Antico Regno, Prof. Damiano

I MISTERI DELLA FESTA-SED

OVVERO: L’INVENZIONE DEL GIUBILEO

TESTO E IMMAGINI DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

La festa-sed (heb-sed) era per gli Egizi una delle più importanti della regalità. Oggi tradurremmo la parola “sed” come “giubileo”, e in effetti la festa giubilare – ancora oggi celebrata nei moderni stati monarchici –  deriva dall’antico rito egizio, anche se il significato è ovviamente cambiato.

Nell’Egitto preistorico il sovrano veniva ucciso quando era troppo vecchio per regnare; le ragioni erano due: da una parte, vi era una ragione di carattere magico-religioso: il re incarnava il Paese (o, nella preistoria, il clan, la tribù) e dunque tutto ciò che concerneva la sua persona, la sua debolezza, la sua vecchiaia, i suoi mali si sarebbero riflessi sull’intera comunità. Queste constatazioni di carattere metafisico riposavano su osservazioni più concrete; in effetti la seconda ragione che portò ai sacrifici (e più tardi al giubileo) era più pratica e concerneva l’impossibilità fisica o psichica, per un re troppo vecchio, di reggere lo Stato; questo, in una struttura sociale di tipo piramidale, avrebbe portato alla paralisi delle strutture e al caos, come in effetti successe alla fine di regni, pur gloriosi, ma troppo lunghi (Pepy II, Ramses II).

Così la soluzione dei popoli con tale struttura (non solo d’Egitto e non solo preistorici) era quella di uccidere i vecchi re.

In un momento imprecisato della preistoria più recente (forse nel Neolitico, ma comunque nel Predinastico) venne creata la festa-sed; il rituale nasce proprio dall’esigenza di ridare forze al sovrano senza ucciderlo, come invece si faceva nella lontana preistoria, ma com’era uso, per esempio, anche presso tribù dell’Alto Nilo sino ai primi del XX secolo.

Il nome “sed” derivava dalla coda di toro, simbolo di potenza e attributo di re e dei; certamente il nome era connesso anche con il dio Sed, a forma di canide e associato a Wepwawet, a sua volta accostato più tardi ad Anubis.

Sappiamo che uno dei più antichi calendari, di remota origine preistorica, fu quello lunare, ove il mese era di 30 giorni; e di 30 anni era la cadenza della prima festa sed. Le due cose sono connesse? I 30 anni, che sappiamo con certezza essere connessi con l’elementare realtà biologica dell’invecchiamento, sono simbolicamente legati anche ai 30 giorni lunari, come simbolo della rinascita? La luna infatti, dopo la fase di luna nuova, rinasce per arrivare alla gloria luminosa della luna piena. Ad oggi, non è dato sapere se le due cose furono connesse; ciò che sappiamo, però, è che entrambe sono parte di quel fiorente periodo preistorico che vide nascere fondamentali idee sacre e profane, religiose e secolari (anche se dobbiamo tener presente che tali differenziazioni sono solo nostre, peculiari dell’Occidente moderno, sulla scia della mentalità analitica greca; negli altri popoli dell’antichità, era un tutt’uno).

La festa sed, essendo motivata dalla causa prima dell’invecchiamento biologico del re, può dunque considerarsi innanzi tutto una festa secolare (potremmo dire “naturale”) ma, come tutto nell’antico Egitto, era strettamente interconnessa con gli aspetti sacrali, divini, oltremondani, metafisici. Il tutto per far confluire le forze naturali nel punto focale, nello scopo ultimo di ridare forza, vitalità e virilità al faraone senza il rito dell’uccisione preistorica.

Così si comprende bene la particolare cadenza della festa: il giubileo infatti veniva generalmente celebrato dopo i primi 30 anni di regno, ossia, quando potevano iniziare a manifestarsi i segni della nuova fase biologica del sovrano: l’invecchiamento.

Dopo il giubileo del 30° anno, i giubilei venivano celebrati ogni 3 anni o, in caso di necessità, sempre più spesso. Ramses II arrivò a celebrarne 14: dopo il primo, gli altri si susseguirono ogni 3, 2 addirittura dopo un anno, viste le condizioni fisiche del sovrano che già dagli 80 anni aveva sviluppato una grave forma di arteriosclerosi e la cui salute fisica e mentale si deteriorava ovviamente sempre di più.

Ma anche quello del giubileo al 30° anno non era un dogma (l’Egitto era una società a-dogmatica): per differenti ragioni il faraone poteva decidere di celebrarlo in altri momenti, generalmente anticipandolo. Vista infatti la finalità dell’heb-sed, ossia rinnovare le forze, se il faraone si sentiva indebolito, se era malato, poteva decidere di celebrare il giubileo (o, se il sovrano era ormai in condizioni di non poter decidere, lo facevano i reggenti per lui). Così non mancarono i casi in cui il re, salito al trono troppo vecchio (per esempio Adjib) celebrasse il giubileo dopo pochi anni di regno; inoltre alcuni sovrani che erano stati associati al trono forse celebrarono la festa sed calcolando gli anni di regno dall’inizio della coreggenza.

Né mancarono anche altre motivazioni per celebrare la festa. Lo fece per esempio Akhenaton, che celebrò il giubileo addirittura nel 2° – 3° anno, evidentemente per tutt’altre ragioni, legate probabilmente alle sue idee di innovazione religiosa, dunque una “rinascita giubilare” di tutt’altro tipo, ma con lo stesso senso.

E vediamo adesso quali erano le modalità di celebrazione della festa giubilare. Innanzi tutto, come possiamo conoscere tutto ciò? Come sempre, ci rivolgiamo agli egizi, ai loro testi, alle loro immagini. I primi cenni sono le raffigurazioni della corsa del sovrano intorno ai cippi confinari dell’Egitto (v. sotto per i dettagli), che appaiono su tavolette sin dalla 1a dinastia; altre immagini ci vengono da tutti i periodi successivi, di cui possiamo ricordare le statue in abito della festa sed (da Djoser a Montuhotep II a molti altri faraoni), o rilievi come la già citata corsa intorno ai cippi confinari, che ora appare anche sui monumenti, come nei celebri sotterranei di Djoser; e sempre il complesso di Djoser conserva anche le strutture in cui si svolse il rituale: i cippi confinari, il cortile dell’intronizzazione con la pedana, le cappelle. Né vanno dimenticati i numerosi rilievi che raffigurano il sovrano seduto sul trono alcaico, due volte, con le corone del Doppio Paese (v. sotto).

Prima di analizzare la festa vera e propria, ricordiamo ancora che il tutto richiede strutture apposite (cortili, cappelle, pedane, ecc.), ossia aree costruite e destinate particolarmente all’heb-sed.

Del tutto, abbiamo testimonianze importanti nei cicli raffigurativi che ci narrano, e mostrano, lo svolgimento delle parti salienti della cerimonia.

I siti più generosi in questo senso sono numerosi: il più antico è il complesso funerario, e in particolare l’area destinata all’heb-sed, di Djoser (3a dinastia); poi abbiamo scene e testi del rituale nei seguenti siti: il tempio solare di Niuserre, ad Abu Gorab (5a dinastia); il tempio di Amenhotep a Soleb, la tomba di Kheruef a Tebe (TT549), il tempio orientale di Amenhotep IV a Karnak (tutti della 18a dinastia). Per la Bassa Epoca possiamo ricordare il grande tempio di Bastet a Bubastis (22a dinastia) con le sue numerose scene dell’heb-sed, e preziosi blocchi della 26a dinastia, saita. A tutto ciò vanno aggiunti testi e scene dei grandi templi tolemaici (Dendera, Esna, Edfu, Kom Ombo, File) che ci permettono di ricostruire dettagli e fasi del rituale.

Altri dettagli, spesso concernenti parti più segrete del rituale, provengono da papiri e testi biografici. Tutti questi documenti forniscono i mille frammenti di un complesso mosaico che oggi conosciamo a grandi linee e spesso in molti dei suoi dettagli: troviamo scene che ci forniscono conoscenze che vanno dal rituale a varie fasi della festa, con processioni, danze, giochi e canti. Rituali, abluzioni, preghiere e formule; ruolo dei partecipanti e loro funzione pratica e simbolica; insomma un quadro affascinante di vera e propria creazione magico-religiosa.

Il rito della festa sed si può schematizzare con una suddivisione in tre fasi.

1)     La prima ripeteva sostanzialmente i riti dell’incoronazione: innanzi tutto veniva sepolta una statua che rappresentava il vecchio sovrano, ora pronto a rigenerarsi; il re era inizialmente vestito con il caratteristico abito della festa sed, un lungo mantello bianco che lo avvolgeva completamente, lasciando scoperte solo la testa e le mani; è probabile che questa sorta di guaina crisaliforme accostasse il rito all’idea di rigenerazione spirituale e fisica, come nel caso di Osiris; il re acquisisce in questa fase “anni per milioni”, ossia è completamente rigenerato. Il faraone riceveva le corone dell’Alto e Basso Egitto mentre stava seduto alternativamente sui due troni, ognuno posto sotto una cappella adatta e su una pedana, di cui un esemplare si conserva nel complesso di Djoser a Sakkara.

2)     Nella seconda fase appaiono la sposa principale del re e i suoi figli; questi personaggi simbolizzano probabilmente l’eredità dinastica del passato (nella figura della sposa, che svolse sempre un importante ruolo nella trasmissione del potere in quanto incarnazione della Dea) e quella del futuro, rappresentato dai figli del re.

3)     Nella terza fase il sovrano si identifica con Osiris nell’elevare il pilastro djed, simbolo del dio e di stabilità.

Nel corso delle cerimonie il re dimostrava il proprio vigore fisico con una corsa rituale; in quanto a questa corsa, l’ovvia domanda è: “ma il faraone faceva davvero la corsa?”. Le raffigurazioni dicono di sì, e non potrebbe essere altrimenti, poiché la raffigurazione non solo attesta e perpetua l’avvenimento, ma lo rende reale, lo “ricrea” nell’eternità della dimensione metafisica. Ma nella realtà? Ovviamente, sarebbe sciocco porsi questa domanda riferendola ad un assoluto che invece riguarda millenni e decine e decine di faraoni. I casi saranno stati numerosi e differenti. Non solo per differenti faraoni, ma anche per lo stesso faraone nelle diverse età e condizioni di salute. È un’ovvietà che in qualsiasi caso la raffigurazione mostri il sovrano per le ragioni di magia religiosa di cui sopra.

Ma possiamo abbandonare le ipotesi ed avere qualcosa di più concreto? Si: ancora una volta gli Egizi ci vengono in aiuto con la straordinaria generosità documentale: questa corsa, effettuata in epoca storica direttamente dal re o da un suo rappresentante ove ne fosse impedito il sovrano, in epoche precedenti sappiamo essere effettuata da prigionieri: per esempio, sulla mazza di Narmer sono raffigurati 3 prigionieri in atto di correre fra gli altari. Ovvio e plausibile dunque inferire che in epoca storica, là ove il sovrano fosse inabile a svolgere il rito, si scegliesse un sostituto per il rituale (non più i prigionieri, ma probabilmente uno dei principi ereditari, se pensiamo alle condizioni di Ramses II per lungo tempo).

Tornando alle raffigurazioni, quali altri dettagli ci danno sulla corsa? Vediamo che il faraone veste il rituale abito arcaico: la coda di toro (sed), la cintura (shesme.t) e il perizoma shendyt; indossa la Corona Bianca, tiene nella mano destra lo scettro nekhakha (il “flagello”) e nella sinistra il mekes (o imy.t), il contenitore che racchiude il Testamento di Geb, che assicura e testimonia la legittima regalità del sovrano.

Il resto dell’heb-sed è più una formalità dell’apparato religioso, la comunicazione ufficiale alle divinità del Paese del fatto che le forze del sovrano erano state rinnovate: con una processione il faraone si recava “in visita dalle principali divinità del paese”, ossia, nello stesso luogo dei riti, si recava dagli dèi dei nomoi (i distretti) che riposavano in apposite cappelle.

Per tutti questi riti erano approntate delle complesse strutture che comprendevano le cappelle citate, padiglioni e case del Nord e del Sud, il palco reale con i padiglioni per i due troni, le particolari strutture a forma di “D” accostate, che possono essere due (e dare la forma di “B”, come nel caso di quelli del complesso di Djoser) o più (documenti come placchette e rilievi ne mostrano 3) queste strutture si trovavano di fronte ad altre analoghe e speculari, ancora per simbolizzare le due parti del paese, e delimitavano l’area della corsa rituale e, in maniera simbolica, delimitavano l’Egitto e probabilmente l’intero universo, proprietà del faraone; per tale motivo sono state chiamate in inglese “cairn”, in francese “bornes”, in italiano “cippi”; insomma delle vere pietre di confine del territorio simbolico.

In occasione della cerimonia venivano emessi oggetti commemorativi che cambiarono in ogni epoca; nell’età thinita furono probabilmente palette, placche e vasi; poi vi furono oggetti sempre più importanti, come statue e monumenti; nel caso di Djoser, nel suo complesso funerario troviamo la maggioranza delle installazioni create per la festa sed.

Ricordiamo infine che, come accade in tutte le regalità del mondo e in ogni tempo, uno degli scopi della festa era quello di impressionare il popolo, che credeva realmente nella rigenerazione del sovrano; se dunque la maggioranza dei riti era segreta, allo scopo di tenere informato il popolo non veniva risparmiato nulla per rendere il rito più sfarzoso e solenne; i pochi documenti che abbiamo mostrano le strutture di cui abbiamo parlato, ma anche processioni, araldi che portano stendardi, animali e offerte in abbondanza.

Tavolozza di Narmer, verso: il faraone nell’abito dell’epoca, divenuto poi l’abito rituale usato nelle principali cerimonie. Nel dettaglio, la coda di toro (coda: “sed”) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)
Placchetta con scena di giubileo di Den (3.030-2.985 a.C.). Vi si legge anche il nome di Hemaka (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
Dettaglio della placchetta con scena di giubileo di Den (3.030-2.985 a.C.). Vi si vede il faraone con la Doppia Possente (la corona Pa-Sekhemty) nell’abito della cerimonia sed, assiso sul trono posto sulla pedana e nella cappella cerimoniale (generalmente una struttura leggera, con colonnette lignee a sorreggere un riparo di stoffa). A destra si vede il sovrano nella corsa rituale fra i cippi confinari (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
La mazza cerimoniale di Narmer in cui si vedono tre prigionieri, con le mani legate dietro la schiena, fra i cippi confinari della cerimonia. (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
Il faraone Khasekhemuy (2a dinastia) seduto sul trono arcaico, con l’abito della cerimonia sed. Ashmolean Museum, Oxford (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
Il faraone Djoser (3a dinastia) seduto sul trono arcaico, con l’abito della cerimonia sed. Museo Egizio, Il Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Djoser effettua la corsa rituale fra i cippi confinari; il faraone veste il rituale abito arcaico: la coda di toro (sed), la cintura (shesme.t) e il perizoma shendyt; indossa la Corona Bianca, tiene nella mano destra lo scettro nekhakha (il “flagello”) e nella sinistra il mekes (o imy.t), il contenitore che racchiude il Testamento di Geb, che assicura e testimonia la legittima regalità del sovrano (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

La corsa rituale di Djoser nelle raffigurazioni dei sotterranei; i numeri danno l’ordine di lettura (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Cippi di confine del complesso di Djoser. In basso a sinistra vediamo una foto della grande corte, dominata dalla piramide a gradoni; le minuscole figure in fondo, sulla destra, sono persone che guardano ciò che resta dei grandi cippi confinari, che vediamo bene nelle foto in alto a sinistra e in basso a destra. Nel disegno in alto a destra vediamo una ricostruzione della corte con i cippi così come dovevano apparire (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Ricostruzione pittorica del complesso di Djoser. Sulla sinistra, al centro, si vede il cortile dominato dai cippi confinari, e più in basso la corte del giubileo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
Ricostruzione pittorica della corte sed del complesso di Djoser. Sono indicati i santuari dell’Alto e del Basso Egitto (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
Complesso di Djoser: la corte del giubileo con le cappelle dell’Alto e Basso Egitto e, in primo piano, la pedana dell’intronizzazione (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)
La pedana dell’intronizzazione nella corte sed di Djoser (1), sulla placchetta di Den (2), come appare nelle figurazioni egizie (3) e nella realtà (4): la pedana con le doppie scale e i due troni (assenti nel disegno in cui è però indicato il posto che occupavano) sotto il baldacchino (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
La pedana dell’intronizzazione nel rilievo di Senwsert I: il sovrano è raffigurato due volte, con le corone Bianca e Rossa, sui troni sopra la pedana, sotto il baldacchino; Museo del Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
L’abito della festa sed in due statue di Montuhotep II da Deir el Bahari: a sinistra la celebre statua rinvenuta nel cenotafio del suo tempio, e oggi al Museo del Cairo; a destra, una delle 8 che si trovavano nel viale di accesso al tempio, riparate dai sicomori, ancora in situ (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
A sinistra, Montuhotep II in una statua in abito della cerimonia sed dal complesso di Deir el Bahari. New York, Metropolitan Museum of Art.
A destra, Montuhotep III. Dal tempio di Montu ad Armant. Museo di Luxor. In questo caso non va confusa la guaina crisaliforme, osiriaca, di questa statua, con l’abito della festa sed (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
Veduta e ricostruzione del complesso solare di Niuserre ad Abu Gorab, visto da Sud. Il tempio ha ricostruiti cicli di bassorilievi su vari temi, uno dei quali era la celebrazione dell’heb-sed (© Archivio CRE/Maurizio Damiano – Enciclopedia “Il velo di Iside”).
Ricostruzione pittorica del complesso solare di Niuserre ad Abu Gorab, visto da Est; in primo piano l’imbarcadero, seguito dalla rampa monumentale e, sullo sfondo, il grande obelisco (© Archivio CRE/Maurizio Damiano – Enciclopedia “Il velo di Iside”).

A sinistra: veduta del paesaggio nilotico e, in fondo, fra le palme, il tempio di Amenhotep III a Soleb, in Sudan (Alta Nubia) che sorge sulla riva Ovest del Nilo; la foto è scattata dalla riva orientale . A destra: Tempio di Amenhotep III a Soleb: veduta della prima corte (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Tempio di Soleb: a sinistra veduta del passaggio dal secondo pilone; si vedono due colonne della prima corte e, dietro la parete del passaggio del 2° pilone: è qui che sono raffigurate le scene della festa giubilare. A destra: il passaggio dal secondo pilone con le scene della festa giubilare; si può vedere Amenhotep III con il lungo manto della festa sed (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Ricostruzione grafica del Tempio Est di Amenhotep IV a Karnak, che recava le scene del giubileo celebrato fra 2° e 3° anno di regno (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
Scena sui talatat (i blocchi trasportabili da un solo uomo impiegati da Akhenaton) del Tempio Est di Amenhotep IV a Karnak, con scene del giubileo celebrato fra 2° e 3° anno di regno. Museo di Luxor (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
Blocco di provenienze sconosciuta, ma con ogni probabilità doveva far parte del Tempio Est di Amenhotep IV a Karnak; vediamo scene del giubileo celebrato fra il 2° e 3° anno di regno. Cambridge, Fitzwilliam Museum, E.GA.2003.1943 (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

A sinistra: Amenhotep III con l’abito giubilare, seguito dalla consorte regale, Tiye, che qui incarna il divino femminile. Tebe Ovest, TT192, di Kheruef. A destra: Danzatrici e musiciste nella festa sed di Amenhotep III. Tebe Ovest, TT192, di Kheruef. (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Dettaglio della sfilata delle principesse asiatiche che offrono libagioni; sul capo portano le mezzine nemeset. Si tratta di alcuni dei più bei rilievi dell’antico Egitto. Tebe Ovest, TT192, di Kheruef. (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Tempio della dea Bastet a Bubastis (oggi Tell Basta): veduta dell’area archeologica e, a destra, officianti del giubileo su un blocco di Osorkon II (22a dinastia) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

A sinistra, il faraone con la Corona Rossa e l’abito del giubileo; dietro di lui, i portatori di ventaglio. A destra, le cappelle con le statue divine che, nel corso della cerimonia, il faraone andava a visitare, simbolizzando un viaggio nel Paese per rendere omaggio a tutti gli dèi. Bubastis, tempio di Bastet; blocchi del giubileo di Osorkon II (22a dinastia);  (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).
Blocco con porta stendardi nel corso dell’heb-sed. Bubastis, tempio di Bastet: blocco del giubileo di Osorkon II (22a Dinastia)

Filosofia, Prof. Damiano

RIFLESSIONI SULLA CULTURA, PARTENDO DALLA PIRAMIDE DI KHUFU

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

NUMERI SPAVENTOSI

1. La piramide di Khufu aveva 2.300.000 blocchi

1a) Numeri spaventosi.

Vero: numeri spaventosi. Tuttavia l’informazione va un po’ sfumata e calibrata. Essa non è del tutto recente: proviene infatti dal… generale Bonaparte! Egli faceva infatti parte della massoneria francese come affiliato “geometra”, ed amava i calcoli matematici. Gli ideali della massoneria lo portarono a creare il famoso staff di Savants che portò con sé nell’avventura d’Egitto e da cui poi scaturì infine l’Egittomania e l’Egittologia.

Comunque, mentre il generale attendeva che i giovani ufficiali dal suo stato maggiore tornassero dalla tradizionale scalata alla cima della più grande (Khufu; 137 metri di altezza e 186 di parete) calcolò che il materiale impiegato nelle tre piramidi avrebbe consentito di costruire un muro alto tre metri e largo un piede tutt’intorno alla Francia. Il matematico Monge, che faceva parte degli scienziati della spedizione, confermò l’esattezza del conto. E che per la singola piramide di Khufu siano stati usati (come giustamente diceva Alice) 2.300.000 blocchi di pietra del peso tra le due e mezzo e le quindici tonnellate.

Calcoli esatti, idea sbagliata.

L’asserzione dei “2.300.000 blocchi” della piramide oggi ha poco senso, dal momento che sappiamo che quando era possibile gli Egizi non si sognavano di spianare della buona, solida roccia, per poi edificarvi una piramide: spianavano e livellavano un’area quadrata tutt’intorno e modellavano il nucleo, ma lasciavano più roccia possibile, che avrebbe risparmiato anni di lavoro inutile. Ora, ovviamente non conosciamo l’estensione del nucleo roccioso che fu lasciato intatto (per esempio, si vede bene sul lato sud-ovest della piramide di Khafre, in cui quello allo scoperto è il nucleo, non i blocchi riportati), né lo sapremo finché non si inventeranno mezzi in grado di “vedere” attraverso la pietra senza danni, ma anche di distinguere le forme, perché il nucleo è dello stesso calcare dei blocchi, e quindi non si distinguerebbe comunque; non ne conosciamo dunque l’estensione, ma sappiamo che c’è.

Quindi: 2.300.000 blocchi… se fossero tutti blocchi.

Qui mostro un esempio ancora più eclatante: la piramide di Redjedef (o Djedefra, della 4a dinastia, successore di Khufu) ad Abu Rawash. Questo monumento molto rovinato si trova 8 Km a nord di Giza. La pianta quadrata della piramide misurava circa 104 m. di lato. Il fatto che sia molto rovinata ha fatto pensare che fosse incompiuta, ma di certo si sa (dai diari dei viaggiatori ottocenteschi) che fu ampiamente saccheggiata per la costruzione del villaggio. Fatto sta che il suo stato attuale è un’occasione unica per studiare le fasi di lavorazione delle piramidi: una sorta di meravigliosa “radiografia” del passato.

Ovviamente, tutto ciò non toglie nulla né alla meraviglia né comunque, ai numeri spaventosi, qualunque sia la loro cifra esatta.

I MATERIALI

  • R.B. La cosa che mi fa sorridere è che nessuno di voi, che ne scrivete, sa, di quale piramide stiamo vedendo in foto….????
  • B.M. Cheope direi
  • R.B. Risposta esatta perché è l’unica che conserva sulla sommità la struttura calcarea. Promosse …. ha ha ha

Gentile R.B., a parte lo scherzo del “nessuno sa”, che non può che farci sorridere, torniamo sul serio. “Perché è l’unica che conserva sulla sommità la struttura calcarea”. Evidentemente c’è un po’ di confusione.

Facciamo dunque chiarezza. Innanzi tutto mi par di comprendere che si confonda la piramide di Khufu (nella foto in alto) con quella di Khafre (nelle foto in basso), che è l’unica a conservare il rivestimento calcareo (se per “struttura” si intende erroneamente tale rivestimento). Tuttavia, anche così la risposta sarebbe errata, poiché … tutte le strutture sono calcaree: più precisamente, le piramidi di Giza erano costruite sull’altipiano calcareo; nella fattispecie, gli strati ovviamente cambiano a seconda della zona e profondità, ma sono in gran parte di calcare nummulitico; le piramidi dunque consistono in varie parti (o piuttosto “strati”):

  1. Un nucleo roccioso in situ di cui veniva lasciata la maggior parte possibile (calcare; calcare nummulitico).
  2. La maggior parte della costruzione, in grandi blocchi di calcare locale (quello che si vede, anche nella foto aerea), che ricoprivano il nucleo roccioso. Sono note le cave di tutte e tre le piramidi, e visibili.
  3. Il rivestimento esterno, sempre in calcare, ma questa volta il calcare di Tura, molto fine, cristallino, compatto. Totalmente svanito nella piramide di Khufu, salvo alcuni corsi inferiori sepolti nel tempo dall’accumulo di materiali che ne hanno permesso la conservazione sino ai nostri giorni, quando gli scavi e la pulizia dell’area sino al suolo roccioso li hanno riportati alla luce.
  4. Nel caso della piramide di Khafre nel rivestimento c’erano un paio di corsi, i più bassi, in granito rosso di Assuan (il resto sempre calcare di Tura); e in quella di Menkaure circa due terzi in granito e il resto calcare di Tura (parliamo sempre dei rivestimenti).

gli uomini, i mezzi, la mentalità

A. J.: Immenso !! Ditemi se è possibile che sia stata costruita da esseri umani ??

G. S.: Splendida la foto, degna di un’opera straordinaria! Come avranno fatto con i mezzi dell’epoca, resta un mistero!

Lo ripeto da anni ai miei allievi di Egittologia: attenti alla proiezione! Ovviamente, nulla di grave. Si tratta del più comune fenomeno umano: poiché ognuno di noi è per forza al centro del proprio universo (unico punto d’osservazione fisico possibile) ci si trova anche mentalmente e culturalmente nella stessa posizione. Ma, se fisicamente non possiamo fare nulla, mentalmente, se vogliamo comprendere la storia, dobbiamo abbandonare la nostra visione e comprendere davvero che esistono e sono sempre esistite società diverse dalla nostra in tutti i sensi, e quindi ciò che a noi sembra incredibile o impossibile non lo era per altri.

Immagine 21: le piramidi viste da sudovest, dopo il tramonto, con la luce del sole che riesce ancora a illuminarne la cima (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Nel caso in oggetto, si, ovviamente erano costruite da esseri umani normali. E i mezzi dell’epoca erano superiori ai nostri. Alt! Lo so, pensate subito alla tecnologia. No, anche se ci piace pensarlo, la tecnologia non è l’apice dell’umanità bensì… di sé stessa, della tecnologia, che non va confusa né con “civiltà”, né con “umanità”. È solo una sua ottima espressione che però ha reso l’umanità più pigra mentalmente. Intendo dire che, se una volta ci si ingegnava a creare grandezza con i propri mezzi umani, oggi appare inconcepibile, impossibile.

Immagine 2: cave di arenaria nubiana a Gebel Silsila (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Vediamo cosa avevano come “mezzi superiori”, che a noi mancano:

  1. Una società etica. L’Ego ipertrofico era scoraggiato a favore della visione sociale. I Cinesi dicevano: “un bambù si può spezzare, un fascio di bambù, no”. Questo era un pensiero banale anche per i bambini, in Egitto. Lavorare per la comunità era avanzare, avere e mantenere una società ricca e forte, la Maat.
  2. Ciò portava alla società faraonica, che aveva la struttura dell’alveare o del formicaio. “Dovere”, lungi dall’essere una parolaccia in odor di fascismo o dittatura qualsiasi, come da noi, era il normale agire e vivere per mantenere la macchina sociale. Dovere, lavoro comune (le corvée), solidarietà erano la norma. E attenzione! Non pensiamo (da occidentali) che la struttura ad alveare avesse dei privilegiati scansafatiche. “Società etica” vuol dire che il faraone ha più doveri che privilegi. Potere assoluto, ma vita durissima sin da principe. E, in combattimento, è sempre in prima linea, non come gli odierni generali. L’etica vissuta sulla pelle.
  3. Su queste basi, la corvée era una parte della tassazione. Si prestava la propria opera non solo per le piramidi, ma per tutti i lavori statali (sociali), tipo pulire i canali (andava fatto ogni anno: l’Egitto si basa su una magnifica rete idraulica di canali e dighe), gli edifici pubblici, quelli statali/religiosi, fra cui templi e tombe reali come le piramidi. Ricordiamo che le piramidi (o meglio l’intero complesso funerario, che comprende tempio in Valle, rampa monumentale, tempi funerario, muro di cinta piramidi satelliti e piramide) lungi dall’essere monumenti alla megalomania di un uomo, erano delle complesse “macchine” di magia religiosa, che divinizzavano il faraone in morte perché, fra gli dèi, continuasse a svolgere il suo compito: mantenere la Maat e assicurare la creazione tutti i giorni, per l’umanità. Lo spirito dei lavoratori era quello dei costruttori di cattedrali nel medioevo.
  4. Altra cosa che loro avevano, e a noi manca: la visione del futuro, ossia la programmazione a lungo termine. La cosa è dovuta alla psicologia sociale; come ho detto, gli Egizi avevano una società etica; noi no. Ciò, nella psicologia di massa, si traduce (generalizzando e semplificando, ovvio) in società a sub personalità ossessiva (la più sana ed efficiente, con ego personale in secondo piano a favore della mentalità sociale); una tale società vede oltre le azioni del momento, e cerca di prevedere le conseguenze della azioni, e le conseguenze delle conseguenze; gli Egizi pianificavano anche su 20 anni, per esempio, per la costruzione di una grande piramide. Non esistendo la moneta, gli operai andavano pagati in derrate alimentari, vestiti, sandali, ecc.; ciò voleva dire prevedere enormi estensioni da coltivare per anni ed anni, con tutta la filiera connessa. Gli italiani hanno una sub personalità di tipo isterico: come i bambini, mancanza di visione del futuro (tutto e subito), di previsione delle conseguenze, di pianificazione, ecc.; è il riflesso della cultura egoica, in cui il singolo conta più della collettività; culto dell’Ego, Ego-centrismo, Ego-ismo. Società non etica.
  5. Quanto detto sopra porta all’ovvia presenza, in Egitto, di ciò che oggi manca totalmente in società a sub personalità isterica: la capacità organizzativa. Essa implica innanzi tutto etica e senso del dovere (che sono interconnessi). Gli Egizi, pianificando su scale di decenni o più, sapevano proiettare la visione organizzativa. La struttura era semplice e basata su ciò che essi sapevano funzionare. Per esempio, vedendo che il coordinamento e l’affiatamento delle navi funzionava in situazioni diverse, lo applicarono anche al lavoro; così, le squadre che scavavano o rifinivano una tomba reale erano di “babordo” e “tribordo”, con i “capitani”. Ciò permetteva di avere cantieri con migliaia di persone, cosa impensabile nella maggioranza delle situazioni occidentali odierne.
  6. Infine, ma di importanza basilare, i mezzi che loro avevano e che a noi mancano sono sabbia, limo, tempo e personale. Su questi elementi si basavano le costruzioni. I blocchi cavati venivano trascinate su slitte, le quali scivolavano, trainate, su rulli che a loro volta ruotavano su vie di fango finissimo (limo del Nilo), permettendo alle slitte di scivolarvi sopra. Ciò richiedeva molti uomini, fatica, tempo e ottimo coordinamento.

I MORTI E I FERITI

F.P.Z.: Incredibile! Ma quanti morti ha fatto una costruzione simile

Non più di un cantiere medioevale. Gli Egizi avevano un altissimo concetto della vita umana; e non parlo di ipotesi o idee preconcette, ma delle parole degli stessi Egizi in testi quali i racconti del papiro Westcar. Ricordiamo che, in un mondo antico in cui la schiavitù era normale ovunque, gli Egizi non ebbero mai schiavi. Esistevano servi (ma con qualcosa che noi oggi chiameremmo “diritti umani”), esistevano prigionieri (di guerra o criminali), ma non schiavi. Esisteva la pena di morte, ma solo in casi gravissimi di infrazioni a quelle leggi che erano dello Stato ma soprattutto degli dèi, leggi che infrangevano le regole della Maat in forma gravissima, rappresentando una minaccia all’ordine cosmico. Tutto questo perché (sempre secondo i testi) l’umanità era il “gregge del Signore”, e il custode ne era il faraone.

Immagine 27: la piramide di Khufu vista dal villaggio verso il Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Per questa ragione nei cantieri si mettevano in atto le misure più opportune (nei limiti dell’epoca) per la sicurezza dei lavoratori. Ovviamente gli incidenti c’erano e dunque morti e feriti, ma non più di altri cantieri del nostro mondo sino all’epoca moderna.

Nel villaggio dei costruttori delle piramidi a Giza, che ha anche la sua necropoli (privilegio speciale concesso dal faraone) sono stati trovati scheletri con segni di fratture da incidenti quali traumi e schiacciamenti, con i segni della guarigione, ciò che ci informa della cura che si aveva degli operai. A corollario, ricordiamo gli Insegnamenti (per il re, per il faraone, per il visir) che sottolineano sempre la cura che bisogna avere per tutti, sino ai più umili.

Società etica.

Immagine 28: il villaggio dei costruttori delle piramidi di Giza. Rinvenuto da Lehner e Hawass negli anni ‘90, ha messo la parola fine alle illazioni sui costruttori delle piramidi; il villaggio ha infatti restituito le abitazioni, gli oggetti, i nomi, le tombe e persino i corpi dei costruttori; chi davvero vuol conoscere la verità ha avuto risposta alle proprie domande. Chi invece preferisce sognare nel mistero ignorando dati di fatto, continui a sognare. Ma qui, in questo luogo incredibile, gli Egizi stessi ci parlano di quel popolo incredibile, in cui costruzioni inimmaginabili per le nostre piccole menti miopi sono state erette da genio, pazienza, sudore, e una fede immensa in sé stessi e negli dèi (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

LA FINE DI UNA CULTURA

A.M.: Mi domando : quel popolo che fine ha fatto?

Quella di tutti i popoli, di tutte le cose, comprese le stelle. Si ha una nascita, una vita, una fine. Gli Egizi hanno superato tutti gli standard, tutti i “record” di durata. In un’avventura umana e culturale iniziata in realtà nella preistoria, e che all’alba della storia appare già pronta agli ulteriori sviluppi nelle sue linee principali, un’avventura durata almeno 5000 anni (che non ha paralleli sul pianeta Terra), alla fine, come tutte le cose, compì la sua parabola. Nello specifico, la cultura egizia sopravvisse sotto i Tolomei, sotto i Romani (ricordiamo che queste due culture, all’opposto di quella egizia, ne furono però affascinate che in Egitto ne proseguirono il cammino: i più completi templi egizi pervenutici sono di epoca ellenistico-romana).

La cultura venne spazzata via con la violenza dalla politica religiosa autocratica monoteista. Il primo fu l’Editto di Tessalonica, del 380; Graziano, Teodosio I e Valentiniano II imposero il monoteismo. In Egitto in particolare verso il 384 Teodosio inviò Materno Cinegio, un prefetto cristiano, incaricato di cancellare il paganesimo; il prefetto si distinse per il suo fanatismo violento, pienamente appoggiato da Teodosio. L’unica eccezione furono i templi dell’isola di File, lasciati aperti per la rivolta dei fedeli nubiani. Ma alla fine, anche questi templi, ultima frontiera del paganesimo in Egitto, furono chiusi quando Giustiniano inviò le sue truppe, nel 531 d.C., che con le armi imposero la chiusura dei templi pagani e li trasformarono in chiese cristiane.

La violenza monoteistica aveva vinto, spazzando via l’ultima traccia della grande cultura egizia. Nel VII secolo ci fu l’invasione islamica.

Gli Egiziani di oggi sono per la maggioranza musulmani, con una minoranza cristiana (i Copti e gli Ortodossi).

Filosofia, Prof. Damiano

REN, IL NOME

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

INTRODUZIONE

Ren. Una parola che nell’antica lingua del popolo dei faraoni indica il nome proprio della persona; il potere magico della parola, che per gli Egizi era di per sé immenso, è nel caso del nome ancora più duraturo, poiché conservato spesso su supporti “eterni”, ossia sulla pietra di tombe, stele o, nel caso di dei e faraoni, sulla pietra dei templi. Un nome conteneva tutto l’essere del suo proprietario. Tanto le persone quanto gli oggetti in realtà esistevano solo dal momento in cui portavano un nome, di conseguenza il nome fu più che un normale mezzo di identificazione, poiché significava la manifestazione di un’entità la realizzazione di una qualità, da cui il fatto che si dicesse di Osiris: “Egli purifica le terre nel suo nome di Sokar; la paura di lui è grande nel suo nome di Osiris, egli esiste sino alla fine dell’eternità nel suo nome di Wennefer”.

Immagine 1: le grafie di “ren” (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 2: i significati e varianti di “ren” (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 3: il dio Osiris nel suo naos (tempio di Sethy I, Abydos, sala di Osiris) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Si noti che le credenze egizie erano fortissime in quegli Egizi divenuti cristiani: per il valore magico-religioso della parola, e dell’immagine, i monaci che occuparono il tempio scalpellarono i volti, per togliere l’identità dell’oltretomba; le mani, per togliere potere, e i piedi, perché non uscissero dall’immagine venendo nel mondo dei viventi.

Immagine 4: il dio Sokar (tempio di Sethy I, Abydos, sala di Ptah-Sokar-Osiris) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

IL REN NEI TESTI

Nel Libro dei Morti, cap. 142, Osiris ha un centinaio di nomi, che nel suo caso, come per altre divinità, sono simbolo della profondità della natura divina; del resto tutti quei nomi nascondevano il solo e unico “vero nome” del dio, che l’essere umano non può pronunciare né conoscere, così vengono creati pseudonimi come, per esempio, “colui che è sotto il suo albero di moringa”.

Nei Testi delle Piramidi (n. 276 e 394) è menzionato un dio “il cui nome è sconosciuto” e un’altra divinità il cui nome “non era noto nemmeno a sua madre”.

Il tema stesso della Litania Solare tratta della rigenerazione del sole, con le sue 75 trasformazioni, e quindi 75 nomi, che permetteranno al sole (e dunque al defunto che vi si identifica) di conseguire nell’aldilà la natura solare.

D’altronde, anche in testi funerari come il Libro dei Morti o il Libro delle Porte la sola persona che poteva maledire o anche distruggere i poteri demoniaci era chi ne conosceva i nomi, che erano il fondamento su cui si basavano questi libri, sorta di guide per il percorso oltremondano. Infatti gli spiriti dell’oltretomba si supponeva si potessero neutralizzare con le parole: “Io ti conosco e conosco il tuo nome”.

Immagine 5: Libro dei Morti, capitolo 125 (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 6: Libro dei Morti, capitolo 143 (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 7: Testi delle Piramidi (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 8: Litania Solare, o Litania di Ra (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 9: Libro delle Porte (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 10: Libro dei Morti, capitolo 144 (© lezioni Maurizio Damiano)

IL POTERE DEL REN

La vita di una persona era sostenuta dal potere segreto del suo nome.

Un proverbio egizio dice: “Il nome di chiunque sia completo, allora egli vive”; per questa ragione i nomi di re e dignitari erano ripetuti sui monumenti e in iscrizioni per assicurare dopo la morte la sopravvivenza degli interessati.

E, a corollario, la peggior punizione era quella di obliterare il nome sia per esecrazione sia per altri motivi, scalpellandolo via dai monumenti. È il caso, per esempio, di Hatshepsut: per ragioni molto varie (dalle sue visioni teologiche troppo avanzate per i suoi tempi, a visioni di sequenza dinastica, ecc.), alla fine del regno di Tuthmosis III i suoi nomi vennero cancellati; ma ciò fu spesso fatto con un tale rispetto, una tale attenzione, e i geroglifici furono scalpellati così bene da lasciarne intatta e riconoscibile la forma, al punto che il nome si legge perfettamente; ergo, l’intenzione non era quella di cancellarne la memoria o maledirla, bensì di annullare la magia religiosa nella dimensione della sola regalità divina.

Altro caso è quello di Akhenaton, il cui nome è stato cancellato ovunque nell’intento sia di cancellarne la memoria, che di privarlo della sopravvivenza nell’aldilà.

Immagine 11: i defunti, sempre accompagnati dal proprio nome; tombe tebane di Menna (TT69, a sinistra) e di Sennefer (TT 96) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Immagine 12: l’immagine e il nome di Hatshepsut scalpellati; Karnak, “Palazzo della Maat” (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Immagine 13: il nome di Hatshepsut scalpellato; si noti la cura della scalpellatura, che permette perfettamente di leggere il prenome: “Maat-ka-Ra”; Karnak, “Palazzo della Maat” (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Immagine 14: contrariamente a quanto si pensa, sono errate le vecchie ipotesi romanzesche degli anni 50 (che spesso si trascinano ancora oggi nell’immaginario non specialistico) con la falsa immagine di “usurpazione”, di lotte fra Tuthmosis III e Hatshepsut; al contrario, lo studio dei monumenti ha rivelato che la cancellazione del nome di Hatshepsut da parte di Tuthmosis III iniziò in effetti 20 anni dopo l’inizio del regno indipendente di quest’ultimo, ciò che mal si accorda con la furia iconoclasta dettata dalla vendetta; più realisticamente, nell’anno 22 (quando Tuthmosis III iniziò a regnare da solo) la regina aveva minimo 50 anni (forse di più) e Tuthmosis era nel pieno degli anni; la regina deve avergli confidato i pieni poteri rimanendo nell’ombra. Solo dopo la sua morte il nipote dovette cancellarne il nome dai monumenti, più per rispettare la tradizione, che vede un maschio al potere con una regina accanto, o una femmina al potere con un “principe consorte” accanto (che non ci fu) che per una supposta vendetta. Nella foto vediamo in effetti che la regina (a sinistra) associò sempre, nelle immagini, Tuthmosis III (a destra); e possiamo anche notare che tanto le figure quanto il nome di Hatshepsut non sono stati toccati; dalla Cappella Rossa di Hatshepsut a Karnak, che fu smontata e i blocchi (che erano sacri) reimpiegati quando l’area centrale fu ristrutturata da Tuthmosis III (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 15: le figure e i cartigli di Akhenaton e Nefertiti scalpellati nella loro totalità, in modo da renderne illeggibili i nomi, mentre il cartiglio con il nome “Amenhotep” fu lasciato intatto; tomba di Ramose (TT69) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

IL KA

Altri indizi sulla complessità delle sfumature e diramazioni del pensiero sul nome, ren, ci vengono da casi come quello del “ka” regale.

Il ka, semplicisticamente descritto come “doppio spirituale”, era in realtà un concetto molto più complesso; semplificando comunque, diciamo che in questo caso era l’essenza divina, la scintilla che sfugge alla dimensione della natura terrestre poiché proviene dalla dimensione oltremondana, è la “scintilla divina” donata all’uomo dagli dèi. Il Ka regale è ancora più specifico: è l’anima divina cosmica ed eterna dei faraoni; non dei singoli, ma di tutti: una sorta di legame divino che unisce le anime dei faraoni passati, presenti e futuri.

Così vediamo che, quando un faraone ignoto (ma forse Horemheb) fece scalpellare nella tomba di Ay i nomi del faraone, quelli che si trovano connessi al Ka regale sono intatti; questo perché scalpellarli avrebbe voluto dire danneggiare l’essenza dei sovrani passati, presenti (dunque anche di colui che aveva comandato la cancellazione) e futuri.

Immagine 16: Libro dei Morti, capitolo 105: “Formula per rendere favorevole a N. il suo ka nel regno dei morti” (Louvre). (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 17: statua del ka reale di Auibra Hor, 12° re della 13a dinastia; Museo del Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 18: il ka reale a Luxor, nella theogamia di Amenhotep III (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 19: il ka reale di Ramses III a Medinet Habu (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 20: i cartigli di Ay cancellati, come le figure reali (frecce blu) e le figure e il nome del ka reale lasciati intatti (frecce rosse); tomba della Valle Occidentale WV23, di Ay (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

IL VERO NOME DI RA

Nel caso dei privati ricordiamo gli individui che si erano macchiati di crimini: gli atti dei processi contengono il nome del colpevole in una forma storpiata (del tipo “Ra lo ama” trasformato in “Ra lo odia”).

Uno dei migliori esempi dell’importanza del nome possiamo trovarlo nel mito di Ra divenuto vecchio e della dea Isis, che ci viene raccontato da un papiro conservato al Museo Egizio di Torino (n. 1993).In breve, vi si narra del dio sole, Ra, ormai divenuto vecchio, e della grande maga degli dèi, Isis; quest’ultima, ancora una maga umana, voleva ottenere il potere magico donato dalla conoscenza del nome misterioso di Ra, che le avrebbe consentito di divenire una dea. Per far ciò escogitò un sistema basato sulla magia che si serviva di figurine (spesso di argilla o cera) e del fluido del corpo dello stesso Ra: questi, infatti, ormai vecchissimo, si trascinava e sbavava. Così la maga Isis plasmò un serpente con del fango intriso della saliva del dio; Isis usò quindi il rettile perché mordesse Ra che, impazzendo dal dolore, non sapeva cosa fare; Isis si presentò dicendo che poteva liberarlo dalla sofferenza, ma che per farlo era indispensabile conoscere il vero nome di Ra. Il dio cerca di evitarlo con vari mezzi, ma alla fine sarà costretto a rivelarglielo, in gran segreto. Così Isis divenne dea fra gli dèi e la loro Grande di Magia; nel papiro, questo mito è in realtà utilizzato proprio per scopi magico-religiosi: scritto sopra un papiro, messo in una soluzione e poi bevuto, lo scritto ha il potere di neutralizzare il veleno di serpente.

Immagine 21: papiro giudiziario della congiura contro Ramses III (Museo di Torino) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 22: a sinistra, Hathor dell’Occidente e Ra-Harakhty, dalla QV 66, Tomba di Nefertary. A destra, Isis, dal tempio di Sethy I ad Abydos (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

LE STATUE GUARITRICI

Lo stesso concetto valeva con le statue guaritrici: coperte di formule magiche guaritrici, vi si versava l’acqua che si raccoglieva nel bacino, e che, ormai ricca della magia, una volta bevuta doveva dare la guarigione.

Ancora oggi nella Nubia Sudanese e nelle campagne d’Egitto si fa la stessa cosa con testi coranici: i versetti vengono scritti con inchiostro solubile in acqua, si versa quest’ultima e si beve il tutto.

Immagine 23: statua guaritrice, coperta di formule magiche su cui doveva scorrere l’acqua che, raccolta in un bacino, andava bevuta. Museo del Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Dobbiamo pensare che queste pratiche religiose (o magico-religiose, se vogliamo; ma la differenza è solo nostra) venivano e vengono associate sempre e solo ai veri rimedi. Quindi il rimedio efficace sembra passare in secondo piano (ma il bassir nubiano o il medico sacerdote egizio sanno benissimo la verità) e il “merito” va a Dio/Dèi, e, di riflesso, all’uomo così saggio che conosce questi santi rimedi. In realtà il medicamento c’era e c’è, e la formula da bere è certo un placebo, ma ancor più la pace dell’anima, la fiducia che gli dèi ti stanno guarendo. 

IL SIGNIFICATO ESOTERICO

Tornando specificamente al nome, ren, affrontiamo adesso uno degli aspetti più affascinanti dell’antico Egitto: quello esoterico, che nella magia religiosa e creatrice del linguaggio lascia fluire i concetti e le forze cosmiche.

Attenzione! Non parliamo di concetti modernamente esoterici (nei sensi dati dal Medioevo alle odierne correnti New Age), bensì dell’esoterismo egizio, come appare dai loro testi.

Sappiamo che tutti i concetti del simbolismo esoterico egizio sono basati sulle funzioni della Natura; l’occhio e la bocca sono entrambi in rapporto con i due astri celesti, sole e luna: i due occhi sono il loro simbolo. Ora, il nome dell’occhio è “ir.t”, connesso anche a “fare”, “creare” (iri). Proseguendo secondo il filo logico dei simbolisti/teologi/esoteristi egizi, il nome del creatore, Ra, si scrive con la bocca “r”; così la connessione fra astro celeste e bocca passa pienamente al simbolismo scrittorio. Il cielo (pet) fu il modello dei simbolisti e Ra ne era il signore.

E la logica creativa degli scribi/sacerdoti egizi prosegue: il Verbo di Ra si manifesta tramite l’ombra, ossia: ogni cosa è ombra di Ra, che aumenta o diminuisce, monta o discende, “diviene” o “ritorna”; il geroglifico “r” è il simbolo di questa realtà, poiché dall’incrociarsi di due cerci l’ombra (la sovrapposizione) dà la bocca ro, la lettera “r”.

Immagine 24: i dischi e la “lente” delle eclissi e dei cicli lunari: da “r” ai numeri, alle frazioni, nuovamente a “r” e “ren”. Nel disco parzialmente occultato, la “lente” (o “bocca nera”) è la parte complementare della falce visibile. Questa deformazione graduale dà delle frazioni di grandezza differente che rappresentano le parti del disco occultato. Questo carattere di frazionamento ha dato il nome di “ra” a una parte del tutto (frazioni numeriche, capitoli, ecc.). Allo stesso modo l’aumento della “lente” per diminuzione della falce giustifica la scelta della stessa lettera “r” per esprimere l’aumento: “più che”= “r” (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

La lettera “r” è dunque di natura solare; vi si connettono le idee di attività, di movimento circolare, di rivoluzione (degli astri e degli esseri) in orbita ciclica.

Facciamo un altro “salto quantico mentale”, per analogia col pensiero moderno: quanto detto sulla “r” è in rapporto con il segno “shen”: il geroglifico di shen è una corda piegata a divenire doppia e poi arrotolata su sé stessa a dare un cerchio con le estremità che fuoriescono; un cerchio perfetto che ingloba spazio e tempo.

Immagine 25: shen: come la corda senza fine, ad anello diviene doppia corda e infine shen (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Tutto ciò per gli egizi era solo l’inizio perché adesso, dopo quanto visto sopra, sostituiamo a “shen” la “s” con la “r”: la parola “shen” si trasforma in “ren”, il nome; e quando il segno shen si allunga per contenere il nome del sovrano, “ren”, diviene il cartiglio regale. Così il nome regale diviene ed è il simbolo di un ciclo, un circolo chiuso sulla corda infinita dell’anima e questo circolo delimita un’esistenza sotto questo nome ren che è il suo destino attuale ed eterno; ma è molto di più, è il sovrano divino il cui nome ingloba spazio e tempo.

Immagine 26: da shen a ren (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Concludiamo la carrellata sul nome e sul nome del faraone ricordando che il serekh, che contiene il primo nome del faraone, rappresenta nella parte inferiore del rettangolo la facciata “anche” del Palazzo reale, vista in prospetto, mentre lo spazio posteriore, in cui era iscritto il nome, ne era la veduta in pianta. Quindi, nella magia religiosa dei geroglifici e della figurazione egizia, il nome (“ren”), che era l’essenza del faraone, era realmente protetto dalle mura del Palazzo.

Immagine 27: i 5 nomi del re, dal serekh ai cartigli (shen divenuto ren) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Prof. Damiano

IL NOME DI HORUS

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

È Il primo nome, che esiste già in epoca predinastica, con la “Dinastia 0” (all’incirca fra il 3400 e il 3185 a.C.), che precede la 1a dinastia. Vediamo innanzitutto perché viene detto “Nome di Horus”; il dio solare, in forma di falco, appare in alto, sopra il nome, che è inscritto nel serekh (poi vedremo cos’è quest’ultimo). Perché dunque il falco divino? Si deve fare riferimento alla mitologia religiosa di Heliopolis, in cui il creatore è il dio Atum, che fu padre di Shu e Tefnut i quali a loro volta ebbero il dio Geb (la Terra, al maschile in egiziano antico) e Nut, il Cielo (al femminile); essi ebbero quattro figli: Osiris, Isis, Seth e Nephthys. Da Isis e Osiris nacque Horus. Vediamo dunque chi era Horus: tutti gli appassionati lo sanno, ma qualche parola per chi si accosta all’Egittologia per la pima volta potrebbe essere utile.

Il nome di Horus del re Djet, l’Horus “Serpente”, della 1a dinastia (© e foto archivio CRE/M. Damiano); Louvre.

Horus fu una delle principali divinità d’Egitto; inizialmente visto come il cielo intero, fu poi assimilato al sole, di cui è una delle principali forme. Il suo nome, che in egizio è Hor, significava “Il Lontano”, alludendo all’astro diurno. Ben presto la sua immagine di disco solare che si libra nel cielo fu assimilata a quella del falco, ma aveva anche l’aspetto di uomo ieracocefalo (a testa di falco); ma, com’è uso dell’antico Egitto, poteva avere molte altre forme. Sin dall’epoca predinastica Horus fu assimilato anche al re, che ne era allo stesso tempo l’erede terreno e l’incarnazione. Horus è associato al mito di Osiris divenendo figlio di questi e di Isis, vendicatore del padre e antagonista di Seth, lo zio assassino. Da questi cicli mitologici scaturirono molte forme di Horus che però si possono riassumere in due categorie principali: quella di Horus fanciullo e quella del dio giunto a piena maturità. Inoltre, sempre negli stessi cicli mitologici, Horus rientra nei miti lunari (di cui Osiris era una delle principali manifestazioni), poiché il sole e la luna erano gli occhi del cielo. Inizialmente Horus, dio del Basso Egitto, si contrapponeva a Seth, rappresentante dell’Alto Egitto; poi Horus fu visto come sovrano di tutto l’Egitto mentre Seth divenne il dio del deserto, delle oasi e dei popoli barbarici. Il tempio più importante dedicato a Horus era quello di Edfu (Behedet), ove egli era venerato come disco solare alato e come falco, dio guerriero che difende il sole contro i suoi nemici. Nella Bassa Epoca proliferarono amuleti e bronzetti dei vari aspetti di Horus.

Horus ebbe molte forme, suggerite dalle fasi giornaliere del sole o dagli aspetti del mito. Qui citeremo solamente quali siano le forme più note, rinviando ad esse per i particolari. Generalmente esse presentano il dio come uomo ieracocefalo, col capo sormontato da un grande disco solare a sua volta circondato dal serpente reale, l’uraeus. Le forme in cui poteva apparire Horus sono quella del falco, e quelle dei seguenti dei: Harakhty, Harmakhis, Haroeris, Harpocrates, Harsiesi, Harsomtus, Hornedjitef, Hurun; vi erano poi connessioni religiose e sincretismi con altri dei solari quali Ra, Atum, Aton.

A questo punto vediamo il perché del rapporto fra Horus e la regalità. Cominciamo col dire che l’umanità fu creata dal demiurgo (che a seconda delle scuole teologiche poteva avere il nome e l’aspetto di varie divinità, tutte forme del Divino Universale, il Creatore: Atum, Ptah, Neith, Amon, ecc.); nella mitologia di Heliopolis egli (Atum) assegnò il regno terreno al figlio Geb, che era dio e re, ma anche la Terra stessa. Ma anche Geb passò il potere al figlio Osiris, che a sua volta lo passò a suo figlio Horus. Con quest’ultimo dio finisce il regno degli dèi e Horus passa il potere agli uomini, al faraone, che è Horus in terra. Ci torneremo, ma prima vediamo alcuni punti.

Per i millenni della loro storia gli Egizi non dimenticarono questo fondamento della loro religione che non solo legittimava il potere temporale e spirituale del faraone (ma la distinzione fra temporale e spirituale è creazione moderna, nell’antichità era un tutt’uno), ma soprattutto era l’incarico etico: l’accento non era mai su potere e privilegi ma – in una società etica – sui precisi doveri del faraone, custode dell’umanità per incarico divino. Tutto ciò era in un documento che non ci è pervenuto ma di cui esistono più che cenni in letteratura: esistono le rappresentazioni: si tratta del “Testamento di Geb”. Esso doveva essere custodito negli archivi templari del Palazzo, là dove erano custoditi tutti i documenti e gli strumenti delle importanti cerimonie regali come l’incoronazione, la festa giubilare (Heb-Sed), le corone, le vesti sacre, ecc.

Il “Testamento di Geb”. Triade di Menkaure, Museo del Cairo (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

Noi lo “vediamo” in molte statue regali in cui il sovrano tiene in mano i mekes (“contenitore per documenti”), detti anche imy.t per (lett. “che è nella casa”), con i rotoli di papiro del Testamento di Geb, e con gli atti legittimi dell’accesso al trono d’Egitto e i titoli di proprietà su Ta Mery (“Terra Amata”, l’Egitto).Questo testamento, con tutti gli obblighi e i doveri passerà dunque a Osiris, a Horus e quindi ai faraoni. Ma Horus, l’ultimo dio a regnare in terra, sarà sempre il garante del rispetto dei doveri regali, e l’Horus in terra, il faraone, non potrà mai venir meno al proprio dovere.

Adesso possiamo capire molto meglio il perché del primo nome/titolo: il faraone è Horus in terra.

Attenzione, però! Molto spesso ciò dà adito a un equivoco enorme: “il faraone è un dio”, “monumenti elevati alla propria vanagloria”, ecc. Tipici esempi di proiezione di mentalità odierna, occidentale, in un mondo ed epoche che nulla hanno a che vedere con le situazioni e mentalità odierne. Ciò accade quando si conosce poco quel mondo, la profondità del pensiero etico, e si crede di sapere cogliendo da notiziole in rete.

No, gli Egizi hanno lasciato documenti ben precisi che ci sono pervenuti: addirittura istruzioni etiche per gli allievi, o per i visir e persino per gli stessi faraoni.

No, il faraone NON è un dio! Gli Egizi separavano scientemente la funzione regale dal personaggio umano. Il faraone era uomo; divina era la funzione regale. Il faraone diveniva dio solo con la morte; e il dio si incarnava in lui quando esercitava la funzione. Un’idea filtrata nel mondo del Cristianesimo gnostico d’Egitto (soprattutto alessandrino) e da lì nell’infallibilità dei papi, divenuta infine dogma promulgato nel 1870 da Pio IX (Concilio Vaticano I); ovviamente non si tratta di infallibilità perpetua, ma solo quando parla ex cathedra; ci volle un secolo perché la questione fosse poi contestata da Hans Küng, che divenne il capofila della teologia del dissenso. Ma qui divaghiamo. Ciò che voglio sottolineare è che l’idea della divisione di “momenti ispirati da Dio” e essenza dell’essere umano (faraone, papa) non è estranea nemmeno ai nostri giorni.

Horus passa l’incarico divino e protegge il faraone Khafre (© e foto archivio CRE/M. Damiano). Museo del Cairo.
Un falco egiziano, la poiana comune (Buteo buteo Linnaeus, 1758); è una delle 39 specie di falconidi presenti in Egitto. A destra, alcune delle forme del falco di Horus: come disco solare alato e come scarabeo alato (da Dendera, soffitto del portale orientale) (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

Il faraone uomo dunque presta l’involucro mortale a Horus per i momenti del culto e della funzione, e dunque nel primo nome reale il faraone, in quanto tale, è “L’Horus-Tal-dei-Tali”.

L’Horus di Edfu, raffigurato più spesso come disco solare alato e presente all’ingresso dei templi, sui portali, può anche essere raffigurato come falco ai lati degli ingressi, come in questo caso, nel tempio di Edfu (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

Vediamo ora cosa si trova al di sotto della figura di Horus, falco mostrato di profilo: il rapace è appollaiato sul serekh. Questo vocabolo egizio designa la particolare cornice rettangolare che conteneva il primo nome del faraone, nella titolatura, e precede di vari secoli il cartiglio. Sin dall’epoca protodinastica i nomi dei “Seguaci di Horus”, i re della “Dinastia 0”, venivano già iscritti nel serekh. Quando la titolatura fu più sviluppata (già dalla 1a dinastia) e poi completata (dalla 4a dinastia) il nome nel serekh fu definitivamente designato come nome di Horus, poiché da sempre esso era sormontato dal falco di questo dio. Cosa rappresenta il serek? Generalmente si legge “facciata di palazzo”. Questa definizione semplicistica è in parte errata, poiché in realtà solo una parte del serekh è “facciata” e non solo “di Palazzo”.

Due esempi di immagini piane di Horus, ancora con i colori originali: come falco, sul serekh (qui si vede solo la parte superiore) e come uomo ieracocefalo; da Abydos, tempio di Sethy I (© e foto archivio CRE/M. Damiano).
Il falco della titolatura nel tesoro di Hetepheres (IV dinastia) (© e foto archivio CRE/M. Damiano); Museo del Cairo.

La parte inferiore del rettangolo infatti rappresenta la facciata “anche” del Palazzo reale, come pure dei templi arcaici, vista in prospetto, mentre lo spazio posteriore, ossia il rettangolo in cui era iscritto il nome, ne era la veduta in pianta. Quindi, nella magia religiosa dei geroglifici e della figurazione egizia, il nome (“ren”), che era l’essenza del faraone, era realmente protetto dalle mura del Palazzo. Val la pena sottolineare l’aspetto del serekh, ossia l’aspetto della facciata del Palazzo reale ma non solo; esso era anche l’aspetto delle mura che proteggevano i templi e le città: in quanto tale per estensione divenne simbolo di protezione. Così, oltre che nel serekh, lo troviamo come motivo protettivo nella zoccolatura delle tombe, sulle pareti di sarcofagi, nelle fase porte o come motivo della facciata di tempio arcaico che appare sino all’Epoca Romana.

Un inciso: la particolare struttura a rientranze e nicchie è identica a quella dei palazzi e templi della Mesopotamia coeva, evidente segno degli scambi culturali nei due sensi sin dalla preistoria; ma un indizio della direzione in fluì questa informazione può forse esser fornito da qualcosa che notai circa 40 anni fa: è ancor più interessante il fatto che, ancor oggi, un disegno molto simile alla facciata del palazzo reale egizio (o dei templi arcaici) si riscontra nelle facciate dei palazzi dei capi dogon, in Africa Occidentale; questo parallelismo fra strutture dalla stessa funzione, dalle parti opposte dell’Africa e a distanza di millenni, non può essere casuale: si tratta in realtà di un retaggio del comune substrato culturale delle popolazioni preistoriche dell’ambiente saharo-nilotico; alla fine del periodo umido neolitico, quando le popolazioni furono costrette a rifugiarsi presso i corsi d’acqua superstiti, incalzati dalla crescente aridità del Sahara, i vari gruppi si sparsero in aree lontanissime, ma mantennero l’aspetto (che doveva essere simbolico e caratteristico dei palazzi del potere) del palazzo di comando; ciò è un indizio dell’antichissima origine africana del motivo a facciata di palazzo, poi passato alla Mesopotamia.

Uno dei primi esempi di mura a rientranze (o a nicchie): una grande mastaba reale (© e disegno archivio CRE/M. Damiano).
Altro esempio del muro a rientranze: il muro di cinta del complesso di Djoser, a Sakkara (© e foto archivio CRE/M. Damiano).
Il muro a nicchie come motivo protettivo: qui lo vediamo in alcune tombe della necropoli di Meir, a protezione della sala funeraria e a “contenimento” dei nemici dell’Egitto (© e foto archivio CRE/M. Damiano).
Lo stesso motivo protettivo intorno a un sarcofago (disegno da Prisse d’Avennes).
Lo stesso motivo a nicchie, questa volta come facciata di tempio arcaico, nel mammisi di Augusto, a Dendera, e nella parte interna delle mura perimetrali del tempio di Horus a Edfu; questa raffigurazione è esattamente al centro, allineata con il naos (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

Bene, a questo punto abbiamo un po’ di chiarezza sul primo nome: il faraone, incaricato da Horus a regnare in terra secondo i dettami del testamento di Geb, è il veicolo carnale di Horus. Il suo nome incarna anche il Palazzo reale, e infatti, dal Nuovo Regno, il faraone, che è definito sino ad allora “hem”, servo, sarà designato anche come “per-ao”, “Grande Casa”, da cui Phar-aos, faraone, ossia appunto il palazzo reale (come oggi potremmo dire: “è stato dichiarato dal Quirinale, dalla Casa Bianca, dal Vaticano”. Il nome sarà dunque incarnazione di Horus, del Palazzo, e dal Palazzo stesso protetto, dietro la sua facciata, entro le sue mura: il serekh, appunto, dominato da Horus come falco.

Un ultimo inciso: nella 2a dinastia si ha un breve periodo in cui appaiono il nome di Seth, portato da Peribsen, e quello di Horus e Seth, portato da Khasekhemuy, entrambi sostituiti a quello di Horus.

Prof. Damiano

LA TITOLATURA REALE

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

GENERALITà

Innanzi tutto chiariamo cosa si intende per “titolatura reale” nell’antico Egitto. Va da sé che si tratti dei titoli del sovrano, ma come sempre per il Paese dei faraoni nulla è così semplice. In effetti, già come “titolatura” possiamo trovare righe e righe di testo che introduce i nomi del faraone ma anche titoli ridondanti e roboanti com’è costume dell’Egitto antico e di tutto il Vicino Oriente.

Però attenzione! Non si tratta di mera vanagloria, ma di qualcosa di molto più ampio, profondo e complesso, che lega la regalità al mondo degli uomini e degli Dèi, al potere terreno e alla magia religiosa, alla parola e alla creazione… e a molto, molto altro.

Qui vediamo dunque solo la titolatura più semplice, ossia i tre, poi cinque, nomi del faraone. Ma prima, due parole che ci permettano di comprendere meglio il loro vero significato.

Il dio Thot, che registra i fatti salienti, e il destino dei re. Da Abydos, tempio di Ramses II (© e foto archivio CRE/M. Damiano)

Dati i profondi significati della parola nell’antico Egitto è comprensibile che il nome (ren) fosse di grande importanza e carico di potere; a maggior ragione il nome reale assumeva dei significati profondi e si pensava potesse influire sull’equilibrio stesso del paese; così vediamo come alcuni faraoni assumessero nomi adatti alle circostanze dell’epoca, ed altri li cambiassero durante il regno, sia per proclamare delle azioni di particolare importanza (generalmente la composizione di antiche fratture o discordie) sia per dichiarare delle intenzioni e, così facendo, rendere possibile il desiderio grazie all’azione creatrice della parola. Al momento dell’incoronazione i nomi venivano attribuiti al faraone dal dio Thot il quale oltre ad essere patrono della parola, dei geroglifici, degli scribi, delle scienze, fra le altre cose era anche il “cancelliere divino”, che registrava nomi, anni di regno e fatti salienti.In questi concetti si inserisce la titolatura o protocollo reale, vale a dire la serie di 5 nomi del faraone.

  1. “Nome di Horus”, racchiuso nel “serekh”. Esiste già in epoca predinastica (“Dinastia 0”).
  2. “Le Due Signore”. Dalla 1a dinastia.
  3. “Horus d’Oro”. Dalla 4a dinastia.
  4. “N(y)-Swt-Bit”, ossia: “(quello) del Giunco e dell’Ape”, è il “prenome”; dalla 4a dinastia.
  5. “Sa Ra”, “Figlio di Ra” (4a dinastia); è il “nome”.
I cinque nomi regali (© e disegno archivio CRE/M. Damiano)
Prof. Damiano

NUDITÀ E SESSI NELL’ANTICO EGITTO

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

Il discorso sulla nudità, e dunque su tutto ciò che questo significa nell’antico Egitto è l’occasione di sottolineare uno di tormentoni dell’umanità, sempre e ovunque, in ogni caso e per qualsiasi argomento: argomento, l’eterno errore degli esseri umani di ogni tempo e paese: la visione egoica. Siamo sempre il centro del nostro universo e dunque possediamo una visione dalla prospettiva unica, una prospettiva che dal centro guarda verso la periferia; e il centro ovviamente siamo noi. Ciò si traduce nella difficoltà (impossibilità, per alcuni) di pensare al mondo, all’universo, come ad una meravigliosa palestra per esercitare la propria capacità di comprensione, di elasticità mentale.

In altre parole: l’essere umano tende sempre a usare la propria cultura, e ancor più il proprio pensiero che da quella cultura è stato ed è costantemente plasmato, come metro di paragone assoluto. Ma la realtà non è così. I dogmi e gli assoluti si rivelano erronei alla luce delle differenti culture, epoche e situazioni (e anche questo non è un dogma! 😊): dalla fisica alla società “tutto è relativo”.

Giudicare ci espone sempre all’errore, perché il giudizio è figlio della cultura, della mentalità, cose che sono fluide, cambiano nel tempo e nelle società. Ciò che è corretto per una è assolutamente errato e scandaloso per un’altra.

Questo, per introdurre l’argomento. Si è parlato dell’Egitto riflettendo sulla nudità come se ci trovassimo nella nostra società odierna, figlia di una cultura maschilista e (almeno di facciata) sessuofoba (e, in quanto tale, allegra coltivatrice di fiorenti sessualità sotterranee).Nell’Egitto faraonico tutto ciò non è solo diverso, ma l’intero discorso non avrebbe senso.

Partiamo dal rapporto fra maschile e femminile

Una suonatrice (a sinistra) e la giovane servente e donne ad un banchetto (a destra) dalla tomba tebana (TT) 52, di Nakht (© e foto archivio CRE/M. Damiano).


Dimentichiamo (o almeno, facciamo una sforzo per dimenticare) chi siamo noi, ciò che abbiamo imparato, quali siano le nostre idee, visioni e sensazioni, e proviamo a immaginare la visione egizia. La visione del dualismo egizio. Contrariamente alla visione occidentale, secondo cui la dualità è contrasto, opposizione fra due parti, per gli Egizi la dualità fu l’insieme armonico di due elementi complementari, al punto che la stessa dualità non è altro che un ulteriore sviluppo dell’unità.C osì come Osiris e Isis erano complementari sul piano mitologico, così lo erano l’uomo e la donna su quello terrestre. Cielo e terra formavano il mondo completo, così come le “Due Terre” formavano l’Egitto nella sua interezza. Questo ci permette di vedere meglio il dualismo di maschile e femminile: non è mai opposizione, ma sempre armonia, completamento. Non uno superiore all’altro, ma due metà armoniche, diverse, che si completano. È in altri termini, il concetto che si troverà in Oriente con yin e yang. Da questa premessa già si evince che l’intera visione del rapporto maschile/femminile era agli antipodi rispetto alla nostra: equilibrio là dove noi vediamo opposizione; coscienza delle diversità che non sono mai giudizi di valore, ma differenze su uno stesso piano di stima; i nostri giochi di forza e di potere, i nostri disequilibri fra generi, che si esprimo tanto negli scontri quanto negli obblighi di “quote rosa”, non avevano nessun senso per il popolo dei faraoni ove l’uomo e la donna avevano, su uno stesso piano, mansioni differenti (specialmente in virtù della biologia), ma ciò non precludeva nulla, e troviamo la donna sin nelle più alte sfere del potere. E ciò risponde alla questione di fondo: la sessualità. Nell’equilibrio armonico delle parti tutto è naturale. Così troviamo le donne che corteggiano gli uomini, creano e recitano poemi e canzoni d’amore tanto quanto la controparte maschile. La donna sceglieva l’uomo tanto quanto questi sceglieva la compagna, in un gioco delle parti improntato alla Maat, all’equilibrio supremo. Non esistevano matrimoni combinati; la donna poteva chiedere il divorzio e andarsene con i propri beni; o, in maniera più negativa, picchiare l’uomo (come testimonia un ostrakon di Deir el Medina che giustifica l’assenza di un lavorante perché “bastonato dalla moglie il giorno prima”).

Da alcune mastabe dell’Antico Regno ho preso degli esempi dell’indifferente modalità di coprire il corpo: in alto a sinistra vediamo delle danzatrici che coprono i fianchi ma hanno il busto scoperto, mentre a destra dei pastori con le fruste sono nudi, a parte la fascia introno ai fianchi con la parte anteriore libera; più che un vero “cache-sex” (poiché in realtà non nasconde molto, non passando fra le gambe) si tratta di una leggera fascia frontale, che in caso di necessità può essere usta per proteggere i genitali legandola dietro. In basso, a sinistra vediamo altri lavoranti con analoga fascia lombare, o privi anche di quella; al centro delle danzatrici che hanno solo il perizoma; per inciso, la danza ritmica è sottolineata dai capelli lunghi che recano, legato all’estremità, un peso (un disco di legno o terracotta) che fa oscillare i capelli al ritmo della danza; da cui la particolare posa che vediamo. A destra vediamo barcaioli completamente nudi che tengono la fascia o ai lombi (quelli seduti) o sotto le ascelle (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

Qui vediamo invece un esempio del Medio Regno in cui i lavoratori usano il tessuto solo per proteggere la parte specifica (in questo caso spalla e petto) e restando per il resto nudi (© e foto archivio CRE/M. Damiano).


Allo stesso modo la sessualità era guardata come il più naturale dei processi, senza pruriginose visioni porno, ma con sensuali vedute erotiche.

In tale contesto, la nudità non era – né poteva essere – un tabù. I bambini, maschi o femmine che fossero, crescevano nudi e insieme; alla pubertà iniziavano a coprire per protezione le parti intime, ma non necessariamente (v. sotto). Il rituale per gli uomini si chiamava appunto “annodare il perizoma”. Ma questo non portava alla scomparsa della nudità, al contrario: il corpo era coperto o scoperto a seconda delle esigenze. Le donne (e gli uomini) si vestivano a seconda di mode e situazioni; innanzi tutto, la situazione climatica: l’Egitto è sempre stato un paese caldo, ma le oscillazioni climatiche si notano nei capi di vestiario; vedremo allora come gli abiti siano semplici e leggeri nell’Antico Regno (generalmente un perizoma per gli uomini e tuniche o analoghi perizomi per le donne) mentre dal Nuovo Regno in poi l’aggiunta di tuniche velate o strati sovrapposti denota un lieve raffreddamento che si riflette sulle mode dei tempi.

Chiari esempi di quanto detto sono nelle immagini: in alto a sinistra la signora di casa è “vestita” con bisso finissimo e completamente trasparente; a destra, i lavoranti seduti indossano perizomi, mentre gli altri sono totalmente nudi; in basso vediamo le celebri giovinette che si accapigliano nei campi per le spighe: entrambe portano tuniche di bisso, anch’esse del tutto trasparenti (© e foto archivio CRE/M. Damiano/Colette Damiano).


Poi ci sono fattori sociali quali lo status, la funzione e l’immancabile moda. Così nelle raffigurazioni parietali possiamo osservare i servitori, lavoratori dei campi o barcaioli completamente nudi (maschi o femmine che fossero), senza che questa fosse una particolare regola: se serviva per una determinata funzione (protettiva del corpo o sociale) si copriva la parte del corpo interessata (non necessariamente il sesso, ma solo la zona che correva un qualche rischio, come nell’uso di corde da far scivolare sul petto, ecc.); o ci si copriva se faceva freddo o per altre necessità.

Per inciso, rispondendo alla domanda che mi è stata rivolta sul ciclo mestruale, si tratta appunto di uno dei casi che dimostra che lungi “dall’andare in giro nude” (ciò che non era né una moda né un obbligo), nel corso del ciclo si tendeva a rimanere nei propri alloggi o, se proprio si doveva uscire, si usavano gli antenati dei pannolini: un panno avvolto fra le gambe e intorno ai fianchi. Domanda interessante perché permette di ricordare che una delle interpretazioni dell’altrimenti misterioso geroglifico tit, il “nodo di Iside”, è che in origine fosse proprio il panno mestruale intriso del sangue vitale della dea.

Qui vediamo la celebre scena della caccia nelle paludi; la moglie in questo caso è coperta da più strati di tessuto, trasparenti e non; la fanciulla è invece nuda (foto archivio CRE/M. Damiano; © British Museum).


Analogamente, vedremo la giovane “cameriera” servire completamente nuda in un banchetto, così come la danzatrice o suonatrice (o danzatori maschi, lottatori, ecc.). Ciò perché, se mancavano le vedute pruriginose sulla nudità e sulla sessualità, queste venivano apprezzate in maniera del tutto naturale come bellezze fra i mille doni degli dèi; così esporre un corpo ben fatto era rendere omaggio al dono divino.

Un mondo infinitamente distante dal nostro, insomma, in cui la visione dell’uomo era del tutto inserita nel quadro globale della natura.

Avrebbero dovuto arrivare il monoteismo (Cristianesimo prima, Islam più tardi) con i dogmi, il maschilismo imperante e la sessuofobia per portare al crollo dei valori più sacri del corso della natura.

Altri esempi: delle tre suonatrici a destra, due sono abbigliate con vesti semitrasparenti, una è nuda; reca un cinturino ornamentale intorno ai fianchi e il triangolo pubico è scoperto; nelle atre due foto vediamo la servente e delle danzatrici ugualmente nude, con la sola cintura ornamentale (© e foto archivio CRE/M. Damiano).


Concludiamo precisando qualcosa lasciata in sospeso in altri post: la… “storia delle mutande”; sulla storia questo capo d’abbigliamento si troverà tutto su volumi specifici di storia del costume o in internet; il capo di vestiario (ossia il capo che si porta quotidianamente sotto le vesti) appare molto tardi, in epoca longobarda e solo per gli uomini; più tardi, sporadicamente, per le donne e inizialmente adottato solo dalle prostitute; sono nell’800 con gran difficoltà verrà adottato dalle signore della buona società.

Non rientrano nel quadro le stoffe occasionali o specifiche di determinate situazioni come i cosiddetti “bikini” romani della villa del Casale (Piazza Armerina); intanto si parla di epoca e culture romane; poi, si tratta di una raffigurazione eccezionale, e infine quei capi di vestiario sono stoffe adibite alla copertura minima durante i giochi, e non dell’indumento d’uso corrente sotto le vesti che, appunto, dovrà attendere secoli (© e foto archivio CRE/M. Damiano).


OMOSESSUALITA’

Leggendo i post sul rapporto maschile/femminile, si comprenderà facilmente che anche il campo della sessualità rientrava nel quadro della Maat. Il rispetto per il rapporto maschile/femminile si associava a quello generale per l’essere umano. L’omosessualità veniva vista come qualcosa di inusuale ma “tutto ciò che esiste è natura”, quindi sono assolutamente incoerenti le affermazioni omofobe di “contro natura”.

Veniamo ai documenti, che non sono molti: di certo sappiamo che la tradizione egizia faceva di Pepy II un omosessuale, ciò che non gli ha impedito di avere uno dei regni più lunghi della storia (94 anni circa!). Per il resto, le notizie sono scarsissime e indirette: per esempio, sappiamo del tabù negativo (bwt) connesso con ragioni puramente rituali; uno dei più antichi e diffusi del mondo è quello che alle donne “impure” per il ciclo mensile vieta di accostarsi ai riti sacri; analoghi divieti sono validi per vittime di esorcismi, per omosessualità (solo in certi nomoi) o per certe azioni particolari.

Altre notizie sono ancora più indirette. Per esempio, nella ricerca degli eunuchi negli harem, i testi egizi tacciono del tutto (probabilmente perché non esistevano, ché la mutilazione era aborrita dalla Maat) ma forse si trova qualche traccia sull’omosessualità; ci resta allora il vocabolario, in cui possiamo identificare srs, un tempo ritenuto il termine identificabile con “eunuco” ma in realtà designante il “capo”; citiamo ancora shtj (zekhetci) che troviamo nel misterioso passaggio § 1462c dei Testi delle Piramidi che lo contrappone al vocabolo designante il maschio per eccellenza (t3j.w); ma anche in questo caso nulla prova la castrazione; si pensa piuttosto a una mancanza di mascolinità sessualmente o, più verosimilmente, nel carattere.

Ciò può essere confermato da un testo di esecrazione che passa in rivista il genere umano e fra gli uomini e le donne cita zekhetci; il senso sarebbe quello di indicare coloro che mancano di carattere. In questa direzione va la parola hm (hmtj alla Bassa Epoca e nell’Epoca Tolemaica), connessa con hm.t, “donna”; hm designa qui la mancanza di virilità tanto morale quanto fisica, ma non prova che possa designare degli eunuchi, nonostante il parere contrario di Jonckheere che si appoggia sulle tesi di Lefébvre; sempre quest’ultimo indicherebbe come un indizio della presenza di castrati un passaggio dei testi di Edfu (E. Lefébvre, La menat et le nom de l’eunuque, Bibliot. Egypt., t. 35; Oeuvres diverses de E. Lefébvre, t. II; Paris, 1912, pp. 175-195); il passaggio dice che a Sebennytos non si doveva “unirsi a un hm né a un uomo”; tuttavia a nostro parere, benché il passaggio faccia la distinzione fra uomo e hm, non sembra essere la prova dell’esistenza di castrati, poiché il riferimento a omosessuali o comunque a individui effeminati, deboli (fisicamente o moralmente) vi si può adattare altrettanto bene.

Come si può vedere, nulla parla con chiarezza dell’omosessualità, ciò che indica bene come la cosa fosse del tutto personale e irrilevante socialmente. Ancor più, si vede come le distinzioni erano fatte sulla base caratteriale, e non sfioravano la sfera sessuale, che poco ha a che vedere con carattere e gire; appannaggio della vita privata, socialmente è irrilevante: per tornare all’esempio di Pepy II, la tradizione ne fa un omosessuale, ma fu uno dei migliori sovrani e guerrieri dell’epoca, dalla Nubia, all’Asia, alle oasi.

Ancora una volta, una società ben più avanti di noi nella mentalità, nel sociale, nella comprensione umana.

Prof. Damiano, Templi

DEIR EL BAHARI DA MONTUHOTEP II AD HATSHEPSUT

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

GENERALITA’ SU DEIR EL BAHARI

Il nome Deir el Bahari significa “convento del nord”, perché nel tempio funerario di Hatshepsut, in epoca cristiana, s’insediò una comunità religiosa. È uno dei luoghi più suggestivi della riva occidentale tebana, in cui l’immenso anfiteatro naturale è formato da una parete rocciosa verticale che s’innalza per 200 m. circa sulla valle sottostante; le falesie poi creano due ali a destra e sinistra, quasi a voler proteggere l’immenso spazio che si apre verso la pianura nilotica.

Ai piedi della splendida scarpata si trovano le rovine dei templi funerari di Montuhotep II (11a dinastia), Hatshepsut e Tuthmosis III (18a dinastia). Gli architetti di Montuhotep II furono colpiti dalla grandiosità spettacolare del sito, e lo proposero per il tempio del sovrano; ricordiamo che gli Egizi guardarono sempre alla natura, che aveva per loro immensi significati simbolici nei suoi spazi e nelle sue forme, come una sorta di immenso “medw netjer”, geroglifico, linguaggio divino, dei messaggi dagli Dèi (si vedano a tal proposito i miei post sulle pareidolie – che pubblicheremo in seguito n.d.r.-).

Il primo tempio del sito, questo di Montuhotep II, ebbe il merito di armonizzare l’architettura nel paesaggio con una concezione di un gusto e una perfezione armonica rara ai nostri giorni; il secondo, di Hatshepsut, che fu costruito mezzo millennio più tardi, traeva ispirazione dal primo e ne superò grandiosità e perfezione, con le sue terrazze e le raffigurazioni di altissima qualità artistica; il tempio di Tuthmosis III è molto più piccolo e cerca di armonizzarsi con i due precedenti.

Il tempio di Montuhotep a Deir El Bahari: a sinistra pianta dell’insieme dell’area dalla valle alla falesia: a destra pianta dei gruppi templari di Montuhotep, Thutmosis III ed Hatshepsut.

Pianta dell’insieme di quella parte dell’area tebana che, fra i campi coltivati e la falesia, comprende le zone chiamate Khokha, Assasif e Deir el Bahari; andando dai campi verso la falesia troviamo il Tempio in Valle di Hatshepsut (2), la rampa monumentale un tempo bordata di sfingi (3) e, a Deir el Bahari, ai piedi della falesia, i gruppi templari di Montuhotep II, Tuthmosis III e Hatshepsut.

  • A. Valle dei Re.
  • B. KV 20, tomba di Hatshepsut.
  • C. Tempio ramesside (iniziato da Ramses IV).
  • D, E. Antichi canali, oggi scomparsi.
  • F. Antico canale che connetteva il Nilo al Tempio in Valle di Hatshepsut.
  • N. Assasif.
  • O. Khokha.
  • Q. Tombe del 1° Periodo Intermedio a Deir el Bahari.
  • R. Templi di Deir el Bahari.
  • 1. Antico bacino e imbarcadero del Tempio in Valle di Hatshepsut.
  • 2. Tempio in Valle di Hatshepsut .
  • 3. Rampa d’accesso al tempio alto, bordata di sfingi.
  • 4. Accesso al muro di cinta del tempio di Hatshepsut.
  • 5. Tempio di Hatshepsut.
  • 6. Tempio di Montuhotep II.
  • 7. Tempio di Tuthmosis III.
  • 8. Cachette reale (DB 320, nella Valle della Cachette).

IL COMPLESSO DI MONTUHOTEP II

Cominciamo dunque la nostra escursione a Deir el Bahari dal complesso del Medio Regno. Prima di Montuhotep II le tombe dinastiche degli Antef si trovavano, sempre a Tebe Ovest, nel sito di El Tarif ed erano del tipo “a saff”, ossia vaste corti che sprofondavano nel versante di una collina e che terminavano in fondo con gli appartamenti funerari sotterranei.

Le scelte di Montuhotep II rispecchiano la sua maggior potenza e le differenti fasi della sua storia personale e politica; il re innanzi tutto sceglie questa località dallo scenario degno della sua grandezza. Gli scavi hanno chiarito come la costruzione sia stata portata avanti in quattro tappe. Probabilmente il primo progetto consisteva in una tomba a saff, di cui rimangono solo le tombe a pozzo dette “delle sei principesse”, con magnifici sarcofagi in calcare; altra modifica del progetto è la creazione di un santuario contro la montagna; le iscrizioni vi menzionano la festa sed del re; alla stessa data del 30° anno possono corrispondere l’erezione delle statue del re in costume giubilare lungo la rampa d’accesso e la statua seduta in fondo alla camera sotterranea cui si accede da Bab el Hosan (v. parte terza); all’epoca della sua costruzione il santuario era dedicato ad Amon; Montuhotep cambia i progetti e crea un complesso di nuova concezione; esso riuniva elementi e concezioni della tomba a saff, della mastaba dell’Antico Regno e del tumulo primevo. Il complesso funerario consta di più parti, così descritte da N. Grimal: il “complesso funerario riprende la struttura di quelli dell’Antico Regno: un tempio di accoglienza, una rampa monumentale e un tempio funerario. La sola differenza è che la sepoltura non è più costituita da una piramide, ma inclusa nell’insieme”. Il Tempio in Valle è oggi coperto dalle terre coltivate e deve essere scavato, ma è noto il percorso della via monumentale, che montava al tempio “per più di 950 m. ed era fiancheggiata, circa ogni 9 metri, da statue del re rappresentato come Osiris”. Questa via portava alla grande spianata del cortile antistante il tempio. L’architetto reale ha anticipato di millenni il concetto di “architettura vegetale”: “Il fondo della corte è delimitato da un doppio portico, al centro del quale una rampa bordata da 55 [in realtà gli scavi ne hanno rivelato 44] tamerici e due file di quattro sicomori che riparavano ognuno una statua assisa del re in costume della festa-sed, dà accesso alla terrazza”.

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A SINISTRA: pianta in dettaglio del complesso di Montuhotep II con ulteriori dettagli del nucleo principale. Legenda:

  • 1. Resti dei giardini.
  • 2. Rampa e, nel sottosuolo, la galleria del cenotafio.
  • 3. Portici.
  • 4. Terrazza con tre lati a colonne e spazio quadrato centrale circondato da colonne e dominato dalla piramide tronca (5).
  • 6. Corte intermedia.
  • 7. Accesso alla galleria della tomba.
  • 8. Sala ipostila. Nel sottosuolo, galleria della tomba.
  • 9. Santuario di Mentuhotep e Amon-Ra.
  • 10. Galleria che porta alla vera sepoltura.

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A DESTRA, così che sia possibile compararlo alla pianta, il tempio come appare oggi: si notino, sullo sfondo, le buche dell’antico giardino, riportate alla luce dagli scavi archeologici. Si vedono poi molto bene i resti della struttura centrale, ciò che fa comprendere come sia difficile ricavarne la forma originale; fra le tre ipotesi (piramide, piramide tronca, tumulo con o senza alberatura) oggi la maggior parte degli archeologi propende (sulla base di numerosi indizi, ma ancora nessuna prova diretta) piuttosto per la piramide tronca. In primo piano è possibile vedere ciò che resta di: Corte intermedia (6); accesso alla galleria della tomba (7). Sala ipostila (8). La foto è stata scattata con teleobbiettivo, dall’alto della falesia.

LA CORTE, LA BAB EL HOSAN ED IL CENOTAFIO DEL SOVRANO

Del complesso di Montuhotep fa parte anche un cenotafio con la statua del re; questo fu “scoperto dal cavallo” di H. Carter che, nella corte, inciampò in una depressione che fece scoprire all’archeologo l’ingresso della galleria che porta al cenotafio reale, ciò che ha valso al monumento il suo nome arabo: “Bab el Hosan”, la “Porta del Cavallo”.

Questo accesso, ancora sigillato, portava ad un “lungo corridoio di 150 metri scavato nella roccia verso ovest, ad una camera a volta situata sotto la piramide. In questa camera, una statua reale anonima in arenaria dipinta, rappresentante il sovrano in costume della festa-sed e un sarcofago, anonimo anch’esso, accompagnato da qualche offerta” (Grimal).

In effetti, benché la sala fosse effettivamente intatta e sigillata, conteneva un sarcofago vuoto e, accanto, avvolta come una mummia, si trovava la statua nella posizione in cui avrebbe dovuto trovarsi un corpo posto nel sarcofago, che però era troppo piccolo per la statua stessa. L’intera struttura doveva essere un cenotafio reale. Non esistono foto della sala al momento della scoperta, e la sola testimonianza è l’acquerello di Carter.

Pianta e sezione del complesso di Montuhotep II, con le gallerie che portano rispettivamente al cenotafio e alla tomba regale.

  1. Grande corte del complesso.
  2. Viale centrale, fiancheggiato da piante di sicomoro.
  3. Giardino di 44 tamerici.
  4. “Bab el Hosan”.
  5. Galleria del cenotafio.
  6. Rampa centrale.
  7. Doppio portico.
  8. Terrazza della piramide tronca.
  9. Corte intermedia, con accesso alla galleria della tomba.
  10. Sala ipostila e santuario di Montuhotep e Amon-Ra.
  11. Galleria (150 m.) che porta alla vera sepoltura, nel cuore della montagna tebana.

LA BAB EL HOSAN – UN TUFFO NEL PASSATO

In alto veduta dall’alto della BAB EL HOSAN, “Porta del Cavallo”, scoperta da Carter nel 1898, che dà accesso alla galleria del cenotafio, in una foto recente (a sinistra) e in una foto d’epoca (a destra). In basso, foto d’epoca che la raffigura al momento della scoperta (a sinistra), il muro di mattoni crudi che sigillava il corridoio della galleria sotterranea (al centro) e la parte interna con soffitto a volta, oltre il muro di mattoni (a destra).

IL CENOTAFIO DI MONTUHOTEP II

  • LA FOTOGRAFIA: ©Archivio CRE/Maurizio Damiano.
  • L’ACQUARELLO: (©: da ASAE, 2, 1901, tav. II; tratto da: Reeves, Nicholas; Taylor, John H.; Howard Carter before Tutankhamun; British Museum Press, Londra, 1992; pag. 65).

Qui vediamo l’unica testimonianza visiva della sala al momento della scoperta: l’acquarello di Carter, che mostra il sarcofago vuoto e la statua avvolta dalle sue protezioni. A sinistra, la famosa statua rinvenuta nella sala di fondo. Raffigura il faraone Montuhotep II in abito giubilare: indossa la Corona Rossa e il manto bianco che lo avvolge come una crisalide della rigenerazione. La colorazione nera della pelle inizialmente, e per decenni, fece fantasticare su origini kushite del re, ma in realtà il nero era il colore dato spesso a faraoni defunti o divinità ctonie, essendo il colore della rigenerazione. Museo Egizio del Cairo (JE 36195).

LA PARTE INTERMEDIA DEL COMPLESSO TEMPLARE DI MONTUHOTEP II

Abbiamo già visto come una rampa tagliasse il vestibolo inferiore; essa portava ad una terrazza di cui tre lati erano interamente coperti da colonne. Il portale anteriore permetteva di accedere ad uno spazio quadrato circondato da colonne su tutti i lati, formando così una grande sala ipostila al cui centro un basamento sosteneva quella che per lungo tempo gli archeologi hanno supposto (con molti dubbi) fosse una piramide. In realtà, è stato appurato che con Montuhotep la piramide sparisce, ma rimane il concetto del tumulo primevo, qui reso da una piramide tronca che troneggiava al centro del complesso. Questa terrazza a colonne ricopre un precedente stadio costruttivo inglobando le sepolture con cappelle di sei regine-sacerdotesse di Hathor che sono, da nord verso sud, quelle di Mayt, Ashayt, Sadhe, Kauit, Kemsit e Henhenit.

Dalla terrazza si accede all’ultima parte del complesso, ove un colonnato introduce ad una corte da cui si accede ad una sala ipostila dai muri decorati con scene d’offerta.

Veduta del monumento centrale circondato dalla corte con resti delle colonne. In basso, la pianta, rovesciata perché corrisponda all’orientamento della foto.

  • Legenda:
  • 2. Viale centrale, fiancheggiato da piante di sicomoro.
  • 3. giardino di 44 tamerici.
  • 4. “Bab el Hosan”.
  • 5. Galleria del cenotafio.
  • 6. Rampa centrale.
  • 7. Doppio portico.
  • 8. Terrazza della piramide tronca.
  • 9. Corte intermedia, con accesso alla galleria della tomba.
  • 10. Sala ipostila e santuario di Montuhotep e Amon-Ra.
  • 11. Galleria (150 m.) che porta alla vera sepoltura, nel cuore della montagna tebana.

LA PARTE INTERNA DEL COMPLESSO TEMPLARE DI MONTUHOTEP II

Infine, “la parte (del complesso templare) in contatto con la scarpata comprende la tomba e le installazioni cultuali reali che associano Montuhotep e Amon-Ra, prefigurando così le “Dimore dei Milioni di Anni”, vale a dire i templi funerari del Nuovo Regno” (Grimal).

Il complesso, mezzo millennio più tardi, fu fonte di ispirazione per Senenmut e gli altri architetti che concepirono il vicino complesso di Hatshepsut.

Nella fotografia: veduta della parte superiore, e più interna, del tempio di Montuhotep II; in fondo, la piramide tronca; poi si vede la corte intermedia, dominata dall’accesso alla galleria del sepolcro e, in primo piano, la sala ipostila.

IL TEMPIO DELLA REGINA HATSHEPSUT – GENERALITÀ INTRODUTTIVE

Il tempio della celebre regina – faraone donna a Deir el Bahari è oggi uno dei siti più celebri di Tebe; come abbiamo visto, il suo nome significa “convento del nord”, perché nel tempio visse una comunità religiosa cristiana (“deir” vuol dire “convento”).

Il celebre tempio di Hatshepsut fu noto agli Egizi come Djeser-Djeseru, termine che accosta i concetti di quanto di più splendido e sacro ci fosse. Ne fu architetto principale Senmut. L’autore “firmò” l’opera, rappresentando sé stesso oltre 70 volte nei rilievi. Che egli o la sua committente si siano ispirati all’antico edificio di Montuhotep II è indubbio.

L’edificio ha tre livelli successivi: un vasto cortile e due terrazze, la seconda più piccola della prima; si passa dal cortile alla prima terrazza e da questa alla seconda mediante delle rampe (per comodità, conviene chiamare tutti e tre questi ampi spazi “corti”, dalla prima alla terza, quella superiore).

I dislivelli sono occupati da portici che così fanno da sfondo sia alla prima che alla seconda corte. Fra le splendide raffigurazioni ricordiamo la rappresentazione della theogamia che consacra Hatshepsut come figlia di Amon, la “cronaca” della celebre spedizione navale dell’anno 9, diretta al paese di Punt, il trasporto da Assuan e l’erezione nel tempio di Amon a Tebe degli obelischi, l’una e l’altra impresa in onore del “padre Amon”. Eccezionali per la conservazione degli smaglianti colori sono il santuario dedicato alla dea Hathor, cui il sito di Deir el Bahari era tradizionalmente sacro, e un santuario del dio Anubis, connesso al rituale funerario.

La terza terrazza presenta una facciata con porticato a pilastri “osiriaci”, ossia raffiguranti la regina Hatshepsut in guisa crisaliforme, avvolta nella guaina di Osiris (o dei defunti in generale) simbolo della gestazione in attesa della rinascita; tale rinascita collegata al ciclo solare è suggerita dagli attributi che le statue tengono nelle mani incrociate sul petto: assieme agli abituali scettri heka (il “pastorale”) e nekhakha (il “flagello”) la regina stringe i simboli (qui trasformati in scettri) ankh (“vita”) e was (“potere”); questi due simboli tuttavia, quando associati insieme non indicano (solamente) “vita” e “potere”, ma simbolizzano i due gemelli Shu e Tefnut, scaturiti dal demiurgo, il sole delle origini, Atum; a loro volta tali divinità in questo particolare contesto simbolizzano il “latte solare”, ossia il nutrimento del sovrano alla placenta divina; tale simbologia si evolve a partire dal simbolo del cerchio con il punto centrale, che foneticamente dà il nome del sole, Ra, ma che rappresenta in realtà un seno visto frontalmente, come appare evidente nei rilievi. Lo stesso simbolismo si esprime più chiaramente nelle statue di Hatshepsut che stiamo esaminando e poi si evolverà in immagini sempre più chiare sotto Akhenaton (i simboli ankh e was nelle mani alla fine dei raggi solari) e nelle raffigurazioni del faraone allattato dalla divinità, che può essere Hathor come vacca celeste o altra divinità in forma di donna che porge il seno. Questa simbologia si ricollega alla nascita divina dei sovrani, così bene espressa proprio a Deir el Bahari nelle scene del “portico della theogamia” che verranno riprese dai faraoni successivi (ricordiamo la “stanza della theogamia” di Amenhotep III nel tempio di Luxor o mammisi quali quelli di Nektanebo e quello di Augusto a Dendera).Superato il portico a pilastri osiriaci si è introdotti nella corte antistante il santuario; a destra la corte dà adito alla parte dedicata al padre celeste, il Sole, con un santuario solare dominato dall’altare nella corte a cielo aperto. A sinistra della corte centrale si trova invece la parte dedicata al padre terreno di Hatshepsut, Tuthmosis I. La grande corte centrale fu fortemente rimaneggiata in epoca tolemaica poiché il santuario centrale fu dedicato ai due personaggi divinizzati, Imhotep (l’antico architetto del faraone Djoser) e Amenhotep figlio di Hapu, vissuto sotto Amenhotep III e uno degli artefici del tempio di Luxor. Entrambi i personaggi furono visti come dei patroni della medicina e guaritori. Le pareti della corte, ormai in rovina in epoca tolemaica, furono usate come cave di pietra e molti blocchi furono reimpiegati, volti a faccia in giù, nella nuova pavimentazione della corte.

Il santuario rimaneggiato in epoca tolemaica reca le consuete immagini sacre che però, in questo caso, hanno rivelato l’eccezionale conservazione di minuti frammenti di foglia d’oro, svelando dunque il vero aspetto della parte più intima di questo e senza dubbio degli altri templi: uno sfolgorante rivestimento aureo rinviava la luce delle torce nella parte più intima dei templi.

L’ASPETTO ORIGINARIO

Veduta ricostruttiva del complesso di Hatshepsut; il viale di sfingi che portava dal Tempio in Valle era formato da coppie di sfingi di arenaria raffiguranti la regina con il nemes. Superato il pilone un altro viale di sfingi connetteva l’ingresso con la prima rampa; le grandi sfingi raffiguravano la regina con il khat, e probabilmente se ne trovavano sette paia. Nella seconda terrazza altre sfingi, almeno quattro, forse sei, erano in granito di Assuan e raffiguravano Hatshepsut con il nemes e la larga barba posticcia regale. Un paio di sfingi raffiguranti la regina con volto umano e criniera leonina fiancheggiavano la parte alta della prima rampa.