Abiti, Vita quotidiana

I PERIZOMI DEGLI EGIZI

Osservando i soldati del rilievo proveniente dalla tomba di Horemheb a Sakkara e custodito nel museo archeologico di Bologna sono stata incuriosita dai loro perizomi ed ho fatto una piccola ricerca sul tema.

Rilievo dalla tomba di Horemheb a Sakkara. Sette soldati trasportano sulla schiena un pesante oggetto, forse una tenda arrotolata; tre di loro indossano un elmetto o forse una retina, abbastanza inusuale presso gli Egizi. Divertente il contributo dell’ufficiale, l’ultimo personaggio a destra: mentre gli altri stanno faticando sotto il peso, si limita a dare ordini, fingendo solo di aiutare. Notate i calzoncini in pelle indossati dai soldati, che presentano molti piccoli tagli verticali che li rendevano più leggeri e più confortevoli. Solo un rettangolo nella parte centrale posteriore è pieno, forse per decenza?
La foto è stata da me scattata nel museo archeologico di Bologna nel Febbraio 2024.

I perizomi furono la prima forma di biancheria intima in uso fin dalla preistoria ed erano realizzati con strisce di tessuto che venivano fatte passare tra le gambe ed allacciate intorno alla vita.

Gli Egizi, in particolare soldati e nubiani, utilizzavano anche triangoli di lino piuttosto ampi che venivano appoggiati sulla schiena con la loro parte più ampia e legati attorno alla vita tramite i due estremi; in seguito la parte inferiore veniva fatta passare sul davanti attraverso le gambe, infilata dietro il nodo già esistente e piegata sul davanti.

Nella tomba di Tutankhamon vennero rinvenuti ordinatamente piegati ben 140 esemplari di perizomi di questo genere, pratici e leggeri.

Il perizoma di Tutankhamon

Quelli dei soldati di Horemheb tuttavia appaiono molto più raffinati ed a trama elaborata, tanto che si direbbero prerogativa delle classi più elevate; dall’osservazione di altri rilievi tombali si può fondatamente ipotizzare che essi venissero indossati sopra il triangolo di lino con le medesime modalità, proteggendolo ed impedendo che si slacciasse.

Modalità per indossare il perizoma

Due esemplari di essi furono rinvenuti nel 1902 nella Valle dei Re, all’interno di una piccola cassetta di legno (MFA 03.1036ab) nascosta in una cavità di una roccia posta sopra la tomba KV 36 appartenuta al nobile Maiherpra, vissuto probabilmente durante il regno di Thutmose III (1479 – 1425 a.C.) e ritenuto proprietario degli stessi.

L’anno successivo il loro scopritore Theodore M. Davis regalò uno di essi ed il contenitore al MFA di Boston ove si trova tuttora, e l’altro al Field Museum of Natural history di Chicago dove è stato purtroppo rubato.

Il perizoma rubato di Chicago.

Questi perizomi sono realizzati con un unico pezzo di morbidissima pelle di gazzella conciata ad olio, con un’ampia fascia di pelle piena sulla parte superiore e sui bordi e cuciture in filo di lino; a parte un rettangolo sul retro, lasciato pieno, il resto dell’indumento è stato reso traspirante ed ancora più confortevole praticandovi innumerevoli tagli a file sfalsate.

Quello superstite misura 85 cm. in altezza e 89 cm. in larghezza.

Un altro perizoma di forma leggermente differente si trova a Londra, al British museum, e faceva originariamente parte della collezione Salt; esso risale al Nuovo Regno, proviene da Tebe ed ha l’aspetto di una rete di cuoio con un anello d’avorio attaccato; è lungo 33 cm. e largo 30,50 cm.

Il perizoma di Londra.



FONTI:

https://interactive.archaeology.org/…/field/loincloth.html

https://collections.mfa.org/objects/130310

https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA2564

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/893194

Kemet Djedu

IL DONO DI ISIDE A RAMESSE III

Questo particolare rilievo parietale proviene dalla tomba QV55 e ci mostra Ramesses III al cospetto di Iside.

Poiché l’immagine è decisamente chiara possiamo tentarne insieme la traduzione delle brevi iscrizioni visibili.

Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.

Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.

CATALOGO

https://liviosecco.it/…/2025/02/Catalogo20250301.pdf

DIZIONARIO ANTROPONIMICO REALE

472 SOVRANI TRASLITTERATI E TRADOTTI

Ogni re egizio è riportato in geroglifico, traslitterato, con pronuncia italiana e tradotto

Volume 1: Dal Predinastico alla XVII dinastia

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

Volume 2: Dalla XVIII dinastia ai Romani

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

Necropoli tebane

TT342 – TOMBA DI DHJEUTMOSE

Planimetria schematica della tomba TT342 [1] [2]
Concentrazione delle tombe nell’area di Sheikh Abd el-Qurna

Epoca                 XVIII dinastia (Thutmosi III)

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Dhjeutmose [5]Principe ereditario, Araldo realeSheikh Abd el-Qurna XVIII dinastia (Thutmosi III) 

Biografia

Uniche notizie biografiche ricavabili sono il nome della madre, Tabenert, e quello della moglie, Tepihu[6].

La tomba

TT342 si sviluppa, partendo da un cortile di accesso, secondo la planimetria a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo: a una sala trasversale, segue una sala longitudinale, ortogonale alla prima che presenta, però, nella sua parte terminale una seconda sala trasversale, con andamento nord sud, inclinata rispetto all’asse longitudinale della tomba, planimetria dovuta alla vicinanza e sovrapposizione con altre sepolture dell’area. All’interno del corridoio di accesso (1 in planimetria) i titoli del defunto; sulle pareti della sala trasversale: su tre registri sovrapposti (2) sodati in marcia, barche in processione, scene di aratura, mietitura e trebbiatura con l’ausilio di buoi. Poco oltre, su uno dei lati corti, i resti (3) di una stele con il cartiglio di Thutmosi III: segue (4) scena del defunto su un carro durante la caccia al toro selvatico e agli struzzi. Su altre pareti, su tre registri (5) persone e un orchestra di musicisti, maschi (?) e femmine con una ballerina che danza; seguono, sull’altro lato corto, i resti di un’altra stele. Poco oltre, su due registri (7) il defunto e la sua famiglia in scene di pesca e uccellagione; scene di pulizia e preparazione della cacciagione; vendemmia e pigiatura delle uve e offerte a Thermutis; seguono (8) i resti di scene di caccia all’ippopotamo. Nella sala longitudinale (9), su due registri, scene della processione funebre con il sarcofago trainato, prefiche, divinità trasportate inj tabernacoli e uomini che trasportano suppellettili funerarie[7].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 409

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 409

[7]      Porter e Moss 1927,  pp. 409-410

Necropoli tebane

TT341 – TOMBA DI NAKHTAMON

Planimetria schematica della tomba TT341[1] [2] [3]

Epoca                 XIX dinastia (Ramses II?)

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Nakhtamon [6]Sorvegliante dell’altare nel RamesseoSheikh Ab del-QurnaXIX dinastia (Ramses II ?)[7] 

Biografia

Nakhtamon era responsabile dell’organizzazione della processione dei sacerdoti durante le cerimonie giornaliere nel Ramesseum e della esatta distribuzione delle offerte sugli altari. Pochissime sono le notizie biografiche ricavabili dalla TT341. È così noto che la moglie si chiamava Kemenaa[8], suo fratello Amenherib e il suo primogenito Amenabu[9]; questi ultimi entrambi appartenenti al clero officiante nel Ramesseum e perciò a Nakhtamon sotto ordinati. Un altro figlio si chiamava Bakenptah, ma di lui non si hanno altre indicazioni[10].

La tomba

Concentrazione delle tombe nell’area di Sheikh Abd el-Qurna

Benché Porter e Moss indichino la tomba come risalente al periodo di Ramses II, e perciò alla XIX dinastia[11], precise indicazioni stilistiche e delle rappresentazioni umane fanno oggi propendere per una assegnazione alla XX dinastia[12]

TT341 si trova in un’area di Sheikh Abd el-Qurna in cui maggiormente si concentrano le tombe. Scavata direttamente nella roccia, sfrutta, come lato del cortile antistante, un muro ricavato nel più ampio cortile dell’adiacente TT264. Unica descrizione completa della tomba risale al 1948 a cura di N. de Garis Davies e Alan Gardiner[13]: è noto, da tali descrizioni, che due false porte fiancheggiavano l’ingresso effettivo della sepoltura, ma di queste non rimane oggi più traccia così come non vi è traccia di una tavola delle offerte pure indicata come esistente nel 1925[14].

Un breve corridoio, lungo 1,20 m e largo 1, scavato nella roccia di pessima qualità della collina sovrastante, immette in una sala trasversale di 5 m x 1,40 i cui lati corti sono preceduti da una sorta di panca che non ha funzione apparente se non, forse, quella di costituire appoggio per le offerte funerarie; dalla sala trasversale un breve cunicolo originariamente alto solo 0,70 m,e successivamente ampliato in altezza, dà accesso ad una camera pressoché quadrata di 2 m x 1,80 al fondo della quale di apre una nicchia che conteneva, molto verosimilmente, una statua del defunto che venne rinvenuta nel cortile[15]. Una particolarità riguarda gli spigoli dei locali che sono tutti arrotondati, quasi a non voler interrompere la sequenza delle immagini garantendone, con la rotondità, la continuità narrativa.

Ala nord della sala trasversale

Nel corridoio di accesso esisteva (1 in planimetria) rappresentazione del defunto, in piedi, che, entrando nella sua tomba, alzava le mani al cielo per salutare gli dei che avrebbe incontrato mentre recitava inni a Osiride-Wennefer; di tale immagine restano solo labili tracce e ne è nota l’esistenza solo per alcuni disegni eseguiti, nel 1948, da N. de Garis Davies[16] [17]. Sulle pareti della sala trasversale: brani del Libro delle Porte con il defunto in offertorio a Osiride e sei scene del defunto, inginocchiato, dinanzi ai guardiani delle porte (2). Le scene proseguono sulle pareti adiacenti con scena di psicostasia in cui Horus presenta il defunto e la moglie a Osiride, in presenza di Ammit(3), mentre Thot registra l’esito della pesatura e riporta il risultato a Osiride e alle dee presenti, e con rappresentazioni della processione funebre con portatori di vasi canopi e di offerte varie, buoi che trainano il sarcofago (4). Su altre pareti (5-6-7) il defunto incensato da un uomo e, proseguendo, scene di macellazione e di preparazione di cibi, un figlio, funzionari con mazzi di fiori, un cantante, un liutista e suonatori di nacchere, il tutto in presenza di Ptah-Sokaris seduto, con alle spalle il re Ramses II[18].

Ala sud della sala trasversale

Nella camera più interna: un figlio, seguito da suonatrici di arpa e lira danzanti, offre birra al defunto e alla madre; un altro figlio offre incenso e libagioni, tra cui mazzi di cipolle, durante la festa di Bastet[19] [20]. Poco oltre (10-11) il defunto, la moglie (?) e alcuni figli in offertorio di essenze aromatiche a Ptah. Poco oltre (12) il defunto, con il capo coperto da un fazzoletto, esce dalla tomba accompagnato da altre persone. Su altre pareti (13-14) dee in sembianze di albero sotto cui è seduto uno dei figli. Dalla sala più interna è noto che parta un percorso sotterraneo, che è stato ispezionato solo in minima parte.

Ramses II e il dio Ptah-Sokar-Osiris dalla parete ovest


[1]      Scoperta nel 1925 da N. de Garis Davies e Alan Gardiner

[2]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[3]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 408

[7]      Porter e Moss 1927, secondo Porter e Moss la tomba risale al periodo di Ramses II, p. 408

[8]      Porter e Moss 1927, p. 408

[9]      La tomba TT340 di Amenemhat:, su osirisnet.net. 

[10]     La tomba TT340 di Amenemhat:, su osirisnet.net. 

[11]     Porter e Moss 1927, p. 408

[12]     Particolare attenzione viene posta su un cartiglio di Ramses II in cui il re della XIX viene indicato come “Ra-mesu-meri-Amon“, ovvero “Ra lo ha plasmato, amato da Amon”, raro esempio tipico, appunto, della XX

[13]     Gardiner e Davies 1948, pp. 31-41

[14]     La tomba TT340 di Amenemhat:, su osirisnet.net

[15]     Molto probabilmente la statua venne dedicata a Nakhtamon dalla moglie Kemenaa; l’iscrizione che la contrassegna recita, infatti: “L’Osiride, sovrintendente dell’altare, Nakhtamon, che adora Amon-Ra-Horakhti quando sorge sull’orizzonte orientale del paradiso e lo segue fno al tramonto nell’orizzonte occidentale. [..Dedicato.. (?)] da sua moglie Kemenaa”  

[16]     L’inno a Osiride recitava, tra l’altro: “…Sono venuto a te, Signore della terra sacra, Osiride, sovrano dell’eternità, primogenito di Geb, primogenito del grembo di Nut. Faccio riverenza al signore della necropoli, che ingrandisce il cielo con le sue braccia

[17]     Porter e Moss 1927, p. 409

[18]     Porter e Moss 1927, p. 408

[19]     Un testo, che accompagna la scena, recita tra l’altro:”…Il quarto mese della stagione di germinazione (Peret), il quarto giorno, il giorno del festival di Bastet. Trascorri [un giorno felice?], o Osiride, sovrintendente dell’altare, Nakhtamon, giustificato…”

[20]     Calendario egizio

Necropoli tebane

TT340 – TOMBA DI AMENEMHAT

Planimetria schematica della tomba TT340 di Amenemhat[1][2] [3]

Epoca:                                  inizi XVIII dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Amenemhat[6]Servo del Luogo della VeritàDeir el-Medina Inizi XVIII dinastia 

Biografia

Ma’an e Hut, furono rispettivamente il padre e la madre di Amenemhat che ebbe due mogli, Reditoh[7] (o Satamon[8]) e Nubnefert[9]. Sennefer fu figlio della prima moglie, Reditoh o Satamon; a lui si devono le iscrizioni di TT340[10]. Vengono indicati quattro altri figli maschi ed altrettante femmine, ma di nessuno di questi viene indicato il nome[11].

La tomba

Si riconosce la TT340 come una delle più antiche tombe di artigiano della Necropoli degli operai di Deir el-Medina[12] e forse la prima del Nuovo Regno di tutta la Necropoli tebana. Proprio tale particolarità giustificherebbe le iscrizioni meno accurate attribuibili al figlio del defunto, Sennefer.

Venne originariamente scavata nella roccia viva; le pareti furono quindi rivestite di mattoni che costituirono una superficie liscia su cui realizzare i dipinti e le iscrizioni.

Scena di processione funeraria dalla parete nord

La cappella, costituita da una sala rettangolare molto piccola, era preceduta da un cortile le cui forma e dimensioni vennero successivamente stravolte anche dalla realizzazione, a nord, del muro che recinta il cortile della adiacente TT3 di Pashedu.

Un corridoio dal soffitto a volta immette nella cappella costituita da una sala rettangolare trasversale rispetto all’asse del corridoio; anche questa presenta il soffitto a volta. In generale le decorazioni appaiono stilisticamente primitive[13]; benché non eccessivamente danneggiate dal trascorrere dei millenni, appaiono tuttavia mutile poiché molti dei volti umani, e alcuni dei simboli religiosi, vennero scalpellati durante il periodo in cui TT340 venne impiegata come romitaggio copto.

Parete sud della camera trasversale

I dipinti parietali, aldilà delle mutilazioni cui si è sopra accennato e del fatto che in alcuni tratti appaiono incompleti, sono di buona fattura e applicati su una base generalmente gialla. Sulla parete sud (1 in planimetria[14]) due occhi di Horus sovrastano Osiride e Anubi[15] che si fronteggiano seduti; dinanzi alle divinità, ancora con perfetta simmetria, la figura del defunto inginocchiato dinanzi a due tavole per offerte.

Più sotto, venendo meno alla simmetria del registro superiore, la coppia costituita da Amenemhat e dalla seconda moglie Nubnefert appare sulla destra della parete, assisa su un’unica sedia[16], dinanzi a una tavola imbandita; sulla sinistra, sono rappresentati quattro figli maschi e quattro femmine (i cui nomi non sono indicati) che partecipano al banchetto[17] [18].

Parete nord della camera trasversale

La parete ovest (4 in planimetria) presenta, al centro, una nicchia bassa e molto piccola (0,34 cm x 0,33 x 0,25). Anche in questo caso le rappresentazioni parietali seguono una certa simmetria: a sinistra e a destra della nicchia, infatti, si trovano due coppie sedute, rispettivamente i genitori del defunto, Ma’an e Hut, e il defunto con una delle mogli (forse Reditoh/Satamon).

La parete nord, ad arco come la parete sud che fronteggia, non venne completata (3 in planimetria), ma presenta anche in questo caso due occhi di Horus che garantiscono una linea di simmetria alle rappresentazioni sottostanti: nuovamente Osiride e Anubi, quest’ultimo con l’eccezionale colorazione verde della pelle, si fronteggiano; anche in questo caso hanno di fronte tavole per offerte e vengono serviti a banchetto dal defunto inginocchiato. Nei due registri inferiori, scene della processione funebre con portatori di offerte e di suppellettili funerarie, dolenti e prefiche; seguono due buoi e cinque uomini che portano sulle spalle una barca sacra su cui è adagiato il sarcofago.

Parete ovest

La parete est (2 in planimetria) non venne ultimata e costituisce un’ottima fonte di studio del come, materialmente, venissero realizzate le pitture parietali: sono abbozzate in bianco, sulla parete gialla, alcune della sagome che avrebbero successivamente accolto disegni più completi (figure, tavole per offerte, cibarie). Alcuni tratti sono stati schizzati molto sommariamente applicando, in alcuni casi, colori forse come pro-memoria di quelli che sarebbero stati successivamente e definitivamente applicati.

Il soffitto a volta della cappella reca la rappresentazioni di una pergola da cui pendono grappoli d’uva[19] [20] [21].

La pergola rappresentata sul soffitto

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.


[1]      Scoperta nel 1925 da Bernard Bruyère

[2]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[3]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 407.

[7]      Porter e Moss 1927, così viene riportato il nome nel testo, p. 407.

[8]      “La tomba TT340 di Amenemhat”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024. 

[9]      Porter e Moss 1927,  p. 407.

[10]     Sennefer, figlio di Amenemhat e della sua prima moglie, fu verosimilmente l’autore di tutte le iscrizioni della tomba; costui, tuttavia, doveva essere quasi analfabeta giacché le iscrizioni contengono ripetuti errori tanto da far ritenere che derivino da copiatura di altri testi analoghi; quando se ne discosta, i testi sono confusi tanto da rendere difficile l’interpretazione dei nomi e dei rapporti di parentela, specie per quanto riguarda le filiazioni dalla prima o dalla seconda moglie. In alcune iscrizioni Nubnefert risulta essere non solo il nome della seconda moglie del defunto, ma anche il nome di un figlio della prima moglie e, quindi, fratello di Sennefer

[11]     “La tomba TT340 di Amenemhat”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024. 

[12]     Porter e Moss 1927,  pp. 406-407.

[13]     Le teste sono in taluni casi sproporzionate rispetto al corpo e le braccia dei personaggi risultano molto sottili e lunghe.

[14]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 400.

[15]     Caso più unico che raro nel panorama delle rappresentazioni di Anubi, questi, normalmente ritratto con la pelle nera, è qui rappresentato con la pelle di colore verde, normalmente destinato a Osiride giacché rimanda al colore verde della carne cadaverica. Il dio sciacallo inoltre, anche in questo caso eccezionalmente, ha il corpo avvolto in un sudario bianco.

[16]     I due sono seduti su un’unica sedia (forse per mancanza di spazio nella realizzazione artistica), tanto che Amenemhat sembra seduto sulle ginocchia della moglie.

[17]     Tutti recano sul capo un accenno di coni profumati, piatti e non prominenti come in rappresentazioni successive, e le femmine tengono dinanzi al naso fiori azzurri. L’egittologa Nadine Cherpion ha ipotizzato che tale rappresentazione non fosse realistica, che cioè tali coni non esistessero nella realtà, ma fosse un modo per rappresentare, artisticamente e graficamente, l’uso di profumi in occasione di ricevimenti e banchetti.

[18]     Cherpion 1994.

[19]     Unica altra rappresentazione nota di pergola con uva si trova nella TT96 denominata, appunto, anche “Tomba delle Vigne”. La TT96, peraltro, è intestata a tale Sennefer, Sindaco di Tebe, ma non è dato di sapere se si tratti del figlio di Amenemhat, titolare della TT340.

[20]     “La tomba TT340 di Amenemhat”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024

[21]     Porter e Moss 1927,  pp. 407-408.

Necropoli tebane

TT339 – TOMBA DI HUY e PASHEDU

Planimetria schematica della tomba TT339 di Huy e Pashedu[1][2] [3]

Epoca:                                   XIX dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Huy e Pashedu[6](Huy) Servo del Luogo della Verità; (Pashedu) Servo del Luogo della Verità, Scalpellino della Necropoli di Amon a KarnakDeir el-MedinaXIX dinastia (Ramses II)Tomba scoperta nel 1905 da E. Schiaparelli

Biografia

Genitori di Huy, Seba e Nefer[t]iyti[7]; padre di Pashedu, Harmosi. Moglie, di entrambi, Takharu[8].

La tomba

La cappella è costituita da un piccolo ambiente oggi ricostruito; sulle pareti: scene della cerimonia funeraria (1-2 in planimetria[9]), della psicostasia e del pellegrinaggio ad Abydos. Poco oltre (3) il defunto e la moglie in presenza di Ptah-Sokaris (?); su altra parete (4), in tre registri sovrapposti, persone che partecipano ai riti e, poco oltre (5) due Anubi, rappresentati come sciacalli, sovrastano scene di genti con mazzi di fiori ripartite su tre registri.

Sul fondo, al centro della parete ovest, nicchia (6) contenente una stele, il defunto e la moglie in offertorio. Provengono da questa tomba uno stipite di porta con testi attribuibili a Huy (oggi al Museo Egizio di Torino, cat. 6157), e oggetti intestati a Peshedu: altro stipite con il defunto inginocchiato (forse quello che fronteggiava il precedente); scatola per ushabti; vaso canopico e frammenti di cartonnage[10].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115..

[1]      Tomba scoperta, nel 1905, da Ernesto Schiaparelli.

[2]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[3]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 406.          

[7]      Nomi ricavabili da una stele in due pezzi di cui uno al British Museum (cat. 446) e l’altro al Louvre /(cat. C.86).

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 406.

[9]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 400.

[10]     Porter e Moss 1927,  pp. 406-407

Necropoli tebane

TT338 – TOMBA DI MAYA

Planimetria schematica della tomba TT338[1] [2]

Epoca:                                   Tarda XVIII dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Maya[5]Disegnatore di AmonDeir el-Medina Tarda XVIII dinastia 

 

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile, il nome della moglie Tamyt[6]

La tomba

La cappella è costituita da un piccolo ambiente smontato e ricostruito, oggi, presso il Museo Egizio di Torino (cat. 07910)[7]; la numerazione in planimetria, fa perciò riferimento a tale reperto.

La cappella ricostruita al Museo Egizio di torino

Sulla parete a sinistra dell’ingresso, una prefica (1 in planimetria[8]) la cui azione è rivolta verso la processione funeraria che si svolge su altra parete (2), su tre registri sovrapposti: la processione funeraria, uomini e buoi che trainano il sarcofago, scene di offertorio rivolte al defunto e alla moglie, scene del pellegrinaggio ad Abydos.

Sulla parete opposta (3), su due registri scene di offertorio al defunto e alla moglie, nonché tre barche.

Sul fondo (4) i resti in due registri della coppia assisa e di prete che precede offerenti.

Nello stesso Museo si trova anche una stele (cat. 1579) che, su tre registri, vede il defunto e la moglie in offertorio a Osiride e Hathor; tre figli e una figlia (nomi non indicati) in offertorio ai genitori e alcuni familiari.[9]

La stele di Maya, Museo Egizio di Torino

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

FOTO: Museo Egizio di Torino


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 406.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 406.

[7]      Porter e Moss, pag. 406, indicano il categorico della cappella in 7886

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 400.

[9]      Porter e Moss 1927,  p. 406.

Necropoli tebane

TT337 – TOMBA DI KEN o QEN

POI USURPATA DA ESHKONS

Planimetria schematica della tomba TT337[1] [2]

Epoca:                                   XIX dinastia / XXI-XXII dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Ken, o Qen (poi usurpata da Eskhons) [3](Ken) Scultore nel Luogo della Verità; nessuna notizia per EskhonsDeir el-Medina XIX dinastia (Ramses II) [Ken]; XXI-XXII dinastia [Eskhons]  

 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile da questa tomba. Ken, o Qen, tuttavia, risulta titolare anche di un’altra tomba, la TT4. Il nome dello scultore Qen, viene menzionato anche nelle tombe TT106, di Paser, e TT7, di Ramose.

Durante la XXI o XXII dinastia la TT337 venne usurpata da tale Eskhons, di cui non è possibile qui reperire notizie.

Per quanto riguarda il titolare Ken, dalla tomba TT4, è possibile indicare in Tjanufer (o anche Thonufer) suo padre, a sua volta Scultore e cesellatore di Amon in Khenu, e in Maatnofret (o anche Metnefert) sua madre.

Ebbe due mogli, Nefertere e Henutmehyt; suoi figli maschi furono Merymery, Tjau-en-Anuy, Kewer e Penduau, figlia femmina Taqari[5]

La tomba

L’accesso a TT337 si apre nello stesso cortile da cui si accede alla TT181[6] di Ipuki e Nebamon, la cosiddetta “tomba degli scultori”.

E’ notevolmente malridotta e dalla cappella sono stati recuperati solo pochi frammenti contenenti testi.

Nella camera funeraria, a est, è scarsamente leggibile la personificazione dell’Occidente tra Anubi, come sciacallo, da un lato e le dee Iside e Nephtys dall’altro.

Sulle pareti radi frammenti di testi, usurpati dal secondo occupante Eskhons, e frammenti del defunto (non è chiaro se Ken o Eskhons) in adorazione di Osiride, Iside, Horus e Anubi[7].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  pp. 11-12 e Porter e Moss 1927,  p. 405.       

[6]      Numerazione in azzurro nella planimetria

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 406

Necropoli tebane

TT336 – TOMBA DI NEFERRONPET

Planimetria schematica della tomba TT336[1] [2] [3]

Epoca:                                   XIX dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Neferronopet[6]Servo nel Luogo della VeritàDeir el-Medina XIX dinastia 

 

Biografia

TT336 si trova a nord della TT335 appartenente a suo fratello Nakhtamun[4]. In tale tomba, così come nella TT217 di un altro dei suoi fratelli, Ipuy, viene menzionato il nome di Neferronpet.

Studi recenti hanno consentito di proporre, come data di realizzazione della tomba, un periodo antecedente all’anno XXXV di regno di Ramses II; Piay, a sua volta scultore nel Luogo della Verità, fu suo padre mentre Neferetkhau, indicata come Signora della casa, fu sua madre; Henutmehyt e Sathy sue sorelle. Huynefert fu sua moglie[7]

La tomba

TT336 prevedeva due cappelle, indicate come “del nord” e “del sud”, il cui accesso si apriva in un cortile. La cappella del nord è costituita da un’unica sala rettangolare; la cappella del sud è costituita da una sala perpendicolare all’ingresso, da cui si accede a una sala trasversale nell’angolo nord della quale si apre il pozzo di discesa all’appartamento funerario costituito da due locali (“A” e “B” azzurri in planimetria[8]).

All’interno della cappella del nord sono scarsamente leggibili e interpretabili (1-2 in planimetria) resti di scene.

Un breve corridoio, sulle cui pareti (3) sono ancora visibili pochi frammenti di dipinti mentre altri vennero rinvenuti nel cortile antistante, immette in una sala perpendicolare in cui nulla si è salvato; un secondo corridoio, sulle cui pareti (4) sono ancora intellegibili il nome e i titoli del defunto, immette in una sala rettangolare da cui, per il tramite di un pozzo verticale, si accede all’appartamento sotterraneo meglio conservato, nonostante i danni, sotto il profilo pittografico.

Una scala adduce ad un corridoio (5) sulle cui pareti sono riportati i titoli del defunto; questo immette nella sala “A”, trasversale. Sulle pareti: resti di un banchetto (6); poco oltre, in tre registri sovrapposti (7), le braccia della dea Nut abbracciano il disco solare e un uomo, accompagnato dalla figlia, in offertorio a una coppia; scene di banchetto con il defunto e alcuni parenti; seguono i resti (8) del defunto e della moglie in presenza di Osiride e di una dea non identificabile.

Su altra parete (9) scena di psicostasia con Maat, Thot rappresentato come babbuino e un mostro; seguono (10), su due registri, il dio Anubi che esegue riti sulla mummia in presenza di Iside e Nephtys e il defunto e la moglie inginocchiati in adorazione del disco solare. Poco oltre (11) Ptah e la dea Mertseger che allatta un bimbo.

Un corridoio con il soffitto a volta (12) con resti di dipinto rappresentante la collina primordiale e dipinti parietali con uomo che discende la montagna e raggiunge la tomba, dà accesso alla sala “B”; sulle pareti: Ra con testa di ariete tra Iside, Nephtys e quattro stendardi (13); sul lato corto a sud (14), due Anubi rappresentati come sciacalli e, più sotto, una donna offre alla coppia e un uomo in offertorio. Su altra parete (15) un prete trasporta una cassa con Anubi-sciacallo sul coperchio e la mummia su un catafalco tra Nephtys e Iside rappresentata come avvoltoio; sul lato corto (16) Iside inginocchiata dinanzi ad una palma e un uomo che adora due demoni.

Sulla parete di fondo (17), in due scene, la moglie riceve libagioni da Anubi e il defunto presentato da Nut a Geb, rappresentato con testa di coccodrillo, a Osiride e alla dea dell’Occidente (Hathor).

Sul soffitto, a volta, otto scene, di cui alcune distrutte: il disco solare come scarabeo, la dea Nut, il defunto che apre le porte della tomba, Hathor, come vacca sacra, sovrastata da Ra-Horakhti come falco, la barca di Ra sul Nun, l’oceano primordiale, e Ra-Horakhti come falco[9]. Bruyère rinvenne anche frammenti di sarcofago del defunto mentre altre suppellettili vennero rinvenute nella TT335 dove erano verosimilmente stati accatastati dai saccheggiatori.

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115. 

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      Scoperta 16/01/1925 da Bernard Bruyère. A oggi, il resoconto di Bernard Bruyère sulla scoperta, risalente al 1924-1925, è l’unica fonte relativa a TT336 esistente.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 404.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 404, citando il rapporto di Bruyère, 1924-25, pp. 80-105.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 400.

[9]      Porter e Moss 1927,  pp. 404-405.

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

I RECINTI FUNERARI REALI DI ABYDOS E HIERAKONPOLIS

Le tombe reali della I e II dinastia a Umm-el Qaab, nei pressi di Abydos, furono scavate interamente da Petrie tra il 1900 e il 1902 e la loro enorme rilevanza apparve chiara sin dal primo momento. A partire dalla fine del secolo scorso, gli scavi di Günter Dreyer, hanno aggiunto nuove conoscenze e consentito la localizzazione di tombe di sovrani persino più antiche. Tuttavia i recinti reali di Abydos, situati a circa un chilometro e mezzo a nord della necropoli, presentano degli aspetti ancora dibattuti dagli archeologi.

Dal 1982 queste strutture sono state analizzate con attenzione sempre crescente e soggette a nuovi scavi ed indagini sotto l’egida del Pennsylvania Yale-Institute of Fine Arts, della Abydos Expedition condotta dalla New York University, diretta da W.K. Simpson e David O’Connor, e dall’ Abydos Early Dinastic Project diretto da David O’ Connor e Matthew Adams. Il secondo team, in particolare ha focalizzato il suo impegno nella localizzazione e nello scavo definitivo di tutte le rovine ancora inesplorate ricorrendo anche all’uso di esami magnetici.

Immagine n. 1 Nell’angolo meridionale di Shunet el-Zebib è parzialmente visibile il muro perimetrale. I danni subiti dalla struttura sono evidenti, ma è in atto un programma di conservazione (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 78-79).

I recinti di Abydos sono strutture costruite per i sovrani della I e II dinastia sepolti a Umm el-Qaab. Definiti talvolta dagli studiosi, come “Talbezirke” ( vale a dire “luoghi della valle” oppure “palazzi funerari”) mostrano di essere stati elementi di importanza pari alle tombe stesse e possono essere ragionevolmente considerati come i diretti antenati dei successivi complessi piramidali. Uno di questi recinti, il più tardo, costruito per il re Khasekhemwy (Immagini 1-2-3) alla fine della II Dinastia si presenta ancora come un’ imponente struttura ed è chiamato localmente “Shunet el-Zebib”. In alcuni punti il muro in mattoni crudi si avvicina all’altezza originaria che, probabilmente raggiungeva gli 11 metri, e circoscrive un’ area di circa un ettaro. Tutte le altre strutture, raggruppate nelle vicinanze, anch’esse realizzate in mattoni, sono gravemente danneggiate e spoglie sicché possono essere studiate e rivelate solo attraverso gli scavi.

Immagine n. 2 La modanatura della facciata nord-orientale della recinzione di Khasekhemwuy (Shunet el-Zebib) è ancora in buono stato di conservazione (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 78-79).

Il recinto di Khasekhemwy è il più grande monumento del Periodo Protodinastico ad essersi conservato ancora eretto (un’altra sua cinta muraria la ritroviamo a Hierakonpolis, ma misura circa la metà) e fu esplorato per la prima volta su mandato di Auguste Mariette negli anni 60 del 1800, ma non si riuscì a determinarne né la datazione, né la funzione. Nel 1903, l’archeologo inglese E.R. Ayrton lo attribuì a Khasekhemwy e poco lontano localizzò una recinzione di Peribsen, il suo predecessore. Suggerì, inoltre, che un terzo recinto, nei pressi di un villaggio copto ancora oggi esistente, risalisse all’ Epoca Protodinastica. Gli studi condotti su quanto ne rimane, però, fanno propendere per una datazione più tarda.

Immagine n. 3 Una diversa inquadratura del recinto di Khasekhemwy ripresa da Sylvie Favre Brian (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag. 24)

Tra il 1911 ed il 1914 l’ egittologo inglese Thomas Eric Peet rinvenne le tracce di un altro recinto associato a sepolture sussidiarie molto simili a quelle che circondavano le tombe reali della I dinastia a Umm el-Qaab.

Nel 1922 Petrie confermò che si trattava di una cerchia di mura associata alla regina madre Merneith e rinvenne a nord-ovest di questa due immensi rettangoli concavi contenenti tumulazioni accessorie risalenti ai re Djer e Djet. Inoltre, a sud-ovest del recinto di Merneith trovò un’ altra probabile recinzione che prudenzialmente chiamò “Mastaba occidentale”.

Fino al 1986 sul sito non furono eseguite altre esplorazioni, ma nel 1966 Barry Kemp aveva suggerito che la “Mastaba occidentale” fosse effettivamente un recinto e che non si poteva escludere l’esistenza di ulteriori mura in mattoni all’interno dei rettangoli sepolcrali di Djer e Djet. Fondamentalmente d’accordo con lui, Werner Kaiser, nel 1969, propose che gli eventuali recinti potessero essere stati eretti in legno e stuoie anziché in mattoni. Entrambi gli studiosi, cui si associò anche Günter Dreyer, erano comunque concordi sul fatto che le recinzioni dimostrassero che le tombe reali di Umm el-Qaab erano inumazioni e non cenotafi come qualcuno ancor oggi sostiene. In seguito, l’attività dell’ Abydos Early Dinastic Project ha permesso di ampliare considerevolmente le nostre conoscenze sui recinti di Abydos. E’ stato, infatti, localizzato il settore nord-ovest (caratterizzato dalla presenza di una porta monumentale) del recinto di Peribsen, del tutto ignorato dai primi scavatori; acquisita la conferma dell’esistenza della cinta in mattoni di Djer econseguentemente, dell’altra appartenuta a Djet. Inoltre, è stato definitivamente accertato che la “Mastaba occidentale” è a tutti gli effetti una recinzione muraria.

Immagine n. 4 Mappa del sito nel primo periodo dinastico (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 80).

Nel 2001 ha preso il via l’indagine magnetica dell’intera area che ha rapidamente condotto all’emozionante scoperta di ulteriori due recinti. Appare quindi chiaro che per ogni tomba reale di Umm el-Qaab fu realizzata una cinta lontana, nell’area che oggi viene indicata come “Necropoli Nord”. Questa localizzazione pone tali edifici decisamente più vicini all’antica città, al margine della piana fluviale, rispetto alle tombe vere e proprie realizzate nell’area desertica (Immagini 4-5-6).

Immagine n. 5 Localizzazione dei recinti del primo periodo dinastico (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 81).

A Hierakonpolis, il recinto di Khasekhem (il primo nome di Khasekhemwy), esplorato solo sporadicamente in passato, è stato oggetto di studio sistematico da parte di Renée Friedman. Diversamente da quelli rettangolari di Abydos, presenta una pianta quadrata ed occupa un’area di circa 0,49 ettari; in alcuni punti conserva ancora un’altezza di 11 metri. Qualunque fosse il suo scopo è improbabile che contenesse una tomba del sovrano a Hierakonpolis, della quale non è mai stata ritrovata traccia.

Immagine n. 6 I muri e l’interno del recinto di Aha, qui ripreso da nord-ovest,furono scavati in misura consistente già nell’antichità. La cappella interna è visibile in lontananza. Sullo sfondo si distingue Shunet el-Zebib, mentre a destra si osserva il muro di un cimitero cristiano moderno, sovrapposto all’angolo occidentale della struttura di Aha (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 81).

I re della II dinastia precedenti a Peribsen, furono inumati a Saqqara e non ad Abydos e si suppone che le loro tombe fossero completate da recinti separati dei quali, tuttavia, non è stato possibile datarne con certezza i ruderi che potrebbero anche appartenere ai complessi piramidali edificati dopo quello di Djoser.

Le vestigia del recinto di Khasekhemwy ad Abydos sono sorprendenti, ma essendo antiche di oltre 4600 anni, cominciano a mostrare segni di instabilità e minacciano di crollare.

Immagine n. 7 Il recinto di Khasekhemwy a Hierakonpolis (© http://www.hierakonpolis-online.org/inde…/explore-the-fort).

Grazie alla concessione della United States Agency for International Development Fund, tramite l’Egyptian Antiquieties Project dell’ American Research Center in Egitto, sono state messe in atto le iniziative intese a documentare, stabilizzare e conservare questo grande monumento.

Nel 1991, inaspettatamente, si rinvennero dodici enormi fosse per barche (altre due furono localizzate nel 2000), disposte in fila all’esterno del versante nord-orientale della tomba di Khasekhemwuy (Immagini n. 8-9).

Immagine n. 8 In primo piano si possono osservare i resti di alcune fosse per barca situate a nord-est di Shunet el-Zebib, visibile sullo sfondo (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 82-83).

Databili alla I dinastia, questi elementi costituiscono un ulteriore importante collegamento tra Abydos, i monumenti reali protodinastici e i ben più tardi complessi piramidali. Anche questi ultimi, infatti, sono talvolta contraddistinti dalla presenza di “tombe” per barche oppure di cavità che ne richiamano la forma. Ad Abydos, ora lo si può asserire con certezza, queste installazioni sono del tutto simili, se non completamente identiche, nella configurazione e nel contenuto; inoltre, una vera barca di legno, lunga circa 23 metri era mantenuta in assetto da una trincea scavata poco al di sotto della superficie del deserto.

Immagine n. 9 In questa mappa sono illustrate le quattordici fosse per barca che furono dedicate all’anonimo proprietario del recinto della “Mastaba Occidentale” (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 82).

Le imbarcazioni, accuratamente inserite in una muratura di mattoni crudi, sporgevano di circa 50 centimetri rispetto al livello del suolo. Raggiunta poi la sommità del natante, la cavità che ne derivò fu colmata anch’essa con mattoni e all’estremità fu aggiunta una muratura a contrafforte. Di conseguenza la fossa, estesa longitudinalmente per 26,3 metri, finì per risultare notevolmente più lunga del natante stesso. Tutta la parte superiore veniva poi intonacata e imbiancata. L’aspetto finale delle sovrastrutture ricalcava il profilo della barca che ospitavano, mentre il contrafforte ne rappresentava la “prua” o la “poppa”.

La fila di quattordici fosse doveva quindi apparire, nel suo insieme, come una flotta ormeggiata nel deserto; impressione ulteriormente rafforzata dalla presenza di un piccolo masso posto su alcune di esse come ad indicare un dispositivo di ancoraggio o di ormeggio (Immagine n. 10).

Immagine n. 10 Due fosse rivelano la prua o la poppa delle imbarcazioni inumate. Degno di nota è il piccolo masso sulla sagoma a sinistra. Probabilmente era un’ancora oppure una pietra di attracco (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 83).

Fosse simili sono presenti anche in associazione con le tombe d’élite della I dinastia a Saqqara e a Helwan, ma in numero di solo una per sepolcro e di solito più piccole e meno elaborate di quelle di Abydos. Queste inumazioni navali, risalgono alla stessa epoca del recinto della Mastaba Occidentale, il cui proprietario regale rimane ancora oscuro ed in ogni caso risultano essere più antiche del recinto di Khasekhemwuy, che fu eretto 200 anni dopo, se non di più.

Nel 2000 è stata riportata alla luce parte di un imbarcazione al fine di poter analizzare i problemi relativi allo scavo e alla conservazione e per cominciare ad indagare sulla struttura stessa delle barche. Il segmento rinvenuto ha rivelato che gran parte del fasciame si trova in situ, ma si presenta estremamente fragile, mentre il resto è stato degradato dagli insetti xilofagi (Immagine n. 11). Tuttavia, l’esperta consulente Cherl Ward, poté facilmente stabilire che le tavole erano assemblate tra loro per mezzo di funi intrecciate che passavano attraverso occhielli ricavati nel legno.

Immagine n. 11 Primo piano della fossa per barca n. 10 parzialmente scavata: parte del fasciame è ancora intatta anche se i pozzi intrusivi lo hanno distrutto su entrambi i lati (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 83).

Le imbarcazioni non sono provviste né di ponte né di castello, ma la ricercatrice è convinta che fossero funzionali e non semplicemente dei giganteschi modelli: dotate di scafi bassi e affusolati, un equipaggio composto da una trentina di rematori sarebbe stato in grado di farle navigare velocemente.

Le barche di Abydos costituiscono un elemento di enorme importanza per gli archeologi in quanto hanno abbondantemente raddoppiato il numero di vascelli in legno rinvenuti in Egitto e sono inoltre, le più antiche imbarcazioni al mondo, finora scoperte (Immagine n. 12) .

Immagine n. 12 Pianta di una tipica imbarcazione non scavata. Sebbene frammentario, a causa di distruzioni successive, lo scavo manitene la forma di imbarcazione. All’interno è visibile (linee più scure) il profilo dello scafo di legno.

Nonostante l’incompletezza delle testimonianze disponibili, appare chiaro che i recinti di Abydos avessero una funzione preminentemente funeraria e che, per quanto riguarda il loro aspetto, mutarono relativamente poco nel corso degli oltre 300 anni in cui si svolse il Periodo Protodinastico.

Le connessioni con le contemporanee tombe di Umm el-Qaab e con le sepolture supplementari associate entrambe alla I dinastia, indicano chiaramente il loro utilizzo in questo ambito. Sia i cortigiani e i servitori sacrificati, sia le barche sepolte rientrano in quella tipica concezione riconducibile all’idea di un proseguimento delle mansioni da svolgere in favore del sovrano tanto nel contesto della tomba stessa, quanto nell’ambito del recinto.

Le tombe di Umm el-Qaab databili alla I e alla II dinastia si differenziano per la loro planimetria, ma molto probabilmente, tutte erano ricoperte da una sovrastruttura costituita da un tumulo di sabbia e ghiaia, racchiuso da mura di contenimento in mattoni o pietra (come nel caso di Khasekhemwuy) e affiancato a sud-est da una cappella. In pratica, allorquando si dava avvio alla realizzazione di una tomba, iniziava anche la costruzione di un recinto nella Necropoli Nord.

Alcuni sepolcri, forse addirittura tutti, venivano dotati di una cappella utilizzata per il culto del defunto.

Con il passare del tempo, i recinti si diffusero su un’ampia area (estesa all’incirca per 10 ettari) non occupata da altre tombe se non da quelle supplementari che venivano disposte ordinatamente attorno ad alcune (o forse tutte) recinzioni della I dinastia. Queste seguono invariabilmente lo stesso modello, anche se si notano cambiamenti nei dettagli architettonici che sembrano indicare, più che altro, trasformazioni nella pratica dei rituali; le dimensioni possono differire, ma resta comunque del tutto simile la loro planimetria. Il recinto di dimensioni minori è quello di Aha, scoperto nel 2001 ed esteso su una superficie di 0,07 ettari, quello di Merneith e la “Mastaba Occidentale” occupano mediamente circa 0,18 ettari, quelli di Djer Peribsen 0,55 ettari, mentre la cinta di Khasekhemwuy, la più grande, ricopriva un’area di 1,07 ettari. Tutti si presentano sostanzialmente omogenei nella loro forma rettangolare e seguono l’orientamento da nord-ovest a sud-est; inoltre in tutte le facciate esterne si aprono delle nicchie che ricalcano uno schema virtualmente identico, costituito da semplici incavi su tre facciate ed uno più articolato e complesso a nord-est o, in qualche caso ad est. Ciascun recinto disponeva di un accesso presso gli angoli nord ed est ed alcuni erano dotati di ingressi aggiuntivi. Le pareti erano sempre intonacate con fango, tranne quelle dell’edificio di Khasekhemwuy che presentano un ulteriore rivestimento di intonaco biancoE’ stata, inoltre, accertata la presenza di una cappella nei recinti di Aha, DjerPeribsen Khasekhemwuy ubicata invariabilmente nella metà sud-orientale della cinta.

L’accesso ad est, relativamente più elaborato, era dotato di una sala interna che permetteva l’ingresso al recinto: veniva lasciata sempre aperta ed era situata abbastanza vicino alla cappella. Durante la I dinastia, questo elemento doveva essere considerato molto importante: lo dimostra il fatto che, mentre le tombe sussidiarie erano collocate ad una certa distanza, quelle più grandi, e presumibilmente di maggior prestigio, erano raggruppate nelle sue immediate vicinanze.

Alcuni particolari sembrano indicare che le variazioni occorse nel rituale con il passare del tempo, abbiano determinato cambiamenti nelle forme architettoniche. Durante la I dinastia, infatti, l’accesso nell’angolo settentrionale si caratterizzava per una pianta molto semplice e veniva sigillato poco dopo il completamento del recinto in modo da prendere l’aspetto di una nicchia molto profonda orientata verso l’esterno. Fu utilizzato solo per un breve periodo ed era probabilmente correlato ai rituali che si svolgevano nella metà nord-occidentale della cinta. Nei recinti della tarda II dinastia, invece, l’ingresso nord divenne più elaborato: era profondamente incassato, dotato di una sala interna e, apparentemente, non veniva sigillato. Tutto ciò suggerisce che il passaggio settentrionale avesse acquisito una maggiore rilevanza e, probabilmente, fu utilizzato per ripetuti ingressi rituali.

Per gran parte del Periodo Protodinastico, la cappella ubicata presso l’ingresso orientale fu di modeste dimensioni e relativamente semplice. I tempietti dei recinti di Aha Peribsen erano dotati di solo tre camere con pianta quasi del tutto identica e, come quello, Djer avevano una dimensione di 86,5 metri quadrati. La cappella di Khasekhemwuy era, invece, decisamente più grande, misurando ben 290,7 metri quadrati, e conteneva undici o più sale, il che lascia supporre che al suo interno vi si svolgevano cerimoniali molto più sofisticati rispetto a quelli praticati nelle cappelle precedenti. Quello che doveva accomunare questi tempietti è la natura dei riti incentrati, plausibilmente, su un’immagine del sovrano defunto.

Il recinto di Khasekhemwuy, caso unico per Abydos, era circondato da un muro perimetrale più basso rispetto a quello principale, dando così origine ad un corridoio scoperto tutto intorno al monumento, utilizzato ragionevolmente anch’esso per i rituali (Immagine n. 13) .

Immagine n. 13 Particolare del muro sud-occidentale e perimetrale di Shunet el-Zebib (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Connor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 80-81).

Un elemento sorprendente, emerso dalle indagini, è costituito dal fatto che si sono trovate prove che tutti i recinti di Abydos venivano abbattuti. E’ probabile che questa demolizione fosse l’atto finale del rito funebre celebrato per il sovrano (oppure conseguenza dell’ inizio della costruzione della cinta per il re successivo) e che rappresentasse una sorta di “sepoltura” simbolica al fine di assicurare che sia il recinto sia la relativa cappella, esattamente come i servitori e le barche, restassero completamente ed eternamente disponibili per il possessore defunto.

La cinta di Khasekhemwuy fu, invece, lasciata intatta forse perché molto più imponente delle altre, il che bastava a garantirne l’ imperitura fruizione (Immagine n. 14).

Immagine n. 14: Una suggestiva immagine dello Shunet el-Zebib il recinto della Seconda Dinastia del re Khasekhemwy (circa 2700 a.C.) guardando verso nord al tramonto, 1988. Foto di David O’Connor © North Abydos Expedition (ex Penn-Yale-IFA), per gentile concessione del Penn Museum.

L’altro recinto di Khasekhemwuy, eretto a Hierakonpolis, presenta notevoli diversità: simile per quanto riguarda il muro perimetrale, ha una pianta quadrata e non rettangolare, è dotato di una cappella posta in posizione centrale anziché verso l’estremità meridionale e, inoltre, possiede solo un accesso invece di due. Infine, le iscrizioni presenti dimostrano che ospitava un culto dedicato al re, ma non esplicitamente funerario (Immagine n. 15).

Immagine n. 15: Il recinto di Khasekhemwy, noto anche come forte di Hierakonpolis (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)

Un team austro-tedesco guidato dall’archeologa Christiana Köhler dell’Università di Vienna sta studiando la tomba della regina Merneith (Immagine n. 16), ad Abydos, quasi sicuramente la donna più potente della I Dinastia.

Immagine n. 16 Il complesso funerario della regina Meret-Neith ad Abydos durante gli scavi. La camera funeraria della regina si trova al centro del complesso ed è circondata dalle tombe secondarie dei cortigiani e dei servitori. (© E. Christiana Köhler, Università di Vienna https://medienportal.univie.ac.at/…/5000-year-old-wine…/)

Recenti scavi dimostrano la sua particolare importanza storica: i ricercatori hanno trovato vino e altri corredi funerari risalenti a 5000 anni fa, che alimentano l’ipotesi che Merneith sia stata la prima donna faraone dell’antico Egitto, circa 1500 anni prima della più famosa Hatshepsut. Il team ha scoperto nuove informazioni significative su questa importante figura femminile del primo periodo dinastico. Fu, infatti, la donna più potente del suo tempo, l’unica ad avere una propria tomba monumentale nel cimitero reale di Abydos. I nuovi scavi portano alla luce nuove, entusiasmanti informazioni su questa donna unica e sulla sua epoca. Il team archeologico ha, infatti, rinvenuto tracce di un’enorme quantità di corredi funerari, tra cui centinaia di grandi giare per il vino (Immagine n. 17).

Immagine n. 17 Giare di vino di 5.000 anni fa nella tomba della regina Meret-Neith ad Abydos sono nella loro posizione originale e in parte ancora sigillate (© E. Christiana Köhler, Università di Vienna https://medienportal.univie.ac.at/…/5000-year-old-wine…/)

Alcune di esse erano molto ben conservate e persino ancora sigillate nel loro stato originale e contenevano i resti di vino risalente a 5.000 anni fa. Inoltre, le iscrizioni attestano che Merneith fu responsabile di uffici governativi centrali come il tesoro, il che rafforza ulteriormente la ipotesi della sua enorme rilevanza storica e politica.

Il suo monumentale complesso funerario, che comprende le tombe di 41 cortigiani e servitori oltre alla sua camera funeraria, fu costruito con mattoni di fango crudo, argilla e legno. Grazie agli accurati metodi di scavo e all’impiego di nuove tecnologie archeologiche, il team è stato in grado di dimostrare che le sepolture furono realizzate in diverse fasi costruttive e in un periodo di tempo relativamente lungo. Questa osservazione, insieme ad altri indizi, mette in discussione (almeno in questo caso) l’idea di un sacrificio umano come parte del rituale nelle sepolture reali nella I dinastia, ipotizzata già a partire dalle prime ricerche, generalmente accettata, ma mai definitivamente e incontrovertibilmente dimostrata.

Il team lavora nell’ambito di una collaborazione interdisciplinare e internazionale tra il Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, l’Istituto Archeologico Germanico del Cairo, l’Università e il Politecnico di Vienna in Austria, nonché l’Università di Lund in Svezia. Il progetto è finanziato dall’Austrian Science Fund (FWF) e dalla Deutsche Forschungs- und Forschungs- und Forschung (DFG).

In una dichiarazione del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, il Dott. Mustafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo per l’Archeologia, ha confermato l’importanza della scoperta. Secondo questo comunicato, le giare sono state rinvenute in eccellenti condizioni e i resti di vino al loro interno risalgono a circa 5.000 anni fa. Oltre a queste giare, il team ha anche svelato una collezione di arredi funerari che getta luce sulle pratiche e le credenze funerarie del periodo. Ulteriori rivelazioni sono arrivate dal Dott. Dietersh Rao, direttore dell’Istituto Germanico del Cairo che ha dichiarato che gli scavi hanno fornito nuove informazioni sulla vita e sul regno della regina Merneith (o Meret-Neth): alcune iscrizioni affermano, infatti, che ricoprì una serie di importanti incarichi governativi incluso un ruolo nella conservazione del tesoro. Pertanto, la scoperta aggiunge dettagli alla storia della vita di questa antica sovrana enigmatica, ma evidentemente molto importante.

Christiana Köhler, dell’Università di Vienna, ha riferito: «Il vino non era più liquido e al momento non siamo riusciti a determinare se fosse rosso o bianco. Abbiamo trovato molti residui organici, vinaccioli (Immagine n. 18) e forse tartaro, al momento in fase di ulteriori analisi scientifiche. Si tratta probabilmente della seconda più antica testimonianza diretta del vino»

Immagine n. 18 I vinaccioli rinvenuti, risalenti a circa 5.000 anni fa (© E. Christiana Köhler, Università di Vienna https://medienportal.univie.ac.at/…/5000-year-old-wine…/)

Reggente o consorte, Merneith si distingue nella storia egizia per il suo nome legato alla dea Neith. Il suo nome significa, infatti, “amata da Neith“. Si ritiene che abbia assunto le redini del potere in Egitto intorno al XXX secolo a.C., dopo la scomparsa del marito Djet, probabilmente il terzo o quarto faraone della I Dinastia, poiché il loro figlio, Den, era troppo giovane per salire al trono. Questo periodo di amministrazione sarebbe durato solo fino al raggiungimento della maggiore età del figlio.

Tuttavia, i documenti rimangono contrastanti sul fatto che Merneith sia stata la prima o, forse, seconda regina a governare l’Egitto in questo modo. Alcuni egittologi hanno sostenuto che la prima sia stata Neithhotep, mentre altri hanno escluso che ci siano state donne al potere prima di qualche secolo dopo la I Dinastia egizia.

Nel frattempo, la testimonianza più convincente di un potenziale regno si trova Umm el-Qaab nei pressi di Abydos. Immersa tra tombe reali maschili, la Tomba Y (Immagine n. 19) reca il nome di una donna, Merneith e la nuova scoperta delle giare per il vino al suo interno contribuisce a rafforzare questa ipotesi.

Immagine n. 19 Mappa del sito archeologico Umm al-Qaab, nella città di Abydos in cui è evidenziata la tomba di Merneith

Oltretutto, sebbene sia assente da alcuni elenchi di sovrani, la famosa Pietra di Palermo dell’Antico Regno riporta il suo nome. Ulteriori prove della sua influenza emergono da un sigillo trovato nella tomba di Den, che elenca i re della I Dinastia. Qui, in tra i sovrani indiscutibilmente maschi legati al dio Horus, il titolo distintivo di Merneith recita: Madre del Re“. D’altra parte, il dibattito continua a essere molto acceso dal momento che alcuni studiosi si oppongono al suo regno da sola, indicando un altro sigillo che elenca i sovrani della I, escludendo Merneith.

La tomba della regina Merneith fu scoperta a Umm el-Qa’ab da Flinders Petrie, in un’area associata ad altri faraoni della I Dinastia. Alcune delle prove più convincenti furono rinvenute in due stele di pietra che identificavano la tomba come sua. Questa nuova recente scoperta promette di fare ulteriore chiarezza su alcuni aspetti della storia egizia delle prime dinastie e offre una comprensione più approfondita delle pratiche funerarie reali dell’epoca.

Le strutture piramidali dell’antico Egitto derivano chiaramente dalla piramide a gradoni costruita a Saqqara dal re Djoser all’inizio della III Dinastia, ma è interessante cercare di comprendere come questa struttura, eretta immediatamente dopo i monumenti di Khasekhemwy (Immagini n. 20-21), sia in qualche modo correlata con le tombe reali protodinastiche e con i relativi recinti separati di Abydos.

Immagine n. 20 La tomba di Khasekhemwuy, qui ripresa da un’altra angolazione, fu scavata da Petrie durante la sua spedizione del 1901 a Umm el Qa’ab e da lui chiamata “Tomba V”. La sua forma trapezoidale, con una lunghezza di 68,97 metri, una larghezza minima di 10,04 metri e una larghezza massima di 17,06 metri, la distingue dalle altre tombe reali del sito. È costituita da una camera funeraria centrale, costruita con blocchi di calcare squadrati ed é circondata da diverse camere più piccole, comunicanti, con pareti in mattoni crudi, che probabilmente servivano da deposito.
A differenza delle altre tombe reali di Umm el-Qa’ab, la tomba di Khasekhemwi ha due ingressi, uno a nord e l’altro a sud. (©The Ancient Egypt site https://www.ancient-egypt.org/…/tomb-v-at-umm-el-qaab.html

Intanto, ci occupiamo delle differenze che sono ovviamente evidenti e riguardano innanzitutto le dimensioni. Il complesso di Djoser, così come pervenne alla sua forma finale, era enorme se paragonato a quelli dei suoi predecessori, dal momento che occupava una superficie di 15 ettari (vale a dire 14 volte più grande del recinto di Khasekhemwy) e fu realizzato interamente in pietra e mattoni crudi. Tutta l’area era circondata da un recinto in cui, al posto di uno spazio vuoto e di una cappella, fu realizzato un fitto insieme di costruzioni e cortili con al centro una tomba sovrastata da una imponente piramide a gradoni alta 62 metri.

Immagine 19 L’angolo meridionale di Shunet el-Zebib, mostra i danni inflitti dall’uomo ai quali si sono aggiunti quelli arrecati dalla moltitudine di uccelli che hanno nidificato all’interno della struttura (© I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.85).

In origine, però, il complesso era decisamente più piccolo, di pianta più semplice ed evidentemente ispirato agli archetipi protodinastici, trattandosi di un recinto con passaggi presso gli angoli nord-est e sud-est, esattamente come ad Abydos, anche se le nicchie esterne si presentavano maggiormente elaborate. Lo spazio interno conteneva una tomba coperta da un basso tumulo in pietra, molto simile a quello delle tombe reali di Umm el Qa’ab, e poche altre strutture. Da questa disposizione iniziale si diede l’avvio ad uno sviluppo architettonico che condusse alla realizzazione del complesso così come è giunto sino a noi.

E’ tuttavia abbastanza probabile che il modello iniziale non fosse direttamente suggerito dalle tombe protodinastiche e dai recinti di Abydos, quanto piuttosto dai monumenti funerari regali della II Dinastia situati a Saqqara nelle vicinanze. Qui, infatti, sono state identificate due tombe ciascuna delle quali presenta una grande rete di magazzini sotterranei ricavati nella roccia, una camera sepolcrale e altre sale e gallerie disposte a sud. Non sappiamo come si presentassero le sovrastrutture, ma è verosimile che seguissero fondamentalmente la stessa pianta dei recinti di Abydos, sebbene con alcune considerevoli modifiche.

Ad Abydos, infatti, tomba e recinto erano separati essendo la prima posta lontano nella zona desertica, mentre il secondo si ergeva nei pressi della pianura alluvionale. A Saqqara, come osservava Kemp, evidentemente, non ci fu motivo di tenere separati i due elementi e forse la superficie sovrastante l’intera tomba ipogea era delimitata da un recinto realizzato, presumibilmente, in mattoni crudi. L’estensione del sepolcro lascia presupporre che quest’ultimo doveva avere più o meno le stesse dimensioni dei quello di Peribsen ad Abydos con una camera funeraria probabilmente situata nella metà meridionale della cerchia, sovrastata da un tumulo in superficie e forse affiancata da una cappella a sud come nel caso di Umm el-Qa’ab. E’ possibile che il restante spazio fosse vuoto con l’ingresso alla tomba disposto all’estremità settentrionale: in questo modo, le processioni funerarie avrebbero avuto accesso al recinto attraverso un passaggio presso l’angolo nord-orientale, mentre il tumulo e la cappella sovrastanti la tomba erano forse accessibili grazie ad un altro ingresso presso l’angolo sud-orientale.

Si ipotizza che i monumenti reali di Saqqara, relativi alla II Dinastia, avessero un aspetto molto simile a quello della prima fase del complesso di Djoser tranne che per il fatto che tomba e tumulo di quest’ultimo furono spostati più a nord. Comunque, è plausibile che sia la tomba sud sia la vicina cappella del complesso di Djoser, entrambe prive di funzione, commemorassero la vera tomba e la cappella reale che si trovano grosso modo la stessa posizione nei recinti reali della II Dinastia presenti a Saqqara.

Anche osservando il complesso monumentale di Djoser nella sua disposizione finale, restano evidenti e rilevanti le correlazioni con i prototipi delle prime dinastie, ivi compreso l’utilizzo continuativo del recinto a pianta rettangolare, mentre il monticello che sovrastava la tomba protodinastica evolve nella tipica struttura piramidale a gradoni dilatandone enormemente le proporzioni. Tale forma si rese necessaria per stabilizzare l’ ingente massa di muratura in pietra soggetta a forti pressioni interne.

Inoltre, come già si è fatto cenno poc’anzi, la maggior parte delle strutture cultuali risalenti alla prima fase costruttiva sembrano non aver rivestito alcun aspetto funzionale, trattandosi di ambienti riempiti esclusivamente di detriti, ad eccezione di uno o due piccole camere simboliche. In pratica, analogamente ai recinti protodinastici di Abydos che venivano dotati di servitori sacrificati e successivamente demoliti per al fine di passare pienamente nell’Aldilà, anche il complesso di Djoser fu concepito inizialmente, e in gran parte, affinché il re potesse servirsene nell’Oltretomba; le attività dei vivi, di conseguenza, non necessitavano che di pochi ambienti come il tempio funerario.

Anche le inumazioni delle barche di Abydos possono essere considerate come “trait-d’union” tra i monumenti protodinastici e i più tardi complessi piramidali, trattandosi di prototipi di ricoveri per imbarcazioni e/o di fossati aventi tale forma che furono allestiti sporadicamente anche per le piramidi della IV Dinastia e di epoca più tarda.

In definitiva, ogni monumento funerario regale di Epoca Protodinastica consisteva di due parti distinte: la tomba, situata a Umm el-Qaab ed il rispettivo recinto, che ne era parte integrante, edificato circa quattro chilometri più a settentrione, nella necropoli Nord.

Le attività di scavo più recenti ed il riesame di quelle precedenti, stanno fornendo indizi sempre più probanti su quali fossero le funzioni rituali specifiche e i significati simbolici di queste strutture. Si può ragionevolmente concludere che i recinti reali ed i sepolcri di Abydos vanno considerati, nel loro complesso, come i prototipi del complesso della Piramide a Gradoni di Djoser (Immagine n. 22), mentre i monumenti reali della II Dinastia presenti a Saqqara giocarono un sostanzioso ruolo di mediazione ed integrazione. L’ architettura funeraria regale protodinastica, in particolare quella di Abydos, quindi, fu il punto d’origine della principale direttiva di sviluppo che condurrà ai complessi piramidali e le cui tracce sono riscontrabili finanche nelle tombe del Nuovo Regno.

Immagine n. 20 Ricostruzione del complesso di Djoser (©Franck Monnier et Paul François, pubblicato in “L’ Univers Fascinant Des Pyramides d’ Égypte, pag 27).

Fonte:

Foto di copertina di isawnyu