Harem Faraonico

L’HAREM DI MER-WER

Di Luisa Bovitutti

L’unico harem faraonico del quale sono sopravvissuti resti e prove epigrafiche è quello della città di Mer-Wer (che in epoca successiva fu chiamata Medinet Ghurob, che significa “città dei corvi”), una località posta all’ingresso dell’Oasi del Fayyum, a 130 chilometri dal Cairo, investigata da ultimo dal prof. Ian Shaw dell’Università di Liverpool che ne ha individuato sia l’architettura tipica che le iscrizioni.

ricostruzione di massima della pianta dell’area palaziale

La zona era abitata fin dall’epoca predinastica, ma le strutture dell’harem furono edificate nel XIV secolo a. C. da Thutmose III, così come documentano i mattoni con il suo cartiglio trovati nelle fondamenta; esse vennero utilizzate per tale scopo fino al periodo ramesside (XIX dinastia) ed in seguito, sebbene la città sia sopravvissuta fino al periodo tolemaico, perse tale destinazione e la zona divenne sede di un insediamento urbano, in quanto sono stati trovati resti di abitazioni sopra i recinti del palazzo.

Particolarmente pregevole la testina in avorio alta solo 2,7 cm., (oggi al MET di New York) risalente al regno di Amenhotep III; si è osservato che essa non è in stile egizio e che, insieme ad altri ritrovamenti confermerebbe una significativa presenza di stranieri nell’area, probabilmente i cortigiani venuti in Egitto al seguito delle principesse straniere sposate dal Faraone.

Analogo significato assume la figurina in legno risalente alla XVIII dinastia di una donna che suona un alto strumento musicale a corde e che secondo Petrie era ittita, in ragione dell’acconciatura a treccia (immagine trovata nella pagina facebook del Gurob Harem Palace Project e del Petrie Museum Unofficial page).

Il sito è stato scavato per la prima volta da Flinders Petrie nel 1889, ma fu Ludwig Borchardt, che nel 1905 ne continuò l’opera, ad ipotizzare per primo che il muro di cinta principale contenesse non un tempio – come aveva suggerito Petrie – ma un palazzo ed un harem della fine della XVIII dinastia, nonché la città stessa; nel 1943 Alan H. Gardiner grazie al suo studio dei papiri di Ghurob identificò il sito come l’antica città di Mer-wer.

Anche le due statuine sono alte solo 6 cm. e sono in ebano; raffigurano la regina Tiye e Amenhotep III.

In epoca molto più recente (era il 1978), Barry Kemp sintetizzò i risultati degli scavi precedenti concludendo che Ghurob fu una città-harem del Nuovo Regno che si sarebbe sovrapposta al villaggio preesistente e che in epoca ramesside fu trasformata in una piccola città.

La pianta dell’area abitativa tracciata dall’archeologo sulla base dei resti portati alla luce, infatti, mostra chiaramente un ampio muro di cinta in mattoni crudi che misura m. 240 x m. 225 all’interno del quale sorgevano abitazioni, alcuni magazzini ed un piccolo tempio, tutti dello stesso materiale; il palazzo nel quale vivevano le donne reali sorgeva al centro della città ed era costituito da due edifici rettangolari e paralleli.

Questo vaso reca i cartigli di Tutankhamon e di Ankhesenamon

Quello settentrionale è lungo circa m. 160 e largo m. 60 mentre quello meridionale è leggermente più piccolo e misura m. 150 di lunghezza e m. 60 di larghezza; gli studiosi sono concordi nell’affermare che l’edificio più grande fosse il vero e proprio “harem”, caratterizzato da una sala con colonne, camere da letto, bagni e una sala del trono, mentre la struttura meridionale era destinata al personale di servizio ed era suddivisa in molte piccole stanze per la conservazione delle derrate e la preparazione dei pasti ed era probabilmente collegata ad ampi magazzini di stoccaggio, che occupavano uno spazio di almeno m. 70 x m. 40.

All’area palaziale erano annessi una vasta tenuta agricola, bestiame, centri di tessitura ed altresì una vasta necropoli.

Molti dei reperti raccolti da Petrie nel corso delle sue due stagioni di scavo sono custoditi al museo londinese che porta il suo nome e permettono di ricostruire molti aspetti della vita quotidiana degli abitanti di Ghurob, i quali, così come si desume dal Papiro Wilbour risalente al Nuovo Regno, lavoravano la terra per conto dell’harem, inteso come istituzione proprietaria di tutto il terreno circostante e dei suoi raccolti o erano al servizio diretto della struttura.

Il frammento di maiolica colorata proviene da un intarsio o forse da una piastrella quadrata che mostrava uno stagno o una scena del Nilo, con acqua blu, un pesce bianco, fiori di loto gialli e bianchi, foglie di loto verdi e increspature gialle nell’acqua e ci dà un’idea di come dovevano presentarsi gli ambienti all’epoca del loro splendore. Questo reperto, che misura 3,5 x 4 cm., si trova al Manchester Museum (la fotografia, opera di Julia Thorne, proviene dal sito https://tetisheri.co.uk/photography/to-have-and-to-heal/

Le loro case erano arredate semplicemente con sedie, sgabelli e poggiatesta in legno, dei quali sono stati trovati frammenti, ma non sono emerse prove del fatto che fossero intonacate e decorate (anche se è probabile che lo fossero), né che fossero irrobustite con colonne, architravi o stipiti; in alcune di esse è stato trovato una specie di focolare in ceramica ma stranamente non vi sono macine, invece molto comuni altrove, come ad esempio ad Amarna.

Essi come si è detto si dedicavano all’agricoltura, essendo venuti alla luce due manici di falce in legno, tre falci di pietra ed un possibile frammento di aratro di legno, ed alla pesca così come si desume dal rinvenimento di molti ami, di ‘piombini di rete’ e di aghi da rete.

Essi lavoravano il legno e la pietra, usando un’ampia varietà di strumenti, tra cui lame in lega di rame, scalpelli, punteruoli, trivellatori, raschietti di selce, raspe e un trapano ad arco, ed altresì i metalli, tant’è che è stato rinvenuto un crogiolo di ceramica contenente scorie di rame.

Una serie di oggetti rinvenuti nell’area palaziale

Nello strato superficiale della città sono stati trovati moltissimi anelli, perline ed amuleti in maiolica di varie fogge; la collezione esposta al museo non include stampi in argilla o altri strumenti che provino la produzione locale di maioliche, ma Brunton ed Engelbach, che scavarono nel sito nel 1920, riferiscono di resti di fabbriche di vetro e di forni, e lo stesso Petrie affermò di avere trovato in case private della città alcuni stampi per perline, amuleti e anelli.

FONTI SPECIFICHE

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