Cose meravigliose

JE TIENS L’AFFAIRE!

A cura di Andrea Petta

Jean François Champollion

Un traditore della Patria al lavoro

Della campagna napoleonica in Egitto faceva parte anche Fourier, matematico e fisico che condurrà i suoi studi prevalentemente sulla conduzione del calore (e genererà una marea di parolacce degli studenti). Terminata la campagna, Fourier si trasferisce a Grenoble, dove diventa membro del consiglio comunale e durante un’ispezione scolastica conosce un giovane di colorito più scuro dei compagni e che dimostra un grande interesse per l’attività di Fourier. Questi lo invita a casa sua e gli mostra i reperti che aveva portato a casa dall’Egitto. Il giovane chiede se le iscrizioni fossero leggibili, ed avendo ricevuto una risposta negativa, afferma: “Io le leggerò”.

Quel ragazzo è un giovanissimo Francois Champollion.

Il ragazzo conosce già il greco, il latino e l’ebraico; non contento, si mette a studiare l’arabo, il siriaco, il caldeo e il copto. Studia il parsi e il cinese antico per vedere se ha qualche correlazione con le antiche lingue mediorientali. A 17 anni, senza esserci mai stato, presenta un lavoro all’Accademia di Grenoble intitolato “L’Egitto sotto i Faraoni”, diventandone membro.

Nel frattempo, nel 1799 uno sconosciuto soldato francese aveva trovato e disseppellito una stele di basalto nero nei pressi dell’odierna Rosetta, divisa in tre parti con iscrizioni in geroglifico, in demotico ed in greco antico. Gli archivi riportano il nome di tal Boussard (o Bouchard), ma probabilmente si tratta del caposquadra dei lavori, non lo sapremo mai. La Francia capitola dopo Abukir, e la stele prende la strada di Londra. Il piccolo esercito di scienziati napoleonici ne aveva già fatto trascrizioni parziali e calchi in gesso, e questi ultimi finiscono a Parigi.

Anche Champollion va a Parigi, Pone le basi della sua opera, ma sono anni difficili. Complicato sbarcare il lunario (tornerà a Grenoble per insegnare, in una celebre lettera chiede al fratello di mandargli dei libri e culottes di ricambio…), Napoleone in trionfo, poi battuto ed esiliato, poi il ritorno dall’Elba. Champollion conosce personalmente Napoleone a Grenoble proprio mentre questi torna dall’Elba e marcia verso Parigi. In qualche modo ne viene affascinato come è già successo per Drovetti e nel giugno 1815 pubblica un quanto mai inopportuno articolo dove sostiene che “Napoleone è il nostro unico principe legittimo”.

Il mondo accademico non lo perdona. La pubblicazione dei suoi lavori viene rifiutata, Dopo Waterloo Champollion viene dichiarato “Alto traditore della Patria” e proscritto per due anni. E gli va anche di lusso, salvato dalla notorietà che i suoi studi sull’Egitto gli stavano già portando.

In esilio a Figeac, Champollion riprende alcune idee del passato e le integra con i documenti che può trovare sulla Stele: individua una base “fonetica, se non alfabetica” dei geroglifici e sfrutta l’intuizione di uno studioso danese, Georges Zoega, che aveva indicato come gli ovali che si ritrovavano di tanto in tanto nei testi egizi rappresentassero “Re o divinità”. Un altro francese, Silvestre De Sacy, intuisce che i cartigli nella parte demotica abbiano una lettura fonetica.

E, come in molte storie, appare un “cattivo” nella persona di Thomas Young, un fisico inglese a cui, appena accettato nella British Royal Society, nel 1804 viene affidato il pesante fardello di decifrare i geroglifici. Young vede i francesi come nemici, tutti. Nega a Champollion l’accesso a molti documenti, tra cui la trascrizione di un doppio testo egizio/greco dell’obelisco di Philae recuperato da Belzoni. Anche De Sacy, forse invidioso dei progressi di Champollion, invita Young a non fornire alcun supporto al collega.

Sir Thomas Young. Fece progressi notevoli inizialmente, ma la sua rigidità mentale e il tentativo di applicare modelli matematici alla filologia furono i suoi principali limiti.

È una rivalità aspra, uno scontro di metodi, di personalità, perfino di culture.

Scriverà Champollion al fratello: “Quindi il povero dottor Young si offende se lo correggo? Perché rispolverare vecchie questioni già mummificate? Ringrazia M. Arago (un amico di Young) per essersi battuto per l’onore dell’alfabeto franco-faraonico. Il Britannico può fare come gli pare – l’onore sarà nostro: e tutta la vecchia Inghilterra imparerà dalla giovane Francia a leggere i geroglifici con un metodo completamente diverso”.

Young viene deriso, è un “Britannico, un “Dottore” in spregio a quel mondo accademico che lo aveva sempre mal accettato.

Nota: uno svarione colossale di Young lo porta a sbagliare la traduzione dei cartigli di una tomba scoperta da Belzoni – e Sethi I diventa Psammetico…

Champollion, privato di molti documenti, attende con trepidazione la pubblicazione di ogni nuovo volume della “Description de l’Egypte”. Ogni volume, ogni disegno con dei testi viene usato per allargare la visione della lingua. Una riproduzione del “Libro dei Morti” fornisce nel 1821 un’altra scintilla: lo ieratico è solo la semplificazione dei geroglifici. Champollion individua 166 “caratteri” e capisce che questi caratteri hanno sia un valore fonetico che uno ideografico.

Nel 1822 nella “Description de l’Egypte” appare la Stele di Rosetta e, incredibile a dirsi, è la prima volta che Champollion ha a disposizione una trascrizione chiara e leggibile della Stele completa. Decifra i cartigli di Tolomeo e Cleopatra, come sappiamo, ed inizia a collegare altri simboli usando i cartigli di Ramses e di Tuthmosis.

La famosa traslitterazione dei simboli dei cartigli di Tolomeo e Cleopatra che fu uno dei cardini della decifrazione dei geroglifici

La strada è finalmente aperta, anche se sarà ancora lunga da percorrere.

Lo scontro a distanza tra Champollion e Young continua. Si accusano a vicenda di aver sfruttato l’uno il lavoro dell’altro. Young pubblica prima i suoi risultati, Champollion ribatte di essere arrivato alle stesse conclusioni senza aver letto il lavoro di Young. La verità non la sapremo mai.

Young sembra fare progressi, utilizza metodi matematici per trovare le ripetizioni dei simboli nei testi ma non va oltre questa corrispondenza, incaponendosi sul fatto che solo i nomi stranieri fossero traslati foneticamente in egizio.

La padronanza assoluta delle lingue orientali è l’arma vincente di Champollion, richiamando alla mente associazioni e costruzioni delle frasi che Young non poteva avere. Quando si rende conto di aver mosso un passo decisivo, Champollion esce in strada, urlando “Ce l’ho fatta” (“Je tiens l’affaire”) e sviene, primi segnali di una patologia che probabilmente lo ucciderà nel 1832.

Per arrivare alla soluzione, Champollion ha dovuto fare a pezzi anche le sue stesse convinzioni. Per un periodo era ossessionato dall’idea che gli Etruschi discendessero dagli Egizi, e che la lingua etrusca fosse un riferimento per decifrare i geroglifici.

Scriveva al fratello qualche anno prima: “Sono totalmente immerso nella lingua, nelle monete, nelle medaglie, nei monumenti, nei sarcofagi, tutto quello che posso trovare, le tombe, i dipinti sugli etruschi. Perché? Perché gli Etruschi provengono dall’Egitto”.

Aver saputo riconoscere i suoi errori di valutazione e ripartire da capo è uno dei grandi meriti di Champollion.

Pubblica i primi risultati in una lettera (“Lettre à M. Dacier”) nel settembre1822 e nel 1824 pubblica infine il suo trattato “Précis du système hiéroglyphique des anciens Égyptiens” che rimane la pietra miliare della decifrazione dei geroglifici.

Finalmente nel 1828 riesca a visitare l’Egitto grazie ad una spedizione effettuata in collaborazione con il Granducato di Toscana. Viaggia con Ippolito Rosellini, professore di lingue e culture orientali a Pisa, ed insieme conoscono in Egitto Giuseppe Acerbi, console d’Austria al Cairo. Raccolgono numerosi reperti, che andranno ad incorporarsi nel nucleo della sezione egizia al Louvre. Qualcuno della spedizione “firma” al solito modo un pilastro di Karnak, incidendo “Champoleon”, ad indicare il conquistatore della lingua misteriosa.

Champollion è entusiasta; finalmente il suo sogno si realizza; scrive entusiasta di Abu Simbel: “Mi sono spogliato quasi completamente, fino alla mia camicia araba e ai mutandoni di lino, e mi sono spinto a pancia in giù attraverso una piccola apertura nel corridoio che, se sgombrato dalla sabbia, sarebbe di almeno 25 piedi in altezza. Dal caldo, pensavo di entrare nella bocca di una fornace e, quando sono scivolato finalmente nel tempio, mi sono ritrovato in un ambiente surriscaldato a 52 gradi: abbiamo attraversato questo incredibile scavo, Rosellini, Ricci, io e uno degli arabi che teneva in mano una candela.” La differenza forse era proprio questa: per Young decifrare i geroglifici era un esercizio accademico; per Champollion uno scopo di vita.

Uno stato di salute precario lo porta via ancora troppo presto nel 1832, probabilmente per un aneurisma cerebrale nel Circolo di Willis. Si è ipotizzato che una malformazione dell’Area di Broca (che sovrintende al linguaggio) abbia consentito la fantastica capacità di Champollion di imparare le diverse lingue, ma che abbia potuto avere conseguenze sullo sviluppo vascolare cerebrale causandone la morte prematura.

Non lo sapremo mai con certezza, gli eredi si opposero all’autopsia. Ma se tutti noi oggi possiamo cimentarci con la comprensione dei geroglifici il merito è suo, di un “traditore della Patria” che tanto ha regalato a quella stessa Patria ed al mondo.

Uno strano destino da reietto continuerà però ad accompagnare Champollion. Nessun biografo, nemmeno in Francia, proverà a scrivere della sua vita. Pochissimo sappiamo degli anni travagliati prima del successo accademico. Una tedesca, Hartleben, si cimenterà nell’impresa solo alla fine del secolo, quando tutte le testimonianze di prima mano saranno andate perse. Breasted, nella prefazione del libro scriverà: “L’uomo Champollion è morto da tempo, e lo studioso Champollion è conosciuto poco meglio dell’uomo”.

Una parte degli appunti di Champollion verrà in seguito pubblicata dal fratello, anche lui ottimo disegnatore

Una parte dei pochi dettagli che conosciamo verrà proprio dalla corrispondenza tra Rosellini ed Acerbi, che sono rimasti in contatto dopo la spedizione in Egitto.

Adesso quegli strani segni si possono finalmente leggere. Ora bisogna imparare a conservarli, organizzarli e catalogarli.

Riferimenti:

  • Weissback MM, Jean Fracois Champollion and the true story of Egypt, 21st Century Science and Technology, 1999
  • Champollion, Jean-François (1824), Précis du système hiéroglyphique des anciens Égyptiens. Paris
  • Champollion, Jean-François Lettres et journaux écrits pendant le voyage d’Égypte, (H. Hartleben, ed.).
  • Ernest Leroux. (2001), Egyptian Diaries: How One Man Solved the Mysteries of the Nile, London: Gibson Square Books
  • Nasser N, What Caused Jeanne-Francoise Champollion, Decipherer of the Ancient Egyptian Scripts, Premature Death? Medical Case Report, 2015
  • Gregorovicova E, The Fatal Error Of Champollion: “For Me, The Way To Memphis And Thebes Leads Through Turin”, Antropologie, 2018
  • Weissback MM, Unlocking the Civilization of Ancient Egypt: How Champollion Deciphered the Rosetta Stone. Fidelio, 1999
  • Robinson A. Cracking the Egyptian Code: The Revolutionary Life of Jean-François Champollion. Oxford University Press, 2012
  • Robinson A. The Last Man Who Knew Everything: Thomas Young, 2011

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