Cose meravigliose, Tutankhamon

LA MASCHERA FUNERARIA NON È DI TUTANKHAMON?

Di Andrea Petta

(Carter 256a)

Su questo sito potete trovare già le informazioni che la riguardano ed i testi incisi; la descrizione della maschera è qui: https://laciviltaegizia.org/…/la-maschera-funebre-di…/ ed il testo inciso è qui: https://laciviltaegizia.org/…/il-testo-della-maschera…/

Volevo invece parlarvi in dettaglio di un’ipotesi – che molti di voi probabilmente conoscono – secondo cui la maschera di Tutankhamon sarebbe…di un altro.

Il principale sostenitore di questa tesi è l’archeologo Nicholas Reeves (lo stesso che ipotizza che dietro la parete nord della camera sepolcrale di Tutankhamon si nasconda la tomba di Nefertiti), ma è stata appoggiata anche da altri egittologi quali Joan Fletcher – e fermamente respinta da altri, come Zahi hawass.

Da dove parte questa intrigante ipotesi?

Innanzitutto sappiamo che la maschera, che pesa ben 11 chilogrammi d’oro, non è formata da un unico pezzo: La maschera infatti è formata da almeno otto parti diverse, unite da rivetti, in due leghe diverse d’oro, entrambe ad alta caratura (parliamo di > 23 carati per la “base” e 18-23 carati per le finiture), leggermente più fredda per viso e collo, più calda per il resto della maschera.

Il volto è sicuramente il suo, congruo con la prima e la terza bara nonché con le statue-guardiano all’ingresso della camera sepolcrale. Le iscrizioni sul retro della maschera (Capitolo 151 del Libro dei Morti) riportano invece tracce di manipolazione o correzione dei cartigli di Tutankhamon, che lasciano intravedere un secondo nome inciso sotto.

Una foto “traditrice”: la barba cerimoniale è già spezzata mentre la maschera è ancora sulla mummia di Tutankhamon – probabilmente rotta durante i primi tentativi di liberare la mummia dalla massa bituminosa versata nella terza bara
Lo stesso Burton ci testimonia il distacco della barba cerimoniale e dei collari in dischi d’oro e faience

I danni alla maschera sono evidenti soprattutto nella decorazione di pasta vitrea blu sul nemes, staccatasi in diversi punti (dovuta alla difficoltà di liberarla dalla massa bituminosa in cui era avvolta la terza bara), ma ci sono anche due fori nella parte anteriore destra praticati nell’antichità. L’ipotesi più accreditata è che siano stati fatti per legare il flagello in posizione al momento della cerimonia della “Apertura della Bocca” quando la mummia del Faraone defunto doveva essere posizionata in piedi (come raffigurato sulla parete nord della tomba).

I fori sul lato destro della maschera attraverso cui era stata passato un filo per tenere alto il flagello regale

Un terzo danno nella parte posteriore – apparentemente dovuto ad un urto o una caduta – ha fatto sospettare che qualche incidente sia avvenuto durante la cerimonia funebre (non sorprendentemente visto il peso dei singoli elementi e lo strettissimo spazio a disposizione).

Nel 2014, sostituendo una luce della teca in cui era esposta, la maschera è caduta staccando nuovamente la barba; sono stati necessari due interventi di restauro per ri-posizionarla.

Le analisi fotografiche recenti hanno portato alla conclusione che la maschera sia stata modellata martellandola a freddo e rivettando o saldando le singole parti, che risultano essere:

– Il pannello frontale

– Il pannello posteriore

– L’ureo e l’avvoltoio sulla fronte

– Il viso

– Le due orecchie

– La barba

– Il collare

Le diverse parti che compongo la maschera
L’interno della maschera con le parti separate saldate o rivettate

Secondo Reeves, anche se il viso separato era una caratteristica costruttiva confermato anche da altri ritrovamenti, il fatto che il contorno occhi/sopracciglia sia in lapislazzuli invece che pasta vitrea come il nemes e la lega leggermente diversa del volto suggerirebbero una possibile modifica del “destinatario” della maschera.

Un elemento critico parrebbero essere i due dischi d’oro originariamente posti sui fori dei lobi della maschera, così come sulla terza bara. Tutankhamon aveva i lobi forati, come mostrato nella famigerata testa che emerge dal fiore di loto; allora perché coprire i fori?

I due dischi che chiudevano i fori sui lobi delle orecchie della maschera funebre

Solo tre Faraoni sono rappresentati con gli orecchini: oltre a Tutankhamon, solo Amenhotep I e Ramses II – ma in tutti e tre i casi sono raffigurati fanciulli. Se ne dedurrebbe che per i maschi adulti non fosse conveniente mostrarsi con gli orecchini. Un’ipotesi prevede quindi che la terza bara e la maschera siano stati preparati quando Tutankhamon era ancora un ragazzino all’ascesa al trono, e successivamente i fori ai lobi delle orecchie siano stati coperti. L’ipotesi sarebbe però in contrasto con il fatto che entrambi siano modellati per un adulto.

Un’altra ipotesi considera invece che la maschera sia sitata preparata per una donna e che la parte del volto sia stata “estratta” e sostituita con le sembianze di Tutankhamon. A sostegno di questa ipotesi Reeves cita lo scarabeo in resina (Carter 256q) – che probabilmente sostituì lo scarabeo del cuore – la cui collana è in oro riutilizzato, e le fasce dorate che avvolgevano la mummia del Faraone. Entrambi hanno inciso sul loro lato inferiore il cartiglio di Ankhe(t)perure Neferneferuaton, lo sfuggente personaggio che sarebbe salito al trono dopo Akhenaton e Smenkhare, prima di Tutankhamon.

Lo scarabeo in resina probabilmente usurpato per Tutankhamon
Le fasce dorate le cui bande inferiori riportano i cartigli di Neferneferuaton

Marc Gabolde nel 1998 ha trovato una frase associata a Neferneferuaton, “Colei che è di beneficio per suo marito”, che secondo Reeves e Gabolde stesso identificherebbe questa figura regale come Nefertiti.

L’identificazione di altri oggetti nella tomba che non apparterrebbero al corredo originale di Tutankhamon sembrerebbe rafforzare questa ipotesi. I contenitori dei vasi canopici, di sembianza femminile, i piccoli sarcofagi all’interno che contenevano gli organi interni del Faraone, che non hanno le figure delle dee alate (simbolo faraonico) e i cui cartigli all’interno sembrerebbero mostrare al di sotto, sovraincisi, i cartigli Neferneferuaton. Il nome Neferneferuaton è inoltre compatibile con ciò che si intravede sotto i cartigli modificati sul retro della maschera.

Il cartiglio modificato visibile sulla parte laterale della maschera
Ricostruzione del cartiglio sovrainciso: Ankhe(t)perure Neferneferuaton

Le figure rappresentate sui contenitori in alabastro dei vasi canopi hanno sembianze decisamente femminili

Uno dei sarcofagi canopici contenete gli organi interni del Faraone: mancano le dee alate sui fianchi; secondo Reeves un indizio che furono preparati per un co-reggente

L’analisi completa delle modifiche al cartiglio della maschera funeraria a cura di Livio Secco QUI

L’ipotesi di Reeves, quindi, è che la maschera funebre sia stata inizialmente cesellata per Nefertiti nel suo ruolo di co-reggente di Akhenaton, probabilmente con i suoi tipici orecchini a bottone, e che in un secondo tempo siano stati asportati il viso (rimodellato sulle fattezze di Tutankhamon) e le orecchie (i cui lobi forati sono stati coperti da un disco d’oro) prima di riapplicarli alla maschera stessa.

La ricostruzione di Reeves dell’ipotetica maschera originale unendo l’immagine del busto di Nefertiti a Berlino

Un’ipotesi intrigante, che probabilmente continuerà a dividere gli archeologi ancora per molto.

FONTI:

  • Nicholas Reeves, The Gold Mask Of Ankhkheperure Neferneferuaten. Journal of Ancient Egyptian Interconnections, 2015
  • Nicholas Reeves, Tutankhamun’s Mask Reconsidered. Bulletin Of The Egyptological Seminar, 2015
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Cose meravigliose, Tutankhamon

LA SECONDA BARA DI TUTANKHAMON

(Carter 254)

Di Andrea Petta

La seconda bara, quella intermedia, è la più “controversa”, la cui attribuzione originale è ancora dubbia. Il volto è marcatamente diverso da quello della prima e della terza bara, nonché dalla maschera funebre, il che ha generato diverse ipotesi sul “proprietario” originale.

Il confronto tra i due volti (da “Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998“)

La netta discrepanza nella raffigurazione ha sucitato, soprattutto in tempi relativamente recenti, un’accesa discussione tra gli egittologi. Claude Vandersleyen ad esempio ha rilevato che il viso sia molto più squadrato e con un’espressione “imbronciata”, ipotizzando l’appartenenza originale a Nefertiti o al misterioso Faraone Neferneferuaton (Nefertiti? Merytaton?), mentre secondo altri sarebbe appartenuto a Smenkhare.

Carter all’opera con un pennellino per togliere delicatamente gli ultimi resti del tessuto in lino che copriva la bara, dissoltosi al primo tocco degli scopritori.

Però…

Però le tre bare si incastrano perfettamente una dentro l’altra; pensare ad un “adattamento” risulta difficile. Inoltre, su nessuna delle tre bare ci sono segni che indichino una modifica ai testi iscritti. In mancanza di ulteriori prove è impossibile determinare se effettivamente questa bara sia stata usurpata da Tutankhamon.

La seconda bara ancora all’interno della prima, da cui fu estratta facendo scivolare giù la cassa della prima

Lunga 204 cm e larga 68, con un’altezza massima di 79, è anch’essa in legno ricoperto di gesso e dorato, ma, a differenza della prima bara, è interamente decorata in pasta vitrea e faience. Dieci tenoni in argento chiudevano originariamente il coperchio, che non ha ovviamente maniglie dovendo instrarsi nella prima bara.

Uno dei dieci tenoni di chiusura del coperchio, in argento massiccio. Nei fori erano inseriti chiodi in argento con testa in elettro; a questi chiodi, estratti parzialmente per quanto possibile nello spazio tra prima e seconda bara, furono agganciate le carrucole per tenere ferma la seconda bara mentre la prima veniva fatta scivolare giù. I carpentieri egizi sapevano fare il loro mestiere

La posizione dei dieci tenoni di chiusura nella visione di tre quarti della bara, che permette la visione d’insieme della lavorazione a cloisonné egiziano (foto Sandro Vannini)

Un finisssimo tessuto in lino proteggeva la bara; su questo tessuto diverse ghirlande floreali avvolgevano la bara (molto simili a quelle trovate da Davies ne pozzo 54 nella Valle dei Re). Una seconda coroncina era stata posta intorno ai due emblemi reali sulla fronte, sempre in foglie di ulivo, fiordalisi e petali di loto.

La seconda bara come apparve agli scopritori, con il tessuto in lino a coprirne le sembianze e ricoperta di ghirlande floreali compresa la coroncina sugli emblemi reali
La prima foto della seconda bara “libera”. L’impatto visivo della decorazione a cloisonné fu sensazionale.

Il Faraone, rappresentato come Osiride, indossa questa volta il nemes decorato in pasta vitrea blu, sempre con un avvoltoio nekhbet ed un ureo sulla fronte. L’ureo è in legno dorato, con testa in faience blu ed intarsi colorati. L’avvoltoio è anch’esso in legno dorato, con becco in ebano.

Il volto della seconda bara

La barba cerimoniale è in pasta vitrea ed oro.

Il re è rappresentato con un collare cosiddetto “del Falco” decorato con diaspro rosso, turchese e lapislazzuli.

La bara in mostra al vecchio Museo Egizio

Sotto le braccia, incrociate sul petto con il flagello ed il pastorale, al posto delle dee presenti sulla prima bara sono rappresentati nuovamente l’avvoltoio Nekhbet ed un ureo alato “wadjet” mediante uno spettacolare intarsio, sempre in diaspro rosso, turchese e lapislazzuli. I simboli “shen” che tengono negli artigli sono in diaspro rosso contornato da pasta vitrea turchese.

L’ala di Nekhbet protesa sulla spalla sinistra del Faraone

Gli stessi materiali formano il decoro “rishi” su tutto il resto della bara, realizzato in “cloisonné egiziano”. In questa tecnica, sottili strisce d’oro sono state saldate alla lamina d’oro sottostante e riempite con la pasta di vetro colorata (si differenzia dal cloisonné tradizionale in quanto vengono inserite negli spazi creati le “tessere” già formate, invece del vetro ancora fuso). La mole di lavoro per realizzare l’intero sarcofago con questa metodica è inimmaginabile.

Lo spettacolare intarsio dell’ureo alato, sempre sul fianco sinistro, con i due simboli “shen” in diaspro rosso e pasta vitrea turchese

Il decoro a cloisonné egiziano ricorda peraltro quello del sarcofago danneggoato rinvenuto nella tomba KV55 (Akhenaton? Smenkhare?).

L’intarsio prosegue su tutta la bara, qui un particolare delle gambe

Due colonne di testo sono intarsiate sulle gambe della bara. Sulla superficie inferiore del piede, un’altra figura alata di Iside simile a quella della prima bara inginocchiata su un segno “nbw” (oro).

Sotto il piede dalla bara, nuovamente Iside
Il particolare della dea che stende le sue ali
La foto ufficiale del Museo Egizio del Cairo

FONTI: