Karnak, Tempio di Amon-Ra, Cachette XXV – XXVI Dinastia Granodiorite, altezza 139 cm Il Cairo The Egyptian Museum JE 36933 ( CG 42236)
L’epoca dei continui cambiamenti in cui visse Montuemhat si rispecchia nella diversità stilistica delle raffigurazioni plastiche.
Montuemhat fu sacerdote di Amon, “Sindaco di Tebe” e “Governatore dell’Alto Egitto * nella fase di passaggio tra la XXV e la XXVI Dinastia, visse il saccheggio di Tebe ad opera degli Assiri e la riunificazione dello stato da parte dei principi di Saus.
Da sola la sua tomba, la numero 34 della necropoli dell’Asasif, sebbene non ancora completamente esplorata e studiata, con la sua estensione e la preziosità della decorazione, dà misura dei privilegi di cui egli godeva.
Questa figura in movimento, ritrovata nel 1904 nella Cachette di Karnak, si distingue per la sua corporatura muscolosa, il collo corto e tarchiato, il volto pieno con le pieghe nasolabiali marcate e un accenno di borse sotto gli occhi, che la pongono ancora nella tradizione kushita.
La figura poggia su un basamento ed è sorretta da un pilastri o dorsale, entrambi coperti da iscrizioni.
Fonte e fotografie:
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
L’arte egizia – Alice Cartocci, Gloria Rosati – Giunti
Testa colossale di un sovrano kushita Karnak ( provenienza incerta) – Tempio di Amon-Ra XXV Dinastia Granito rosso, Altezza 35 cm Il Cairo, The Egyptian Museum, CG 1291
Questa testa, staccata da una monumentale figura stante, è uno degli esempi migliori di scultura ufficiale a tutto tondo della XXV Dinastia.In particolare la curva a S delle righe nasolabiali e la forma delle sopracciglia fanno propendere per un’identificazione con il faraone Shabataka (Shebitko).Come copricapo il sovrano Indossa il tipico copricapo Kushita dall’ampia fascia frontale e un doppio ureo, in questo caso quasi totalmente distrutto.
I sovrani della XXV Dinastia originari della Nubia, dopo secoli di sottomissione del loro paese alla madre patria egizia, si sentivano finalmente legittimi successori dei faraoni.
Si fecero raffigurare secondo i canoni della tradizione egizia, introducendo elementi stilistico propriamente kushiti.
Tipiche espressioni di questa tendenza sono il volto rotondo dai lineamenti africani, il collo tarchiato e la corporatura atletica.
Innovazioni iconografiche sono rappresentate, per esempio, dal doppio ureo sulla fronte, il copricapo aderente.
Lo stile delle opere private si orientò, come già in passato, su quello della scultura ufficiale, sculture che riprendevano la tradizione del Nuovo Regno oppure si rifacevano a forme stilistiche di epoche più antiche.
Testa di una statua di Taharqa Karnak (provenienza incerta) – XXV Dinastia Granodiorite grigia, altezza 36,5 cm, larghezza 24 cm Il Cairo The Egyptian Museum, CG 560
Questa testa rinvenuta a Luxor è stata identificata come appartenente al sovrano kushita Taharqa, il massimo rappresentante della XXV Dinastia, grazie alle tracce di un’iscrizione sul pilastro dorsale. Ma sarebbero bastati gli elementi stilistici quali il volto tondo, il naso largo e il collo tarchiato per attribuirla con certezza alla XXV Dinastia. Altre caratteristiche sono i particolari iconografici, come il doppio ureo, oggi mancante, sul ” copricapo kushita”, ora di ruvida pietra ma in origine realizzato con lamina d’oro, sopra il quale poggiava la tradizionale Doppia Corona egizia.
Iniziarono i primi “Ritratto di anziano” che si sarebbero diffusi nella XXVII Dinastia.
I reperti scultorei databili con certezza a quell’epoca si limitano, purtroppo a pochi frammenti.
I sovrani indossano quasi sempre la Corona Azzurra, i lineamenti sono fortemente idealizzati ma espressivi.
Sono invece sopravvissuti numerosi esempi di scultura privata, per la quale veniva utilizzata prevalentemente la pietra dura di colore scuro e che si distingueva per le superfici lucide.
L’iconografia più diffusa era quella della statua teofora: il committente era ritratto stante, inginocchiato o accovacciato e reggeva davanti a sé la figura di una divinità stante o inserita in un naos..
Testa di una statua del faraone Amasi Sais, XXVI Dinastia Ardesia, altezza 24 cm Berlino SMPK, Agyptisches Museum, 11864.
Durante il periodo saita e le dinastie successive, l’ardesia, che si estrarva nel Wadi Hammamat, tornò a essere molto usata come materiale per statue ed elementi architettonici, in ambito ufficiale e privato. Questa testa, attribuita per motivi stilistici al faraone Amasi, mostra l’elemento figurativo tipico della sua epoca, entrato nella terminologia artistica come “sorriso saita” e che probabilmente ha influenzato anche le figure arcaiche dei kuroi greci. Il copricapo nemes indossato dal sovrano è decorato con un ureo singolo (oggi staccato), quasi un’eccezione per le figure reali di quel tempo. Molto più spesso il sovrano era ritratto con la Corona Azzurra, con molta probabilità per distinguersi dalla precedente Dinastia kushita, che aveva quasi del tutto abbandonato questa forma di corona
La parrucca a borsa scomparve come nuovo elemento distintivo.
Accanto a una elevata quantità artistica e di esecuzione, esse non rappresentavano semplici imitazioni del passato, ma trasmettevano un messaggio inconfondibile e originale grazie all’introduzione degli elementi elaborati.
Caratteristica stilistica delle sculture ufficiali e di quelle private era un sorriso accennato che avrebbe conti a persistere nell’arte greca.
Fonte
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann.
Una delle maggiori testimonianze che ci ha lasciato la civiltà egizia è quella delle espressioni figurative attraverso documenti della pittura e del rilievo dipinto.
Il disegno viene costruito per mezzo di un reticolo, la quadrettatura, con una cordicella bagnata di rosso, all’interno viene lavorato un disegno preparatorio (sinopia) con i contorni, successivamente vengono apportate le correzioni, in caso di un rilievo dipinto prima si pratica l”incisione, a lavoro ultimato viene applicata la pittura.
Esempio di quadrettatura – Tomba di Sarenput II ( XII Dinastia)
La scelta tra pittura o rilievo dipinto era legata alle caratteristiche del supporto parietale, il rilievo poteva essere di due tipi: quello emergente, dove la parte superficiale tra le figure veniva asportato, o entro incavo, dove la superficie tra le figure veniva conservata e le figure stesse venivano modellate all’interno della superficie dell’incavo.
I colori utilizzano pigmenti naturali, come ocra ( gialla, rossa, bruna), gesso, ossidi di rame, fritte ( vetri polverizzati), fuliggine, usata per il nero.
I pigmenti vengono stesi a campitura piena, senza chiaroscuro.
Si potevano ottenere tonalità intermedie mescolando i colori.
Spesso veniva suggerita la trasparenza dei corpi sotto le vesti, o la trasparenza dell’acqua.
Suonatrice di liuto – Tomba di Kenamon, TT93 a Tebe ( XVIII Dinastia)
Alla base delle scelte vi sono delle convenzioni sia in rapporto dei colori che al disegno, per esempio l’uomo è raffigurato con la carnagione più scura di quella della donna.
Le persone venivano scomposte nelle vedute più evidenti: spalle di fronte, corpo di profilo, occhio di fronte.
Gli animali sono visti di fianco o dall’alto come gli insetti e il basto delle bestie da soma del lato non visibile viene rappresentato ribaltato in alto.
Si utilizza la disposizione in registri dove le figure umane possono avere proporzioni gerarchie, la lettura delle scene può avvenire da sinistra a destra o viceversa, a seconda della direzione in cui è rivolta la rappresentazione di uomini e animali, cioè se guardano verso destra, la lettura inizia da destra verso sinistra e viceversa.
La pittura poteva essere stesa direttamente sulla pietra, in presenza di calcare ben levigato, come nelle tombe tebane della XVIII Dinastia, ma la maggior parte di esse era fatta su stucco : prima veniva posto uno strato di fango e paglia ( pisé), poi un strato di gesso e pietra polverizzata.
Il fondo poteva essere grigio – azzurro, XVIII Dinastia, o bianco, XVIII-XIX Dinastia, o giallo nelle tombe degli artigiani di Deir el-Medina.
L’applicazione dei colori veniva applicata a tempera , con acqua, non si tratta quindi di affreschi, dove la pittura è eseguita sull’intonaco fresco con colori diluito in acqua.
A metà della XVIII Dinastia alcuni pittori hanno usato vernici trasparenti e protettive che però col tempo si sono opacizzante.
In una delle prime testimonianze pittoriche, nella mastaba di Iteti e Nefer-maat a Meidum ( IV Dinastia), è stata fatta una sperimentazione di una tecnica di incrostazioni per mezzo di paste colorate poi subito abbandonata nella stessa tomba a favore di quella a stucco, si erano accorti tempestivamente che il riempimento delle cavità non era duraturo, da qui proviene il famoso frammento delle oche ora al Museo del Cairo.
Pittura a incrostazioni – Mastaba di Iteti e Nefermaat a Meidum ( IV Dinastia)
Elenco dei pigmenti
I BIANCHI : carbonato di calcio, Calcite di magnesio, huntite.
NERO: carbonio amorfo elementare ( nero fumo o carbone di legno), pirolusite.
ROSSO : ocra rossa ( ossido di ferro a idro), calcinazione dell’ora gialla.
ROSSO ARANCIONE : realgar (bisolfuro di arsenico).
GIALLO : ocra a base di ferro, dalla limonite alla voethite, orpimento ( trisolfuro di arsenico), jarosite.
BLU; blu egizio o fritta (pigmento artificiale ottenuto per fusione di sabbia silicea ), carbonato di rame, ossido di calcio, potassio o carbonato di sodio (natron)
VERDE: deriva dal rame, fritta verde egizia ( come fritta blu).
I primi colori utilizzati sono il rosso, il nero, il bianco e il giallo.
Il verde arriva verso il 3000 a. C., segue il blu che appare verso la fine dell’Antico Regno, l’arancione e il marrone compaiono nel Medio Regno.
Nel Nuovo Regno vengono usate varie tonalità di blu, di rosso e appaiono il grigio e il rosa, ottenuti con una miscela con il bianco.
Tomba tebana di Nebamon – Tebe Ovest, TT 146 Londra, British Mu3, EA 37977 Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
I coloro scelti per il mondo animale e vegetale copiamo la realtà, quelli usati per le persone e gli dei seguono convenzioni religiose e sociali.
Fonte e fotografie
Indagine sulla pittura egizia – Valérie Humbert, Cristiano D’aglio – Edizioni Kemet
Alabastro, altezza cm 98, larghezza cm 30 Fine della XX Dinastia – inizio XXVI Dinastia Museo Egizio del Cairo – JE 36578
L’arte dell’ Epoca Tarda mostra una particolare tendenza al recupero di temi e modelli delle epoche più antiche : pose arcaiche, modelli di parrucche e abiti risalenti all’antico come al Medio e al Nuovo Regno.
Questa maestosa scultura in Alabastro raffigura un Petamenofi, un funzionario, raffigurato seduto su un seggio cubico con base anteriore, le mani sono appoggiate sulle ginocchia, la sinistra con il palmo rivolto verso il basso, la destra chiusa a pugno.
Indossa una parrucca che gli lascia libere le orecchie, il volto è tondo con tratti regolari, lo sguardo è rivolto verso l’alto, una caratteristica che accomuna sculture di periodi diversi, ma che è più frequente Nell’antico Regno.
Anche il modellato del corpo riconduce alla statuaria di quel periodo : spalle larghe, braccia e gambe muscolose e pettorali ben scolpiti.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Rosanna Pirelli – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni White Star
Breccia verde, altezza cm 48 Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette Scavi di George Legrain 1903-1904 Fine della XVIII D2 e XXII Dinastia, regno di Osorkon I 924-898 Museo Egizio del Cairo – JE 36988 = CG 43194
La statua, mancante della parte inferiore, rappresenta un personaggio virile che tiene con il braccio sinistro un bastone sulla cui sommità è raffigurata la testa di una divinità femminile che indossa una parrucca tripartita con un ureo sulla fronte, sormontata da un modio su cui si ergono un paio di corna bovine con un disco solare.
La dea potrebbe essere Hathor o Iside che, a partire dalla metà della XVIII Dinastia, inizia ad assumere tutte le caratteristiche dell’iconografia Hathorica.
L’uomo Indossa una doppia parrucca, l’ovale del viso è pieno, gli occhi allungati, le sopracciglia estremamente arcate.
Il naso è sottile e diritto, la bocca è carnosa e delimitata da fossette laterali.
Il collo è impreziosito da due collane ad anelli, il così detto ” oro del valore”.
L’abbigliamento è composto da una tunica con larghe maniche plisettate e da un’ampia gonna , plissettata, annodata in vita e decorata sul davanti da un elemento triangolare, sia le braccia che i polsi sono tornati da bracciali.
Lo stile, i lineamenti e l’abbigliamento inducono a datare la statua alla fine della XVIII Dinastia, ma il pilastro dorsale reca un’iscrizione che identifica il personaggio con ” il Primo Sacerdote di Amon – Ra, re degli dei, il comandante supremo dell’esercito, il principe Sheshonq, giustificato, figlio del Signore Delle Due Terre, Osorkon Meramon”.
L’iscrizione indica perciò che la scultura fu riutilizzata, probabilmente per il culto post mortem di Sheshonq, visto l’epiteto “giustificato” posto al seguito del suo nome.
La trascrizione dell’iscrizione pubblicata da Georges Legraine nel 1913. Da: Statues et statuettes de rois et de particuliers, in Catalogue général des antiquités égyptiennes du Musée du Caire, Le Caire, 1914. III
Al momento del reimpiego sono state fatte una serie di modifiche alla statua : sul torace e sull’elemento triangolare della gonna, dalla cui superficie sono state eliminate le sottili pieghe e incise le figure di Amon – Ra e di Osiride.
La manica destra è stata restaurata fissando con una coda di rondine un nuovo pezzo di pietra, anche la mano sinistra è stata rimodellata e risulta più corta di quanto lo fosse in origine.
Questo secondo lavoro di ripristino fu eseguito in modo meno accurato del precedente.
Per attribuire la statua a Sheshonq non fu necessario modificare i tratti del viso.
Il solo fatto di aver eroso l’iscrizione originale sul pilastro dorsale e di avervi apposto il nuovo nome era più che sufficiente ad attribuire alla statua una nuova identità.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni White Star
Fin dal Periodo Predinastico gli Egizi si sono applicati nella ricerca dei più diversi materiali per la produzione scultorea.
Le cave di pietra sono perciò state sfruttate durante tutta l’epoca faraonica, fino alla fine dell’epoca Roma.
Alcune di esse, come quelle di Assuan, per la granolite e il granito, o quelle di Tura, per il calcare, sono state probabilmente sfruttate quasi senza soluzione di continuità nei millenni, in virtù della loro vicinanza al corso del Nilo e del loro frequente uso dei monumenti e nella produzione delle statue.
Altre, come le cave di grovacca dello Uadi Hammamat, o quelle di gness anortoisitico di Gebel el-Ars, richiedevano l’ organizzazione di spedizioni, talora di grande portata, per trasportare blocchi per decine di chilometri attraverso il deserto.
Cava di grovacca nello Uadi Hammamat
Cava di arenaria a Gebel el-Silsila
Le statue sono quasi sempre realizzate a partire da un solo blocco di pietra, indipendentemente dalle loro dimensioni e forme.
La questione su dove fossero scolpite ancora oggi divide i ricercatori : erano create in prossimità del luogo di estrazione della pietra, in botteghe di scultura permanenti o sul sito al quale le statue erano destinate?
È probabile che si siano incrociate più situazioni, a seconda dei periodi storici o dei destinatari delle statue.
Mutnedjemrt- Dettaglio del gruppo statuario del faraone Horemheb e della regina Mutnedjemet Granolite, 139 x 86 x 92 cm – Nuovo Regno, XVIII Dinastia Karnak, tempio di Amon. Ora al Museo Egizio di Torino Collezione Drovetti 1824 – C.1379
Inoltre, molti testi, per esempio quelli scritti su stele del Medio Regno, attestano anche la mobilità degli artigiani di corte che erano inviati nei diversi siti del paese.
Doveva esserci una certa specializzazione degli scultori nel trattare alcuni materiali: infatti, le rocce più compatte come la grovacca o la quarzite richiedono competenze, strumenti e tecniche diverse rispetto alla lavorazione del calcare o del legno.
Statua della dea Sekhmet Granodiorite, 211 x 33 x 56 cm – Nuovo Regno, XVIII Dinastia Karnak, ora al Museo Egizio di Torino Collezione Drovetti 1824 – C. 260
Le cave hanno restituito numerosi pezzi scultorei abbozzati: statue, sarcofagi elementi architettonici.
Gli utensili usati sono di natura e materiali diversi, nei siti archeologici sono stati trovati numerosi strumenti come cestelli, mazzuoli, lisciatoi, pigmenti.
Per scolpire le pietre dure gli scultori egizi usavano ceselli – mazzuoli di pietre ancora più dure, come la peridotite, mentre per le pietre più tenere, usavano ceselli di bronzo e mazzuoli di legno, per la levigatura della superficie venivano usati lisciatoi abrasivi in arenaria e sabbia.
Utensili usati nella scultura. Bronzo, legno, Nuovo Regno Deir el-Medina e provenienza ignota Scavi Schiaparelli 1905, 1908, Museo Egizio di Torino Collezione Drovetti 1824 S. 7514, 7519, 7532, 7570, 7660, 7661, 9927,9029, 9964, 9965, C. 6221, 6322/01, 6322/02
Le statue egizie si inseriscono sempre all’interno di una forma geometrica: la base è il pilastro dorsale, infatti, indicano ancora i lati del parallelepipedo originale.
Per aiutare lo scultore a rispettare le forme e proporzioni, le linee guida di riferimento erano regolare tracciate o incise più volte sulle facce del blocco.
Quadrettatura incisa sul retro di un modello di scultore Calcare, 19 x 16 x 6,5 cm – Epoca Tolenaica Provenienza ignota, ora al Museo Egizio di Torino Vecchio Fondo 1824 – 1888 (C. 7049)
Dopo che la statua era stata scolpita e levigata e tutti i dettagli erano stati incisi, mancava ancora un’ultima fase, la pittura.
Anche se quasi tutte le statue conservate nei musei o sui siti archeologici appaiono prive di colore, particolari come gli occhi, le labbra, i vestiti, i gioielli e anche le iscrizioni geroglifici e scolpite sulla base, sul seggio o sul pilastro dorsale, originariamente erano dipinte.
I pigmenti usati dagli egizi sono principalmente di origine minerale, applicati direttamente sulla pietra, purtroppo ne rimangono delle tracce spesso poco visibili, su diversi reperti.
Scena di scultura di statue Disegno da un dipinto nella tomba di Rekhmire Tebe, TT 100
Anche nel caso dei colossi, le statue egizie sono quasi sempre monolitiche: ognuna è ricavata da un unico blocco di pietra.
Ciò comporta talvolta un peso notevole, per esempio il colosso di Sethi II è stimato in sei tonnellate.
Il sito di estrazione della pietra poteva essere molto lontano dal luogo a cui era destinata la statua.
Dopo la scultura della statua, o probabilmente almeno dopo il primo sgrossamento delle forme, era trasportata fino al Nilo
Gli Egizi spostavano questi colossi su slitte o su tronchi resi scivoloso bagnando la terra davanti a loro
Le statue erano poi imbarcate e trasportate via nave, probabilmente venivano completate sul posto una volta giunte alla definitiva destinazione, per evitare che gli spostamenti danneggiassero la scultura terminata.
Fonte
Le statue del Museo Egizio di Torino – Simon Connor – Franco Cosimo Panini Editore
Statua dello scriba Nespaquashuty Scisto, altezza 78 cm. XXVI Dinastia Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette Scavi di G. Legrain 1904 – Museo Egizio del Cairo (JE 36665)
Questa statua raffigura il visir Nespaquashuty, seduto con gambe incrociate, che stringe l’estremità di un papiro aperto sulle gambe con le due mani chiuse a pugno
Si tratta di una delle varianti dell’iconografia di figure in posizione da scriba, che a differenzia da quella più diffusa in cui il personaggio stringe nella mano uno stilo.
Indossa una parrucca striata senza scriminatura, che gli lascia libere le orecchie e gli ricade sulle spalle.
Indossa un corto gonnellino trattenuto in vita da una alta cintura.
Il volto, raffinato, ha un ovale sottile appena scavato da depressioni che creano delicate ombre sulla superficie levigata, le sopracciglia sono allungate verso le tempie, le linee del naso sottile e gli zigomi appena pronunciati formano, una sorta di cornice intorno agli occhi sottili e allungati; la bocca lievemente sporgente, è atteggiata in un delicato sorriso.
Se le spalle larghe, la sporgenza delle clavicole e i pettorali ben disegnati riprendono lo stile dell’antico Regno, la curva del torace verso verso la vita sottile e la larghezza innaturale dei fianchi allontanano questa scultura dai modelli più antichi.
La scultura è identificabile come produzione di epoca saitica per la scelta della pietra, il trattamento della superficie e la resa dei particolari, si noti per esempio la precisione delle colonne verticali di testo incise sul papiro, questa statua esemplifica la tendenza della XXVI Dinastia a riappropiarsi della tradizione culturale e artistica delle epoche più antiche, dopo il lungo periodo caratterizzato dalla presenza straniera in Egitto.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Rosanna Pirelli – Araldo De Luca – Edizioni White Star.
L’Egitto è una regione che presenta una notevole ricchezza di materiali diversi: vi si trovano pietre di vari colori e durezze, Calcare bianco, Arenaria ocra, Quarzite rossa o gialla, Granito rosa, Granodiorite nera. Gneiss grigio vento di bianco, Grovacca verde, Steatite bruna ecc..
Sin dall’epoca Predinastica, gli Egizi, hanno sfruttato questi materiali, prima per la produzione di vasellame, in seguito nell’architettura e nella statuaria.
Spesso non ci si limitava all’impiego di pietre locali, ma le si reperiva in luoghi distanti da quelli in uso, in base ai criteri estetici o di simbolicità.
In certi casi, per la realizzazione di oggetti preziosi, erano importati dal Medio Oriente anche dei materiali particolari, come l’ossidiana o il lapislazzuli, non presenti nel territorio Egiziano.
Per quanto riguarda la statuaria, sin dall’inizio dell’ Antico Regno, periodo in cui le sculture raffigurano principalmente il faraone e i membri dell’élite, e fino all” Epoca Romana, sono impiegate diverse pietre, la cui funzione non è sempre chiara.
Si riscontra una tendenza all’uso di materiali a seconda del periodo, come il caso delle pietre di colore scuro attestate con frequenza durante il Medio Regno.
La scelta delle pietre da impiegare nella statuaria è soggetta a diversi fattori : talvolta si usano delle tipologie facili da reperire e da lavorare, come il calcare o l’arenaria, altre volte si scelgono rocce dure provenienti da siti lontani, come la Grovacca ( dal deserto orientale) o lo Gneiss anortositico ( dal deserto nubiano occidentale).
Sono alternative che rispondono a esigenze di tipo ideologico o estetico, a seconda dei casi.
Il materiale usato dipende inoltre dallo status sociale del personaggio rappresentato.
CALCARE
Il calcare è la pietra più comune in Egitto.
È diffuso sulle sponde del Nilo, lungo gli 800 km che separano Edfu dal Cairo.
Fino al regno di Tutmosi III ( 1458-1525 a. C.) è la pietra più usata in architettura, poi soppiantata dall’arenaria.
Per quanto riguarda la statuaria, il calcare è usato frequentemente, ma in proporzioni variabili a seconda dei periodi.
La signora Hel Calcare, 115 x 52 x 35 cm. Nuovo Regno, XIX Dinastia Provenienza: Saqqara (?) Museo Egizio di Torino C. 7352, Vecchio fondo 1824 – 1888
Sia nell’architettura sia nella statuaria, gli egizi usavano il calcare locale; in alcuni casi si rincorreva a calcari fini di cave specifiche : calcari bianchi a grana molto fine delle cave di Tura, a sud-est del Cairo, o a calcari induriti, abbastanza simili, per colore, e struttura alla calcite ( o Alabastro), del Medio Egitto.
CALCITE (alabastro)
La calcite, nota anche come Alabastro, è una pietra che ritroviamo spesso in ambito funerario, impiegata per i vasi cosmetici o canopi, oltre che per altri oggetti del corredo.
Più rare sono le attestazioni in ambito architettonico: è usata per esempio per le cappelle delle barche della XVIII Dinastia a Karnak, o anche per gli altari dei temi solari.
Sfinge di Menfi Calcite, altezza 425 cm – Nuovo Regno, XVIII Dinastia, probabilmente regno di Tutmosi III (1458-1425 a. C.)
L’impiego nella statuaria rimane marginale, ma costante, all’antico Regno all”Epoca Tolemaica, soprattutto per statue di piccole dimensioni
La pietra, la cui cava principale si trova a Hatnub, nel Medio Egitto a 30 km a est del Nilo, è molto fragile e si presta poco alla realizzazione di statue di grandi dimensioni, con alcune eccezioni: la sfinge di epoca tutmoside a Menfi, e due colossi seduti di Amenjotep III che si ergevano di fronte al terzo pilone del suo tempio di Kom el-Hettan.
In questo caso, i frammenti trovati in scavi recenti attestano interventi di riparazione, e aggiunta di materiale, durante il regno dello stesso Amenhotep.
ARENARIA
L’arenaria è una roccia sedimentaria composta da sabbia agglomerato che mostra una grana molto spessa, diffusa lungo il Nilo del sud dell’ Egitto ( verso Edfu) e la Nubia (Sudan settentrionale)
Le principali cave, che si trovano nella zona di Gebel el-Silsila, sono l’ideale per studiare i metodi di estrazione e di trasporto dei blocchi di pietra nell’età faraonica.
Pilastri giubilari di Tutmosi I Arenaria, altezza 500 cm Nuovo Regno – Karnak, Tempio di Amon, cortile della Uadjit
Questa roccia, relativamente tenera se paragonate a pietre dure come i granitoidi o alcuni tipi di calcare, conosce un grande impiego nell’architettura monumentale soprattutto a partire dalla XVIII Dinastia fino all’epoca Romana.
Nella statuaria l’arenaria è usata soprattutto per le sculture prodotte in serie, come le sfingi che fiancheggiano i viali processionali, per esempio le sfingi con la testa di ariete di Karnak, o per le statue giubilari, che rappresentano il sovrano sotto le sembianze del dio Osiride, che spesso sono parte integrante di alcuni cortili templari.
QUARZITE (Arenaria silicificata)
Una varietà di arenaria estremamente dura, chiamata comunemente “quarzite”, è stata usata nella Statuaria dal regno di Djedefra ( 2482 – 2375), e soprattutto dalla fine del Medio Regno, per statue raffiguranti il sovrano e gli altri dignitari.
I due giacimenti di questa pietra si trovano agli estremi della valle del Nilo : uno a sud, vicino alle cave di granito e granodiorite di Assuan, il secondo, più importante, a nord di Kom el-Shmat, i prossimità di Eliopoli, che sorgeva nella zona dell’attuale area orientale del Cairo.
Sfinge di Tutmosi III Quarzite, 13 x 6,8 x 14,5 – Nuovo Regno, XVIII Dinastia Eliopoli, zona del tempio. Scavi Schiaparelli 1903 – 1906, ora al Museo Egizio di Torino (S. 2673)
La prossimità della città del dio del sole e i colori di questa pietra, che spaziano dal giallo-l’arancione, al rosso -viola coprono tutte le tonalità del sole, hanno fatto sì che la quarzite sia stata, già dall’ Antico Regno, associata al sole e alla ciclicità del tempo.
Proprio per questa ragione, la quarzite è stata spesso impiegata per la realizzazione di elementi architettonici e monumenti che sottolineano il legame tra il sovrano e il dio solare.
Questa “solarizzazione ” è evidente nelle camere dei sepolcrali dei sovrani del Medio Regno, collocate sotto la piramide o nell’ipogeo, costituite da enormi blocchi di tale materiale.
Nella statuaria la quarzite è spesso usata per la realizzazione di sfingi e delle statue colossali del sovrano che si ergevano di fronte all’ingresso degli spazi sacri.
I più famosi sono i colossi detti “di Memnone”, che rappresentano il faraone Amenhotep III, posti a fianco dell’entrata del suo “Tempio dei Milioni di Anni” a Kom el-Hettan, in cui il sovrano figura come una vera e propria incarnazione terrena del dio solare.
GRANITO
Come la quarzite, il granito, di colore rosa, è stato presto associato al dio solare.
Lo si ritrova prevalentemente impiegato negli elementi architettonici utilizzati per la costruzione delle piramidi dell’ Antico Regno e dei Templi funerari si usa anche per gli obelischi, che in qualche modo sono rappresentazioni in pietra dei raggi solari.
Inoltre, è usato i tutte le epoche faraoniche per un gran numero di statue soprattutto regali e spesso di dimensioni monumentali, che si ergevano di fronte ai piloni dei Templi o dei cortili, rappresentando il faraone come se fosse formato di sostanza solare.
Ariete del dio Amon che protegge Amenhotep III Granito, 120 x 83 x 203 cm – Nuovo Regno, XVIII Dinastia Da Tebe, ora al Museo Egizio di Torino (C 836) Collezione Drovetti 1824
Il granito è una pietra dura, le cui cave si trovano ad Assuan, nel sud del paese, nella prima cateratta, frontiera naturale fra L’Egitto e la Nubia.
Lí sono stati trovati, oltre ai monumenti blocchi incompiuto e numerose tracce di estrazione, anche gli utensili usati per la lavorazione di questo materiale, sopratutto martelli di dolerite, una pietra estremamente dura.
Questi materiali si usavano per percuotere la pietra facendone saltare le schegge.
Quando è levigato, il granito assume una superficie lucida come il vetro, su cui si riflettono i raggi del sole, questo lo rende particolarmente adatto per le statue destinate agli spazi aperti, in virtù anche della sua resistenza al tempo e alle interperie.
GRANODIORITE
Pietra della stessa famiglia del granito la granodiorite ( denominazione che include anche sottogruppi geologico come il gabbro e la diorite), di colore grigio scuro o nero è usata molto frequentemente, dapprima durante il Predinastico come materiale per recipienti in pietra, poi, attraverso tutta l’epoca faraonica, per la scultura e per numerosi elementi architettonici.
Il suo impiego più frequente si manifesta a partire dal tardo Medio Regno, per ciò approssimativamente la metà del repertorio statuario conservato, tanto regale quanto privato, è scolpito in granodiorite.
Statua di Unnefer, “servitore” della dea Neith e sovrintendente dell’anticamera, figlio di Djedbastetiuefankh Granitoide, 35 x 21 x 37 cm. Epoca Tarda, XXX Dinastia Da Tebe, Collezione Drovetti, 1824 Museo Egizio di Torino – C. 3028
La diffusione delle pietre scure ( che comprendono anche grovacca e Steatite) nelle raffigurazioni umane è spesso messa in relazione dagli egittologi con lo sviluppo, a partire dal Medio Regno, del culto di Osiride, Dio dell’oltretomba e della terra fertile dell’Egitto associati al colore nero, insieme al bianco che simboleggia la sua rinascita nell’ Oltretomba.
Da questo periodo, infatti, si può osservare in numerosi casi l’associazione fra pietre rosse (quarzite o granito) e bianche o nere ( calcare o calcite e granodiorite) nell’architettura o nel programma statuario degli edifici sacri, per esempio il tempio funerario di Sesostri III a Abido, o quello di Amenhotep III aKom el- Hettan, che assimilano così il sovrano alle due divinità dell’ eternità, il Signore dell’ Aldilà Osiride e il sole , Amon-Ra, che rinasce ogni giorno.
GROVACCA (pietra di Bekhen)
La grovacca, che troviamo a volte anche chiamata “Scisto” ed è confusa molte volte con il basalto, è una pietra verde scuro dalla grana molto fine e omogenea, le cui cave si trovano nello Uadi Hammamat, nel deserto orientale, a circa 80 km all’antica città di Coptos.
Per estrarre questa pietra e portarla nella Valle del Nilo, era necessario organizzare imponenti spedizioni, ma questo non ha impedito agli Egizi di usare la grovacca senza quasi interruzione dal Predinastico all’ Epoca Romana per statue, anche di grandi dimensioni, oggetti cosmetici, elementi architettonici, ma anche grandi sarcofagi.
Statua a cubo di Merenptah, ” padre divino” e sacerdote di Bastet Gneiss Anortositico, 40 x 20 x 27 cm. Epoca Tarda, XXV Dinastia Da Menfi (?) – Collezione Drovetti 1824 Museo Egizio di Torino – C. 3063
La grana fine della grovacca permette un altissimo livello di raffinatezza nella resa dei dettagli e un estrema levigatura, con riflessi satinati.
Questa caratteristica, insieme al colore della pietra, che permette di evocare l’aspetto della statuaria in bronzo, ne ha determinato il grande successo ancora in Epoca Romana.
GNEISS ANORTOSITICO
Lo gness è una pietra molto dura, le cui uniche cave si trovano a Gebel el-Asr, nel deserto nubiano occidentale, 40 km a ovest di Abu Simbel.
Nonostante la lontananza del giacimenti e la difficoltà di scolpire questa pietra, lo gneiss fu usato già nel Predinastico per la produzione di vasi e teste di mazze, e successivamente, dall’ Antico Regno, anche per la statuaria.
Pur essendo sicuramente un materiale di grande pregio, non diventò mai la pietra più comune, ma si ritrova regolarmente nel reperto regale ed, entro certi limiti, anche nella statuaria privata.
Parte inferiore della statua naofora del sacerdote Shepseshor, con immagine del dio Osiride Grovacca, 24 x 11,5 x 23 cm Epoca Tarda, Provenienza ignota Vecchio Fondo (1824-1888) Museo Egizio di Torino – C. 3024
La struttura grigia dello gneiss presenta venature o screziature nere o bianche, che lo rendono facilmente riconoscibile.
Dato il livello sociale generalmente molto alto dei personaggi rappresentati, le sculture in gneiss riflettono di solito la più alta qualità esecutiva e provengono sicuramente dagli atelier più prestigiosi, in parecchi casi gli scultori hanno sfruttato le venature per intensificare l’ espressività dei ritratti.
STELCITE
Lastelcite è una roccia metamorfica molto tenera, di colore generalmente grigio, la sua facile lavorazione permette una scultura molto veloce.
La sua solidità veniva assicurata con una cottura.
Usata in Egitto e nella Mesopotamia fin dal Neolitico per la produzione di perle e dalle epoche storiche per sigilli, la steatite è usata nella statuaria dal tardo Medio Regno, per la realizzazione di effigi dei membri della classe media dell’amministrazione, funzionari e dignitari provinciali.
Le statue sono di piccole dimensioni, dovute in parte alla struttura della roccia, che prima della cottura è molto fragile, e dal fatto che i giacimenti di steatite si trovano a grande distanza dal Nilo ( fra gli 80 e 120 kml, nei massicci montagnosi del deserto orientale, tale distanza rende difficile il trasporto, senza danni, di grandi blocchi di un materiale così fragile.
Statuetta del dio Bes Steatite vetrificata, 7,5 x 3,2 x 2 cm Epoca Tarda, provenienza ignota Museo Egizio di Torino, Vecchio fondo 1824 – 1888 C 671
Appena realizzata, la statuetta di steatite doveva essere cotta per essere solidificata e ottenere una superficie rossa o nera ( a seconda della presenza o meno di ossigeno durante la cottura).
L’aspetto finale faceva apparire queste statuette simili a quelle degli alti dignitari eseguite usando “vere” pietre dure : granodiorite, grovacca , quarzite.
Grazie all’impiego della steatite, personaggi con meno elevatura sociale potevano beneficiare di statue in un materiale relativamente economico ma che aveva l’aspetto di pietre più nobili.
La dea Taueret Steatite, 10,2 x3, 8 x 52 cm Epoca Tarda, provenienza ignota Museo Egizio di Torino, Vecchio fondo 1824 – 1888 C. 527
A partire dal Nuovo Regno, gli artigiani sfruttano le proprietà di questa pietra per la produzione di statuette e amuleti in steatite invetriata: la scultura, in questo caso, viene coperta da una specie di “smalto” a base di rame, che diventa blu o verde durante la cottura, e nell’aspetto ricorda le pietre semi-preziose come il turchese e il lapislazzuli.
PORFIDO
Il porfido, pietra screziata di colore porpora nero o verde, non è usata nella statuaria egizia prima dell’ Epoca Tarda e risulta rara fino a quando L’Egitto non passa sotto il controllo romano.
Da quel momento il porfido viene usato per produrre ornamenti architettonici, oggetti di pregio, statue.
Nella scultura di stile egizio rimane abbastanza marginale: il colore purpureo della pietra, così come la sua durezza rendono il porfido legato principalmente ai lavori commissionati dal potere centrale di Roma.
Statua porta stendardo del ” servitore nella Sede della Verità” Ramose, con immagine del dio Amon Legno, 78 x 18,5 x 47 cm – Nuovo Regno, XIX – XX Dinastia Provenienza: Deir el-Medina Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti 1824 – C. 3046
Anche se è simbolo del potere imperiale, il porfido rosso, è comunque una pietra di origine egizia le cui cave si trovano nel deserto orientale, fra il Nilo e il Mar Rosso, all’altezza di Assiut, nel giacimenti che i romani chiamavano Mons Porphyrites, Mons Claudianus o Igneus Mons, e che oggi in arabo si chiama Gebel Abu Dukhan.
Falco Porfido rosso, 17, 5 x. 7,5 x 16 cm Epoca Romana – Provenienza ignota Collezione Drovetti 1824 Museo Egizio di Torino – C. 983
L”unico esempio di statua in porfido rosso conservato al Museo Egizio di Torino è un prodotto molto raffinato, che raffigura un falco, databile probabilmente all’inizio dell’ Epoca Romana.
Nonostante la durezza della pietra, presenta una superficie levigata, dal riflesso lucente.
Gli occhi erano in origine intarsiati, per renderne l’espressione particolarmente viva.
LEGNO
Ricco di pietre molto diverse, L’Egitto è al contrario abbastanza povero di legno.
Gli alberi che crescono sulle rive del Nilo, spesso sono storti o poco alti, che non permettono di realizzare sculture di grandi dimensioni.
Nel caso della statua del ” servitore nella Sede della Verità” Ramose, lo scultore è riuscito a produrre una statua quasi completa da un unico pezzo di legno, ma ha dovuto scolpire i piedi e la base come elementi separati.
Anche se le caratteristiche e la tipologia appartengono al periodo ramesside, il trattamento stilistico differisce dalla scultura contemporanea in pietra, con un corpo allungato e una testa prominent.
Scolpire un legno compatto è più difficile che lavorare alcune delle pietre usate comunemente nella statuaria egizia, come il calcare, l’arenaria, e richiede una specifica esperienza, che probabilmente si trovava solo in laboratori di artigiani specializzati, esperti nella lavorazione del legno.
La statua di Ramose esprime tutta l”abilità dello scultore nella resa dei contrasti tra le superfici levigate e quelle mosse dalle striature della parrucca e dell’abito, che riflettono una particolare cura per i dettagli.
MARMO
Il marmo è poco usato nella statuaria Egizia, non esistono giacimenti di questa pietra nelle vicinanze del Nilo.
Solo all’inizio dell’Epoca Tolemaica, che vede sovrani ellenici alla guida del paese, si sviluppa in Egitto la scultura in marmo, produzione caratteristica della scultura greca.
Testa marmorea di una regina tolemaica Marmo, Periodo Ellenistico. Altezza 38,1 cm British Museum of Londra – Acquistata da George Baldwin 1785-96 2002.66
Importato dalle regioni del Mediterraneo settentrionale, il marmo, era usato soprattutto per statue composite, fatte cioè di più pezzi assemblati, essenzialmente in stile greco, che raffigurano il sovrano o le divinità.
Fonte
Le statue del Museo Egizio di Torino – Simon Connor – Franco Cosimo Panini Editore
Statua cubo di Hor, figlio di Ankhkhonsu. XX Dinastia; scisto, altezza cm 51 Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette – Scavi di Georges Legrain 1904 Museo Egizio del Cairo – JE 37150
Questa bellissima scultura fu rinvenuta intatta all’interno della fossa, dove probabilmente in Epoca Tolemaica, furono sepolte le centinaia di statue che decoravano il tempio di Amon-Ra a Karnak.
Il personaggio effigiato si chiama Hor, ed era un sacerdote di Montu, la divinità con la testa di falco originaria di Armant, che prima di essere soppiantato da Amon-Ra, era patrono di Tebe.
Nonostante l’importanza di questa divinità fosse diminuita, Montu continuava ugualmente a ricevere l’appellativo di “Signore di Tebe’, come risulta dal l’iscrizione incisa sul davanti della statua.
Qui é anche riportata la genealogia di Hor, la cui famiglia, per almeno cinque generazioni, appare legata funzioni sacerdotali di ambiente Tebano.
Hor è effigiato nella classica posizione della statua-cubo, un tipo di scultura che fa la sua prima comparsa durante il Medio Evo e ricompare, a intervalli nel corso di tutta la storia faraonica successiva.
La scelta di questo modello statuario riporta all’arcaismo, che è una componente caratteristica di tutta l’arte della XXV Dinastia.
Il recupero di forme e stili di epoche anteriori rientra in quel tentativo, operato dai sovrani nubiani di affermare la propria legittimità al trono attraverso l’utilizzo di un linguaggio formale ispirato alla più pura “egizianità” riscontrabile in ogni manifestazione artistica del periodo.
Nella statua di Hor il rimando all’antico è testimoniato dalla scelta della doppia parrucca, che richiama i modelli del Nuovo Regno.
Si rileva anche una sorta di recupero degli schemi arcaici: lo dimostra il fatto che la statua-cubo non è risolta entro un’unità geometrica compatta, come negli schemi classici, ma attraverso una esaltazione del corpo dell’individuo, dove l’artista non conosce soltanto il modello da cui ha tratto ispirazione, ma anche dove questo tragga origine, ovvero dalla figura di uomo seduto sui propri calcagni.
In questo modo, contrariamente ad opere simili, la statua di Hor, più che racchiudere in un insieme raccolto il corpo della persona, gli permette di fuoriuscire in una serie di linee curve che rendono questa scultura vibrante e carica di tensione.
NOTA FILOLOGICA A CURA DI NICO POLLONE
Il testo inciso tra i piedi del personaggio riguarda le relazioni parentali, di nome proprio e di titolatura.
Li propongo così:
Fatto (generato-creato) dal grande figlio di suo figlio….
Grande padre…
Hor
Sacerdote stolista (il sacerdote addetto alla vestizione del dio) di Amon giustificato.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – Edizioni White Star
Basalto, altezza cm 96 Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette Scavi di George’s Legrain 1904 – XXII Dinastia Museo Egizio del Cairo – JE 37512
Il visir è accosciato su una base parallelepipeda con gli spigoli posteriori smussati.
La posizione asimmetrica delle gambe, la destra ripiegata al petto e la.sinistra poggiata a terra, è piuttosto inusuale.
Appare sporadicamente nell’Antico Regno e, ripresa talvolts nel Nuovo Regno.
Hor Indossa unicamente un gonnellino corto completamente ricoperto di iscrizioni, che riportano i suoi titoli e quelli del padre, il sacerdote Iuatjek.
Completamente rasato, le orecchie piuttosto sporgenti ai lati del viso regolare, lineamenti delicati e sguardo sereno: le sopracciglia appena rilevate proseguono nella linea del naso diritto, le guance, piene, sono delimitate da due solchi poco profondi ai lati della bocca, piccola atteggiata a sorriso.
Il collo sottile poggia su ampie spalle modellate con cura, su cui sono disegnate a rilievo le clavicole.
Il resto del torace, più stilizzato, si restringe verso la vita, dove un’ampia cintura sostiene il gonnellino.
Minor attenzione sembra essere stata data a braccia e bacino e gambe, che appaiono piuttosto grossi e sproporzionati.
Manca il pilastro dorsale, fatto che, unitamente alla posizione di Hor e alla testa rasata, mostra una chiara volontà di riprendere modelli arcaici , risalenti all’ Antico Regno, cui la scultura di Epoca Tarda farà spesso riferimento.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Rosanna Pirelli – Edizioni Withe Star