Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI IBU

Di Grazia Musso

XII Dinastia – Calcare, 106 x 98,5 x 264, 5 cm
S. 4264 – Scavi di E. Schiaparelli a Qaw el-Kebir

Nella necropoli di Qaw el-Kebir, situata nel X Nomo ( provincia) dell’Alto Egitto, gli Scavi di Schiaparelli hanno portato alla luce le tombe di tre nomarchi vissuti verso la fine della XII Dinastia, incaricati dal governo centrale della gestione della provincia.

Le loro tombe, già seriamente danneggiate al momento della scoperta, erano costituite da una parte sotterranea, scavata nella montagna, e da una parte costruita esternamente sulle pendici del declivio roccioso.

All’interno di una di queste tombe, appartenuta a Ibu, fu rinvenuto un sarcofago in calcare pressoché intatto.

Ai lati della “porta del palazzo” incisa sulla superficie del sarcofago, è raffigurato un fregio composto da alcuni segni geroglifici di valore simbolico: due scettri uas affrontati, il segno ankh è il pilastro djed, rispettivamente emblemi di potere vita e stabilità.

La cassa è elegantemente decorata con un motivo detto ” a facciata di palazzo” in quanto imita il prospetto degli antichi palazzi egizi, costituiti da pilastri, architravi e porte con stuoie policrome.

Alcune parti della superficie del sarcofago sono destinate a iscrizioni geroglifiche incise, che riportano tradizionali formule e preghiere di natura funeraria.

In corrispondenza della testa del defunto sono inoltre raffigurati i cosiddetti occhi udjat caratterizzati da una profonda valenza magico-religioso.

Tutta la decorazione esterna era originariamente dipinta a vivaci colori, come testimoniano i resti delle pitture ancora visibili a tratti sulla superficie.

Fonte:

  • I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Foto

  • Paola Ghilarducci
  • Giovanni Lombardi
Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI KHNUMNAKHT

Di Francesco Alba

Medio Regno, Tarda Dodicesima Dinastia (1850-1750 a.C.)
Legno dipinto. Lunghezza: 208,3 cm
Provenienza: Medio Egitto, probabilmente Meir.
Rogers Fund, 1915 (15.2.2)
The Metropolitan Museum of Art – New York

La superficie esterna dipinta a colori vivaci del sarcofago di Khnumnakht, un individuo non meglio identificato eccezion fatta per l’iscrizione che ne riporta il nome, mostra quella molteplicità di testi e pannelli caratteristica della decorazione dei sarcofagi del tardo Medio Regno.

Possiede quanto meno una caratteristica – la figura di una dea all’estremità corrispondente al capo del defunto – che si riscontra piuttosto raramente prima della Tredicesima Dinastia.

Sul lato di fronte al volto della mummia che sta all’interno del cofano, è raffigurata una facciata architettonica dotata di porta per permettere il passaggio dell’anima del defunto (equivalente alla falsa porta dell’Antico Regno); da questa facciata due occhi dipinti scrutano il mondo dei viventi.

Il resto della superficie esterna è suddivisa in pannelli incorniciati da testi i cui caratteri geroglifici sapientemente dipinti dalla mano di un abile artigiano riportano invocazioni e preghiere per varie divinità primordiali e dei, in modo particolare quelli associati alla morte e alla rinascita come Osiride, signore dell’oltretomba e Anubi, il dio sciacallo che sovrintende alla pratica dell’imbalsamazione e ai riti con essa connessi.

Curiosità sul nome Khnumnakht (vedi illustrazione)

Come già detto, poco o niente è noto di questo personaggio a parte il suo nome, Khnumnakht, iscritto più volte sulla superficie del cofano e facilmente riconoscibile.

Si tratta di un nome composto da due elementi: il primo, caratterizzato dall’anfora di pietra (khnm, Gardiner Sign List W9) e dal pulcino di quaglia (w, GSL G43) fa riferimento al dio Khnum dalla testa d’ariete, il ”vasaio divino”; il secondo elemento, caratterizzato dal ramo d’albero (nkht, GSL M3) e dai complementi fonetici “n” (l’onda d’acqua, GSL N35), “kh” (la placenta, GSL Aa1) e “t” (la forma di pane, GSL X1), definisce l’aggettivo “forte”, “vittorioso”:

khnm (w) – nkht = Khnumnakht = “Khnum è vittorioso”

Riferimenti:

P.F. Dorman, P.O. Harper, H. Pittman. The Metropolitan Museum of Art – Egypt and the Ancient Near East. 1987

APPENDICE DI NICO POLLONE

I nomi o le rappresentazioni delle antiche divinità egizie erano spesso rappresentate con riferimenti, associazioni o con eufemismi.

Si poneva ad es. sul capo, il nome stesso o una rappresentazione che la distingueva da altre (tipo un animale o parte di esso, o altro).

Nel sarcofago di Khnumnakht la sola rappresentazione di divinità presente, porta sul capo due elementi distintivi appoggiati su una base porta emblemi. Si tratta, come già detto, di due vasi porta olio o unguento. Un recente suggerimento di Stephen Quirke ( Ancient Egyptian Religion ) spiega Bastet nel significato come di “Colei dal vaso d’unguento”. Ciò si collega all’osservazione che il suo nome era scritto con il geroglifico per unguento jar ( bAs ).

Nel sarcofago di Khnumnakht il nome di Bastet non è inscritto nei testi, forse perché presente in quella rappresentazione.

Non sono riuscito a scaricare il testo, ma sembra sia possibile farlo.

Questo per dire che il nome di Bastet, almeno per coerenza con le prove fin qui viste, sia il più probabile come rappresentazione della divinità.

Età Tarda, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI PEFTJAOENEITH

Di Grazia Musso

Questo sarcofago appartiene a Peftjaoeneith, un ispettore delle proprietà dei templi nel delta del Nilo.

Il sarcofago è realizzato in legno insolitamente spesso, ed è splendidamente dipinto.

Il coperchio mostra varie figure di divinità e testi del libro dei morti.

Peftjaoeneith è raffigurato con il viso verde, colore che simboleggia la vita e la resurrezione.

La parrucca e la barba si riferiscono al fatto che, il defunto, come il dio Osiride, ha già vinto la morte.

All’interno del sarcofago è raffigurata la diffusione a Nut, il cui corpo è dipinto di nero e cosparso di stelle, a lato sono rappresentate le immagini delle dodici ore del giorno e della notte .

Decorazione dell’interno del sarcofago con la raffigurazione della dea Nut
La mummia

Dimensioni 36 x 63 x 240 cm

Materiale legno

Periodo XXVI Dinastia

Origine Sakkara (?)

Acquisizione gennaio 1829, numero di inventario AMM 5 -e

https://www.rmo.nl/…/tops…/mummiekist-van-petfnaoeneith/

http://magicamentecolibri.it/capolavori-egiziani-in…/

Antico Regno, IV Dinastia, Piramidi, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DELLA PIRAMIDE DI CHEFREN

Di Nico Pollone

Premetto che le notizie su questo sarcofago non sono univoche. A detta delle trascrizioni si tratta di un sarcofago in granito nero ciò che dalle foto non sembra. Unico sarcofago in questa stanza, è stato costruito per essere affondato nel piano rialzato del pavimento. A detta di ciò che viene riportato nei trafiletti delle fotografie, Il coperchio è stato trovato in due pezzi nelle vicinanze.

Non si comprende se quello che si vede in tutte le foto circolanti è l’originale restaurato

Questi non è più in posizione chiusa, ma è appoggiato lateralmente al sarcofago antistante la parete ovest, in posizione semi aperta.

La particolarità di questo oggetto sta nella ingegnosa fase costruttiva che lo rende inviolabile senza dover ricorrere alle maniere forti, cioè alla rottura.

L’apertura del coperchio non è possibile con il solo sollevamento o spostamento.

Infatti su tre lati, sia coperchio che sarcofago è munito di guide che oggi definiremmo a coda di rondine, queste rendono impossibile la separazione senza seguire il corretto scorrimento.

A sarcofago chiuso, due perni “ciechi”, a semplice caduta, bloccavano definitivamente l’apertura del coperchio. Per comprensione allego un disegno che ho trovato in rete non firmato, e che ho corretto, perché a mio avviso c’era una incongruenza.

Foto e disegni dalla rete. Mie le correzioni ai disegni presentati.

Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI NAKHTEFMUT

A cura di Patrizia Burlini

Primo sacerdote di Karnak. Il sarcofago è stato trovato al Ramesseum, a Tebe.

Legno dipinto H. 177,5 L 44 P 33 cm

924-889 a.C. – XXII Dinastia, III Periodo Intermedio

Fitzwilliam Museum, Cambridge

‘L’Osiride, amato padre divino, colui che apre le due porte del cielo di Ipetsut…’

Questo sarcofago riccamente dipinto, realizzata in cartonnage – lino irrigidito con gesso – un tempo conteneva i resti mummificati di Nakhtefmut, che prestava servizio a Ipetsut, il tempio di Amon-Ra, il dio principale a Tebe.

Dai titoli onorifici sopra citati, che sono scritti in geroglifici lungo la parte anteriore del sarcofago, sembra che occupasse una posizione significativa all’interno di questo grande santuario. L’iscrizione afferma che gli stessi titoli erano detenuti da suo padre, suo nonno e suo bisnonno.

Sebbene il faraone fosse considerato il sommo sacerdote del paese, la gestione quotidiana dei templi e l’esecuzione dei rituali erano delegati ad altri sacerdoti e funzionari. A giudicare dalla sua bara, Nakhtefmut era un uomo importante e ricco.

Dalla testa ai piedi, l’intricata decorazione racconta le sue speranze dopo la morte: che in cambio del pio servizio di una vita, il suo spirito sia giudicato degno di entrare nell’aldilà. Il viso in oro puro mostra Nakhtefmut nella forma idealizzata e giovanile in cui si aspettava di raggiungere questo stato beato. La sua barba stretta e intrecciata è quella associata a Osiride, il dio degli inferi. Quando Nakhtefmut fu sepolto, si credeva che chiunque morisse diventasse un Osiride.

Al centro della cassa della bara c’è la nota chiave della decorazione: un amuleto della dea Maat, identificabile dal suo pennacchio di struzzo. Maat era la personificazione dell’ordine mondiale, della giustizia, della verità e della saggezza. È la sua piuma che è stata posta sulla bilancia e pesata sul cuore del defunto durante il giudizio dei morti.

Sulla testa una splendida rappresentazione dello scarabeo Khepri, allusione alla rinascita del defunto

Altre piume dominano la decorazione della bara. Anzi da lontano sembra che Nakhtefmut ne sia quasi interamente ricoperto. Direttamente sotto l’amuleto di Maat, una divinità dalla testa di ariete spiega le sue ali in una grande curva, un disco solare sulla sua testa lo identifica come Atum, una forma del dio del sole.

Un’altra forma del dio sole, questa volta con la testa di falco, abbraccia la vita della bara, dettaglio a sinistra. Più in basso, altre ali, appartenenti alle dee Iside e Nefti, si incrociano l’una sull’altra. Queste dee, protettrici di Osiride e quindi dei morti in generale, sono raffigurate due volte – come creature alate con teste femminili, e ancora con teste di nibbio, un’allusione al loro ruolo nel mito di Osiride. Il corpo di Nakhtefmut è letteralmente avvolto dall’abbraccio piumato e protettivo delle sue divinità.

Intorno alla sezione centrale ci sono due scene che coinvolgono altri dei associati al giudizio e all’aldilà. A sinistra, osservando il sarcofago, il dio dalla testa di ibis Thoth, lo scriba divino, sta davanti a uno stendardo di Amon. Tiene la penna e la tavolozza con cui annota il verdetto quando il cuore viene pesato contro la piuma di Maat.

A destra – particolare a sinistra – Horus, dalla testa di falco e con indosso la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, versa una libagione su un altare per il defunto padre Osiride, raffigurato in forma di mummia. Dietro Horus stanno due dei suoi quattro figli, guardiani degli organi interni del defunto dopo la sepoltura.

Sul retro della bara ci sono parole della Confessione negativa del Libro dei Morti egiziano – un elenco recitato dal defunto al momento del suo giudizio. Questa era l’ultima possibilità per i morti di negare qualsiasi illecito prima che la verità fosse rivelata dall’infallibile piuma di Maat

https://fitzmuseum.cam.ac.uk/objects…/highlights/E641896

III Periodo Intermedio, Sarcofagi, XXI Dinastia

IL SARCOFAGO DI PAUGIMAIU

A cura di Grazia Musso

Terzo Periodo Intermedio, XXI – XXII Dinastia

Legno, tela stuccato, pittura bianca, rossa, gialla, verde, azzurra e nera – Lunghezza cm 180, larghezza cm 50

Provenienza e acquisizione: Tebe, Spedizione Franco-Toscana 1828- 1829

Inv. N. 2163 Museo Egizio di Firenze.

Il sarcofago, di forma antropoide, presenta l’immagine del defunto con parrucca tripartita, striata a fasce nere e gialle, sormontata da uno scarabeo con disco solare, sul volto è attaccata la barba posticcia rituale.

Sotto un ampio collare usekh decorato con l’immagine di un uccello con testa di ariete e disco solare, ad ali spiegate.

Il coperchio del sarcofago è suddiviso in vari riquadri che racchiudono le immagini di divinità, fra cui si riconoscono Anubi, Thot, Khnum, Iside, Nefis e i quattro figli di Horo, che fiancheggiano la raffigurazione della mummia del defunto distesa sopra il letto funebre; brevi iscrizioni indicano i nomi delle divinità.

Nei primi riquadri il defunto è raffigurato in abito da vivente di fronte al dio Osiride.In corrispondenza dei piedi sono dipinte sette colonne di iscrizione geroglifici con invocazione e formula dell’offerta per il defunto che, senza indicazione di titoli, è definito solo figlio di Mutirrugi.

Mediante otto tenoni il coperchio del sarcofago, che non presenta decorazioni all’interno, si incastra nella cassa, che all’esterno è dipinta di bianco: sul retro è decorata con una grande immagine del pilastro ged, sormontato dalla corona atef, con urei e disco solare. Ai lati simmetricamente è raffigurato il feticcio di Abido seguito da un serpente.

Fonte : Le mummie del museo egizio di Firenze a cura di Maria Cristina Guidotti – GiuntiBibliografia: Rosellini, Breve notizia, p. 78, n. 98 M. C. G.

III Periodo Intermedio, Sarcofagi, XXI Dinastia

IL SARCOFAGO DI TABAKENKHONSU

A cura di Grazia Musso

XXI Dinastia

Legno stuccato e dipinto – Lunghezza coperchio 182 cm. – Lunghezza cassa 178 cm. – C 2226; collezione Drovetti – Museo Egizio di Torino.

L’utilizzo dei sarcofagi risale ai primordi della storia egizia, allorquando comparvero i primi esemplari lignei di forma rettangolare, inizialmente piuttosto corti in quanto dovevano contenere i corpi in posizione rannicchiata, poi più lunghi per la sepoltura dei corpi distesi.

Il passo successivo fu dato dall’introduzione dei così detti sarcofagi mummiformi che a seconda delle epoche, si differenziano per decorazione e stile.

Per i personaggi più abbienti era consuetudine possedere diversi sarcofagi da disporre uno dentro l’altro a protezione della mummia in essi contenuta e in epoca tarda, si diffuse tra le classi ricche anche l’uso del “falso coperchio” : una tavola lignea sagomata come un corpo, da adagiare direttamente sulla mummia.

Il sarcofago appartenuto alla cantatrice di Amon-Ra Tabakenkhonsu mostra lo schema figurativo tipico della XXI Dinastia, dominato da un senso di horror vacui per cui tutto lo spazio a disposizione è riempito da scene e iscrizioni policrome di chiara valenza magico-religioso.

Il volto della defunta, con grandi occhi scuri, è impreziosito da due orecchini a rosetta ed è cinto da una parrucca ornata con fasce decorate e fiori di loto.

Sopra il petto si trova un’ampia collana a più fili di perle sulla quale sono distese le mani scolpite.

La parte mediana del coperchio è dominata dall’immagine di uno scarabeo, emblema del dio Khepri e simbolo di rigenerazione, e da una grande figura della dea del cielo Nut ad ali spiegate, pronta ad accogliere la defunta.

Come da consuetudine, gli occhi della defunta, qui sormontati da folte sopracciglia, sono riprodotti con grande realismo e vivacità, in modo da risaltare sul volto di colore giallo, dall’espressione impassibile.

Fonte : I grandi musei : Museo Egizio di Torino – Electra.

Donne di potere, Hatshepsut, Sarcofagi

I SARCOFAGI DI HATSHEPSUT

A cura di Nico Pollone

Dalla sequenza dei sarcofagi reali dell’inizio della XVIII dinastia stabilita da Hayes.

Il primo sarcofago di Hatshepsut è stato denominato “A”. Si tratta di una contenitore rettangolare con i lati lunghi divisi in tre pannelli, tutti privi di immagini, tranne che per gli occhi geroglifici udjat incisi sul lato sinistro. Quattro bande trasversali verticali di testo decorano i lati lunghi, e due, alle estremità della testa e dei piedi. Un cartiglio è inciso sulla parte superiore del coperchio, circondando una colonna verticale di testo. Con l’eccezione di una rappresentazione della dea del cielo Nut sulla parte superiore del coperchio, non ci sono figure sulle pareti sarcofago.

Il sarcofago “A”, al Cairo

Dopo essere stata incoronata faraone, Hatshepsut avvertì la necessità di avere una nuova tomba reale, questa volta, come si addice a un faraone, nella Valle dei Re. La tomba precedente fu abbandonata, e iniziarono i lavori di scavo per creare quella che oggi è conosciuta come la tomba KV20 nella Valle dei Re. Questo imponente sepolcro fu scavato per oltre 960 m sotto la superficie, sullo stesso asse del tempio mortuario della regina di Deir el Bahari.

Sfortunatamente, la scarsa qualità della pietra costrinse i costruttori a modificare il tracciato. Nessuna decorazione sopravvive oggi sulle pareti, anche se vi sono stati trovati quindici blocchi di rivestimento con testi religiosi.

La nuova tomba fu dotata di un nuovo sarcofago di quarzite per il “re donna”. Questo sarcofago, il secondo di Hatshepsut, è il sarcofago di Boston, ora noto nella sequenza di Hayes come sarcofago “C”. Questo pezzo fu tagliato, decorato, iscritto e completamente preparato per Hatshepsut.

La situazione avrebbe dovuto essere risolta qui. Ma molti cambiamenti di piano dovevano ancora seguire.

All’inizio del regno, Hatshepsut potrebbe aver avuto difficoltà a legittimare la sua pretesa al trono. Mentre un grande sentimento verso suo padre, il da tempo defunto Thutmose I, rende possibile un’interpretazione romantica degli eventi che seguirono, è più probabile che sia stata una pura motivazione propagandistica a causare un cambiamento dei piani mortuari di Hatshepsut. Abbiamo già menzionato di sfuggita le scene di nascita divina di Hatshepsut nel suo tempio mortuario a Deir el-Bahari, e la rappresentazione politicamente motivata della benedizione di Thutmose I che la annuncia come “prossimo” faraone (ignorando convenientemente il regno intermedio di Thutmose II).

Probabilmente tra gli anni 4 e 7 Hatshepsut decise di espandere la sua associazione con il suo defunto padre. Ordinò la rimozione del corpo di Thutmose I dalla, nella Valle dei Re (tomba KV 38), e la sua risepoltura accanto al suo sarcofago nella sua seconda tomba (KV 20), ancora in costruzione. Forse la risepoltura fu accompagnata da una “seconda” processione funebre per suo padre, intesa a riaffermare pubblicamente il legame di legittimità politica tra padre e figlia.

Il sarcofago “C”, a Boston

Ella “regalò” il suo secondo sarcofago (il sarcofago “C” di Boston) a Thutmose I, e ordinò che fosse riallestito per ospitare il suo corpo mummificato e la sua originale bara antropoide di legno. Come vedremo, questo richiese un completo ridimensionamento e ridisegno del pezzo. Ora si hanno due sarcofagi, ma ancora per Hatshepsut manca quello per la propria eventuale mummificazione e sepoltura.Hatshepsut ordinò allora un terzo sarcofago per sé, ora noto come sarcofago “D” (fig. 8), un pezzo simile, anche se più grande ed elaborato del sarcofago di Boston.

Il sarcofago “D”, al Cairo

Alla fine, lo scavo della tomba di Hatshepsut KV 20 fu abbastanza profondo da permettere a entrambi i faraoni, Hatshepsut e Thutmose I, di essere sepolti nella camera più interna. Entrambi i sarcofagi potrebbero essere stati posti nella tomba nello stesso momento (le scale della tomba mostrano gradini solo su un lato, per permettere la discesa scorrevole dei sarcofagi. Ma a un certo punto, durante il reinserimento della mummia di Thutmose I, si scoprì improvvisamente che la sua bara originale in legno antropoide era troppo grande per entrare nel nuovo sarcofago “C” di Hatshepsut. Con apparente fretta, le estremità interne della testa e dei piedi del sarcofago furono allargate, cancellando la decorazione aggiunta per Thutmose I e danneggiando i testi sulla parte superiore delle pareti del sarcofago, anch’essi recentemente modificati da Hatshepsut a beneficio di Thutmose I. La decorazione fu frettolosamente riapplicata alle estremità superiori della testa e dei piedi, la bara di legno del re fu posta all’interno e il coperchio fu chiuso sopra di lui.

In tempi moderni, la tomba KV 20, la seconda tomba (reale) di Hatshepsut, fu esaminata per la prima volta da James Burton nel 1824. Poi, nel 1903, Howard Carter, lavorando nella Valle dei Re per conto dell’avvocato e imprenditore di Newport, Rhode Island, Theodore M. Davis, ha ripulito la tomba di Hatshepsut.

I maggiori ritrovamenti furono i due sarcofagi reali in quarzite “C” e “D”, e il contenitore canopo della regina. Il sarcofago “C” era stato ribaltato e giaceva sul lato est contro uno dei tre pilastri della camera, mentre il suo coperchio era stato accuratamente lasciato appoggiato al muro. Il sarcofago più grande “D” era capovolto, con il suo coperchio rovesciato sulla schiena sul pavimento a diversi metri di distanza. Entrambi i sarcofagi erano vuoti, ed entrambi furono rimossi da Carter dalla tomba. Mentre il terzo e ultimo sarcofago “D” di Hatshepsut andò al Museo del Cairo, il direttore del Servizio Egiziano delle Antichità, Gaston Maspero, propose il sarcofago “C” di Thutmose I a Davis. Egli a sua volta lo donò nel 1904 al Museum of Fine Art di Boston, insieme a numerosi reperti di un’altra stagione di lavoro nella tomba KV 43, la tomba di Thutmose IV. Il sarcofago fu spedito a Boston, e da allora è rimasto in mostra al Museum of Fine Arts della città.

P.S.: per un facile riconoscimento. a parte il primo (A) che non ha sostegni ai quattro angoli per il coperchio, si riconosce quello del Cairo (D) da quello di Boston (C) dai vetri di protezione presenti.

Cose meravigliose, Sarcofagi, Teologia

IL SERAPEUM E I SUOI MISTERI

A cura di Andrea Petta

Si tratta di uno dei luoghi di sepoltura dei Tori Apis, simboli di fertilità, di potenza sessuale e fisica. Il Toro Apis era considerato l’incarnazione fisica di Ptah, quindi poteva esistere solo un toro sacro alla volta; quando il toro Apis moriva i sacerdoti cercavano la sua reincarnazione, identificando l’animale con la sua colorazione sacra: “bianco e nero con il ventre bianco, doveva avere un segno triangolare bianco sulla fronte, un’aquila con ali spiegate sul dorso, una falce di luna su un lato, un segno a forma di scarabeo sotto la lingua e una coda con lunghi peli divisi in due” (Plutarco). Era segno di buon auspicio che il toro portasse avanti la zampa sinistra (il lato del cuore) accettando il cibo dal sacerdote preposto, di norma il Sommo Sacerdote di Ptah a Menfi.

Il Toro Apis, statua attualmente al Louvre

I tori Apis morti venivano sepolti nel Serapeum con sontuosi funerali. In Egitto ne esistevano uno a Saqqara, dove si adorava Apis, e l’altro ad Alessandria, dedicato a Serapis (sincretismo tra Apis ed Osiride) venerato in epoca ellenistica. Il nome Serapeum deriva proprio da Serapis.

Il complesso, situato sotto un tempio edificato da Nectanebo I (come il Viale delle Sfingi che vi conduceva), presenta una serie di gallerie sotterranee.

Nelle cosiddette “gallerie minori” erano presenti diversi sarcofagi in legno, contenenti tori mummificati risalenti al periodo tra la XVIII e la XXVI Dinastia. I vasi canopi hanno sempre sembianze umane. I primi tori hanno sepolture separate, dall’epoca di Ramses II sotto la responsabilità di Khaemvese vengono radunate come il loro rango richiedeva.

La Grande Galleria, la più famosa del Serapeum, è lunga più o meno 350 metri e contiene 24 nicchie, in cui Mariette ha ritrovato 24 sarcofagi, 2 in pietra calcarea (i più “tardi”) e 22 di granito di Assuan (granito rosa, granito grigio, diorite, gabbro e sienite), ciascuno del peso di circa 65 tonnellate, chiuse da coperchi che portano il peso complessivo di ciascun sarcofago ad un centinaio di tonnellate. Ogni sarcofago misura oltre 3 metri di altezza e 4 di lunghezza per 2 di profondità, ed è incastonato in una nicchia scavata nel pavimento; ognuno è apparentemente scavato da un blocco massiccio di granito. Le facce interne di ciascun sarcofago di ciascun sarcofago sono perfettamente lisce ed assolutamente in squadra.

Il sarcofago #3. Come abbiano fatto nell’antichità a spostare il coperchio mi rimane misterioso

La sequenza “ufficiale” dei sarcofagi in granito parte dall’anno 23 del regno di Amasis (XXVI Dinastia, circa 545 BCE) con la stele attualmente al Museo del Louvre (che vedremo in dettaglio a parte).È molto probabile che i sarcofagi di granito siano stati preparati vicino alle cave di Assuan, abbiano preso la direzione di Menfi via fiume e poi portati nelle rispettive nicchie. Su una stele in demotico viene riportato che il trasporto di un sarcofago di granito da Menfi al Serapeum (più o meno 8 km) richiese 19 giorni, di cui 5 giorni di riposo.

Auguste Mariette spiega nella sua relazione di scavi “Le Sérapeum de Memphis”, pubblicata da Gaston Maspero, che i sarcofagi (trasportati su rulli di cui si possono ancora riconoscere le tracce a terra), venivano trainati mediante un argano orizzontale a otto leve. Mariette ha trovato, durante gli scavi, due di questi argani in una delle nicchie. Le nicchie erano riempite di sabbia (sistema sperimentato con l’innalzamento degli obelischi) e la rimozione della sabbia dalla nicchia avveniva gradualmente, abbassando così dolcemente il sarcofago.

IL MISTERO DI KHAEMVESE

Uno delle gallerie conteneva un sarcofago con relativa mummia in forma umana, attribuita a Khaemvese (figlio di Ramses II e responsabile dello sviluppo del Serapeum) ma l’attribuzione è dubbia ed i reperti sono andati persi a parte una maschera funeraria in foglia d’oro conservata al Louvre.

La maschera d’oro di Khaemvese, ben diversa da quelle di Tutankhamon o Psusennes

Secondo Dodson: “nonostante il suo aspetto, la mummia si è rivelata una massa di resina profumata, contenente una quantità di ossa disordinate. Sebbene sia spesso dichiarata la mummia di Khaemweset, sulla base del possesso dei suoi gioielli, la massa di resina contenente frammenti ossei ricorda molto di più l’indubbia sepoltura di Apis delle tombe E e G. La sua formazione anche nel simulacro di una mummia umana trova eco nei coperchi della bara antropoide che coprivano le masse resinose all’interno dei sarcofagi di Apis VII e IX, non vi può essere quindi alcun dubbio che la sepoltura sia effettivamente quella del toro, Apis XIV”.

Sarà vero? Oppure il quarto figlio di Ramses II, Sommo Sacerdote di Ptah ed erede designato al trono, era sepolto proprio qui?

IL MISTERO DEI SARCOFAGI DI PIETRA

22 dei 24 sarcofagi erano perfettamente al centro di ogni nicchia. Solo due si trovavano fuori posto, decentrati; uno fu ritrovato (ed è lì tuttora) nel mezzo di una galleria laterale con il coperchio in un’altra. Perché?

Solo tre di questi imponenti contenitori presentano delle iscrizioni in geroglifici ma molto povere, come appena sbozzate, con linee irregolari e malferme. Perché?

Solo uno era intatto. Una “leggenda metropolitana” racconta che Mariette, come moda all’epoca, lo fece saltare con una carica di dinamite ma non trovando nulla all’interno. La cosa è altamente improbabile, A parte che la dinamite verrà inventata una quindicina d’anni dopo e la nitroglicerina era ancora molto giovane ed instabile, Mariette stesso lamenta la fragilità del terreno calcareo e la quantità di polvere da sparo per far saltare 65 tonnellate di diorite avrebbero messo in pericolo tutto il sito; c’è invece la possibilità dell’uso di polvere da sparo per aprire la strada da una frana verso le gallerie minori.

Tutti i contenitori in granito sono stati trovati vuoti, il che ha creato dubbi e perplessità sul loro reale utilizzo come sarcofagi. Sono molto più lisci, praticamente perfetti, all’interno mentre l’esterno è più grezzo, a volte con cavità o protuberanze. Perché?

Il trasporto ipotizzato da Mariette sulla carta sarebbe plausibile, ma lo spazio a disposizione è veramente ridotto. Se la cosa fosse effettivamente possibile con un centinaio di tonnellate da trainare, onestamente non saprei. Mi è partita un’ernia a solo pensarci. È effettivamente plausibile?

Per dovere di cronaca sono state proposte da alcuni studiosi ipotesi alternative per la fabbricazione e l’installazione dei sarcofagi del Serapeum:

  • Margaret Morris, che sposa la teoria del Dr. Joseph Davidovitz e il suo cemento battezzato “Geopolimero” ricavato da una antica formula egizia rinvenuta nell’isola di Seel (Davidovitz la propone per la costruzione delle piramidi).
  • Christopher Dunn, secondo il quale sarebbe stata impiegata una tecnologia avanzata e macchinari andati in seguito perduti in un cataclisma. (OK, so cosa pensate adesso, ma ho trovato teorie anche più strane)

Comunque sia, rimane un luogo estremamente affascinante

Medio Regno, Sarcofagi, XI Dinastia

IL SARCOFAGO DI DJEHUTYNAKHT

A cura di Patrizia Burlini

è considerato uno dei più bei sarcofagi del Medio Regno.

Il sarcofago, in legno di cedro importato dal Libano, presenta delle decorazioni sia sulla faccia esterna che interna. Si tratta di dipinti e testi funerari propiziatori al passaggio di Djehutynakht nell’aldilà e al sostentamento del suo ka nell’eternità. A differenza dei sarcofagi di epoche successive che presentavano elaborate decorazioni esterne, quelli del primo Medio Regno erano relativamente semplici all’esterno, ma splendidamente decorati all’interno. Secondo la descrizione del MFA, « I dipinti all’interno della bara di Djehutynakht sono dei veri capolavori, squisitamente dettagliati in una vernice spessa e dai colori vivaci. Le pennellate scrupolose dell’artista e l’uso eloquente dell’ombreggiatura hanno prodotto un livello di realismo raramente superato nell’arte egizia. »La scena principale è sul lato sinistro della bara nel punto in cui una volta era rivolta la testa di Djehutynakht (gli occhi rappresentati sopra la falsa porta avrebbero permesso al defunto di guardare all’esterno).

La falsa porta

Il punto focale è la falsa porta, decorata in modo elaborato, attraverso la quale il ka può passare tra l’aldilà e il mondo dei vivi. Djehutynakht si siede davanti alla falsa porta e riceve un’offerta di incenso. Di fronte e sotto di lui sono rappresentate ricche offerte ordinatamente ammucchiate, tra cui un vaso da vino cerimoniale di grandi dimensioni, oli sacri, le gambe e le teste di bestiame maculato, tavoli carichi di frutta, verdura, carne, pane e oche magnificamente dettagliate.

Di particolare importanza sono i cosiddetti Testi dei Sarcofagi, inseriti nelle colonne con i piccoli geroglifici, una raccolta di rituali e incantesimi funerari volti a proteggere e guidare i defunti nel loro cammino verso l’aldilà. I testi dei Sarcofagi sono un’ evoluzione dei Testi delle Piramidi (riservati unicamente ai faraoni).Oltre ad essere scritti direttamente sui sarcofagi, si distinguono dai testi delle Piramidi perché esprimono i sentimenti più personali del defunto.

Riporto da Wikipedia: « i Testi dei sarcofagi costituiscono un importante passaggio per l’evoluzione dei testi sacri della religione egizia: evoluzione che porterà al Libro dei morti. Dopo il Primo periodo intermedio, spesso descritto come un’epoca oscura per la civiltà del Nilo, la comparsa di questi Testi è sintomo dell’uscita della civiltà egizia da un lungo periodo di anarchia politica e religiosa dovuta alle lotte sociali e politiche che, iniziate alla fine dell’Antico Regno con la caduta della VI dinastia egizia, ebbero notevole influsso sulla religione e sui riti. »

Statuetta rappresentante Djehutynakht

PROVENIENZA: Deir el-Bersha, Tomba 10, pozzo A. Maggio 1915. XI-XII Dinastia

Conservato al MFA Boston