Harem Faraonico

I PIU’ EMINENTI FIGLI DEL KAP

Di Luisa Bovitutti

Regni di Thutmosis I, Thutmosis II, Hatshepsut e Thutmosis III

Oggi si conoscono sessantuno Figli del kap della XVIII dinastia, legati soprattutto ai sovrani guerrieri che condussero le campagne con cui l’Egitto estese i suoi confini e consolidò il suo dominio in Asia e Nubia.

Il principe Wadimose, figlio di Thutmosis I, sulle ginocchia del suo precettore – dalla cappella di Paheri a El Kab

Le informazioni su di loro provengono dalle iscrizioni sulle tombe nelle necropoli di Menfi, Tebe e Nubia, su alcuni coni funerari, sulle loro statue di culto e su reperti trovati nei paesi lontani ove prestarono servizio; di molti di essi non si sa nulla se non che in vita portarono quel prestigioso titolo, e quindi che certamente godettero dei vantaggi derivanti dalla vicinanza al futuro sovrano e di un’istruzione di livello eccezionale.

Cosa implicasse ulteriormente l’appartenenza a quel gruppo élitario, infatti, non è segnalato nelle fonti oggi disponibili, in quanto risultano rarissimi riferimenti ai pregressi rapporti tra i “cadetti” ed il Faraone, del quale potevano essere stati compagni di scuola o addirittura precettori dopo aver fatto parte del kap del suo predecessore ed essersi distinti al suo servizio.

Architrave del VII pilone di Karnak, costruito da Thutmosis III, che reca i cartigli con il suo nome (i due superiori: Thutmosis – Thot è nato -) e con quello di intronizzazione (i due inferiori: Men keper ra – “stabile è l’apparizione di Ra” -)

Certamente esso era un circolo molto esclusivo proprio perché si voleva che la nobiltà ambisse ad inserirvi i propri figli che avrebbero poi messo a frutto le competenze acquisite rivestendo ruoli di prestigio nell’amministrazione statale.

Fino alla riforma amarniana, inoltre, molti figli dei capi vassalli furono istruiti nel kap per gratificare e fidelizzare l’élite delle zone più periferiche dell’Egitto, così garantendo stabilità di governo.

Annali di Thutmosis III a Karnak: il sovrano di fronte ai due obelischi innalzati per l’occasione ed il ricco bottino riportato dalle sue campagne militari.

Come si è già detto, dagli annali di Thutmosis III nel tempio di Amon a Karnak si legge, con riferimento al suo trentesimo anno di regno, che i figli ed i fratelli dei capi sconfitti furono deportati in Egitto ed inseriti nelle truppe del Faraone o addestrati per far parte dell’apparato burocratico locale; i più piccoli, invece, vennero educati nel kap e una volta cresciuti, furono inviati a ricoprire funzioni importanti nei propri regni e addirittura, se erano principi ereditari e si mantenevano fedeli al Faraone, venivano posti sul trono alla morte del padre perché promuovessero l’integrazione della propria gente nella cultura egizia e perché contribuissero a farla sentire fiera di appartenere ad un’unica e gloriosa entità politica.

L’infanzia e l’adolescenza condivise nel kap dal re e dai suoi compagni stabilivano anche con le famiglie di origine legami di affetto e di complicità sinceri e fondati sulla stima reciproca e certamente diversi da quelli formali e interessati che avrebbero intessuto da adulti nell’esercizio delle rispettive funzioni.

Annali di Thutmosis III a Karnak: l’elenco delle città conquistate

In base alle prove disponibili i primi figli del kap a fare carriera furono un gruppo di giovani istruiti durante i regni di Thutmosis I e di Thutmosis II, che assunsero da adulti incarichi importanti nell’amministrazione statale e nell’esercito, ed in minore misura nel clero. In precedenza si era distinto il nubiano Seninmose, giovane del kap di Thutmosis I, che lo scelse come precettore di uno dei suoi figli, il principe Wadjmose, così come si apprende da una stele rinvenuta nella cappella di quest’ultimo; egli non era affatto un prigioniero, e poteva liberamente disporre dei suoi beni e trasferirli a chi volesse.

Alla morte di Hatshepsut si assistette infatti ad una drastica opera di rinnovamento della burocrazia posta in essere da Thutmosis III: acquisito il pieno potere sull’Egitto, per rinforzare la sua posizione egli decise di riprendere il controllo della classe dirigente, collocando nei ruoli fondamentali dell’amministrazione (fino ad allora destinati ai sostenitori della regina – faraone) funzionari a sé fedeli, molti dei quali suoi compagni di kap, così garantendosi l’appoggio e la lealtà di consiglieri preparati e delle più potenti famiglie del regno, che avrebbero favorito al momento opportuno la successione di Amenhotep II supportandolo fino a che non avesse avuto l’età per regnare da solo e anche oltre.

Due giovani nubiani si affrontano nella lotta; ostrakon risalente al 1200 a. C. e conservato al Museo del Cairo con il n. 25132. Attorno al disegno, la scritta: “Guarda, ti atterrerò di fronte al Faraone, a lui sia vita lunga, prospera e in salute“. Una leggera quadrettatura e il fatto che esso sia stato ritrovato in una tomba sembra indicare che l’ostrakon (di 23×30 cm) fosse uno schizzo da riportare poi nella decorazione definitiva della tomba.

Si tratta più specificamente di due omonimi, Ahmose I (Scriba degli Scritti Divini e Capo dei Misteri nella Casa del Mattino, così come evidenziato nella sua tomba -TT121-) ed Ahmose II (Primo Lettore Sacerdote di Amon, Padre del Dio), di Montuywy, di Neferperet, di Mentujenu, di Nebenkemet, di Kamose, noto per i suoi coni funerari, che fu Sorvegliante dei sacerdoti wab del re nel dominio di Amon e dei più famosi Benia detto Paheqamen, Amenemheb detto Mahu che fu Luogotenente del comandante dei soldati, Rappresentante dell’esercito e Alfiere; occorre ricordare anche Senenmut, che fu l’uomo di punta di Hatshepsut e Maiherpera (inizialmente ritenuto contemporaneo di Thutmosis III ed oggi collocato sotto il regno di Thutmosis IV).

Essi erano tutti egizi, salvo Maiherpera e Senenmut che provenivano dalla Nubia e Benia che aveva origini asiatiche.

Dei più famosi di questi eminenti personaggi parleremo nei prossimi post.

FONTI: (oltre quelle già citate)

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COME VENIVANO ISTRUITI I FIGLI DEL KAP?

Di Luisa Bovitutti

Musiciste partecipano a un banchetto. Affresco rinvenuto nella TT38, tomba di Djeserkaraseneb, un nobile del Nuovo regno vissuto sotto Thutmosis IV ed Amenhotep III).
Foto: Lebrecht / Cordon Press

Nel kap prestavano servizio moltissimi servi addetti alla gestione della struttura, nonchè gli “istruttori del re” (spesso generali esperti di arte militare a fine carriera) che si occupavano di addestrare i ragazzi, i “tutori” scelti tra i saggi più quotati del paese che li istruivano e le “nutrici del re” che erano dame della nobiltà che li accudivano quando erano piccoli ed insegnavano loro il bon ton adeguato al rango ed all’ambiente nel quale sarebbero vissuti da grandi grazie al ruolo di prestigio che avrebbero occupato.

Tomba di Nebamon, ora al British Museum: suonatrici e ballerine nel corso di un banchetto.

Il programma scolastico comprendeva l’egizio parlato e scritto e la letteratura; i giovani studiavano su di un sussidiario preparato dal maestro, che riportava modelli di lettere, inni religiosi e civili, insegnamenti morali e storie educative, che gli allievi dovevano copiare e leggere, imparando nel contempo i principi fondamentali della civiltà egizia.

Tavoletta da scrittura risalente all’XI dinastia; fu rinvenuta a Meidum ed ora si trova al Cairo. essa è chiaramente stata usata da un apprendista scriba per i suoi esercizi scolastici; il tratto incerto del geroglifico è evidente. Esse potevano essere usate più volte, cancellando la scritta precedente con una mano di bianco.
La tavoletta più antica reca gli esercizi di un apprendista scriba: l’incertezza nel tracciare i segni geroglifici è evidente.
Quella più recente conserva ancora sulla sinistra le tracce di precedenti scritti. Il testo è un modello di lettera che lo studente ha dovuto copiare e sicuramente imparare a memoria; i suoi numerosi errori di ortografia sono stati corretti con inchiostro rosso dall’insegnante.

I precettori erano molto severi ed infliggevano anche punizioni fisiche: un uomo dell’epoca ramesside, sebbene molto riconoscente nei confronti del suo maestro, ricorda:

Quando io divenni un adolescente ero al tuo fianco. Tu battevi sul mio dorso e il tuo insegnamento penetrava nel mio orecchio, poiché io ero come una pariglia di cavalli scalpitanti”.

Musicanti di Amon, Tomba di Nakht, XVIII dinastia, Tebe

Nel papiro di Ani, risalente alla XVIII dinastia ed oggi custodito al British Museum di Londra si legge inoltre un’ironica riflessione di un maestro:

avviene che l’orecchio del giovinetto è sulla schiena ed egli ascolta poiché lo si batte”.

Crescendo, i giovani imparavano anche le lingue e le culture straniere, in particolare l’accadico, che era l’idioma della diplomazia dell’epoca, la geografia, la cartografia, le mappe catastali, la matematica e la geometria per acquisire la cultura di base indispensabile per chi volesse in seguito inserirsi nell’amministrazione statale raggiungendo posizioni prestigiose.

Amenhotep II viene allattato dalla balia reale Baki, alla presenza del marito, il militare Amenemheb – dipinto nella tomba di quest’ultimo (TT85).

Tutti erano sottoposti a rigidi allenamenti fisici e dovevano impratichirsi nell’arte militare, nel tiro con l’arco ed anche nell’uso del carro, dopo che gli Hyksos introdussero il cavallo in Egitto.

Nella tomba di Min (TT109), che fu precettore di Amenhotep II e sindaco di Tinis, vi è una scena in cui il nobile insegna al suo allievo a tirare con l’arco, e nel tempio di Karnak vi è un’altra rappresentazione nella quale è addirittura Seth che addestra Thutmosis III in quella specialità.

Seth insegna a Thutmosis III a tirare con l’arco – tempio di Karnak

Le principesse imparavano talvolta a leggere e a scrivere e venivano educate al canto ed alla danza, a suonare molti strumenti musicali tra i quali il flauto, il liuto, l’arpa e la lira, ed altresì a tessere, perché fossero in grado di intrattenere il Faraone o il loro futuro consorte e di sorvegliare il lavoro nelle manifatture che avevano sede negli harem.

Fino a che erano bambini, i “cadetti” del kap partecipavano alla vita di corte come paggi ed assumevano in seguito i titoli di “figlio o figlia adottiva del re” (nell’Antico Regno), di “figlio del kap” (nel Medio Regno), di “fratello o sorella adottiva del Signore delle Due Terre” (nel Nuovo Regno), a prescindere dal ruolo che acquisivano nella scala sociale; il figlio della balia del futuro Faraone diventava suo “fratello di latte”.

Dettaglio della tomba di Kenamun, fratello di latte di Amenhotep II, che mostra il sovrano sulle ginocchia di Amenemope, madre di Kenamun, che fu una delle sue nutrici. Dall’opera di Norman de Garis Davies, The Tomb of Ken-Amun at Thebes, New York – 1930, tav. 9.

Le testimonianze in merito all’educazione dei principi della XVIII dinastia sono scarse: il testo iscritto sulle pareti del tempio di Karnak che racconta come l’oracolo di Amon (orchestrato da Thutmosis II con la compiacenza del clero locale) indicò il futuro Thutmosis III in qualità di destinato al trono riferisce che egli fu ivi istruito e quindi che apprese a leggere ed a scrivere e ad officiare i riti religiosi, ma è probabile che il suo addestramento militare e la sua formazione in campo civile ed amministrativo si siano svolte nel kap di Menfi.

Min, precettore di Amenhotep II, gli insegna a tirare con l’arco – Tomba tebana di Min – TT109

Oggi si conoscono circa sessanta Figli del kap vissuti durante la XVIII dinastia, quasi tutti in epoca successiva a Thutmosis II, che prestarono servizio a vari livelli nella burocrazia statale, nell’esercito o come sacerdoti nel corso della seconda metà della XVIII dinastia, che vide i sovrani condurre campagne vittoriose in Asia e Nubia.

Nei prossimi post parleremo di alcuni tra i più famosi tra loro.

Giovani si esercitano nella lotta – Tempio di Medinet Habu – Regno di Ramses III

FONTI:

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IL KAP – NOZIONE, FUNZIONI ED EVOLUZIONE STORICA

Di Luisa Bovitutti

Il piccolo Tutankhamon con la sua nutrice Maia, che alcuni individuano nella sua sorella maggiore Meritamon – rilievo dalla tomba di Maia – Sakkara

Nell’harem o comunque nei quartieri privati reali esisteva una particolare istituzione, chiamata in origine “pr mna(t)”ossia “casa dell’educazione”, in seguito “kap”, che secondo l’ipotesi formulata dall’egittologo francese Bernard Mathieu e generalmente accettata dai suoi colleghi era una scuola palatina dove venivano cresciuti, educati ed istruiti tutti insieme i numerosi figli del re e dei nobili, oltre a giovani di umili origini scelti dal Faraone perché fossero preparati per fare carriera nell’esercito o nell’amministrazione statale.

Il re Thutmosis III con i nemici sconfitti all’esito della battaglia di Megiddo – rilievo del VII pilone del tempio di Amon a Karnak – .


Il principe di Kadesh aveva creato una coalizione di piccoli stati del vicino Oriente, chiamato genericamente “Retenu” dagli Egizi; gli alleati si riunirono a Megiddo e costituirono un esercito con l’intenzione di emanciparsi dal Faraone e cessare il versamento dei tributi.
Thutmosis organizzò un’armata di circa ventimila soldati, attraversò il deserto facendo base a Gaza e si diresse verso Megiddo, scegliendo una strada secondaria che si incuneava in una gola stretta e attraversava le montagne anzichè preferire una strada lunga ma più agevole.
Il nemico fu sorpreso alle spalle, colto impreparato e costretto a fuggire, rifugiandosi entro le mura di Megiddo. Dopo sette mesi di assedio la città cadde, molti dei principi furono catturati e presi in ostaggio per garantirsi l’obbedienza dei sovrani ribelli.

Secondo alcuni autori (gli studiosi francesi Alain Pierre Zivie ed Agnès Cabrol) essi venivano addestrati anche perché componessero un’unità militare o paramilitare specializzata che scendeva in campo solo in particolari occasioni.

La vita comunitaria in accademia, la stessa formazione ed i medesimi principi morali loro inculcati nell’infanzia e nell’adolescenza facevano sì che tra i componenti del kap, tra i quali c’erano il futuro Faraone e molti destinati a far parte della classe dirigente delle Due Terre, si istaurassero solidi vincoli di amicizia e di rispetto, così come con i figli dei capi nubiani e con i principi stranieri, che spesso venivano ivi inviati per avere la migliore educazione, per integrarsi con l’èlite locale e per rafforzare le alleanze che il loro paese aveva stretto con l’Egitto.

Rilievo di uno dei carri di Tutankhamon (custodito al Cairo) che rappresenta i nemici dell’Egitto: ognuno di loro ha caratteristiche somatiche ben delineate e l’abbigliamento tipico della sua etnia.

La stele di Gebel Barkal, ora a Boston, documenta inoltre l’abitudine di Thutmosis III di portare con sé in Egitto i figli dei capi sconfitti, come ostaggi che sarebbero stati educati nel kap: nel testo è lo stesso sovrano che racconta le sue imprese belliche:

La Mia Maestà viaggiò fino alle estremità dell’Asia (…) ed i nemici l’affrontarono e fuggirono subito, cadendo a mucchi.

Entrarono a Megiddo e la mia Maestà li assediò per sette mesi, finché non ne uscirono implorando (…): “Dacci il tuo respiro, nostro signore! Gli stranieri di Retjenu non si ribelleranno più”.

Allora lo sconfitto ed i principi che erano con lui mandarono alla Mia Maestà tutti i loro figli, con molti tributi d’oro e d’argento, tutti i loro cavalli (…), i loro grandi carri d’oro e d’argento e quelli non decorati, tutti i loro mantelli e i loro archi, le loro frecce e tutte le loro armi (…) che avevano portato con sé per combattere e cospirare contro la Mia Maestà”.

Tomba di Amenhotep detto Hui – TT40 – Cominciò la sua carriera con Amenhotep III e la concluse sotto Tutankhamon, che lo creò vicerè della Nubia. Nei rilievi parietali della sua tomba è raffigurato un viaggio che fece per nave fino a quel paese lontano, dal quale portò i tributi che i capi locali mandavano al Faraone. Tra di essi gli schiavi o prigionieri rappresentati nell’immagine. Particolare è l’immagine della donna, che tiene per mano due bambini e ne tiene una terza in una sacca sulle spalle. Questa bambina ha dei curiosi codini sulla testa.

Alcune stele rinvenute a Karnak ed a Menfi inoltre ricordano che all’esito delle sue campagne asiatiche anche Amenhotep II (a sua volta figlio del kap) condusse con sé in patria i rampolli dei governanti locali sconfitti (nel suo settimo anno di regno il numero incredibile di 232 principi e 323 principesse).

Questi principi stranieri si sarebbero integrati nel tessuto sociale ospitante ricevendo un trattamento degno del loro rango ed in futuro, qualora fossero tornati nel loro paese con ruoli di potere, avrebbero mantenuto un legame indissolubile con la terra che li aveva visti crescere; la presenza ai vertici dell’amministrazione egizia di funzionari di origine straniera ed il loro titolo di “Figli del kap” emergente dagli annali dei predetti sovrani conferma il successo di quell’iniziativa e la piena “egittizzazione” dei giovani ostaggi.

Dalla tomba di Horemheb a Sakkara, ora custodito a Leida, questo rilievo raffigura la conta dei prigionieri nubiani, il cui numero viene annotato da uno scriba

Il rapporto privilegiato che univa il Faraone a questi compagni ed alle figure carismatiche dei suoi maestri emerge da un’iscrizione dalla tomba del generale Amenemhab detto Mahu (TT85), “tenente comandante dei soldati” di Thutmosis III, e che, ormai veterano, venne incaricato di addestrare i giovani del kap nel quale crebbe e fu istruito Amenhotep II e nel quale Baki, moglie di Mahu, già prestava servizio come sovrintendente delle nutrici reali: l’iscrizione riporta le parole con le quali quest’ultimo esalta i pregi dell’anziano generale, braccio destro di Tuthmosis III: “Ho conosciuto la sua tempra quando io ero nel nido e tu (Amenemhab) eri al seguito di (mio) padre”.

Dalla tomba di Horemheb a Sakkara, ora a Leida. Alcuni egizi portano con sé alcuni prigionieri asiatici; la donna reca sulle spalle un bambino.

Diodoro Siculo nel I secolo a. C. visitò l’Egitto e nel 53 capitolo della sua opera dal titolo Bibliotheca historica ci ha trasmesso un breve testo che narra di come il padre del Faraone Sesostri (XII dinastia – non si sa con esattezza di quale Sesostri si trattasse) avesse organizzato l’educazione del figlio destinato a succedergli: 

“Riunendo da tutto l’Egitto i bambini maschi nati nello stesso giorno (di Sesostri, in quanto, evidentemente, ritenuti predestinati) e assegnando loro nutrici e tutori, egli prescrisse a tutti loro la stessa formazione e la stessa educazione, sulla base del fatto che quelli che erano stati allevati in stretta compagnia e avevano goduto dello stesso rapporto franco (con il principe ereditario) sarebbero stati più leali e più coraggiosi quando si fossero trovati a combattere in battaglia. Provvide ampiamente ad ogni loro necessità e poi addestrò i giovani con esercizi incessanti e difficoltà; infatti a nessuno di loro era permesso mangiare qualcosa se prima non avessero corso per 180 stadi…. “

Portatori di tributi levantini nella tomba di Sobekhotep, Tebe, XVIII dinastia

Le prime menzioni esplicite del kap risalgono appunto alla XII dinastia e la sua esistenza è documentata anche nel corso della XIII; successivamente scomparve per poi tornare in auge nel corso della XVII; solo con l’ascesa al trono di Akhenaton perse la sua importanza in quanto egli volle rinnovare i ruoli della burocrazia per riaccentrare il potere nelle sue mani.

I giovani del kap che servendo sotto i suoi predecessori avevano dimostrato sul campo le proprie capacità e che con la loro esperienza avevano garantito una tranquilla transizione da un sovrano all’altro, o coloro che ricoprivano un incarico ereditato da un antenato cresciuto nel kap erano stati sostituiti da personaggi di nuova nomina, scelti direttamente dal sovrano.

Dalla tomba di Anen, fratello della regina Tyie e cognato di Amenhotep III (TT120) – I nemici dell’Egitto fatti prigionieri. Per ulteriori informazioni sulla tomba e sul rilievo, si veda sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/03/12/la-tomba-di-anen/

E’ comunque un dato di fatto che dopo il periodo amarniano l’accademia palatina perse la sua funzione, poiché ci è pervenuto il nome di un solo giovane del kap vissuto sotto Akhenaton e Tutankhamon (tale Hekanefer), e con Ay ed Horemheb non se ne trova più menzione.

Tomba di Horemheb – Sakkara – ora a Leida – prigionieri di varie etnie

FONTI:

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LE COSPIRAZIONI – RAMSES III

Di Luisa Bovitutti

Un regno di prosperità e gloria?

Ramses III è considerato dagli studiosi l’ultimo grande sovrano del Nuovo Regno; egli lasciò ampia traccia di sé attuando un importante programma architettonico ed istituzionale in tutto il paese, cercando di imitare le gesta e la politica del suo modello Ramses II, del quale assunse anche i nomi.

Ramses III trionfa sui nemici

Egli dovette difendere il paese dai Libici che premevano sul Delta Occidentale e dai Popoli del Mare, che provenivano forse dall’Europa Centro-Orientale, che avevano razziato per anni le coste orientali del Mediterraneo e che dopo aver invaso l’impero hittita si erano insediati nel Delta, con l’evidente intento di conquistare tutto il paese risalendo il Nilo.

La battaglia navale contro i popoli del mare; il rilievo si trova sulle pareti del tempio di Medinet Habu, ed è stato qui riprodotto e colorato per una maggiore comprensione

Con l’aiuto di truppe mercenarie il Faraone li affrontò, li sconfisse, riuscì a respingerli ed ispirandosi al suo idolo Ramses II, continuò a glorificare la sua persona e le sue imprese, cercando di fornire un’immagine idilliaca del suo regno e di accreditarsi come colui che con l’appoggio di Amon aveva regalato stabilità e sicurezza al paese.

“Io ho sostenuto in vita tutto il paese, sia gli stranieri, sia la gente comune, sia i cittadini, sia il popolo, sia i maschi che le femmine. Ho tratto un uomo dalla sua sventura e gli ho dato fiato; Io l’ho salvato dall’oppressore, che era più importante di lui. Ho sistemato ogni uomo nella sua sicurezza, nelle sue città; ho sostenuto in vita altri nella sala delle petizioni. Ho restaurato il paese nel luogo in cui era stato distrutto. La terra fu ben soddisfatta durante il mio regno. Feci del bene sia agli dèi che agli uomini, e non ebbi nulla che appartenesse a nessun popolo…” (dal Grande papiro Harris, traduzione di J. H. Breasted).

Disegno del rilievo della battaglia navale

I rilievi e le iscrizioni sulle pareti del suo tempio funerario di Medinet Habu sono ampiamente autocelebrativi e costituiscono il più significativo esempio di propaganda faraonica:

Parole dette da Amon-Ra, re degli dei, a suo figlio, il Signore delle Due Terre User-Maat-Ra Mery-Amon: “Benvenuto in pace! Tu hai predato le nazioni straniere, hai calpestato i loro villaggi, hai riportato i tuoi nemici come prigionieri di guerra, in quanto io ho decretato per te valore e vittoria!”(iscrizione sulle pareti del tempio di Medinet Habu, traduzione di Alberto Elli).

Ramses III viene rappresentato nella posa tradizionale del guerriero vincitore, mentre tiene fieramente numerosi nemici per i capelli e si appresta a colpirli con la sua mazza, ed è il protagonista indiscusso delle incredibili scene delle sue battaglie vittoriose, tra le quali ci sono anche quelle contro gli Hittiti ed i Nubiani che non hanno alcun riscontro storico.

L’egittologo Nicolas Grimal, nel suo libro dedicato alla Storia dell’antico Egitto, spiega che le scene rappresentano simbolicamente il Faraone che eternamente sconfigge i nemici dell’Egitto, e quindi non solo quelli che ha effettivamente combattuto, ma anche quelli che affrontarono tutti i grandi Faraoni del passato ed in particolare il suo grande predecessore Ramses II, le cui battaglie contro gli Hittiti (Kadesh) ed i Siriani sono raffigurate nel vicino Ramesseum.

I nemici del Faraone appaiono soverchiati dall’impeto del re che li travolge con il suo carro riducendoli ad un groviglio di corpi, che li bersaglia con il suo arco facendone strage e che respinge le loro navi sterminandone gli equipaggi; la vittoria è schiacciante ed i suoi uomini gli portano innumerevoli prigionieri e gli mostrano mucchi di mani e di falli tagliati ai nemici sconfitti, che egli a sua volta presenta unitamente al bottino di guerra agli dei che hanno propiziato il suo successo.

Le mani tagliate dei nemici vengono presentate a Ramses III, e uno scriba ne tiene il conto

Un’altra interessantissima testimonianza del regno di Ramses III è il papiro Harris n. 1, noto anche come “Grande papiro Harris” (è lungo ben 42 metri), oggi custodito al British Museum di Londra; esso è scritto in ieratico e venne sicuramente commissionato da Ramses IV, secondo alcuni per essere letto alle esequie del padre Ramses III; reca la data del 6° giorno del terzo mese di shemu dell’anno 32 del regno di quest’ultimo, che probabilmente coincide con l’effettiva presa di potere del figlio.

Il sovrano defunto viene fatto parlare in prima persona, ed implora favore e benedizioni per la sua vita oltremondana e per il suo successore, ricordando agli dei le immense donazioni di servi, terre, vigneti, bestiame, derrate alimentari e metalli preziosi elargite ai templi di Tebe, Eliopoli e Menfi negli oltre trentun anni del suo regno.

“… Oh dio Amon, toro di sua madre, sovrano di Tebe. Concedimi di arrivare in sicurezza, di sbarcare in pace, di riposare a Tazoser come gli dei. Che io possa mescolarmi con le anime eccellenti di Manu, che vedono il tuo splendore al primo mattino. Ascolta la mia petizione! … Incorona mio figlio (Ramses IV) come re sul trono di Atum, stabiliscilo come potente Toro, …. re dell’Alto e del Basso Egitto, signore delle due terre … Tu sei colui che lo ha designato come re, mentre era giovane. … Dagli un regno di milioni di anni, con tutte le sue membra integre, in prosperità e salute. … Rendilo divino più di qualsiasi re e grande come la tua riverenza, come signore dei Nove Archi. Fa’ che il suo corpo fiorisca e sia giovane ogni giorno, mentre tu sei uno scudo dietro di lui ogni giorno. Poni la sua spada e la sua mazza da guerra sulle teste dei Beduini; … Estendi per lui i confini fino a dove desidera; possano le terre e i paesi temere per il suo terrore. Concedi per lui che l’Egitto si rallegri” (dal Grande papiro Harris, traduzione di J. H. Breasted).

 Particolare della battaglia contro i libici

L’ultima delle cinque sezioni del papiro illustra i disordini sociali della fine della XIX dinastia (si vedano a questo proposito i post sulla regina Tausert, su Siptah e sul Gran Cancelliere Bay sul nostro sito Laciviltaegizia.org) e spiega come Ramses III, ricevendo il trono da suo padre Sethnakht avesse difeso i confini del paese e ristabilito l’ordine riorganizzando l’amministrazione statale e l’esercito e riprendendo i contatti commerciali con la Terra di Punt.

“…Sconfissi coloro che lo invadevano (l’Egitto) dalle loro terre … Ho portato via quelli che la mia spada ha risparmiato, come numerosi prigionieri, immobilizzati come uccelli davanti ai miei cavalli: le loro mogli e i loro figli a decine di migliaia, il loro bestiame a centinaia di migliaia. … ho costruito grandi galee con chiatte, dotate di numerosi equipaggi e di numerosi aiutanti … Le galee e le chiatte erano cariche dei prodotti della terra (di Punt), che consistevano in tutte le strane meraviglie del loro paese … Inviai i miei messaggeri nel paese degli Atika, alle grandi miniere di rame che si trovano in questo luogo … Fu inviato in Egitto e arrivò sano e salvo… Mandai maggiordomi e funzionari nel paese della malachite … Piantai tutta la terra di alberi e di verde e feci abitare il popolo alla loro ombra. Feci in modo che la donna d’Egitto andasse nel luogo che desiderava, perché nessuno straniero e nessuno per strada la molestò. Feci dimorare la fanteria e i carri a casa mia; gli Sherden e i Kehek (i mercenari) erano nelle loro città, sdraiati sulla schiena; non avevano paura, perché non c’era nessun nemico da Kush e nessun nemico dalla Siria… Le loro mogli erano con loro, i loro figli al loro fianco; non si guardavano alle spalle, ma il loro cuore era fiducioso, perché io ero con loro come difesa e protezione delle loro membra (dal Grande papiro Harris, traduzione di J. H. Breasted).

Il Sovrano, quindi, esaltava il suo buon governo e rassicurava i sudditi spiegando loro di aver ripristinato il commercio marittimo, che i templi prosperavano, che le strade e le città erano sicure e che l’esercito era in ozio perché i nemici erano stati annientati, ma in realtà la situazione era complessa a causa di un’incombente crisi economica.

La migrazione dei Popoli del Mare, infatti, aveva alterato definitivamente il paesaggio geopolitico dell’antico Vicino Oriente e l’Egitto, circondato da popolazioni ostili, si trovò isolato a livello internazionale; inoltre lo sforzo bellico lo aveva impoverito ed aveva altresì perso il controllo di Canaan e della Siria e le risorse che da tali territori gli derivavano.

Ramses III non seppe adattare la sua politica alla nuova realtà né assumere iniziative per risanare l’economia del paese ed assicurare prosperità al popolo; si verificarono quindi disordini politici e sociali che si ingigantirono con il tempo e che meno di un secolo dopo condussero al tracollo della XX dinastia, caratterizzata dall’avvicendarsi sul trono di una serie di personaggi senza spessore che regnarono pochi anni.

NON È TUTTO ORO QUEL CHE RILUCE…. LE PRIME, DRAMMATICHE AVVISAGLIE DEL TRAMONTO

Nonostante l’entusiasmo con cui Ramses III magnificava il suo regno, in realtà soprattutto negli ultimi anni fu caratterizzato da notevoli tensioni sociali e da una significativa crisi economica.

Il Tesoro statale si era impoverito perché il Sovrano vi aveva ampiamente attinto per finanziare le campagne militari, il suo imponente programma architettonico e le generose offerte ai templi; il prezzo del grano era aumentato per la scarsità dei raccolti e l’incremento della domanda indotto dall’immigrazione; la corruzione dilagante aveva nuociuto all’efficienza dell’apparato amministrativo statale, un tempo perfettamente funzionante.

La coltivazione del grano. Tomba di Menna. Gurna

Un chiaro segnale delle difficoltà di questo periodo storico fu lo sciopero degli artigiani di Deir el Medina, iniziato nel mese di novembre del 29’ anno di regno del sovrano, descritto dal cosiddetto “papiro dello sciopero”, un documento amministrativo redatto in ieratico dallo scriba Amennakht e custodito al Museo Egizio di Torino.

A Deir el-Medinah viveva una comunità composta da circa 120 artigiani specializzati con le loro mogli ed i loro figli, per i quali erano state costruite circa 70 unità immobiliari: i migliori muratori, scalpellini, pittori, incisori a rilievo e scultori erano stati reclutati in tutto l’Egitto per lavorare alla realizzazione delle tombe reali.

Ricostruzione del villaggio di Deir el-Medinah

I “Servi nel luogo della verità” (così erano chiamati gli artigiani reali) percepivano un salario di tutto rispetto, molto superiore rispetto a quello degli altri operai, anche se specializzati: la loro “razione”, infatti, conosciuta grazie ad una tabella salariale trovata in loco, comprendeva numerosi sacchi di grano, da utilizzare per il sostentamento personale e come merce di scambio (sette sacchi e mezzo i capisquadra e gli scribi, cinque sacchi e mezzo gli artigiani, due sacchi e mezzo gli apprendisti), oltre a birra, verdure, pesce, abiti ed unguenti per difendersi dal sole.

Lo sciopero, il primo della storia, venne attuato perché le autorità governative erano in ritardo di ben diciotto giorni nella consegna delle razioni e gli artigiani e le loro famiglie erano allo stremo.

Disperati per la situazione, essi inviarono presso il tempio di Horemheb (che faceva parte del grande complesso amministrativo di Medinet Habu) lo scriba Amennakht affinchè denunciasse formalmente l’inadempimento, ed il giorno successivo sfidarono apertamente l’autorità regia, sospendendo il lavoro fino a che non fossero stati pagati.

“Anno 29, sesto mese, giorno 10. Oggi la squadra ha attraversato i cinque posti di blocco della necropoli gridando: “Abbiamo fame! Sono già trascorsi diciotto giorni di questo mese!” (…) “Se siamo arrivati a tanto, è stato a causa della fame e della sete. Non ci sono abiti, né unguenti, né pesci, né verdura. Scrivete al faraone il nostro signore perfetto, riguardo alle nostre parole, e scrivete al visir, il nostro superiore, perché ci siano date le provviste”.

E’ dello stesso periodo un ostrakon trovato a Deir el Medinah che reca una lettera indirizzata al Visir Ta con la quale lo scriba Neferhotep lo rende edotto della drammatica situazione degli artigiani:

(…) Informo il mio Signore che lavoro alle tombe dei principi, che il mio Signore ha ordinato di costruire. Lavoro con molta attenzione e in modo eccellente, procedendo bene e perfettamente.

Non voglio disturbare il mio Signore, perché lavoro molto regolarmente e non sono stanco. Voglio che il mio Signore sappia che noi siamo nella più estrema privazione… (…) Le pietre non sono leggere da trasportare!

Qualcuno ha anche sostituito un sacco e mezzo di orzo, dandoci invece un sacco e mezzo di terra!

Possa il mio signore agire in modo che i nostri mezzi di sussistenza siano assicurati, perché siamo già prossimi alla morte e non possiamo rimanere in vita. Infatti [i responsabili] non ci danno niente, proprio niente!”

Gli artigiani occuparono i recinti dei templi, sede delle istituzioni amministrative statali; il primo giorno stazionarono in quello di Thutmosi III, mentre Amennakht contrattava con i sacerdoti affinché consegnassero loro le razioni prelevandole dai magazzini del tempio, ottenendo solo vuote promesse; il secondo e il terzo giorno invasero il recinto del Ramesseum, provocando la fuga delle guardie e dei funzionari ed ottenendo dallo scriba Pentaweret 55 pani.

La situazione era grave: il capo della polizia Mentmose, recatosi a Tebe per informare Ptahemheb, Sindaco della città e funzionario delle entrate, aveva appreso che i granai del faraone erano vuoti, e nei giorni seguenti l’amministrazione centrale aveva inviato sul posto provviste di pessima qualità ed in quantità insufficiente per le necessità del villaggio.

La tomba di Ramses III

Per placare gli scioperanti era addirittura intervenuto Ta, visir dell’Alto e del Basso Egitto, che si era adoperato perchè potessero essere pagati, pur nella difficoltà generale: 

“(…) Non ho forse fatto tutto ciò che un uomo come me può fare? Per quanto non ci sia nulla nei granai, vi ho consegnato ciò che ho potuto reperire”.

Le agitazioni si protrassero per tre mesi, sempre con le medesime modalità, e le risorse continuarono ad arrivare a singhiozzo ed in quantità minime; il testo, poi, non menziona ulteriori scioperi, forse perché il pagamento delle razioni tornò ad essere regolare; guarda caso però, nello stesso periodo tornò a manifestarsi il fenomeno dei furti nelle tombe, già presente in passato e segnalato dagli stessi artigiani ai loro superiori durante le proteste.

“E l’operaio Mosè, figlio di Anakhte, disse: (…) se oggi vengo portato via di qui, mi addormenterò solo dopo aver fatto i preparativi per depredare una tomba (…) Dite ai vostri superiori (…), che non solo abbiamo abbattuto i muri per fame, ma abbiamo un’accusa importante da fare perché in questo luogo del Faraone si commettono crimini”.

Non c’è da stupirsi che questi uomini, spinti dal bisogno, si siano risolti al sacrilegio, ben consapevoli delle immense ricchezze che giacevano nelle tombe che essi stessi avevano costruito e di cui conoscevano l’ubicazione.

Ramses III offre incenso ad Amon. Rilievo dalla sua tomba nella Valle dei Re (KV11)

Le tensioni interne ed il malcontento generale dunque persistevano e si amplificavano, e crearono le condizioni perché un gruppo di cortigiani eminenti si determinassero ad un colpo di stato, che prevedeva l’uccisione di Ramses III e l’ascesa al trono di un sovrano da essi stessi scelto, che avrebbero potuto manovrare nel loro interesse.

LA CONGIURA

Come si è detto il malcontento generale indusse un gruppo di funzionari e cortigiani di Ramses III ad ordire un colpo di stato nel 31’ anno del suo regno (1156 a.C.) per propiziare l’ascesa al potere di un sovrano che avrebbero potuto gestire nel proprio interesse.

Esso è molto ben documentato da fonti scritte; in particolare il papiro Harris, proveniente con ogni probabilità dalla biblioteca di Medinet Habu e detto “il papiro giudiziario di Torino” perché è custodito presso il Museo Egizio di quella città illustra gli addebiti a carico dei congiurati e le punizioni loro irrogate all’esito dei procedimenti penali celebratisi a loro carico, mentre i papiri Rollin e Lee descrivono le magie utilizzate per perseguire lo scopo e le condanne subite da chi le aveva preparate.

La cospirazione venne probabilmente organizzata nell’harem del re a Piramesse e vide come ispiratrice una delle sue mogli di nome Tiy, che si avvalse della collaborazione di Pebekkamen, un funzionario di altissimo rango con il titolo di “Capo della Camera” e di Mesedsure, un maggiordomo reale; l’obiettivo era quello uccidere Ramses III e di escludere l’erede designato, il principe Ramses Amonherkhopshef, per porre sul trono Pentawere “che portava quell’altro nome”, (il principe veniva quindi indicato nei documenti giudiziari con uno pseudonimo perchè non emergesse la vera identità del traditore), il figlio che ella aveva avuto dal sovrano.

Il progetto eversivo trovò l’appoggio di molti altri che facevano parte della cerchia ristretta del faraone: il sovrintendente dell’harem Peynok; lo scriba dell’harem Pendua; il sovrintendente della Casa Bianca (tesoreria) Pere figlio di Ruma; Binemwese, capitano degli arcieri in Nubia, che venne coinvolto dalla sorella che viveva nell’harem.

Inoltre i congiurati poterono contare sul silenzio di altri personaggi eccellenti che pur essendo al corrente del complotto e non avendovi partecipato direttamente non l’avevano denunciato: si trattava del comandante dell’esercito Peyes; degli scribi Messui, Shedmeszer e Pere; del capo Perekamenef, capo (…); del sovrintendente Iroi; dei maggiordomi Nebzefai, Henutenamon e Weren; degli ispettori dell’harem Petewnteamon, Kerpes, Khamopet, Khammale, Setiimperthoth e Setimperamon; di Eshehebsed assistente di Pebekkamen e di Peluka e Yenini, maggiordomi della Casa Bianca.

Per reclutare sostenitori, Pebekkamen aveva fatto in modo che le donne dell’harem che appoggiavano Tiy inviassero ai congiunti, tramite le mogli dei guardiani dell’harem, dei messaggi con i quali li invitavano a sobillare il popolo in modo che al momento della morte del sovrano scoppiasse una rivolta che consentisse di porre sul trono l’usurpatore: tutti loro “suscitavano il popolo e incitavano all’inimicizia per fare ribellione contro il loro signore”.

I congiurati avrebbero dovuto passare all’azione ed uccidere il re durante l’annuale Bella Festa della Valle, nel momento in cui si sarebbe recato a Medinet Habu con il suo “harem di accompagnamento”, che era solito seguirlo nei suoi spostamenti.

Perché la congiura avesse buon esito, Pebekkamen fece anche ricorso alla magia, introducendo a palazzo delle figurine magiche realizzate in cera da usare per indebolire coloro che dovevano proteggere il faraone e rotoli recanti incantesimi che avrebbero dovuto paralizzare le guardie ed infondere forza e potere agli aggressori che si era procurato presso uno stregone.

Gli incantesimi, tuttavia, non funzionarono in quanto gli dei e le dee che gli accusati avevano invocato affinchè li assistessero nella realizzazione del loro piano avevano disapprovato la loro iniziativa sacrilega: “..sono stati maledetti dal divino per i loro abominevoli desideri”, per cui il colpo di stato venne sventato, i traditori furono arrestati e Ramses IV salì al trono dopo suo padre.

Le fonti non dicono se il sovrano cadde vittima dei colpi dei congiurati; leggendo il Papiro di Torino si ricava la convinzione che Ramses III sopravvisse alla congiura, in quanto nomina personalmente i giudici destinati ad occuparsi del processo e dà loro le necessarie istruzioni.

In realtà, di seguito, nel testo il Faraone si dichiara come ormai al di là delle miserie umane:

“… io sono protetto e difeso per sempre, mentre sono [tra] i re giusti, che sono davanti ad Amon-Ra, re degli dèi, e davanti a Osiride, sovrano dell’eternità”

e nel papiro Lee viene definito “il Grande Dio”,titolo che può riferirsi solo a un re defunto, per cui alcuni studiosi hanno ipotizzato che fosse morto nel corso del processo, dopo aver ordinato di perseguire i traditori ma prima che il dibattimento fosse celebrato.

L’esame della sua mummia, rinvenuta nella cachette di Deir el- Bahari (DB320) nel 1881, aveva indotto ad escludere una morte violenta, perché le radiografie effettuate negli anni ‘60 non evidenziavano traccia di ferite; le analisi compiute in epoca più recente, tuttavia, attraverso metodi di indagine più moderni, consentivano di raggiungere risultati ben diversi.

Già nel 2012 la TAC della mummia aveva svelato tagli sulla trachea e sull’esofago del re e nascosti dalle bende, avvalorando l’ipotesi che fosse stato sgozzato.

Qualche anno dopo uno studio pubblicato dalla rivista British Medical Journal, divulgato dal quotidiano egiziano Al-Ahram e ripreso poi dalle agenzie stampa di tutto il mondo ha infine provato che il faraone venne mutilato e ucciso da diversi assalitori armati e che dopo la morte subì una “chirurgia ricostruttiva” finalizzata a nascondere ferite e amputazioni.

Un’equipe di ricercatori incaricati degli studi sulle mummie reali – tra cui l’egittologo Zahi Hawass, l’esperto di genetica molecolare dell’Universita’ di Tubinga Carsten Pusch, i docenti di Radiologia e paleoradiologi dell’Università del Cairo Ashraf Selim e Sahar Selim ed il paleopatologo Albert Zink dell’Eurac di Bolzano, ha effettuato la scansione completa della mummia del faraone, conservata al Museo Egizio del Cairo ed ha scoperto che la gola di Ramses III è stata tagliata profondamente con un coltello affilato, che ha reciso la trachea, l’esofago e i grandi vasi sanguigni del collo fino a raggiungere l’osso sottostante e che al momento della morte gli venne anche amputata parte dell’alluce destro.

TAC della mummia che evidenziano le ferite

In un libro pubblicato nel 2016 (“Scansione dei faraoni: CT Imaging of the New Kingdom Royal Mummies”), Zahi Hawass e Sahar Saleem raccontano una fine drammatica, spiegando che il Faraone venne aggredito da più assassini che agirono contemporaneamente: la mutilazione al piede non guarita (per cui probabilmente perimortem) infatti, fa pensare ad un attacco frontale con un’ascia o una spada, in ogni caso con un’arma diversa da quella sottile ed appuntita che causò la profonda ferita alla gola, inferta ragionevolmente da un altro congiurato che si portò alle spalle della vittima.

Protesi dell’alluce del sovrano

La salma venne accuratamente ricomposta durante la mummificazione per restituire al Sovrano un corpo perfetto per l’Aldilà: gli imbalsamatori collocarono nel suo addome quattro figurine dei figli di Horus e dei materiali di riempimento per dare al cadavere un aspetto più verosimile, bendarono con spessi strati di lino la ferita al collo e vi inserirono un amuleto perche’ guarisse nell’aldila’ (un occhio di Horus) e sostituirono il dito mancante con una protesi post mortem realizzata in lino e ricoperta di spessi strati di resina.

Le tracce della fine di Ramses e il sacrilegio del quale si erano macchiati i suoi aggressori vennero poi definitivamente nascoste avvolgendo strettamente la mummia con bende sigillate con grandi quantità di resina.

E’ quindi probabile che il papiro giuridico di Torino sia stato fatto comporre da Ramses IV, il quale, per affermare il proprio diritto al trono e giustificare la feroce epurazione di tutti coloro che lo avversavano, attribuì al padre l’istituzione del tribunale speciale per giudicarli, facendolo parlare in prima persona come se fosse ancora vivo.

Dal momento che nel papiro giudiziario di Torino manca qualsiasi riferimento al regicidio, alcuni studiosi ancora oggi dubitano del fatto che Ramses III sia morto in un agguato nel suo stesso palazzo, affermando che in assenza di prove che il taglio della sua gola sia stato inferto ante mortem, è più ragionevole pensare che sia stato praticato durante il processo di mummificazione per asportare gli apparati digerente e respiratorio o come risultato dell’azione sacrilega di antichi ladri.

IL PROCESSO E LE CONDANNE


Come si è visto, subito dopo la cattura dei congiurati venne immediatamente costituito un Tribunale speciale, incaricato di stabilire il verdetto e in via del tutto eccezionale anche di determinare le pene e di farle eseguire, compito che in casi di particolare rilievo come questo era solitamente riservato al Faraone.

Questo Tribunale era composto, secondo quanto si apprende dal papiro di Torino, da dodici membri: i due sovrintendenti della Casa Bianca Mentemtowe e Pefroi; dall’alfiere Kara, dai maggiordomi Pebes, Kedendenna, Maharbaal, Payernu e Thutrekhnefer; dall’araldo del re Penrenut; dallo scriba Mai; dallo scriba degli archivi Peremhab e dal portabandiera della fanteria Hori, ed avrebbe dovuto giudicare secondo le istruzioni dettate dallo stesso Ramses:

“Quanto alle parole che il popolo ha detto (n.d.r. qui il re allude probabilmente alle testimonianze raccolte) io non le conosco. Andate ed esaminatele. Quando (i giudici) saranno usciti e le avranno esaminate, consentiranno ad alcuni condannati a morte di suicidarsi, senza che io lo sappia. Eseguiranno la punizione (su) gli altri, allo stesso modo senza che io lo sappia. Quando [andrete] [vedete] di prestare attenzione, e badate di non punire … … ingiustamente …….. Ora, in verità vi dico, quanto a tutto ciò che è stato fatto, e a coloro che l’hanno fatto, ricada sulle loro teste tutto ciò che hanno fatto”.

I dodici si organizzarono in differenti collegi giudicanti, che celebrarono più processi: il più imponente di essi fu quello istruito da Mentemtowe, Pefroi, Kara, Pebes, Mai ed Hori a carico dei “grandi criminali” Pebekkamen e Mesedsure, che avevano appoggiato il progetto di Tiy ed insieme a lei erano stati i principali artefici della congiura, oltre che a carico di altri che a vario titolo erano stati coinvolti e delle sei mogli degli ufficiali dell’harem che avevano portato all’esterno i messaggi sediziosi.

Tomba di Menna, XVIII din., Sheikh Abd el-Qurnah, la punizione di un evasore fiscale.

Nulla si sa della sorte di Tiy e delle altre mogli del Faraone che avevano preso le sue parti, anche se non vi è dubbio, vista la gravità del reato, che furono giustiziate.

Il papiro di Torino enuncia sinteticamente le condotte delle quali gli imputati erano chiamati a rispondere; furono tratti a giudizio non solo coloro i quali offrirono un contributo attivo alla cospirazione, ma anche chi rifiutò di aderirvi senza denunciarla, o ne venne altrimenti informato e tacque.

Il capo della camera Pebekkamen “Fu arrestato a causa della sua collusione con Tiy e con le donne dell’harem. Fece causa comune con loro e cominciò a riferire le loro parole alle loro madri e ai loro fratelli che erano lì, dicendo: “Suscitate il popolo! Incitate i nemici all’ostilità contro il loro signore”.

Il maggiordomo Mesedsure (in realtà si chiamava Meryra – “Amato da Ra” ma nei documenti giudiziari appare come “Odiato da Ra” affinchè venisse ricordato con un nome infamante) “fu arrestato a causa della sua collusione [con] Pebekkamen, già capo della camera, e con le donne, per istigare i nemici all’ostilità contro il loro signore”.

Il sovrintendente dell’harem Peynok “fu portato in tribunale per aver fatto causa comune con Pebekkamen e Mesedsure, per commettere ostilità contro il loro signore”.

Lo scriba Pendua “fu portato qui perché aveva fatto causa comune con Pebekkamen e Mesedsure, l’altro criminale, già sorvegliante dell’harem del re, e con le donne dell’harem, per cospirare con loro, per commettere ostilità contro il loro signore”.

L’ispettore dell’harem Petewnteamon “fu portato qui perché aveva sentito le parole che il popolo discuteva con le donne dell’harem, senza riferirle” ed anche i suoi colleghi Kerpes, Khamopet, Khammale, Setiimperthoth e Setimperamon, furono giudicati “a causa delle parole che avevano sentito e che avevano nascosto”; analoga imputazione dovettero affrontare le sei mogli degli ufficiali dell’harem “che si univano agli uomini quando si discuteva di queste cose”.

Il maggiordomo Weren, l’assistente di Pebekkamen chiamato Eshehebsed, i maggiordomi Peluka e Yenini furono invece giudicati “perché avevano sentito le parole del capo della camera e, dopo essersi ritirati da lui, le nascosero e non le riferirono” (quindi probabilmente per non aver denunciato il complotto dopo aver rifiutato l’invito di Pebekkamen a farne parte).

Le sei mogli dei guardiani dell’harem, vennero tratte a giudizio perché “si univano agli uomini, quando si discuteva delle cose”.

Il sovrintendente della Casa Bianca Pere figlio di Ruma fu giudicato per essere stato colluso con Penhuibin (sorvegliante delle mandrie reali che aveva fabbricato le figurine magiche di cera introdotte nell’harem), “facendo causa comune con lui per istigare i nemici all’ostilità contro il loro signore”.

Un secondo collegio composto da Kedendenna, Maharbaal, Pirsun e Thtrekhnefer fu chiamato a giudicare Binemwese (anche in questo caso si tratta di uno psudonimo infamante, che significa “Malvagio in Tebe”) capitano degli arcieri in Nubia il quale “fu portato in carcere a causa della lettera che sua sorella, che era nell’harem, gli aveva scritto, dicendo: “Incita il popolo all’ostilità! E tu vieni a iniziare l’ostilità contro il tuo signore”.

Il papiro sintetizza il processo ed il suo esito in una frase standardizzata, sostanzialmente identica per ognuno degli imputati: “Lo esaminarono; lo giudicarono colpevole; gli hanno inflitto la punizione” che non viene specificata ma che certamente fu la pena capitale, eseguita in modo non specificato; si è altresì ipotizzato che i corpi dei condannati a morte siano stati bruciati e le ceneri disperse per precludere loro la vita nell’Aldilà.

Tomba di Mereruka, VI dinastia, Sakkara, la punizione di un evasore fiscale

Uno dei metodi usualmente utilizzati fin dalla XIX dinastia per giustiziare un condannato era l’impalamento; i testi non legali citano anche la decapitazione, l’annegamento e l’essere dati in pasto ai coccodrilli, metodiche queste ultime che comportavano la perdita e la distruzione del corpo, la cui integrità era fondamentale per la vita oltre la morte.

Un altro processo venne celebrato da un collegio giudicante i cui componenti non sono noti, e vide in qualità di imputati “per i loro crimini e per la loro collusione con Pebekkamen, Peyes e Pentawere” il comandante dell’esercito Peyes, gli scribi della casa degli scritti sacri Messui e Shedmeszer, il capo Perekamenef, il supervisore Iroi ed il maggiordomo Nebzefai.

Questi personaggi furono tutti condannati a morte, ma evidentemente il loro crimine non venne considerato grave come per gli altri giudicati in precedenza, perché “li lasciarono nelle loro mani (li lasciarono soli) nella corte d’esame; si tolsero la vita e non fu eseguita alcuna punizione su di loro”; il suicidio avrebbe preservato il corpo, che avrebbe quindi potuto essere adeguatamente mummificato garantendo l’Aldilà.

UNA SCENA UNICA: il rilievo originale è deteriorato. Un uomo nudo con un giogo al collo. Tomba di Henqu a Deir el Gebrawi.

Un ulteriore dibattimento si svolse davanti a Kedendenna, Maharbaal, Pirsun, Thutrekhnefer e Mertusamon: comparvero davanti al Tribunale il principe Pentewere “a causa della sua collusione [con] Tiy, sua madre, quando discuteva le parole con le donne dell’harem, essendo ostile al suo signore” ed insieme a lui Henutenamon, Amenkha vice dell’harem e Pere scriba dell’harem “a causa dei crimini delle donne dell’harem; essendo stati in mezzo a loro e avendoli sentiti, non li denunciarono”.

Un quinto processo, del quale i nomi dei giudicanti sono rimasti ignoti, fu riservato ai Giudici Pebes, Mai ed Hori, che facevano parte del Tribunale speciale; all’ufficiale di fanteria Teynakht ed al capitano di polizia Oneney che avevano in carico i prigionieri; ad alcune tra le cospiratrici ed al generale Peyes.

L’accusa era gravissima: con la complicità degli ufficiali che avrebbero dovuto sorvegliare gli imputati e che per l’occasione avevano finto di non vedere, le donne e Peyes avrebbero raggiunto i Giudici a casa loro ed avrebbero organizzato un festino probabilmente per corromperli ed ottenere un verdetto favorevole (“lì si era gozzovigliato”, ha tradotto Breasted).

Hori venne assolto perché, pur essendo stato legato agli altri Giudici aveva litigato con loro con parole cattive e violente e per sua fortuna era stato allontanato; tutti gli altri vennero puniti con il taglio del naso e delle orecchie: dopo che la pena era stata eseguita, Pebes non resse al disonore e si suicidò

Il papiro Rollins ed il papiro Lee si occupano invece dei processi a carico dei maghi che fornirono a Pebekkamen ed ai suoi complici i “rotoli magici per rincretinire e terrorizzare”“il rotolo per dare forza e potenza” e le figurine degli “dei di cera e delle persone per inebetire le membra delle persone”.

Il nome dei Giudici dei processi e degli imputati sono rimasti ignoti; peraltro ognuno di loro fu riconosciuto colpevole e condannato a morte: “La verità fu trovata in ogni crimine e in ogni azione malvagia che il suo cuore aveva progettato di compiere… li aveva commessi tutti, insieme a tutti gli altri grandi criminali. Erano grandi crimini di morte, le grandi abominazioni del paese, le cose che aveva fatto”.

Anche in questo caso, alcuni dei condannati ebbero la facoltà di suicidarsi; altri, invece, furono giustiziati: “Su di lui furono eseguiti i grandi castighi della morte, di cui gli dèi hanno detto: “Eseguitele su di lui”.

TIY E PENTAWERE PIU’ VICINI AL TRONO DI QUANTO SI E’ SEMPRE RITENUTO?

Si è visto che mandante dell’assassinio di Ramses III fu la regina Tiy, che intendeva consegnare il trono al figlio ventenne Pentawere, usurpandolo al legittimo erede principe Ramses; quest’ultimo reagi’ prontamente al tentativo di colpo di stato, divenne faraone con il nome di Ramses IV e puni’ in modo esemplare i congiurati.

L’unica donna citata per nome nel papiro giudiziario di Torino è proprio Tiy, che con estrema probabilità venne giustiziata al pari degli altri complici, anche se le fonti nulla dicono in merito alla sua sorte che resta ignota, in quanto la sua mummia non è stata rinvenuta e quindi non è possibile acquisire notizie.

Fin dall’inizio del 1900 Breasted la qualificò come “moglie secondaria” del sovrano, peraltro senza avere prove concrete del suo ruolo a corte; tuttavia il fatto che il papiro la indichi per nome accanto alle evanescenti “donne dell’harem” induce a sospettare che rivestisse una posizione sovraordinata rispetto ad esse.

L’egittologa Susan Redford si è interrogata su di lei, osservando che è assai inverosimile che una moglie minore del sovrano avesse acquisito un potere così grande da indurre altre donne dell’harem, molti importanti funzionari e addirittura la guarnigione di Kush ad appoggiarla nel suo proposito criminoso e convincerla che il popolo si sarebbe ribellato per sostenere suo figlio.

L’ipotesi della studiosa è che ella fosse in realtà una Grande Sposa Reale e che Pentawere fosse il secondo in linea di successione, cosicchè gli sarebbe bastato eliminare l’unico principe davanti a lui per raggiungere legittimamente il trono; i redattori del papiro giuridico inoltre avrebbero sorvolato sui loro veri titoli per occultare almeno in parte lo scandalo generato dalla loro condotta, e dopo il processo avrebbero accuratamente rimosso tutti i riferimenti al loro rango elevato.

Ramses III lasciò solo esili tracce delle donne che orbitarono attorno a lui, anche di quelle più vicine: sulle pareti del tempio di Medinet Habu compaiono diverse raffigurazioni di una Grande Sposa Reale e due processioni di principesse, ma nessuna di queste immagini reca un’indicazione nominativa; in una di esse addirittura figura il cartiglio destinato ad ospitare il nome, ma è stato lasciato vuoto.

Egli ebbe certamente una Grande Sposa Reale di nome Isis, di origine forse siriana, conosciuta per una statua nella quale è rappresentata accanto al consorte e definita nella sua tomba con il titolo di “Madre del re”.

Dalle fonti, tuttavia, emerge che Ramses attribuì titoli ed incarichi prestigiosi tradizionalmente riservati ai principi ereditari anche ad alcuni figli che non aveva avuto da Isis e che dovevano quindi essere stati generati da un’altra Grande Sposa Reale, la cui identità è tuttora dibattuta tra gli studiosi, che non hanno raggiunto conclusioni condivise in merito all’albero genealogico dei ramessidi della XX dinastia.

E’ giusto quindi sottolineare che la ricostruzione qui riportata rispecchia l’opinione della dott. Redford, ma non è affatto accettata dai suoi colleghi che suggeriscono una differente linea di successione tra i figli di Ramses III e assegnano loro madri differenti.

Particolare (ricostruito e colorato) della processione in onore di Min, con i figli reali che trasportano Ramses III sul palanchino.

Il primo elemento sul quale poggia la suggestiva teoria della studiosa attiene alla collocazione delle tombe dei figli di Ramses III nella Valle delle Regine, la necropoli dove vennero sepolte le Grandi Spose Reali della XIX e della XX dinastia ed i loro figli che non raggiunsero il trono.

All’estremità occidentale del wadi principale si trovano le tombe della regina Isis (QV51) e di tre figli di Ramses III (Ramses non meglio definito -QV53-, Amonherkepshef I -QV55- e Tyti -QV52- che alcuni ritengono invece sorella e moglie del sovrano) oltre che un’altra tomba mai completata (KV54); in un wadi periferico che si dirama a sud-ovest da quello principale ci sono invece le tombe dei principi Pareherwenemef (QV42), Sethirkhopshef che probabilmente salì al trono come Ramses VIII e dovrebbe essere stato sepolto nella Valle dei Re, sebbene il suo ipogeo non sia ancora venuto alla luce (QV43) e Khaemwese (QV44) oltre alle coeve QV41 e QV45, nessuna delle quali è decorata.

La studiosa ipotizza che i principi vennero sepolti accanto alla loro madre, per cui Ramses, Amonherkepshef e Tyti dovevano essere figli di Isis ed anche la vicina KV54 era probabilmente destinata ad un loro fratello germano.

Muovendo dalle descritte premesse, giungeva alla conclusione che i principi Pareherwenemef, Sethirkhopeshef e Khaemwese fossero figli di un’altra Grande Sposa Reale, il cui nome è rimasto sconosciuto e che è ritratta nella tomba di Pareherwenemef (QV42) mentre fa offerte ad Osiride in favore del defunto; questa donna ed uno dei suoi figli, forse, erano i destinatari delle due tombe non completate. Nell’immagine, la regina sconosciuta

Da qui ad ipotizzare che questa regina potesse essere Tiy e che il principe titolare dell’altra tomba fosse Pentawere, entrambi poi caduti in disgrazia, il passo è breve.

E’ chiaro che le due Grandi Spose Reali avrebbero dato al Faraone almeno dieci figli, cinque dei quali sono attestati nelle citate tombe nella Valle delle Regine; i principi ereditari sono inoltre raffigurati in un rilievo di Karnak, dove sono ritratti mentre partecipano alla Festa in onore del dio Min e varie volte sulle pareti del tempio di Medinet Habu.

Anche una delle raffigurazioni a Medinet Habu rappresenta la celebrazione della festa di Min, nei quali “i principali figli reali” trasportano il palanchino sul quale è assiso Ramses III, seguiti da alcuni funzionari e dai “figli reali al seguito di sua maestà”.

Particolare della processione in onore di Min

Dieci principi compaiono inoltre effigiati in ordine di successione in un famoso corteo dei figli reali, ed otto di essi sono raffigurati mentre fanno offerte al padre nel rilievo di una cappella.

Secondo la dott. Redford la regina Isis diede al re il suo primogenito Ramses (il futuro Ramses IV), che ricevette i titoli di “Portatore di ventaglio alla destra del re, principe ereditario, scriba del re e comandante in capo dell’esercito” (titolo, quest’ultimo, riservato in via esclusiva all’erede al trono); egli appare come tale in tutti i rilievi che raffigurano i principi ereditari, talvolta con il nome inserito in un cartiglio.

La stessa regina avrebbe avuto dal sovrano anche Amonherkhepshef I (premorto al padre e come si è detto sepolto nella Valle delle regine), Amonherkhopshef II (nato dopo la morte dell’omonimo fratello maggiore e per questo chiamato allo stesso modo, salito al trono come Ramses VI e sepolto nella Valle dei re) e Ramses Meryamon, il più giovane dei principi reali principali, definito “portatore del ventaglio alla destra del re” ma che non risulta aver rivestito particolari incarichi, forse perchè era ancora troppo piccolo.

Tutti gli altri figli che compaiono nei rilievi parietali sarebbero nati dalla regina misteriosa, e quindi da Tiy: si tratterebbe di Pentawere, Sethirkhopshef (divenuto Faraone in tarda età con il nome di Ramses VIII), Pareherwenemef (“primo figlio del re” e “grande capo auriga di sua maestà”, premorto al padre e sepolto nella Valle delle regine), Montuherkhepshef (che ereditò i predetti titoli dal fratello maggiore, sepolto nella Valle delle Regine ma del quale non si sa nulla, se non che forse fu il padre di Ramses IX), Meryatum (noto come Sommo sacerdote di Ra ad Heliopolis, dove venne probabilmente sepolto) e Khaemwese (“Primo figlio del re e sacerdote sem di Ptah” a Memphis, sepolto nella valle delle Regine).

La processione dei dieci figli reali (Medinet Habu).

Ramses III fece scolpire sulle pareti del tempio di Medinet Habu molteplici immagini dei suoi figli, ma omise di indicarne nomi e titoli, che furono poi fatti inserire dai suoi successori ben dopo la sua morte; la dott. Redford ipotizza che la linea di successione fosse la seguente:

  1. Ramses
  2. Pentawere
  3. Ramses Amonherkhepshef I
  4. Ramses Sethirkhepeshef
  5. Ramses Prehirwenemef
  6. Ramses Montuhirkhepeshef
  7. Ramses Meryatum
  8. Ramses Khaemwaset
  9. Ramses Amonherkhepeshef II
  10. Ramses Meryamon

Il corteo di principi è guidato da Ramses, seguito al secondo ed al terzo posto da due personaggi ai quali Ramses VI (Amonherkhepshef II) attribuì i propri cartigli reali ed i titoli di: “Portatore di ventaglio alla destra del re, principe ereditario, scriba del re e comandante in capo dei carri del re vittorioso” a suo tempo portati dall’omonimo fratello defunto come risulterebbe anche dalla sua tomba nella Valle delle regine; seguono Sethirkhopeshef (Ramses VIII), Pareherwenemef, Montuherkhepshef, Meryatum, Khaemwese, Amonherkepshef II e Ramses Meryamon.

Il nono personaggio del corteo è ancora Ramses VI – Amonherkepshef II, “Portatore di ventaglio alla destra del re, figlio del re del suo corpo” che quindi ha conservato anche la posizione che effettivamente rivestiva quando le immagini furono scolpite.

Il fatto che il sovrano si sia attribuito non solo la posizione del suo omonimo, ma anche quella del principe immediatamente più anziano si spiegherebbe, secondo la dott. Redford, solo ipotizzando che il secondo principe fosse Pentawere, il primogenito di Tiy che doveva essere cancellato dalla storia.

Tale ipotesi troverebbe ulteriore conferma nel citato rilievo che raffigura otto figli innominati che fanno offerte a Ramses III: i principi sono allineati in due file di quattro e solo i capifila sono individuati in base ai loro titoli: uno di essi è certamente Ramses in quanto “comandante in capo dell’esercito” ed erede legittimo del re; l’altro, “principe ereditario” di rango elevato e “comandante in capo del menfat” (un reparto specializzato di fanteria), che non figura rappresentato in nessun altro rilievo, secondo la dott. Redford sarebbe “Pentawer, che portava quell’altro nome”, “il figlio sfortunato, gettato nell’oblio da un atto avventato”.

Gli otto figli reali fanno offerte a Ramses III (Medinet Habu)

Nel 2010, tuttavia, in un articolo pubblicato sul Journal of Egyptian Archaeology, l’egittologo J. Grist ha escluso che Ramses IV fosse figlio di Isis, identificandone la madre e quindi la Grande Sposa Reale sconosciuta in Tyti, la citata figlia di Ramses III la cui tomba si trova nella Valle delle Regine, accanto a quella di Isis.

Tale ricostruzione si fonda su basi piuttosto solide, in quanto lo studioso ha analizzato il papiro BM EA 10052 che costituisce la confessione di un ladro di tombe, il quale narra di avere rubato i gioielli che facevano parte del corredo funerario della donna e la definisce moglie di Ramses III; dal momento che ella portava il titolo di “figlia, sorella, sposa e madre del Re”, così come si desume dalle iscrizioni nella sua tomba, doveva essere la madre di Ramses IV, in quanto l’altro possibile candidato era Ramses VI la cui madre era certamente la regina Isis.

L’egittologo Aidan Dodson, inizialmente in disaccordo con le conclusioni di Grist, si è successivamente pronunciato a favore, accettando le evidenze archeologiche del Papiro BM EA 10052.

Grazie infinite a Nico Pollone e ad Andrea Petta per il valido aiuto prestatomi nella ricerca delle immagini dei rilievi e del testo della dott. Redford.

LA MUMMIA CHE URLA

Nella cachette di Der el-Bahari, scoperta nel 1886 (TT320, precedentemente indicata come DB320) insieme alla mummia di Ramses III e di molti altri sovrani venne ritrovata anche quella inviolata di un giovane tra i 18 ed i 24 anni di età, con i lineamenti del volto contratti e la bocca aperta come se stesse urlando (da qui il soprannome di “mummia che urla”); essa era inserita in un pregiato sarcofago bianco in legno di cedro (CG 61023) che era privo di decorazioni o di iscrizioni che permettessero di identificare l’occupante.

La fotografia della mummia scattata nel 1912 da G. Elliot Smith.

Il sarcofago presenta sia elementi tipici della XIX dinastia (le braccia incrociate dell’individuo scolpito sul coperchio) che della XVIII (la parrucca); peraltro il suo interno risultava allargato per adattarlo alla mummia, per cui evidentemente era stato predisposto per altri e quindi la sua datazione non è significativa per stabilire l’epoca in cui visse il misterioso personaggio.

La mummia fu denominata Unknown Man E e fu trasportata al Cairo dove è conservata anche oggi; essa fu sbendata il 6 giugno 1886 da G. Maspero, dal medico dott. D. Fouquet e dal chimico M. Mathey, i quali scoprirono che il defunto indossava orecchini d’oro a forma di mezzaluna, che era stato avvolto in una pelle di pecora che presentava ancora parte del vello originale e che non era stato mummificato secondo i protocolli tradizionali.

Gli organi interni e il cervello infatti non erano stati rimossi; il corpo non era stato disidratato ma solo spalmato con un composto a base di natron, resina frantumata e calce; nella bocca era stata versata della resina; era stato avvolto in due strati di bende intervallate da uno strato di natron che aveva assorbito il grasso corporeo ed emetteva ancora un fetore incredibile.

Immagine TC della regione toracica inferiore della mummia. Il torace è gonfio (area contrassegnata dalle stelle). Residui del diaframma e degli organi (indicati dalle frecce) sono presenti nella parte dorsale.

Le bende, realizzate con lino di ottima qualità, erano state impregnate con una sostanza collosa, e dovettero essere rimosse con una sega, il che precluse la possibilità di leggere le eventuali iscrizioni vergate su di esse.

La collocazione della mummia insieme a quelle dei faraoni indica che si trattava di un personaggio di sangue reale e che, secondo ZahiHawass, doveva aver commesso azioni scellerate; per questo sarebbe stato avvolto nella pelle di pecora che gli avrebbe precluso l’Aldilà in quanto ritenuta impura dagli Egizi.

Quanto all’identità del personaggio, già G. Maspero nel 1889 e poi G. Elliot Smith nel 1912 avevano ipotizzato che il cadavere potesse appartenere a Pentawere; in seguito si pensò che potesse trattarsi del principe ittita Zannanza, inviato in Egitto per sposare Ankhesenamon e morto durante il viaggio, oppure di un Egizio di alto rango che viveva nell’area palestinese durante la XVIII dinastia, ritrovato cadavere con il rigor mortis già avanzato, che sarebbe stato imbalsamato ed avvolto in un sudario di pelle di pecora secondo le usanze funerarie locali.

Nel 2008 l’identificazione del corpo in Pentawere è stata riproposta, e la teoria ha trovato un solido riscontro nell’analisi del DNA effettuata tramite un prelievo di tessuti di Unknown Men E dallo staff incaricato degli studi sulle mummie reali.

Il rilievo in una cappella del tempio di Medinet Habu che rappresenta un principe non identificato che fa offerte a Ramses III, che secondo la dott. Redford sarebbe Pentawere.

E’ stato infatti dimostrato che il giovane e Ramses III erano padre e figlio, anche se solo incrociando i dati genetici di Tiy (il cui corpo, come si è detto, non e’ stato ritrovato) sarebbe possibile stabilire con certezza assoluta che si tratti proprio del figlio traditore.

Come si è detto, il Papiro giuridico di Torino spiega che a Pentawere fu consentito di suicidarsi e l’analisi della mummia offre indicazioni utili a stabilire quale fu la modalità scelta per togliersi la vita, in ordine alla quale sono state formulate nel tempo svariate ipotesi.

L’espressione del viso ed il movimento disperato della testa all’indietro indussero il medico Daniel Fouquet ed in epoca molto più recente la dott. Redford a ritenere che avesse assunto del veleno e che fosse morto tra gli spasmi, tanto più che non ci sono ferite sul corpo, che i muscoli addominali sono contratti e che lo stomaco non conteneva quasi nulla, forse perché l’agente venefico gli aveva provocato attacchi di vomito.

Si pensò anche che potesse essere stato impalato, in quanto aveva una grave lacerazione al perineo, ma l’esame degli organi interni, che si presentavano integri, aveva indotto a ritenere che fosse una lesione post mortem.

Maspero ritenne che l’orrore sul suo viso e gli arti legati rivelassero che era stato sepolto vivo, e quindi che fosse morto per asfissia; peraltro tale modalità di esecuzione capitale era sconosciuta in Egitto e recentemente si è ipotizzato che i segni sulle mani e sui piedi fossero da imputare ai legacci di lino utilizzati per tenere in posizione gambe e braccia irrigiditi dal rigor mortis o le bende della mummia attorno ai polsi e alle caviglie.

Oggi e’ quasi certo che Pentawere morì impiccato, o per propria scelta, o perché costretto a farlo: il cadavere è stato sottoposto ad una TAC, che ha rivelato, oltre alla bocca irrigidita in una smorfia che potrebbe anche non essere significativa, il torace gonfio in modo anomalo e la pelle del collo recante segni probabilmente attribuibili a corde.

Le frecce indicano i segni lasciati probabilmente dalle corde sul collo del cadavere.

FONTI:

Le immagini della TAC sono state reperite a questi link:

Se desiderate leggere le argomentazioni dello studioso Dylan Bikerstaffe, che non condivide l’identificazione di Unknown man E in Pentawere, andate a questo link:

Harem Faraonico

LE COSPIRAZIONI – AMENEMHAT I

Di Luisa Bovitutti

Un’altra cospirazione venne organizzata contro Amenemhat I fondatore della XII dinastia, il quale, dopo trent’anni di regno nel corso del quale governò con autorevolezza per mantenere stabilità politica e far sentire ai nomarchi la presenza di un potere centrale forte, pare sia stato assassinato nel 1962 a.C. da alcuni nobili con la complicità di personaggi all’interno del suo l’harem; il mancato ritrovamento della mummia del sovrano non ha permesso di accertarne le effettive cause del decesso, ma a sostegno della tesi del complotto ci sono alcune fonti significative.

testa colossale di Amenemhat I, dalla tomba di Khesu-wer a Kom el-Hisn. Museo Egizio del Cairo.

Essa viene segnalata da Manetone, ma ulteriori richiami derivano dal Racconto di Sinhue e dal cosiddetto “insegnamento di Amenemhat I”, un testo di saggezza scritto in epoca prossima al momento in cui potrebbe aver avuto luogo.

Il racconto di Sinhue, inciso su quattro stele del tempio di Amon a Tebe, in parte ancor oggi leggibile, adottato per lungo tempo come testo di lettura e scrittura nelle scuole dell’Antico Egitto, narra la vita avventurosa di un funzionario dell’harem di Amenemhat I, il quale, dopo la morte del re, fuggì all’estero dove si costruì una nuova esistenza, facendosi apprezzare dal sovrano locale che gli diede in moglie una delle sue figlie.

Quando il Faraone morì, infatti, Sinhue si trovava in missione militare contro i libici al seguito del principe ereditario Sesostri, il quale, informato “degli avvenimenti che erano accaduti a corte”, tenne l’esercito all’oscuro della notizia e si precipitò in patria per rivendicare il trono.

Tuttavia il messaggero avvertì anche gli altri figli del re, uno in particolare che ambiva a regnare, sollecitandolo perché approfittasse del vuoto di potere e lottasse per la successione, e Sinhue casualmente udì il conciliabolo tra i due; rendendosi conto che sarebbe presto scoppiata una guerra civile tra i sostenitori dell’uno e dell’altro contendente, ebbe timore ed abbandonò la spedizione trovando rifugio in Siria e facendo ritorno in patria solo molti anni dopo, richiamato da Sesostri, che gli perdonò la misteriosa fuga e lo coprì di onori, permettendogli di avere sepoltura dignitosa nella sua terra d’origine.

“L’anno XXX, nel terzo mese della stagione invernale, il giorno 7, (…) il re dell’Alto e del Basso Egitto Sehotepibra fu sollevato al cielo e unito con il disco del sole. (…) La residenza era in silenzio, i cuori erano in lutto, le due grandi porte erano suggellate, i cortigiani stavano con la testa sulle ginocchia, il popolo era in lamento. Ora, Sua Maestà aveva mandato un esercito nel paese dei libi, e il suo figlio maggiore ne era il comandante, il dio buono Sesostri. Era stato inviato per battere i paesi stranieri e punire quelli che erano tra i Tehenu. Ora stava ritornando e aveva riportato prigionieri libi e ogni tipo di bestiame, senza numero. I cortigiani di palazzo inviarono (dei messaggeri) verso la zona orientale per fare che il figlio del re conoscesse gli avvenimenti che erano accaduti a corte. I messaggeri lo incontrarono per strada e lo raggiunsero nel tempo di sera. Egli non indugiò un momento: il falco volò con suo seguito, senza lasciare che l’esercito lo sapesse. Ma si era inviato anche ai figli del re che erano al suo seguito in questo esercito, e fu rivolto un appello a uno di essi. Ecco, io stavo là, e udii la sua voce che parlava, un po’ discosto, essendo io nelle vicinanze. Il mio cuore fu turbato, caddero le mie braccia, un tremito si abbatté su tutte le mie membra. Mi allontanai a salti per cercarmi un nascondiglio. Mi posi tra due cespugli per evitare la strada e chi vi cammina. Mi diressi verso sud, ma non desideravo raggiungere questa residenza, perché sapevo che sarebbe avvenuta una lotta (civile) e non pensavo di vivere dopo di ciò”.

Testa colossale di Sesostri I in arenaria.

Rinvenuta a Karnak, nelle fondazioni della parte sud della sala wadjet (a est del quarto pilone), venne donata alla Svezia dal governo egiziano in riconoscimento del suo sostegno nella ricostruzione dei monumenti nubiani minacciati dal progetto della diga di Assuan.

Oggi al Medelhavsmuseet di Stoccolma (MME 1972:017)

La seconda testimonianza è il cosiddetto “Insegnamento di Amenemhat I”, sostanzialmente il testamento politico del sovrano per il suo erede Sesostri I; gli esperti originariamente credevano che fosse stato composto dal re stesso sulla scia di un colpo di stato fallito, ma ora si pensa che sia stato scritto dallo scriba reale Khety in seguito all’assassinio di Amenemhat per incarico del suo erede per legittimare la sua successione e per giustificare la punizione dei suoi oppositori.

La forma è particolare: il sovrano defunto appare in sogno al figlio e gli racconta i particolari della congiura nella quale trovò la morte, raccomandandogli di diffidare anche degli amici e dei sottoposti e di trarre un insegnamento dalla sua vicenda personale che lo ha visto assassinato all’interno del suo stesso palazzo per mano di coloro che avrebbero dovuto garantire a sua incolumità.

Era dopo la cena ed era venuta la notte: mi presi un’ora di tranquillità, sdraiato sul mio letto. Ero stanco, e la mia mente cominciò a seguire il sonno. Ecco, furono fatte circolare armi; era devoto il capo (della guardia), ma altri erano come serpenti della necropoli. Mi svegliai al combattimento ed ero solo, trovai un caduto, era il capo della guardia del corpo. Se avessi preso prontamente in mano le armi, avrei potuto far indietreggiare i vigliacchi con la lancia: ma non c’è uno valoroso la notte, non c’è chi combatta solo, non avviene un’azione con successo senza un protettore. Ecco l’aggressione venne, mentre ero senza di te, prima che i cortigiani avessero udito che ti avevo lasciato in eredità (il regno), prima che avessi seduto sul trono con te sicché potessi fare le tue decisioni. Ma non ero preparato a questo, non ne ero a conoscenza, e il mio cuore non poteva pensare la negligenza dei servitori. Forse che un harem comanda il combattimento? Forse che si introducono i banditi nell’interno della casa? Si apre forse ai ladri?” (il riferimento alla congiura ordita nell’harem del faraone è chiarissimo; dal tenore del testo si ipotizzava che Amenemhat e Sesostri non avessero avuto coreggenza, ma in seguito sono state ritrovate fonti epigrafiche successive, nelle quali i cartigli dei due sovrani appaiono insieme, prova del fatto che per un certo periodo condivisero il potere supremo).

Frammento proveniente dal tempio funerario di Amenemhat, oggi al MET di New York

FONTI:

Harem Faraonico

LE COSPIRAZIONI – PEPI I

Di Luisa Bovitutti

L’harem era un ambiente nel quale nascevano con estrema facilità gelosie, rivalità ed alleanze: le numerose donne del sovrano, appoggiate dai familiari e dal proprio entourage entravano in competizione tra loro per ottenere il favore del re e talvolta complottavano affinché il proprio figlio ottenesse il trono al posto del principe ereditario.

Particolare della statua che raffigura Pepi I – oggi al Museo del Cairo – Fotografia di Heidi Kontkanen

Sono attualmente riconosciute tre cospirazioni dell’harem, ordite rispettivamente in danno di Pepi I, di Amenemhat I e di Ramses III; Naguib Kanawati, professore di egittologia della Macquarie University di Sidney, esperto dell’Antico Regno, ritiene altresì che Pepi I ne subì una seconda in età avanzata, così come spiegherò in seguito.

Pepi I salì al trono in giovanissima età e governò per oltre 40 anni cercando di rinsaldare l’autorità del governo centrale e di opporsi ai potenti nobili locali che portarono il paese alla crisi in pochi decenni.

Sulla base dell’unica fonte disponibile si ipotizza che egli dovette affrontare una congiura ordita da una donna dell’harem, probabilmente una moglie secondaria, madre di un pretendente al trono il cui nome è perduto, conosciuta come “Weret-Yamtes”, che alcuni studiosi (Grimal e Goedicke) interpretano come nome proprio, altri invece come titolo onorifico generico.

Gli egittologi non sono concordi nell’individuare la data del fatto: alcuni (Darrel Baker, Wilfried Seipel e Vivienne Callender) la collocano all’inizio del suo regno, la maggioranza (Hans Goedicke per primo), invece, non prima del ventunesimo anno, molto probabilmente attorno al quarantaquattresimo.

Di essa riferisce un alto funzionario del Faraone di nome Weni (o Unis) nella sua autobiografia, scolpita su di una grande stele di calcare (m. 2,75 x 1,13 x 0,30) oggi al Cairo e proveniente dalla sua mastaba ad Abydos, scoperta nel febbraio 1860 da Mariette.

Statua di Weni il vecchio trovata nel serdab della sua mastaba ad Abydos, ora al museo di Sohag

Weni entrò al servizio della corona con Teti e vi rimase con i suoi successori fino a Merenra; la sua carriera raggiunse l’apice sotto Pepi I, che lo insignì dei titoli di Giudice di Nekhen, Compagno unico, Responsabile dell’Harem, Custode superiore dei domini del faraone, e gli assegnò il processo istruito a seguito della cospirazione contro di lui.

La vicenda venne tenuta rigorosamente segreta per non offuscare l’immagine pubblica del sovrano, e nell’autobiografia egli vi allude solo in modo vago, limitandosi a riferire di avere presieduto il procedimento legale, senza specificare l’imputazione e l’esito.

“Ci fu un processo nell’harem contro la grande sposa del re Yamtes, in segreto, e Sua Maestà mi fece andare per giudicare, solo, senza che ci fosse nessun giudice-visir, nessun funzionario, eccetto me solo, perché ero apprezzato e piacevole nel cuore di Sua Maestà e Sua Maestà aveva riempito il suo cuore di me. Misi per scritto, solo con un giudice e «bocca di Nekhen», mentre la mia carica era quella di custode superiore del dominio del Faraone. Mai in passato era stato giudicato così un affare segreto dell’harem, precedentemente”.

Sorprende che un caso così delicato non sia stato assegnato ad un Visir o ad un Giudice di alto rango, ma è possibile che il Faraone, in un momento certamente difficile del suo regno, non si sentisse sicuro della fedeltà dei suoi dignitari ed abbia quindi loro preferito il responsabile dell’harem, che ben conosceva gli equilibri e le dinamiche della struttura e di cui egli si fidava ciecamente.

“(…) Sua Maestà mi elesse giudice e «bocca di Nekhen», poiché il suo cuore aveva fiducia in me più che in ogni suo servitore. Giudicavo le cose solo con il giudice-visir in ogni faccenda segreta e provvedevo in nome del re per l’harem regale e per la Grande Casa dei Sei; poiché il cuore di Sua Maestà di me si fidava più che di ogni suo funzionario, più di ogni suo dignitario, più di ogni suo servo”.

Weni seppe gestire la situazione in modo talmente efficiente da guadagnarsi la riconoscenza del suo re, che lo ricompensò donandogli un sarcofago di pietra, stipiti e architravi per la sua tomba e un tavolo per offerte in calcare fine di Tura, il più pregiato d’Egitto.

“Sua Maestà fece sì che un portasigilli del dio, insieme ad una squadra di marinai al suo comando, traversasse il fiume per portarmi questo sarcofago da Tura. Arrivò per suo mezzo, in una zattera grande della Residenza, col suo coperchio, una falsa porta, un architrave, gli stipiti e la soglia. Mai era stata fatta in passato una cosa simile per nessun servitore, tanto ero apprezzato nel cuore di sua Maestà (…)”

“Sua Maestà fece sì che un portasigilli del dio, insieme ad una squadra di marinai al suo comando, traversasse il fiume per portarmi questo sarcofago da Tura. Arrivò per suo mezzo, in una zattera grande della Residenza, col suo coperchio, una falsa porta, un architrave, gli stipiti e la soglia. Mai era stata fatta in passato una cosa simile per nessun servitore, tanto ero apprezzato nel cuore di sua Maestà (…)”

I partecipanti alle cospirazioni in danno di Pepi I e di suo padre Teti, assassinato dalle sue guardie del corpo, furono identificati e puniti e subirono la damnatio memoriae, rilevabile dall’esame delle loro mastabe, molte delle quali si trovano nella necropoli associata alla piramide di Teti perché il figlio non volle che i suoi dignitari venissero sepolti accanto a lui.

In alcune di esse furono erase sia l’immagine che il nome del proprietario; in altre solo il nome e furono mutilate parti del corpo (occhi, orecchie, naso, polsi o caviglie); in altre ancora furono scalpellate figure secondarie di figli o di servitori; in un altro gruppo la decorazione venne interrotta; un ultimo gruppo di sepolture, infine, furono espropriate al titolare ed assegnate ad altri.

Pilastro della mastaba di Weni il vecchio, raffigurato in adorazione: il nome del personaggio è scritto sopra di lui: la lepre, wn, l’acqua n , la canna i, ed il determinativo di vecchio smsw (l’uomo curvo con il bastone)

L’ipotesi formulata dagli studiosi è che il grado di distruzione dei rilievi, da intendersi quale sanzione accessoria per il crimine commesso, fosse proporzionale al ruolo rivestito nella congiura dal titolare della tomba o dai suoi figli, e quindi alla gravità del suo coinvolgimento; più in particolare l’abrasione della figura sarebbe conseguita all’irrogazione della pena capitale, mentre le mutilazioni potevano raffigurare la punizione in concreto applicata, tenuto conto che il taglio del naso, delle orecchie e di altre parti anatomiche era la sanzione tipica per determinati crimini.

Le tombe danneggiate e poi restaurate potevano appartenere a soggetti inizialmente condannati e poi perdonati o riabilitati, o forse furono cedute ad altri dopo che il proprietario era caduto in disgrazia, mentre quelle rimaste incomplete, ove non appartenenti a soggetti deceduti prima che fossero terminate, erano forse appartenute a funzionari destituiti dall’incarico come punizione per il crimine commesso e quindi rimasti privi dei mezzi finanziari necessari per portare a compimento il proprio sepolcro.

Anche il visir Rawer subì la damnatio memoriae: i rilievi parietali che lo raffigurano nella sua mastaba di Sakkara sono stati profanati, il nome, le mani ed i piedi sono stati scalpellati, così come le figure di alcuni offerenti.

Il prof. Kanawati fonda la sua teoria in merito all’esistenza di una seconda congiura osservando che egli visse nella seconda metà del lungo regno di Pepi I e quindi non poteva aver preso parte al primo complotto, a suo parere verificatosi nel decimo anno di governo.

Egli sarebbe stato l’organizzatore, insieme ad altri funzionari, di una seconda cospirazione ai danni di Pepi I, collocata verso la fine del regno di costui e finalizzata ad usurpare il trono; il colpo di stato fallì, e per consolidare la posizione dell’erede da lui designato, Pepi fece incoronare suo figlio Merenre che regnò al suo fianco.

Questa fu la prima coreggenza della storia d’Egitto, ed è documentata da un ciondolo d’oro recante i nomi di Pepi I e Merenre I associati come sovrani e da un’iscrizione di quest’ultimo trovata ad Hatnoub, dalla quale si desume che cominciò a contare i suoi anni di regno quando ancora governava il padre.

FONTI:

Harem Faraonico

LE MAIOLICHE DEI PRIGIONIERI NEI PALAZZI DI RAMSES III

Di Luisa Bovitutti

Tra le rovine dei due palazzi di Ramses III a Medinet Habu e a Tell el-Yahudiya, ad una ventina di chilometri a nord-est del Cairo, gli abitanti del luogo che cercavano il sebakh, ossia i residui degli antichi mattoni di fango e paglia che utilizzavano come fertilizzante, rinvennero nel 1870 e nel 1903 delle spettacolari piastrelle policrome che originariamente li decoravano e che ora sono esposte in vari musei del mondo, tra i quali quello del Cairo, il MFA di Boston, il British Museum di Londra ed il Louvre di Parigi.

Esse sono realizzate in maiolica e sono smaltate; raffigurano in rilievo i tradizionali nemici dell’Egitto (Nubiani, Libici, Siriani, Amorrei, Filistei, Beduini e Popoli del mare) fatti prigionieri e sottomessi dal Faraone, e simboleggiano il suo dominio sul resto del mondo conosciuto, costituendo nel contempo una vivace decorazione in quanto sono rappresentati con i loro abiti tradizionali e con i tratti somatici tipici dell’etnia di appartenenza.

Tutte sono rettangolari, con uno spessore compreso tra 1,0 ed 1,2 cm. (tra 1,8 e 2,0 cm.se si conta anche il rilievo); quelle trovate a Tell el-Yahoudieh sono larghe circa 10,5 cm., mentre quelle di Medinet Habu sono di due misure diverse: 30 x 7 cm. e 25 x 6,5 cm.).

Maioliche da Medinet Habu conservate al Museo del Cairo: tutti e tre i personaggi hanno la corda bianca e nera al collo.
A sinistra: un nubiano, caratterizzato dalla pelle scurissima
Al centro: un siriano, con la pelle chiara e l’abito orientaleggiante lungo fino alle caviglie
A destra: un libico, caratterizzato dai tatuaggi e dalla pelle chiara

Probabilmente le basi furono prodotte in serie, ma i diversi elementi del corpo dei prigionieri sono stati modellati ed applicati in seguito; per colorare i dettagli venivano utilizzati ossidi metallici ed ai colori primari disponibili in precedenza si aggiunsero anche tonalità intermedie e colori pastello come il rosa e il grigio chiaro.

Le piastrelle di Medinet Habu erano originariamente incastonate in tre celle rettangolari ai lati delle porte del palazzo: quelle degli ingressi principali mostravano il re come una sfinge che calpesta i suoi nemici, e sugli stipiti inferiori file di stranieri legati continuavano il tema della vittoria del faraone; è probabile che anche quelle di Tell el-Yahoudieh avessero analoga collocazione.

Nel primo palazzo di Medinet Habu (che fu poi rimaneggiato dando vita a quello le cui vestigia vediamo ancora oggi), inoltre, una fila di immagini di nemici prigionieri si trovava alla base della finestra delle apparizioni, ed il sovrano torreggiava su di essa quando si mostrava al popolo.

I personaggi di Tell el-Yahudiya sono raffigurati in posizioni diverse e mostrano maggiori dettagli rispetto a quelli di Medinet Habu, che sono tutti stanti, alcuni in punta di piedi e molti con le braccia legate e una corda bianca e nera intorno al collo.

Qui ho inserito alcune delle piastrelle esposte al MFA di Boston: esse provengono da Medinet Habu e raffigurano da sinistra a destra un Siriano, legato ed indifeso, riconoscibile dall’abito con frange e nappe, dalla fronte bassa, dal naso prominente e dalla barba lunga e appuntita, un Ittita dalla pelle bianca ed un Nubiano, dalla pelle scura e dal caratteristico perizoma con le code.

Ecco un’altra carrellata di prigionieri, distribuiti in vari musei del mondo…. sono uno diverso dall’altro….

Un prigioniero siro-filisteo, da Tell Yahudiya, al Louvre
Un prigioniero Siro-filisteo, raffigurato nella posizione dello sconfitto, con le mani legate dietro la schiena. Indossa una veste a pieghe, con una decorazione molto colorata e porta un ciondolo a disco. Il gioiello e la forma della barba ne identificano la provenienza. Da Tell el-Yahudiya, ora al Louvre
Un prigioniero nubiano, al British Museum, da Tell el-Yahudiya
Un prigioniero libico, con le mani legate e una treccia laterale, da Tell el Yahudiya, ora al British Museum
Un prigioniero Shasu (beduino) ed un Ittita, da Medinet Habu, ora al Cairo

Piastrella in maiolica intarsiata dal palazzo di Medinet Habu, ora al MFA di Boston, raffigurante un capo filisteo prigioniero; ha la pelle rossastra, una barbetta appuntita, una veste lunga e bianca con decorazioni geometriche, i capelli nerissimi raccolti con una fascia bianca con piccole decorazioni colorate.
All’epoca di Ramses III i filistei venivano chiamati Peleset (da cui il nome Palestina alla terra ove essi si erano stanziati) e vengono nominati in un’iscrizione sul secondo pilone del tempio di Medinet Habu, nella quale il sovrano celebra la sua vittoria sui Popoli del Mare: 

I paesi stranieri hanno fatto una cospirazione nelle loro isole…. L’insieme (di questi popoli) comprendeva i Peleset, i Tjeker, gli Shekelesh, i Denyen ed i Weshesh. Tutti questi paesi erano uniti, le loro mani (erano) sui paesi al cerchio della terra, i loro cuori erano fiduciosi e sicuri: “I nostri progetti avranno successo!”

https://collections.mfa.org/objects/130485

Piastrella proveniente da Medinet Habu ed ora al Museo Nubiano di Assuan raffigura un prigioniero nubiano, con una corda al collo; ha la pelle scurissima tipica della sua gente, i capelli corti e ricci, un orecchino a cerchio, ed indossa un gonnellino dalla forma strana (in realtà mi ricorda una pelle di animale), con decorazioni geometriche.

Questa piastrella proveniente da Tell el-Yahudiya ed ora al British museum raffigura un capo della tribù libica dei Tjehenu fatto prigioniero. Egli indossa l’abbigliamento tipico del suo rango, caratterizzato dalle cinture decorate da borchie rotonde e incrociate sul petto e da un perizoma; ha anche un piercing all’orecchio e dei tatuaggi sul corpo.
https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA12337

FONTI:

Harem Faraonico

MEDINET HABU: L’HAREM DI RAMSES III

IL TEATRO DI UN DELITTO

Di Luisa Bovitutti

Ramses III fu un grande faraone e regnò per più di trent’anni, arginando gli attacchi dei libici dall’ovest e respingendo i popoli del mare che scendevano da nord dopo aver devastato le terre del Mediterraneo orientale; venne assassinato nella cosiddetta “congiura dell’harem”, organizzata da una moglie secondaria che cercò senza riuscirvi di porre sul trono suo figlio (ne parleremo in uno dei prossimi post).

La ricostruzione del migdol come doveva apparire a chi raggiungeva il tempio dal Nilo

A Medinet Habu, in una piana posta sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Luxor, egli costruì il suo grande tempio funerario, ancora oggi molto ben conservato, e lo racchiuse, insieme ad un preesistente tempio dedicato ad Amon risalente all’inizio della XVIII dinastia in una possente duplice muraglia di mattoni crudi dotata di camminamenti e merlature (una più esterna di 222 x 327 m, alta 4.40 m sul lato esterno, 2.40 m in quello interno e spessa 4.4 m ed una ben più imponente all’interno, di 210 x 315 m., spessa 10-11 m, alta circa 18 m).

il migdol come appare oggi.

Questa cittadella fortificata divenne il cuore del governo e della vita economica di Tebe fino alla fine della XX dinastia: asud del primo cortile del grande tempio funerario sono state scoperte le rovine di uno dei suoi palazzi, portato alla luce nel 1913 nell’ambito di una campagna di scavi condotta dal Metropolitan Museum di New York.

Il tempio funerario era collegato al Nilo per mezzo di un canale, perchè potesse essere raggiunto dalle barche delle processioni rituali nelle festività religiose; la banchina per lo sbarco era collegata da un corridoio in pietra all’ingresso principale della muraglia posto sul lato est, che costituiva l’unico accesso alla cittadella ed era difeso da due torrioni a pianta quadrata con facciata realizzata in blocchi di pietra che si ergevano al di sopra della cinta.

Tale ingresso fortificato viene da sempre definito “migdol”, che significa più o meno torre fortificata, ed è ispirato all’architettura difensiva siriana documentata nelle raffigurazioni parietali delle città conquistate dagli Egizi; esso era costituito da due torri anteriori ai lati dell’ingresso (oggi sopravvive quella orientale) e tre posteriori decorate da rilievi, con la sommità merlata e con due finestre sopra la porta.

La torre meglio conservata del migdol

Le quattro torri esterne del migdol delimitavano una corte a forma di pseudo-imbuto dalla quale si accedeva all’unico ingresso ricavato sulla torre centrale, probabilmente sbarrato da una porta lignea rinforzata con barre metalliche e dotata di perni che andavano ad innestarsi su solidi blocchi circolari in granito nero (0.60 m di diametro) al di sotto della pavimentazione.

Un rilievo di una delle stanze della costruzione che raffigura il re che accarezza una fanciulla

L’illuminazione del complesso era garantita da una serie di aperture protette da griglie in legno; il migdol presenta al secondo e terzo piano anche “finestre delle apparizioni” dotate di soglie sostenute da sculture raffiguranti teste e busti di nemici, dalle quali i sovrani si affacciavano per essere visti dal popolo che non aveva accesso all’area templare.

All’impatto visivo del complesso in tutta la sua imponenza contribuivano i rilievi distribuiti sulle superfici esterne dei torrioni e della corte interna, che raffigurano il faraone che davanti ad Amon annienta i nemici (a sinistra nubiani e libici, a destra ittiti, amorrei, cananei e “Popoli del Mare”).

Un’altra scena che raffigura una teoria di fanciulle che omaggiano il re.

La parte inferiore delle torri, come già detto, era costituita da solida muratura e non aveva stanze; il secondo piano, invece, al quale si accede ancora oggi grazie ad una rampa esterna, era suddiviso in numerosi ambienti il cui tetto era costituito da travi di legno che sostenevano il pavimento di stucco del terzo piano, interamente in mattoni, le cui camere erano coperte con volte a botte.

Griglia della finestra dalla sala del trono – palazzo di Ramesse III a Medinet Habu – ca. 1184-1153 a.C. – oggi al MET di New York.

Originariamente era collocata in alto sulla parete e permetteva solo alla luce indiretta di entrare nella stanza. La decorazione è una celebrazione del sovrano, al quale vengono augurate vita e stabilità E’ divisa in due registri: la parte superiore è decorata con due cartigli che portano il nome di intronizzazione di Ramses III (wsr m3՚t r՚ mr imn ossia Usermaatra Meriamon = Potente è la Maat di Ra, amato da Amon), incorniciato da falchi solari; sul fondo compaiono i simboli geroglifici della vita (ankh) e della stabilità (djed), fiancheggiati a loro volta da cartigli con il nome di nascita del re (r՚ ms sw hq3 jwnw ossia Ramessu heka Iunu = Nato da Ra, signore di Iunu).

Le pareti erano decorate con rilievi che rappresentavano il re seduto sul trono mentre riceve fiori, frutta e gli omaggi di giovani fanciulle, mentre gioca a senet con una di esse abbracciandone un’altra; le ragazze indossano i sandali, una decorazione floreale sui capelli ed una collanina di perline al collo, ma per il resto sono completamente nude.

La particolarità di queste scene, che illustrano momenti ben poco convenzionali della vita del sovrano, ovunque nel tempio ritratto in modo solenne e rigidamente protocollare, hanno indotto quasi unanimemente gli studiosi a ritenere che le stanze fossero riservate al divertimento ed al piacere del re e de sue donne e che siano state teatro della congiura in danno di Ramses III, che cadde vittima di un agguato ordito da una delle sue mogli secondarie e da alcuni funzionari in servizio presso l’harem reale.

I disegni delle scene superstiti

I QUARTIERI FEMMINILI

Talvolta i complessi templari del Nuovo Regno avevano un appartamento nel quale il Sovrano poteva soggiornare quando doveva adempiere ai suoi doveri religiosi; esso riproduceva in forma semplificata le strutture principali di un palazzo residenziale ed includeva anche stanze per le donne della corte reale.

Il complesso di Medinet Habu, con i resti del palazzo e dell’harem a sinistra, nello spazio tra il primo ed il secondo pilone

Il “secondo palazzo” di Ramses III a Medinet Habu doveva appartenere a questa categoria di edifici: esso deriva la sua denominazione dal fatto che sorgeva sull’area precedentemente occupata dal “primo palazzo”, che il re decise di ampliare quando fece costruire la grande cinta muraria e l’ingresso fortificato.

La pianta del “secondo palazzo”. Le lettere indicano le varie stanze, così come spiegato nel testo

Esso sorgeva all’interno del muro ma all’esterno del tempio, nello spazio libero tra il primo e il secondo pilone, aveva pianta quadrata ed era realizzato in mattoni crudi, come tutti gli edifici residenziali dell’epoca, salvo la facciata, che era in pietra in quanto costituiva anche una delle pareti esterne del primo cortile del tempio, che richiedeva un materiale più pregiato e duraturo.

Un’altra vista delle rovine del sito; si nota la facciata in comune con il primo cortile del tempio, davanti alla quale vi è un peristilio.

Una serie di aperture che avevano sede sulla facciata lo collegavano al primo cortile del tempio; la facciata ospitava anche una “finestra delle apparizioni” che si affacciava su di un peristilio, dalla quale gli ospiti del palazzo potevano assistere alle rappresentazioni di canti e danze che si svolgevano nel cortile del tempio.

Il podio per il trono del re nella hall dell’harem

La struttura aveva numerose stanze piuttosto piccole, in parte destinate ad uso pubblico, altre invece private del Faraone o delle sue donne; la più importante di esse era la sala del trono il cui soffitto era retto da sei colonne (delle quali sopravvivono solo le basi circolari), e che presentava un podio di alabastro con approccio a gradini (stanza C della piantina).

Il passaggio privato del re verso l’harem

Sul fondo di questa stanza si apriva un vestibolo (H) che dava ingresso all’appartamento reale, costituito da un’anticamera con due colonne ed un podio per il trono (stanza F), da una camera dotata di un podio dove veniva collocato il letto (stanza G) e sulla destra del vestibolo da un bagno e da un’altra piccola stanza ad esso attigua.

L’altra porta del passaggio privato del Faraone.

Sempre dal fondo della sala si aveva accesso all’”harem”, o meglio ai quartieri destinati alle donne più vicine al Faraone (appartamenti M), collocati all’estremità sud dell’area, separati dal palazzo reale (in realtà alcuni studiosi hanno ipotizzato che fossero abitati dallo stesso gruppo di donne che aveva a disposizione le stanze nel migdol); essi erano tutti e tre identici ed erano costituiti da un ingresso, un salotto quadrato, un bagno e un’altra piccola stanza laterale; non sembra ci fossero camere per dormire, e si ipotizza che le donne reali utilizzassero letti che la servitù allestiva nel salotto.

La scala che portava ad uno dei passaggi che univa il palazzo al primo cortile del tempio

Gli appartamenti dell’harem avevano un ingresso sul lato Ovest (L), raggiungibile dalla sala del trono attraversando il giardino laterale (J) ed un’anticamera (K), larga m. 4,6, a quanto pare coperta con una volta a botte, così come tutte le stanze del palazzo e dotata di una pedana in alabastro.

I resti delle colonne della sala del trono

Esisteva inoltre un passaggio privato 👎 che cominciava all’estremità est del corridoio dell’harem con una porta finemente decorata, ed avevano un’uscita diretta sulla strada (E ) raggiungibile attraverso un cortile di servizio (O).

Il cartiglio di Ramses III

FONTI:

  • Murnane W., United with eternity. A concise guide to the monuments of Medinet Habu. The Oriental Institute, University of Chicago and The American University in Cairo Press, 1980
  • Cavillier G., MIGDOL, Ricerche su modelli di architettura militare in età ramesside, Medinet Habu. BAR International series 1755, 2008
  • Holscher U., Excavations at ancient Thebes, 1930 – 1931, The University of Chicago press, Chicago Illinois, 1932
  • Holscher U., The mortuary temple of Ramses III, Part I, The University of Chicago press, Chicago Illinois, 1941
  • The epigraphic survey, The eastern higt gate with translations of texts, The University of Chicago Press

Harem Faraonico

IL “PALAZZO DI NEFERTITI”

Di Luisa Bovitutti

Il Palazzo Nord è chiamato dagli odierni abitanti del luogo “palazzo di Nefertiti”, perché probabilmente ospitò la celebre regina o forse Kiya, un’altra moglie di Akhenaton che rivestì un ruolo di preminenza nella prima parte del regno di costui. Forse qui crebbe Tutankhamon, quando ancora si chiamava Tutankhaton, e molte iscrizioni trovate in loco provano con certezza che vi abitò Meritaton, figlia maggiore ed erede del sovrano.

La ricostruzione del Palazzo Nord
La pianta de Palazzo Nord

Alcuni studiosi ritengono che il Faraone lo utilizzasse come “buen retiro”, in quanto era stato dotato di svariati giardini e di una specie di zoo che raccoglieva varie specie di quadrupedi e di uccelli, che lo rendevano un ambiente particolarmente rilassante; altri pensano che fosse una riserva dove venivano conservati vari esemplari di vita animale come simbolo del potere di Aten, dio creatore.

Esso fu scavato nel 1923 e 1924, ed a far tempo dagli anni novanta del secolo scorso i lavori ripresero ed ancora oggi vengono eseguite opere di consolidamento e di ricostruzione che hanno reso chiaramente visibile la pianta della struttura.

Il Palazzo era una residenza indipendente costruita lungo tre lati di un vasto recinto rettangolare che misurava 112 per 142 metri; al centro del lato corto ad ovest (a sinistra nelle immagini) si apriva una porta affacciata sul Nilo che dava ingresso al cosiddetto “primo cortile”, delimitato sul lato opposto da un muro nel quale si aprivano un ingresso monumentale al cortile principale, due ingressi più stretti e, forse, una finestra delle apparizioni.

Un frammento della decorazione parietale, da Amarna.

Sul lato nord del cortile (a sinistra dell’ingresso) si trovava un’area scoperta nella quale sorgevano tre piattaforme a gradini in pietra su base in gesso; quella centrale e più grande era affiancata da due file di quattro tavole delle offerte. I lati est e ovest di quest’area erano occupati ciascuno da una fila di camere parallele, forse magazzini di stoccaggio.

Sul lato sud dell’edificio (a destra dell’ingresso) si trovava uno spazio più ristretto circondato da edifici in laterizio dotati di peristilio, forse dei magazzini.

Un frammento di intarsio vitreo da Amarna

Davanti al muro che divideva i due cortili erano collocate delle statue, il cui basamento sopravvive ancora oggi.

La corte interna principale è caratterizzata da un ampio avallamento rettangolare a livello del suolo, con una fila di fosse d’albero sul lato nord (riconoscibili perché gli egizi erano soliti piantare alberi in fossa che riempivano di terra fertile, molto più scura).

Gli scavi ad oggi hanno raggiunto la profondità di otto metri sotto l’attuale livello del suolo, circostanza che ha indotto gli archeologi ad ipotizzare che più che un lago o un giardino sommerso, la depressione fosse un pozzo profondo e grande che alimentava d’acqua il giardino sommerso che si trovava nell’angolo nord-est del palazzo, al quale era collegato tramite un condotto calcareo sepolto.

L’aspetto attuale delle rovine del giardino sommerso nel Palazzo Nord

Sulla sinistra della corte centrale sorgevano tre unità immobiliari simili, decorate con rilievi che raffiguravano bovini, stambecchi ed antilopi e fronteggiate da un portico comune ipostilo.

Esse erano destinate allo stallo di differenti specie di animali ed erano costituite da uno spazio aperto al quale si accedeva dal portico e da un ambiente coperto il cui tetto era sostenuto da pilastri quadrati in mattoni; il più esterno dei tre ambienti aveva anche due serie di mangiatoie rettangolari in pietra calcarea accanto alle quali si trovavano delle pietre da pastoia alle quali legare i quadrupedi.

Un frammento di una piastrella decorata proveniente dallo “zoo”, oggi al Louvre

Gli ambienti posti di fronte allo zoo, dall’altro lato del cortile, erano occupati da quelli che sembrano edifici di servizio: case, probabilmente una panetteria e fornaci dove forse si producevano gioielli in maiolica.

Gli appartamenti reali sorgevano oltre il secondo cortile; vi si accedeva da un’apertura sul muro posteriore del cortile che conduceva ad una sala ipostila e poi ad una minuscola sala del trono.

Attraverso questa sala si entrava anche in un grande salone a più colonne, elemento centrale del palazzo; davanti ad essa c’era una terrazza in pietra che sosteneva un baldacchino su colonne di pietra che si affacciava sul cortile, raggiungibile tramite una scala o una rampa.

Un frammento di decorazione parietale da Amarna

A destra della sala del trono c’erano i locali privati dell’occupante del palazzo: la camera da letto principale ed il bagno ad essa annesso; altri spazi erano occupati da magazzini e forse da alloggi per inservienti.

A sinistra della sala del trono c’era un cortile con un giardino sprofondato nel terreno che occupava tutto l’angolo nord-est dell’edificio, attorno al quale sorgevano molteplici stanze tutte uguali, dotate di una finestra che si affacciava sul giardino e che si ipotizza potessero essere destinate ad ospitare uccelli.

La sala centrale, detta la ‘Camera Verde’, era affrescata con un fregio continuo raffigurante la vita naturale delle paludi; nel quale erano scavate delle nicchie che, forse, ospitavano dei nidi.

Un frammento della decorazione della Camera verde, che mostra un ambiente palustre ed un uccello che si sta tuffando sulla preda (ricostruzione di Nina de Garis Davies, oggi al MET di New York)
Un frammento della decorazione parietale raffigurante pesci

La corrispondente sezione dell’angolo opposto era occupata da una corte dotata di portico laterale sul quale si affacciavano cinque magazzini e sul retro un ampio vano coperto sorretto da pilastri in laterizio. Durante la vita dell’edificio i magazzini furono trasformati in abitazioni e l’androne a pilastri venne suddiviso da pareti divisorie.

La camera verde così come è stata ricostruita oggi.

La decorazione di questa struttura era uniforme: sopra una fascia di riquadri neri e blu si alternavano bande blu e rosse, separate da una sottile striscia bianca e sormontate da un fregio di uccelli kheker; la parte di parete superiore, di colore giallo, recava figure di uomini e animali, soprattutto uccelli e pesci. I soffitti erano, a quanto sembra, dipinti con un pergolato di vite. Anche i pavimenti erano decorati con scene della natura.

Nella parte posteriore del palazzo furono ricavate diverse scale, e ciò induce a ritenere che l’edificio avesse più piani.

FONTI:

Harem Faraonico

AMARNA: L’HAREM

Di Luisa Bovitutti

La nuova capitale voluta da Akhenaton venne chiamata Akhet-Aton (che significava Orizzonte di Aton, oggi Amarna) ed era stata costruita su di un’area desertica e pianeggiante che non era mai stata sede di precedenti culti; circondata da un lato da un anfiteatro roccioso lungo quindici chilometri e dal lato opposto da terre coltivabili, venne eretta molto rapidamente, usando soprattutto mattoni di fango essiccati al sole e poi intonacati di bianco.

Ricostruzione del palazzo reale di Amarna realizzata dall’archeologo Jean-Claude Golvin: l’harem occupava tutto il lato sinistro della costruzione e ad esso si accedeva tramite l’ingresso verso il quale si sta dirigendo la fila di persone

Nell’arco di un ventennio giunse ad ospitare tra i ventimila ed i cinquantamila abitanti, ma alla morte di Akhenaton fu abbandonata, i materiali lapidei vennero asportati lasciando solo i mattoni ed andò rapidamente in rovina; attualmente sono in corso lavori di scavo, interpretazione e ricostruzione delle rovine sotto la direzione del dott. Barry Kemp dell’EES (Egypt Exploration Society).

La città era divisa in quartieri che si estendevano attorno ad un nucleo abitativo centrale nel quale sorgevano il Palazzo Reale, il Grande Tempio chiamato Per-Aten e vari edifici amministrativi tra i quali l’archivio reale, dove furono rinvenute le famose Lettere di Amarna; gran parte della zona ad ovest fu sepolta sotto le moderne coltivazioni, mentre si sono conservate molte strutture dell’area est.

Dipinto parietale proveniente dal Palazzo del re (che è un edificio indipendente dal palazzo reale), oggi all’Ashmolean museum

Sulla base delle rovine riportate alla luce e di alcuni rilievi tombali è stato possibile ricostruire la pianta generale del sito ed individuare l’area dell’harem, che occupava un ampio quartiere del complesso palaziale, il quale si estendeva in lunghezza per almeno 580 metri ed occupava la striscia di terra posta tra il lato ovest della strada reale ed il Nilo.

Una scena nella tomba amarniana di May (TA14), molto danneggiata ma fortunatamente ricostruita, mostra l’aspetto che doveva avere l’ingresso monumentale del palazzo, oggi sepolto sotto le moderne coltivazioni: esso si affacciava sulla riva del Nilo ed era caratterizzato da un elegante colonnato che correva lungo tutto il lato dell’edificio, nel quale si apriva la porta coronata da urei.

Rilievo parietale dalla tomba di May: sullo sfondo si nota il colonnato della facciata del palazzo reale.

Gli appartamenti di stato occupavano la parte occidentale del palazzo ed erano stati costruiti in pietra; essi comprendevano un cortile di circa 160 mq., adornato lungo i lati est ed ovest con una fila di statue un granito del re e di Nefertiti, che conduceva a una serie di corti e saloni, e, forse, ad una Finestra delle Apparizioni.

Un talatat sul quale è raffigurata la finestra delle apparizioni del palazzo reale

La parte orientale invece era stata realizzata in gran parte in laterizio; si trattava di un quartiere largo circa 35 metri suddiviso in una serie di singoli edifici che si affacciavano sulla strada reale a est e sul citato cortile a ovest; in esso avevano sede l’harem e dei magazzini.

Pavimento dipinto proveniente dal palazzo reale di Amarna

Una porta monumentale posta nella parete est del recinto del palazzo permetteva di raggiungere il cortile che divideva l’edificio dell’harem in due costruzioni distinte non del tutto simmetriche; oltrepassato questo cortile si accedeva al Ponte che collegava il Grande Palazzo alla Casa del Re, posta ancora più a est.

Il cosiddetto “harem settentrionale” comprendeva un giardino sommerso fiancheggiato su ogni lato da una fila di piccole camere, forse magazzini o alloggi per la servitù, e da un’area colonnata a sud che includeva un portico rivolto sul giardino; i pavimenti di questa zona erano ricoperti di intonaco di gesso sul quale erano dipinte a colori vivaci vasche con pesci e fiori e figure di prigionieri asiatici ed africani legati.

Decorazioni provenienti da Amarna

Oltrepassato il portico, si faceva ingresso in un ampio salone a due ordini di colonne ed a pianta quadrata, che comunicava a sud-est con un grande vano con dodici colonne intarsiate di maiolica; anche in queste stanze la pavimentazione era dipinta con immagini di prigionieri e di uccelli palustri.

Le dame di corte abitavano probabilmente nelle stanze che fiancheggiavano la sala principale; ognuna di esse aveva pianta quadrata con una colonna centrale, e comunicavano con due piccole stanze adiacenti a sud.

Decorazioni provenienti da Amarna

La parte meridionale era costituita da un gruppo di stanzette dal pavimento dipinto che immettevano in un portico aperto affacciato su un giardino sul lato est; i locali più a nord erano destinati come abitazioni per la servitù e magazzini.

Nella tomba di Ay ad Amarna (che non fu mai utilizzata in quanto divenne Faraone dopo Tutankhamon e si fece scavare una nuova tomba nella valle dei Re), vi è un interessantissimo rilievo parietale che raffigura in modo dettagliato una parte del palazzo reale ed i quartieri dell’harem; l’immagine è incompleta perché il muro non è stato finito.

Raffigurazione delle stanze delle donne, dalla tomba di Ay

L’unica sezione completata dell’immagine si trova sull’architrave sopra l’ingresso e rappresenta due edifici speculari e indipendenti separati da uno spazio con quattro alberi, che potrebbero rappresentare un giardino oppure i sicomori sacri

Ai lati ci sono due edifici autonomi: uno è costituito da un magazzino e da una dispensa, nella quale i servi stanno mangiando e preparando cibo; l’altro, più grande, è composto da due parti comprendenti una stanza con una colonna e due piccole camere e pare essere l’harem in quanto è abitato da sole donne e ha delle guardie fuori dalle porte.

Frammento di pavimento dipinto proveniente da Amarna

Le donne sono egizie e straniere, riconoscibili dalle trecce, abitualmente portate dalle ittite e dalle siriane, rappresentate mentre suonano vari strumenti musicali e ballano; una di loro sta mangiando mentre un’altra sta pettinando una compagna.

FONTI AGGIUNTIVE