Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Obelischi

IL PIU ANTICO ESEMPLARE DI OBELISCO INTEGRO

Di Franca Loi

Gli egiziani chiamavano Tekhen l’obelisco e lo consideravano il simbolo del dio sole di Heliopolis, Ra. Molti studiosi riallacciano l’obelisco all’evoluzione della pietra sacra primitiva sulla quale si leva il sole dell’alba.

I primi obelischi li troviamo nei Templi Solari della V dinastia, dove sono eretti al centro del santuario, al di sopra di una piramide tronca. Nel Medio regno troviamo gli obelischi classici, tagliati nel granito di Assuan, ma si tratta ormai di oggetti puramente ornamentali.

Dalla fine dalla fine del Medio Regno venivano disposti a coppie all’ingresso dei Templi.

A Heliopolis ( il centro del culto del sole), Senusert I ricostruì l’importante tempio di Atum- Ra. Vi eresse due obelischi di granito rosso per celebrare il proprio Giubileo dell’anno 30 Heb Sed. Uno degli obelischi, ” oggi superstite, è considerato il più antico esemplare oggi pervenutoci integro. A testimonianza dell’avvenimento le iscrizioni (sono le stesse su tutte le facce) “…….. figlio di Ra Senusert, l’amato dalle anime di Heliopolis, che viva in eterno, Horus d’oro Il vivente di nascita, il Dio buono Kheperkare. Nella prima occasione di Giubileo e gli ha fatto (questo obelisc); che sia dotato di vita in eterno.”

Obelisco di Senusert I.
” Il più antico esemplare oggi pervenutoci di obelisco integro, XII dinastia. Heliopolis. Il Cairo”

L’obelisco è un monumento celebrativo formato da un tronco di piramide alto e stretto, che culmina con una punta piramidale chiamata pyramidion. Gli obelischi antichi venivano ricavati da un unico blocco di pietra (un monolito). Gli obelischi sono monumenti in gran parte di origine egizia. Il nome deriva dal greco ‘obelos’, ovvero spiedo e ‘obelisco’ è un diminutivo che vuol dire ‘spiedino’.

Gli obelischi erano parte importante dell’architettura degli antichi egizi, che li disponevano a coppie all’ingresso dei templi. Si è a conoscenza di ventisette antichi obelischi egizi sopravvissuti ed eretti. 

Veduta del Nilo e dell’Obelisco di Sesostri I a Heliopolis, Egitto. Acquerello di Pascal Coste (1787-1879). Biblioteca comunale di Marsiglia

Obelisco di Sesostris I, Eliopoli, Egitto, incisione su legno, pubblicato nel 1879
Fonte :istockphoto.com

L’obelisco incompiuto di Assuan.
In una cava nei pressi di Assuan è presente un grande obelisco incompiuto, lungo 42 metri e disteso su un fianco, la cui estrazione non è stata completata a causa di fenditure comparse nella roccia.
L’obelisco simboleggiava il dio del sole Ra.
Si pensava inoltre che il dio esistesse all’interno della sua struttura.

Ricostruzione del tempio solare di Setibtawy (Niuserra) ad Abu Gurab.
Elemento caratteristico del tempio solare è l’obelisco, posto al centro del cortile centrale, davanti al quale si trovava un altare per le offerte.

Fonte:

  • Maurizio Damiano-Antico Egitto-Electa
  • Biblioteca comunale di Marsiglia
  • istockphoto.com
  • Geostoriawiki
Obelischi

L’OBELISCO DI CHAMPOLLION

Di Giuseppe Esposito

Forse non tutti sanno che… Jean François Champollion eresse anche lui un obelisco, e per di più a Roma.

Vi vedo stupiti e, in effetti, si tratta di una storia davvero poco nota. Ma partiamo da una notizia giornalistica:

“[…] Nel mezzo dei viali, in faccia al gran cancello che mette alla pubblica passeggiata, e rimpetto all’obelisco marmoreo, detto Aureliano, che tiene il centro della medesima, il signor Ambasciatore ne aveva fatto innalzare un altro con trasparenti analoghi geroglifici inscrittivi dal signor Champollion, letterato francese di alto grido per le belle discoperte che riguardano questo linguaggio finora disperato dell’Egizia religione […]” il piccolo passaggio si conclude con la speranza che “[…] della loro spiegazione sia fatta copia ai curiosi […][1].

È il 22 giugno 1825, e così si poteva leggere sul numero 49 del “Diario di Roma”, una sorta di quotidiano dell’epoca.

In quell’anno, infatti, Champollion, che aveva presentato l’anno precedente il suo “Resoconto sul sistema geroglifico degli antichi Egizi[2]”, intraprese un viaggio in Italia per confrontare il suo lavoro, finalmente, con reperti geroglifici autentici. Fino ad allora aveva, infatti, solo potuto eseguire i suoi studi su riproduzioni a stampa, e la stessa “Stele di Rosetta”, alla base delle sue intuizioni, gli era pervenuta solo in copia stampata. Prima tappa del suo viaggio italiano fu Torino, dove visitò la Sala dell’Accademia delle Scienze, vero e proprio embrione del futuro Museo Egizio; fu poi a Parma, Pesaro, Napoli, Firenze, dove ebbe modo di conoscere Ippolito Rosellini, e finalmente Roma.

Fu proprio in quest’ultima città, che l’ambasciatore francese, Montmerency-Laval[3], gli chiese di costruire un obelisco, alto da 45 a 50 piedi, per festeggiare, a Roma, l’incoronazione di re Carlo X [4] di Francia prevista per il 28 maggio del 1825.

Si trattava, come intuibile, di un obelisco “effimero”, strutturato in legno e carta, con “pareti” translucide su cui dovevano essere dipinti geroglifici colorati che sarebbero stati illuminati dall’interno. Fu così che Champollion fece quanto richiesto disegnando geroglifici brillantemente colorati che egli stesso, in una sua lettera, definisce classici e derivati da quelli della vicina Piazza del Popolo. La festa, cui era prevista la partecipazione di migliaia d’invitati, e che era aperta anche al popolo[5], fu però rimandata più volte a causa del maltempo. A tal proposito scrive Champollion[6]

“[…] aspettiamo giorno dopo giorno che il bel cielo d’Italia si mostri degno della sua reputazione […]”.

Causa il tempo inclemente, la festa fu così più volte rimandata e il “Diario di Roma” del 22 giugno, ci informa che, approfittando finalmente del bel tempo, ebbe di fatto luogo il 19 giugno 1825, ma che Champollion, che era ovviamente stato invitato a partecipare alla fastosa ricorrenza che egli stesso aveva contribuito a realizzare, non era presente giacché richiamato in Patria poiché proprio re Carlo X ne aveva richiesta la presenza a Parigi per insignirlo della Legion d’Onore

La titolatura di Re Carlo X di Francia nei geroglifici di Champollion

Se sappiamo quel che avvenne è per una “Storia del Pontefice Leone XII” e, ancor più, per una lettera di Hermine Ida Hartleben[7], curatrice della raccolta di lettere di Champollion.

L’Ambasciatore francese, deciso, infatti, a tenere la ricorrenza il 19 giugno 1825, incurante del maltempo, diede disposizione di innalzare la “guglia di Champollion” il 17 ma

“[…] un vento di mezzodì soffiò sì impetuosamente che gettolla a terra […]”.

Nell’incidente, data la fragilità dell’“obelisco”, vennero danneggiati irrimediabilmente i perfetti geroglifici di Champollion che, come detto, aveva però ormai lasciato Roma da alcuni giorni diretto a Firenze per proseguire, quindi, alla volta di Parigi.

Montmerency-Laval, l’ambasciatore francese, conscio che i tempi erano decisamente ristretti per poter ottenere un nuovo intervento dell’archeologo, decise di eliminare l’ornamento egizio ma, inaspettata, giunse una sollecitazione che non poté rifiutare. Papa Leone XII, infatti, con un potente cannocchiale riusciva a vedere i preparativi della fastosa cerimonia dalle finestre del suo palazzo[8] e aveva già chiesto di potare alcuni alberi che non gli avrebbero permesso, il giorno della festa, di godere appieno proprio dell’obelisco che egli sapeva realizzato da Champollion. Nessuno degli operai, però, anche per timore superstizioso trattandosi di scritture “pagane”, era certo in grado di ridipingere i geroglifici di Champollion; nell’opera si cimentò Pierre-Narcise Guérin[9] e il 19 l’obelisco venne nuovamente innalzato. Scrisse la Hartleben che i geroglifici scritti da Guérin non avevano la stessa eleganza di quelli di Champollion, ma che l’effetto fu ugualmente splendido e apprezzato dalle quasi diecimila persone presenti.

Il giorno successivo, 20 giugno, l’Ambasciatore scrisse al barone Damare, a Parigi, per narrare della sua festa e perché porgesse al re il suo ossequio; in quest’occasione, peraltro, magnificò l’ottimo lavoro fatto da Champollion.

Alla buona Fortuna del Re del popolo fedele Signore del mondo CARLO X Figlio della Regione dei Fiordalisi Signore dei Signori della casata dei Borbone Signore tre volte Grazioso a Roma sotto il Pontificato del supremamente Sacro Sua Santità LEONE XII Che viva in eterno Che una vita felice e tranquilla sia concessa all’unico cui il dominio delle zone dell’universo è concesso Al reale Erede del Signore del mondo ENRICO il tre volte Grande Regale padre d’un Regale figlio grande per le Sue vittorie Al Re Del popolo fedele CARLO X Figlio della Regione dei Fiordalisi Signore dei Signori della casata dei Borbone Che viva in eternoA colui che ha ricevuto la potenza Regale quale erede di suo fratello il Re LUIGI XVIII A colui che ha assunto la PSCHENT nel tempio della città di Reims nel primo Anno del suo regno nel mese di Paoni il IV dell’anno di Dio Salvatore MDCCCXXV per sempre  Che la Potenza Regale sia perpetua in LUI e nei suoi Figli per l’eternità Per LUI che è figlio della Chiesa pura che egli ama Ha fatto realizzare ed erigere con cuore riconoscente questo obelisco al Re tre volte grazioso ADRIANO Di Montmerency devoto al suo Re per l’eternità
Il testo delle quattro facciate dell’obelisco di Champollion
(nella traduzione in italiano ho rispettato le righe così come riportate nei volantini con la stesura geroglifica e la relativa traduzione in francese)


[1]     In effetti, un tal disegno, con spiegazione dei geroglifici apparve in “Storia del Pontefice Leone XII scritta in francese dal Cavalier Artaud de Montor” a opera del “signor Challamet”. Già festa durante, tuttavia, erano a disposizione degli ospiti volantini con la stesura geroglifica e la relativa traduzione in francese.

[2]     “Précis du système hiéroglyphique des anciens égyptiens, ou, Recherche sur les éléments premiers de cette écriture sacrée”, ed. Treuttel & Wurz, Parigi, 1824.

[3]     Anne-Adrien-Pierre Montmerency-Laval (1768-1837, ambasciatore presso la Santa Sede dal 1822 al 1828), Pari di Francia.

[4]     L’incoronazione, riprendendo una tradizione risalente al 1775 e mai più ripetuta in seguito, avvenne nella Cattedrale di Reims il 28 maggio 1825.

[5]     Il “Diario di Roma”, n. 49 del 22 giugno 1825, indica (p. 5) in più di ottomila i partecipanti tra autorità e popolo.

[6]    Da “Lettres de Champollion le jeune: Lettres écrites d’Italie”, lettera datata 5 giugno 1825, vol. I, p. 222.

[7]     Hermine Ida Hartleben (1846-1919), egittologa tedesca autrice di una biografia di Champollion.

[8]     Artaud de Montor, op. cit. p. 494: “[…] il Pontefice provava un grandissimo piacere nell’osservare il corso dei lavori […] armato di un cannocchiale, egli distingueva persino il vestire degli operaj […]. Nello stesso tempo egli s’accorse, in modo da non dubitarne punto, che nella sera della festa egli non avrebbe potuto vedere l’obelisco illuminato perché […] un viale d’alloro impedivagli la visuale […]”.

[9]     Pierre-Narcise Guérin (Parigi 1774 – Roma 1833), pittore, Direttore dell’Accademia di Francia a Roma dal 1822 al 1828.

Donne di potere, Hatshepsut, Obelischi

L’OBELISCO DI HATSHEPSUT

A cura di Grazia Musso

L’obelisco si trova a Karnak, di fronte al quinto pilone. La colonna centrale di geroglifici contiene la titolatura di Hatshepsut ;un’iscrizione in basso ha trentadue linee (distribuite sui quattro lati) che riportano i titoli della regina; essa stessa spiega le ragioni per cui ha voluto gli obelischi ; ne racconta l’erezione a Karnak e le caratteristiche, fra cui spicca la copertura del piramidon , fatta di brillante elettro, una lega d’oro e d’argento. Si notino anche, in alto, le due colonne di decorazione ai lati dell’iscrizione centrale; vi si vede Hatshepsut in atto di offrire ad Amon.

Fonte : Antico Egitto di Maurizio Damiano.

Obelischi

ACQUA ALLE CORDE

A cura di Giuseppe Esposito


Questo articolo esula, almeno apparentemente, dall’argomento principe di questo sito poiché il “fatto” si svolge a Roma… Ci sposteremo, inoltre, in avanti lungo la linea del tempo di qualche migliaio di anni ma, a ben guardare, in realtà gli antichi egizi saranno ugualmente presenti poiché il protagonista sarà un obelisco “emigrato” dalla sua terra d’origine e oggi innalzato in uno dei luoghi più famosi del mondo: Piazza San Pietro a Roma. E’ bene premettere, ancora, che nel panorama degli obelischi romani, vi ricordo che sono ben 13, quello di cui ci accingiamo a trattare è considerato un “falso”: benché proveniente dalla terra dei faraoni, infatti, non è certo che siano stati gli antichi egizi a realizzarlo. Ma è il momento di farne la conoscenza.

Introduzione

Anche se ormai in disuso, dare “acqua alle corde” è una frase che ha un suo ben preciso significato: essere risoluti, fattivi, avere presenza di spirito e coraggio, anche se si rischiano conseguenze personali.

Ma da cosa deriva questa frase così strana e, altrimenti, sibillina?

Forse è il caso di fare una passeggiata in una delle piazze romane più famose del mondo: Piazza San Pietro, cuore della cristianità, in cui, quasi al centro dell’ellisse berniniana, campeggia un enorme obelisco anepigrafe (ovvero privo d’iscrizioni) conosciuto come “obelisco Vaticano”.

Cominciamo con il ricordare che “Vaticano” era, in realtà, una divinità minore romana il cui compito, come ricorda anche Sant’Agostino[1], era assistere i neonati nel loro primo vagito. Con tale nome, forse per la presenza di un tempio a tale divinità dedicato, era chiamata una valle che si stendeva ai piedi del colle omonimo destinata, nel primo secolo, a necropoli e, successivamente, sfruttata per la realizzazione di un circo[2] iniziato sotto l’Imperatore Caligola (regno 37-41 d.C.) e terminato da uno dei suoi successori, Nerone (regno 54-68 d.C.). Lungo 540 m e largo circa 100, poteva ospitare fino a ventimila spettatori ma, salvo rare eccezioni in cui l’Imperatore lo aprì gratuitamente al pubblico, era riservato solo a Nerone e alla sua Corte. L’area dei “carceres”, cioè il luogo da cui partivano bighe e quadrighe per le gare, era ubicata nei pressi del Tevere mentre il lato curvo orientativamente nell’area attualmente occupata dall’abside della Basilica di San Pietro.

Al centro del circo, sulla “spina” attorno a cui si svolgevano le corse, si innalzava un enorme monolite in granito rosso di Aswan, del peso di oltre 300 tonnellate, originariamente eretto in Egitto, ad Alessandria nel Forum Iulii, che Caligola aveva fatto trasportare a Roma facendo costruire un’apposita nave della lunghezza di 80 m e oltre 1.600 t di stazza. Tanto grande era tale natante che Plinio scrive ci volessero quattro uomini per abbracciarne l’albero di maestra; a trasporto ultimato, il cargo riempito di pozzolana, venne affondato a Ostia per costituire la base di un nuovo molo del porto di Traiano (riscontri in tal senso si ebbero negli anni ’50 del secolo scorso, durante i lavori di realizzazione dell’Aeroporto di Fiumicino, con il ritrovamento, sul fondo, della traccia di una nave della lunghezza, appunto, di 80 m).

Il circo di Nerone cadde in disuso nel secondo secolo, divenendo nuovamente una necropoli e una vera e propria cava di pietre con cui costruire l’originaria basilica di San Pietro che era affiancata da un’altra piccola chiesa circolare, ricavata da un antico mausoleo: prima denominata Sant’Andrea e poi Santa Maria delle Febbri.

1532: Santa Maria delle Febbri e “la piramide di Cesare” in un disegno di Maarten van Heemskerck[3]

Una sola cosa rimase al suo posto: l’obelisco!

Passarono i secoli, la terra si accumulò, e attorno a Santa Maria delle Febbri nacquero altre costruzioni; fu così che l’obelisco venne quasi dimenticato se si esclude un “turista” del XII secolo, un tale Magister Gregorius, che in un suo taccuino, oggi all’Università di Cambridge, scrisse di aver fiancheggiato la basilica a sinistra e di essere giunto in uno spiazzo angusto e buio in cui si ergeva «la piramide di Giulio Cesare[4]». E le cose non cambiarono nei secoli a venire se ancora nel 1589 Mons. Michele Mercati, nel suo “De gli obelischi di Roma”, ricordava che «(l’obelisco) si vedeva conservato intiero, ma in luogo scurissimo et quasi deserto…».

SISTO V

Nel 1585, dopo che altri sei Papi ci avevano pensato, fu eletto al soglio di Pietro Sisto V, al secolo Felice Montalto Peretti (1525 – papa dal 1585 al 1590), che pose mano allo spostamento dell’obelisco Vaticano decidendo che doveva trovare posto al centro della piazza antistante alla basilica.

Sisto V regnò solo cinque anni ma tracce del suo pontificato sono ancora ben visibili oggi nei luoghi più belli di Roma; oltre il Vaticano, di cui stiamo trattando, a lui si dovrà, ad esempio, l’innalzamento di altri obelischi che campeggiano nei luoghi più belli e fotografati di Roma: Piazza del Popolo, Piazza dell’Esquilino e Piazza del Laterano. Suoi furono tra l’altro, anche, l’Acquedotto Felice, il restauro delle colonne Traiana e di Marco Aurelio, con l’apposizione alla sommità delle statue di San Pietro e San Paolo, la Fontana dei Dioscuri in Piazza del Quirinale[5], le Quattro Fontane dell’incrocio omonimo, la Strada Felice che univa, e unisce ancor oggi sebbene con vari nomi[6], la Trinità dei Monti all’Esquilino.

Fu così che Sisto V, dopo soli quattro mesi di regno, bandì una gara perché l’obelisco fosse spostato di “soli” 250 m fino al centro della piazza che, lo rammento, non era ancora circondata dal colonnato berniniano che risale a circa cento anni dopo (1657-1667). La “Congregatione” incaricata di valutare le offerte presentate (secondo il vincitore ben cinquecento) scelse, quale miglior progetto, quello dell’architetto Domenico Fontana (1543-1607), l’unico peraltro che prevedeva l’abbattimento dell’obelisco e il suo re-innalzamento nel luogo desiderato.

DOMENICO FONTANA

Del lavoro preparatorio e delle successive operazioni abbiamo un fedele resoconto stilato dallo stesso architetto nel suo “Della trasportatione dell’obelisco Vaticano et delle fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V fatte dal Cavalier Domenico Fontana Architetto di Sua Santità”, del 1590.

Poiché, però, non siamo qui per narrare le vicende relative alla “trasportatione” nella sua completezza, per quanto affascinanti, ma solo della fase di re-innalzamento dell’obelisco al centro della Piazza, diremo soltanto che il primo giorno, per sollevare il monolite di 60 cm occorsero «…dodici mosse…» e un’intera giornata, e che per “sdraiarlo” e prepararlo al trasporto, occorsero ben sette mesi in cui vennero demolite abitazioni, sfondata la chiesa di Santa Maria delle Febbri e costruita una rampa per superare un dislivello di circa 9 m tra il luogo di partenza e quello d’arrivo a 250 m di distanza.

Siamo così giunti al 30 agosto 1586 quando la piazza fu circondata da una fitta palizzata e il 10 settembre, dopo due messe e la comunione per tutti i partecipanti sul luogo di lavoro, si iniziarono le operazioni di innalzamento con, scrive Fontana: «…quaranta argani, centoquaranta cavalli e ottocento huomini…». Come intuibile, una tal massa di lavoratori e di strutture poteva essere comandata solo se si fosse rispettato il massimo silenzio e, infatti, il bando del Papa, scrive ancora Fontana, recitava che durante le operazioni: «…nissuno parlasse, sputasse o facesse strepito di sorte alcuna sotto gravi pene, acciò non fussero impediti li comandamenti ordinati da me a’ ministri…». Dice la leggenda, ma conoscendo il carattere focoso di Sisto V non è lecito dubitarne, che per sottolineare il drastico divieto nella piazza venne eretta la forca presidiata dal boia. Del resto analoghe forche erano erette, durante il carnevale di Roma, ai capi opposti dell’attuale Via del Corso per sanzionare, sul posto e praticamente senza processo, chi, approfittando della gran folla, fosse stato preso in flagrante borseggio.

“ACQUA ALLE CORDE”

Per capire appieno quale immane opera si stesse attuando, è forse utile, per inciso, far presente che quando Paolo III chiese a Michelangelo Buonarroti di procedere allo spostamento, ottenne da costui un netto rifiuto; chiestogli il motivo di tale diniego, la lapidaria risposta del grande artista fu semplicemente «Et se si rompesse?».

Ma torniamo a quell’assolato 30 agosto 1586 in cui è chiaro che al calore climatico doveva sommarsi il calore di un non indifferente stress per tutti coloro che erano coinvolti nelle opere e, maggiormente, per l’Architetto Fontana, unico responsabile.

Fu così che, in un silenzio che doveva essere irreale, iniziarono le manovre. Possiamo solo immaginare lo stridere e il cigolare degli argani di legno sottoposti all’immane sforzo, gli ordini gridati, o imposti con il suono di una campana (tanto che fu vietato a un vicino convento di suore di cadenzare gli orari giornalieri con lo stesso sistema), le bestemmie degli uomini (nonostante il luogo sacro), e i versi degli animali da soma sottoposti allo sforzo, lo scricchiolare sotto la tensione dei legni e, più di tutti, delle funi la cui canapa era stata acquistata a Foligno. Di queste, intrecciate a Roma, quarantuno erano lunghe «…ciascuna canne cento…» (circa 225 m) e «…tre ne furono fatti longhi canne dugento…» (circa 450 m)[7].

Fu così che per il gran caldo della giornata, e per l’enorme attrito cui le funi di canapa erano sottoposte, queste iniziarono a surriscaldarsi e a “mollare”, ovvero a cedere ed allungarsi rischiando così di far crollare l’obelisco. Nel silenzio totale che regnava nella piazza si sarebbe, a tal punto, levato un grido: «Deghe l’aegua ae le corde», ovvero “Date acqua alle corde” che, ovviamente, si sarebbero così raffreddate e riaccorciate.

Sarebbe stata, il condizionale è d’obbligo per quel che vedremo in seguito, la possente voce di un “marinaio” ligure, tale Benedetto Bresca, originario di Sanremo. Inutile dire che, proseguendo nel racconto, o meglio sarebbe dire la leggenda, il Bresca sarebbe stato arrestato poiché aveva violato il bando del Papa, ma da questi graziato e, anzi, premiato, per aver salvato il lavoro svolto, dandogli l’esclusiva a vita, tramandabile agli eredi, della fornitura per il Vaticano dei “palmireni”[8] per la domenica delle Palme.

VERITÀ O FAKE NEWS?

Sopra ho scritto, però, che il condizionale è d’obbligo poiché della vicenda non si ha traccia in nessun atto dell’epoca:

  • non esiste traccia della vicenda nella “Trasportatione dell’Obelisco Vaticano…” di Domenico Fontana, 1590, che pure è pregna di particolari; 
  • non esiste nel “De gli Obelischi di Roma” di Michele Mercati, 1589; 
  • non esiste nelle epistole di Camillo Capilupi, ambasciatore a Roma del Ducato di Mantova, che pure teneva costantemente informato il Duca Guglielmo Gonzaga; 
  • non esiste nella “Descritione di Roma moderna” di Autori Vari, del 1697;
  • non esiste, ed è quasi il più importante di tutti, in una “familiaris quaedam epistula”, una lettera che un anonimo scrisse alla propria famiglia, nel 1586, narrando appunto di aver assistito all’innalzamento dell’obelisco; 
  • non ne fanno menzione i giornali scandalistici dell’epoca, gli “Avvisi di Roma”, sempre pronti, invece, a raccontare episodi, fatti curiosi e pettegolezzi;
  • non ne fa menzione nel suo “Mercurio Errante”, una sorta di guida turistica, Pietro Rossini, nel 1704, che pure scrisse di tutti gli obelischi presenti, all’epoca, a Roma.

E allora? La storia del “marinaio” sanremese? Beh, debbono passare quasi duecento anni dal 1586 perché se ne faccia menzione per la prima volta. 

La prima traccia della vicenda, risale infatti al 1744 quando un antiquario romano, Francesco Ficoroni[9] fece notare che in un affresco dei corridoi vaticani, relativo proprio all’innalzamento dell’obelisco Vaticano, «…vi era tra la moltitudine un marinaio colle calzette verdi che non ostante la pena di morte a chi avesse parlato, gridò: bagnate le funi…» e, poco più avanti, si scopre perché il personaggio sia individuato come “marinaio”: «…Gli olandesi pellegrinanti, nel vederne la figura rassomigliante a’ suoi marinari, pretendono essere stato olandese; al contrario gl’Inglesi dicendo che i loro marinari son ricchi, ben vestiti, e con calzette di seta verde, vogliono che sia stato un inglese. Onde, ritrovandosi insieme due capitani di vascelli, uno olandese e uno inglese altercavano talmente che non si curarono di vedere altre rarità…».

Effettivamente nell’affresco menzionato, un sovraporta del corridoio “Sistino”, un personaggio con calzette verdi (che sia un marinaio non è altrimenti dimostrabile se non per la diatriba tra olandesi e inglesi sopra citata) viene trattenuto da due guardie svizzere.

Le operazioni di abbattimento dell’obelisco; nel cerchio rosso “il marinaio con le calzette verdi[10]

Solo in seguito però, nel 1788, cioè duecento anni dopo i fatti, l’Abate Francesco Cancellieri[11] nel suo “Descrizione delle Cappelle Pontificie e Cardinalizie”  (vol I, pag. 465), fa per la prima volta il nome di Bresca. Questa notizia è particolarmente interessante, ai nostri fini, poiché il Cancellieri era notoriamente un pignolo, che riportava sempre le fonti delle sue informazioni, tanto da apporre spesso note alle stesse note: ebbene, in questo solo caso Cancellieri NON riporta la fonte affermando, di averne saputo il nome solo perché “gridatogli” da una «donna genovese».

A ben cinquanta anni dopo, nel 1811, risale invece la notizia della “privativa” assegnata al Bresca per la fornitura delle palme per la domenica omonima (Gaetano Moroni[12]: “Dizionario di erudizione ecclesiastica” -Vol. I- p. 194). Mentre nel 1811, però, il Moroni riferisce che l’intervento del 1586 sarebbe avvenuto a causa di un incendio degli argani, solo ulteriori quarant’anni dopo, preciserà che si trattava dell’allungamento delle funi di canapa e aggiungerà che «Sisto V concesse la privativa con diploma, in un al titolo di capitano del 1° reggimento di linea pontificia, col privilegio di portarne la divisa e d’innalzarne bandiera sul bastimento: ed oltre il pagamento delle palme, una pensione mensile dai palazzi Apostolici, il tutto ancora in vigore».

Aldilà dell’incongruenza storica sul grado militare assegnato (che non esisteva nel 1585), è bene a tal punto precisare che non esiste neppure alcun “diploma” a firma, o del periodo, di Sisto V e che se un diploma esiste, è datato 1835, ovvero ben 250 anni dopo i fatti narrati, ed è relativo alla nomina a cavaliere “speron d’oro” indirizzata a un certo capitano Giacomo Bresca, morto nel 1843, la cui discendenza dal “Benedetto” dell’«Acqua alle corde» non è assolutamente precisata.

Ulteriori ricerche su documenti di epoca sistina (D’Onofrio “Gli Obelischi di Roma”, ed. 1967, p. 98) non hanno dato esito, se non consentito di scoprire che il “banderaro” dell’epoca, ovvero colui che forniva le palme ai palazzi Apostolici per la Pasqua era tale Lorenzo Manfredi e che a lui seguì, nello stesso incarico, come risulta da un “breve” a firma di Urbano VII[13], successore di Sisto V (Archivio di Stato, Giustificazioni di tesoreria, busta 17, fascicolo 13.),  tale Gironimo Andreini.

A riprova della labilità delle informazioni effettive sulla vicenda, si aggiunga che a metà ’800, spalleggiato dal Moroni, un tal Giuseppe Bresca, dichiaratamente discendente del “Benedetto” del 1586, chiese il riconoscimento dei benefici assegnati all’avo, ma poté avanzare, come unica prova, solo il testo dell’Abate Cancellieri del 1788.

CONCLUSIONI

Poiché la faccenda può apparire ingarbugliata, proviamo a riassumere brevemente: 

  • 1586: Domenico Fontana sposta l’obelisco Vaticano di 250 m circa. Non si fa menzione dell’episodio “acqua alle corde”, né in suoi scritti, né in quelli di altri cronisti dell’epoca o negli “Avvisi di Roma”, e neppure nella lettera che un anonimo scrive alla famiglia raccontando di aver assistito all’innalzamento;
  • 1586 – 1590: da atti della tesoreria vaticana risulta che fornitori delle palme sotto Sisto V e Urbano VII, suo successore, siano Lorenzo Manfredi e Gironimo Andreini;
  • 1744 (158 anni dopo): nasce il riferimento all’uomo colle calzette verdi di cui scrive il Ficoroni e che viene indicato come “marinaio” solo perché olandesi e inglesi litigano sul fatto che sia un loro compatriota tanto che due capitani, un olandese e un inglese appunto, si azzuffano davanti all’affresco per tale motivo. Fino a tale data non esiste alcun riferimento alla vicenda dell’“acqua alle corde”;
  • 1788 (202 anni dopo): l’Abate Francesco Cancellieri, storico e studioso, pignolo e pedante, che riporta sempre le fonti da cui trae le sue notizie, ripete ancora la vicenda, ma indica l’uomo con le «calzette verdi» come “operaio”, e per la prima volta menziona la famiglia sanremese precisando, tuttavia, di aver saputo quel cognome perché «urlato da una donna di nome Bresca»
  • 1840 (254 anni dopo): Gaetano Moroni rifinisce la storia dapprima dicendo che l’acqua è servita a spegnere un incendio delle macchine e poi, nel 1851 (265 anni dopo), a raccorciare le funi;
  • Metà ‘800: Giuseppe Bresca, dichiaratamente discendente da Benedetto Bresca, cerca di ottenere benefici dal Vaticano (privativa e pensione) menzionando, tuttavia, un atto di Sisto V che non esiste. 

Può essere utile a tal punto rammentare anche quanto scrive un tal Bubeske, un “turista” tedesco del 1555 (ovvero circa 30 anni prima dello spostamento dell’Obelisco Vaticano), che narra come, mancando pochi centimetri a poggiare un pesante obelisco sul suo piedistallo, l’architetto fece bagnare le corde che si ritirarono e consentirono di poggiare il monolite delicatamente sugli astragali che lo attendevano… già, ma il racconto di Bubeske, riferitogli dalle guide locali, fa riferimento all’obelisco di Thutmosi III innalzato da Teodosio sulla spina dell’Ippodromo di Costantinopoli  nel 390, quello che è ancora oggi noto come “Dikilitas”. Storia ormai entrata nell’immaginario collettivo visto che, nel 1587, un altro “turista”, anche questo tedesco, Rinald Lubenau riporta lo stesso racconto a proposito del medesimo obelisco turco.

Sembra perciò di poter concludere etichettando la vicenda come fake-news e che la “leggenda” dei Bresca sia motivata da un atto di furbizia della donna che, nel 1788, vedendo la possibilità di guadagnarci, urlò il suo nome al Cancellieri il quale, a sua volta, forse rifacendosi agli scritti del Ficoroni, confermò la vicenda pur non potendo portare fonte alcuna. 

Passano i secoli e i Bresca, forse “attivati” dal Moroni di cui vantano l’amicizia e che di certo conosce i testi del Cancellieri, vedono la possibilità di sfruttare la vicenda creatasi e ne approfittano, vuoi per la privativa, vuoi per la pensione. Il far confermare, in qualche modo, una preesistente autorizzazione risalente addirittura al 1586, era inoltre certo elemento utile a sbaragliare eventuali concorrenti.

Bibliografia

  • Michele Mercati, Gli Obelischi di Roma di Mons. Michele Mercati Protonotario Apostolico alla Santità di Nostro Signore Sisto Quinto Pontefice massimo, 1589, In Roma, appresso Domenico Basa;
  • Domenico Fontana, Della trasportatione dell’Obelisco Vaticano et altre fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V fatte dal Cavallier Domenico Fontana architetto di Sua Santità, 1590, In Roma, appresso Domenico Basa;
  • Autori Vari, Descritione di Roma Moderna formata nuovamente, 1697, In Roma, Nella libreria di Michel’ Angelo e Pier Vincenzo Rossi, a Pasquino, all’Insegna della Salamandra
  • Pietro Rossini, Il Mercurio Errante: delle Grandezze di Roma, tanto antiche, che moderne, 1704, in Roma, per Antonio Rossi;
  • Cesare d’Onofrio, Gli Obelischi di Roma, 1965, Bulzoni editore;
  • Roberto Dragosei, Il Papa e l’Architetto, Cangemi Editore.

[1]      Sant’Agostino, nel suo “De Civitate Dei” (opera latina in 22 volumi scritta tra il 413 e il 426) fa derivare il nome da “vagitus” e sottolinea come le divinità pagane fossero, di fatto, solo personalizzazioni di eventi naturali.

[2]      La differenza tra “circo” e “stadio” stava nel fatto che mentre nel primo si svolgevano usualmente corse di carri, nel secondo si svolgevano agoni sportivi, gare di atletica, ma anche di poesia. A titolo di esempio, si considerino il Circo Massimo e un altro luogo famoso di Roma, Piazza Navona, che ricalca fedelmente la forma del sottostante Stadio di Domitiano. Rammento, per inciso, che il nome stesso della Piazza non deriva, come raccontano i “centurioni” moderni, da “navona”, ovvero grossa nave a causa della forma, né dalle naumachie che mai vi si sono svolte, bensì proprio dal fatto che in quel luogo si svolgevano “agones”. Il nome è conservato nella chiesa borrominiana ivi esistente, Sant’Agnese in Agone, mentre da Piazza in Agone a Piazza ‘n agone e poi Piazza Navona il passo è davvero breve.  

[3]      Marten Jacobszoon Heemskerk van Veen (1498-1574), pittore olandese. Soggiornò a Roma dal 1532 al 1536. I disegni di van Veen, molto particolareggiati, sono particolarmente importanti per lo studio delle antichità romane giacché vi si possono recuperare informazioni altrimenti sconosciute. In questo caso, ad esempio, alla base dell’obelisco si nota la lapide, oggi praticamente illeggibile, che recitava: “DIVO CAESARI DIVI IVLII F. AVGVSTO TI. CAESARI DIVI AVGVSTI F. AVGVSTO SACRUM”, cioè, in una sorta di gioco di parole: “Consacrato al Divino Cesare Augusto, figlio del Divino Giulio, e ad Augusto Tiberio Cesare, figlio del Divino Augusto”.

[4]      Narrava la leggenda che proprio ai piedi di questo obelisco Cesare, cui era stata consegnata poco prima una lettera, incontrò l’indovino, Spurinna, che gli aveva vaticinato la morte per le Idi di marzo. Rimandò perciò la lettura della lettera per fargli notare che le Idi erano giunte ed egli era ancora vivo: «…vero, avrebbe risposto l’indovino, ma prega che mi sia sbagliato perché il giorno non è ancora finito». La lettera non letta da Cesare, sempre secondo la leggenda, conteneva proprio la notizia della congiura ordita contro di lui. Rammento, per inciso, che Cesare venne ucciso in quella che oggi è Piazza Argentina, a Roma, ai piedi della statua di Pompeo, poiché il Senato, che si trovava al Foro, era chiuso per lavori. 

[5]      Non nella versione attuale, ottocentesca, dovuta all’architetto Raffaele Stern (1774-1820).

[6]      Per citare solo le più note: Via Sistina, Via delle Quattro Fontane, Via Depretis, Via Carlo Alberto.

[7]      Una “canna” architettonica romana era pari a circa m. 2,23 m.

[8]      Si tratta di foglie di palma intrecciate distribuite ai fedeli nel giorno della domenica delle Palme.

[9]      Francesco Ficoroni (1664-1747), antiquario, archeologo e collezionista; tra le altre opere si annoverano i “Vestigi di Roma moderna”, del 1744, che contiene la notizia.

[10]     Sullo sfondo si vede la Chiesa di Santa Maria delle Febbri sfondata per l’installazione, al suo interno, di tre argani e consentire le operazioni di abbattimento dell’obelisco prima dello spostamento.

[11]     Francesco Girolamo Cancellieri (Roma 1751-1826), storico, bibliografo, erudito, bibliotecario.  

[12]     Gaetano Moroni Romano (Roma 1802-1883), Primo Aiutante di Camera di S.S., bibliografo.

[13]     Per comprendere l’importanza di tale concessione, si consideri che Urbano VII assunse il trono di Pietro il 15 settembre 1590 e morì, dopo soli dodici giorni, il 27 settembre dello stesso anno, eppure tra i suoi PRIMISSIMI ATTI ci fu proprio la concessione in oggetto.

Obelischi

GLI OBELISCHI – INTRODUZIONE

A cura di Grazia Musso

Monumenti egizi che derivano dalla primitiva pietra sacra benben, adorata a Heliopolis e considerata la prima manifestazione di Atum, che rappresentano dunque l’ultima evoluzione di un antico culto dei monolitico.

Questo monumento era generalmente monolitico, con la cuspide piramidale spesso, o forse sempre dorata; questa doratura poteva essere in bronzo, ma quasi sempre era in oro puro o meglio elettro. L’origine dell’obelisco come monumento a sé risale alla V dinastia, ma i più antichi esemplari di grandi obelischi “classici” che oggi si siano conservati sono quelli del Medio Regno fatti tagliare e erigere da Senusrt I. Nel Nuovo Regno divennero più numerosi e più grandi, quasi ogni faraone ne volle fare erigere in onore dell’aspetto solare di Amon-Ra e così li troviamo, quasi sempre a coppie, davanti ai piloni dei rempli.La scelta di erigere delle coppie fu forse adottata inizialmente per simmetria, ma in seguito fu ampliata a includere il simbolismo lunare e solare, così che gli obelischi vennero a unire i poli del cosmo nel sacro recinto templare .L’obelisco più grande sarebbe quello che giace, incompiuto, ad Assuan (Syene), progettato per avere un’altezza di 41,75 m. ; il suo peso è di 1168 la scoperta di fratture interne ha fatto prima cambiare e poi abbandonare il progetto.

L’obelisco più grande oggi esistente, ancora intatto, è quello detto “lateranense”, perché si trova in piazza S. Giovanni in Laterano, a Roma. Fu fatto tagliare da Tutmosis III ed è in granito rosso di Assuan; è alto 32,18m., pesante 455 t. e fu il primo obelisco singolo. Fu trasportato a Roma per ordine dell”imperatore Costanzo.

Fonte : Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubia e di Maurizio Damiano – Appia.


OBELISCO DI HATSHEPSUT.

L’obelisco si trova a Karnak, di fronte al quinto pilone. La colonna centrale di geroglifici contiene la titolatura di Hatshepsut ;un’iscrizione in basso ha trentadue linee (distribuite sui quattro lati) che riportano i titoli della regina; essa stessa spiega le ragioni per cui ha voluto gli obelischi ; ne racconta l’erezione a Karnak e le caratteristiche, fra cui spicca la copertura del piramidon , fatta di brillante elettro, una lega d’oro e d’argento. Si notino anche, in alto, le due colonne di decorazione ai lati dell’iscrizione centrale; vi si vede Hatshepsut in atto di offrire ad Amon.

Fonte : Antico Egitto di Maurizio Damiano.

Obelischi

L’OBELISCO DI SESOSTRI I

L’obelisco di Sesostri I ad Heliopolis, fotografato nel 1875 dai fratelli Zangaki.

A cura di Ivo Prezioso

Nell’antica città, centro del culto di Ra, questi monoliti non svolgevano soltanto una funzione ornamentale ma erano parte integrante del culto solare, elementi di collegamento tra la terra ed il cielo. Nella facciata ripresa, sono ancora visibili, con sufficiente chiarezza le iscrizioni dedicatorie con la titolatura quasi completa di questo sovrano della XII Dinastia. (Traduzione di Ivo Prezioso, autore del post) Hr ‘nkh mswt – nsw bty khpr k3 R’- nbty ‘nkh mswt – s3 R’ snwsrt – b3w Iwn mry ‘nkh djt – ntchr nfr khpr k3 R’. L’Horo, Ankh mesut (vivente di nascite) Re dell’Alto e del Basso Egitto (lett. colui del giunco e dell’ape), Kheperkara (il Ka di Ra si è manifestato), Le due signore (le dee tutelari delle due terre: Wadjet e Nekhbet), Ankh mesut (vivente di nascite), Figlio di Ra Senusret (colui della dea Wosret), potenza di Eliopoli, molto amato, viva in eterno [….] il dio buono Kheperkara.