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L’INCORONAZIONE DI HOREMHEB

Statua del faraone Horemheb e della regina Mutnedjemet
Granodiorite
Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Horemheb (1319-1292 a.C.)
Tebe, Karnak, tempio di Amon Collezione Drovetti (1824)
C. 1379

Al Museo Egizio di Torino si trova una statua molto importante: è un gruppo statuario frammentario che rappresenta il faraone Horemheb e la grande Sposa Reale Mutnedjemet.

La regina Mutnodjemet rappresentata come sfinge con una corona simile a quella usata da Nefertiti (di cui era forse sorella)

L’importanza risiede nell’iscrizione che si trova sul retro della statua: si tratta infatti della stele di incoronazione del faraone, dove Horemheb rivendica il suo diritto al trono (perché designato dal faraone – che evidentemente è Tutankhamon e non Ay- e Amon, vedere punto 6) e dove descrive la sua attività di ripristino dell’ordine, sulla scia della stele della restaurazione di Tutankhamon.

Un plauso particolare ai curatori del museo perché la nuova esposizione consente di vedere la statua a 360 gradi. Il museo offre inoltre la traduzione dell’iscrizione, che riporterò più sotto.

Tra i paragrafi, trovo molto interessante il 7) e il 9).

« (7) […] la gente (gioì per) ciò che la sua bocca proferiva, quando fu convocato alla presenza del Sovrano e il palazzo si infuriò, ma egli aprì la bocca e rispose al Sovrano, e lo pacificò con le parole che gli uscivano di bocca. »

il « palazzo » in questo paragrafo sembra riferirsi a Tutankhamon che « s’infuriò » e Horemheb sembrerebbe essere l’unico in grado di calmare il sovrano o forse, i capricci di un ragazzino…tanto che operò come reggente per molti anni (paragrafo 9).

I prigionieri sul lato incompiuto della statua

Ecco la traduzione. É un po’ lunga ma interessante!

(1) [Che viva l’Horus “Toro Forte, dai piani accorti”, Due Signore “Dotato di monumenti meravigliosi nel tempio di Karnak , Horus d’Oro” Che si compiace della verità, che promuove le Due Terre”, Il Re dell’Alto e Basso Egitto, Signore delle Due Terre, Djeserkheprura-Setepenra, figlio di Ra, Horemheb (Meryamon) [amato da] Horus signore di Hutnesu

(2) […] (progenie di?) Kamutef. Amon il Re degli Dei è colui che lo ha allevato, la protezione di Horus, figlio di Iside, è la difesa del suo corpo. E’ uscito dal ventre materno già vestito di maestà, con l’aspetto di un dio. Egli ha fatto (..]

(3) […] il braccio si alzava (per rendergli omaggio) quando era ancora bambino, i grandi e i piccoli baciavano la terra (davanti a lui), a gli perveniva cibo quando era ancora un fanciullo senza la facoltà della ragione (…)

(4) i nobili (?)[…] di tutto il popolo. Il suo aspetto era quello del simulacro di un dio agli occhi di chi ne guardava l’immagine incutente timore. Suo padre (il dio) Horus si era posto dietro di lui, il suo creatore lo proteggeva. Una generazione passò, un’altra

(5) [venne su) (…) ((Horus)) conosceva il giorno in cui si sarebbe compiaciuto di passargli il trono. Ecco,-questo dio elevò suo figlio agli occhi del popolo tutto, perché desiderava affrettargli il passo verso il sopraggiungere del giorno in cui gli sarebbe subentrato. Egli fece sì che

(6) […]del suo tempo, il cuore del re essendo soddisfatto delle sue azioni ed esultante per la sua scelta. Egli lo nominò Supremo Comandante del paese per pilotare le leggi delle Due Terre come principe ereditario dell’intero paese. Era unico, senza eguali. I (suoi] piani

(7) […] la gente (gioì per) ciò che la sua bocca proferiva, quando fu convocato alla presenza del Sovrano e il palazzo si infuriò, ma egli aprì la bocca e rispose al Sovrano, e lo pacificò con le parole che gli uscivano di bocca. Era unico, eccellente, senza

(8) […] ogni suo piano era come il passo dell’ibis, il suo agire era l’immagine di quello del Signore di Hesret, era uno che gioiva della verità come il Beccuto, compiacendosi di essa come Ptah, che si svegliava al mattino per farne offerta, essendo stato posto

(9) […] le sue azioni, camminando sulla sua stessa via, è lei che assicura la sua protezione per tutta l’eternità. Ecco, egli governò le Due Terre come reggente per molti anni, (e) faceva rapporto

(10) […] mentre i consiglieri si inchinavano alle porte del palazzo regale, e giungevano a lui i grandi dei paesi dei Nove Archi, dal Sud come dal Nord, levando le braccia alla sua presenza, e gli rendevano omaggio come a un dio, e tutto ciò che si faceva si faceva al (suo) comando

(11) […] il suo cammino, essendo la sua maestà grande davanti al popolo. Si invocava per lui prosperità e salute. Era invero il padre delle Due Rive, (di) eccellente sagacia come dono di dio per traghettare

(12) […] molti giorni] dopo, allorché il figlio maggiore di Horus era supremo comandante e principe ereditario del paese nella sua interezza, questo nobile dio, Horus Signore di Hutnesu, desiderò collocare suo figlio sul suo trono eterno. Ordinò

(13) -[…] Amon. Allora Horus si recò fra espressioni di giubilo a Tebe, la città del Signore dell’Eternità, con suo figlio nel suo abbraccio, fino al Tempio di Karnak, per introdurlo alla

presenza di Amon-ka affinché gli desse la sua carica di sovrano e stabilisse la sua durata (di regno). Ecco

(14) […] nella sua bella festa nel Tempio di Luxor. Allora la Maestà di questo dio vide Horus signore di Hutnesu, con suo figlio con lui per la cerimonia della presentazione del Re, perché gli desse la sua carica e il suo trono. Allora Amon-Ra si unì al giubilo, quando vide

(15) […]_ il giorno della presentazione delle sue offerte. Allora egli si recò da questo nobile, il principe ereditario, capo delle Due Terre, Horemheb, e procedette alla reggia, avendolo posto davanti a sé, al Santuario dell’Alto Egitto (Per-ur) della sua nobile figtia, Uret

16- […] Hekau, (la dea del cobra ureo) le cui braccia (erano) accoglienti. Ella abbracciò la sua bellezza e si installò sulla sua fronte, mentre l’Enneade, signori del Santuario del Basso Egitto (Per-neser), era in giubilo per il suo trionfo: Nekhbet, Uadjit, Neith, Iside, Nefti, Horus, Seth, e tutta l’Enneade che presiede sul Grande Trono

(17) […] lodi fino al cielo, gioendo per la soddisfazione di Amon: “Ecco, Amon è venuto al suo palazzo, con suo figlio davanti a lui, per porgli la corona sul capo e prolungargli il tempo quanto il suo, Ci siamo riuniti per stabilire per lui

(18) – […] e assegnargli gli emblemi di Ra e rendere omaggio ad Amon per avercelo dato. Ci hai portato il nostro soccorritore, Concedi a lui i giubilei regali di Ra e gli anni di regno di Horus. È lui che farà ciò che piace al tuo cuore a Karnak, come anche a Eliopoli e Menfi. E’ lui che li adornerà”.

(19) Fu composto il Grande Nome Regale per questo dio, la sua titolatura, come quella della Maestà di Ra: Horus “Toro Forte, dai piani accorti”, Due Signore “Dotato di monumenti meravigliosi nel tempio di Karnak, Horus d’oro che si compiace della verità, che promuove le Due Terre*, Re dell’Alto e Basso Egitto “Djeserkheprura-Setepenra”, figlio di Ra “Horemheb amato da Amon”, a cui è data la vita. Uscita

(20) della Maestà di questo nobile dio Amon, Re degli Dei, dal palazzo regale, con suo figlio davanti a lui. Egli abbracciò la bellezza di lui, che si era levato con la corona khepresh sul capo, per assegnargli tutto ciò che il sole circonda, con i Nove Archi sotto i suoi piedi, il cielo in festa e la terra in giubilo Il cuore dell’Enneade dell’Egitto era felice

(21) Ecco, la terra e il popolo gioivano, le loro grida sí levavano fino al cielo. I grandi e i piccoli esultavano, la terra intera giubilava. Poi, dopo che questa festa del tempio di Luxor fu conclusa, essendo tornato Amon, Re degli Dei, a

(22) Tebe, navigazione di Sua Maestà verso Nord con la statua di Ra-Horakhty. Ecco, egli mise in ordine il Paese, organizzandolo cosi com’era ai tempi di Ra. Restaurò i templi degli dèi, dalle patudi del Delta alla Nubia. Fece eseguire tutte le loro immagini,

(23) migliori di quelle che le avevano precedute, e superiori in bellezza grazie a quello che aveva fatto fare, e Ra giubilava a vederle, poiché erano trovate in rovina in precedenza. Risollevò i loro santuari e creò le loro statue ognuna nella sua precisa forma, fatte di ogni pietra pregiata.

(24) ha cercato tutti i santuari degli dei ridotti in rovina in questo paese e li ha restaurati così com’erano dal tempio antico. Ha istituito per loro regolari offerte quotidiane, e tutti i recipienti dei loro santuari

(25) sono fatti di oro e argento. Li ha equipaggiati di sacerdoti e ritualisti scelti fra la crema dell’esercito, e assegnato loro campi e bestiame, attrezzati con tutto il necessario. Essi si levano di buon’ora per rendere omaggio a Ra all’alba

(26) di ogni giorno. *Prolunga per noi il regno di tuo figlio che fa ciò che è gradito al tuo cuore, Djeserkheprura Setepenra. Concedigli mitioni di giubilei, rendilo vittorioso su tutti i paesi come Horus figlio di Iside, com’è vero che egli soddisfa il tuo cuore a Eliopoli


La traduzione del Terzo Protocollo Reale “Che si compiace della verità” è “molto romanticona”.
Il lemma “verità” aveva probabilmente la stessa pronuncia o molto simile ma una grafia totalmente diversa. E’ vero che la dea Maat impersonava l’equilibirio, l’ordine cosmico, la verità, la giustizia… ma quando è ritratta lei sarebbe opportuno citarne il nome perché, diversamente, il concetto scelto è arbitrario (perché proprio scegliere “verità” e non gli altri significati?).
Il verbo “hrw” ha letteralmente il significato di “contento / soddisfatto / felice / pacifico (essere); trovarsi d’accordo”. “Compiacere” è una forzatura.

In sintesi: va benissimo “… che si compiace della verità”, ma è una romanticheria ottocentesca, non una traduzione filologica.


Statue of king Horemheb and queen Mutnedjemet

Granodiorite

New Kingdom, 18* Dynasty, reign of Horemheb (1319-1292 BC) Thebes, Karnak, temple of Amun

Drovetti collection (1824)

C. 1379

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LA STELE DI TAKHAE

Stele del museo di Firenze N° MEF. 2591

Questa stele, oltre alla struttura particolare, contiene una rappresentazione alquanto strana di cui non conosco uguali.

E’ datata al nuovo regno presumibilmente alla XIX dinastia.

In calcare, misura mm 835 di altezza e 515 di larghezza.

Descrizione della stele

Un frontone triangolare, contenente l’immagine del dio Anubi, sormonta la stele di forma centinata, con due sezioni. In quella superiore la defunta Takhae, che tiene nella mano un sistro, è in atto di adorare il dio Osiri, seduto in trono, alle spalle del quale sono le dee Iside e Nefti.

Per essere precisi, Takhae è una “suonatrice di sistro di Amon” (raffigurazione in alto); questa mansione è scritta in ambo le colonne di testo verticali a destra. (Vedi evidenziatura nell’immagine.

Nella sezione inferiore è raffigurato un albero di sicomoro sopra al quale si affaccia la dea Hathor con testa di vacca, che porge alla defunta inginocchiata un vaso da cui esce l’acqua purificatrice. Essa è definita “signora dell’occidente”. La dea tiene un vassoio con del pane da cui cadono alcune briciole per nutrire l’uccello Ba ai piedi dell’albero.

Restano tracce di colore

Il testo è in forma di didascalia riferita a ogni personaggio.

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LA MASCHERA DI TUTANKHAMON…È DI TUTANKHAMON (FORSE)

La maschera d’oro di Tutankhamon (Carter 256a/JE 60672).
Foto: Roland Unger

Come molti di voi sapranno, l’archeologo Nicholas Reeves ha pubblicato qualche anno fa l’intrigante teoria secondo la quale la celeberrima maschera funeraria di Tutankhamon fosse in realtà originariamente destinata ad un altro sovrano e poi “riadattata” per il Faraone fanciullo. Trovate i dettagli di questa teoria qui: https://laciviltaegizia.org/2023/03/31/la-maschera-funeraria-e-le-ipotesi-di-reeves/

Questa teoria si basa essenzialmente su tre considerazioni:

– IL VISO SOSTITUITO: la maschera è realizzata in otto parti diverse e sarebbe stato possibile sostituire la parte del volto con un volto “nuovo”; inoltre l’oro del volto è diverso da quello del resto della maschera e gli inserti blu sono in lapislazzuli invece che in pasta di vetro come nel copricapo “nemes”.

– I FORI SUI LOBI COPERTI: la maschera presenta i fori ai lobi delle orecchie, ma questi erano stati coperti con due dischetti d’oro. I Faraoni maschi non vengono mai ritratti con gli orecchini, quindi sarebbe stata stata progettata per una donna.

– IL CARTIGLIO MODIFICATO: il cartiglio sulla spalla sinistra della maschera presenta delle incisioni che secondo Reeves indicherebbero sia stato sovrascritto sopra un cartiglio precedente, quello di Ankh-kheperu-Ra meret Nefer-kheperu-Ra, che identificherebbe Nefertiti.

Si era anche ipotizzato che il volto originale della maschera fosse stato poi utilizzato sulla bara ritrovata nella tomba KV55, attribuita ad Akhenaton o Smenkhare; ipotesi estremamente improbabile visto il differente spessore della lamina d’oro (molto più sottile sulla bara della KV55).

La bara della KV55 (Akhenaton? Smenkhare?) con i resti del volto in lamina d’oro, ipotizzata come la parte “originale” della maschera di Tutankhamon. Reeves riscontrò una somiglianza cromatica di sopracciglio e contorno occhio con le decorazioni blu del “nemes” della maschera. Anche in questo caso parliamo di pasta di vetro e non di lapislazzuli.

Il nostro esperto Livio Secco ha anche analizzato per noi le modifiche ipotizzate sul cartiglio precedente inciso sulla spalla sinistra della maschera funeraria: https://laciviltaegizia.org/…/la-maschera-di…/

L’anno scorso, però, è stato pubblicato un articolo a cura di Christian Eckmann e Katja Brischat, del Leibniz-Zentrum für Archäologie di Magonza, insieme a Tom Hardwick, del Museo di Scienze Naturali di Houston, che ha messo in dubbio questa teoria, analizzandone i diversi punti. Vediamoli insieme.

IL VOLTO SOSTITUITO

Le “sezioni” della maschera. Da: N. Reeves, “Tutankhamun’s Mask Reconsidered,” BES 19 (2015), 511–26

In questo lavoro viene fatto notare innanzitutto che il procedimento di costruzione “a pezzi” della maschera non è peculiare, ma venne utilizzato per altri casi, come la bara interna dello stesso Tutankhamon o quella in argento di Psusennes I.

La terza bara di Tutankhamon. Il volto è inserito con la stessa tecnica di saldatura della maschera funeraria; il contorno occhi e le sopracciglia sono in pasta di vetro. Foto Giuseppe Esposito.

Inoltre, il volto della maschera non è fissato con dei rivetti, ma è saldata al resto della struttura (una tecnica nota all’epoca come mostrato dai rilievi della tomba di Rekhmira (TT100) e da numerosi reperti). Considerati gli attrezzi disponibili all’epoca, la saldatura è incredibilmente precisa, ed è difficile pensare che sia stata tagliata o dissaldata una parte precedente e successivamente sostituita.

Il laboratorio di oreficeria di Rekhmira, dalla tomba TT100

Il taglio del volto per sostituirlo avrebbe infatti creato danni estremamente gravi alle zone circostanti (e vedremmo anche una seconda saldatura sovrapposta alla prima), ma anche dissaldarlo avrebbe danneggiato irrimediabilmente con il calore i decori in pasta vitrea del “nemes” circostante.

L’interno della maschera di Tutankhamon con le saldature tra le diverse parti. Da: M. Uda, A. Ishizaki und M. Baba, “Tutankhamun’s Golden Mask and Throne,” in J. Kondo, ed., Quest for the Dream of the Pharaohs: Studies in Honour of Sakuji Yoshimura, CASAE 43 (Cairo, 2014), 149–77
La precisissima saldatura tra il viso ed il copricapo “nemes” all’interno della maschera. Da: Eckmann, Christian, Katja Broschat, and Tom Hardwick. “Zur Frage einer möglichen Umarbeitung der Mumienmaske Tutanchamuns.” Journal of the American Research Center in Egypt 59.1 (2023): 57-85.

Era anche noto ed usato artisticamente l’utilizzo di leghe d’oro diverse, con percentuali differenziate di rame o argento per produrre tonalità più o meno calde, per cui una lega differente per il volto non costituisce di per sé una prova della sua sostituzione. Ricordiamoci che questo effetto veniva usato addirittura dagli scultori, come nel caso del “giovane Memnone” che abbiamo visto qui: https://laciviltaegizia.org/2024/05/15/il-giovane-memnone/

Diversi esempi sono presenti nella stessa tomba di Tutankhamon, come nel caso del pettorale Carter 269k/JE61897 che raffigura la barca lunare, in cui la luna è realizzata in elettro ed è saldata alla barca in oro giallo.

Lo splendido pettorale di Tutankhamon con la barca lunare (JE 61897|Carter 269K). Si notino le diverse tonalità metalliche usate. Foto André Alliot

Infine, secondo gli Autori Eckmann/Broschat/Hardwick, l’uso della pasta di vetro sul copricapo “nemes” non indica affatto un materiale di poco pregio per un “primo proprietario” non faraonico (sarebbe comunque difficile pensarlo per un oggetto che pesa ben 11 chili d’oro…) ma semplicemente una questione di praticità mantenendo una tonalità di blu “divina”.

Questo pendente di Tutankhamon (Carter 267d/JE 61884) è celeberrimo per il corpo dello scarabeo in silica glass, generato dal calore di un asteroide all’impatto con l’atmosfera terrestre (si veda: https://laciviltaegizia.org/2020/12/23/il-silica-glass/). Tra i materiali usati ci sono sia lapislazzuli che pasta di vetro blu, a dimostrazione della “nobiltà” di quest’ultima.

Sul nemes troviamo infatti una grande quantità di intarsi blu, difficili da rendere omogenei con i lapislazzuli; inoltre anche gli intarsi sulla barba -sicuramente faraonica! – sono in pasta di vetro, molto più facilmente modellabile.

Da non dimenticare che sulla bara d’oro del Faraone, il contorno occhi e le sopracciglia NON sono in lapislazzuli, ma in pasta di vetro. Più faraonica di così…

FARAONI ED ORECCHINI

Come ricorderete, la maschera di Tutankhamon fu trovata con due dischetti d’oro che avrebbero coperto i fori ai lobi delle orecchie. Secondo Reeves, i Faraoni maschi non vengono mai ritratti con gli orecchini, se non in rarissimi casi in cui vengono mostrati da fanciulli, quindi la maschera sarebbe stata progettata per una donna.

I due dischi che chiudevano i fori sui lobi delle orecchie della maschera funebre

In realtà come ci ha mostrato anche Luca Lombardo, Akhenaton viene regolarmente raffigurato con i lobi forati (come anche Nefertiti). Sappiamo anche che la mummia di Thutmosis IV ha inequivocabilmente i lobi forati, cosa che presuppone abbia continuato ad indossarli da adulto (altrimenti si sarebbero ridotti fino ad essere indistinguibili).

Bassorilievo di Akhenaton, con gli evidentissimi fori ai lobi delle orecchie. Museo di Berlino, AM14512.
 

Dobbiamo anche fare i conti con i canoni artistici immutabili dell’Antico Egitto; ad esempio, Tutankhamon aveva diverse paia di guanti nel corredo funebre, ma non viene mai ritratto con i guanti. Allo stesso modo, per avendo ed indossando degli orecchini, potrebbe non essere stato ritratto avendoli addosso.

Però, se anche ritrarre il Faraone con gli orecchini poteva essere “sconveniente”, di certo non lo era mostrarlo con i lobi forati. Gli esempi nella tomba di Tutankhamon sono numerosi, a partire dagli ushabti che Grazia Musso ci ha mostrato qui: https://laciviltaegizia.org/2023/04/08/gli-ushabti-di-tutankhamon/.

Uno degli ushabti di Tutankhamon più famosi, con i fori ai lobi delle orecchie. Carter 318a/JE60830. Foto: Museo Egizio del Cairo

Anche il sarcofago in miniatura donato dal tesoriere Maya dopo aver ricomposto la tomba violata dai predoni ce lo mostra con i fori alle orecchie.

Il sarcofago in miniatura donato da Maya, sempre con i lobi forati

L’esempio comunque più importante consiste nella terza bara di Tutankhamon, quella d’oro massiccio e certamente destinata al giovane Faraone: anche in questo caso, le orecchie mostrano distintamente i fori ai lobi.

La terza bara di Tutankhamon. Si noti come il lobo sia rappresentato forato, ma come il foro non attraversi completamente il lobo. Foto originale da: Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star

Da notare però che in tutti questi casi i fori sono rappresentati come depressioni sul lobo, che non è completamente forato come nel caso della maschera. Se nel caso di materiali come la pietra delle incisioni o il legno degli ushabti questo è comprensibili per il timore di spezzare un particolare fragile come il lobo, altrettanto non si può dire per il metallo della bara d’oro o di altre maschere funerarie ritrovate come quella di Psusennes I.

Il senso della rappresentazione è lo stesso, ma secondo Reeves la maschera era predisposta per essere “completata” con due orecchini, tradendone l’origine per una donna. I due dischi avrebbero riportato l’immagine ai canoni artistici “maschili”.

Il Faraone di sicuro indossava comunemente i suoi orecchini (tra cui quelli famosissimi a testa d’anatra) fino al momento della sua morte, tanto che le orecchie della sua mummia hanno visibilissimi i fori (quello al lobo sinistro è molto ben conservato ed ha un diametro di ben 7,5 mm, compatibile con gli orecchini ritrovati nella tomba).

Gli orecchini a forma di anatra del Faraone, Carter 269a/JE61969. Impossibile che li abbia indossati da bambino. Foto originale da: Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star

Un particolare tecnico: le orecchie della maschera sono state realizzate con una lega d’oro estremamente simile a quella del volto, presumibilmente in contemporanea e quindi “apparterrebbero” a Tutankhamon.

Se orecchie e volto sono entrambi di Tutankhamon, il particolare dei dischi d’oro a coprire i fori non sarebbe quindi stato realizzato a mascherare la non-femminilità del proprietario della maschera. Forse un rito funebre? Non lo sappiamo.

Noi seguiamo i fatti, che ci portano a ri-esaminare il cartiglio sulla spalla sinistra della maschera.

IL CARTIGLIO MODIFICATO

Il cartiglio “incriminato”. Da: Reeves, Nicholas. “The Gold Mask of Ankhkheperure Neferneferuaten.” Journal of Ancient Egyptian Interconnections 7.4 (2015): 77-79.

La presunta modifica del cartiglio presente sulla maschera è probabilmente l’argomento più spinoso sull’attribuzione della maschera funeraria. Esaminiamolo insieme.

Il cartiglio sulla spalla sinistra della maschera presenta delle incisioni che secondo Reeves indicherebbero sia stato sovrascritto sopra un cartiglio precedente, quello di Ankh-kheperu-Ra meret Nefer-kheperu-Ra, che identificherebbe Nefertiti. Per “accorciare” il cartiglio (quello di Neb-kheperu-Ra che identifica Tutankhamon è molto più corto) sarebbe stati aggiunti i simboli “maa-keru” (“giusto di voce”), inizialmente mancanti, a sinistra del cartiglio stesso e sarebbero stati “ingranditi” gli altri simboli, a partire dal disco solare di Ra. Queste modifiche sono mostrate ed analizzate in dettaglio da Livio Secco qui: https://laciviltaegizia.org/2023/11/12/la-maschera-di-tutankhamon-non-e-di-tutankhamon/

Evidenziazione di alcuni dei segni e la ricostruzione di Reeves. Si noti la disposizione disomogenea dei trattini del plurale e la forma molto stretta ed allungata della croce ansata “ankh” in questa ricostruzione. N. Reeves, “Tutankhamun’s Mask Reconsidered,” BES 19 (2015), 511–26
Esistono però molti altri segni in quella zona della spalla della maschera. Da: Eckmann, Christian, Katja Broschat, and Tom Hardwick. “Zur Frage einer möglichen Umarbeitung der Mumienmaske Tutanchamuns.” Journal of the American Research Center in Egypt 59.1 (2023): 57-85.

In effetti sul cartiglio di Tutankhamon sono presenti dei segni e delle imprecisioni che fanno sorgere più di un sospetto che sia una “riscrittura”. Esistono infatti altri oggetti nel corredo funerario di Tutankhamon che mostrano segni di ri-scrittura, come il pettorale con Nut (Carter 261p1) o quello con lo scarabeo alato (Carter 261j).

Uno degli oggetti sicuramente usurpati (pettorale Carter 261j): il cartiglio è esageratamente lungo in quanto ospitava un nome diverso da quello di Nebkheperure, ma non è stato modificato nelle dimensioni. Foto originale da: Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Un altro degli oggetti usurpati: il pettorale con Nut (Carter 261p1). In questo caso originariamente erano inseriti in alto i cartigli di Amenhotep IV/Akhenaton. Anche in questo caso non sono state modificate le dimensioni dei cartigli. Foto originale da: Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star

Eckmann, Broschat e Hardwick hanno però messo in risalto nel caso della maschera alcuni particolari finora poco considerati. Vediamoli insieme:

1: I geroglifici sul retro della maschera sono incisi nettamente meglio di quelli di entrambe le spalle. Questo probabilmente perché le iscrizioni sul retro vennero fatte PRIMA della saldatura tra la parte anteriore e quella posteriore della maschera, quando era più facile maneggiare e fissare le parti separate.

La precisione dei simboli sul retro della maschera

2: Questa saldatura passa esattamente sotto al cartiglio; è estremamente probabile che le incisioni sulle spalle della maschera siano state fatte DOPO la saldatura, su una superficie quindi molto più complessa da lavorare. Non solo: si può pensare ad un abbozzo di incisione appena accennato sulle due parti della lamina d’oro, che sia stata corretta e terminata dopo la saldatura? Sono visibili molti altri segni in quella zona della maschera.

La linea di saldatura esattamente sotto al cartiglio. Da: Eckmann, Christian, Katja Broschat, and Tom Hardwick. “Zur Frage einer möglichen Umarbeitung der Mumienmaske Tutanchamuns.” Journal of the American Research Center in Egypt 59.1 (2023): 57-85.

3: I geroglifici del cartiglio sono coerenti con quelli del resto della maschera; sicuramente potrebbe essere stato lo stesso artigiano a riscriverlo nove o dieci anni dopo la presunta creazione per Nefertiti, ma è un particolare da tenere in considerazione.

4: Gli Autori si pongono una domanda che forse è frullata nella testa di molti appassionati: ma come si fa a “cancellare” un’iscrizione? Mica si usa una gomma… Si può tagliare la vecchia iscrizione (impossibile in quella zona, sarebbe stata massacrata tutta la maschera), oppure si può levigare la parte in questione. Problema: la lamina sarebbe molto più sottile in questo punto, perché la profondità delle incisioni di tutta la maschera arriva a più di mezzo millimetro. E invece lo spessore rimane coerente anche nella zona del cartiglio. Non solo: all’interno della lamina sulla spalla non c’è traccia di un’incisione precedente.

Altri punti da considerare sono legati all’analisi dei simboli veri e propri.

Nella ricostruzione di Reeves, ad esempio, i tre trattini del plurale sono molto disomogenei, un lavoro da principiante imbranato, oppure solo un abbozzo per “segnare il posto” dove sarebbe stato inciso il testo definitivo. Gli altri simboli, così come ricostruiti da Reeves, non sarebbero apparentemente graficamente coerenti con il resto dell’iscrizione. Non ci sono nemmeno indizi che il disco solare a destra nel cartiglio sia stato ingrandito come proposto da Reeves.

Inoltre, non sono noti casi di usurpazione di oggetti in cui sia stato modificata la dimensione del cartiglio. Anche gli oggetti chiaramente usurpati per la sepoltura di Tutankhamon mostrano la dimensione del cartiglio immutata ed una diversa collocazione/sequenza dei simboli. L’accorciamento del cartiglio sarebbe quindi stata un’anomalia unica. Anche immaginare che originariamente il nome del Faraone, identificato a questo punto come Osiride, fosse privo della formula “giusto di voce” è molto improbabile (oltre l’80% degli oggetti del corredo funebre di Tutankhamon hanno questa formula rituale).

L’obiezione che la formula “giusto di voce” potesse non essere usata in epoca amarniana o post-amarniana per motivi religiosi è peraltro smentita dal fatto che persino i due mattoni magici della tomba KV55, “intestati” proprio ad Akhenaton, la riportano (vedi: https://laciviltaegizia.org/wp-content/uploads/2021/01/kv55-le-iscrizioni.pdf).

Uno dei mattoni magici di Akhenaton “giusto di voce” ritrovato nella tomba KV55.

Non ci resta allora che tirare le somme e ragionarci su.

CONCLUSIONI E RIFLESSIONI

Siamo quindi giunti alla fine di queste considerazioni sulla maschera funeraria di Tutankhamon. Proviamo a fare un breve riassunto:

  • Il fatto che la maschera sia divisibile in “parti” non è un indizio di successive manipolazioni, ma fa parte di un procedimento standard di produzione dell’epoca. Anzi, la sostituzione del volto avrebbe comportato parecchie complicazioni per tagliare/dissaldare il volto originale e sostituirlo.
  • La composizione del metallo è molto simile tra le diverse parti; il colore leggermente diverso del viso e delle orecchie rispetto al nemes è presumibilmente un effetto voluto per rendere più realistica la maschera.
  • Il fatto che contorno occhi e sopracciglia siano in lapislazzuli invece che in pasta di vetro, come il nemes della maschera, non significa nulla visto che tali parti sono invece in pasta di vetro sulla terza bara di Tutankhamon, come sono in pasta di vetro gli intarsi della barba cerimoniale della maschera.
  • Sicuramente una peculiarità consiste nel fatto che i lobi delle orecchie siano completamente forati; anche se abbiamo visto come le orecchie dei faraoni del periodo di Tutankhamon siano comunque raffigurati forati.  
  • Però: non abbiamo traccia che fossero stati applicati effettivamente degli orecchini sulla maschera, cosa che sarebbe stata un’anomalia nei canoni artistici egizi.
  • Però: volto e orecchie hanno composizione estremamente simile; se fosse stato sostituito il volto, sarebbero quindi state cambiate anche le orecchie. E allora, perché rifarle forate, per poi applicare dei dischetti d’oro a coprire i fori?
  • Il cartiglio “modificato” si trova esattamente nella posizione della saldatura tra la parte frontale e quella posteriore della maschera; questo comporta che nella zona ci siano numerosi segni, non necessariamente legati ad una manipolazione del cartiglio stesso, ed una maggiore difficoltà per l’artista per inciderli.
  • È possibile che i segni considerati appartenenti ad un cartiglio precedente siano una bozza di posizionamento del cartiglio prima della saldatura e dell’incisione finale. Quelli “ricostruiti” da Reeves appaiono poco congrui con le altre iscrizioni della maschera.
  • L’aggiunta della formula “maa-kerew” (“giusto di voce”) per accorciare il cartiglio con il nome di Tutankhamon è improbabile in quanto tale formula è quasi sempre presente quando il defunto è identificato come Osiride, come in questo caso.

Una mia considerazione a parte riguarda l’utilizzo della maschera stessa. Se era di Nefertiti, che cosa è successo? La regina è stata sepolta senza, maledetta per l’eresia amarniana? Ne ha usata un’altra, con cui è tuttora sepolta da qualche parte? La sua tomba è stata violata, la mummia profanata e le è stata strappata la maschera funeraria per riciclarla? E se un capolavoro del genere è stato creato nel (probabilmente) unico anno di regno di Nefertiti, che problema ci sarebbe stato a crearne una nuova nei nove anni di regno di Tutankhamon? Tante, troppe domande senza risposta.

E quindi? La maschera funeraria è di Tutankhamon o di Nefertiti? O di un altro sovrano?

Quindi…ci troviamo di fronte ad uno di quei numerosi casi in cui non esiste una verità, ma esistono pareri diversi e discordanti – su cui gli esperti continueranno a discutere ancora a lungo.

Per fortuna, viviamo in un’epoca in cui reperire informazioni dalle fonti è diventato molto più semplice ed ognuno di noi ha gli elementi per formarsi una propria opinione.

Purtroppo, viviamo in un’epoca in cui troppi, anche tra gli esperti, “vendono” ipotesi come verità assolute, ripresi ed amplificati da mezzi di comunicazione fondamentalmente ignoranti e in caccia solamente di “notizie” eclatanti, anche a costo di manipolare la realtà. Prossimamente esamineremo un caso davvero eclatante, sempre legato al povero Tutankhamon.

Le ipotesi di Reeves, compresa quella della tomba di Nefertiti nascosta dietro la parete nord della camera del sarcofago di Tut, sono sicuramente intriganti e suggestive, ma, appunto sono solo ipotesi. Ricordiamocelo.

Fonti:

N. Reeves, “Tutankhamun’s Mask Reconsidered,” BES 19 (2015), 511–26

Eckmann, Christian, Katja Broschat, and Tom Hardwick. “Zur Frage einer möglichen Umarbeitung der Mumienmaske Tutanchamuns.” Journal of the American Research Center in Egypt 59.1 (2023): 57-85.

M. Uda, A. Ishizaki und M. Baba, “Tutankhamun’s Golden Mask and Throne,” in J. Kondo, ed., Quest for the Dream of the Pharaohs: Studies in Honour of Sakuji Yoshimura, CASAE 43 (Cairo, 2014), 149–77.

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SARCOFAGO DI BAKENMUT

Sarcofago di Bakenmut, padre (sacerdote) di Amon

Legno dipinto

Altezza cm 208

Tebe Ovest (località esatta sconosciuta)

Cleveland Museum of Art

I sarcofagi egizi erano decorati sia all’esterno che all’interno, essi erano la rappresentazione delle tombe e la decorazione è compatibile ai dipinti dei sepolcri.

I più bei sarcofagi risalgono ai primi anni del I millennio a. C., quando la tradizione delle tombe decorate scomparve quasi del tutto

Bakenmut era un sacerdote di rango nel tempio di Amon – Ra a Karnak.

La decorazione sul fondo del sarcofago è divisa in quattro registri.

La figura più grande nel secondo registro raffigura Thutmosi III,. faraone della XVIII Dinastia, che in cominciò a essere venerato nella zona di Tebe a partire dalla fine del Nuovo Regno.

La figura che rappresenta le offerte davanti al sovrano probabilmente è Bakenmut stesso.

Le tre divinità nel registro sottostante rappresentano diverse forme del dio sole.

Nel terzo registro è visibile un altro sovrano della XVIII Dinastia Amenofi I, rappresentato seduto, con di fronte due figure mummiformi, Bakenmut e la sua sposa.

I due uccelli dalla testa antropomorfa, nel registro inferiore, sono le raffigurazione del Ba del defunto.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Fotografie: The Cleveland Museum of Art

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I PILASTRI “DJED” DI TUTANKHAMON

Recentemente il Museo Egizio di Torino ha pubblicato un post sul pilastrino “djed” (raffigurante la colonna vertebrale e le costole di Osiride) trovato nella tomba di Nefertari da Schiaparelli, uno dei pochi reperti ritrovati nella tomba della Regina.

L’amuleto “djed” di Nefertari esposto recentemente a Vicenza prima che rientrasse “in sede” a Torino. Foto di Patrizia Burlini

Come paragone ed approfondimento, questo era lo stesso tipo di amuleto ritrovato nella tomba di Tutankhamon (Carter 260), fotografato da Burton ancora nella sua collocazione originale.

Si trova oggi conservato al Museo Egizio del Cairo, con il numero di inventario JE 61378

Il pilastrino djed di Tutankhamon a Museo Egizio del Cairo, inv. JE 61378 / Carter 260. Foto di Alain Lecler (purtroppo scomparso nel 2020) – Institut Français d’Archéologie Orientale

È in legno, alto 9.2 cm, originariamente placcato in oro, e la sua “funzione” era iscritta sulla sua base:

Il riferimento è quello del Capitolo 151 del Libro dei Morti, in cui si parla del quattro mattoni magici che dovevano essere presenti nella camera sepolcrale. L’incantesimo riferito al pilastro djed suona più o meno così, “interpretando” la traduzione letterale:

Curiosamente, però, l’amuleto “djed” nella tomba di Tutankhamon era inserito nella parete sud (non ovest), all’altezza della testa del sarcofago in granito.

La parete sud della camera sepolcrale di Tutankhamon. Il cartellino con il numero 260 indica la nicchia ancora chiusa ed intonacata dove verrà ritrovato l’amuleto

All’interno della camera sepolcrale di Tutankhamon non c’era soltanto l’amuleto “djed” del mattone magico celato nella parete sud ma anche un secondo amuleto (Carter 250), più grande, lasciato dai sacerdoti che officiavano i riti funebri tra il sarcofago in quarzite di Tutankhamon ed il quarto sacrario, quello più interno.

Secondo Wilkinson, faceva parte del rito finale legato alla nuova vita del Faraone dopo la sua deposizione nel sarcofago.

Alto 56 cm e largo 20, in legno dipinto, aveva ancora sulla base un perno che suggerisce potesse essere inserito su un supporto.

Era appoggiato al lato sud del sarcofago, rivolto verso la parete che celava il mattone magico con l’altro amuleto “djed”, quasi a stabilire una connessione che richiama l’unione del “ba” con il corpo del defunto descritta nel Libro delle Porte.

Il pilastro djed davanti al sarcofago in quarzite di Tutankhamon

In quest’ottica, il posizionamento del mattone magico nella parete sud (di solito era posizionato in quella rivolta a ovest) non sarebbe un errore ma un legame con il suo “corrispettivo” appoggiato al sarcofago.

Ricordiamoci infatti che le nicchie dei mattoni magici venivano scavate DOPO la sepoltura; ne abbiamo conferma dalla presenza nelle nicchie stesse di residui del colore delle decorazioni esterne. Le nicchie venivano poi chiuse ed intonacate con colori simili ma chiaramente distinguibili a distanza di millenni.

Foto: dove non diversamente specificato da The Griffith Institute – University of Oxford

In copertina: i pilastri djed nella camera sepolcrale di Nefertari, foro kairoinfo4u

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IL PROTOCOLLO REALE DI MONTUHOTEP II

In estrema sintesi il Protocollo Reale era l’insieme di cinque nomi che gli Egittologi moderni differenziano per la titolazione che li precede. Il loro studio è complesso: infatti, nel breve spazio disponibile, sono molto presenti le metatesi grafiche ed onorifiche e, spesso, le regole grammaticali non sono sempre così evidenti.

Perché studiare il Protocollo Reale?
Semplice: perché l’insieme dei cinque nomi correttamente tradotti danno il PROGRAMMA POLITICO del sovrano. Con esso il re ci mostra il clero con il quale si è alleato e quali sono le direttive del suo governo.

Chi fosse interessato a questo argomento essenziale per lo studio corretto dell’Egittologia, non posso che consigliare lo studio del Quaderno di Egittologia nr 22 (QdE22) IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica, che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

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STATUA-CUBO IN LEGNO

Legno, altezza cm 18,5
Saqqara, scavi di W. Emery ( 1964-1967)
Periodo Greco-Romano
Museo Egizio del Cairo – JE 91118

Questa piccola scultura lignea raffigura un uomo seduto a terra con le gambe ripiegate contro il petto, dal blocco massiccio del corpo emerge la testa.

Quest’opera singolare appartiene alla tipologia della statua-cubo, attestata, con alcune varianti, dal Medio Regno fino all’Epoca Tarda.

I personaggi ritratti in questa posizione sono solitamente funzionari di medio rango e le iscrizioni geroglifiche incise sui basamenti, sul pilastro dorsale e sulle ginocchia ne specificano titoli e mansioni.

A partire dal periodo ramesside si diffonde l’usanza di scolpire una piccola statua di divinità sulla parte frontale.

In questo caso, si tratta della raffigurazione di Ptah, il dio della città di Menfi che era venerato come creatore del mondo e patrono degli artigiani.

Il dio è raffigurato nella sua caratteristica iconografia, vicina ai canoni stilistici della statuaria arcaica: il corpo, sommariamente scolpito, appare avvolto in una guaina da cui escono solo le mani e la testa.

Fonte e fotografia

I Tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Comand – fotografia Araldo De Luca -National Geographic – Edizioni White Star

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MASCHERA MASCHILE

Gesso dipinto, altezza cm 32, larghezza cm 27,5
Provenienza ignota – Epoca Romana ( metà II secolo d. C.)
Museo Egizio del Cairo – CG 33158

La maschera in gesso da apporre sulla mummia non è che l’evoluzione di quelle realizzate in cartonnage, o in oro per i sovrani, in epoca faraonica.

Il volto è incorniciato da una barba piena e riccia, come i capelli, gli occhi sono inseriti e realizzati in materiale opaco.

È da notare la trasformazione della tradizionale parrucca in una specie di sciarpa che fascia la testa del defunto e presenta sulla nuca la raffigurazione del disco solare.; le bande laterali scendono ai lati del collo simulando l’effetto dell’acconciatura, traducendola così in un motivo decorativo ormai lontano dalla funzione originaria.

Fonte e fotografia

I Tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo -fotografie Araldo De Luca – Maria Sole Croce -National Geographic ,- Edizioni White Star

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MASCHERA DI MUMMIA [2]

Cartonnage, gesso e oro
Periodo romano ( 20 a. C., Circa – 70 d. C.)
Hawa, Medio Egitto
Scotland National Museum – A 1911.275

Maschera funeraria, in cartonnage, dipinta di rosso, blu, verde rosa

Il volto è dipinto oro, la parrucca, tripartita è decorata, come il pettorale, con immagini di divinità

Fonte

https://www.nms.ac.uk/…/colletion…/mummy-mask/300044

Www.nms.ac.uk