EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LA QUARTA DINASTIA: SNEFRU

Secondo la sequenza dinastica redatta dallo storico greco Manetone, Snefru (Immagine n. 1) fu il primo re della IV Dinastia. Con lui si chiude un’epoca cruciale che si estende dal periodo arcaico sino all’alba dell’Antico Impero e da inizio a uno dei periodi più straordinari di tutta la storia egizia.

Immagine n. 1 In origine questa statua a grandezza naturale di Snefru, rappresentato con la corona bianca dell’Alto Egitto, era inserita nella nicchia di una delle cappelle del suo Tempio in Valle a Dashur. Museo Egizio del Cairo (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 47)

La tradizione letteraria giunta sino a noi, ce lo rappresenta come un buon sovrano attento alle esigenze dei suoi sudditi (secondo le leggende popolari si rivolgeva loro chiamandoli “amici” e persino “fratelli”), tanto che, nonostante sia stato artefice di un programma architettonico a dir poco titanico, a differenza dei suoi successori Khufu Kaefra, la sua reputazione non fu mai messa in discussione. Quel poco di lui che ci è noto lo si deve grazie ad un documento che riporta gli avvenimenti salienti anteriori alla VI Dinastia: gli annali della Pietra di Palermo (Immagine n. 2). Si tratta di una porzione di stele incisa facente parte di un reperto ben più consistente del quale si conservano altri frammenti presso il Museo del Cairo e il Petrie Museum of Egyptian Archeology di Londra. Da questo reperto apprendiamo che Snefru fece arrivare quaranta imbarcazioni cariche di legno importato dal Medio-Oriente. Sappiamo, inoltre, che durante la prima parte del suo regno promosse una spedizione in Nubia con cui si procurò materiale umano da impiegare nei suoi progetti edili (si riferisce di 4000 donne e 3000 uomini, ma i numeri sembrano un po’ esagerati) e razziò un enorme quantità di bestiame (200.000 capi).

Immagine n. 2 Copia della Pietra di Palermo, Museo del Cairo. Si tratta di un oggetto in diorite nera e deve il suo nome al fatto che l’originale è conservato al Museo Antonino Salinas nel capoluogo siculo. Altri cinque frammenti sono al Museo del Cairo ed uno al Petrie Museum di Londra. Il frammento palermitano misura cm. 43 di altezza x 25 cm. di larghezza ed è iscritto su entrambi i lati. Si ritiene che l’intero reperto in origine dovesse misurare cm. 210 x 60. Il testo contiene una lista di sovrani che ha inizio con quelli mitici, che avrebbero regnato sull’Egitto all’inizio dei tempi, e i cui regni sono calcolati in migliaia di anni. Si passa poi ai re la cui esistenza è storicamente accertata. L’ultimo ad essere menzionato e Neferirkara della V Dinastia. Le iscrizioni sono disposte su registri all’interno di caselle delimitate da linee con la punta ricurva verso sinistra ad imitazione del segno geroglifico dell’anno (in egiziano “renepet”). Di anno in anno viene indicato l’evento di maggior rilievo e, a partire dal regno di Djer (I Dinastia), il livello dell’inondazione. Nella parte più bassa sono riconoscibili i cartigli del re Snefru (IV Dinastia) (© ph.Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 46) 

Un’ iscrizione presente in questa regione, presso la località di Khor el-Aquiba, sembra fare riferimento proprio a questa campagna in quanto menziona un corpo di spedizione composto da 20.000 soldati e la cattura di 7.000 prigionieri. Più tardi l’operazione fu ripetuta, ma questa volta in Libia, e fruttò 1.100 prigionieri e 13.100 capi di bestiame sistemati successivamente in trentacinque nuove tenute reali del Fayyum e del Delta. Questo consistente approvvigionamento di mano d’opera e di animali fu posto in atto, evidentemente, per alleggerire in modo considerevole il carico lavorativo sulla popolazione egizia.

Tra le altre realizzazioni collegabili al suo regno figurano la realizzazione di un nuovo palazzo reale, probabilmente nella zona di Dashur, caratterizzato da grandi portali in legno di cedro, il varo di molte imbarcazioni, la lavorazione di statue reali a grandezza naturale in rame e in oro e la produzione di un’arpa insolitamente grande e preziosa.

Le fonti contemporanee circa l’ascendenza di questo sovrano sono ancora più scarse; probabilmente la madre, Meresankh, fu una sposa secondaria di Huni, ultimo re della III Dinastia, ma gli antenati reali dell’Antico Regno non sono mai menzionati direttamente dal momento che il re era, per natura di origine divina.

Sorprendentemente, la costruzione delle piramidi non è mai annotata nelle iscrizioni contemporanee di re o dignitari, nonostante rappresentasse il principale evento di un regno. Verosimilmente, siccome ciò era riconducibile all’espletamento dei rituali giornalieri nei templi (le cerimonie che garantivano il sorgere ed il tramontare del sole, la ricorrenza delle stagioni, l’esondazione periodica del Nilo, ecc.), e quindi facente parte dei compiti che un re doveva essere in grado di svolgere e assicurare in vita, non aveva alcun bisogno di essere menzionato.

In ogni caso, Snefru fu senza dubbio alcuno il più grande costruttore dell’Antico Egitto se non addirittura di tutto il mondo antico. A lui si devono, infatti, l’edificazione di tre grandi piramidi, di cui una situata a Meidum e le altre due a Dashur (oltre a due più piccole), per la cui realizzazione furono utilizzati oltre 3,6 milioni di metri cubi di pietra: un milione in più di quanti servirono a suo figlio per edificare la Grande Piramide di Giza. Nonostante l’attribuzione definitiva di questi monumenti costituisca ancora motivo di dibattito tra gli esperti, non esiste alcuna prova che consenta, ragionevolmente di dubitarne.

A partire dal suo regno ebbe inizio un ulteriore incredibile impulso evolutivo che portò in breve tempo a raggiungere vette di perfezione non solo nel campo dell’architettura, ma anche nelle arti della scultura, del rilievo e della pittura, nelle scienze naturali e in medicina dove furono gettate basi destinate a rimanere valide fino all’epoca greca. Il credo nell’onnipotente Ra, creatore universale, ormai dominava la religione, l’etica, lo Stato e la società egizia, che divenne sempre più ricettiva nei confronti di chi era in grado di lavorare su grandi progetti. Questi personaggi diedero forma alla nuova classe degli scribi, accademici istruiti nella conduzione teorica e pratica dello Stato; un gruppo costituito da principi ed individui che si erano elevati per chiari meriti. Garante di questo sofisticato sistema era il dio Ra che conferiva potenza al sovrano, la cui divinità consisteva non nella sua persona, bensì nel ruolo assunto in funzione della sua capacità di governare le Due Terre. Egli era il dio benevolo, il dio delle necropoli la cui costruzione era suo compito e dovere. Il nome di Horo di Snefru, nb m3՚ t, (neb maat) significa, infatti, “Signore della Maat, dove Maat è proprio riferito all’ordine divino universale (Immagine n. 3)

Immagine n. 3 La Stele di Snefru proveniente dalla cappella della piramide satellite di Dashur Sud. Rappresenta Snefru, assiso in basso a sinistra, come Signore delle due Terre e Signore della Maat (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 112)

Da questo sovrano in poi, influenzata dal culto del dio sole, la forma del complesso piramidale conobbe importanti e significative modificazioni trasformandosi da un rettangolo orientato secondo l’asse nord-sud, in un quadrato in direzione est-ovest che seguiva il percorso dell’astro diurno ed enfatizzava un nuovo elemento architettonico di grande significato simbolico. Si tratta della lunga rampa che prendendo avvio da est, la terra dei viventi, giungeva sino ai piedi della tomba-piramide per poi concludere il suo percorso nel tempio funerario che da allora in avanti sarebbe sempre stato collocato sul lato orientale del monumento. La porta d’accesso alla rampa era, invece, situata nel tempio in valle, vale a dire il centro cultuale della città della piramide al cui interno la dea Hathor e il sovrano erano adorati come divinità locali.

rme semplici, ma sapendo al contempo offrire al loro sovrano una dimora eterna all’altezza del suo status divino.

Fonti:

  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119

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