classificata da Jean-François Champollion con il n.ro 20
Biografia
Unica notizia biografica ricavabile, il nome della moglie Nefertere[7].
La tomba
TT347 si presenta con una sala trasversale e un inizio di sala longitudinale che lasciano intendere una planimetria a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Sulle pareti della sala trasversale: Osiride (?) seduto con due altre divinità femminili (1 in planimetria); su tre registri sovrapposti (2) il defunto con il suo entourage e resti di scene della processione funebre con barche e dolenti, macellai e portatori di suppellettili funerarie; il defunto su una barca trainata da otto uomini (3); il defunto e la moglie seduti (4)[8]
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
[1] Classificata da Jean-François Champollion con il n.ro 20
[2]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[3]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Amenhotep: Sovrintendente delle donne dell’harem reale della Divina Adoratrice Tentopet; (Penra) Comandante dei Medjay, Sovrintendente della terre di Siria[6]
Sheikh Ab del-Qurna
Amenhotep: XX dinastia (Ramses IV); (Penra)XIX dinastia (Ramses II)
Biografia
Nessuna notizia biografica ricavabile. Il ritrovamento, in un pozzo del cortile di TT346, di un Cono funerario intestato a Penra ha fatto supporre che originariamente la tomba fosse di costui, poi usurpata da Amenhotep[7].
La tomba
TT346 sui apre in un cortile da cui si accede anche alla TT403. Planimetricamente ripete la forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo, ma solo nel corridoio di accesso è leggibile una scena parietale (1 azzurro in planimetria) con, in alto, un testo dedicatorio sovrastato dal defunto seduto mentre più in basso un uomo e una donna si fronteggiano[8]
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Prete wab[6]; il Figlio più grande (primogenito)[7] di Thutmosi I
Sheikh Ab del-Qurna
XVIII dinastia (Thutmosi III)
Biografia
Senidhout era il nome del padre, Takhrod quello della madre e Neferhotep il nome di un fratello; Renay il nome della moglie[8].
La tomba
Da un cortile antistante, un breve corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria) il defunto e la moglie offrono incensi e preparano offerte per la Festa del Nuovo Anno. immette in una sala trasversale che precede una sala longitudinale, ortogonale alla prima, nella caratteristica forma a “T” rovesciata propria delle sepolture del periodo.
Sulle pareti della sala trasversale: una fanciulla in offertorio al defunto e alla moglie e due file di uomini, con oli e lampade, e due di donne con unguenti e abiti. Poco oltre una stele (3) con due registri sovrapposti: il defunto in adorazione di Osiride e di Anubi e due figlie (di cui non viene indicato il nome) che offrono unguenti e abiti ai genitori durante una festa dedicata a Nehebkau[9]; sui lati della stele, inni dedicati a Osiride e Anubi.
Poco oltre (4) un prete conteggia il grano in presenza del defunto e della moglie. Su altra parete (5) il defunto e la moglie ricevono doni per la festa del Nuovo Anno in onore di Nehebkau mentre, su tre registri, si svolge un concerto tenuto da musiciste (tra cui una suonatrice di flauto doppio), suonatrici di tamburelli e arpiste, in presenza di pubblico.
Sul lato corto (6), in doppia scena, il defunto in offertorio ai propri genitori e al fratello Neferhotep e a sua moglie, sotto la cui sedia è nascosta una scimmia che mangia una cipolla; poco oltre (7), il defunto e la propria famiglia in scene di uccellagione e pesca. Nel corridoio che immette nella sala longitudinale (8), un uomo (?) adora Osiride. Sul soffitto testi di Mery, Sovrintendente dei lavoratori dei campi di Amon, verosimilmente titolare originario della tomba che deve, perciò, intendersi usurpata da Amenhotep[10].
Proviene dalla TT345 una statua lignea del defunto (?) e della moglie dedicata dal figlio “Akheperkarsoneb, Prete di Aakheperkara (Thutmosi I)” oggi al Museo Puškin delle belle arti (cat. 1.1.a. 2103 e 2099), Golenishchev Collection (cat. 1005-1006)[11]
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità
[7] Come il titolo “Padre del Dio”, con riferimento al re, anche il titolo di “Primogenito” del re poteva essere del tutto simbolico e rappresentare solo un particolare legame o favore con il regnante; è il caso di Amenhotep che, infatti, dalle notizie biografiche ricavabili dalla sua tomba, risulta avere genitori non di lignaggio reale.
Museo Egizio di Torino, Suppl. 8316/02 = Suppl. 8431
Le mummie di Kha e Merit non sono mai state sbendate, ma gli esami radiologici hanno permesso uno sbendaggio virtuale che ha permesso di conoscere gli oggetti rituali che li hanno accompagnati nella sepoltura.
La mummia di Kha porta una particolare collana formata da numerosi dischi chiamata “shebyu”, che il re donava come “Oro dell’Onore” ai suoi funzionari più capaci e che Kha ha ovviamente voluto indossare nel suo viaggio ultraterreno. Kha porta inoltre una catenella con appeso uno scarabeo del cuore, un paio di larghi orecchini, due bracciali e due cavigliere, cinque anelli e due amuleti a forma di cobra e di nodo di Iside, rispettivamente collocati sul petto e sulla testa
Abbiamo quindi potuto scoprire che la mummificazione sarebbe avvenuta per semplice immersione in bagno di natron (non ci sono segni di eviscerazione, quindi non ci sono vasi canopi per la conservazione degli organi interni).
Nella proiezione laterale si capiscono bene le dimensioni dei gioielli indossati da Kha nella sepoltura
Le mummie furono esaminate ai raggi X negli anni ’60, e la conclusione di allora fu che, nonostante lo status di Kha e Merit, la mummificazione fosse stata fatta in maniera frettolosa e “povera”. Si ipotizzò addirittura che fossero stati semplicemente bendati e sepolti. Le indagini successive con la TAC hanno mostrato invece che i corpi sono molto ben conservati (soprattutto quello di Kha).
Il cervello di Kha non è stato estratto, come è evidenziato dalle frecce (da: Bianucci, Raffaella, et al. “Shedding new light on the 18th dynasty mummies of the royal architect Kha and his spouse Merit.” PloS one 10.7 (2015): e0131916.)
La mummia di Kha ci mostra che era alto circa 170 cm (168 all’ultimo esame nel 2014). Fu mummificato con le braccia distese lungo i fianchi e le mani sul pube. Era anziano per l’epoca, intorno ai 60 anni, quasi completamente sdentato (curiosamente aveva perso premolari e molari ma aveva mantenuto gli incisivi) e con segni di aterosclerosi e di artrite. Mostra anche la frattura di una vertebra, probabilmente un infortunio sul lavoro
La mummia di Kha indossa due grandi orecchini in oro, una collana in dischi d’oro e sei anelli. Kha è uno dei primi esempi di un personaggio egizio di sesso maschile che indossava grandi orecchini ad anello, molto spessi. Si pensa che questa “moda” sia stata importata dalla Nubia alla fine della XVII Dinastia. La collana invece è l’Oro dell’Onore, la massima onorificenza donata dal Faraone a chi si distingueva particolarmente nei suoi compiti. Si calcola che pesi tra un chilo ed un chilo e mezzo. La ricostruzione fa vedere molto bene anche lo scarabeo del cuore, probabilmente con inciso sul retro una delle formule magiche del Libro dei Morti. Sulla fronte, in posizione inusuale, una testa di serpente (ureo) normalmente posizionata sul collo del defunto. La posizione sulla fronte (come per l’ureo dei Faraoni) ha lasciato supporre un particolare onore reso dagli addetti alla mummificazione. Sotto l’Oro dell’Onore, un Nodo di Iside (“tiet”) probabilmente in pietra rossa. Due ornamenti in foglia d’oro avvolgono entrambe le braccia. Da: Bianucci, Raffaella, et al. “Shedding new light on the 18th dynasty mummies of the royal architect Kha and his spouse Merit.” PloS one 10.7 (2015): e0131916.
La scelta di non sbendare le mummie è ovviamente comprensibile, ma su cui si può discutere; è un peccato non poter ammirare i gioielli di Kha e Merit “dal vivo”, ma in fondo sono rimasti dove dovevano essere. Un eterno dilemma in questo campo.
Fonti:
Museo Egizio di Torino
Martina, Maria Cristina, et al. “Kha and Merit: multidetector computed tomography and 3D reconstructions of two mummies from the Egyptian Museum of Turin.” Journal of Biological Research-Bollettino della Società Italiana di Biologia Sperimentale 80.1 (2005).
Bianucci, Raffaella, et al. “Shedding new light on the 18th dynasty mummies of the royal architect Kha and his spouse Merit.” PloS one 10.7 (2015): e0131916.
La bara più interna di Kha, che conteneva la sua mummia, è anch’essa di pregevolissima fattura, interamente ricoperta da foglia d’oro posata su uno strato di gesso, a testimonianza ulteriore della posizione altolocata del defunto.
La bara antropomorfa interna di Kha è completamente dorata; la foglia d’oro è stesa su un finissimo strato di gesso su cui sono modellati a rilievo le figure e le iscrizioni, che riprendono i testi già osservati sul sarcofago intermedio. Il viso è impreziosito da occhi in pasta di vetro intarsiato. Nekhbet protegge nuovamente il petto appena sotto le braccia incrociate
Era originariamente decorata da ghirlande floreali, e completa un “percorso” di rigenerazione: dal nero del sarcofago esterno alla luce dell’oro, passando attraverso la bara esterna dove dove gli esseri divini e i testi sacri sono mostrati “solarizzati” sullo sfondo nero.
Kha ha riposato qui nella sua tomba per più di 33 secoli prima della scoperta della Missione Archeologica Italiana
L’espressione che è stata conferita al volto di Kha nella bara interna è di serenità estrema
Viene così ricreata la “camera sepoltura di Osiride” o “camera d’oro”, quel luogo segreto e magico in cui Osiride si unisce a Ra, la cui luce, come l’oro, risplende in eterno, nel percorso di resurrezione che si trasla anche al defunto.
I dettagli anche in questo caso sono estremamente ben curati
Iside raffigurata sulla parte inferiore della bara, un particolare spesso presente durante il Nuovo Regno e che ritroveremo sulle bare di Tutankhamon
Insieme alla bara esterna di Kha ed al suo sarcofago, rappresenta quindi uno dei reperti (a mio personalissimo parere) più simbolici ed affascinanti del Museo Egizio di Torino.
Duamutef, uno dei quattro figli di Horus, raffigurato sulla bara interna di Kha
Fonti:
Museo Egizio di Torino
Sousa, R. (2019). Gilded flesh: coffins and afterlife in Ancient Egypt.
La bara antropomorfa esterna (o sarcofago intermedio) di Kha riproduce l’immagine della mummia rivitalizzata e, al momento della scoperta, vi erano appoggiate due grandi ghirlande di loto e un papiro contenente il Libro dei Morti.
La pregevole fattura della bara di Kha è pienamente rivelata dal suo volto. Ricordiamoci che Kha non era un faraone, ma un artigiano – sia pure di alto livello – e la sua vita deve essere stata di grande successo personale e professionale.
La superficie è caratterizzata da elementi in rilievo ricoperti da gesso e foglia d’oro che evocano la luce solare ed evidenziano i simboli del risveglio a nuova vita di Kha. Tra questi si notano la maschera funeraria, l’ampio collare chiamato “Usekh” e le bande (ad imitazione delle fasce che stringono il lenzuolo funerario intorno al defunto) che recano formule e preghiere a Nut, Thot, Anubi e i figli di Horus, divinità tradizionalmente associate con l’Aldilà e chiamate a proteggere l’integrità del corpo del defunto. Nekhbet in forma di avvoltoio dorato in rilievo protegge il petto della bara.
Nel dettaglio possiamo ammirare l’opera di rivestimento in foglia d’oro dei rilievi
Sovrintendente al bestiame di Amon-Ra nella Città del Sud; Scriba reale delle mandria di Amenhotep I
Dra Abu el-Naga
XIX-XX dinastia
Biografia
Unica notizia biografica ricavabile, il nome della moglie Taweret[6].
La tomba
Si accede alla TT344 da un cortile; planimetricamente la sepoltura è strutturata in un corridoio longitudinale su cui si apre un locale laterale, non ultimato; il corridoio dà accesso a una sala trasversale sul cui fondo si apre una nicchia.
Sulle pareti del corridoio di accesso: il defunto e la moglie (1 in planimetria) adorano divinità (?) con babbuini a loro volta in atto di adorazione; sulla parete opposta (2) trascrizioni di inni dedicati a Ra-Horakhti; nella parte di corridoio che immette nella sala trasversale,e che costituisce una sorta di porta di accesso (3): a sinistra, il defunto in adorazione di Amon-Ra a sinistra e di Ra-Horakhti a destra; sull’architrave, una divinità alata.
La sala laterale è priva di scene parietali. Nella sala trasversale, su due registri sovrapposti (4), quattro scene del defunto e della moglie che adorano una divinità (non specificata), un serpente eretto, il dio Khnum; in altre due scene, un uomo offre incenso al defunto e alla famiglia.
Sul lato corto a ovest (5), il defunto e la moglie inginocchiati adorano una personificazione del pilastro Djed; poco oltre, su due registri (6), brani tratti dal Libro dei Morti, il defunto e la moglie accompagnati da Anubi assistono a scena di pesatura dell’anima in presenza di dieci giudici; Horus presenta il defunto a Osiride in presenza di Iside e Nephtys e, in due scene il defunto e la moglie in adorazione di divinità non precisate e il defunto con la famiglia in adorazione di Ra-Horakhti (?) e di divinità femminili (?).
Su altre pareti: su due registri (7), in due scene, il defunto (?) adora Iside e Osiride e il defunto e suoi parenti che adorano Osiride-Onnophris; in altre due scene, il defunto in adorazione di Amenhotep I e della regina Ahmose Nefertari in presenza di una lista di offerte, non ultimata. Una rientranza si apre nella parete est della sala trasversale, probabilmente l’inizio di un ampliamento della tomba. Sulla parete opposta (8) resti di una scena con Amenhotep I e Ahmose Nefertari (?) trasportati da alcuni preti in un palanchino. Sul soffitto, il nome e i titoli del defunto[7].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Allievo della Scuola reale; Supervisore dei lavori; Sorvegliante degli artigiani del Signore delle Due Terre; Sovrintendente ai portatori di sigillo
Sheikh Ab del-Qurna
Inizi XVIII dinastia (Thutmosi III)
Biografia
Il nome Ben-ja è di origine straniera, forse asiatica e, più specificamente, ebraica[4][5]; per tale motivo, poiché inserito nella Corte egizia, gli sarebbe stato imposto legalmente il nome locale Paheqamon[6]. Il secondo nome, Paheqamon, inoltre, compare 23 volte nella sepoltura e solo raramente è seguito dal nome Benja; ad avvalorare ancora la provenienza straniera i nomi dei genitori: Irtonena, suo padre, e Tirukak quello della madre[7]. Mentre il nome della madre appare di provenienza mitannita, quello del padre si trova anche nelle trascrizioni come Irtenena o El-tau-na-na di origine hurrita.
Benché il rapporto con la Corte sia confermato, purtuttavia nella TT343 i riferimenti al sovrano regnante sono generici “Signore delle Due Terre”, “Dio Perfetto”, “Re”, “Signore”, senza mai riportarne il nome; questo ha fatto propendere per un posizionamento storico della tomba nel periodo di incertezza, durante la XVIII dinastia, tra il regno di Hatshepsut e quello di Thutmosi III. Ad avvalorare tale posizionamento storico, viene inoltre rilevato che il titolo di “Sovrintendente dei portatori di sigillo” cadde in disuso dopo il regno di Amenhotep II, successore di Thutmosi III.
A dimostrazione dell’alto livello raggiunto nella gerarchia di Palazzo, tra i titoli conferitigli spicca quello di “Sovrintendente dei portatori di sigillo” che comportava il controllo sulle entrate e sulle spese dello stesso re, di cui doveva notiziare mensilmente il visir; al titolo di “Supervisore dei lavori”, inoltre, vengono spesso associati nelle iscrizioni i rafforzativi “di tutte le costruzioni del re”, o “della città di Tebe” o, ancora, “di Karnak”[8].
La tomba
Nota fin dall’antichità, la TT343 venne “scoperta” nel 1925; primi lavori di restauro e sistemazione furono eseguiti tra il 1926 e il 1927 alterando lo stato dei luoghi; unica documentazione fotografica esistente, di tale periodo, risale al 1927 a cura di Walter Bryan Emery.
Successivamente, nuovi interventi di consolidamento, restauro e, in taluni casi, di ricostruzione, furono eseguiti tra il 1931 e il 1937 a cura dell’egittologo tedesco Siegfried Schott[9]. Molti dei danni alle pitture parietali, tuttavia, specie ai volti dei personaggi, risalgono a periodi storicamente più antichi e, nel caso dei nomi di divinità, al periodo dell’eresia amarniana. Larghe macchie di tintura, forse risalenti a restauri malfatti del XX secolo, deturpano alcune scene, ma in linea generale la tomba è in buone condizioni.
All’atto della scoperta vennero inoltre rinvenute cinque mummie saccheggiate nell’antichità.
Planimetricamente, la TT343 si presenta con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del Nuovo Regno; vi si accede da un cortile antistante oggi circondato da un alto muro non originale[10] che, tramite un breve corridoio, immette nella sala trasversale[11] nel cui angolo sud si apre l’accesso al pozzo verticale che immette nell’appartamento sotterraneo (non ancora esplorato completamente); da questa, con andamento non perfettamente ortogonale, si diparte una sala longitudinale[12] al fondo della quale si apre una nicchia contenente tre statue. La tomba venne verosimilmente depredata già in periodo immediatamente successivo alla sepoltura e verosimilmente durante il regno di Amenhotep III quando vennero aggiunte alcune immagini in alcuni casi solamente accennate con colore rosso in spazi lasciati liberi dalle preesistenti opere.
Sulle pareti del corridoio di accesso (1 in planimetria) il defunto, rivolto verso l’uscita, con le braccia in atto di adorazione verso Amon; la scena è sottolineata dal titolo di “Allievo della Scuola reale”, più volte ripetuto a volerne sottolineare l’importanza. Nella stanza trasversale, (2) il defunto, seduto, dinanzi a una tavola per offerte ricolma di cibi; poco oltre (3) il defunto assiste alla pesatura di oro e altri oggetti. Sul lato corto a sud (4), sopra l’accesso al pozzo verticale, una falsa porta scolpita in pietra calcarea e dipinta con colori a imitazione del granito rosso (fondo rosa con striature in rosso scuro).
Sala trasversale (lato sud)
Sulla parete seguente (5), a sinistra della porta che immette nella sala longitudinale, il defunto seduto dinanzi a una tavola imbandita riceve offerte da un uomo il cui nome non viene indicato; sulla stessa parete, sulla destra della porta (8), i genitori del defunto seduti dinanzi a un tappeto su cui sono adagiati sacchi e mazzi di cipolle; la madre, Tirukak, abbraccia il marito Irtonena[13]. In entrambe le scene, sia sulla sinistra che sulla destra della porta, suonatori di nacchere e di flauto, nonché arpisti ciechi.
Sull’altro lato corto, a nord, simmetricamente con la falsa porta del lato sud, una stele funeraria (7) con parte sommitale ad arco in cui campeggiano due occhi udjat[14]; nella parte inferiore testi dedicatori; mentre la parte alta della stele è leggermente in rilievo, la parte testuale presenta i geroglifici incassati e dipinti in blu[15].
Sala trasversale (lato nord)
Sulla parete est (6) Benja assiste alle sue attività tra cui la pesatura di beni e di anelli in oro mentre portatori recano ceste di lapislazzuli, forse malachite e turchese, tronchi d’albero e zanne d’avorio, e due scribi prendono nota dei conteggi.
Dal centro della parete ovest un corridoio, sulle cui pareti (9) sono riportati testi di offertorio, immette nella sala longitudinale. Sulle pareti, su quattro registri sovrapposti (10), la processione verso la dea dell’Occidente (Hathor) che regge tra le mani il simbolo ankh della vita; la processione funebre occupa i due registri superiori con il trasporto del sarcofago, su una slitta trainata da quattro uomini, ai fianchi del quale sono le dee Iside e Nephtys; nei due registri inferiori scene del pellegrinaggio ad Abydos[16].
Sulla stessa parete (11) un prete sem[17], scalpellato già in antichità, verosimilmente durante l’eresia amarniana, esegue sul defunto la cerimonia di apertura della bocca[18] avendo dinanzi una tavola per offerte imbandita. Sulla parete opposta (12), in maniera del tutto speculare rispetto alla parete ovest, si ripete la scena del prete sem e della tavola imbandita in presenza del defunto; anche in questo caso il prete sem venne scalpellato. Poco oltre, sulla stessa parete (13), la Cerimonia di Apertura degli occhi e della bocca: anche in questo caso sono stati scalpellati i volti dei preti officianti e i nomi degli dei, ma non la cerimonia in se che era, comunque indispensabile perché il defunto potesse accedere alla psicostasia e al mondo dell’aldilà.
Sul fondo della sala (14), a circa 1,10 m dal pavimento, si apre una nicchia (1,25 m di larghezza e 1 m di altezza) che accoglie le statue del defunto e dei suoi genitori; originariamente dipinte con colori molto vividi, presentano i volti scalpellati (è ancora visibile, comunque, che entrambi i maschi avevano la barba) e i nomi dei singoli personaggi erano riportati in colonne di geroglifico (oggi quasi illeggibili) talché il padre sedeva alla destra del defunto (rappresentato come stretto nel sudario) e la madre alla sinistra.
Le tre statue della sala longitudinale
I soffitti, sia della sala traversale che della longitudinale, presentavano fregi geometrici e testi sacri e dedicatori, oggi molto danneggiati[19].
Durante i lavori di scavo e restauro vennero rinvenuti: una tavola per offerte; due coni funerari[20]; cinque mummie nelle sale superiori e sedici nell’appartamento funerario, tutte saccheggiate e relative a seppellimenti intrusivi di secoli successivi unitamente a poche suppellettili in legno ad esse pertinenti.
Esistono, infine, tracce molto verosimilmente accreditabili al Benja della TT343 fuori dalla tomba; si tratta di due ostraka che fanno riferimento ad attività comunque connesse ai titoli di Benja:
uno a Deir el-Bahari con cui Benja fornisce 10 uomini per i lavori di costruzione del tempio di Hatshepsut;
uno relativo alla costruzione di una casa privata i cui lavori sono sotto la supervisione di Benja[21].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
[1]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[2]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] Il nome viene spesso preceduto, nelle iscrizioni tombali, dal prefisso Ddw-nf, ovvero “chiamato” e la costruzione stessa del nome appare indicarlo come un nome legalmente imposto, il che viene avvalorato dal titolo di “allievo della scuola reale” a voler sottolineare la necessità che imparasse le regole di Corte e del Paese ospitante. L’essere straniero non escludeva lo straniero dal salire, come in questo caso visti i titoli, la scala gerarchica di Corte
[7] Porter e Moss 1927, così vengono riportati i nomi nel testo, p. 410
[9] Siegfried Schott (1897-1977), dal 1929 al 1931 lavorò presso il Museo egizio di Berlino e dal 1929 al 1937 presso l’Istituto Archeologico Germanico del Cairo e, come epigrafista, presso l’Istituto Orientale dell’Università di Chicago a Luxor
[10] La costruzione di tale muro si rese necessaria per evitare che il cortile stesso divenisse ricettacolo per le immondizie delle vicine abitazioni moderne
[11] Circa 7 m di larghezza, 2 di profondità e 2,5 di altezza, con il soffitto più alto verso l’ingresso).
[12] Lunga circa 3 m, larga poco più di 1,5, alta circa 2,5 m con soffitto inclinato di 20 cm da est a ovest.
[13] Un testo, che sovrasta i due, recita: “Il suo amato padre, Irtenena, giustificato (ovvero deceduto) e sua madre, l’amata, Tirukak giustificata”. Sotto la sedia della donna uno specchio il cui nome, in egiziano antico era ankh, ovvero la stessa parola che indica la “vita”.
[14] E’ questa un’eccezione poiché, normalmente, alla sommità delle stele funerarie veniva rappresentato il defunto in adorazione degli dei
[15] Una parte del testo, oggi molto danneggiato, recita: “…il chiamato Paheqamon, giustificato dal Grande Dio, Signore della Necropoli, dice: sono entrato nel mio posto di eternità, nel mio posto permanente, dopo aver seguito il Dio buono, [senza] che sia stata sollevata accusa contro di me, sono stato trovato senza errori da parte mia. (Anzi), il mio maestro mi ha elogiato per per la mia eccellenza [e sono stato promosso] Supervisore dei portatori di sigilli [in grazie del] mio [favore] presso di lui, io l’Allievo della Scuola Reale, Benja, chiamato Paheqamon, giustificato dal Grande Dio, nato da Irtenena, e [nato dalla padrona di casa, Tiruk], giustificati…”
[16] Il pellegrinaggio raffigurato porta il defunto ad Abydos così da poter ripercorrere il percorso dello stesso Osiride diventando così egli stesso Osiride
[17] Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat
[18] Normalmente a tale operazione era preposto il figlio primogenito del defunto; nel caso ciò non fosse possibile, come nel caso di Benja che non risulta avesse figli, né moglie, il defunto poteva in vita adottare un giovane che ne facesse le veci o nominare un servo che espletasse tale incombenza
[19] La fascia centrale del soffitto della camera trasversale reca, tra l’altro, il testo: “…Parole pronunciate dal Supervisore dei Lavori, Paheqamon, giustificato: Oh madre Nut, allungati su di me e ponimi sotto le stelle immortali…”
[20] Il n.ro 441 recita: “Il Sovrintendente dei Lavori, figlio del kap, Paheqamon, chiamato Benja, vero di voce da Osiride”; il secondo, n.ro 544: “Figlio del kap, Paheqamon, chiamato Benja”
Il sarcofago esterno di Kha è lungo tre metri, con una larghezza di 110 cm ed un’altezza massima di 160 cm – Museo Egizio di Torino, Inv. Suppl. 8210
Kha, come abbiamo visto, era un uomo facoltoso. Decise quindi di essere sepolto in una serie di sarcofagi come d’uso nella XVIII Dinastia, uno esterno squadrato e due bare antropomorfe interne.
Il sarcofago esterno di Kha, originariamente protetto da un grande lenzuolo di lino, è in legno di sicomoro ricoperto da una sostanza di colore scuro, a ricordare il colore della terra fertile, simbolo di rigenerazione. Contrariamente a quanto si pensava inizialmente, non è bitume ma pece riscaldata e mescolata con olio di cedro e carbone.
Il sarcofago di Kha come apparve ai suoi scopritori
La cassa è composta da cinque parti smontabili e da un coperchio di forma arcuata che gli conferisce l’aspetto di un santuario. La base è lavorata in modo da imitare la forma della slitta usata per trasportare il catafalco alla tomba durante il funerale.
Nel “corredo” funerario di Kha e Merit non poteva naturalmente mancare il “Libro dei Morti” (ricordiamoci però che questo è un nome moderno, il nome originale era “Inizio degli incantesimi per uscire alla Luce”).
L’inizio del “viaggio verso la Luce” parte dal corteo funebre di Kha
Lungo ben 13,8 m ed alto 34 cm, è uno degli esempi meglio conservati del Nuovo Regno. Fu trovato posizionato sopra la prima bara di Kha, a coprirne la maggior parte della superficie.
Scritto in geroglifico corsivo da uno scriba molto bravo, contiene 33 formule magiche per guidare il defunto nell’Oltretomba, ognuna di esse separata con una doppia linea gialla di divisione.
Anche i migliori sbagliano: lo scriba si è dimenticato di terminare e colorare questa illustrazione inserita nell’incantesimo 74 – forse perché è l’unica posizionata in basso nel papiro.
Il nome ed i titoli di Kha compaiono nella formula usuale “parole dette da…”, ma…in due formule (la 13 e la 17, precisamente), lo spazio dopo “parole dette da…” è vuoto. Cosa vuol dire? Che il papiro, pur di eccellente qualità, era pre-confezionato. Una sorta di produzione in serie, a cui bastava aggiungere il nome dell’acquirente per renderlo efficace.
Si intravedono i segni del precedente “proprietario” del papiro, o di chi lo aveva commissionato originariamente.
Non solo: nella prima formula, i nomi di Kha e Merit sono sovrascritti sopra un altro nome, cancellato e non più decifrabile. Il papiro sarebbe quindi stato inizialmente destinato ad un altro funzionario e poi usato per Kha.
Anche la colorazione del bordo si interrompe a metà, per motivi sconosciuti.
Indicata dalle frecce, l’interruzione della colorazione del bordo, ad oggi un piccolo mistero
Una particolarità: la figura di apertura di Osiride mummiforme aveva originariamente il corpo ricoperto di piume (forse un richiamo a Iside e Nephtys o a Nut, le dee alate), poi ricoperte da uno strato di pittura bianca, probabilmente quando il papiro è stato “riusato” per Kha.
All’inizio del papiro, Kha e Merit in adorazione davanti ad Osiride. Da notare le tracce rimaste delle piume disegnate che originariamente coprivano il corpo e le gambe di Osiride, poi coperte dalla pittura bianca
Fonti:
Museo Egizio di Torino
Töpfer, S. (2024). Some Turin Papyri Revisited: A Look at Material Features and Scribal Practices. The Ancient World Revisited: Material Dimensions of Written Artefacts, 37, 221.