Piccola Guida Turistica, Tombe

LA TOMBA DI KHAEMWASET (QV44)

Biografia del principe

Il nome completo dell’occupante della QV44 era Ramses-Khaemwaset, che significa “Nato da Ra – Colui che appare a Tebe”; suo padre ammirava a tal punto Ramses II che non solo cercò di emularne la grandezza ma diede anche ai propri figli gli stessi nomi che costui aveva scelto per i propri (Amonherkhepshef, Montuherkhepshef, Pareheruenemef, Meriatum, Khaemwaset).

Non solo, arrivò anche al punto di riutilizzarli per i principi nuovi nati qualora il primo ad averlo ricevuto fosse morto prematuramente, così creando non poche complicazioni agli studiosi che hanno cercato di ricostruire il suo complesso albero genealogico.

Khaemwaset fu probabilmente figlio di Tyti, una delle grandi spose reali di Ramses; non deve essere confuso né con il suo omonimo e famoso figlio di Ramses II (si veda il bel post di Francesco Alba sul nostro sito a questo link:

https://laciviltaegizia.org/2021/11/27/khaemwaset/) né con gli omonimi fratellastri saliti al trono come Ramses IX e Ramses XI (si vedano gli interessanti contributi di Piero Cargnino sul nostro sito a questi link:

https://laciviltaegizia.org/2023/12/22/il-faraone-ramses-ix/ e https://laciviltaegizia.org/2023/12/23/il-faraone-ramses-xi/)

Egli è raffigurato nelle processioni dei principi reali sulle pareti del tempio di Medinet Habu, dove è indicato come defunto (si ricorderà che le didascalie di queste processioni, fatte scolpire da Ramses III, vennero aggiunte da Ramses IV dopo la sua intronizzazione); probabilmente fu fratello minore di Amonherkhepshef e sia lui che il fratello Pareheruenemef ebbero il titolo di “primo figlio del re del suo corpo”, perché, verosimilmente, furono i primogeniti di due diverse spose reali.

Come il figlio di Ramses II, anche questo Khaemwaset fu sacerdote di Ptah (nella tomba viene definito “sacerdote sem di Ptah il Grande, che è a sud del suo muro, signore di Anch-tauj -Menfi-, figlio del re, Khaemwaset, benedetto”) visse ed esercitò il suo ministero a Menfi nel tempio dedicato al dio, ma non fece in tempo a scalare i gradi della gerarchia ecclesiastica né a salire al trono perché morì in giovane età, durante il regno di Ramses IV, che si fece carico della sua sepoltura così come si desume da un’iscrizione posta sul frammento del suo sarcofago in granito rosa attualmente esposto al Museo Egizio di Torino.

Il frammento di sarcofago che si trova a Torino (S.05215).

La sua scoperta e le caratteristiche architettoniche

La tomba QV44 si trova alla fine del ramo sud della Valle e si inoltra nella montagna per circa venti metri lungo un asse rettilineo est-ovest, perpendicolare rispetto alle tombe precedenti così come la vicina QV 43.

L’attuale ingresso della tomba

Essa fu scoperta il 15 febbraio 1903 dall’italiano Francesco Ballerini, principale collaboratore di Ernesto Schiaparelli, nel corso della prima campagna di scavi condotta dalla Missione Archeologica Italiana in Egitto, che riportò alla luce anche la QV 43 appartenuta a Setiherkhepshef, un altro figlio di Ramses III probabilmente salito al trono con il nome di Ramses VIII.

La tomba al momento della scoperta – Dall’Archivio fotografico Museo Egizio di Torino – catalogo online. CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=157918774

Essa ha origine in una rampa d’ingresso lunga tre metri, si allarga in due successive camere fiancheggiate la prima da un annesso per parte dotato di un basso soffitto, la seconda da due nicchie e si chiude con una terza stanza di forma quadrata.

La seconda stanza ha una volta leggermente a botte con stelle bianche su sfondo beige e forse avrebbe dovuto essere la camera sepolcrale, poi realizzata nella stanza quadrata; il progetto originario, infatti, venne modificato già all’epoca, in quanto al momento della scoperta della tomba la fossa predisposta nella stanza intermedia per accogliere il sarcofago era già stata riempita di sabbia.

Quando la struttura fu terminata si rese necessario allargare i portali lungo il corridoio tra le stanze per permettere di introdurvi il massiccio sarcofago in granito; esse furono scolpite con nuove decorazioni che tuttavia non vennero completate con il colore.

La mummia di Khaemwaset probabilmente fu spostata altrove già in tempi antichi ed il suo sarcofago fu riutilizzato nel Terzo Periodo Intermedio, epoca in cui verosimilmente l’ipogeo venne adibito a sepoltura comune; al momento della scoperta, infatti, la rampa d’accesso e la galleria centrale della tomba erano occupate da oltre 40 sarcofagi lignei semidistrutti ed accatastati e da oltre 90 mummie risalenti alla XXV e XXVI dinastia, violate dai ladri e smembrate dalle iene.

Il corridoio d’ingresso della tomba al momento della scoperta, con i sarcofagi di epoca successiva ancora presenti in loco. Fotografia di Francesco Ballerini – Archivio fotografico Museo Egizio di Torino

L’ingresso venne ritrovato sigillato con un muro a secco, e, in mancanza di prove di un riutilizzo di epoca romana, si presume che l’ipogeo sia rimasto chiuso fino all’epoca copta ed araba, quando fu nuovamente aperto e saccheggiato; dei corredi che certamente vi erano stati deposti sono sopravvissuti solo alcuni mobili, una reticella funeraria decorata con uno scarabeo alato e con l’immagine dei quattro figli di Horus e cinquanta scarabei in pasta di vetro.

La decorazione del corridoio d’ingresso

Ptah nel suo santuario.

La QV44 è interamente decorata, così come la QV55, con scene dai colori intensi e brillanti che mostrano il viaggio del defunto nell’aldilà; il principe, raffigurato giovanissimo ed ancora con la treccia dell’infanzia, è accompagnato dal padre Ramses III ad incontrare le principali divinità dell’Oltretomba ed affronta le creature che custodiscono le porte del regno di Osiride.

Il principe al seguito del padre che indossa la corona dell’Alto Egitto e dà la mano ad Anubi.
Immagine di Elvira Kronlob

Entrando nel vestibolo, a sinistra si trova un’immagine di Ptah, seguita da una scena che mostra Khaemwaset con il padre Ramses III che indossa la corona dell’Alto Egitto di fronte ad Anubi ed a Ra Harakhty; sulla destra invece si trova il re che fa offerte a Sokar.

Il re che fa offerte a Ra Harakhti.
Il dio Sokar.

Accanto all’ingresso della camera laterale destra vi sono due immagini del principe al seguito del padre; in una Ramses offre incenso al dio della terra Geb ed in un’altra tiene la mano di Shu; l’ingresso della camera laterale sinistra è invece presidiato da Anubi e Thot.

Ramesse III (a destra), elegantemente abbigliato, effettua fumigazioni e lustrazioni davanti al dio della terra Geb, che indossa la corona del Basso Egitto.
Fotografia di Francois Oliver (Meretseger Books, Parigi) per il pubblico dominio (con attribuzione).
Ingresso della camera laterale destra: il principe al seguito del padre che tiene la mano del dio Shu.
Thot che presidia l’apertura che conduce nella camera laterale sinistra.

Alla fine del lato destro della parete, il re e il giovane principe offrono incenso al dio Atum.

Ramses III che dà la mano a Ra-Harakhti

La decorazione delle due camere laterali (o annessi).

I due annessi laterali hanno uno schema decorativo simile: divinità isolate affiancate dal principe che appare da solo davanti ad altri dei con le braccia alzate in segno di adorazione.

Il principe rende omaggio ad Hapi, il Figlio di Horus con la testa di babbuino, nel testo geroglifico erroneamente indicato come Duamutef, dalla testa di sciacallo.

Nella stanza di sinistra troviamo le dee Neith e Selket ed Iside e Nephtis, mentre Khaemwaset si trova sulle pareti laterali di fronte ad Anubi ed ai figli di Horus.

Il principe Khaemwaset davanti a Duamutef, uno dei figli di Horus (che tuttavia il testo geroglifico individua come Hapi, il quale, tuttavia ha la testa di babbuino.
Fotografia di Kairoinfo4U (album Flickr) Licenza: CC-BY-NC-SA-2.0
Il principe rende omaggio a Imset, o Amseti, il Figlio di Horus antropomorfo.

Nella stanza di destra vi sono scene di adorazione dei figli di Horus e di altre divinità, tra le quali Harmakis (il dio ieracocefalo del sole nascente e del tramonto, personificazione della funzione divina dei faraoni, simbolo della resurrezione e della vita eterna), Bak dalla testa di ibis ed un altro dio dalla testa canina non meglio identificato.

Ramses rende omaggio a Qebehsenuf, il Figlio di Horus raffigurato con la testa di falco.
Il principe rende omaggio al dio Bak.
La strana divinità dalla testa di cane.

Sulle pareti di fondo di entrambe le camere vi è la medesima scena: due figure contrapposte di Osiride in trono affiancate da un fiore di ninfea e dalle dee Neith (a destra) ed Iside (a sinistra).

La parete di fondo con le due scene contrapposte di Osiride dinanzi ad Iside (a sinistra) ed a Neith (a destra)

La decorazione del corridoio che conduce alla camera sepolcrale.

Il corridoio che conduce all’ingresso della camera sepolcrale è presidiato su entrambi i lati da coppie di demoni guardiani dei cancelli armati di grandi coltelli, disposti lungo il tragitto davanti ai portali che sono chiamati a sorvegliare ed identificati nelle iscrizioni che si trovano sopra di essi.

Hanno nomi inquietanti, alcuni dei quali vi trascrivo così come li ho trovati: in alto si trova Sekhenur il Grande Conquistatore, poi abbiamo Miu il Gatto, Saupen il Protettore e Colui che costringe al declino, provoca debolezza ed emerge come morte.


Abbiamoo l’Iracondo, Colui che accende il suo braciere e Colui che dal volto vigile esce dagli inferi.

Il principe si presenta reggendo alternativamente il flabello Swt, il ventaglio Khu o lo scettro Heqa e per varcare le porte che lo condurranno davanti ad Osiride dovrà affrontare queste creature che lo lasceranno passare se dimostrerà di conoscere il loro nome.

Necropoli tebane

TT335 – TOMBA DI NAKHTAMUN

Epoca:                                   XIX dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Nakhtamun[6]prete wab[7] di Amenhotep I Signore delle Due Terre; Scultore di Amon; Servo nel Luogo della VeritàDeir el-MedinaXIX dinastia 

 

Biografia

TT335 si trova a sud della TT336 appartenente a suo fratello Neferrenpet e a nord della TT4 di Qen, suo cognato. In entrambe tali tombe, così come nella TT217 di un altro dei suoi fratelli, Ipuy, viene menzionato il nome di Nakhtamon.

Studi recenti hanno consentito di proporre, come data di realizzazione della tomba, un periodo antecedente all’anno XXXV di regno di Ramses II; Piay, a sua volta scultore nel Luogo della Verità, fu suo padre mentre Neferetkhau, indicata come Signora della casa, fu sua madre; Henutmehyt e Sathy sue sorelle. Nebuemshetet, figlia di Pakhed (TT292) e Makhai, fu sua moglie.

Per quanto riguarda i figli, dalle scene parietali è possibile individuare: le figlie Webkhet, Henutiamu e Nedjemet; i figli Ankhau, Penkhum e Piay (omonimo del nonno paterno).

Tenendo presente che il termine senu, tradotto normalmente come “fratello”, viene usato spesso, nelle tombe, a indicare relazioni di parentela anche tra persone di differenti generazioni sono sorte incomprensioni e intricati rapporti difficili talvolta da individuare. Nella TT335 con il termine fratello (sn) vengono infatti indicati[8]:

  • Khonsu, fratello biologico di Nakhtamon (sepoltura non nota);
  • Neferronpet, fratello biologico (TT336);
  • Ipuy, fratello biologico (TT217);
  • Usersatet, fratello della moglie e, perciò, cognato;
  • Khaemuaset , Tjanuny e Penduas, figli della sorella Henutmehyt e dello scultore Qen;
  • Uadjshemsu, forse figlio della sorella Sahty e dell’operaio Khabekhnet (TT2).

Analogo discorso vale per il termine snt relativa al termine “sorella” che talvolta indica, oltre le sorelle biologiche, anche mogli, nipoti, zie, cognate.

La tomba

Il complesso comprendeva un cortile, una cappella e un appartamento sotterraneo. La decorazione parietale monocroma delle tre camere, che costituiscono quest’ultimo, è quasi intatta e di perfetta qualità.

Il cortile

Per quanto attiene al cortile e alla cappella, si deve fare esclusivo affidamento al rapporto di scavo di Bruyère[9] poiché l’attuale condizione dell’area è scarsamente leggibile.

Il cortile di TT335 in una foto di Bruyére

Si trattava di un cortile, scavato nella roccia, di 5,7 x 5.9 m; nel lato nord di questo, in un’area di circa 3 m2, si apre il pozzo verticale che dà accesso all’appartamento sotterraneo, al centro si apre l’accesso alla cappella accanto alla quale (1 e 2 rossi in planimetria[10]) si trovano due complessi statuari, solo abbozzati e non ultimati: il primo (1) rappresenta un re non identificabile; il secondo (2) una coppia, uomo-donna, in piedi.[11]

La cappella

L’ingresso è al centro del piccolo cortile; completamente devastata da un incendio, ha perso tutte le decorazioni parietli. Vi si accede da una porta di circa 1,5 m di larghezza ed è costituita da una sala di forma irregolare profonda 3,95 m, larga da 2,95 a 3,30 m e alta 2,25 m[12].

L’appartamento sotterraneo

L’accesso all’appartamento sotterraneo (costituito da tre camere: “A” – “B”- “C” nere in planimetria) avviene attraverso un pozzo la cui bocca è ampia 0,93 x 1,70 m e scende nel sottosuolo per 7 m (uno dei più profondi dell’area di Deir el-Medina). Qui, attraverso una porta alta 1,75 m e larga 0,75 (originariamente in legno), si accede a un corridoio sulle cui pareti (3), su due registri sovrapposti, è rappresentato il cielo e il sole nascente come Khepri, nonché il defunto, in piedi, rivolto verso l’ingresso, nell’atto di intonare un inno a Khepri (non leggibile). Tutte le decorazioni sono in monocromo giallo chiaro e scuro, salvo pochi altri particolari, come i capelli, in nero[13].

Il pozzo discendente all’appartamento funerario

Sulle pareti della sala “A”[14], che si trova sullo stesso livello della successiva sala “B”: le figlie e un figlio[15] [16] (4) in offertorio ai genitori, seduti, e alla famiglia; tre preti (5) operano la Cerimonia di apertura della bocca sul defunto purificandone il corpo; due mummie (6) dinanzi alla tomba.

Le due mummie davanti alla tomba

Su altra parete, una coppia seduta (7), composta da Sahti , sorella di Nebuemsheset e perciò cognata di Nakhtamon, e Khabekhnet (TT2), riceve omaggi floreali dai propri figli, Mes e Amenemhab (nipoti di Nakhtamon).

Segue, sulla parete nord, un’altra coppia seduta; si tratta, questa volta, del fratello biologico, lo scultore Ipuy (TT217), e di sua “sorella” (in realtà moglie) Duaemmeres.

Segue, su questa parete, l’ingresso alla sala “B”; dall’altro lato della porta (9) il figlio Neferronpet, fratello biologico di Nakhtamon, accompagnato dalla moglie Huyneferet, offre mazzi di fiori a Minmose e alla moglie Esi; poco oltre (10) Nebuemshetet, moglie di Nekhtamon, dinanzi ai genitori Pakhed (TT292) e Makhai. Ai lati della scala che porta alla sala “C”: su due registri (11-12) divinità in scene di purificazione, Anubi rappresentato come sciacallo e Iside inginocchiata[17].

Un breve corridoio, sulle cui pareti (13) è rappresentato il defunto, nonché Neferronpet (TT336) e la moglie in offertorio, immette nella sala “B”[18] che, come detto, si trova sullo stesso livello della sala “A”. Sulle pareti: su due registri sovrapposti (14) il defunto e la moglie offrono la statua di Maat e Thot; scene di banchetto, con i genitori, in presenza di Khaemteri (TT220) e Hehnekhu.

Su altra parete (15) tre divinità femminili, in forma di albero, sotto le quali il defunto e la moglie bevono a una fonte e scene del pellegrinaggio ad Abydos.

Sulla parete opposta (16), su tre registri, il defunto e la famiglia dinanzi al fratello Neferhotep, indicato come “eccellente spirito di Ra”; scene di processione funeraria con tre sacerdotesse impegnate nell’esecuzione di riti funebri; poco oltre (17) su due registri, il defunto, in qualità di prete wab di Amenhotep I, purifica una coppia seduta.

Nakhtamun e la famiglia dinanzi al fratello Neferhotep

Al di sopra della piattaforma che riempie quasi metà della sala, tre scene di offertorio ad altrettante coppie assise e un prete in offertorio alla statua del defunto. Di lato (18) Ra-Horakhti, con testa di ariete, tra Iside con l’ureo su un pilastro Djed e Nephtys con il falco dell’Occidente[19].

La cerimonia funebre con il trasporto del sarcofago

Dalla sala “A”, parete ovest, una scala di sette gradini porta 1,85 m più in basso e a un lungo corridoio al fondo del quale si apre la sala “C”, ovvero alla camera funeraria, il cui ingresso era originariamente protetto da una porta in legno di cui restano ancora i cardini. Il corridoio di accesso[20] è decorato sul soffitto da un’immagine della dea Nut[21], mentre sulle pareti sono rappresentati (19) il defunto e la moglie in adorazione del disco solare sorretto da due scimmie e, sulla parete opposta (20) il defunto e la moglie che aprono, rispettivamente, le porte dell’aldilà e dell’eternità. Sugli stipiti di ingresso alla sala “C” (21) sono riportati testi di offertorio.

La sala “C”[22] presenta, sulle pareti: in tre scene (22), il figlio Piay (omonimo del nonno), con Anubi rappresentato con testa d’ariete, sua moglie con sistro dinanzi alla dea Maat e Piay che offre aromi su un braciere.

Sul lato corto a est (23), nella parte alta, ad arco, Iside alata; nella parte centrale Anubi che si prende cura della mummia su un catafalco purificato dalla presenza di Iside e Nephtys.

Il dio Anubi opera riti sulla mummia di Nakhtamon

Questo lato corto, riguardante le cure del corpo, è da mettere in relazione con quello opposto, a nord (25), in cui la parte alta, ad arco, è occupata dalla dea Nephtys alata, mentre nella parte centrale il dio Thot, nella sua forma di babbuino, presenzia la cerimonia di pesatura dell’anima del defunto che, insieme alla moglie a alla dea Maat vi assiste.

I lati lunghi della sala (a est e a ovest) sono costituiti da decorazioni che creano un insieme omogeneo: il lato est vede, ai lati della porta di ingresso nella sala “C”: il figlio Piay (22) con Anubi, Maat e Ptah e (24) un dio guardiano antropomorfo armato di coltello, rivolto verso l’entrata, indicato come “padrone della Maat”[23], vestito con attributi tipici di un re, compresa la barba posticcia e un perizoma da cui pende una coda di toro. A ovest, la parete opposta (26) è ripartita in quattro rettangoli contenenti il defunto che offre libagioni al dio Osiride, il re Amenhotep I con Uadjet e la dea Satet, la dea Tueris, il defunto e la moglie adorano il dio Horakhti[24].

Il soffitto della camera funeraria “C”, a volta, è suddiviso a sua volta in due parti separate, nel senso della lunghezza, da due fasce di geroglifici. A sua volta ogni semi-volta è suddivisa in quattro pannelli. I quattro centrali sono occupati dai Figli di Horus: Hapi, Duamutef, Amset e Qebehsenuf. I due pannelli restanti del lato che sovrasta la parete est contengono Thot rappresentato come ibis umanizzato e “il grande gatto di Heliopolis”[25].

Nella parte opposta, quella che sovrasta la parete ovest, sono rappresentati Horus e il dio Anubi, accucciato su un tempio (o sulla tomba), a imitazione della statua rinvenuta effettivamente nella KV62 di Tutankhamon[26].

la statua di Anubi rinvenuta nella KV62 del faraone Tutankhamon

Reperti

La tomba era stata quasi completamente saccheggiata nei millenni; alcuni oggetti furono tuttavia repertati da Bruyère nella sala “B” verosimilmente impiegata dai ladri come deposito:

  • alcune mummie molto danneggiate;
  • frammenti della maschera funeraria di Nakhtamon;
  • scatole da imballaggio recanti il nome di Nebuemsheset;
  • frammenti di cartonnage del defunto e della moglie;
  • scatola da ushabti intestata al defunto e alla moglie (oggi al Metropolitan Museum, cat. 47.139);
  • contenitore da incensi con il nome del defunto;
  • frammenti di dipinti, con il defunto, forse dalla cappella;
  • pezzi di mobilio relativi, tuttavia, alla sepoltura del fratello Neferrenpet (TT336)[18]

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
  3. ^ Bruyère 1926,  pp. 113-148.
Il cortile di TT335 in una foto di BruyéreIl pozzo discendente all’appartamento funerario

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      Scoperta 16/01/1925 da Bernard Bruyère. A oggi, il resoconto di Bernard Bruyère sulla scoperta, risalente al 1924-1925, è l’unica fonte relativa a TT335 esistente.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 401

[7]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 401, citando il rapporto di Bruyère, 1924-25, pp. 113-173.

[9]      Bruyère 1926, pp. 113-148 e “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.

[10]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 400.

[11]     Porter e Moss 1927,  p. 401.

[12]     “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024. 

[13]     “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024. 

[14]     Misura 3,65 di larghezza e tra 2,16 e 2,68 di profondità, per 1,70 m di altezza.

[15]     le figlie: Webkhet, che offre un vaso in forma di nave, e Henutiamu, che pratica un segno di saluto e reca appeso al polso un vaso da libagioni; Ankhau, il maschio, sembra offrire una borsa contenente grani rotondi. Alle spalle della coppia genitoriale, sono rappresentati altri due figli: Penkhnum maschio, che tiene tra le mani un fiore, e Nedjemet, femmina, che porta visibile la treccia tipica dell’infanzia, con un vassoio.

[16]     “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.

[17]     Porter e Moss 1927,  p. 402.

[18]     Misura da 3,07 a 3,28 m di larghezza e 2,50 di profondità, per un’altezza di circa 2,40 m. Verso ovest il pavimento presenta un gradino alto 0,65 m x 1,80 di profondità destinato ad accogliere le offerte per il defunto.

[19]     Porter e Moss 1927,  pp. 402-403.

[20]     Misura 2,50 m di lunghezza per 0,73 di larghezza e 1,63 di altezza.

[21]     La dea è rappresentata come stante, su una stuoia di canne ripiegata; indossa un abito molto aderente che lascia scoperto il seno e ai suoi piedi si trova la montagna tebana e la rappresentazione della piramide che corredava la tomba.

[22]     Misura 4,75 m di lunghezza, 2,24 m di larghezza e ha un soffitto a volta che, nella parte centrale, raggiunge 2,17 m.

[23]     Il guardiano, peraltro, si trova, per posizione, a difendere effettivamente la Maat che si trova “alle sue spalle” nel dipinto parietale del lato corto nord.

[24]     Porter e Moss 1927,  p. 403 e “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.

[25]     La scena fa riferimento al capitolo 17 del Libro dei Morti che recita: “Io sono il grande gatto accanto al quale l’albero è stato diviso a Iunu (Heliopolis) nella notte della battaglia, e che fece la guardia contro i ribelli nel giorno in cui i nemici del Signore di Tutti furono distrutti”. Si tratta di una identificazione di Rae il riferimento è alla battaglia tra Ra e il serpente Apophis. Non a caso, il gatto nell’Antico Egitto era un gran cacciatore di topi e di serpenti e Apophis “…l’eterno nemico di Ra, deve essere evitato per sempre, poiché non essendo stato creato, sfugge a ogni distruzione definitiva e può, ogni giorno, ripetere senza fine i suoi attacchi contro il corso del sole” cerca, ogni notte, di evitare che il sole sorga al mattino seguente.

[26]     Porter e Moss 1927,  p. 403 e “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.

Necropoli tebane

TT334 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Epoca:                                   XVIII dinastia (Amenhotep III?)

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciuto[5]Capo degli agricoltoriDra Abu el-Naga XVIII dinastia (Amenhotep III ?) 

 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[6].

La tomba

Planimetricamente TT334 presenta una sala trasversale, cui si accede da un breve corridoio (1 in planimetria[7]), sulle cui pareti sono rappresentati portatori di offerte.

Sulle pareti della sala sono rappresentati: scene di banchetto (2); il defunto e due donne seduti (3); su tre registri sovrapposti (4) scene di banchetto con musicisti; un uomo in offertorio al defunto e alla moglie (5).

Poco oltre (6) su quattro registri: la figlia e altri portatori con offerte al defunto e alla moglie (non sono identificabili i nomi dei personaggi); il defunto seduto dinanzi a una casa; scene di raccolta in presenza del defunto.

Sul fondo della sala una nicchia (7) un prete offre libagioni[8].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 399

[6]      Porter e Moss 1927, p. 401.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 400.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 401.              

Necropoli tebane

TT333 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Epoca:                                   XVIII dinastia (Amenhotep III?)

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciuto[5]Non notoDra Abu el-Naga XVIII dinastia (Amenhotep III ?) 

 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[6].

La tomba

Planimetricamente TT333 è strutturata con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo: a una sala trasversale segue una sala perpendicolare alla precedente.

Un breve corridoio (1 in planimetria[7]), sulle cui pareti sono rappresentati il defunto e la moglie, immette nella sala trasversale; sulle pareti: un prete (2), seguito da tre uomini, offre libagioni.

Su altra parete (3), il defunto offre aromi su un braciere (?) mentre uomini trasportano giare di vino.

Sul lato corto della sala (4), in due registri sovrapposti, un prete in offertorio dinanzi a Osiride e alla dea dell’Occidente (Hathor); poco oltre (5) persone, suppellettili funerarie, giare di vino e altre offerte.

Un secondo corridoio dà accesso alla sala perpendicolare; sulle pareti: scena di tre divinità femminili (non specificate) (6); scena del trasporto funebre della mummia (7) verso la piramide della tomba; misurazione del grano (8), uomini con capi di vestiario (9) e portatori di giare di vino; una fanciulla (10) (forse una figlia) in offertorio al defunto e alla moglie (?).

Sul fondo una nicchia (11) recante un prete, portatori di offerte con rami di palma e una prefica piangente[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 399.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 399.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 9.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 399.

Necropoli tebane

TT332 – TOMBA DI PENRENUTET

Epoca:                                   Periodo ramesside (XIX-XX dinastia)

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Penrenutet[5]Capo degli ispettori del granaio dei possedimenti di AmonDra Abu el-NagaXIX-XX dinastia 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile; benché sia rappresentata la moglie, di questa non è identificabile il nome[6].

La tomba

TT332 è costituita da una sala trasversale da cui si accede ad una piccola cappella. Sulle pareti: il defunto con la moglie e alcuni preti (1 in planimetria[7]) dinanzi a una divinità non identificabile; poco oltre (2) il defunto e la moglie in adorazione di Osiride, Iside e Nephtys.

Anche in altra parete (3) il defunto adora una divinità non identificabile; segue (4) scena del defunto che suona un sistro in presenza di Ahmose Nefertari.

Un breve corridoio dà accesso alla cappella; sulle pareti: il defunto e la moglie (5-6) adorano una divinità seduta sotto un padiglione; su altre pareti (7-8) scene da banchetto funebre in presenza del defunto e della moglie.

Sul fondo della cappella (9) il defunto e altri offerenti; ai lati due rappresentazioni umanizzate del pilastro Djed[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115..

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 399

[6]      Porter e Moss 1927, p. 399.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 9.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 399.

Necropoli tebane

TT331 – TOMBA DI PENNE detto anche SUNERO

Planimetria schematica della tomba TT331[1] [2]

Epoca:                                  Periodo ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Penne (detto anche Sunero)[5]Primo Profeta di MonthuSheikh Ab del-QurnaXIX-XX dinastia 

Biografia

Hatiay (TT324), Supervisore dei Profeti di tutti gli dei, Capo dei Profeti di Sobek e Scriba del tempio di Monthu, fu suo padre, Iuy sua madre e Maiay, responsabile dell’harem di Monthu, fu sua moglie[6].

La tomba

Una lunga scala di 25 gradini (con al centro uno scivolo per un più agevole trasporto del sarcofago) dà accesso a una corte poligonale[7] in cui si apre l’ingresso a TT331 e alla TT55 del Visir Ramose.

Due stele, incompiute e oggi illeggibili, fiancheggiano l’ingresso (1 nero in planimetria[8]).

Alla TT331 si accede per il tramite di un corridoio (1 rosso in planimetria[9]) in cui è raffigurato il defunto, seduto, sovrastato da testi sacri e di offertorio; altre scene vedono il defunto e la moglie, sotto le cui sedie sono rappresentati, rispettivamente, una scimmia e un gatto, assistere al concerto tenuta da un’arpista e adorare Osiride in onore del quale sono riportati inni sacri.

Planimetricamente la tomba si presenta con forma a “T” capovolta tipica delle sepolture del periodo, benché la sala trasversale sia inclinata rispetto all’asse che è tuttavia, a sua volta, leggermente curvo; un breve corridoio immette in una sala quadrata il cui soffitto è retto da quattro pilastri.

Sulle pareti: scene (2) di pesca e uccellagione (?), nonché di raccolta del papiro (?); su altra parete (3), su tre registri sovrapposti, brani tratti dal Libro delle Porte e uomini con candele e torce. Il corridoio di accesso alla sala colonnata ospita sull’architrave esterno (4), molto danneggiato, scena con la moglie in presenza del nome e dei titoli del defunto; sugli stipiti, altrettanto danneggiati, il defunto e la moglie in adorazione di Osiride (?).

Dalla TT331 provengono frammenti di una statua del defunto inginocchiato[10].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115..

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 398

[6]      Porter e Moss 1927, p. 398.

[7]      Forma verosimilmente derivante da preesistenti accessi ad altre tombe.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 9.

[9]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 9.

[10]     Porter e Moss 1927, p. 398.

Necropoli tebane

TT330 – TOMBA DI KARO

Planimetria schematica della concentrazione e sovrapposizione delle tombe TT8-10-211-321-322-323-330[3]

Epoca:                                   XIX dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoliDinastia/PeriodoNote
Karo[4]Servo del Luogo della VeritàDeir el-MedinaXIX dinastia 

Biografia

Genitori di Karo furono Simut e Pashedu; il nome della moglie era Takha[5].

La tomba

TT330 è ubicata in un’area complessa in cui trovano luogo,e si sovrappongono, diverse sepolture.

Da una cappella superiore, in cui si trovano gli unici rilievi leggibili, si accede, per il tramite di un pozzo verticale all’appartamento sotterraneo costituito da più locali tra cui la camera funeraria.

Sulle pareti della cappella: il defunto e la moglie in presenza di Osiride (1 in planimetria[6]) e, su tre registri sovrapposti (2), il defunto e la moglie in presenza di Anubi; il defunto che offre libagioni ai genitori; parenti dinanzi al defunto a ad altri familiari.

Proviene da questa tomba una stele, e frammenti di stele[7], con il defunto in presenza di cinque divinità; il padre in presenza di Osiride e Anubi seduti e il defunto da solo[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole tombe non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle sepolture, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      Porter e Moss 1927, p. 398.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 398

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[7]      Oggi al Museo egizio di Torino (cat. 1636-1931-1938).

[8]      Porter e Moss 1927, p. 398

Necropoli tebane

TT329 – TOMBA DI MOSI e annesso

(MOSI e IPY)

Epoca:                                  Periodo ramesside (XIX-XX dinastia)

Titolare

TitolareTitoloNecropoliDinastia/PeriodoNote
Mosi[3]Servo del Luogo della VeritàDeir el-Medina XIX-XX dinastiala tomba ha un annesso, sepoltura di Mosi, forse un nipote del titolare, e di Ipy, forse suo figlio, tutti Servi del Luogo della Verità

 

Biografia

TT329 è costituita dalla tomba principale di Mosi e da un annesso che ospitava altri defunti: Mosi, omonimo, ma forse nipote del primo, e Ipy, forse figlio.

Henutwat era il nome della moglie del Mosi titolare della TT329, mentre Katet[4] era quello della moglie del Mosi dell’annesso. Di quest’ultimo è noto anche il nome del padre, Iohnufer. Baket era, infine, il nome della moglie di Ipy[5].

La tomba

Si accede a TT329 da un cortile su cui si aprono due cappelle funerarie, prive di scene parietali leggibili, mentre, in un cortile adiacente, si apre l’ingresso all’annesso.

Da una delle due cappelle si può accedere all’appartamento sotterraneo per il tramite di un pozzo verticale; nel corridoio che immette nella camera funeraria di TT329, sull’architrave esterna, il disco solare adorato da alcuni ba (1 in planimetria[6]) in presenza dei simboli dell’Occidente. Sugli stipiti, testi sacri per l’apertura delle porte dell’aldilà.

Furono qui rinvenuti frammenti del coperchio del sarcofago del titolare; provengono inoltre da questa tomba frammenti di rilievo con il defunto inginocchiato e testi sacri dedicati a Ra.

Nel cortile prospiciente l’annesso, una stele con il defunto Mosi (TT329) insieme al secondo Mosi e a Ipy (oggi al Louvre); sul retro della stele, coperti originariamente dalla medesima, su due registri sovrapposti un uomo e un fanciullo in presenza di Thot e l’abbozzo di un uomo e una donna.

Nel corridoio dell’annesso (3) i resti di scene della processione funebre[7].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[4]      Nome rilevabile da una stele oggi al Louvre (cat. C280).

[5]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[7]      Porter e Moss 1927, pp. 397-398.

Piccola Guida Turistica, Tombe, XX Dinastia

LA TOMBA DELLA REGINA TYTI (QV52)

La regina nelle vesti di un sacerdote Iunmutef mentre effettua un’offerta di incenso. https://commons.m.wikimedia.org/…/File:QV52_Tomb_of…

Biografia della regina ed introduzione alla descrizione della tomba

Tyti era una sovrana della XX dinastia, ma di lei si sa poco, poiché la sua tomba nella Valle delle Regine reca iscrizioni che la identificano come figlia, sorella, moglie e madre di un re ma che non offrono indicazioni che consentano di dedurre la sua esatta collocazione nell’albero genealogico di Ramses III.

Per anni gli studiosi hanno discusso il tema ed oggi sembrano essere giunti unanimemente alla conclusione che ella fu una delle Grandi Spose Reali del sovrano e forse madre di Ramses IV (ruolo che altri attribuiscono invece alla Grande Sposa Reale Iside-Ta-Hemdjert); l’egittologo francese Christian Leblanc suggerisce che potrebbe essere stata anche la madre dei principi Khaemwaset, Amonherkhepeshef e Ramses-Meryamun per via della decorazione molto simile delle loro tombe.

La sovrana davanti ad uno dei figli di Horus
da https://en.wikipedia.org/wiki/Tyti

Stranamente Tyti è raffigurata in alcune scene molto giovane, il che porta ad ipotizzare una morte prematura, in altre come una donna di mezza età, con un’acconciatura elaborata ed un copricapo piumato; sulla parete destra del corridoio che conduce alla camera funeraria, addirittura, appare nelle vesti di un sacerdote ritualista Iwn-mwt.f (da non confondere con l’omonima divinità, aspetto del dio Horus), nell’atto di offrire incenso.

Camera laterale destra – La regina scuote due sistri e rende omaggio ai Quattro Figli di Horus.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Parigi) per pubblico dominio (con attribuzione)

La tomba, notevolmente danneggiata in seguito a riutilizzi successivi databili al Terzo Periodo Intermedio, riproduce in scala minore i grandi ipogei reali del suo tempo in quanto è costituita da un lungo corridoio piano scavato nella falesia che conduce ad una camera sepolcrale circondata da annessi su tre lati.

L’ingresso della tomba scavato nella falesia

Tutto il protocollo decorativo rappresenta il viaggio che la sovrana defunta compie nell’Aldilà per raggiungere la Sala del Giudizio di Osiride, ed il momento in cui rende omaggio agli dei dell’Oltretomba ed incontra le creature ibride descritte nei testi funerari.

La decorazione della tomba

Il corridoio, la camera sepolcrale e gli annessi della tomba sono decorati con rilievi leggermente scolpiti, in origine dipinti con colori caldi su uno sfondo di intonaco bianco, grigio o giallo dorato.

Molte scene che decoravano le pareti della tomba sono andate perdute con il trascorrere dei millenni ed i colori di altre si sono sbiaditi; come già rilevato, la sovrana defunta è rappresentata mentre si avvia alla Sala della psicostasia rendendo omaggio agli dei ed incontrando i demoni dell’Oltretomba.

Una barca solare raffigurata sulla parete di fondo della camera funeraria.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Parigi) per il pubblico dominio (con attribuzione)

Gli stipiti dell’ingresso del sepolcro contengono i titoli di Titi ed i testi ad ella riferiti; la parte sinistra del corridoio conserva scene che la mostrano davanti a Ptah assiso nel suo santuario, Ra-Horakhty, Imset, Duamutef e Iside; sul lato destro si trova accanto a Ma’at e mentre rende omaggio a Thoth, Atum, Hapi, Qebsenuef e Nephthys scuotendo due sistri.

Thot e due dei Figli di Horus, a questo link: http://www.luxor-west-bank.com/qv52-tyti.html

Qebehsenuf con la testa di falco e Duamutef con la testa di sciacallo, sono due dei Quattro Figli di Horus ai quali la regina rende omaggio.
I “Figli di Horus” sono le quattro divinità preposte alla protezione degli organi interni dopo la mummificazione, che aiutarono Anubi ad imbalsamare il corpo di Osiride e divennero per questo patroni dei canopi.
Gli altri due erano Hapi con la testa di babbuino ed Imset, o “Amseti”, raffigurato con testa umana.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Paris) per pubblico dominio

Un portale scolpito sull’architrave con un’immagine di Nekhbet ad ali spiegate e con raffigurazioni di Neith e Selkis conduce alla camera funeraria, il cui soffitto è decorato con stelle bianche su sfondo dorato; questa stanza ha forma quadrata ed annessi su ciascun lato.

Particolare dell’architrave dell’ingresso della camera sepolcrale con un’immagine di Nekhbet ad ali spiegate. https://thebanmappingproject.com/tombs/qv-52-queen-tyti, fotografia di Bianca van Sittert & Briana Jackson

Sulla parete a sud (quella di fondo) sono rappresentate barche solari e la regina che scuote un sistro davanti ai Quattro Figli di Horus ed agli dei Geb, Nefertum ed Harheken accovacciati; la parete nord (quella che la divide dal corridoio) mostra a sinistra dell’ingresso demoni guardiani.

Uno dei guardiani in forma leonina che appaiono sulla parete nord della camera sepolcrale.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Paris) per pubblico dominio.

Sulla parete est è dipinto un cancello presidiato da due babbuini e da una scimmia e creature mostruose in forma di avvoltoio ed ippopotamo descritti nei libri funerari, mentre sulla parete ovest sono raffigurati i guardiani dell’oltretomba.

Demone dell’Oltretomba, armato di coltelli.
da Trip Advisor, fotografia di Michele L.

I tre annessi laterali erano destinati a ospitare il corredo funerario della regina; quello posto sulla parete destra della camera sepolcrale mostra demoni con teste di sciacallo, serpente e coccodrillo che sorvegliano i vasi canopi, le anime di Pe e di Nekhen e la dea Hathor in forma bovina che esce dalla montagna tebana davanti ad un sicomoro alla destra del quale vi è la defunta in posa di venerazione.

Le anime di Pe (con la testa di falco) e di Nekhen (con la testa di canide) che figurano sulla parete destra della camera sepolcrale, raffigurate mentre compiono il tipico gesto con il quale salutavano il sovrano defunto nei riti di purificazione davanti agli dei.
Con il termine “Anime di Pe e di Nekhen” o “Seguaci di Horo” si indicano i mitici sovrani predinastici del Basso e dell’Alto Egitto che identificano le antiche forze spirituali delle due metà del Paese.
Pe infatti era l’antica Buto, mitica capitale del Basso Egitto, Nekhen invece era Hierakonpolis, antica capitale dell’Alto Egitto. 

Il soffitto della camera sepolcrale, da Trip Advisor, fotografia di Susan C.
La dea Hathor in forma bovina che esce dalla montagna tebana; dinanzi a lei un sicomoro dal quale esce una dea e la regina Titi adorante. Da Osirisnet

Nella camera opposta, il cui pavimento è crollato, ci sono tracce di una scena di Osiride oltre a raffigurazioni di Tyti di fronte ai figli di Horus.

Una delle camere laterali contiene la già citata raffigurazione della regina come sacerdote Iunmutef.

Anche le raffigurazioni dell’annesso posteriore sono abbastanza ben conservate. Su entrambi i lati dell’ingresso della parete anteriore la regina appare di nuovo in posizione di adorazione; sul lato sinistro della parete si trovano i Figli di Horus, mentre Geb, Nut, Nefertem e Harhekenu nelle vesti di Osiride siedono davanti a tavoli d’offerta con del cibo (pane). Sotto i tavoli ci sono brocche d’acqua.

Parte di una scena nell’annesso con il pavimento crollato.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Paris) per pubblico dominio.

I quattro figli di Horus sono visibili anche sul lato destro della parete unitamente ad Hu, Sia, Shu e Tefnut, anch’essi con aspetto osiriforme. Sulla parete posteriore Nephthys e Thoth, nonché Neith e Selket rendono omaggio ad Osiride.

Particolare della scena che compare ai lati dell’ingresso dell’annesso posteriore: divinità mummiformi siedono davanti a tavoli d’offerta recanti del pane, sotto i quali ci sono brocche d’acqua.
Da Trip Advisor, fotografia di Jean Sebastien 9276
Demoni dell’Oltretomba: si noti quello a destra con il viso di fronte, anzichè di profilo. Da Trip Advisor, fotografia di Susan C.

BIBLIOGRAFIA AGGIUNTIVA:

Grist, Jehon. “The Identity of the Ramesside Queen Tyti.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 71, 1985, pp. 71–81. JSTOR, https://doi.org/10.2307/3821713.

I crediti delle immagini si trovano nelle didascalie delle stesse.

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

TOMBE DELLA I e II DINASTIA

INTRODUZIONE

La conquista delle regioni del Nord, operata dai loro vicini meridionali intorno al 3100 a.C., fece dell’Egitto un territorio unificato che si estendeva dal mar Mediterraneo sino alle porte della Nubia. Sotto la I Dinastia regnante gli abitanti perpetuarono le loro usanze funerarie beneficiando sia di risorse centralizzate sia di innovazioni apportate da una società in piena evoluzione. Nel contempo, le sepolture reali assumevano proporzioni sempre più imponenti e il culto funerario divenne più sofisticato. Distanti dalle tombe reali, furono realizzati grandi recinti in mattoni decorati secondo lo stile a “facciata di palazzo”. Tra questi, figura una delle più antiche strutture di questo tipo al mondo: lo “Shunet ez-zebib” (Immagine n. 1) di Abydos, fatto erigere dal re Kasekhemui della II dinastia.

Immagine n. 1 La parete nord-orientale del recinto di Khasekhemui (Shunet ez-zebib) che presenta ancora nicchie ben conservate (© isawnyu – https://www.flickr.com/photos/34561917@N04/7257223708/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=35697077)

Sebbene si supponga che questo edificio abbia qualche legame con la celebrazione delle feste giubilari post mortem, la sua funzione esatta resta ancora misteriosa; è, però, indubitabile che tutto concorre a lasciar pensare che sia stato fonte di ispirazione per il complesso funerario di Djoser.

Dopo l’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, la residenza reale fu stabilita a Menfi, ma i re della I Dinastia non abbandonarono la tradizione dei loro antenati predinastici e continuarono a farsi seppellire ad Abydos. La sequenza di questi sovrani è impressa sui sigilli rinvenuti nelle tombe di Den e Qaa (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Hetepdjef inginocchiato, con una parrucca scalare e un corto gonnellino comunica il suo nome sulla base della statua. Dietro la spalla destra si leggono i nomi di Horo dei primi tre sovrani della II Dinastia: Hotepsekhemwy, Raneb (o Nebra) e Ninetjer. Probabilmente Hetepdjef servì il culto di questi tre re durante la III dinastia. Museo del Cairo JE 34557 (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 62)

La II Dinastia rimane, invece, uno dei periodi più oscuri della storia egizia. I nomi di Horo (così identificati in quanto il nome del sovrano è inscritto nella raffigurazione di un serek sormontato da un falco) dei primi tre re HotepsekhemwyRaneb (o Nebra) e Ninetjer, sono incisi sulla statua di un sacerdote a Mit Rahina (Immagine n. 2). I sigilli di Hotepsekhemwy, provenienti dalla tomba di Qaa (Immagine n. 3) a Umm el-Qaab, provano che questo sovrano fu responsabile della sepoltura dell’ultimo re della I Dinastia e che non ci fu interruzione tra le due case regnanti.

Immagine n. 3 Questa impronta di sigillo dell’epoca di Den (I Dinastia), cita Narmer, Den e anche sua madre Meretneith, poi omessa. Il reperto fu trovato presso la scala della tomba di Den. Nella parte inferiore, il testo di sigillo a cilindro ricostruito fornisce i nomi del dio sciacallo della necropoli, Khentyamentiu (“il primo degli occidentali”, ossia il defunto) e dei re sepolti a Umm el-Qaab in ordine cronologico invertito (da sinistra a destra): Qaa, Semerkhet, Adjib, Den. Djet, Djer, Aha e Narmer. Le impronte sono state rinvenute nella tomba di Qaa su grumi di argilla usati come chiusure per cofani e altri tipi di contenitori (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 63) 

Verso la fine della dinastia, l’unità dell’Egitto fu temporaneamente interrotta e i due ultimi monarchi, Peribsen e Khasekhemwy costruirono le loro tombe ad Abydos.

Statue di Khasekhemche cambiò successivamente il suo nome in Khasekhemwy*, ci informano della repressione di disordini nel Basso Egitto. A lui successe Netjeriket (meglio noto come Djoser) che riportò a Saqqara il luogo di sepoltura.

Il potere e l’attaccamento del sovrano al suo entourage erano tali che veniva accompagnato nel suo viaggio ultraterreno da una schiera di servitori, cortigiani e animali. Alcuni di essi furono sepolti in piccole tombe sussidiarie accuratamente disposte intorno alla mastaba reale. Quella di Djer, a Umm el-Qaab, ad esempio, ne contava non meno di 580! Sebbene alcuni storici propendano per l’ipotesi che si tratti di sepolture sacrificali, l’archeologia ha chiaramente dimostrato che non tutte le sepolture erano contemporanee a quella del re e la diversità degli individui e lo status elevato di alcuni di essi sembrerebbe escludere che si sia potuto strapparli brutalmente dalle loro funzioni. La questione, nondimeno resta molto dibattuta, con evidenze a favore dell’una o dell’altra possibilità. Comunque sia, l’usanza scomparve già con la II dinastia, ove si eccettui il caso della tomba di Khasekhemwy, dove la presenza di ossa umane nelle otto sale da adito a qualche dubbio.

Successivamente, i dignitari delle regioni settentrionali ottennero questo privilegio anche per se stessi, per cui Menfi, punto strategico tra il Delta del Basso Egitto e la Valle dell’Alto Egitto, divenne, sotto la II Dinastia, il centro amministrativo egizio, lontano dalla prima residenza reale situata a Thinis.

Gli alti funzionari della regione avevano visto crescere considerevolmente il loro potere e non esitarono ad ostentarlo erigendo delle mastabe sontuose. Profusamente dipinte, esse riproducevano ossessivamente sulle loro pareti la decorazione a “facciata di palazzo” (detta anche “architettura a nicchie”), il cui geroglifico, il “serekh”, era il simbolo per eccellenza del potere regale. Adottando questa tipologia costruttiva si mirava a rievocare le forme di un primitivo palazzo trasferendole ad una costruzione funeraria o religiosa molto colorata e arricchita con assemblaggi di oggetti in legno e stuoie (immagine n. 4).

Immagine n. 4 Ipotetica ricostruzione di una mastaba arcaica della regione menfita (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.25).

Questa “escalation” e il lusso esibito rivaleggiavano con tutto ciò che la corte era in grado di realizzare, al punto che, per ricordare in modo inequivocabile il suo status, Djoser costruì un complesso funerario a ovest di Menfi, così alto e vasto che nessuno avrebbe mai più potuto eguagliare le capacità del sovrano.

* L’identificazione di Khasekhem con Kasekhemwy costituisce ancor oggi motivo di dibattito tra gli studiosi divisi tra le due possibilità: si tratta di due sovrani diversi oppure di un solo re che, in un particolare momento del suo regno, volle cambiare nome? Certamente, la stretta somiglianza dei nomi crea non pochi interrogativi ed esistono indizi a favore dell’una o dell’altra ipotesi. L’unica informazione certa è che mentre è stata ritrovata ed esplorata la tomba di Khasekhemwy, risulta mancante quella di Khasekhem. I sostenitori dell’identificazione Khasekhem-Kasekhemwy, sostengono che, dopo la parentesi sethiana di Peribsen, che era ritornato ad Abydos a causa dei dissensi con i seguaci di Horo, sia salito al trono Khasekhem (il cui nome significa “il Potente si è manifestato”), che avrebbe intrapreso una decisa operazione politica e militare di pacificazione; raggiunto lo scopo e riunito le Due Terre, avrebbe assunto il nuovo nome di Khasekhemwy (“i due Potenti si sono manifestati”) ed iscritto il suo prenomen nel serekh sormontato dal falco di Horo e dall’animale di Seth.

LE TOMBE REALI DELLA I DINASTIA AD ABYDOS

La necropoli reale arcaica di Abydos, nota come “Umm el-Qaab” (“madre dei vasi” in arabo), si estende nel deserto ad un chilometro e mezzo circa di distanza dalle terre coltivate, di fronte ad una impressionante scarpata di arenaria e ad est di un largo wadi. Gli scavi in questa zona furono iniziati dall’archeologo Émile Amelineau tra il 1895 e il 1898 e proseguirono tra il 1899 e il 1901, sotto la direzione di William Matthew Flinders Petrie, che portò alla luce otto vasti complessi della I Dinastia, due della II e alcune tombe arcaiche. L’illustre egittologo britannico analizzò anche i vasti recinti che facevano parte degli insediamenti funerari.

Immagine n. 5 Planimetria del cimitero di Umm el-Qaab (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 65)

La necropoli sembra essersi sviluppata lungo lo wadi, in direzione nord-sud dove sono stati individuati tre sezioni ben definite (Immagine n. 5):

1. Il cimitero “U” comprendente tombe del periodo Naqada I e sepolcri d’élite del tardo Periodo Predinasticoa nord.

2. Il cimitero “B”, con tombe reali della cosiddetta “Dinastia Zero” e della prima metà della I Dinastia, al centro.

3. I complessi tombali di sei re e di una regina della I Dinastia, a sud.

Ad eccezione delle più remote tumulazioni predinastiche, consistenti in semplici fosse e qualche sepolcro con rivestimento in legno, le tombe, sia le più piccole, sia quelle di dimensioni maggiori presentano camere ipogee di forma rettangolare, rivestite in mattoni che, in passato, dovevano essere ricoperte con legno stuoie e mattoni e, molto probabilmente, sovrastate da un tumulo di sabbia. Sembra che il cimitero “U”, durante il periodo Naqada I (o amraziano, circa 3900-3650 a.C) e fino agli inizi del Naqada II (o gerzeanocirca 3650-3300 a.C.) fosse un semplice sepolcreto, ma a partire dal tardo Naqada II, fu riservato all’élite. Le grandi tombe a camera singola e multipla, con ogni probabilità sono da attribuire ad una serie di capi e ai loro congiunti, oltre che ad una serie di sovrani precedenti quelli della “Dinastia Zero” che furono sepolti nel cimitero “B”.

Particolare rilievo riveste la tomba “U-J”, scoperta nel 1988 i cui campioni analizzati al carbonio 14, hanno restituito una datazione di circa 150 anni antecedente la I Dinastia. Il vasto sepolcro, contenente 12 camere, misura 9,10×7.30 metri; presenta un rivestimento di 1,55 metri di spessore e la sua parte superiore giace circa mezzo metro sotto il livello del deserto. Le evidenze anno permesso di concludere che fu costruita in due fasi distinte. In origine era composta da nove piccoli vani collocati ad est dell’ampia camera sepolcrale e, probabilmente, riecheggiava il modello di un palazzo (Immagine n. 6) con un atrio o una corte centrale, ma successivamente furono aggiunti due nuovi ambienti a sud.

Immagine n. 6 Questo disegno ricostruttivo permette di visualizzare un palazzo predinastico. Seguendo la planimetria di U-J, la tomba più elaborata del periodo, il palazzo di un sovrano doveva consistere di un vano di ingresso, di una stanza centrale, dal soffitto più alto e di camere utilizzate come magazzini a sinistra, mentre gli appartamenti privati erano situati nella parte posteriore. Una camera di servizio, o cucina era accessibile direttamente tramite un’entrata separata (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 65)

Tutte le camere sono connesse tra loro grazie ad una o due piccole aperture. Nonostante fosse stata ampiamente saccheggiata, la tomba conteneva ancora un abbondante corredo funerario consistente in numerosi oggetti in avorio e osso, circa 150 placchette con brevi iscrizioni (Immagine n. 7), abbondante vasellame egizio di vario genere e oltre 200 giare di vino proveniente da Canaan.

Immagine n. 7 Le piccole etichette in osso e in avorio con geroglifici arcaici rinvenute nella tomba U-j erano fissate a contenitori per indicare l’origine del prodotto. Le incisioni costituiscono esempi primitivi di scrittura. Nella prima a sinistra, molto probabilmente, l’albero e il cane indicano la provenienza da una proprietà agricola (l’albero) fondata da un sovrano il cui nome sarebbe stato “cane” o “sciacallo”. Quella centrale ci mostra una cicogna (valore fonetico “ba”) e un seggio (valore fonetico “st”), probabile riferimento alla città di Bubasti, nel Delta. Infine, la terza presenta un elefante (“ab”) con al di sotto tre montagne stilizzate (“dju”). Probabilmente, un chiaro riferimento alla città di Abydos

La camera sepolcrale, che presentava tracce di un tabernacolo ligneo, restituì uno scettro pastorale intatto in avorio, provando senza ombra di dubbio che il proprietario della tomba fosse un sovrano (Immagine n.8).

Immagine n. 8 lo scettro in avorio rinvenuto nella tomba U-j. Museo egizio del Cairo.

Le placchette incise con numeri o con geroglifici (massimo quattro), mostrano una grafia già abbastanza sviluppata. I numeri sembrano indicare misure di pezze di stoffa, mente ai segni era probabilmente affidata l’indicazione di provenienza di diverse merci. Alcuni di questi sono chiaramente leggibili e menzionano istituzioni amministrative, proprietà regie o località quali Buto Bubastis nel Delta. Una notevole quantità di vasi, ad anse ondulate, presenta anche uno o due grandi segni realizzati con inchiostro nero. Il grafema più frequente è uno scorpione talora associato ad una pianta, sicché la sua lettura potrebbe essere “tenuta di Scorpione”. Considerata l’alta frequenza di questa indicazione, è più che ragionevole concludere che nella tomba fu sepolto un re di nome “Scorpione”

Il cimitero “B” comprende tre tombe a doppia camera, appartenute agli ultimi sovrani della Dinastia ZeroIry-Hor (B 1/2), Ka (B 7/9) e Narmer (B 17/18) (Immagine n. 9) oltre ai complessi tombali dei primi due re della I DinastiaAha (B10/15/19+16), e l’effimero Athotis (B 40/50).

Immagine n. 9 La tomba di Narmer (B17/18). Cimitero B, Umm el-Qaab, Abydos (© Wikipedia,autore sconosciuto)

Mentre le tombe a doppia camera si presentano piuttosto modeste e perfettamente conformi alla tradizione predinastica, il complesso di Aha (Immagini n. 10-11), costituito da tre grandi camere e da una serie di sepolture sussidiarie, segna il passaggio all’architettura monumentale, riflettendo l’inizio di una nuova era contrassegnata dall’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto sotto un unico sovrano.

Immagini n. 10-11 In queste riprese sono visibili le fosse ausiliarie e le camere principali della Tomba di Aha/Menes costruita in scala molto più grande rispetto a quelle dei predecessori. Per la prima volta si osservano sepolture sussidiarie allineate. Sparse nei vani furono rinvenute ossa di giovani, forse, sacrificati per servire il sovrano nell’Aldilà. Le camere grandi contenevano tabernacoli di legno. Il re fu sepolto, probabilmente in quella centrale (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 64)

Le tre camere misurano circa 7,50 x 4,50 metri, profonde 3, 6 metri e tutte contenevano grandi tabernacoli in legno sorretti da supporti realizzati nello stesso materiale. Con ogni probabilità, il re fu sepolto nel vano mediano (B 15) che, a differenza degli altri, doveva avere un soffitto, all’apparenza, lievemente curvato a volta. Questa caratteristica potrebbe rappresentare un primo tentativo di avere una “copia di riserva” della tradizionale collinetta sovrastante il sepolcro (originariamente una semplice segnalazione) nell’intento di riprodurre il tumulo primigenio della creazione. Nelle file ordinate di camere supplementari B16, fu rinvenuta una grande quantità di ossa umane, per lo più appartenenti a individui di circa 20 anni e, comunque, non superiore a 25 anni, il che sembrerebbe avvalorare l’ipotesi (anche se non unanimemente condivisa) di un uccisione sacrificale all’atto della sepoltura del sovrano. Inoltre, presso la lunga camera orientale erano presenti le ossa di non meno di sette giovani leoni.

Generalmente i sette complessi tombali meridionali relativi ai re Djer (Immagine n. 12), Djet (Immagine n. 13), Den, Anedjib, Semerket, Qaa alla regina Meritneith, tutti appartenenti alla I Dinastia, presentano la stessa disposizione: una grande camera sepolcrale reale con grande tabernacolo ligneo (come U-J e B 10/15/19) attorniata da magazzini e oltre 200 tombe sussidiarie.

Immagine n. 12 La tomba del re Djer con la camera reale circondata da tombe secondarie.(© Foto: F. Barthel © DAI Istituto archeologico tedesco, Dipartimento del Cairo)

A partire dall’epoca di Den, fu realizzata una scala diretta alla camera reale, che veniva bloccata dopo l’inumazione. Grazie a questa innovazione, fu possibile realizzare il soffitto (e la sovrastruttura) prima del funerale.

Immagine n. 13 Il nome di Horo di Djet figura su questa stele (conservata al museo del Louvre) proveniente dalla sua tomba di Abydos. L’oggetto mostra la facciata del palazzo reale, il dio falco Horo come titolo del re e il serpente che costituisce il suo nome (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 64).

Da Djer Den le camere sepolcrali ausiliarie sono disposte in file separate attorno alla camera reale; solo nei complessi di Semerket e Qaa sono connesse a quest’ultima. Se si eccettua il caso di due dignitari sepolti nelle tombe sussidiarie di Den e di Qaa, forse deceduti nello stesso periodo in cui morì il sovrano, tutti gli altri sepolcri supplementari ospitavano persone di rango inferiore e cani, probabilmente sacrificati per servire il re nell’Aldilà. Ad ogni modo, questa usanza cessò alla fine della I Dinastia.

Ogni tomba era contraddistinta da due grandi stele che riportavano il nome del titolare, oltre che da lapidi più piccole relative agli occupanti dei vani supplementari, compresi quelli dei cani. Purtroppo nessuna delle steli reali o private fu ritrovata in situ, pertanto la loro posizione originaria (forse sopra le camere) è incerta.

Il complesso tombale di maggiori dimensioni è quello di Djer che si estende su un’area di 2800 mq. (70×40 metri). Comprende oltre 200 camere sussidiarie disposte in singola, doppia e tripla fila (Immagine n. 12).

Una piccola camera singola, attigua a quella del sovrano e ubicata in corrispondenza dell’angolo sud-orientale, era probabilmente destinata a contenere le spoglie di una guardia. Il tabernacolo ligneo centrale, profondo circa 2,60 metri era sostenuto, a nord, a est e a sud, dai tramezzi dei ripostigli. Durante il Medio Regno la tomba fu assimilata a quella di Osiride, convertita in un suo cenotafio e dotata di una scala che conduceva al suo interno. Qui, Amélineau vi rinvenne un catafalco del dio, con iscrizioni abrase riconducibili al re Khendjer della XIII dinastia (Immagine n. 13) e dietro la scala Petrie trovò un braccio, probabilmente risalente alla sepoltura originaria e nascosto dai violatori, adorno di quattro splendidi bracciali (Immagine n. 14).

Immagine n. 13 Fin dal Medio Regno la tomba di Djer fu considerata quella di Osiride. Qui si può osservare il catafalco del dio, in granito nero conservato al Museo Egizio del Cairo. Fu il re Kendjer della XIII Dinastia a fornire la camera funeraria di questa scultura che mostra la procreazione di Horo operata da Osiride e da Iside, rappresentata sotto forma di sparviero. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 65)
Immagine n. 14 Questi braccialetti in oro, turchese, lapislazzuli e ametista, lunghi tra 10,2 e 15,6 centimetri sono ora conservati al Museo Egizio del Cairo. Furono scoperti da Petrie su un braccio nascosto nella camera sepolcrale di Djer. Probabilmente era stato dimenticato dai ladri e presumibilmente apparteneva alla mummia del re. L’ipotesi sarebbe avvalorata dal fatto che uno dei reperti è composto da placchette con il dio falco Horo sulla facciata del palazzo reale . (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 66). 

La tomba di Den (Immagine n. 15) è sicuramente la più elaborata tra quelle della I dinastia presenti a Umm el-Qaab. La camera funeraria reale misura 9×15 metri ed è profonda quasi 6 metri. È dotata di un pavimento rivestito con lastre di granito rosso che, ad oggi, risulta essere il più antico esempio di utilizzo della pietra su vasta scala. Le pareti erano rivestite con stuoie di canna e, dalle impronte e dalla posizione dei fori per i pali di sostegno, se ne deduce che il tabernacolo ligneo doveva misurare 24x12x6 cubiti (circa 12,60×6,30×3,15 metri).

Immagine n. 15 Il complesso sepolcrale di Den, qui visibile con lo sfondo dell’altopiano occidentale, copre un area di 2200 mq. (40×55 metri). La camera funeraria del sovrano al centro è attorniata da 144 tombe sussidiarie per i servi e i cani, oltre a 3 vani magazzino per la conservazione di vasi per il vino. . (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 68-69).

Intorno adesso erano impilati numerosi vasi di produzione cananea. Ad est, una lunga scalinata, a metà della quale erano presenti porte lignee, dava accesso alla camera del re, a sua volta bloccata da una saracinesca. La tomba riveste particolare interesse per la presenza di un annesso a sud-ovest (Immagine n. 16). La piccola scala presente nell’annesso aveva con ogni probabilità una funzione simbolica: doveva servire come uscita al re rinato rappresentato dal suo simulacro.

Immagine n. 16 Ricostruzione degli annessi sud-occidentali della tomba di Den . (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 68).

Tale passaggio è presente in tutte le tombe della I Dinastia, a partire da quella di Djer. Inoltre, nelle file di tombe sussidiarie circostanti, sono sempre presenti varchi in prossimità dell’angolo sud-orientale che rappresenterebbero delle “uscite potenziali” dirette verso l’impressionante apertura dello wadi nella scarpata della necropoli. Si suppone che questa gola fosse ritenuta l’ingresso all’altro mondo, con le tombe che servivano da “stazioni di transito” sulla via che conduce all’Aldilà.

Le sepolture furono saccheggiate numerose volte già a partire dall’epoca della loro realizzazione. Un brano tratto dall’ “Insegnamento per Merikara”*, sembra riferirsi alle distruzioni subite dai sepolcri reali durante il Primo Periodo Intermedio. In effetti, gran parte delle tombe risalenti alla I Dinastia presenta tracce di incendi molto estesi. Tuttavia, sebbene depredate di gran parte del loro contenuto, queste sepolture e gli oggetti superstiti, ivi compreso svariato materiale iscritto, costituiscono la più rilevante fonte di conoscenza per ciò che riguarda il periodo arcaico.

Il sito vide accrescere enormemente la sua importanza a partire dal Medio Regno, divenendo il luogo più sacro di tutto l’Egitto, in quanto fu associato al culto di Osiride, che si riteneva vi fosse stato sepolto. Durante il Nuovo Regno e nel Periodo Tardo fu meta di intenso pellegrinaggio cui si accompagnò l’offerta di una enorme quantità di vasellame (per lo più piccole ciotole chiamate in arabo “qa’ab”, da cui deriva il nome Umm el-Qaab). Émile Amélineau stimò che il totale ammontasse a circa otto milioni di vasi!

Nella tomba di Qaa (Immagini n. 17-18) si rinvenne una considerevole quantità di vasellame risalente al Medio Regno sparsa sul pavimento della camera sepolcrale ed una scala, costituita da grossi mattoni, realizzata sui resti della saracinesca in pietra.

Immagine n. 17 Camera funeraria della tomba di Qa’a.I resti di legno sul pavimento localizzavano un grande tabernacolo. La scala che conduce al vano era in origine sbarrata da una saracinesca in pietra. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 69).

Inoltre, l’ingresso alla camera reale della tomba di Den era stato parzialmente restaurato con grandi mattoni crudi e tutta la scala mostrava tracce di una successiva imbiancatura. Appare molto probabile che la trasformazione della tomba di Djer in cenotafio di Osiride, sia avvenuta nello stesso periodo.

Immagine n. 18 Queste etichette con iscrizioni furono rinvenute nella tomba di Qa’a dalla missione archeologica tedesca. Erano fissate a contenitori per l’olio e riportavano la data di consegna, la quantità, l’origine ed il nome del funzionario. La data è costituita dal nome che veniva dato all’anno, in base al verificarsi di eventi importanti. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 69).

*Quest’opera ci è giunta attraverso tre copie risalenti alla XVIII Dinastia, ma è da datare alla X Dinastia Eracleopolitana, durante il Primo Periodo Intermedio. L’Insegnamento, come è tradizione in questi scritti, è rivolto al re Merikara ( X Dinastia) dal padre Khety II. Con tutta probabilità, il passo cui si fa riferimento è il seguente: << Ecco, una cosa turpe è avvenuta al mio tempo: fu devastata la necropoli di Tini. Avvenne non davvero per opera mia, ma lo seppi dopo che era stato fatto…Davvero è vile chi distrugge e non gli giova ristabilire ciò che aveva demolito, migliorare ciò che aveva sciupato…” (Edda Bresciani “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto).

LE TOMBE REALI DELLA I DINASTIA A SAQQARA

La necropoli di Saqqara (Immagine n. 19) è ubicata su una scarpata del Deserto Occidentale a sud-ovest dell’odierna Abusir e a circa 30 Km. a sud della città del Cairo.

Immagine n. 19 La necropoli arcaica di Saqqara Nord fu l’area di sepoltura principale per gli alti dignitari della I-III Dinastia. Le grandi Tombe della I Dinastia furono costruite lungo il bordo orientale della scarpata da cui era visibile Menfi, l’antica capitale (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 71).

Tra il 1936 ed il 1956, sotto la guida dell’egittologo britannico Walter Bryan Emery, furono scoperte, lungo il dirupo che domina l’antico sito di Menfi, una quindicina di grandi tombe risalenti alla I Dinastia caratterizzate da imponenti sovrastrutture rettangolari. Tali edifici, denominati “mastabe” (dall’arabo “maṣṭaba”, panca) presentavano sulle quattro facce esterne un susseguirsi di nicchie rientranti simili al simbolo geroglifico raffigurante la facciata di un palazzo così come è rappresentato sulla stele del re Djet e indicante il suo nome di Horo. Questa caratteristica architettonica dimostra l’ipotesi che la tomba fosse considerata alla stregua di un palazzo in cui dimoravano i defunti.

Le dimensioni delle “mastabe” variano da 24 a 57 metri circa di lunghezza e da 12 a 26 metri circa di larghezza; alcune hanno conservato 2,5 metri della loro altezza originaria, che si stima dovesse essere compresa tra i 3 e 5 metri.

Le strutture ipogee, ricavate nel terreno e/o nella roccia, pur con molte varianti, presentano in genere un grande pozzo rettangolare rivestito in mattoni, una camera sepolcrale singola oppure dotata di magazzini annessi. Probabilmente, gli ambienti funerari contenevano, un grande tabernacolo ligneo. Fin dall’epoca del re Den, l’accesso ai vani sotterranei era reso possibile grazie ad una scala, come già attestato per le tombe dello stesso periodo presenti ad Abydos. Grazie all’impiego di saracinesche in pietra, il passaggio veniva regolarmente sbarrato. Alcuni sepolcri sono circondati da muri di recinzione e pochi presentano inumazioni e varie altre strutture associate.

La più antica tra le mastabe di Saqqara è quella denominata “S3357” (Immagine n. 20), risalente al regno di Aha, che presenta una sovrastruttura di 48, 2x 22 metri e comprende 27 magazzini destinati ad ospitare il corredo funerario costituito da giare di vino, recipienti per il cibo ecc. Sotto il livello del terreno si trovano cinque compartimenti incassati in un fossa poco profonda, rivestita con mattoni e ricoperta da assi di legno.

Immagine n. 20 Assonometria della tomba S3357 di Saqqara (da “Emery, Great Tombs of the First Dynasty” vol. II, tav. XXXIX). La camera funeraria, ubicata al centro della tomba è scavata nel terreno ghiaioso. I magazzini, costruiti sopra il livello del deserto, contenevano vasi di ceramica e casse con il corredo per La vita nell’Aldilà (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 70-71).

La camera centrale era, quasi sicuramente, quella destinata ad ospitare la sepoltura, mentre le altre contenevano i beni del defunto. A circa 35 metri dal doppio muro di recinzione, in direzione nord, furono rinvenuti i resti di una barca di legno. Era disposta in una grande fossa, a forma di imbarcazione, rivestita in laterizi: questo elemento, come nel caso delle navi rinvenute presso le piramidi, era destinato ad essere utilizzato nell’Aldilà dal proprietario della tomba. Tra la mastaba e la fossa della barca si trovavano due gruppi di piccole pseudo costruzioni, costituiti da macerie e intonacati con fango, e due modelli di terrazze destinati a congiungere la fossa con alcuni cortili, uno dei quali contenente tre strutture tonde. La funzione di queste installazioni è molto incerta e dibattuta: potrebbero essere modelli della tenuta del defunto (Emery)? Una banchina oppure un bacino (Lehner)? Luoghi d’offerta ivi incluso un mattatoio (Stadelmann)? In ogni caso, è molto plausibile che fossero in qualche modo collegate alle offerte alimentari.

L’importanza delle provviste per l’eternità è confermata nella tomba “S3504”, databile all’epoca di Djet (Immagine n. 21). Intorno alla facciata a nicchie, alla base del muro principale dell’edificio, fu realizzata una bassa panca; su questa piattaforma furono collocati circa 300 crani di toro modellati in argilla e dotati di corna vere: teste o teschi simili e altri tipi di offerte sono presenti in molte altre mastabe, in particolare nelle nicchie più ampie che, come più tardi sarà per le false-porte, erano considerate come punti di contatto tra il vivente e l’Aldilà.

Immagine n. 21 Assonometria della tomba S3504 a Saqqara (da “Emery, Great Tombs of the First Dymaty” vol. II, tav. I). Centinaia di bucrani sono fissati ad uno zoccolo che circonda il sepolcro, suddiviso in 46 magazzini. La tomba è circondata da un muro e da 62 piccole sepolture ausiliarie per il personale (©Francesco Raffaele Istituto Universitario Orientale di Napoli, Agosto 2002, Saqqara monumenti proto dinastici dinastie 1-3 http://www.francescoraffaele.com/egypt/hesyra/Saqqara.htm)

Analogamente alla tombe di Abydos, alcune mastabe di Saqqara furono dotate di sepolcri supplementari, ma il loro numero è decisamente inferiore e riguardano solo l’epoca compresa tra Djer e Qa’a. La “S3504”, ad esempio, presenta 62 fosse per i servitori con le offerte, allineate a est, a sud e a ovest.

In alcuni casi si sono conservate le sovrastrutture costituite da basse mastabe a sommità convessa che, nella tomba “S3500” (Immagine n. 22), risalente al regno di Qa’a sono di maggiore altezza e presentano le prime volte in mattoni ad oggi note. Su un lato di questo sepolcro, inoltre, si trova una piccola nicchia a falsa porta.

Immagine n. 22 La Mastaba S3500 misura 37,10 x 23,35 metri e fu rinvenuta da Emery nel maggio 1946. Risale alla tarda I Dinastia (regno di Qa’a) e mostra evidenti segni di transizione verso le forme architettoniche della II Dinastia, il più evidente dei quali è la presenza di una singola nicchia sulla facciata all’estremità sud del lato orientale. Le tombe sussidiarie, disposte lungo il lato meridionale della sovrastruttura sono solo quattro e rappresentano l’ultima testimonianza a Saqqara di sacrifici di servi. Le tombe successive infatti, non presentano questa caratteristica, mentre sembrerebbe che ad Abydos, qualche sacrificio venisse ancora effettuato nella tarda II Dinastia. Delle quattro tombe sussidiarie di S3500 tre sono state trovate intatte e quelle più occidentali, la n. 1 e la n. 2, contenevano ancora i corpi (un uomo di mezza età e una donna anziana) avvolti nel lino all’interno della bara. (©Francesco Raffaele Istituto Universitario Orientale di Napoli, Agosto 2002, Saqqara monumenti proto dinastici dinastie 1-3 http://www.francescoraffaele.com/egypt/hesyra/Saqqara.htm

All’epoca di Den, il cui regno sembra abbia segnato l’apogeo della I Dinastia, possono essere ricondotte cinque grandi tombe. Una di queste, la “S3035”, appartenente al funzionario più importante, il cancelliere Hemaka, ha restituito reperti molto importanti: attrezzi in selce, oggetti in avorio, armi, recipienti in pietra, dischi magnificamente scolpiti e il più antico rotolo di papiro conosciuto (Immagini n. 23-24-25).

Immagine n. 23 La Tomba di Hemaka S3035 era particolarmente ricca di reperti. Questo ostrakon in calcare, raffigurante un toro e un babbuino, forse era un bozzetto di un artigiano. Museo egizio del Cairo (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 73).

Sui pozzi sepolcrali di alcune mastabe furono recuperati resti di tumuli, costituiti da sabbia e detriti, racchiusi in vani di mattoni, il che lascia pensare che gran parte delle tombe, anche se non tutte presentassero questa caratteristica riscontrata anche nelle sepolture di Abydos.

Immagine n. 24. Tomba di Hemaka. Dischi come questo e quello dell’immagine successiva, ruotavano sull’apice di bastoni in legno inseriti nel foro centrale. Questo è in steatite nera, scolpito a rilievo e intarsiato con alabastro venato. Illustra la cattura di una gazzella da parte di un cane. Museo Egizio del Cairo, diametro 8,7 cm. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 73).
Immagine n. 25 Tomba di Hemaka: disco in calcare con intarsi geometrici di alabastro sul bordo. Centralmente sono state applicate due colombe contrapposte in calcare rosato e completate da occhi in avorio. Museo Egizio del Cairo, diametro 9,7 cm. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 73).

La forma a gradini scoperta nella tomba “S3038” (Immagine n. 26), databile al regno di Anedjb, è simile a quella della Piramide a Gradoni di Netjerikhet/Djoser. Questo elemento era coperto di ghiaia all’interno della facciata a nicchie, ma due scale poste a nord e a sud permettevano l’accesso alla sua sommità.

Nella sovrastruttura a nicchie dell’ultima delle grandi tombe, la “S3505”, eretta durante il regno di Qa’a, furono ritrovate pitture policrome che con le loro forme geometriche intendevano imitare i rivestimenti di stuoie. Una stele rinvenuta presso una nicchia della facciata orientale, ci informa che la sepoltura apparteneva al dignitario Merka.

All’interno del massiccio muro di recinzione, alberga un rimarchevole tempio funerario dotato di numerosi vani e corridoi; è collegato alla tomba sul lato settentrionale, dove si rinvennero i resti di due grandi statue lignee che, verosimilmente, rappresentavano questo importante funzionario.

Fino alla scoperta delle grandi mastabe di Saqqara, era opinione unanime che le tombe di Abydos fossero i veri luoghi di sepoltura dei primi sovrani egizi, ma Emery, impressionato dalle dimensioni delle strutture di Saqqara, suggerì che i re, di fatto, fossero stati sepolti in questa località e che le tombe di Abydos, più piccole, non fossero altro che cenotafi. Tuttavia, a Saqqara si riscontra una discrepanza tra il numero di tombe rispetto a quello dei sovrani (cinque tombe databili all’epoca di Den, ma nessuna relativa a quella di Semerkhet), mentre ciò non si verifica per i grandi recinti funerari di Abydos (situati al limite del wadi a una certa distanza dalle tombe), che fanno parte delle installazioni funerarie. Inoltre, il vasellame e le impronte dei sigilli rinvenuti in alcune sepolture indicano una data più tarda rispetto ai corredi delle controparti di Saqqara che, probabilmente, erano tombe di dignitari (e forse anche regine) morti prima dei loro rispettivi sovrani. Il numero molto maggiore di sepolture supplementari, la presenza di stele reali (assenti a Saqqara), i resti rinvenuti nelle tombe di Djer e Khaskhemwy e il fatto che gli antichi egizi vedessero in Abydos il luogo di sepoltura di Osiride, sembrerebbe rafforzare l’ipotesi che fosse questo il vero sito di inumazione dei sovrani di quell’epoca.

LE TOMBE REALI DELLA II DINASTIA A SAQQARA

A Saqqara sono noti finora solo tre gruppi di gallerie sotterranee appartenenti a tombe reali della II dinastia, tutti collocati nell’area a sud del complesso della piramide a gradoni. Il più grande ed elaborato (circa 130 x 46 metri), fu scoperto, ma solo parzialmente indagato nel 1901 da Alessandro Bersanti, al di sotto del tempio della piramide del re Unas della V dinastia. Un lungo corridoio orientato in direzione nord-sud, accessibile da nord grazie ad una scalinata, fu accuratamente intagliato nella roccia a circa 5 metri di profondità. Questo corridoio, munito di quattro saracinesche in pietra, conduce alla camera funeraria e ad altre sale laterali disposte a sud e permette l’ accesso ad oltre 80 ripostigli collocati su entrambi i lati. Queste camere erano tutte sigillate con pareti realizzate in mattoni crudi e alcune di esse contenevano ancora giare di vino e ossa di animali. A giudicare dalle impronte di sigilli rinvenute, la tomba deve essere appartenuta a Hotepsekhemwy, il primo sovrano della II Dinastia oppure al suo successore, Raneb, noto anche come Nebra (Immagini n. 27-28-29).

Immagine n. 27 Posizione delle tombe della II dinastia a Saqqara (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 74).

Poco più ad est fu sepolto Ninetjer, il terzo re di questa dinastia. L’immenso complesso di gallerie che forma la sottostruttura della tomba di Ninetjer fu scoperto quasi quarant’anni dopo quello di Hotepsekhemwy. Selim Hassan, studiando le splendide rappresentazioni nel complesso della strada rialzata di Unas annotò che un’altra tomba, simile a quella trovata da Barsanti, si trovava a una certa distanza a est, sotto la suddetta strada rialzata. L’ingresso della scalinata iniziava sotto la mastaba della VI dinastia del visir Nebkawhor (a circa 150 metri dall’ingresso della tomba di Hotepsekhemwy) e, dopo un percorso rettilineo bloccato da una saracinesca, curvava verso ovest espandendosi nei primi gruppi di magazzini e gallerie adiacenti della sezione dell’anticamera; tre gallerie principali formavano l’asse principale dei sotterranei che si diramavano in un vasto labirinto, prima di raggiungere la camera funeraria più a sud-ovest; il soffitto di quest’ultima era crollato a causa delle fosse successive che furono scavate in epoca saita e persiana, ma anche a causa della cattiva qualità della roccia che caratterizza questa parte del sito.

Immagine n. 28 Pianta e sezione della tomba di Hotepskhemwuy/Raneb (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 75).

Le ricerche in queste gallerie furono riprese solo nel 1980 da archeologi di università scozzesi e tedesche. All’epoca si riteneva che l’area da esse coperta fosse simile a quella della tomba di Hotepsekhemwy, ma recenti esplorazioni hanno rivelato che ulteriori 5000 mq di superficie renderebbero la tomba di Ninetjer molto più grande (tuttavia si tratta di un’ipotesi ancora non dimostrata).

Immagine n. 29 Una scala scavata nella roccia conduce al corridoio centrale della tomba di Hotepsekhemwuy o Raneb. Le pietre sulla sinistra chiudono la porta che dava accesso ad una delle gallerie sotterranee dei magazzini. I lastroni del soffitto appartengono alle fondamenta del tempio della piramide di Unas (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 74).

Una terza struttura sotterranea è stata recentemente scoperta presso la tomba di Merneith, un funzionario del Nuovo Regno. L’attribuzione è incerta, ma le dimensioni decisamente minori (15x15metri), farebbero propendere per l’attribuzione a uno degli effimeri successori di Ninetjer (Weneg, Sened, Nebnefer). Si ipotizza anche la presenza di un’ulteriore tomba della II dinastia ad ovest della piramide di Unas, in un pozzo non ancora esplorato.

Per nessuna di queste tombe è stato possibile determinare la presenza di sovrastrutture, che quasi sicuramente sono andate completamente distrutte. È tuttavia molto probabile che fossero sovrastate da grandi mastabe rettangolari realizzate in mattoni o pietra.

Va, inoltre, tenuta in considerazione la presenza di grandi recinzioni situate più ad occidente nel wadi di Abusir. Una di queste, Gisr el-Mudir “il Recinto del Capo” (Immagine n. 30) che misura circa 650×400 metri, è la più antica costruzione, ad oggi nota, ad essere stata realizzata con un così massiccio uso di muratura in pietra.

Immagine n. 30 Gisr el-Mudir. I quindici corsi in muratura sono costituiti da una membrana di blocchi di calcare, con un riempimento di pietrisco e sabbia, e da una solida muratura grezza agli angoli. Il muro di cinta sembra essere stato completato e non è stata trovata alcuna traccia di una struttura al suo interno, il che esclude l’ipotesi che possa trattarsi di una piramide. Il suo scopo è ancora sconosciuto (©https://egyptsites.wordpress.com/…/gisr-el-mudir…/).

Le dimensioni delle mura sono enormi sia per estensione che per spessore (oltre 15-17 metri) e sono coperte da due terrapieni paralleli riempiti con sabbia e detriti. Questa edificazione, conservatasi sino al 15° corso di pietra per un’altezza di 4,5-5 metri nell’angolo nord-occidentale, in origine – o almeno nelle intenzioni dei costruttori – doveva raggiungere almeno i 10 metri. Il percorso perimetrale di Gisr el-Mudir fu osservato per la prima volta da John Shae Perring e più tardi registrato da Karl Richard Lepsius. Fu poi annotato anche sulla Carte de la Necropolis Memphite (1897) di Jaques De Morgan, ma rimase per lo più un vero e proprio enigma. Si suppose che si trattasse di un ulteriore complesso di piramidi a gradoni della III Dinastia rimasto incompiuto, oppure di un recinto funerario simile a quelli di Hierakonpolis e Abydos, di un recinto per il bestiame, di una caserma militare per la guardia e il pattugliamento della necropoli. Il primo scavo fu condotto da A. Salam Hussein tra il 1947 e il 1948, ma rimase inedito. Uno studio di Nabil Swelim e le indagini del National Museum of Scotland, hanno gettato, negli anni ’90 del secolo scorso, nuova luce su questo enorme recinto di Saqqara Ovest.

LE TOMBE REALI DELLA II DINASTIA AD ABYDOS

Rispetto agli altri grandi complessi dei re della I Dinastia rinvenuti ad Abydos, e alle ampie sovrastrutture di Saqqara, la tomba di Peribsen (II Dinastia) appare piuttosto piccola e semplice. Questo sepolcro sembra infatti, riflettere le più antiche caratteristiche tipologiche delle tombe dei re Djer e Djet. Diversamente da queste, però, il tabernacolo centrale in legno è sostituito da una camera in mattoni, circondata da un passaggio che permette l’accesso ai magazzini. La planimetria (Immagine n. 31) ricorda molto il modello di abitazione rinvenuto nella tomba predinastica U-j, ma presenta anche la particolarità di un passaggio continuo attorno alla camera funeraria che evoca la funzione di “casa” per l’Aldilà.

Immagine n. 31 Pianta della Tomba di Peribsen (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 75).

Questa concezione la ritroveremo espressa negli appartamenti sotterranei del re o nel modello di palazzo di Djoser della III Dinastia (le camere blu). L’entrata (o uscita) della tomba di Peribsen si apre a sud-ovest e vi si rinvennero due stele con il suo nome (Immagine n. 32).

Immagine n. 32 Questa stele di Peribsen, ora conservata al Museo Egizio del Cairo, è in granito nero ed è alta 1,54 metri. Sopra la facciata di Palazzo, Peribsen non fece scolpire il falco di Horo, ma l’animale di Seth. Con ogni probabilità, ciò riflette un contrasto tra l’Alto ed il Basso Egitto. Successivamente, l’immagine di Seth fu cancellata (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 75).

La grande tomba di Khasekhemwy (Immagine n. 33) presenta, invece, una considerevole trasformazione formale, essendo molto più profonda e con un tetto che giace a circa cinque metri rispetto al livello del deserto.

Immagine n. 33 La statua in ardesia grigia del re Khasekhemwy, proveniente da Hierakonpolis, è la più antica statua reale rinvenuta in Egitto. Raffigura il re seduto su un trono, con indosso il mantello della festa giubilare heb-sed e la corona bianca dell’Alto Egitto. Un’ iscrizione alla base della statua riferisce di 47.209 nemici sconfitti a proposito di una sua vittoria sulla gente del nord. Si tratta, probabilmente, di un numero esagerato per accentuare l’immagine di potere. Museo del Cairo, JE 32161 (ph. © Heidi Kontkanen, 13/04/2016)

Il riesame del sito ha dimostrato che fu costruita in fasi successive. Inizialmente era composta da una camera centrale ovale, da un’anticamera a sud e da una camera posteriore a nord. Tra queste ultime correva una fila di 5 magazzini, ricavati lateralmente e resi accessibili da corridoi: una pianta, quindi, piuttosto simile a quella del sepolcro di Peribsen. Due o tre ampliamenti successivi (Immagini n. 34-35) portarono all’aggiunta di altre 43 camere a nord e a sud, che furono collocate in gallerie del tutto simili a quelle che si osservano nelle tombe di Saqqara.

Immagine n. 34 La tomba di Khasekhemwuy, qui ripresa da sud, fu ampliata in molteplici fasi, al termine delle quali arrivò a contare 56 magazzini. La camera reale fu la prima a essere scavata nella roccia. A sud-ovest una rampa conduceva verso l’apertura del wadi, considerata l’ingresso dell’Aldilà (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 76-77).

In un ulteriore rimaneggiamento fu realizzata una camera sepolcrale, rivestita in arenaria, sotto il livello del pavimento di quella centrale. Questa nuova sala è profonda 1,80 metri e misura 5,25×3,20 metri (10×6 cubiti) ed il suo asse longitudinale giace circa 1 metro a ovest dell’asse della vecchia camera. Probabilmente, l’ambiente era rivestito con piccole lastre di pietra, alcune delle quali sono state ritrovate sul pavimento, e la copertura doveva poggiare sul tetto di un tabernacolo ligneo eretto all’interno della camera stessa. Quando la sala, dopo il funerale, fu sigillata, venne ricoperta da uno strato di fango e resa invisibile. Nell’estensione meridionale del pozzo della tomba, verosimilmente predisposta per un ulteriore ampliamento, è presente, nell’angolo sud-orientale, una piccola rampa che conduce verso la superficie del deserto. Il suo orientamento suggerisce che fungesse da via di uscita per il sovrano rinato verso l’apertura dello wadi come nel caso del varco che circondava le file di sepolture accessorie nella tomba di Den.

Immagine n. 35 Sezione e Pianta della tomba di Khasekhemwy (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 77).

Della sovrastruttura non è rimasta alcuna traccia, ma alcuni dettagli suggeriscono che potesse trattarsi di un enorme tumulo oppure di una mastaba che si elevava al di sopra del livello del deserto. Le camere settentrionali e meridionali hanno conservato la loro altezza originaria (2,35 metri) e non presentano tracce di deformazione, mentre i vani della parte mediana hanno un aspetto molto irregolare determinato da crolli che ne hanno ridotto l’altezza da circa 2,30 metri a 1,20-1,50 metri. Sicuramente questi ambienti furono sottoposti all’enorme pressione esercitata dal tetto che li fece slittare lateralmente quando assorbirono umidità.

Petrie ipotizzò che le pareti furono costruite con mattoni prodotti da poco e non ancora perfettamente essiccati, ma la congettura appare poco probabile in quanto tali pareti appartengono a fasi costruttive diverse. La ragione è da ricercarsi in una pressione supplementare sulle camere mediane che molto probabilmente fu causata dalla presenza di un monticello artificiale, costruito al di sopra del livello del deserto, in cima allo strato di 5 metri di sabbia di riempimento. Il peso di questa massa, dovette provocare i suoi effetti già poco tempo dopo la costruzione della tomba, allorquando il verificarsi di intense piogge causò infiltrazioni tali da raggiungere la muratura. Blocchi di calcare, trovati sparsi all’intorno del sito e caratterizzati dallo stesso tipo di finitura dei blocchi litici della camera, suggeriscono che la sovrastruttura avesse una copertura in pietra.

Dato l’incremento del numero di magazzini, la tomba doveva contenere un’enorme quantità di beni: migliaia di giare in vasellame, contenenti birra, vino e olio; recipienti in rame e in pietra, alcuni dei quali dotati di coperchi in oro (Immagine n. 36); ceste e cassette per contenere pane, carne, frutta e verdura.

Immagine n. 36 I magazzini della tomba di Khasekhemwy contenevano migliaia di vasi in pietra e di terracotta. Alcuni recipienti con chiusure in oro furono scoperti da Petrie sotto i muri crollati e perciò sfuggiti alle razzie. Museo del Cairo. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 76).

Nei vani a est della camera del re, Émile Amélineau trovò i resti di due scheletri; poiché, nell’intero complesso non ci sono ambienti sepolcrali sussidiari, è molto probabile che provenissero dalla sepoltura originaria.

Fonti:

  • Günter Dreyer, Le tombe della I e II Dinastia ad Abido e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 62-67
  • Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pagg. 24-25
  • Franco Cimmino: Dizionario delle dinastie faraoniche pagg.55-56 (per la nota a piè di pagina)
  • Francesco Raffaele, Istituto Universitario Orientale di Napoli, Agosto 2002, Saqqara monumenti proto dinastici dinastie 1-3