Amarna, “COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”, XVIII Dinastia

LE TAVOLETTE DI AMARNA

Con il nome di Tavolette di Amarna o Lettere di Amarna vengono indicate 382 tavolette in legno di cedro ricoperte di argilla e incise a caratteri cuneiformi.

Di queste, circa 300 furono trovate nel 1887 – secondo la “tradizione” scoperte per caso da una contadina egiziana – nell’area dell’antica capitale del faraone Akhenaton – Akhetaton – ora chiamata Tell el-Amarna.

Una ricostruzione di Akhetaton al suo massimo splendore

È invece storicamente vero che alcune tavolette furono mandate da tale Oppert in Francia, dove furono bollate come falsi. Anche al Cairo Grebaut, all’epoca capo del Dipartimento delle Antichità, le dichiarò di nessun valore. Furono quindi portate in sacchi di iuta a Luxor con splendidi risultati sulla conservazione di molte di esse. Ciò che era sopravvissuto al viaggio fu messo in vendita al Cairo l’anno successivo; al rifiuto da parte del British Museum di acquistarle, se non in minima parte, la maggior parte delle tavolette prese la strada per Berlino, mentre una serie ritrovata successivamente da Petrie quattro anni dopo rimase al Museo Egizio del Cairo.

Sono spesso sconosciuti sia il mittente che il destinatario delle missive: i loro nomi venivano impressi sui bordi delle tavolette che il tempo (ed il viaggio fino a Luxor…) ha sbriciolato. La datazione aiuta poco perché viene indicata come “Anno X del regno” come sempre nell’Antico Egitto.

La lingua usata è il cuneiforme accadico, lingua di provenienza assiro-babilonese utilizzata all’epoca come lingua franca nei rapporti diplomatici in tutto il Medio Oriente. È però adattata alle esigenze diplomatiche ed ai dialetti locali.

Dai personaggi coinvolti e citati si viene a sapere che il periodo in cui furono scritte abbraccia il regno di due faraoni: quelli di Amenhotep III e del figlio Amenhotep IV/Akhenaton, il che crea diversi grattacapi: se fosse stata la corrispondenza della famiglia reale ad Akhetaton vorrebbe dire che Amenhotep III era vivo all’epoca della sua costruzione, alimentando le ipotesi sulla co-reggenza dei due Faraoni (ipotesi apparentemente accettata da Petrie stesso).

Flinders Petrie e la sua immancabile fotocamera

Il tono delle lettere cambia nel tempo: sotto Amenhotep III sono lettere cordiali, richieste di doni (“Nel paese di mio Fratello (il Faraone) l’oro abbonda come la sabbia…”). Sotto Akhenaton diventano lamentele per l’abbandono dei piccoli regni a loro stessi, le richieste diventano di soldati e di armi. Re Ribaddi di Byblos è il più “pressante” essendo il più vicino al Regno dei Mitanni ed il primo a subire incursioni e razzie.

Rimane sconosciuto il motivo della loro conservazione ad Akhetaton: erano documenti di archivio dimenticati al tempo dell’abbandono della città, o vecchie missive già tradotte e divenute inutili? In ogni caso, rappresentano un’insostituibile testimonianza di quali fossero i rapporti politici e commerciali dell’epoca in quel territorio.

La loro importanza è fondamentale da un punto di vista storico per capire la politica estera egizia ed i rapporti con i sovrani locali, per lo più piccoli regni autonomi sotto il protettorato egiziano. I piccoli re siro-palestinesi erano legati al sovrano egizio da un semplice giuramento di fedeltà mentre un controllo più diretto avveniva attraverso tre “province”: Amurru (sulla costa fenicio-libanese), Ube (all’interno della Siria) e Canaan (ovvero la Palestina). Frequentissime le richieste di doni e ricchezze all’Egitto che viene considerato una sorta di Eldorado.

I principali “giocatori” sulla scacchiera siro-palestinese del XIV secolo BCE. E’ triste pensare che più di tre millenni dopo non ci sia ancora pace nella Regione.

Doverosi i matrimoni politici: Amenhotep III accolse nel suo harem Gilukhipa, principessa di Mitanni giunta in Egitto con un seguito di 317 ancelle descritte come autentiche “meraviglie”. Venticinque anni più tardi, il re Tushratta inviò sua figlia Tadu-Kheba (Tadu’heba o Tadukhipa) con un seguito di 270 donne e 30 uomini, oltre a consistenti doni. Secondo diversi studiosi sarebbe lei Nefertiti, la “Bella che viene da lontano”.

La Tavoletta 19 di Tushratta di Mitanni: annuncia il matrimonio diplomatico di Tadukhipa (Nefertiti?) con Amenhotep III con tutti i doni inviati. La parola “oro” ricorre ben 21 volte. Ora al British Museum

Furono tutti però matrimoni “a senso unico”: mai una principessa di sangue reale egizia fu mandata in sposa in un Paese straniero: troppo forte la paura che fosse poi messa in discussione la successione.

Una delle tavolette amarniane (EA290) appare particolarmente interessante: Abdi-Heba di Gerusalemme (Ú-ru-sa-lim), infatti, chiede aiuto al sovrano egizio contro i “Khabiru” che stanno invadendo alcune città cananee.

La parte superiore della Tavoletta 290 inviata da Abdi-Hepa di Gerusalemme ad Akhenaton con la citazione degli Habiru. Conservata al Museo dell’Asia Anteriore di Berlino

Khabiru, o anche Habiru o Apiru, è un nome già comparso precedentemente nella storia egiziana: sotto Thutmose III sono indicati come “vignaioli” ed Amenofi II ne catturerà 3.600 durante una battaglia con i Mitanni. Nel caso della tavoletta amarniana, sembra si tratta di fuoriusciti egiziani che tentano di stanzializzarsi o di rientrare in Egitto.

Diversi studiosi vedono negli Apiru, o Khabiru, gli Ebrei. Altri ritengono di poter individuare con tale nome non un popolo, bensì una sorta di classe sociale, quella, appunto, degli immigrati o dei rifugiati, privi, cioè, di una connotazione etnica unica e di un proprio territorio, che si riunivano in bande armate per saccheggi locali.

Inutile dire che soprattutto sulle Tavolette che menzionano gli Habiru (o “Habiru Sagaz”) il confronto tra gli archeologi e gli storici è molto serrato…

Kemet Djedu

SHEPEN-BASTET

Una stele lignea a Boston

Questa stele funeraria fatta in legno è custodita presso il Museum of Fine Arts di Boston.
Il testo della stele è decisamente canonico e non è particolarmente difficile. Quello che torna utile didatticamente è il fatto che il pittore ha tracciato i segni in modo molto rapido, alcuni di non facile lettura e identificazione per il principiante. Ho pensato quindi di usare il manufatto come Laboratorio Rapido.

Qui, come al solito, ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno studiati.


A chi volesse affrontare questa stupenda avventura non posso che consigliare il seguente strumentario:

GRAMMATICA EGIZIA

(I liv.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-i-alla…/

(II liv.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-ii-alla…/

(III liv.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-iii-alla…/

DIZIONARIO EGIZIO – ITALIANO 12000 LEMMI IN GEROGLIFICO

(I vol.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

(II vol.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Necropoli tebane

TT281 – TEMPIO INCOMPIUTO

Mentuhotep (III) Sankhkara o Amenemhat I (?)

Epoca:                       XI-XII Dinastia

La tomba[1] [2]

Titolatura di Mentuhotep III:

Benché annoverato tra le Tombe dei Nobili della Necropoli di Tebe, di fatto si tratta di un complesso funerario reale incompiuto, nell’area tra Deir el-Bahari e Sheikh Abd El-Qurna, a lungo assegnato[3] al re Mentuhotep Sankhkara (Mentuhotep III) della XI dinastia.

Recenti studi[4] hanno tuttavia appurato che possa più compiutamente essere assegnato ad Amenemhat I[5].

Nell’area in cui si trova il complesso, infatti, si apre anche la TT280 di Meketre al cui interno sono stati rinvenuti da Herbert Eustis Winlock[6] frammenti di sarcofago, oggi al Metropolitan Museum di New York (cat. da 20.3.101 a 20.3.122), che presentano una doppia iscrizione sovrapposta: una prima iscrizione geroglifica venne incisa direttamente sul legno che venne quindi ricoperto di gesso su cui venne applicata una sottile laminatura in oro su cui venne nuovamente inciso il testo in forma paleograficamente caratteristica di un periodo non antecedente al regno di Amenemhat.

E’ stato ipotizzato, ma anche escluso, un riuso del sarcofago dopo Meketre, ma, più accettato accademicamente, pare che la duplice iscrizione derivi dal fatto che il sarcofago era verosimilmente già pronto prima della morte di Meketre durante il regno di Mentuhotep III e riadattato, quindi, alla morte effettiva avvenuta durante il regno di Amenemhat I, primo sovrano della XII dinastia.

Titolatura di Amenemhat I:

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      Porter e Moss 1927,  p. 364.

[4]      Arnold 1991, p. 21

[5]      Allen 2003,  p. 19.

[6]      Direttore del Metropolitan Museum dal 1932 al 1939.

Necropoli tebane

TT280 – TOMBA DI MEKETRE

Epoca:                       XI-XII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Meketre (traslitterazione Mehenkwetre)[5]Grande Supervisore nella casa di…; CancelliereSheikh Ab del-QurnaMedio Regno (Mentuhotep II/Mentuhotep III, forse Amenemhat I) 

Biografia

La prima attestazione di Meketre risale ad una iscrizione rupestre nel Wadi Shatt el-Rigal, in cui appare con il titolo di Addetto al sigillo e Supervisore dei Sei Grandi tribunali[6], risalente all’anno 41° di regno di Mentuhotep II. In un rilievo del tempio funerario dello stesso re, a Deir el-Bahari Meketre è designato con il titolo di Cancelliere molto probabilmente successore, nella carica, di Meru, a sua volta successore di Kheti (TT311)[7] [8]; l’iscrizione risale ad un periodo compreso tra il 47° e il 51° anno di Nebhepetra (Montuhotep II)[9].

Lo stesso titolo è riportato su una statua rinvenuta nella sua tomba, mentre in un altro frammento viene indicato come Grande Supervisore. Assumendo che Meketre avesse circa 25 anni al momento dell’iscrizione di Wadi Shatt el-Rigal[10], doveva averne circa 35 quando assunse l’incarico di Cancelliere sotto Montuhotep II e 40 alla sua morte. Dopo Montuhotep II, il III sovrano con lo stesso nome regnò circa dodici anni e, generalmente, si assume in sette anni il periodo di regno di Mentuhotep IV[11].

All’assunzione del trono di Amenemhat I Meketre doveva essere, perciò a metà dei 50 anni ed essere morto intorno ai 60[12]. Nessuna informazione biografica ricavabile dalla TT280[13], se non il nome del figlio, Inyotef (o Antef), che compare con il defunto in molti dei modelli in legno contenuti nella tomba.

Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET DP338003)
Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET DP338068)
Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET DP338072)
Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET DP337989)
Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET DP338021)
Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET DP338001)
Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET DP338002)
Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET 20.3.977 01)
Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET 20-3-1026)
Frammento di rilievo parietale dalla TT280 (Metropolitan Museum, cat. MET DP337973)

  La tomba

Modello di barca funeraria dalla TT280 (Metropolitan Museum)
Strumento rinvenuto nella TT280, forse usato per i lavori di realizzazione della tomba (Metropolitan Museum, cat. MET 20.3.190)

TT280 è ubicata nell’area di Sheikh Abd el-Qurna, nei pressi di una grande, ma incompiuta, tomba reale che venne dapprima assegnata a Mentuhotep III. Recenti studi[14] hanno tuttavia appurato che possa più compiutamente essere assegnata ad Amenemhat I[15].

La caratteristica più saliente della tomba di Meketre erano i nove pilastri poligonali che ne ornavano la facciata dipinti a imitazione del granito[16]. La presenza di tali pilastri, peraltro simili a quelli del tempio funerario di Mentuhotep II a Deir el-Bahari, in una tomba “non-reale”, non è attestata altrimenti per sepolture della XI e XII dinastia nella Necropoli di Tebe. Molto frammentari sono i resti delle pitture parietali della TT280 che sono, tuttavia, sintomatici di ottima fattura e possono essere annoverati tra i meglio eseguiti del Medio Regno[17]. Frammenti di sarcofago, rinvenuti nella camera funeraria di TT280 da Herbert Eustis Winlock[18] e oggi al Metropolitan Museum di New York (cat. da 20.3.101 a 20.3.122), presentano una doppia iscrizione sovrapposta[19] [20].

Particolarmente famosi, per il perfetto stato di conservazione, per la qualità e il numero, sono i modelli lignei rinvenuti all’interno della tomba di Meketre che, come le pitture parietali di altre tombe, offrono uno spaccato della vita dei funzionari e dei nobili del periodo; la qualità è superiore anche a quella di analoghi modelli rinvenuti nelle sepolture di re della XI e XII e, segnatamente, di Mentuhotep II, tanto da far ritenere che gli artisti che li realizzarono appartenessero a differenti periodi storici: verosimilmente del Primo Periodo Intermedio quelli di Mentuhotep II, e del pieno Medio Regno quelli rinvenuti nella TT280[21] [22].

Rinvenimenti

  • Area del portico, del passaggio e della cappella funeraria: frammenti di rilievi parietali tra cui alcuni con i titoli del defunto;
  • Camera funeraria: frammenti di sarcofago dorato con testi dei sarcofagi;
  • Serdab (camera sotterranea sotto il portico d’accesso): modelli di canoe e barche tra cui una barca su cui vengono preparati cibi; in molti dei modelli di barca, vengono rappresentati il defunto e il figlio, Inyotef (o Antef), sotto un padiglione; modelli di case con giardino e veranda; modello di negozio di carpentiere con riproduzioni di strumenti da lavoro; modelli di scene di censimento del bestiame e di ispezioni; statuette di portatori e portatrici di offerte; modelli di barche con musicisti e con pescatori, arpionatori e cacciatori; modelli di granai con scribi intenti a registrare le attività; modelli di macelli, di panetterie e birrerie; base di statua con i titoli del defunto quale Cancelliere; bende da mummia con testi in ieratico;
  • Parallela alla TT280 di Meketre si trova la tomba del figlio Inyotef (a Antef), indicato come Principe ereditario, al cui interno vennero rinvenuti frammenti di sarcofago, una scatola che originariamente conteneva i vasi canopici con l’indicazione di Supervisore ai sigilli, e resti di statua[23].
Papiro dalla tomba TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1919-20, cat. MET 22.3.524 3193)
Statuetta di portatrice di offerte dalla tomba TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET DP249003)
Modello di barca da viaggio a remi dalla TT280 (particolare) (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET 20.3.2)
Panettieri e birrai dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET DT238009)
Preparazione di cibi a bordo di una nave, dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET 20.3.3)
Modello di macello dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET EG182)
Modello di imbarcazione da viaggio dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET DP248999)
Papiro dalla tomba TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1919-20, cat. MET 22.3.525 3192)
Frammento di rilievo dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET DP338049)
Modelli di strumenti da carpentiere dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET 137123 e seguenti)
Modello di veranda con giardino dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET DP350592)
Modelli di cacciatori e pescatori dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET EG165)
Modello di macello dalla TT280 (particolare dell’interno) (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET 20.3.10)
Processione di portatori di offerte dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET DP344084)
Modello di stalla con bestiame dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET 20.3.9(2))
Ostrakon in scrittura ieratica dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat.MET 51589)
Modello di barca da viaggio a remi dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET 20.3.2; EGDP011941)
Modello di imbarcazione dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET 20.3.5)
Modello di panetteria e birreria (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET 20.3.12)
Modello di veranda con giardino dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET DP350593)
Modello di granaio con scribi contabili dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET DP351557)
Modello di imbarcazione funeraria con offertorio, dalla TT280 (Metropolitan Museum, scavi del 1920, cat. MET 20.3.4)

Per maggiori dettagli sulle statue serventi: https://laciviltaegizia.org/2022/07/28/galleria-di-statue-serventi/ 

Fonti

  1. ^ Porter e Moss 1927,  p. 359.
  2. ^ Gardiner e Weigall 1913
  3. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 359

[6]      Arnold 1991, p. 17

[7]      Kheti fu Cancelliere e Tesoriere durante la XI dinastia.

[8]      Grajetzki 2000, p. 45

[9]      Arnold 1991, p. 21

[10]     Arnold 1991, pp. 21-23

[11]     Particolare importanza viene data a tali datazioni giacché possono essere utili a indicare i periodi di regno di Mentuhotep IV, considerato un usurpatore e il cui nome, per tale motivo, non apparirebbe nella lista di Abydos e nel Canone Reale, nonché la datazione e l’assegnazione ad Amenemhat I del monumento funerario incompiuto che si trova nei pressi della TT280.

[12]     Arnold 1991, p. 21

[13]     Porter e Moss 1927,  p. 359.

[14]     Arnold 1991, p. 21

[15]     Allen 2003,  p. 19.

[16]     I pilastri sono oggi inesistenti, ma frammenti consistenti degli stessi sono stati recuperati e restaurati dalla missione del Metropolitan Museum di New York; Arnold 1991, p. 22

[17]     Arnold 1991, p. 23

[18]     Direttore del Metropolitan Museum dal 1932 al 1939.

[19]     Una prima iscrizione geroglifica venne incisa direttamente sul legno che venne quindi ricoperto di gesso su cui venne applicata una sottile laminatura in oro su cui venne nuovamente inciso il testo in forma paleograficamentecaratteristica di un periodo non antecedente al regno di Amenemhat. E’ stato ipotizzato, ma anche escluso, un riuso del sarcofago dopo Meketre, ma, più accettato accademicamente, pare che la duplice iscrizione derivi dal fatto che il sarcofago era verosimilmente già pronto prima della morte di Meketre durante il regno di Mentuhotep III e riadattato, quindi, alla morte effettiva avvenuta durante il regno di Amenemhat I.

[20]     Arnold 1991, pp. 23-25

[21]     In particolare, vengono fatte notare le più corrette proporzioni tra le varie parti dei modelli della TT280 rispetto a quelli di Mentuhotep II: considerando lo spazio umano compreso tra la sommità della testa e le ginocchia, nei modelli di Mentuhotep II la testa occupa il 15%, il torso (dal collo alla vita) il 35% e dalla vita alle ginocchia il restante 50%. Nel caso dei modelli della tomba di Meketre: testa 24%, torso 26%, gambe 47%. Ciò comporta una maggiore proporzione tra le varie parti del corpo al contrario dei modelli più antichi in cui la figura appare più oblunga.

[22]     Arnold 1991, p. 25

[23]            Porter e Moss 1927,  pp. 355-357

Necropoli tebane

TT279 – TOMBA DI PABASA (o PBES)

Planimetria schematica della tomba TT279[1] [2]

Epoca:                       XXVI Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Pabasa (o Pbes)[5]Capo amministratore di Nitokris I, Divina Sposa di AmonEl. AssasifXXVI dinastia (Psammetico I) 

Biografia

Uniche notizie biografiche ricavabili, il nome del padre, Pedubasti, Divino padre, amato dal dio, e della madre Tasentenhor. Pur essendo nella tomba rappresentati figli e moglie, è noto il nome di uno di costoro, Tahorpakhepesh, ma di altri non è dato di conoscere i nomi o perché non riportati, o perché andati persi[6]

La tomba

Scavata negli anni 1918-1919 da Ambrose Lansing per conto del Metropolitan Museum di New York, dal 2004 è parte della concessione archeologica italiana a Luxor[7]; TT279 costituisce una delle sepolture più grandi dell’area delle Tombe dei Nobili; si sviluppa planimetricamente partendo da una lunga scala che immette in un vestibolo; da questo si accede ad una corte colonnata e, attraverso un altro corridoio, ad una sala ipostila con pilastri da cui si dipartono cappelle laterali e pozzi funerari. Sugli stipiti che precedono la rampa (1 in planimetria[8]), testi dedicatori; una piccola anticamera (2) reca sulle pareti una barca sacra con una divinità maschile tra le dee dell’Oriente e dell’Occidente e immette in una sala rettangolare. Sulle pareti: (3-4) un lungo testo dedicatorio del figlio Tahorpakhepesh e scene della processione funeraria con dolenti su barche e del pellegrinaggio ad Abydos.

Le scene, integre al momento della scoperta, sono oggi state deturpate e alcune parti di esse sono state illegalmente asportate. Su altre pareti (5-6) lungo testo del defunto e un figlio non identificabile, in qualità di prete sem[9] offre mazzi di fiori al defunto; in altra scena la processione funebre con il sarcofago trainato da buoi[6].

Un altro corridoio, sulle cui pareti (7) sono rappresentati portatori di offerte e testi dedicati a Osiride e Ra-Horakhti, che affiancano Horus, nonché il defunto in presenza di Psammetico I e della regina Nitokris I, immette in una corte con pilastri e lesene decorati:

  • A: testi, un prete, un ba, l’uccello Benu e Anubi dinanzi alla mummia del defunto;
  • B: su quattro registri sovrapposti, il defunto in posizione alta sovrintende alla scene inferiori: portatori di offerte e di casse, preparazione di cibi e bevande, uomini con abiti e pezze di lino e donne con specchi;
  • C: su quattro registri, il defunto in posizione alta sovrintende alle scene inferiori: scene di filatura e di pulitura del pescato, portatori di offerte, il defunto con i suoi assistenti, pastori e cacciatori armati di bastoni da lancio, piccoli fanciulli (forse figli del defunto);
  • D: su quattro registri, due uomini con ampie collane, preti che recano vasi da offertorio, portatori di offerte, scene di vendemmia, testi con il defunto assiso;
  • E: testi e il defunto dinanzi a Ptah in alto; il defunto con il suo ba e la sua mummia sdraiata su un letto e il defunto dinanzi alla personificazione di un serpente;
  • F: testi vari, falchi alati e Hathor, come vacca sacra, e una testa umana che sorge da un fiore di loto[10];
  • G, H, I: su più registri, portatori di offerte, divinità femminili, alberi, il defunto in piedi (G) e testi di purificazione e libagione recitati dal defunto;
  • J: il defunto e testi in alto, più in basso una barca sulla quale il defunto adora Ra-Horakhti e, più sotto ancora, la stessa scena in cui, però, il defunto adora Ptah;

sulle architravi che congiungono i pilastri tra loro, testi dedicatori. Sulle pareti della corte (8) inni e Litanie di Ra, il defunto che adora Ra-Horakhti e offre libagioni e incensi; poco oltre (9) testi dedicatori recitati dal defunto. Sulla parete più lunga (10) liste di offerte con il defunto assiso e un cane, di cui viene indicato il nome, Heknu, accucciato sotto la sedia; in una scena alcuni preti recitano liste di offerte. Segue (11) il defunto in adorazione di Ptah e (12), su due regiwtri, Psammetico I con latte e la regina Nitocris I con sistri, seguiti dal defunto, dinanzi a Ra-Horakhti e Hathor. Su altre pareti (13) lunghi testi e il defunto in adorazione di Atum e in offertorio ai suoi genitori; poco oltre (14) un testo e un uomo inginocchiato che adora due divinità poste più in alto. Sulla parete lunga (15) preti con liste di offerte dinanzi al defunto assiso, con il cane Heknu sotto la sedie, e un figlio, in qualità di prete, in offertorio; seguono (16) testi con il defunto che detta a uno scriba e (17), su due registri, la regina Nitocris I con vino, seguita dal defunto, che offre libagioni a Osiride, Iside e Harsiesi[7].

Un’anticamera, sulle cui pareti (18) sono riportati testi, immette in una sala ipostila a pilastri, su cui sono rappresentate divinità, tutte rivolte verso l’asse della sala stessa, con scarse rimanenze decorative: (19) resti di scene con portatori di offerte, di cui uno che conduce una mucca; su altra parete (20), sull’architrave di un ingresso a camera laterale, testi e portatori di offerte. Sul fondo della sala (21) una nicchia sulle cui pareti il defunto dinanzi a due divinità non identificabili (forse Iside e Nephtys), formule di offerta, scene solo abbozzate della dea dell’Oriente (?) a sinistra, e dell’Occidente a destra, dinanzi a una divinità mummiforme. Ai lati della nicchia, tori e vacche sacre. Un breve corridoio nell’angolo sud-est della sala immette in un appartamento funerario, la cui decorazione è molto danneggiata, in cui si aprono pozzi verticali non ancora esplorati

Il sarcofago in granito, precedentemente nella collezione del Duca di Hamilton, si trova oggi presso la Glasgow Art Gallery and Museum (Kelvingrove Art Gallery and Museum) (cat. 22.86), mentre una tavola da offerte in granito rosso si trova al Museum of Modern Art di New York (cat. MMA 22.3.2)[8]. Si ritiene, inoltre, che una statua della dea Taweret, rinvenuta nel tempio di Karnak e oggi al Museo Egizio del Cairo (cat. CG 39145) provenga da TT279.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 357.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 358.
  5. Porter e Moss 1927,  p. 359.

Foto di kairoinfo4u e tratte da: http://www.acses.it/monumenti/pabasa-tt-279/ 


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]              Porter e Moss 1927, p. 355

[6]              Porter e Moss 1927,  p. 357.

[7]              La tomba TT279 di Pabasa:, su acses.it. URL consultato il 05.06.2018

[8]              La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 356.

[9]              Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.

[10]            La rappresentazione di una testa umana che sorge dal fiore di loto richiama la mitologia di Atum, dio primevo, nato dal monticello primordiale scaturito dal Nun, l’oceano primordiale

Necropoli tebane

TT278 – TOMBA DI AMENEMHAB

Planimetria schematica della tomba TT278[1] [2]

Epoca:                       Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Amenemhab[5]Mandriano del bestiame di AmonQurnet MuraiXIX-XX dinastia 

 

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile, il nome della moglie, Tay, Cantatrice di Amon[6]

La tomba

L’accesso a TT278 è possibile da un cortile in cui si apre l’ingresso anche della TT277; a causa delle demolizioni e delle successive costruzioni, non è possibile oggi identificare le misure originarie del cortile, che misura 8,5 m x 5, e che per lungo tempo è stato peraltro utilizzato come discarica di rifiuti e latrina. La sepoltura si sviluppa planimetricamente in una sala trasversale, un corridoio perpendicolare alla precedente e una sala di forma irregolare in cui si apre il pozzo verticale che adduce all’appartamento sotterraneo. Un breve corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[7]) dovevano trovarsi rilievi con testi e titoli del defunto rinvenuti distaccati dalla pareti e immagini del defunto e della moglie in adorazione (anche queste molto danneggiate), immette nella sala trasversale; sulle pareti (2-3) scene, solo abbozzate, della processione funeraria.

Baldacchino con Osiride e di quattro figli di Horus. Foto: kairoinfo4u

Poco oltre (4) il defunto e la moglie, che recano mazzi di fiori, adorano Hathor. Su altra parete (5), su due registri sovrapposti, scene di offertorio alla coppia con prete che offre libagioni. Segue (6) la rappresentazione di una dea come albero e un ba che si abbevera; poco oltre (7), su due registri, il defunto e i genitori (di cui non sono rilevabili i nomi) offrono mazzi di fiori e adorano Osiride, Iside e Nephtys; scene del pellegrinaggio ad Abydos con il defunto e la moglie che offrono mazzi di fiori al simbolo di Osiride.

La divinità rappresentata come albero. Foto: kairoinfo4u

Un secondo corridoio, sull’architrave del quale sono rappresentati due Anubi-sciacallo, immette in una sala di forma irregolare priva di decorazioni[8].

Il corteo fluviale funebre con lo scrigno dei9 vasi canopici. Foto: kairoinfo4u

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927, p. 355

Foto: kairoinfo4u


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 355.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 355

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 348

[8]      Porter e Moss 1927,  pp. 355-357.

Necropoli tebane

TT277 – TOMBA DI AMENEMINET

Planimetria schematica della tomba TT277[1] [2]

Epoca:                       XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Ameneminet (o Amenemonet)[5] [6]Divino padre di Ptah_Sokar nel Tempio di Milioni di Anni del Re Amenhotep III (Tempio funerario di Amenhotep III)Qurnet MuraiXIX-XX dinastia  

Biografia

Tadjesertka fu sua madre e Nefertari, Cantatrice di Amon fu sua moglie[7]. Dei cinque figli rappresentati nella tomba, un maschio e quattro femmine, è leggibile solo il nome di Kenamon, Prete di Ptah[8].

La tomba

L’accesso a TT277 è possibile da un cortile in cui si apre l’ingresso anche della TT278; a causa delle demolizioni e delle successive costruzioni, non è possibile oggi identificare le misure originarie del cortile, che misura 8,5 m x 5, e che per lungo tempo è stato peraltro utilizzato come discarica di rifiuti e latrina.

L’ingresso della TT277

Si accede alla TT277 da una rampa di due-tre gradini[9]; si tratta di una piccola cappella-tomba di forma irregolare che[6] è successiva, come periodo di realizzazione, alla vicina TT278 e, per tale motivo, può essere datata più esattamente alla XX dinastia: sono infatti riscontrabili canoni proporzionali dei dipinti propri della XVIII dinastia, poi perfezionati nella XIX e consolidati nella XX. Anche i soggetti rappresentati, e lo stile degli abiti, è tipico della XX dinastia[7].

All’interno dell’unica sala, non esistono angoli a 90 gradi, e gli angoli, compresi quelli tra le pareti e il soffitto, sono tutti arrotondati. Le superfici sono malamente livellate e le dimensioni approssimative sono di 3,40 m sull’asse nord-sud, con la parete nord larga circa 2,50 m e la parete sud 1,50; nella parete ovest, opposta all’entrata, si apre una nicchia[10] che doveva contenere una stele, o forse una statua, o uno scrigno.

Un breve corridoio, oggi bloccato, si diparte dall’angolo nord-est e conduce ad una camera non decorata. Nell’angolo opposto, nord-ovest, si diparte un altro corridoio, anche questo non percorribile, che Kampp [8] riferisce addurre ad un’ulteriore camera non decorata non pertinente, tuttavia, con la TT277. Nonostante le ridotte dimensioni, e la non ultimata decorazione parietale, la tomba si presenta molto ben conservata e ricca di dipinti parietali di buona fattura. Benché la decorazione sia tipica del Periodo Ramesside, si denotano tuttavia influenze, specie nel proporzionamento delle figure, della XVIII dinastia.

La parte superiore delle pareti è pittoricamente separata da quella inferiore, che ne è priva, da tre bande bicolori: blu-giallo; blu-rosso; blu-bianco. La decorazione del soffitto non venne ultimata ed è danneggiata[11]

Il trasporto dello scrigno con i vasi canopici del defunto. Foto: kairoinfo4u

Un breve corridoio e alcuni gradini immettono nell’unica sala, di forma irregolare, che costituisce la TT277. Sulle pareti del corridoio di accesso (1 in planimetria[12]) testi di offertorio (oggi scomparsi) inni a Ra e il defunto in adorazione; il defunto con mazzo di fiori e la moglie che suona un sistro; Nella sala (2-3) su quattro registri sovrapposti, statua di Tye e Amenhotep III trainata in processione; una barca con scrigni a bordo rimorchiata su un lago; il defunto che offre libagioni dinanzi alla dea Hathor, rappresentata come vacca, e alle statue di Montuhotep-Nebhapetra e della regina Neferys.

Il trasporto della mummia che, a destra, viene mostrata sul letto funebre sormontata dal “ba” di Ameneminet. Foto: kairoinfo4u

In tre scene, alcuni preti con aiutanti officiano i riti funerari dinanzi a due mummie e alla tomba; quattro uomini portano una mummia mentre un prete offre libagioni di incenso e un ba e posato sul letto funebre; scene della processione funeraria, con sacerdotesse, preti e un’arpista, e del banchetto funebre.

Ameneminet in adorazione di Osiride (a sinistra) e di Ma’at (a destra). Foto: kairoinfo4u

Poco oltre (4) il defunto in adorazione di Horus. Su altra parete (5) due registri, non ultimati, il defunto e la moglie adorano Osiride e Iside; il defunto e la moglie adorano Shu e Tefnut con testa di leonessa. Segue (6) una doppia scena con il defunto che adora Osiride e Maat; poco oltre (7) il defunto incensa e offre libagioni alla regina Tye e ad Amenhotep III.

Ameneminet purifica le offerte davanti alle statue di Amenhotep III e Tiye. Foto: kairoinfo4u

Sulla parete di fondo (8) una nicchia sulle cui pareti il defunto e la famiglia adorano Osiride, Anubi, Ra-Horakhti e Iside; sul soffitto, la dea Mut; al di sotto della nicchia, rappresentazione di tavole da offerte imbandite[13].

La parte superiore della nicchia, con il defunto e la sua famiglia in adorazione davanti a una divinità. A sinistra: Osiride ed Anubi vengono adorati da “Ameneminet, giusto di voce; la padrona di casa, Mit ibes (?); sua figlia (il suo nome è incomprensibile)”. A destra: Iside e Ra-Horakhty adorati da Ameneminet, identificato come “sacerdote lettore di Ptah, con “la signora Tiy ed il sacerdote-web di Ptah, Kenamon, suo figlio”. Il tutto è sormontato dal geroglifico del cielo, sostenuto in tre punti. Foto: kairoinfo4u

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Kempp 1996.
  4. Robins 1994.
  5. Kempp 1996.

Foto: kaironfo4u


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 353

[6]      Ameneminet significa “Amon della Valle” con riferimento alla Valle dell’Occidente, rispetto a Tebe, valle che si chiude con i templi funerari di Hatshepsut e Montuhotep II, elementi principali delle cerimonie connesse alla Grande Festa della Valle

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 352.

[8]      La tomba TT277 di Ameneminet:, su osirisnet.net.

[9]      Il livello inferiore rispetto al piano di campagna ha fatto sì che all’interno delal tomba si riversasse, nei millenni, la pioggia che ha pesantemente danneggiato, però, solo la parte inferiore delle pitture parietali.

[10]     0,50 m x 0,65 x 0,45.

[11]     La tomba TT277 di Ameneminet:, su osirisnet.net. 

[12]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 348

[13]     Porter e Moss 1927,  pp. 352-353

Necropoli tebane

TT276 – TOMBA DI AMENEMOPET

Planimetria schematica della tomba TT276[1] [2]

Epoca:                       XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Amenemopet[5]Supervisore del tesoro in oro e argento; Giudice; Supervisore del gabinetto realeQurnet MuraiXVIII dinastia (Thutmosi IV ?) 

 

Biografia

Nekhu e Ahhotep furono, rispettivamente il padre e la madre del titolare; Henutyunu fu, invece, sua moglie[6].

La tomba

L’accesso a TT276 è possibile da un cortile; la tomba si sviluppa planimetricamente con la forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo che prevede una sala trasversale cui ne segue una perpendicolare alla precedente. Uno stretto corridoio immette nella sala trasversale; sulle pareti: (1 in planimetria[7]) in due scene, due donne dinanzi al defunto e alla madre (?); poco oltre (2) su due registri sovrapposti scene di offertorio dinanzi al defunto e alla moglie, due uomini seduti dinanzi a tavole imbandite di cibi e un prete che offre libagioni alla coppia. Su altra parete (3), alla sommità, resti di nubiani che recano tributi in ceste, anelli d’oro e rotoli di vestiario, e tre uomini che recano cassette e abiti distesi su vassoi; poco oltre (4) un prete con una lista di offerte dinanzi al defunto e alla moglie, con una scimmia che mangia frutta sotto una sedia e, su quattro registri, scene di banchetto con liutisti, arpisti e suonatrici di nacchere; cinque siriani (uno dei quali distrutto) con lingotti di metallo, portatori di offerte e un toro inghirlandato; un prete offre mazzi di fiori alla coppia sotto le cui sedie si nasconde un cane. Su altre pareti (5) sei giare di olio e scene di offertorio; seguono (6) scene di lavoratori di pelli, gioiellieri e vasai. Sul lato corto (7) resti di una stele con scene di purificazione e, poco oltre (8), su due registri scene di vendemmia e portatori di pesce; resti di scene di preparazione di uccellagione. Seguono (9) offerenti dinanzi al defunto e alla madre, sotto la cui sedia si nasconde una scimmia; una figlia (?) e un prete, con portatori di offerte, offrono libagioni al defunto e ai suoi genitori. Sul soffitto, scene di offertorio e testi.

Un corridoio immette nella sala perpendicolare alla precedente. Ancora leggibili, sulle pareti: (10) su quattro registri scene di processione funebre diretta verso la Dea dell’Occidente (Mertseger), compresa una barca che reca, a bordo, Anubi e la mummia, nonché suppellettili funerarie, danzatori e scene di bendaggio della mummia. Sulla parete opposta (11) il defunto a bordo di un carro (?) a caccia di gazzelle, orici e iene nel deserto; in una scena minore, lepri, gazzelle con cuccioli e iene all’abbeverata. In una nicchia di fondo (12) Osiride e, in due registri sovrapposti, il defunto in offertorio. Proveniente da questa tomba, ma non nota la posizione, il defunto purificato da Anubi e da Haroeris[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 352

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 352

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 348.

[8]      Porter e Moss 1927,  pp. 352-353.

Necropoli tebane

TT275 – TOMBA DI SOBEKMOSE

Planimetria schematica della tomba TT275[1] [2]

Epoca:                      Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Sobekmose[5]Capo dei preti wab[6], Padre divino nel tempio di Amenhotep III e di SokarQurnet MuraiPeriodo Ramesside 

Biografia

Nessuna notizia ricavabile[7].

La tomba

L’accesso a TT275 è possibile da un cortile; la tomba si sviluppa con una sala trasversale cui ne segue una perpendicolare secondo lo schema planimetrico a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Al fondo si apre un appartamento funerario non ultimato. Un breve corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[8]) sono riportati i titoli del defunto, dà accesso alla sala trasversale; sulle pareti: sul lato corto a sud (2) i resti di una stele con tracce di testo. Su altra parete (3) resti di scena di offertorio da parte di un uomo ad una divinità femminile; poco oltre (4) resti di scene della processione funeraria (?) con barche e riti sacri.

Un altro breve corridoio, sulle cui pareti sono riportati (5) due uomini, immette in una sala perpendicolare alla precedente. Sulle pareti (6) su cinque registri sovrapposti, brani tratti dal Libro delle Porte (?) con scene della confessione negativa (?), scrigni e remi (?) dinanzi a divinità maschili e femminili. Sulla parete opposta (7) scene dal Libro delle Porte e (8) il defunto e la moglie (della quale non viene indicato il nome) in adorazione di Anubi e della Dea dell’Occidente (Mertseger). A questa altezza, su entrambi i lati, si aprono scale e locali non esplorati.

Un terzo brevissimo corridoio, sulle cui pareti (9) sono visibili tracce di testo, adduce ad un appartamento più interno. in parte non ultimato. Sulle pareti: (10-11-12) portatori di offerte e personaggi vari; su altre pareti (13) una fanciulla in offertorio al defunto e alla moglie; (14) il defunto e la moglie adorano una mummia. Una piccola camera più interna presenta (15-16), su due registri per ogni parete, il defunto e la moglie con libagioni mentre sul fondo si apre una nicchia (17) in cui, in una doppia scena, il defunto adora la dea Hathor[9].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927, p. 352

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 352.

[6]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un capo o “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 352.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 348.

[9]      Porter e Moss 1927,  p. 352.

“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

FLINDERS IL CATALOGATORE

Un uomo nudo danza nella Grande Piramide (Flinders Petrie)

Nel 1880 un bizzarro europeo fa la sua comparsa nella zona delle piramidi di Giza. Dopo una breve esplorazione trova una tomba abbandonata, che qualcuno prima di lui aveva provvisto di una porta, forse per utilizzarla come deposito. Comunica al suo portabagagli che si propone di vivere in quel sepolcro; il giorno dopo vi si è già installato. Un letto, qualche mobile di quarta mano. Un lume brilla su di una cassa, e nell’angolo si accende un fuoco.

Flinders Petrie è arrivato a casa.

Il suo nome completo è William Matthew Flinders, ma per tutti era Flinders. Per noi, semplicemente il papà dell’archeologia moderna.

Figlio di un ingegnere elettrico e nipote di un grande viaggiatore (il nonno materno era a bordo del “Bounty”, nientemeno!), Flinders non ha mai visto una scuola. Nato nel 1853, educato dal padre, impara francese, latino e greco ma soprattutto il rigore e l’ordine della Marina inglese. Si narra che ad otto anni sia rimasto sconvolto dal disordine degli scavi in una villa romana sull’Isola di Wight, costruendo le basi del rigore archeologico. Gli regalano un volume sui primi scavi effettuati in Egitto, e lui inizia a sognare le piramidi, con cui ossessiona amici e vicini. Flinders si fa le ossa a Stonehenge, poi visita finalmente la piana di Giza (come abbiamo visto, vivendo in una tomba abbandonata) per verificare le teorie di John Taylor e Charles Piazzi Smith sulle piramidi (costruite dal biblico Noè secondo Taylor e da Melchisedec secondo Piazzi Smith) smontandole entrambe a realizzando un lavoro sistematico sulla Piana di Giza.

La sistemazione di Petrie a Giza in una vecchia tomba svuotata
Una foto del Nilo scattata dallo stesso Petrie dalla sua nuova “casa” nel 1880

Flinders non è del tutto in bolla, diremmo oggi; di notte si aggira senza vestiti sulla piana e spesso entra nella camera sepolcrale della Grande Piramide, danzandovi nudo. Molto spesso partecipa anche agli scavi completamente nudo, poi per cena si veste di tutto punto in pieno stile vittoriano. Sulla sua mente si raccontano moltissimi aneddoti. SI dice che conoscesse la distanza esatta tra il suo occhio e la punta del dito e quindi potesse misurare le distanze con grande precisione senza l’uso di un metro. Visualizzava nella sua testa un regolo calcolatore per eseguire i calcoli a mente. Disegnava schizzi dei reperti trovati con entrambe le mani contemporaneamente per non perdere tempo. Eccentrico, strambo, sicuramente un grande “ordinatore”.

Mentre è sulla Piana di Giza, Flinders si accorge che intorno a lui si muove un piccolo universo di ladri, predoni, saccheggiatori più o meno legalizzati.

Diventa ossessionato dalla catalogazione, dal salvataggio dei reperti. Per primo, impone una tecnica di scavo sistematica dall’alto verso il basso (oggi sembra ovvio, ma al tempo si andava dritto al “bersaglio” con tanti saluti a cosa c’era intorno) dando la dovuta importanza alla stratificazione di rocce e reperti.

Però c’è un problema, anzi due: i soldi sono finiti e finora Filnders ha agito da “privato”. Senza una qualifica importante, il suo lavoro rischia di essere snobbato o addirittura cancellato. Nel 1880 si imbarca quindi per il viaggio di ritorno a Londra, a caccia di sovvenzioni e di un titolo accademico.

Rientrato una prima volta in Inghilterra, Petrie conosce Amelia Edwards, la figlia di un banchiere con la passione dei viaggi e dell’archeologia che dopo due anni di permanenza in Egitto ha creato l’Egypt Exploration Fund. Amelia lo sovvenziona per i suoi futuri scavi, nominandolo anche docente di egittologia presso l’University College di Londra.

Tornato in Egitto nel 1884, Flinders impone un rigido metodo scientifico alle sue scoperte, e diventa il padre dell’egittologia moderna. Costruisce cronologie basate sulla “evoluzione” delle singole tecniche, ed è un passo avanti da gigante per l’archeologia in generale. Scrive 90 volumi sulle sue spedizioni, tutti dettagliatissimi. I suoi “Dieci Anni di Scavi in Egitto” rappresentano una sorta di manuale; la sua “Storia d’Egitto” è la prima cronologia organica moderna. Si appassiona ad ogni argomento: sono ancora suoi i trattati sulla conservazione e il restauro delle ceramiche.

È il primo a scavare ad Amarna, la Akhetaton del passato breve ed intenso di Akhenaton. Assistito da un giovane Howard Carter trova le cosiddette “Tavolette di Amarna”, 382 tavolette in argilla recuperate fino ad ora scritte in cuneiforme e con cui siamo riusciti a scoprire i rapporti dell’Egitto di Akhenaton con babilonia, gli Assiri, i Mitanni, gli Ittiti, la Palestina e Cipro.Trova la cosiddetta “Stele di Merenptah”, dove per la prima volta viene nominato “Israele”. Trova Tanis, nel Delta del Nilo, e pone le basi per il lavoro di Montet che molto tempo dopo riuscì a portare alla luce il tesoro di Psusannes I. Esplora la Piramide di Amenhemet III e scopre il Labirinto di Meride poco lontano.

La Stele di Merenptah
Alcune delle tavolette di Amarna
Un esempio del lavoro di catalogazione e datazione di Petrie basandosi sul vasellame del periodo predinastico

Ed ammira il “talento”: quando entra nella piramide di Amenhemet III e trova traccia di antichi predoni rimane ammirato dalla loro tenacia e dal loro ingegno. Perché i ladri erano entrati dal passaggio principale, inopinatamente sul lato sud – e non nord come nelle altre piramidi – e lui aveva dovuto invece scavare attraverso i mattoni per violare la tomba.

Hilda Urlin Petrie, sposata nel 1896, ad Abydos
Hilda alla scoperta del Labirinto di Meride
I coniugi Petrie a Karnak negli anni ‘90
Hilda e Flinders nel 1903
Flinders Petrie ad Abydos, 1922
Il lavoro di catalogazione del vasellame

Petrie terminerà il suo viaggio in Palestina, dove scaverà per 16 anni prima di morire a Gerusalemme nel 1942.

Nel 1935, in Palestina

Curiosamente, decide di donare la sua testa alla facoltà di chirurgia del Royal College di Londra. In realtà Petrie sostenne il concetto di razza e di evoluzione sottolineando le differenze antropomorfiche tra le diverse popolazioni, un concetto di eugenetica troppo pericolosamente vicino a certe idee naziste dell’epoca, e il suo dono del cranio alla scienza era per dimostrare tali differenze. Per un ironico e macabro scherzo del destino per chi aveva sviluppato la catalogazione dei reperti in maniera maniacale, il contenitore con la sua testa conservata in formalina perde l’etichetta e per anni rimarrà una testa sconosciuta nelle cantine della facoltà. Verrà riconosciuto solo nel 1989 grazie ad una cicatrice sopra l’occhio destro ed ai suoi occhi, rimasti di un blu brillante.

La testa conservata di Petrie, con la cicatrice sopra l’occhio destro. Da notare il colore dei capelli, misteriosamente tornati neri (effetto del liquido conservante?)

A Flinders Petrie manca forse il “botto”, il grande ritrovamento che finisce su tutti i giornali e che appassiona il grande pubblico, ma il suo talento di descrittore e conservatore influenzò tutti i suoi “discepoli”, primo fra tutti quell’Howard Carter che non si sarebbe dato per vinto così facilmente nella Valle dei Re.