Si tratta di una tomba molto antica, risalente al Medio Regno e, segnatamente, al regno di Montuhotep II.
E’ costituita da una cappella e da un appartamento sotterraneo (non ultimato). Nella cappella (1 in planimetria[7]) scene danneggiate; restano visibili la testa del re Montuhotep II e un uomo che offre libagioni alla defunta[8].
Nell’appartamento sotterraneo: portatrici di offerte dinanzi alla defunta e scene di mungitura (2); portatori di offerte in presenza della defunta seduta (3). Poco oltre (4) la defunta seduta con alcune ancelle, una delle quali le acconcia i capelli e alcuni portatori di offerte.
Su altra parete (5) uomini che recano mucche e vitelli con offerte di latte (?) alla defunta seduta.
Da questa tomba provengono:
frammenti del sarcofago della defunta (la base è ancora in situ) oggi al British Museum (cat. 43037);
sarcofago della defunta, oggi al Museo Egizio del Cairo (cat. 49892);
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[7] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.
[8] Le scene si trovano oggi presso il British Museum (cat. 1450). Altri blocchi rappresentanti la defunta e la principessa Kawit, si trovano oggi presso il Musée d’art et d’histoire di Ginevra (cat. 4767).
TT307, non ultimata, si presenta planimetricamente con un’unica sala trasversale; la presenza di un corridoio non ultimato, lascia supporre che la struttura avrebbe dovuto ricalcare lo schema a “T” rovesciata tipico delle sepolture del periodo.
Un breve corridoio immette nella sala trasversale; sulle pareti, già in parte decorate: abbozzi di testi tratti dal Libro delle Caverne (1 in planimetria[7]); poco oltre (2) abbozzo del defunto con simboli retti nella mano sinistra; su altra parete (3), in due registri sovrapposti, il defunto e la moglie, in presenza delle Anime di Pe e Nekhen e di alcuni ba, adorano Maat e Ra-Horakhti, nonché scene della Confessione Negativa[8]
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Uniche notizie biografiche ricavabili, il nome della moglie Mutenopet, e quello di due figli, Nekht-hererau e Pathenfy[6].
La tomba
TT306 si presenta planimetricamente secondo lo schema a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo.
Un breve corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[7]) sono rappresentati il defunto e la moglie, e il defunto inginocchiato in adorazione di una divinità dall’aspetto di serpente, immette in una sala trasversale. Sulle pareti: su tre registri sovrapposti (2 -3-4) il defunto e la moglie, alcuni ba e le Anime di Pe e Nekhen, in adorazione di Maat (?) e Ra-Horakhti; in cinque scene, il defunto e la moglie, la presentazione alla dea Hathor a cura di Anubi, l’adorazione di Maat, la Confessione Negativa e la Pesatura del Cuore; il defunto presentato da Thot e Horus a Osiride; il defunto offre libagioni al re Amenhotep I e alla regina Ahmose Nefertari e, in due scene, il figlio Nekht-hererau che offre libagioni e essenze profumate al defunto e alla madre.
Su altra parete (5), in tre registri, il figlio Nekht-hererau e sua moglie adorano due file di sette cartigli recanti i nomi di re e regine[8] e il defunto che offre libagioni ad un Pilastro Djed posto sotto un padiglione; in due scene, il figlio Nekht-hererau, con un suo seguito, lascia la tomba in presenza di tre divinità femminili rappresentate come alberi. sul lato corto adiacente (6), su due registri, testi tratti dal Libro delle Porte e scene del pellegrinaggio ad Abydos; poco oltre (7), in due registri, il defunto, la moglie, il figlio e un prete; il defunto presentato a Osiride, rappresentato dal suo simbolo posto sotto un padiglione, da Horus, mentre la moglie viene presentata da Anubi.
Un breve corridoio immette in una camera di forma quasi quadrata; sulle pareti: brani tratti dal Libro dei Morti (8), prefiche e preti che trainano la mummia su una slitta. Su altra parete (9) il defunto e la moglie in adorazione; poco oltre, in una nicchia (10) una stele presenta, in alto, una barca sacra adorata da alcuni ba; nella parte centrale e bassa il defunto in adorazione e testi sacri. Sul fondo della sala una seconda nicchia e un’altra stele (11) in cui il figlio Nekht-hererau, in veste di prete, offre libagioni al defunto mentre il figlio Pathenfy, anch’egli come prete, offre libagioni alla madre; di lato una prefica e Anubi che trasporta la mummia in presenza di una figlia del defunto (di cui non è indicato il nome) che offre libagioni[9]
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[7] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.
[8] La regina Ahmose Nefertari; Seqenenra Ta’o; Amenhotep I; Ahmose I; Tutankhamon (?); la regina Tamer; la regina (?); la regina Nebbtaui; Sesostri I; la regina Ahmosi; Kamose; la regina Sentsonb; due cartigli illeggibili.
La raffigurazione del re Intef II mentre fa offerte alle divinità raffigurazione è custodita al Metropolitan di New York.
Poiché l’immagine è sufficientemente chiara proviamo a fare insieme una brevissima e parziale analisi filologica soprattutto sulla parte identificativa del sovrano.
Come al solito ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.
COSA OFFRE INTEF II?
Identifichiamo insieme i materiale e i destinatari.
Questa volta leggiamo il secondo registro verticale, quello più ficino al sovrano.
Come al solito ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.
A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:
La Grande Bellezza, la Brutta Politica e la Pessima Comunicazione (Ernesto Schiaparelli e Nefertari)
Agli albori del XX secolo il mondo archeologico egiziano sta cambiando. L’epoca dei saccheggi, anche travestiti da presunti scavi archeologici, sta tramontando. Si seguono regole via via più precise e stringenti, servono permessi ed autorizzazioni e c’è una spietata concorrenza tra le diverse spedizioni europee per farseli assegnare.
La neonata Missione Archeologica Italiana (M.A.I.) ha sgomitato un po’ a Giza nel 1903 con le corrispettive missioni inglesi e tedesche, poi in maniera confusionaria ha ripiegato a Tebe. Ma la Valle dei Re è rimasta off-limits per i sabaudi, è stata assegnata loro la Valle delle Regine, l’antica Ta Set Neferu, il Luogo delle Bellezze. Le speranze sono comunque grandi per l’uomo a capo della spedizione, pensa che tra le tombe dei nobili si possa trovare qualcosa di grande valore archeologico.
Ernesto Schiaparelli non sa che sta per scoprire la tomba probabilmente più bella di tutto l’Antico Egitto.
Sì, cose meravigliose vennero alla luce con Schiaparelli…
Figlio di un professore di Storia dell’Università di Torino, era nato 48 anni prima in un paesino del Biellese, Occhieppo Inferiore, un luogo che le cronache dell’epoca descrivono come “diversamente fortunato”: terreno poco fertile, clima freddo, niente pascoli montani e niente castagneti, che fornivano l’alimento per la sopravvivenza invernale. Gli Schiaparelli sono però benestanti da quando un lontano antenato ha iniziato a conciare le pelli e possono far studiare i figli.
Ernesto studia lettere a Torino, poi può permettersi di andare un anno alla Sorbona a Parigi, e quell’anno gli cambia la vita. Segue le lezioni di Maspero in quel periodo e la sua strada prende la direzione del Nilo. Dirige la Sezione Egiziana del Museo Archeologico di Firenze, poi direttamente il Regio Museo d’Antichità ed Egizio di Torino. In quel ruolo potrebbe limitarsi a gestire acquisizioni ed esposizione, ma Ernesto è “figlio” della scuola francese ed è convinto dell’importanza del lavoro sul campo.
Il giovane Ernesto Schiaparelli neo direttore del Museo Egizio ed il busto che il Museo gli dedicherà
È già stato un paio di volte in Egitto, ed ha partecipato alla scoperta della tomba di Harkhuf, un nomarca della VI Dinastia, che gli ha confermato quanto sia importante operare in prima persona.
L’ingresso della tomba di Herkhuf in una stereofotografia e nella relazione originale di Schiaparelli
I tempi sono però cambiati a Torino dall’epoca del “facciamo vedere ai francesi chi siamo!” e di fondi per gli scavi non se ne parla. Schiaparelli escogita allora una soluzione all’italiana: si inventa il fatto che Maspero gli abbia scritto pregandolo di organizzare degli scavi nella piana di Giza e scrive al Ministero della Pubblica Istruzione dicendo in pratica che non ci si può far scappare un tale onore.
La lettera originale di Schiaparelli al Ministro della Pubblica Istruzione con la richiesta di istituzione della Missione Archeologica Italiana. Furbescamente non menzionò mai se una missione archeologica fosse più o meno dispendiosa dell’acquisizione diretta di reperti e menzionò una lettera di “invito agli scavi” di Maspero che in realtà non esisteva…
Nel 1903 riesce quindi a farsi assegnare un budget da Vittorio Emanuele III; con questa somma riesce a farsi dare i permessi dal suo vecchio insegnante, Maspero, che prima non gli aveva scritto un bel nulla. Il budget è in realtà irrisorio: l’equivalente di più o meno 90,000 euro attuali all’anno per soli quattro anni. Schiaparelli risparmierà peggio di un genovese negli scavi; lui stesso sfrutterà sempre l’accoglienza dei missionari invece degli alberghi (supporterà sempre l’opera delle missioni religiose).
Purtroppo per noi, anche il fotografo “arruolato” per la missione fa parte delle ristrettezze economiche: è un religioso, don Pizzio, già parroco in Brasile per gli emigranti italiani. Non sarà un disastro, ma ci andrà vicino.
E la concorrenza per le concessioni è spietata. I francesi fanno ancora la parte del leone; poi ci sono gli inglesi con Petrie che è una specie di macchina da guerra archeologica, gli statunitensi con Reisner (che porterà a Boston un mare di reperti) e stanno arrivando i tedeschi con Borchardt, che farà il “botto” ad Amarna. A stento, e apparentemente solo per la loro vecchia conoscenza, ha strappato a Maspero la concessione per la Valle delle Regine e le necropoli tebane. In realtà c’è un sottile gioco politico dietro, con un’alleanza italo-francese nell’area del Mediterraneo per limitare l’espansione britannica.
L’autorizzazione originale di Maspero agli scavi della M.A.I. nella Valle delle Regine
Per dare un’idea dell’affollamento a Giza nel 1903: “Seguendo le istruzioni del Maspero, Direttore Generale delle Antichità per il Governo Egiziano, si spartì l’area cemeteriale come segue: 1) agli Italiani era assegnata, del Cimitero Occidentale di Cheope diviso in tre striscie (sic) E-W, la striscia sud, inoltre del Cimitero Orientale di Cheope, diviso in due parti dal prolungamento della mediana E-W della piramide di Cheope, la parte sud; 2) ai Tedeschi, del Cimitero Occidentale di Cheope la striscia centrale, il Cimitero Meridionale di Cheope, il Cimitero Orientale di Chefren; 3) agli Americani, del Cimitero Occidentale di Cheope la striscia nord, del Cimitero Orientale di Cheope la parte nord, nonché il Cimitero Orientale di Micerino”
E così, nel 1904 scopre tra le altre l’ingresso della tomba di Nefertari. La tomba è stata completamente saccheggiata ma le decorazioni sono straordinarie. Incredibilmente, ebbe a scrivere Schiaparelli: “Sebbene i corredi funerari rinvenuti fossero pochissimi, (noi) ci siamo comunque rallegrati del ritrovamento, poiché oltre ad essere la tomba di una delle più famose regine egizie, era anche di una singolare bellezza”. Rallegràti? Singolare bellezza? Se avesse trovato il busto di Nefertiti cosa avrebbe detto? “Bella statuetta”? In realtà la tomba verrà descritta come “la Cappella Sistina egizia” e la rivedremo nel dettaglio con tutto il suo splendore.
L’ingresso della tomba di Nefertari nella foto originale della spedizione. Foto Museo Egizio di Torino
Ma le difficoltà politico-diplomatiche non sono affatto terminate, anzi; acuite da gravi lacune nella comunicazione, stanno portando Schiaparelli sull’orlo del fallimento.
Stereografia (all’epoca andavano di moda) dell’ingresso della tomba di Nefertari. Schiaparelli è tutto a destra, con il cappello. L’arco appena costruito (con allegata porta in ferro) è quello menzionato da Carter nelle relazioni annuali dei lavori svolti
Schiaparelli, incredibilmente, non sfrutta la straordinaria scoperta della tomba di Nefertari; praticamente non scrive un solo rigo per pubblicizzare il lavoro della M.A.I. e gli scavi nella Valle delle Regine durano solo un anno.
Al termine di quell’anno Schiaparelli è in enorme difficoltà. I reperti disponibili per Torino sono pochi, paradossalmente Nefertari si rivela una cocente delusione in termini di oggetti da mostrare. Mettiamoci anche che Schiaparelli non è proprio un fulmine di guerra nelle comunicazioni – Belzoni probabilmente lo avrebbe preso a ceffoni al riguardo, e se li sarebbe meritati tutti – tanto da scrivere qualcosa sulle spedizioni della M.A.I. (nomen omen…) solo vent’anni dopo. La cosa avrà gravi ripercussioni.
La missione italiana, senza pubblicazioni eclatanti, politicamente conta veramente poco nel panorama dell’epoca. Negli Annali del Servizio delle Antichità Egizie il loro lavoro viene completamente ignorato. La nota di Howard Carter (!) del 1904 è: “Per le tombe recentemente scoperte di Nefertari-Meri-Mut e Seth-hi-khopesh-ef, sono stati costruiti archi sopra gli ingressi per proteggerli dall’acqua piovana o dalla caduta di pietre; si stanno realizzando porte placcate in ferro, e spero di farle riparare prima della fine dell’anno. Ho fatto qui l’esperimento di un nuovo progetto di porta di ferro fino ad ora utilizzata per le tombe”. Tutto qui. Più importanti le porte delle decorazioni.
Maspero addirittura si limita a “[gli italiani] hanno svuotato le tombe scoperte l’anno scorso e ce le hanno consegnate” manco fossero i corrieri di Amazon (1904); “[Schiaparelli] ha sgomberato diverse tombe nella Valle delle Regine senza trovare nulla di valore” (1905). Con tanti saluti a Nefertari ed agli artisti che hanno lavorato alla sua tomba, sic transit gloria mundi.
Rilievi nella QV66
E così il finanziamento del Re sta per scadere; per mesi gli operai continuano a imbattersi in tombe dove i saccheggiatori hanno già fatto man bassa di oggetti preziosi. Lo “salva” il sito (considerato fino a quel momento secondario) di Deir el Medina, dove in sua assenza notano una struttura a piramide che racchiude una cappella dipinta di grande bellezza.
Il pyramidion della cappella funeraria di Kha, involontario specchietto per le allodole che deviò l’attenzione dei tombaroli. Attualmente al Louvre, inventario E 13988
Verso la metà di febbraio 1906, una porta in legno al fondo di un angusto corridoio sotterraneo svela una delle più grandi scoperte dell’egittologia mondiale: la tomba intatta di Kha e della sua sposa Merit, un magnifico corredo intatto di oltre 500 oggetti rimasti sepolti per oltre 3000 anni. Degli oltre 30mila reperti che dal 1903 al 1920 giungono a Torino grazie alla Missione Archeologica Italiana, questo tesoro rimane tra i capolavori più ammirati del museo Egizio.
E queste furono le “cose meravigliose” che apparvero nella tomba di Kha e Merit. Coperto da un telo di lino, il sarcofago di Merit; addossato al muro sullo sfondo il sarcofago di Kha, anch’esso coperto da un telo. Sul pavimento, gli oggetti della coppia. Li vedremo meglio con il dettaglio che meritano.
Non pubblicando nulla, il “giudizio” del solito Maspero è però lapidario: “[Schiaparelli] portò alla luce, a Déîr-el-Médinéh, tre o quattro tombe danneggiate della XX e XXI dinastia (…) Schiaparelli oltrepassò le rive del Nilo quasi senza fermarsi lì, e i pochi colpi di piccone che diede sui luoghi concessi al governo italiano furono di poco frutto; “L’Italia, che ha molte località interessanti, ne ha utilizzate solo due”.
La “Stele di Kha e Meryt” era già a Torino (collezione Drovetti), come era nota la cappella piramidale che fece comunque da “guida” per gli scavi
Sull’onda dei reperti di Kha, il governo sabaudo prolungherà il finanziamento alla M.A.I. fino al 1920. Schiaparelli diventerà anche Senatore del Regno, ma per motivi umanitari legati alle missioni francescane ed al supporto agli emigranti italiani.
Schiaparelli non è stato il primo egittologo italiano in Egitto (Belzoni e Drovetti negli anni Venti dell’Ottocento peraltro furono collezionisti e non egittologi), ma il primo a cercare per conto dell’Italia come stato-nazione – nel bene e nel male. Ebbe dei meriti pionieristici e delle lacune anche caratteriali, ma ebbe il merito di portare in Italia un altro pezzo fondamentale del Museo Egizio di Torino.
Riferimenti:
Silvio Curto, Gli Scavi Italiani A El-Ghiza (1903). Roma, 1963
Enrica Parlamento, Ernesto Schiaparelli: insigne uomo di scienza e di fede dalle origini occhieppesi. Occhieppo, 2006
Ernesto Schiaparelli, Una Tomba Egiziana Inedita Della VI Dinastia- Accademia deio Lincei, 1892
Jarsaillon, Carole, “Schiaparelli et les archéologues italiens aux bords du Nil : égyptologie et rivalités diplomatiques entre 1882 et 1922”, Rivista del Museo Egizio (2017)
Prete wab[6] di Amon, Scriba delle divine offerte di Amon
Dra Abu el-Naga
Periodo Ramesside
Biografia
Unica notizia biografica ricavabile, il nome della moglie Tamehit[7].
La tomba
Un corridoio immette in una sala trasversale cui si accede anche per il tramite di altro corridoio; da questa si diparte un terzo corridoio; sul fondo della sala trasversale una sala più interna costituisce la cappella.
Nella sala trasversale: su tre registri sovrapposti (1 in planimetria[8]), un prete presenta liste delle offerte al defunto e alla moglie; il defunto e la moglie nei Campi di Iaru; due donne.
Sul lato corto (2) su tre registri il defunto in adorazione; il defunto e la moglie in presenza di Maat assistono alla Confessione Negativa; tavola di offerte; poco oltre (3), su tre registri, il defunto e la moglie in adorazione, in presenza di alcuni ba e delle Anime di Pe e Nekhen, dinanzi alla dea Maat e a Ra-Horakhti (?); il defunto e la moglie assistono alla cerimonia di Pesatura del cuore[9]; il defunto presentato da Thot a Osiride, Iside e Nephtys; la mummia del defunto purificata in presenza della dea Hathor rappresentata come vacca sacra.
Su altra parete (4), in due registri, il defunto e la moglie in presenza di Osiride e il defunto e la moglie in presenza di Horus (?).
Un breve corridoio, sulle cui pareti (5 -6 – 7) sono rappresentati il defunto, due preti e la coppia costituita dal defunto e dalla moglie, immette in una sala perpendicolare alla precedente. Sulle pareti (8) un prete sem[10] recante offerte dinanzi al defunto. Su altra parete (9), in due registri, il defunto e la moglie presentati a Osiride da Anubi e il defunto e la moglie dinanzi a Osiride[11]
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.
Tomba molto danneggiata e in buona parte distrutta. E’ noto che nell’ingresso, su due registri sovrapposti, scene con prete in offertorio e un’arpista inginocchiata dinanzi al defunto[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Tomba molto danneggiata e in buona parte distrutta. E’ noto che nell’ingresso, parete sud, esistano due statue assise.
Provengono da questa tomba frammenti di architravi recanti il nome del defunto e l’indicazione “terzo Profeta di…” e il nome di Penpare (altrove non attestato), a sua volta indicato come “Terzo Profeta di Amon”, nonché frammenti di una scatola intestata a Penpare oggi al Philadelphia Museum of Art /(cat. 29.86.402)[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Unica notizia biografica ricavabile il nome del padre, Userhat, a sua volta Capo del magazzino di Amon[6].
La tomba
TT302 si presenta planimetricamente con un’unica sala trasversale poco rifinita. Sulle pareti: su tre registri sovrapposti (1 in planimetria[7]) scene di cucina e di immagazzinamento; un carro con il relativo carrista addormentato, il defunto, con un cane sotto la sedia, sotto un albero dinanzi a un padiglione con offerte per Thermutis e una danzatrice; scene di misurazione di grano e cereali.
Su uno dei lati corti (2), su quattro registri, donne che recano scatole, scene di pulizia e lavaggio sotto gli alberi. Poco oltre (3), su tre registri, il defunto e la moglie ricevono mazzi di fiori da portatori di offerte; il defunto, i suoi genitori e una figlia, tutti inginocchiati, in offertorio ad Amenhotep I e alla regina Ahmose Nefertari; scene di banchetto funebre con suonatrici (arpiste, liutiste), ospiti e un uomo che riempie giare di vino.
Su altre pareti (4 – 5), uomini in offertorio e un uomo inginocchiato accanto a una barca offerta ad Anubi rappresentato come sciacallo. Sul fondo della sala, in una nicchia (6), preti e tavole di offerte nonché la dea Hathor rappresentata come vacca sacra[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Nota: i casi di omonimia sono stati gestiti aggiungendo ai nominativi dei titolari un progressivo in numeri romani tra parentesi quadre (es.: Amenmose [I]; Amenmose [II]). Tali progressivi NON hanno alcuna valenza temporale o storica, ma servono solo per differenziare due titolari (nessuna indicazione è stata, ovviamente, riportata per i titolari “sconosciuti”).