EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LA QUARTA DINASTIA: SNEFRU

Secondo la sequenza dinastica redatta dallo storico greco Manetone, Snefru (Immagine n. 1) fu il primo re della IV Dinastia. Con lui si chiude un’epoca cruciale che si estende dal periodo arcaico sino all’alba dell’Antico Impero e da inizio a uno dei periodi più straordinari di tutta la storia egizia.

Immagine n. 1 In origine questa statua a grandezza naturale di Snefru, rappresentato con la corona bianca dell’Alto Egitto, era inserita nella nicchia di una delle cappelle del suo Tempio in Valle a Dashur. Museo Egizio del Cairo (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 47)

La tradizione letteraria giunta sino a noi, ce lo rappresenta come un buon sovrano attento alle esigenze dei suoi sudditi (secondo le leggende popolari si rivolgeva loro chiamandoli “amici” e persino “fratelli”), tanto che, nonostante sia stato artefice di un programma architettonico a dir poco titanico, a differenza dei suoi successori Khufu Kaefra, la sua reputazione non fu mai messa in discussione. Quel poco di lui che ci è noto lo si deve grazie ad un documento che riporta gli avvenimenti salienti anteriori alla VI Dinastia: gli annali della Pietra di Palermo (Immagine n. 2). Si tratta di una porzione di stele incisa facente parte di un reperto ben più consistente del quale si conservano altri frammenti presso il Museo del Cairo e il Petrie Museum of Egyptian Archeology di Londra. Da questo reperto apprendiamo che Snefru fece arrivare quaranta imbarcazioni cariche di legno importato dal Medio-Oriente. Sappiamo, inoltre, che durante la prima parte del suo regno promosse una spedizione in Nubia con cui si procurò materiale umano da impiegare nei suoi progetti edili (si riferisce di 4000 donne e 3000 uomini, ma i numeri sembrano un po’ esagerati) e razziò un enorme quantità di bestiame (200.000 capi).

Immagine n. 2 Copia della Pietra di Palermo, Museo del Cairo. Si tratta di un oggetto in diorite nera e deve il suo nome al fatto che l’originale è conservato al Museo Antonino Salinas nel capoluogo siculo. Altri cinque frammenti sono al Museo del Cairo ed uno al Petrie Museum di Londra. Il frammento palermitano misura cm. 43 di altezza x 25 cm. di larghezza ed è iscritto su entrambi i lati. Si ritiene che l’intero reperto in origine dovesse misurare cm. 210 x 60. Il testo contiene una lista di sovrani che ha inizio con quelli mitici, che avrebbero regnato sull’Egitto all’inizio dei tempi, e i cui regni sono calcolati in migliaia di anni. Si passa poi ai re la cui esistenza è storicamente accertata. L’ultimo ad essere menzionato e Neferirkara della V Dinastia. Le iscrizioni sono disposte su registri all’interno di caselle delimitate da linee con la punta ricurva verso sinistra ad imitazione del segno geroglifico dell’anno (in egiziano “renepet”). Di anno in anno viene indicato l’evento di maggior rilievo e, a partire dal regno di Djer (I Dinastia), il livello dell’inondazione. Nella parte più bassa sono riconoscibili i cartigli del re Snefru (IV Dinastia) (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 46) 

Un’ iscrizione presente in questa regione, presso la località di Khor el-Aquiba, sembra fare riferimento proprio a questa campagna in quanto menziona un corpo di spedizione composto da 20.000 soldati e la cattura di 7.000 prigionieri. Più tardi l’operazione fu ripetuta, ma questa volta in Libia, e fruttò 1.100 prigionieri e 13.100 capi di bestiame sistemati successivamente in trentacinque nuove tenute reali del Fayyum e del Delta. Questo consistente approvvigionamento di mano d’opera e di animali fu posto in atto, evidentemente, per alleggerire in modo considerevole il carico lavorativo sulla popolazione egizia.

Tra le altre realizzazioni collegabili al suo regno figurano la realizzazione di un nuovo palazzo reale, probabilmente nella zona di Dashur, caratterizzato da grandi portali in legno di cedro, il varo di molte imbarcazioni, la lavorazione di statue reali a grandezza naturale in rame e in oro e la produzione di un’arpa insolitamente grande e preziosa.

Le fonti contemporanee circa l’ascendenza di questo sovrano sono ancora più scarse; probabilmente la madre, Meresankh, fu una sposa secondaria di Huni, ultimo re della III Dinastia, ma gli antenati reali dell’Antico Regno non sono mai menzionati direttamente dal momento che il re era, per natura di origine divina.

Sorprendentemente, la costruzione delle piramidi non è mai annotata nelle iscrizioni contemporanee di re o dignitari, nonostante rappresentasse il principale evento di un regno. Verosimilmente, siccome ciò era riconducibile all’espletamento dei rituali giornalieri nei templi (le cerimonie che garantivano il sorgere ed il tramontare del sole, la ricorrenza delle stagioni, l’esondazione periodica del Nilo, ecc.), e quindi facente parte dei compiti che un re doveva essere in grado di svolgere e assicurare in vita, non aveva alcun bisogno di essere menzionato.

In ogni caso, Snefru fu senza dubbio alcuno il più grande costruttore dell’Antico Egitto se non addirittura di tutto il mondo antico. A lui si devono, infatti, l’edificazione di tre grandi piramidi, di cui una situata a Meidum e le altre due a Dashur (oltre a due più piccole), per la cui realizzazione furono utilizzati oltre 3,6 milioni di metri cubi di pietra: un milione in più di quanti servirono a suo figlio per edificare la Grande Piramide di Giza. Nonostante l’attribuzione definitiva di questi monumenti costituisca ancora motivo di dibattito tra gli esperti, non esiste alcuna prova che consenta, ragionevolmente di dubitarne.

A partire dal suo regno ebbe inizio un ulteriore incredibile impulso evolutivo che portò in breve tempo a raggiungere vette di perfezione non solo nel campo dell’architettura, ma anche nelle arti della scultura, del rilievo e della pittura, nelle scienze naturali e in medicina dove furono gettate basi destinate a rimanere valide fino all’epoca greca. Il credo nell’onnipotente Ra, creatore universale, ormai dominava la religione, l’etica, lo Stato e la società egizia, che divenne sempre più ricettiva nei confronti di chi era in grado di lavorare su grandi progetti. Questi personaggi diedero forma alla nuova classe degli scribi, accademici istruiti nella conduzione teorica e pratica dello Stato; un gruppo costituito da principi ed individui che si erano elevati per chiari meriti. Garante di questo sofisticato sistema era il dio Ra che conferiva potenza al sovrano, la cui divinità consisteva non nella sua persona, bensì nel ruolo assunto in funzione della sua capacità di governare le Due Terre. Egli era il dio benevolo, il dio delle necropoli la cui costruzione era suo compito e dovere. Il nome di Horo di Snefru, nb m3՚ t, (neb maat) significa, infatti, “Signore della Maat, dove Maat è proprio riferito all’ordine divino universale (Immagine n. 3)

Immagine n. 3 La Stele di Snefru proveniente dalla cappella della piramide satellite di Dashur Sud. Rappresenta Snefru, assiso in basso a sinistra, come Signore delle due Terre e Signore della Maat (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 112)

Da questo sovrano in poi, influenzata dal culto del dio sole, la forma del complesso piramidale conobbe importanti e significative modificazioni trasformandosi da un rettangolo orientato secondo l’asse nord-sud, in un quadrato in direzione est-ovest che seguiva il percorso dell’astro diurno ed enfatizzava un nuovo elemento architettonico di grande significato simbolico. Si tratta della lunga rampa che prendendo avvio da est, la terra dei viventi, giungeva sino ai piedi della tomba-piramide per poi concludere il suo percorso nel tempio funerario che da allora in avanti sarebbe sempre stato collocato sul lato orientale del monumento. La porta d’accesso alla rampa era, invece, situata nel tempio in valle, vale a dire il centro cultuale della città della piramide al cui interno la dea Hathor e il sovrano erano adorati come divinità locali.

Immagine n. 4 Ricostruzione a cura di Franck Monnier della sequenza cronologica dei tre cantieri di Snofru (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 49)

Prima di occuparci della sequenza cronologica (Immagine n. 4) dei cantieri di Snefru e delle ragioni che lo spinsero a dotarsi di tre tombe, si rendono necessarie alcune considerazioni riguardanti il proprietario della piramide di Meidum (Immagine n. 5). Da alcuni decenni questa località è spesso associata a Huni, ultimo sovrano della terza dinastia, la cui sepoltura non è stata ancora localizzata. Per il momento, come unica motivazione, si argomenta che sia irragionevole concedere al suo successore Snefru la costruzione di un terzo edificio di tali dimensioni, presumendo che sarebbe stato impossibile portare avanti tre cantieri in un lasso di tempo relativamente così breve quale fu il suo regno (24 o 29 anni a seconda delle fonti). Di conseguenza sembrerebbe del tutto naturale pretendere che la costruzione della piramide a gradoni di Meidum sia stata opera del re Huni e che in seguito sia stata modificata due volte dal suo successore al fine di farle assumere la classica forma a pareti lisce.

Immagine n. 5 La piramide di Meidum (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 52)

Tuttavia, finora nessuna menzione al sovrano della III Dinastia è stata ritrovata “in situ”, né alcun documento antico lo associa a questa sepoltura. Viceversa, gli egizi di tutte le epoche, mai hanno smesso di considerare Snefru, come intestatario del monumento: lo testimoniano i numerosi graffiti lasciati durante il Nuovo Regno sulle pareti del piccolo tempio funerario. Alcuni di questi lo evocano come “Il tempio di Snefru” e altri come la “grande piramide di Snefru”. Inoltre, i suoi figli Nefermaat, Rahotep e Ranefer, si fecero inumare in grandi mastabe situate proprio a Meidum.

È vero che fino ad oggi non è stata riportata alla luce alcuna iscrizione contemporanea dell’edificio recante il nome di Snefru, ma ciò non è sufficiente a escludere che sia stato egli stesso ad aver iniziato il cantiere e ad esigere per ben due volte la modifica del progetto. Per di più, nulla esiste che possa attestare l’usanza, durante l’Antico Regno, di un sovrano che si appropriasse della sepoltura del suo predecessore. Pertanto, l’ipotesi che possa essere stato Huni il committente del monumento resta solo un’idea vaga e senza alcuna evidenza che possa comprovarla; viceversa, gli indizi di cui siamo in possesso puntano tutti e decisamente in direzione del suo successore. Basta considerare la struttura interna a gradini, le dimensioni ridotte degli elementi costruttivi e delle camere funerarie, perché il confronto con la piramide di Dashur dimostri l’innegabile anteriorità della piramide primitiva di Meidum. Non c’è quindi dubbio che i primi due stati relativi alla piramide a gradoni iniziale siano stati realizzati all’inizio del regno e solo successivamente il sovrano decise di modificare le sue scelte sia riguardo alla forma che al luogo della sua sepoltura. Una volta completata la piramide di Meidum, infatti, ordinò la costruzione di una piramide di maggiori dimensioni e dal profilo triangolare presso la località di Dashur-Sud (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 La piramide romboidale di Dashur-Sud (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 56)

Un tale fervore innovativo dovette, con ogni probabilità, costringere gli architetti ad avviare un nuovo cantiere e a cercare, a tal fine, un giacimento ricco di materie prime. A tal proposito i geologi Dietrich et Rosemarie Klemm* hanno recentemente posto in evidenza che il rivestimento esterno della piramide di Meidum dovette essere completato utilizzando un calcare locale ed un altro estratto dalla più lontana cava di Maasara, situata nei pressi di Dashur, sulla riva opposta del Nilo. (Questa cava fu, in seguito l’unica fonte di approvvigionamento, relativamente alle pietre da rivestimento, per i cantieri di Dashur). É probabile che proprio durante questa fase si presentassero problemi di portata tale da spingere i costruttori a modificare l’edificio una seconda volta, conferendogli, sembrerebbe, le proporzioni e le dimensioni della futura Piramide Rossa (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 La piramide rossa di Dashur-Nord (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 65)

Sono emerse alcune iscrizioni, datate al 15° anno di regno sui tre siti piramidali, rispettivamente su un blocco di fondazione della Piramide Rossa, su un altro facente parte del tempio di accoglienza della Piramide Romboidale ed infine su alcuni blocchi della piramide di Meidum. Di conseguenza deve essere stato in quel momento che il cantiere fu nuovamente trasferito ed è fuor di dubbio che, nei dintorni di quella data, i problemi strutturali occorsi alla piramide di Dashur-Sud finirono per convincere gli architetti a cercare, una volta ancora, alternative al progetto in corso. Se ne dispose, perciò, un altro che finì per fare assumere alla piramide la caratteristica forma definitiva “piegata o a doppia pendenza”. Si procedette, a questo punto, con l’apertura cantiere della Piramide Rossa e, allo stesso tempo, si riaprì quello di Meidum con lo scopo di trasformare la struttura a gradoni in una piramide rispondente alle nuove concezioni (Immagine n.8).

Probabilmente, si voleva prevenire l’eventualità dell’improvvisa scomparsa del sovrano che, consapevole della propria vecchiaia, temeva che la sua tomba non sarebbe stata completata in tempo.

Alla morte di Snefru, comunque, la Piramide Rossa era stata certamente completata (così come pure la piramide sussidiaria di Dashur-sud e forse anche quella di Meidum), ma sicuramente non i suoi edifici annessi, come dimostra l’impiego di mattoni crudi per portare a termine il suo tempio funerario. Analogamente, anche quello di Meidum si presenta con facce parzialmente sgretolate e totalmente prive di decorazioni.

Alcuni ricercatori rifiutano di prendere in considerazione l’ipotesi che gli architetti egizi avessero avuto dubbi sulla bontà dei loro progetti e, conseguentemente, cambiarli più volte. La tesi sostenuta è che nulla sarebbe dovuto al caso e l’insieme sarebbe stato accuratamente pianificato e pensato al fine di ottenere un risultato complessivo del tutto coerente. La dualità che si osserva a Dashur (due piramidi sul sito e doppia pendenza per quella romboidale) sarebbe, pertanto, di natura strettamente simbolica. Ma quella che a prima vista sembrerebbe una riflessione interessante è contraddetta innanzitutto dall’analisi architettonica delle due piramidi. Durante la costruzione della romboidale, infatti, si presentarono diversi problemi di natura statica che imposero numerose modifiche. Come metro di paragone, basta considerare le caratteristiche della Piramide Rossa che mostrano una netta e decisiva evoluzione delle tecniche di costruzione. Inoltre, la sequenza cronologica dei due monumenti è fuori discussione, dal che ne consegue che se l’idea iniziale fosse stata quella di erigere a Dashur un complesso architettonico bipartito, sarebbe stato del tutto logico procedere ad una edificazione simultanea e non successiva. Infine, non esiste alcun documento che possa in qualche modo avvalorare questo punto di vista.

Tutto ciò, comunque, non implica che una volta completato l’insieme, questo non apparisse perfettamente coerente e armonico agli occhi degli egizi dell’epoca. L’attenzione dedicata ad un secondo sito non comportò, infatti, l’abbandono del primo che era stato consacrato per i rituali di fondazione e continuò ad essere sempre considerato come parte integrante di un dominio funerario che si era progressivamente ingrandito.

Al momento non siamo ancora in possesso di dati che possano permettere di determinare con certezza il tempo che occorse per portare a termine il grandioso progetto di Snefru. Il Canone Reale di Torino gli attribuisce 24 anni di regno, ma è noto che questo documento non è esente da errori. Segni datati, venuti alla luce presso i siti di Dashur e Meidum, indicano che, quanto meno, questa cifra deve essere elevata a 29 anni.

Si può tentare di fare un paragone con la Grande Piramide di Khufu, sulla quale siamo meglio informati circa i tempi di edificazione. Con il suo volume di circa 2.600.000 mc., è presumibile che l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora esistente, sia stata realizzata in meno di 27 anni (la durata massima attribuita al regno di questo sovrano). Adottando un criterio di proporzionalità e assumendo che i lavori si siano protratti in maniera continua per tutta la durata del regno, se ne deduce che per portare a compimento la Piramide Rossa furono necessari 18 anni; 15 anni per la Piramide Romboidale e 6 anni e mezzo per quella di Meidum, per un totale di circa 40 anni (una cifra evidentemente in disaccordo con i pochi riferimenti attualmente a nostra disposizione).

In ogni caso, che il regno di Snefru abbia avuto una durata di una trentina o una quarantina di anni, è certo che per realizzare i suoi tre complessi funerari fece estrarre, tagliare e mettere in opera qualcosa come circa 3.900.000 mc. di pietra calcarea, ossia ben 1.300.000 mc. in più di quanti ne furono necessari al suo successore.

* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm, sono stati protagonisti di un importantissimo lavoro relativo allo studio dei materiali di costruzione utilizzati per l’edificazione delle tre piramidi di Giza. I risultati delle loro ricerche, pubblicati nel 1993 nel volume “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten”, aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Chi fosse interessato all’argomento può trovarne un’ampia descrizione a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/07/01/lo-studio-di-dietrich-e-rosemarie-klemm/

A circa 45 km. a sud di Menfi, ad est del Fayyum, simile ad un possente torrione, si erge l’imponente profilo della piramide di Meidum (Immagine n. 9) la cui forma, così particolare, trae origine da danni e distruzioni che le fecero perdere gran parte del suo rivestimento esterno.

Immagine n. 9 La piramide di Snefru, a Meidum, fu eretta come un maestoso monumento a gradoni e fu poi trasformata, verso la fine del regno, in una piramide vera e propria, a pareti lisce. L’aspetto attuale è il risultato delle asportazioni di materiale che si sono succedute dall’epoca greco-romana fino all’era moderna (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 114-115).

La struttura del complesso funerario è caratterizzata da una netta cesura con quella della dinastia precedente, nel senso che la piramide acquisisce, da questo momento, un’importanza assolutamente predominante all’interno del quadro d’assieme. Gli edifici cultuali presenti nel complesso di Djoser, così vari e molteplici, appaiono qui sotto una forma molto semplice (oggi diremmo “minimalista”) riducendosi, in pratica, ad una cappella addossata alla facciata orientale. Questo edificio, di circa 9 metri di lato, comprende un piccolo corridoio a zig-zag che conduce a un cortile interno, al centro del quale si ergono, accanto a un tavolo sacrificale, due alte stele monolitiche con la sommità arrotondata (Immagine n. 10). Tutto, in questo luogo, mostra segni di incompiutezza: rifacimento delle pareti interrotto, iscrizioni contemporanee assenti e stele vergini.

Immagine n. 10 In questa immagine ripresa dalla piramide di Meidum sono visibili il tempio delle offerte con le due stele e la via processionale che conduceva al tempio in valle ad est (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 115).

Un recinto in pietra, alto circa 2 metri, delimitava uno spazio sacro intorno alla piramide. Una piccola piramide satellite, la prima del suo genere, fu edificata in posizione decentrata a sud così come una mastaba sul versante settentrionale. Di fronte al tempio funerario, una via processionale collegava l’unico ingresso a un piccolo tempio situato ai margini della valle. Lunga circa 210 metri, questa strada si presentava come una semplice via di comunicazione a cielo aperto delimitata da due muri paralleli: niente che possa, anche lontanamente, essere paragonabile alle gigantesche strade ascensionali che sarebbero state realizzate sotto il regno di Khufu.

É stato localizzato anche il tempio in valle ma, purtroppo, le coltivazioni che lo ricoprono hanno impedito lo svolgimento di scavi su larga scala. Ciò nonostante, nel sito, così come in quello della Piramide romboidale, si sono potuti rintracciare con evidenza i primi elementi costitutivi di un complesso funerario reale classico dell’Antico Regno: piramide, piramide satellite, tempio superiore e tempio inferiore (o tempio della valle) collegati da una lunga strada rialzata (Immagine n. 11).

Snefru costruì le sue prime piramidi a Meidum ancora nella forma a gradoni. Una di queste, piccola e solida, fungeva da torreggiante punto di riferimento sopra il palazzo reale di Seila, presso il margine orientale del Fayyum.

Il primo vero e proprio complesso piramidale, invece, domina la valle del Nilo, una decina di chilometri più ad est e include la grande piramide a gradoni, che fu ampliata e modificata in successive fasi costruttive fino a raggiungere, nel suo stadio finale, la vertiginosa altezza di circa 92 metri e ad acquisire la forma classica a pareti lisce.

La tipologia della piramide a gradoni è senz’altro da far risalire alla dinastia precedente, la terza, ma sotto il regno di Snefru, si diede inizio ad una serie di fondamentali modificazioni riguardanti sia l’orientamento del complesso sia la disposizione delle camere interne.

Rispetto alle arcaiche costruzioni cultuali della III Dinastia, sopravvissero, in pratica, solo il tempio funerario e la tomba sud che fu adattata a sepolcro del re sotto forma di una piccola piramide a gradoni situata direttamente a sud del monumento principale. Come già accennato precedentemente, a Meidum, il tempio funerario era un piccolo e semplice santuario a est della piramide, affiancato da due grandi stele che sostituivano e rappresentavano il re sepolto altrove.

La disposizione dei vani interni alla piramide fu anch’essa oggetto di ripensamenti rispetto al modello tipico della III Dinastia; la camera sepolcrale, infatti, non era più situata sul fondo di un pozzo scavato nella roccia del sottosuolo, ma fu allestita ben al di sopra del livello del terreno, in prossimità del centro del monumento.

Durante l’Antico Regno, l’entrata (o uscita) della piramide era sempre situata sulla facciata nord. Il re, attraverso il corridoio che sale dalla camera sepolcrale, poteva così ascendere alle stelle circumpolari (quelle che “non tramontano mai”) per congiungersi al dio sole Ra, nella sua barca. A ben vedere, questo assetto interno tripartito può essere rintracciato già nelle tombe risalenti alla I Dinastia, caratterizzate dalla presenza di una camera del sarcofago vera e propria alla quale si aggiungevano due vani supplementari utilizzati per immagazzinare le offerte più rilevanti da destinare al re defunto. Successivamente, a partire dall’epoca di Dioser, l’anticamera e le camere laterali furono già concepite con finalità e funzioni strettamente religiose, introducendo una concezione secondo la quale l’ascesa verso gli astri cominciasse dall’anticamera che, per questo motivo, aveva saracinesche in pietra decorate con stelle. I corridoi orientali e le cosiddette “camere blu” erano, invece, la rappresentazione di un modello di palazzo in cui il re avrebbe soggiornato nell’Aldilà.

Con la IV Dinastia, cambiò pure la collocazione spaziale delle camere; si passò da una disposizione orizzontale ad una verticale che trovò la sua massima espressione nella Grande Piramide di Khufu.

A Meidum, inoltre, prese avvio una tendenza riguardante il cimitero reale, che prevedeva l’allineamento in file regolari, a nord-est delle piramidi, delle mastabe dei figli di Snefru e delle loro mogli. Solo una di queste (la mastaba n. 17), però, sorge presso l’angolo nord-orientale della piramide e dunque in posizione particolarmente privilegiata: imponente e costruita apparentemente in gran fretta, conteneva la sepoltura di un principe, probabilmente l’erede al trono defunto in giovane età nei primi anni di regno del sovrano (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 Sul lato orientale della piramide, all’estremità settentrionale della scarpata, ci sono diverse mastabe risalenti al regno di Snefru. La più grande di queste, situata appena fuori del muro di recinzione, nell’angolo nord-orientale è noto come Mastaba 17, secondo il numero attribuito da Petrie che la indagò nel 1910 (©ph. https://egyptsites.wordpress.com/…/25/meidum-necropolis/)

Fonti:

  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119

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