Cose meravigliose

UNA STATUETTA DI TROPPO

A cura di Andrea Petta

Gaston Maspero e la cachette di Deir el Bahari

Quando Gaston Maspero, appena diventato curatore del Museo Egizio di Boulaq, riceve una lettera dall’Italia all’inizio del 1881, è perplesso. Un perito gli scrive che ha appena esaminato un papiro di pregevole fattura portatogli da un turista americano, che il papiro è sicuramente autentico e che proviene dal corredo funerario di un Faraone della XXI Dinastia.

Un altro?

Da sei anni ormai circolano sul mercato nero pezzi di incredibile fattura, soprattutto papiri, di cui si ignora la provenienza. Il Libro dei Morti di Pinedjem II (Sommo Sacerdote di Amon della XXI Dinastia) era stato comprato qualche anno prima per 400 sterline. Mariette stesso aveva comprato altri papiri della moglie di Pinedjem I. Una statuetta era finita al Louvre. Maspero, uomo pragmatico, da quando è in Egitto ha avuto una posizione molto chiara: i pezzi migliori vanno al Museo Egizio; gli altri, dopo attento esame ed un “lasciapassare” possono andare ad altre collezioni, private o museali, di chi ha sponsorizzato degli scavi. Quei reperti però, non fanno sicuramente parte di quest’ultima categoria.

Il Libro dei Morti di Pinedjem, noto anche come Papiro Campbell dal nome del suo acquirente – donato successivamente al British Museum
Il Papiro Greenfield, anch’esso al British Museum, è un altro papiro proveniente dalla DB 320. È la più lunga versione del Libro dei Morti (ben 37 metri) ed apparteneva al corredo funerario della principessa Nesitanebtashru, figlia di Pinedjem II e sacerdotessa di Amon-Ra a Tebe

La polizia egiziana ha già fatto capire che se ne lava pilatescamente le mani; Maspero decide di investigare in prima persona. O meglio, visto che lui è troppo conosciuto, tramite un giovane assistente, Maxence de Rochemonteix, che spedisce a Luxor insieme a Charles Wilbour, un collezionista americano che interpreta la parte del ricco appassionato in cerca di pezzi pregiati. La parte gli riesce bene perché effettivamente lui ha già comprato pezzi originali di dubbia provenienza, e tutti i faccendieri locali lo sanno. Ricco, ma non tonto: con l’aiuto di Maxence rifiuta tutti i falsi e paga molto bene i reperti originali. Ed un giorno si trova tra le mani una statuetta di nuovo appartenente ad una tomba della XXI Dinastia.

Tombola.

Wilbour la compra, ma fa capire che vuole qualcosa di meglio, che è disposto a pagare molto per quel “meglio”. E il venditore gli presenta Ahmed Abd-el-Rasul, il capo di una famiglia di Abd-el-Qurna, un paesino poco lontano da Luxor. Contrattano per giorni, Abd-el-Rasul gli mostra altri oggetti. Quando spunta un cofanetto della XVIII Dinastia, Maxence lo fa arrestare con tutta la famiglia.

Maxence de Rochemonteix (a sinistra) Wilbour e Maspero (a destra) a Luxor nel 1886

Abd-el-Rasul però non parla, tutti testimoniano che sia un bravissimo ragazzo e vengono tutti rilasciati; solo il tradimento di un “pentito”, il fratello maggiore Mohammed Ahmed, spaventato dal giudice che gode di brutta fama, riesce a far riaprire il processo. Si parla anche di torture, ma senza prove effettive. E finalmente Ahmed confessa: racconta che una delle sue capre è caduta in un crepaccio sei anni prima e cercando di recuperarla ha trovato una tomba scavata nella roccia. Da allora, quando la famiglia aveva bisogno di soldi prelevava qualche reperto dalla tomba e lo rivendeva. Il suo ricettatore era nientemeno che Mustapha Aga Ayad, vice-console di Inghilterra, Russia e Belgio, che spacciava poi gli oggetti facendoli viaggiare anche con la valigia diplomatica. Un signore. Abd-el-Rasul acconsente quindi a far vedere da dove prende quegli oggetti; Aga Ayad, protetto dall’immunità diplomatica, svanisce nelle sabbie del tempo.

Ironia della sorte: Maspero sta per partire per le vacanze in Europa (verrà aspramente criticato per questo) e Maxence de Rochemonteix si ammala proprio in quei giorni. Maxence manca così l’appello con la storia per la sua salute, già minata dal soggiorno in Egitto e che lo porterà ad una morte prematura dieci anni dopo. A sostituirlo arriva un altro assistente del Museo di Boulaq, quell’Emile Brugsch autore del primo set di foto del Museo. Brugsch è praticamente l’ultimo arrivato dei collaboratori di Maspero, e questo sarà un problema.

Un Ahmed Abd-el-Rasul in età avanzata posa per dei turisti all’ingresso della cachette

Il 5 luglio 1881 Emile Brugsch, arrivato sul posto con una “delegazione” di autorità locali, si cala nel pozzo indicato dal ladrone; scende per 11 metri con una corda, segue alla luce di una fiaccola una prima svolta della galleria che trova e nel suo racconto picchia dentro ad un enorme sarcofago. Alza la fiaccola, legge i cartigli e narra di aver rischiato di svenire: ha trovato Sethi I, la cui tomba scoperta da Belzoni 64 anni prima aveva infiammato l’Europa. Gli gira la testa, cerca un posto dove sedersi e voltandosi trova una marea di altri sarcofagi, alcuni aperti e saccheggiati, altri ancora chiusi. C’è Ahmose, che ha sconfitto gli Hyksos e fondato la XVIII Dinastia, c’è Tuthmosis III, che ha creato l’Impero Egizio.

Quando trova il sarcofago di Ramses II, non ce la fa più. Si siede sul suo sarcofago, la fiaccola in mano, e rimane lì per diversi minuti a cercare di rallentare il battito cardiaco.La domanda successiva che gli si pone nella mente è: cosa fare? Ormai tutti sanno che lui è lì, e che la tomba (che sarà denominata DB320 e poi TT320) che è stata il “bancomat” della famiglia el-Rasul è stata scoperta.

PREDONI O SCIENZIATI?

Emile Brugsch conta alla fine quaranta mummie reali in quella che verrà poi rinominata DB320 ed infine TT320. È letteralmente terrorizzato all’idea che la tomba venga ulteriormente depredata in sua assenza. Per un motivo che non sappiamo, non gli viene neanche in mente di chiudere l’unico accesso con un’inferriata e piantonare l’ingresso come farà invece Carter con la tomba di Tutankhamon. Decide invece per una misura drastica: si rivolge proprio al villaggio di Kurna e assolda 300 persone per svuotare la tomba in 2 giorni sotto il controllo di alcuni soldati.

La paura dei saccheggi è talmente elevata che gli operai che scendono nella tomba vengono costretti a lavorare completamente nudi. Brugsch e due soldati ricevono i reperti man mano che emergono dalla tomba. Nessuno prende nota di alcunché, nessun disegno, nessun inventario. Ancora oggi non sappiamo come fossero disposti i sarcofagi nella tomba se non per i ricordi di Brugsch. I reperti vengono poi portati a valle e accatastati fianco a fianco sotto continua sorveglianza armata, ma senza uno straccio di annotazione sui pezzi. Il primo inventario verrà fatto solo a destinazione, al Cairo. Molti sarcofagi e diverse mummie vengono danneggiate durante il trasporto.

Il resoconto illustrato dell’epoca delle “nuove scoperte nell’Alto Egitto”

Da un punto di vista archeologico è un disastro totale. Molte informazioni, anche sulla ricostruzione delle peregrinazioni dei defunti Faraoni, vengono perse per sempre. Grazie al pessimo lavoro di Brugsch, per più di un secolo non si è saputo molto del “proprietario” originale della tomba. Alcune iscrizioni riportate da Maspero sono andate anch’esse perse.

Dopo una revisione attenta delle iscrizioni superstiti sulle pareti alla fine del ‘900 si è potuto stabilire che appartenesse in origine alla famiglia del Sommo Sacerdote di Amon Pinedjem II durante la XXI Dinastia. Lui e la moglie Neskhons sarebbero stati sepolti qui sotto il regno del Faraone Siamon a cinque anni di distanza uno dall’altra. Ma non è così semplice: alcuni sarcofagi (Ramses I, Seti I e Ramses II) riportano che furono trasferiti nella “ḳȝy” (“luogo in alto”) della Regina Inhapi, moglie di Seqenenre Tao II, facendo supporre che la TT320 fosse a lei dedicata. In realtà la maggior parte degli studiosi ipotizza una doppia (almeno) traslazione delle salme con quelle del “gruppo Inhapi” traslate solo per ultime nella TT320 come dimostra la loro vicinanza all’ingresso. La tomba di Inhapi sarebbe quindi ancora da scoprire, probabilmente nelle vicinanze della TT320.

Comunque sia, l’8 luglio la tomba è vuota ed i pezzi allineati per l’imbarco a Luxor; il vaporetto però è in ritardo e il viaggio delle mummie reali inizia solo il 14 luglio; Brugsch si imbarca con loro

.E di colpo, l’Egitto torna magicamente indietro di tremila anni. La notizia del “carico” del vaporetto si sparge come l’acqua del Nilo durante la piena e la Terra di Khemet rivolge un commovente saluto ai suoi antichi sovrani.

Brugsch, in piedi sul ponte, vede migliaia e migliaia di persone che fanno da ali al viaggio dei Faraoni defunti. Gli uomini scaricano i loro fucili in aria, le donne si spogliano e si cospargono il viso e il corpo di polvere, strofinandosi i seni con la sabbia. Il viaggio della nave viene accompagnato dall’eco dei lamenti funebri, trasformandosi in una commovente processione spontaneamente organizzata. Brugsch è a disagio. Si sente un profanatore, un predone come Abd-el-Rasul. SI chiede se la motivazione scientifica ed archeologica sia sufficiente a legittimare ciò che sta facendo. Un pensiero sorprendentemente moderno.

Gli risponderà indirettamente Victor Loret anni dopo quando, trovata la tomba di Amenophis II (la KV35) spogliata di ogni oggetto, decise di richiudere la tomba per permettere alle salme racchiuse di riposare in pace. Uno o due anni più tardi ladri moderni entrarono nella tomba e strapparono Amenophis dalla sua bara, danneggiando gravemente la mummia. Ebbe anche a scrivere al riguardo Howard Carter, che lavorò anche alla KV35:

Possiamo trarre da questa circostanza un ammonimento, che additiamo a coloro che ci criticano chiamandoci vandali perché priviamo le tombe dei loro oggetti. Trasportando le antichità nei musei, noi ne curiamo la conservazione; lasciate al loro posto, esse diverrebbero prima o poi preda dei ladri, e ciò equivarrebbe alla loro distruzione

Maspero viene aspramente criticato per non aver presieduto personalmente all’apertura della tomba. Anche il clamore suscitato dal viaggio sul Nilo delle mummie reali e le accuse di profanazione diventano un problema diplomatico. Maspero viene invitato a riferire direttamente al Governo francese. Lo farà con un resoconto ufficiale nell’ottobre 1881, con (finalmente!) una prima descrizione dei reperti ritrovati (foto ovviamente di Brugsch). Maspero ne approfitta per piangere miseria (“ho dovuto smantellare un’intera sala del Museo per accogliere le mummie reali ed ora non c’è abbastanza spazio per gli altri reperti!”). Per ora rimarrà inascoltato.

Ma finalmente siamo faccia a faccia con alcuni tra i personaggi più famosi della storia d’Egitto. Quasi tutte le immagini provengono dalla pubblicazione originale di Maspero.

Nota: la mummia di Seti I affascinò talmente tanto un ragazzino di dieci anni che ancora oggi quel “diversamente giovane” cerca di imparare qualcosa di quella civiltà e si diverte a scriverne qui, sperando di creare curiosità ed interesse in altri “ragazzini”

Il sarcofago e la mummia di Seti I, il papà di Ramses II. Probabilmente la mummia meglio conservata, sicuramente la più “viva” nella sua dignità regale a distanza di più di tremila anni

Riferimenti:

  • G. Elliot Smith, The Royal Mummies, Catalogue Général du Musée du Caire, Cairo 1912
  • Edoard Naville, L’égyptologie française pendant un siècle. 1822-1922.
  • G. Maspero, La Trouvaille de Deir-el-Bahari. Cairo 1881
  • Federico A. Arborio Mella, L’Egitto dei Faraoni. Storia , civiltà, cultura, Milano, Mursia, 1976
  • DA Aston, TT 320 and the ḳȝy of Queen Inhapi: A reconsideration based on ceramic evidence- Göttinger Miszellen, 2013

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