Testi

IL COMPLESSO OSIRIACO

Presentazione delle offerte da parte di Sethi I

Prologo

Arrivando nel sito di Abydos, spicca il Grande Tempio di Sethi I, uno dei più completi e solenni templi di tutto l’Egitto. Il tempio di Abydos fu costruito in onore della dea Maàt, al cui culto era fedele il secondo sovrano della XIX dinastia egizia Sethi I, il quale fu anche il primo ad occuparsi dell’influenza egiziana nel resto del Medio Oriente. Sethi I, faraone nella XIX dinastia, regnò mirabilmente in un momento storico cruciale. Fu destinato a riportare l’ordine religioso nel Paese e a ristabilire la sovranità nei territori a est, minacciati dal rafforzamento degli Ittiti in un periodo di instabilità causato dalle precedenti scelte politiche e dalla rivoluzione religiosa attuate dal faraone Akhenaton, che trasferì la capitale da Tebe ad Amarna e proclamò Aton unico dio, rappresentato iconograficamente soltanto da un disco solare con dei lunghi raggi.

Il complesso Osiriaco.

Questo è il nome attuale dato a tutte le stanze la cui collocazione è sul retro delle sette cappelle dedicate a varie divinità e al sovrano stesso Sethi: Sethi Ptah Rê-Horakhty Amon-Rê Osiride Iside Horus Questo complesso è dedicato al culto di Osiride che era il dio principale di Abydos e come tale richiedeva un’attenzione particolare. Questo complesso comprende due stanze ipostile, associate a cappelle. La vista in alto mostra la grande stanza ipostila con l’ingresso alla cappella di Osiride, conosciuta come la cappella di Sethy I divinizzata. La planimetria sottostante descrive l’intero complesso.

Questa analisi prende in esame la 1° sala ipostila parete est del complesso Osiriaco. Sono 22 riquadri sovrapposti i due file. Si esaminerà il tipo di offerta, il dio che la fa o che la riceve.

A conferma delle offerte saranno presentati testi con trascrizione e traduzione.

Qui è presentata la planimetria della 1° sala ipostila del complesso Osiriaco, e la disposizione fotografica delle varie scene.

Per la bibliografia, si fa riferimento ai volumi di Amice Calverley’s Record of the Temple of Seti I.

L’ANALISI TESTUALE

Parete est – Riquadro 1 in alto

Il re offre a Horus offerta di vino in classici recipienti tondeggianti nw. Horus porta la doppia corona circondata alla base da urei. Regge nelle mani un segno della vita e uno scettro Was.

PS Le immagini a colori avranno diverso grado di qualità. Possono essere danneggiate e avere una posizione tale da aver avuto danni maggiori rispetto a altre.

L’immagine in B.N. permette una migliore lettura dei testi geroglifici. Questi, sono espressi nelle parti più rappresentative. A volte, per motivi di spazio, non esprimono al completo tutto il testo del riquadro.

Parete est – Riquadro 1 in basso

Qui inizia il Registro Inferiore (Scena 1), tra l’ingresso della Cappella di Osiride e il muro nord, il Re offre una libagione/purificazione (di acqua fresca) a Horus, figlio di Osiride. La scena è intitolata “Esecuzione di una libagione per suo padre” scritta innanzi al re.

Parete Est – Riquadro 2 in alto

Il re offre pane bianco a Upuaut (Anubi) che risiede nella dimora di Men Maât Ra. Upuaut (Anubi) giace su una cassa in una cappella portatile. La cassa su cui è accovacciato è decorata con coppie di pilastri Djed e amuleti Tit.

Sul testo posto sul capo del re è citata la dea Nekhbet (la bianca) di Nekhen (Hieraconpolis, località) – (ved. Testo)

Parete Est – Riquadro 2 in basso

Il re (Men Maât Ra)I fa l’offerta dell’immagine di Maât al dio Horus, in forma di falco con la doppia corona.

Il dio è posto su un sostegno nella sua cappella portatile. La figura del re sembra sia stata danneggiata volutamente.

Parete Est – Riquadro 3 in alto

Il sovrano con corona rossa Deshret fa offerta di incenso al dio falco Horus, incoronato con la corona bianca Hedjet, su una colonna a forma di papiro sorretta da una piccola figura a immagine del sovrano.

Parete Est – Riquadro 3 in basso

Offerta di vasi da vino (irp) chiamati nu a Irrenefdjesef, iri-rn.f-Ds.f. ICONOGRAFIA: Si manifesta di regola come un falco o un uomo con la testa di falco (non in questo caso) Il suo nome significa “Colui che crea il proprio nome”, un epiteto che può essere interpretato come “Colui che ha creato se stesso”, conferendogli un carattere di creatore (demiurgo). Si trova nel pantheon egizio fin dal Nuovo Regno. Si trova nelle formule XVII e XCIX del Libro dei Morti, un testo che si riferisce a ciò che il defunto doveva recitare per ricondurre la barca a sé. Raramente rappresentato. Qui, nel tempio di Sethy ad Abydos, è in forma umana. Un’altra dea è citata nel testo innanzi alla fronte del sovrano, si tratta di Wadjet.

Parete Est – Riquadro 4 in alto

Nella Scena, il re si trova di fronte al dio (Osiri) e a una dea (Isis). Il re è inginocchiato e presenta due vasi nmst di olio mDt ai due dei. A entrambi i lati del trono di Osiri, uno sciacallo è accovacciato su un’ edicola, in dimensioni molto piccole, entrambi rivolti verso Osiri. Isis non porta sul capo il caratteristico segno distintivo st ma un disco solare rinchiuso tra corna bovine.

Parete Est – Riquadro 4 in basso

Il re apre la porta di accesso al naos in modo che venga rivelato il dio. Il dio Horus che risiede nel palazzo di Men Maât Rê sta su una cassa decorata con segni raffiguranti coppie di pilastri Djed e amuleti Tit . In cima al naos è collocata una immagine Hathorica. Il dio è rappresentato come falco coronato con la doppia corona, ritratto solo per metà. Nel testo, il dio conferisce al re l’eternità come sovrano delle Due Terre.

Parete Est – Riquadro 5 in alto

Il re è nell’atto di offrire un omaggio floreale a Tehery signore dell’occidente: divinità antropomorfa dal viso di babbuino.

Nota: di questa divinità non ho trovato riscontri in vari dizionari di divinità. ? L’ho riscontrata solo in un sito sul tempio di Abido.

Una possibilità può essere un riferimento al dio Babi o Baba: bby – 📷, dio antropomorfo dalla testa di Babbuino.

Parete Est – Riquadro 5 in basso

In ginocchio, il re Sethy offre incenso per il dio Ândjety, “quello di Ândjet*”, nome sia di una località che del 9° nomo del Basso EgittoThe Routledge Dictionary of EgyptianGods and Goddesses. Questo dio fu successivamente equiparato a Osiride, come ad esempio Sokar. (dal testo) Il dio dà al re tutta la vita, stabilità e potere. Dietro al dio, la grande sorella Isis dà al re tutta la salute e la gioia. Andjety è presente in contesti funerari. L’idea che sia responsabile della rinascita nell’Aldilà, è probabilmente il motivo della sostituzione delle piume sul capo in un utero bicorne. Anche nell’ Oltretomba c’è un’ovvia identificazione tra Andjety e Osiride che regge uno scettro “a bastone”.

* – Nome egiziano di Busiris.Dio patrono di tale città; precursore di d’Osiris.

Parete Est, Riquadro 6 in alto.

Il re inginocchiato, offre incenso a Osiride accompagnato da Iside che sono in piedi davanti a lui.

Osiride è su una base di statua a forma del segno Aa11

Su una colonna è posto un vaso e due steli floreali. Nessun testo fa cenno alle offerte

Parete Est, Riquadro 6 in basso.

Il re offre due brocche per libagione al dio Merehy (Merhy, Mereh). Spesso questo dio, è rappresentato con una testa di toro come qui, e può essere paragonato a diversi dei, come Osiride o Chu (vedi il dio Merehou (o Merehy) in Corteggiani, p.321). In questa scena, il dio impugna lo scettro wAs e il segno della vita. Iside la Grande lo accompagna. Secondo E.Otto e H.Junker, il suo nome significa “L’Unto” e potrebbe essere una forma di Osiride associata alla luna. È una divinità minore, “Signore di Athribis”, e una delle forme del dio Osiride. È rappresentato in alcuni santuari, in particolare nel tempio di Sethy I ad Abydos, dove il suo aspetto di dio è enfatizzato ed è connesso agli aspetti della morte e della rigenerazione. Iside stessa è chiamata “Figlia del toro Merhy”.

Parete Est, Riquadro 7 in alto.

Il re dispensa incenso come azione di purificazione, davanti ad Anubi. Tra il sovrano e Anubi c’è un piccolo tavolo d’offerta con steli floreali e altro non classificabile. Nessun riferimento nel testo al tipo di offerta.

Parete Est, Riquadro 7 in basso.

Il re offre pane bianco Hd al dio Osiride, seduto su un trono, accompagnato da Iside, definita madre del dio. Porta la corona bianca HDt, e impugna un flabello , uno scettro WAs, e uno scettro HqAt – Heket. Nel testo il dio dona salute, stabilità e vita eterna.

Parete Est, Riquadro 8 in alto.

Il sovrano è nell’atto di aprire la porta di una cappella dove si trovano il dio Hapy , rappresentato come dio oca a due teste *, e la dea Nefti senza segno identificativo sul capo, ma posto nella scrittura davanti al viso. Il dio dona al re vita e gioia come Ra (vedi testo), così come tutte le provviste (I doni non sono visibili ma sono citati nel testo).

Ps. Da notare una citazione di offerta molto rara che si riscontra pochissime volte nei testi egizi, sia come parola che come rappresentazione. Si tratta di “pesci” mai (o rarissimamente) riprodotti o citati (come qui) nelle tavole d’offerta.

Le due teste di oca derivano dal fatto che il nome di Hapy può essere scritto con i segni rappresentanti due oche.

vedi: Hapy – dio figlio di Horus Vigus p.717

Parete Est, Riquadro 8 in basso.

Il re offre fiori al dio Geb accompagnato dalla dea Nut. In cambio, come rileva parte del testo, il dio Geb promette al re che tutti i paesi, tutte le terre straniere, i 9 archi, saranno sotto i suoi sandali.

Parete Est, Riquadro 9 in alto.

Il re dona vino alla dea Heqat, (Dea Rana). La dea sta su una cassa in una cappella portatile posta su un piedistallo su cui è iscritto un protocollo del re che inizia con “amato di Heqat…”

Parete Est, Riquadro 9 in basso.

Il re si trova davanti a Min-Horus che è all’interno del suo naos. E’ nell’atto di aprire la porta. Horus-Min non è rappresentato in immagine itifallica. Il dio porta la corona bianca, è eretto sul segno Aa11 e impugna uno scettro e un flabello. Dietro di lui un cippo con in cima uno stelo floreale inserito in cima. Egli dà gli anni di Tatenen * al re. La identificazione delle divinità è resa possibile dai testi ancora conservati.

Parete Est, Riquadro 10 in alto.

L’offerta non è identificabile né dalla rappresentazione nè dal testo davanti al sovrano. L’offerta è fatta a Horus a testa di falco portatore di una bastone/scettro non classificabile ? e di un segno di vita.

Parete Est, Riquadro 10 in basso.

Il re offre incenso davanti alla dea Shentyt racchiusa in una edicola, rappresentata come una mucca coronata dal disco solare. Sotto la dea, un baldacchino è decorato con segni raffiguranti coppie di pilastri Djed e amuleti Tit. A suo volta il baldacchino portatile appoggia su un catafalco che rinchiude un testo che inneggia a Sethi I .

Il nome di questa dea (Shentayet ) significa “vedova” ?, ma le sue origini sono oscure. Era raffigurata come una mucca o donna con la testa di vacca, ma alla fine è stata assimilata alla alla dea Iside con il nome di Iside-Shentayet. In questa forma tardiva Shentayet era associata alla resurrezione di Osiride e identificata con il sarcofago del dio.

da Goddesses of Ancient Egypt Richard H. Crystal Wilkinson

Parete Est, Riquadro 11 in alto.

Il re inginocchiato porta la corona blu xprs (Chepresh), adora Osiride Unnenefer e Iside, che sono in una cappella. Un piccolo re è offerente di vino a entrambi. Osiride è su una base di statua a forma del segno Aa11.

Parete Est, Riquadro 11 in basso.

Il re inginocchiato offre un vaso non identificato * al dio Osiride. Il dio siede su un trono in un naos. È accompagnato da un dio che è di fatto il re divinizzato (Men-Maât-Rê). E’ menzionata anche la dea Nekhbet, ma questa non figura tra le immagini.

* Il vaso ha una forma tale da sembrare quasi rotondo. Non ha beccuccio ne coperchio e non si distingue la forma dell’apertura.

La dea-avvoltoio Nekheb (el-Kab), sosteneva il dominio del monarca nell’Alto Egitto. Iconograficamente la dea è spesso rappresentata con le ali spiegate, mentre afferra i simboli dell’eternità tra i suoi artigli. Appare anche come un avvoltoio a riposo nella statuaria o come elemento di uno dei titoli del re con un’ala tesa davanti a sé come simbolo protettivo scolpito sopra scene reali o rituali.

LE CONCHIGLIE NELL'ANTICO EGITTO

I GIOIELLI DI KHNUMIT E SIT-HATHOR-IUNET

I gioielli con le conchiglie delle principesse Khnumit (o Kenmet) e Sit-Hathor-Iunet

Dopo la sensazionale scoperta a El Lahun De Morgan si spostò a scavare a Dashur, nelle mastabe poste ad ovest della piramide di Amenemhat II, e in una camera sotterranea scavata nell’arenaria scoprì le sepolture inviolate di due delle sette figlie del sovrano, le principesse Ita (della quale si è già visto lo splendido pugnale) e Khnumit (o Kenmet, che pare abbia sposato il fratello Senwosret II), nel cui sarcofago vuoto e gravemente deteriorato si trovava ancora il suo incredibile tesoro personale.

Nel 1914, poi, Flinders Petrie e Guy Brunton, che scavavano per conto della Egypt Exploration Society, riportarono alla luce nel complesso della piramide di Senwosret II a El-Lahun il sito sepolcrale di una delle sue cinque figlie, la principessa Sit-hathor-iunet, che pur essendo già stato saccheggiato nell’antichità, conservava ancora, nascosto in una nicchia, parte del prezioso corredo funerario.

Anche queste principesse avevano posseduto delicati pezzi realizzati con riproduzioni in oro di conchiglie, che li rendono di una raffinatezza insuperabile.

Le due collane qui sotto appartennero alla principessa Khnumit.

Quella in alto presenta dodici pendenti in oro a forma di conchiglia d’ostrica, separati da perline costituite da tre grani di oro, lapislazzuli, corniola e turchese; quella in basso è una catenina d’oro dalla quale pendono dieci conchigliette pettine bivalve e due delicate stelle marine con inserti di piccolissimi granuli in argento.

Anche questo frammento di collana proviene probabilmente dagli scavi effettuati da De Morgan a Dashur; apparteneva alla collezione privata McGregor, poi fu acquistato da Lord Carnarvon e nel 1926 la sua vedova lo cedette al MET di New York, che lo acquisiva con il numero d’accesso 26.7.1309-.1312.

Esso è lungo complessivamente 7 cm. ed è costituito da dieci perline quadrate costituite da tre file di tre grani che misurano 0,7 x 0,6 cm.; da quattro di esse pendono delle conchiglie d’ostrica in oro del diametro di 1,3 cm, e sono intervallate da tre elementi lunghi 1,4 cm. costituiti da conchiglie bivalve all’interno delle quali sono state inserite palline di corniola e di lapislazzuli.

L’ultimo gioiello, inizialmente ritenuto un girocollo in realtà era una cintura da portare ai fianchi ed appartenne alla principessa Sit-hathor-yunet; oggi è in mostra al MET di New York.

Essa si compone di otto grandi cauri dorati (in passato erano molte di più, ma sono andate perse) separate da una doppia fila di perline composte da tre granelli sfaccettati in oro, corniola e feldspato disposte in modo alternato. Le conchiglie sono state realizzate saldando insieme due metà ottenute mediante martellatura della foglia metallica (dovrebbe essere una lega di rame ed argento) in uno stampo; le zigrinature invece sono state create a sbalzo. A ciascuna estremità della collana sono poste due metà conchiglie che unendosi grazie ad un stanghetta dorata posta sul retro di una delle due che si inserisce perfettamente in una scanalatura posta sul retro dell’altra creano il fermaglio.

All’interno di ciascuna conchiglia si trovano i granelli che la trasformavano in un piccolo sonaglio.

L’immagine e le informazioni sul frammento di collana si trovano a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545728

La collana con le stelle marine è stata fotografata da Ron Parsons ed è pubblicata a questi link: https://www.flickr.com/photos/rpflowershots/52710773077/

https://en.m.wikipedia.org/…/File:Princess_Khenmet…

L’immagine della collana con le conchiglie d’ostrica di Khnumit proviene da questo sito https://www.treeland.ru/…/The_history_of_jewellery_art

Immagini ed informazioni sulla cintura di Sit-hathor-yunet a questi link:

https://egyptophile.blogspot.com/2020/01/la-ceinture-de-cauris-et-de-perles-de.html

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545533

LE CONCHIGLIE NELL'ANTICO EGITTO

I GIOIELLI DI MERERET E SITHATHOR

I gioielli con le conchiglie delle principesse Mereret e Sithathor


Nel 1894 De Morgan, all’epoca capo del Servizio delle Antichità Egiziane, iniziò a scavare a El Lahun, a nord della piramide di Senwosret III, accanto ai resti di alcune piccole piramidi di regine, e scoprì un pozzo che portava ad una grande galleria lunga 110 metri che fungeva da annesso alla sepoltura del sovrano ed ospitava varie tombe di principesse della XII dinastia.


Ai piedi di due sarcofagi rinvenne una nicchia scavata nella roccia, nella quale si trovavano i resti di due cassette di legno che contenevano i gioielli facenti parte del corredo funerario miracolosamente sfuggito alla rapacità dei tombaroli, appartenuto alle principesse Mereret, figlia di Senwosret III e probabilmente sorella di Amenemhat III e Sithathor (da non confondere con Sithathoryounet), figlia di Senwosret II o III.
Tra i meravigliosi gioielli di queste principesse sono state ritrovate riproduzioni in oro di conchiglie utilizzate come elementi decorativi.


In particolare fanno parte del tesoro di Mereret nove grandi perle e dodici piccole perle a forma di ciprea, e tre pendenti dello stesso metallo a forma di guscio d’ostrica, uno solo dei quali è perfettamente conservato.


Questi elementi componevano probabilmente la medesima collana, il cui effettivo aspetto può essere semplicemente ipotizzato, non essendo stati ritrovati reperti analoghi a cui ispirarsi per la sua ricostruzione.


Il retro del pendente più grande e colorato, considerato il più bello tra gli amuleti analoghi sopravvissuti fino a noi, è concavo e liscio, e reca un anellino grazie al quale veniva infilato, mentre la parte convessa, lavorata a cloisonné, reca nella zona superiore la sagoma di un fiore di ninfea aperto, formato da inserti di turchese, lapislazzulo e corniola, ed è circondata nella parte rimanente da una corona circolare di petali di fiori stilizzati che terminano con tre motivi a forma di V nella zona inferiore; il centro è costituito da un unico grande pezzo tondeggiante di corniola.


Per la presenza delle conchiglie questo gioiello era ritenuto un amuleto, il cui potere era amplificato dalle pietre semipreziose utilizzate per gli intarsi; turchese e lapislazzuli infatti erano simbolo di vitalità e di gioia, mentre alla cornalina rosso sangue venivano attribuite virtù vivificanti; la ninfea, infine, evocava la nascita e la rinascita.
Esso è esposto al museo del Cairo insieme alle cipree con questo numero id.: JE 30877- le cipree invece a questo numero: JE30880


Facevano invece parte del tesoro di Sithathor delle conchiglie d’ostrica in oro delle quali non ho trovato alcuna immagine, se non il disegno pubblicato da De Morgan dopo la scoperta.

FONTI:
https://egyptophile.blogspot.com/2021/12/pendentif-en-or-cloisonne-dune.html
https://egyptophile.blogspot.com/2016/03/dans-les-bijoux-des-princesses-de.html
https://www.coursehero.com/tutors-problems/Writing/28560095-Article-Name-Eight-Masterpieces-of-Ancient-Egyptian-Jewelry-What-are/

FOTO DEL PENDENTE OPERA DI SANDRO VANNINI A QUESTO LINK:
https://ore-no-taan.tumblr.com/post/190965727366/pendant-of-mereret
FOTO DELLE PERLE A FORMA DI CIPREA A QUESTO LINK:
https://egypt-museum.com/girdle-with-cowrie-shells-of-gold/

LE CONCHIGLIE NELL'ANTICO EGITTO

LA COLLANA DI SENEBTISI

La collana di Senebtisi, decorata con conchiglie in oro, ed altri gioielli del suo corredo funerario.

COLLANA CON DECORAZIONE DI CONCHIGLIE D’OSTRICA IN ORO
Questa delicata collana è un frammento di un più lunga, costituita da tre file di perline in oro, maiolica, corniola e turchese alla quale sono sospese 25 conchiglie in oro.
Dimensioni: L. 27,2 cm; guscio: 1,1 × 1 cm.
Numero di adesione: 07.227.8
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545153

Come già detto le conchiglie erano un motivo ornamentale molto apprezzato anche dai reali del Medio Regno, che se ne servivano per abbellire i propri gioielli; alcuni di essi sono giunti fino a noi ed ora ve li mostrerò.

I più antichi, risalenti al primo Medio Regno, appartennero a Senebtisi, una nobile vissuta intorno al 1800 a.C. (XII dinastia), nota solo per il suo ricco corredo funerario, trovato nel 1907 a Lisht nord, fossa 763, da una missione del MET di New York, ove oggi tali reperti si trovano.

La sua tomba inviolata si trovava in una camera sotterranea posta in fondo ad un pozzo funerario che sorgeva vicino al complesso di Senwosert, visir di Senwosret I ed Amenemhat II, per cui si è ipotizzato che potesse essere sua figlia.

In realtà i suoi beni non hanno fornito indizi sull’identità dei suoi genitori o di suo marito, nè sull’importanza della sua famiglia; ella viene semplicemente definita come Sathapy (figlia di Apis) e Signora della casa, ma la tomba era così ricca da escludere che potesse appartenere ad una persona comune.

La mummia di Senebtisi era stata inumata in tre sarcofagi di legno mal conservati, il più interno dei quali antropoide, ed indossava tre ampi collari, bracciali, cavigliere, diverse collane di perline ed aveva allacciata alla vita una cintura dalla quale pendono file di perline; nella tomba furono altresì rinvenute armi e insegne reali; accanto ai sarcofagi, in una nicchia, si trovava una cassa con i quattro vasi canopi ed ai piedi di essi erano stati deposti molti vasi di terracotta.

Il gioiello con le conchiglie è modesto; vi mostro anche altri pezzi più significativi del corredo funerario.

GREMBIULE DI PERLINE DI SENEBTISI
Questo grembiule funerario era destinato ad adornare la mummia della nobildonna; la parte della vita è costituita da perline in maiolica verdi e nere composte in modo da formare un motivo geometrico; nella parte centrale si trova una placca in oro recante il nome della principessa scritto in caratteri geroglifici (da destra a sinistra) Dalla cintura pendono file di perline di diversa forma, la prima delle quali rappresenta un fiore di ninfea o un ombrello di papiro, simboli dell’Alto e del Basso Egitto. Dal centro della parte posteriore pende uno stretto tubolare di perline intessute bianche e nere che si allarga in fondo per simulare il ciuffo finale di una coda.
Dimensioni: Lunghezza della cintura senza fibbia: 51,9 cm; lunghezza massima delle file di perline 47 cm (la coda).
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/692411 
FRAMMENTI DEI BRACCIALI DI SENEBTISI in oro e faience
Dimensioni: L. 7 cm
Numero di adesione: 08.200.26
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544131
COLLARE DI SENEBTISI
Questo collare è costituito da perline in maiolica, oro, corniola, turchese e decorato con teste di falco e pendenti a foglia originariamente in gesso dorato, restaurati in argento dorato. Gli occhi dei falchi erano originariamente perline, oggi sostituite in gesso.
Dimensioni: diametro esterno 25 cm; ampiezza massima 7,5 cm.
Numero di adesione: 08.200.30
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/692410
DIADEMA DI SENEBTISI
Questo fragile diadema di filo d’oro è stato trovato sulla testa della mummia di Senebtisi ed è unico nel suo genere.
Dimensioni: H. 3,4 cm; Circonferenza 56,5 cm.
Numero di adesione: 07.227.6lA
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544229
ROSETTE DECORATIVE DI SENEBTISI
In passato si pensava che queste rosette in lamina d’oro fossero decorazioni per parrucche. Uno studio dettagliato delle fotografie della sepoltura le mostra raggruppate, suggerendo che fossero cucite su un pezzo di stoffa arrotolata o piegata, piuttosto che distanziate sui capelli. Le rosette venivano usate per decorare finte pelli di leopardo e mantelli o drappi funerari (si veda, ad esempio, il drappo di Tut decorato di stelle). Date le piccole dimensioni delle rosette sembra molto probabile che provenissero da un mantello.
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544230

https://en.wikipedia.org/wiki/Senebtisi

Kemet Djedu

HATSHEPSUT (ancora al femminile!)

Questa statua della celeberrima regina Hatshepsut è interessante perché, all’epoca, le iscrizioni sono ancora tutte al femminile!

Visto che l’immagine è abbastanza chiara possiamo tentare insieme di farne l’analisi filologica.


Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha ancora studiati. Qui di seguito avete una proposta per uno strumentario completo, qualora decideste di cimentarvi in questa stupenda ginnastica intellettuale.

GRAMMATICA EGIZIA

(I liv.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-i-alla…/

(II liv.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-ii-alla…/

(III liv.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-iii-alla…/

DIZIONARIO EGIZIO – ITALIANO 12000 LEMMI IN GEROGLIFICO

(I vol.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

(II vol.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Piccola Guida Turistica

IL DESERTO BIANCO

FOTO DI SILVIA VITRO’
“Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi affinché l’uomo possa viverci, e il deserto affinché possa ritrovare la sua anima“. Detto tuareg

Al tramonto il disco solare che si abbassa all’orizzonte incendia l’ambiente circostante con una luce arancione che piano piano scolora nel rosa e poi nel grigio mentre cala il buio; Silvia ed io raggiungiamo una piccola altura dalla quale si gode una vista spettacolare a 360° e cominciamo a scattare fotografie a raffica, conquistate dalla bellezza del momento e del luogo.

FOTO MIA

Nel frattempo la nostra guida ha predisposto il campo nei pressi di un’imponente formazione rocciosa, coprendo con dei tappeti un’area dello spiazzo sabbioso accanto alla jeep e proteggendola con un paravento realizzato con teli multicolori, quindi, aiutato da Silvia che sbuccia le patate, prepara la cena a base di pollo alla griglia e verdure.

Ecco l’area nella quale ci accampiamo.
Foto di Silvia Vitrò
Il bivacco davanti al roccione
FOTO DI SILVIA VITRO’
Il campo.
FOTO DI SILVIA VITRO’

Il profumino delizioso del cibo in cottura attira un piccolo fennec, evidentemente abituato alla presenza discreta degli uomini, che a debita distanza si disseta con l’acqua che gli mettiamo a disposizione in un bicchiere.

il piccolo fennec ha sentito il profumo del pollo alla griglia!
FOTO DI SILVIA VITRO’
Le impronte lasciate dal nostro piccolo amico dalle grandi orecchie.
FOTO DI SILVIA VITRO’

Tornerà di notte molto più spavaldo, e al debole chiarore del fuoco che si sta spegnendo si avvicinerà al punto da poterlo accarezzare solo allungando la mano: restiamo immobili per non spaventarlo e lo osserviamo mentre gironzola indisturbato alla ricerca di qualche cosa di buono da mangiare, lo sentiamo rovistare e alla fine, probabilmente dopo aver trovato gli avanzi del pollo, lo vediamo trotterellare via.

Per dormire ci stendiamo su materassini posti uno accanto all’altro: siamo lontanissimi dalla “civiltà”, soli nella notte illuminata dai bagliori del fuoco, dalla luna e da un milione di stelle splendenti che sembrano enormi e talmente vicine da poterle toccare, ma ci pervade una sensazione di grande pace, al punto che non vorremmo cedere al sonno per goderne il più possibile.

La vastità del deserto, il silenzio, la solitudine, il cielo e la via Lattea sopra di noi ci fanno sentire parte dell’Universo e ci riportano alla nostra vera dimensione. Lì l’uomo non è il padrone del mondo, è solo un granello di sabbia in mezzo a miliardi di altri granelli di sabbia.

FOTO DI SILVIA VITRO’

Al mattino, il sole si leva presto ed implacabile e la guida ci prepara una colazione degna di un grand’hotel, quindi smonta il campo e ci accompagna a vedere le formazioni rocciose note per la loro forma curiosa: la Sfinge, il Coniglio, Nefertiti, il Pollo ed il Fungo.

Le rocce dette “il pollo e il fungo”
FOTO DI SILVIA VITRO’
La via lattea illumina la roccia chiamata “il coniglio”.
FOTO DA INTERNET

E’ con una punta di tristezza che ci rimettiamo in viaggio verso la civiltà; sarebbe stato bello spingersi verso le Oasi più a Sud ed il Grande Mare di Sabbia….. però si dice che quando si riparte dal deserto, non lo si lascia mai per sempre…. e così cominciamo a sognare il prossimo viaggio.

FOTO MIA

Il mio racconto termina qui; spero di essere riuscita a coinvolgervi ed auguro ad ognuno di voi di poter andare in Egitto, o di tornarvi, perché le emozioni che questo fantastico paese comunica vanno ben oltre il descrivibile.

Piccola Guida Turistica

LA PORTA DEL DESERTO BIANCO

E LA VALLE DI AGABAT

L’uscita dello stretto passaggio che sbuca nella valle di Agabat
FOTO MIA

Ad un tratto, d’improvviso, all’uscita di uno stretto passaggio un grande scivolo di sabbia dà accesso all’ampia valle di Agabat, considerata “la porta del Deserto Bianco”; si tratta di un’area anticamente percorsa da un fiume, caratterizzata da formazioni rocciose a forma di pandizucchero che si ergono dal terreno coperto di sabbia arancione e da placche calcaree.

L’ultima parte dello scivolo di sabbia e le formazioni a pandizucchero della Valle dell’Agabat
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Procedendo lungo la valle il paesaggio si apre e le montagnole dorate sono piano piano sostituite da una foresta di jargangher, le ben note formazioni che caratterizzano il Deserto Bianco, createsi nel corso dei millenni a causa dell’azione del vento e della sabbia.

Esse si ergono dal terreno ricoperto di placche di un bianco lunare e rendono il paesaggio surreale e affascinante: enormi funghi di pietra, pinnacoli ed alti monoliti all’interno dei quali si aprono delle caverne chiamate stargates, talvolta utilizzate come tana dai fennec, le piccole volpi del deserto dalle grandi orecchie.

Si cominciano a vedere i primi “funghi” del deserto bianco.
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Queste formazioni rocciose contengono microrganismi marini e conchiglie fossili che provano che 40 milioni di anni fa la depressione di Farafra era sommersa dal mare; dopo il ritiro delle acque la zona si è trasformata in una savana erbosa disseminata da alberi e bassi arbusti (ancora oggi sono presenti oltre 300 sorgenti sotterranee che permettono la coltivazione di ulivi e palme da dattero), popolata da rinoceronti, leoni, gazzelle, vari erbivori e nuclei umani che circa cinquemila anni orsono, in seguito alla progressiva desertificazione, si spostarono verso la valle del Nilo in cerca di migliori condizioni di vita.

Eccoci finalmente arrivati!

Qui il tempo sembra essersi fermato: il paesaggio è immobile, il silenzio è assoluto, la luce è abbagliante e non si vedono segni del passaggio dell’uomo: la sabbia dorata è compatta ed intervallata dalle ampie placche gessose, le tracce lasciate dalle jeep dei precedenti visitatori sono state cancellate dal vento, e solo un minuscolo focolare con poca cenere e pezzetti di legno combusto prova che qualcuno, prima di noi, si è accampato lì.

Uno stargate.
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La nostra guida trova un grande spiazzo accanto ad alcune varie formazioni rocciose e si dedica ad allestire il campo, mentre noi cominciamo ad esplorare, portandoci sulla sommità di una collinetta dalla quale si può godere un panorama stupendo e dove ci fermiamo in attesa del tramonto, scattando fotografie a raffica.

Piccola Guida Turistica

IL PARCO NAZIONALE DEL DESERTO BIANCO

E LA LEGGENDA DELLA PIETRA DELLA PROFEZIA

Lasciati alle spalle il Deserto nero e la montagna di cristallo si continua verso sud ovest in un ambiente desolato fino a raggiungere i margini della depressione di Farafra, a circa 370 km dal Cairo, dove inizia il Deserto bianco (Sahara el Beyda), che prende il nome dal colore delle sue rocce calcaree e gessose e che si estende per oltre 2000 chilometri quadrati fino a Siwa a nord e al confine con la Libia a ovest.

Perchè possiate localizzare la zona nella quale si trovano i luoghi desertici descritti in questi post, ho inserito questa mappa: si nota la strada che parte dal Cairo in direzione sud ovest verso l’oasi di Bahariya, si immette nel Deserto Bianco, raggiunge l’Oasi di Farafra e poi prosegue verso le Oasi di Dakhla e Kharga.
CARTINA TRATTA DA QUESTO SITO: https://medium.com/…/the-white-desert-in-egypt…

Nel 2002 al fine di proteggere l’area, le cui placche nivee rischiano di frantumarsi a causa del continuo passaggio delle jeep dei turisti, è stato istituito l’omonimo Parco Nazionale, il cui accesso è contingentato e necessita di particolari permessi.

Oltre ad un settore del Deserto Bianco comprende anche le Oasi di Farafra, di Ain El Maqfi ed Ain El Wadi, parte del Grande Mare di Sabbia ed il Wadi Hennis, per complessivi 300 chilometri quadrati.

Lungo la via ci si ferma in una minuscola oasi dove una sorgente d’acqua alimenta una grande piscina in cemento nella quale ci si può immergere per trovare refrigerio, ma preferiamo sostare solo brevemente per raggiungere la nostra meta prima possibile.

La fresca acqua sorgiva che viene convogliata nella piscina; sullo sfondo il deserto nero. Grazie ad un’istallazione di pannelli fotovoltaici, la piccola oasi dispone anche della corrente elettrica.
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Per raggiungere il parco nazionale è necessario lasciare la strada asfaltata e seguire piste sabbiose non tracciate che solo le guide locali conoscono.

La tappa successiva è un’ampia zona gessosa coperta da innumerevoli sassolini neri: ve ne sono di tubolari lunghi due o tre centimetri, altri tondeggianti e grandi come una ciliegia, altri ancora dalle forme stellate: sembrano lapilli eruttati da un vulcano primordiale o minuscoli meteoriti piovuti dal cielo in un’era lontanissima.

LE PIETRE DELLA PROFEZIA sono rocce pseudomorfe, il che significa che i minerali dai quali erano originariamente composte (marcasite e pirite) sono stati sostituiti nel corso di milioni di anni da altri (limonite ed ematite – tutti ferrosi, ed è per questo che sono così pesanti-) ma hanno mantenuto la struttura cristallina originaria.
FOTO DA SITO DI VENDITA INTERNET

Li raccogliamo per guardarli meglio, e ci rendiamo conto che sono molto pesanti: la guida le chiama “fiori di pietra”, ma scoprirò in internet che sono le cosiddette “pietre della profezia”, rocce piuttosto rare delle quali sono stati trovati solo pochi depositi.

PERCHE’ SI CHIAMANO PIETRE DELLA PROFEZIA?Secondo la leggenda queste misteriose pietre vennero così chiamate dal beduino che per primo, nella notte dei tempi, le trovò e ne sperimentò il potere, perchè ne tenne in mano una mentre meditava ed ebbe una visione profetica.
FOTO DA SITO DI VENDITA INTERNET
Chi ci crede ritiene che esse siano un potente strumento di guida spirituale, che aiutino a capire quale sia il percorso della propria vita e quali siano i passi da compiere, che stimolino il Terzo Occhio permettendo di intuire gli eventi futuri, che migliorino la memoria e la capacità di pensare con chiarezza, che aiutino a raggiungere stati di meditazione più profondi ed a compiere viaggi astrali. In internet se ne trovano in vendita anche ad oltre 100 Euro l’una!
FOTO DA SITO DI VENDITA INTERNET

Nella didascalia delle immagini troverete informazioni più approfondite in relazione alla leggenda dalla quale hanno tratto il nome questi cristalli ed ai loro incredibili poteri; inoltre vi suggerisco di andare a guardare a questo link le belle foto scattate da Andrea Vitussi all’area ed alle pietre di molte forme differenti: .

https://www.facebook.com/share/p/urCPnRYLfEKhoQRa

Man mano ci si avvicina alla meta il percorso si fa molto più avventuroso: bisogna affrontare dune ondulate nelle quali le ruote della jeep rischiano di affondare, zigzagare tra le rocce che creano quasi una barriera protettiva a quel mondo incantato.

Ad un tratto, d’improvviso, all’uscita di uno stretto passaggio il Deserto bianco rivela il primo dei suoi mille volti, lasciandoci ammutoliti di fronte a tanta bellezza….. appuntamento al prossimo post!

FONTI:

Necropoli tebane

TT260 – TOMBA DI USER

Planimetria schematica della tomba TT260[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
UserPesatore di Amon (?); Supervisore delle terre arate di Amon (?)Dra Abu el-Naga

XVIII dinastia  (Thutmosi III ?)

Biografia

Unica notizia biografica, ricavabile da un cono funerario, il nome della moglie: Nubemweset[5].

La tomba

Costituita da un’unica sala rettangolare, presenta sulle pareti: (1 in planimetria[6]) su due registri, una fanciulla che prepara un letto e una fanciulla, con due aiutanti, che sistema cuscini su un sedile; su altra parete (2) un prete in offertorio al defunto, alla moglie e ad una piccola fanciulla (forse la figlia, ma non ne è indicata l’identità); su tre registri sovrapposti, scene del corteo funebre verso la Dea dell’Occidente Mertseger) e del Pellegrinaggio ad Abydos.

Il sarcofago trainato con scrigni e alcuni mimi; in una scena minore, buoi che arano un campo, un liutista e una suonatrice di nacchere, alcune fanciulle in atto di offertorio e i resti di scene di preparazione dei cibi. Sulla parete opposta (3) scene di banchetto in presenza del defunto e della moglie, inclusa una fanciulla con un’arpa da spalla e i resti del testo di una canzone.

Sul lato corto a ovest, una nicchia (4) contenente una stele con scena di offertorio e testi sacri. Sui lati Anubi-sciacallo e, su quattro registri, riti sulla mummia[7].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 343.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 343.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 334.

Necropoli tebane

TT259 – TOMBA DI HORI

Planimetria schematica della tomba TT259 (numerazione in rosso)[1] [2]

Epoca:                                   Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
HoriScriba di tutti i monumenti del dominio di Amon; Capo dei disegnatori nella casa dell’oro del dominio di AmonSheikh Ab del-Qurna

Periodo Ramesside

Biografia

Huy, prete wab[5] di Amon, fu il padre di Hori; Bekhetptah fu sua madre e Mutemwia sua moglie[6].

La tomba

L’accesso alla tomba si apre in un cortile in cui si trova anche quello alla TT138. Si sviluppa, dopo un breve corridoio di accesso, in una sala trasversale asimmetrica.

Sulle pareti (1 rosso in planimetria[7]) i resti della processione funeraria comprese mucche e vitelli, prefiche, il sarcofago trainato da uomini con stendardi e dolenti.

Sul lato corto (2), su due registri sovrapposti, un prete lettore[8] dinanzi al defunto assiso con una tavola dinanzi a se che reca un falco al centro; processione funeraria verso la piramide con una stele che rappresenta la Dea dell’Occidente (Mertseger).

SU altra parete (3) i resti di scene di banchetto funebre (?), un uomo con vaso per libagioni e il defunto con la famiglia (?); poco oltre (5) il defunto adora Osiride, Iside e Nephtys. Sulla stessa parete (4), aldilà di una nicchia, il defunto adora Ra-Horakhti, Maat e Hathor. Nella nicchia (6) sulel pareti laterali un uomo dinanzi al defunto e alla moglie; sulla parete di fondo il defunto seduto dinanzi a suo padre. Il soffitto reca decorazioni rappresentanti uva[9].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 342.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 342.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 248.

[8]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.