LE CONCHIGLIE NELL'ANTICO EGITTO

LA COLLANA DI SENEBTISI

La collana di Senebtisi, decorata con conchiglie in oro, ed altri gioielli del suo corredo funerario.

COLLANA CON DECORAZIONE DI CONCHIGLIE D’OSTRICA IN ORO
Questa delicata collana è un frammento di un più lunga, costituita da tre file di perline in oro, maiolica, corniola e turchese alla quale sono sospese 25 conchiglie in oro.
Dimensioni: L. 27,2 cm; guscio: 1,1 × 1 cm.
Numero di adesione: 07.227.8
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545153

Come già detto le conchiglie erano un motivo ornamentale molto apprezzato anche dai reali del Medio Regno, che se ne servivano per abbellire i propri gioielli; alcuni di essi sono giunti fino a noi ed ora ve li mostrerò.

I più antichi, risalenti al primo Medio Regno, appartennero a Senebtisi, una nobile vissuta intorno al 1800 a.C. (XII dinastia), nota solo per il suo ricco corredo funerario, trovato nel 1907 a Lisht nord, fossa 763, da una missione del MET di New York, ove oggi tali reperti si trovano.

La sua tomba inviolata si trovava in una camera sotterranea posta in fondo ad un pozzo funerario che sorgeva vicino al complesso di Senwosert, visir di Senwosret I ed Amenemhat II, per cui si è ipotizzato che potesse essere sua figlia.

In realtà i suoi beni non hanno fornito indizi sull’identità dei suoi genitori o di suo marito, nè sull’importanza della sua famiglia; ella viene semplicemente definita come Sathapy (figlia di Apis) e Signora della casa, ma la tomba era così ricca da escludere che potesse appartenere ad una persona comune.

La mummia di Senebtisi era stata inumata in tre sarcofagi di legno mal conservati, il più interno dei quali antropoide, ed indossava tre ampi collari, bracciali, cavigliere, diverse collane di perline ed aveva allacciata alla vita una cintura dalla quale pendono file di perline; nella tomba furono altresì rinvenute armi e insegne reali; accanto ai sarcofagi, in una nicchia, si trovava una cassa con i quattro vasi canopi ed ai piedi di essi erano stati deposti molti vasi di terracotta.

Il gioiello con le conchiglie è modesto; vi mostro anche altri pezzi più significativi del corredo funerario.

GREMBIULE DI PERLINE DI SENEBTISI
Questo grembiule funerario era destinato ad adornare la mummia della nobildonna; la parte della vita è costituita da perline in maiolica verdi e nere composte in modo da formare un motivo geometrico; nella parte centrale si trova una placca in oro recante il nome della principessa scritto in caratteri geroglifici (da destra a sinistra) Dalla cintura pendono file di perline di diversa forma, la prima delle quali rappresenta un fiore di ninfea o un ombrello di papiro, simboli dell’Alto e del Basso Egitto. Dal centro della parte posteriore pende uno stretto tubolare di perline intessute bianche e nere che si allarga in fondo per simulare il ciuffo finale di una coda.
Dimensioni: Lunghezza della cintura senza fibbia: 51,9 cm; lunghezza massima delle file di perline 47 cm (la coda).
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/692411 
FRAMMENTI DEI BRACCIALI DI SENEBTISI in oro e faience
Dimensioni: L. 7 cm
Numero di adesione: 08.200.26
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544131
COLLARE DI SENEBTISI
Questo collare è costituito da perline in maiolica, oro, corniola, turchese e decorato con teste di falco e pendenti a foglia originariamente in gesso dorato, restaurati in argento dorato. Gli occhi dei falchi erano originariamente perline, oggi sostituite in gesso.
Dimensioni: diametro esterno 25 cm; ampiezza massima 7,5 cm.
Numero di adesione: 08.200.30
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/692410
DIADEMA DI SENEBTISI
Questo fragile diadema di filo d’oro è stato trovato sulla testa della mummia di Senebtisi ed è unico nel suo genere.
Dimensioni: H. 3,4 cm; Circonferenza 56,5 cm.
Numero di adesione: 07.227.6lA
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544229
ROSETTE DECORATIVE DI SENEBTISI
In passato si pensava che queste rosette in lamina d’oro fossero decorazioni per parrucche. Uno studio dettagliato delle fotografie della sepoltura le mostra raggruppate, suggerendo che fossero cucite su un pezzo di stoffa arrotolata o piegata, piuttosto che distanziate sui capelli. Le rosette venivano usate per decorare finte pelli di leopardo e mantelli o drappi funerari (si veda, ad esempio, il drappo di Tut decorato di stelle). Date le piccole dimensioni delle rosette sembra molto probabile che provenissero da un mantello.
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544230

https://en.wikipedia.org/wiki/Senebtisi

Kemet Djedu

HATSHEPSUT (ancora al femminile!)

Questa statua della celeberrima regina Hatshepsut è interessante perché, all’epoca, le iscrizioni sono ancora tutte al femminile!

Visto che l’immagine è abbastanza chiara possiamo tentare insieme di farne l’analisi filologica.


Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha ancora studiati. Qui di seguito avete una proposta per uno strumentario completo, qualora decideste di cimentarvi in questa stupenda ginnastica intellettuale.

GRAMMATICA EGIZIA

(I liv.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-i-alla…/

(II liv.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-ii-alla…/

(III liv.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-iii-alla…/

DIZIONARIO EGIZIO – ITALIANO 12000 LEMMI IN GEROGLIFICO

(I vol.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

(II vol.): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Piccola Guida Turistica

IL DESERTO BIANCO

FOTO DI SILVIA VITRO’
“Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi affinché l’uomo possa viverci, e il deserto affinché possa ritrovare la sua anima“. Detto tuareg

Al tramonto il disco solare che si abbassa all’orizzonte incendia l’ambiente circostante con una luce arancione che piano piano scolora nel rosa e poi nel grigio mentre cala il buio; Silvia ed io raggiungiamo una piccola altura dalla quale si gode una vista spettacolare a 360° e cominciamo a scattare fotografie a raffica, conquistate dalla bellezza del momento e del luogo.

FOTO MIA

Nel frattempo la nostra guida ha predisposto il campo nei pressi di un’imponente formazione rocciosa, coprendo con dei tappeti un’area dello spiazzo sabbioso accanto alla jeep e proteggendola con un paravento realizzato con teli multicolori, quindi, aiutato da Silvia che sbuccia le patate, prepara la cena a base di pollo alla griglia e verdure.

Ecco l’area nella quale ci accampiamo.
Foto di Silvia Vitrò
Il bivacco davanti al roccione
FOTO DI SILVIA VITRO’
Il campo.
FOTO DI SILVIA VITRO’

Il profumino delizioso del cibo in cottura attira un piccolo fennec, evidentemente abituato alla presenza discreta degli uomini, che a debita distanza si disseta con l’acqua che gli mettiamo a disposizione in un bicchiere.

il piccolo fennec ha sentito il profumo del pollo alla griglia!
FOTO DI SILVIA VITRO’
Le impronte lasciate dal nostro piccolo amico dalle grandi orecchie.
FOTO DI SILVIA VITRO’

Tornerà di notte molto più spavaldo, e al debole chiarore del fuoco che si sta spegnendo si avvicinerà al punto da poterlo accarezzare solo allungando la mano: restiamo immobili per non spaventarlo e lo osserviamo mentre gironzola indisturbato alla ricerca di qualche cosa di buono da mangiare, lo sentiamo rovistare e alla fine, probabilmente dopo aver trovato gli avanzi del pollo, lo vediamo trotterellare via.

Per dormire ci stendiamo su materassini posti uno accanto all’altro: siamo lontanissimi dalla “civiltà”, soli nella notte illuminata dai bagliori del fuoco, dalla luna e da un milione di stelle splendenti che sembrano enormi e talmente vicine da poterle toccare, ma ci pervade una sensazione di grande pace, al punto che non vorremmo cedere al sonno per goderne il più possibile.

La vastità del deserto, il silenzio, la solitudine, il cielo e la via Lattea sopra di noi ci fanno sentire parte dell’Universo e ci riportano alla nostra vera dimensione. Lì l’uomo non è il padrone del mondo, è solo un granello di sabbia in mezzo a miliardi di altri granelli di sabbia.

FOTO DI SILVIA VITRO’

Al mattino, il sole si leva presto ed implacabile e la guida ci prepara una colazione degna di un grand’hotel, quindi smonta il campo e ci accompagna a vedere le formazioni rocciose note per la loro forma curiosa: la Sfinge, il Coniglio, Nefertiti, il Pollo ed il Fungo.

Le rocce dette “il pollo e il fungo”
FOTO DI SILVIA VITRO’
La via lattea illumina la roccia chiamata “il coniglio”.
FOTO DA INTERNET

E’ con una punta di tristezza che ci rimettiamo in viaggio verso la civiltà; sarebbe stato bello spingersi verso le Oasi più a Sud ed il Grande Mare di Sabbia….. però si dice che quando si riparte dal deserto, non lo si lascia mai per sempre…. e così cominciamo a sognare il prossimo viaggio.

FOTO MIA

Il mio racconto termina qui; spero di essere riuscita a coinvolgervi ed auguro ad ognuno di voi di poter andare in Egitto, o di tornarvi, perché le emozioni che questo fantastico paese comunica vanno ben oltre il descrivibile.

Piccola Guida Turistica

LA PORTA DEL DESERTO BIANCO

E LA VALLE DI AGABAT

L’uscita dello stretto passaggio che sbuca nella valle di Agabat
FOTO MIA

Ad un tratto, d’improvviso, all’uscita di uno stretto passaggio un grande scivolo di sabbia dà accesso all’ampia valle di Agabat, considerata “la porta del Deserto Bianco”; si tratta di un’area anticamente percorsa da un fiume, caratterizzata da formazioni rocciose a forma di pandizucchero che si ergono dal terreno coperto di sabbia arancione e da placche calcaree.

L’ultima parte dello scivolo di sabbia e le formazioni a pandizucchero della Valle dell’Agabat
FOTO MIA

Procedendo lungo la valle il paesaggio si apre e le montagnole dorate sono piano piano sostituite da una foresta di jargangher, le ben note formazioni che caratterizzano il Deserto Bianco, createsi nel corso dei millenni a causa dell’azione del vento e della sabbia.

Esse si ergono dal terreno ricoperto di placche di un bianco lunare e rendono il paesaggio surreale e affascinante: enormi funghi di pietra, pinnacoli ed alti monoliti all’interno dei quali si aprono delle caverne chiamate stargates, talvolta utilizzate come tana dai fennec, le piccole volpi del deserto dalle grandi orecchie.

Si cominciano a vedere i primi “funghi” del deserto bianco.
FOTO MIA

Queste formazioni rocciose contengono microrganismi marini e conchiglie fossili che provano che 40 milioni di anni fa la depressione di Farafra era sommersa dal mare; dopo il ritiro delle acque la zona si è trasformata in una savana erbosa disseminata da alberi e bassi arbusti (ancora oggi sono presenti oltre 300 sorgenti sotterranee che permettono la coltivazione di ulivi e palme da dattero), popolata da rinoceronti, leoni, gazzelle, vari erbivori e nuclei umani che circa cinquemila anni orsono, in seguito alla progressiva desertificazione, si spostarono verso la valle del Nilo in cerca di migliori condizioni di vita.

Eccoci finalmente arrivati!

Qui il tempo sembra essersi fermato: il paesaggio è immobile, il silenzio è assoluto, la luce è abbagliante e non si vedono segni del passaggio dell’uomo: la sabbia dorata è compatta ed intervallata dalle ampie placche gessose, le tracce lasciate dalle jeep dei precedenti visitatori sono state cancellate dal vento, e solo un minuscolo focolare con poca cenere e pezzetti di legno combusto prova che qualcuno, prima di noi, si è accampato lì.

Uno stargate.
FOTO MIA

La nostra guida trova un grande spiazzo accanto ad alcune varie formazioni rocciose e si dedica ad allestire il campo, mentre noi cominciamo ad esplorare, portandoci sulla sommità di una collinetta dalla quale si può godere un panorama stupendo e dove ci fermiamo in attesa del tramonto, scattando fotografie a raffica.

Piccola Guida Turistica

IL PARCO NAZIONALE DEL DESERTO BIANCO

E LA LEGGENDA DELLA PIETRA DELLA PROFEZIA

Lasciati alle spalle il Deserto nero e la montagna di cristallo si continua verso sud ovest in un ambiente desolato fino a raggiungere i margini della depressione di Farafra, a circa 370 km dal Cairo, dove inizia il Deserto bianco (Sahara el Beyda), che prende il nome dal colore delle sue rocce calcaree e gessose e che si estende per oltre 2000 chilometri quadrati fino a Siwa a nord e al confine con la Libia a ovest.

Perchè possiate localizzare la zona nella quale si trovano i luoghi desertici descritti in questi post, ho inserito questa mappa: si nota la strada che parte dal Cairo in direzione sud ovest verso l’oasi di Bahariya, si immette nel Deserto Bianco, raggiunge l’Oasi di Farafra e poi prosegue verso le Oasi di Dakhla e Kharga.
CARTINA TRATTA DA QUESTO SITO: https://medium.com/…/the-white-desert-in-egypt…

Nel 2002 al fine di proteggere l’area, le cui placche nivee rischiano di frantumarsi a causa del continuo passaggio delle jeep dei turisti, è stato istituito l’omonimo Parco Nazionale, il cui accesso è contingentato e necessita di particolari permessi.

Oltre ad un settore del Deserto Bianco comprende anche le Oasi di Farafra, di Ain El Maqfi ed Ain El Wadi, parte del Grande Mare di Sabbia ed il Wadi Hennis, per complessivi 300 chilometri quadrati.

Lungo la via ci si ferma in una minuscola oasi dove una sorgente d’acqua alimenta una grande piscina in cemento nella quale ci si può immergere per trovare refrigerio, ma preferiamo sostare solo brevemente per raggiungere la nostra meta prima possibile.

La fresca acqua sorgiva che viene convogliata nella piscina; sullo sfondo il deserto nero. Grazie ad un’istallazione di pannelli fotovoltaici, la piccola oasi dispone anche della corrente elettrica.
FOTO MIA

Per raggiungere il parco nazionale è necessario lasciare la strada asfaltata e seguire piste sabbiose non tracciate che solo le guide locali conoscono.

La tappa successiva è un’ampia zona gessosa coperta da innumerevoli sassolini neri: ve ne sono di tubolari lunghi due o tre centimetri, altri tondeggianti e grandi come una ciliegia, altri ancora dalle forme stellate: sembrano lapilli eruttati da un vulcano primordiale o minuscoli meteoriti piovuti dal cielo in un’era lontanissima.

LE PIETRE DELLA PROFEZIA sono rocce pseudomorfe, il che significa che i minerali dai quali erano originariamente composte (marcasite e pirite) sono stati sostituiti nel corso di milioni di anni da altri (limonite ed ematite – tutti ferrosi, ed è per questo che sono così pesanti-) ma hanno mantenuto la struttura cristallina originaria.
FOTO DA SITO DI VENDITA INTERNET

Li raccogliamo per guardarli meglio, e ci rendiamo conto che sono molto pesanti: la guida le chiama “fiori di pietra”, ma scoprirò in internet che sono le cosiddette “pietre della profezia”, rocce piuttosto rare delle quali sono stati trovati solo pochi depositi.

PERCHE’ SI CHIAMANO PIETRE DELLA PROFEZIA?Secondo la leggenda queste misteriose pietre vennero così chiamate dal beduino che per primo, nella notte dei tempi, le trovò e ne sperimentò il potere, perchè ne tenne in mano una mentre meditava ed ebbe una visione profetica.
FOTO DA SITO DI VENDITA INTERNET
Chi ci crede ritiene che esse siano un potente strumento di guida spirituale, che aiutino a capire quale sia il percorso della propria vita e quali siano i passi da compiere, che stimolino il Terzo Occhio permettendo di intuire gli eventi futuri, che migliorino la memoria e la capacità di pensare con chiarezza, che aiutino a raggiungere stati di meditazione più profondi ed a compiere viaggi astrali. In internet se ne trovano in vendita anche ad oltre 100 Euro l’una!
FOTO DA SITO DI VENDITA INTERNET

Nella didascalia delle immagini troverete informazioni più approfondite in relazione alla leggenda dalla quale hanno tratto il nome questi cristalli ed ai loro incredibili poteri; inoltre vi suggerisco di andare a guardare a questo link le belle foto scattate da Andrea Vitussi all’area ed alle pietre di molte forme differenti: .

https://www.facebook.com/share/p/urCPnRYLfEKhoQRa

Man mano ci si avvicina alla meta il percorso si fa molto più avventuroso: bisogna affrontare dune ondulate nelle quali le ruote della jeep rischiano di affondare, zigzagare tra le rocce che creano quasi una barriera protettiva a quel mondo incantato.

Ad un tratto, d’improvviso, all’uscita di uno stretto passaggio il Deserto bianco rivela il primo dei suoi mille volti, lasciandoci ammutoliti di fronte a tanta bellezza….. appuntamento al prossimo post!

FONTI:

Necropoli tebane

TT260 – TOMBA DI USER

Planimetria schematica della tomba TT260[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
UserPesatore di Amon (?); Supervisore delle terre arate di Amon (?)Dra Abu el-Naga

XVIII dinastia  (Thutmosi III ?)

Biografia

Unica notizia biografica, ricavabile da un cono funerario, il nome della moglie: Nubemweset[5].

La tomba

Costituita da un’unica sala rettangolare, presenta sulle pareti: (1 in planimetria[6]) su due registri, una fanciulla che prepara un letto e una fanciulla, con due aiutanti, che sistema cuscini su un sedile; su altra parete (2) un prete in offertorio al defunto, alla moglie e ad una piccola fanciulla (forse la figlia, ma non ne è indicata l’identità); su tre registri sovrapposti, scene del corteo funebre verso la Dea dell’Occidente Mertseger) e del Pellegrinaggio ad Abydos.

Il sarcofago trainato con scrigni e alcuni mimi; in una scena minore, buoi che arano un campo, un liutista e una suonatrice di nacchere, alcune fanciulle in atto di offertorio e i resti di scene di preparazione dei cibi. Sulla parete opposta (3) scene di banchetto in presenza del defunto e della moglie, inclusa una fanciulla con un’arpa da spalla e i resti del testo di una canzone.

Sul lato corto a ovest, una nicchia (4) contenente una stele con scena di offertorio e testi sacri. Sui lati Anubi-sciacallo e, su quattro registri, riti sulla mummia[7].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 343.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 343.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 334.

Necropoli tebane

TT259 – TOMBA DI HORI

Planimetria schematica della tomba TT259 (numerazione in rosso)[1] [2]

Epoca:                                   Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
HoriScriba di tutti i monumenti del dominio di Amon; Capo dei disegnatori nella casa dell’oro del dominio di AmonSheikh Ab del-Qurna

Periodo Ramesside

Biografia

Huy, prete wab[5] di Amon, fu il padre di Hori; Bekhetptah fu sua madre e Mutemwia sua moglie[6].

La tomba

L’accesso alla tomba si apre in un cortile in cui si trova anche quello alla TT138. Si sviluppa, dopo un breve corridoio di accesso, in una sala trasversale asimmetrica.

Sulle pareti (1 rosso in planimetria[7]) i resti della processione funeraria comprese mucche e vitelli, prefiche, il sarcofago trainato da uomini con stendardi e dolenti.

Sul lato corto (2), su due registri sovrapposti, un prete lettore[8] dinanzi al defunto assiso con una tavola dinanzi a se che reca un falco al centro; processione funeraria verso la piramide con una stele che rappresenta la Dea dell’Occidente (Mertseger).

SU altra parete (3) i resti di scene di banchetto funebre (?), un uomo con vaso per libagioni e il defunto con la famiglia (?); poco oltre (5) il defunto adora Osiride, Iside e Nephtys. Sulla stessa parete (4), aldilà di una nicchia, il defunto adora Ra-Horakhti, Maat e Hathor. Nella nicchia (6) sulel pareti laterali un uomo dinanzi al defunto e alla moglie; sulla parete di fondo il defunto seduto dinanzi a suo padre. Il soffitto reca decorazioni rappresentanti uva[9].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 342.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 342.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 248.

[8]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

Kemet Djedu

IL SEMA-TAUI DI SESOSTRI I

In data odierna Giorgio De Nunzio ha pubblicato un post con il quale ci parla della simbologia del SEMA-TAUI. Il post lo potete trovare qui: https://www.facebook.com/…/permalink/1758335088303188/

Vediamo insieme la sua analisi filologica.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno studiati.

Per chi volesse approfondire il tema dei nomi dei sovrani egizi non posso che consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia numero 22 IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

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SARCOFAGO DI BAKENMUT

Sarcofago di Bakenmut, padre (sacerdote) di Amon

Legno dipinto

Altezza cm 208

Tebe Ovest (località esatta sconosciuta)

Cleveland Museum of Art

I sarcofagi egizi erano decorati sia all’esterno che all’interno, essi erano la rappresentazione delle tombe e la decorazione è compatibile ai dipinti dei sepolcri.

I più bei sarcofagi risalgono ai primi anni del I millennio a. C., quando la tradizione delle tombe decorate scomparve quasi del tutto

Bakenmut era un sacerdote di rango nel tempio di Amon – Ra a Karnak.

La decorazione sul fondo del sarcofago è divisa in quattro registri.

La figura più grande nel secondo registro raffigura Thutmosi III,. faraone della XVIII Dinastia, che in cominciò a essere venerato nella zona di Tebe a partire dalla fine del Nuovo Regno.

La figura che rappresenta le offerte davanti al sovrano probabilmente è Bakenmut stesso.

Le tre divinità nel registro sottostante rappresentano diverse forme del dio sole.

Nel terzo registro è visibile un altro sovrano della XVIII Dinastia Amenofi I, rappresentato seduto, con di fronte due figure mummiformi, Bakenmut e la sua sposa.

I due uccelli dalla testa antropomorfa, nel registro inferiore, sono le raffigurazione del Ba del defunto.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Fotografie: The Cleveland Museum of Art

Piccola Guida Turistica

LA MONTAGNA DI CRISTALLO

Abbandonato il Deserto nero ci dirigiamo verso sud e ci fermiamo nei pressi di una collina chiamata Montagna di Cristallo, costituita da agglomerati di grandi cristalli di barite e di calcite (non di quarzo come si legge quasi ovunque) sui quali si riflettono i raggi del sole. Essi sono il risultato di un processo di cristallizzazione unico, che ha avuto luogo milioni di anni fa, a quanto pare quando un grande meteorite colpì la Terra causando temperature molto elevate.

Queste straordinarie formazioni rocciose vennero scoperte per caso alcuni decenni orsono, quando la collina venne scavata ed il materiale ottenuto fu utilizzato per la realizzazione della strada da Bahariya a Farafra; per salvaguardare il luogo lo Stato l’ha incluso nel White Desert National Park ed ha introdotto il divieto assoluto di asportare frammenti di cristalli, anche se essi si trovano nella sabbia, staccati dall’agglomerato principale.

Per ulteriori interessanti informazioni di carattere geologico, vi suggerisco di leggere l’articolo a questo sito:
https://www.b14643.de/Sahara/Crystal-Mountain/index.htm


Per visualizzare meglio la straordinaria composizione di queste rocce, vi suggerisco di aprire le fotografie.

FOTO MIE E DI SILVIA VITRO’