Piccola Guida Turistica

IL DESERTO NERO

Le alture più importanti del Deserto nero evidenziano sulla sommità la struttura colonnare delle rocce basaltiche che le compongono.

L’ultima tappa del nostro viaggio è dedicata alla porzione del Deserto Occidentale compresa tra l’oasi di Bahariya e quella di Farafra, che presenta una straordinaria varietà di paesaggi.

Il bravissimo amico Ahmed Galal ci ha organizzato un mini tour di due giorni con una jeep super accessoriata e sicura per escursioni di questo genere; pur potendo trascorrere la notte in uno degli alberghi siti lungo il tragitto, non abbiamo avuto alcuna esitazione ed abbiamo scelto di dormire sotto le stelle, rinunciando anche alla tenda per immergerci completamente nella magia del luogo.

Avvicinandosi al Deserto nero

Il percorso dal Cairo verso l’Oasi di Bahariya è piuttosto lungo (circa cinque ore in auto) e senza particolari attrattive, ma lo affrontiamo con entusiasmo nell’attesa dei magnifici scenari che si apriranno ai nostri occhi.

Giunti all’Oasi ci viene offerto un pranzo tipico in una caratteristica abitazione locale, quindi si riparte verso l’infinito con una guida del posto molto efficiente, che pur parlando pochissimo inglese ci ha reso un servizio ineccepibile.

L’interno dell’abitazione beduina.
Nel deserto non può mancare un buon bicchierino di thè nero e dolcissimo.

Dopo circa un’ora di strada il paesaggio, fino a quel momento pianeggiante, comincia a mostrare le prime modeste alture, fino a quando si giunge nel Deserto Nero, una zona caratterizzata da numerose colline coniche, alcune delle quali sono piccoli vulcani dormienti

Un’altra panoramica del Deserto nero, lontano dalla pista.

Questi rilievi che si susseguono uno dopo l’altro si sono formati in seguito ad eruzioni risalenti ad epoche remotissime (si parla di milioni di anni orsono) e sono costituite da rocce basaltiche che sgretolandosi nel corso del tempo hanno ricoperto il terreno sabbioso di polvere, di minuscoli sassolini e di grandi pietre nere, conferendo al luogo il suo colore particolare e creando un’atmosfera da film di fantascienza.

Le caratteristiche del terreno viste da vicino

In effetti sembra di essere atterrati su di un altro pianeta, brullo, arido, silenzioso, dove l’attività vulcanica ha cancellato ogni forma di vita.

Parcheggiata l’auto, ci avventuriamo a piedi ad esplorare la zona, ognuno per conto proprio; in uno spiazzo pianeggiante ai piedi della collina più maestosa notiamo una particolare struttura di pietre collocate in cerchi concentrici che si trova anche nel deserto algerino e che è nota con il nome di “tomba preislamica”.

La tomba preislamica
Un’altra veduta della tomba preislamica.

A quanto ne so, non si hanno notizie se non che furono realizzate prima della dominazione araba.

FONTI DI QUESTO E DI TUTTI I POST SEGUENTI SUL DESERTO

  1. https://www.lonelyplanetitalia.it/articoli/itinerari-di-viaggio/egitto-deserto-bianco-deserto-nero
  1. https://www.evaneos.it/egitto/viaggio/destinazioni/1138-deserto-nero/
  1. https://www.cairotoptours.com/it/Guida-turistica-Egitto/Oasi-d-Egitto/La-montagna-di-cristallo#

https://www.quotidiano.net/itinerari/viaggi/tutti-i-colori-del-deserto-egiziano-n8ey8jy6

FOTO DI Silvia Vitrò

Piccola Guida Turistica

IL MUSEO ALL’APERTO

Il museo di Menfi, anch’esso con sede a Mit Rahina, è un’esposizione all’aperto di reperti monumentali del Nuovo Regno ritrovati in zona e riferibili all’antica città; il parco che lo ospita è limitrofo all’edificio coperto costruito attorno alla grande statua distesa di Ramses II, nel quale sono esposti frammenti delle antiche costruzioni ed alcune statue.
Vi sottopongo i più significativi manufatti che si possono ivi ammirare: troverete informazioni dettagliate ed i crediti nella didascalia delle immagini

Necropoli tebane

TT258 – TOMBA DI MENKHEPER

Planimetria schematica della tomba TT258[1] [2] (numerazione in nero[3])

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
MenkheperScriba reale della casa dei figli del reEl-KhokhaXVIII dinastia  (Thutmosi IV ?)

 

 Biografia

Unica notizia biografica ricavabile è il nome della madre: Nay.

La tomba

Alla tomba si accede da un cortile in cui si aprono anche le tombe TT246, TT247 e TT248[6]. Si tratta di un’unica sala rettangolare sulle cui pareti (1 nero in planimetria), su due registri sovrapposti, il defunto e la madre appaiono seduti, seguono (2) quattro persone che recano fiori e frutti e (3) un uomo con fiori. Sulla parete di fondo (4) una nicchia con il defunto e la madre e inno a Osiride[7] mentre un uomo e una donna recano offerte.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 341.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 342.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La numerazione dei locali e delle pareti (in nero) segue quella di Porter e Moss 1927, p. 326.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Le quattro tombe costituivano l’unica casa di Hasan Ahmed el-Gurni (TT245, TT246, TT247, TT248). Fino a tempi molto recenti, infatti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, com’è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      Inno a Osiride (trad. da J. Assmann, “Egypt Solar Religion in the New Kingdom…” New York 1995, p. 112):

Necropoli tebane

TT257 – TOMBA DI NEFERHOTEP

USURPATA DA MAHU

Planimetria schematica della tomba TT257 (numerazione in nero)[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Neferhotep (usurpata da Mahu)Neferhotep: Scriba contabile del grano di Amon; Mahu: Delegato nella dimora di Usermaat-Ra-Setpenra (ovvero il Ramesseum) nei possedimenti di Amon.El-Khokha

Neferhotep: XVIII dinastia  (da Thutmosi IV ad Amenhotep III); Mahu: XIX dinastia  (Ramses II)

 

Biografia

Uniche notizie biografiche ricavabili sono relative a Mahu il cui padre, forse, si chiamava Piay, mentre la moglie era Tawert[5].

La tomba

TT257 presenta forma irregolare con una sala rettangolare, non ultimata, in cui si innalzavano due colonne che, senza soluzione di continuità, si prolunga in analoga struttura appartenente alla TT256 talché la sala stessa appare molto più larga di quanto in realtà sia[6]. Data la forma irregolare non si esclude che intenzione fosse quella di ampliare la struttura a discapito della adiacente tomba TT256 da cui, attualmente, peraltro si accede.

Sulle pareti (1 nero in planimetria[7]) su tre registri sovrapposti, Mahu in offertorio ad alcune divinità; Horus-Inmutef e Thot in colloquio con Osiride accompagnato da da Horus, Shu, Tefnut, Geb e Nut, Ptah-Sokaris e Hathor; scene della processione funeraria verso la piramide con la mummia nel sarcofago trainato da buoi (?). Sulla parete laterale (2) una stele incompiuta con il defunto e la moglie in adorazione della Dea dell’Occidente (Mertseger), resti di testi sacri; ai lati Mahu in offertorio e la moglie in adorazione di Hathor; poco oltre (3) il defunto Mahu.

Sulla parete a destra dell’ingresso, su tre registri, (4) Mahu adora i quattro Figli di Horus; Mahu adora Osiride e Iside; Mahu e la moglie adorano Osiride, Anubi e Thot, rappresentato come babbuino, e la barca di Ra-Horakhti. Poco oltre (5) stele con il testo originale intitolato a Neferhotep; ai lati Mahu e la moglie.

Poco oltre (6), su un pilastro, Mahu in adorazione con testi dedicati a Osiride; seguono (7) Mahu e la moglie in adorazione di Osiride e Iside (?); in tre registri (9) Mahu e la moglie dinanzi ad una divinità non identificabile; Mahu e altri (?) dinanzi a Osiride Iside e Nephtys. Su altra parete (8) in cinque scene, preti dinanzi alla statua del defunto e, su tre registri, Mahu e la moglie adorano Thot e Hathor, e un prete dinanzi a Piay (forse padre di Mahu) e alla di lui moglie. Un corridoio, sulla cui architrave sono visibili ancora testi forse della XVIII dinastia (10) immette in una sala perpendicolare alla precedente, il cui soffitto reca frammenti testuali della XVIII dinastia[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 341.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 341.

[6]      Considerato lo stretto legame architettonico tra le tombe, le numerazioni in planimetria sono state riporta in differente colore: rosso per la TT256; nero per la TT257.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti (in nero) segue quella di Porter e Moss 1927, p. 334.

[8]      Porter e Moss 1927,  pp. 341-342.

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LA STATUA COLOSSALE DI RAMSES II

Il colosso ancora semisepolto nella sabbia, in una fotografia del 1897.
FOTO A QUESTO LINK: egyptmuseum.com/colossus-of-ramesses-ii-at-Menphis-1897

Questa statua, originariamente alta circa 14 metri, è scolpita in un unico blocco di pietra calcarea e mantiene tracce dei colori originari; fu scoperta nel 1820 dall’esploratore Giovanni Battista Caviglia ed è molto ben conservata anche se nel corso dei millenni le gambe e la mano sinistra sono andate perse, rendendo impossibile ricollocarla in posizione eretta.

Il colosso appena liberato dalla sabbia, in una fotografia del 1897.
FOTO A QUESTO LINK: egyptmuseum.com/colossus-of-ramesses-ii-at-Menphis-1897

In origine, insieme ad un’altra identica, mai ritrovata, decorava l’ingresso meridionale del tempio di Ptah; essa venne proposta sia al granduca Leopoldo II di Toscana che al British Museum, ma alla fine rimase in Egitto perchè il trasporto sarebbe stato molto dispendioso e sarebbe stato necessario tagliarla in vari pezzi.
La particolare struttura dell’edificio che la ospita permette di guardarla dall’alto e di apprezzarne I particolari.

Il colosso oggi.
Foto mia

Queste statue colossali finemente dipinte avevano il fine di stupire i sudditi e gli stranieri di passaggio nonchè di magnificare il ruolo ed il potere divino del sovrano.

Egli era spesso rappresentato con indosso i simboli del proprio potere sul paese e sui suoi abitanti: la corona doppia dell’Alto e del Basso Egitto nonchè lo scettro uncinato ed il flagello, simboli di Osiride, primo re d’Egitto.

Il viso della statua, che ho posizionato in verticale per poterne meglio apprezzare la delicatezza.
FOTO A QUESTO LINK: https://www.egypttoursplus.com/memphis-egypt/

In questo caso Ramesse stringe in pugno un rotolo di papiro: per scoprire di cosa si tratta, andate a leggere l’articolo di Patrizia Burlini sul nostro sito, a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/02/08/dimmi-coshai-in-pugno/

Il sovrano veniva altresì rappresentato in modo idealizzato, perennemente giovane, bello e prestante perchè i sudditi dovevano avere la certezza che sarebbe stato in grado di assolvere ai suoi doveri nei confronti del popolo e di salvare l’Egitto dal caos.

Particolare della parte centrale della statua: il gonnellino finemente pieghettato, trattenuto in vita da una cintura recante i cartigli del re, nella quale è infilato un pugnale con la classica impugnatura che termina con due teste di falco contrapposte.
FOTO MIA

Compito del Faraone infatti era quello di mantenere la Maat, difendendo le Due Terre dai nemici, garantendo ordine e giustizia, facendo in modo che il sole sorgesse ogni giorno dopo aver compiuto il suo pericoloso viaggio notturno e propiziando ogni anno la piena del Nilo che rendeva fertile la terra.

Accanto alla gamba destra di Ramesse, in dimensione ridotta, è scolpita l’immagine di uno dei suoi figli, probabilmente Khaemwaese figlio di Isisnofret, che fu Sommo sacerdote del Tempio di Ptah a Menfi e dai 50 anni fino alla sua morte fu principe ereditario, essendo deceduti prima di lui i suoi fratelli maggiori.
FOTO MIA

Per ottenere il favore degli dei il re costruiva templi in loro onore, sulle cui pareti faceva scolpire scene che li rappresentavano mentre ricevevano offerte dal re e gli mostravano la loro approvazione.

http://teachinghistory100.org/objects/about_the_object/

Necropoli tebane

TT256 – TOMBA DI NEBENKEMET

Planimetria schematica della tomba TT256 (numerazione in rosso)[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NebenkemetSupervisore del gabinetto del re; Portatore di flabello; Figlio dell’harem realeEl-Khokha

XVIII dinastia  (Amenhotep II)

 

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile dalla TT256 è il nome della moglie: Ryu[5].

La tomba

TT256 presenta la forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo; al corridoio di accesso segue una sala trasversale che, senza soluzione di continuità, si prolunga in analoga struttura appartenente alla TT257 talché la sala stessa appare molto più larga di quanto in realtà sia[6].

A un breve corridoio, sulle cui pareti (1 rosso in planimetria[7]) sono rilevabili solo i resti di testi sacri, segue la sala trasversale: sulle pareti (2) su due registri, il defunto e la moglie ricevono un offertorio da un uomo e da altri presenti; poco oltre il defunto e la famiglia praticano la pesca e l’uccellagione mentre altri personaggi provvedono alla pulizia degli animali catturati con offertorio alla dea Thermutis; alcuni uomini riempiono giare, in presenza del defunto e della moglie. sulla parete opposta (3) il defunto e resti di scene in cui compaiono asiatici che recano metalli preziosi, lingotti e vasi in presenza di Amenhotep II(?).

Un altro breve corridoio immette in una sala più interna, perpendicolare alla precedente, sulle cui pareti (6), su due registri sovrapposti, sono riportate scene della processione funeraria con uomini che purificano e trainano una statua in presenza del defunto; poco oltre (7) scene di offertorio e, sulla parete opposta (8), resti di scene di caccia. Nella sala trasversale (5) il defunto in offertorio a Thutmosi III (?) con due portatori di offerte tra cui un toro aggiogato. Sulla parete opposta (4 rosso), in due scene, il defunto con la moglie e due figli, di cui non sono riportati i nomi, in offertorio di incensi su un braciere; una coppia seduta, verosimilmente parenti del defunto, e portatori di offerte[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 340.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 340.

[6]      Considerato lo stretto legame architettonico tra le tombe, le numerazioni in planimetria sono state riporta in differente colore: rosso per la TT256; nero per la TT257.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti (in rosso) segue quella di Porter e Moss 1927, p. 334.

[8]      Porter e Moss 1927,  pp. 340-341.

Necropoli tebane

TT255 – TOMBA DI ROY

Roy in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT255[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
RoyScriba reale; Amministratore dei possedimenti di Horemheb e Amon
Dra Abu el-Naga
XVIII dinastia  (Horemheb ?)

 

Biografia

Roy fu Scriba reale e amministratore dei possedimenti di Horemheb, ma proseguì la sua carriera verosimilmente anche durante la XIX dinastia; Nebtawy (o Nebettauy), spesso abbreviato con Tawy, era il nome di sua moglie, Cantatrice di Amon[5].

Altri personaggi femminili sono rappresentati sulle pareti, ma di queste non sono stati riportati i nomi, né i legami con il titolare; analogamente, alcuni personaggi maschili sono identificabili nominativamente come Djehutymes (Thutmosi), Imenemipet e Amenemky, ma anche di costoro non è specificato il rapporto con Roy[6].

La tomba

La tomba è nota dal 1822, quando venne esplorata da Robert Hay per conto del British Museum; pur essendo di piccole dimensioni (circa 4 m di profondità x 1,85 di larghezza) è tuttavia una delle meglio conservate come qualità dell’opera artistica e dei colori delle scene parietali.

Parete meridionale, registro inferiore: la processione funebre

Di forma irregolare e completamente asimmetrica, priva di angoli, ricorda la forma di cartiglio tipica di alcune delle tombe della Valle dei Re (ad esempio KV38 di Thutmosi I). Scavata direttamente nella roccia presenta, alla destra dell’entrata, un pozzo funerario; le pareti, pur non essendo regolari, furono pareggiate con uno strato di malta su cui vennero applicate le pitture.

Parete meridionale, registro inferiore: il sacrario dei vasi canopici accompagnato da dei nobili, forse colleghi di Roy.

Si rileva che alcune delle scene, benché complete sotto il profilo artistico, non sembrano ultimate giacché, pur presentando gli spazi destinati ad accoglierli, mancano testi esplicativi dei personaggi rappresentati e del loro rapporto con il titolare della sepoltura. Il soffitto è decorato con riquadri geometrici policromi intervallati a fiori, a imitazione di un telo da tenda del tipo di quelli che, in altre scene, ricoprono le cabine delle navi. I geroglifici, quando presenti, sono realizzati in nero su sfondo bianco o giallo oro con le colonne intervallate da larghe bande di colore rosso.

Parete meridionale, registro inferiore: la testa della processione funebre con le prefiche piangenti. Una ha una parrucca grigia, probabilmente ad indicarne l’età avanzata

Sulle pareti (1 in planimetria[7]), su quattro registri sovrapposti, uomini che recano un vitello al defunto e alla moglie e scene di aratura di campi di lino; poco oltre (2) su due registri, in cinque scene, brani del Libro delle Porte, un tale Amenemopet, Supervisore al granaio del Signore delle Due Terre, accompagnato dalla moglie, adora Nefertum e Maat mentre il defunto e la moglie adorano Ra-Horakhti e Hathor; poco oltre il defunto e la moglie adorano Atum e l’Enneade, Horus presenzia alla cerimonia della psicostasia mentre il defunto e la moglie sono presentati a Osiride, accompagnato da Iside e Nephtys, dal dio Harsiesi; scene della processione funeraria della mummia, diretta verso la piramide funeraria, con prefiche, dolenti e preti, accompagnata da Anubi. Sulle pareti opposte (3-4) un prete, accompagnato da due donne e dalla moglie, offre libagioni.

Parete meridionale, registro intermedio. Il direttore del Doppio granaio Imen-m-ipet (Amenemipet) e di “sua sorella, sua moglie, la sua amata, la Signora della Casa, la Cantatrice di Amon Mut (tu) y” fanno offerte agli dei. Non è specificato il rapporto tra Roy e Imenemipet.

Sul fondo una nicchia (5) accoglie una stele con la barca di Ra adorata da babbuini con inni dedicati al dio; sopra la nicchia, il faraone Horemheb e la regina Mutnodjemet, con sistri, dinanzi al dio Osiride, al re Amenhotep I (?) e alla regina Ahmose Nefertari e al dio Anubi. Ai lati il defunto in adorazione di divinità femminili.

Dopo la cerimonia della pesatura del cuore, che è molto particolare perché vede sui piatti della bilancia due cuori (non visibili qui) e due figure di Ma’at, Roy e Nebtawi vengono condotti da Horus verso Osiride. Horus indossa la doppia corona.

Probabilmente proviene da questa tomba una statua di Roy, in ginocchio, con una stele, oggi al Metropolitan Museum of Art di New York (cat. 17.190.1960)[8].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 339.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 339.
  5. Porter e Moss 1927,  p. 339.

Foto da osirisnet.net


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 339.

[6]      Gaston Maspero ipotizzò che alcune tombe fossero preparate da vere e proprie agenzie e quindi vendute a chi ne facesse richiesta; ciò giustificherebbe la presenza di figure prive di nome pur in presenza di aree parietali già organizzate per ospitarli.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 334.

[8]      Porter e Moss 1927,  pp. 339-340.

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MENFI, LA PRIMA CAPITALE DELL’EGITTO UNITO

Menfi fu forse la più grande e splendida metropoli del suo tempo, caratterizzata da grandiosi templi, magnifici palazzi, estesi edifici amministrativi e sontuose residenze private; nel periodo della sua massima estensione essa raggiunse probabilmente i centomila abitanti ed oltre ad essere stata per lungo tempo la capitale del regno fu fino al II secolo d. C. un importante centro commerciale e religioso che attirava moltissimi mercanti e pellegrini.

Il Nilo, la città di Menfi nella pianura alluvionale e la necropoli di Sakkara nel deserto: ricostruzione di Jean-Claude Golvin, a questo link: https://jeanclaudegolvin.com/en/memphis/

Oggi della gloria passata non rimangono che modeste tracce per lo più risalenti al Nuovo Regno, al Periodo Tardo ed al Periodo Romano, site nei pressi del villaggio di Mit Rahina, dove alcune statue e frammenti calcarei scolpiti sono esposti in un piccolo museo e nel parchetto limitrofo.

Di ritorno al Cairo ci fermiamo brevemente, più che altro per rendere omaggio a quella che fu la prima capitale delle Due terre unite.

Menfi venne edificata alla fine del quarto millennio a. C. all’ingresso del Delta del Nilo, in una zona insolitamente stretta della valle già abitata fin dal neolitico, dalla quale il Sovrano poteva controllare gli accessi fluviali al Delta ed al Mediterraneo e le numerose rotte commerciali che attraversavano il deserto collegando le oasi del Sahara al Mar Rosso.

Menfi: sulla sinistra il recinto che racchiude il grande tempio di Ptah e tutte le costruzioni ad esso annesse; sulla destra il recinto del tempio di Hathor. Il perimetro della città è segnato da un canale che consente ai natanti provenienti dal Nilo di circumnavigarla e di raggiungere i templi a valle delle piramidi di Sakkara.
Ricostruzione di Jean Claude Golvin, a questo link: https://jeanclaudegolvin.com/en/memphis/

Il fondatore della città fu probabilmente Narmer (chiamato anche Menes), primo sovrano dell’Egitto unificato, tant’è che nella regione si sono ritrovate molte tombe di alti dignitari vissuti durante la I dinastia; il nucleo originario dell’insediamento fu una cittadella fortificata protodinastica simile al complesso funerario di Djoser, costruita in mattoni di fango e circondata da un’imponente cerchia di mura e forseda un canale collegato al Nilo edospitante templi, cortili cerimoniali, palazzi e caserme.

Fantasiosa ricostruzione del tempio di Ptah e del muro bianco, a questo link: https://www.journeytoegypt.com/en/blog/memphis-egypt

Manetone riferisce che il nome più antico dell’insediamento fu “inb-HD” ossia “muri bianchi”, dal nome della cinta muraria in mattoni crudi intonacati di bianco o rivestita di calcare scintillante al sole, che racchiudeva anche il complesso del Tempio di Ptah, ossia la “Casa del Ka di Ptah” (Hut-KA-ptH) che divenne in seguito sinonimo dell’intero paese (Hutkaptah = Aegypto – Egitto).

Alla fine della VI dinastia la città mutò nuovamente il nome in Mn-nfr (“Il duraturo e bello” o “La perfezione è stabile”, tradotto in Memphis dai greci) dal nome del vicino complesso piramidale del sovrano Pepi I che finì per designare tutta la zona.

La città dell’Antico Regno si espanse intorno al nucleo protodinastico a nord di Mit Rahina, vicino alle tombe della I dinastia; in seguito si spostò verso il villaggio in conseguenza dei cambiamenti del corso del Nilo.

Probabilmente fin da allora nella città si trovavano le principali officine reali, con certezza esistite nel Nuovo Regno in quanto documentate da una serie di iscrizioni e fiorenti in epoca tolemaica e romana così come emerge dal ritrovamento di laboratori artigiani e dalla datazione delle ceramiche e degli utensili da cucina in essi rinvenuti in loco dal 2001 ad oggi dalla prof. Galina Belova e dal team del Centro per gli Studi Egittologici dell’Accademia Russa delle Scienze di Mosca.

Menfi divenne subito il centro amministrativo del regno ed acquisì il ruolo di capitale probabilmente con Djoser, che scelse la vicina Sakkara come sede del suo complesso funerario e della sua rivoluzionaria piramide a gradoni; con Userkaf, primo re della V dinastia, la città ebbe uno sviluppo notevole grazie all’edificazione del grandioso tempio in onore del dio Ptah, protettore della città, nonostante il sovrano avesse spostato la necropoli reale ad Abusir ed avesse privilegiato il culto di Ra edificando il primo di una serie di templi solari.

Verso la fine della VI dinastia, in conseguenza del lunghissimo regno di Pepi II, per troppi anni incapace di governare con autorevolezza, il potere centrale cominciò a sgretolarsi ed i nomarchi locali iniziarono a governare in modo indipendente, segnando il tramonto dell’Antico Regno e l’inizio del Primo periodo intermedio.

Nonostante l’incerta situazione politica interna ed il trasferimento della capitale ad Eracleopoli intervenuto tra l’VIII e la IX dinastia, Menfi mantenne il suo prestigio come luogo di culto e lo protrasse anche nel corso del Medio Regno sebbene Mentuhotep II, tebano vincitore della guerra promossa dai suoi predecessori contro i re di Eracleopoli l’avesse spogliata delle sue ricchezze portandole a Tebe, divenuta nuova capitale delle Due Terre.

La Casa di imbalsamazione del Toro Apis, che veniva venerato a Menfi in quanto sacro a Ptah; alla sua morte le sue spoglie mummificate venivano deposte nei grandi sarcofagi del Serapeum. In primo piano la grande lastra di alabastro sulla quale veniva deposto il cadavere del toro per la mummificazione.
FOTO DA INTERNET. SE L’AUTORE LA RICONOSCESSE COME PROPRIA, SARA’ MIA PREMURA RIMUOVERLA O ATTRIBUIRNE LA PATERNITA’

Nel Secondo Periodo Intermedio il Basso Egitto venne conquistato dagli Hyksos che depredarono nuovamente Menfi per abbellire Avaris, scelta come loro capitale.

Con la cacciata degli invasori e la riunificazione dell’Egitto ad opera di Ahmose I ebbe inizio il Nuovo Regno: Tebe divenne il cuore politico delle Due Terre regno mentre Menfi rifiorì come centro religioso e commerciale, mantenendo il suo prestigio anche sotto la dominazione assira, persiana, macedone e romana, pur essendo stata offuscata dallo splendore di Alessandria, trasformata da Tolomeo II in un centro culturale di primaria importanza attraverso la realizzazione della grande biblioteca e dell’università.

Menfi sopravvisse fino al II secolo d.C. quando con l’ascesa del cristianesimo il suo astro tramontò definitivamente in quanto i templi e i santuari cessarono di essere frequentati ed andò in rovina; nel VII secolo d.C., epoca dell’invasione araba i suoi edifici vennero smantellati per riutilizzare i pregiati materiali per la costruzione di Fustat, prima capitale dell’Egitto islamico, assorbita poi dal moderno Cairo.

Cappella di Seti I – foto di Mohamed Badry

Oggi il sito è stato incluso dall’UNESCO nella lista del patrimonio mondiale nel 1979 d.C. come luogo di speciale significato culturale; nonostante ciò Menfi è una città ancora oggi poco investigata, perchè la pianura alluvionale tra il Nilo e Sakkara dove essa sorgeva è oggi sede di campi coltivati, di palmeti, di moderni agglomerati abitativi (il villaggio di Mit Rahina ed i suoi sobborghi) e di strutture turistiche che rendono difficoltosi o addirittura precludono gli scavi.
Solo nel 1985 è stato possibile stabilire con esattezza la posizione del tempio di Ptah e dell’originario insediamento umano, e fino a pochi anni orsono erano stati riportati alla luce solo modesti resti di un tempio del Nuovo Regno forse dedicato al culto di Ramesse II, le vestigia dei palazzi di Merenptah e di Apries (Haaibra Wahibra, sovrano della XXVI dinastia), il famoso colosso di Ramesse II in calcare siliceo ed una grande sfinge in alabastro che in origine doveva trovarsi all’ingresso del tempio di Ptah insieme a numerose altre.

Il nucleo protodinastico dell’insediamento sembrava perduto in quanto in zona non era mai stata trovata alcuna struttura di data anteriore al Medio Regno, sia per l’importante innalzamento della pianura dovuto al limo depositato nei millenni dalla piena del Nilo, sia per il cambiamento del corso del fiume.

Nel 2015 il Centro per gli Studi Egittologici dell’Accademia Russa delle Scienze di Mosca che sotto la guida della Prof. Galina Belova dal 2001 sta scavando a Menfi ha tuttavia effettuato una notevole scoperta nell’area chiamata Kom Tuman, portando alla luce oltre le fondamenta di un massiccio muro difensivo, largo ben otto metri e rivestito su entrambi i lati con un intonaco a base di calcare dallo spessore medio di 5 cm che alla luce del sole appare bianco.
Dopo avere analizzato i riferimenti testuali alla città più antica ed averli confrontati con le testimonianze archeologiche, la prof. Belova è giunta alla conclusione (confermata e condivisa dal ministero delle Antichità egiziano) che si tratti del leggendario “muro bianco” e che Kom Tuman potrebbe essere l’ubicazione dell’antica fortezza egizia, ancora esistente nel 130 d. C. in occasione della visita in Egitto dell’imperatore Adriano e di Antinoo.

Un frammento del muro bianco.
FOTO A QUESTO LINK: https://www.researchgate.net/…/319618302_Kom_Tuman… di G. Belova e di S. V. Ivanov.

In effetti nel rapporto di scavo relativo al 2021 si legge che il muro, tutto intonacato di bianco faceva parte di un massiccio bastione posto a difesa di un grande edificio ad uso militare in uso ancora quantomeno all’epoca persiana; i numerosi strati rinvenuti nell’area hanno testimoniato che l’edificio originario era molto risalente nel tempo e che quello più esterno venne edificato probabilmente nel Nuovo Regno.
La prosecuzione degli scavi non è stata semplice, in quanto si è reso necessario demolire degli edifici moderni ed affrontare l’ostilità della popolazione, al punto che la polizia turistica e il dipartimento di sicurezza di Giza hanno dovuto intensificare la protezione del sito e degli egittologi.

Le varie campagne di scavo hanno inoltre permesso di rinvenire laboratori per la lavorazione del vetro, della maiolica e del rame contenenti fornaci in buone condizioni, crogioli con resti di pigmento blu sulle superfici interne e grumi di pigmento utilizzati per la realizzazione del “blu egizio”, frammenti di vasi in maiolica, amuleti, figurine e stampi in terracotta per la loro produzione, mole, martelli e pietre per lucidare, pesi di varie misure, resti di forni fusori per il rame, oggetti difettosi in leghe di rame e scorie derivanti dalla fusione del rame.

Lo scarico di uno dei laboratori, costituito da due giare poste una dentro l’altra, che conducevano l’acqua fuori dalla stanza.
FOTO A QUESTO LINK: https://www.researchgate.net/…/319618302_Kom_Tuman… di G. Belova e di S. V. Ivanov.

Insieme alle ceramiche di produzione locale ne sono state rinvenute anche altre provenienti dalla Grecia ed anfore cnidie del IV e III secolo a.C..

Nel corso delle campagne successive al 2015 sono continuati a Kom Tuman gli scavi delle rovine del Palazzo di Apries, già noti nel 1909 ed identificati come tali da F. Petrie, e sono venuti alla luce molteplici ambienti; sono stati inoltre iniziati i lavori in un’area denominata “Zona del Tempio” in quanto caratterizzata da numerosi blocchi isolati di granito e pietra calcarea che di solito sono associati ai templi.
Inoltre gli anziani del luogo ricordavano che quando erano giovani si potevano ancora notare enormi colonne affondate nel terreno; nel 2021 inoltre sono stati ritrovati nello strato più recente del terreno frammenti di blocchi con iscrizioni geroglifiche che segnalano l’antica esistenza di un grande edificio, forse il tempio di Mitra citato nelle fonti scritte che lo collocano proprio in questa zona.

Rovine del tempio di Hathor
Foto di pubblico dominio

FONTI:

Piccola Guida Turistica

LA MASTABA DELLA PRINCIPESSA SESHSESHET IDUT

Prima di lasciare Sakkara ci tratteniamo per una velocissima visita alla mastaba di Seshseshet Idut, che sorge nei pressi della piramide di Unas e poco ad est della mastaba di Mehu; dobbiamo però rinunciare a quella di Wathye, anch’essa vicina, perchè chiusa al pubblico.

L’ESTERNO DELLA MASTABA
Foto di Berthold Werner a questo link
https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Saqqara_BW_16.jpg
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Troverete alcune informazioni su questa principessa in un articolo pubblicato sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/la-mastaba-di-seshseshet…/

Io vi proporrò alcune belle immagini dei rilievi parietali della sua mastaba (leggete le didascalie delle foto!) ed alcuni dettagli che serviranno a contestualizzare il personaggio.

LA PRINCIPESSA IDUT. Ella ha un’insolita acconciatura ed indossa un elegante abito bianco con spalline larghe; sta annusando un fiore di ninfea, simbolo di rinascita e di eterna giovinezza.
FOTO A QUESTO LINK: https://www.meretsegerbooks.com/gallery/522/mastaba-of-idut

Idut era probabilmente una delle figlie di Unas, che fu l’ultimo sovrano della V dinastia, in quanto l’unico figlio maschio che egli ebbe dalla Grande Sposa Reale Nebt, il principe Unas-Ankh, morì prima di lui; la principessa venne sepolta a Sakkara nella mastaba che Ihy, visir di Unas, aveva fatto costruire per se stesso vicino alla piramide del suo re.

FAUNA NELLE PALUDI.
Le paludi sulle rive del Nilo erano ricche di fauna: qui sono stati rappresentati uccelli di varie specie che hanno nidificato sugli ombrelli di papiro; alcuni stanno ancora covando le uova (si vedano i nidi posti nella metà inferiore del rilievo), mentre in altri si è già verificata la schiusa e i genitori sono alla ricerca di cibo per i piccoli. Nel nido in alto a sinistra un uccello dal lungo becco sta portando il nutrimento per tre vivaci pulcini che l’attendono, mentre nel nido sulla destra si è appena verificata una tragedia.
Un piccolo carnivoro, forse una mangusta, è riuscito ad afferrare tra i denti un piccolo strappandolo dal nido, mentre i genitori, disperati, svolazzano agitatissimi per metterlo in fuga e salvare il resto della nidiata. In basso sulla destra un altro predatore si sta avvicinando pericolosamente ai nidi.
Al centro, in basso, una bella farfalla tra due eleganti uccellini.
FOTO DI KAIROINFO4U A QUESTO LINK: https://www.flickr.com/…/man…/5298933906/in/photostream/

Si è ipotizzato che Teti, primo re della VI dinastia, lo avesse privato della sua ricca tomba ed addirittura del suo sarcofago perchè si era opposto alla sua successione al trono; nessuno può spiegare con certezza i motivi di questa usurpazione, ma è certo che Ihy asubì un scrupolosa damnatio memoriae, tant’è che nella tomba il suo nome si trova solo una volta.

LA CACCIA ALL’IPPOPOTAMO.
La scena mostra due ippopotami contro i quali i cacciatori hanno scagliato i propri arpioni legati con delle funi, alcuni dei quali sono andati a segno. I pachidermi, inferociti per il dolore, si rivolgono verso gli occupanti delle barche e ruggiscono, spalancando le fauci e mostrando le zanne affilate per incutere timore agli avversari.
FOTO DI SAILKO A QUESTO LINK: https/commons.wikimedia.org/wiki/File:V_dinastia,_tomba_di_idut,_2360_ac_ca._ippopotami.JPG

La mastaba, alla quale si accede dal lato sud, comprende una cappella e dieci ambienti, cinque dei quali decorati e gli altri usati come magazzino.

La prima camera mostra le raffigurazioni convenzionali dell’Antico Regno: uomini sulle barche che pescano, scribi che riscuotono i tributi dai capi villaggio e gli evasori fiscali puniti a bastonate.

IL GUADO DELLA MANDRIA.
Gli uomini sulla barca per indurre la mandria ad affrontare l’attraversamento pericoloso delle acque (il coccodrillo è già in agguato sul fondale) trascinano un vitellino che, spaventato, muggisce e si gira verso la madre che lo segue, e così tutti gli altri bovini.
FOTO DI SEILKO A QUESTO LINK https://commons.wikimedia.org/…/File:V_dinastia,_tomba…

Sulla porta della camera successiva si trova il rilievo di una statua della principessa trainata alla tomba mediante una slitta; nel registro in alto vi è una sfilata di portatori di offerte.

I registri superiori mostrano poi scene di allevamento, di raccolta del papiro e di costruzione di barche, mentre in basso vi sono le raffigurazioni della caccia all’ippopotamo, della pesca con le reti e del guado di un canale da parte di una mandria di bovini condotta da servi a bordo di una barca di papiro.

LA PESCA CON LA RETE E CON LA LENZA.
Due uomini su di una barchetta di papiro che segue quella ben più lussuosa di Idut stanno pescando, uno con una rete e l’altro, seduto davanti, con una lenza dotata di molti ami; quest’ultimo ha un coltello in mano (o un bastone) per uccidere la preda che ha abboccato. La sua pesca è stata fruttuosa, perchè ha di fianco un cesto pieno di pesci. FOTO DI SAILKO A QUESTO LINK: https://commons.wikimedia.org/…/File:V_dinastia,_tomba… 

Le sponde paludose del Nilo sono raffigurate in modo molto naturalistico: nell’acqua nuotano numerosi pesci di diverse specie e vivono uccelli, piccoli animali carnivori, pericolosi coccodrilli ed ippopotami aggressivi.

La parete opposta di questa stanza è dedicata a scene funerarie e i restanti registri mostrano il sarcofago della principessa trainato fino alla tomba, accompagnata da un sacerdote lettore e da ballerini “mww”; sulla parete nord sono ancora raffigurati degli scribi al lavoro.

I MACELLAI
La scena raffigura i servi che macellano un bovino e gli tagliano la zampa, destinata ad essere offerta ad Idut. Essi portano legata alla vita una cote con la quale il primo affila il proprio coltello. Sulla destra altri due si sono caricati sulle spalle una zampa e forse, le costole di un animale e si avviano per deporla sul tavolo delle offerte.
FOTO DI KAIROINFO4U A QUESTO LINK: https://www.flickr.com/…/in/album-72157625687719462/

Un breve passaggio conduce a destra in altre due camere sulle cui pareti sono raffigurati alcuni uomini che portano vitelli da sacrificare mentre altri ingaggiano una battaglia giocosa su barche di papiro.

Le due ultime stanze, la cappella e il vano che la precede erano destinati alla preparazione e alla presentazione delle offerte: Idut compare sulla porta della prima camera, mentre annusa il profumo di un fiore di ninfea; anche qui sono rappresentate offerte e le classiche scene dei macellai che con i loro coltelli affilati uccidono i bovini per preparare le cosce destinate al sacrificio.

LA FALSA PORTA
FOTO DI WMPEARL A QUESTO LINK: https://commons.wikimedia.org/…/Category:Mastaba_of…

Idut è raffigurata anche sulla parete sinistra, seduta ad un tavolo per le offerte con un vasetto di unguento profumato; verso l’estremità del muro si trova una nicchia contenente la falsa porta, fiancheggiata da cinque registri di portatori di offerte.

Lungo la parete di fondo sorge un altare destinato alle offerte per il ka della principessa defunta, sopra il quale è appena visibile una rappresentazione della medesima che le riceve. Una scena simile è raffigurata sulla parete di destra.

IL TRASPORTO DELLA STATUA DI IDUT
Tre servi mediante una corda ed a forza di braccia stanno trainando al serdab la statua della principessa collocata sopra una slitta.
Uno di loro rovescia dell’acqua sul terreno per purificarlo e per renderlo scivoloso in modo da facilitare l’operazione; un quarto personaggio sta compiendo riti davanti alla statua.
FOTO DI KAIROINFO4U, a questo link: https://www.flickr.com/…/in/album-72157625687719462/

La mastaba presenta un serdab sul lato settentrionale, isolata dal resto della cappella; la camera funeraria si trova sul fondo del pozzo sul lato orientale della costruzione e le sue pareti erano decorate con liste di offerte ed offerte.

FONTI:

Kemet Djedu

IL CONTENITORE DEGLI USHABTY DI DJED-MAAT-IUESANKH

Il contenitore degli ushabty di Djed-Maat-Iuesankh è un manufatto ancora ottimamente conservato perciò siamo in grado di farne l’analisi filologica.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici a coloro che non li avessero (ancora) studiati.
Cosa aspettate? È una stupenda ginnastica intellettuale.

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-ii-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-iii-alla…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume):

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (secondo volume):

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/