Luce tra le ombre

LO STUDIO DI DIETRICH E ROSEMARIE KLEMM

Di Ivo Prezioso

Parte prima: l’ambiente geologico

Come già accennato, nella parte iniziale riguardante i luoghi di approvvigionamento dei materiali, Franck Monnier fa riferimento all’importantissimo studio condotto al riguardo da Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm. Ho reperito il materiale riguardante le ricerche fatte dai due geologi, relativo all’altopiano di Giza, e l’ho trovato estremamente interessante; così ho pensato di aggiungere questo approfondimento nel percorso concernente la costruzione delle piramidi. Premetto che il lavoro è squisitamente tecnico, per cui mi sono adoperato per renderlo abbastanza fruibile, sperando di esserci, almeno in parte, riuscito. Richiede di certo un minimo di impegno, ma i risultati dei loro studi pubblicati nel 1993 nel volume “Steine ​​und Steinbrüche im Alten Ägypten”(Immagini n. 1-2), aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Tra l’altro fornisce, a parer mio, elementi molto convincenti sull’insensatezza delle teorie di Joseph Davidovits che ipotizza la costruzione delle piramidi grazie all’utilizzo di geopolimeri.

Immagini 1-2. Copertine della prima edizione in lingua originale, 1993. e dell’edizione inglese, 2010

Le piramidi di Khufu, Khafre e Menkaure sull’altopiano di Giza (Immagine n. 3) saranno esaminate insieme per la loro stretta vicinanza e per la geologia comune dei siti di estrazione, sia per il nucleo sia per il materiale di rivestimento.

Immagine n. 3: Foto aerea dell’altopiano di Gizeh con le Grandi Piramidi, i loro ambienti archeologici e i principali siti di estrazione accanto ai monumenti.

In contrasto con la mancanza di indagini geologiche dettagliate sugli ambienti piramidali di Dahshur, Meidum e Saqqara, per l’altopiano di Giza esistono numerose pubblicazioni, purtroppo anche contraddittorie. Di queste, verranno citate solo le più importanti per offrire al lettore informazioni selezionate. Si farà tuttavia riferimento in modo dettagliato ai documenti più recenti di un gruppo di ricerca dell’Università di Ain Shams, al Cairo, e dell’American Research Centre in Egypt (ARCE), in quanto affrontano questioni che riguardano direttamente la provenienza delle pietre da costruzione delle piramidi.

Innanzitutto una breve panoramica storica:

Il primo tentativo sistematico di suddividere stratigraficamente l’altopiano di Gizeh è stato di Von Zittel (Bellingen 1839-Monaco di Baviera1904), che si occupò principalmente della classificazione dei gruppi fossili dell’Eocene presenti sul territorio. Nel suo manuale sulla geologia regionale dell’Egitto, Max Blankenhorn (Siegen 1861-Marburg 1947) si interessò intensamente alla conformazione geologica dell’altopiano di Gizeh. Jean Cuvillier (Ambleteuse 1899-1969) revisionò le nummuliti egiziane e propose nuove divisioni stratigrafiche. Il geologo inglese William Fraser Hume (Cheltenham 1867-Sussex 1949), al contrario, non discusse estensivamente l’altopiano di Gizeh nel suo primo volume della “Geologia dell’Egitto”. Una dettagliata suddivisione stratigrafica è stata invece fornita da Rushdi Said (Choubrah, il Cairo 1920-Washington 1973) che in seguito egli stesso ha modificato. Contributi dettagliati alla geologia dell’altopiano di Gizeh sono stati forniti da Amin Strougo insieme al gruppo dell’Università di Ain Shams che ha presentato una divisione stratigrafica ben differenziata, che Yehia ha correlato in modo convincente con le sequenze calcaree eoceniche del deserto orientale a sud del Cairo. Per quanto riguarda le pietre da costruzione, i particolari tettonici e la speciale mappa geologica fornita da Yehia sono di grande interesse. Vi sono segnati, infatti, gli elementi geologici e le caratteristiche che dovevano apparire evidenti ai costruttori delle piramidi, dal momento che la disposizione esatta delle piramidi e quella dei siti di estrazione sono stati scelti con cura, integrando questi aspetti nella concezione architettonica. Oltre a questo gruppo di geologi egiziani moderni, anche i geologi internazionali hanno presentato ottimi contributi geologici relativi all’altopiano di Giza. E’ il caso di K. L. Gauri, professore emerito dell’Universita della Louisiana che si è occupato anche della conservazione della Sfinge, e di Mark Lehner del American Research Centre in Egypt (ARCE). In particolare Lehner ha esposto interessanti connessioni tra la geologia locale e la scelta delle posizioni delle piramidi, dei siti di cava, dell’intera necropoli e delle installazioni portuali. Nel caso della piramide di Khufu, ha illustrato lo sviluppo dell’intero processo di costruzione sull’altopiano di Giza a partire dalla sua prima occupazione. Anche se non tutte le sue conclusioni possono essere confermate nella presente monografia, la sua attenta considerazione delle prove geologiche e archeologiche delle antiche costruzioni è impressionante. Sia Lehner che gli autori citati considerano le formazioni calcaree che dominano la regione di Giza appartenenti all’Eocene medio-superiore e il calcare vero e proprio dell’altopiano, alle basi delle piramidi, come parte della formazione di Mokattam, dell’Eocene medio. Per quanto riguarda la classificazione geologica delle principali aree di cava a sud di Khufu, a est di Khafre e a sud-est della piramide di Menkaure, i due gruppi di ricerca presentano alcune differenze. Il gruppo ARCE categorizza le unità rocciose di queste cave nella formazione Mokattam mentre il gruppo dell’Università di Ain Shams le classifica come parte della formazione “Observatory”. In entrambi i casi si accetta il periodo dell’Eocene medio. L’unica discrepanza risiede in una differenza di facies*. Questa “controversia” potrebbe essere considerata solo come una divergenza se non riguardasse i materiali da costruzione delle grandi piramidi e la loro provenienza. Originariamente, la classificazione stratigrafica risale ad Aigner che interpretava i calcari nummulitici duri che formano l’altopiano delle piramidi come una speciale facies marina poco profonda, precipitata su una zona dello strato cretaceo sottostante. All’interno di un’area protetta, nel fianco di questa cupola sottomarina, si sarebbero sviluppate barriere coralline; esse si presentano, ad esempio, come banchi isolati nei calcari duri alla base della Sfinge. Inoltre, Aigner ha osservato che verso terra seguono sedimenti lagunari sabbiosi, più poveri di nummuliti, ma più ricchi di fossili, con afflusso continentale, formatisi in parti basse, e spessi banchi di una sequenza calcareo-marnosa, osservabile anche sul corpo della Sfinge. Il gruppo ARCE classifica l’intera sequenza sotto la testa della Sfinge come formazione Mokattam, che è stata poi suddivisa da Gauri in tre membri: la base è costituita dal Membro “Rosetau” (dall’antico nome egiziano del muro di cinta della Sfinge). Queste rocce sono costituite principalmente da detriti biologici che riempiono lo spazio interstiziale tra i suddetti banchi di corallo, conferendo alla superficie del sedimento un rilievo irregolare. Al di sopra segue il Membro “Seteped” (dal nome del santuario della Sfinge del Nuovo Regno). Questa sezione, spessa quasi 10 m, è formata da circa sei strati calcarei e marnosi di 1-2 m di spessore ciascuno che mostrano una graduale diminuzione del contenuto di sale dal 3,5% a solo l’1,5% nella parte superiore. Il sale è costituito principalmente da alite (NaCl), mentre il gesso e i vari sali di potassio sono rari. Secondo il gruppo ARCE, la parte più alta della formazione Mokattam nell’area di Gizeh è l’”Akhet” (che prende il nome dall’antico termine egizio per indicare l’orizzonte; Akhet-Khufu era anche il nome dell’intero altopiano delle piramidi). Questo Membro Akhet forma il dorso superiore e soprattutto il collo e la testa della Sfinge. Il suo spessore è di circa 9 m ed è costituito nella sua parte inferiore da un calcare piuttosto morbido, ricco di materiale clastico. Le proprietà geologiche di questo membro, in particolare nella zona del collo della Sfinge, causano il noto problema dell’instabilità. Il gruppo di Ain Shams ritiene invece che la stratigrafia della Sfinge sia analoga alla formazione Observatory della catena montuosa del Deserto Orientale, che si estende dalla zona sud-orientale del Cairo fino a Helwan. Una stratigrafia simile è riportata anche da Aigner, tuttavia con alcune facies che interferiscono, il che potrebbe, in qualche misura, spiegare le discrepanze sopra citate. Informazioni di base sulla suddivisione dell’Eocene in Egitto sono fornite anche da Strougo. La carta geologica di Yehia mostra una differenziazione più dettagliata della formazione Mokattam sull’altopiano di Gizeh, in particolare nella sua prosecuzione occidentale. Secondo lui, l’attuale basamento delle piramidi è formato da sequenze della formazione Mokattam superiore. Al di sotto di esse, calcari dolomitici duri e grigio scuro della formazione Mokattam media si sovrappongono a calcari bianchi e calcari giallastri con nummuliti appartenenti alla formazione Mokattam inferiore. L’Eocene superiore dell’area di Giza appartiene, secondo il gruppo ARCE, alla formazione Maadi, che è piuttosto eterogenea e che Aigner descrive geneticamente come una regressione marina, che inizia nel Mokattam superiore e prosegue fino alla formazione Maadi dell’Eocene superiore. Le rocce di questa unità consistono in calcari marnosi, con presenza di fossili da scarsa a nulla, orizzonti di marne e arenarie e letti di conchiglie. La formazione di Maadi cambia generalmente di facies e spessore su brevi distanze, come è normale per un ambiente marino molto poco profondo. I banchi più importanti della formazione Maadi superiore sono i letti di Ain Musa, con i loro banchi calcarei duri e ricchi di fossili. Più tardi, durante la trasgressione marina del Pliocene, i letti di Maadi, più morbidi, furono spazzati via, causando il crollo di quelli di Ain Musa. Oggi, quei letti crollati formano i grandi blocchi collinari a sud e a ovest del cimitero islamico situato a sud della Sfinge, e hanno ricevuto il nome locale di Hitan el-Gurob. Infine, Yehia cita i sedimenti della formazione sabbioso-conglomeratica Oligocenica di Gebel Ahmar che si trovano a ovest dell’hotel Mena House e a ovest della strada del Fayum. A differenza della località tipo, i sedimenti non contengono quarzite silicizzata, il che rende la pietra adatta all’uso edilizio. La storia tettonica dell’altopiano di Giza è stata molto probabilmente di grande importanza per la scelta del luogo di costruzione delle Grandi Piramidi. Ciò risulta evidente dalle indagini sul campo di Yehia che ha mappato e interpretato i principali lineamenti di faglia, senza tuttavia discutere le possibili conseguenze sulla scelta del sito delle piramidi. Secondo l’autore, un sistema di faglie (geologicamente giovane) corre in direzione NNE-SSW per circa 250 m dietro il lato occidentale del Mena House verso la piramide di Khafre, senza raggiungerla, ma sostituendo una terrazza quaternaria del Nilo. Una serie di altre faglie più piccole corrono in quella direzione, direttamente nella base rocciosa della piramide di Khufu (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Il sistema di faglie che attraversa l’altopiano di Giza in direzione NNE-SSW.Qui siamo nei pressidella piramide di Khufu

Questa caratteristica era stata certamente riconosciuta dagli ingegneri della piramide, dato che erano stati presi provvedimenti per incorporarla nel progetto. Sembra che la lunghezza della base della piramide di Khafre sia stata ridotta rispetto alla lunghezza originariamente prevista (274 m). Inoltre, lo spostamento dell’ingresso di oltre 14 m dall’asse centrale potrebbe essere considerato una conseguenza di questa situazione geologica. Se il passaggio d’ingresso fosse stato costruito lungo il vero asse mediano simmetrico, la camera sepolcrale si sarebbe pericolosamente avvicinata a questo sistema di faglie, causando molto probabilmente problemi di tipo statico. Un aumento drastico del peso della piramide, era ovviamente troppo rischioso. Il secondo sistema di faglie “F2” è stato di grande importanza per gli architetti incaricati della piramide di Menkaure, poiché corre in diagonale, quasi direttamente attraverso la base rocciosa della piramide. Questo potrebbe essere il motivo per cui il volume del progetto è stato mantenuto al minimo e molto probabilmente in origine era previsto ancora più piccolo. La posizione della piramide di Menkaure nel suo sito attuale, tuttavia, è stata determinata dalla conformazione generale dell’altopiano di Giza. Inoltre, la costruzione della piramide verso sud-ovest, lontano dal sistema di faglie, avrebbe reso problematica l’aggiunta di piramidi satelliti, poiché si sarebbe lasciato il limite meridionale delle unità calcaree nummulitiche dure della formazione superiore di Mokattam presente all’interno dell’altopiano. Gli altri sistemi di faglie citati da Yehia non hanno un’influenza diretta sui monumenti di Giza. Inoltre, Aigner ha osservato la particolare caratteristica per cui il bordo settentrionale dell’altopiano è stato condizionato dalla tettonica di questa zona e successivamente eroso dall’azione marina del Pliocene.

* In geologia questa parola indica l’aspetto delle rocce, cioè la fisionomia che ne rivela l’origine. Ad ogni facies litologica corrispondono una fauna e una flora speciale, che la caratterizzano, per cui una facies può definirsi come l’insieme dei caratteri litologici e paleontologici di un sedimento in un dato punto della Terra. Si hanno facies continentali nel senso stretto della parola, cioè subaeree, lacustri, fluviali, lagunari, marine (Enciclopedia Treccani on-line)

Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 69÷73

Parte seconda: le cave di Giza

1. L’area di cava principale, che forniva il nucleo di muratura della piramide di Khufu, era situata circa 500 metri a sud del bordo meridionale della piramide (Immagini nn. 1, 1a-1b).

Immagine n. 1: Mappa schematica dell’altopiano di Giza con i siti di cava individuati.

Immagine n. 1a (a sinistra): Sito principale della cava di Khufu e di Khafre. Lo scavo è ancora visibile sui bordi, ma il riempimento dell’ampia fossa aperta a causa della sabbia ne ha reso inizialmente difficile l‘ identificazione come cava. Immagine n. 1b (a destra): Parte occidentale del sito principale della cava utilizzata prevalentemente da Khufu. Le aperture scure sono tombe rupestri scavate successivamente.

Le moderne immagini satellitari mostrano le tracce di una rampa di trascinamento che, dalla parte occidentale di quest’area di cava, si dirige verso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Rampe di trascinamento del sito della cava principale di Khufu verso gli angoli sud-occidentali e sud-orientali della piramide (mappate grazie all’immagine satellitare di Google del 2006).

A conferma, di recente, durante la posa di un cavo elettrico, sono stati scoperti i resti di due strette rampe parallele che conducevano proprio in quell’angolo. Questa rampa fu in seguito sovrastata dalla strada rialzata di Khafre, che la utilizzò come rampa di trascinamento durante la costruzione della sua piramide. Osservando attentamente l’immagine n. 2, si nota che una seconda rampa parte dal lato orientale della piramide di Khufu, piegando leggermente a ovest verso l’area della cava. Anche questa fu sormontata dalla strada rialzata di Khafre. In accordo con Lehner, nella presente monografia, questo sito è indicato come cava di Khufu e viene considerato come la parte occidentale dell’area centrale di estrazione. Più tardi, nelle sue pareti furono scavate le tombe rupestri della famiglia di Khafre e della V dinastia.

Le parti più orientali del campo furono generalmente sfruttate da Khafre per ottenere il materiale per il nucleo della sua piramide. Esso fu poi esteso fino all’area in cui si realizzò la Grande Sfinge. Reisner ha assegnato la cava principale dell’altopiano di Giza a Khufu e Khafre. Essa comprende anche l’area della mastaba di Khentkaus, costruita sopra e intorno a un blocco di pietra massiccia lasciato dai minatori. Macroscopicamente, questi calcari sono di colore da grigio-beige a giallo-marrone, per lo più compatti ma anche porosi in alcuni punti, e risultano gessosi a causa della presenza di componenti marnosi. Molti resti fossili di piccole dimensioni sono rilevabili, ma difficili da identificare. Occasionalmente, sulle superfici lisce si possono riconoscere piccoli nummuliti* lunghi fino a 5 mm; vari sali affiorano in superficie e possono essere asportati facilmente con le dita. Con una lente manuale, i fossili appaiono per lo più come piccole nummuliti, conchiglie e altri resti fossili, tutti irregolarmente incorporati e generalmente calcificati nella matrice calcarea. Al microscopio, diventa evidente la ricca varietà di fossili, e dei loro frammenti, che caratterizza la tipica struttura di queste rocce bioclastiche. Nonostante le apparenti vistose variazioni di colore, al microscopio tutti i campioni di roccia sono simili. Oltre ai fossili principali rappresentati nelle Immagini nn. 3-4-5-6, molti altri resti fossili, come conchiglie di ostriche, echinodermi, spugne e nanofossili sono presenti nella matrice calcarea ricca di argilla e scuriscono in modo caratteristico la percezione ottica. I rari grani di sabbia quarzosa, per lo più a spigoli vivi, indicano che un tempo la linea costiera non doveva essere molto lontana.

2. La ripida scarpata a est e a nord-est della piramide di Khufu, nei pressi del villaggio di Nazlet es-Saman,è artificiale, almeno parzialmente, essendosi formata in conseguenza dell’attività estrattiva. Il caratteristico blocco rettangolare delle strutture di cava è chiaramente riconoscibile nelle parti superiori e appare sulle fotografie aeree come una linea anormalmente diritta lungo il confine della scarpata. Presumibilmente, una parte del pendio roccioso orientale fu completamente cavato e la rampa di trascinamento fu successivamente utilizzata come strada rialzata. In questa zona si trovano ancora alcune piccole tombe rupestri della V e VI dinastia, scavate nelle pareti della cava (Immagine n. 6a).

Immagine n. 6a: Particolare della cava della scarpata orientale di Khufu con tombe rupestri della V e VI dinastia. La strada rialzata è stata utilizzata in un primo momento come rampa di trascinamento per i blocchi che si estraevano qui.

Questa unità geologica continua fino alla base della piramide di Khufu, dove affiora in vari punti dell’intera piattaforma. È stata incorporata in larga misura nel corpo della piramide, come si può osservare sul lato meridionale, nelle camere e nei corridoi interni.

3. Le rocce ottenute durante il livellamento dell’altopiano roccioso, furono utilizzate anche per la muratura del nucleo. Alcune tracce di questa attività sono ancora chiaramente riconoscibili intorno alle piramidi (Immagini nn. 7-7a) e blocchi di notevole altezza sono ancora visibili, tagliati nel basamento presso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 7b).

Immagine n. 7: Altopiano settentrionale della piramide di Khufu con tracce di livellamento da estrazione.
Immagine n. 7a: Altopiano a est della piramide di Khafre. Il materiale lapideo ricavato dal livellamento dell’altopiano fu utilizzato per la muratura della piramide.
Immagine 7b: Resti di strutture di cava nell’angolo sud-ovest della piramide di Khufu. Si notino le dimensioni dei blocchi e i fori per i cunei alla base per staccare i blocchi separati

Secondo Reisner, anche il bedrock (roccia compatta, rigida, non alterata, in affioramento o alla base di rocce/terreni meno rigidi o di sedimenti sciolti) in cui sono localizzate le mastaba orientali e occidentali fu utilizzato come cava. Tuttavia, Hawass dubita che in origine fu sfruttato per l’estrazione, in quanto le tombe erano già state costruite durante il regno di Khufu. Ciononostante, tracce di cave possono essere individuate intorno e persino tra le singole mastaba. Reisner considerava anche l’altopiano a ovest della piramide di Khafre come un importante sito di cava. Inoltre, sempre secondo Reisner, “appena a nord della Prima Piramide il bordo della piattaforma rocciosa può essere seguito in modo approssimativo e sembra essere stato utilizzato come cava, ma la scarpata è ora coperta da una massa di detriti accumulato dai muratori quando il recinto della piramide fu ripulito dopo la costruzione della Prima Piramide”. Ciò è, in parte, in contrasto con le affermazioni di Aigner, che considera questa parte della scarpata come il risultato della naturale erosione marina pliocenica. Infine, la trincea scavata nella roccia a ovest e a nord della piramide di Khafre ha restituito un’enorme quantità di materiale lapideo, che è stato incorporato direttamente nella muratura del nucleo.

4. Una chiara evidenza dello sfruttamento di una cava si trova nei pressi del margine meridionale del campo piramidale di Giza, lungo il fianco settentrionale della moderna strada della Sfinge, nota come Route Touristique (cfr. immagine n. 1).

5. A sud-est della piramide di Menkaure si trova un’area di cava isolata, che è sempre stata considerata come quella utilizzata per il suo complesso. Le tombe rupestri che vi si trovano risalgono principalmente alla V dinastia e, come si vedrà in seguito, questa cava è la sola da cui sia stato estratto il materiale di base per la costruzione dell’omonima piramide (Immagine n. 7c).

Immagine n. 7c: Cava di Menkaure a sud-est della sua piramide; è ben riconoscibile l’altezza media dei blocchi estratti da questo sito.

I campioni provenienti da questi ultimi siti differiscono in qualche misura da quelli del grande giacimento centrale, anche se appartengono geologicamente alla stessa unità. Appaiono a grana più grossa e consistono in calcari bioclastici altamente calcificati o ricchi di fossili, di colore da grigio a grigio-beige. Alcuni esemplari contengono anche grandi Nummulites gizehensis e vari frammenti di conchiglie di notevoli dimensioni. Dopo un certo periodo, questi calcari tendono a formare infiorescenze principalmente di salgemma. Le nummuliti di grandi dimensioni sono incorporate in una massa composta da esemplari più piccoli (Immagine n. 8). 

Immagine n. 8: Calcare ricco di nummulite proveniente dal nucleo meridionale della piramide di Khufu.

Erodoto riporta questo specifico tipo di pietra come “pasto pietrificato di lenticchie dei lavoratori”. Con una lente manuale, sono chiaramente riconoscibili i ricchi detriti bioclastici e i piccoli fossili nummulitici oltre alle grandi Nummulites gizehensis. Grani di calcite di circa 0,5 mm riflettono la luce con i loro piani di clivaggio**. Al microscopio, i campioni prelevati dalle parti più basse della scarpata appaiono uguali a quelli della grande cava. I campioni prelevati dalle parti superiori, invece, differiscono significativamente da questi: i bioclasti e i fossili nummulitici predominanti sono cementati, in una matrice a grana più grossa, con cristalli di calcite e dolomite in parte ben formati (Immagine n. 9).

Immagine n. 9: Foto al microscopio (QS 1548) di calcare proveniente da una cava della scarpata a est della piramide di Khufu. I cristalli di dolomite sono ben formati (freccia) e immersi nella relativa matrice a grana fine. Inoltre, le piccole nummuliti appaiono quasi come strutture fantasma a causa della dissoluzione diagenetica (In petrografia è l’insieme dei processi fisici e chimici che subiscono i sedimenti, in tempi più o meno lunghi, durante e dopo la loro deposizione, che li trasformano in una roccia sedimentaria stabile. Enciclopedia Traccani on-line)

6. Un’altra area di cava, utilizzata anche da Khufu e Khafre, è stata individuata presso le pareti rocciose affioranti di Hitan el-Gurob, a circa 800 m a sud-est delle piramidi e a sud di un cimitero islamico (Immagine n. 9a).

Immagine n. 9a: Hitan el-Gurob, una collina prominente a sud-est dell’altopiano delle piramidi. E’ stata anch’essa una fonte di approvvigionamento per il materiale del nucleo delle piramidi di Khufu e Khafre.

Macroscopicamente, è costituita da calcari bioclastici da compatti e duri fino a calcari ricchi di sabbia con una struttura densa. È caratteristica una spiccata variazione di colore che va dal grigio, al giallo e quasi al rossastro. I resti fossili visibili consistono principalmente in frammenti di conchiglie, ma raramente in nummuliti. Con una lente manuale, i frammenti di conchiglia appaiono vitrei a causa dell’intensa calcificazione. Al contrario, le piccole nummuliti sono molto più facili da riconoscere. Al microscopio si distinguono due tipi di strutture principali, una delle quali con una matrice microsparitica*** molto densa, con pochi resti fossili di nummuliti e globigerinae****. Questo tipo è in qualche misura simile al calcare fine di Meidum e ai calcari da rivestimento utilizzati a Saqqara durante la III dinastia (Immagine n. 10).

Immagine n. 10: Foto al microscopio (QS 1587) del calcare di Hitan el-Gurob, molto somigliante a quelle delle pietre da rivestimento di Saqqara e Meidum della III dinastia.

Il secondo tipo consiste anch’esso in una massa microsparitica molto densa e a grana fine, ma è costellata di frammenti fossili, piccole nummuliti e discocicline*****. Mentre questi resti fossili conservano per lo più la loro struttura originale, i numerosi frammenti di conchiglia sono sempre intensamente calcificati. Molti di questi campioni contengono nella loro matrice grani di sabbia tra 0,05-0,5 mm, principalmente di quarzo, ma anche di plagioclasio******, indicando così un certo grado di afflusso continentale (Immagine n. 11).

Immagine n. 11: Foto al microscopio (QS 1583) di Hitan el-Gurob. Calcare a grana fine con discocicline, resti di Nummulites e conchiglie sottili, tutte più o meno calcificate.

*Le nummuliti, di grande importanza geologica e paleontologica, ebbero sviluppo straordinario nel Paleogene, detto per questo periodo nummulitico: comparvero all’inizio dell’Eocene e raggiunsero la massima diffusione, abbondanza e dimensioni nell’Eocene medio; nell’Eocene superiore e nell’Oligocene un numero più ridotto di specie ha ancora un’ampia distribuzione. Attualmente ne sopravvive un’unica specie, Nummulites cumingii, limitata agli Oceani Indiano e Pacifico. Le nummuliti sono i Foraminiferi (Ordine -secondo alcuni autori sottordine- di Protozoi Sarcodinii Rizopodi) di dimensioni maggiori. Il guscio, circolare, o appiattito e ondulato, o rigonfio, raggiunge il diametro di 120 mm, ed è politalamo, risultante dall’avvolgimento a spirale di una lamina calcarea a forma di V, che determina un canale a spirale con giri che si ricoprono, il primo iniziandosi da un loculo primitivo microsferico o macrosferico. Il canale è diviso da setti che separano logge intercomunicanti. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

** In geologia, il clivaggio è la tendenza secondaria dei cristalli a fendersi in scaglie o lamine lungo superfici piane, in seguito a deformazioni meccaniche. È dovuto a fenomeni di compressione e si accompagna sempre a strutture piegate. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

*** matrice di roccia calcarea costituita da cristalli di calcite di dimensioni inferiori a 20 micron (Fonte: Dizionario Italiano Olivetti on-line)

****I gusci calcarei di questi Foraminiferi planctonici, dopo la morte, cadono per gravità sul fondo marino, dove vanno a costituire i cosiddetti fanghi a globigerine, che sono fra i più comuni costituenti dei sedimenti oceanici. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

***** Foraminiferi bentonici. Il benthos (o bentos) è il complesso degli organismi acquatici che per un periodo continuato o per tutta la vita si mantengono in relazione con il fondo marino. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

****** Plagioclasio è il nome generico di minerali del gruppo dei feldspati triclini, costituenti comuni di molte rocce eruttive e metamorfiche (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)

Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 73÷80

Fonti delle note: Enciclopedia Treccani on-line e Dizionario Italiano Olivetti on-line

Parte terza: la piramide di Khufu (Cheope, 2604 – 2581 a.C.)

Molto probabilmente Khufu abbandonò la necropoli reale di Dahshur sia perché non c’era più abbastanza calcare nelle vicinanze, sia a causa della scarsa stabilità del sottosuolo, costituito da ardesia argillosa. Decise così di costruire la sua piramide su un massiccio altopiano roccioso nel deserto occidentale, vicino all’odierna Giza (Immagine n. 1), dove il sottosuolo era molto più stabile e c’era abbondanza di calcare di alta qualità. In termini di dimensioni, risultati tecnici e organizzazione richiesta per la sua costruzione, questa nuova piramide rappresenta un edificio fenomenale.

Immagine n. 1: La Piramide di Khufu (Cheope) da sud-ovest, vista dalla cima della piramide di Khafre (Chefren)

Il calcare utilizzato per la costruzione della piramide proveniva da diverse cave a est e a sud dell’edificio. I blocchi di calcare furono, senza dubbio, trasportati tramite piattaforme di trascinamento fino al cantiere e la piramide,probabilmente, eretta grazie ad un sistema di rampe (di cui sono stati ipotizzati diversi modelli da diversi studiosi).

Un nuovo modello di rampa a spirale per le grandi piramidi, come appunto la piramide di Khufu, è stato proposto dai presenti autori. Questa, è integrata nel corpo esterno della piramide, lasciando contemporaneamente uno spazio vuoto di larghezza adeguata durante l’erezione della piramide, evitando così di utilizzare enormi quantità di materiali secondari come fango del Nilo, ghiaia, legno ecc. per la realizzazione di una rampa esterna separata. Studiando l’altopiano di Gizeh e i suoi dintorni attraverso osservazioni sul campo, foto aeree stereoscopiche e immagini satellitari, è, infatti, rimarchevole che non vi siano tracce visibili di discariche prodotte da tali enormi costruzioni. Questo aspetto, non può essere trascurato quando si ipotizzano rampe costruite separatamente. Invece, una rampa integrata che sia stata successivamente riempita con ulteriori blocchi del nucleo e dell’involucro durante il completamento del monumento, presentava il vantaggio che le grandi quantità di detriti non fossero d’intralcio al cantiere, né dovessero essere smaltite altrove dopo il completamento della piramide. Inoltre, una rampa integrata consentiva una chiara visione degli angoli per effettuare misurazioni precise durante l’avanzamento dei lavori e permetteva di utilizzare due rampe opposte per il trasporto verso l’alto e verso il basso della piramide, accelerando così notevolmente l’intero processo di costruzione (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Rampa a spirale integrata per la costruzione di grandi piramidi in aree limitate come l’altopiano di Giza; una soluzione del genere avrebbe così evitato le enormi quantità di materiale comunemente richieste per una rampa di costruzione esterna separata.

Le pareti esterne del nucleo sono costruite con blocchi posati in strati orizzontali. L’altezza dei blocchi varia in media tra 0,80 e 1,20 m. (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: Dimensioni dei blocchi della piramide di Khufu. Differiscono leggermente in larghezza, ma si equivalgono in altezza.

Tra il nucleo e l’involucro, un altro strato di pietre un po’ più piccole fu legato con malta, il che ha aumentato la coesione dei due materiali e delle due strutture murarie. Nella terminologia archeologica, questo strato intermedio è noto come “pietre di sostegno” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Blocchi di rivestimento della piramide di Khufu, lato occidentale.

L’involucro era costituito da grandi blocchi di calcare bianco e fine, ma ben pochi sono ancora al loro posto, per lo più alla base. Come nel caso della più antica Piramide Rossa di Snefru a Dahshur, le pareti leggermente concave avevano lo scopo di aumentare la stabilità del rivestimento della piramide.

Sotto il villaggio di Nazlet es-Saman sono stati individuati un possibile tempio a valle e un porto adiacente. In quest’area sono stati riportati alla luce pezzi di pavimentazione in basalto e pareti in calcare, probabilmente appartenenti a queste strutture. Una strada rialzata da Nazlet es-Saman conduce al tempio funerario che si trovava sul lato orientale della piramide. Una piramide di culto e tre piccole piramidi satellite per le regine sorgono sul lato sud-orientale. Tutto ciò che rimane del tempio funerario è una pavimentazione in basalto nero, le cavità per i pilastri di granito del colonnato circostante e alcuni tagli di roccia calcarea per le pareti esterne.

I dati analitici non consentono di differenziare i vari affioramenti di basalto nel nord dell’Egitto, ma sulla base dei ritrovamenti archeologici è molto probabile che le lastre basaltiche del tempio di Khufu provengano da Widan el-Faras, a nord del lago Fayum. Fu la prima volta che nell’architettura egizia il basalto venne utilizzato su così larga scala per la pavimentazione. Da quel momento in poi, questa innovazione fu adottata dai faraoni successivi. Su diversi blocchi della pavimentazione sono visibili tracce di taglio lasciate con tutta probabilità da una sega a strascico. Le pareti del tempio erano di calcare fine e dovevano essere scolpite in rilievo, ma ne sono stati ritrovati solo pochi frammenti decorati. Alcuni blocchi furono poi riutilizzati come materiale da costruzione nel complesso piramidale di Amenemhet I a Lisht.

Il tempio mortuario aveva una pianta rettangolare larga circa 52,5 metri ed era quindi molto più grande rispetto ai piccoli templi adiacenti alle piramidi precedenti.

L’ingresso originale con il corridoio discendente è alto circa 17 m. e inizia al livello del 13° strato sul lato nord della piramide. Nella camera funeraria è ancora “in situ” un sarcofago in granito rosso, orientato in direzione nord-sud. È lungo 2,24 metri e largo 0,96 metri. Il coperchio è mancante. Questo grande sarcofago fu posto in loco durante la costruzione della camera di granito. Anche le camere di scarico sopra la camera sepolcrale furono realizzate con grandi blocchi di granito.

Recentemente, Salah el-Naggar ha presentato una campionatura di tutti i componenti in granito delle piramidi di Gizeh e li ha individuati come provenienti, nella loro totalità, dai grandi giacimenti di granito e granodiorite a sud di Aswan.

Maragioglio e Rinaldi misurarono la piramide di Khufu e la maggior parte delle altre piramidi dell’Antico Regno e presentarono i loro risultati in piani dettagliati.

Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo

I diagrammi di correlazione (Immagini da n. 5 a n. 8), che mostrano i campi di distribuzione geochimica dei campioni prelevati dalla piramide di Khufu e dalle aree di cava circostanti, attestano che il materiale principale del nucleo deriva principalmente dalle aree di cava a sud e a sud-est della piramide.

Ciò è sorprendente, poiché in quest’area sono esposte soprattutto tombe rupestri fondate durante il regno di Khafre. Tuttavia, va ricordato che Khufu concesse ai suoi familiari e agli alti funzionari il privilegio di costruire tombe a mastaba a ovest e a est della sua piramide. Pertanto, lo scavo di tombe rupestri nelle pareti della cava della sua piramide principale non era necessario. Successivamente, sotto Khafre, l’organizzazione della necropoli, per quanto riguarda l’alta nobiltà, cambiò; quasi certamente in virtù delle pareti di cava meglio esposte che erano state create nel frattempo e anche per la vicinanza alla sua piramide. Inoltre, i valori Mg/Fe dei campioni provenienti dalla muratura del nucleo basale (Immagine n. 5) si raggruppano in un campo simile a quello delle rocce del basamento (Immagine n. 6).

Ciò potrebbe indicare che una buona parte del materiale ottenuto durante il livellamento del basamento (cfr. Immagini n. 7 e 7a del paragrafo precedente “Le cave di Giza”) fu utilizzata direttamente per la costruzione della piramide. Poiché per ottenere una media statistica è stata prelevata una quantità piuttosto elevata di campioni dai livelli inferiori della piramide, questa corrispondenza non sorprende. I diagrammi geochimici del materiale del nucleo (Immagini nn. 5 e 7) e dei campioni di cava (Immagini nn. 6 e 8) indicano inoltre che l’area di Hitan el-Gurob è servita in qualche misura come fonte per il materiale della muratura del nucleo. Questa fonte non era stata considerata finora, ma sia le indagini geochimiche che quelle petrografiche giungono inequivocabilmente allo stesso risultato. Una discreta quantità sembra provenire anche da un’area di cava che forma la scarpata a nord dell’attuale “Route Touristique” e dalle cave della scarpata a sud della via sopraelevata di Khufu.

Immagine n. 5: Diagramma Mg/Fe (Magnesio/Ferro) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Un campo di distribuzione relativamente ampio indica diverse fonti del materiale dei blocchi.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe dei siti di cava di Gizeh che si presume siano le fonti della muratura del nucleo di Khufu. La maggior parte del materiale in blocchi proviene dalle cave a sud della piramide e dal basamento dell’altopiano della piramide
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr (Magnesio/Stronzio) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Anche in questo caso, i dati del nucleo si raggruppano in un campo limitato, corrispondente alle cave meridionali, ma anche altri siti come Hitan el-Guroh e lo stesso basamento della piramide sono ovviamente candidati come fonti.
Immagine n. 8: Diagramma Mg/Sr dei siti di cava di Gizeh, ipotizzati come fonti della muratura del nucleo di Khufu. In prevalenza, i grandi siti di cava a sud della piramide di Khufu e il basamento della piramide risultano essere le fonti principali per la muratura del nucleo.

Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto

Per quanto riguarda la muratura di rivestimento della piramide di Khufu, si pone un problema fondamentale: esiste solo un piccolo numero di blocchi di rivestimento alla base e alcuni blocchi sparsi sull’altopiano. Tuttavia, è possibile che questi blocchi non appartenessero originariamente alla struttura, ma al materiale di altri complessi piramidali. Di conseguenza, non sono stati campionati sistematicamente.

Il materiale di rivestimento è costituito da un calcare di colore da grigio biancastro a giallo biancastro, a grana molto fine e dall’aspetto denso, che può essere facilmente distinto (anche da un osservatore poco preparato dal punto di vista petrografico) dalla muratura eterogenea del nucleo con la sua struttura molto più grossolana. Il materiale della cosiddetta muratura di supporto, (normalmente costituito da due blocchi dietro l’involucro), è simile sia nell’aspetto, sia macroscopicamente a quanto resta dei blocchi dell’involucro. Tuttavia, il numero di strati di blocchi di supporto è irregolare e può costituire fino a quattro corsi tra l’involucro e la muratura principale. Gli ultimi 10 strati di pietra della struttura rimanente sembrano essere costituiti esclusivamente da muratura di supporto e la muratura del nucleo non è esposta. Pertanto, dei 75 campioni di muratura di rivestimento e di supporto, solo circa 10 provengono dal rivestimento stesso. I diagrammi di correlazione geochimica (Immagini n. 9 e 10) mostrano i dati dei campioni dell’involucro e del materiale di supporto della piramide di Khufu confrontati con i campioni di cava di Tura, Maasara e Mokattam.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.

Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.

A prima vista, l’involucro e le pietre di supporto di Khufu possono essere attribuiti geochimicamente ai calcari di Tura e Maasara. È possibile anche un’attribuzione degli strati superiori al distretto estrattivo di Mokattam. Lo studio petrografico, però, mostra che Maasara è una fonte meno probabile. I diagrammi manifestano che tutti i campioni di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu corrispondono bene a queste tre aree di provenienza. In particolare, analizzando i dati relativi allo Sr, alcuni campioni derivano da Mokattam, ma la maggior parte corrisponde per lo più al giacimento di Tura. Infine, una seconda analisi dei protocolli dei campioni ha dimostrato, in accordo con la raccolta dei campioni, che non c’è alcuna differenza significativa tra la provenienza del materiale dell’involucro e quello di supporto della piramide di Khufu.

Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 82÷89

Parte quarta: La piramide di Khaefra (Chefren, 2572-2546 a.C.)

La piramide (Immagine n. 1) è costruita su un basamento più alto rispetto a quella di Khufu e quindi, a seconda della posizione di osservazione, sembra più grande. L’ambiente geologico è quasi identico, per cui non necessita di ulteriori approfondimenti, tanto più che le lievi variazioni geologiche nella stratigrafia non sono particolarmente significative.

Immagine n. 1: La piramide di Khafre con la sua calotta di rivestimento rimanente, vista dalla cima della Piramide di Khufu.

Questo vale soprattutto per il materiale del nucleo, che proviene dallo stesso livello geologico della maggior parte delle pietre da costruzione della piramide di Khufu. Tuttavia, alla base della piramide di Khaefra è presente una certa diversificazione di materiale, perché fu ricavato da un pendio affiorante del “bedrock” che rappresenta il punto più alto del vicino paesaggio collinare. Analogamente alla Grande Piramide, anche questa fu realizzata sfruttando la roccia presente, il che permise sia di aumentare la stabilità del suo nucleo, sia di diminuire la quantità di materiale da costruzione. Fu necessario tagliare la superficie rocciosa a nord-ovest per circa 10 metri, mentre l’angolo sud-est fu realizzato con enormi blocchi di muratura. Durante il Nuovo Regno (oltre 1.300 anni più tardi), l’angolo nord-occidentale del recinto originario fu ampliato da una cava, scavata nella roccia originale, probabilmente a scopo di restauro. Le tracce dell’antica cava sono ancora chiaramente visibili (Immagine n. 2) e le pareti rocciose di quell’angolo appaiono significativamente meno deteriorate rispetto al muro originale del lato occidentale. Un’iscrizione rupestre di Maja sulla parete settentrionale fa risalire questa cava al regno di Ramses II (1279 – 1213 a.C. circa).

Immagine n. 2: Ampliamento, operato nel Nuovo Regno, del recinto settentrionale di Khafre, molto probabilmente per ricavarne materiale lapideo per restauro. Veduta dalla cima della piramide.

I livelli inferiori dell’involucro della piramide erano rivestiti di granito rosa, mentre gli strati superiori, che diventano più piccoli verso la cima, sono di calcare fine. In cima alla piramide è rimasta una piccola porzione dell’involucro originale, che ci permette di comprendere come i blocchi finali furono posati e fissati al nucleo del monumento (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: Piramide di Khafre. Il rivestimento originario rimanente nella parte superiore del monumento.

Esso è circondato da un muro perimetrale in pietra che racchiude un cortile aperto, pavimentato con lastre di calcare di forma irregolare. Sul lato meridionale, lungo l’asse centrale della struttura, è presente una piccola piramide di culto. Il più antico dei due ingressi alle camere sotterranee si trova a circa 30 m a nord della piramide ed è completamente scavato nella roccia del sottosuolo. Il secondo ingresso si trova sul lato nord del monumento, a circa 12 m di altezza; incontra un corridoio rivestito di granito rosso che dapprima scende all’interno della piramide e poi corre orizzontalmente alla base della struttura.

La camera funeraria, orientata in senso est-ovest, fu scavata completamente nel sottosuolo. Vicino alla parete ovest si trova un sarcofago in granodiorite nera, in origine corredato da un coperchio scorrevole, ritrovato nelle vicinanze in due pezzi.

È probabile che un muro di cinta si estendesse intorno all’intero complesso piramidale di Khafre, includendo anche la Grande Sfinge.

Il Tempio a Valle, che è uno dei meglio conservati dell’Antico Regno, era fronteggiato a est da un’ampia terrazza pavimentata con lastre di calcare. Presenta una pianta quasi quadrata ed è situato accanto alla Grande Sfinge e al tempio ad essa collegato. Il suo nucleo murario fu costruito con enormi blocchi di calcare, estratti dalle vicine cave situate intorno alla Sfinge; fu poi ricoperto da lastre di granito di vario tipo, che gli hanno valso il nome di “Tempio di Granito” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Particolare del Tempio a Valle di Khafre, interamente rivestito con diverse varietà di granito proveniente da Aswan.

Tutte le varietà di granito utilizzate nel Tempio della Valle provengono dalla zona di Assuan. Tra i due ingressi del tempio si trovava un vestibolo con pareti di granito rosso e rosso grigiastro, originariamente lucidate. Il pavimento era lastricato con alabastro calcareo bianco. Una porta conduceva poi ad una sala, rivestita di granito rosso levigato e pavimentata anch’essa con alabastro bianco. Era ornata da sedici pilastri di granito rosso, molti dei quali sono ancora al loro posto. I pilastri sostenevano blocchi di architrave dello stesso materiale. Anche questo materiale granitico proviene da Aswan. Un tempo qui si trovavano le statue del re realizzate in anortosite, scisto e alabastro calcareo. La celeberrima statua di “Khafre con il falco”, oggi esposta al Museo del Cairo (Immagine n. 4a), fu realizzata in gneiss anortosite, che è stato poi denominato “gneiss di Khafre” per l’aspetto così caratteristico.

Immagine n. 4a: Particolare della splendida statua di Chefren in diorite (gneiss anortosite) conservata al Museo del Cairo, con il dio Horus che protegge il sovrano.(©ph. Araldo De Luca/Archivio White Star, da “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass)

Questo tipo di pietra proviene dalla remota area di Gebel el-Asr, circa 30 km a ovest di Toshka e circa 250 km a sud di Assuan. Il tempio funerario, a differenza dei complessi piramidali successivi, non confinava direttamente con la piramide, ma ne era separato per mezzo di un cortile. Le sue pareti sono in calcare locale rivestito di pietra calcarea fine, mentre all’interno era quasi completamente rivestito di granito. (Immagine n. 5).

Immagine n. 5: Tempio funerario di Khafre costruito principalmente in calcare locale e mattoni di fango (parte retrostante dell’immagine). È rivestito di calcare fine di Tura (primo piano) e, nelle parti interne, con granito di Aswan.

A differenza della piramide di Khufu, che molto probabilmente era interamente rivestita di blocchi di calcare, gli strati di base della piramide di Khafre furono rivestiti con blocchi di vari tipi di granito provenienti dalla grande cava a sud di Aswan. Una localizzazione più precisa della provenienza dei restanti blocchi di granito da rivestimento è possibile grazie alla mappa di Aswan realizzata dagli autori di questo studio, che si basa sulla differenziazione della struttura e del colore. Secondo questa mappa, blocchi di dimensioni simili alle pietre da rivestimento utilizzati da Khafre furono estratti, almeno fino al Nuovo Regno, esclusivamente dai grandi affioramenti che ricoprivano l’intera esposizione granitica del luogo. Di conseguenza, tutti i diversi tipi di granito di quell’area furono incorporati nei vari edifici del complesso di Khafre.

Ciò può essere meglio osservato nel Tempio della Valle di Khafre, dove le strutture interne offrono uno spettro quasi completo dei tipi di granito provenienti da quella località.

Il lavoro di estrazione in cava fu eseguito in modo piuttosto primitivo fino al Nuovo Regno: dopo aver scelto un masso adeguatamente isolato, era necessario rimuovere solo lo strato esterno, ormai reso più plasmabile dalle intemperie. Ciò veniva fatto con martelli di dolerite grandi 10-15 cm. Con lo stesso metodo, i blocchi delle dimensioni richieste venivano poi tagliati grossolanamente e trasportati in barca al cantiere, dove venivano infine rifiniti.

Un esempio di questo metodo è visibile alla base della piramide di Menkaure. Va sottolineato, comunque, che solo i tipi di granito porfirico a grana grossa furono selezionati per gli edifici di Khafre. Altri tipi di pietra granitoide, pure presenti nella regione di Assuan, come la granodiorite o il granito di Koror a grana media o fine, furono evitati.

Le indagini geochimiche e petrografiche non portano a differenziare le aree di cava di Khufu da quelle di Khafre, che si trovano entrambe più o meno nello stesso orizzonte geologico di calcari dolomitici e marnosi della “Formazione dell’Osservatorio”. Inoltre, i dati geochimici indicano che almeno una parte delle pietre da costruzione proveniva dal gruppo collinare di Hitan el-Gurob, a sud-est della piramide e a sud dell’attuale cimitero islamico.

“Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo”

I campioni di muratura della piramide di Khafre sono ben compatibili con i campioni delle varie cave dell’area di Gizeh (Immagini nn. 6-7-8).

Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe del nucleo della piramide di Khafre e le cave ipotizzate. La maggior parte dei campioni proviene dai principali siti di cava a est della piramide, dal basamento stesso della piramide e, in parte, da Hitan el-Gurob.
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. Anche in questo caso, la maggior parte dei campioni si colloca nei principali siti di cava, come quelli di Khufu e Khentkaus, nel basamento della piramide e, in qualche misura, Hitan el-Gurob.
Immagine n. 8: Diagramma Fe/Mn del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. È evidente la buona corrispondenza della maggior parte dei campioni della piramide con i principali siti di cava dell’altopiano di Giza.

Risulta inoltre evidente che la maggior parte del nucleo di muratura utilizzato per la piramide di Khafre è quasi identico a quello della piramide di Khufu, per cui è palese che debba provenire dalle stesse fonti. Questo vale soprattutto per la grande area delle cave comprese nella zona che va dalla strada asfaltata tra la Sfinge e la piramide di Khufu (Route Touristique) a nord, fino alla via ascensionale di Menkaure (Micerino) a sud. Ma sembra che durante la costruzione della piramide di Khafre la maggior parte del materiale lapideo sia stato reperito nelle zone più orientali dell’area principale della cava, oggi nota come “Campo Centrale” che, dopo il regno di Khafre, nella V e VI dinastia, fu utilizzata come necropoli.

“Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto”

Almeno il 90% della piramide di Khafre era ricoperto da calcare di qualità fine. Del rivestimento originale ne rimane solo una parte nelle zone più alte dell’edificio, mentre frammenti giacciono anche nell’area circostante. In particolare, i resti dei blocchi di supporto consentono di campionare sufficientemente la qualità di calcare bianco-grigio, fine e uniforme, utilizzata sia per l’involucro che per il supporto. I diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9-10) mostrano un campo di distribuzione circoscritto per i campioni analizzati.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe dell’involucro della piramide di Khafre e delle cave di Tura e Maasara. È emerso che le cave di Tura sono le fonti più utilizzate.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr dell’involucro della piramide di Khafre e le cave di Tura e Maasara. Anche in questo caso, la stretta affinità con i siti di Tura è evidente.

Confrontandolo con il campo dei campioni di Tura-Maasara, l’attribuzione ad una parte ben definita di quest’area di cava è indiscutibile, mentre quella all’area di Mokattam può essere esclusa anche a causa delle “micro facies” della struttura rocciosa.

Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 90÷96

Parte quinta: la piramide di Menkaure (Micerino 2539-2511 a.C.)

Anche nel caso della minore delle tre piramidi di Giza (Immagine n. 1), il nucleo è costituito da blocchi di calcare locale.

Immagine n. 1: La piramide di Menkaure con piramidi sussidiarie, vista da sud-est.

La parte inferiore, per un’ altezza di circa quindici metri, fu rivestita con blocchi di granito provenienti da Assuan, mentre superiormente fu utilizzato calcare fine. La rifinitura finale della parte in granito fu completata solo alla fine del processo di costruzione (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Particolare della piramide di Menkaure. I blocchi di rivestimento in granito della parte inferiore del versante settentrionale con i diversi stati di levigatura

Un ingresso sul lato nord forniva l’accesso originario alle camere interne, a circa 4 metri dal livello del suolo ed un passaggio inclinato, lungo oltre 30 metri, conduce alle camere sotterranee. Una di queste, la camera funeraria vera e propria, è interamente in granito e ospitava un sarcofago grigio scuro, ritrovato vuoto. Trasportato in Europa, dopo la sua scoperta, andò perduto per il naufragio della nave.

Per il Tempio in Valle si utilizzarono prevalentemente mattoni di fango, ma alcune parti del pavimento e delle basi delle colonne erano in pietra calcarea. Nelle camere interne si rinvennero le celebri triadi in grovacca e siltite e frammenti di altre statue di Menkaure (Immagini da n. 2a a n. 2e).

Immagine n. 2a: Il corridoio dove Reisner ha rinvenuto le triadi intatte. Sono ben visibili le triadi 2 e 3. Le triadi 1 e 4 sono sullo sfondo, di spalle. (© Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia ).

Immagine n. 2b La prima triade regale raffigurante il “nomos” di Ermopoli, Hathor e Micerino. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n. 2c: La seconda triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” tebano. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n.2d: La terza triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” di cinopoli. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

Immagine n.2e: La quarta triade regale raffigurante Hathor, Micerino e il “nomos” di Diospolis Parva. (©Reisner, 1931. Riferimento: “Il Tempio a Valle di Micerino: analisi della statuaria e della storia del complesso” Tesi di Laurea di Federico Colovini, Anno Accademico 2014/2015 Università Ca’ Foscari, Venezia).

La strada rialzata conduce al tempio funerario sul lato orientale con accesso diretto alla corte centrale. L’intero edificio dà l’impressione di essere stato terminato, in maniera piuttosto sbrigativa, molto probabilmente dal successore di Menkaure, Shepseskaf, che fece largo uso di mattoni di fango invece che di muratura in pietra. Alcune parti erano rivestite di granito e granodiorite, mentre il calcare fu usato come rivestimento solo in pochi casi.

A sud del monumento di Menkaure si trovano tre piccole piramidi. Quella orientale era probabilmente la vera piramide sussidiaria. Parzialmente rivestita di granito rosso, affondato nel pavimento della camera funeraria, conservava un sarcofago dello stesso materiale. Reisner scavò l’intero complesso tra il 1906 e il 1924.

“Determinazione della provenienza geochimica del materiale da costruzione”

I diagrammi di correlazione geochimica del materiale del nucleo della piramide di Menkaure provano inequivocabilmente che le pietre provengono dall’area di estrazione, situata a sud-est del monumento.

Ciò è confermato dalla buona correlazione geochimica tra i campioni di cava e i campioni di carotaggi dei blocchi (Immagini da n. 3 a n. 6). Questo risultato è ben coincidente con le osservazioni petrografiche e conferma una precedente attribuzione ipotizzata studiando elementi ricavati da un database più piccolo.

Immagine n.3: Diagramma Mg/Fe del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 4: Diagramma Mg/Fe del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava presentano campi di distribuzione quasi identici.
Immagine n. 5: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Sr del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava sono distribuiti in modo quasi identico.

L’area a sud-est della piramide appartiene stratigraficamente alla stessa unità della grande cava utilizzata da Khufu e Khafre, ma si trova a un livello superiore; pertanto, era del tutto logico aspettarsi solo lievi variazioni petrografiche e geochimiche rispetto a quella. Confrontando i dati geochimici della cava di Menkaure con quelli delle parti più occidentali della cava centrale, infatti, non si nota una differenza significativa: macroscopicamente, il calcare è strettamente correlato al materiale del nucleo della piramide, ed è difficile differenziarlo da quello proveniente dall’area estrattiva utilizzata da Khufu

Al microscopio, studiando le sezioni sottili sia della cava di Menkaure che della muratura del nucleo, si può osservare una porosità un po’ più elevata, dovuta ai numerosi interspazi fossili (Immagine n. 7) ed una struttura più densa di nummuliti, discocicline e altri resti fossili (Immagine n. 8 ).

Immagine n. 7: Microfoto (QS 1361) di una sezione sottile media di calcare della cava di calcare della cava di Menkaure con “Nummulites gisehensis” (1 filtro pol.)
Immagine n. 8: Microfoto (QS 1356) di un campione medio di calcare di cava Menkaure con “Nummulites gisehensis” e “discocyclinae” (filtro 1 pol.).

In generale, una differenziazione dagli altri siti di cava dell’altopiano di Gizeh non sembra realistica. Anche il materiale di rivestimento della piramide di Menkaure è di composizione bimodale: resti di blocchi di granito “in situ” indicano che almeno i 16 strati inferiori del monumento erano ricoperti di granito di Assuan. Sulla parete settentrionale, il rivestimento in granito è ancora intatto fino al 7° strato. Come nel complesso di Khafre, nell’involucro sono stati incorporati blocchi di granito di varie qualità provenienti da Aswan, ma nel caso della piramide di Menkaure sembra che si volesse una maggiore omogeneità di colore e che si preferissero le qualità di roccia rosso-rosata. Inoltre, come materiale di rivestimento fu utilizzato anche il calcare fine, che però rimane solo come pietra di supporto. L’uso di questa pietra è testimoniato in situ presso la piramide, ma anche da singoli blocchi che si trovano intorno all’edificio. L’altezza originale dell’involucro di calcare, però, non può più essere determinata. Nell’ambito del presente programma di campionamento, l’attenzione è stata posta sui blocchi di supporto rimasti nella loro posizione originale piuttosto che su singoli blocchi separati, che sono stati analizzati solo per verifica.

Ancora una volta, i dati geochimici tracciati nei diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9 e 10) mostrano una stretta concordanza.

Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe del materiale di rivestimento della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura e Maasara. L’affinità più stretta con i campioni di Tura è palese.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura. Anche questi unici e pochi campioni sono strettamente collegati al campo estrattivo di Tura.

Il confronto dei valori del calcare di rivestimento e di supporto con i dati del calcare di Tura permette di concludere che Menkaure ha estratto queste pietre da un’area molto limitata della regione, quasi sicuramente da una cava a galleria ben precisa. Nell’immagine n. 112, i campioni della cava di Maasara sono scarsamente correlati con le pietre di rivestimento e di supporto di Menkaure, al punto che quest’area può essere esclusa come possibile fonte di materiale. Inoltre, confrontando i dati con il campo corrispondente di Khafre, appare evidente che il materiale da costruzione di qualità pregiata estratto a Tura proveniva da miniere diverse, una procedura che si ripete per le piramidi successive dell’Antico Regno.

Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 96÷101

Appendice: osservazioni sull’ipotesi di piramidi costruite con blocchi di calcestruzzo

A questo punto sono necessarie alcune osservazioni in merito a pubblicazioni riguardanti il materiale da costruzione delle piramidi.

Joseph Davidovits e Margie Morris hanno presentato (1988) un libro vivacemente discusso: “The Pyramids: An Enigma Solved”, in cui si conclude che le pietre da costruzione delle piramidi sono state prodotte utilizzando un cemento artificiale. Secondo questa ipotesi, i blocchi sono costituiti da una miscela di cemento, geopolimero e aggregato calcareo naturale, versata in stampi. Dal punto di vista petrografico, sono giunti alle loro conclusioni basandosi su un campione di roccia “ il cosiddetto campione di Lauer”e su pochi altri provenienti dalle piramidi di Giza. Nonostante gli argomenti proposti per avvalorare la loro ipotesi, non sono riusciti a convincere gli egittologi e i geologi che studiano le pietre egizie. Soprattutto negli Stati Uniti, la loro tesi ha dato luogo a un veemente dibattito scientifico. La risposta critica è iniziata con articoli di geologi di fama internazionale specializzati nella sedimentologia dei calcari, che hanno avversato l’ipotesi geopolimerica. Essi forniscono argomenti sedimentologici e strutturali convincenti a favore del carattere e della provenienza naturale delle pietre da costruzione delle piramidi. Harrell e Penrod giunsero alla stessa conclusione, confrontando il “campione Lauer” con campioni provenienti da Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Morris rispose con veemenza, contestando i risultati di Harrell e ribadendo la teoria del “cast-in-place” e della chimica della geopolimerizzazione.

Dopo un’intensa, ma infruttuosa discussione durante il Congresso Internazionale di Egittologia del Cairo nel 1988, Dietrich Klemm ha invitato Joseph Davidovits nel laboratorio del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Monaco. Qui, un’adeguata collezione di sottili sezioni petrografiche è stata esaminata reciprocamente al microscopio polarizzatore e si è discussa l’identità dei campioni di pietra provenienti dalle piramidi e dalle cave corrispondenti.

Questa dimostrazione sembrava aver posto fine al dibattito. Tuttavia, Barsoum,Ganguly e Hug hanno successivamente pubblicato un lavoro “Microstructural evidence of reconstituted limestone blocks in the Great Pyramids of Egypt”, in cui hanno riaperto la discussione geopolimero-calcestruzzo, che è stata così riaccesa negli ultimi decenni. Essi hanno introdotto il termine “microcostituenti” (µc’s), un termine che indica componenti strutturali impossibili da rilevare con la microscopia petrografica e visibili solo applicando la microscopia elettronica a scansione e quella elettronica transluminescente. Inoltre, hanno presentato una serie di analisi chimiche con spettrometria a dispersione di energia (EDS). I risultati mostrano che i campioni di cava contengono minerali naturali, ad esempio calcite, dolomite e silice. Presentano inoltre formule molto poco convenzionali di composizioni Si-Mg-Ca-C-oxy-hydroxy e in altri casi Ca-K-Al-Si-C-oxy-hydroxy di campioni di pietre di rivestimento provenienti da diverse piramidi di Gizeh e le dichiarano pietre artificiali di tipo calcestruzzo gettato in opera. A differenza di Davidovits e Morris, però, essi considerano le pietre del nucleo di origine naturale senza fornire ulteriori argomenti.

Anche se i loro metodi analitici sono spiegati correttamente in un’appendice, i loro risultati sono difficili da seguire e sono completamente in contrasto con le osservazioni dei presenti autori. Molto probabilmente, queste composizioni insolite hanno una spiegazione semplice: la tensione di accelerazione utilizzata di 12 kV crea un volume di circa 1-2 µmc su una superficie ben levigata e ortogonale al fascio di elettroni. Tuttavia, all’interno di un volume granulare frammentato con granulometrie inferiori a 1 µm, il fascio di elettroni eccita anche i rivestimenti organici fini submicroscopici di materia bituminosa, sempre presenti nei vari calcari egiziani ricchi di resti organici fossili, come quelli di Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Le strutture analizzate da Barsoum,Ganguly e Hug sono di dimensioni submicroniche. Pertanto, il pericolo di una contaminazione delle misure è molto probabile e spiegherebbe i risultati anomali; e, in ogni caso, questi risultati non sono sufficienti a dimostrare la presenza di geopolimeri, come ipotizzato dagli autori. Nella presente indagine, circa 1500 campioni provenienti da piramidi e siti di cava sono stati studiati utilizzando vari metodi petrografici e geochimici e, ad accezione di sparuti casi, i campioni delle pietre della piramide e dei rispettivi siti di cava corrispondevano molto bene sia per il nucleo che per l’involucro. Alcuni campioni sono stati analizzati con la microscopia elettronica a scansione e l’EDS e le composizioni paragonabili ai risultati di Barsoum,Ganguly e Hug sono state trovate solo nel caso di minerali noti come calcite, dolomite, quarzo, feldspato, minerali argillosi, materia bituminosa ecc. Inoltre, il volume dei siti di cava individuati corrisponde bene al volume delle piramidi costruite con questo materiale. Inoltre, (e soprattutto), le rocce naturali, frantumate fino a diventare aggregati e poi mescolate con un legante per formare una sorta di calcestruzzo, perdono il loro orientamento interno originale. Nulla di tutto ciò è stato osservato dagli autori, solo un letto roccioso ben conservato e strutture diagenetiche secondarie inalterate con (se presenti), fossili ben assortiti o loro resti, in molti casi calcificati, ma totalmente privi di qualsiasi legante artificiale. Molto probabilmente la discussione sul fatto che le piramidi siano state costruite con i geopolimeri continuerà, tuttavia, va sottolineato chiaramente che tali teorie sono prive di senso.

Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 81-82