Necropoli tebane

TT333 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Epoca:                                   XVIII dinastia (Amenhotep III?)

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciuto[5]Non notoDra Abu el-Naga XVIII dinastia (Amenhotep III ?) 

 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[6].

La tomba

Planimetricamente TT333 è strutturata con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo: a una sala trasversale segue una sala perpendicolare alla precedente.

Un breve corridoio (1 in planimetria[7]), sulle cui pareti sono rappresentati il defunto e la moglie, immette nella sala trasversale; sulle pareti: un prete (2), seguito da tre uomini, offre libagioni.

Su altra parete (3), il defunto offre aromi su un braciere (?) mentre uomini trasportano giare di vino.

Sul lato corto della sala (4), in due registri sovrapposti, un prete in offertorio dinanzi a Osiride e alla dea dell’Occidente (Hathor); poco oltre (5) persone, suppellettili funerarie, giare di vino e altre offerte.

Un secondo corridoio dà accesso alla sala perpendicolare; sulle pareti: scena di tre divinità femminili (non specificate) (6); scena del trasporto funebre della mummia (7) verso la piramide della tomba; misurazione del grano (8), uomini con capi di vestiario (9) e portatori di giare di vino; una fanciulla (10) (forse una figlia) in offertorio al defunto e alla moglie (?).

Sul fondo una nicchia (11) recante un prete, portatori di offerte con rami di palma e una prefica piangente[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 399.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 399.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 9.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 399.

Necropoli tebane

TT332 – TOMBA DI PENRENUTET

Epoca:                                   Periodo ramesside (XIX-XX dinastia)

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Penrenutet[5]Capo degli ispettori del granaio dei possedimenti di AmonDra Abu el-NagaXIX-XX dinastia 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile; benché sia rappresentata la moglie, di questa non è identificabile il nome[6].

La tomba

TT332 è costituita da una sala trasversale da cui si accede ad una piccola cappella. Sulle pareti: il defunto con la moglie e alcuni preti (1 in planimetria[7]) dinanzi a una divinità non identificabile; poco oltre (2) il defunto e la moglie in adorazione di Osiride, Iside e Nephtys.

Anche in altra parete (3) il defunto adora una divinità non identificabile; segue (4) scena del defunto che suona un sistro in presenza di Ahmose Nefertari.

Un breve corridoio dà accesso alla cappella; sulle pareti: il defunto e la moglie (5-6) adorano una divinità seduta sotto un padiglione; su altre pareti (7-8) scene da banchetto funebre in presenza del defunto e della moglie.

Sul fondo della cappella (9) il defunto e altri offerenti; ai lati due rappresentazioni umanizzate del pilastro Djed[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115..

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 399

[6]      Porter e Moss 1927, p. 399.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 9.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 399.

Necropoli tebane

TT331 – TOMBA DI PENNE detto anche SUNERO

Planimetria schematica della tomba TT331[1] [2]

Epoca:                                  Periodo ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Penne (detto anche Sunero)[5]Primo Profeta di MonthuSheikh Ab del-QurnaXIX-XX dinastia 

Biografia

Hatiay (TT324), Supervisore dei Profeti di tutti gli dei, Capo dei Profeti di Sobek e Scriba del tempio di Monthu, fu suo padre, Iuy sua madre e Maiay, responsabile dell’harem di Monthu, fu sua moglie[6].

La tomba

Una lunga scala di 25 gradini (con al centro uno scivolo per un più agevole trasporto del sarcofago) dà accesso a una corte poligonale[7] in cui si apre l’ingresso a TT331 e alla TT55 del Visir Ramose.

Due stele, incompiute e oggi illeggibili, fiancheggiano l’ingresso (1 nero in planimetria[8]).

Alla TT331 si accede per il tramite di un corridoio (1 rosso in planimetria[9]) in cui è raffigurato il defunto, seduto, sovrastato da testi sacri e di offertorio; altre scene vedono il defunto e la moglie, sotto le cui sedie sono rappresentati, rispettivamente, una scimmia e un gatto, assistere al concerto tenuta da un’arpista e adorare Osiride in onore del quale sono riportati inni sacri.

Planimetricamente la tomba si presenta con forma a “T” capovolta tipica delle sepolture del periodo, benché la sala trasversale sia inclinata rispetto all’asse che è tuttavia, a sua volta, leggermente curvo; un breve corridoio immette in una sala quadrata il cui soffitto è retto da quattro pilastri.

Sulle pareti: scene (2) di pesca e uccellagione (?), nonché di raccolta del papiro (?); su altra parete (3), su tre registri sovrapposti, brani tratti dal Libro delle Porte e uomini con candele e torce. Il corridoio di accesso alla sala colonnata ospita sull’architrave esterno (4), molto danneggiato, scena con la moglie in presenza del nome e dei titoli del defunto; sugli stipiti, altrettanto danneggiati, il defunto e la moglie in adorazione di Osiride (?).

Dalla TT331 provengono frammenti di una statua del defunto inginocchiato[10].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115..

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 398

[6]      Porter e Moss 1927, p. 398.

[7]      Forma verosimilmente derivante da preesistenti accessi ad altre tombe.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 9.

[9]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 9.

[10]     Porter e Moss 1927, p. 398.

Necropoli tebane

TT330 – TOMBA DI KARO

Planimetria schematica della concentrazione e sovrapposizione delle tombe TT8-10-211-321-322-323-330[3]

Epoca:                                   XIX dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoliDinastia/PeriodoNote
Karo[4]Servo del Luogo della VeritàDeir el-MedinaXIX dinastia 

Biografia

Genitori di Karo furono Simut e Pashedu; il nome della moglie era Takha[5].

La tomba

TT330 è ubicata in un’area complessa in cui trovano luogo,e si sovrappongono, diverse sepolture.

Da una cappella superiore, in cui si trovano gli unici rilievi leggibili, si accede, per il tramite di un pozzo verticale all’appartamento sotterraneo costituito da più locali tra cui la camera funeraria.

Sulle pareti della cappella: il defunto e la moglie in presenza di Osiride (1 in planimetria[6]) e, su tre registri sovrapposti (2), il defunto e la moglie in presenza di Anubi; il defunto che offre libagioni ai genitori; parenti dinanzi al defunto a ad altri familiari.

Proviene da questa tomba una stele, e frammenti di stele[7], con il defunto in presenza di cinque divinità; il padre in presenza di Osiride e Anubi seduti e il defunto da solo[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole tombe non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle sepolture, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      Porter e Moss 1927, p. 398.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 398

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[7]      Oggi al Museo egizio di Torino (cat. 1636-1931-1938).

[8]      Porter e Moss 1927, p. 398

Necropoli tebane

TT329 – TOMBA DI MOSI e annesso

(MOSI e IPY)

Epoca:                                  Periodo ramesside (XIX-XX dinastia)

Titolare

TitolareTitoloNecropoliDinastia/PeriodoNote
Mosi[3]Servo del Luogo della VeritàDeir el-Medina XIX-XX dinastiala tomba ha un annesso, sepoltura di Mosi, forse un nipote del titolare, e di Ipy, forse suo figlio, tutti Servi del Luogo della Verità

 

Biografia

TT329 è costituita dalla tomba principale di Mosi e da un annesso che ospitava altri defunti: Mosi, omonimo, ma forse nipote del primo, e Ipy, forse figlio.

Henutwat era il nome della moglie del Mosi titolare della TT329, mentre Katet[4] era quello della moglie del Mosi dell’annesso. Di quest’ultimo è noto anche il nome del padre, Iohnufer. Baket era, infine, il nome della moglie di Ipy[5].

La tomba

Si accede a TT329 da un cortile su cui si aprono due cappelle funerarie, prive di scene parietali leggibili, mentre, in un cortile adiacente, si apre l’ingresso all’annesso.

Da una delle due cappelle si può accedere all’appartamento sotterraneo per il tramite di un pozzo verticale; nel corridoio che immette nella camera funeraria di TT329, sull’architrave esterna, il disco solare adorato da alcuni ba (1 in planimetria[6]) in presenza dei simboli dell’Occidente. Sugli stipiti, testi sacri per l’apertura delle porte dell’aldilà.

Furono qui rinvenuti frammenti del coperchio del sarcofago del titolare; provengono inoltre da questa tomba frammenti di rilievo con il defunto inginocchiato e testi sacri dedicati a Ra.

Nel cortile prospiciente l’annesso, una stele con il defunto Mosi (TT329) insieme al secondo Mosi e a Ipy (oggi al Louvre); sul retro della stele, coperti originariamente dalla medesima, su due registri sovrapposti un uomo e un fanciullo in presenza di Thot e l’abbozzo di un uomo e una donna.

Nel corridoio dell’annesso (3) i resti di scene della processione funebre[7].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[4]      Nome rilevabile da una stele oggi al Louvre (cat. C280).

[5]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[7]      Porter e Moss 1927, pp. 397-398.

Piccola Guida Turistica, Tombe, XX Dinastia

LA TOMBA DELLA REGINA TYTI (QV52)

La regina nelle vesti di un sacerdote Iunmutef mentre effettua un’offerta di incenso. https://commons.m.wikimedia.org/…/File:QV52_Tomb_of…

Biografia della regina ed introduzione alla descrizione della tomba

Tyti era una sovrana della XX dinastia, ma di lei si sa poco, poiché la sua tomba nella Valle delle Regine reca iscrizioni che la identificano come figlia, sorella, moglie e madre di un re ma che non offrono indicazioni che consentano di dedurre la sua esatta collocazione nell’albero genealogico di Ramses III.

Per anni gli studiosi hanno discusso il tema ed oggi sembrano essere giunti unanimemente alla conclusione che ella fu una delle Grandi Spose Reali del sovrano e forse madre di Ramses IV (ruolo che altri attribuiscono invece alla Grande Sposa Reale Iside-Ta-Hemdjert); l’egittologo francese Christian Leblanc suggerisce che potrebbe essere stata anche la madre dei principi Khaemwaset, Amonherkhepeshef e Ramses-Meryamun per via della decorazione molto simile delle loro tombe.

La sovrana davanti ad uno dei figli di Horus
da https://en.wikipedia.org/wiki/Tyti

Stranamente Tyti è raffigurata in alcune scene molto giovane, il che porta ad ipotizzare una morte prematura, in altre come una donna di mezza età, con un’acconciatura elaborata ed un copricapo piumato; sulla parete destra del corridoio che conduce alla camera funeraria, addirittura, appare nelle vesti di un sacerdote ritualista Iwn-mwt.f (da non confondere con l’omonima divinità, aspetto del dio Horus), nell’atto di offrire incenso.

Camera laterale destra – La regina scuote due sistri e rende omaggio ai Quattro Figli di Horus.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Parigi) per pubblico dominio (con attribuzione)

La tomba, notevolmente danneggiata in seguito a riutilizzi successivi databili al Terzo Periodo Intermedio, riproduce in scala minore i grandi ipogei reali del suo tempo in quanto è costituita da un lungo corridoio piano scavato nella falesia che conduce ad una camera sepolcrale circondata da annessi su tre lati.

L’ingresso della tomba scavato nella falesia

Tutto il protocollo decorativo rappresenta il viaggio che la sovrana defunta compie nell’Aldilà per raggiungere la Sala del Giudizio di Osiride, ed il momento in cui rende omaggio agli dei dell’Oltretomba ed incontra le creature ibride descritte nei testi funerari.

La decorazione della tomba

Il corridoio, la camera sepolcrale e gli annessi della tomba sono decorati con rilievi leggermente scolpiti, in origine dipinti con colori caldi su uno sfondo di intonaco bianco, grigio o giallo dorato.

Molte scene che decoravano le pareti della tomba sono andate perdute con il trascorrere dei millenni ed i colori di altre si sono sbiaditi; come già rilevato, la sovrana defunta è rappresentata mentre si avvia alla Sala della psicostasia rendendo omaggio agli dei ed incontrando i demoni dell’Oltretomba.

Una barca solare raffigurata sulla parete di fondo della camera funeraria.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Parigi) per il pubblico dominio (con attribuzione)

Gli stipiti dell’ingresso del sepolcro contengono i titoli di Titi ed i testi ad ella riferiti; la parte sinistra del corridoio conserva scene che la mostrano davanti a Ptah assiso nel suo santuario, Ra-Horakhty, Imset, Duamutef e Iside; sul lato destro si trova accanto a Ma’at e mentre rende omaggio a Thoth, Atum, Hapi, Qebsenuef e Nephthys scuotendo due sistri.

Thot e due dei Figli di Horus, a questo link: http://www.luxor-west-bank.com/qv52-tyti.html

Qebehsenuf con la testa di falco e Duamutef con la testa di sciacallo, sono due dei Quattro Figli di Horus ai quali la regina rende omaggio.
I “Figli di Horus” sono le quattro divinità preposte alla protezione degli organi interni dopo la mummificazione, che aiutarono Anubi ad imbalsamare il corpo di Osiride e divennero per questo patroni dei canopi.
Gli altri due erano Hapi con la testa di babbuino ed Imset, o “Amseti”, raffigurato con testa umana.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Paris) per pubblico dominio

Un portale scolpito sull’architrave con un’immagine di Nekhbet ad ali spiegate e con raffigurazioni di Neith e Selkis conduce alla camera funeraria, il cui soffitto è decorato con stelle bianche su sfondo dorato; questa stanza ha forma quadrata ed annessi su ciascun lato.

Particolare dell’architrave dell’ingresso della camera sepolcrale con un’immagine di Nekhbet ad ali spiegate. https://thebanmappingproject.com/tombs/qv-52-queen-tyti, fotografia di Bianca van Sittert & Briana Jackson

Sulla parete a sud (quella di fondo) sono rappresentate barche solari e la regina che scuote un sistro davanti ai Quattro Figli di Horus ed agli dei Geb, Nefertum ed Harheken accovacciati; la parete nord (quella che la divide dal corridoio) mostra a sinistra dell’ingresso demoni guardiani.

Uno dei guardiani in forma leonina che appaiono sulla parete nord della camera sepolcrale.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Paris) per pubblico dominio.

Sulla parete est è dipinto un cancello presidiato da due babbuini e da una scimmia e creature mostruose in forma di avvoltoio ed ippopotamo descritti nei libri funerari, mentre sulla parete ovest sono raffigurati i guardiani dell’oltretomba.

Demone dell’Oltretomba, armato di coltelli.
da Trip Advisor, fotografia di Michele L.

I tre annessi laterali erano destinati a ospitare il corredo funerario della regina; quello posto sulla parete destra della camera sepolcrale mostra demoni con teste di sciacallo, serpente e coccodrillo che sorvegliano i vasi canopi, le anime di Pe e di Nekhen e la dea Hathor in forma bovina che esce dalla montagna tebana davanti ad un sicomoro alla destra del quale vi è la defunta in posa di venerazione.

Le anime di Pe (con la testa di falco) e di Nekhen (con la testa di canide) che figurano sulla parete destra della camera sepolcrale, raffigurate mentre compiono il tipico gesto con il quale salutavano il sovrano defunto nei riti di purificazione davanti agli dei.
Con il termine “Anime di Pe e di Nekhen” o “Seguaci di Horo” si indicano i mitici sovrani predinastici del Basso e dell’Alto Egitto che identificano le antiche forze spirituali delle due metà del Paese.
Pe infatti era l’antica Buto, mitica capitale del Basso Egitto, Nekhen invece era Hierakonpolis, antica capitale dell’Alto Egitto. 

Il soffitto della camera sepolcrale, da Trip Advisor, fotografia di Susan C.
La dea Hathor in forma bovina che esce dalla montagna tebana; dinanzi a lei un sicomoro dal quale esce una dea e la regina Titi adorante. Da Osirisnet

Nella camera opposta, il cui pavimento è crollato, ci sono tracce di una scena di Osiride oltre a raffigurazioni di Tyti di fronte ai figli di Horus.

Una delle camere laterali contiene la già citata raffigurazione della regina come sacerdote Iunmutef.

Anche le raffigurazioni dell’annesso posteriore sono abbastanza ben conservate. Su entrambi i lati dell’ingresso della parete anteriore la regina appare di nuovo in posizione di adorazione; sul lato sinistro della parete si trovano i Figli di Horus, mentre Geb, Nut, Nefertem e Harhekenu nelle vesti di Osiride siedono davanti a tavoli d’offerta con del cibo (pane). Sotto i tavoli ci sono brocche d’acqua.

Parte di una scena nell’annesso con il pavimento crollato.
Fotografo: Francois Oliver (Meretseger Books, Paris) per pubblico dominio.

I quattro figli di Horus sono visibili anche sul lato destro della parete unitamente ad Hu, Sia, Shu e Tefnut, anch’essi con aspetto osiriforme. Sulla parete posteriore Nephthys e Thoth, nonché Neith e Selket rendono omaggio ad Osiride.

Particolare della scena che compare ai lati dell’ingresso dell’annesso posteriore: divinità mummiformi siedono davanti a tavoli d’offerta recanti del pane, sotto i quali ci sono brocche d’acqua.
Da Trip Advisor, fotografia di Jean Sebastien 9276
Demoni dell’Oltretomba: si noti quello a destra con il viso di fronte, anzichè di profilo. Da Trip Advisor, fotografia di Susan C.

BIBLIOGRAFIA AGGIUNTIVA:

Grist, Jehon. “The Identity of the Ramesside Queen Tyti.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 71, 1985, pp. 71–81. JSTOR, https://doi.org/10.2307/3821713.

I crediti delle immagini si trovano nelle didascalie delle stesse.

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

TOMBE DELLA I e II DINASTIA

INTRODUZIONE

La conquista delle regioni del Nord, operata dai loro vicini meridionali intorno al 3100 a.C., fece dell’Egitto un territorio unificato che si estendeva dal mar Mediterraneo sino alle porte della Nubia. Sotto la I Dinastia regnante gli abitanti perpetuarono le loro usanze funerarie beneficiando sia di risorse centralizzate sia di innovazioni apportate da una società in piena evoluzione. Nel contempo, le sepolture reali assumevano proporzioni sempre più imponenti e il culto funerario divenne più sofisticato. Distanti dalle tombe reali, furono realizzati grandi recinti in mattoni decorati secondo lo stile a “facciata di palazzo”. Tra questi, figura una delle più antiche strutture di questo tipo al mondo: lo “Shunet ez-zebib” (Immagine n. 1) di Abydos, fatto erigere dal re Kasekhemui della II dinastia.

Immagine n. 1 La parete nord-orientale del recinto di Khasekhemui (Shunet ez-zebib) che presenta ancora nicchie ben conservate (© isawnyu – https://www.flickr.com/photos/34561917@N04/7257223708/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=35697077)

Sebbene si supponga che questo edificio abbia qualche legame con la celebrazione delle feste giubilari post mortem, la sua funzione esatta resta ancora misteriosa; è, però, indubitabile che tutto concorre a lasciar pensare che sia stato fonte di ispirazione per il complesso funerario di Djoser.

Dopo l’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, la residenza reale fu stabilita a Menfi, ma i re della I Dinastia non abbandonarono la tradizione dei loro antenati predinastici e continuarono a farsi seppellire ad Abydos. La sequenza di questi sovrani è impressa sui sigilli rinvenuti nelle tombe di Den e Qaa (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Hetepdjef inginocchiato, con una parrucca scalare e un corto gonnellino comunica il suo nome sulla base della statua. Dietro la spalla destra si leggono i nomi di Horo dei primi tre sovrani della II Dinastia: Hotepsekhemwy, Raneb (o Nebra) e Ninetjer. Probabilmente Hetepdjef servì il culto di questi tre re durante la III dinastia. Museo del Cairo JE 34557 (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 62)

La II Dinastia rimane, invece, uno dei periodi più oscuri della storia egizia. I nomi di Horo (così identificati in quanto il nome del sovrano è inscritto nella raffigurazione di un serek sormontato da un falco) dei primi tre re HotepsekhemwyRaneb (o Nebra) e Ninetjer, sono incisi sulla statua di un sacerdote a Mit Rahina (Immagine n. 2). I sigilli di Hotepsekhemwy, provenienti dalla tomba di Qaa (Immagine n. 3) a Umm el-Qaab, provano che questo sovrano fu responsabile della sepoltura dell’ultimo re della I Dinastia e che non ci fu interruzione tra le due case regnanti.

Immagine n. 3 Questa impronta di sigillo dell’epoca di Den (I Dinastia), cita Narmer, Den e anche sua madre Meretneith, poi omessa. Il reperto fu trovato presso la scala della tomba di Den. Nella parte inferiore, il testo di sigillo a cilindro ricostruito fornisce i nomi del dio sciacallo della necropoli, Khentyamentiu (“il primo degli occidentali”, ossia il defunto) e dei re sepolti a Umm el-Qaab in ordine cronologico invertito (da sinistra a destra): Qaa, Semerkhet, Adjib, Den. Djet, Djer, Aha e Narmer. Le impronte sono state rinvenute nella tomba di Qaa su grumi di argilla usati come chiusure per cofani e altri tipi di contenitori (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 63) 

Verso la fine della dinastia, l’unità dell’Egitto fu temporaneamente interrotta e i due ultimi monarchi, Peribsen e Khasekhemwy costruirono le loro tombe ad Abydos.

Statue di Khasekhemche cambiò successivamente il suo nome in Khasekhemwy*, ci informano della repressione di disordini nel Basso Egitto. A lui successe Netjeriket (meglio noto come Djoser) che riportò a Saqqara il luogo di sepoltura.

Il potere e l’attaccamento del sovrano al suo entourage erano tali che veniva accompagnato nel suo viaggio ultraterreno da una schiera di servitori, cortigiani e animali. Alcuni di essi furono sepolti in piccole tombe sussidiarie accuratamente disposte intorno alla mastaba reale. Quella di Djer, a Umm el-Qaab, ad esempio, ne contava non meno di 580! Sebbene alcuni storici propendano per l’ipotesi che si tratti di sepolture sacrificali, l’archeologia ha chiaramente dimostrato che non tutte le sepolture erano contemporanee a quella del re e la diversità degli individui e lo status elevato di alcuni di essi sembrerebbe escludere che si sia potuto strapparli brutalmente dalle loro funzioni. La questione, nondimeno resta molto dibattuta, con evidenze a favore dell’una o dell’altra possibilità. Comunque sia, l’usanza scomparve già con la II dinastia, ove si eccettui il caso della tomba di Khasekhemwy, dove la presenza di ossa umane nelle otto sale da adito a qualche dubbio.

Successivamente, i dignitari delle regioni settentrionali ottennero questo privilegio anche per se stessi, per cui Menfi, punto strategico tra il Delta del Basso Egitto e la Valle dell’Alto Egitto, divenne, sotto la II Dinastia, il centro amministrativo egizio, lontano dalla prima residenza reale situata a Thinis.

Gli alti funzionari della regione avevano visto crescere considerevolmente il loro potere e non esitarono ad ostentarlo erigendo delle mastabe sontuose. Profusamente dipinte, esse riproducevano ossessivamente sulle loro pareti la decorazione a “facciata di palazzo” (detta anche “architettura a nicchie”), il cui geroglifico, il “serekh”, era il simbolo per eccellenza del potere regale. Adottando questa tipologia costruttiva si mirava a rievocare le forme di un primitivo palazzo trasferendole ad una costruzione funeraria o religiosa molto colorata e arricchita con assemblaggi di oggetti in legno e stuoie (immagine n. 4).

Immagine n. 4 Ipotetica ricostruzione di una mastaba arcaica della regione menfita (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.25).

Questa “escalation” e il lusso esibito rivaleggiavano con tutto ciò che la corte era in grado di realizzare, al punto che, per ricordare in modo inequivocabile il suo status, Djoser costruì un complesso funerario a ovest di Menfi, così alto e vasto che nessuno avrebbe mai più potuto eguagliare le capacità del sovrano.

* L’identificazione di Khasekhem con Kasekhemwy costituisce ancor oggi motivo di dibattito tra gli studiosi divisi tra le due possibilità: si tratta di due sovrani diversi oppure di un solo re che, in un particolare momento del suo regno, volle cambiare nome? Certamente, la stretta somiglianza dei nomi crea non pochi interrogativi ed esistono indizi a favore dell’una o dell’altra ipotesi. L’unica informazione certa è che mentre è stata ritrovata ed esplorata la tomba di Khasekhemwy, risulta mancante quella di Khasekhem. I sostenitori dell’identificazione Khasekhem-Kasekhemwy, sostengono che, dopo la parentesi sethiana di Peribsen, che era ritornato ad Abydos a causa dei dissensi con i seguaci di Horo, sia salito al trono Khasekhem (il cui nome significa “il Potente si è manifestato”), che avrebbe intrapreso una decisa operazione politica e militare di pacificazione; raggiunto lo scopo e riunito le Due Terre, avrebbe assunto il nuovo nome di Khasekhemwy (“i due Potenti si sono manifestati”) ed iscritto il suo prenomen nel serekh sormontato dal falco di Horo e dall’animale di Seth.

LE TOMBE REALI DELLA I DINASTIA AD ABYDOS

La necropoli reale arcaica di Abydos, nota come “Umm el-Qaab” (“madre dei vasi” in arabo), si estende nel deserto ad un chilometro e mezzo circa di distanza dalle terre coltivate, di fronte ad una impressionante scarpata di arenaria e ad est di un largo wadi. Gli scavi in questa zona furono iniziati dall’archeologo Émile Amelineau tra il 1895 e il 1898 e proseguirono tra il 1899 e il 1901, sotto la direzione di William Matthew Flinders Petrie, che portò alla luce otto vasti complessi della I Dinastia, due della II e alcune tombe arcaiche. L’illustre egittologo britannico analizzò anche i vasti recinti che facevano parte degli insediamenti funerari.

Immagine n. 5 Planimetria del cimitero di Umm el-Qaab (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 65)

La necropoli sembra essersi sviluppata lungo lo wadi, in direzione nord-sud dove sono stati individuati tre sezioni ben definite (Immagine n. 5):

1. Il cimitero “U” comprendente tombe del periodo Naqada I e sepolcri d’élite del tardo Periodo Predinasticoa nord.

2. Il cimitero “B”, con tombe reali della cosiddetta “Dinastia Zero” e della prima metà della I Dinastia, al centro.

3. I complessi tombali di sei re e di una regina della I Dinastia, a sud.

Ad eccezione delle più remote tumulazioni predinastiche, consistenti in semplici fosse e qualche sepolcro con rivestimento in legno, le tombe, sia le più piccole, sia quelle di dimensioni maggiori presentano camere ipogee di forma rettangolare, rivestite in mattoni che, in passato, dovevano essere ricoperte con legno stuoie e mattoni e, molto probabilmente, sovrastate da un tumulo di sabbia. Sembra che il cimitero “U”, durante il periodo Naqada I (o amraziano, circa 3900-3650 a.C) e fino agli inizi del Naqada II (o gerzeanocirca 3650-3300 a.C.) fosse un semplice sepolcreto, ma a partire dal tardo Naqada II, fu riservato all’élite. Le grandi tombe a camera singola e multipla, con ogni probabilità sono da attribuire ad una serie di capi e ai loro congiunti, oltre che ad una serie di sovrani precedenti quelli della “Dinastia Zero” che furono sepolti nel cimitero “B”.

Particolare rilievo riveste la tomba “U-J”, scoperta nel 1988 i cui campioni analizzati al carbonio 14, hanno restituito una datazione di circa 150 anni antecedente la I Dinastia. Il vasto sepolcro, contenente 12 camere, misura 9,10×7.30 metri; presenta un rivestimento di 1,55 metri di spessore e la sua parte superiore giace circa mezzo metro sotto il livello del deserto. Le evidenze anno permesso di concludere che fu costruita in due fasi distinte. In origine era composta da nove piccoli vani collocati ad est dell’ampia camera sepolcrale e, probabilmente, riecheggiava il modello di un palazzo (Immagine n. 6) con un atrio o una corte centrale, ma successivamente furono aggiunti due nuovi ambienti a sud.

Immagine n. 6 Questo disegno ricostruttivo permette di visualizzare un palazzo predinastico. Seguendo la planimetria di U-J, la tomba più elaborata del periodo, il palazzo di un sovrano doveva consistere di un vano di ingresso, di una stanza centrale, dal soffitto più alto e di camere utilizzate come magazzini a sinistra, mentre gli appartamenti privati erano situati nella parte posteriore. Una camera di servizio, o cucina era accessibile direttamente tramite un’entrata separata (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 65)

Tutte le camere sono connesse tra loro grazie ad una o due piccole aperture. Nonostante fosse stata ampiamente saccheggiata, la tomba conteneva ancora un abbondante corredo funerario consistente in numerosi oggetti in avorio e osso, circa 150 placchette con brevi iscrizioni (Immagine n. 7), abbondante vasellame egizio di vario genere e oltre 200 giare di vino proveniente da Canaan.

Immagine n. 7 Le piccole etichette in osso e in avorio con geroglifici arcaici rinvenute nella tomba U-j erano fissate a contenitori per indicare l’origine del prodotto. Le incisioni costituiscono esempi primitivi di scrittura. Nella prima a sinistra, molto probabilmente, l’albero e il cane indicano la provenienza da una proprietà agricola (l’albero) fondata da un sovrano il cui nome sarebbe stato “cane” o “sciacallo”. Quella centrale ci mostra una cicogna (valore fonetico “ba”) e un seggio (valore fonetico “st”), probabile riferimento alla città di Bubasti, nel Delta. Infine, la terza presenta un elefante (“ab”) con al di sotto tre montagne stilizzate (“dju”). Probabilmente, un chiaro riferimento alla città di Abydos

La camera sepolcrale, che presentava tracce di un tabernacolo ligneo, restituì uno scettro pastorale intatto in avorio, provando senza ombra di dubbio che il proprietario della tomba fosse un sovrano (Immagine n.8).

Immagine n. 8 lo scettro in avorio rinvenuto nella tomba U-j. Museo egizio del Cairo.

Le placchette incise con numeri o con geroglifici (massimo quattro), mostrano una grafia già abbastanza sviluppata. I numeri sembrano indicare misure di pezze di stoffa, mente ai segni era probabilmente affidata l’indicazione di provenienza di diverse merci. Alcuni di questi sono chiaramente leggibili e menzionano istituzioni amministrative, proprietà regie o località quali Buto Bubastis nel Delta. Una notevole quantità di vasi, ad anse ondulate, presenta anche uno o due grandi segni realizzati con inchiostro nero. Il grafema più frequente è uno scorpione talora associato ad una pianta, sicché la sua lettura potrebbe essere “tenuta di Scorpione”. Considerata l’alta frequenza di questa indicazione, è più che ragionevole concludere che nella tomba fu sepolto un re di nome “Scorpione”

Il cimitero “B” comprende tre tombe a doppia camera, appartenute agli ultimi sovrani della Dinastia ZeroIry-Hor (B 1/2), Ka (B 7/9) e Narmer (B 17/18) (Immagine n. 9) oltre ai complessi tombali dei primi due re della I DinastiaAha (B10/15/19+16), e l’effimero Athotis (B 40/50).

Immagine n. 9 La tomba di Narmer (B17/18). Cimitero B, Umm el-Qaab, Abydos (© Wikipedia,autore sconosciuto)

Mentre le tombe a doppia camera si presentano piuttosto modeste e perfettamente conformi alla tradizione predinastica, il complesso di Aha (Immagini n. 10-11), costituito da tre grandi camere e da una serie di sepolture sussidiarie, segna il passaggio all’architettura monumentale, riflettendo l’inizio di una nuova era contrassegnata dall’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto sotto un unico sovrano.

Immagini n. 10-11 In queste riprese sono visibili le fosse ausiliarie e le camere principali della Tomba di Aha/Menes costruita in scala molto più grande rispetto a quelle dei predecessori. Per la prima volta si osservano sepolture sussidiarie allineate. Sparse nei vani furono rinvenute ossa di giovani, forse, sacrificati per servire il sovrano nell’Aldilà. Le camere grandi contenevano tabernacoli di legno. Il re fu sepolto, probabilmente in quella centrale (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 64)

Le tre camere misurano circa 7,50 x 4,50 metri, profonde 3, 6 metri e tutte contenevano grandi tabernacoli in legno sorretti da supporti realizzati nello stesso materiale. Con ogni probabilità, il re fu sepolto nel vano mediano (B 15) che, a differenza degli altri, doveva avere un soffitto, all’apparenza, lievemente curvato a volta. Questa caratteristica potrebbe rappresentare un primo tentativo di avere una “copia di riserva” della tradizionale collinetta sovrastante il sepolcro (originariamente una semplice segnalazione) nell’intento di riprodurre il tumulo primigenio della creazione. Nelle file ordinate di camere supplementari B16, fu rinvenuta una grande quantità di ossa umane, per lo più appartenenti a individui di circa 20 anni e, comunque, non superiore a 25 anni, il che sembrerebbe avvalorare l’ipotesi (anche se non unanimemente condivisa) di un uccisione sacrificale all’atto della sepoltura del sovrano. Inoltre, presso la lunga camera orientale erano presenti le ossa di non meno di sette giovani leoni.

Generalmente i sette complessi tombali meridionali relativi ai re Djer (Immagine n. 12), Djet (Immagine n. 13), Den, Anedjib, Semerket, Qaa alla regina Meritneith, tutti appartenenti alla I Dinastia, presentano la stessa disposizione: una grande camera sepolcrale reale con grande tabernacolo ligneo (come U-J e B 10/15/19) attorniata da magazzini e oltre 200 tombe sussidiarie.

Immagine n. 12 La tomba del re Djer con la camera reale circondata da tombe secondarie.(© Foto: F. Barthel © DAI Istituto archeologico tedesco, Dipartimento del Cairo)

A partire dall’epoca di Den, fu realizzata una scala diretta alla camera reale, che veniva bloccata dopo l’inumazione. Grazie a questa innovazione, fu possibile realizzare il soffitto (e la sovrastruttura) prima del funerale.

Immagine n. 13 Il nome di Horo di Djet figura su questa stele (conservata al museo del Louvre) proveniente dalla sua tomba di Abydos. L’oggetto mostra la facciata del palazzo reale, il dio falco Horo come titolo del re e il serpente che costituisce il suo nome (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 64).

Da Djer Den le camere sepolcrali ausiliarie sono disposte in file separate attorno alla camera reale; solo nei complessi di Semerket e Qaa sono connesse a quest’ultima. Se si eccettua il caso di due dignitari sepolti nelle tombe sussidiarie di Den e di Qaa, forse deceduti nello stesso periodo in cui morì il sovrano, tutti gli altri sepolcri supplementari ospitavano persone di rango inferiore e cani, probabilmente sacrificati per servire il re nell’Aldilà. Ad ogni modo, questa usanza cessò alla fine della I Dinastia.

Ogni tomba era contraddistinta da due grandi stele che riportavano il nome del titolare, oltre che da lapidi più piccole relative agli occupanti dei vani supplementari, compresi quelli dei cani. Purtroppo nessuna delle steli reali o private fu ritrovata in situ, pertanto la loro posizione originaria (forse sopra le camere) è incerta.

Il complesso tombale di maggiori dimensioni è quello di Djer che si estende su un’area di 2800 mq. (70×40 metri). Comprende oltre 200 camere sussidiarie disposte in singola, doppia e tripla fila (Immagine n. 12).

Una piccola camera singola, attigua a quella del sovrano e ubicata in corrispondenza dell’angolo sud-orientale, era probabilmente destinata a contenere le spoglie di una guardia. Il tabernacolo ligneo centrale, profondo circa 2,60 metri era sostenuto, a nord, a est e a sud, dai tramezzi dei ripostigli. Durante il Medio Regno la tomba fu assimilata a quella di Osiride, convertita in un suo cenotafio e dotata di una scala che conduceva al suo interno. Qui, Amélineau vi rinvenne un catafalco del dio, con iscrizioni abrase riconducibili al re Khendjer della XIII dinastia (Immagine n. 13) e dietro la scala Petrie trovò un braccio, probabilmente risalente alla sepoltura originaria e nascosto dai violatori, adorno di quattro splendidi bracciali (Immagine n. 14).

Immagine n. 13 Fin dal Medio Regno la tomba di Djer fu considerata quella di Osiride. Qui si può osservare il catafalco del dio, in granito nero conservato al Museo Egizio del Cairo. Fu il re Kendjer della XIII Dinastia a fornire la camera funeraria di questa scultura che mostra la procreazione di Horo operata da Osiride e da Iside, rappresentata sotto forma di sparviero. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 65)
Immagine n. 14 Questi braccialetti in oro, turchese, lapislazzuli e ametista, lunghi tra 10,2 e 15,6 centimetri sono ora conservati al Museo Egizio del Cairo. Furono scoperti da Petrie su un braccio nascosto nella camera sepolcrale di Djer. Probabilmente era stato dimenticato dai ladri e presumibilmente apparteneva alla mummia del re. L’ipotesi sarebbe avvalorata dal fatto che uno dei reperti è composto da placchette con il dio falco Horo sulla facciata del palazzo reale . (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 66). 

La tomba di Den (Immagine n. 15) è sicuramente la più elaborata tra quelle della I dinastia presenti a Umm el-Qaab. La camera funeraria reale misura 9×15 metri ed è profonda quasi 6 metri. È dotata di un pavimento rivestito con lastre di granito rosso che, ad oggi, risulta essere il più antico esempio di utilizzo della pietra su vasta scala. Le pareti erano rivestite con stuoie di canna e, dalle impronte e dalla posizione dei fori per i pali di sostegno, se ne deduce che il tabernacolo ligneo doveva misurare 24x12x6 cubiti (circa 12,60×6,30×3,15 metri).

Immagine n. 15 Il complesso sepolcrale di Den, qui visibile con lo sfondo dell’altopiano occidentale, copre un area di 2200 mq. (40×55 metri). La camera funeraria del sovrano al centro è attorniata da 144 tombe sussidiarie per i servi e i cani, oltre a 3 vani magazzino per la conservazione di vasi per il vino. . (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 68-69).

Intorno adesso erano impilati numerosi vasi di produzione cananea. Ad est, una lunga scalinata, a metà della quale erano presenti porte lignee, dava accesso alla camera del re, a sua volta bloccata da una saracinesca. La tomba riveste particolare interesse per la presenza di un annesso a sud-ovest (Immagine n. 16). La piccola scala presente nell’annesso aveva con ogni probabilità una funzione simbolica: doveva servire come uscita al re rinato rappresentato dal suo simulacro.

Immagine n. 16 Ricostruzione degli annessi sud-occidentali della tomba di Den . (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 68).

Tale passaggio è presente in tutte le tombe della I Dinastia, a partire da quella di Djer. Inoltre, nelle file di tombe sussidiarie circostanti, sono sempre presenti varchi in prossimità dell’angolo sud-orientale che rappresenterebbero delle “uscite potenziali” dirette verso l’impressionante apertura dello wadi nella scarpata della necropoli. Si suppone che questa gola fosse ritenuta l’ingresso all’altro mondo, con le tombe che servivano da “stazioni di transito” sulla via che conduce all’Aldilà.

Le sepolture furono saccheggiate numerose volte già a partire dall’epoca della loro realizzazione. Un brano tratto dall’ “Insegnamento per Merikara”*, sembra riferirsi alle distruzioni subite dai sepolcri reali durante il Primo Periodo Intermedio. In effetti, gran parte delle tombe risalenti alla I Dinastia presenta tracce di incendi molto estesi. Tuttavia, sebbene depredate di gran parte del loro contenuto, queste sepolture e gli oggetti superstiti, ivi compreso svariato materiale iscritto, costituiscono la più rilevante fonte di conoscenza per ciò che riguarda il periodo arcaico.

Il sito vide accrescere enormemente la sua importanza a partire dal Medio Regno, divenendo il luogo più sacro di tutto l’Egitto, in quanto fu associato al culto di Osiride, che si riteneva vi fosse stato sepolto. Durante il Nuovo Regno e nel Periodo Tardo fu meta di intenso pellegrinaggio cui si accompagnò l’offerta di una enorme quantità di vasellame (per lo più piccole ciotole chiamate in arabo “qa’ab”, da cui deriva il nome Umm el-Qaab). Émile Amélineau stimò che il totale ammontasse a circa otto milioni di vasi!

Nella tomba di Qaa (Immagini n. 17-18) si rinvenne una considerevole quantità di vasellame risalente al Medio Regno sparsa sul pavimento della camera sepolcrale ed una scala, costituita da grossi mattoni, realizzata sui resti della saracinesca in pietra.

Immagine n. 17 Camera funeraria della tomba di Qa’a.I resti di legno sul pavimento localizzavano un grande tabernacolo. La scala che conduce al vano era in origine sbarrata da una saracinesca in pietra. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 69).

Inoltre, l’ingresso alla camera reale della tomba di Den era stato parzialmente restaurato con grandi mattoni crudi e tutta la scala mostrava tracce di una successiva imbiancatura. Appare molto probabile che la trasformazione della tomba di Djer in cenotafio di Osiride, sia avvenuta nello stesso periodo.

Immagine n. 18 Queste etichette con iscrizioni furono rinvenute nella tomba di Qa’a dalla missione archeologica tedesca. Erano fissate a contenitori per l’olio e riportavano la data di consegna, la quantità, l’origine ed il nome del funzionario. La data è costituita dal nome che veniva dato all’anno, in base al verificarsi di eventi importanti. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 69).

*Quest’opera ci è giunta attraverso tre copie risalenti alla XVIII Dinastia, ma è da datare alla X Dinastia Eracleopolitana, durante il Primo Periodo Intermedio. L’Insegnamento, come è tradizione in questi scritti, è rivolto al re Merikara ( X Dinastia) dal padre Khety II. Con tutta probabilità, il passo cui si fa riferimento è il seguente: << Ecco, una cosa turpe è avvenuta al mio tempo: fu devastata la necropoli di Tini. Avvenne non davvero per opera mia, ma lo seppi dopo che era stato fatto…Davvero è vile chi distrugge e non gli giova ristabilire ciò che aveva demolito, migliorare ciò che aveva sciupato…” (Edda Bresciani “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto).

LE TOMBE REALI DELLA I DINASTIA A SAQQARA

La necropoli di Saqqara (Immagine n. 19) è ubicata su una scarpata del Deserto Occidentale a sud-ovest dell’odierna Abusir e a circa 30 Km. a sud della città del Cairo.

Immagine n. 19 La necropoli arcaica di Saqqara Nord fu l’area di sepoltura principale per gli alti dignitari della I-III Dinastia. Le grandi Tombe della I Dinastia furono costruite lungo il bordo orientale della scarpata da cui era visibile Menfi, l’antica capitale (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 71).

Tra il 1936 ed il 1956, sotto la guida dell’egittologo britannico Walter Bryan Emery, furono scoperte, lungo il dirupo che domina l’antico sito di Menfi, una quindicina di grandi tombe risalenti alla I Dinastia caratterizzate da imponenti sovrastrutture rettangolari. Tali edifici, denominati “mastabe” (dall’arabo “maṣṭaba”, panca) presentavano sulle quattro facce esterne un susseguirsi di nicchie rientranti simili al simbolo geroglifico raffigurante la facciata di un palazzo così come è rappresentato sulla stele del re Djet e indicante il suo nome di Horo. Questa caratteristica architettonica dimostra l’ipotesi che la tomba fosse considerata alla stregua di un palazzo in cui dimoravano i defunti.

Le dimensioni delle “mastabe” variano da 24 a 57 metri circa di lunghezza e da 12 a 26 metri circa di larghezza; alcune hanno conservato 2,5 metri della loro altezza originaria, che si stima dovesse essere compresa tra i 3 e 5 metri.

Le strutture ipogee, ricavate nel terreno e/o nella roccia, pur con molte varianti, presentano in genere un grande pozzo rettangolare rivestito in mattoni, una camera sepolcrale singola oppure dotata di magazzini annessi. Probabilmente, gli ambienti funerari contenevano, un grande tabernacolo ligneo. Fin dall’epoca del re Den, l’accesso ai vani sotterranei era reso possibile grazie ad una scala, come già attestato per le tombe dello stesso periodo presenti ad Abydos. Grazie all’impiego di saracinesche in pietra, il passaggio veniva regolarmente sbarrato. Alcuni sepolcri sono circondati da muri di recinzione e pochi presentano inumazioni e varie altre strutture associate.

La più antica tra le mastabe di Saqqara è quella denominata “S3357” (Immagine n. 20), risalente al regno di Aha, che presenta una sovrastruttura di 48, 2x 22 metri e comprende 27 magazzini destinati ad ospitare il corredo funerario costituito da giare di vino, recipienti per il cibo ecc. Sotto il livello del terreno si trovano cinque compartimenti incassati in un fossa poco profonda, rivestita con mattoni e ricoperta da assi di legno.

Immagine n. 20 Assonometria della tomba S3357 di Saqqara (da “Emery, Great Tombs of the First Dynasty” vol. II, tav. XXXIX). La camera funeraria, ubicata al centro della tomba è scavata nel terreno ghiaioso. I magazzini, costruiti sopra il livello del deserto, contenevano vasi di ceramica e casse con il corredo per La vita nell’Aldilà (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 70-71).

La camera centrale era, quasi sicuramente, quella destinata ad ospitare la sepoltura, mentre le altre contenevano i beni del defunto. A circa 35 metri dal doppio muro di recinzione, in direzione nord, furono rinvenuti i resti di una barca di legno. Era disposta in una grande fossa, a forma di imbarcazione, rivestita in laterizi: questo elemento, come nel caso delle navi rinvenute presso le piramidi, era destinato ad essere utilizzato nell’Aldilà dal proprietario della tomba. Tra la mastaba e la fossa della barca si trovavano due gruppi di piccole pseudo costruzioni, costituiti da macerie e intonacati con fango, e due modelli di terrazze destinati a congiungere la fossa con alcuni cortili, uno dei quali contenente tre strutture tonde. La funzione di queste installazioni è molto incerta e dibattuta: potrebbero essere modelli della tenuta del defunto (Emery)? Una banchina oppure un bacino (Lehner)? Luoghi d’offerta ivi incluso un mattatoio (Stadelmann)? In ogni caso, è molto plausibile che fossero in qualche modo collegate alle offerte alimentari.

L’importanza delle provviste per l’eternità è confermata nella tomba “S3504”, databile all’epoca di Djet (Immagine n. 21). Intorno alla facciata a nicchie, alla base del muro principale dell’edificio, fu realizzata una bassa panca; su questa piattaforma furono collocati circa 300 crani di toro modellati in argilla e dotati di corna vere: teste o teschi simili e altri tipi di offerte sono presenti in molte altre mastabe, in particolare nelle nicchie più ampie che, come più tardi sarà per le false-porte, erano considerate come punti di contatto tra il vivente e l’Aldilà.

Immagine n. 21 Assonometria della tomba S3504 a Saqqara (da “Emery, Great Tombs of the First Dymaty” vol. II, tav. I). Centinaia di bucrani sono fissati ad uno zoccolo che circonda il sepolcro, suddiviso in 46 magazzini. La tomba è circondata da un muro e da 62 piccole sepolture ausiliarie per il personale (©Francesco Raffaele Istituto Universitario Orientale di Napoli, Agosto 2002, Saqqara monumenti proto dinastici dinastie 1-3 http://www.francescoraffaele.com/egypt/hesyra/Saqqara.htm)

Analogamente alla tombe di Abydos, alcune mastabe di Saqqara furono dotate di sepolcri supplementari, ma il loro numero è decisamente inferiore e riguardano solo l’epoca compresa tra Djer e Qa’a. La “S3504”, ad esempio, presenta 62 fosse per i servitori con le offerte, allineate a est, a sud e a ovest.

In alcuni casi si sono conservate le sovrastrutture costituite da basse mastabe a sommità convessa che, nella tomba “S3500” (Immagine n. 22), risalente al regno di Qa’a sono di maggiore altezza e presentano le prime volte in mattoni ad oggi note. Su un lato di questo sepolcro, inoltre, si trova una piccola nicchia a falsa porta.

Immagine n. 22 La Mastaba S3500 misura 37,10 x 23,35 metri e fu rinvenuta da Emery nel maggio 1946. Risale alla tarda I Dinastia (regno di Qa’a) e mostra evidenti segni di transizione verso le forme architettoniche della II Dinastia, il più evidente dei quali è la presenza di una singola nicchia sulla facciata all’estremità sud del lato orientale. Le tombe sussidiarie, disposte lungo il lato meridionale della sovrastruttura sono solo quattro e rappresentano l’ultima testimonianza a Saqqara di sacrifici di servi. Le tombe successive infatti, non presentano questa caratteristica, mentre sembrerebbe che ad Abydos, qualche sacrificio venisse ancora effettuato nella tarda II Dinastia. Delle quattro tombe sussidiarie di S3500 tre sono state trovate intatte e quelle più occidentali, la n. 1 e la n. 2, contenevano ancora i corpi (un uomo di mezza età e una donna anziana) avvolti nel lino all’interno della bara. (©Francesco Raffaele Istituto Universitario Orientale di Napoli, Agosto 2002, Saqqara monumenti proto dinastici dinastie 1-3 http://www.francescoraffaele.com/egypt/hesyra/Saqqara.htm

All’epoca di Den, il cui regno sembra abbia segnato l’apogeo della I Dinastia, possono essere ricondotte cinque grandi tombe. Una di queste, la “S3035”, appartenente al funzionario più importante, il cancelliere Hemaka, ha restituito reperti molto importanti: attrezzi in selce, oggetti in avorio, armi, recipienti in pietra, dischi magnificamente scolpiti e il più antico rotolo di papiro conosciuto (Immagini n. 23-24-25).

Immagine n. 23 La Tomba di Hemaka S3035 era particolarmente ricca di reperti. Questo ostrakon in calcare, raffigurante un toro e un babbuino, forse era un bozzetto di un artigiano. Museo egizio del Cairo (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 73).

Sui pozzi sepolcrali di alcune mastabe furono recuperati resti di tumuli, costituiti da sabbia e detriti, racchiusi in vani di mattoni, il che lascia pensare che gran parte delle tombe, anche se non tutte presentassero questa caratteristica riscontrata anche nelle sepolture di Abydos.

Immagine n. 24. Tomba di Hemaka. Dischi come questo e quello dell’immagine successiva, ruotavano sull’apice di bastoni in legno inseriti nel foro centrale. Questo è in steatite nera, scolpito a rilievo e intarsiato con alabastro venato. Illustra la cattura di una gazzella da parte di un cane. Museo Egizio del Cairo, diametro 8,7 cm. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 73).
Immagine n. 25 Tomba di Hemaka: disco in calcare con intarsi geometrici di alabastro sul bordo. Centralmente sono state applicate due colombe contrapposte in calcare rosato e completate da occhi in avorio. Museo Egizio del Cairo, diametro 9,7 cm. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 73).

La forma a gradini scoperta nella tomba “S3038” (Immagine n. 26), databile al regno di Anedjb, è simile a quella della Piramide a Gradoni di Netjerikhet/Djoser. Questo elemento era coperto di ghiaia all’interno della facciata a nicchie, ma due scale poste a nord e a sud permettevano l’accesso alla sua sommità.

Nella sovrastruttura a nicchie dell’ultima delle grandi tombe, la “S3505”, eretta durante il regno di Qa’a, furono ritrovate pitture policrome che con le loro forme geometriche intendevano imitare i rivestimenti di stuoie. Una stele rinvenuta presso una nicchia della facciata orientale, ci informa che la sepoltura apparteneva al dignitario Merka.

All’interno del massiccio muro di recinzione, alberga un rimarchevole tempio funerario dotato di numerosi vani e corridoi; è collegato alla tomba sul lato settentrionale, dove si rinvennero i resti di due grandi statue lignee che, verosimilmente, rappresentavano questo importante funzionario.

Fino alla scoperta delle grandi mastabe di Saqqara, era opinione unanime che le tombe di Abydos fossero i veri luoghi di sepoltura dei primi sovrani egizi, ma Emery, impressionato dalle dimensioni delle strutture di Saqqara, suggerì che i re, di fatto, fossero stati sepolti in questa località e che le tombe di Abydos, più piccole, non fossero altro che cenotafi. Tuttavia, a Saqqara si riscontra una discrepanza tra il numero di tombe rispetto a quello dei sovrani (cinque tombe databili all’epoca di Den, ma nessuna relativa a quella di Semerkhet), mentre ciò non si verifica per i grandi recinti funerari di Abydos (situati al limite del wadi a una certa distanza dalle tombe), che fanno parte delle installazioni funerarie. Inoltre, il vasellame e le impronte dei sigilli rinvenuti in alcune sepolture indicano una data più tarda rispetto ai corredi delle controparti di Saqqara che, probabilmente, erano tombe di dignitari (e forse anche regine) morti prima dei loro rispettivi sovrani. Il numero molto maggiore di sepolture supplementari, la presenza di stele reali (assenti a Saqqara), i resti rinvenuti nelle tombe di Djer e Khaskhemwy e il fatto che gli antichi egizi vedessero in Abydos il luogo di sepoltura di Osiride, sembrerebbe rafforzare l’ipotesi che fosse questo il vero sito di inumazione dei sovrani di quell’epoca.

LE TOMBE REALI DELLA II DINASTIA A SAQQARA

A Saqqara sono noti finora solo tre gruppi di gallerie sotterranee appartenenti a tombe reali della II dinastia, tutti collocati nell’area a sud del complesso della piramide a gradoni. Il più grande ed elaborato (circa 130 x 46 metri), fu scoperto, ma solo parzialmente indagato nel 1901 da Alessandro Bersanti, al di sotto del tempio della piramide del re Unas della V dinastia. Un lungo corridoio orientato in direzione nord-sud, accessibile da nord grazie ad una scalinata, fu accuratamente intagliato nella roccia a circa 5 metri di profondità. Questo corridoio, munito di quattro saracinesche in pietra, conduce alla camera funeraria e ad altre sale laterali disposte a sud e permette l’ accesso ad oltre 80 ripostigli collocati su entrambi i lati. Queste camere erano tutte sigillate con pareti realizzate in mattoni crudi e alcune di esse contenevano ancora giare di vino e ossa di animali. A giudicare dalle impronte di sigilli rinvenute, la tomba deve essere appartenuta a Hotepsekhemwy, il primo sovrano della II Dinastia oppure al suo successore, Raneb, noto anche come Nebra (Immagini n. 27-28-29).

Immagine n. 27 Posizione delle tombe della II dinastia a Saqqara (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 74).

Poco più ad est fu sepolto Ninetjer, il terzo re di questa dinastia. L’immenso complesso di gallerie che forma la sottostruttura della tomba di Ninetjer fu scoperto quasi quarant’anni dopo quello di Hotepsekhemwy. Selim Hassan, studiando le splendide rappresentazioni nel complesso della strada rialzata di Unas annotò che un’altra tomba, simile a quella trovata da Barsanti, si trovava a una certa distanza a est, sotto la suddetta strada rialzata. L’ingresso della scalinata iniziava sotto la mastaba della VI dinastia del visir Nebkawhor (a circa 150 metri dall’ingresso della tomba di Hotepsekhemwy) e, dopo un percorso rettilineo bloccato da una saracinesca, curvava verso ovest espandendosi nei primi gruppi di magazzini e gallerie adiacenti della sezione dell’anticamera; tre gallerie principali formavano l’asse principale dei sotterranei che si diramavano in un vasto labirinto, prima di raggiungere la camera funeraria più a sud-ovest; il soffitto di quest’ultima era crollato a causa delle fosse successive che furono scavate in epoca saita e persiana, ma anche a causa della cattiva qualità della roccia che caratterizza questa parte del sito.

Immagine n. 28 Pianta e sezione della tomba di Hotepskhemwuy/Raneb (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 75).

Le ricerche in queste gallerie furono riprese solo nel 1980 da archeologi di università scozzesi e tedesche. All’epoca si riteneva che l’area da esse coperta fosse simile a quella della tomba di Hotepsekhemwy, ma recenti esplorazioni hanno rivelato che ulteriori 5000 mq di superficie renderebbero la tomba di Ninetjer molto più grande (tuttavia si tratta di un’ipotesi ancora non dimostrata).

Immagine n. 29 Una scala scavata nella roccia conduce al corridoio centrale della tomba di Hotepsekhemwuy o Raneb. Le pietre sulla sinistra chiudono la porta che dava accesso ad una delle gallerie sotterranee dei magazzini. I lastroni del soffitto appartengono alle fondamenta del tempio della piramide di Unas (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 74).

Una terza struttura sotterranea è stata recentemente scoperta presso la tomba di Merneith, un funzionario del Nuovo Regno. L’attribuzione è incerta, ma le dimensioni decisamente minori (15x15metri), farebbero propendere per l’attribuzione a uno degli effimeri successori di Ninetjer (Weneg, Sened, Nebnefer). Si ipotizza anche la presenza di un’ulteriore tomba della II dinastia ad ovest della piramide di Unas, in un pozzo non ancora esplorato.

Per nessuna di queste tombe è stato possibile determinare la presenza di sovrastrutture, che quasi sicuramente sono andate completamente distrutte. È tuttavia molto probabile che fossero sovrastate da grandi mastabe rettangolari realizzate in mattoni o pietra.

Va, inoltre, tenuta in considerazione la presenza di grandi recinzioni situate più ad occidente nel wadi di Abusir. Una di queste, Gisr el-Mudir “il Recinto del Capo” (Immagine n. 30) che misura circa 650×400 metri, è la più antica costruzione, ad oggi nota, ad essere stata realizzata con un così massiccio uso di muratura in pietra.

Immagine n. 30 Gisr el-Mudir. I quindici corsi in muratura sono costituiti da una membrana di blocchi di calcare, con un riempimento di pietrisco e sabbia, e da una solida muratura grezza agli angoli. Il muro di cinta sembra essere stato completato e non è stata trovata alcuna traccia di una struttura al suo interno, il che esclude l’ipotesi che possa trattarsi di una piramide. Il suo scopo è ancora sconosciuto (©https://egyptsites.wordpress.com/…/gisr-el-mudir…/).

Le dimensioni delle mura sono enormi sia per estensione che per spessore (oltre 15-17 metri) e sono coperte da due terrapieni paralleli riempiti con sabbia e detriti. Questa edificazione, conservatasi sino al 15° corso di pietra per un’altezza di 4,5-5 metri nell’angolo nord-occidentale, in origine – o almeno nelle intenzioni dei costruttori – doveva raggiungere almeno i 10 metri. Il percorso perimetrale di Gisr el-Mudir fu osservato per la prima volta da John Shae Perring e più tardi registrato da Karl Richard Lepsius. Fu poi annotato anche sulla Carte de la Necropolis Memphite (1897) di Jaques De Morgan, ma rimase per lo più un vero e proprio enigma. Si suppose che si trattasse di un ulteriore complesso di piramidi a gradoni della III Dinastia rimasto incompiuto, oppure di un recinto funerario simile a quelli di Hierakonpolis e Abydos, di un recinto per il bestiame, di una caserma militare per la guardia e il pattugliamento della necropoli. Il primo scavo fu condotto da A. Salam Hussein tra il 1947 e il 1948, ma rimase inedito. Uno studio di Nabil Swelim e le indagini del National Museum of Scotland, hanno gettato, negli anni ’90 del secolo scorso, nuova luce su questo enorme recinto di Saqqara Ovest.

LE TOMBE REALI DELLA II DINASTIA AD ABYDOS

Rispetto agli altri grandi complessi dei re della I Dinastia rinvenuti ad Abydos, e alle ampie sovrastrutture di Saqqara, la tomba di Peribsen (II Dinastia) appare piuttosto piccola e semplice. Questo sepolcro sembra infatti, riflettere le più antiche caratteristiche tipologiche delle tombe dei re Djer e Djet. Diversamente da queste, però, il tabernacolo centrale in legno è sostituito da una camera in mattoni, circondata da un passaggio che permette l’accesso ai magazzini. La planimetria (Immagine n. 31) ricorda molto il modello di abitazione rinvenuto nella tomba predinastica U-j, ma presenta anche la particolarità di un passaggio continuo attorno alla camera funeraria che evoca la funzione di “casa” per l’Aldilà.

Immagine n. 31 Pianta della Tomba di Peribsen (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 75).

Questa concezione la ritroveremo espressa negli appartamenti sotterranei del re o nel modello di palazzo di Djoser della III Dinastia (le camere blu). L’entrata (o uscita) della tomba di Peribsen si apre a sud-ovest e vi si rinvennero due stele con il suo nome (Immagine n. 32).

Immagine n. 32 Questa stele di Peribsen, ora conservata al Museo Egizio del Cairo, è in granito nero ed è alta 1,54 metri. Sopra la facciata di Palazzo, Peribsen non fece scolpire il falco di Horo, ma l’animale di Seth. Con ogni probabilità, ciò riflette un contrasto tra l’Alto ed il Basso Egitto. Successivamente, l’immagine di Seth fu cancellata (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 75).

La grande tomba di Khasekhemwy (Immagine n. 33) presenta, invece, una considerevole trasformazione formale, essendo molto più profonda e con un tetto che giace a circa cinque metri rispetto al livello del deserto.

Immagine n. 33 La statua in ardesia grigia del re Khasekhemwy, proveniente da Hierakonpolis, è la più antica statua reale rinvenuta in Egitto. Raffigura il re seduto su un trono, con indosso il mantello della festa giubilare heb-sed e la corona bianca dell’Alto Egitto. Un’ iscrizione alla base della statua riferisce di 47.209 nemici sconfitti a proposito di una sua vittoria sulla gente del nord. Si tratta, probabilmente, di un numero esagerato per accentuare l’immagine di potere. Museo del Cairo, JE 32161 (ph. © Heidi Kontkanen, 13/04/2016)

Il riesame del sito ha dimostrato che fu costruita in fasi successive. Inizialmente era composta da una camera centrale ovale, da un’anticamera a sud e da una camera posteriore a nord. Tra queste ultime correva una fila di 5 magazzini, ricavati lateralmente e resi accessibili da corridoi: una pianta, quindi, piuttosto simile a quella del sepolcro di Peribsen. Due o tre ampliamenti successivi (Immagini n. 34-35) portarono all’aggiunta di altre 43 camere a nord e a sud, che furono collocate in gallerie del tutto simili a quelle che si osservano nelle tombe di Saqqara.

Immagine n. 34 La tomba di Khasekhemwuy, qui ripresa da sud, fu ampliata in molteplici fasi, al termine delle quali arrivò a contare 56 magazzini. La camera reale fu la prima a essere scavata nella roccia. A sud-ovest una rampa conduceva verso l’apertura del wadi, considerata l’ingresso dell’Aldilà (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 76-77).

In un ulteriore rimaneggiamento fu realizzata una camera sepolcrale, rivestita in arenaria, sotto il livello del pavimento di quella centrale. Questa nuova sala è profonda 1,80 metri e misura 5,25×3,20 metri (10×6 cubiti) ed il suo asse longitudinale giace circa 1 metro a ovest dell’asse della vecchia camera. Probabilmente, l’ambiente era rivestito con piccole lastre di pietra, alcune delle quali sono state ritrovate sul pavimento, e la copertura doveva poggiare sul tetto di un tabernacolo ligneo eretto all’interno della camera stessa. Quando la sala, dopo il funerale, fu sigillata, venne ricoperta da uno strato di fango e resa invisibile. Nell’estensione meridionale del pozzo della tomba, verosimilmente predisposta per un ulteriore ampliamento, è presente, nell’angolo sud-orientale, una piccola rampa che conduce verso la superficie del deserto. Il suo orientamento suggerisce che fungesse da via di uscita per il sovrano rinato verso l’apertura dello wadi come nel caso del varco che circondava le file di sepolture accessorie nella tomba di Den.

Immagine n. 35 Sezione e Pianta della tomba di Khasekhemwy (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 77).

Della sovrastruttura non è rimasta alcuna traccia, ma alcuni dettagli suggeriscono che potesse trattarsi di un enorme tumulo oppure di una mastaba che si elevava al di sopra del livello del deserto. Le camere settentrionali e meridionali hanno conservato la loro altezza originaria (2,35 metri) e non presentano tracce di deformazione, mentre i vani della parte mediana hanno un aspetto molto irregolare determinato da crolli che ne hanno ridotto l’altezza da circa 2,30 metri a 1,20-1,50 metri. Sicuramente questi ambienti furono sottoposti all’enorme pressione esercitata dal tetto che li fece slittare lateralmente quando assorbirono umidità.

Petrie ipotizzò che le pareti furono costruite con mattoni prodotti da poco e non ancora perfettamente essiccati, ma la congettura appare poco probabile in quanto tali pareti appartengono a fasi costruttive diverse. La ragione è da ricercarsi in una pressione supplementare sulle camere mediane che molto probabilmente fu causata dalla presenza di un monticello artificiale, costruito al di sopra del livello del deserto, in cima allo strato di 5 metri di sabbia di riempimento. Il peso di questa massa, dovette provocare i suoi effetti già poco tempo dopo la costruzione della tomba, allorquando il verificarsi di intense piogge causò infiltrazioni tali da raggiungere la muratura. Blocchi di calcare, trovati sparsi all’intorno del sito e caratterizzati dallo stesso tipo di finitura dei blocchi litici della camera, suggeriscono che la sovrastruttura avesse una copertura in pietra.

Dato l’incremento del numero di magazzini, la tomba doveva contenere un’enorme quantità di beni: migliaia di giare in vasellame, contenenti birra, vino e olio; recipienti in rame e in pietra, alcuni dei quali dotati di coperchi in oro (Immagine n. 36); ceste e cassette per contenere pane, carne, frutta e verdura.

Immagine n. 36 I magazzini della tomba di Khasekhemwy contenevano migliaia di vasi in pietra e di terracotta. Alcuni recipienti con chiusure in oro furono scoperti da Petrie sotto i muri crollati e perciò sfuggiti alle razzie. Museo del Cairo. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 76).

Nei vani a est della camera del re, Émile Amélineau trovò i resti di due scheletri; poiché, nell’intero complesso non ci sono ambienti sepolcrali sussidiari, è molto probabile che provenissero dalla sepoltura originaria.

Fonti:

  • Günter Dreyer, Le tombe della I e II Dinastia ad Abido e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 62-67
  • Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pagg. 24-25
  • Franco Cimmino: Dizionario delle dinastie faraoniche pagg.55-56 (per la nota a piè di pagina)
  • Francesco Raffaele, Istituto Universitario Orientale di Napoli, Agosto 2002, Saqqara monumenti proto dinastici dinastie 1-3

Luce tra le ombre

EVOLUZIONE DELL’ARCHITETTURA FUNERARIA

DALLA PREISTORIA AL PREDINASTICO

L’Antico Egitto ci affascina per i suoi stupefacenti monumenti e per il lascito di una nutrita documentazione scritta che copre un arco temporale di oltre tre millenni. Questa straordinaria ricchezza di evidenze, assieme ad una durata così lunga da far sì che le origini si perdano nella notte dei tempi, ci fa quasi pensare che questa straordinaria civiltà irrompa nella storia già perfettamente compiuta nei suoi aspetti più peculiari. In realtà, tutto ciò è il risultato di un lunghissimo percorso intrapreso svariati millenni prima e che solo da (relativamente) poco gli archeologi hanno cominciato ad indagare. Gli antichi annali ci forniscono informazioni su una sequenza di sovrani che rimonta sino alla I Dinastia, mentre la regalità del periodo precedente viene attribuita agli spiriti dei defunti ovvero a governanti i cui nomi (ma non l’esistenza) erano stati dimenticati da tempo. Si è reso necessario, quindi, cominciare ad occuparsi della preistoria egizia, vale a dire di quella lunghissima fase di formazione, caratterizzata dall’assenza di documentazione scritta, che è nota come Periodo Predinastico.

Nel 1895, durante l’esplorazione del tempio di Seth Naqada (una località dell’Alto Egitto), Flinders Petrie si imbatté quasi per caso in una necropoli costituita da oltre 2000 tombe, contenenti ceramiche ed oggetti del tutto diversi da quelli fino ad allora osservati. Il primo a rendersi conto dell’antichità dei reperti fu l’archeologo francese Jaques de Morgan, ma si deve a Petrie l’assiduo studio del materiale che lo portò ad elaborare un sistema di datazione relativa (ben prima che le tecniche con il carbonio 14 ne permettessero una assoluta) grazie al quale concluse che quegli oggetti appartenevano ad un’epoca antecedente all’uso della scrittura. L’ondata di interesse che ne scaturì condusse all’esplorazione di oltre 65 aree cimiteriali predinastiche nell’Alto Egitto. Queste ci raccontavano, tra l’altro, dell’evoluzione di un concetto di sopravvivenza ultraterrena che divenne sempre più evidente allorché, da semplici fosse scavate nella sabbia, le inumazioni evolvevano da sepolture contenenti feretri di vimini a veri e propri sepolcri rivestiti con mattoni crudi. Tuttavia, gli scavi nelle necropoli non chiarirono come quel popolo di contadini e mercanti fosse poi riuscito a dar vita ad uno dei primi Stati nazionali al mondo e ad acquisire quelle conoscenze che gli avrebbero più tardi consentito di erigere monumenti straordinari come le piramidi che ancora oggi sono lì a stupire anche il più distratto dei visitatori. Questa carenza di informazioni ha avuto per conseguenza il fiorire di una moltitudine di teorie fantasiose circa la fondazione della civiltà egizia: si va dall’invasione di una enigmatica “Razza Dinastica”, all‘intervento di emissari della mitica civiltà perduta di Atlantide o di entità aliene, giusto per citarne qualcuna. Fortunatamente, gli scavi che si sono succeduti nelle necropoli, negli insediamenti dell’Alto e del Basso Egitto, nonché in aree remote del deserto del Sahara hanno aggiunto nuovi tasselli di conoscenza, cominciando a colmare le lacune di cui si diceva. Le recenti scoperte, infatti, non solo hanno mostrato le evidenze di uno sviluppo culturale indigeno, ma hanno permesso di datare le origini della civiltà egizia ad un’epoca molto più antica di quanto si fosse mai supposto in precedenza.

Durante gli anni ‘70 del secolo scorso, Fred Wendorf e Romuald Schild studiarono i resti lasciati da persone che in un remoto passato vissero in una località situata in pieno deserto, circa un centinaio di chilometri ad ovest di Abu Simbel, ed oggi conosciuta col nome di Nabta Playa (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Localizzazione del sito archeologico di Nabta Playa sulla cartina geografica dell’Egitto odierno. (da Wikipedia, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=893021).

Si tratta di un sito che al giorno d’oggi è tra i più aridi al mondo, ma che in un lontano passato aveva un aspetto del tutto differente. Tra l’ 8500 e il 4500 a.C. la prevalenza di un clima molto più umido permise lo sviluppo di un ambiente costituito da savane erbose e laghi stagionali, detti appunto “playa”, in cui trovarono sostentamento per oltre quattromila anni diverse società pastorali. Dalle indagini svolte sono emerse le prove di uno stile di vita neolitico autoctono che riguardano sia la produzione di alimenti (e non solo la semplice raccolta), sia l’invenzione autonoma della ceramica. È interessante notare che per l’epoca in questione tali evidenze, almeno sino ad oggi, non sono emerse lungo la valle del Nilo, sicché è verosimile pensare a queste antiche genti come ai “primi egizi”. Ancora più impressionante è il fatto che siano stati capaci di costruire strutture in pietra attraverso le quali espressero le loro conoscenze religiose e che attestano, in modo del tutto inaspettato, i primi tentativi di un’organizzazione sociale già ne 5000 a.C.

A Nabta, gli indizi dell’esistenza di rituali su vasta scala sono rintracciabili in una serie di costruzioni che con tutta probabilità costituirono un centro cerimoniale regionale dove ogni anno si radunavano vari gruppi per celebrare l’arrivo delle piogge. All’uopo, fu realizzato un calendario con lastre di arenaria disposte in circolo al fine di osservare l’alba del solstizio d’estate, un evento che assumeva particolare importanza, in quanto segnava l’inizio della stagione umida (Immagini n. 2 – 3).

Immagine n. 2 Il calendario circolare di Nabta Playa, con un diametro di poco inferiore a 4 metri, è il più antico calendario solare sinora trovato. Quattro paia di lastroni alti e stretti formano due gruppi di portali. Un gruppo è allineato da nord a sud, l’altro segna la posizione in cui sorse il sole al solstizio d’estate di 6000 anni fa. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 56)
Immagine n. 3 Il calendario di Nabta Playa ricostruito presso il Museo Nubiano di Aswan. (Ph. © Raymbetz – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7525976)

Inoltre, furono costruiti allineamenti megalitici realizzati con grandi pietre alte fino a 2,5 metri prelevate da cave distanti almeno un chilometro. Tali megaliti erano disposti a raggiera rispetto ad un punto centrale e sistemati in tre gruppi che, presumibilmente, dovevano essere allineati con stelle e costellazioni come Sirio e Orione che molto più tardi avrebbero assunto un rilievo di enorme importanza nella cosmologia egizia.

Nel centro cultuale erano presenti anche otto tumuli contenenti i resti di bovini sacrificati e una trentina di misteriose “strutture complesse” (Immagine n. 4), formate da un grande anello di massi eretti intorno ad una lastra centrale, che sovrastavano buche molto profonde.

Immagine n. 4 Lo scopo delle “strutture complesse” di Nabta è oscuro. Erano santuari, memoriali per coloro che erano defunti altrove, cenotafi per gli spiriti oppure venivano utilizzate per le osservazioni astronomiche? In ogni caso, fu compiuto uno sforzo considerevole nell’estrazione e nella collocazione delle grandi pietre (in origine posizionate verticalmente), utilizzate per l’edificazione. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 56)

In una di queste era stata sepolta una pietra accuratamente modellata, con lati lisci ed orli affilati, che a ragion veduta potrebbe essere considerata come la più antica forma di scultura egizia conosciuta (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Pesante circa 4 tonnellate, questa statua rinvenuta sotto una struttura litica rappresenta, forse, una vacca stilizzata. Caratterizzata da bordi affilati a da due facce polite con cura,questa scultura è un notevole esempio di lavorazione della pietra e potrebbe rappresentare l’esordio del fascino egizio per la manipolazione di grandi massi. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 56)

Le dimensioni delle pietre, alcune delle quali pesanti alcune tonnellate, dimostrano che la realizzazione di questi monumenti richiese un notevole investimento di risorse fisiche, organizzative, di tempo, nonché di abilità e suggeriscono la presenza di capi che, oltre a controllare e dirigere le risorse umane, avvertirono l’esigenza di dare vita ad un’ architettura cerimoniale pubblica per garantire il perpetuarsi del ciclo cosmico in maniera non troppo dissimile da quanto avrebbero fatto 2000 anni dopo i costruttori delle piramidi. La recente scoperta delle sepolture di Nabta, alcune delle quali contenenti ricchi corredi consistenti in gioielli, ceramiche e tavolozze di pietra simili a quelle dei primi abitanti sedentari della Valle del Nilo, consente di concludere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che già esistessero contatti tra quei pastori e i loro vicini. D’altra parte, ci è del tutto ignoto quali caratteristiche abbia assunto l’interazione tra i gruppi, allorquando l’inaridimento progressivo rese la località inabitabile, innescando un flusso migratorio verso il grande fiume. Dalle evidenze emerse sui primi insediamenti lungo il corso del Nilo, appare molto probabile che già fosse avvenuto un mescolamento di varie influenze sfociato nella concretizzazione di una cultura distinta.

Per maggiori approfondimenti su sito di Nabta playa, consiglio la lettura del pregevole post di Luisa Bovitutti a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/01/11/nabta-playa/


Nel Basso Egitto, l’area occupata dal delta del Nilo, le condizioni climatiche e le influenze antropologiche erano completamente diverse. Tutto ciò portò allo sviluppo di una cultura caratterizzata da una produzione ceramica, da un’architettura e da credenze così dissimili da suggerire che la tipica definizione dell’Egitto come paese delle “Due Terre”, avesse connotazioni che andavano ben oltre la semplice nozione geografica o l’amore per la simmetria. Le testimonianze al riguardo delle pratiche cultuali del Basso Egitto, sono molto scarse e si limitano sostanzialmente ad una notevole testa in creta rinvenuta a Merimde (Immagine n. 6), una località sita nella parte occidentale del Delta.

Immagine n. 6 Questa espressiva testa in argilla, proveniente dal sito di Merimde, nel Delta, è una delle più antiche rappresentazioni umane dell’Antico Egitto. In origine era montata su un’asta oppure su un corpo ligneo. I piccoli fori intorno al volto ed alla testa accoglievano piume per imitare barba e capelli. Museo Egizio del Cairo. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 57)

Tuttavia, le poche necropoli che sono state portate alla luce rivelano con chiarezza che la vita ultraterrena non richiedeva l’impiego di grandi quantità di beni da portare nella tomba. Dal momento che qualche vaso e una conchiglia erano sufficienti a costituire il corredo funebre, risulta molto difficile distinguere i livelli di ricchezza e, di conseguenza, ricostruire un quadro della società del Delta.

Nella Valle del Nilo, le fertili terre caratterizzate da una flora da una fauna lussureggianti, incoraggiarono la sedentarizzazione delle popolazioni nomadi che, beneficiando di un clima favorevole e di inondazioni rigeneratrici, diedero un decisivo impulso alla produzione agricola. Quest’ultima si rivelò così generosa che i raccolti ben presto superarono i bisogni vitali. Pertanto, durante il IV millennio a.C. ci fu un continuo fiorire di comunità, ben presto agglomeratesi in città-stato, che commerciavano attivamente e, parallelamente, si organizzarono per registrare, proteggere e ridistribuire i beni prodotti: fu l’alba della nascita di un sistema amministrativo e dei primi tentativi di scrittura. In ogni regione si originò una gerarchia composta da un’élite rappresentata a sua volta da un capo e si elaborarono prove e rituali finalizzati all’individuazione della personalità più adatta a proteggere la comunità. Man mano che invecchiava, il capo clan doveva regolarmente dimostrare di essere in grado di poter esercitare la sua autorità; un’autorità che progressivamente passò dalla “selezione naturale” alla trasmissione per via ereditaria. Questi processi di legittimazione furono rapidamente codificati e diedero vita ad una tradizione solenne che fu adottata per tutto il corso dell’epoca faraonica, conosciuta come festa “sed”, le cui più antiche descrizioni son già presenti nelle prime tombe reali.

Nell’Alto Egitto, le pratiche funerarie predinastiche riflettono la stratificazione sociale. La semplice fossa ricoperta di materiali leggeri, fu sostituita, per i più ricchi, da sepolture di dimensioni più grandi, celate da strutture realizzate in terra o mattoni. Ciò dimostra che gli abitanti della Valle, diversamente da quelli del Delta, avevano già pienamente sviluppato, e ne erano ferventi sostenitori, la credenza che il defunto avesse il diritto ed il potere di portare con sé sia la propria ricchezza, sia il suo status sociale. Il notevole sforzo compiuto nella realizzazione delle tombe destinate alla minoranza elitaria, documenta chiaramente la differenziazione della società in capi e sudditi sin dal 4000 a.C. e il ritrovamento di un vaso decorato, scoperto non molto tempo fa ad Abydos da una spedizione tedesca, ne fornisce un’ulteriore evidenza. Su di esso è infatti rappresentata una scena che mostra un re di grandi dimensioni e riccamente abbigliato nell’atto di minacciare con una mazza letale un gruppo di prigionieri legati. E’ il più antico esempio ad oggi noto di un’iconografia che ricorrerà per millenni nell’arte egizia e che trova, probabilmente, la sua rappresentazione arcaica più spettacolare nella famosissima Tavolozza di Narmer* (Immagini n. 7-8), scoperta nel 1897 a Hierakonpolis.

Immagine n. 7 La Tavolozza di Narmer annuncia graficamente la conclusione del Periodo Predinastico grazie all’uso della scrittura che qualifica genti, luoghi e il tema dell’unificazione delle Due Terre. Narmer indossa la Corona Bianca dell’Alto Egitto e colpisce un nemico in presenza del dio falco Horus, patrono della regalità, che tiene prigioniere le genti della pianta del papiro, vale a dire il Delta. Museo del Cairo (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 55)
Immagine n. 8 In questo particolare estrapolato dall’altra faccia della Tavolozza, è raffigurato Narmer con la Corona Rossa del Basso Egitto mentre marcia in parata vittoriosa. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 54)

Questo straordinario reperto, rinvenuto insieme ad un centinaio di altri oggetti di arredamento templare, suggerisce che la città fosse una capitale dell’Egitto primordiale. La scoperta di una raffinatissima testa aurea raffigurante il dio falco Horus e le splendide statue in rame del re Pepi I, datate alla VI dinastia, vale a dire di circa un millennio posteriori, attestano la lunghissima ed ininterrotta venerazione per il sito e per Horus, suo patrono. Tuttavia, per comprendere la portata ed il vero significato del sito dovettero trascorrere altri settant’anni, allorché la Spedizione di Hierakonpolis, diretta dagli archeologi statunitensi Walter Ashlin Fairservis e Michael Allen Hoffman, cominciò ad indagare non nel tumulo del tempio, ma nel retrostante deserto dove fu scoperto il più grande insediamento predinastico preservatosi lungo il corso del Nilo. Esteso per oltre quattro chilometri, il sito documenta chiaramente di essere stato un importantissimo centro regionale di potere e la capitale di un regno arcaico che aveva raggiunto il suo apice circa 500 anni prima della comparsa di Narmer. Nel 3600 a.C. questa città doveva essere una capitale raffinata e vivace dove già erano rintracciabili le origini di molti aspetti che avrebbero più tardi caratterizzato la civiltà egizia. Avendo conservato tutti gli elementi fondamentali di una città, vale a dire templi, case, zone industriali, edifici amministrativi, discariche, necropoli e così via, Hierakonpolis, è il sito che può fornirci più informazioni di qualunque altro sugli sviluppi avvenuti durante il periodo arcaico**.

Qui le tombe più sontuose potevano già essere decorate come nel caso della Tomba 100*** (Immagine n. 9), risalente ad un’epoca compresa prudenzialmente tra il 3500 e il 3200 a.C., anche se analisi eseguite al carbonio C14 su alcune conchiglie ritrovate all’interno della tomba hanno fornito la sbalorditiva data del 3685 a.C.

Immagine n. 9 Acquarello di W. Green che raffigura una scena della Tomba 100 di Hierakonpolis come si presentava al momento della scoperta.(© James Edward Quibell, 1902)

Gli scavi e gli studi condotti in aree selezionate del sito hanno permesso di ricostruire con notevole precisione lo stile di vita dell’epoca. Tra le rocce delle zone suburbane artigiani specializzati produssero un elegante vasellame rosso con la bocca nera (Immagine n. 10) destinato sia all’uso domestico, sia alle nascenti esigenze funerarie, mentre altri vasai si occupavano della realizzazione di comuni vasi da cucina destinati alla clientela del vicinato.

Immagine n. 10 Questo splendido vasellame, da annoverarsi tra le più belle produzioni ceramiche egizie è stato ritrovato nella Tomba 16 (databile ad un’epoca compresa tra il periodo Naqada IC e 2A, 3650-3300 a.C.) della necropoli d’élite HK6 di Hierakonpolis. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 59)

* Approfondimenti su questo splendido reperto sono disponibili all’indirizzo:

https://laciviltaegizia.org/2021/02/23/la-tavolozza-di-narmer/

** Una vasta esposizione sugli scavi tuttora in corso nel sito predinastico di Hierakonpolis è disponibile al seguente indirizzo:

https://laciviltaegizia.org/…/i-siti-predinastici…/

*** Per quanto riguarda la Tomba 100 rimando al bellissimo post della nostra cara Franca Loi al seguente indirizzo: https://laciviltaegizia.org/…/la-tomba-100-di…/


Nel 1985 è stato scoperto un vasto complesso templare nel centro predinastico della città di Hierakonpolis. Sono poche le tracce che ne attestano l’antica importanza, ma la scala e la natura dei rinvenimenti indicano che si trattava di un centro cerimoniale (Immagini n. 10b-11).

Immagine n. 10 Questi giganteschi fori ospitavano un tempo alti pali che formavano la facciata del monumentale tabernacolo del tempio predinastico di Hierakonpolis. Costruita con legno e stuoie, per stile e forme questa struttura può trovare confronto nelle costruzioni del complesso della Piramide a Gradoni, in cui strutture similari furono imitate, ma facendo uso della pietra. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 58)
Immagine n. 11 Un grande cortile ovale , fori per sostegni e trincee sono tutto ciò che rimane del tempio predinastico di Hierakonpolis, ma è quanto basta per concludere che si trattasse di un complesso cerimoniale che anticipò i recinti reali del periodo protodinastico. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 58)

Gli scavi hanno portato alla luce un grande cortile ovale (di almeno 40 x 14 metri), circondato da muri di legno e mattoni. Quattro enormi fosse per pali, sul lato occidentale del cortile, fungevano da alloggiamento per le alte colonne di legno che formavano la facciata di un edificio monumentale, molto probabilmente un sacrario costruito con stuoie e pennoni. La presenza di solchi poco profondi nel suolo lascia supporre che la parte retrostante dell’edificio era formato da tre camere, come nei templi posteriori. Ciò che si è conservato, ben si accorda con le raffigurazioni protodinastiche dell’archetipo di sacrario dell’Alto Egitto, che ritraggono una struttura a volta composta di pilastri e graticci, conformata a imitazione di un animale accovacciato, completo di coda e corna (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 un’ipotetica ricostruzione dell’area cerimoniale di Hierakonpolis prodotta da Faber-Courtial uno dei più noti studi tedeschi per l’elaborazione di modelli 3D e realtà virtuali.

A conferma che le continue ricerche nel sito apportano nuove conoscenze, bisogna precisare che con gli scavi del 2009, le precedenti ricostruzioni di quest’area sono state riviste: i quattro enormi pali e gli otto più piccoli (disposti su 2 file) che insistevano in quest’area non vengono più attribuiti ad un santuario come si era supposto, ma sono ora ritenuti, piuttosto, parte di un imponente ingresso sulla corte. Ad ogni modo, si riteneva, per tradizione, che il modello di grande sacrario della Valle, fosse quello di Hierakonpolis, pertanto è probabile che il complesso rinvenuto fosse proprio quel santuario che, rielaborato in pietra, molto più tardi, nel complesso della Piramide a Gradoni di Saqqara, rimase un prototipo per i millenni a venire.

Poco fuori le mura, sono stati rinvenuti laboratori specializzati nella produzione di vasi in pietra di eccellente qualità ed altri manufatti utilizzati per le offerte, a dimostrazione che l’associazione fra artigiani e templi non fu una novità dinastica. Un’altra caratteristica che contraddistingue Hierakonpolis è quello di essere uno dei pochi siti ad oggi noti, in cui siano state rinvenute necropoli separate per i diversi gruppi sociali. Sul versante meridionale, infatti si estende il vasto cimitero degli operai contraddistinto da fosse rivestite con stuoie ed un corredo funerario ridotto ad uno o due vasi, raramente di più. Ciononostante i defunti venivano acconciati nel migliore dei modi, come evidenzia l’utilizzo di henné, di capelli posticci e di toupet di lana di pecora. L’impiego di resine e, in alcuni casi, di pezze di lino intorno alla testa, alle mani e ad alcuni organi interni rivela la crescente preoccupazione per la conservazione del corpo, e può essere interpretato come uno dei primi tentativi nello sviluppo della mummificazione.

Anche in altri siti dell’Alto Egitto le sepolture dell’élite divenivano sempre più grandi e complesse, come dimostra la Tomba U-j a Umm el-Qa’ab (ca. 3150 a.C.) nei pressi di Abydos che includeva non meno di dodici camere nelle quali furono deposti oggetti d’offerta e circa settecento giare di vino proveniente dalla Palestina (Immagine n. 13).

Immagine n. 13 Tomba U-j, si tratta di una tomba principesca in cui alla camera funeraria (quella orizzontale, in alto a destra)erano collegate nove stanze che fungevano da magazzini; esse erano connesse alla camera funeraria grazie a fenditure nelle porte simboliche. Le due sale lunghe sulla sinistra sono magazzini aggiunti in epoca successiva. Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto. Nella tomba sono stati rinvenuti centinaia di vasi; un’analisi petrografica suggerisce che molti di essi furono prodotti nell’area palestinese e probabilmente devono aver contenuto vino. Fonte: Toby A.H. Wilkinson, Early Dynastic Egypt.

Sappiamo, da diverse fonti, che esistevano almeno tre principali centri di potere nell’Alto Egitto predinastico – Hierakonpolis, Naqada e Abydos – oltre ad un numero non quantificabile nel Basso Egitto. Alla fine del Periodo Predinastico, nell’epoca che oggi viene definita “Dinastia zero”, la posizione politica di Hierakonpolis, per ragioni ignote, cominciò a cambiare. La natura bellicosa di diversi documenti di questo periodo, come ad esempio la “Tavolozza del campo di Battaglia”*, dimostra che la guerra, sia simbolicamente, sia letteralmente, costituiva un aspetto rilevante per l’acquisizione e il mantenimento del potere, ma non era l’unico dal momento che un ruolo non secondario lo giocavano anche fattori ambientali e geografici ed anche le tecniche politiche e la diplomazia. Scolpita nella roccia in una località nel deserto nota come Gebel Tjauty, ad ovest dell’antica Tebe, è stata scoperta da John e Deborah Darnell, una scena che ci offre una testimonianza di quest’ epoca turbolenta. Rappresenta una processione trionfale che sembra commemorare la conquista di Naqada da parte di una coalizione di regnanti di Abydos e Hierakonpolis che utilizzarono le piste del deserto per aggirare il nemico. Dopo la caduta di Naqada e l’unificazione della Valle l’obiettivo successivo fu il controllo del Basso Egitto, anche se le testimonianze in tal senso non vanno oltre la sostituzione della particolare cultura del Delta con le architetture, ceramiche e credenze tipiche dell’Alto Egitto. Comunque sia stata raggiunta l’unificazione delle Due Terre, l’evento restò indelebilmente scolpito nell’immaginario egizio, come testimonia il fatto che l’ incoronazione di ogni re prevedeva un rituale di ripetizione dell’evento. Benché i loro nomi si fossero perduti nella notte dei tempi, l’eredità bimillenaria degli antenati non fu mai dimenticata. Le fondamenta gettate nel Predinastico sarebbero rimaste per sempre nel cuore della civiltà egizia, costituendo la base per il suo sviluppo futuro.

* Un bellissimo approfondimento sulla Tavolozza del Campo di Battaglia e su altre Tavolozze predinastiche, a cura di Luisa Bovitutti, lo trovate al link: https://laciviltaegizia.org/…/19/le-palette-predinastiche/

Fonti: Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 54-60.

Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pagg. 22-25.

Necropoli tebane

TT328 – TOMBA DI HAY

 Epoca:                                   XIX-XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[N 5]Dinastia/PeriodoNote[N 6]
Hay[4]Servo del Luogo della VeritàDeir el-Medina XIX-XX dinastia 

 

Biografia

Benché molto danneggiata, sono noti il nome della moglie, Tatemhet, di un figlio, Ptahmosi, e di una figlia, Hunuro[5].

La tomba

La cappella è distrutta; è noto tuttavia che su due stipiti della cappella fossero presenti, da un lato titolo e nome del defunto onorati dal figlio, Ptahmosi, inginocchiato; sull’altro stipite, dedicato dalla figlia Hunuro, scena con il defunto inginocchiato[6].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      Porter e Moss 1927, p. 397

[5]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 397

Necropoli tebane

TT327 – TOMBA DI TUROBAY

 Epoca:                                  XIX-XX Dinastia

 Titolare

TitolareTitoloNecropoliDinastia/PeriodoNote
Turobay[3]Servo del Luogo della VeritàDeir el-Medina XIX-XX dinastia 

 

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile il nome della moglie, Tuy[4]

La tomba

La cappella è costituita da una sala rettangolare; sulle pareti, molto danneggiate: il defunto con la moglie e un figlio (nominativo non leggibile) (1 in planimetria[5]); resti di scene (2) con il defunto e la moglie in offertorio a Osiride. Alcuni reperti risultano provenire, forse, da questa tomba: un pyramidion, oggi al Louvre (cat. 14396), e frammenti di un altro pyramidion con il defunto, oggi al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, proveniente dalla Kutorga[6] Collection[7].

Il pyramidion oggi al Louvre
Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, E 14396 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010018269https://collections.louvre.fr/CGU

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[4]      Porter e Moss 1927, p. 397.

[5]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[6]      Stepan Semyonovich Kutorga (1806 – 1861), zoologo e paleontologo russo.

[7]      Porter e Moss 1927, p. 397