Luce tra le ombre

EVOLUZIONE DELL’ARCHITETTURA FUNERARIA

DALLA PREISTORIA AL PREDINASTICO

L’Antico Egitto ci affascina per i suoi stupefacenti monumenti e per il lascito di una nutrita documentazione scritta che copre un arco temporale di oltre tre millenni. Questa straordinaria ricchezza di evidenze, assieme ad una durata così lunga da far sì che le origini si perdano nella notte dei tempi, ci fa quasi pensare che questa straordinaria civiltà irrompa nella storia già perfettamente compiuta nei suoi aspetti più peculiari. In realtà, tutto ciò è il risultato di un lunghissimo percorso intrapreso svariati millenni prima e che solo da (relativamente) poco gli archeologi hanno cominciato ad indagare. Gli antichi annali ci forniscono informazioni su una sequenza di sovrani che rimonta sino alla I Dinastia, mentre la regalità del periodo precedente viene attribuita agli spiriti dei defunti ovvero a governanti i cui nomi (ma non l’esistenza) erano stati dimenticati da tempo. Si è reso necessario, quindi, cominciare ad occuparsi della preistoria egizia, vale a dire di quella lunghissima fase di formazione, caratterizzata dall’assenza di documentazione scritta, che è nota come Periodo Predinastico.

Nel 1895, durante l’esplorazione del tempio di Seth Naqada (una località dell’Alto Egitto), Flinders Petrie si imbatté quasi per caso in una necropoli costituita da oltre 2000 tombe, contenenti ceramiche ed oggetti del tutto diversi da quelli fino ad allora osservati. Il primo a rendersi conto dell’antichità dei reperti fu l’archeologo francese Jaques de Morgan, ma si deve a Petrie l’assiduo studio del materiale che lo portò ad elaborare un sistema di datazione relativa (ben prima che le tecniche con il carbonio 14 ne permettessero una assoluta) grazie al quale concluse che quegli oggetti appartenevano ad un’epoca antecedente all’uso della scrittura. L’ondata di interesse che ne scaturì condusse all’esplorazione di oltre 65 aree cimiteriali predinastiche nell’Alto Egitto. Queste ci raccontavano, tra l’altro, dell’evoluzione di un concetto di sopravvivenza ultraterrena che divenne sempre più evidente allorché, da semplici fosse scavate nella sabbia, le inumazioni evolvevano da sepolture contenenti feretri di vimini a veri e propri sepolcri rivestiti con mattoni crudi. Tuttavia, gli scavi nelle necropoli non chiarirono come quel popolo di contadini e mercanti fosse poi riuscito a dar vita ad uno dei primi Stati nazionali al mondo e ad acquisire quelle conoscenze che gli avrebbero più tardi consentito di erigere monumenti straordinari come le piramidi che ancora oggi sono lì a stupire anche il più distratto dei visitatori. Questa carenza di informazioni ha avuto per conseguenza il fiorire di una moltitudine di teorie fantasiose circa la fondazione della civiltà egizia: si va dall’invasione di una enigmatica “Razza Dinastica”, all‘intervento di emissari della mitica civiltà perduta di Atlantide o di entità aliene, giusto per citarne qualcuna. Fortunatamente, gli scavi che si sono succeduti nelle necropoli, negli insediamenti dell’Alto e del Basso Egitto, nonché in aree remote del deserto del Sahara hanno aggiunto nuovi tasselli di conoscenza, cominciando a colmare le lacune di cui si diceva. Le recenti scoperte, infatti, non solo hanno mostrato le evidenze di uno sviluppo culturale indigeno, ma hanno permesso di datare le origini della civiltà egizia ad un’epoca molto più antica di quanto si fosse mai supposto in precedenza.

Durante gli anni ‘70 del secolo scorso, Fred Wendorf e Romuald Schild studiarono i resti lasciati da persone che in un remoto passato vissero in una località situata in pieno deserto, circa un centinaio di chilometri ad ovest di Abu Simbel, ed oggi conosciuta col nome di Nabta Playa (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Localizzazione del sito archeologico di Nabta Playa sulla cartina geografica dell’Egitto odierno. (da Wikipedia, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=893021).

Si tratta di un sito che al giorno d’oggi è tra i più aridi al mondo, ma che in un lontano passato aveva un aspetto del tutto differente. Tra l’ 8500 e il 4500 a.C. la prevalenza di un clima molto più umido permise lo sviluppo di un ambiente costituito da savane erbose e laghi stagionali, detti appunto “playa”, in cui trovarono sostentamento per oltre quattromila anni diverse società pastorali. Dalle indagini svolte sono emerse le prove di uno stile di vita neolitico autoctono che riguardano sia la produzione di alimenti (e non solo la semplice raccolta), sia l’invenzione autonoma della ceramica. È interessante notare che per l’epoca in questione tali evidenze, almeno sino ad oggi, non sono emerse lungo la valle del Nilo, sicché è verosimile pensare a queste antiche genti come ai “primi egizi”. Ancora più impressionante è il fatto che siano stati capaci di costruire strutture in pietra attraverso le quali espressero le loro conoscenze religiose e che attestano, in modo del tutto inaspettato, i primi tentativi di un’organizzazione sociale già ne 5000 a.C.

A Nabta, gli indizi dell’esistenza di rituali su vasta scala sono rintracciabili in una serie di costruzioni che con tutta probabilità costituirono un centro cerimoniale regionale dove ogni anno si radunavano vari gruppi per celebrare l’arrivo delle piogge. All’uopo, fu realizzato un calendario con lastre di arenaria disposte in circolo al fine di osservare l’alba del solstizio d’estate, un evento che assumeva particolare importanza, in quanto segnava l’inizio della stagione umida (Immagini n. 2 – 3).

Immagine n. 2 Il calendario circolare di Nabta Playa, con un diametro di poco inferiore a 4 metri, è il più antico calendario solare sinora trovato. Quattro paia di lastroni alti e stretti formano due gruppi di portali. Un gruppo è allineato da nord a sud, l’altro segna la posizione in cui sorse il sole al solstizio d’estate di 6000 anni fa. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 56)
Immagine n. 3 Il calendario di Nabta Playa ricostruito presso il Museo Nubiano di Aswan. (Ph. © Raymbetz – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7525976)

Inoltre, furono costruiti allineamenti megalitici realizzati con grandi pietre alte fino a 2,5 metri prelevate da cave distanti almeno un chilometro. Tali megaliti erano disposti a raggiera rispetto ad un punto centrale e sistemati in tre gruppi che, presumibilmente, dovevano essere allineati con stelle e costellazioni come Sirio e Orione che molto più tardi avrebbero assunto un rilievo di enorme importanza nella cosmologia egizia.

Nel centro cultuale erano presenti anche otto tumuli contenenti i resti di bovini sacrificati e una trentina di misteriose “strutture complesse” (Immagine n. 4), formate da un grande anello di massi eretti intorno ad una lastra centrale, che sovrastavano buche molto profonde.

Immagine n. 4 Lo scopo delle “strutture complesse” di Nabta è oscuro. Erano santuari, memoriali per coloro che erano defunti altrove, cenotafi per gli spiriti oppure venivano utilizzate per le osservazioni astronomiche? In ogni caso, fu compiuto uno sforzo considerevole nell’estrazione e nella collocazione delle grandi pietre (in origine posizionate verticalmente), utilizzate per l’edificazione. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 56)

In una di queste era stata sepolta una pietra accuratamente modellata, con lati lisci ed orli affilati, che a ragion veduta potrebbe essere considerata come la più antica forma di scultura egizia conosciuta (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Pesante circa 4 tonnellate, questa statua rinvenuta sotto una struttura litica rappresenta, forse, una vacca stilizzata. Caratterizzata da bordi affilati a da due facce polite con cura,questa scultura è un notevole esempio di lavorazione della pietra e potrebbe rappresentare l’esordio del fascino egizio per la manipolazione di grandi massi. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 56)

Le dimensioni delle pietre, alcune delle quali pesanti alcune tonnellate, dimostrano che la realizzazione di questi monumenti richiese un notevole investimento di risorse fisiche, organizzative, di tempo, nonché di abilità e suggeriscono la presenza di capi che, oltre a controllare e dirigere le risorse umane, avvertirono l’esigenza di dare vita ad un’ architettura cerimoniale pubblica per garantire il perpetuarsi del ciclo cosmico in maniera non troppo dissimile da quanto avrebbero fatto 2000 anni dopo i costruttori delle piramidi. La recente scoperta delle sepolture di Nabta, alcune delle quali contenenti ricchi corredi consistenti in gioielli, ceramiche e tavolozze di pietra simili a quelle dei primi abitanti sedentari della Valle del Nilo, consente di concludere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che già esistessero contatti tra quei pastori e i loro vicini. D’altra parte, ci è del tutto ignoto quali caratteristiche abbia assunto l’interazione tra i gruppi, allorquando l’inaridimento progressivo rese la località inabitabile, innescando un flusso migratorio verso il grande fiume. Dalle evidenze emerse sui primi insediamenti lungo il corso del Nilo, appare molto probabile che già fosse avvenuto un mescolamento di varie influenze sfociato nella concretizzazione di una cultura distinta.

Per maggiori approfondimenti su sito di Nabta playa, consiglio la lettura del pregevole post di Luisa Bovitutti a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/01/11/nabta-playa/


Nel Basso Egitto, l’area occupata dal delta del Nilo, le condizioni climatiche e le influenze antropologiche erano completamente diverse. Tutto ciò portò allo sviluppo di una cultura caratterizzata da una produzione ceramica, da un’architettura e da credenze così dissimili da suggerire che la tipica definizione dell’Egitto come paese delle “Due Terre”, avesse connotazioni che andavano ben oltre la semplice nozione geografica o l’amore per la simmetria. Le testimonianze al riguardo delle pratiche cultuali del Basso Egitto, sono molto scarse e si limitano sostanzialmente ad una notevole testa in creta rinvenuta a Merimde (Immagine n. 6), una località sita nella parte occidentale del Delta.

Immagine n. 6 Questa espressiva testa in argilla, proveniente dal sito di Merimde, nel Delta, è una delle più antiche rappresentazioni umane dell’Antico Egitto. In origine era montata su un’asta oppure su un corpo ligneo. I piccoli fori intorno al volto ed alla testa accoglievano piume per imitare barba e capelli. Museo Egizio del Cairo. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 57)

Tuttavia, le poche necropoli che sono state portate alla luce rivelano con chiarezza che la vita ultraterrena non richiedeva l’impiego di grandi quantità di beni da portare nella tomba. Dal momento che qualche vaso e una conchiglia erano sufficienti a costituire il corredo funebre, risulta molto difficile distinguere i livelli di ricchezza e, di conseguenza, ricostruire un quadro della società del Delta.

Nella Valle del Nilo, le fertili terre caratterizzate da una flora da una fauna lussureggianti, incoraggiarono la sedentarizzazione delle popolazioni nomadi che, beneficiando di un clima favorevole e di inondazioni rigeneratrici, diedero un decisivo impulso alla produzione agricola. Quest’ultima si rivelò così generosa che i raccolti ben presto superarono i bisogni vitali. Pertanto, durante il IV millennio a.C. ci fu un continuo fiorire di comunità, ben presto agglomeratesi in città-stato, che commerciavano attivamente e, parallelamente, si organizzarono per registrare, proteggere e ridistribuire i beni prodotti: fu l’alba della nascita di un sistema amministrativo e dei primi tentativi di scrittura. In ogni regione si originò una gerarchia composta da un’élite rappresentata a sua volta da un capo e si elaborarono prove e rituali finalizzati all’individuazione della personalità più adatta a proteggere la comunità. Man mano che invecchiava, il capo clan doveva regolarmente dimostrare di essere in grado di poter esercitare la sua autorità; un’autorità che progressivamente passò dalla “selezione naturale” alla trasmissione per via ereditaria. Questi processi di legittimazione furono rapidamente codificati e diedero vita ad una tradizione solenne che fu adottata per tutto il corso dell’epoca faraonica, conosciuta come festa “sed”, le cui più antiche descrizioni son già presenti nelle prime tombe reali.

Nell’Alto Egitto, le pratiche funerarie predinastiche riflettono la stratificazione sociale. La semplice fossa ricoperta di materiali leggeri, fu sostituita, per i più ricchi, da sepolture di dimensioni più grandi, celate da strutture realizzate in terra o mattoni. Ciò dimostra che gli abitanti della Valle, diversamente da quelli del Delta, avevano già pienamente sviluppato, e ne erano ferventi sostenitori, la credenza che il defunto avesse il diritto ed il potere di portare con sé sia la propria ricchezza, sia il suo status sociale. Il notevole sforzo compiuto nella realizzazione delle tombe destinate alla minoranza elitaria, documenta chiaramente la differenziazione della società in capi e sudditi sin dal 4000 a.C. e il ritrovamento di un vaso decorato, scoperto non molto tempo fa ad Abydos da una spedizione tedesca, ne fornisce un’ulteriore evidenza. Su di esso è infatti rappresentata una scena che mostra un re di grandi dimensioni e riccamente abbigliato nell’atto di minacciare con una mazza letale un gruppo di prigionieri legati. E’ il più antico esempio ad oggi noto di un’iconografia che ricorrerà per millenni nell’arte egizia e che trova, probabilmente, la sua rappresentazione arcaica più spettacolare nella famosissima Tavolozza di Narmer* (Immagini n. 7-8), scoperta nel 1897 a Hierakonpolis.

Immagine n. 7 La Tavolozza di Narmer annuncia graficamente la conclusione del Periodo Predinastico grazie all’uso della scrittura che qualifica genti, luoghi e il tema dell’unificazione delle Due Terre. Narmer indossa la Corona Bianca dell’Alto Egitto e colpisce un nemico in presenza del dio falco Horus, patrono della regalità, che tiene prigioniere le genti della pianta del papiro, vale a dire il Delta. Museo del Cairo (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 55)
Immagine n. 8 In questo particolare estrapolato dall’altra faccia della Tavolozza, è raffigurato Narmer con la Corona Rossa del Basso Egitto mentre marcia in parata vittoriosa. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 54)

Questo straordinario reperto, rinvenuto insieme ad un centinaio di altri oggetti di arredamento templare, suggerisce che la città fosse una capitale dell’Egitto primordiale. La scoperta di una raffinatissima testa aurea raffigurante il dio falco Horus e le splendide statue in rame del re Pepi I, datate alla VI dinastia, vale a dire di circa un millennio posteriori, attestano la lunghissima ed ininterrotta venerazione per il sito e per Horus, suo patrono. Tuttavia, per comprendere la portata ed il vero significato del sito dovettero trascorrere altri settant’anni, allorché la Spedizione di Hierakonpolis, diretta dagli archeologi statunitensi Walter Ashlin Fairservis e Michael Allen Hoffman, cominciò ad indagare non nel tumulo del tempio, ma nel retrostante deserto dove fu scoperto il più grande insediamento predinastico preservatosi lungo il corso del Nilo. Esteso per oltre quattro chilometri, il sito documenta chiaramente di essere stato un importantissimo centro regionale di potere e la capitale di un regno arcaico che aveva raggiunto il suo apice circa 500 anni prima della comparsa di Narmer. Nel 3600 a.C. questa città doveva essere una capitale raffinata e vivace dove già erano rintracciabili le origini di molti aspetti che avrebbero più tardi caratterizzato la civiltà egizia. Avendo conservato tutti gli elementi fondamentali di una città, vale a dire templi, case, zone industriali, edifici amministrativi, discariche, necropoli e così via, Hierakonpolis, è il sito che può fornirci più informazioni di qualunque altro sugli sviluppi avvenuti durante il periodo arcaico**.

Qui le tombe più sontuose potevano già essere decorate come nel caso della Tomba 100*** (Immagine n. 9), risalente ad un’epoca compresa prudenzialmente tra il 3500 e il 3200 a.C., anche se analisi eseguite al carbonio C14 su alcune conchiglie ritrovate all’interno della tomba hanno fornito la sbalorditiva data del 3685 a.C.

Immagine n. 9 Acquarello di W. Green che raffigura una scena della Tomba 100 di Hierakonpolis come si presentava al momento della scoperta.(© James Edward Quibell, 1902)

Gli scavi e gli studi condotti in aree selezionate del sito hanno permesso di ricostruire con notevole precisione lo stile di vita dell’epoca. Tra le rocce delle zone suburbane artigiani specializzati produssero un elegante vasellame rosso con la bocca nera (Immagine n. 10) destinato sia all’uso domestico, sia alle nascenti esigenze funerarie, mentre altri vasai si occupavano della realizzazione di comuni vasi da cucina destinati alla clientela del vicinato.

Immagine n. 10 Questo splendido vasellame, da annoverarsi tra le più belle produzioni ceramiche egizie è stato ritrovato nella Tomba 16 (databile ad un’epoca compresa tra il periodo Naqada IC e 2A, 3650-3300 a.C.) della necropoli d’élite HK6 di Hierakonpolis. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 59)

* Approfondimenti su questo splendido reperto sono disponibili all’indirizzo:

https://laciviltaegizia.org/2021/02/23/la-tavolozza-di-narmer/

** Una vasta esposizione sugli scavi tuttora in corso nel sito predinastico di Hierakonpolis è disponibile al seguente indirizzo:

https://laciviltaegizia.org/…/i-siti-predinastici…/

*** Per quanto riguarda la Tomba 100 rimando al bellissimo post della nostra cara Franca Loi al seguente indirizzo: https://laciviltaegizia.org/…/la-tomba-100-di…/


Nel 1985 è stato scoperto un vasto complesso templare nel centro predinastico della città di Hierakonpolis. Sono poche le tracce che ne attestano l’antica importanza, ma la scala e la natura dei rinvenimenti indicano che si trattava di un centro cerimoniale (Immagini n. 10b-11).

Immagine n. 10 Questi giganteschi fori ospitavano un tempo alti pali che formavano la facciata del monumentale tabernacolo del tempio predinastico di Hierakonpolis. Costruita con legno e stuoie, per stile e forme questa struttura può trovare confronto nelle costruzioni del complesso della Piramide a Gradoni, in cui strutture similari furono imitate, ma facendo uso della pietra. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 58)
Immagine n. 11 Un grande cortile ovale , fori per sostegni e trincee sono tutto ciò che rimane del tempio predinastico di Hierakonpolis, ma è quanto basta per concludere che si trattasse di un complesso cerimoniale che anticipò i recinti reali del periodo protodinastico. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 58)

Gli scavi hanno portato alla luce un grande cortile ovale (di almeno 40 x 14 metri), circondato da muri di legno e mattoni. Quattro enormi fosse per pali, sul lato occidentale del cortile, fungevano da alloggiamento per le alte colonne di legno che formavano la facciata di un edificio monumentale, molto probabilmente un sacrario costruito con stuoie e pennoni. La presenza di solchi poco profondi nel suolo lascia supporre che la parte retrostante dell’edificio era formato da tre camere, come nei templi posteriori. Ciò che si è conservato, ben si accorda con le raffigurazioni protodinastiche dell’archetipo di sacrario dell’Alto Egitto, che ritraggono una struttura a volta composta di pilastri e graticci, conformata a imitazione di un animale accovacciato, completo di coda e corna (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 un’ipotetica ricostruzione dell’area cerimoniale di Hierakonpolis prodotta da Faber-Courtial uno dei più noti studi tedeschi per l’elaborazione di modelli 3D e realtà virtuali.

A conferma che le continue ricerche nel sito apportano nuove conoscenze, bisogna precisare che con gli scavi del 2009, le precedenti ricostruzioni di quest’area sono state riviste: i quattro enormi pali e gli otto più piccoli (disposti su 2 file) che insistevano in quest’area non vengono più attribuiti ad un santuario come si era supposto, ma sono ora ritenuti, piuttosto, parte di un imponente ingresso sulla corte. Ad ogni modo, si riteneva, per tradizione, che il modello di grande sacrario della Valle, fosse quello di Hierakonpolis, pertanto è probabile che il complesso rinvenuto fosse proprio quel santuario che, rielaborato in pietra, molto più tardi, nel complesso della Piramide a Gradoni di Saqqara, rimase un prototipo per i millenni a venire.

Poco fuori le mura, sono stati rinvenuti laboratori specializzati nella produzione di vasi in pietra di eccellente qualità ed altri manufatti utilizzati per le offerte, a dimostrazione che l’associazione fra artigiani e templi non fu una novità dinastica. Un’altra caratteristica che contraddistingue Hierakonpolis è quello di essere uno dei pochi siti ad oggi noti, in cui siano state rinvenute necropoli separate per i diversi gruppi sociali. Sul versante meridionale, infatti si estende il vasto cimitero degli operai contraddistinto da fosse rivestite con stuoie ed un corredo funerario ridotto ad uno o due vasi, raramente di più. Ciononostante i defunti venivano acconciati nel migliore dei modi, come evidenzia l’utilizzo di henné, di capelli posticci e di toupet di lana di pecora. L’impiego di resine e, in alcuni casi, di pezze di lino intorno alla testa, alle mani e ad alcuni organi interni rivela la crescente preoccupazione per la conservazione del corpo, e può essere interpretato come uno dei primi tentativi nello sviluppo della mummificazione.

Anche in altri siti dell’Alto Egitto le sepolture dell’élite divenivano sempre più grandi e complesse, come dimostra la Tomba U-j a Umm el-Qa’ab (ca. 3150 a.C.) nei pressi di Abydos che includeva non meno di dodici camere nelle quali furono deposti oggetti d’offerta e circa settecento giare di vino proveniente dalla Palestina (Immagine n. 13).

Immagine n. 13 Tomba U-j, si tratta di una tomba principesca in cui alla camera funeraria (quella orizzontale, in alto a destra)erano collegate nove stanze che fungevano da magazzini; esse erano connesse alla camera funeraria grazie a fenditure nelle porte simboliche. Le due sale lunghe sulla sinistra sono magazzini aggiunti in epoca successiva. Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto. Nella tomba sono stati rinvenuti centinaia di vasi; un’analisi petrografica suggerisce che molti di essi furono prodotti nell’area palestinese e probabilmente devono aver contenuto vino. Fonte: Toby A.H. Wilkinson, Early Dynastic Egypt.

Sappiamo, da diverse fonti, che esistevano almeno tre principali centri di potere nell’Alto Egitto predinastico – Hierakonpolis, Naqada e Abydos – oltre ad un numero non quantificabile nel Basso Egitto. Alla fine del Periodo Predinastico, nell’epoca che oggi viene definita “Dinastia zero”, la posizione politica di Hierakonpolis, per ragioni ignote, cominciò a cambiare. La natura bellicosa di diversi documenti di questo periodo, come ad esempio la “Tavolozza del campo di Battaglia”*, dimostra che la guerra, sia simbolicamente, sia letteralmente, costituiva un aspetto rilevante per l’acquisizione e il mantenimento del potere, ma non era l’unico dal momento che un ruolo non secondario lo giocavano anche fattori ambientali e geografici ed anche le tecniche politiche e la diplomazia. Scolpita nella roccia in una località nel deserto nota come Gebel Tjauty, ad ovest dell’antica Tebe, è stata scoperta da John e Deborah Darnell, una scena che ci offre una testimonianza di quest’ epoca turbolenta. Rappresenta una processione trionfale che sembra commemorare la conquista di Naqada da parte di una coalizione di regnanti di Abydos e Hierakonpolis che utilizzarono le piste del deserto per aggirare il nemico. Dopo la caduta di Naqada e l’unificazione della Valle l’obiettivo successivo fu il controllo del Basso Egitto, anche se le testimonianze in tal senso non vanno oltre la sostituzione della particolare cultura del Delta con le architetture, ceramiche e credenze tipiche dell’Alto Egitto. Comunque sia stata raggiunta l’unificazione delle Due Terre, l’evento restò indelebilmente scolpito nell’immaginario egizio, come testimonia il fatto che l’ incoronazione di ogni re prevedeva un rituale di ripetizione dell’evento. Benché i loro nomi si fossero perduti nella notte dei tempi, l’eredità bimillenaria degli antenati non fu mai dimenticata. Le fondamenta gettate nel Predinastico sarebbero rimaste per sempre nel cuore della civiltà egizia, costituendo la base per il suo sviluppo futuro.

* Un bellissimo approfondimento sulla Tavolozza del Campo di Battaglia e su altre Tavolozze predinastiche, a cura di Luisa Bovitutti, lo trovate al link: https://laciviltaegizia.org/…/19/le-palette-predinastiche/

Fonti: Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 54-60.

Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pagg. 22-25.

Necropoli tebane

TT328 – TOMBA DI HAY

 Epoca:                                   XIX-XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[N 5]Dinastia/PeriodoNote[N 6]
Hay[4]Servo del Luogo della VeritàDeir el-Medina XIX-XX dinastia 

 

Biografia

Benché molto danneggiata, sono noti il nome della moglie, Tatemhet, di un figlio, Ptahmosi, e di una figlia, Hunuro[5].

La tomba

La cappella è distrutta; è noto tuttavia che su due stipiti della cappella fossero presenti, da un lato titolo e nome del defunto onorati dal figlio, Ptahmosi, inginocchiato; sull’altro stipite, dedicato dalla figlia Hunuro, scena con il defunto inginocchiato[6].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      Porter e Moss 1927, p. 397

[5]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 397

Necropoli tebane

TT327 – TOMBA DI TUROBAY

 Epoca:                                  XIX-XX Dinastia

 Titolare

TitolareTitoloNecropoliDinastia/PeriodoNote
Turobay[3]Servo del Luogo della VeritàDeir el-Medina XIX-XX dinastia 

 

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile il nome della moglie, Tuy[4]

La tomba

La cappella è costituita da una sala rettangolare; sulle pareti, molto danneggiate: il defunto con la moglie e un figlio (nominativo non leggibile) (1 in planimetria[5]); resti di scene (2) con il defunto e la moglie in offertorio a Osiride. Alcuni reperti risultano provenire, forse, da questa tomba: un pyramidion, oggi al Louvre (cat. 14396), e frammenti di un altro pyramidion con il defunto, oggi al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, proveniente dalla Kutorga[6] Collection[7].

Il pyramidion oggi al Louvre
Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, E 14396 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010018269https://collections.louvre.fr/CGU

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[4]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[5]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[6]      Stepan Semyonovich Kutorga (1806 – 1861), zoologo e paleontologo russo.

[7]      Porter e Moss 1927, p. 397

Necropoli tebane

TT326 – TOMBA DI PASHEDU

 Epoca:                                   XIX-XX Dinastia

 Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Pashedu[6]CaposquadraDeir el-Medina XIX-XX dinastia 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile dalla TT326; tuttavia Pashedu, che risulta titolare anche della tomba TT3, era figlio di Menna ed Huy. Nedjimet-Behdet era il nome di sua moglie[7].

La tomba

La cappella è oggi completamente distrutta; è noto tuttavia che sulla parete dell’ingresso erano rappresentati i Campi di Iaru, sulla parete nord un prete sem[8] con gli strumenti per la cerimonia di apertura degli occhi e della bocca e sul lato ovest, in una nicchia, il re Amenhotep I protetto dalla dea Hathor come vacca sacra.

Nel cortile di accesso vennero rinvenuti frammenti di un pyramidion e di scena con il defunto in adorazione[9].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 395.

[7]      Porter e Moss 1927, p. 9.

[8]      Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.

[9]      Porter e Moss 1927, pp. 396-397.

Necropoli tebane

TT325 – TOMBA DI SMEN (?)

Epoca:                                  XVIII DInastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Smen (nome del titolare non certo, ricavato da un cono funerario ritrovato nell’area) [5]Non notoSheikh Ab del-Qurna XVIII dinastia 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[6].

La tomba

Pochi sono i resti di scene parietali: il defunto e la moglie (nome non rilevabile) (1 in planimetria[7]) in presenza di Anubi; una coppia (2), non identificabile, in offertorio al defunto e alla moglie; il defunto e la moglie (3) in presenza di Osiride (?)[8].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 395

[6]      Porter e Moss 1927, p. 396.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[8]      Porter e Moss 1927, pp. 396.

Necropoli tebane

TT324 – TOMBA DI HATIAY

Epoca:                                  Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Hatiay[5]Supervisore dei Profeti di tutti gli dei, Capo dei Profeti di Sobek, Scriba del tempio di MonthuSheikh Ab del-Qurna XIX-XX dinastia 

Biografia

Sono noti il nome della madre, Nefertere, e della moglie Iuy, nonché di un figlio, Penne (TT331)[6].

La tomba

L’ingresso a TT324 si apre in un cortile colonnato in cui si trova (1 in planimetria[7]) una piattaforma su cui è eretta una stele in bianco; un blocco di riuso reca una doppia scena del defunto e della moglie in adorazione di Amon-Ra-Harakhti e Atum e di Osiride.

Sotto il portico che precedeva l’ingresso (2) resti di scene di offertorio.

Un corridoio, sulle cui pareti (3) è riportato il defunto e inni a Ra mentre il soffitto reca il suo nome e i titoli, immette in una sala trasversale secondo lo schema a “T” rovesciata tipico delle sepolture di questo periodo; sulle pareti: resti di due registri sovrapposti (4) con asini che trasportano grano verso il granaio; due uomini in offertorio al defunto e alla moglie; scene di aratura e sarchiatura del terreno in presenza del defunto.

Sul lato corto (5), su due registri, il defunto e la moglie intenti a pescare e il defunto, la moglie e altri familiari intenti alla preparazione di pollame; poco oltre, su tre registri (6) resti di un banchetto con un prete sem[8] dinanzi al defunto unitamente ad altri familiari, compreso il figlio Penne (TT331).

Su altra parete (7) su due registri i visir Usermonthu e Nebamun (?) seduti con una tavola da offerte tra loro; in due scene il defunto e la moglie in presenza di divinità femminili in forma di alberi, alcuni ba che si abbeverano a una polla d’acqua e i campi di Iaru. Poco oltre (8) scene del pellegrinaggio ad Abydos con carri a bordo di navigli; da questa parete si diparte un ampliamento non ultimato della tomba. Su altra parete tracce di scena con la dea dell’Occidente (Hathor).

Un breve corridoio, sulle cui pareti (10) è rappresentato il defunto, immette in una sala rettangolare; sulle pareti: il defunto (11) seguito da offerenti e, in basso, donne in processione funeraria. Su altra parete (13) un prete sem offre libagioni al defunto e ad altri parenti. Sul fondo una nicchia (13) con il defunto che adora il simbolo di Osiride e la dea Hathor rappresentata come vacca sacra; sulla sinistra della nicchia la figura mummiforme del defunto.

Dalla TT324 provengono una stele con il defunto e tre figlie in presenza di Osiride[9] e una statuetta tripla con il defunto, la moglie e la madre (di quest’ultima si è persa la testa)[10] [11].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 395.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 395.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[8]      Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.

[9]      Museo del Cairo, cat. 34138.

[10]     Museo del Cairo, cat. 71965.

[11]     Porter e Moss 1927, pp. 395-396

Necropoli tebane

TT323 – TOMBA DI PESHEDU

 Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Peshedu[5]Disegnatore nel Luogo della Verità e nel tempio di SokarDeir el-MedinaXIX dinastia (Sethy I) 

 

Biografia

Il padre, Amenemhet, era a sua volta disegnatore del tempio di Sokar; sua madre era Mutnefert e sua moglie Nefertere[6].

La tomba

La camera funeraria sotterranea di TT323 presenta, ai lati della porta di accesso, il falco dell’Occidente (1 in planimetria[7]) e l’uccello Benu (2); sulle pareti laterali: in due scene (3) i genitori del defunto e altri parenti in presenza di Ptah-Sokar e la dea Nut inginocchiata tra due divinità mummiformi e in presenza di un pilastro Djed.

Sulla parete opposta (4): in due scene, i genitori in presenza di Osiride e della dea dell’Occidente (Hathor) e la dea Iside inginocchiata tra due divinità mummiformi e in presenza del simbolo Sa, ovvero figlio.

Sul fondo (5), sul timpano superiore, ba adorano il disco solare sorretto dalla dea Nut; in basso, Anubi esegue riti sulla mummia in presenza delle dee Nephtys e Iside. Dalla TT323 provengono frammenti di una stele recante Sethy I con il defunto dinanzi a Osiride[8].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 393.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 393; Bruyere 1925, tavola II, pp. 72-73..

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.           

[8]      Porter e Moss 1927, pp. 393-394.

Luce tra le ombre

IL MITO DI OSIRIDE

Durante la trattazione relativa al culto funerario, si è spesso fatto cenno al mito di Osiride, una divinità che per l’impatto che ha avuto sul pensiero religioso, etico e sociale degli antichi egizi (con notevoli ripercussioni finanche su quello occidentale), merita senz’altro un piccolo approfondimento.

Gli inni, le preghiere e la letteratura funeraria giunti sino a noi, abbondano di riferimenti alle azioni compiute da Osiride ed Iside, ma paradossalmente, forse proprio a causa della loro popolarità, a tramandarci la narrazione più nota di questo mito è l’adattamento greco di Plutarco (Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος – Su Iside e Osiride), scritto circa 2500 anni dopo la nascita del culto, le cui origini precedono di gran lunga le prime menzioni del suo nome. Immagini rituali, in seguito associate a Osiride, risalgono infatti già alla I dinastia, mentre gli epiteti del dio e il suo collegamento al santuario di Abydos derivano dalla fusione con un’antica divinità funeraria: lo sciacallo Khenti-Amentiu (lett. “il Primo degli Occidentali”). Attestato con certezza per la prima volta durante la V dinastia (circa 2350 a.C.), Osiride è una figura fondamentale della tradizione mitologica del grande centro cultuale di Eliopoli, facendo parte dell’Enneade (Immagine n. 1), la teologia solare elaborata dai sacerdoti di quella città (Iunu per gli antichi egizi, On in greco ed ebraico).

Immagine n. 1 Rappresentazione schematica dell’ Enneade Eliopolitana. Dall’alto in basso e da sinistra a destra sono raffigurate le divinità che la compongono: Atum, Shu e Tefnut, Geb e Nut, Osiride, Iside, Seth e Nefti. (da Wikipedia, licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication).

Secondo questa storia della creazione, in origine era il Nun (un oceano di acque primordiali indifferenziato) dal quale emerse un tumulo sul quale sedette Atum (il creatore, generato da se stesso ed equiparato a Ra)che attraverso lo sputo (o, secondo altre versioni, attraverso l’emissione di seme) diede vita alla prima coppia divina: Shu (l’aria) Tefnut (l’umidità). I due fratelli si unirono generando Geb (la terra) e Nut (il cielo notturno) da cui nacquero Osiride (Immagine n. 2), Iside (Immagine n. 3), Seth (Immagine n. 4) e Nefti (Immagine n. 5).

Immagine n. 2 Osiride, con significato ambivalente sia di mummia sia di sovrano dell’Aldilà, è rappresentato in questa statua proveniente dal tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu. Museo Egizio del Cairo (© “ Religione della piramide” di James P. Allen ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.25)
Immagine n. 3 Un celebre immagine dalla tomba di Nefertari (QV66). La regina è portata per mano dalla dea Iside (a destra) che indossa la stretta tunica arcaica. (© National Geographic ph. Cordon Press)
Immagine n. 4 Dettaglio di Seth ripreso da uno splendido gruppo statuario del Museo del Cairo che rappresenta l’incoronazione di Ramses III ad opera di Horus e Seth (da Wikipedia, licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication © ph. A. Parrot)
Immagine n. 5 Particolare del sarcofago in quarzite di Tutankhamon in cui e raffigurata la dea Nefti (© Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto a cura di Edda Bresciani, pag.239)

Il mito ci tramanda che come primogenito di GebOsiride ottenne il diritto a regnare sull’Alto e Basso Egitto, nonché su cielo e terra, su uomini e dei. Dotato di grande saggezza, sposò la sorella Iside e si circondò dei migliori consiglieri, scegliendo Toth (Immagine n. 6), dio della sapienza, come visir.

Immagine n. 6 In questa statuetta in legno dorato e bronzo proveniente da Luxor, Thot, dio della sapienza, della scrittura, della lingua, della saggezza e patrono degli scribi è rappresentato con testa di ibis sacro (un’altra tipica iconografia ce lo presenta, invec, con testa di babbuino). New York, Collezione Schulz (© Maurizio Damiano “Egitto” vol. 3, pag. 126)

Di ben altro temperamento, il fratello Seth, unito a Nefti da un matrimonio senza amore, era accecato dalla rabbia in quanto aspirava anch’egli al trono. Escogitò, allora, un piano per impadronirsene con l’inganno. Secondo la versione classica del mito, l’ignaro Osiride fu tradito durante una sfarzosa festa di divinità, in occasione della quale Seth mise in palio un premio molto singolare: un sarcofago sarebbe stato donato a chi fosse riuscito ad entrarci perfettamente. Diversi dèi si cimentarono nella prova, ma la bara era stata realizzata in modo tale da adattarsi unicamente alle misure di Osiride. Non appena il dio vi si adagiò, Seth ed i suoi complici sigillarono il feretro e lo gettarono nel Nilo. Osiride annegò e la morte fece il suo ingresso nel mondo e l’Egitto piombò in un periodo di caos e desolazione. Con grande fatica Iside riuscì a recuperare il corpo del marito assassinato, ma Seth ritrovò la salma e la fece a pezzi spargendoli per tutto il Paese (in seguito, ogni provincia d Egitto avrebbe avuto una reliquia ed un santuario dedicato al dio defunto).

Al termine di una lunga ricerca Iside, accompagnata dalla sorella Nefti, recuperò i resti dispersi del marito (ad eccezione del membro virile) e con l’aiuto di Anubi ne ricompose il corpo smembrato sostituendo ciò che mancava con una replica d’argilla e utilizzando bende, oli resine e unguenti per tenere insieme i pezzi. Ancora cadavere, Osiride fu rinvigorito dalle arti magiche della sua sposa e in un ultimo soffio di vita riuscì a fecondarla (Immagine 7).

Immagine n. 7 Osiride sul suo letto funebre. La scultura proviene dalla tomba di Djer a Umm el-Qa’ab nei pressi di Abydos che, fin dall’antichità, fu considerata l’estrema dimora di Osiride. Fu un sovrano della XIII dinastia a fornire la camera funeraria di questo manufatto che mostra la procreazione di Horus operata da Osiride e da Iside (rappresentata in forma di sparviero). La scultura è stata inizialmente attribuita a un altro re della XIII dinastia, Khendjer, ma recenti esami delle iscrizioni hanno dimostrato che originariamente recava il nome di Djedkheperw. Medio Regno, approssimativamente risalente al 1772-1770 a.C. Diorite nera. Museo del Cairo (JE32090). (Foto: Christoph Gerigk © Franck Goddio / Hilti Foundation)

Ma, purtroppo, il dio aveva definitivamente lasciato il mondo terrestre per regnare nell’Aldilà (la Duat) e presiedere al tribunale oltremondano al quale si sarebbe dovuto presentare ogni defunto al fine di essere giudicato meritevole (o meno) della vita eterna. Tuttavia, l’ultima unione con la sua amata sposa avrebbe portato alla nascita del figlio Horus (Immagine n. 8), erede al trono d’ Egitto, legittimo, devoto e leale.

Immagine n. 8 Horo e Iside a fianco alla figura di Osiride rappresentato accovacciato e con i lineamenti del faraone Osorkon II. Pendente in oro del Terzo periodo intermedio (regno di Osorkon, II XXXII dinastia, ca. 874-835 a. C.). altezza: 9 cm; larghezza: 6,6 cm. Oro, lapislazzuli e vetro rosso. Museo del Louvre. (© ph. Guillaume Blanchard, 2004)

Anche Horus, però, dovette intraprendere una dura e lunga lotta (durata circa ottanta anni) con lo zio Seth per disputarsi il trono lasciato vacante da Osiride. Dopo una lunga serie di gare e cimenti, ben documentata nell’arte e nella letteratura egizia, il tribunale degli déi dichiarerà Horus vincitore e suo padre vendicato.

Ma questa è un’altra storia, anzi un altro straordinario mito di cui ci informa il papiro Chester Betty I, risalente all’epoca di Ramses V (fine della XX dinastia), ma che quasi certamente è l’adattamento di un racconto che già era noto nel Medio Regno.

Fonti: Franck Monnier: “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.245

David P. Silverman: “Antico Egitto”, pagg. 134-135

Edda Bresciani: “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, pag. 363”

Luce tra le ombre, Piramidi

I KHENTIU-SHE

Ne “La funzione di una piramide si è fatto cenno ad una comunità di individui operanti nella città della piramide, cui ci si riferisce con l’appellativo di “Khentiu-She”. Credo sia utile fornire qualche dettaglio in più su questo termine che ha posto non pochi problemi di interpretazione agli egittologi.

Dalle testimonianze scritte e pittoriche dell’Antico Regno conosciamo un gruppo di persone, indicate sotto il nome di khentiu-she (ḫntjw- š), che da un lato erano collegate al palazzo del sovrano in carica e, dall’altro, rientravano nel personale di culto dei templi piramidali reali. Il loro ruolo esatto e il loro significato sono difficili da comprendere, poiché le fonti disponibili non forniscono un quadro coerente. Molto è già stato scritto al riguardo e sono state proposte diverse traduzioni: “impiegato”, “residente della città delle piramidi”, “addetto”, “approvvigionatore”, “guardia”, “affittuario di terre”, “sacerdote khenti-she”, “servitore”.

Negli ultimi venticinque anni, i ritrovamenti di papiri nel tempio piramidale di Neferefra ad Abusir (Immagine n. 1) e gli scavi nella regione della capitale dell’Antico Regno intorno a Memphis e alle necropoli reali ad essa associate, hanno portato alla luce nuovo materiale che mantiene viva la discussione.

Immagine n. 1 I resti della piramide Neferefra ad Abusir (Immagine di pubblico dominio reperita su wikipedia, autore non attribuibile)

Il significato del termine

Per avvicinarsi al significato della denominazione ḫntj- š, si è ricorso innanzitutto ad un’analisi del termine stesso. Sono documentate molte grafie diverse, tra cui quelle con il segno della collina come determinativo (Immagine n. 2), ma senza alcuna differenza semantica riconoscibile.

Immagine n. 2 Una delle svariate grafie del termine ḫnt- š (lettura convenzionale Khenti-she) in geroglifico. Questa presenta, come determinativo il segno delle due colline.

Per quanto riguarda la struttura della parola, c’è un accordo di fondo sul fatto che ḫntj- š sia un termine composto. Esso è costituito dal termine di relazione ḫnt, seguito dal sostantivo š, la cui indipendenza è indicata dal trattino diacritico scritto occasionalmente (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Una diversa grafia del termine. In questo caso è presente il trattino verticale diacritico sotto il rettangolo che rappresenta un bacino, il cui valore fonetico è š (she).

Che non si tratti di una parola quadripartita ḫntŠè ulteriormente dimostrato dalla forma femminile ḫnt(j)t- š (Immagine n. 4) e dalla dettagliata grafia del plurale.

Immagine n. 4 Questa è la grafia del termine al femminile, caratterizzata dalla seconda semisfera (in realtà rappresenta una pagnotta). Il simbolo dell’acqua 👎 e la prima pagnotta (t) fungono da complementi fonetici del simbolo trilittero ḫnt (Khenti) a sinistra (i tre vasi). La seconda pagnotta è la desinenza -t del femminile. La traslitterazione è ḫnt(j)t- š, mentre la lettura convenzionale è Khentit-she.

La preposizione ḫnt significa “più avanti di”, che può avere un significato locale, ma è anche usato nel senso figurato di “numero uno, primo”; quest’ultimo spesso presente in epiteti di divinità*. Entrambi indicano una posizione di rilievo del portatore della denominazione rispetto a š. Tuttavia, le opinioni divergono su cosa implichi questa posizione, su cosa si intenda per š e, di conseguenza, sul modo in cui il portatore della designazione še l’intero termine ḫntj-š possano essere tradotti e interpretati.

š in relazione al significato di “stagno”, “giardino”, “tenuta/proprietà”.

La parola šha un’ampia gamma di significati. Le linee d’acqua all’interno del geroglifico suggeriscono un significato di base di “specchio d’acqua”, che può riferirsi sia a bacini naturali sia a bacini artificiali. Nel decreto di Pepy I, in favore delle due città piramidali di Snofru a Dahshur, gli stagni “š(w)” sono menzionati come base per la tassazione, insieme ai “mr”(canali e pozzi).

Lo scavo di uno stagno e la creazione di un giardino facevano parte della realizzazione della casa di un alto funzionario. Ad esempio, il funzionario Metjen, all’inizio della IV dinastia, riferisce di aver costruito una casa “pr” di 100 cubiti di lunghezza e 100 cubiti di larghezza, nella quale realizzò uno š molto grande e realizzò varie piantumazioni.

Le scene tombali indicano chiaramente che la designazione š poteva essere applicata all’intero giardino che circondava lo stagno. šera usato anche per designare vaste aree con alberi, pascoli per capre, aiuole di verdure, piantagioni di frutta, stagni con piante di loto e papiro e laghetti per uccelli abbastanza grandi da permettere alle barche di navigare. Simbolicamente, un giardino con uno stagno corrispondeva anche a un luogo di sepoltura, che era la dimora dell’esistenza ultraterrena** e avevano un significato che andava oltre la morte del proprietario, in quanto vi si producevano offerte per il suo culto funerario. Poiché le condizioni locali delle necropoli non consentivano di solito la costruzione di giardini tombali anche di piccole dimensioni, i tavoli per le offerte in forma di bacino ne assumevano magicamente la funzione***. Il simbolismo di questi giardini-stagno andava al di là di un significato puramente reale, come il rinfresco, la pulizia, la fonte di frutta e verdura o l’intrattenimento: in senso astratto, essi incarnavano l’idea di fertilità e rigenerazione, che avrebbero magicamente garantito ai defunti.

L’uso del termine šanche per i giardini più estesi e le aree periferiche del deserto può aver portato a uno spostamento di significato. In grafie come quella raffigurata in (Immagine n. 5), che riportano una t sotto la š, la š originale era probabilmente intesa come išt, col significato di tenuta/proprietà.

Immagine n. 5 In questa ulteriore grafia sotto il simbolo š è presente una t. Ciò sembrerebbe suggerire una lettura equivalente a “išt” col significato di tenuta, proprietà, dominio ecc.

Tali grafie potrebbero quindi non essere errori, ma reinterpretazioni del termine tradizionale****. Un documento in cui si può assumere il significato di šcome “tenuta” ed escludere un riferimento a uno specchio d’acqua è l’iscrizione tombale di Washptah, un visir vissuto durante la V dinastia, nella quale viene menzionato un oggetto in pietra calcarea, probabilmente un pezzo di corredo della tomba, ḥr š dt(.ỉ), “nella (mia) tenuta personale” nella città piramidale di Sahure. In definitiva, šaveva un’ampia gamma di significati, da “stagno” (reale e metaforico) a “giardino” (intorno a una piscina), fino a “tenuta”.

Continua…

* Cfr. ad esempio gli epiteti di Anubi ḫntj-Imntjw (primo degli occidentali), e ḫntj sḥ-nṯr (che precede la tenda di Dio). Anche per quanto riguarda i re defunti il termine “nella” della locuzione “nella loro piramide” , ḫntj era occasionalmente usato al posto della preposizione m, come ad esempio nel titolo di Netjeraperef dell’inizio della IV dinastia: ḥm-nṯr Snfrw ḫnt(j) ẖˁ-Snfrw – “sacerdote di Snofru primo della piramide “Snofru splende”. Tali grafie potrebbero quindi non essere errori, ma reinterpretazioni del termine tradizionale. Un documento in cui si può assumere il significato di S come “tenuta” ed escludere un riferimento a uno specchio d’acqua è l’iscrizione tombale di Washptah.

** Nella tomba di Ankhmahor, il š n(j) (pr-)dt “giardino della proprietà personale” è rappresentato quasi come un’istituzione astratta, personificata come un portatore di offerte.

*** Questo è particolarmente evidente in reperti nei cui angoli sono stati intagliati alberi di sicomoro o disegnate barche.

È verosimile interpretare “š” come lavoro realizzato in pietra?

Per š, è stato preso in considerazione anche il significato di “opera in pietra”.

L’iscrizione di Niankhsekhmet è spesso usata come prova di questa interpretazione. Il testo riporta che questo funzionario ricevette dal re due false porte. Sahura le fece completare nel portico di uno dei suoi palazzi e il lavoro fu eseguito in presenza del re stesso. La seguente scrittura, ḫpr šrˁ nb (Immagine n. 6) è stata finora valutata in due diversi modi: come opera (in pietra) o come area su cui sorgeva il palazzo con il portico.

Immagine n. 6: la scrittura in geroglifico della locuzione ḫpr š rˁ nb (lettura convenzionale, “kheper she ra neb”) interpretato erroneamente come lavoro realizzato in pietra.

Tuttavia, non ci sono altre prove per una traduzione di š come “lavorazione della pietra”. Il titolo ỉmj-r(3) š (Immagine n. 7), che compare spesso tra i capi delle spedizioni in cava, è stato apparentemente visto in questo contesto e tradotto come “supervisore del lavoro in cava” o “supervisore della lavorazione della pietra”.

Immagine n. 7: la qualifica ỉmj-r(3) š che compare spesso tra i capi delle spedizioni in cava.

Ma ciò non è convincente perché in questa interpretazione un’attività sarebbe equiparata all’oggetto lavorato (pietra) o al luogo di lavorazione (cava) e di solito, per le attività manuali, la parola utilizzata era “k3t”.

Che š in questo titolo non abbia nulla a che fare con “pietra” o “cava” è dimostrato dalla variante più dettagliata del titolo (immagine n. 8) ỉmj-r(3) š n mšˁ (“sorvegliante della š dell’esercito”), dove š si riferisce probabilmente al “recinto” dell’esercito di spedizione, cioè al suo accampamento, la cui creazione e manutenzione doveva essere organizzata e supervisionata da un membro dello staff esecutivo dell’esercito.

Immagine n. 8: una variante più dettagliata del medesimo titolo ỉmj-r(3) š n mšˁ (imi-ro she en mesha = sorvegliante della “she” dell’esercito)

Come dimostrano gli scavi di Wadi el-Jarf nel Golfo di Suez, questi accampamenti non erano solo luoghi di pernottamento per i partecipanti alle spedizioni, ma comprendevano anche zone per i vari tipi di lavoro artigianale necessari per le forniture e le attrezzature della spedizione, magazzini e luoghi di lavoro per i rispettivi amministratori. Per il termine ỉmj-r(3) š sarebbe quindi appropriata la traduzione “sorvegliante dell’accampamento”, mentre va scartato il significato di “lavoro (in pietra)”, “lavoro di cava”. Per š se ne ricava, quindi, un significato di area in cui le truppe di spedizione potevano accamparsi e venivano rifornite.

š inteso come distretto collegato al re

š si riferiva anche ai terreni su cui sorgevano gli edifici reali. Il capomastro del re Isesi, il visir Senedjemib-Inti, menzionò nella sua iscrizione funeraria la š di un edificio (il segno ḥwt con un disegno interno mal conservato) appartenente al palazzo ḥb-sd di Isesi con una dimensione di circa 525 x 231 m. Tali dimensioni sono paragonabili a quelle del complesso di Djoser. Pertanto, š probabilmente designava, in questo caso, il terreno di costruzione del grande recinto wsḫt in cui insistevano il palazzo cerimoniale e altre strutture di culto per la festa Sed del sovrano. Il re premiava i funzionari meritevoli nel š. I documenti venivano emessi in presenza del re nel š n pr-ˁ3 (she della Grande Casa). Un’ortografia con pr come determinativo (immagine n. 9) fa di š n pr-ˁ3 un’istituzione praticamente immateriale.

Immagine n. 9: š n pr-ˁ3 (she en per aa = la she della grande casa). In questo caso il simbolo per š ha come determinativo il primo rettangolo aperto alla base, in realtà la pianta di una casa, (non si legge, ma serve per chiarire la classe di appartenenza del termine she), al di sotto del quale vi è la preposizione “n” (della) espressa con il simbolo dell’acqua. Seguono gli altri due simboli “pr” e “ˁ3” che identificano la Grande Casa.

Una simile grafia si trova anche in un titolo che, purtroppo, non si è conservato completamente: imj-r(3) iz [///] š pr-ˁ3 ( “sorvegliante della camera di … della she della Grande Casa”. Un titolo che aveva una conformazione simile: ỉmj-r(3) sšrw nswt š pr-ˁ3 (supervisore della biancheria reale della she della Grande Casa), indica che i prodotti di valore, compresi i tessuti, erano conservati nella š  pr-ˁ3.

Poiché esistono poche sequenze di titoli in cui ỉmj-r(3) špr-ˁ3 è collegato a titoli come “supervisore della biancheria reale” e/o “supervisore dei gioielli del re”, il primo è stato tradotto anche come “supervisore della tessitura della Grande Casa”. Non essendoci altre connessioni tra š e la tessitura, il parallelo con il già discusso titolo imj-r(3) š (sorvegliante dell’accampamento) sembra essere più appropriato. Anche un insediamento (para)militare avrebbe senso come elemento della Grande Casa, dal momento che le forze militari erano direttamente assegnate al palazzo. Possiamo immaginare che si trattasse di un complesso permanente di edifici con alloggi per il personale, uffici amministrativi, strutture, magazzini per le attrezzature e per i preziosi proventi delle spedizioni. Il titolo ỉmj-r(3) š pr-ˁ3 può quindi essere inteso come “supervisore dell’accampamento del palazzo”. Poiché esiste anche una forma duale (Immagine n. 10) ỉmj-r(3) šwj pr-ˁ3, per il controllo generale è possibile che ci sia stato più di un accampamento, probabilmente due.

Immagine n. 10: il titolo di “ỉmj-r(3) š pr-ˁ3” è,in questa forma, espresso al duale “ỉmj-r(3) šwj pr-ˁ3” (imi-ro shewy per aa = sorvegliante delle due she della Grande Casa).

Questi titoli di sorvegliante dimostrano che š n pr-ˁ3 era un’area distinta che apparteneva al palazzo ma non necessariamente era identificabile con esso.

La “she della Grande Casa” comprendeva anche strutture di culto. Lo indica una manifestazione particolare del dio del sole: Rˁ-ḥr-š -(n)- pr-ˁ3 (Ra nel recinto del palazzo). La presenza parallela di un Ḥwt-Ḥr-ḥr-n- pr-ˁ3 (Hathor nella she del palazzo) in una voce della pietra di Palermo (Immagine n. 11), che in precedenza è stata ignorata a causa di un’interpretazione errata, depone contro la traduzione di š n pr-ˁ3 come “lago del palazzo”, come ritenuto da Goelet e Bogdanov.

Immagine n. 11: dettaglio della sezione della pietra di Palermo riguardante Neferirkara (ripresa da Wilkinson e ridisegnata dall’ autore) in cui si rileva l’espressione Ḥwt-Ḥr-ḥr-n- pr-ˁ3 (Hathor nella she del palazzo).

Qui la donazione di un altare ciascuno per Ra e Hathor “nella she della Grande Casa” (ḥrš n pr-ˁ3) è riferita Neferirkara. Si potrebbe obiettare che š n pr-ˁ3 non indichi la posizione dei due altari, ma faccia parte del nome delle divinità. Però, gli altari sono scritti tra i nomi delle divinità e il toponimo ḥrš n pr-ˁ3. Dai titoli dei sacerdoti sappiamo che Hathor era venerata, tra le altre divinità, in santuari ed almeno alcuni di essi furono costruiti nella “š n pr-ˁ3”. Il già citato capomastro Senedjemib/Inti riferisce, ad esempio, di aver curato la decorazione della “cappella mrt di Isesi che si trova nel “š n pr-ˁ3” (Immagine n. 12). Una cappella mrt in un “š n pr-ˁ3” è attestata anche per Teti.

Immagine n. 12: l’iscrizione ci informa della cappella “mrt” di Isesi che si trova nel “š n pr-ˁ3”

Poco si conosce in merito a questo tipo di santuario, che è sempre associato al nome di un re. Il loro culto si concentrava principalmente su Hathor, ma anche su suo figlio Ihi e sul sovrano. Da ciò nasce l’ipotesi che i santuari mrt fossero luoghi del matrimonio simbolico del re-Horus con Hathor per aumentare la fertilità non solo della coppia reale ma anche di uomini, animali e campi”.

**** Ciò può valere anche per la definizione di personale ḫntj-š (Khentiw-She)

Fonte: The Khentiu-she di Petra Andràssy(Humboldt-Universität zu Berlin)

Necropoli tebane

TT322 – TOMBA DI PENSHENABU

 

Epoca:                                   Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Penshenabu[5]Servo del Luogo della VeritàDeir el-MedinaXIX-XX dinastia 

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile il nome della moglie, Tentnubt[6].

La tomba

TT322 presenta una cappella funeraria e un appartamento sotterraneo[7] il cui pozzo di accesso si apre nei pressi della cappella. Sulle pareti della cappella funeraria: frammenti di architrave (1 in planimetria[8]) con la barca di Ra; sulle pareti scene varie (2-3-4) con la coppia presentata da Anubi a Osiride. Nella nicchia di fondo (6) statua del defunto inginocchiato (Museo Egizio di Torino, cat. 3032). Sul soffitto i nomi del defunto e della moglie[9].

Pianta del pozzo di accesso e dell’appartamento sotterraneo di TT322

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 393.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 393.

[7]      Bruyere 1925, tavola II, pp. 72-73.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.           

[9]      Porter e Moss 1927, pp. 393-394