Cose meravigliose, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA MUMMIA DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Carter 256 – Museo Egizio del Cairo

La mummia del Faraone fu probabilmente la parte più deludente della scoperta della tomba. Visto che alcune delle mummie trovate nella DB320 erano in ottime condizioni (soprattutto quelle di Sethi I e Ramses II) nonostante fossero state parecchio “sballottate” in tempi antichi e moderni, ci si aspettava di trovarsi di fronte ad una sorte di capolavoro dell’arte imbalsamatoria egizia.

Come tutti sappiamo, purtroppo così non fu. L’eccesso di unguenti e resine versate sulle spoglie del re avevano creato una sorta di “combustione” della parte organica, ma si è ipotizzato che anche altre cause abbiano contribuito al non perfetto stato di conservazione.

L’ESAME ORIGINALE

Forse la più strana sala autoptica della storia: nel corridoio esterno della tomba di Seti II il Prof. Derry effettua la prima incisione sul corpo mummificato di Tutankhamon. A sinistra Carter, chinato verso la mummia, e, più indietro, Mace. A destra, accovacciato, Saleh Bey Hamdi in rappresentanza del governo egiziano.

L’esame della mummia è stato effettuato dal Prof. Derry del Cairo, assistito dal dottor Saleh Bey Hamdi l’11 novembre del 1925, in una sala autoptica inusuale: il corridoio esterno della tomba di Sethi II. Si vide subito che le bende erano estremamente fragili e non sarebbe stato possibile svolgerle; Lucas suggerì quindi di impregnarle di paraffina e tagliarle in modo da non compromettere la disposizione originaria sia di bende che degli oggetti rituali frapposti ad esse. Dei tamponi di lino erano stati inseriti per mascherare le protuberanze causate dagli oggetti e per ricomporre la figura di un giovane tonico.

Un altro momento dell’esame autoptico.

In tutto ben 143 oggetti furono ritrovati tra le bende della mummia.

Nel complesso l’altezza della mummia risultò di 1,63 m, ma dalla lunghezza delle ossa degli arti è stato calcolato che Tutankhamon fosse alto 1,68 metri – un’altezza compatibile con quella delle due statue-guardiano all’ingresso della camera sepolcrale che lo raffigurano. L’età calcolata dalla ossificazione delle epifisi delle ossa lunghe risulta tra i 18 ed i 20 anni al momento della morte.

Gli arti del Faraone erano stati fasciati singolarmente prima di essere richiusi nella fasciatura esterna. Le braccia flesse sull’addome, e non incrociate sul petto, in posizione nettamente anomala per un Faraone egizio; l’avambraccio sinistro più in alto del destro ed entrambi ricoperti di braccialetti. Dita di mani e piedi erano avvolte in guaine d’oro su cui erano riprodotte le unghie e le prime falangi; i piedi calzati con sandali d’oro lavorati a sbalzo per imitare una suola di giunchi intrecciati.

La testa mozzata, con ancora indosso la cuffietta di lino ma senza fascia d’oro, 1925. Un chiaro “indizio” di come la salma sia stata smembrata e poi ricomposta.

Quando fu scoperto il volto, le narici erano chiuse da una sostanza resinosa, di cui uno strato era stato passato sugli occhi e sulle labbra della salma. Gli occhi non erano però stati trattati in modo particolare e mantenevano ancora le lunghe ciglia del Faraone. Il naso leggermente schiacciato dalle bende; le orecchie piccole, con i lobi forati (non piccoli i fori, 7.5 mm di diametro).

Una cicatrice sulla guancia sinistra, in corrispondenza con uno strato più sottile del metallo della maschera nello stesso punto ed alla puntura di insetto di Lord Carnarvon, è stata ovviamente sottolineata dagli amanti della maledizione del Faraone, tra cui Lady Carnarvon…

La radiografia della maschera con evidenziato il punto più sottile sulla guancia sinistra, dove si era ferito anche Lord Carnarvon, corrispondente ad una cicatrice sulla guancia del Faraone

Derry annotò una netta prominenza della parte occipitale del cranio, attribuendo una stretta parentela con lo scheletro ritrovato nella tomba KV55, all’epoca identificato come Akhenaton. La cavità del cranio era vuota, a parte un residuo di sostanza resinosa secondo la pratica di mummificazione dell’epoca.

I denti del giudizio erano appena spuntati, confermando la giovane età del faraone al momento della morte.

L’incisione addominale per rimuovere i visceri era quasi orizzontale, sul lato sinistro del corpo, quindi un’altra anomalia rispetto ad altre mummie della XVIII Dinastia, in cui il taglio è molto più verticale. La piastra d’oro posta di solito a chiusura dell’incisione era assente (forse spostatasi?). Non era presente nel petto né il cuore originale né un amuleto del cuore sostitutivo, ennesima anomalia.

La differenza tra le incisioni praticate per estrarre gli organi interni tipiche della XVIII Dinastia (a sinistra ed al centro) e quella praticata sul corpo di Tutankhamon (a destra). Da “Tutankhamen il Faraone dimenticato” di Philipp Vanderberg.

Il regale membro era trattenuto in posizione eretta dalle fasciature della zona genitale, unico caso conosciuto finora.

Carter fu pesantemente criticato per la scelta di eseguire un esame completo della mummia da chi riteneva più giusto lasciare indisturbato il corpo del Faraone. Ma, come abbiamo visto, la pessima esperienza di quanto successo con Amenhotep II, la cui salma è stata dilaniata a caccia di oggetti preziosi poco tempo dopo essere stato nuovamente inumato nella sua tomba, aveva tolto ogni dubbio agli scopritori su cosa fare.

Alcuni dei disegni con cui Carter annotò la posizione di ogni singolo oggetto ritrovato tra le bende del Faraone

Ma l’estrazione della salma dall’ultima bara e dalla maschera funebre non fu senza danni: la testa fu spiccata dal corpo, come pure tutti gli arti lunghi. Altri danni furono inferti, misteriosamente anni dopo.

Un’altra foto “traditrice”: la mano sinistra mozzata, fotografata per mettere in evidenza le guaine d’oro poste sopra le dita e gli anelli con i cartigli di Tutankhamon

Tutankhamon al momento della re-inumazione, 1926

L’ESAME DEL 1968

Una seconda autopsia fu effettuata nel 1968 dal Prof. Harrison di Liverpool (ricordate? Quello che aveva determinato l’età dell’occupante della KV55 in 20-22 anni, togliendo credito all’identificazione come Akhenaton) e per la prima volta il corpo di Tutankhamon fu radiografato.

Qualcosa era però successo nei 40 anni intercorsi.

La mummia fu riesumata pesantemente danneggiata. La cassa toracica sfondata, mancavano lo sterno, diverse costole, le clavicole; le palpebre asportate, il pene disperso (ritrovato anni dopo). Le braccia erano in posizione distesa lungo i fianchi e non più incrociate sull’addome. Era stata rubata la calottina che copriva il cranio. Nessuno sa cosa sia successo, né è facile fare delle ipotesi. Il corpo era stato fotografato ricomposto al momento della nuova tumulazione nel sarcofago, ed era apparentemente integro.

Nel dettaglio le differenze tra la foto del 1925 e lo stato attuale. Manca la cuffia in lino, le palpebre risultano asportate/distrutte, sono sparite le clavicole, il collare che si pensa coprisse lo squarcio sul petto (ma le costole sono ben presenti nella prima foto), le braccia hanno cambiato posizione

Da notare che Harrison non menzionò affatto queste anomalie nella sua pubblicazione; il suo scopo era soprattutto l’analisi del cranio e della colonna vertebrale.

Comunque, l’esame radiografico non mostrò traccia di incidenti mortali. L’analisi delle vertebre le mostrò normali, nessuna traccia di tubercolosi. Un frammento d’osso fu visto all’interno della scatola cranica, inizialmente individuato come un frammento staccatosi dalla cavità nasale durante il processo di mummificazione, ma poi oggetto di illazioni su una presunta ferita da mazza o da freccia.

La radiografia del cranio del 1968. I due diversi strati di resina visibili sotto la calotta cranica, in alto, ed a destra nella zona occipitale sono indicati dalle frecce nere. Vicino a quest’ultima, il frammento d’osso che ha generato le ipotesi di assassinio del re (freccia dritta bianca). La freccia curva bianca indica il possibile secondo percorso di estrazione del cervello attraverso il forame magno

Ma – altra anomalia – la sostanza resinosa si era solidificata nel cranio in DUE posizioni differenti, una prima mentre il corpo era disteso ed una seconda con la testa rivolta verso il basso, in posizione capovolta. Probabilmente una seconda operazione di asportazione del cervello è stata effettuata dal forame magno posteriore, non si capisce perché in posizione capovolta.

Nel 1978 una seconda riesumazione fu effettuata dall’ortodontista James Harry per ottenere delle immagini migliori della dentizione del faraone, cosa che era stata impossibile nel 1968. A causa di tensioni politiche, era stato impossibile portare il corpo di Tutankhamon fuori dalla tomba, quindi le radiografie erano state fatte con un apparecchio portatile.

Nel 1978 venne effettuata una radiografia molto più definita e precisa rispetto a quella del 1968. Il frammento d’osso è molto più visibile, come anche la sedimentazione della resina usata

LA TAC DEL 2005

5 gennaio 2005: Zahi Hawass presiede l’apertura della prima bara per prelevare il corpo del Faraone e sottoporlo ad una TAC

Una TAC è stata effettuata nel 2005, voluta da Zahi Hawass per controllare l’ipotesi di un assassinio del Faraone.

Viene estratta nuovamente la cassa in legno riempita di sabbia in cui era stato inumato il Faraone nel 1926

L’esito riportato fu che:

L’intera squadra concorda sul fatto che NON ci sono prove di un omicidio presenti nel cranio di Tutankhamon. Non c’è NESSUNA zona sul retro del cranio che indichi un colpo parzialmente guarito. Ci sono due frammenti ossei all’interno del cranio. Questi non possono essere stati causati da una ferita prima della morte, poiché sarebbero rimasti intrappolati nel materiale per l’imbalsamazione. Il team scientifico ha abbinato questi pezzi alla vertebra cervicale fratturata e al forame magno, e ritiene che questi siano stati rotti durante il processo di imbalsamazione o dal team di Carter”.

L’esame rivelò però una frattura del femore sinistro, quasi all’altezza del ginocchio (la cui rotula era allentata e fu staccata durante la prima autopsia), una frattura presumibilmente perimortem (ma questo fatto è stato contestato) – di per sé non mortale, ma la cui infezione avrebbe potuto essere fatale. Altri studiosi credono però che la frattura sia stata causata dal team di Carter (nessuna evidenza di ematoma alla TAC); la questione è aperta.

Indicata dalla freccia a sinistra la frattura del femore che si ipotizza sia dovuta ad un incidente con il carro

LE DIVERSE IPOTESI

Il corpo del Faraone preparato per la TAC del 2005

Nel corso del tempo sono state azzardate diverse affermazioni su Tutankhamon (in parte derivate dall’iconografia di Akhenaton), senza un reale fondamento. Vediamone alcune:

Forbes (1998): era debole a causa degli incroci fra consanguinei. PERÒ: la madre putativa Kiya non era consanguinea di Akhenaton

Weller (1972): soffriva di ginecomastia ed infertilità. PERÒ: i due feti trovati nella tomba indicherebbero che Tutankhamon fosse fertile

Smith (1923): soffriva della sindrome di Froelich (come suggerito per Akhenaton al tempo). PERÒ: entrambi erano fertili.

Burridge (2000): soffriva della sindrome di Marfan (deficit di tessuto connettivo con danni diffusi a scheletro, occhi, cuore ed altri organi). PERÒ: nessuna prova trovata nell’analisi genetica di Hawass del 2010

Creizel (1980): era celiaco (?). PERÒ: nessuna prova tangibile

Walsche (1973): definisce una “sindrome di Tutankhamon” (sviluppo seno, prominenza addominale, piede piatto). PERÒ: ipotesi derivata dalla raffigurazione in alcune statue, nessuna evidenza sul corpo

Boyer (2003): soffriva della Sindrome di Klippel-Feil (fusione delle prime due vertebre cervicali e ridotta possibilità di movimento). PERÒ: nessuna evidenza nella TAC del 2005

Doherty (2002) e Hawass (2010): soffriva di sindromi malformative del piede destro e piede sinistro equino, testimoniato anche dai 120 bastoni trovati nella tomba. PERÒ: nessuna evidenza nell’esame del 1925, contestazioni di esperti sul piede equino, presenza di bastoni cerimoniali in diverse altre tombe.

Doherty (2002): la testa rasata del Faraone suggerisce che i medici cercassero una lesione cerebrale o l’origine di una patologia. PERO’: era pratica comune per i nobili radersi ed usare parrucche per ragioni igieniche.

Sempre Doherty (2002): Tutankhamon soffriva di *pectus carinatum* o “petto del piccione” (protrusione sterno e costole). PERO’: nessuna evidenza nei ritratti del re; sterno e costole sono andate perse e nessuna possibilità di verifica

Ashrafian (2012): era epilettico. PERÒ: nessuna prova tangibile

El-Mahdy (1999) e Doherty (2002): aveva un tumore cerebrale (meningioma). PERÒ: nessuna evidenza dall’esame del cranio e dalla TAC

Le prime immagini della TAC

Sempre Zahi Hawass ha pubblicato nel 2010 un contestatissimo lavoro (Ancestry and pathology in King Tutankhamun’s Family. Journal of the American Medical Association 303, 638–647 (2010) in cui ipotizzava la malaria come causa principale di morte di Tutankhamon sulla base del ritrovamento di frammenti del DNA del Plasmodium falciparum nel corpo del Faraone. In realtà la malaria era endemica nell’Antico Egitto, e la malaria nelle zone endemiche può avere esiti fatali nei bambini piccoli e nelle donne incinte, non negli adulti. È altamente improbabile che il giovane regnante sia morto per questo. Curiosità: il gruppo sanguigno del Faraone era A+, lo stesso dello scheletro della KV55 (Akhenaton/Smenkhare).

Le lesioni metatarsali al piede sinistro di Tutankhamon e l’accorciamento del secondo dito dello stesso piede sarebbero invece sintomi di anemia falciforme, una patologia dimostrata già nell’Egitto predinastico. Anche il prognatismo mascellare (overbite) mostrato nella scansione del 2005 sarebbe compatibile con una diagnosi di anemia falciforme (Timman e Meyer, 2010).

La testa, oggi

La frattura al femore ha alimentato l’ipotesi di una ferita per una caduta dal carro, presumibilmente durante una battuta di caccia. La ferita infetta avrebbe ucciso il Faraone. Da notare però che secondo alcuni studiosi la frattura risalirebbe alle “manovre” di carter per liberare il corpo del Faraone

Le costole sono un altro mistero: secondo Benson, il taglio sui monconi rimasti sono troppo netti per essere stati fatti su un osso di 3000 anni fa (si sarebbero sbriciolati); secondo lui sono stati effettuati dall’imbalsamatore che si era trovato davanti un corpo dilaniato, con uno squarcio sul petto con perdita del cuore e dello sterno. Uno scenario molto cruento, coperto sulla mummia da un collare di perline posto direttamente sulla pelle della salma e che avrebbe coperto lo squarcio.

In definitiva le principali ipotesi finora formulate comprendono:

1) Un assassinio da parte di una congiura di palazzo.

Elementi a favore: morte improvvisa di un giovane apparentemente ben nutrito anche se gracile; periodo storico molto critico; mancanza di un erede diretto. Candidati colpevoli: Ay o Horemheb

Elementi contro: non ci sono tracce di ferite intenzionali inferte; il frammento di osso nel cranio sembra conseguente alla procedura di mummificazione

2) La malaria

Elementi a favore: tracce di DNA del Plasmodio della malaria sono stati ritrovati nella salma di Tutankhamon

Elementi contro: in un’area dove la malaria era endemica è estremamente improbabile che un giovane adulto ben nutrito e ben curato possa soccombere alla malattia

3) Un incidente con il carro

Elementi a favore: le fratture del femore e (forse) delle costole sarebbero compatibili con un incidente con il carro da caccia o da guerra, oppure dal calcio di un cavallo. Le anomalie dell’imbalsamazione potrebbero essere dovute ad una procedura approssimativa “sul campo”. Nel Talmud si fa (forse) riferimento ad una caduta di un Faraone dal carro.

Elementi contro: secondo diversi esperti, le fratture sono post-mortem, probabilmente risalenti al 1925 nel caso del femore e al periodo tra il 1925 ed il 1968 per le costole. Improbabile che il re fosse così inesperto da subire il calcio di un cavallo.

4) Una malattia ereditaria (epilessia; anemia falciforme)

Elementi a favore: alto grado di consanguineità nella XVIII Dinastia, elementi scheletrici compatibili

Elementi contro: la presunta madre di Tutankhamon, Kiya, non era parente del presunto padre, Akhenaton; mancanza di prove dirette

5) Ucciso da un ippopotamo

Elementi a favore: lo squarcio nel torace; assenza del cuore; assenza dello scarabeo del cuore (Harer, 2006). Curiosamente, la stessa morte descritta da Manetone per Menes, il primo Faraone

Elementi contro: nessuna certezza che lo squarcio sia avvenuto ante mortem; mancata descrizione dello squarcio nell’autopsia di Derry. La guardia personale del Faraone lo avrebbe protetto (precedente caso di Tuthmosis III con un elefante)

6) Avvelenato

Elementi a favore: nessuno, o meglio, la mancanza di altri indizi evidenti della causa di morte di un giovane nobile

Elementi contro: nessuna prova

Fino all’emergere di nuove evidenze, la causa della morte di Tutankhamon rimarrà un mistero

Tutankhamon, ad oggi, riposa così. A causa dello spostamento della prima bara al GEM per il restauro non è più nella camera sepolcrale ma nell’Anticamera. Privato dei sacrari, del sarcofago, delle bare e della maschera, spogliato di ogni amuleto protettivo. Dilaniato, spezzato, tagliato letteralmente in due e pietosamente ricomposto. Forse non esisteva un altro modo, ma di tutto ciò che era presente nella sua tomba, forse quello che ha ricevuto meno cure e meno attenzioni è stato proprio lui.

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Forbes D. et al. Tutankhamen’s Missing Ribs. KMT San Francisco, 2007
  • Boyer R et al. The Skull and Cervical Spine Radiographs of Tutankhamen: A Critical Appraisal. American Journal of Neuroradiology Jun 2003, 24 (6) 1142-1147
  • Harer, W. Benson. “New Evidence for King Tutankhamen’s Death: His Bizarre Embalming.” The Journal of Egyptian Archaeology 97 (2011): 228–33.
  • Rühli, F.J., Ikram, S., Purported medical diagnoses of Pharaoh Tutankhamun, J. Comp. Hum. Biol. (2013),
Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LE PLACCHE DELLA FAMIGLIA DI AMENHOTEP III

LA PLACCA DI HENUT TANEB

Di Luisa Bovitutti

In questa placca finemente incisa la principessa Henut Taneb è raffigurata accanto ai suoi genitori Tiye e Amenhotep III ed a sua sorella Isis; l’oggetto è realizzato in corniola, una pietra semipreziosa che gli Egizi chiamavano “sole al tramonto” e ritenevano capace di allontanare il malocchio e di garantire la pace.

Questo splendido reperto, probabilmente parte di un bracciale, è custodito al MET di New York.

La placca misura cm. 2,3 in altezza, cm. 4,1 in larghezza e cm. 0,2 in spessore e raffigura al centro Amenhotep III in trono, con la doppia corona, il flagello e lo scettro uncinato (sopra di lui il cartiglio con il suo nome di incoronazione Neb-maat-ra); davanti a lui, in piedi, le due figlie Henut Taneb e Iside (o Iset) sormontate dai cartigli dei loro nomi, che tengono in una mano il segno ankh e nell’altra un sistro.

Alle spalle del re, su di un trono più piccolo di quello del consorte, la grande sposa reale Tiye (identificabile dal cartiglio inciso sopra di lei), che indossa un abito lungo e stretto, collana e bracciali ed un copricapo ornato da due alte piume; dietro la regina si trova il portatore di flabello.

La circostanza che i nomi delle figlie di Amenhotep III siano iscritti in un cartiglio, privilegio riservato ai sovrani ed alle regine, inducono a ritenere che egli le sposò; il titolo di “Grande sposa reale” è tuttavia attestato solo per Sitamon e per Iside, le due sorelle maggiori di Henut Taneb.

FONTI

LE PLACCHE DEL GIUBILEO

Di Luisa Bovitutti

Howard Carter fu incaricato da Lord Carnarvon di cercare reperti egizi per la sua collezione, e nel 1912 acquistò altre tre placche simili a quella di Henut Taneb, anch’esse in origine probabilmente incastonate nell’oro a formare un bracciale; nel 1926, dopo la morte del Lord, essi furono comprati da Edward S. Harkness che li donò al Met di New York, ove si trovano tuttora.

Le squisite incisioni, realizzate con estrema maestria su di una pietra difficile da lavorare per la sua durezza, inducono a ritenere che le placche siano state prodotte dagli artigiani reali; due di esse, in corniola, commemorano forse uno degli heb sed del sovrano, che appare con l’abito tradizionale del giubileo con la sua regina e in un caso anche con due principesse, che gli porgono la “palma degli anni” come augurio di un regno lungo e prospero.

Nella seconda di esse Amenhotep III è rappresentato nel momento della cerimonia in cui, dopo aver rinnovato le sue forze vitali, viene incoronato nel doppio padiglione e compare sia come re del Basso Egitto indossando la corona rossa che come re dell’Alto Egitto indossando la corona bianca.

Sul padiglione splende il disco solare alato e ad entrambi i lati la regina Tiye è in piedi di fronte a lui.

Sul lato sinistro, un piccolo cartiglio lo designa “Nebmaatra, dotato di vita” e Tiye porta il segno Ankh verso il viso del marito e con la mano destra tiene una “palma degli anni”; sul lato destro, la regina presenta con la mano destra il cartiglio del marito e con la mano sinistra tiene un’altra “palma degli anni”.

La scena è incorniciata da due colonne di geroglifici. A sinistra: “Il buon dio, Signore delle Due Terre, Neb-maat-ra, dotato di vita eterna”; a destra: “Figlio di Re, dal suo corpo, Amenhotep, sovrano di Tebe, dotato di vita eternamente”.

FONTI:

LA PLACCA DI TIYE COME SFINGE

Di Patrizia Burlini

La terza placca intagliata in corniola, parte di un braccialetto, probabilmente raffigura la regina Tiye sotto forma di sfinge alata, che tiene tra le mani il cartiglio con il prenome di Amenhotep III, Neb-Maat-Re.

Da notare il copricapo indossato dalla regina sfinge: molto simile al tipico copricapo indossato da Nefertiti.

Le piante sulla sommità della corona forniscono un legame con gli aspetti di ringiovanimento dei membri femminili della famiglia reale di Amarna.”

Ali, copricapo e gioielli indicano stretti legami con terre straniere (Nubia, Asia).

1390-1352 a.C, XVIII Dinastia, corniola, conservato al MET di NY

Fonti:

  • Didascalie MET
  • Dorothea Arnold, The Royal Women of Amarna, MET
Tutankhamon, XVIII Dinastia

LE TROMBE DI TUTANKHAMON

Di Patrizia Burlini

La tomba in argento e oro

La scoperta della tomba di Tutankhamon consegnò al mondo il più grande ritrovamento archeologico della storia. Tra le migliaia di oggetti presenti nella tomba furono rinvenuti anche degli strumenti musicali, in particolare una coppia di trombe militari, ancora funzionanti. Si tratta delle più antiche trombe funzionanti scoperte ad oggi, una (Nr 175 Carter) in argento e oro, l’altra (Nr. 50gg) in bronzo o rame e una lega d’oro (forse elettro?).

Le due trombe presentavano anche un’anima in legno decorata, visibile nelle immagini del post. Probabilmente quest’anima in legno serviva a proteggere le trombe, quando deposte, da colpi accidentali, vista la sottigliezza del metallo.

La tromba in rame o bronzo con l’anima in legno decorato

Tale accuratezza mostrata dagli antichi egizi non fu certamente presa in considerazione quando nel 1939 e 1941, si decise di suonare in pubblico le due trombe. Nel 1939 l’evento fu trasmesso dalla BBC. Bandsman Tappern, musicista della fanfara dell’esercito inglese, suonò la tromba d’argento di fronte a 150 milioni di ascoltatori collegati via radio. Purtroppo, il fragile reperto non resistette e si frantumò (fu poi prontamente restaurato e mai più toccato) non prima di consentire la registrazione dell’evento eccezionale. La registrazione di quella straordinaria ma infelice esibizione si può ascoltare a questo link:

La tromba in rame (o bronzo) fu suonata nel 1939 e 1941.

I due strumenti hanno un’intonazione diversa (sono anche leggermente diversi in dimensione).

Le due trombe con le anime in legno

Secondo il musicologo Hans Hickman il loro suono è “rauco e potente” e richiama il “timbro di un trombone medievale o un corno primitivo più che quello di una tromba o corno”.

Per entrambe le trombe, la gamma alta fu raggiunta con tale difficoltà (come si può ascoltare nella registrazione) che sembra improbabile sia mai stata usata mentre la gamma bassa presentava qualità e forza scadenti. Di conseguenza, secondo il musicologo Jeremy Montagu, la gamma media raggiunta durante l’esibizione era probabilmente quella per cui le trombe erano state concepite e il segnale militare egizio con le trombe era ritmico, su nota singola.

La tromba in argento e oro con l’anima in legno decorato

Come molti già sapranno, circola da anni la leggenda della maledizione delle trombe che mai avrebbero dovute essere toccate (avrebbero scatenato un black out al Cairo e la seconda Guerra Mondiale…) ma questa è un’altra storia.

Trombe militari in argento e oro e in rame o bronzo e elettro (?)

Museo egizio del Cairo, ora al GEM

JE 62007|Carter 175

JE 62008|Carter 50GG

Fonti

Amarna, XVIII Dinastia

I CAVALLI DI AMARNA

Di Patrizia Burlini

In questo capolavoro proveniente da Amarna, l’artista ha saputo dar vita alla scena, grazie al movimento del cavallo di fronte, che china la testa per mordersi la zampa anteriore.

Il tema della rappresentazione degli animali è presente in tutta la storia egizia ma una rappresentazione così reale e viva, in un contesto formale e cerimoniale è quasi unico.

Ad Akhetaton, le rappresentazioni dei sovrani che conducono il carro regale sono molto comuni. In questa immagine i sovrani non sono visibili; probabilmente si tratta di un carro in attesa di fronte ad un tempio o palazzo.

Calcare dipinto

Proveniente probabilmente da Amarna

Regno di Akhenaton, 1353-1336 a.C.

XVIII Dinastia

Conservato al MET, New York

Accession number 1985.328.18

Fonti:

Amarna, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL BUSTO DI AKHENATON GIOVANE

Di Patrizia Burlini

Una straordinaria collezione di immagini, da varie angolazioni, del busto comunemente identificato con Akhenaton da giovane, e conservato presso il Kestner Museum di Hannover.

Il busto fu acquistato nel 1971 grazie all’intervento dell’allora direttore, l’egittologo Peter Munro, ma soprattutto grazie alla generosità dei cittadini di Hannover, che finanziarono l’acquisto.

Il faraone indossa il khepresh, corona blu con cui è abitualmente rappresentato.

Il ritratto presenta le caratteristiche tipiche della ritrattistica del regno di Akhenaton: labbra carnose, sopracciglia ben delineate , naso ben disegnato.

Trovo che i caratteri di questo ritratto siano molto delicati e effeminati , tali da ricordare Nefertiti o il giovane Tutankhamon.

Peter Munro : Ein Königskopf der Amarna-Zeit im Kestner-Museum. – In: Städel Jahrbuch – Neue Folge – Bd. 4. – München : Prestel Verlag, 1973. – pp. 1-25

Nuovo Regno, Statue, XVIII Dinastia

TESTA IN STEATITE DELLA REGINA TIYE

Di Patrizia Burlini

Testa della Regina Tiye, Museo del Cairo JE 38257

Nel 1905, W.M.Flinders Petrie condusse una spedizione archeologica nel Sinai. Si concentrò in particolare sul tempio di Serabit-el-Khadim, dedicato alla dea Hathor, chiamata Signora del turchese, in onore delle miniere che qui si trovavano. Il tempio originariamente fu costruito da Snefru, ma nel corso dei millenni, molti faraoni lo modificarono ed arricchirono.

Nel suo rapporto « Ricerche nel Sinai » del 1906, Petrie riporta gli esiti degli scavi e dal suo resoconto emerge una piccola ma allo stesso grande scoperta: una magnifica testa in steatite della regina Tiye, alta soli 7 cm, oggi conservata al Museo del Cairo.

Le foto originali di Petrie

Emozionante la descrizione che ne fa Petrie:

« … Un’altra regina ha lasciato qui uno dei ritratti più suggestivi mai scolpiti da un egizio (fig. 133). La famosa regina Tiye, consorte del magnifico monarca Amenhotep III, è stata fino ad ora conosciuta solo da alcune sculture in rilievo e non da una figura con nome a tutto tondo. È strano che questo remoto insediamento d’Egitto abbia conservato per noi il suo ritratto, identificato inequivocabilmente dal cartiglio in mezzo alla corona. Il materiale è steatite scistosa verde scuro e l’intera statuetta doveva essere alta circa un piede. Sfortunatamente, nessun altro frammento della figura è rimasto nel tempio e solo la testa è stata conservata. La superba dignità del viso si fonde con un’affascinante immediatezza e fascino personale. La delicatezza delle superfici intorno all’occhio e sopra la guancia mostra la massima cura nella manipolazione. Le labbra curiosamente abbassate, con la loro pienezza e tuttavia delicatezza, il loro disprezzo senza malizia, sono evidentemente modellate dal vivo. Dopo aver visto questo ritratto, sembra probabile che il magnifico frammento di testa di regina in marmo proveniente dal tempio di Tell el Amarna sia il ritratto di Tiye, e non di Nefertiti (PETRIE, Tell el Amarna, tav. i, 15). Questa ipotesi è più probabile in quanto la testa di una regina trovata quest’anno a Gurob e acquistata da Berlino è indiscutibilmente coerente con i ritratti non a tutto tondo di Nefertiti e non assomiglia alla testa di marmo. Inoltre, N. Davies ha osservato che solo le statue di Akhenaton e Tiye sono raffigurate nel tempio dove è stata trovata la testa di marmo. Passando al nuovo ritratto, raccogliamo alcuni dettagli sulla regina. L’orecchio è rappresentato forato, come è anche il caso di suo figlio Akhenaton (Tell el Amarna, tav. i, 9). La corona che indossava era probabilmente traforata, in oro. I due uraei alati estendono la loro lunghezza in spire intorno alla testa, finché non si incontrano sul retro, mentre frontalmente sostengono il cartiglio con il nome. Dai due lati del cartiglio scendono i due urei sulla fronte, emblema della grande regina dell’Alto e del Basso Egitto. Questo pezzo da solo valeva tutto il resto dei nostri guadagni dell’anno; ora è al Museo del Cairo. …”

Testa della Regina Tiye,
Museo del Cairo JE 38257

Bibliografia;

Approfondimenti:

Arte militare, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL CARRO DI THUTMOSIS IV

A cura di Francesca Benelli

Il National Museum of Egyptian Civilization presso il Cairo, dopo un laborioso restauro, espone il carro del Faraone Thutmose IV.

Ritrovato nella sua tomba in pessime condizioni, in legno , gesso e lino.

È come sfogliare un libro perché racconta delle sue battaglie e dei suoi nemici con immagini ricche di particolari. Le immagini provengono dal museo. Dinastia XVIII. La sua tomba è la KV 43. Scavata nel 1904. Sir Howard Carter la conosce bene!!

Didascalie a cura di Patrizia Burlini

Amarna, Tombe, XVIII Dinastia

LA TOMBA KV55

A cura di Andrea Petta

LA STORIA DELLA TOMBA

La KV55 è una tomba nella Valle dei Re in Egitto, scoperta da Edward Ayrton nel 1907 mentre lavorava nella Valle per Theodore Davis. Presumibilmente era in antichità un deposito per i materiali usati nella preparazione delle tombe oppure una tomba incompiuta risalente alla fine della XVIII Dinastia. Probabilmente conteneva diverse mummie reali, ed altrettanto probabilmente fu riaperta durante la XX Dinastia e diversi sarcofagi trasportati altrove (forse nella KV35).

L’interno della KV55 al momento della scoperta: a sinistra i resti del sacrario di Tiye, verso la parete il sarcofago aperto e nella nicchia i vasi canopi

È una tomba relativamente piccola, incompleta, intonacata ma non decorata, a camera singola, la cui lunghezza totale misura solo 27,61 metri. La pianta, immaginando uno sviluppo che non è mai stato completato, sarebbe probabilmente stata molto simile alla KV62 di Tutankhamon che si trova praticamente di fronte.

La pianta della KV55; sono evidenti le somiglianze con la pianta della KV62 di Tutankhamon, anche se questa è rimasta incompleta

IL CONTENUTO

Nella tomba sono stati ritrovati:

  • Parti di un sacrario smantellato e dorato con un testo “realizzato da (Akhenaton) per sua madre Tiye”.
  • Una bara, contenente una mummia in avanzato stato di decomposizione, appoggiata sui resti decomposti di un catafalco a testa di leone. Il cranio (leggermente idrocefalo) danneggiato era stato separato dal corpo ed è stato trovato avvolto in un pettorale a forma di avvoltoio (Davis lo scambiò per una corona). Il braccio sinistro del corpo era incrociato sul petto, il braccio destro esteso, in posizione tipica delle mummie di sesso femminile dell’epoca. Nella nicchia sopra la bara è stata trovata una serie di quattro vasi canopi e sul pavimento quattro “mattoni magici”. La bara era stata danneggiata già nell’antichità; la maschera d’ora strappata quasi completamente, i cartigli scalpellati.
  • Una serie di oggetti, alcuni dei quali forse collegati al rito dell’apertura della bocca, diversi oggetti con il nome della Regina Tiye e di Amenofi III, e diverse impronte di sigilli con il prenomen di Tutankhamon.

Il sarcofago così come si presentò agli scopritori e la damnatio memoriae del nome

Il pettorale che avvolgeva il teschio

Davis e tutto il gruppo fecero un lavoro molto approssimativo; descrizione e catalogazione dei pezzi furono molto carenti, se non inesistenti. Alcune fasce d’oro della mummia furono trafugate nel laboratorio di Elliot Smith e mai più ritrovate.

Il pettorale trovato sulla salma

Sulla base delle iscrizioni sul sacrario e su un esame delle ossa pelviche alquanto improvvisato, Davis pensò di aver trovato la mummia di Tiye (e pubblicò un quanto mai intempestivo volume, “The tomb of Queen Tiyi” nel 1907), ma fu quasi subito smentito dall’analisi anatomica dei resti da parte di Elliot Smith che identificò un corpo maschile. Georges Daressy dedusse inoltre nel 1916 che la bara dorata trovata nella tomba fosse comunque originariamente fatta per una donna e solo successivamente adattata per ospitare un re. Sono state proposte negli anni Tiye, Nefertiti, Meketaten e Meritaten ma l’opinione corrente più accettata è che la bara fosse originariamente destinata alla moglie secondaria di Akhenaton, Kiya. Si pensa anche che i quattro vasi canopi appartenessero a Kiya, e che le teste femminili sui coperchi dei vasi la ritraggano. Come la bara, i canopi furono modificati per la sepoltura di un re attraverso la cancellazione del titolo di Kiya e l’aggiunta di un ureo reale a ciascuna testa del ritratto.

Il sarcofago si trova attualmente al Museo Egizio; prima del trasferimento al nuovo Museo era stato collocato dal 2010 nella sala dedicata ad Akhenaton da Zahi Hawass

Due dei mattoni magici riportano il nome di Neferkheperure Waenre, il prenomen di Akhenaton, mentre gli altri due avevano iscrizioni in ieratico e sono molto più danneggiati (sostituiti nell’antichità?). Tre dei quattro mattoni erano correttamente allineati con la bara, suggerendo che la mummia fosse di Akhenaton.

Disegno originale di Davis di uno dei pannelli del sacrario, in stile tipicamente amarniano

L’esame anatomico effettuato da Eliot Smith nel 1908 indicò l’età alla morte compresa tra 20 e 25 anni, ma visti gli indizi che correlavano il corpo ad Akhenaton corresse il tiro sottolineando che il cranio idrocefalo fosse un indizio di malformazioni che avrebbero sottostimato l’età (ed aprendo la via a tutte le speculazioni che vedremo nella seconda parte). Ricordiamoci che Elliot Smith fu coinvolto nella colossale truffa dell’Uomo di Piltdown, il più famoso falso nella storia dell’antropologia…

Una curiosità: data la sua vicinanza. la KV55 fu usata da Burton come camera oscura per sviluppare le sue foto della tomba di Tutankhamon

CACCIA AL NOME

Come abbiamo visto, dopo i dubbi iniziali sul sesso causati da Davis stesso, l’esame del corpo da parte di Smith nel 1908 chiarì che si trattava di un corpo maschile, ma le evidenze sull’età al momento della morte vennero stiracchiate per comprendere la fascia di età di quella presunta alla morte di Akhenaton.

Pur con qualche dubbio, l’attribuzione ad Akhenaton resistette fino agli anni ’60. Nel 1963 furono ripetuti gli esami anatomici dal Prof. Harrison di Liverpool e questi stabilì l’età alla morte intorno ai 20 anni, escludendo quindi Akhenaton (morto intorno ai 35 anni) dalla lista dei “pretendenti” e rendendo molto più probabile l’identità di Smenkhare, effimero Faraone o Reggente alla fine del regno di Akhenaton. Dopo questa pubblicazione, nel 1966, Cyril Aldred sposa questa tesi dopo essere stato uno dei più convinti sostenitori di Akhenaton.

Nel frattempo era stata scoperta la tomba di Tutankhamon e cominciarono i raffronti tra le due mummie. Si vide che entrambi condividevano lo stesso gruppo sanguigno e un antigene sierico, suggerendo una stretta parentela tra di loro. Il confronto tra i due crani non ha invece dato risultati definitivi.

Zahi Hawass faccia a faccia con l’occupante della KV55

Dopo vari decenni di “lotta” tra l’attribuzione ad Akhenaton e quella a Smenkhare, nel 2010 Zahi Hawass decide di tirare una “bomba” archeologica e pubblica un’analisi genetica di diverse mummie della XVIII Dinastia utilizzando le moderne tecnologie di genetica molecolare per ricostruire l’albero genealogico della Dinastia.

Secondo Hawass, KV55 (CG61075) sarebbe il padre di Tutankhamon, mentre le due mummie della tomba KV35 (di cui magari si può fare un approfondimento) sarebbero la mamma (KV35YL, “Young Lady”) e la nonna (KV35EL “Elder Lady”) dello stesso Tutankhamon. KV35EL sarebbe inoltre Tiye. Data la discrepanza delle età (KV55 avrebbe avuto Tutankhamon quando aveva 2 o 3 anni secondo la stima di Harrison), Hawass determina l’età di KV55 “tra i 35 ed i 45 anni” sulla base della tomografia computerizzata ed attribuisce KV55 come Akhenaton. Ne è talmente convinto che sposta il sarcofago al Museo Egizio nella sala dedicata ad Akhenaton.

Scansione CT del cranio trovato nella KV55 (sopra) e quello di Tutankhamon (sotto)

Il lavoro fu immediatamente contestato; in particolare fu contestata l’attendibilità di campioni di DNA di 3300 anni e la mancanza di controlli adeguati (Lorenzen, 2010) e l’incongruenza con l’analisi di Harrison (Baker, 2010).

Inoltre, nella sua caccia al nome famoso (aveva già trovato Nefertiti nella KV35YL…), in un certo senso Hawass si crea un problema da solo, perché nello stesso lavoro attribuisce i due feti trovati nella tomba di Tutankhamon (ed universalmente attribuiti ad Ankhesenamon, figlia accertata di Akhenaton e Nefertiti) come figli della mummia KV21a. Quindi KV21a sarebbe Ankhesenamon ma…dalla stessa analisi KV21a NON è figlia di KV55, rendendo l’identificazione di Akhenaton improponibile. Da notare che nello stesso lavoro KV21a (Ankhesenamon) avrebbe una correlazione solo parziale con gli altri membri della famiglia.

La genealogia proposta da Hawass nel suo lavoro. Come si vede manca (volutamente) il legame KV21a/Akhenaton

D’altra parte, da questo lavoro KV55 risulterebbe diretto discendente delle mummie KV35EL (con ogni probabilità Tiye) e della mummia CG61074 (comunemente identificata come Amenofi III) e non ci sono evidenze conclusive che Smenkhare sia figlio di Amenofi III e Tiye.Il quadro è perciò molto confuso; basti ricordare che per la KV35YL, proposta come madre di Tutankhamon, solo nell’ultimo decennio sono state proposte: Nefertiti (iscrizioni e somiglianza fisica), Kiya (analisi genetica), Merytaton (analisi genetica), Satamun (figlia maggiore di Amenofi III e Tiye), Baketaton e Nebetiah (sorelle putative di Akhenaton).

RIASSUMENDO…

L’evidenza anatomica colloca KV55 come un giovane uomo, presumibilmente morto intorno ai 20 anni (range:18-23) ad Amarna e trasportato successivamente a Tebe, dove sarebbe stato sepolto nella KV 55 insieme a Tiye e ad altri membri della Casa Reale. L’identikit farebbe pensare a Smenkhare, ma molti punti sono ancora oscuri:

  • Perché ci sono i mattoni magici relativi ad Akhenaton nella tomba?
  • Perché sarebbe stato messo nella KV55 insieme a Tiye, forse alla KV35YL e forse a Kiya?
  • Perché Tiye sarebbe stata rimossa dalla KV55 durante la XX Dinastia, lasciando le parti del sacrario all’interno? Sarebbe stato logico trasportare anche quello o quanto meno riutilizzare l’oro della copertura
  • Di chi sono gli organi dentro i vasi canopi di Kiya? Non è mai stata fatta un’analisi genetica di quei resti
  • Come conciliare i dati dell’analisi genetica con quelli anatomici?

UN’IMMAGINE POSSIBILE

Alla fine del periodo di Akhetaton, sono morti ad Amarna Akhenaton, almeno tre figlie di Akhenaton e Nefertiti, Tiye, probabilmente Smenkhare, probabilmente Nefertiti, probabilmente Kiya.

L’abbandono di Amarna avrebbe comportato spostare un certo numero di mummie reali a Tebe, senza la possibilità di reperire abbastanza tombe nella Valle dei Re.

È possibile immaginare che nella KV55, non finita, ci fosse posto per Tiye, Akhenaton e Smenkhare nei rispettivi sacrari, e che siano stati posizionati solo i mattoni magici di Akhenaton in quanto personaggio più illustre ivi sepolto? Che questa tumulazione sia avvenuta sotto il regno di Tutankhamon, che appone i suoi sigilli alla tomba? Che in qualche momento della XX Dinastia la tomba sia stata aperta, saccheggiata e la salma “maledetta” di Akhenaton distrutta? Che quindi i sacerdoti abbiano pensato di spostare Tiye da un luogo “impuro” lasciando Smenkhare con quanto rimaneva dell’arredo funerario originale ed il sacrario di Tiye che era troppo difficile da far passare all’esterno con la necessità di fare presto per ri-sigillare la tomba?

Oppure, al contrario, si è deciso di abbandonare Akhenaton alla solitudine eterna?

E Kiya dov’è? Chissà…

Riferimenti:

  • Fairman HW, Once Again the So-Called Coffin of Akhenaten The Journal of Egyptian Archaeology 47:25-40 (1961)
  • Aldred C, Akhenaten, Thames & Hudson Ltd Ed., 1968
  • Reeves CN, A Reappraisal of Tomb 55 in the Valley of the Kings. The Journal of Egyptian Archaeology 67:48-55 (1981)
  • Strouhal E, Biological Age Of Skeletonized Mummy From Tomb Kv 55 At Thebes Anthropologie 48:97-112 (2010)
  • Hawass Z et al. Ancestry and Pathology in King Tutankhamun’s Family. JAMA. 2010;303(7):638-647
  • Lorenzen E et al. King Tutankhamun’s Family and Demise. JAMA. 2010;303(24):2471
  • Habicht ME et al, Identifications of Ancient Egyptian Royal Mummies from the 18th Dynasty Reconsidered. Yearbook Of Physical Anthropology 159:S216–S231 (2016)
Nuovo Regno, Storia egizia, XVIII Dinastia

LA BATTAGLIA DI MEGIDDO

A cura di Giuseppe Esposito

Iblis, il Diavolo del deserto

…avvolto nel suo tezzefe[1], che si confondeva con il buio della notte, el-Aurans Iblis si proteggeva dagli attacchi degli spiriti della solitudine, che infestano il deserto, coprendo il volto con il kel asuf che lasciava scoperti solo gli occhi di un profondo colore azzurro… ai suoi lati, come lui nascosti tra le dune e mimetizzati nella notte, oltre 400 uomini aspettavano un suo ordine mentre, sbuffando nella notte, la locomotiva arrancava sulla linea che congiungeva Damasco a Medina. La sua mano si abbassò sulla leva, l’impulso si trasmise lungo il filo raggiungendo l’innesco e la vampa illuminò la notte seguita, una frazione di secondi dopo, dal boato dell’esplosione. Poi iniziò l’attacco vero e proprio al convoglio! Anche quella notte i rifornimenti non avrebbero raggiunto le truppe turche.

Thomas Edward Lawrence[2], per i suoi alleati, beduini del deserto, più semplicemente el-Aurans Iblis, “Lawrence il Diavolo”; ma, tra il 1916 e il 1918, le sue imprese eroiche nella lotta contro le forze dell’impero ottomano che occupavano la penisola araba, non avrebbero sortito l’effetto desiderato se non supportate economicamente da un altro personaggio che, ai fini del nostro racconto, sarà importante giacché, come noi, appassionato della storia dell’Antico Egitto: il Generale Edmund Henry Hynman Allenby[3] che, comprendendo le potenzialità strategiche delle forze irregolari raccolte da Lawrence (circa settantamila uomini), provvide a sovvenzionarlo con l’astronomica cifra, per l’epoca, di duecentomila sterline mensili.

Già, vi chiederete, ma perché se siamo in un sito di egittologia, stiamo parlando della Prima Guerra Mondiale? Un attimo e, se avrete la pazienza di seguirmi, ci arriveremo…

ALLENBY, THUTMOSI III E MEGIDDO

Lasciato Lawrence alle sue scaramucce e alla conquista del porto di Aqaba[4], torniamo ad Allenby, a sua volta figura leggendaria nella conquista della Palestina e della Siria durante il primo conflitto mondiale. Accompagniamolo, perciò in una delle sue più importanti vittorie, resa tale, tuttavia, anche dalle azioni di disturbo poste in essere da el-Aurans Iblis: la Battaglia di Megiddo del settembre 1918.

E qui, se fossimo in un documentario televisivo, potremmo tranquillamente sfumare e sovrapporre allo “swagger stick”, il bastoncino tipico degli Ufficiali inglesi, il flagello e, al berretto di Allenby, la khepresh, la corona blu degli antichi re egizi.

Con un salto temporale che solo le immagini possono permettere, o la capacità di trasformare un testo in immagini con gli occhi della fantasia, torniamo indietro di almeno… 3500 anni…

L’anno è il XXII del regno di Men-Kheperu-Ra, il giorno è il XXV del IV mese dell’Inverno[5].

Ma il Nesw-Bity, o prae-nomen, potrebbe complicare il comprendere di chi si tratti e, perciò, sarà meglio chiamarlo con il titolo Sa-Ra, figlio di Ra, della sua titolatura: Thutmosi e, per semplificarne ancora l’individuazione, aggiungiamo che è il III re[6] della XVIII dinastia a portare tale nome[7]; un nome a sua volta declinato, specie dagli studiosi di storia militare come il Generale Allenby, in “Napoleone d’Egitto”.

Ben giustificato, apparirà questo soprannome se si considera che a lui si debbono 17 campagne militari[8] nonché soluzioni politico-militari-diplomatiche di valore, come vedremo, certo innovativo.

Proprio nell’ambito della prima di queste campagne s’inserisce quello di cui vorrei parlarvi.

Un brano degli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak

IL “NAPOLEONE D’EGITTO” E LA I CAMPAGNA

Da sempre l’Egitto è stato circondato dai suoi nemici, dalle sabbie della Libia con le sue tribù, alle popolazioni Nubiane del profondo sud, agli “odiati” Sethiu: gli Asiatici. Tutte insieme, queste etnie, costituivano “i nove archi[9]”, cioè i popoli nemici dell’Egitto che il Re calpestava ad ogni passo dato che proprio nove archi erano riportati sotto i suoi sandali o sul poggiapiedi del suo trono.

Sfinge bronzea di Thutmosi III sdraiata sui “nove archi”

Ma il Principe di Qadesh, una città che ricorrerà spesso negli annali dell’Egitto faraonico, decide di opporsi al Re Thutmosi riuscendo a catalizzare attorno a se oltre 200 principi asiatici che operano al confine causando non pochi danni alle popolazioni alleate del “Grande Re”. L’esercito egizio è intervenuto già per operazioni di frontiera tentando di difendere gli alleati, ma si rende necessaria un’azione più decisa ed ecco che, in quel famoso anno XXII[10], giorno XXV del IV mese[11], Thutmosi inizia la propria campagna militare.

Dieci giorni e 200 chilometri dopo, proprio nel giorno di inizio del suo XXIII anno di regno, Thutmosi ed il suo esercito hanno attraversato il deserto e si trovano in una località che, successivamente, i Filistei[12] chiameranno Gaza. Altri dieci giorni e l’esercito si accampa ad Aruna, ai piedi della catena montuosa (che poi si chiamerà “del Carmelo”) che bisogna superare per raggiungere la piana di Megiddo in cui, vista l’avanzata nemica, si è schierato l’esercito dei  Principi della confederazione asiatica.

Attorno al tavolo dello Stato Maggiore, nella tenda del Re, si affaccendano i suoi Generali: motivo del contendere è la scelta della strada da seguire per raggiungere la città nemica. Tre, infatti, sono i percorsi possibili: due sono agevoli, ampi e consentiranno all’esercito, secondo i Generali, di poter procedere con il minimo rischio e di potersi schierare nella piana di Megiddo con rapidità ricostituendo i ranghi rapidamente per fronteggiare il nemico. Il terzo percorso, più breve, è però disagevole, passa per strette gole di montagna in cui addirittura lo stesso carro del Re passerebbe a stento e l’esercito si dipanerebbe in uno stretto e lungo serpentone che difficilmente potrebbe manovrare in caso di attacco nemico; basterebbe un uomo a tenere in scacco un intero esercito!

Ma il Re è irremovibile, proprio perché quel sentiero tra i monti è così disagevole, così “tatticamente” errato, il nemico non lo presidierà in forze o, magari, non lo presidierà affatto, e proprio per quel sentiero dovrà passare l’intero esercito della Terra di Kemi (giacché questo era il vero nome dell’Egitto).

Il carro del Re si trova spesso sull’orlo di baratri di cui non si scorge il fondo o, al contrario, alla base di rupi altissime da cui anche un solo sasso, lanciato, potrebbe causare gravi danni; Thutmosi, girandosi, non riesce a vedere la fine di quella lunga fila di uomini che lo seguono fiduciosi poiché egli è come il Dio della Guerra alla testa dei suoi eserciti[13].

Ma ogni percorso, anche il più disagevole, è destinato a terminare ed il Re, preceduto dalla sua avanguardia, giunge nella piana di Megiddo, alle spalle dello stesso nemico che, come previsto, è pronto a fronteggiare proprio gli sbocchi dei due percorsi più agevoli.

Thutmosi potrebbe sbaragliare immediatamente la coalizione nemica, capeggiata dai Principi di Qadesh e di Megiddo, ma deve aspettare l’arrivo anche dell’ultimo uomo, ed anche quando la retroguardia ha raggiunto il piano, il Re decide che si deve aspettare un giorno fausto e fa accampare i suoi uomini. Passano tre giorni poi, dopo una splendida notte con la luna nuova, al mattino del terzo il Re scatena il suo esercito, ormai riposato e riorganizzato, che ha immediatamente ragione del nemico che ripiega disordinatamente sulla città fortificata di Megiddo.

La fuga è così precipitosa che lo stesso Principe di Qadesh, per entrare nella città che ha ormai già chiuso le porte, deve farsi issare sulle mura con le funi[14].

Il Re vorrebbe immediatamente approfittare dello strapotere, ma il suo esercito si ferma a saccheggiare il ricchissimo accampamento nemico[15]. È gioco forza, così, dover procedere all’assedio di Megiddo, un assedio che durerà ben sette mesi e che si concluderà con la caduta della città e la cattura di oltre cento dei Principi asiatici ribelli, delle loro mogli, dei loro harem e, soprattutto, dei loro figli.

Eppure, in un’epoca in cui la guerra è brutalità pura, Thutmosi III inizia una politica lungimirante ed accorta che ben giustifica, peraltro, proprio quel soprannome di “Napoleone d’Egitto” che sopra abbiamo visto. L’esercito confederato è ormai smembrato, la riunificazione sotto un unico comando è fallita e cessa, pertanto, di essere un pericolo per l’Egitto, la lega stessa si è dispersa ed è ormai frammentata nei molteplici regni iniziali, con piccoli eserciti, e piccoli principi, più facilmente controllabili. Thutmosi può dirsi soddisfatto della sua vittoria e, magnanimamente, non solo libera i principi presi prigionieri a Megiddo, ma li reinsedia sui rispettivi troni facendo loro giurare che mai e poi mai rivolgeranno nuovamente le armi contro l’Egitto.

Il Re tuttavia, per diritto di “bottino”, potrebbe far sue le mogli o le concubine degli sconfitti, potrebbe ucciderne i figli per non perpetuare le stirpi dei nemici, ma ben altro è il suo progetto. I figli dei Principi, infatti, saranno suoi ospiti presso la Corte egizia in una sorta di Accademia militare, il “Kep”, in cui verranno educati, acquisiranno usi e costumi egizi apprezzandoli e costituendo, quando torneranno sui troni dei padri, una futura classe politica “amica”. Questo non volendo citare, s’intende, il ben valido deterrente costituito dalla loro presenza “a casa” del Re contro le eventuali idee di ribellione dei rispettivi genitori.

…e la linea del tempo, che ci aveva portati oltre 1400 anni prima dell’era volgare, ora scivola in avanti e ci porta lontano da quel XXIII anno di regno di Thutmosi: l’anno, questa volta, è il 1918 d.C. e, nella stessa zona, si combatte la Prima Guerra Mondiale.

Comandante delle forze dell’Impero Britannico nell’area è il Generale Sir Edmund Allenby e di fronte ha le forze dell’Esercito Ottomano che sono schierate nella piana di Megiddo, o meglio in quella che è intanto diventata Tell al-Mutesellim, nel territorio del futuro Israele.

Ma, ricordate? Sir Allenby è un cultore di egittologia, conosce bene la storia di Thutmosi III e decide di seguirne le orme: nuovamente l’espediente di percorrere il disagevole sentiero tra i monti si dimostra una mossa vincente!

Per chi avesse la curiosità di sapere quale è la fonte del racconto della “Campagna di Megiddo”, preciso che questa è narrata negli “Annali di Thutmosi III”, in un lungo rilievo che circonda il sacrario del Dio, nel Tempio di Amon a Karnak, nonché su una stele eretta a Napata, oltre la quarta cateratta del Nilo e perciò in pieno territorio nubiano, verosimilmente per servire da monito a quelle popolazioni magnificando le capacità guerriere del Re.

Potenza della propaganda!

Un’altra piccola digressione, finale, riguarda ancora Megiddo: secondo la religione ebraica, infatti, proprio nella valle prospiciente la città avrà luogo l’Armaghedòn (letteralmente Monte di Megiddo), ossia lo scontro finale tra le forze del bene e quelle del male.

VII pilone del Tempio di Karnak: Re Thutmosi III tiene per i capelli un gruppo di Principi asiatici e leva in alto la mazza da guerra per colpire

10/11/2021


[1]    Il vestiario dei Tuareg comprende l’”akerbas” camicia lunga dotata di maniche, molto simile alla “djallabiah”, l’”ekerbay”, pantalone, il “tagalmust”, il classico velo che ricopre il capo (che può essere anche chiamato “ă alil”, se è quello indossato giornalmente, meno elaborato), il “kel asuf”, il velo che copre il volto e che serve per proteggere dalla sabbia, ma principalmente dai demoni del deserto. L’abito è detto “aselsou”, o anche “telesse”; se nero è, invece, un “tezzefe”, se bianco, di lana, “abror”. Un abito di lusso è un “iloumar”, se di poco prezzo “akoulil”.

[2]    Thomas Edward Lawrence (1888-1935), ma anche T.E. Smith. T.E. Shaw, John Hume Ross, militare, agente segreto, archeologo, scrittore (suoi sono “I sette pilastri della saggezza), più noto con il leggendario nome di “Lawrence d’Arabia”

[3]    Edmund Henry Hynman Allenby (1861-1936), generale dell’Esercito britannico, che, tra il 1917 e il 1918, condusse la forza di spedizione egiziana nella conquista della Palestina e della Siria.

[4]    6 luglio 1917: Lawrence occupa il porto di Aqaba, sul Mar Rosso, dopo una traversata del deserto di quasi 600 miglia (circa 950 km), capeggiando un esercito di circa 5.000  costituito, in maggior parte da appartenenti al clan Howeytat.

[5]    Date le possibili datazioni discordi, siamo in un periodo compreso tra il 1457 e 1482 a.C.

[6]    Si sarà di certo notato che non è stato usato il termine “Faraone” ma quello di Re, e questo perché questo termine, derivante da “Per-Aa”, ovvero “Grande Casa”, entrerà nell’uso comune per indicare i Re dell’Antico Egitto proprio ed a partire dal Regno di Thutmosi III.

[7]    Titolatura completa:

Nome di Horus:                                Ka nekhet kha em uaset

Titolo Neb-Ty (le Due Signore:          Wahnesytmireempet

Nome Horus d’oro:                           Djeser khau

Titolo Nesw-Bity:                              Men-Kheperu-Ra

Sa-Ra (figlio di Ra):                          Dhutmose

[8]    Dalla 1ª alla 7ª : campagne “punitive” e di assestamento del potere regale, con la conquista dell’area siro-palestinese; dalla 8ª alla 17ª: scontri con il regno di Mitanni (regno breve ma intenso, nato dalla distruzione di Babilonia, situato nella zona tra l’attuale Kurdistan e l’Eufrate. Alla morte di Hammurapi (1180 a.C.), infatti, s’insediano nell’area nuove etnie tra cui, appunti, i Mitanni con una aristocrazia indo-europea. Affini agli Hittiti, i Mitanni avranno, però, vita molto più effimera e breve;

[9]    Normalmente con il termine “nove archi” erano indicati i nemici maggiori dell’Antico Egitto; è bene tuttavia tener presente che i nove “nemici” non erano consolidati nel tempo e costantemente individuabili, ma variavano a seconda del periodo storico. Del resto, chi era nemico “ieri” può non esserlo “oggi”, ad esempio per la stipula di trattati di pace, e viceversa.

[10] Gli anni di regno citati da Thutmosi III sono calcolati, lo si rammenta, dalla morte del padre, Tuthmosi II, e non da quella di Hatshepsut, diretto predecessore sul trono, in questo secondo caso si tratterebbe, perciò, del 1-2° anno di regno.

[11] L’anno egiziano era calcolato su 365 giorni esatti e si basava su tre stagioni di quattro mesi, da 30 giorni, ciascuna; ma 30  x 12  = 360 giorni, cui si aggiungevano 5/6 giorni “epagomeni”, che venivano, cioè, aggiunti con una certa cadenza per avvicinare la durata dell’anno del calendario a quella dell’anno solare. Giacché l’interno ciclo era in funzione delle piene nilotiche, il primo giorno era in funzione dell’arrivo, a Ineb-Hedji (la greca Menfi) della prima ondata di piena, intorno al 15-20 di giugno. Quanto ciò comportasse imprecisione è facile immaginare, tanto che venivano usati anche altri “calendari”, talvolta sfalsati tra loro, per cercare di far “quadrare” il periodo annuale. Orientativamente, Akhet, la prima stagione dell’inondazione, andava da luglio a novembre; Peret, stagione della germinazione, da novembre a marzo; Shemu, stagione del raccolto, da marzo a luglio. I Mesi, fino al periodo ellenistico, quando furono assegnati nomi a ciscuno, venivano indicati con numeri (I, II, III mese di Akhet, ad esempio). In ogni caso, anche per gli studiosi, esistono notevoli difficoltà ad indicare una corrispondenza con il calendario gregoriano, oggi vigente.

[12] L’area è quella fenicia, ma il termine greco “Fenicio”, con riferimento alla produzione della porpora, si associa a tale zona del Vicino Oriente solo dopo le invasioni dei Popoli del Mare (di varia origine, in cui è possibile, forse, riconoscere civiltà più note: gli Sherdana, forse Sardi; gli Akijawa, forse gli Achei; i Filistei, e altri).

[13] “…Ecco, si diede ordine all’intero esercito di muoversi; sua Maestà procedeva su un carro di oro fino, equipaggiato con le sue insegne di guerra, come Horus dal braccio possente, signore dei riti, come Montu di Tebe, mentre suo padre Amon rendeva forti le sue braccia. …” dagli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak;

[14] “…Ed essi [i nemici] videro, invero, sua Maestà prevalere e corsero precipitosamente verso Megiddo, con visi terrorizzati, dopo aver abbandonato i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento. Li tirò su, issandoli per le loro vesti, in questa città; infatti la popolazione aveva sbarrato questa città contro di loro, ma avevano calato delle funi per issarli su…” dagli “Annali di Thutmosi III” citato;

[15] “…Furono allora catturati i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento, come facile bottino, (mentre) le loro truppe giacevano prostrate come pesci in un’ansa della rete…” dagli “Annali di Thutmosi III”.

Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LE SEDIE DI TUTANKHAMON

SEGGIOLINA DA BAMBINO

A cura di Patrizia Burlini

Questa seggiolina di uso quotidiano fu trovata nell’anticamera della tomba di Tutankhamon. Si ipotizza che il faraone la usasse da bambino alla corte di Amarna.

È realizzata in ebano massiccio con intarsi in avorio e con pannelli in oro sui braccioli, dove sono rappresentati degli orici feriti e piante del deserto. Le gambe, a forma di zampe anteriori e posteriori di leone, terminano con artigli in avorio.

Questa sedia è uno straordinario esempio di manifattura: lo schienale leggermente curvo è sostenuto da tre doghe verticali; il sedile è composto da cinque doghe scolpite, su cui probabilmente veniva posto un cuscino: il tutto in un insieme armonioso ed elegante – dove anche l’ergonomia trova il suo posto – che ci lascia stupiti ancor oggi.

L’ebano nell’antico Egitto era un legno estremamente raro e difficile da trovare, probabilmente proveniente da scambi commerciali con l’Africa occidentale.

Altezza della seduta 32 cm.

Dimensioni totali; cm. 40,6×39,1×71,5.

Proveniente dalla KV 62, Valle dei Re e conservata al Museo del Cairo JE 62033

Fonti:

  • Web
  • The Immutability of the Core Construction of a Chair: The Building Techniques from Ancient Egypt to Contemporaneity By André Patrício Published : April 3rd 2019

SEGGIO PICCOLO IN LEGNO

A cura di Grazia Musso

Seggio piccolo in legno Altezza 73 cm. Carter 349

Questa seggiola da bambino fu usata dal faraone in giovane età.

Le gambe hanno la forma di zampe di leone, a simboleggiare i concetti di protezione e rinascita nell’aldilà.

La seduta ha doppia curvatura e lo schienale è inclinato, la sedia non ha braccioli.Fra le gambe ci sono dei pannelli lavorati a giorno che fungono da supporti e sono decorati con i fiori di loto e papiri, piante araldiche che simboleggiano l’Alto e il Basso Egitto.

I vegetali sono intrecciati al geroglifici che raffigurano. i polmoni e la trachea che significa “unire”.

Sull’alto schienale è raffigurato Horo in forma di falco, mentre dispiega le ali, a protezione del re seduto sulla sedia, fra gli artigli tiene i segni shen, simboli dell’eternità e al di sotto delle ali ci sono due ankh, simboli della vita, fra scettri was, emblemi di potere e autorità.

Al di sopra delle ali di Horo si trovano i cartigli del faraone, dunque Horo protegge sia i nomi del re sia il sovrano in persona.

Fonte : Tutkhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – Einaudi.

8Luisa Bovitutti, Franco Nicoli e altri 6Commenti: 2