a tutti i costi una corrispondenza tra ciò che facevano loro e ciò che dovremmo fare noi al meglio (insomma, come faremmo con i nostri strumenti).

Anche il carattere simbolico, spesso ermetico ai nostri occhi, gioca forse un ruolo importante.

Perché questa scoperta è così importante?

– Innanzitutto, convalida i rilevamenti di ScanPyramids, il che significa che quanto rilevato anche sopra la Grande Galleria può far sperare in una scoperta analoga.

– Rivela che la Grande Piramide ha ancora caratteristiche sconosciute, e questo non è poco.

– E poi, chissà, questo pozzo potrebbe avere delle preziose iscrizioni lasciate in inchiostro rosso, simili a quelle delle camere di scarico sopra la camera del Re. Aspettiamo i rapporti dettagliati.

Continua…

Piramidi

NUMEROLOGIA PIRAMIDALE

Di Giuseppe Esposito

Come scritto anche nella mia presentazione a questo gruppo, pur essendo un umile “badilante” dell’egittologia, me ne occupo da quasi sessanta anni. Salvo i primi approcci quasi infantili all’argomento, quando il mistero attrae e consente di “volare” nel campo della fanta-archeologia, mi sono poi sempre chiesto perché si debba ricorrere a misteri e ipotesi, le più fantasiose, per parlare di una Civiltà che, pur avendo lasciato di se una biblioteca infinita, è, di fatto, così misteriosa e complessa. Ho perciò cercato di approfondire sempre più le mie conoscenze scavando anche tra le infinite fake-news egittologiche, ma anche cercando di chiarire alcune notizie che, sensazionalisticamente prospettate in maniera superficiale o addirittura sbagliata, hanno dato degli Antichi Egizi un’immagine del tutto fuorviante e lontana dalla verità.

Una delle tante “leggende” sorte attorno alle piramidi più famose è legata alla…

Numerologia piramidale

Umberto Eco e il chiosco della lotteria

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, tuttavia, credo interessante leggere questo brano tratto dal romanzo di un grande scrittore italiano, Umberto Eco:

«…l’altezza della piramide di Cheope è uguale alla radice quadrata del numero dato dalla superficie di ciascuno dei lati. Naturalmente le misure vanno prese in piedi, più vicini al cubito egiziano ed ebraico, e non in metri, perché il metro è una misura astratta inventata nei tempi moderni. II cubito egiziano in piedi fa 1,728. Se poi non abbiamo le altezze precise possiamo rifarci al pyramidion, che era la piccola piramide posta sull’apice della grande piramide per costituirne la punta. Era d’oro o di altro metallo che lucesse nel sole. Ora prenda l’altezza del pyramidion, la moltiplichi per l’altezza della piramide intera, moltiplichi il tutto per dieci alla quinta e abbiamo la lunghezza della circonferenza equatoriale. Non solo, se prende il perimetro della base e lo moltiplica per ventiquattro alla terza diviso due, ha il raggio medio della terra. In più l’area coperta dalla base della piramide moltiplicata per 96 per dieci all’ottava da centonovantasei milioni ottocentodiecimila miglia quadrate che corrispondono alla superficie terrestre. …»

Direi impressionante, non è vero? Ma il personaggio creato da Eco, nel suo “Pendolo di Focault”, non si limita certo a questo, infatti:

«…ci invitò ad affacciarci, e ci mostrò lontano, all’angolo fra la stradetta e i viali, un chioschetto di legno, dove si vendevano presumibilmente i biglietti della lotteria di Merano.

“…invito loro ad andare a misurare quel chiosco. Vedranno che la lunghezza del ripiano è di 149 centimetri, vale a dire un centomiliardesimo della distanza Terra-Sole.

L’altezza posteriore divisa per la larghezza della finestra fa 176/56 = 3,14.

L’altezza anteriore è di 19 decimetri e cioè pari al numero di anni del ciclo lunare greco.

La somma delle altezze dei due spigoli anteriori e dei due spigoli posteriori fa 190×2 + 176×2 = 732, che è la data della vittoria di Poitiers.

Lo spessore del ripiano è di 3,10 centimetri e la larghezza della cornice della finestra di 8,8 centimetri. Sostituendo ai numeri interi la corrispondente lettera alfabetica avremo C10H8, che è la formula della naftalina.”

“Fantastico,” dissi, “ha provato?”

“… Con i numeri si può fare quello che si vuole. Se ho il numero sacro 9 e voglio ottenere 1314, data del rogo di Jacques de Molay – data cara a chi come me si professa devoto alla tradizione cavalleresca templare – come faccio?

Lo moltiplico per 146, data fatidica della distruzione di Cartagine.

Come sono arrivato al risultato?

Ho diviso 1314 per due, per tre, eccetera, sino a che non ho trovato una data soddisfacente.

Avrei anche potuto dividere 1314 per 6,28, il doppio di 3,14, e avrei avuto 209.

Ebbene, è l’anno dell’ascesa al trono di Attalo I re di Pergamo…”»

“Con i numeri si può fare tutto”

Eh già, direi che il focus di questa disquisizione è proprio in quella frase: con i numeri si può fare quel che si vuole! ed è proprio quello che, proseguendo, vedremo è successo con l’unica tra le sette meraviglie del mondo antico ancora esistente: la piramide e, segnatamente, la piramide del re Keope (IV dinastia ~2620-2500 a.C.).

John Taylor e Charles Piazzi Smyth

“Keat’s grave” (1873), William Bell Scott (1811-1890), Preraffaelliti, olio su tela, Ashmolean Museum

«Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua», ricordate? È lo splendido epitaffio che campeggia, nel Cimitero Acattolico di Roma, all’ombra di un’altra piramide, quella di Caio Cestio[1], sulla tomba di un grande poeta: non un nome, non un rimando…

Eppure quell’anonima tomba ospita le spoglie mortali di uno dei più grandi rappresentanti del romanticismo inglese: John Keats (1795-1821).

Vi state chiedendo che c’entri un poeta romantico con l’antico Egitto? Vediamo…

Suo editore era, in Inghilterra, John Taylor (1781-1864) che, dilettandosi anche di scrittura, pubblicò, nel 1859 un libercolo dal titolo The Great Pyramid: Why Was It Built, & Who Built It?, ovvero “La Grande Piramide: perché è stata costruita e da chi?”, in cui, riferendosi a Noè, scriveva: «Fra tutti gli uomini, il costruttore dell’Arca era il più competente per dirigere la costruzione della Grande Piramide»[2].

Per sua stessa ammissione, tuttavia, Taylor non aveva mai visitato l’Egitto, né tantomeno visto la Piramide di Keope, ma si basò sulle misure prese da altri, con quale meticolosità o precisione è tutto da dimostrare. Eppure, dai numeri “di altri” e dai suoi calcoli, sostenne che nella piramide era ricorrente la costante matematica Pi (3,14…) e si riscontrava il rapporto aureo (1,61803…).

Fu l’inizio della fine, in senso numerologico, s’intende; sugli studi di Taylor, infatti, si basò un altro studioso scozzese che, in un suo lavoro, scrisse: «…le misure (n.d.r.: interne della Piramide) racchiudono in sé alcune profezie in forma cifrata, stabilendo un rapporto con gli avvenimenti che costituirono più tardi l’essenziale dell’Antico Testamento, di tutta la cristianità, fino a includere la seconda venuta di Cristo…».

E non si trattava di uno studioso qualunque giacché il suo incarico, alla Corte del Re d’Inghilterra, era quello di Astronomo Reale (titolo che conservò dal 1846 al 1888), il suo nome? Charles Piazzi Smyth (Napoli 1819-Sharow 1900). Per inciso, suo padrino, da cui il nome, fu l’astronomo italiano Giuseppe Piazzi[3], e il suo cognome, SmYth non è un errore, si chiamava proprio così e non Smith, tanto che la pronuncia inglese viene specificata come /ˈsmaɪθ/.

Pur se indicato, in alcuni lavori con “Smith”, il nome riportato sulla sua tomba conferma proprio “Smyth”.

Charles Piazzi Smyth

Ma torniamo all’opera di Piazzi Smyth che, avendo sposato la geologa Jessica Duncan[4], nel 1864 decise di intraprendere una missione di quattro mesi accampandosi nei pressi della grande Piramide di Giza. Per la prima volta, furono scattate fotografie della piramide di Keope e, per la prima volta in assoluto, fu usato il “flash” al magnesio per fotografarne l’interno. Dall’ampia corrispondenza con Taylor e dalle misurazioni e calcoli eseguiti sul luogo, Piazzi Smyth ricavò “The Great Pyramid: Its Secrets and Mysteries Revealed” (“La Grande Piramide, i suoi segreti e misteri rivelati”), in cui giunse alla conclusione che la Piramide nascondesse segreti connessi alla interpretazione della Bibbia scrivendo, tra l’altro, la frase che abbiamo sopra riportato relativa a «profezie in forma cifrata… fino ad includere la seconda venuta di Cristo».

L’elemento essenziale “scoperto” da Piazzi Smyth fu il “pollice piramidale”, equivalente a 1,001 pollici inglesi (non dimenticate questa coincidenza), con cui era possibile individuare tutte le date riportate nella Bibbia; bastava, infatti, misurare la distanza tra un punto A e un punto B, in pollici piramidali s’intende, e ottenere proprio la data voluta, assegnando ad ogni pollice il valore di un anno. Nei suoi studi ricavò, inoltre, altre misure come la “pinta piramidale”, il “cubito reale” e la “scala delle temperature piramidali”.

Quanto al “pollice piramidale” era di certo la misura divina assegnata da Dio a Sem, figlio di Noè che venne guidato, nella costruzione dell’arca, proprio dalla mano di Dio.

A conferma di tale asserto, Smyth portò il fatto che il perimetro di base della piramide (ovviamente sempre in pollici piramidali) era pari a 100 volte il numero dei giorni di un anno, ed esisteva un rapporto tra l’altezza della piramide in pollici e la distanza tra la terra e il sole… ma questa volta in miglia.

La misurazione del sarcofago della Grande Piramide da parte di “Jessie” Duncan. Una delle foto scattate con il flash al magnesio da Piazzi Smyth:

Lavorando sulle congetture di Taylor, inoltre, giunse a identificare il popolo ebraico negli Hyksos, che avevano regnato in Egitto per circa 250 anni, e i costruttori della piramide, perciò, proprio nel popolo ebraico.

Ma, e qui si potrebbe svelare l’intento politico sotteso alle dichiarazioni di Piazzi Smyth, è bene precisare che questi fu sempre un convinto oppositore dell’introduzione del sistema metrico decimale in Gran Bretagna.

Una teoria pseudo-antropo-archeologica, detta dell’“anglo-ebraismo”, risalente al XVI secolo e ancora in auge all’epoca, infatti, voleva che gli inglesi fossero i diretti discendenti delle dieci tribù perdute di Israele. In tal senso, l’adozione del pollice piramidale, data anche la quasi uguaglianza con quello inglese (ricordate? 1 pollice piramidale = 1,001 pollici inglesi), era la dimostrazione di tale discendenza e la prova che il sistema di misurazione inglese, derivante direttamente da Dio attraverso le tribù d’Israele, era perfetto, a fronte di quello metrico decimale derivante dall’ateistica terra di Francia; un’idea, peraltro, cara a Piazzi Smyth e più volte rimarcata anche in molte delle sue opere scientifiche.  

Dalle sue attività sul campo, Piazzi Smyth ricavò “Our Inheritance in the Great Pyramid” (“La nostra eredità nella Grande Piramide”), “Life and Work at the Great Pyramid” (“Vita e lavoro nella Grande Piramide”) in tre volumi, nel 1867, e “On the Antiquity of Intellectual Man” del 1868.

Inutile dire che «… la seconda venuta di Cristo…» profetizzata da Piazzi Smyth, secondo i suoi calcoli piramidali, per il 1882, non si verificò, così come a nulla valse lo spostamento che operò della data ad un imprecisato anno tra il 1892 e il 1911. Nonostante tutto, per la completezza delle misurazioni della Grande Piramide (le più complete all’epoca), e per le numerose fotografie scattate, anche in interno, Piazzi Smyth fu premiato con la Keith Gold Medal 1865-1867 dalla “Royal Society of Edinburgh[5].

Una delle tavole a corredo dell’opera di Piazzi Smyth sulle misurazioni della Grande Piramide

Nel 1874, però, aldilà della motivazione di ordine pratico, le sue teorie numerologiche furono rigettate dal mondo scientifico, così come quelle di Taylor, cosa che contribuì, nel 1888 e unitamente al titolo sarcastico di “piramidiota” con cui venne etichettato, alle sue dimissioni da “astronomo reale”.

Una delle tavole a corredo dell’opera di Piazzi Smyth sulle misurazioni della Grande Piramide

La tomba di Charles Piazzi Smyth nel cimitero di Sharow, nel North Yorkshire

Flinders Petrie

Fu così che, alla fine del XIX secolo, le teorie di Taylor e Smyth caddero nel dimenticatoio, anche perché lo stesso Taylor, nel frattempo, qualche anno dopo la pubblicazione del suo saggio “piramidologico” aveva dichiarato che il suo era stato semplicemente uno scherzo e che tutti i “numeri” che aveva dato corrispondevano “a posteriori”, un po’ come le misurazioni del personaggio di Umberto Eco con cui abbiamo iniziato questo articolo.

Come succede spesso in questi casi, pensando a un ripensamento strumentale per non perdere “clienti” (oggi parleremmo anche di teoria del “complotto”, che va tanto di moda), nessuno gli credette e le legioni di “piramidologi” si ingrossò sempre di più arricchendo, ovviamente, in primis le tasche degli “esperti” a discapito di coloro che, in perfetta buona fede, credevano e credono, a queste cose!

Sir William Matthew Flinders Petrie

Un improvviso ritorno di fiamma si ebbe con Sir William Matthew Flinders Petrie (1853 –1942), illustre egittologo inglese, iniziatore del metodo scientifico nella ricerca archeologica e nella salvaguardia dei manufatti, e primo titolare della cattedra di egittologia del Regno Unito. Grande estimatore, sulle prime, del lavoro di Smyth, ne restò poi fortemente deluso quando, nel 1880, eseguì, sul campo, nuove e più esatte misurazioni della Piramide di Keope scoprendo che la stessa era parecchi “piedi” più bassa delle misurazioni di Smyth, il che, ovviamente, inficiava tutte le misurazioni e le valutazioni precedenti, ivi compreso, e prima di tutto, il “pollice piramidale”.

Aldilà dei convincimenti personali, che ovviamente, come tali, possono essere differenti anche solo per partito preso, resta il fatto che, alla base dello scetticismo per la numerologia piramidale, c’è la mancanza di scientificità, ovvero di numeri fissi, o di riferimenti univoci, che proprio perché tali siano accettati, o accettabili, da chiunque voglia cimentarsi con i “numeri della piramide”.

Come sopra visto, Taylor non visitò mai l’Egitto, né mai vide la piramide basandosi, per le sue elucubrazioni, su numeri dati da altri; lo stesso Smyth, che pure, invece, eseguì personali misurazioni, tanto da essere per questo premiato (da chi, tuttavia quelle misurazioni non aveva fatto, né potuto controllare), basò tutti i suoi calcoli su un numero, il “pollice piramidale”, che non molto tempo dopo, si sarebbe dimostrato inesatto.

La numerologia piramidale, visti i presupposti, consente di “scoprire” tutto e il contrario di tutto, un po’ come visto nell’iniziale brano di Umberto Eco.

Inutile dire che, come fatto del resto dallo stesso Piazzi Smyth a proposito del sistema metrico decimale, la numerologia ha avuto anche il suo sfruttamento politico diventando, ad esempio, un “cavallo di  battaglia” di sètte identitarie che tendono, ancor oggi, partendo dal presupposto di una preferenza diretta assegnata da Dio, da un lato a voler dimostrare una preminenza del presunto ramo anglo-ebraico (movimento “British-Israel”) su altre culture, dall’altro, grazie alla presunta discendenza dalle tribù di Israele, a indicare i popoli celtici e anglosassoni come eletti, superiori e destinatari delle promesse di Dio.

Edgar Cayce, “il profeta dormiente”

Presso i Greci, esisteva una “tassa sulla stupidità”, può sembrare strano, ma è vero. Il blachennomio (da βλακεννόμιον = sugli stupidi e τέλος = tassa), infatti, era la tassa che indovini, auguri e astrologi dovevano pagare sulle somme percepite da chi, magari in buona fede, a loro si rivolgeva credendo nelle loro potenzialità divinatorie. Appare chiaro che, ovviamente, anche nella storia della numerologia piramidale sono emersi tanti che meriterebbero di pagarla… e profumatamente.

Tra questi, forse il più “temerario” fu il “profeta dormiente”, come si faceva chiamare poiché cadeva in lunghe trance narcolettiche, Edgar Cayce (1877-1945) che, analizzando la numerologia piramidale scoprì che, in una delle sue tante vite precedenti, si chiamava Ra-Ta, era un gran sacerdote ed era stato il responsabile, con il suo aiutante Isis e con il capo dei costruttori Ermes, della costruzione proprio della Grande Piramide cui avevano lavorato, in una sorta di consorzio internazionale, egizi, atlantidei e nomadi provenienti dall’area russa.

Edgar Cayce, “The sleeping prophet

Nella montagna di pietra costituita dalla piramide di Keope, sempre secondo Cayce, si doveva inoltre individuare il tempio presso cui Gesù era stato istruito durante i cosiddetti “anni mancanti” (ovvero quelli intercorrenti tra l’infanzia e l’inizio del suo ministero). In base alla numerologia piramidale, e alle profezie nascoste e riservate ai soli adepti, la piramide aveva inoltre lo scopo di fungere da archivio della storia umana fino al 1998, anno in cui, secondo i suoi calcoli (come si vede ben diversi da quelli di Smyth), si sarebbe verificato il secondo avvento di Cristo …

Per ulteriore curiosità, può essere utile aggiungere che, nelle sue vite precedenti, Cayce era stato (tra l’altro) un re persiano, un guerriero troiano, un discepolo di Cristo e, addirittura, un angelo che aveva preceduto Adamo ed Eva. Altre sue premonizioni furono la scomparsa improvvisa del Giappone e del Nord Europa, l’esondazione dei Grandi Laghi del nord America con allagamento di gran parte del Midwest (che, ricordo, è costituito da almeno otto Stati, se non dodici), l’improvviso sprofondamento di California e Georgia, la deriva cristiana e democratica della Cina entro il 1968 e, nello stesso anno o al massimo nel 1969, il riemergere di Atlantide e lo spostamento dell’asse terrestre, evento che avrebbe causato la fine del mondo… nel 1998.

Giuseppe Esposito

Roma, 18 novembre 2022

Bibliografia

  • (in inglese) William Fliders Petrie,  “The Pyramids and Temples of Gizeh”, ed. Histories & Mysteries of Man, 1990, Londra.
  • (in inglese) Charles Piazzi Smyth, Life and Work at the great Pyramid during the months of January, February, March, and April, A.D. 1865.
  • (in francese) Charles Piazzi Smyth, La grande pyramide, pharaonique de nom, humanitaire de fait, ses merveilles : ses mystères et ses enseignements, 1875.
  • Gina Cerminara, Edgar Cayce uomo e medium, 1975, Mediterranee.
  • Jess Stearn, Edgar Cayce, 1978, De Vecchi.
  • (in inglese) Dale Beyerstein, Edgar Cayce. In Encyclopedia of the Paranormal. Prometheus Books 1996. pp. 146–153.
  • (in inglese) Edgar Evans Cayce, On Atlantis, New York: Hawthorn, 1968.
  • (in inglese) Jess Stearn, The Sleeping Prophet, Bantam Books, 1967.

[1]    Piramide di Gaio Cestio, o Piramide Cestia, fu eretta, come sepolcro, tra il 12 e il 18 a.C., in soli 330 giorni per volere del defunto. Gaio, septemiviro Epulone, lasciò ai suoi eredi, come clausola per ottenere il suo patrimonio, proprio che la piramide fosse eretta in quei termini. Alta 36,40 m, ha un lato di base di 30; è costruita in calcestruzzo con sovrastruttura in mattoni e copertura in marmo bianco di Carrara 

[2]    In figura, la prima edizione del testo di Taylor del 1859.

[3]    Giuseppe Piazzi (1746-1826); nel 1790-91 fu il fautore della costruzione dell’Osservatorio astronomico di Palermo, nella torre di Santa Ninfa a Palazzo Reale (oggi Palazzo dei Normanni). Nel 1791 venne chiamato a Napoli per la costruzione dell’Osservatorio astronomico di quella città divenendo, poi, Direttore  di entrambi gli osservatori. 

[4]    Jessica “Jessie” Duncan (1812-1896), appassionata dei primi processi fotografici, accompagnò il marito in Egitto per i suoi studi della Grande Piramide della quale scattò centinaia di foto, esterne e interne, utilizzando, per la prima volta, il flash al magnesio.

[5]     La “Keith Medal” era, ed è tuttora, un premio, istituito dalla “Royal Society of Edinburgh” nel 1827, da destinarsi a pubblicazioni in ambito scientifico, alternatamente per matematica e in materia ambientale, con cadenza quadriennale.

Luce tra le ombre, Piramidi

L’ORGANIZZAZIONE DEI CANTIERI

Di Ivo Prezioso

La costruzione di monumenti così spettacolari richiese una minuziosa, rigorosa e, al contempo, mastodontica organizzazione del lavoro. Il personale che fu capace di realizzare queste opere titaniche, era composto da una moltitudine di addetti: tecnici, responsabili zelanti, amministratori, capi squadra, geometri,scribi, muratori, tagliatori di pietre e, infine, manovali. Si trattava, come si intuisce, di una miriade di persone che agiva principalmente per glorificare il re, ma anche per guadagnarsi, in questo modo, la propria immortalità. Fino al regno di Khaefra (Chefren), la documentazione al riguardo si riduce a laconiche indicazioni che, pur se sono riferite a qualche attore della costruzione, nulla ci dicono delle sue azioni , ma specificano solo le sue funzioni o responsabilità. Nulla ci viene rivelato riguardo alle loro concezioni, agli studi tecnici o ai progetti preparatori. Gli Alti Responsabili si mostrano un po’ più loquaci a partire dalla fine della IV Dinastia; ma la citazione di un cantiere o di una spedizione sembra essere null’altro che un pretesto per mettere in risalto i favori che avevano guadagnato presso il loro sovrano. Era prassi che le iscrizioni funerarie non facessero alcuna allusione a bozze e studi preliminari, altrimenti l’ispirazione divina delle disposizioni architettoniche sarebbe stata apertamente messa in discussione. E’ noto che durante il Nuovo Regno la conduzione ed il controllo del buon funzionamento di un cantiere avveniva secondo indicazioni e piani dettati dalla Ma’at, l’equilibrio immutabile che reggeva l’universo, e non c’è motivo di dubitare che fosse così anche durante l’Antico ed il Medio Regno.

Immagine n. 1 Ostracon con figura quotata rinvenuto nel complesso di Djoser. Museo Imhotep di Saqqara, JE50036 (© ph.Alain Guilleux da Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p. 204)

Il ritrovamento di alcuni ostraca (Immagine n. 1) dimenticati, tuttavia, ci ha rivelato delle bozze d’architettura che ci permettono di intuire elementi sulle riflessioni che venivano elaborate all’epoca . A partire dall’Antico Regno, questi tipi di schizzi e disegni preparatori erano realizzati da scribi disegnatori, letteralmente “scribi delle forme”. Quando sievocano gli individui che hanno giocato un ruolo fondamentale nella costruzione di una piramide, la prima figura storica che balza alla mente è quella di Imhotep (Immagine n. 2), l’illustre Alto Funzionario del re Djoser (III Dinastia), la cui posterità ha sfidato i millenni.

Immagine n. 2 Rappresentazione d’epoca tolemaica del savio Imhotep. Questa statuetta di epoca Tarda, costituisce una preziosa conferma della venerazione di cui godeva questo grande dell’Antichità a distanza di oltre due millenni. Museo del Louvre E4216. (© ph. Franck Monnier in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.30)

Altre personalità si sono distinte dopo di lui: a partire dai suoi titoli, apprendiamo che Nefermaat (Immagine n. 3) fu a capo dei progetti architettonici del re Snefru.

Immagine n. 3 Frammenti provenienti dalla Mastaba M16 del principe Nefermaat e della moglie Atet. Il rilievo fu colmato con riempimento di paste colorate, cadute dopo l’essiccazione. Museo egizio del Cairo (da Rainer Stadelmann “Le Piramidi della IV Dinastia” in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.114)

Anche Rahotep (Immagine n. 4), suo fratellastro ricoprì sicuramente un ruolo primario quale responsabile dei lavori. 

Immagine n. 4 Statua in calcare policromo del principe Rahotep. Assieme a quella della moglie Nofret fu rinvenuta nella loro mastaba a Meidum e data alla IV Dinastia all’inizio del regno di Snefru. Museo Egizio del Cairo (da Statue reali e private dell’Antico e del Medio Regno di Houring Sourouzian in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.376)

Hemiunu (Immagine n. 5)figlio di Nefermaat, è generalmente consideratocome responsabile del progetto della piramide di Khufu(Cheope).

Immagine n. 5 Statua del visir e direttore di tutti i lavori del re, Hemiunu. Museo di Hildesheim (© ph. Alain Guilleux in Franck Monnier in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.205)

I papiri recentemente scoperti a Wadi el-Jarf, provano che Ankhaef (Immagine n. 6) era stato supervisore del cantiere di re Khufu (suo fratellastro), durante gli ultimi anni del regno. Debehen, Alto Dignitario sotto Menkhaure (Micerino), fu il primo ad aver lasciato testimonianze d’attività legate alla costruzione di una piramide*.

Immagine n. 6 Busto del visir e direttore di tutti I lavori del re, Ankhaef. Museo di Boston (© ph. Alain Guilleux in Franck Monnier in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.205)

La biografia di Uni (vedi https://laciviltaegizia.org/2022/06/08/sulle-tracce-di-uni/) è di una ricchezza senza uguali riguardo alla descrizione delle attività di un Alto Funzionario implicato nella costruzione di una piramide.

L’incarico di “responsabile dei lavori” veniva generalmente affidato al Visir, seconda carica dello Stato dopo il re, ma l’enorme mole di azioni da intraprendere gli lasciava di certo ben poco tempo per dedicarsi alla stesura dei progetti e alla messa a punto delle tecniche costruttive. Pertanto, per soddisfare i progetti più ambiziosi, un sovrano si aspettava che il suo ministro fosse in grado di circondarsi dei tecnici e dei dirigenti più competenti: i più talentuosi, in pratica, per portare a compimento l’impresa. I progetti più titanici, realizzati nell’arco di meno di un secolo, mai avrebbero potuto vedere la luce senza una vera e propria politica di ricerca di talenti, di sviluppo e soprattutto promozione. Le biografie mettono in risalto costantemente quegli individui che, essendosi distinti per la loro condotta, avevano conquistato il favore del sovrano, che non esitava a ricompensarli per il loro servizio. Era quindi importante introdurre una dinamica nel funzionamento di questi organismi, che contavano decine di migliaia di lavoratori, perché il tempo a disposizione era poco. Si intuisce, dai nomi dati a certe squadre o divisioni, che la competizione era uno dei loro fattori di motivazione: “squadra vigorosa”, “la duratura”, “possente è la corona bianca di Khnum-Khufu”

* Un certo Debehen, ciambellano, lasciò una testimonianza scritta sulla visita al cantiere funerario fatta dal suo sovrano. La sua tomba fu costruita nel cimitero centrale come ricompensa per i suoi servigi: <<quanto a questa mia tomba, è il re dell’Alto e del Basso Egitto Menkhaure, che viva eternamente, che me ne assegnò il luogo. Accadde che [Sua Maestà si trovava sulla] strada accanto alla tomba reale per ispezionare il lavoro di costruzione della piramide “Menkhaure è divino”; e il Maestro Reale dei muratori con [due] Artigiani dell’Altissimo e gli operai incaricati [vennero] a ispezionare il lavoro di costruzione del tempio. Poi misero cinquanta uomini a svolgere il lavoro in ogni giorno, e il completamento del luogo di imbalsamazione era destinato a loro…>> (Traduz. Alessandro Roccati)

L’ARCHITETTO IMHOTEP

Prima di proseguire nel percorso illustrativo dell’organizzazione dei cantieri egizi, mi sembra doveroso spendere qualche parola su quella straordinaria figura che fu l’architetto Imhotep. Per chi volesse approfondire ulteriormente la poliedricità di questo genio dell’Antichità consiglio vivamente una visita a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/10/29/imhotep/dove il nostro Andrea Petta e Franca Napoli ci illuminano su Imhotep in qualità di medico.

E’ arcinoto che fu un illustre Alto funzionario del re Djoser (III Dinastia) e la sua fama ha sfidato i millenni. Fu divinizzato a partire dal Nuovo Regno e la sua mitica reputazione si è propagata in tutto il bacino del Mediterraneo fino, addirittura, a costituire un riferimento nei riti alchemici e massonici durante il Rinascimento. Di quest’uomo, a cui è attribuita l’invenzione della pietra da taglio ed il suo primo utilizzo su larga scala, l’unico documento pervenutoci della sua epoca è una menzione inscritta sullo zoccolo di una statua che attesta la sua esistenza e le sue alte cariche sotto il regno di Djoser, conservata presso il Museo Imhotep di Saqqara*: “Il cancelliere del re del Basso Egitto, il primo dopo il re dell’Alto Egitto, l’amministratore della grande proprietà, il nobile ereditario, il gran sacerdote di Eliopoli, Imhotep; carpentiere costruttore, scultore incisore, produttore di vasi.” (Immagini nn. 1-2)

Immagine n. 1 Zoccolo di una statua del re Djoser (designato nel serekh col nome di Horo “Netjerikhet”) della quale non restano che i piedi. Proviene da un piccolo santuario situato a sud del colonnato di ingresso del complesso funerario. Il sovrano calpesta i Nove Archi (simbolo dei nemici dell’Egitto). Sono visibili anche gli uccelli Rekhit che rappresentano il popolo egizio. (© Museo Imhotep di Saqqara, JE49889)

Immagine n. 2 Particolare della zoccolatura in cui è visibile, dopo la titolatura di re Djoser, quella di Imhotep. (© Museo Imhotep di Saqqara, JE49889)

La sua titolatura ci consente di vedere in lui l’ideatore del grande complesso funerario di Djoser.

In ogni caso, riguardo a questa epigrafe, secondo Ali Radwan, si possono cogliere i seguenti dettagli:

1. Non si tratta della “firma” di Imhotep

2. É l’unica menzione, ad oggi nota, dell’architetto nell’intero complesso di Djoser.

3. L’ultimo titolo inciso, qualifica Imhotep come scultore (gnwty), il che lascia supporre che fosse l’esecutore di questa e forse anche di tutte le altre statue del re.

4. L’ipotesi di Standelmann che sostiene che Imhotep fosse figlio di Djoser è difficile da accettare, in quanto neppure i figli di un sovrano godevano di un simile privilegio.

5. Si tratta, comunque, di un caso veramente eccezionale e denota la grande onorificenza tributata ad Imhotep per le sue capacità e il suo successo senza precedenti.

Nel complesso di Djoser (Immagini n. 3-4-5-6-7) è ancora possibile ammirare gli straordinari esiti raggiunti da Imhotep, la cui principale e più difficile impresa fu quella di creare una nuova architettura in pietra che riproducesse con precisione i precedenti materiali da costruzione (mattoni, legno, stuoie, canne, ecc.). Anche se non sono presenti colonne indipendenti, quelle incassate, fascicolate o scanalate e soprattutto le semicolonne a papiro, sono i primi esempi del genere nell’architettura egizia. Il complesso rimase un modello per le generazioni a venire non solo per l’uso della pietra come unico materiale da costruzione, ma anche per la perfezione raggiunta con la nuova tecnica. A titolo esemplificativo si pensi che i rilievi della tomba sud furono copiati in epoca saitica (circa due millenni dopo!!!!).

Immagine n. 3: In questa ampia veduta panoramica, ripresa da sud-est, la Piramide a gradoni di Djoser compare insieme a tutte le costruzioni del complesso (© I tesori delle Piramidi, pp.102-103)

Immagine n. 4: Il muro di recinzione modanato e l’ingresso del complesso di Djoser imitano probabilmente la facciata di un palazzo in mattoni crudi del Basso Egitto (© I tesori delle Piramidi, pp.104-105)

Immagine n. 5: Dettaglio delle ricostruite cappelle sud che sorgono lungo il muro occidentale del cortile dell’heb-sed. (© I tesori delle Piramidi, p.107)

Immagine n. 6: Relativamente ben conservata, la facciata del padiglione del sud presenta alcune parti di colonne scanalate e il cosiddetto fregio “kheker”, che sovrasta l’entrata (© I tesori delle Piramidi, p.109)

Immagine n. 7: Colonnato di ingresso visto dalla corte interna (© Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, p.29)

Gli sforzi scientifici nel sito furono iniziati da Cecil Mallaby Firth e James Edward Quibell, ma furono portati avanti e completati, per la maggior parte da Jean-Philippe Lauer. Per anni il compito più faticoso e straordinario di questo appassionato egittologo fu il restauro dei diversi elementi architettonici sparsi intorno al sito e la loro ricollocazione nella posizione originaria. Si può ben dire che i suoi sforzi abbiano prodotto la ricostruzione più ambiziosa e meglio riuscita nella storia dei lavori sul campo in Egitto. E’ proprio il caso di dire che re Djoser sia stato davvero fortunato ad avere due architetti interamente votati a lui: Imhotep, durante la sua vita, e Lauer nei tempi moderni!

Nell’Antico Egitto non esisteva una qualifica di “architetto” propriamente detto: si qualificavano gli individui che svolgevano queste funzioni come responsabili dei lavori”. . Tuttavia, non si sa se Imhotep avesse questo appellativo, che in seguito fu molto comune tra i funzionari che avevano il compito di supervisionare il cantiere in nome del re.

Nel Nuovo Regno fu considerato un semidio, patrono degli scribi e personificazione dell’uomo saggio, figlio del dio Ptah.

In epoca saitica (XXVI dinastia, 664-525 a.C.) gli fu dedicato un tempio nei pressi del Serapeum a Saqqara e, nella regione menfita, fu considerato un dio guaritore. Le numerose statuette votive lo raffigurano seduto con un rotolo di papiro steso in grembo (Immagine n. 8 ).

Immagine n. 8 Una delle tipiche rappresentazioni del leggendario architetto Imhotep lo ritrae assiso mentre srotola un papiro, per dare risalto alla sua condizione di saggio. Il copricapo a calotta gli conferisce l’aspetto del dio Ptha, considerato suo padre. Museo Egizio del Cairo (© I tesori delle Piramidi, p.88)

Gli Egizi di epoca tarda gli riconoscono le qualità di un genio universale sulla base di una tradizione che dovette essere, senza alcun dubbio, sia orale che scritta. Un’inscrizione del tempio di Edfu riconosce in questo sapiente l’autore di una grammatica della costruzione, una guida per costruire un edificio perfetto.

Imhotep fu assimilato al dio greco della medicina, Esculapio e svolgeva la funzione di intermediario tra gli dei e gli uomini, intercedendo per i problemi più disparati: parti difficili, esorcismi contro i demoni, ecc. La popolarità del suo culto perdurò per tutta l’epoca greco-romana, quando divenne, con il nome di Imuthes, il protagonista di alcuni scritti di filosofia ermetica.

Si ritiene che la tomba di questo genio dell’antichità possa trovarsi presumibilmente a Saqqara nord, ma, a tutt’oggi, ancora non è stata trovata.

Purtroppo, non esiste, al momento, alcun altro documento che ci permetta di fornire una vaga idea delle alte imprese di questo celebre personaggio.

Voluto da Jean Philippe Lauer (Parigi, 7/5/1902 – 15/5/2001), il Museo Imhotep è stato inaugurato nell’aprile del 2006 dalla Sig.ra Moubarak e Chirac). Lauer ha lavorato sul sito di Saqqara tra il 1926 ed il 2001 e, anche se il progetto che aveva immaginato non è esattamente quello che vediamo attualmente, bisogna riconoscere che i reperti presentati sono di qualità (privilegiata rispetto alla quantità) decisamente buona.

IL QUARTIERE DEGLI OPERAI

Le squadre erano strutturate e molto gerarchizzate. Si contavano divisioni i cui effettivi ammontavano fino a 2.000 unità. Ogni divisione era ripartita in due gruppi di 1.000 individui (aperu), ciascuno dei quali composto a sua volta da cinque “phylés” (sa) di duecento operai. Secondo i calcoli di Mark Lehner, affinché la Grande Piramide fosse completata nei tempi stabiliti bisognava consegnare e depositare almeno cinque blocchi al giorno, vale a dire un blocco ogni due ore (presumendo una giornata lavorativa di 10 ore). In quest’ottica sarebbe stato necessario mobilitare 1.360 lavoratori per il loro trasporto. Siccome ogni gruppo era formato da 1.000 individui si capisce bene che questo numero poteva essere elevato senza alcuna difficoltà a 2.000, vale a dire l’equivalente di un’intera divisione. Circa un altro migliaio di uomini poteva essere impiegato nel taglio e nell’adattamento dei blocchi. A queste stime vanno aggiunti gli artigiani impegnati nella produzione e riparazione degli attrezzi, i cavatori, il personale incaricato di nutrire e rifornire quest’esercito di lavoratori: un totale, valutato da Mark Lehner in almeno 20.000 anime. Tra l’altro questo numero non prende in considerazione la popolazione impegnata nella produzione e distribuzione delle derrate alimentari, né gli operai ed i trasportatori impiegati lungo le vie di spedizione. Il quadro relativo al cantiere non era perciò ristretto al solo sito di costruzione, ma riguardava l’intero territorio. Per poter gestire un così elevato numero di effettivi, gli Egizi dovettero gettare le basi della logistica, intesa come vera e propria scienza a parte, basandosi sul loro rigore amministrativo e contabile.

A Giza, non lontano dal cantiere, nel luogo denominato Heit el-Gurab, alloggiava una considerevole massa umana. Nel 1988, Mark Lehner e l’ Ancient Egypt Research Associates (AERA) hanno scoperto un sito nei pressi della Sfinge che si è rivelato essere un vasto insediamento che un tempo serviva come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali. (Immagini nn. 1,2,3,4,5,6,7,8 )

Immagine n. 1 Una mappa dell’altopiano di Giza che mostra sia le caratteristiche antiche (in grigio) che le caratteristiche e la topografia moderne (marrone).(© AERA)

<<Nel dicembre 1988, abbiamo iniziato a scavare in un sito, precedentemente sconosciuto, a 400 metri a sud della Sfinge, vicino a un monumentale muro di pietra, noto in arabo come Heit el-Ghurab (lett.”Muro del Corvo”). L’installazione, risalente alla IV dinastia, che abbiamo scoperto si è rivelata essere un insediamento urbano che si estendeva su più di 7 ettari. Costruita appositamente dall’ amministrazione reale, questa città servì come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali dei re Menkaure, Khafre e probabilmente Khufu. La sua numerosa popolazione di lavoratori, artigiani, dirigenti e amministratori lavorava direttamente o indirettamente per l’unico obiettivo di erigere la dimora eterna del proprio re.

Immagine n. 2 Pianta del sito di Heit el-Ghurab, la “Città perduta delle piramidi”.(© AERA)

Questa vasta città non solo ospitava gli operai che costruivano i complessi piramidali, ma anche coloro che sostenevano la città e la sua forza lavoro. Qui gli artigiani realizzavano le statue e gli arredi per i templi, nonché gli strumenti e le attrezzature per la realizzazione vera e propria delle strutture funerarie, mentre il personale di supporto lavorava per fornire alla città viveri e generi di prima necessità. Le strade e i vicoli del villaggio erano fiancheggiati da botteghe artigiane, cortili industriali, panifici, dispensari, cucine, magazzini, casette e residenze signorili,uffici per gli amministratori di cantiere.

Immagine n. 3 Una ricostruzione degli antichi monumenti, insediamenti e corsi d’acqua dell’altopiano di Giza durante la IV dinastia. (© AERA)

Le materie prime provenienti da tutto l’Egitto affluivano nel sito per costruire, arredare e decorare i complessi piramidali e per produrre cibo, vestiti, ripari, strumenti e attrezzature da destinare alla forza lavoro. Durante l’annuale inondazione del Nilo, questi materiali venivano traghettati in barca fino alle porte della città su corsi d’acqua (ormai estinti da tempo), mentre altre volte vi venivano trainati da uomini e animali. Enormi silos reali si trovavano in un grande complesso dove il grano veniva distribuito per creare la birra e il pane utilizzati per nutrire questa massiccia forza lavoro.

Immagine n. 4 Il sito durante la stagione di scavo del 2000. Gran parte del lavoro di quell’anno ha comportato lo sgombero di un’enorme coltre che copriva il sito, come si può vedere dalle “falesie” risultanti ai margini degli scavi. (© AERA)

Con il completamento della piramide di Menkaure, questo grande e trafficato insediamento fu dismesso e demolito. Gli strumenti, le attrezzature e le provviste ancora in uso furono portate via, mentre travi e mattoni di fango furono smontati per essere riutilizzati altrove, lasciando crollare muri e tetti. Il fatto che questo sito sia stato utilizzato per un periodo di tempo così breve lo rende prezioso per noi come capsula del tempo dei costruttori di piramidi>>.

Immagine n. 5 Una foto (con annotazioni) degli scavi nell’area AA-Sud scattata durante la stagione 2015 che mostra come furono utilizzate le diverse aree dell’edificio. (© AERA)

Gli scavi qui condotti (e tuttora in corso) hanno fornito una grande quantità di informazioni sia sulla costruzione delle piramidi di Giza sia sullo sviluppo dello Stato egiziano. I team diretti da Mark Lehner, nel quadro del “Giza Plateau Mapping Project”, hanno riportato alla luce le vestigia di una serie di lunghe gallerie coperte, ognuna delle quali, si suppone, potesse ospitare da 40 a 50 individui. Questi grandi spazi servivano da parti comuni per proteggere le squadre durante la notte. Altri, ambienti avevano invece lo scopo di radunarle al momento dei pasti. Si è calcolato che non meno di 2000 operai venivano presi in carico dallo Stato in maniera continuativa, inquadrati attraverso un’ amministrazione che risiedeva non lontano dal villaggio. Il tutto era così meticolosamente organizzato e ad un livello tale che non è certo esagerato evocare una dimensione di tipo industriale. Gli scavi più recenti hanno rivelato degli strati più antichi, il che lascia intuire che l’insediamento esistesse già dai tempi di Cheope: si spera di poter riportare alla luce delle iscrizioni che lo attestino con assoluta certezza.

mmagine n. 6 Una ricostruzione 3D dell’unità abitativa 1 nella città occidentale. Il nucleo della casa, la camera padronale e il salone di rappresentanza, sono circondati da spazi molto probabilmente adibiti a deposito e lavoro. In questa veduta gli scribi sono al lavoro, mentre in cucina si prepara il cibo. (© AERA)

Del resto, una squadra tedesca, incaricata di studiare il sito di Dahshur, ha recentemente scoperto l’esistenza di strutture del tutto simili. Le misurazioni magnetiche hanno rivelato che le tracce reticolari rilevate per lungo tempo a sud della Piramide Rossa di Snefru nascondono i resti delle strutture murarie oblunghe che, senza dubbio, ospitavano i costruttori. Per cui si è certi che installazioni di questo tipo erano in uso almeno già all’epoca del predecessore di Cheope.

Immagine n. 7 Queste due gallerie (III.3 e III.4) sono divise da un massiccio muro che corre tra di loro. Le zone in primo piano potrebbero essere servite da abitazione, forse per un sorvegliante. (© AERA)
Immagine n. 8 Le gallerie potrebbero essere state originariamente coperte da grandi volte a botte come mostra questa ricostruzione. Qui la parete frontale è stata rimossa per mostrare i solai incastonati sotto le volte e le persone (e i loro animali) al lavoro su due livelli e sul tetto. (© AERA)

SCHIAVI AL LAVORO?

In linea generale si può definire “schiavo” un essere umano inteso come proprietà privata di terzi e privato di qualsivoglia diritto riconosciuto ad una persona libera. L’immagine biblica di migliaia di schiavi piegati sotto i colpi di frusta degli aguzzini egizi (Immagine n. 1), immortalata prima da artisti e poi dalla cinematografia hollywoodiana, ha contribuito a generare convinzioni tenaci e tuttora difficili da rimuovere dall’immaginario comune. Tanto che anche i recenti studi sulla società e l’amministrazione egiziana incontrano resistenze e difficoltà nel tentativo di correggere questa visione. E’ pur vero che, impegnati a ristabilire la verità o comunque un quadro più aderente a quella che poteva essere la realtà operativa di una società così lontana nel tempo (e nelle concezioni), diventa irresistibile la tentazione di pronunciarsi in ipotesi diametralmente opposte. Accade, infatti che per combattere credenze così radicate, alcuni storici non esitano ad affermare che le piramidi furono costruite unicamente da professionisti remunerati e liberi salariati. In realtà, anche una simile affermazione è piuttosto fuorviante e, come spesso accade è saggio considerare che la verità, probabilmente, si colloca in qualche parte tra le convinzioni più contrastanti. Vediamo dunque cosa si può osservare in merito.

Immagine n. 1 Lo stereotipo biblico degli egizi che percuotono i loro schiavi. Edward Pointer, Israele in Egitto, olio su tela, 1867. (©Sir Georges Touche, 1921 in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.206)

La massa impegnata nei compiti più gravosi ed usuranti era composta da individui abituati a questo tipo di lavori: si tratta di operai non qualificati, sicuramente retribuiti come era consueto per persone di quel rango; vale a dire con salari che consentivano lo stretto necessario (o poco più) per il nutrimento, il vestiario, ecc. Inoltre, pensare che il lavoro venisse presentato loro come un’offerta che si potesse anche rifiutare è un idea che bisogna immediatamente respingere. Accadeva, infatti, che la stagionalità del lavoro nei campi liberasse un’ingente parte della popolazione durante alcuni mesi. Per trarre vantaggio da questa situazione veniva introdotta una corvée, una sorta di servizio obbligatorio. Nondimeno, il “villaggio degli operai” di Giza ha rivelato, come abbiamo visto in precedenza, che migliaia di persone vi dimoravano durante l’intero corso dell’anno e che il cantiere rimaneva operativo in maniera ininterrotta. Relazioni e testimonianze successive ci informano dell’intervento regolare di truppe dell’esercito durante l’esecuzione di lavori particolarmente imponenti. Non c’è da sorprendersi, in realtà, che queste fossero utilizzate come rinforzi quando il Paese non era impegnato in attività militari. In caso contrario, e per non vessare la popolazione, i sovrani potevano organizzare delle campagne in terre straniere e riportarne migliaia di prigionieri. Le campagne operate da Snefru in Nubia (Immagine n. 2) o da Amenemhat nel Vicino Oriente, ne costituiscono esempi perfetti.

Immagine n. 2 Estratto dagli annali della Pietra di Palermo dove sono menzionati avvenimenti del regno di Snefru (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.207)

In questo caso diventa molto più delicato considerare dei prigionieri come lavoratori cui venissero riconosciuti i diritti ordinari; sembrerebbe, piuttosto, che la loro condizione presentasse almeno qualche affinità con quella degli schiavi. Anche perché (opinione personale) il lavoro obbligatorio imposto agli egiziani quando i campi erano impraticabili, oltre che retribuito, forse, in misura leggermente migliore del solito, veniva affrontato con una ben diversa partecipazione, grazie alla convinzione (ampiamente propagandata) che si operasse per la gloria del sovrano. Una motivazione che è facile intuire, non aveva alcuna ragione di esistere per dei prigionieri.

In definitiva, se si eccettuano i responsabili e i capi squadra, si può concludere che il cantiere di una piramide si componeva di artigiani e operai qualificati da una parte e da una grande massa di manovali, più o meno costretti, in cui la proporzione di prigionieri dipendeva dall’attività militare del regno.

Come si diceva, l’immagine di migliaia di individui impegnati a trascinare blocchi a suon di scudisciate è probabilmente quella che più si fa strada nella mente di chi pensa all’Antico Egitto. Si è istintivamente portati a credere che le piramidi, ma anche tutti i colossali monumenti che costellano la Valle del Nilo, siano stati realizzati grazie al massiccio impiego di schiavi vessati e maltrattati. Una simile impressione è chiaramente veicolata dall’influenza di certa letteratura, che risente di interpretazioni errate dovute agli storici del passato, poi trasferite anche nell’ arte e nella cinematografia. L’ Antico Testamento, in particolare con il libro dell’ Esodo, ha di certo avuto una gran peso nella diffusione di questa convinzione, ma comunque i fatti narrati non c’entrano nulla con le piramidi (che erano antiche già di almeno un millennio all’epoca dei fatti narrati) e di fatto gli israeliti erano per lo più impiegati nella produzione di mattoni crudi (Immagini n. 3-4).

Immagine n. 3 Operai impiegati nella fabbricazione di mattoni crudi,Tomba di Rekhmira, XVIII dinastia. (© Émile Prisse d’Avennes, 1878 in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.207)
Immagine n. 4 Fabbricanti di mattoni, muratori e scultori. Da Ippolito Rosellini, tavola XLIX dei “Monumenti civili” in Monumenti dell’Egitto e della Nubia, 1832-1844 (©Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto a cura di Edda Bresciani, pag. 186)

Probabilmente, la prima fonte dell’equivoco è da far risalire ad Erodoto, lo storico e viaggiatore greco (V sec. a.C.) che, al cospetto delle immani dimensioni delle piramidi, concluse, influenzato anche dai racconti dei contemporanei (ma le piramidi all’epoca del suo viaggio in Egitto avevano già all’incirca duemila anni!), che un simile progetto non potesse essere che il parto della mente di un sovrano dispotico e crudele. Da quel momento Cheope divenne il prototipo del tiranno assoluto, sebbene il suo culto, ancora attestato durante la XXVI Dinastia (672-525 a.C.) sembrerebbe smentire una così cattiva reputazione da parte degli egizi.

Tornando al nodo centrale dell’argomento, e per forza di cose riassumendo e semplificando al massimo una questione che meriterebbe ben altro approfondimento, mi sembra molto interessante il lavoro di Antonio Loprieno (nonostante sia risalente, credo, a oltre 30 anni fa) che fa notare come in una società come quella egizia, in cui il documento scritto pervade l’intera sfera comunicativa del singolo e dello Stato, manchi del tutto una codificazione dello status di “schiavo”*. Inoltre, nel corso di una civiltà che è stata protagonista per tre millenni ed oltre, bisogna tener conto dei mutamenti e delle evoluzioni etiche, sociali, politiche e di pensiero che si sono verificate, pur nella sua apparente (ma, appunto, solo tale) sostanziale immutabilità. Pertanto, sembra molto appropriata la scelta dell’autore di valutare i cambiamenti che hanno investito anche questa categoria umana nel corso delle varie epoche. Da una simile analisi si comprende, ad esempio, che nel Nuovo Regno, in particolare a seguito delle numerose campagne di espansione dell’Impero, sia divenuto più consistente l’impiego di individui assoggettati.

Ancora, Edda Bresciani, ci informa che nell’Antico Egitto esistevano certamente persone tenute a servire un’istituzione o un privato, avendo perduto la condizione di uomini liberi; tuttavia esse conservavano comunque il diritto a possedere beni, la possibilità di affrancamento e perfino quella di guadagnare una posizione più elevata nella scala sociale. Coloro che rientravano in questa categoria, per molti aspetti simile a quella dei “servi della gleba”, erano i cosiddetti “smdt” (soggetti) e gli “ḥmw” (servitori). Soltanto dall’Epoca Tarda, e particolarmente in quella tolemaica (304-30 a.C.), e siamo già in un Egitto che fa i conti con la cultura ellenistica, troviamo la categoria dei servitori “bak” (per lo più prigionieri di guerra e debitori), che possono essere considerati “schiavi” in senso stretto.

In definitiva, anche se non si può negare che nell’Antico Egitto si sia fatto ricorso all’impiego di materiale umano più o meno assoggettato e con livelli di costrizione più o meno severi, si può escludere che quella fu una società che abbia basato la sua natura etica, sociale, politica e culturale sul massiccio ricorso alla schiavitù, almeno per come la intendiamo noi. Siamo ben lontani, comunque, da crudeltà cui furono sottoposti, ad esempio, gli schiavi romani**, o in tempi più recenti i neri africani deportati nelle Americhe i quali oltre ad essere sottoposti a lavori massacranti, venivano privati, in pratica, finanche dello status di “uomini”.

In Egitto, mi preme ricordarlo, esisteva, invece, un limite etico che la “Ma’at”, imponeva a qualsiasi abitante della Valle del Nilo.

Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197

** Dione Cassio, Senecae Plinio raccontano, ad esempio, che nella villa di Pausylipon (Posillipo, Immagine n. 5), il proprietario, Publio Vedio Pollione, onoratissimo di avere come ospite l’imperatore Augusto, avesse ordinato di gettare in pasto alle murene il suo coppiere, resosi reo di aver rotto un prezioso calice di vetro. Solo l’intervento di Augusto, rimasto esterrefatto da una simile dimostrazione di crudeltà, salvò la vita dello sventurato; non solo ma ordinò che fosse mandata in frantumi l’intera collezione di Pollione.

Immagine n. 5 Pausilypon (in greco, lett. “Una tregua agli affanni”), la Villa di Publio Vedio Pollione a Napoli. Della crudeltà di questo ricco possidente romano, appartenente alla famiglia beneventana dei Vedii, ci raccontano Dione Cassio, Seneca e Plinio. Un esempio di quanto potesse essere diversa la considerazione nei confronti di uno schiavo nell’Antica Roma, rispetto all’Antico Egitto. (© sito Romano Impero, sezione Ville Italiche https://www.romanoimpero.com/…/villa-del-pausilypon…

FONTI:

  • Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
  • Ali Radwan, “Le piramidi a gradoni” in “I Tesori delle Piramidi” (a cura di Zahi Hawass), p. 108
  • Sito del Museo Imhotep, Saqqara: http://egypte.nikopol.free.fr/musee/museeimhotepsaqq.html
  • Edda Bresciani (a cura di), “Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto”, p.174
  • Ancient Egypt Research Associates (AERA), sito web https://aeraweb.org/
  • Zahi Hawass (a cura di) “I Tesori delle Piramidi” p.114 e p.376
  • Mattia Mancini, Djed Medu blog di Egittologia, pubbl. 29 settembre 2016
  • Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197
  • Mark Lehner, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013
  • Mark Lehner e Wilma Wetterstrom, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014
  • Kathryn A. Bard e Rodolfo Fattovich, MERSA/WADI GAWAIS 2009-2010, in collaborazione con
  • Duncan FitzGerald, Rainer Gerisch, Christopher Hein, Dixie Ledesma, Andrea Manzo, Tracy
  • Spurrier, Sally Wallace-Jones, Cheryl Ward and Chiara Zazzaro. Newsletter di Archeologia CISA – Volume 1 – 2010
Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI AMENEMHAT III

o “Piramide Nera”

Di Grazia Musso

Nome antico sconosciuto

Altezza originale 81,5 metri

Lunghezza del lato 105 metri

Inclinazione 57°15’50”

La piramide di Amenemhat III, figlio di Sesostri III, è detta comunemente ” Piramide nera” per il fatto che venne costruita utilizzando materiali scuri come mattoni crudi e basalto e la sua massa nera irregolare, risalta sulla linea dell’orizzonte.

Il Pyramidion, in basalto

La piramide, scavata da Jacques De Morgan tra il 1894 e il 95 che ne ritrovò anche il pyramidion in basalto, esposto oggi al Museo del Cairo, è dotata di un complesso funerario che conteneva un grande sarcofago in granito rosa, la cui entrata è situata al di fuori della cinta della piramide, in corrispondenza dell’angolo sud-orientale.

Sul lato nord vennero ritrovati anche dodici pozzi funerari destinati ai membri della famiglia reale, in uno dei quali venne sepolto il re Hor- Auibra della XIII Dinastia, celebre per la bellissima statua lignea raffigurante il suo ka, conservata al Museo del Cairo.

La piramide non venne mai usata come sepoltura reale, perché Amenemhat III si fece costruire una seconda piramide ad Hawara nel Fayyum, ove fu inumato.

Fonte

Pirami d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI SESOSTRI III

Di Grazia Musso

Altezza originale 78,5 metri

Lunghezza del lato 105 metri

Inclinazione 56°18’35”

Pianta del complesso di Sesostri III
A -.piramide di Sesostri III
B- ingresso
C- vestigia della cappella est
D- vestigia della cappella nord
E- pozzo
F – mastabe delle principesse
G- mastabe meridionali
H- cortile
I- rampa
J – sotterraneo delle barche

Questa cintura in oro e ametista e la cavigliera appartenevano al corredo funerario della principessa Mereret, figlia di Sesostri III.
Le perle di ametista in doppia fila sono intervallate da doppie teste di felino, in oro. Museo Egizio del Cairo

È la più settentrionale delle piramidi di Dahshur, costruita in mattoni crudi per Sesostri III, quinto re della XII Dinastia.

Come tutte le piramidi del Medio Regno era in origine rivestita di lastre di calcare di Tura, oggi completamente scomparse.

Questo pettorale appartiene alla principessa Sat-Hathor, figlia di Sesostri II e sorella di Sesostri III. Al centro del gioiello, a forma di cappella, si trova il cartiglio di Sesostri II, a fianco del quale si trovano due Falconi con la doppia corona che simboleggia o al tempo stesso il dio Hoto e il re. Museo Egizio del Cairo

La piramide attualmente è molto degradata che ha assunto l’aspetto di un vasto cratere alto circa 30 metri, inoltre il suo nucleo venne tagliato in due da una grande trincea, scavata dai primi esploratori Richard William H. Vyse e John Shea Perring nel 1839, per entrare all’interno della piramide.

Pettorale a forma di cappella in oro con ametiste, turchesi, lapislazzuli, cornaline e paste vitree appartenente al corredo funerario della principessa Mereret.
Nekhbet sovrasta i cartigli di Amenembat III, al fianco dei quali il re è raffigurato mentre massacra i nemici. Museo Egizio del Cairo

L’accesso agli appartamenti funerari è situato non più sul lato nord, ma su quello ovest, dove si trova un pozzo che conduce alla camera funeraria, nella quale venne ritrovato un grande sarcofago in granito.

Un secondo pozzo, situato presso l’angolo nord-est e scoperto da Jacques De Morgan nel 1894, è connesso con un complesso di quattro tombe di regine e principesse delle quali quelle di Sat Hathor e Mereret hanno fornito uno splendido corredo funerario, oggi esposto al Museo del Cairo.

Anello di Sesostri III

In corrispondenza del lato sud della piramide De Morgan scoprì anche tre mastabe , in due delle quali riuscì ad entrare e un sotterraneo a sud-ovest della piramide che conteneva sei barche in legno.

Barca in legno trovata , con altre cinque, all’interno del sotterraneo a sud-ovest della piramide

Nel 1990 la missione del Metropolitan Museum of Art di New York, sotto la direzione di Dieter Arnold, ha intrapreso una serie di scavi sistematici su quest’area, che hanno portato, nel 1994, al ritrovamento dell’entrata di una delle tre mastabe scoperte da De Morgan sul lato sud, appartenente alla regina Khnemet-nefer-heget-weret, madre di Sesostri III, che conteneva un ricco corredo di gioielli, comprendente tra i pezzi più interessanti, due braccialetti con i pilastri -ged e due scarabei in ametista con inciso il nome di Amenembat II.

Nell’anno successivo, la stessa missione, ha scoperto due nuove mastabe situate a nord della piramide appartenenti al visir Neb-iy e alla sua sposa Sit-weret.

Pettorale della principessa Mereret, a forma di cappella in oro, ametista, turchesi, lapislazzuli, cornaline e paste vitree. La dea Nekhbet, con le ali spiegate, sovrasta il cartiglio di Sesostri III, a fianco del quale due grifoni, che evocano la potenza del re, sottomettono i nemici. Museo Egizio del Cairo

Fonte:

Le piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti -Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI SESOSTRI I

o ” Piramide sud di Lisht”

Di Grazia Musso

La piramide di Sesostri I presenta un’innovazione architettonica che verrà utilizzata anche nelle grandi piramidi costruite successivamente.

Nome antico: “Sesostri è favorito di sedi”

Altezza originale 61 metri

Lunghezza del lato 105 metri

Inclinazione 49°23’55”

La piramide di Sesostri I è stata localizzata nel 1882 da Gaston Maspero, venne scavata da J. E. Gautier e Gustave Jéquier nel 1894 e quindi dalla missione del Metropolitan Museum di New York tra il 1908 e il 1934.

Fu costruita con una tecnica che sarà successivamente messa in opera nella piramide di el-Lahun: dapprima vennero creati dei muri utilizzando grossi blocchi calcare disposti a raggiera intorno a un nucleo centrale, successivamente vennero colmati gli interstizi con mattoni crudi, quindi la struttura fu rivestita di lastre di calcare di Tura.

La struttura della piramide è compartimentata da una serie di muri costruiti con grossi blocchi disposti a raggi era, i cui interstizi sono stati riempiti con mattoni crudi.

La piramide era circondata da un doppio muro di cinta che delimitava una superficie rettangolare, al cui interno vennero ritrovate altre dieci piramidi sussidiarie appartenenti a dignitari e a membri della famiglia reale.

Sul lato est della piramide, dove vi era anche una piramide satellite, durante gli scavi Gautier e Jéquier ritrovarono le vestigia del tempio funerario, che presentava una struttura assai simile a quelli costruiti all’epoca della VI Dinastia, e i resti di un cortile con un portico sostenuto da 24 colonne.

Qui giacevano sepolte 10 statue in calcare raffiguranti il re in posizione seduta e a grandezza naturale, ora esposte al Museo del Cairo.

Il tempio funerario della piramide di Sesostri I è meglio conservato di quello di Amenemhat I e riprende la pianta dei Templi funerari della VI Dinastia a cui indubbiamente si ispira.

Dal lato est della cinta partiva una rampa processionale , ancora oggi visibile, bordata da mura decorate con bassorilievi, che discende a verso il tempio a valle.

Nelle vicinanze della piramide vennero ritrovate alcune mastabe, tra le quali la più importante è quella di Senusret-ankh ” grande sacerdote di Ptah”, situata circa 200 metri a est della cinta esterna la cui camera funeraria era decorata con i testi delle piramidi.

IL CARTIGLIO DI SESOSTRI I (a cura del Docente Livio Secco)

Per uno studio sugli antroponimi regali può essere utile approfondire anche con il mio testo IL PROTOCOLLO REALE – COMPOSIZIONE DELL’ONOMASTICA FARAONICA (codice QdE22) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/


Fonte:

Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI AMENEMHAT I

o ” Piramide nord di Lisht”

Di Grazia Musso

Piramide di Amenemhat I.
Si trova nella parte settentrionale dell’area archeologica di el-Lisht e ha oggi un’altezza di poco superiore ai 20 metri

Nome antico: “Amenemhat è elevato di perfezione”

Altezza originale 55 metri

Lunghezza del lato 78,5 metri

Inclinazione 54°27’44”

Il tempio funerario situato sul lato orientale, è quasi completamente distrutto

La piramide di Amenemhat I venne costruita su un piccolo terrapieno collocando le strutture annesse, tempio funerario e rampa processionale, su piani diversi.

Per erigere la piramide vennero utilizzati non solo mattoni crudi, ma anche materiali provvedimenti da costruzioni preesistenti.

Il tempio funerario, situato sul lato est, è costruito su una seconda terrazza più bassa di quella dove si trova la piramide, mentre a ovest, al di fuori della cinta che circonda il complesso, vi era una serie di tombe per i membri della famiglia reale.

Il re è affiancato a sinistra dal Dio Horus ieracocefalo. A destra si trova Anubis, divinità delle necropoli e dell’imbarcazione. Entrambe le divinità porgono al re un segno di vita, l’ankh. La scena è completata dalle due dee della corona e del territorio dell’Alto e Basso Egitto. Sulla sinistra Nekhbet e Uto sulla destra, che procedono verso il sovrano.
El – Lisht, tempio funerario di Amenemhat I, XII Dinastia
Pietra calcarea dipinta, Lunghezza 190 cm, Altezza 35 cm
New York, The Metropolitan Museum of Art – Roger Fu d, 08.200.5

L’ingresso all’appartamento funerario della piramide era situato sulla facciata nord da dove partiva un corridoio che conduceva nella camera sepolcrale.

Come nella piramide di Teti a Saqqara, il corridoio era preceduto da una piccola cappella.

Rilievo del tempio di Amenemhat I.
Al centro della raffigurazione compare il sovrano, che indossa una parrucca riccia con l’ureo, la barba cerimoniale e un largo collare.
Tra le mani regge le insegne del potere, il flagello è il simbolo mekes.

IL CARTIGLIO DI AMENEMHAT I (a cura del Docente Livio Secco)

Il mio testo sul Protocollo Reale lo potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/


Fonte:

Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Mai cosa simile fu fatta, Piramidi

LA PIRAMIDE DI PEPI I

Di Grazia Musso

La piramide di Pepi era alta in origine 52,5 metri e il suo lato misura a 78,5 metri.
La sua inclinazione è di 53°7’48”.Le strutture del tempio funerario, sul lato est della piramide sono state anch’esse riportate alla luce.

Nome antico: “Pepi è stabile nella perfezione”

Pepi I, secondo sovrano della VI Dinastia che succedette al padre Teti, si fece costruire nel settore meridionale situato ai piedi della falesia dell’Altopiano di Saqqara, una piramide originariamente alta circa 52 metri e chiamata Men-nefef, “Stabile e perfetta”.

Pepi I fu il secondo sovrano della VI Dinastia e inauguro’ la consuetudine di aggiungere al nome di nascita un nome di intronizzazione: Merira ossia ” l’amato da Ra”.

Dalla corruzione di questo nome trae origine quello di Menfi oggi utilizzato per indicare la capitale dell’antico Regno, il cui vero nome era Ineb-heg, ossia ” Il muro bianco ” con riferimento o a una grande diga costruita in quel punto del Nilo o al colore bianco delle sue mura, erette con i blocchi di Calcare di Tura.

Quasi completamente distrutta da continue depredazioni, questa piramide, estremamente importante per i testi scritti sulle pareti degli appartamenti funerario scoperti nel 1880 e inizialmente studiati da Gaston Maspero, è stata oggetto di numerose campagne di scavi, iniziate nel 1968 sotto la direzione di Jean-Philippe Lauer e Jean Leclany.

Nel corso delle campagne di scavo condotte dalla Missione Archeologica Francese di Saqqara, gli archeologi recuperarono dalle camere interne ben 2.500 blocchi di Testo delle Piramidi, molti dei quali inediti, che furono catalogati, tradotti e ricollegati nella loro posizione originaria.

Gli scavi hanno anche portato alla luce il tempio funerario sul lato est della piramide e le complesse strutture del lato sud, che comprendevano tre piramidi anepigrafi appartenenti a spose reali di Pepi I, che misuravano 20,96 metri di altezza, in nessuno degli appartamenti funerari di esse furono ritrovati testi.

Gli scavi archeologici hanno consentito anche di rimontare, secondo il procedimento dell’anastilosi, le strutture della piramide satellite situata all’angolo sud-orientale della piramide

Fonte: Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

C'era una volta l'Egitto, Piramidi

IL MISTERO DELLE SETTE PIRAMIDI

Di Piero Cargnino

Con quella di Micerino abbiamo trattato tutte le sette piramidi maggiori e più misteriose. Maggiori perché sono le più grandi giunte fino a noi, misteriose perché non ci dicono nulla.

In effetti non sappiamo con certezza chi, come, quando e perché sono state costruite. Non siamo neppure certi che all’inizio gli antichi egizi (o chi per essi) avessero intenzione di costruire delle piramidi nel vero senso della parola.

Per quanto riguarda le prime due, la piramide a gradoni di Djoser e quella, sempre a gradoni, di Uni (o Snefru) a Maidum più che piramidi ricordano gli ziqqurat mesopotamici; se l’idea fosse stata quella di erigere una piramide perfetta, quella di Djoser sarebbe stata ultimata mentre quella di Maidum magari sarebbe comunque crollata per una ragione che non ci è dato a sapere. 

La piramide romboidale non è una piramide perfetta in quanto presenta una doppia inclinazione, ed anche qui c’è da chiedersi se ciò è dovuto alla necessità di alleggerire il peso della parte superiore, come affermano la maggior parte degli studiosi, oppure se non sia una cosa voluta dagli architetti che l’hanno costruita.

Personalmente non credo che i costruttori, chiunque essi siano, in possesso di una tecnologia che li metteva in grado di erigere simili opere abbiano potuto sbagliare i calcoli così grossolanamente. Senza contare che se ad un certo punto avessero individuato la comparsa di crepe già a metà della costruzione, secondo la logica, sarebbero subito corsi ai ripari provvedendo in qualche modo, non credo che avrebbero rischiato il collasso dell’edificio proseguendo il lavoro solo riducendo di poco il peso sovrastante per poi ultimarlo con addirittura il paramento completo in calcare che ancora oggi possiamo ammirare.

Inizierei a parlare di vere e proprie piramidi da quella Rossa di Snefru a Dashur ed a seguire quella di Cheope, Chefren e Micerino.

Si sarebbe portati a pensare che anche le piramidi, come ogni altro manufatto di qualsiasi genere, e non solo in tempi antichi, generalmente passa attraverso diversi stadi e man mano viene perfezionato.

Nel caso delle sette piramidi egizie parrebbe che la cosa sia proprio avvenuta più o meno così. Ma proviamo a prendere in considerazione anche le opinioni di altri studiosi che non accettano le teorie degli “accademici”, peraltro prive di prove certe.

In molti sostengono che le tre piramidi di Giza e la Sfinge risalgano a parecchi anni (o secoli) prima dell’epoca di Cheope. In questo caso ci troveremmo di fronte ad una considerazione che si fonda su fatti credibili e condivisi. Se consideriamo ogni aspetto della conoscenza egizia notiamo una completezza in vari campi fin dall’inizio della loro storia. Le scienze, le tecniche artistiche ed architettoniche ed il loro esprimersi con i geroglifici non denotano alcun segno di una fase di “evoluzione”; in effetti molti dei compimenti delle prime dinastie non solo non sono stati mai superati, ma neanche eguagliati in seguito.

Il Prof. Roccati ci teneva a sottolineare che i primi geroglifici venivano tracciati con una precisione quasi maniacale, nulla a che vedere con quelli più tardi. Ma allora viene da chiedersi: come fa a sorgere dal “nulla” una civiltà così complessa ed organizzata, anche nei minimi particolari, come lo è stata quella antico egizia? Tanto per fare un paragone oggi viaggiamo su lussuose e tecnologicamente avanzate automobili, se le paragoniamo a quelle del primo 900 non ci sono dubbi sull’esistenza di un processo di “evoluzione”. Ma questo non è paragonabile a ciò che riscontriamo nell’antico Egitto, li c’è già tutto fin dall’inizio.

L’unica risposta a questo mistero è che la civiltà egizia non sia frutto di una “evoluzione” bensì di un “retaggio”. La risposta parrebbe ovvia ma, poiché è contraria al prevalente pensiero accademico dei nostri giorni, raramente viene considerata in modo serio. L’egittologia accademica, principalmente basata sugli “Aegyptiaca” di Manetone e sulle “Storie” di Erodoto e di altri storici antichi, afferma che lo Stato egiziano iniziò a formarsi con la I dinastia intorno al 3100 a.C. In questo modo però si rischia di confondere il termine “Stato” con “Cultura”. Nessuna obiezione sul fatto di quando si è formato lo Stato egiziano ma non va trascurato il fatto che lo Stato ha riunito un insieme di culture, forse meno note, ma già affermate le quali hanno condizionato le culture meno avanzate.

Parliamo della cultura gerzeana che risale al 3500 a.C. circa, la amratiana risalente al 4000 a.C. circa e la cultura badariana che risale ad oltre 5500 a.C. Basti pensare che nella città di Ieracompoli sono stati ritrovati i resti di un forno per le alte temperature che risale al 3650 a.C. Lo storico Michael Rice afferma che sono state trovate ceramiche risalenti a 1000 anni prima di una durezza quasi come quella del metallo e dello spessore di un guscio d’uovo, prodotte dalla cultura badariana e non si sa spiegare come avessero acquisito le tecniche necessarie per azionare forni che raggiungessero così alte temperature.

Sono misteri la cui soluzione è ancora di là da venire, Mark Lehner, un archeologo al di sopra di ogni sospetto afferma:

<<……ho come una sensazione istintiva che vi sia qualcosa sotto la Sfinge e che una specie di mistero circondi le piramidi. Mi piace pensare a tutto ciò come a un qualcosa di pulsante……>>.

Ho voluto scrivere questo articolo perché ciò di cui si parla non è “fantarcheologia” ma solo “archeologia alternativa”.

Fonti e bibliografia:

  • Philipp von Zabern, “Chronology of the Egyptian Pharaohs”, Mainz am Rhein, (1997)
  • Alessandro Roccati, “Atlante dell’antico Egitto”,  Istituto geografico De Agostini, (1980)
  • Alessandro Roccati, “Egittologia”, Istituto Poligrafico dello stato, Roma, 2005
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori – 1997
  • Pietro Sgroj, “Storie” di Erodoto – Newton & Compton editori
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson, 1997
  • Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Tascabili Newton Mark Lehner, Venture Inwards, maggio-giugno 1996