Prof. Damiano

NUDITÀ E SESSI NELL’ANTICO EGITTO

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Il discorso sulla nudità, e dunque su tutto ciò che questo significa nell’antico Egitto è l’occasione di sottolineare uno di tormentoni dell’umanità, sempre e ovunque, in ogni caso e per qualsiasi argomento: argomento, l’eterno errore degli esseri umani di ogni tempo e paese: la visione egoica. Siamo sempre il centro del nostro universo e dunque possediamo una visione dalla prospettiva unica, una prospettiva che dal centro guarda verso la periferia; e il centro ovviamente siamo noi. Ciò si traduce nella difficoltà (impossibilità, per alcuni) di pensare al mondo, all’universo, come ad una meravigliosa palestra per esercitare la propria capacità di comprensione, di elasticità mentale.

In altre parole: l’essere umano tende sempre a usare la propria cultura, e ancor più il proprio pensiero che da quella cultura è stato ed è costantemente plasmato, come metro di paragone assoluto. Ma la realtà non è così. I dogmi e gli assoluti si rivelano erronei alla luce delle differenti culture, epoche e situazioni (e anche questo non è un dogma! 😊): dalla fisica alla società “tutto è relativo”.

Giudicare ci espone sempre all’errore, perché il giudizio è figlio della cultura, della mentalità, cose che sono fluide, cambiano nel tempo e nelle società. Ciò che è corretto per una è assolutamente errato e scandaloso per un’altra.

Questo, per introdurre l’argomento. Si è parlato dell’Egitto riflettendo sulla nudità come se ci trovassimo nella nostra società odierna, figlia di una cultura maschilista e (almeno di facciata) sessuofoba (e, in quanto tale, allegra coltivatrice di fiorenti sessualità sotterranee).Nell’Egitto faraonico tutto ciò non è solo diverso, ma l’intero discorso non avrebbe senso.

Partiamo dal rapporto fra maschile e femminile

Una suonatrice (a sinistra) e la giovane servente e donne ad un banchetto (a destra) dalla tomba tebana (TT) 52, di Nakht (© e foto archivio CRE/M. Damiano).


Dimentichiamo (o almeno, facciamo una sforzo per dimenticare) chi siamo noi, ciò che abbiamo imparato, quali siano le nostre idee, visioni e sensazioni, e proviamo a immaginare la visione egizia. La visione del dualismo egizio. Contrariamente alla visione occidentale, secondo cui la dualità è contrasto, opposizione fra due parti, per gli Egizi la dualità fu l’insieme armonico di due elementi complementari, al punto che la stessa dualità non è altro che un ulteriore sviluppo dell’unità.C osì come Osiris e Isis erano complementari sul piano mitologico, così lo erano l’uomo e la donna su quello terrestre. Cielo e terra formavano il mondo completo, così come le “Due Terre” formavano l’Egitto nella sua interezza. Questo ci permette di vedere meglio il dualismo di maschile e femminile: non è mai opposizione, ma sempre armonia, completamento. Non uno superiore all’altro, ma due metà armoniche, diverse, che si completano. È in altri termini, il concetto che si troverà in Oriente con yin e yang. Da questa premessa già si evince che l’intera visione del rapporto maschile/femminile era agli antipodi rispetto alla nostra: equilibrio là dove noi vediamo opposizione; coscienza delle diversità che non sono mai giudizi di valore, ma differenze su uno stesso piano di stima; i nostri giochi di forza e di potere, i nostri disequilibri fra generi, che si esprimo tanto negli scontri quanto negli obblighi di “quote rosa”, non avevano nessun senso per il popolo dei faraoni ove l’uomo e la donna avevano, su uno stesso piano, mansioni differenti (specialmente in virtù della biologia), ma ciò non precludeva nulla, e troviamo la donna sin nelle più alte sfere del potere. E ciò risponde alla questione di fondo: la sessualità. Nell’equilibrio armonico delle parti tutto è naturale. Così troviamo le donne che corteggiano gli uomini, creano e recitano poemi e canzoni d’amore tanto quanto la controparte maschile. La donna sceglieva l’uomo tanto quanto questi sceglieva la compagna, in un gioco delle parti improntato alla Maat, all’equilibrio supremo. Non esistevano matrimoni combinati; la donna poteva chiedere il divorzio e andarsene con i propri beni; o, in maniera più negativa, picchiare l’uomo (come testimonia un ostrakon di Deir el Medina che giustifica l’assenza di un lavorante perché “bastonato dalla moglie il giorno prima”).

Da alcune mastabe dell’Antico Regno ho preso degli esempi dell’indifferente modalità di coprire il corpo: in alto a sinistra vediamo delle danzatrici che coprono i fianchi ma hanno il busto scoperto, mentre a destra dei pastori con le fruste sono nudi, a parte la fascia introno ai fianchi con la parte anteriore libera; più che un vero “cache-sex” (poiché in realtà non nasconde molto, non passando fra le gambe) si tratta di una leggera fascia frontale, che in caso di necessità può essere usta per proteggere i genitali legandola dietro. In basso, a sinistra vediamo altri lavoranti con analoga fascia lombare, o privi anche di quella; al centro delle danzatrici che hanno solo il perizoma; per inciso, la danza ritmica è sottolineata dai capelli lunghi che recano, legato all’estremità, un peso (un disco di legno o terracotta) che fa oscillare i capelli al ritmo della danza; da cui la particolare posa che vediamo. A destra vediamo barcaioli completamente nudi che tengono la fascia o ai lombi (quelli seduti) o sotto le ascelle (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

Qui vediamo invece un esempio del Medio Regno in cui i lavoratori usano il tessuto solo per proteggere la parte specifica (in questo caso spalla e petto) e restando per il resto nudi (© e foto archivio CRE/M. Damiano).


Allo stesso modo la sessualità era guardata come il più naturale dei processi, senza pruriginose visioni porno, ma con sensuali vedute erotiche.

In tale contesto, la nudità non era – né poteva essere – un tabù. I bambini, maschi o femmine che fossero, crescevano nudi e insieme; alla pubertà iniziavano a coprire per protezione le parti intime, ma non necessariamente (v. sotto). Il rituale per gli uomini si chiamava appunto “annodare il perizoma”. Ma questo non portava alla scomparsa della nudità, al contrario: il corpo era coperto o scoperto a seconda delle esigenze. Le donne (e gli uomini) si vestivano a seconda di mode e situazioni; innanzi tutto, la situazione climatica: l’Egitto è sempre stato un paese caldo, ma le oscillazioni climatiche si notano nei capi di vestiario; vedremo allora come gli abiti siano semplici e leggeri nell’Antico Regno (generalmente un perizoma per gli uomini e tuniche o analoghi perizomi per le donne) mentre dal Nuovo Regno in poi l’aggiunta di tuniche velate o strati sovrapposti denota un lieve raffreddamento che si riflette sulle mode dei tempi.

Chiari esempi di quanto detto sono nelle immagini: in alto a sinistra la signora di casa è “vestita” con bisso finissimo e completamente trasparente; a destra, i lavoranti seduti indossano perizomi, mentre gli altri sono totalmente nudi; in basso vediamo le celebri giovinette che si accapigliano nei campi per le spighe: entrambe portano tuniche di bisso, anch’esse del tutto trasparenti (© e foto archivio CRE/M. Damiano/Colette Damiano).


Poi ci sono fattori sociali quali lo status, la funzione e l’immancabile moda. Così nelle raffigurazioni parietali possiamo osservare i servitori, lavoratori dei campi o barcaioli completamente nudi (maschi o femmine che fossero), senza che questa fosse una particolare regola: se serviva per una determinata funzione (protettiva del corpo o sociale) si copriva la parte del corpo interessata (non necessariamente il sesso, ma solo la zona che correva un qualche rischio, come nell’uso di corde da far scivolare sul petto, ecc.); o ci si copriva se faceva freddo o per altre necessità.

Per inciso, rispondendo alla domanda che mi è stata rivolta sul ciclo mestruale, si tratta appunto di uno dei casi che dimostra che lungi “dall’andare in giro nude” (ciò che non era né una moda né un obbligo), nel corso del ciclo si tendeva a rimanere nei propri alloggi o, se proprio si doveva uscire, si usavano gli antenati dei pannolini: un panno avvolto fra le gambe e intorno ai fianchi. Domanda interessante perché permette di ricordare che una delle interpretazioni dell’altrimenti misterioso geroglifico tit, il “nodo di Iside”, è che in origine fosse proprio il panno mestruale intriso del sangue vitale della dea.

Qui vediamo la celebre scena della caccia nelle paludi; la moglie in questo caso è coperta da più strati di tessuto, trasparenti e non; la fanciulla è invece nuda (foto archivio CRE/M. Damiano; © British Museum).


Analogamente, vedremo la giovane “cameriera” servire completamente nuda in un banchetto, così come la danzatrice o suonatrice (o danzatori maschi, lottatori, ecc.). Ciò perché, se mancavano le vedute pruriginose sulla nudità e sulla sessualità, queste venivano apprezzate in maniera del tutto naturale come bellezze fra i mille doni degli dèi; così esporre un corpo ben fatto era rendere omaggio al dono divino.

Un mondo infinitamente distante dal nostro, insomma, in cui la visione dell’uomo era del tutto inserita nel quadro globale della natura.

Avrebbero dovuto arrivare il monoteismo (Cristianesimo prima, Islam più tardi) con i dogmi, il maschilismo imperante e la sessuofobia per portare al crollo dei valori più sacri del corso della natura.

Altri esempi: delle tre suonatrici a destra, due sono abbigliate con vesti semitrasparenti, una è nuda; reca un cinturino ornamentale intorno ai fianchi e il triangolo pubico è scoperto; nelle atre due foto vediamo la servente e delle danzatrici ugualmente nude, con la sola cintura ornamentale (© e foto archivio CRE/M. Damiano).


Concludiamo precisando qualcosa lasciata in sospeso in altri post: la… “storia delle mutande”; sulla storia questo capo d’abbigliamento si troverà tutto su volumi specifici di storia del costume o in internet; il capo di vestiario (ossia il capo che si porta quotidianamente sotto le vesti) appare molto tardi, in epoca longobarda e solo per gli uomini; più tardi, sporadicamente, per le donne e inizialmente adottato solo dalle prostitute; sono nell’800 con gran difficoltà verrà adottato dalle signore della buona società.

Non rientrano nel quadro le stoffe occasionali o specifiche di determinate situazioni come i cosiddetti “bikini” romani della villa del Casale (Piazza Armerina); intanto si parla di epoca e culture romane; poi, si tratta di una raffigurazione eccezionale, e infine quei capi di vestiario sono stoffe adibite alla copertura minima durante i giochi, e non dell’indumento d’uso corrente sotto le vesti che, appunto, dovrà attendere secoli (© e foto archivio CRE/M. Damiano).


OMOSESSUALITA’

Leggendo i post sul rapporto maschile/femminile, si comprenderà facilmente che anche il campo della sessualità rientrava nel quadro della Maat. Il rispetto per il rapporto maschile/femminile si associava a quello generale per l’essere umano. L’omosessualità veniva vista come qualcosa di inusuale ma “tutto ciò che esiste è natura”, quindi sono assolutamente incoerenti le affermazioni omofobe di “contro natura”.

Veniamo ai documenti, che non sono molti: di certo sappiamo che la tradizione egizia faceva di Pepy II un omosessuale, ciò che non gli ha impedito di avere uno dei regni più lunghi della storia (94 anni circa!). Per il resto, le notizie sono scarsissime e indirette: per esempio, sappiamo del tabù negativo (bwt) connesso con ragioni puramente rituali; uno dei più antichi e diffusi del mondo è quello che alle donne “impure” per il ciclo mensile vieta di accostarsi ai riti sacri; analoghi divieti sono validi per vittime di esorcismi, per omosessualità (solo in certi nomoi) o per certe azioni particolari.

Altre notizie sono ancora più indirette. Per esempio, nella ricerca degli eunuchi negli harem, i testi egizi tacciono del tutto (probabilmente perché non esistevano, ché la mutilazione era aborrita dalla Maat) ma forse si trova qualche traccia sull’omosessualità; ci resta allora il vocabolario, in cui possiamo identificare srs, un tempo ritenuto il termine identificabile con “eunuco” ma in realtà designante il “capo”; citiamo ancora shtj (zekhetci) che troviamo nel misterioso passaggio § 1462c dei Testi delle Piramidi che lo contrappone al vocabolo designante il maschio per eccellenza (t3j.w); ma anche in questo caso nulla prova la castrazione; si pensa piuttosto a una mancanza di mascolinità sessualmente o, più verosimilmente, nel carattere.

Ciò può essere confermato da un testo di esecrazione che passa in rivista il genere umano e fra gli uomini e le donne cita zekhetci; il senso sarebbe quello di indicare coloro che mancano di carattere. In questa direzione va la parola hm (hmtj alla Bassa Epoca e nell’Epoca Tolemaica), connessa con hm.t, “donna”; hm designa qui la mancanza di virilità tanto morale quanto fisica, ma non prova che possa designare degli eunuchi, nonostante il parere contrario di Jonckheere che si appoggia sulle tesi di Lefébvre; sempre quest’ultimo indicherebbe come un indizio della presenza di castrati un passaggio dei testi di Edfu (E. Lefébvre, La menat et le nom de l’eunuque, Bibliot. Egypt., t. 35; Oeuvres diverses de E. Lefébvre, t. II; Paris, 1912, pp. 175-195); il passaggio dice che a Sebennytos non si doveva “unirsi a un hm né a un uomo”; tuttavia a nostro parere, benché il passaggio faccia la distinzione fra uomo e hm, non sembra essere la prova dell’esistenza di castrati, poiché il riferimento a omosessuali o comunque a individui effeminati, deboli (fisicamente o moralmente) vi si può adattare altrettanto bene.

Come si può vedere, nulla parla con chiarezza dell’omosessualità, ciò che indica bene come la cosa fosse del tutto personale e irrilevante socialmente. Ancor più, si vede come le distinzioni erano fatte sulla base caratteriale, e non sfioravano la sfera sessuale, che poco ha a che vedere con carattere e gire; appannaggio della vita privata, socialmente è irrilevante: per tornare all’esempio di Pepy II, la tradizione ne fa un omosessuale, ma fu uno dei migliori sovrani e guerrieri dell’epoca, dalla Nubia, all’Asia, alle oasi.

Ancora una volta, una società ben più avanti di noi nella mentalità, nel sociale, nella comprensione umana.

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