Cose meravigliose, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA MUMMIA DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Carter 256 – Museo Egizio del Cairo

La mummia del Faraone fu probabilmente la parte più deludente della scoperta della tomba. Visto che alcune delle mummie trovate nella DB320 erano in ottime condizioni (soprattutto quelle di Sethi I e Ramses II) nonostante fossero state parecchio “sballottate” in tempi antichi e moderni, ci si aspettava di trovarsi di fronte ad una sorte di capolavoro dell’arte imbalsamatoria egizia.

Come tutti sappiamo, purtroppo così non fu. L’eccesso di unguenti e resine versate sulle spoglie del re avevano creato una sorta di “combustione” della parte organica, ma si è ipotizzato che anche altre cause abbiano contribuito al non perfetto stato di conservazione.

L’ESAME ORIGINALE

Forse la più strana sala autoptica della storia: nel corridoio esterno della tomba di Seti II il Prof. Derry effettua la prima incisione sul corpo mummificato di Tutankhamon. A sinistra Carter, chinato verso la mummia, e, più indietro, Mace. A destra, accovacciato, Saleh Bey Hamdi in rappresentanza del governo egiziano.

L’esame della mummia è stato effettuato dal Prof. Derry del Cairo, assistito dal dottor Saleh Bey Hamdi l’11 novembre del 1925, in una sala autoptica inusuale: il corridoio esterno della tomba di Sethi II. Si vide subito che le bende erano estremamente fragili e non sarebbe stato possibile svolgerle; Lucas suggerì quindi di impregnarle di paraffina e tagliarle in modo da non compromettere la disposizione originaria sia di bende che degli oggetti rituali frapposti ad esse. Dei tamponi di lino erano stati inseriti per mascherare le protuberanze causate dagli oggetti e per ricomporre la figura di un giovane tonico.

Un altro momento dell’esame autoptico.

In tutto ben 143 oggetti furono ritrovati tra le bende della mummia.

Nel complesso l’altezza della mummia risultò di 1,63 m, ma dalla lunghezza delle ossa degli arti è stato calcolato che Tutankhamon fosse alto 1,68 metri – un’altezza compatibile con quella delle due statue-guardiano all’ingresso della camera sepolcrale che lo raffigurano. L’età calcolata dalla ossificazione delle epifisi delle ossa lunghe risulta tra i 18 ed i 20 anni al momento della morte.

Gli arti del Faraone erano stati fasciati singolarmente prima di essere richiusi nella fasciatura esterna. Le braccia flesse sull’addome, e non incrociate sul petto, in posizione nettamente anomala per un Faraone egizio; l’avambraccio sinistro più in alto del destro ed entrambi ricoperti di braccialetti. Dita di mani e piedi erano avvolte in guaine d’oro su cui erano riprodotte le unghie e le prime falangi; i piedi calzati con sandali d’oro lavorati a sbalzo per imitare una suola di giunchi intrecciati.

La testa mozzata, con ancora indosso la cuffietta di lino ma senza fascia d’oro, 1925. Un chiaro “indizio” di come la salma sia stata smembrata e poi ricomposta.

Quando fu scoperto il volto, le narici erano chiuse da una sostanza resinosa, di cui uno strato era stato passato sugli occhi e sulle labbra della salma. Gli occhi non erano però stati trattati in modo particolare e mantenevano ancora le lunghe ciglia del Faraone. Il naso leggermente schiacciato dalle bende; le orecchie piccole, con i lobi forati (non piccoli i fori, 7.5 mm di diametro).

Una cicatrice sulla guancia sinistra, in corrispondenza con uno strato più sottile del metallo della maschera nello stesso punto ed alla puntura di insetto di Lord Carnarvon, è stata ovviamente sottolineata dagli amanti della maledizione del Faraone, tra cui Lady Carnarvon…

La radiografia della maschera con evidenziato il punto più sottile sulla guancia sinistra, dove si era ferito anche Lord Carnarvon, corrispondente ad una cicatrice sulla guancia del Faraone

Derry annotò una netta prominenza della parte occipitale del cranio, attribuendo una stretta parentela con lo scheletro ritrovato nella tomba KV55, all’epoca identificato come Akhenaton. La cavità del cranio era vuota, a parte un residuo di sostanza resinosa secondo la pratica di mummificazione dell’epoca.

I denti del giudizio erano appena spuntati, confermando la giovane età del faraone al momento della morte.

L’incisione addominale per rimuovere i visceri era quasi orizzontale, sul lato sinistro del corpo, quindi un’altra anomalia rispetto ad altre mummie della XVIII Dinastia, in cui il taglio è molto più verticale. La piastra d’oro posta di solito a chiusura dell’incisione era assente (forse spostatasi?). Non era presente nel petto né il cuore originale né un amuleto del cuore sostitutivo, ennesima anomalia.

La differenza tra le incisioni praticate per estrarre gli organi interni tipiche della XVIII Dinastia (a sinistra ed al centro) e quella praticata sul corpo di Tutankhamon (a destra). Da “Tutankhamen il Faraone dimenticato” di Philipp Vanderberg.

Il regale membro era trattenuto in posizione eretta dalle fasciature della zona genitale, unico caso conosciuto finora.

Carter fu pesantemente criticato per la scelta di eseguire un esame completo della mummia da chi riteneva più giusto lasciare indisturbato il corpo del Faraone. Ma, come abbiamo visto, la pessima esperienza di quanto successo con Amenhotep II, la cui salma è stata dilaniata a caccia di oggetti preziosi poco tempo dopo essere stato nuovamente inumato nella sua tomba, aveva tolto ogni dubbio agli scopritori su cosa fare.

Alcuni dei disegni con cui Carter annotò la posizione di ogni singolo oggetto ritrovato tra le bende del Faraone

Ma l’estrazione della salma dall’ultima bara e dalla maschera funebre non fu senza danni: la testa fu spiccata dal corpo, come pure tutti gli arti lunghi. Altri danni furono inferti, misteriosamente anni dopo.

Un’altra foto “traditrice”: la mano sinistra mozzata, fotografata per mettere in evidenza le guaine d’oro poste sopra le dita e gli anelli con i cartigli di Tutankhamon

Tutankhamon al momento della re-inumazione, 1926

L’ESAME DEL 1968

Una seconda autopsia fu effettuata nel 1968 dal Prof. Harrison di Liverpool (ricordate? Quello che aveva determinato l’età dell’occupante della KV55 in 20-22 anni, togliendo credito all’identificazione come Akhenaton) e per la prima volta il corpo di Tutankhamon fu radiografato.

Qualcosa era però successo nei 40 anni intercorsi.

La mummia fu riesumata pesantemente danneggiata. La cassa toracica sfondata, mancavano lo sterno, diverse costole, le clavicole; le palpebre asportate, il pene disperso (ritrovato anni dopo). Le braccia erano in posizione distesa lungo i fianchi e non più incrociate sull’addome. Era stata rubata la calottina che copriva il cranio. Nessuno sa cosa sia successo, né è facile fare delle ipotesi. Il corpo era stato fotografato ricomposto al momento della nuova tumulazione nel sarcofago, ed era apparentemente integro.

Nel dettaglio le differenze tra la foto del 1925 e lo stato attuale. Manca la cuffia in lino, le palpebre risultano asportate/distrutte, sono sparite le clavicole, il collare che si pensa coprisse lo squarcio sul petto (ma le costole sono ben presenti nella prima foto), le braccia hanno cambiato posizione

Da notare che Harrison non menzionò affatto queste anomalie nella sua pubblicazione; il suo scopo era soprattutto l’analisi del cranio e della colonna vertebrale.

Comunque, l’esame radiografico non mostrò traccia di incidenti mortali. L’analisi delle vertebre le mostrò normali, nessuna traccia di tubercolosi. Un frammento d’osso fu visto all’interno della scatola cranica, inizialmente individuato come un frammento staccatosi dalla cavità nasale durante il processo di mummificazione, ma poi oggetto di illazioni su una presunta ferita da mazza o da freccia.

La radiografia del cranio del 1968. I due diversi strati di resina visibili sotto la calotta cranica, in alto, ed a destra nella zona occipitale sono indicati dalle frecce nere. Vicino a quest’ultima, il frammento d’osso che ha generato le ipotesi di assassinio del re (freccia dritta bianca). La freccia curva bianca indica il possibile secondo percorso di estrazione del cervello attraverso il forame magno

Ma – altra anomalia – la sostanza resinosa si era solidificata nel cranio in DUE posizioni differenti, una prima mentre il corpo era disteso ed una seconda con la testa rivolta verso il basso, in posizione capovolta. Probabilmente una seconda operazione di asportazione del cervello è stata effettuata dal forame magno posteriore, non si capisce perché in posizione capovolta.

Nel 1978 una seconda riesumazione fu effettuata dall’ortodontista James Harry per ottenere delle immagini migliori della dentizione del faraone, cosa che era stata impossibile nel 1968. A causa di tensioni politiche, era stato impossibile portare il corpo di Tutankhamon fuori dalla tomba, quindi le radiografie erano state fatte con un apparecchio portatile.

Nel 1978 venne effettuata una radiografia molto più definita e precisa rispetto a quella del 1968. Il frammento d’osso è molto più visibile, come anche la sedimentazione della resina usata

LA TAC DEL 2005

5 gennaio 2005: Zahi Hawass presiede l’apertura della prima bara per prelevare il corpo del Faraone e sottoporlo ad una TAC

Una TAC è stata effettuata nel 2005, voluta da Zahi Hawass per controllare l’ipotesi di un assassinio del Faraone.

Viene estratta nuovamente la cassa in legno riempita di sabbia in cui era stato inumato il Faraone nel 1926

L’esito riportato fu che:

L’intera squadra concorda sul fatto che NON ci sono prove di un omicidio presenti nel cranio di Tutankhamon. Non c’è NESSUNA zona sul retro del cranio che indichi un colpo parzialmente guarito. Ci sono due frammenti ossei all’interno del cranio. Questi non possono essere stati causati da una ferita prima della morte, poiché sarebbero rimasti intrappolati nel materiale per l’imbalsamazione. Il team scientifico ha abbinato questi pezzi alla vertebra cervicale fratturata e al forame magno, e ritiene che questi siano stati rotti durante il processo di imbalsamazione o dal team di Carter”.

L’esame rivelò però una frattura del femore sinistro, quasi all’altezza del ginocchio (la cui rotula era allentata e fu staccata durante la prima autopsia), una frattura presumibilmente perimortem (ma questo fatto è stato contestato) – di per sé non mortale, ma la cui infezione avrebbe potuto essere fatale. Altri studiosi credono però che la frattura sia stata causata dal team di Carter (nessuna evidenza di ematoma alla TAC); la questione è aperta.

Indicata dalla freccia a sinistra la frattura del femore che si ipotizza sia dovuta ad un incidente con il carro

LE DIVERSE IPOTESI

Il corpo del Faraone preparato per la TAC del 2005

Nel corso del tempo sono state azzardate diverse affermazioni su Tutankhamon (in parte derivate dall’iconografia di Akhenaton), senza un reale fondamento. Vediamone alcune:

Forbes (1998): era debole a causa degli incroci fra consanguinei. PERÒ: la madre putativa Kiya non era consanguinea di Akhenaton

Weller (1972): soffriva di ginecomastia ed infertilità. PERÒ: i due feti trovati nella tomba indicherebbero che Tutankhamon fosse fertile

Smith (1923): soffriva della sindrome di Froelich (come suggerito per Akhenaton al tempo). PERÒ: entrambi erano fertili.

Burridge (2000): soffriva della sindrome di Marfan (deficit di tessuto connettivo con danni diffusi a scheletro, occhi, cuore ed altri organi). PERÒ: nessuna prova trovata nell’analisi genetica di Hawass del 2010

Creizel (1980): era celiaco (?). PERÒ: nessuna prova tangibile

Walsche (1973): definisce una “sindrome di Tutankhamon” (sviluppo seno, prominenza addominale, piede piatto). PERÒ: ipotesi derivata dalla raffigurazione in alcune statue, nessuna evidenza sul corpo

Boyer (2003): soffriva della Sindrome di Klippel-Feil (fusione delle prime due vertebre cervicali e ridotta possibilità di movimento). PERÒ: nessuna evidenza nella TAC del 2005

Doherty (2002) e Hawass (2010): soffriva di sindromi malformative del piede destro e piede sinistro equino, testimoniato anche dai 120 bastoni trovati nella tomba. PERÒ: nessuna evidenza nell’esame del 1925, contestazioni di esperti sul piede equino, presenza di bastoni cerimoniali in diverse altre tombe.

Doherty (2002): la testa rasata del Faraone suggerisce che i medici cercassero una lesione cerebrale o l’origine di una patologia. PERO’: era pratica comune per i nobili radersi ed usare parrucche per ragioni igieniche.

Sempre Doherty (2002): Tutankhamon soffriva di *pectus carinatum* o “petto del piccione” (protrusione sterno e costole). PERO’: nessuna evidenza nei ritratti del re; sterno e costole sono andate perse e nessuna possibilità di verifica

Ashrafian (2012): era epilettico. PERÒ: nessuna prova tangibile

El-Mahdy (1999) e Doherty (2002): aveva un tumore cerebrale (meningioma). PERÒ: nessuna evidenza dall’esame del cranio e dalla TAC

Le prime immagini della TAC

Sempre Zahi Hawass ha pubblicato nel 2010 un contestatissimo lavoro (Ancestry and pathology in King Tutankhamun’s Family. Journal of the American Medical Association 303, 638–647 (2010) in cui ipotizzava la malaria come causa principale di morte di Tutankhamon sulla base del ritrovamento di frammenti del DNA del Plasmodium falciparum nel corpo del Faraone. In realtà la malaria era endemica nell’Antico Egitto, e la malaria nelle zone endemiche può avere esiti fatali nei bambini piccoli e nelle donne incinte, non negli adulti. È altamente improbabile che il giovane regnante sia morto per questo. Curiosità: il gruppo sanguigno del Faraone era A+, lo stesso dello scheletro della KV55 (Akhenaton/Smenkhare).

Le lesioni metatarsali al piede sinistro di Tutankhamon e l’accorciamento del secondo dito dello stesso piede sarebbero invece sintomi di anemia falciforme, una patologia dimostrata già nell’Egitto predinastico. Anche il prognatismo mascellare (overbite) mostrato nella scansione del 2005 sarebbe compatibile con una diagnosi di anemia falciforme (Timman e Meyer, 2010).

La testa, oggi

La frattura al femore ha alimentato l’ipotesi di una ferita per una caduta dal carro, presumibilmente durante una battuta di caccia. La ferita infetta avrebbe ucciso il Faraone. Da notare però che secondo alcuni studiosi la frattura risalirebbe alle “manovre” di carter per liberare il corpo del Faraone

Le costole sono un altro mistero: secondo Benson, il taglio sui monconi rimasti sono troppo netti per essere stati fatti su un osso di 3000 anni fa (si sarebbero sbriciolati); secondo lui sono stati effettuati dall’imbalsamatore che si era trovato davanti un corpo dilaniato, con uno squarcio sul petto con perdita del cuore e dello sterno. Uno scenario molto cruento, coperto sulla mummia da un collare di perline posto direttamente sulla pelle della salma e che avrebbe coperto lo squarcio.

In definitiva le principali ipotesi finora formulate comprendono:

1) Un assassinio da parte di una congiura di palazzo.

Elementi a favore: morte improvvisa di un giovane apparentemente ben nutrito anche se gracile; periodo storico molto critico; mancanza di un erede diretto. Candidati colpevoli: Ay o Horemheb

Elementi contro: non ci sono tracce di ferite intenzionali inferte; il frammento di osso nel cranio sembra conseguente alla procedura di mummificazione

2) La malaria

Elementi a favore: tracce di DNA del Plasmodio della malaria sono stati ritrovati nella salma di Tutankhamon

Elementi contro: in un’area dove la malaria era endemica è estremamente improbabile che un giovane adulto ben nutrito e ben curato possa soccombere alla malattia

3) Un incidente con il carro

Elementi a favore: le fratture del femore e (forse) delle costole sarebbero compatibili con un incidente con il carro da caccia o da guerra, oppure dal calcio di un cavallo. Le anomalie dell’imbalsamazione potrebbero essere dovute ad una procedura approssimativa “sul campo”. Nel Talmud si fa (forse) riferimento ad una caduta di un Faraone dal carro.

Elementi contro: secondo diversi esperti, le fratture sono post-mortem, probabilmente risalenti al 1925 nel caso del femore e al periodo tra il 1925 ed il 1968 per le costole. Improbabile che il re fosse così inesperto da subire il calcio di un cavallo.

4) Una malattia ereditaria (epilessia; anemia falciforme)

Elementi a favore: alto grado di consanguineità nella XVIII Dinastia, elementi scheletrici compatibili

Elementi contro: la presunta madre di Tutankhamon, Kiya, non era parente del presunto padre, Akhenaton; mancanza di prove dirette

5) Ucciso da un ippopotamo

Elementi a favore: lo squarcio nel torace; assenza del cuore; assenza dello scarabeo del cuore (Harer, 2006). Curiosamente, la stessa morte descritta da Manetone per Menes, il primo Faraone

Elementi contro: nessuna certezza che lo squarcio sia avvenuto ante mortem; mancata descrizione dello squarcio nell’autopsia di Derry. La guardia personale del Faraone lo avrebbe protetto (precedente caso di Tuthmosis III con un elefante)

6) Avvelenato

Elementi a favore: nessuno, o meglio, la mancanza di altri indizi evidenti della causa di morte di un giovane nobile

Elementi contro: nessuna prova

Fino all’emergere di nuove evidenze, la causa della morte di Tutankhamon rimarrà un mistero

Tutankhamon, ad oggi, riposa così. A causa dello spostamento della prima bara al GEM per il restauro non è più nella camera sepolcrale ma nell’Anticamera. Privato dei sacrari, del sarcofago, delle bare e della maschera, spogliato di ogni amuleto protettivo. Dilaniato, spezzato, tagliato letteralmente in due e pietosamente ricomposto. Forse non esisteva un altro modo, ma di tutto ciò che era presente nella sua tomba, forse quello che ha ricevuto meno cure e meno attenzioni è stato proprio lui.

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Forbes D. et al. Tutankhamen’s Missing Ribs. KMT San Francisco, 2007
  • Boyer R et al. The Skull and Cervical Spine Radiographs of Tutankhamen: A Critical Appraisal. American Journal of Neuroradiology Jun 2003, 24 (6) 1142-1147
  • Harer, W. Benson. “New Evidence for King Tutankhamen’s Death: His Bizarre Embalming.” The Journal of Egyptian Archaeology 97 (2011): 228–33.
  • Rühli, F.J., Ikram, S., Purported medical diagnoses of Pharaoh Tutankhamun, J. Comp. Hum. Biol. (2013),
Cose meravigliose, Tutankhamon

LA BARA D’ORO DI TUTANKHAMON

(Carter 255)

Di Andrea Petta

La terza bara di Tutankhamon rimane probabilmente l’oggetto più stupefacente di tutta la tomba. Se la maschera funebre ha un valore artistico superiore, il valore intrinseco della terza bara è ai limiti dell’immaginabile. Solo il peso dell’oro varrebbe quasi sei milioni di euro al giorno d’oggi.

Il coperchio della seconda bara è stato sollevato, il volto scoperto della bara d’oro appare per la prima volta dalla sepoltura di Tutankhamon

Ben 110 chili di oro puro, fusi a creare l’ultimo bozzolo che avvolgeva la mummia del Faraone. Lo splendore del metallo perfetto, che ricorda il calore del sole, che non si ossida e non si arrugginisce ad accompagnare Tutankhamon nel suo viaggio nell’oltretomba. Scrisse il suo scopritore: “Il mistero dell’enorme peso, che fino a quel momento ci aveva lasciati perplessi, ora era chiaro

Il volto scoperto, quasi fosse impossibile per le mani che hanno chiuso la bara ricoprire la sua bellezza. Si nota intorno alla testa il secondo drappo avvolto appositamente per non celare il volto

Lunga 188 cm, larga ed alta 51, con uno spessore da 2.5 a 3 mm, fu indicata da Carter come “esempio unico di dell’arte della lavorazione del metallo, sia tecnicamente che artisticamente”. Anche gli 8 tenoni sono in oro, fissati con chiodi anch’essi in oro e che furono segati per permettere l’apertura del coperchio. Quattro maniglie, sempre in oro, permettevano l’apertura del coperchio, come nella prima bara.

La terza bara, ancora avvolta dalla cassa della seconda, pronta per essere esaminata. In basso si vede bene l’eccesso di unguenti utilizzati a formare una massa nerastra accumulata soprattutto verso il piede

Il Faraone vi è raffigurato con il nemes come copricapo, la cui plissettatura è in rilievo e non ad intarsio. Una sorta di sudario in lino colorato originariamente di rosso avvolgeva il corpo del Faraone, lasciando però scoperta la testa ed il volto. Un secondo panno in lino era arrotolato e posizionato tra la terza e la seconda bara, intorno alla testa. Forse qualcuno durante la cerimonia funebre non se l’era sentita di coprire quel volto, forse Ankhesenamon ha voluto che risplendesse per l’eternità. 

Una curiosità: la fascia che chiude il nemes sulla fronte del Faraone è identica a quella trovata effettivamente sulla mummia e che tratteneva la calottina decorata con perline e pietre preziose andata persa come ci ha mostrato Patrizia Burlini.  Una seconda curiosità è che questa banda è stata identificata per la sua forma come un “sistema di comunicazione wireless” utilizzato dal Faraone od un “potenziatore di onde cerebrali”

Il contorno degli occhi e le sopracciglia sono in intarsio di pasta vitrea blu lapislazzulo, gli occhi in calcite bianca con pupille in ossidiana. Il deterioramento della calcite accentua ulteriormente l’impressione di sacralità di un’immagine quasi eterea del volto del Faraone. Le orecchie hanno i lobi forati, anche se i fori erano coperti con una lamina d’oro al momento della scoperta.

Due collari intarsiati, a dischi in oro giallo ed oro rosso alternati a faience blu scuro, circondano il collo del Faraone, mentre un pettorale “del falco” scende sotto i lembi del nemes, intarsiato da undici file di perline tubulari in lapislazzuli, quarzo e corniola, feldspato verde e pasta di vetro turchese. La parte esterna è decorata con finti pendenti. Le braccia sono decorate con braccialetti intarsiati degli stessi materiali.

In questa foto si vede abbastanza bene il doppio collare a dischi d’oro giallo e rosso alternati a faience blu che passa sotto la barba cerimoniale. L’ala di Nekhbet si protende sulla spalla sinistra del Faraone. Si vede anche il cattivo stato di conservazione del flagello, la cui asta è in bronzo

Il manico del flagello, stranamente realizzato in bronzo, ha sofferto molto dell’impregnazione con le resine dell’imbalsamazione.

La decorazione è nuovamente del tipo “rishi”; in una sorta di “fusione” tra le due bare più esterne ricompaiono come sulla prima bara Iside e Nephti che protendono le ali a protezione della salma del re, ma questa volta sono posizionate intorno ai fianchi e le gambe, mentre Nekhbet e Wadjet sono posizionate a livello del torace e delle spalle come sulla seconda bara.

L’intarsio a formare la figura di Nekhbet sul fianco destro di Tutankhamon. Tra gli artigli i due simboli “shen”

Il fianco sinistro della bara, dove spiccano sull’oro le ali spiegate delle dee e il fianco destro in una foto molto più moderna

Due colonne verticali di testo sono disposte lungo la parte anteriore del coperchio della bara dal ventre ai piedi, mentre ricompare Iside inginocchiata sul geroglifico “nbw” sotto il piede della bara.

Nonostante la sua composizione in puro oro, la terza bara non brillava come le altre due una volta scoperta del sudario. Gli unguenti versati durante la cerimonia funebre avevano creato uno spesso strato di materiale nerastro “simile alla pece” che, come abbiamo visto, rese estremamente difficile la separazione tra le due casse e l’estrazione della maschera funebre.

Carter ripulisce con un pennellino la superficie della terza bara – e probabilmente si sta chiedendo come farà a liberarla da quella sostanza simile alla pece che la imprigiona

Ma una volta liberata da quel manto nero che la avvolgeva è diventata uno dei simboli della ricchezza e della potenza della civiltà egizia nel Nuovo Regno, che ha potuto permettersi questo “lusso” artistico e materiale per un Faraone fanciullo il cui ruolo nella storia è ancora da decifrare completamente.

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Cose meravigliose, Tutankhamon

LA SECONDA BARA DI TUTANKHAMON

(Carter 254)

Di Andrea Petta

La seconda bara, quella intermedia, è la più “controversa”, la cui attribuzione originale è ancora dubbia. Il volto è marcatamente diverso da quello della prima e della terza bara, nonché dalla maschera funebre, il che ha generato diverse ipotesi sul “proprietario” originale.

Il confronto tra i due volti (da “Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998“)

La netta discrepanza nella raffigurazione ha sucitato, soprattutto in tempi relativamente recenti, un’accesa discussione tra gli egittologi. Claude Vandersleyen ad esempio ha rilevato che il viso sia molto più squadrato e con un’espressione “imbronciata”, ipotizzando l’appartenenza originale a Nefertiti o al misterioso Faraone Neferneferuaton (Nefertiti? Merytaton?), mentre secondo altri sarebbe appartenuto a Smenkhare.

Carter all’opera con un pennellino per togliere delicatamente gli ultimi resti del tessuto in lino che copriva la bara, dissoltosi al primo tocco degli scopritori.

Però…

Però le tre bare si incastrano perfettamente una dentro l’altra; pensare ad un “adattamento” risulta difficile. Inoltre, su nessuna delle tre bare ci sono segni che indichino una modifica ai testi iscritti. In mancanza di ulteriori prove è impossibile determinare se effettivamente questa bara sia stata usurpata da Tutankhamon.

La seconda bara ancora all’interno della prima, da cui fu estratta facendo scivolare giù la cassa della prima

Lunga 204 cm e larga 68, con un’altezza massima di 79, è anch’essa in legno ricoperto di gesso e dorato, ma, a differenza della prima bara, è interamente decorata in pasta vitrea e faience. Dieci tenoni in argento chiudevano originariamente il coperchio, che non ha ovviamente maniglie dovendo instrarsi nella prima bara.

Uno dei dieci tenoni di chiusura del coperchio, in argento massiccio. Nei fori erano inseriti chiodi in argento con testa in elettro; a questi chiodi, estratti parzialmente per quanto possibile nello spazio tra prima e seconda bara, furono agganciate le carrucole per tenere ferma la seconda bara mentre la prima veniva fatta scivolare giù. I carpentieri egizi sapevano fare il loro mestiere

La posizione dei dieci tenoni di chiusura nella visione di tre quarti della bara, che permette la visione d’insieme della lavorazione a cloisonné egiziano (foto Sandro Vannini)

Un finisssimo tessuto in lino proteggeva la bara; su questo tessuto diverse ghirlande floreali avvolgevano la bara (molto simili a quelle trovate da Davies ne pozzo 54 nella Valle dei Re). Una seconda coroncina era stata posta intorno ai due emblemi reali sulla fronte, sempre in foglie di ulivo, fiordalisi e petali di loto.

La seconda bara come apparve agli scopritori, con il tessuto in lino a coprirne le sembianze e ricoperta di ghirlande floreali compresa la coroncina sugli emblemi reali
La prima foto della seconda bara “libera”. L’impatto visivo della decorazione a cloisonné fu sensazionale.

Il Faraone, rappresentato come Osiride, indossa questa volta il nemes decorato in pasta vitrea blu, sempre con un avvoltoio nekhbet ed un ureo sulla fronte. L’ureo è in legno dorato, con testa in faience blu ed intarsi colorati. L’avvoltoio è anch’esso in legno dorato, con becco in ebano.

Il volto della seconda bara

La barba cerimoniale è in pasta vitrea ed oro.

Il re è rappresentato con un collare cosiddetto “del Falco” decorato con diaspro rosso, turchese e lapislazzuli.

La bara in mostra al vecchio Museo Egizio

Sotto le braccia, incrociate sul petto con il flagello ed il pastorale, al posto delle dee presenti sulla prima bara sono rappresentati nuovamente l’avvoltoio Nekhbet ed un ureo alato “wadjet” mediante uno spettacolare intarsio, sempre in diaspro rosso, turchese e lapislazzuli. I simboli “shen” che tengono negli artigli sono in diaspro rosso contornato da pasta vitrea turchese.

L’ala di Nekhbet protesa sulla spalla sinistra del Faraone

Gli stessi materiali formano il decoro “rishi” su tutto il resto della bara, realizzato in “cloisonné egiziano”. In questa tecnica, sottili strisce d’oro sono state saldate alla lamina d’oro sottostante e riempite con la pasta di vetro colorata (si differenzia dal cloisonné tradizionale in quanto vengono inserite negli spazi creati le “tessere” già formate, invece del vetro ancora fuso). La mole di lavoro per realizzare l’intero sarcofago con questa metodica è inimmaginabile.

Lo spettacolare intarsio dell’ureo alato, sempre sul fianco sinistro, con i due simboli “shen” in diaspro rosso e pasta vitrea turchese

Il decoro a cloisonné egiziano ricorda peraltro quello del sarcofago danneggoato rinvenuto nella tomba KV55 (Akhenaton? Smenkhare?).

L’intarsio prosegue su tutta la bara, qui un particolare delle gambe

Due colonne di testo sono intarsiate sulle gambe della bara. Sulla superficie inferiore del piede, un’altra figura alata di Iside simile a quella della prima bara inginocchiata su un segno “nbw” (oro).

Sotto il piede dalla bara, nuovamente Iside
Il particolare della dea che stende le sue ali
La foto ufficiale del Museo Egizio del Cairo

FONTI:

Cose meravigliose, Tanis

IL PETTORALE CON SCARABEO ALATO DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85788 e 85789 (collana) – Montet 510

Questo magnifico pettorale era al collo della mummia di Psusennes I insieme ad altri tre molto simili, seppure di fattura inferiore

Lo scarabeo, alto 6,5 cm e largo 4,5 cm, è stato ricavato da un diaspro verde molto scuro ed incastonato in oro. La sua morfologia è riprodotta molto fedelmente e nei minimi dettagli, rivelando una conoscenza ed un’osservazione molto attenta unita ad una straordinaria padronanza dell’esecuzione  

Le sue ali sono composte da 21 linee orizzontali, incastonate in oro a cloisonné egiziano con pietre policrome ad alternanza di colori caldi e freddi utilizzando diaspro rosso, pasta di vetro nera, rossa e blu.

La foto originale di Montet

Davanti allo scarabeo, posto orizzontalmente, c’è il cartiglio del Faraone in oro, le cui estremità poggiano, ai lati, sulle ali. È inciso con il nome di nascita del faraone Psusennes I “Pasebakbaenniut Merimon” (letteralmente ‘la stella è apparsa in città, amata da Amon’). 

La lavorazione del cartiglio è – incredibilmente – anch’esso in cloisonné egiziano: ogni segno è lavorato individualmente, con minuscole cellette delimitate da contorni in oro e riempite con pietre colorate o pasta vitrea, con una resa finale perfetta.

Il forte significato simbolico è sottolineato dalla presenza del segno ‘shen’. lo scarabeo spinge instancabilmente il cartiglio con il nome del re, mentre si trascina dietro il segno ‘shen’ che simboleggia l’eternità.

Inoltre, per aumentare il potere dell’amuleto, per accentuarne la protezione, sul retro è inciso il capitolo 30 del Libro dei Morti, che invoca cuore del defunto a non testimoniare contro di lui durante il giudizio finale della psicostasia.

Il retro del pettorale; sul castone dello scarabeo è inciso il Capitolo 30 del Libro dei Morti
La foto di Montet del retro di questo collare evidenzia meglio il testo sul retro del castone

Il ciondolo era appeso, mediante due anelli fissati alle ali dello scarabeo, ad una doppia catena di perle oblunghe, in oro e pietre multicolori. 

Questa catena, lunga 42 cm, è rifinita con un delicato e grazioso contrappeso floreale, formato da strisce di pasta vitrea incastonate in oro, un perfetto complemento per questo pettorale.

Il pettorale con la splendida collana che lo accompagna

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
  • Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Cose meravigliose, Tanis

IL COLLARE SHEBYU DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85751 (Montet 484). Oro e pietre dure. Diametro 35 cm, peso 8 kg

Pierre Montet ritrovò sulla mummia di Psusennes I ben tre collari shebyu, composti da dischetti d’oro forati al centro ed infilati in file concentriche chiuse da una piastra ornata da pendenti (cat. 482, 483 e 484). 

La collana 483, con cinque fili di dischetti d’oro, una chiusura a piastra pressoché identica ed una serie di pendenti più semplice

Questa particolare forma della collana caratterizzava, in una forma molto più semplice, il cosiddetto “Oro dell’Onore” con cui il Faraone ricompensava i suoi funzionari più fedeli (lo abbiamo visto al collo di Kha al Museo Egizio di Torino, ad esempio).  

L’Oro dell’Onore al collo di Kha

Il peso notevolissimo dell’oro delle collane ha creato diversi problemi alla loro preservazione nella forma originale. Al momento della chiusura del sarcofago è probabile che si fossero già spostati dalla sede originale; l’umidità ha distrutto i fili su cui erano inseriti i dischetti e l’apertura della bara d’argento, che era rimasta saldamente incastrata nel secondo sarcofago, ha ulteriormente contribuito al deterioramento.

Alcune parti siano state coinvolte nel furto avvenuto al Museo del Cairo nel 1943 ed alcune di esse non sono mai state recuperate.

Questa specifica collana, di circa 35 cm di diametro, ha sette fili formati da cinquemila minuscoli dischetti d’oro, per un peso totale di circa 8 kg. Le altre due collane shebyu sono a cinque fili e pesano circa 6 kg ciascuna, per un totale di 20 kg d’oro al collo del Faraone…

Sul petto presenta una grande chiusura cloisonné, una piastra alta 6,2 cm e raffigurante i cartigli reali affiancati da due divinità. A destra, il dio Amon rappresentato con la corona a due piume; a sinistra la dea Mut che indossa la doppia corona ed un ureo regale sulla fronte. Entrambi impugnano un simbolo ankh (vita) ed uno scettro was (potere).

La piastra di chiusura, un altro capolavoro dell’arte orafa egizia

La parte superiore della chiusura è decorata con un disco solare alato. Tutti gli elementi decorativi della chiusura sono intarsiati con pietre semipreziose (corniola rossa, lapislazzuli e feldspato verde). 

Dalla chiusura si dipartono 10 pendenti che si ramificano; l’artista che ha creato questa collana è riuscito a sviluppare un intero fascio di catenelle d’oro, che lungo la loro lunghezza sembrano moltiplicarsi dividendosi, “sbocciando” così in una sontuosa cascata d’oro. Ogni “giunzione” e ogni estremità è adornata con nappe simili a fiordalisi; in totale erano 110, scesi a 98 dopo il furto del 1943.

Ci sono versioni discordanti su come queste collane venissero indossate: secondo alcuni la collana veniva portata con la chiusura sulla nuca, in modo che la cascata delle catenelle ricordasse una capigliatura d’oro; secondo altri veniva portata sul torace ad adornare il petto del faraone.

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
  • Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Cose meravigliose, Tanis

I BRACCIALI IN ORO E LAPISLAZZULI DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85779 e 85780. Oro e pietre dure. Lunghezza aperto 23.5 cm, altezza 4.5 cm

Pierre Montet scrisse nei suoi resoconti degli scavi a Tanis che

La mummia, tutta vestita d’oro, riposava nella sua bara d’argento con le sue sei collane, ventidue braccialetti da polso, quattro braccialetti al ginocchio e alla caviglia, pettorali, scarabei e amuleti, copridita e sandali d’oro, più di trenta anelli, e tutto di splendido gusto

Alcuni oggetti sono straordinariamente moderni nel loro stile, come questa coppia di bracciali in oro e lapislazzuli. Furono ritrovati aperti, all’altezza delle ginocchia del Faraone (uno addirittura completamente a pezzi), e non è stato possibile determinarne la posizione originale, anche se è possibile che fossero indossati sotto al ginocchio.

Sono suddivisi in quattro sezioni dalla chiusura e da tre cerniere, costituite da piastre verticali di 35 mm di altezza; ogni sezione è formata da cinque elementi a mezzaluna, alternativamente in oro e lapislazzuli incastonati in oro. Ogni elemento è indipendente, agganciato alle piastre verticali con piccole cerniere in oro, un lavoro incredibilmente raffinato.

Il bracciale aperto e chiuso

Le piastre riportano i cartigli del Faraone (Psusennes Miamon) alternati al titolo di primo Profeta di Amon all’esterno, dove sono incisi su un fondo blu lapislazzulo. All’interno troviamo invece ripetuto per quattro volte “Nato dal Sommo Sacerdote di Amon, Nesbanebdjed (Smendes I)”, che in realtà fu suo nonno.

La discendenza da Smendes I ribadita all’interno dei bracciali

La chiusura era con uno spillone che attraversava i piccoli tubuli delle cerniere principali, perfettamente mimetizzata con le altre piastre.

I bordi superiore e inferiore del bracciale sono costituiti da perline tubolari, infilate orizzontalmente, sempre alternate tra oro e lapislazzuli. Nel simbolismo egizio sappiamo che l’oro costituiva la carne degli dèi, mentre il blu dei lapislazzuli evocava sia il cielo stellato che l’oceano primordiale.

I bracciali nelle foto di Montet; da notare quello ritrovato completamente “smontato”

FONTI:

Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):

Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)

Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987

Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti

Cose meravigliose, Tanis

LA PIASTRA DI IMBALSAMAZIONE DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85821. Dimensioni 16.6 x 9.9 cm, spessore 0.7 mm. Oro

Le “piastre per imbalsamazione” venivano posizionate sopra l’incisione praticata sull’addome del defunto per estrarre gli organi interni durante il processo di mummificazione.

Entrate nell’uso comune durante il Nuovo Regno, furono utilizzate fino all’Età Tolemaica, anche se normalmente di materiali meno nobili. Il loro significato esoterico era quello di “guarire” la ferita necessaria per la pratica di mummificazione del defunto ed impedire che spiriti maligni potessero profanarne il corpo.

La piastra di Psusennes I era cucita sulle bende che ricoprivano l’incisione grazie a quattro fori sugli angoli della piastra stessa. L’importanza simbolica di questo oggetto è testimoniata dall’estrema cura riservata ai dettagli dell’incisione, che vede al centro un occhio protettivo udjat circondato dai quattro figli di Horus, che sappiamo sovrintendere alla protezione degli organi interni del defunto e che abbiamo visto riprodotti sui vasi canopi del Faraone.

Ogni divinità (da sinistra Hapi, Imsety, Duamutef e Qebehsenuf) è raffigurata con indosso un gonnellino corto ed un collare usekh; ognuna ha inoltre un ureo regale sulla fronte. I loro nomi sono incisi sopra le loro teste insieme al cartiglio del Faraone “L’Osiride Psusennes Meriamon, giusto di voce”.

FONTE: Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)

Foto reperita in rete

Cose meravigliose, Tanis

I VASI CANOPICI DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85914-17. Alabastro, foglia d’oro e bronzo

I quattro vasi canopi di Psusennes I erano stati deposti davanti al sarcofago in granito rosa, senza nessun naos a contenerli.

Sono realizzati in alabastro ricoperto da una sottilissima foglia d’oro che si è brunita in molte parti.

Qebehsenuf a testa di falco

Anche i coperchi sono erano ricoperti di foglia d’oro con una decorazione dipinta, azzurra verticale e ricordare il nemes faraonico, e rossa e azzurra ad imitare un collare variopinto.

Su tutte le teste spicca un ureo in bronzo dorato e decorato.

L’ureo sulla testa di Duamutef

Le iscrizioni associano come d’abitudine Iside e Imsety al vaso con testa umana, Nephti ed Hapi al vaso con testa di babbuino, Neith e Duamutef a quello con testa di sciacallo, ed infine Selqit e Qebehsenuf a quello con testa di falco. I quattro canopi contenevano rispettivamente il fegato, i polmoni, lo stomaco e l’intestino del defunto.

Hapi a testa di scimmia

All’interno non c’erano, come nel caso di Sheshonq, piccoli sarcofagi ma direttamente gli organi interni che si sono ovviamente deteriorati.

Le quattro teste nelle foto originali di Montet
I quattro canopi al Museo Egizio

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
  • Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
  • Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Getty Images
Cose meravigliose, Tanis

LA BARA D’ARGENTO DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85912; lunghezza: 185 cm

Come abbiamo visto, il 28 febbraio 1940, alla presenza del Re Faruk I, Pierre Montet procedette all’apertura del sarcofago nero di Psusennes.

Non ci è dato di sapere che cosa si aspettasse Montet dopo due sarcofagi “riciclati”; forse un terzo sarcofago usurpato, forse un cartonnage sulla mummia del Faraone.

Invece no.

Aperto il sarcofago si presentò agli occhi un capolavoro assoluto dell’arte funeraria egizia, di un valore inestimabile: una bara in argento massiccio ed oro, creata appositamente per Psusennes.

In realtà non è argento puro ma una lega composta prevalentemente da argento, con oro e rame. Un valore inimmaginabile al tempo, dal momento che l’Egitto non aveva miniere d’argento e doveva importarlo.

Il Faraone è rappresentato come Osiride, con le mani sul petto che impugnano il flagello ed il pastorale. I tratti del viso sono idealizzati e ricordano i ritratti reali del periodo Ramesside. Una fascia d’oro circonda la fronte (ricordate quella sulla mummia di Tutankhamon?), ornata da un ureo in oro massiccio. Gli occhi sono intarsiati con pasta di vetro colorata e delineati in nero. 

La fascia d’oro che cinge la fronte del Faraone a chiudere il nemes

Il re indossa il “nemes” e la barba cerimoniale, di cui si vedono chiaramente i lacci che la fissavano alla testa realizzati in rilievo. 

Nella foto ufficiale di Montet si vede bene il laccetto di sostegno della barba cerimoniale, realizzato in rilievo

Al collo è raffigurato un ampio collare inciso nell’argento, che termina con fiori di loto rivolti verso l’alto. 

La foto ufficiale del Museo del Cairo

Tre uccelli con le ali spiegate sono raffigurati sul petto e sullo stomaco; le loro ali si estendono fino alla vasca della bara. I tre uccelli – rispettivamente con una testa di avvoltoio, di ariete e di falco – stringono tra gli artigli gli usuali anelli “shen” (potere). 

La bara d’argento di Psusennes compete con quella d’oro di Tutankhamon per munificenza dei materiali usati e per il senso artistico del suo autore

In due righe di iscrizioni che scendono fino ai piedi, il re fa un’invocazione a Nut molto simile a quelle trovate sui sacrari di Tutankhamon, ripetuta due volte:

Parole dette dall’Osiride, il Signore delle Due Terre Aakheperre Psusennes: Oh madre Nut, stendi le tue ali su di me e fai che io sia imperituro come le stelle eterne

Lo schema di Montet delle iscrizioni sulla bara d’argento. Si vede bene la triade di uccelli con le ali distese; sul piede Iside e Nephti

Il resto della bara è decorato con un motivo rishi, una decorazione caduta in disuso alla fine della XVIII Dinastia ma tornata in auge nella XXI. Infine, ai piedi del coperchio sono raffigurate le dee Iside e Nephti. Nut è invece rappresentata in piedi sul dorso della vasca della bara.

Il dettaglio della lavorazione rishi della bara
Nut in piedi sul dorso della bara, dove arrivano le punte delle ali

La vasca andò completamente in pezzi nell’estrazione dal sarcofago in granito nero e richiese un lunghissimo lavoro di restauro al Museo Egizio del Cairo

Argento, “le ossa degli dèi”.

Lo sguardo di Psusennes, fisso nell’eternità

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
  • Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
  • Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books
Cose meravigliose, Tanis

LA MASCHERA FUNERARIA DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Oro e pasta vitrea, h 48 cm, larghezza 38 cm.
Museo Egizio del Cairo, JE 85913

È lei.

È quella che è sempre stata “l’altra maschera”. Perché i riflettori sono sempre stati puntati su quella, stupefacente, di Tutankhamon.

È stato il più grande cruccio di Montet fino alla sua morte: che “l’altra maschera” non ricevesse le dovute attenzioni, il dovuto posto tra i capolavori dell’arte orafa egizia; come un padre dispiaciuto perché non vengono apprezzate le doti del proprio figlio.

Il confronto tra le due maschere: nonostante anche Psusennes sia ritratto in età giovanile, il volto di Tutankhamon appare molto più fanciullesco, le guance e gli zigomi pieni e rotondi. Psusennes è chiaramente un adulto imvece.
Le due maschere, divise da quasi tre secoli, si guardano in questo gioco di immagini. Si vede bene l’allacciatura della barba cerimoniale sulla maschera di Psusennes

È composta da due pezzi che si incastrano, uno frontale ed uno dorsale. Copriva completamente la testa ed il torace della mummia, ma non la schiena.

Il retro della maschera, che “termina” all’altezza della nuca

La realizzazione è in lamina d’oro, ma è molto più sottile di quella di Tutankhamon (0.6 mm contro gli 1.5-3.0 mm di quella di Tutankhamon). La sottigliezza della lamina d’oro ha fatto sì che si danneggiasse parecchio nella deposizione del Faraone nella bara d’argento.

La vista laterale completa permette di vedere i danni sul nemes dovuti alla sottigliezza della lamina d’oro

Il Faraone è raffigurato giovane (Psusennes regnò per quasi 50 anni e morì invece in età avanzata). Gli occhi, le sopracciglia ed il laccetto della barba cerimoniale sono incastonati sulla base in oro, e sono in pasta vitrea nera (sclera bianca in calcite). La barba è stata realizzata separatamente ed applicata al volto successivamente.

Le foto “ufficiali” di Montet

Sulla fronte, come sulla bara d’argento, è inserito il solo ureo, sempre in oro.

Il particolare dell’ureo sulla fronte

La decorazione sul petto del Faraone è composta da dodici collane di dischetti, seguite da due serie di foglie ed una di fiori di loto.

Dentro la sua teca, Psusennes sembra guardare melanconico le frotte di turisti che si ammassano nella sala vicina, pensando alla “maledizione di Tanis”

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
  • Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
  • Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books