Tutankhamon

LA TUNICA “DALMATICA” DI TUTANKHAMON

Di Patrizia Burlini

Ricostruzione della tunica Dalmatica di Tutankhamon, presso la scuola di tessitura di Borås in Svezia

Nel 1922, all’interno della KV62, Howard Carter scoprì migliaia di oggetti.

Carter non fu il primo ad entrare nella tomba: prima di lui, in almeno due occasioni, i ladri erano riusciti ad accedere asportando, secondo una stima di Carter, almeno il 60% del tesoro. Tra gli oggetti più ricercati dai ladri c’era sicuramente, oltre all’oro, la biancheria.

Lenzuola e coperte risultarono asportate dalla tomba ma i ladri lasciarono alcuni degli indumenti del faraone.

Tuniche, camicie, fusciacche, gonnellini, biancheria intima, copricapi, guanti…tutto era realizzato principalmente in finissimo lino e molti di questi indumenti erano sicuramente stati utilizzati dal re da bambino (soprattutto quelli della cassa Nr. 21)

Tutti questi indumenti erano stati originariamente piegati e arrotolati con estrema cura, ma la stessa attenzione non fu usata purtroppo dagli ufficiali (tra cui il famoso tesoriere Maya la cui statua si trova a Leiden) che sistemarono la tomba dopo il caos lasciato dalle incursioni dei ladri, e che rimisero gli indumenti alla bell’e meglio dentro le casse e gli scrigni, con gravi conseguenze per la loro conservazione.

Nella tomba furono trovate 8 casse contenenti biancheria. L’abbigliamento comprendeva diverse pelli di leopardo (usate dai sacerdoti Sem) e una corazza di cuoio.

Tra gli indumenti, il più bello era sicuramente una tunica, nota come “dalmatica”, poiché rammentava la tunica indossata dai diaconi, utilizzata dal faraone intorno ai 10 anni d’età, identificata da Carter con il numero 367J e conservata al Museo Egizio con il Nr di inventario JE62626.

La tunica dalmatica di Tutankhamon come fu trovata da Carter – foto di Harry Burton (367j)

Si tratta di un superbo esempio di tunica realizzata in un unico pezzo di lino piegato in due all’altezza delle spalle e cucito lungo le cimose, impreziosito da due fasce decorate e ricamate lungo i lati, originariamente di colore blu/verde e marrone, a motivo geometrico e con rappresentazioni di piante ed animali e a me di caccia.

Altra immagini della tunica dalmatica di Tutankhamon. Le maniche sono bene visibili in alto (ormai purtroppo distaccate)

Secondo la maggioranza degli studiosi la decorazione è sicuramente di tipo siriano, forse un dono del regno di Mitanni, anche se alcuni studiosi hanno ipotizzato influenze beduine, a testimonianza dei fiorenti scambi culturali ed economici del periodo, e presenta un collo applicato e ricamato a forma di Ankh, dov’è ben visibile il cartiglio di Nebkheperure (vedere disegno nelle foto), oltre all’albero della vita e formule di benedizione.

Ricostruzione dei ricami del collo della tunica. Il collo risulta applicato e ricamato a forma di Ankh, dov’è ben visibile il cartiglio di Nebkheperure (vedere disegno nelle foto), oltre all’albero della vita e formule di benedizione.

Le maniche, ormai distaccate, erano realizzate in un lino ancora più fine e presentavamo delle frange, ancora visibili. Lunga circa 113,5 cm secondo le note di Howard Carter, probabilmente indossata con una cintura o fusciacca, arrivava al ginocchio.

Disegno e appunti originali di Carter. 
http://www.griffith.ox.ac.uk/gri/carter/367j-c367j-2.html

A differenza delle tuniche utilizzate nell’antico Egitto, bianche o chiare, questa era molto colorata e mantiene ancora molto del colore originale. Purtroppo non ho trovato alcuna foto a colori, se non forse una foto di dettaglio della decorazione delle fasce laterali, pertanto mi baso su quanto dichiarato da Nancy Arthur Hoskins che ha potuto vedere la tunica in varie occasioni, l’ultima nel 2010.

Negli anni ‘90, l’archeologo tessile Dr. Vogelsang-Eastwood, preoccupato per il deterioramento degli indumenti, trovati nei depositi del museo del Cairo nella stessa cassetta in cui li aveva lasciati Carter, organizzò due teams di esperti internazionali per riprodurre 36 degli antichi indumenti, utilizzando metodi di tessitura antichi.

La scuola di tessitura di Borås in Svezia realizzò il tessuto mentre il Stitching Textile Research Centre a Leiden, in Olanda realizzò i ricami e le decorazioni. La splendida tunica del faraone da fanciullo è stata ricostruita come potrete vedere nell’immagine in alto, ricostruzione che aiuta a capire quale di splendore fossero gli abiti dell’epoca.

Probabile foto di parte della decorazione della tunica. Foto: Nino Monastra

Le varie ricostruzioni degli abiti illustrate sono per noi uno splendido tuffo nella moda del tempo.

Fonti:

  • Carter, Howard. “Tutankhamen. Il Mistero di un faraone e l’avventurosa scoperta del suo tesoro.”. Prefazione di Christian Greco, Direttore del Museo Egizio, Torino. Garzanti. Prima edizione 1973, ristampa 2022. Pp. 347-351.
  • Reeves, Nicholas. “The Complete Tutankhamun: the King, the Tomb, the Royal Treasure”. Thames & Hudson, London, 1990, pp. 156-157.
  • Hoskins, Nancy Arthur. “Woven Patterns on Tutankhamun Textiles.” Journal of the American Research Center in Egypt, vol. 47, 2011, pp. 199-215.

Link e approfondimenti:

Tutankhamon

I LETTI FUNERARI DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Le tre teste nelle foto originali di Burton

Legno stuccato ricoperto in oro, lunghezza 181-236 cm, altezza massima 134-188 cm, Grand Egyptian Museum di Giza, Carter 35, 73 e 137

All’interno dell’Anticamera sono stati trovati tre letti funerari rituali, realizzati in legno stuccato e dorato a forma di animali sacri. Sono letteralmente i primi oggetti visti da Carter e Carnarvon all’apertura della tomba, quelli che hanno fatto mormorare a Carter “Sì, cose meravigliose”.

Le prime immagini viste da Carter e Carnarvon all’apertura della tomba, con i letti funerari in fila rivolti in direzione nord verso la Camera del Sarcofago

I telai dei letti sono a forma affusolata degli animali che rappresentano; le zampe sono unite da un secondo telaio inferiore per irrobustire la struttura. Le pediere sono fissate direttamente alle sponde zoomorfe. Le code si incurvano sui corpi ai lati della pediera, che è decorata su ogni faccia con tre pannelli: i due esterni rappresentano coppie di colonne djed – associate a Osiride e interessate alla rinascita – mentre il pannello centrale richiama la protezione di Iside raffigurando il suo nodo tyet. I letti erano stati progettati in parti distinte, da essere assemblate nella tomba; Carter utilizzò il processo inverso, smontandoli come da progetto originale per estrarli e portarli in laboratorio per la conservazione.

Il primo letto, a testa di leone, nell’Anticamera

I tre letti sarebbero dedicati ad Iside-Mehtet (testa di leone), Mehet-Weret (testa a forma di vacca, con corna liriformi che racchiudono un disco solare), ed a Ammut, la divinità chimerica che divora il cuore del defunto in caso di giudizio infausto alla “pesatura del cuore”. Ammut è normalmente raffigurata con testa di coccodrillo, zampe anteriori di leone e zampe posteriori di ippopotamo, mentre qui è rappresentata con testa di ippopotamo, corpo di coccodrillo e zampe feline.

E il terzo letto raffigurante Ammut. Al di sotto si vede il foro praticato dai tombaroli per accedere all’Annesso

Le teste di ippopotamo hanno bocche aperte, denti d’avorio e lingue rosse in evidenza (di avorio dipinte in rosso), e sono coperte da parrucche con lembi che terminano sulle gambe. Una svista dello scriba addetto alle iscrizioni ha inoltre invertito Iside-Mehtet e Mehet-Weret (o forse una svista nell’assemblaggio dei letti).

La bocca di Ammut ha i denti in vero avorio, come anche la lingua dipinta in rosso

Non sono ovviamente “letti” utilizzati in vita per dormire; fanno parte del corredo funerario con significati di protezione del defunto. Nelle iscrizioni i riferimenti sono al Faraone come Osiride.

Di particolare importanza il letto dedicato a Iside-Mehtet con teste di leone (quello ritrovato più vicino alla Camera del Sarcofago). Nell’iconografia egizia il defunto è spesso rappresentato su un letto funerario a testa leonina durante il processo di mummificazione (vedi tomba di Nefertari che abbiamo visto qui: https://www.facebook.com/photo/?fbid=10218242733330757…) sotto gli auspici di Anubi e con la protezione di Iside e Nefti.

Il corpo di Nefertari, rappresentato nel colore verde della rinascita, sul letto funerario a testa leonina, protetta da Iside e Nefti in forma di falchi

Le due teste di leone possono anche rappresentare i due “leoni dell’orizzonte” – “Sef” (Ieri) e “Duau” (Domani) – come simbolo di rinascita. Il naso e le “lacrime” sotto agli occhi sono in pasta vitrea azzurra. Gli occhi sono in quarzo trasparente dipinto nella parte posteriore.

Anche il letto con le teste di vacca ha un particolare rilievo. Rappresenta Mehet-Weret, spesso associata ad Iside, responsabile della resurrezione del defunto (la divinità celeste gioca un ruolo importante nella nascita del dio sole, di cui porta il disco). È da lei, il cielo notturno, che ogni giorno nasce il dio sole. Le “macchie” a trifoglio in pasta vitrea sul corpo di colore blu potrebbero essere legate alla volta celeste. Anche la dea del cielo, Nut, è a volte rappresentata in forma bovina, e il dio del sole è raffigurato mentre naviga sulla sua schiena.

I particolari delle teste al vecchio Museo Egizio del Cairo

La Mucca Celestiale si ritrova anche sul più esterno dei quattro sacrari della Camera del Sarcofago dove si trova inciso parte del “Libro della Mucca Celeste”. Secondo Reeves, il letto dedicato a Mehet-weret sarebbe quindi una sorta di barca solare che avrebbe accompagnato il Faraone nel suo viaggio ultraterreno.

Da notare che in senso lato, l’immagine del letto è spesso associata alla nascita divina del Faraone e fa parte della “Ma’at” – è un oggetto fondamentale dell’arredo di una casa che, se distrutto, indicherebbe la distruzione del focolare e della vita domestica. Nella tomba di Tutankhamon sono stati ritrovati ben 6 letti, oltre a quelli funerari, a sottolinearne l’importanza.

Tomba di Sennedjem (TT1): il defunto mummificato sul letto funerario con testa leonina

Tra il 2017 ed il 2018 sono stati tutti trasportati al Grand Egyptian Museum di Giza in attesa della sua apertura ufficiale al pubblico

Gli esami spettroscopici moderni effettuati per analizzare i reperti e verificare eventuali danni
L’imballaggio per il trasporto al nuovo Grand Egyptian Museum di Giza
E’ stata utilizzata un’azienda giapponese specializzata per prevenire danni durante lo spostamento

Fonti:

  • Museo Egizio del Cairo
  • Grand Egyptian Museum, Giza
  • Howard Carter, Tutankhamon, 1984
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives

Foto: Museo Egizio del Cairo, kairoinfo4u on flickr, JICA (Japan International Cooperation Agency), The Griffith Institute

Cose meravigliose, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA MUMMIA DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Carter 256 – Museo Egizio del Cairo

La mummia del Faraone fu probabilmente la parte più deludente della scoperta della tomba. Visto che alcune delle mummie trovate nella DB320 erano in ottime condizioni (soprattutto quelle di Sethi I e Ramses II) nonostante fossero state parecchio “sballottate” in tempi antichi e moderni, ci si aspettava di trovarsi di fronte ad una sorte di capolavoro dell’arte imbalsamatoria egizia.

Come tutti sappiamo, purtroppo così non fu. L’eccesso di unguenti e resine versate sulle spoglie del re avevano creato una sorta di “combustione” della parte organica, ma si è ipotizzato che anche altre cause abbiano contribuito al non perfetto stato di conservazione.

L’ESAME ORIGINALE

Forse la più strana sala autoptica della storia: nel corridoio esterno della tomba di Seti II il Prof. Derry effettua la prima incisione sul corpo mummificato di Tutankhamon. A sinistra Carter, chinato verso la mummia, e, più indietro, Mace. A destra, accovacciato, Saleh Bey Hamdi in rappresentanza del governo egiziano.

L’esame della mummia è stato effettuato dal Prof. Derry del Cairo, assistito dal dottor Saleh Bey Hamdi l’11 novembre del 1925, in una sala autoptica inusuale: il corridoio esterno della tomba di Sethi II. Si vide subito che le bende erano estremamente fragili e non sarebbe stato possibile svolgerle; Lucas suggerì quindi di impregnarle di paraffina e tagliarle in modo da non compromettere la disposizione originaria sia di bende che degli oggetti rituali frapposti ad esse. Dei tamponi di lino erano stati inseriti per mascherare le protuberanze causate dagli oggetti e per ricomporre la figura di un giovane tonico.

Un altro momento dell’esame autoptico.

In tutto ben 143 oggetti furono ritrovati tra le bende della mummia.

Nel complesso l’altezza della mummia risultò di 1,63 m, ma dalla lunghezza delle ossa degli arti è stato calcolato che Tutankhamon fosse alto 1,68 metri – un’altezza compatibile con quella delle due statue-guardiano all’ingresso della camera sepolcrale che lo raffigurano. L’età calcolata dalla ossificazione delle epifisi delle ossa lunghe risulta tra i 18 ed i 20 anni al momento della morte.

Gli arti del Faraone erano stati fasciati singolarmente prima di essere richiusi nella fasciatura esterna. Le braccia flesse sull’addome, e non incrociate sul petto, in posizione nettamente anomala per un Faraone egizio; l’avambraccio sinistro più in alto del destro ed entrambi ricoperti di braccialetti. Dita di mani e piedi erano avvolte in guaine d’oro su cui erano riprodotte le unghie e le prime falangi; i piedi calzati con sandali d’oro lavorati a sbalzo per imitare una suola di giunchi intrecciati.

La testa mozzata, con ancora indosso la cuffietta di lino ma senza fascia d’oro, 1925. Un chiaro “indizio” di come la salma sia stata smembrata e poi ricomposta.

Quando fu scoperto il volto, le narici erano chiuse da una sostanza resinosa, di cui uno strato era stato passato sugli occhi e sulle labbra della salma. Gli occhi non erano però stati trattati in modo particolare e mantenevano ancora le lunghe ciglia del Faraone. Il naso leggermente schiacciato dalle bende; le orecchie piccole, con i lobi forati (non piccoli i fori, 7.5 mm di diametro).

Una cicatrice sulla guancia sinistra, in corrispondenza con uno strato più sottile del metallo della maschera nello stesso punto ed alla puntura di insetto di Lord Carnarvon, è stata ovviamente sottolineata dagli amanti della maledizione del Faraone, tra cui Lady Carnarvon…

La radiografia della maschera con evidenziato il punto più sottile sulla guancia sinistra, dove si era ferito anche Lord Carnarvon, corrispondente ad una cicatrice sulla guancia del Faraone

Derry annotò una netta prominenza della parte occipitale del cranio, attribuendo una stretta parentela con lo scheletro ritrovato nella tomba KV55, all’epoca identificato come Akhenaton. La cavità del cranio era vuota, a parte un residuo di sostanza resinosa secondo la pratica di mummificazione dell’epoca.

I denti del giudizio erano appena spuntati, confermando la giovane età del faraone al momento della morte.

L’incisione addominale per rimuovere i visceri era quasi orizzontale, sul lato sinistro del corpo, quindi un’altra anomalia rispetto ad altre mummie della XVIII Dinastia, in cui il taglio è molto più verticale. La piastra d’oro posta di solito a chiusura dell’incisione era assente (forse spostatasi?). Non era presente nel petto né il cuore originale né un amuleto del cuore sostitutivo, ennesima anomalia.

La differenza tra le incisioni praticate per estrarre gli organi interni tipiche della XVIII Dinastia (a sinistra ed al centro) e quella praticata sul corpo di Tutankhamon (a destra). Da “Tutankhamen il Faraone dimenticato” di Philipp Vanderberg.

Il regale membro era trattenuto in posizione eretta dalle fasciature della zona genitale, unico caso conosciuto finora.

Carter fu pesantemente criticato per la scelta di eseguire un esame completo della mummia da chi riteneva più giusto lasciare indisturbato il corpo del Faraone. Ma, come abbiamo visto, la pessima esperienza di quanto successo con Amenhotep II, la cui salma è stata dilaniata a caccia di oggetti preziosi poco tempo dopo essere stato nuovamente inumato nella sua tomba, aveva tolto ogni dubbio agli scopritori su cosa fare.

Alcuni dei disegni con cui Carter annotò la posizione di ogni singolo oggetto ritrovato tra le bende del Faraone

Ma l’estrazione della salma dall’ultima bara e dalla maschera funebre non fu senza danni: la testa fu spiccata dal corpo, come pure tutti gli arti lunghi. Altri danni furono inferti, misteriosamente anni dopo.

Un’altra foto “traditrice”: la mano sinistra mozzata, fotografata per mettere in evidenza le guaine d’oro poste sopra le dita e gli anelli con i cartigli di Tutankhamon

Tutankhamon al momento della re-inumazione, 1926

L’ESAME DEL 1968

Una seconda autopsia fu effettuata nel 1968 dal Prof. Harrison di Liverpool (ricordate? Quello che aveva determinato l’età dell’occupante della KV55 in 20-22 anni, togliendo credito all’identificazione come Akhenaton) e per la prima volta il corpo di Tutankhamon fu radiografato.

Qualcosa era però successo nei 40 anni intercorsi.

La mummia fu riesumata pesantemente danneggiata. La cassa toracica sfondata, mancavano lo sterno, diverse costole, le clavicole; le palpebre asportate, il pene disperso (ritrovato anni dopo). Le braccia erano in posizione distesa lungo i fianchi e non più incrociate sull’addome. Era stata rubata la calottina che copriva il cranio. Nessuno sa cosa sia successo, né è facile fare delle ipotesi. Il corpo era stato fotografato ricomposto al momento della nuova tumulazione nel sarcofago, ed era apparentemente integro.

Nel dettaglio le differenze tra la foto del 1925 e lo stato attuale. Manca la cuffia in lino, le palpebre risultano asportate/distrutte, sono sparite le clavicole, il collare che si pensa coprisse lo squarcio sul petto (ma le costole sono ben presenti nella prima foto), le braccia hanno cambiato posizione

Da notare che Harrison non menzionò affatto queste anomalie nella sua pubblicazione; il suo scopo era soprattutto l’analisi del cranio e della colonna vertebrale.

Comunque, l’esame radiografico non mostrò traccia di incidenti mortali. L’analisi delle vertebre le mostrò normali, nessuna traccia di tubercolosi. Un frammento d’osso fu visto all’interno della scatola cranica, inizialmente individuato come un frammento staccatosi dalla cavità nasale durante il processo di mummificazione, ma poi oggetto di illazioni su una presunta ferita da mazza o da freccia.

La radiografia del cranio del 1968. I due diversi strati di resina visibili sotto la calotta cranica, in alto, ed a destra nella zona occipitale sono indicati dalle frecce nere. Vicino a quest’ultima, il frammento d’osso che ha generato le ipotesi di assassinio del re (freccia dritta bianca). La freccia curva bianca indica il possibile secondo percorso di estrazione del cervello attraverso il forame magno

Ma – altra anomalia – la sostanza resinosa si era solidificata nel cranio in DUE posizioni differenti, una prima mentre il corpo era disteso ed una seconda con la testa rivolta verso il basso, in posizione capovolta. Probabilmente una seconda operazione di asportazione del cervello è stata effettuata dal forame magno posteriore, non si capisce perché in posizione capovolta.

Nel 1978 una seconda riesumazione fu effettuata dall’ortodontista James Harry per ottenere delle immagini migliori della dentizione del faraone, cosa che era stata impossibile nel 1968. A causa di tensioni politiche, era stato impossibile portare il corpo di Tutankhamon fuori dalla tomba, quindi le radiografie erano state fatte con un apparecchio portatile.

Nel 1978 venne effettuata una radiografia molto più definita e precisa rispetto a quella del 1968. Il frammento d’osso è molto più visibile, come anche la sedimentazione della resina usata

LA TAC DEL 2005

5 gennaio 2005: Zahi Hawass presiede l’apertura della prima bara per prelevare il corpo del Faraone e sottoporlo ad una TAC

Una TAC è stata effettuata nel 2005, voluta da Zahi Hawass per controllare l’ipotesi di un assassinio del Faraone.

Viene estratta nuovamente la cassa in legno riempita di sabbia in cui era stato inumato il Faraone nel 1926

L’esito riportato fu che:

L’intera squadra concorda sul fatto che NON ci sono prove di un omicidio presenti nel cranio di Tutankhamon. Non c’è NESSUNA zona sul retro del cranio che indichi un colpo parzialmente guarito. Ci sono due frammenti ossei all’interno del cranio. Questi non possono essere stati causati da una ferita prima della morte, poiché sarebbero rimasti intrappolati nel materiale per l’imbalsamazione. Il team scientifico ha abbinato questi pezzi alla vertebra cervicale fratturata e al forame magno, e ritiene che questi siano stati rotti durante il processo di imbalsamazione o dal team di Carter”.

L’esame rivelò però una frattura del femore sinistro, quasi all’altezza del ginocchio (la cui rotula era allentata e fu staccata durante la prima autopsia), una frattura presumibilmente perimortem (ma questo fatto è stato contestato) – di per sé non mortale, ma la cui infezione avrebbe potuto essere fatale. Altri studiosi credono però che la frattura sia stata causata dal team di Carter (nessuna evidenza di ematoma alla TAC); la questione è aperta.

Indicata dalla freccia a sinistra la frattura del femore che si ipotizza sia dovuta ad un incidente con il carro

LE DIVERSE IPOTESI

Il corpo del Faraone preparato per la TAC del 2005

Nel corso del tempo sono state azzardate diverse affermazioni su Tutankhamon (in parte derivate dall’iconografia di Akhenaton), senza un reale fondamento. Vediamone alcune:

Forbes (1998): era debole a causa degli incroci fra consanguinei. PERÒ: la madre putativa Kiya non era consanguinea di Akhenaton

Weller (1972): soffriva di ginecomastia ed infertilità. PERÒ: i due feti trovati nella tomba indicherebbero che Tutankhamon fosse fertile

Smith (1923): soffriva della sindrome di Froelich (come suggerito per Akhenaton al tempo). PERÒ: entrambi erano fertili.

Burridge (2000): soffriva della sindrome di Marfan (deficit di tessuto connettivo con danni diffusi a scheletro, occhi, cuore ed altri organi). PERÒ: nessuna prova trovata nell’analisi genetica di Hawass del 2010

Creizel (1980): era celiaco (?). PERÒ: nessuna prova tangibile

Walsche (1973): definisce una “sindrome di Tutankhamon” (sviluppo seno, prominenza addominale, piede piatto). PERÒ: ipotesi derivata dalla raffigurazione in alcune statue, nessuna evidenza sul corpo

Boyer (2003): soffriva della Sindrome di Klippel-Feil (fusione delle prime due vertebre cervicali e ridotta possibilità di movimento). PERÒ: nessuna evidenza nella TAC del 2005

Doherty (2002) e Hawass (2010): soffriva di sindromi malformative del piede destro e piede sinistro equino, testimoniato anche dai 120 bastoni trovati nella tomba. PERÒ: nessuna evidenza nell’esame del 1925, contestazioni di esperti sul piede equino, presenza di bastoni cerimoniali in diverse altre tombe.

Doherty (2002): la testa rasata del Faraone suggerisce che i medici cercassero una lesione cerebrale o l’origine di una patologia. PERO’: era pratica comune per i nobili radersi ed usare parrucche per ragioni igieniche.

Sempre Doherty (2002): Tutankhamon soffriva di *pectus carinatum* o “petto del piccione” (protrusione sterno e costole). PERO’: nessuna evidenza nei ritratti del re; sterno e costole sono andate perse e nessuna possibilità di verifica

Ashrafian (2012): era epilettico. PERÒ: nessuna prova tangibile

El-Mahdy (1999) e Doherty (2002): aveva un tumore cerebrale (meningioma). PERÒ: nessuna evidenza dall’esame del cranio e dalla TAC

Le prime immagini della TAC

Sempre Zahi Hawass ha pubblicato nel 2010 un contestatissimo lavoro (Ancestry and pathology in King Tutankhamun’s Family. Journal of the American Medical Association 303, 638–647 (2010) in cui ipotizzava la malaria come causa principale di morte di Tutankhamon sulla base del ritrovamento di frammenti del DNA del Plasmodium falciparum nel corpo del Faraone. In realtà la malaria era endemica nell’Antico Egitto, e la malaria nelle zone endemiche può avere esiti fatali nei bambini piccoli e nelle donne incinte, non negli adulti. È altamente improbabile che il giovane regnante sia morto per questo. Curiosità: il gruppo sanguigno del Faraone era A+, lo stesso dello scheletro della KV55 (Akhenaton/Smenkhare).

Le lesioni metatarsali al piede sinistro di Tutankhamon e l’accorciamento del secondo dito dello stesso piede sarebbero invece sintomi di anemia falciforme, una patologia dimostrata già nell’Egitto predinastico. Anche il prognatismo mascellare (overbite) mostrato nella scansione del 2005 sarebbe compatibile con una diagnosi di anemia falciforme (Timman e Meyer, 2010).

La testa, oggi

La frattura al femore ha alimentato l’ipotesi di una ferita per una caduta dal carro, presumibilmente durante una battuta di caccia. La ferita infetta avrebbe ucciso il Faraone. Da notare però che secondo alcuni studiosi la frattura risalirebbe alle “manovre” di carter per liberare il corpo del Faraone

Le costole sono un altro mistero: secondo Benson, il taglio sui monconi rimasti sono troppo netti per essere stati fatti su un osso di 3000 anni fa (si sarebbero sbriciolati); secondo lui sono stati effettuati dall’imbalsamatore che si era trovato davanti un corpo dilaniato, con uno squarcio sul petto con perdita del cuore e dello sterno. Uno scenario molto cruento, coperto sulla mummia da un collare di perline posto direttamente sulla pelle della salma e che avrebbe coperto lo squarcio.

In definitiva le principali ipotesi finora formulate comprendono:

1) Un assassinio da parte di una congiura di palazzo.

Elementi a favore: morte improvvisa di un giovane apparentemente ben nutrito anche se gracile; periodo storico molto critico; mancanza di un erede diretto. Candidati colpevoli: Ay o Horemheb

Elementi contro: non ci sono tracce di ferite intenzionali inferte; il frammento di osso nel cranio sembra conseguente alla procedura di mummificazione

2) La malaria

Elementi a favore: tracce di DNA del Plasmodio della malaria sono stati ritrovati nella salma di Tutankhamon

Elementi contro: in un’area dove la malaria era endemica è estremamente improbabile che un giovane adulto ben nutrito e ben curato possa soccombere alla malattia

3) Un incidente con il carro

Elementi a favore: le fratture del femore e (forse) delle costole sarebbero compatibili con un incidente con il carro da caccia o da guerra, oppure dal calcio di un cavallo. Le anomalie dell’imbalsamazione potrebbero essere dovute ad una procedura approssimativa “sul campo”. Nel Talmud si fa (forse) riferimento ad una caduta di un Faraone dal carro.

Elementi contro: secondo diversi esperti, le fratture sono post-mortem, probabilmente risalenti al 1925 nel caso del femore e al periodo tra il 1925 ed il 1968 per le costole. Improbabile che il re fosse così inesperto da subire il calcio di un cavallo.

4) Una malattia ereditaria (epilessia; anemia falciforme)

Elementi a favore: alto grado di consanguineità nella XVIII Dinastia, elementi scheletrici compatibili

Elementi contro: la presunta madre di Tutankhamon, Kiya, non era parente del presunto padre, Akhenaton; mancanza di prove dirette

5) Ucciso da un ippopotamo

Elementi a favore: lo squarcio nel torace; assenza del cuore; assenza dello scarabeo del cuore (Harer, 2006). Curiosamente, la stessa morte descritta da Manetone per Menes, il primo Faraone

Elementi contro: nessuna certezza che lo squarcio sia avvenuto ante mortem; mancata descrizione dello squarcio nell’autopsia di Derry. La guardia personale del Faraone lo avrebbe protetto (precedente caso di Tuthmosis III con un elefante)

6) Avvelenato

Elementi a favore: nessuno, o meglio, la mancanza di altri indizi evidenti della causa di morte di un giovane nobile

Elementi contro: nessuna prova

Fino all’emergere di nuove evidenze, la causa della morte di Tutankhamon rimarrà un mistero

Tutankhamon, ad oggi, riposa così. A causa dello spostamento della prima bara al GEM per il restauro non è più nella camera sepolcrale ma nell’Anticamera. Privato dei sacrari, del sarcofago, delle bare e della maschera, spogliato di ogni amuleto protettivo. Dilaniato, spezzato, tagliato letteralmente in due e pietosamente ricomposto. Forse non esisteva un altro modo, ma di tutto ciò che era presente nella sua tomba, forse quello che ha ricevuto meno cure e meno attenzioni è stato proprio lui.

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Forbes D. et al. Tutankhamen’s Missing Ribs. KMT San Francisco, 2007
  • Boyer R et al. The Skull and Cervical Spine Radiographs of Tutankhamen: A Critical Appraisal. American Journal of Neuroradiology Jun 2003, 24 (6) 1142-1147
  • Harer, W. Benson. “New Evidence for King Tutankhamen’s Death: His Bizarre Embalming.” The Journal of Egyptian Archaeology 97 (2011): 228–33.
  • Rühli, F.J., Ikram, S., Purported medical diagnoses of Pharaoh Tutankhamun, J. Comp. Hum. Biol. (2013),
Tutankhamon

IL CORSETTO DI TUTANKHAMON

Di Grazia Musso

Questo straordinario pezzo è la versione cerimoniale del pettorale in pelle e metallo indossato dal re quando andava a caccia o in battaglia.

Un corsetto simile è spesso indossato dal dio Amon, si tratta perciò di un oggetto collegato al ruolo del re che enfatizza il legame fra Tutankamon e questo dio.

Il faraone è raffigurato su numerosi oggetti della sua tomba mentre indossa questo tipo di corsetto.

Il corsetto è uno degli oggetti più complessi fra quelli trovati nella tomba e si compone di numerose parti. Un’ampia fascia fatta da perline di vetro colorato, cucite su un sopporto di Stoffa, veniva avvolto intorno al busto del re, in modo da fasciarlo dalla vita fino sotto i pettorali.

Insieme al corsetto Carter ha rinvenuto dei lunghi pezzi dorati che servivano per allacciare a fascia ai due lati del corpo.

Alcuni sottili fili di perline con inserti in pasta vitrea e un ampio collare reggevano il corsetto sopra le spalle e intorno al collo.

Il collare era composto, su entrambi i lati, da registri alternati di pezzetti faience azzurra e blu e di cornalina, con un registro a tema floreale lungo il bordo esterno.

Sul lato frontale il collare era unito alla parte principale del corsetto da un pettorale fatto in cornalina, pasta vitrea blu e verde, il tutto inserito in una cornice d’oro.

La scena sul pettorale mostra Amon-Ra mentre offre a Tutankamon il ramo di palma che rappresenta i “milioni di anni” e dal quale pende l’immagine di un padiglione contenente due troni, simbolo di un lungo regno. Dietro al re si trovano Atum, dio creatore rappresentato come un uomo con la testa di falco, e la sua consorte Iusaas.

Nella parte posteriore del corsetto, in corrispondenza del collare, si trova una composizione fatta da uno scarabeo alato con le zampe posteriori di uccello , che spinge il disco solare, simbolo del sorgere del sole; ai suoi lati due cobra: uno con la corona Bianca e l’altro con la corona Rossa.

Alcuni ankh pendono dalle zampe dello scarabeo/uccelli e dal corpo dei cobra.

La manifattura di questo pezzo, il modo in cui le singole parti sono state accuratamente messe insieme, così come l’attenzione per il dettaglio, sono eccezionali.

La maggior parte del corsetto è stata trovata nella cassa 54, tuttavia a seguito del saccheggio da parte dei tombaroli, altri pezzi sono stati rinvenuti nelle vicinanza, sul pavimento mentre altri erano disseminati per l’anticamera. Gran parte dell’ampio collare del corsetto è stata trovata nel naos d’oro, un’altra parte era insieme a dei datteri in un piatto.

Fonte : Tutankhamon, i tesori della tomba – Zahi Hawass – fotografie di Sandro Vannini – Einaudi.

Tutankhamon

IL NAOS DORATO DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Legno stuccato e dorato, dimensioni 50,5 x 26,5 x 32 cm. Carter 108, Museo Egizio del Cairo JE 61481, ora al GEM 199-1

Questo meraviglioso scrigno dorato fu trovato da Carter nell’Anticamera dietro l’ultimo dei letti funerari (quello di Ammut) di fianco al varco per entrare nell’Annesso. Può darsi che sia stato spostato dallo stesso Carter insieme a Carnarvon e a Lady Evelyn durante la loro incursione notturna clandestina per esplorare preventivamente la tomba.

Quasi nell’angolo, col numero 108, sembrava insignificante di fianco all’entrata dell’Annesso, eppure…
Le foto ufficiali di Burton al momento del ritrovamento

Lo scrigno era vuoto (e non c’è ragione per sospettare che qualcosa sia stato trafugato in tempi moderni…) a parte dei frammenti di gioielli alla rinfusa, tra cui uno splendido corsetto, ma originariamente conteneva almeno una statua di qualche divinità (Carter ipotizza due) di cui è stata ritrovata la base di sostegno.

L’interno, dopo la razzia dei predoni nell’antichità. A destra la base della statua trafugata
Il supporto della statua: si notano le impronte dei piedi della statua che vi era appoggiata

Ha una forma rettangolare messa in verticale, con un “tetto” leggermente inclinato all’indietro posto su un toro ed una cornice a cavetto tipica del periodo. La parte frontale si apre con due ante chiuse da chiavistelli in legno che passano attraverso anelli in argento in alto ed in basso, mentre una terza coppia di anelli era con ogni probabilità chiusa da una corda e sigillata con l’argilla in modo simile ai sacrari intorno al sarcofago. L’interno dell’anta di sinistra è stato danneggiato quando i tombaroli hanno cercato di portare via la doratura.

Il naos al Museo del Cairo, con il piedistallo all’interno

Il piccolo naos poggia su una slitta i cui pattini sono placcati in argento

Il tetto è decorato frontalmente con dischi solari alati, mentre ai lati mostra due serpenti alati Wadjet con il simbolo shen (“potenza”), simboli ripetuti anche tra gli artigli di due file di avvoltoi Nekhbet sulla parte superiore.

Il “tetto” con i due dischi solari alati
Uno dei due serpenti alati Wadjet, che protegge tra le ali un simbolo “shen” (potere)

L’esterno del naos è invece decorato con splendide raffigurazioni di Tutankhamon e della moglie Ankhesenamon a rappresentare l’armonia della coppia ma, di riflesso, anche l’importanza che tale armonia aveva per l’equilibrio della Ma’at sul regno.

La vista dall’alto del naos, con le due file di avvoltoi Nekhbet
La lavorazione è assolutamente superba, facendone un capolavoro squisitamente armonioso. Ricordiamoci che è alto solo 50 cm.

Secondo gli studiosi, le scene rappresentate su questo naos tendono a mostrare che la regina non abbandonerà il marito nella morte o che la regina assuma l’identità della dea Hathor o Ma’at, in particolare in una scena dove la regina offre al faraone la sua collana “menat”. La coppia reale garantisce il matrimonio simbolico del dio sole e della sua controparte femminile. La loro unione deve garantire il ciclo della vita. L’azione della regina con il re vivente continua in quest’ottica anche dopo la morte.

Una delle scene di caccia raffigurate. La caccia è simbolica: il Faraone sconfigge il Male (rappresentato dalle prede) per conquistare la vita eterna. Indossa una corazza cerimoniale a borchie su cui le ali di Iside e Nephtys offrono protezione. Ankhesenamon è qui sia moglie amorosa che Dea a sostegno del percorso del defunto re.

La coppia è raffigurata in ben 17 scene di intimità e di caccia, a volte anche con sfumature di carattere sessuale. Oltre alla simbologia di procreazione, la sessualità si lega ai concetti di rigenerazione e resurrezione sottolineando l’importanza della coppia reale nel mantenimento della ciclicità del tempo.

In questa rappresentazione il gesto della regina evidenzia il ritorno ai riti tradizionali di Hathor dopo il regno di Akhenaton. Ankhesenamun scuote un sistro e offre la sua collana “menat” a Tutankhamon, un gesto solitamente associato ad Hathor (ricorda molto il bassorilievo della tomba di Seti I ora al Louvre). Le donne reali nel regno di Akhenaton non sono mai state mostrate in possesso di un menat, anche se questo nuovo “design” della collana mostra chiaramente l’influenza di Amarna. Ora, per la prima volta, il contrappeso termina in una testa femminile con la corona solare di Hathor e mani umane che porgono segni di vita “ankh”, un chiaro riferimento alle braccia raggianti di Aton che donano “vita” nelle scene di culto di Amarna

Alla base dei montanti delle porte si trovano anche quattro uccelli rekhyt, figure di uccelli con braccia umane sollevate che simboleggiano il popolo governato dal Faraone.

All’interno un pilastrino di sostegno per la statuetta che vi era contenuta (forse originariamente affiancata da un’altra), anch’esso in legno stuccato e dorato, con una base in ebano in cui erano visibili le impronte dei piedi nudi della statua ora scomparsa, forse quella della dea Weret-Hekau, Grande della Magia, più volte citata nelle iscrizioni del naos associata ad Ankhesenamon e che manca all’appello di quelle ritrovate da Carter.

Altre due scene di intimità sul lato destro del naos: a sinistra Tutankhamon versa del liquido alla moglie, che beve direttamente dalle mani, mentre nell’altra mano il Faraone stringe i prodotti della terra, un fiore di loto e due frutti (mandragore?); a destra Ankhesenamon appende al collo del marito una collana il cui pendente raffigura due cartigli intorno ad uno scarabeo che sorregge il disco solare

È estremante probabile che questo piccolo naos sia un dono funerario personale di Ankhesenamon, descritta come

La nobildonna, grande nei favori, Signora dell’Alto e del Basso Egitto, dolce d’amore, la grande sposa reale, la sua amata, amante dei Due Paesi, (Ankhesenamon), possa ella vivere per sempre”,

ed una delle iscrizioni è particolarmente rilevante:

Adora in pace, possa Weret-Hekau riceverti, amato da Amon

Secondo alcuni studi, potrebbe non essere la regina “amata da Weret-Hekau”, ma essere Tutankhamon “amato da Weret-Hekau” incarnata dalla regina.

In qualunque modo, uno splendido dono di una regina al suo sposo

Riferimenti:

  • Christiane Desroches Noblecourt, Toutânkhamon, vie et mort d’un pharaon, 1963
  • Christelle Gautron, Position et influence des mères, épouses et filles royales de l’avènement d’Amenhotep III au règne d’Horemheb. Lyon 2003
  • Zahi Hawass, Tutankhamon. I tesori della tomba. Einaudi 2018
  • Alison Roberts, Golden Shrine, Goddesses Queen: Egypt’s Anointing Mysteries, (Northgate Publishers 2008)

Foto: Joan Lansberry, Museo Egizio del Cairo, The Griffith Institute

Tutankhamon, XVIII Dinastia

LE TROMBE DI TUTANKHAMON

Di Patrizia Burlini

La tomba in argento e oro

La scoperta della tomba di Tutankhamon consegnò al mondo il più grande ritrovamento archeologico della storia. Tra le migliaia di oggetti presenti nella tomba furono rinvenuti anche degli strumenti musicali, in particolare una coppia di trombe militari, ancora funzionanti. Si tratta delle più antiche trombe funzionanti scoperte ad oggi, una (Nr 175 Carter) in argento e oro, l’altra (Nr. 50gg) in bronzo o rame e una lega d’oro (forse elettro?).

Le due trombe presentavano anche un’anima in legno decorata, visibile nelle immagini del post. Probabilmente quest’anima in legno serviva a proteggere le trombe, quando deposte, da colpi accidentali, vista la sottigliezza del metallo.

La tromba in rame o bronzo con l’anima in legno decorato

Tale accuratezza mostrata dagli antichi egizi non fu certamente presa in considerazione quando nel 1939 e 1941, si decise di suonare in pubblico le due trombe. Nel 1939 l’evento fu trasmesso dalla BBC. Bandsman Tappern, musicista della fanfara dell’esercito inglese, suonò la tromba d’argento di fronte a 150 milioni di ascoltatori collegati via radio. Purtroppo, il fragile reperto non resistette e si frantumò (fu poi prontamente restaurato e mai più toccato) non prima di consentire la registrazione dell’evento eccezionale. La registrazione di quella straordinaria ma infelice esibizione si può ascoltare a questo link:

La tromba in rame (o bronzo) fu suonata nel 1939 e 1941.

I due strumenti hanno un’intonazione diversa (sono anche leggermente diversi in dimensione).

Le due trombe con le anime in legno

Secondo il musicologo Hans Hickman il loro suono è “rauco e potente” e richiama il “timbro di un trombone medievale o un corno primitivo più che quello di una tromba o corno”.

Per entrambe le trombe, la gamma alta fu raggiunta con tale difficoltà (come si può ascoltare nella registrazione) che sembra improbabile sia mai stata usata mentre la gamma bassa presentava qualità e forza scadenti. Di conseguenza, secondo il musicologo Jeremy Montagu, la gamma media raggiunta durante l’esibizione era probabilmente quella per cui le trombe erano state concepite e il segnale militare egizio con le trombe era ritmico, su nota singola.

La tromba in argento e oro con l’anima in legno decorato

Come molti già sapranno, circola da anni la leggenda della maledizione delle trombe che mai avrebbero dovute essere toccate (avrebbero scatenato un black out al Cairo e la seconda Guerra Mondiale…) ma questa è un’altra storia.

Trombe militari in argento e oro e in rame o bronzo e elettro (?)

Museo egizio del Cairo, ora al GEM

JE 62007|Carter 175

JE 62008|Carter 50GG

Fonti

Cose meravigliose, Tutankhamon

LA BARA D’ORO DI TUTANKHAMON

(Carter 255)

Di Andrea Petta

La terza bara di Tutankhamon rimane probabilmente l’oggetto più stupefacente di tutta la tomba. Se la maschera funebre ha un valore artistico superiore, il valore intrinseco della terza bara è ai limiti dell’immaginabile. Solo il peso dell’oro varrebbe quasi sei milioni di euro al giorno d’oggi.

Il coperchio della seconda bara è stato sollevato, il volto scoperto della bara d’oro appare per la prima volta dalla sepoltura di Tutankhamon

Ben 110 chili di oro puro, fusi a creare l’ultimo bozzolo che avvolgeva la mummia del Faraone. Lo splendore del metallo perfetto, che ricorda il calore del sole, che non si ossida e non si arrugginisce ad accompagnare Tutankhamon nel suo viaggio nell’oltretomba. Scrisse il suo scopritore: “Il mistero dell’enorme peso, che fino a quel momento ci aveva lasciati perplessi, ora era chiaro

Il volto scoperto, quasi fosse impossibile per le mani che hanno chiuso la bara ricoprire la sua bellezza. Si nota intorno alla testa il secondo drappo avvolto appositamente per non celare il volto

Lunga 188 cm, larga ed alta 51, con uno spessore da 2.5 a 3 mm, fu indicata da Carter come “esempio unico di dell’arte della lavorazione del metallo, sia tecnicamente che artisticamente”. Anche gli 8 tenoni sono in oro, fissati con chiodi anch’essi in oro e che furono segati per permettere l’apertura del coperchio. Quattro maniglie, sempre in oro, permettevano l’apertura del coperchio, come nella prima bara.

La terza bara, ancora avvolta dalla cassa della seconda, pronta per essere esaminata. In basso si vede bene l’eccesso di unguenti utilizzati a formare una massa nerastra accumulata soprattutto verso il piede

Il Faraone vi è raffigurato con il nemes come copricapo, la cui plissettatura è in rilievo e non ad intarsio. Una sorta di sudario in lino colorato originariamente di rosso avvolgeva il corpo del Faraone, lasciando però scoperta la testa ed il volto. Un secondo panno in lino era arrotolato e posizionato tra la terza e la seconda bara, intorno alla testa. Forse qualcuno durante la cerimonia funebre non se l’era sentita di coprire quel volto, forse Ankhesenamon ha voluto che risplendesse per l’eternità. 

Una curiosità: la fascia che chiude il nemes sulla fronte del Faraone è identica a quella trovata effettivamente sulla mummia e che tratteneva la calottina decorata con perline e pietre preziose andata persa come ci ha mostrato Patrizia Burlini.  Una seconda curiosità è che questa banda è stata identificata per la sua forma come un “sistema di comunicazione wireless” utilizzato dal Faraone od un “potenziatore di onde cerebrali”

Il contorno degli occhi e le sopracciglia sono in intarsio di pasta vitrea blu lapislazzulo, gli occhi in calcite bianca con pupille in ossidiana. Il deterioramento della calcite accentua ulteriormente l’impressione di sacralità di un’immagine quasi eterea del volto del Faraone. Le orecchie hanno i lobi forati, anche se i fori erano coperti con una lamina d’oro al momento della scoperta.

Due collari intarsiati, a dischi in oro giallo ed oro rosso alternati a faience blu scuro, circondano il collo del Faraone, mentre un pettorale “del falco” scende sotto i lembi del nemes, intarsiato da undici file di perline tubulari in lapislazzuli, quarzo e corniola, feldspato verde e pasta di vetro turchese. La parte esterna è decorata con finti pendenti. Le braccia sono decorate con braccialetti intarsiati degli stessi materiali.

In questa foto si vede abbastanza bene il doppio collare a dischi d’oro giallo e rosso alternati a faience blu che passa sotto la barba cerimoniale. L’ala di Nekhbet si protende sulla spalla sinistra del Faraone. Si vede anche il cattivo stato di conservazione del flagello, la cui asta è in bronzo

Il manico del flagello, stranamente realizzato in bronzo, ha sofferto molto dell’impregnazione con le resine dell’imbalsamazione.

La decorazione è nuovamente del tipo “rishi”; in una sorta di “fusione” tra le due bare più esterne ricompaiono come sulla prima bara Iside e Nephti che protendono le ali a protezione della salma del re, ma questa volta sono posizionate intorno ai fianchi e le gambe, mentre Nekhbet e Wadjet sono posizionate a livello del torace e delle spalle come sulla seconda bara.

L’intarsio a formare la figura di Nekhbet sul fianco destro di Tutankhamon. Tra gli artigli i due simboli “shen”

Il fianco sinistro della bara, dove spiccano sull’oro le ali spiegate delle dee e il fianco destro in una foto molto più moderna

Due colonne verticali di testo sono disposte lungo la parte anteriore del coperchio della bara dal ventre ai piedi, mentre ricompare Iside inginocchiata sul geroglifico “nbw” sotto il piede della bara.

Nonostante la sua composizione in puro oro, la terza bara non brillava come le altre due una volta scoperta del sudario. Gli unguenti versati durante la cerimonia funebre avevano creato uno spesso strato di materiale nerastro “simile alla pece” che, come abbiamo visto, rese estremamente difficile la separazione tra le due casse e l’estrazione della maschera funebre.

Carter ripulisce con un pennellino la superficie della terza bara – e probabilmente si sta chiedendo come farà a liberarla da quella sostanza simile alla pece che la imprigiona

Ma una volta liberata da quel manto nero che la avvolgeva è diventata uno dei simboli della ricchezza e della potenza della civiltà egizia nel Nuovo Regno, che ha potuto permettersi questo “lusso” artistico e materiale per un Faraone fanciullo il cui ruolo nella storia è ancora da decifrare completamente.

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Cose meravigliose, Tutankhamon

LA SECONDA BARA DI TUTANKHAMON

(Carter 254)

Di Andrea Petta

La seconda bara, quella intermedia, è la più “controversa”, la cui attribuzione originale è ancora dubbia. Il volto è marcatamente diverso da quello della prima e della terza bara, nonché dalla maschera funebre, il che ha generato diverse ipotesi sul “proprietario” originale.

Il confronto tra i due volti (da “Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998“)

La netta discrepanza nella raffigurazione ha sucitato, soprattutto in tempi relativamente recenti, un’accesa discussione tra gli egittologi. Claude Vandersleyen ad esempio ha rilevato che il viso sia molto più squadrato e con un’espressione “imbronciata”, ipotizzando l’appartenenza originale a Nefertiti o al misterioso Faraone Neferneferuaton (Nefertiti? Merytaton?), mentre secondo altri sarebbe appartenuto a Smenkhare.

Carter all’opera con un pennellino per togliere delicatamente gli ultimi resti del tessuto in lino che copriva la bara, dissoltosi al primo tocco degli scopritori.

Però…

Però le tre bare si incastrano perfettamente una dentro l’altra; pensare ad un “adattamento” risulta difficile. Inoltre, su nessuna delle tre bare ci sono segni che indichino una modifica ai testi iscritti. In mancanza di ulteriori prove è impossibile determinare se effettivamente questa bara sia stata usurpata da Tutankhamon.

La seconda bara ancora all’interno della prima, da cui fu estratta facendo scivolare giù la cassa della prima

Lunga 204 cm e larga 68, con un’altezza massima di 79, è anch’essa in legno ricoperto di gesso e dorato, ma, a differenza della prima bara, è interamente decorata in pasta vitrea e faience. Dieci tenoni in argento chiudevano originariamente il coperchio, che non ha ovviamente maniglie dovendo instrarsi nella prima bara.

Uno dei dieci tenoni di chiusura del coperchio, in argento massiccio. Nei fori erano inseriti chiodi in argento con testa in elettro; a questi chiodi, estratti parzialmente per quanto possibile nello spazio tra prima e seconda bara, furono agganciate le carrucole per tenere ferma la seconda bara mentre la prima veniva fatta scivolare giù. I carpentieri egizi sapevano fare il loro mestiere

La posizione dei dieci tenoni di chiusura nella visione di tre quarti della bara, che permette la visione d’insieme della lavorazione a cloisonné egiziano (foto Sandro Vannini)

Un finisssimo tessuto in lino proteggeva la bara; su questo tessuto diverse ghirlande floreali avvolgevano la bara (molto simili a quelle trovate da Davies ne pozzo 54 nella Valle dei Re). Una seconda coroncina era stata posta intorno ai due emblemi reali sulla fronte, sempre in foglie di ulivo, fiordalisi e petali di loto.

La seconda bara come apparve agli scopritori, con il tessuto in lino a coprirne le sembianze e ricoperta di ghirlande floreali compresa la coroncina sugli emblemi reali
La prima foto della seconda bara “libera”. L’impatto visivo della decorazione a cloisonné fu sensazionale.

Il Faraone, rappresentato come Osiride, indossa questa volta il nemes decorato in pasta vitrea blu, sempre con un avvoltoio nekhbet ed un ureo sulla fronte. L’ureo è in legno dorato, con testa in faience blu ed intarsi colorati. L’avvoltoio è anch’esso in legno dorato, con becco in ebano.

Il volto della seconda bara

La barba cerimoniale è in pasta vitrea ed oro.

Il re è rappresentato con un collare cosiddetto “del Falco” decorato con diaspro rosso, turchese e lapislazzuli.

La bara in mostra al vecchio Museo Egizio

Sotto le braccia, incrociate sul petto con il flagello ed il pastorale, al posto delle dee presenti sulla prima bara sono rappresentati nuovamente l’avvoltoio Nekhbet ed un ureo alato “wadjet” mediante uno spettacolare intarsio, sempre in diaspro rosso, turchese e lapislazzuli. I simboli “shen” che tengono negli artigli sono in diaspro rosso contornato da pasta vitrea turchese.

L’ala di Nekhbet protesa sulla spalla sinistra del Faraone

Gli stessi materiali formano il decoro “rishi” su tutto il resto della bara, realizzato in “cloisonné egiziano”. In questa tecnica, sottili strisce d’oro sono state saldate alla lamina d’oro sottostante e riempite con la pasta di vetro colorata (si differenzia dal cloisonné tradizionale in quanto vengono inserite negli spazi creati le “tessere” già formate, invece del vetro ancora fuso). La mole di lavoro per realizzare l’intero sarcofago con questa metodica è inimmaginabile.

Lo spettacolare intarsio dell’ureo alato, sempre sul fianco sinistro, con i due simboli “shen” in diaspro rosso e pasta vitrea turchese

Il decoro a cloisonné egiziano ricorda peraltro quello del sarcofago danneggoato rinvenuto nella tomba KV55 (Akhenaton? Smenkhare?).

L’intarsio prosegue su tutta la bara, qui un particolare delle gambe

Due colonne di testo sono intarsiate sulle gambe della bara. Sulla superficie inferiore del piede, un’altra figura alata di Iside simile a quella della prima bara inginocchiata su un segno “nbw” (oro).

Sotto il piede dalla bara, nuovamente Iside
Il particolare della dea che stende le sue ali
La foto ufficiale del Museo Egizio del Cairo

FONTI:

Tutankhamon

IL SARCOFAGO DI TUTANKHAMON

(Carter 240)

Di Andrea Petta

Messo in ombra dal brillìo dell’oro, il sarcofago che conteneva le tre bare di Tutankhamon è anch’esso un pezzo unico di arte funeraria egizia.

È costituito da una cassa in quarzite rossa di 2,75 x 1,33 x 1,45 metri di altezza e da un coperchio in granito rosso, coperchio spezzatosi già prima della deposizione della salma del sovrano e “aggiustato” con una colata di gesso dipinto per mimetizzare la frattura. Si ignora il motivo di questi due materiali diversi tra di loro, ma è probabile che nella fretta per il decesso prematuro del re sia stata utilizzata la prima lastra disponibile delle misure corrette. Un’altra ipotesi è che il sarcofago non fosse destinato a Tutankhamon e le modifiche alle iscrizioni abbiano spezzato il coperchio originale in quarzite.

Nella foto originale di Burton si può notare la frattura “mimetizzata” del coperchio del sarcofago

La testa della cassa è posizionata ad ovest in modo che la mummia del Faraone guardasse verso oriente. La forma spiovente del coperchio ricorda quella del secondo e terzo sacrario (“Sacrari del Sud” o “pr-wr”) anche se è meno accentuata.

Il coperchio è rimasto per decenni appoggiato per terra ai piedi della cassa, sostituito da una lastra di vetro per permettere di vedere all’interno la prima bara lasciata in situ. Presenta due distinti interventi per ricomporre la frattura: dei giunti a coda di rondine (che non hanno evidentemente tenuto) ed una colata di gesso apposta e dipinta dopo la chiusura del sarcofago. È plausibile che le dimensioni eccessive della prima bara la facessero spuntare dalla cassa facendo perno e causando la rottura del coperchio.

Il sarcofago con la lastra di vetro a protezione della prima bara e della mummia di Tutankhamon

In una particolare cerimonia avvenuta nel 2019, in concomitanza con il restauro della prima bara, il coperchio è stato posto nuovamente sulla cassa alla presenza del Ministro delle Antichità Khaled El-Anani.

Le iscrizioni sul coperchio riportano invocazioni di Behedety (Horus il Vecchio, un caso unico nei sarcofagi della XVIII Dinastia), di Anubi e di Thot. Stranamente non è citata Nut, presente in molte altre iscrizioni della tomba.

Lo schema originale di Carter con le iscrizioni del coperchio. In alto il disco solare alato verso occidente

La cassa presenta agli angoli le rappresentazioni di Iside e Nephti di fianco alla testa del Re, mentre Selqet e Neith sono ai suoi piedi. Tutte le dee sono identiche e riconoscibili solo dalle iscrizioni; tutte hanno le braccia alate distese a protezione del sovrano e tutte guardano verso la testa del sovrano.

Nephti (in primo piano) e Iside (a sinistra) proteggono la testa del Faraone
Neith sull’angolo nord-orientale della cassa

La cassa mostra i segni di una finitura frettolosa: Selqet è la meno particolareggiata, mentre Nephti è la più rifinita. Le ali sono aggiunte postume, ed hanno coperto molte iscrizioni, forse per cancellare i riferimenti ad Aton dei primi anni di regno oppure perché il sarcofago era stato preparato per Smenkhare (non c’è traccia di sarcofago nella famigerata KV55 a lui attribuita). L’aggiunta postuma delle ali crea uno strano effetto visivo, visto che le mani di ciascuna dea sono sovrapposte alle ali dell’altra in un curioso intreccio.

Selqet (o Selkis) sul lato sud-orientale della cassa, quello meno rifinito. Alcuni particolari qui sono stati solo dipinti sulla figura della dea e non intagliati come per le altre tre.

Iside (a sinistra) e Nephti (a destra) sul lato ovest, a protezione della testa del Faraone. Si noti l’intreccio strano di braccia ed ali, con le mani di ciascuna dea sovrapposte all’ala dell’altra a causa dell’aggiunta postuma di queste ultime.

Lo stesso strano intreccio di braccia ed ali è visibile sul lato est, con Selqet (a sinistra) e Neith (a destra)

Iside sull’angolo nord-ovest (particolare)

Anche i simboli tyet e djet incisi sulla base della cassa, e che ricordano il primo sacrario, sono molto meno definiti verso l’angolo di Selqet; evidentemente non c’era più tempo per completare il decoro.

Il dettaglio del fregio composto da simboli tyet e djed alternati, legati rispettivamente ad Iside ed Osiride. Il numero 251 si riferisce ai trucioli di legno sul pavimento della camera, rigorosamente classificati da Carter

I lati della cassa presentano le invocazioni dei quattro figli di Horus (Imseti, Duamutef,. Hapi e Qebehsenuf), insieme a quelle delle quattro dee nonché di Thot e Osiride. Il lato est, rivolto verso la Camera del Tesoro, ha solo un’invocazione generica sul fregio.

Uno dei due udjat, sul lato sud della cassa vicino a Nephti

Forse non la più significativa, ma sicuramente l’iscrizione più veritiera è quella di Duamutef, che recita:

Parole dette da Duamutef: Il tuo nome durerà per sempre, Tutankhamon, sovrano di Eliopoli meridionale”.

NOTA: una ricostruzione 3D virtuale è visibile qui: https://sketchfab.com/3d-models/tutankhamun-sarcophagus-2aaf85ca66b044e3aa2ccda0d9c3b33b

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • https://mediterraneoantico.it/
  • https://see.news/
  • Foto: The Griffith Institute, https://see.news/
Tutankhamon

LA PRIMA BARA DI TUTANKHAMON

(Carter 253)

Di Andrea Petta

La prima bara all’interno del sarcofago

La prima bara, quella più esterna, è stato il primo “incontro” di Carter con i segreti più intimi della sepoltura del Faraone. Quando comparve sollevando il coperchio del sarcofago, il 12 febbraio 1924, fu una notizia sensazionale, diffusa in tutto il mondo. Non era solo un magnifico oggetto, era anche – ancora – il “custode” del corpo di Tutankhamon.

Come apparve appena sollevato il coperchio del sarcofago
Il coperchio appoggiato sulle assi in attesa di poter liberare le altre bare. Si notano le maniglie d’argento e, sul piede della bara, i segni della piallatura ricoperti dalla resina
La cassa della bara dopo aver “liberato” la seconda. Si vedono le viti ad occhiello usate per sollevare tutto il blocco delle bare

Lunga 224 cm e larga 84, con un’altezza massima di 109, è in legno di cipresso ricoperto di gesso e da una lamina d’oro giallo, il Faraone vi è rappresentato come Osiride.

Il capo è coperto da una copricapo simile al “khat” della statua del “ba” di Tutankhamon posta di guardia alla camera sepolcrale. Il “khat” è arrotondato ai lati ed è legato al simbolismo lunare nonché alla “radianza” (iAxw – oggi forse lo chiameremmo “aura”) simbolo della trasformazione divina del sovrano. Dal “khat” spunta la parte inferiore di una parrucca cerimoniale.

Sulla fronte un avvoltoio Nekhbet anch’esso dorato, con becco in ebano e occhi di ossidiana, insieme ad un ureo in bronzo dorato con intarsi in pasta vitrea colorata.

Gli emblemi regali sulla fronte del Faraone (riproduzione)

I due simboli erano avvolti da una coroncina floreale con foglie di ulivo e fiordalisi. “Ci piace pensare che che proprio questo sia stato l’estremo saluto recato dalla fanciulla, ormai vedova, a suo marito”

Il particolare della coroncina di ulivo e fiordalisi intorno agli emblemi regali

Il viso è raffigurato in una spessa lamina d’oro, con occhi in calcite bianca ed ossidiana.

I tratti del volto assomigliano molto a quelli della terza bara e della maschera funebre, rendendo certa l’attribuzione originale a Tutankhamon (riproduzione)

Le braccia sono flesse sul petto, in bassorilievo; le mani chiuse sono modellate a tutto tondo ed impugnano il flagello ed il pastorale, intarsiati con pasta di vetro blu. Nelle parole di Carter: “L’insieme era di una bellezza che superava ogni nostra previsione)

Sia il volto che le mani sono ricoperti da una lega d’oro più chiara del resto della bara; secondo Carter “dando così l’impressione del pallore della morte”

Il corpo è decorato a bassorilievo secondo il modello “rishi”, con un disegno a piume impreziosito dalle figure di Iside a destra e Nephti a sinistra che avvolgono il corpo del Faraone con le loro ali. Sulla base della bara, Iside viene di nuovo rappresentata con le ali aperte sopra un segno “neb”.

La decorazione rishi dorata che caratterizza la prima bara (riproduzione)
Iside sul fianco destro (riproduzione)

Sul coperchio della bara sono presenti due linee verticali di iscrizioni. Una in particolare colpì Carter, tanto da riportarla nel suo volume sulla scoperta della tomba: “O madre Nut, stendi le tue ali su di me come le stelle imperiture”.

L’interno della cassa riporta delle iscrizioni a cui Carter accenna in modo superficiale e che non vengono riportate nei suoi appunti

La parte superiore della base è stata piallata dagli artigiani al momento dell’inserimento nel sarcofago in quanto troppo alta per chiudere il coperchio; schegge di legno dorato sono state infatti ritrovate nel sarcofago stesso (permettendo peraltro l’identificazione del legno usato). Il danno al sarcofago è stato coperto con uno strato di unguento nerastro.

Iside sulla faccia inferiore della base (originale)

Il coperchio era chiuso da dieci tenoni in argento massiccio (quattro per lato più uno sulla parte superiore della testa ed uno sulla base). Le quattro maniglie originali in argento massiccio come abbiamo visto furono utilizzate per ri-sollevare il coperchio più di tremila anni dopo.

La prima bara è rimasta per quasi un secolo nella tomba, all’interno del sarcofago. Nel 2019 è stata estratta per la prima volta dalla deposizione della mummmia del re, in modo da essere restaurata per essere poi esposta al GEM dopo la sua (futura) inaugurazione.

Il restauro si è reso necessario per i danni evidenti dovuti all’umidità nel microambiente del sarcofago all’interno della tomba, probabilmente derivati da milioni di turisti in visita. Qui i danni alla base della testa della bara
Larghi pezzi della gessatura dorata si sono staccati dalla struttura in legno di cipresso
Un primo restauro è stato effettuato direttamente nella tomba viste le gravi condizioni della bara
Probabilmente aver rimosso il cataletto originale, esposto al Museo del Cairo, senza sostituirlo appropriatamente ha contribuito al deterioramento della parte inferiore della cassa

Dopo il restauro di emergenza nella tomba, la bara è stata trasportata al Cairo in un contenitore ermetico e sterilizzante ad atmosfera controllata. Per la prima volta dopo 33 secoli dalla cerimonia funebre di Tutankhamon è uscita dalla tomba. Due cuscinetti sono stati posti sotto il flagello ed il pastorale per il timore che potessero spezzarsi durante il trasporto. La bara è rimasta una settimana “in quarantena” nel laboratorio del Museo per acclimatarla e completare la sterilizzazione prima di aprire il contenitore ermetico

Dopo quasi un secolo dall’apertura della tomba è stato possibile ammirare la prima bara in tutta la sua bellezza. Qui il danno al piede della bara è ancora più evidente
E qui possiamo intravedere Nephti sul fianco sinistro del Faraone

Il Ministro delle Antichità, Khaled El-Enany, si è “lanciato” in un’affermazione (“le tre bare verranno esposte insieme, come desiderava Tutankhamon”) che lascia un po’ perplessi, ma è bello sapere che le moderne autorità conoscono così bene i desideri dei loro regnanti di 33 secoli fa…

La regalità del riposo eterno di Tutankhamon

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