TT336 si trova a nord della TT335 appartenente a suo fratello Nakhtamun[4]. In tale tomba, così come nella TT217 di un altro dei suoi fratelli, Ipuy, viene menzionato il nome di Neferronpet.
Studi recenti hanno consentito di proporre, come data di realizzazione della tomba, un periodo antecedente all’anno XXXV di regno di Ramses II; Piay, a sua volta scultore nel Luogo della Verità, fu suo padre mentre Neferetkhau, indicata come Signora della casa, fu sua madre; Henutmehyt e Sathy sue sorelle. Huynefert fu sua moglie[7]
Le posizioni reciproche di TT336 e TT335
La tomba
TT336 prevedeva due cappelle, indicate come “del nord” e “del sud”, il cui accesso si apriva in un cortile. La cappella del nord è costituita da un’unica sala rettangolare; la cappella del sud è costituita da una sala perpendicolare all’ingresso, da cui si accede a una sala trasversale nell’angolo nord della quale si apre il pozzo di discesa all’appartamento funerario costituito da due locali (“A” e “B” azzurri in planimetria[8]).
All’interno della cappella del nord sono scarsamente leggibili e interpretabili (1-2 in planimetria) resti di scene.
Un breve corridoio, sulle cui pareti (3) sono ancora visibili pochi frammenti di dipinti mentre altri vennero rinvenuti nel cortile antistante, immette in una sala perpendicolare in cui nulla si è salvato; un secondo corridoio, sulle cui pareti (4) sono ancora intellegibili il nome e i titoli del defunto, immette in una sala rettangolare da cui, per il tramite di un pozzo verticale, si accede all’appartamento sotterraneo meglio conservato, nonostante i danni, sotto il profilo pittografico.
Una scala adduce ad un corridoio (5) sulle cui pareti sono riportati i titoli del defunto; questo immette nella sala “A”, trasversale. Sulle pareti: resti di un banchetto (6); poco oltre, in tre registri sovrapposti (7), le braccia della dea Nut abbracciano il disco solare e un uomo, accompagnato dalla figlia, in offertorio a una coppia; scene di banchetto con il defunto e alcuni parenti; seguono i resti (8) del defunto e della moglie in presenza di Osiride e di una dea non identificabile.
Su altra parete (9) scena di psicostasia con Maat, Thot rappresentato come babbuino e un mostro; seguono (10), su due registri, il dio Anubi che esegue riti sulla mummia in presenza di Iside e Nephtys e il defunto e la moglie inginocchiati in adorazione del disco solare. Poco oltre (11) Ptah e la dea Mertseger che allatta un bimbo.
Un corridoio con il soffitto a volta (12) con resti di dipinto rappresentante la collina primordiale e dipinti parietali con uomo che discende la montagna e raggiunge la tomba, dà accesso alla sala “B”; sulle pareti: Ra con testa di ariete tra Iside, Nephtys e quattro stendardi (13); sul lato corto a sud (14), due Anubi rappresentati come sciacalli e, più sotto, una donna offre alla coppia e un uomo in offertorio. Su altra parete (15) un prete trasporta una cassa con Anubi-sciacallo sul coperchio e la mummia su un catafalco tra Nephtys e Iside rappresentata come avvoltoio; sul lato corto (16) Iside inginocchiata dinanzi ad una palma e un uomo che adora due demoni.
Sulla parete di fondo (17), in due scene, la moglie riceve libagioni da Anubi e il defunto presentato da Nut a Geb, rappresentato con testa di coccodrillo, a Osiride e alla dea dell’Occidente (Hathor).
Sul soffitto, a volta, otto scene, di cui alcune distrutte: il disco solare come scarabeo, la dea Nut, il defunto che apre le porte della tomba, Hathor, come vacca sacra, sovrastata da Ra-Horakhti come falco, la barca di Ra sul Nun, l’oceano primordiale, e Ra-Horakhti come falco[9]. Bruyère rinvenne anche frammenti di sarcofago del defunto mentre altre suppellettili vennero rinvenute nella TT335 dove erano verosimilmente stati accatastati dai saccheggiatori.
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] Scoperta 16/01/1925 da Bernard Bruyère. A oggi, il resoconto di Bernard Bruyère sulla scoperta, risalente al 1924-1925, è l’unica fonte relativa a TT336 esistente.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Le tombe reali della I e II dinastia a Umm-el Qaab, nei pressi di Abydos, furono scavate interamente da Petrie tra il 1900 e il 1902 e la loro enorme rilevanza apparve chiara sin dal primo momento. A partire dalla fine del secolo scorso, gli scavi di Günter Dreyer, hanno aggiunto nuove conoscenze e consentito la localizzazione di tombe di sovrani persino più antiche. Tuttavia i recinti reali di Abydos, situati a circa un chilometro e mezzo a nord della necropoli, presentano degli aspetti ancora dibattuti dagli archeologi.
Dal 1982 queste strutture sono state analizzate con attenzione sempre crescente e soggette a nuovi scavi ed indagini sotto l’egida del Pennsylvania Yale-Institute of Fine Arts, della Abydos Expedition condotta dalla New York University, diretta da W.K. Simpson e David O’Connor, e dall’ Abydos Early Dinastic Project diretto da David O’ Connor e Matthew Adams. Il secondo team, in particolare ha focalizzato il suo impegno nella localizzazione e nello scavo definitivo di tutte le rovine ancora inesplorate ricorrendo anche all’uso di esami magnetici.
I recinti di Abydos sono strutture costruite per i sovrani della I e II dinastia sepolti a Umm el-Qaab. Definiti talvolta dagli studiosi, come “Talbezirke” ( vale a dire “luoghi della valle” oppure “palazzi funerari”) mostrano di essere stati elementi di importanza pari alle tombe stesse e possono essere ragionevolmente considerati come i diretti antenati dei successivi complessi piramidali. Uno di questi recinti, il più tardo, costruito per il re Khasekhemwy (Immagini 1-2-3) alla fine della II Dinastia si presenta ancora come un’ imponente struttura ed è chiamato localmente “Shunet el-Zebib”. In alcuni punti il muro in mattoni crudi si avvicina all’altezza originaria che, probabilmente raggiungeva gli 11 metri, e circoscrive un’ area di circa un ettaro. Tutte le altre strutture, raggruppate nelle vicinanze, anch’esse realizzate in mattoni, sono gravemente danneggiate e spoglie sicché possono essere studiate e rivelate solo attraverso gli scavi.
Il recinto di Khasekhemwy è il più grande monumento del Periodo Protodinastico ad essersi conservato ancora eretto (un’altra sua cinta muraria la ritroviamo a Hierakonpolis, ma misura circa la metà) e fu esplorato per la prima volta su mandato di Auguste Mariette negli anni 60 del 1800, ma non si riuscì a determinarne né la datazione, né la funzione. Nel 1903, l’archeologo inglese E.R. Ayrton lo attribuì a Khasekhemwy e poco lontano localizzò una recinzione di Peribsen, il suo predecessore. Suggerì, inoltre, che un terzo recinto, nei pressi di un villaggio copto ancora oggi esistente, risalisse all’ Epoca Protodinastica. Gli studi condotti su quanto ne rimane, però, fanno propendere per una datazione più tarda.
Tra il 1911 ed il 1914 l’ egittologo inglese Thomas Eric Peet rinvenne le tracce di un altro recinto associato a sepolture sussidiarie molto simili a quelle che circondavano le tombe reali della I dinastia a Umm el-Qaab.
Nel 1922 Petrie confermò che si trattava di una cerchia di mura associata alla regina madre Merneith e rinvenne a nord-ovest di questa due immensi rettangoli concavi contenenti tumulazioni accessorie risalenti ai re Djer e Djet. Inoltre, a sud-ovest del recinto di Merneith trovò un’ altra probabile recinzione che prudenzialmente chiamò “Mastaba occidentale”.
Fino al 1986 sul sito non furono eseguite altre esplorazioni, ma nel 1966 Barry Kemp aveva suggerito che la “Mastaba occidentale” fosse effettivamente un recintoe che non si poteva escludere l’esistenza di ulteriori mura in mattoni all’interno dei rettangoli sepolcrali di Djer e Djet. Fondamentalmente d’accordo con lui, Werner Kaiser, nel 1969, propose che gli eventuali recinti potessero essere stati eretti in legno e stuoie anziché in mattoni. Entrambi gli studiosi, cui si associò anche Günter Dreyer, erano comunque concordi sul fatto che le recinzioni dimostrassero che le tombe reali di Umm el-Qaab erano inumazioni e non cenotafi come qualcuno ancor oggi sostiene. In seguito, l’attività dell’ Abydos Early Dinastic Project ha permesso di ampliare considerevolmente le nostre conoscenze sui recinti di Abydos. E’ stato, infatti, localizzato il settore nord-ovest (caratterizzato dalla presenza di una porta monumentale) del recinto di Peribsen, del tutto ignorato dai primi scavatori; acquisita la conferma dell’esistenza della cinta in mattoni di Djer e, conseguentemente, dell’altra appartenuta a Djet. Inoltre, è stato definitivamente accertato che la “Mastaba occidentale” è a tutti gli effetti una recinzione muraria.
Nel 2001 ha preso il via l’indagine magnetica dell’intera area che ha rapidamente condotto all’emozionante scoperta di ulteriori due recinti. Appare quindi chiaro che per ogni tomba reale di Umm el-Qaab fu realizzata una cinta lontana, nell’area che oggi viene indicata come “Necropoli Nord”. Questa localizzazione pone tali edifici decisamente più vicini all’antica città, al margine della piana fluviale, rispetto alle tombe vere e proprie realizzate nell’area desertica (Immagini 4-5-6).
A Hierakonpolis, il recinto di Khasekhem (il primo nome di Khasekhemwy), esplorato solo sporadicamente in passato, è stato oggetto di studio sistematico da parte di Renée Friedman. Diversamente da quelli rettangolari di Abydos, presenta una pianta quadrata ed occupa un’area di circa 0,49 ettari; in alcuni punti conserva ancora un’altezza di 11 metri. Qualunque fosse il suo scopo è improbabile che contenesse una tomba del sovrano a Hierakonpolis, della quale non è mai stata ritrovata traccia.
I re della II dinastia precedenti a Peribsen, furono inumati a Saqqara e non ad Abydos e si suppone che le loro tombe fossero completate da recinti separati dei quali, tuttavia, non è stato possibile datarne con certezza i ruderi che potrebbero anche appartenere ai complessi piramidali edificati dopo quello di Djoser.
Le vestigia del recinto di Khasekhemwy ad Abydos sono sorprendenti, ma essendo antiche di oltre 4600 anni, cominciano a mostrare segni di instabilità e minacciano di crollare.
Grazie alla concessione della United States Agency for International Development Fund, tramite l’Egyptian Antiquieties Project dell’ American Research Center in Egitto, sono state messe in atto le iniziative intese a documentare, stabilizzare e conservare questo grande monumento.
LA FLOTTA ARCAICA DI ABYDOS
Nel 1991, inaspettatamente, si rinvennero dodici enormi fosse per barche (altre due furono localizzate nel 2000), disposte in fila all’esterno del versante nord-orientale della tomba di Khasekhemwuy (Immagini n. 8-9).
Databili alla I dinastia, questi elementi costituiscono un ulteriore importante collegamento tra Abydos, i monumenti reali protodinastici e i ben più tardi complessi piramidali. Anche questi ultimi, infatti, sono talvolta contraddistinti dalla presenza di “tombe” per barche oppure di cavità che ne richiamano la forma. Ad Abydos, ora lo si può asserire con certezza, queste installazioni sono del tutto simili, se non completamente identiche, nella configurazione e nel contenuto; inoltre, una vera barca di legno, lunga circa 23 metri era mantenuta in assetto da una trincea scavata poco al di sotto della superficie del deserto.
Le imbarcazioni, accuratamente inserite in una muratura di mattoni crudi, sporgevano di circa 50 centimetri rispetto al livello del suolo. Raggiunta poi la sommità del natante, la cavità che ne derivò fu colmata anch’essa con mattoni e all’estremità fu aggiunta una muratura a contrafforte. Di conseguenza la fossa, estesa longitudinalmente per 26,3 metri, finì per risultare notevolmente più lunga del natante stesso. Tutta la parte superiore veniva poi intonacata e imbiancata. L’aspetto finale delle sovrastrutture ricalcava il profilo della barca che ospitavano, mentre il contrafforte ne rappresentava la “prua” o la “poppa”.
La fila di quattordici fosse doveva quindi apparire, nel suo insieme, come una flotta ormeggiata nel deserto; impressione ulteriormente rafforzata dalla presenza di un piccolo masso posto su alcune di esse come ad indicare un dispositivo di ancoraggio o di ormeggio (Immagine n. 10).
Fosse simili sono presenti anche in associazione con le tombe d’élite della I dinastia a Saqqara e a Helwan, ma in numero di solo una per sepolcro e di solito più piccole e meno elaborate di quelle di Abydos. Queste inumazioni navali, risalgono alla stessa epoca del recinto della Mastaba Occidentale, il cui proprietario regale rimane ancora oscuro ed in ogni caso risultano essere più antiche del recinto di Khasekhemwuy, che fu eretto 200 anni dopo, se non di più.
Nel 2000 è stata riportata alla luce parte di un imbarcazione al fine di poter analizzare i problemi relativi allo scavo e alla conservazione e per cominciare ad indagare sulla struttura stessa delle barche. Il segmento rinvenuto ha rivelato che gran parte del fasciame si trova in situ, ma si presenta estremamente fragile, mentre il resto è stato degradato dagli insetti xilofagi (Immagine n. 11). Tuttavia, l’esperta consulente Cherl Ward, poté facilmente stabilire che le tavole erano assemblate tra loro per mezzo di funi intrecciate che passavano attraverso occhielli ricavati nel legno.
Le imbarcazioni non sono provviste né di ponte né di castello, ma la ricercatrice è convinta che fossero funzionali e non semplicemente dei giganteschi modelli: dotate di scafi bassi e affusolati, un equipaggio composto da una trentina di rematori sarebbe stato in grado di farle navigare velocemente.
Le barche di Abydos costituiscono un elemento di enorme importanza per gli archeologi in quanto hanno abbondantemente raddoppiato il numero di vascelli in legno rinvenuti in Egitto e sono inoltre, le più antiche imbarcazioni al mondo, finora scoperte (Immagine n. 12) .
Immagine n. 12 Pianta di una tipica imbarcazione non scavata. Sebbene frammentario, a causa di distruzioni successive, lo scavo manitene la forma di imbarcazione. All’interno è visibile (linee più scure) il profilo dello scafo di legno.
ARCHEOLOGIA E FUNZIONI DEI RECINTI DI ABYDOS
Nonostante l’incompletezza delle testimonianze disponibili, appare chiaro che i recinti di Abydos avessero una funzione preminentemente funeraria e che, per quanto riguarda il loro aspetto, mutarono relativamente poco nel corso degli oltre 300 anni in cui si svolse il Periodo Protodinastico.
Le connessioni con le contemporanee tombe di Umm el-Qaab e con le sepolture supplementari associate entrambe alla I dinastia, indicano chiaramente il loro utilizzo in questo ambito. Sia i cortigiani e i servitori sacrificati, sia le barche sepolte rientrano in quella tipica concezione riconducibile all’idea di un proseguimento delle mansioni da svolgere in favore del sovrano tanto nel contesto della tomba stessa, quanto nell’ambito del recinto.
Le tombe di Umm el-Qaab databili alla I e alla II dinastia si differenziano per la loro planimetria, ma molto probabilmente, tutte erano ricoperte da una sovrastruttura costituita da un tumulo di sabbia e ghiaia, racchiuso da mura di contenimento in mattoni o pietra (come nel caso di Khasekhemwuy) e affiancato a sud-est da una cappella. In pratica, allorquando si dava avvio alla realizzazione di una tomba, iniziava anche la costruzione di un recinto nella Necropoli Nord.
Alcuni sepolcri, forse addirittura tutti, venivano dotati di una cappella utilizzata per il culto del defunto.
Con il passare del tempo, i recinti si diffusero su un’ampia area (estesa all’incirca per 10 ettari) non occupata da altre tombe se non da quelle supplementari che venivano disposte ordinatamente attorno ad alcune (o forse tutte) recinzioni della I dinastia. Queste seguono invariabilmente lo stesso modello, anche se si notano cambiamenti nei dettagli architettonici che sembrano indicare, più che altro, trasformazioni nella pratica dei rituali; le dimensioni possono differire, ma resta comunque del tutto simile la loro planimetria. Il recinto di dimensioni minori è quello di Aha, scoperto nel 2001 ed esteso su una superficie di 0,07 ettari, quello di Merneith e la “Mastaba Occidentale” occupano mediamente circa 0,18 ettari, quelli di Djer e Peribsen 0,55 ettari, mentre la cinta di Khasekhemwuy, la più grande, ricopriva un’area di 1,07 ettari. Tutti si presentano sostanzialmente omogenei nella loro forma rettangolare e seguono l’orientamento da nord-ovest a sud-est; inoltre in tutte le facciate esterne si aprono delle nicchie che ricalcano uno schema virtualmente identico, costituito da semplici incavi su tre facciate ed uno più articolato e complesso a nord-est o, in qualche caso ad est. Ciascun recinto disponeva di un accesso presso gli angoli nord ed est ed alcuni erano dotati di ingressi aggiuntivi. Le pareti erano sempre intonacate con fango, tranne quelle dell’edificio di Khasekhemwuy che presentano un ulteriore rivestimento di intonaco bianco. E’ stata, inoltre, accertata la presenza di una cappella nei recinti di Aha, Djer, Peribsen e Khasekhemwuy ubicata invariabilmente nella metà sud-orientale della cinta.
L’accesso ad est, relativamente più elaborato, era dotato di una sala interna che permetteva l’ingresso al recinto: veniva lasciata sempre aperta ed era situata abbastanza vicino alla cappella. Durante la I dinastia, questo elemento doveva essere considerato molto importante: lo dimostra il fatto che, mentre le tombe sussidiarie erano collocate ad una certa distanza, quelle più grandi, e presumibilmente di maggior prestigio, erano raggruppate nelle sue immediate vicinanze.
Alcuni particolari sembrano indicare che le variazioni occorse nel rituale con il passare del tempo, abbiano determinato cambiamenti nelle forme architettoniche. Durante la I dinastia, infatti, l’accesso nell’angolo settentrionale si caratterizzava per una pianta molto semplice e veniva sigillato poco dopo il completamento del recinto in modo da prendere l’aspetto di una nicchia molto profonda orientata verso l’esterno. Fu utilizzato solo per un breve periodo ed era probabilmente correlato ai rituali che si svolgevano nella metà nord-occidentale della cinta. Nei recinti della tarda II dinastia, invece, l’ingresso nord divenne più elaborato: era profondamente incassato, dotato di una sala interna e, apparentemente, non veniva sigillato. Tutto ciò suggerisce che il passaggio settentrionale avesse acquisito una maggiore rilevanza e, probabilmente, fu utilizzato per ripetuti ingressi rituali.
Per gran parte del Periodo Protodinastico, la cappella ubicata presso l’ingresso orientale fu di modeste dimensioni e relativamente semplice. I tempietti dei recinti di Aha e Peribsen erano dotati di solo tre camere con pianta quasi del tutto identica e, come quello, Djer avevano una dimensione di 86,5 metri quadrati. La cappella di Khasekhemwuy era, invece, decisamente più grande, misurando ben 290,7 metri quadrati, e conteneva undici o più sale, il che lascia supporre che al suo interno vi si svolgevano cerimoniali molto più sofisticati rispetto a quelli praticati nelle cappelle precedenti. Quello che doveva accomunare questi tempietti è la natura dei riti incentrati, plausibilmente, su un’immagine del sovrano defunto.
Il recinto di Khasekhemwuy, caso unico per Abydos, era circondato da un muro perimetrale più basso rispetto a quello principale, dando così origine ad un corridoio scoperto tutto intorno al monumento, utilizzato ragionevolmenteanch’esso per i rituali (Immagine n. 13).
Un elemento sorprendente, emerso dalle indagini, è costituito dal fatto che si sono trovate prove che tutti i recinti di Abydos venivano abbattuti. E’ probabile che questa demolizione fosse l’atto finale del rito funebre celebrato per il sovrano (oppure conseguenza dell’ inizio della costruzione della cinta per il re successivo) e che rappresentasse una sorta di “sepoltura” simbolica al fine di assicurare che sia il recinto sia la relativa cappella, esattamente come i servitori e le barche, restassero completamente ed eternamente disponibili per il possessore defunto.
La cinta di Khasekhemwuy fu, invece, lasciata intatta forse perché molto più imponente delle altre, il che bastava a garantirne l’ imperitura fruizione (Immagine n. 14).
L’altro recinto di Khasekhemwuy, eretto aHierakonpolis, presenta notevoli diversità: simile per quanto riguarda il muro perimetrale, ha una pianta quadrata e non rettangolare, è dotato di una cappella posta in posizione centrale anziché verso l’estremità meridionale e, inoltre, possiede solo un accesso invece di due. Infine, le iscrizioni presenti dimostrano che ospitava un culto dedicato al re, ma non esplicitamente funerario (Immagine n. 15).
LE RECENTI SCOPERTE ARCHEOLOGICHE NELLA TOMBA DI MERNEITH AD ABIDO
Un team austro-tedesco guidato dall’archeologa Christiana Köhler dell’Università di Vienna sta studiando la tomba della regina Merneith (Immagine n. 16), ad Abydos, quasi sicuramente la donna più potente della I Dinastia.
Recenti scavi dimostrano la sua particolare importanza storica: i ricercatori hanno trovato vino e altri corredi funerari risalenti a 5000 anni fa, che alimentano l’ipotesi che Merneith sia stata la prima donna faraone dell’antico Egitto, circa 1500 anni prima della più famosa Hatshepsut. Il team ha scoperto nuove informazioni significative su questa importante figura femminile del primo periodo dinastico. Fu, infatti, la donna più potente del suo tempo, l’unica ad avere una propria tomba monumentale nel cimitero reale di Abydos. I nuovi scavi portano alla luce nuove, entusiasmanti informazioni su questa donna unica e sulla sua epoca. Il team archeologico ha, infatti, rinvenuto tracce di un’enorme quantità di corredi funerari, tra cui centinaia di grandi giare per il vino (Immagine n. 17).
Alcune di esse erano molto ben conservate e persino ancora sigillate nel loro stato originale e contenevano i resti di vino risalente a 5.000 anni fa. Inoltre, le iscrizioni attestano che Merneith fu responsabile di uffici governativi centrali come il tesoro, il che rafforza ulteriormente la ipotesi della sua enorme rilevanza storica e politica.
Il suo monumentale complesso funerario, che comprende le tombe di 41 cortigiani e servitori oltre alla sua camera funeraria, fu costruito con mattoni di fango crudo, argilla e legno. Grazie agli accurati metodi di scavo e all’impiego di nuove tecnologie archeologiche, il team è stato in grado di dimostrare che le sepolture furono realizzate in diverse fasi costruttive e in un periodo di tempo relativamente lungo. Questa osservazione, insieme ad altri indizi, mette in discussione (almeno in questo caso) l’idea di un sacrificio umano come parte del rituale nelle sepolture reali nella I dinastia, ipotizzata già a partire dalle prime ricerche, generalmente accettata, ma mai definitivamente e incontrovertibilmente dimostrata.
Il team lavora nell’ambito di una collaborazione interdisciplinare e internazionale tra il Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, l’Istituto Archeologico Germanico del Cairo, l’Università e il Politecnico di Vienna in Austria, nonché l’Università di Lund in Svezia. Il progetto è finanziato dall’Austrian Science Fund (FWF) e dalla Deutsche Forschungs- und Forschungs- und Forschung (DFG).
In una dichiarazione del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, il Dott. Mustafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo per l’Archeologia, ha confermato l’importanza della scoperta. Secondo questo comunicato, le giare sono state rinvenute in eccellenti condizioni e i resti di vino al loro interno risalgono a circa 5.000 anni fa. Oltre a queste giare, il team ha anche svelato una collezione di arredi funerari che getta luce sulle pratiche e le credenze funerarie del periodo. Ulteriori rivelazioni sono arrivate dal Dott. Dietersh Rao, direttore dell’Istituto Germanico del Cairo che ha dichiarato che gli scavi hanno fornito nuove informazioni sulla vita e sul regno della regina Merneith (o Meret-Neth): alcune iscrizioni affermano, infatti, che ricoprì una serie di importanti incarichi governativi incluso un ruolo nella conservazione del tesoro. Pertanto, la scoperta aggiunge dettagli alla storia della vita di questa antica sovrana enigmatica, ma evidentemente molto importante.
Christiana Köhler, dell’Università di Vienna, ha riferito: «Il vino non era più liquido e al momento non siamo riusciti a determinare se fosse rosso o bianco. Abbiamo trovato molti residui organici, vinaccioli (Immagine n. 18) e forse tartaro, al momento in fase di ulteriori analisi scientifiche. Si tratta probabilmente della seconda più antica testimonianza diretta del vino»
Reggente o consorte, Merneith si distingue nella storia egizia per il suo nome legato alla dea Neith. Il suo nome significa, infatti, “amata da Neith“. Si ritiene che abbia assunto le redini del potere in Egitto intorno al XXX secolo a.C., dopo la scomparsa del marito Djet, probabilmente il terzo o quarto faraone della I Dinastia, poiché il loro figlio, Den, era troppo giovane per salire al trono. Questo periodo di amministrazione sarebbe durato solo fino al raggiungimento della maggiore età del figlio.
Tuttavia, i documenti rimangono contrastanti sul fatto che Merneith sia stata la prima o, forse, seconda regina a governare l’Egitto in questo modo. Alcuni egittologi hanno sostenuto che la prima sia stata Neithhotep, mentre altri hanno escluso che ci siano state donne al potere prima di qualche secolo dopo la I Dinastia egizia.
Nel frattempo, la testimonianza più convincente di un potenziale regno si trova Umm el-Qaab nei pressi di Abydos. Immersa tra tombe reali maschili, la Tomba Y (Immagine n. 19) reca il nome di una donna, Merneith e la nuova scoperta delle giare per il vino al suo interno contribuisce a rafforzare questa ipotesi.
Immagine n. 19 Mappa del sito archeologico Umm al-Qaab, nella città di Abydos in cui è evidenziata la tomba di Merneith
Oltretutto, sebbene sia assente da alcuni elenchi di sovrani, la famosa Pietra di Palermo dell’Antico Regno riporta il suo nome. Ulteriori prove della sua influenza emergono da un sigillo trovato nella tomba di Den, che elenca i re della I Dinastia. Qui, in tra i sovrani indiscutibilmente maschi legati al dio Horus, il titolo distintivo di Merneith recita: “Madre del Re“. D’altra parte, il dibattito continua a essere molto acceso dal momento che alcuni studiosi si oppongono al suo regno da sola, indicando un altro sigillo che elenca i sovrani della I, escludendo Merneith.
La tomba della regina Merneith fu scoperta a Umm el-Qa’ab da Flinders Petrie, in un’area associata ad altri faraoni della I Dinastia. Alcune delle prove più convincenti furono rinvenute in due stele di pietra che identificavano la tomba come sua. Questa nuova recente scoperta promette di fare ulteriore chiarezza su alcuni aspetti della storia egizia delle prime dinastie e offre una comprensione più approfondita delle pratiche funerarie reali dell’epoca.
I RECINTI FUNERARI DI ABYDOS E LE ORIGINI DELLE PIRAMIDI
Le strutture piramidali dell’antico Egitto derivano chiaramente dalla piramide a gradoni costruita a Saqqara dal re Djoser all’inizio della III Dinastia, ma è interessante cercare di comprendere come questa struttura, eretta immediatamente dopo i monumenti di Khasekhemwy (Immagini n. 20-21), sia in qualche modo correlata con le tombe reali protodinastiche e con i relativi recinti separati di Abydos.
Intanto, ci occupiamo delle differenze che sono ovviamente evidenti e riguardano innanzitutto le dimensioni. Il complesso di Djoser, così come pervenne alla sua forma finale, era enorme se paragonato a quelli dei suoi predecessori, dal momento che occupava una superficie di 15 ettari (vale a dire 14 volte più grande del recinto di Khasekhemwy) e fu realizzato interamente in pietra e mattoni crudi. Tutta l’area era circondata da un recinto in cui, al posto di uno spazio vuoto e di una cappella, fu realizzato un fitto insieme di costruzioni e cortili con al centro una tomba sovrastata da una imponente piramide a gradoni alta 62 metri.
In origine, però, il complesso era decisamente più piccolo, di pianta più semplice ed evidentemente ispirato agli archetipi protodinastici, trattandosi di un recinto con passaggi presso gli angoli nord-est e sud-est, esattamente come ad Abydos, anche se le nicchie esterne si presentavano maggiormente elaborate. Lo spazio interno conteneva una tomba coperta da un basso tumulo in pietra, molto simile a quello delle tombe reali di Umm el Qa’ab, e poche altre strutture. Da questa disposizione iniziale si diede l’avvio ad uno sviluppo architettonico che condusse alla realizzazione del complesso così come è giunto sino a noi.
E’ tuttavia abbastanza probabile che il modello iniziale non fosse direttamente suggerito dalle tombe protodinastiche e dai recinti di Abydos, quanto piuttosto dai monumenti funerari regali della II Dinastia situati a Saqqara nelle vicinanze. Qui, infatti, sono state identificate due tombe ciascuna delle quali presenta una grande rete di magazzini sotterranei ricavati nella roccia, una camera sepolcrale e altre sale e gallerie disposte a sud. Non sappiamo come si presentassero le sovrastrutture, ma è verosimile che seguissero fondamentalmente la stessa pianta dei recinti di Abydos, sebbene con alcune considerevoli modifiche.
Ad Abydos, infatti, tomba e recinto erano separati essendo la prima posta lontano nella zona desertica, mentre il secondo si ergeva nei pressi della pianura alluvionale. A Saqqara, come osservava Kemp, evidentemente, non ci fu motivo di tenere separati i due elementi e forse la superficie sovrastante l’intera tomba ipogea era delimitata da un recinto realizzato, presumibilmente, in mattoni crudi. L’estensione del sepolcro lascia presupporre che quest’ultimo doveva avere più o meno le stesse dimensioni dei quello di Peribsen ad Abydos con una camera funeraria probabilmente situata nella metà meridionale della cerchia, sovrastata da un tumulo in superficie e forse affiancata da una cappella a sud come nel caso di Umm el-Qa’ab. E’ possibile che il restante spazio fosse vuoto con l’ingresso alla tomba disposto all’estremità settentrionale: in questo modo, le processioni funerarie avrebbero avuto accesso al recinto attraverso un passaggio presso l’angolo nord-orientale, mentre il tumulo e la cappella sovrastanti la tomba erano forse accessibili grazie ad un altro ingresso presso l’angolo sud-orientale.
Si ipotizza che i monumenti reali di Saqqara, relativi alla II Dinastia, avessero un aspetto molto simile a quello della prima fase del complesso di Djoser tranne che per il fatto che tomba e tumulo di quest’ultimo furono spostati più a nord. Comunque, è plausibile che sia la tomba sud sia la vicina cappella del complesso di Djoser, entrambe prive di funzione, commemorassero la vera tomba e la cappella reale che si trovano grosso modo la stessa posizione nei recinti reali della II Dinastia presenti a Saqqara.
Anche osservando il complesso monumentale di Djoser nella sua disposizione finale, restano evidenti e rilevanti le correlazioni con i prototipi delle prime dinastie, ivi compreso l’utilizzo continuativo del recinto a pianta rettangolare, mentre il monticello che sovrastava la tomba protodinastica evolve nella tipica struttura piramidale a gradoni dilatandone enormemente le proporzioni. Tale forma si rese necessaria per stabilizzare l’ ingente massa di muratura in pietra soggetta a forti pressioni interne.
Inoltre, come già si è fatto cenno poc’anzi, la maggior parte delle strutture cultuali risalenti alla prima fase costruttiva sembrano non aver rivestito alcun aspetto funzionale, trattandosi di ambienti riempiti esclusivamente di detriti, ad eccezione di uno o due piccole camere simboliche. In pratica, analogamente ai recinti protodinastici di Abydos che venivano dotati di servitori sacrificati e successivamente demoliti per al fine di passare pienamente nell’Aldilà, anche il complesso di Djoser fu concepito inizialmente, e in gran parte, affinché il re potesse servirsene nell’Oltretomba; le attività dei vivi, di conseguenza, non necessitavano che di pochi ambienti come il tempio funerario.
Anche le inumazioni delle barche di Abydos possono essere considerate come “trait-d’union” tra i monumenti protodinastici e i più tardi complessi piramidali, trattandosi di prototipi di ricoveri per imbarcazioni e/o di fossati aventi tale forma che furono allestiti sporadicamente anche per le piramidi della IV Dinastia e di epoca più tarda.
In definitiva, ogni monumento funerario regale di Epoca Protodinastica consisteva di due parti distinte: la tomba, situata a Umm el-Qaab ed il rispettivo recinto, che ne era parte integrante, edificato circa quattro chilometri più a settentrione, nella necropoli Nord.
Le attività di scavo più recenti ed il riesame di quelle precedenti, stanno fornendo indizi sempre più probanti su quali fossero le funzioni rituali specifiche e i significati simbolici di queste strutture. Si può ragionevolmente concludere che i recinti reali ed i sepolcri di Abydos vanno considerati, nel loro complesso, come i prototipi del complesso della Piramide a Gradoni di Djoser (Immagine n. 22), mentre i monumenti reali della II Dinastia presenti a Saqqara giocarono un sostanzioso ruolo di mediazione ed integrazione. L’ architettura funeraria regale protodinastica, in particolare quella di Abydos, quindi, fu il punto d’origine della principale direttiva di sviluppo che condurrà ai complessi piramidali e le cui tracce sono riscontrabili finanche nelle tombe del Nuovo Regno.
I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 78-85
Il nome completo dell’occupante della QV44 era Ramses-Khaemwaset, che significa “Nato da Ra – Colui che appare a Tebe”; suo padre ammirava a tal punto Ramses II che non solo cercò di emularne la grandezza ma diede anche ai propri figli gli stessi nomi che costui aveva scelto per i propri (Amonherkhepshef, Montuherkhepshef, Pareheruenemef, Meriatum, Khaemwaset).
Non solo, arrivò anche al punto di riutilizzarli per i principi nuovi nati qualora il primo ad averlo ricevuto fosse morto prematuramente, così creando non poche complicazioni agli studiosi che hanno cercato di ricostruire il suo complesso albero genealogico.
Khaemwaset fu probabilmente figlio di Tyti, una delle grandi spose reali di Ramses; non deve essere confuso né con il suo omonimo e famoso figlio di Ramses II (si veda il bel post di Francesco Alba sul nostro sito a questo link:
Egli è raffigurato nelle processioni dei principi reali sulle pareti del tempio di Medinet Habu, dove è indicato come defunto (si ricorderà che le didascalie di queste processioni, fatte scolpire da Ramses III, vennero aggiunte da Ramses IV dopo la sua intronizzazione); probabilmente fu fratello minore di Amonherkhepshef e sia lui che il fratello Pareheruenemef ebbero il titolo di “primo figlio del re del suo corpo”, perché, verosimilmente, furono i primogeniti di due diverse spose reali.
Come il figlio di Ramses II, anche questo Khaemwaset fu sacerdote di Ptah (nella tomba viene definito “sacerdote sem di Ptah il Grande, che è a sud del suo muro, signore di Anch-tauj -Menfi-, figlio del re, Khaemwaset, benedetto”) visse ed esercitò il suo ministero a Menfi nel tempio dedicato al dio, ma non fece in tempo a scalare i gradi della gerarchia ecclesiastica né a salire al trono perché morì in giovane età, durante il regno di Ramses IV, che si fece carico della sua sepoltura così come si desume da un’iscrizione posta sul frammento del suo sarcofago in granito rosa attualmente esposto al Museo Egizio di Torino.
Il frammento di sarcofago che si trova a Torino (S.05215).
La sua scoperta e le caratteristiche architettoniche
La tomba QV44 si trova alla fine del ramo sud della Valle e si inoltra nella montagna per circa venti metri lungo un asse rettilineo est-ovest, perpendicolare rispetto alle tombe precedenti così come la vicina QV 43.
L’attuale ingresso della tomba
Essa fu scoperta il 15 febbraio 1903 dall’italiano Francesco Ballerini, principale collaboratore di Ernesto Schiaparelli, nel corso della prima campagna di scavi condotta dalla Missione Archeologica Italiana in Egitto, che riportò alla luce anche la QV 43 appartenuta a Setiherkhepshef, un altro figlio di Ramses III probabilmente salito al trono con il nome di Ramses VIII.
Essa ha origine in una rampa d’ingresso lunga tre metri, si allarga in due successive camere fiancheggiate la prima da un annesso per parte dotato di un basso soffitto, la seconda da due nicchie e si chiude con una terza stanza di forma quadrata.
La seconda stanza ha una volta leggermente a botte con stelle bianche su sfondo beigee forse avrebbe dovuto essere la camera sepolcrale, poi realizzata nella stanza quadrata; il progetto originario, infatti, venne modificato già all’epoca, in quanto al momento della scoperta della tomba la fossa predisposta nella stanza intermedia per accogliere il sarcofago era già stata riempita di sabbia.
Quando la struttura fu terminata si rese necessario allargare i portali lungo il corridoio tra le stanze per permettere di introdurvi il massiccio sarcofago in granito; esse furono scolpite con nuove decorazioni che tuttavia non vennero completate con il colore.
La mummia di Khaemwaset probabilmente fu spostata altrove già in tempi antichi ed il suo sarcofago fu riutilizzato nel Terzo Periodo Intermedio, epoca in cui verosimilmente l’ipogeo venne adibito a sepoltura comune; al momento della scoperta, infatti, la rampa d’accesso e la galleria centrale della tomba erano occupate da oltre 40 sarcofagi lignei semidistrutti ed accatastati e da oltre 90 mummie risalenti alla XXV e XXVI dinastia, violate dai ladri e smembrate dalle iene.
Il corridoio d’ingresso della tomba al momento della scoperta, con i sarcofagi di epoca successiva ancora presenti in loco. Fotografia di Francesco Ballerini – Archivio fotografico Museo Egizio di Torino
L’ingresso venne ritrovato sigillato con un muro a secco, e, in mancanza di prove di un riutilizzo di epoca romana, si presume che l’ipogeo sia rimasto chiuso fino all’epoca copta ed araba, quando fu nuovamente aperto e saccheggiato; dei corredi che certamente vi erano stati deposti sono sopravvissuti solo alcuni mobili, una reticella funeraria decorata con uno scarabeo alato e con l’immagine dei quattro figli di Horus e cinquanta scarabei in pasta di vetro.
La decorazione del corridoio d’ingresso
Ptah nel suo santuario.
La QV44 è interamente decorata, così come la QV55, con scene dai colori intensi e brillanti che mostrano il viaggio del defunto nell’aldilà; il principe, raffigurato giovanissimo ed ancora con la treccia dell’infanzia, è accompagnato dal padre Ramses III ad incontrare le principali divinità dell’Oltretomba ed affronta le creature che custodiscono le porte del regno di Osiride.
Il principe al seguito del padre che indossa la corona dell’Alto Egitto e dà la mano ad Anubi. Immagine di Elvira Kronlob
Entrando nel vestibolo, a sinistra si trova un’immagine di Ptah, seguita da una scena che mostra Khaemwaset con il padre Ramses III che indossa la corona dell’Alto Egitto di fronte ad Anubi ed a Ra Harakhty; sulla destra invece si trova il re che fa offerte a Sokar.
Il re che fa offerte a Ra Harakhti.
Il dio Sokar.
Accanto all’ingresso della camera laterale destra vi sono due immagini del principe al seguito del padre; in una Ramses offre incenso al dio della terra Geb ed in un’altra tiene la mano di Shu; l’ingresso della camera laterale sinistra è invece presidiato da Anubi e Thot.
Ramesse III (a destra), elegantemente abbigliato, effettua fumigazioni e lustrazioni davanti al dio della terra Geb, che indossa la corona del Basso Egitto. Fotografia di Francois Oliver (Meretseger Books, Parigi) per il pubblico dominio (con attribuzione).
Ingresso della camera laterale destra: il principe al seguito del padre che tiene la mano del dio Shu.
Thot che presidia l’apertura che conduce nella camera laterale sinistra.
Alla fine del lato destro della parete, il re e il giovane principe offrono incenso al dio Atum.
Ramses III che dà la mano a Ra-Harakhti
La decorazione delle due camere laterali (o annessi).
I due annessi laterali hanno uno schema decorativo simile: divinità isolate affiancate dal principe che appare da solo davanti ad altri dei con le braccia alzate in segno di adorazione.
Il principe rende omaggio ad Hapi, il Figlio di Horus con la testa di babbuino, nel testo geroglifico erroneamente indicato come Duamutef, dalla testa di sciacallo.
Nella stanza di sinistra troviamo le dee Neith e Selket ed Iside e Nephtis, mentre Khaemwaset si trova sulle pareti laterali di fronte ad Anubi ed ai figli di Horus.
Il principe Khaemwaset davanti a Duamutef, uno dei figli di Horus (che tuttavia il testo geroglifico individua come Hapi, il quale, tuttavia ha la testa di babbuino. Fotografia di Kairoinfo4U (album Flickr) Licenza: CC-BY-NC-SA-2.0
Il principe rende omaggio a Imset, o Amseti, il Figlio di Horus antropomorfo.
Nella stanza di destra vi sono scene di adorazione dei figli di Horus e di altre divinità, tra le quali Harmakis (il dio ieracocefalo del sole nascente e del tramonto, personificazione della funzione divina dei faraoni, simbolo della resurrezione e della vita eterna), Bak dalla testa di ibis ed un altro dio dalla testa canina non meglio identificato.
Ramses rende omaggio a Qebehsenuf, il Figlio di Horus raffigurato con la testa di falco.
Il principe rende omaggio al dio Bak.
La strana divinità dalla testa di cane.
Sulle pareti di fondo di entrambe le camere vi è la medesima scena: due figure contrapposte di Osiride in trono affiancate da un fiore di ninfea e dalle dee Neith (a destra) ed Iside (a sinistra).
La parete di fondo con le due scene contrapposte di Osiride dinanzi ad Iside (a sinistra) ed a Neith (a destra)
La decorazione del corridoio che conduce alla camera sepolcrale.
Il corridoio che conduce all’ingresso della camera sepolcrale è presidiato su entrambi i lati da coppie di demoni guardiani dei cancelli armati di grandi coltelli, disposti lungo il tragitto davanti ai portali che sono chiamati a sorvegliare ed identificati nelle iscrizioni che si trovano sopra di essi.
Hanno nomi inquietanti, alcuni dei quali vi trascrivo così come li ho trovati: in alto si trova Sekhenur il Grande Conquistatore, poi abbiamo Miu il Gatto, Saupen il Protettore e Colui che costringe al declino, provoca debolezza ed emerge come morte.
Abbiamoo l’Iracondo, Colui che accende il suo braciere e Colui che dal volto vigile esce dagli inferi.
Il principe si presenta reggendo alternativamente il flabello Swt, il ventaglio Khu o lo scettro Heqa e per varcare le porte che lo condurranno davanti ad Osiride dovrà affrontare queste creature che lo lasceranno passare se dimostrerà di conoscere il loro nome.
prete wab[7]di Amenhotep I Signore delle Due Terre; Scultore di Amon; Servo nel Luogo della Verità
Deir el-Medina
XIX dinastia
Biografia
TT335 si trova a sud della TT336 appartenente a suo fratello Neferrenpet e a nord della TT4 di Qen, suo cognato. In entrambe tali tombe, così come nella TT217 di un altro dei suoi fratelli, Ipuy, viene menzionato il nome di Nakhtamon.
Studi recenti hanno consentito di proporre, come data di realizzazione della tomba, un periodo antecedente all’anno XXXV di regno di Ramses II; Piay, a sua volta scultore nel Luogo della Verità, fu suo padre mentre Neferetkhau, indicata come Signora della casa, fu sua madre; Henutmehyt e Sathy sue sorelle. Nebuemshetet, figlia di Pakhed (TT292) e Makhai, fu sua moglie.
Per quanto riguarda i figli, dalle scene parietali è possibile individuare: le figlie Webkhet, Henutiamu e Nedjemet; i figli Ankhau, Penkhum e Piay (omonimo del nonno paterno).
Tenendo presente che il termine senu, tradotto normalmente come “fratello”, viene usato spesso, nelle tombe, a indicare relazioni di parentela anche tra persone di differenti generazioni sono sorte incomprensioni e intricati rapporti difficili talvolta da individuare. Nella TT335 con il termine fratello (sn) vengono infatti indicati[8]:
Khonsu, fratello biologico di Nakhtamon (sepoltura non nota);
Neferronpet, fratello biologico (TT336);
Ipuy, fratello biologico (TT217);
Usersatet, fratello della moglie e, perciò, cognato;
Khaemuaset , Tjanuny e Penduas, figli della sorella Henutmehyt e dello scultore Qen;
Uadjshemsu, forse figlio della sorella Sahty e dell’operaio Khabekhnet (TT2).
Analogo discorso vale per il termine snt relativa al termine “sorella” che talvolta indica, oltre le sorelle biologiche, anche mogli, nipoti, zie, cognate.
La tomba
Il complesso comprendeva un cortile, una cappella e un appartamento sotterraneo. La decorazione parietale monocroma delle tre camere, che costituiscono quest’ultimo, è quasi intatta e di perfetta qualità.
Il cortile
Per quanto attiene al cortile e alla cappella, si deve fare esclusivo affidamento al rapporto di scavo di Bruyère[9] poiché l’attuale condizione dell’area è scarsamente leggibile.
Il cortile di TT335 in una foto di Bruyére
Si trattava di un cortile, scavato nella roccia, di 5,7 x 5.9 m; nel lato nord di questo, in un’area di circa 3 m2, si apre il pozzo verticale che dà accesso all’appartamento sotterraneo, al centro si apre l’accesso alla cappella accanto alla quale (1 e 2 rossi in planimetria[10]) si trovano due complessi statuari, solo abbozzati e non ultimati: il primo (1) rappresenta un re non identificabile; il secondo (2) una coppia, uomo-donna, in piedi.[11]
La cappella
L’ingresso è al centro del piccolo cortile; completamente devastata da un incendio, ha perso tutte le decorazioni parietli. Vi si accede da una porta di circa 1,5 m di larghezza ed è costituita da una sala di forma irregolare profonda 3,95 m, larga da 2,95 a 3,30 m e alta 2,25 m[12].
L’appartamento sotterraneo
L’accesso all’appartamento sotterraneo (costituito da tre camere: “A” – “B”- “C” nere in planimetria) avviene attraverso un pozzo la cui bocca è ampia 0,93 x 1,70 m e scende nel sottosuolo per 7 m (uno dei più profondi dell’area di Deir el-Medina). Qui, attraverso una porta alta 1,75 m e larga 0,75 (originariamente in legno), si accede a un corridoio sulle cui pareti (3), su due registri sovrapposti, è rappresentato il cielo e il sole nascente come Khepri, nonché il defunto, in piedi, rivolto verso l’ingresso, nell’atto di intonare un inno a Khepri (non leggibile). Tutte le decorazioni sono in monocromo giallo chiaro e scuro, salvo pochi altri particolari, come i capelli, in nero[13].
Il pozzo discendente all’appartamento funerario
Sulle pareti della sala “A”[14], che si trova sullo stesso livello della successiva sala “B”: le figlie e un figlio[15][16] (4) in offertorio ai genitori, seduti, e alla famiglia; tre preti (5) operano la Cerimonia di apertura della bocca sul defunto purificandone il corpo; due mummie (6) dinanzi alla tomba.
Le due mummie davanti alla tomba
Su altra parete, una coppia seduta (7), composta da Sahti , sorella di Nebuemsheset e perciò cognata di Nakhtamon, e Khabekhnet (TT2), riceve omaggi floreali dai propri figli, Mes e Amenemhab (nipoti di Nakhtamon).
Segue, sulla parete nord, un’altra coppia seduta; si tratta, questa volta, del fratello biologico, lo scultore Ipuy (TT217), e di sua “sorella” (in realtà moglie) Duaemmeres.
Segue, su questa parete, l’ingresso alla sala “B”; dall’altro lato della porta (9) il figlio Neferronpet, fratello biologico di Nakhtamon, accompagnato dalla moglie Huyneferet, offre mazzi di fiori a Minmose e alla moglie Esi; poco oltre (10) Nebuemshetet, moglie di Nekhtamon, dinanzi ai genitori Pakhed (TT292) e Makhai. Ai lati della scala che porta alla sala “C”: su due registri (11-12) divinità in scene di purificazione, Anubi rappresentato come sciacallo e Iside inginocchiata[17].
Un breve corridoio, sulle cui pareti (13) è rappresentato il defunto, nonché Neferronpet (TT336) e la moglie in offertorio, immette nella sala “B”[18] che, come detto, si trova sullo stesso livello della sala “A”. Sulle pareti: su due registri sovrapposti (14) il defunto e la moglie offrono la statua di Maat e Thot; scene di banchetto, con i genitori, in presenza di Khaemteri (TT220) e Hehnekhu.
Su altra parete (15) tre divinità femminili, in forma di albero, sotto le quali il defunto e la moglie bevono a una fonte e scene del pellegrinaggio ad Abydos.
Sulla parete opposta (16), su tre registri, il defunto e la famiglia dinanzi al fratello Neferhotep, indicato come “eccellente spirito di Ra”; scene di processione funeraria con tre sacerdotesse impegnate nell’esecuzione di riti funebri; poco oltre (17) su due registri, il defunto, in qualità di prete wab di Amenhotep I, purifica una coppia seduta.
Nakhtamun e la famiglia dinanzi al fratello Neferhotep
Al di sopra della piattaforma che riempie quasi metà della sala, tre scene di offertorio ad altrettante coppie assise e un prete in offertorio alla statua del defunto. Di lato (18) Ra-Horakhti, con testa di ariete, tra Iside con l’ureo su un pilastro Djed e Nephtys con il falco dell’Occidente[19].
La cerimonia funebre con il trasporto del sarcofago
Dalla sala “A”, parete ovest, una scala di sette gradini porta 1,85 m più in basso e a un lungo corridoio al fondo del quale si apre la sala “C”, ovvero alla camera funeraria, il cui ingresso era originariamente protetto da una porta in legno di cui restano ancora i cardini. Il corridoio di accesso[20] è decorato sul soffitto da un’immagine della dea Nut[21], mentre sulle pareti sono rappresentati (19) il defunto e la moglie in adorazione del disco solare sorretto da due scimmie e, sulla parete opposta (20) il defunto e la moglie che aprono, rispettivamente, le porte dell’aldilà e dell’eternità. Sugli stipiti di ingresso alla sala “C” (21) sono riportati testi di offertorio.
La sala “C”[22] presenta, sulle pareti: in tre scene (22), il figlio Piay (omonimo del nonno), con Anubi rappresentato con testa d’ariete, sua moglie con sistro dinanzi alla dea Maat e Piay che offre aromi su un braciere.
Sul lato corto a est (23), nella parte alta, ad arco, Iside alata; nella parte centrale Anubi che si prende cura della mummia su un catafalco purificato dalla presenza di Iside e Nephtys.
Il dio Anubi opera riti sulla mummia di Nakhtamon
Questo lato corto, riguardante le cure del corpo, è da mettere in relazione con quello opposto, a nord (25), in cui la parte alta, ad arco, è occupata dalla dea Nephtys alata, mentre nella parte centrale il dio Thot, nella sua forma di babbuino, presenzia la cerimonia di pesatura dell’anima del defunto che, insieme alla moglie a alla dea Maat vi assiste.
I lati lunghi della sala (a est e a ovest) sono costituiti da decorazioni che creano un insieme omogeneo: il lato est vede, ai lati della porta di ingresso nella sala “C”: il figlio Piay (22) con Anubi, Maat e Ptah e (24) un dio guardiano antropomorfo armato di coltello, rivolto verso l’entrata, indicato come “padrone della Maat”[23], vestito con attributi tipici di un re, compresa la barba posticcia e un perizoma da cui pende una coda di toro. A ovest, la parete opposta (26) è ripartita in quattro rettangoli contenenti il defunto che offre libagioni al dio Osiride, il re Amenhotep I con Uadjet e la dea Satet, la dea Tueris, il defunto e la moglie adorano il dio Horakhti[24].
Il soffitto della camera funeraria “C”, a volta, è suddiviso a sua volta in due parti separate, nel senso della lunghezza, da due fasce di geroglifici. A sua volta ogni semi-volta è suddivisa in quattro pannelli. I quattro centrali sono occupati dai Figli di Horus: Hapi, Duamutef, Amset e Qebehsenuf. I due pannelli restanti del lato che sovrasta la parete est contengono Thot rappresentato come ibis umanizzato e “il grande gatto di Heliopolis”[25].
Nella parte opposta, quella che sovrasta la parete ovest, sono rappresentati Horus e il dio Anubi, accucciato su un tempio (o sulla tomba), a imitazione della statua rinvenuta effettivamente nella KV62 di Tutankhamon[26].
la statua di Anubi rinvenuta nella KV62 del faraone Tutankhamon
Reperti
La tomba era stata quasi completamente saccheggiata nei millenni; alcuni oggetti furono tuttavia repertati da Bruyère nella sala “B” verosimilmente impiegata dai ladri come deposito:
alcune mummie molto danneggiate;
frammenti della maschera funeraria di Nakhtamon;
scatole da imballaggio recanti il nome di Nebuemsheset;
frammenti di cartonnage del defunto e della moglie;
scatola da ushabti intestata al defunto e alla moglie (oggi al Metropolitan Museum, cat. 47.139);
contenitore da incensi con il nome del defunto;
frammenti di dipinti, con il defunto, forse dalla cappella;
pezzi di mobilio relativi, tuttavia, alla sepoltura del fratello Neferrenpet (TT336)[18]
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
^ Bruyère 1926, pp. 113-148.
Il cortile di TT335 in una foto di Bruyére
Il pozzo discendente all’appartamento funerario
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] Scoperta 16/01/1925 da Bernard Bruyère. A oggi, il resoconto di Bernard Bruyère sulla scoperta, risalente al 1924-1925, è l’unica fonte relativa a TT335 esistente.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[7] I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.
[8] Porter e Moss 1927, p. 401, citando il rapporto di Bruyère, 1924-25, pp. 113-173.
[9] Bruyère 1926, pp. 113-148 e “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.
[10] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 400.
[12] “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.
[13] “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.
[14] Misura 3,65 di larghezza e tra 2,16 e 2,68 di profondità, per 1,70 m di altezza.
[15] le figlie: Webkhet, che offre un vaso in forma di nave, e Henutiamu, che pratica un segno di saluto e reca appeso al polso un vaso da libagioni; Ankhau, il maschio, sembra offrire una borsa contenente grani rotondi. Alle spalle della coppia genitoriale, sono rappresentati altri due figli: Penkhnum maschio, che tiene tra le mani un fiore, e Nedjemet, femmina, che porta visibile la treccia tipica dell’infanzia, con un vassoio.
[16] “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.
[18] Misura da 3,07 a 3,28 m di larghezza e 2,50 di profondità, per un’altezza di circa 2,40 m. Verso ovest il pavimento presenta un gradino alto 0,65 m x 1,80 di profondità destinato ad accogliere le offerte per il defunto.
[20] Misura 2,50 m di lunghezza per 0,73 di larghezza e 1,63 di altezza.
[21] La dea è rappresentata come stante, su una stuoia di canne ripiegata; indossa un abito molto aderente che lascia scoperto il seno e ai suoi piedi si trova la montagna tebana e la rappresentazione della piramide che corredava la tomba.
[22] Misura 4,75 m di lunghezza, 2,24 m di larghezza e ha un soffitto a volta che, nella parte centrale, raggiunge 2,17 m.
[23] Il guardiano, peraltro, si trova, per posizione, a difendere effettivamente la Maat che si trova “alle sue spalle” nel dipinto parietale del lato corto nord.
[24] Porter e Moss 1927, p. 403 e “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.
[25] La scena fa riferimento al capitolo 17 del Libro dei Morti che recita: “Io sono il grande gatto accanto al quale l’albero è stato diviso a Iunu (Heliopolis) nella notte della battaglia, e che fece la guardia contro i ribelli nel giorno in cui i nemici del Signore di Tutti furono distrutti”. Si tratta di una identificazione di Rae il riferimento è alla battaglia tra Ra e il serpente Apophis. Non a caso, il gatto nell’Antico Egitto era un gran cacciatore di topi e di serpenti e Apophis “…l’eterno nemico di Ra, deve essere evitato per sempre, poiché non essendo stato creato, sfugge a ogni distruzione definitiva e può, ogni giorno, ripetere senza fine i suoi attacchi contro il corso del sole” cerca, ogni notte, di evitare che il sole sorga al mattino seguente.
[26] Porter e Moss 1927, p. 403 e “La tomba TT335 di Nakhtamon”, su osirisnet.net, non più consultabile da novembre 2024.
Planimetricamente TT334 presenta una sala trasversale, cui si accede da un breve corridoio (1 in planimetria[7]), sulle cui pareti sono rappresentati portatori di offerte.
Sulle pareti della sala sono rappresentati: scene di banchetto (2); il defunto e due donne seduti (3); su tre registri sovrapposti (4) scene di banchetto con musicisti; un uomo in offertorio al defunto e alla moglie (5).
Poco oltre (6) su quattro registri: la figlia e altri portatori con offerte al defunto e alla moglie (non sono identificabili i nomi dei personaggi); il defunto seduto dinanzi a una casa; scene di raccolta in presenza del defunto.
Sul fondo della sala una nicchia (7) un prete offre libagioni[8].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Planimetricamente TT333 è strutturata con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo: a una sala trasversale segue una sala perpendicolare alla precedente.
Un breve corridoio (1 in planimetria[7]), sulle cui pareti sono rappresentati il defunto e la moglie, immette nella sala trasversale; sulle pareti: un prete (2), seguito da tre uomini, offre libagioni.
Su altra parete (3), il defunto offre aromi su un braciere (?) mentre uomini trasportano giare di vino.
Sul lato corto della sala (4), in due registri sovrapposti, un prete in offertorio dinanzi a Osiride e alla dea dell’Occidente (Hathor); poco oltre (5) persone, suppellettili funerarie, giare di vino e altre offerte.
Un secondo corridoio dà accesso alla sala perpendicolare; sulle pareti: scena di tre divinità femminili (non specificate) (6); scena del trasporto funebre della mummia (7) verso la piramide della tomba; misurazione del grano (8), uomini con capi di vestiario (9) e portatori di giare di vino; una fanciulla (10) (forse una figlia) in offertorio al defunto e alla moglie (?).
Sul fondo una nicchia (11) recante un prete, portatori di offerte con rami di palma e una prefica piangente[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Capo degli ispettori del granaio dei possedimenti di Amon
Dra Abu el-Naga
XIX-XX dinastia
Biografia
Nessuna notizia biografica ricavabile; benché sia rappresentata la moglie, di questa non è identificabile il nome[6].
La tomba
TT332 è costituita da una sala trasversale da cui si accede ad una piccola cappella. Sulle pareti: il defunto con la moglie e alcuni preti (1 in planimetria[7]) dinanzi a una divinità non identificabile; poco oltre (2) il defunto e la moglie in adorazione di Osiride, Iside e Nephtys.
Anche in altra parete (3) il defunto adora una divinità non identificabile; segue (4) scena del defunto che suona un sistro in presenza di Ahmose Nefertari.
Un breve corridoio dà accesso alla cappella; sulle pareti: il defunto e la moglie (5-6) adorano una divinità seduta sotto un padiglione; su altre pareti (7-8) scene da banchetto funebre in presenza del defunto e della moglie.
Sul fondo della cappella (9) il defunto e altri offerenti; ai lati due rappresentazioni umanizzate del pilastro Djed[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115..
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Hatiay (TT324), Supervisore dei Profeti di tutti gli dei, Capo dei Profeti di Sobek e Scriba del tempio di Monthu, fu suo padre, Iuy sua madre e Maiay, responsabile dell’harem di Monthu, fu sua moglie[6].
La tomba
Una lunga scala di 25 gradini (con al centro uno scivolo per un più agevole trasporto del sarcofago) dà accesso a una corte poligonale[7] in cui si apre l’ingresso a TT331 e alla TT55 del Visir Ramose.
Due stele, incompiute e oggi illeggibili, fiancheggiano l’ingresso (1 nero in planimetria[8]).
Alla TT331 si accede per il tramite di un corridoio (1 rosso in planimetria[9]) in cui è raffigurato il defunto, seduto, sovrastato da testi sacri e di offertorio; altre scene vedono il defunto e la moglie, sotto le cui sedie sono rappresentati, rispettivamente, una scimmia e un gatto, assistere al concerto tenuta da un’arpista e adorare Osiride in onore del quale sono riportati inni sacri.
Planimetricamente la tomba si presenta con forma a “T” capovolta tipica delle sepolture del periodo, benché la sala trasversale sia inclinata rispetto all’asse che è tuttavia, a sua volta, leggermente curvo; un breve corridoio immette in una sala quadrata il cui soffitto è retto da quattro pilastri.
Sulle pareti: scene (2) di pesca e uccellagione (?), nonché di raccolta del papiro (?); su altra parete (3), su tre registri sovrapposti, brani tratti dal Libro delle Porte e uomini con candele e torce. Il corridoio di accesso alla sala colonnata ospita sull’architrave esterno (4), molto danneggiato, scena con la moglie in presenza del nome e dei titoli del defunto; sugli stipiti, altrettanto danneggiati, il defunto e la moglie in adorazione di Osiride (?).
Dalla TT331 provengono frammenti di una statua del defunto inginocchiato[10].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115..
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Genitori di Karo furono Simut e Pashedu; il nome della moglie era Takha[5].
La tomba
TT330 è ubicata in un’area complessa in cui trovano luogo,e si sovrappongono, diverse sepolture.
Da una cappella superiore, in cui si trovano gli unici rilievi leggibili, si accede, per il tramite di un pozzo verticale all’appartamento sotterraneo costituito da più locali tra cui la camera funeraria.
Sulle pareti della cappella: il defunto e la moglie in presenza di Osiride (1 in planimetria[6]) e, su tre registri sovrapposti (2), il defunto e la moglie in presenza di Anubi; il defunto che offre libagioni ai genitori; parenti dinanzi al defunto a ad altri familiari.
Proviene da questa tomba una stele, e frammenti di stele[7], con il defunto in presenza di cinque divinità; il padre in presenza di Osiride e Anubi seduti e il defunto da solo[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole tombe non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle sepolture, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
la tomba ha un annesso, sepoltura di Mosi, forse un nipote del titolare, e di Ipy, forse suo figlio, tutti Servi del Luogo della Verità
Biografia
TT329 è costituita dalla tomba principale di Mosi e da un annesso che ospitava altri defunti: Mosi, omonimo, ma forse nipote del primo, e Ipy, forse figlio.
Henutwat era il nome della moglie del Mosi titolare della TT329, mentre Katet[4] era quello della moglie del Mosi dell’annesso. Di quest’ultimo è noto anche il nome del padre, Iohnufer. Baket era, infine, il nome della moglie di Ipy[5].
La tomba
Si accede a TT329 da un cortile su cui si aprono due cappelle funerarie, prive di scene parietali leggibili, mentre, in un cortile adiacente, si apre l’ingresso all’annesso.
Da una delle due cappelle si può accedere all’appartamento sotterraneo per il tramite di un pozzo verticale; nel corridoio che immette nella camera funeraria di TT329, sull’architrave esterna, il disco solare adorato da alcuni ba (1 in planimetria[6]) in presenza dei simboli dell’Occidente. Sugli stipiti, testi sacri per l’apertura delle porte dell’aldilà.
Furono qui rinvenuti frammenti del coperchio del sarcofago del titolare; provengono inoltre da questa tomba frammenti di rilievo con il defunto inginocchiato e testi sacri dedicati a Ra.
Nel cortile prospiciente l’annesso, una stele con il defunto Mosi (TT329) insieme al secondo Mosi e a Ipy (oggi al Louvre); sul retro della stele, coperti originariamente dalla medesima, su due registri sovrapposti un uomo e un fanciullo in presenza di Thot e l’abbozzo di un uomo e una donna.
Nel corridoio dell’annesso (3) i resti di scene della processione funebre[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.