Obelischi

ACQUA ALLE CORDE

A cura di Giuseppe Esposito


Questo articolo esula, almeno apparentemente, dall’argomento principe di questo sito poiché il “fatto” si svolge a Roma… Ci sposteremo, inoltre, in avanti lungo la linea del tempo di qualche migliaio di anni ma, a ben guardare, in realtà gli antichi egizi saranno ugualmente presenti poiché il protagonista sarà un obelisco “emigrato” dalla sua terra d’origine e oggi innalzato in uno dei luoghi più famosi del mondo: Piazza San Pietro a Roma. E’ bene premettere, ancora, che nel panorama degli obelischi romani, vi ricordo che sono ben 13, quello di cui ci accingiamo a trattare è considerato un “falso”: benché proveniente dalla terra dei faraoni, infatti, non è certo che siano stati gli antichi egizi a realizzarlo. Ma è il momento di farne la conoscenza.

Introduzione

Anche se ormai in disuso, dare “acqua alle corde” è una frase che ha un suo ben preciso significato: essere risoluti, fattivi, avere presenza di spirito e coraggio, anche se si rischiano conseguenze personali.

Ma da cosa deriva questa frase così strana e, altrimenti, sibillina?

Forse è il caso di fare una passeggiata in una delle piazze romane più famose del mondo: Piazza San Pietro, cuore della cristianità, in cui, quasi al centro dell’ellisse berniniana, campeggia un enorme obelisco anepigrafe (ovvero privo d’iscrizioni) conosciuto come “obelisco Vaticano”.

Cominciamo con il ricordare che “Vaticano” era, in realtà, una divinità minore romana il cui compito, come ricorda anche Sant’Agostino[1], era assistere i neonati nel loro primo vagito. Con tale nome, forse per la presenza di un tempio a tale divinità dedicato, era chiamata una valle che si stendeva ai piedi del colle omonimo destinata, nel primo secolo, a necropoli e, successivamente, sfruttata per la realizzazione di un circo[2] iniziato sotto l’Imperatore Caligola (regno 37-41 d.C.) e terminato da uno dei suoi successori, Nerone (regno 54-68 d.C.). Lungo 540 m e largo circa 100, poteva ospitare fino a ventimila spettatori ma, salvo rare eccezioni in cui l’Imperatore lo aprì gratuitamente al pubblico, era riservato solo a Nerone e alla sua Corte. L’area dei “carceres”, cioè il luogo da cui partivano bighe e quadrighe per le gare, era ubicata nei pressi del Tevere mentre il lato curvo orientativamente nell’area attualmente occupata dall’abside della Basilica di San Pietro.

Al centro del circo, sulla “spina” attorno a cui si svolgevano le corse, si innalzava un enorme monolite in granito rosso di Aswan, del peso di oltre 300 tonnellate, originariamente eretto in Egitto, ad Alessandria nel Forum Iulii, che Caligola aveva fatto trasportare a Roma facendo costruire un’apposita nave della lunghezza di 80 m e oltre 1.600 t di stazza. Tanto grande era tale natante che Plinio scrive ci volessero quattro uomini per abbracciarne l’albero di maestra; a trasporto ultimato, il cargo riempito di pozzolana, venne affondato a Ostia per costituire la base di un nuovo molo del porto di Traiano (riscontri in tal senso si ebbero negli anni ’50 del secolo scorso, durante i lavori di realizzazione dell’Aeroporto di Fiumicino, con il ritrovamento, sul fondo, della traccia di una nave della lunghezza, appunto, di 80 m).

Il circo di Nerone cadde in disuso nel secondo secolo, divenendo nuovamente una necropoli e una vera e propria cava di pietre con cui costruire l’originaria basilica di San Pietro che era affiancata da un’altra piccola chiesa circolare, ricavata da un antico mausoleo: prima denominata Sant’Andrea e poi Santa Maria delle Febbri.

1532: Santa Maria delle Febbri e “la piramide di Cesare” in un disegno di Maarten van Heemskerck[3]

Una sola cosa rimase al suo posto: l’obelisco!

Passarono i secoli, la terra si accumulò, e attorno a Santa Maria delle Febbri nacquero altre costruzioni; fu così che l’obelisco venne quasi dimenticato se si esclude un “turista” del XII secolo, un tale Magister Gregorius, che in un suo taccuino, oggi all’Università di Cambridge, scrisse di aver fiancheggiato la basilica a sinistra e di essere giunto in uno spiazzo angusto e buio in cui si ergeva «la piramide di Giulio Cesare[4]». E le cose non cambiarono nei secoli a venire se ancora nel 1589 Mons. Michele Mercati, nel suo “De gli obelischi di Roma”, ricordava che «(l’obelisco) si vedeva conservato intiero, ma in luogo scurissimo et quasi deserto…».

SISTO V

Nel 1585, dopo che altri sei Papi ci avevano pensato, fu eletto al soglio di Pietro Sisto V, al secolo Felice Montalto Peretti (1525 – papa dal 1585 al 1590), che pose mano allo spostamento dell’obelisco Vaticano decidendo che doveva trovare posto al centro della piazza antistante alla basilica.

Sisto V regnò solo cinque anni ma tracce del suo pontificato sono ancora ben visibili oggi nei luoghi più belli di Roma; oltre il Vaticano, di cui stiamo trattando, a lui si dovrà, ad esempio, l’innalzamento di altri obelischi che campeggiano nei luoghi più belli e fotografati di Roma: Piazza del Popolo, Piazza dell’Esquilino e Piazza del Laterano. Suoi furono tra l’altro, anche, l’Acquedotto Felice, il restauro delle colonne Traiana e di Marco Aurelio, con l’apposizione alla sommità delle statue di San Pietro e San Paolo, la Fontana dei Dioscuri in Piazza del Quirinale[5], le Quattro Fontane dell’incrocio omonimo, la Strada Felice che univa, e unisce ancor oggi sebbene con vari nomi[6], la Trinità dei Monti all’Esquilino.

Fu così che Sisto V, dopo soli quattro mesi di regno, bandì una gara perché l’obelisco fosse spostato di “soli” 250 m fino al centro della piazza che, lo rammento, non era ancora circondata dal colonnato berniniano che risale a circa cento anni dopo (1657-1667). La “Congregatione” incaricata di valutare le offerte presentate (secondo il vincitore ben cinquecento) scelse, quale miglior progetto, quello dell’architetto Domenico Fontana (1543-1607), l’unico peraltro che prevedeva l’abbattimento dell’obelisco e il suo re-innalzamento nel luogo desiderato.

DOMENICO FONTANA

Del lavoro preparatorio e delle successive operazioni abbiamo un fedele resoconto stilato dallo stesso architetto nel suo “Della trasportatione dell’obelisco Vaticano et delle fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V fatte dal Cavalier Domenico Fontana Architetto di Sua Santità”, del 1590.

Poiché, però, non siamo qui per narrare le vicende relative alla “trasportatione” nella sua completezza, per quanto affascinanti, ma solo della fase di re-innalzamento dell’obelisco al centro della Piazza, diremo soltanto che il primo giorno, per sollevare il monolite di 60 cm occorsero «…dodici mosse…» e un’intera giornata, e che per “sdraiarlo” e prepararlo al trasporto, occorsero ben sette mesi in cui vennero demolite abitazioni, sfondata la chiesa di Santa Maria delle Febbri e costruita una rampa per superare un dislivello di circa 9 m tra il luogo di partenza e quello d’arrivo a 250 m di distanza.

Siamo così giunti al 30 agosto 1586 quando la piazza fu circondata da una fitta palizzata e il 10 settembre, dopo due messe e la comunione per tutti i partecipanti sul luogo di lavoro, si iniziarono le operazioni di innalzamento con, scrive Fontana: «…quaranta argani, centoquaranta cavalli e ottocento huomini…». Come intuibile, una tal massa di lavoratori e di strutture poteva essere comandata solo se si fosse rispettato il massimo silenzio e, infatti, il bando del Papa, scrive ancora Fontana, recitava che durante le operazioni: «…nissuno parlasse, sputasse o facesse strepito di sorte alcuna sotto gravi pene, acciò non fussero impediti li comandamenti ordinati da me a’ ministri…». Dice la leggenda, ma conoscendo il carattere focoso di Sisto V non è lecito dubitarne, che per sottolineare il drastico divieto nella piazza venne eretta la forca presidiata dal boia. Del resto analoghe forche erano erette, durante il carnevale di Roma, ai capi opposti dell’attuale Via del Corso per sanzionare, sul posto e praticamente senza processo, chi, approfittando della gran folla, fosse stato preso in flagrante borseggio.

“ACQUA ALLE CORDE”

Per capire appieno quale immane opera si stesse attuando, è forse utile, per inciso, far presente che quando Paolo III chiese a Michelangelo Buonarroti di procedere allo spostamento, ottenne da costui un netto rifiuto; chiestogli il motivo di tale diniego, la lapidaria risposta del grande artista fu semplicemente «Et se si rompesse?».

Ma torniamo a quell’assolato 30 agosto 1586 in cui è chiaro che al calore climatico doveva sommarsi il calore di un non indifferente stress per tutti coloro che erano coinvolti nelle opere e, maggiormente, per l’Architetto Fontana, unico responsabile.

Fu così che, in un silenzio che doveva essere irreale, iniziarono le manovre. Possiamo solo immaginare lo stridere e il cigolare degli argani di legno sottoposti all’immane sforzo, gli ordini gridati, o imposti con il suono di una campana (tanto che fu vietato a un vicino convento di suore di cadenzare gli orari giornalieri con lo stesso sistema), le bestemmie degli uomini (nonostante il luogo sacro), e i versi degli animali da soma sottoposti allo sforzo, lo scricchiolare sotto la tensione dei legni e, più di tutti, delle funi la cui canapa era stata acquistata a Foligno. Di queste, intrecciate a Roma, quarantuno erano lunghe «…ciascuna canne cento…» (circa 225 m) e «…tre ne furono fatti longhi canne dugento…» (circa 450 m)[7].

Fu così che per il gran caldo della giornata, e per l’enorme attrito cui le funi di canapa erano sottoposte, queste iniziarono a surriscaldarsi e a “mollare”, ovvero a cedere ed allungarsi rischiando così di far crollare l’obelisco. Nel silenzio totale che regnava nella piazza si sarebbe, a tal punto, levato un grido: «Deghe l’aegua ae le corde», ovvero “Date acqua alle corde” che, ovviamente, si sarebbero così raffreddate e riaccorciate.

Sarebbe stata, il condizionale è d’obbligo per quel che vedremo in seguito, la possente voce di un “marinaio” ligure, tale Benedetto Bresca, originario di Sanremo. Inutile dire che, proseguendo nel racconto, o meglio sarebbe dire la leggenda, il Bresca sarebbe stato arrestato poiché aveva violato il bando del Papa, ma da questi graziato e, anzi, premiato, per aver salvato il lavoro svolto, dandogli l’esclusiva a vita, tramandabile agli eredi, della fornitura per il Vaticano dei “palmireni”[8] per la domenica delle Palme.

VERITÀ O FAKE NEWS?

Sopra ho scritto, però, che il condizionale è d’obbligo poiché della vicenda non si ha traccia in nessun atto dell’epoca:

  • non esiste traccia della vicenda nella “Trasportatione dell’Obelisco Vaticano…” di Domenico Fontana, 1590, che pure è pregna di particolari; 
  • non esiste nel “De gli Obelischi di Roma” di Michele Mercati, 1589; 
  • non esiste nelle epistole di Camillo Capilupi, ambasciatore a Roma del Ducato di Mantova, che pure teneva costantemente informato il Duca Guglielmo Gonzaga; 
  • non esiste nella “Descritione di Roma moderna” di Autori Vari, del 1697;
  • non esiste, ed è quasi il più importante di tutti, in una “familiaris quaedam epistula”, una lettera che un anonimo scrisse alla propria famiglia, nel 1586, narrando appunto di aver assistito all’innalzamento dell’obelisco; 
  • non ne fanno menzione i giornali scandalistici dell’epoca, gli “Avvisi di Roma”, sempre pronti, invece, a raccontare episodi, fatti curiosi e pettegolezzi;
  • non ne fa menzione nel suo “Mercurio Errante”, una sorta di guida turistica, Pietro Rossini, nel 1704, che pure scrisse di tutti gli obelischi presenti, all’epoca, a Roma.

E allora? La storia del “marinaio” sanremese? Beh, debbono passare quasi duecento anni dal 1586 perché se ne faccia menzione per la prima volta. 

La prima traccia della vicenda, risale infatti al 1744 quando un antiquario romano, Francesco Ficoroni[9] fece notare che in un affresco dei corridoi vaticani, relativo proprio all’innalzamento dell’obelisco Vaticano, «…vi era tra la moltitudine un marinaio colle calzette verdi che non ostante la pena di morte a chi avesse parlato, gridò: bagnate le funi…» e, poco più avanti, si scopre perché il personaggio sia individuato come “marinaio”: «…Gli olandesi pellegrinanti, nel vederne la figura rassomigliante a’ suoi marinari, pretendono essere stato olandese; al contrario gl’Inglesi dicendo che i loro marinari son ricchi, ben vestiti, e con calzette di seta verde, vogliono che sia stato un inglese. Onde, ritrovandosi insieme due capitani di vascelli, uno olandese e uno inglese altercavano talmente che non si curarono di vedere altre rarità…».

Effettivamente nell’affresco menzionato, un sovraporta del corridoio “Sistino”, un personaggio con calzette verdi (che sia un marinaio non è altrimenti dimostrabile se non per la diatriba tra olandesi e inglesi sopra citata) viene trattenuto da due guardie svizzere.

Le operazioni di abbattimento dell’obelisco; nel cerchio rosso “il marinaio con le calzette verdi[10]

Solo in seguito però, nel 1788, cioè duecento anni dopo i fatti, l’Abate Francesco Cancellieri[11] nel suo “Descrizione delle Cappelle Pontificie e Cardinalizie”  (vol I, pag. 465), fa per la prima volta il nome di Bresca. Questa notizia è particolarmente interessante, ai nostri fini, poiché il Cancellieri era notoriamente un pignolo, che riportava sempre le fonti delle sue informazioni, tanto da apporre spesso note alle stesse note: ebbene, in questo solo caso Cancellieri NON riporta la fonte affermando, di averne saputo il nome solo perché “gridatogli” da una «donna genovese».

A ben cinquanta anni dopo, nel 1811, risale invece la notizia della “privativa” assegnata al Bresca per la fornitura delle palme per la domenica omonima (Gaetano Moroni[12]: “Dizionario di erudizione ecclesiastica” -Vol. I- p. 194). Mentre nel 1811, però, il Moroni riferisce che l’intervento del 1586 sarebbe avvenuto a causa di un incendio degli argani, solo ulteriori quarant’anni dopo, preciserà che si trattava dell’allungamento delle funi di canapa e aggiungerà che «Sisto V concesse la privativa con diploma, in un al titolo di capitano del 1° reggimento di linea pontificia, col privilegio di portarne la divisa e d’innalzarne bandiera sul bastimento: ed oltre il pagamento delle palme, una pensione mensile dai palazzi Apostolici, il tutto ancora in vigore».

Aldilà dell’incongruenza storica sul grado militare assegnato (che non esisteva nel 1585), è bene a tal punto precisare che non esiste neppure alcun “diploma” a firma, o del periodo, di Sisto V e che se un diploma esiste, è datato 1835, ovvero ben 250 anni dopo i fatti narrati, ed è relativo alla nomina a cavaliere “speron d’oro” indirizzata a un certo capitano Giacomo Bresca, morto nel 1843, la cui discendenza dal “Benedetto” dell’«Acqua alle corde» non è assolutamente precisata.

Ulteriori ricerche su documenti di epoca sistina (D’Onofrio “Gli Obelischi di Roma”, ed. 1967, p. 98) non hanno dato esito, se non consentito di scoprire che il “banderaro” dell’epoca, ovvero colui che forniva le palme ai palazzi Apostolici per la Pasqua era tale Lorenzo Manfredi e che a lui seguì, nello stesso incarico, come risulta da un “breve” a firma di Urbano VII[13], successore di Sisto V (Archivio di Stato, Giustificazioni di tesoreria, busta 17, fascicolo 13.),  tale Gironimo Andreini.

A riprova della labilità delle informazioni effettive sulla vicenda, si aggiunga che a metà ’800, spalleggiato dal Moroni, un tal Giuseppe Bresca, dichiaratamente discendente del “Benedetto” del 1586, chiese il riconoscimento dei benefici assegnati all’avo, ma poté avanzare, come unica prova, solo il testo dell’Abate Cancellieri del 1788.

CONCLUSIONI

Poiché la faccenda può apparire ingarbugliata, proviamo a riassumere brevemente: 

  • 1586: Domenico Fontana sposta l’obelisco Vaticano di 250 m circa. Non si fa menzione dell’episodio “acqua alle corde”, né in suoi scritti, né in quelli di altri cronisti dell’epoca o negli “Avvisi di Roma”, e neppure nella lettera che un anonimo scrive alla famiglia raccontando di aver assistito all’innalzamento;
  • 1586 – 1590: da atti della tesoreria vaticana risulta che fornitori delle palme sotto Sisto V e Urbano VII, suo successore, siano Lorenzo Manfredi e Gironimo Andreini;
  • 1744 (158 anni dopo): nasce il riferimento all’uomo colle calzette verdi di cui scrive il Ficoroni e che viene indicato come “marinaio” solo perché olandesi e inglesi litigano sul fatto che sia un loro compatriota tanto che due capitani, un olandese e un inglese appunto, si azzuffano davanti all’affresco per tale motivo. Fino a tale data non esiste alcun riferimento alla vicenda dell’“acqua alle corde”;
  • 1788 (202 anni dopo): l’Abate Francesco Cancellieri, storico e studioso, pignolo e pedante, che riporta sempre le fonti da cui trae le sue notizie, ripete ancora la vicenda, ma indica l’uomo con le «calzette verdi» come “operaio”, e per la prima volta menziona la famiglia sanremese precisando, tuttavia, di aver saputo quel cognome perché «urlato da una donna di nome Bresca»
  • 1840 (254 anni dopo): Gaetano Moroni rifinisce la storia dapprima dicendo che l’acqua è servita a spegnere un incendio delle macchine e poi, nel 1851 (265 anni dopo), a raccorciare le funi;
  • Metà ‘800: Giuseppe Bresca, dichiaratamente discendente da Benedetto Bresca, cerca di ottenere benefici dal Vaticano (privativa e pensione) menzionando, tuttavia, un atto di Sisto V che non esiste. 

Può essere utile a tal punto rammentare anche quanto scrive un tal Bubeske, un “turista” tedesco del 1555 (ovvero circa 30 anni prima dello spostamento dell’Obelisco Vaticano), che narra come, mancando pochi centimetri a poggiare un pesante obelisco sul suo piedistallo, l’architetto fece bagnare le corde che si ritirarono e consentirono di poggiare il monolite delicatamente sugli astragali che lo attendevano… già, ma il racconto di Bubeske, riferitogli dalle guide locali, fa riferimento all’obelisco di Thutmosi III innalzato da Teodosio sulla spina dell’Ippodromo di Costantinopoli  nel 390, quello che è ancora oggi noto come “Dikilitas”. Storia ormai entrata nell’immaginario collettivo visto che, nel 1587, un altro “turista”, anche questo tedesco, Rinald Lubenau riporta lo stesso racconto a proposito del medesimo obelisco turco.

Sembra perciò di poter concludere etichettando la vicenda come fake-news e che la “leggenda” dei Bresca sia motivata da un atto di furbizia della donna che, nel 1788, vedendo la possibilità di guadagnarci, urlò il suo nome al Cancellieri il quale, a sua volta, forse rifacendosi agli scritti del Ficoroni, confermò la vicenda pur non potendo portare fonte alcuna. 

Passano i secoli e i Bresca, forse “attivati” dal Moroni di cui vantano l’amicizia e che di certo conosce i testi del Cancellieri, vedono la possibilità di sfruttare la vicenda creatasi e ne approfittano, vuoi per la privativa, vuoi per la pensione. Il far confermare, in qualche modo, una preesistente autorizzazione risalente addirittura al 1586, era inoltre certo elemento utile a sbaragliare eventuali concorrenti.

Bibliografia

  • Michele Mercati, Gli Obelischi di Roma di Mons. Michele Mercati Protonotario Apostolico alla Santità di Nostro Signore Sisto Quinto Pontefice massimo, 1589, In Roma, appresso Domenico Basa;
  • Domenico Fontana, Della trasportatione dell’Obelisco Vaticano et altre fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V fatte dal Cavallier Domenico Fontana architetto di Sua Santità, 1590, In Roma, appresso Domenico Basa;
  • Autori Vari, Descritione di Roma Moderna formata nuovamente, 1697, In Roma, Nella libreria di Michel’ Angelo e Pier Vincenzo Rossi, a Pasquino, all’Insegna della Salamandra
  • Pietro Rossini, Il Mercurio Errante: delle Grandezze di Roma, tanto antiche, che moderne, 1704, in Roma, per Antonio Rossi;
  • Cesare d’Onofrio, Gli Obelischi di Roma, 1965, Bulzoni editore;
  • Roberto Dragosei, Il Papa e l’Architetto, Cangemi Editore.

[1]      Sant’Agostino, nel suo “De Civitate Dei” (opera latina in 22 volumi scritta tra il 413 e il 426) fa derivare il nome da “vagitus” e sottolinea come le divinità pagane fossero, di fatto, solo personalizzazioni di eventi naturali.

[2]      La differenza tra “circo” e “stadio” stava nel fatto che mentre nel primo si svolgevano usualmente corse di carri, nel secondo si svolgevano agoni sportivi, gare di atletica, ma anche di poesia. A titolo di esempio, si considerino il Circo Massimo e un altro luogo famoso di Roma, Piazza Navona, che ricalca fedelmente la forma del sottostante Stadio di Domitiano. Rammento, per inciso, che il nome stesso della Piazza non deriva, come raccontano i “centurioni” moderni, da “navona”, ovvero grossa nave a causa della forma, né dalle naumachie che mai vi si sono svolte, bensì proprio dal fatto che in quel luogo si svolgevano “agones”. Il nome è conservato nella chiesa borrominiana ivi esistente, Sant’Agnese in Agone, mentre da Piazza in Agone a Piazza ‘n agone e poi Piazza Navona il passo è davvero breve.  

[3]      Marten Jacobszoon Heemskerk van Veen (1498-1574), pittore olandese. Soggiornò a Roma dal 1532 al 1536. I disegni di van Veen, molto particolareggiati, sono particolarmente importanti per lo studio delle antichità romane giacché vi si possono recuperare informazioni altrimenti sconosciute. In questo caso, ad esempio, alla base dell’obelisco si nota la lapide, oggi praticamente illeggibile, che recitava: “DIVO CAESARI DIVI IVLII F. AVGVSTO TI. CAESARI DIVI AVGVSTI F. AVGVSTO SACRUM”, cioè, in una sorta di gioco di parole: “Consacrato al Divino Cesare Augusto, figlio del Divino Giulio, e ad Augusto Tiberio Cesare, figlio del Divino Augusto”.

[4]      Narrava la leggenda che proprio ai piedi di questo obelisco Cesare, cui era stata consegnata poco prima una lettera, incontrò l’indovino, Spurinna, che gli aveva vaticinato la morte per le Idi di marzo. Rimandò perciò la lettura della lettera per fargli notare che le Idi erano giunte ed egli era ancora vivo: «…vero, avrebbe risposto l’indovino, ma prega che mi sia sbagliato perché il giorno non è ancora finito». La lettera non letta da Cesare, sempre secondo la leggenda, conteneva proprio la notizia della congiura ordita contro di lui. Rammento, per inciso, che Cesare venne ucciso in quella che oggi è Piazza Argentina, a Roma, ai piedi della statua di Pompeo, poiché il Senato, che si trovava al Foro, era chiuso per lavori. 

[5]      Non nella versione attuale, ottocentesca, dovuta all’architetto Raffaele Stern (1774-1820).

[6]      Per citare solo le più note: Via Sistina, Via delle Quattro Fontane, Via Depretis, Via Carlo Alberto.

[7]      Una “canna” architettonica romana era pari a circa m. 2,23 m.

[8]      Si tratta di foglie di palma intrecciate distribuite ai fedeli nel giorno della domenica delle Palme.

[9]      Francesco Ficoroni (1664-1747), antiquario, archeologo e collezionista; tra le altre opere si annoverano i “Vestigi di Roma moderna”, del 1744, che contiene la notizia.

[10]     Sullo sfondo si vede la Chiesa di Santa Maria delle Febbri sfondata per l’installazione, al suo interno, di tre argani e consentire le operazioni di abbattimento dell’obelisco prima dello spostamento.

[11]     Francesco Girolamo Cancellieri (Roma 1751-1826), storico, bibliografo, erudito, bibliotecario.  

[12]     Gaetano Moroni Romano (Roma 1802-1883), Primo Aiutante di Camera di S.S., bibliografo.

[13]     Per comprendere l’importanza di tale concessione, si consideri che Urbano VII assunse il trono di Pietro il 15 settembre 1590 e morì, dopo soli dodici giorni, il 27 settembre dello stesso anno, eppure tra i suoi PRIMISSIMI ATTI ci fu proprio la concessione in oggetto.

1 pensiero su “ACQUA ALLE CORDE”

  1. L’autore dell’interessante articolo, appassionato “egittologo”, affronta con piglio vivace un aspetto curioso e dibattuto di uno dei suoi amatissimi obelischi. Davvero interessante e scritto in modo frizzante, coinvolgente.

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