Harem Faraonico

IL FIGLIO DEL KAP USERHAT

Di Luisa Bovitutti

Il figlio e le due figlie di Userhat (erase dai monaci copti, che potevano essere indotti in tentazione dai loro corpi aggraziati) che fanno offerte al padre ed alla madre, vestiti elegantemente e con un grande collare ; sotto la sedia di Mutnofret ci sono il suo specchio hathorico raffinato con la sua custodia a forma di cesto ed una scimmietta (forse l’animale domestico della donna), mentre sotto la sedia di Userhat c’è il suo astuccio con il materiale scrittorio. Le due figlie della coppia offrono al Ka del defunto un calice di vino ed un collare (il testo, infatti, recita: “Per il tuo Ka! Fai un giorno felice nel tuo bel luogo dell’eternità” e le braccia di una di loro ancora visibili sono disposte a rappresentare il ka). Dietro le ragazze si trova il figlio che porta un grande mazzo di fiori

Le uniche notizie sul figlio del kap Userhat si desumono dalle iscrizioni nella sua tomba; egli apparteneva probabilmente ad una buona famiglia ma non al gotha della nobiltà egizia, in quanto la sua ultima dimora, contraddistinta dalla sigla TT 56, si trova ai piedi della collina di Sheikh Abd el-Qurna, nella zona della necropoli riservata ai funzionari statali della classe medio alta, mentre i membri dell’alta aristocrazia, come ad esempio Kenamun, venivano sepolti più in alto, verso nord est, in vista di Deir el-Bahari.

La pianta della tomba

Egli dovette probabilmente il suo successo al fatto di essere stato educato nel kap di Amenhotep II, e per questo motivo il sovrano stesso o il suo successore Thutmose IV gli consentirono di avvalersi degli artigiani reali per la realizzazione della sua tomba, che pur non essendo stata completata ed avendo subito danni in alcune aree, presenta decorazioni pregevoli ed in ottimo stato anche se nel corso dell’epoca amarniana il nome di Amon e di Mut vennero in più punti scalpellati e solo in parte ripristinati dopo la restaurazione degli antichi culti e successivamente, i monaci copti lasciarono traccia del loro passaggio disegnando croci, scritte e strani omini.

La moglie di Userhat si chiamava Mutnofret e portava il titolo di “ornamento reale” per cui probabilmente era stata concubina del sovrano che l’aveva poi concessa in sposa al suo ex compagno di scuola (si trattava di un grande onore per entrambi i coniugi); la coppia ebbe due figlie, Henut-neferet, Signora di Corte, amata dal suo Signore, Lodata dal Buon Dio (ovvero il re), e Nebet-tawy.

Rilievo dell’architrave con l’immagine della moglie di Userhat che fa offerte floreali agli dei.

Nelle decorazioni parietali, affiancato in un’occasione dalle sorelle, viene anche menzionato un figlio maschio (“tuo figlio, che tu ami, il prete wab di Ptah”) ma non vi è traccia del nome.

La tomba di Userhat era nota fin dalla prima metà del XIX secolo, perché venne visitata da Lepsius e da Wilkinson, che copiò alcune iscrizioni; essa venne aperta nell’inverno del 1903-04 dal chimico ed archeologo britannico Robert Mond e fu restaurata più volte nel corso degli anni senza tuttavia che si tenesse traccia dei lavori effettuati; solo nel 1986 Christine Beinlich-Seeber e Abdel Ghaffar Schedid ne produssero una pubblicazione completa.

Essa è scavata nella roccia ed ha la forma tipica delle tombe della XVIII Dinastia; somiglia quindi ad un’abitazione, con un cortile aperto, un ampio ingresso, un corridoio e due stanze poste a forma di “T” rovesciata dove i congiunti portavano le offerte al defunto; le camere sepolcrali invece erano accessibili da uno o più pozzi ma sigillate e prive di decorazione.

Rilievo dell’architrave con l’immagine della moglie di Userhat che fa offerte floreali agli dei.

Fu edificata probabilmente a cavallo tra il regno di Amenhotep II, del quale presenta le caratteristiche stilistiche ed architettoniche, e quello di Thutmosis IV (il cui cartiglio è stato rinvenuto su di un mattone trovato in loco), per i dettagli dei gioielli e dell’abbigliamento e per il carattere delle scene, tipiche delle tombe tebane successive.

Alla metà della XVIII Dinastia, infatti, la decorazione di una tomba civile prevedeva scene di vita del defunto nella parte trasversale (il transetto), ed immagini relative alle esequie, alle offerte ed al passaggio nell’aldilà nel corridoio perpendicolare, e quella di Userhat non si discosta sotto questo profilo dalla tradizione.

L’ingresso della struttura è posto nella parete rocciosa dell’estremità meridionale del cortile ed è incorniciato da piedritti e da un’architrave scolpiti nella pietra naturale; sui primi sono incise formule di offerta ad Amon-Re, Re-Horakhty e Osiride, Anubi e Hathor mentre l’architrave raffigura Userhat e sua moglie davanti ad Osiride.

Prossimamente vedremo le magnifiche pitture parietali che caratterizzano le camere interne.

FONTI relative a tutti i post su Userhat e la sua tomba:

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KENAMUN, IL FRATELLO DI LATTE DI AMENHOTEP II

Di Luisa Bovitutti

Dalla tomba di Kenamun, riproduzione dell’immagine di Amenhotep II da piccolo, raffigurato come se già fosse Faraone, in braccio alla sua nutrice, la madre di Kenamun. L’autore fu Norman de Garis Davies; notate che a proteggere il piccolo non c’è l’avvoltoio Nekhbet, ma una semplice anatra, sintomatica del fatto che non era ancora salito al trono

Kenamun fu il figlio del kap che raggiunse le più alte vette del potere, come si desume dai numerosi titoli conferitigli dal sovrano e dal programma decorativo della sua tomba, sulle cui pareti egli fece incidere la sua autobiografia, nella quale racconta di avere seguito il sovrano “nella terra del vile Retenu, senza abbandonare il Signore delle Due Terre sul campo di battaglia, nell’ora di respingere le migliaia”.

Immagine originale del piccolo Amenhotep II in braccio alla nutrice, nella tomba di Kenamun, molto deteriorata

Come si è già detto, egli era il fratello di latte di Amenhotep II (così come si desume dalle stele 11578 e 11593 conservate al Louvre) il quale, salito al trono a diciotto anni di età, lo definì “grande di favori nel kap” e lo elevò a Grande intendente di Perunefer (il porto di Menfi oppure, secondo l’archeologo austriaco Manfred Bietak, la città fortificata sorta sulle rovine di Avaris, base commmerciale e militare dalla quale partivano le spedizioni verso il Levante), quindi a Gran Maggiordomo, a Sindaco di Tebe e responsabile dei granai del tempio di Karnak, conferendogli complessivamente circa centocinquanta titoli, segno di grande apprezzamento anche se, probabilmente, non corrispondevano ad altrettanti incarichi concreti. Egli era comunque il braccio destro del re, l’eminenza grigia di corte, l’amministratore dei possedimenti reali, “gli occhi e le orecchie del sovrano”, ossia colui che doveva vigilare per percepire e sventare ogni pericolo per il trono ed il suo occupante. Kenamun raggiunse anche un alto grado nell’esercito: le iscrizioni su monumenti ed oggetti lo ricordano infatti come aiutante di campo del Faraone, comandante delle truppe, capo di fortezza, capo dei paesi stranieri del nord e in tale veste combatté a fianco del suo re, il quale in più occasioni lo ricompensò per il valore dimostrato e gli concesse una porzione della montagna sacra di Sheikh abd el-Qurna, nella Valle dei nobili, per edificarvi una tomba per sé e per la moglie Tadedetes (TT93).

Riproduzione dell’immagine precedente, nella quale si nota parte del corteo che porta offerte al sovrano: la zona tratteggiata è stata ricostruita, perché erasa, in quanto rappresentava Kenamun all’apice del suo potere quale portatore di flabello alla destra del re ed un altro dignitario che aprivano il corteo. Anche Kenamun doveva essere di poco maggiore d’età rispetto ad Amenhotep, ma viene rappresentato come un adulto.

Egli morì tra i venticinque ed i trent’anni, prima dell’avvento al trono di Thutmosi IV che non è mai citato nella sua sepoltura, ed è stato vittima di damnatio memoriae: nella sua tomba, infatti, la sua figura, i suoi titoli ed il suo nome sono stati erasi ovunque (il nome è sopravvissuto in soli tre casi, almeno in base agli scavi condotti fino ad oggi), e la stessa sorte hanno subito tutti i suoi familiari; i danni al nome di Amon estranei ai suoi titoli ed al suo nome e quelli alle raffigurazioni del sacerdote sem sono stati invece attribuiti alla furia iconoclasta dell’epoca amarniana.

Una nicchia nella tomba di Kenamun nella quale si nota chiaramente che le figure che rendevano omaggio agli dei Osiride ed Anubi sono state volutamente cancellate

E’ difficile stabilire quali siano state le ragioni della rovina di Kenamun: vista la sua giovane età al momento della morte, può essere che abbia ceduto alle lusinghe del potere per tramare contro il Faraone, oppure, più probabilmente, che sia caduto in disgrazia a causa degli intrighi di personaggi di corte invidiosi del suo successo, e che sia stato giustiziato o costretto a suicidarsi; è anche possibile che questi stessi nemici abbiano voluto cancellarne la memoria dopo la morte prematura, profanando la sua tomba.

Analoga sorte ha subito la Stele CG 34034 rinvenuta presso il terzo pilone del tempio di Karnak e custodita al Cairo, che raffigura scene di offerta: nel registro centrale un personaggio che rende omaggio a Thutmosis III, identificato dall’archeologo statunitense Charles Van Siclen in Kenamun, è stato eraso, e delle due linee verticali di testo quella contenente il nome dell’offerente è stata scalpellata. Il nome e le raffigurazioni del fratello di latte di Amenhotep II sono tuttavia sopravvissuti su coni funerari, su numerosi ushabti (rinvenuti a centinaia in luoghi diversi dell’Egitto con la scritta “accordato in segno del favore del re”), sul suo sarcofago custodito al museo di Firenze, (n. Inventario 9477), su di una statua cubo rinvenuta probabilmente ad Assiut e su di una statua proveniente dal tempio di Mut a Karnak (n. 935).

La stele CG 344034 presenta tre registri. Nella lunetta in alto è scolpito il disco solare alato. Al centro del primo registro è raffigurato il dio Amon, in piedi, che guarda verso destra; dietro di lui sono presenti Amenhotep I e la madre Ahmose Nefertari divinizzati. Di fronte a loro sopravvive la parte inferiore di una figura maschile offerente. A sinistra del secondo registro Thutmosi III, seduto, guarda verso destra, e di fronte a lui c’è una linea di testo verticale. Al centro, di fronte al sovrano, in atto di offerta, è presente una figura maschile, erasa, attribuita a Kenamun. Di fronte ad essa sono presenti due linee di testo geroglifico verticali, una delle quali conteneva il nome di Kenamun ed è stata scalpellata. Del terzo registro si conserva parte di una linea orizzontale di testo con i cartigli di Amenhotep I ed Ahmose Nefertari.

LA STRANA STORIA DELLA SUA MUMMIA

Nel 1829 il prof. Ippolito Rosellini, che insegnava Lingue Orientali all’Università di Pisa, tornò in patria dopo avere partecipato con Champollion alla prima missione della storia condotta in Egitto e Nubia, finanziata dal Granduca di Toscana Leopoldo II e da Carlo X di Francia, e portò con sé una collezione di antichità, ora esposte al Museo Egizio di Firenze.

Tra di esse si trovavano 11 mummie, (termine con cui l’egittologo designava un corpo avvolto nelle sue bende inserito nel suo sarcofago antropoide in legno) sette delle quali sono ancora oggi a Firenze, tre sono andate distrutte, e l’undicesima, che nella lista trasmessa dall’egittologo a Leopoldo II viene definita “Mummia in cassa tinta di nero e geroglifici tracciati di giallo. Il corpo intatto nelle sue fasce”, scomparve fin dal suo arrivo a Livorno da Alessandria d’Egitto e di essa non si seppe più nulla fino al 2012, quando fu ritrovata ed identificata dalla prof. Marilina Betrò, egittologa dell’Università di Pisa, che nel 2008 iniziò a studiare il materiale inedito di Rosellini e la sua collezione.

Il corpo, ridotto ad uno scheletro, si trovava nel magazzino del Museo di Storia Naturale di Calci, vicino a Pisa, conservato all’interno di una scatola di cartone; il teschio, appartenente ad un giovane di 25 – 30 anni, reca un’iscrizione con inchiostro nero che identifica i resti come appartenenti ad una delle mummie rinvenute dall’egittologo toscano, e le ricerche effettuate hanno permesso di accertare che essa era stata danneggiata dall’acqua nel viaggio via mare e fu lasciata a Pisa, dove il corpo fu sbendato e ripulito dai resti in avanzato stato di deterioramento.

Il teschio di Kenamun, sul quale li legge chiaramente che si tratta dello “scheletro di una delle mummie portate da Egitto dal Prof. Rosellini”. Credit della prof. Marilina Betrò

Lo scheletro, che ancora reca qualche traccia di tessuto mummificato e che manteneva un valore più scientifico che storico venne donato da Rosellini a Paolo Savi, all’epoca direttore dell’antico Museo di storia naturale, mentre il sarcofago privato del coperchio e delle sezioni della cassa che stavano marcendo, venne stivato nei magazzini del museo fiorentino.

Si tratta di un sarcofago antropoide nero (colore simbolo di rinascita in quanto ricordava il fertile limo) con testi ed immagini tracciate in giallo, soprattutto in foglia d’oro, tipologia utilizzata nella XVIII dinastia a partire dal regno di Thutmosis III e rimasto in voga fino agli inizi della XIX dinastia per le sepolture di personaggi di rango elevato.

Particolare del sarcofago di Kenamun

Fino a pochi anni fa nessuno si era reso conto che su di esso comparivano il nome di Kenamun, ed il titolo di “padre del dio”, che denotava lo straordinario favore del Faraone (in questo caso il dio), e che fu concesso all’occupante e a pochissimi altri nobili nel corso della XVIII dinastia.

Se la mummia fosse stata intatta, forse con i moderni metodi di indagine si sarebbe potuta determinare la causa della morte di Kenamun, ed aggiungere un tassello importante alla ricostruzione della sua storia; l’analisi del solo scheletro non ha evidenziato nessuna anomalia tale da giustificarne il decesso in così giovane età, per cui il mistero rimane.

Calci. L’antico monastero sede del museo di storia naturale, dove vennero rinvenuti i resti di Kenamun. Foto di Gabriele Geraci.

Dal 16 dicembre 2014, Kenamun e il suo sarcofago si trovano nelle Collezioni Egittologiche dell’Università di Pisa.

LA TOMBA DI KENAMUN

L’enorme sepoltura di Kenamun, individuata con la sigla TT93, sorge sulla cima delle colline di fronte a Luxor ed è riccamente decorata; pur essendo conosciuta fin dall’inizio del XIX secolo, tanto da essere stata visitata da Champollion, Rosellini, Wilkinson, Lepsius e Prisse d’Avennes (solo la prima parte, essendo il resto ingombro di detriti), fu esplorata e documentata solo alla fine degli anni ‘20 dal Metropolitan Museum di New York ed è tuttora oggetto di scavo e consolidamento ad opera di una missione congiunta brasiliana ed egiziana denominata BEMAC (Brazilian-Egyptian Mission for Archaeological Conservation), che deve ancora esplorare tutta la zona sotterranea, resa inaccessibile da un crollo e che sta riportando alla luce e restaurando poco alla volta i dipinti parietali e quel che è rimasto ancora intrappolato in una spessa coltre di fango depositatosi all’interno e diventato durissimo nel corso dei secoli.

L’ingresso della tomba di Kenamun ed uno dei due portici laterali incompiuto
La piantina della tomba; la parte in arancione è sotterranea e probabilmente di epoca successiva, ma ancora non indagata.

L’archeologo inglese Robert Mond, che per primo la esplorò ai primi del Novecento, non trovò traccia della camera sepolcrale: era possibile che fosse già stata trovata e saccheggiata, ma ipotizza autorevolmente la prof. Betrò che la morte prematura di Kenamun, il fatto che ci sono ampie zone della tomba non finite ed altre volutamente danneggiate inducono a ritenere che il nobile sia stato sepolto altrove o che ci sia rimasto poco tempo, e che il fastoso funerale rappresentato sulle pareti e progettato da Amenhotep II per il suo grande amico quando era ancora in vita non sia mai stato celebrato, almeno secondo quelle modalità.

I pescatori; il primo porta con sè il bottino della pesca, realizzata evidentemente infilzando la preda con le picche, il secondo ha in mano un fiore di loto

L’ultima dimora del giovane fu, probabilmente, una modesta tomba a pozzo priva di decorazioni rinvenuta nel 1828 dalle maestranze di Rosellini e Champollion, che nel frattempo si erano recati in Nubia, lasciando come responsabile degli scavi il lucchese Piccinini, al quale avevano ordinato di attendere il loro ritorno prima di aprire sepolture che fossero state trovate intatte.

Portatori di offerte: il primo a sinistra ha con sè l’arco di Kenamun nella sua sontuosa custodia , un bastone da lancio e la faretra con le frecce sulla spalla; il servo al centro porta i sandali , una picca ed un sacchetto; quello a destra due daghe

Così fu per una di esse; l’altra, invece, quella di Kenamun, la cui dislocazione esatta nè Piccinini né gli operai furono in grado di riferire, venne aperta e svuotata; all’interno si trovavano il modesto sarcofago (decorato con pittura gialla invece che con foglia d’oro o d’argento, usualmente utilizzata per i personaggi importanti), il prezioso carro smontato (probabilmente quello donato al fratello di latte dallo stesso Amenhotep II e di cui si fa menzione nella tomba originaria), un arco ed un numero imprecisato di altri oggetti (parte dei quali è probabile che i fellahin assunti per scavare avessero fatto sparire).

Scena palustre: in una macchia di papiri, molti dei quali ancora in bocciolo, si nascondono volatili di vario genere; un gruppo di anatre sta scappando in volo.

L’accesso alla tomba originariamente destinata al fratello di latte di Amenhotep II è situata in un ampio cortile, dotato su entrambi i lati da due portici, non finiti, scavati nella roccia.

Decorazione murale rappresentante una serie di pilastri djed, due felini e due occhi wadjet

L’ingresso, posto al centro del muro ovest, conduce ad una prima sala trasversale completamente decorata e divisa da una fila di dieci pilastri, che reca alle estremità due cappelle. Nella cappella nord si apre una scalinata che conduce ad una serie di stanze funerarie sotterranee, ritenute un’aggiunta di epoca posteriore dall’egittologa tedesca prof. Friederike Kampp-Seyfried.

Navigazione lungo il Nilo. L’uomo a destra è l’addetto al timone, mentre quello a sinistra con lo scandaglio valuta la profondità delle acque per evitare che il natante finisca in zone di secca.

Questa sala è collegata da un corridoio perpendicolare ad una seconda sala trasversale con due file da quattro colonne ciascuna, che reca oggi un’unica scena a sinistra della porta d’accesso, nella quale sono raffigurati due figli che fanno offerte al defunto ed alla madre.

Frammento di parete

La tomba di Kenamun è decorata secondo i canoni dell’epoca: egli è raffigurato nelle sue attività ufficiali ma soprattutto nella lussuosa vita privata, delineata con estrema vividezza e tipica di un giovane nobile, ricco e potente: la caccia nel deserto, la pesca nelle paludi, i banchetti, la casa con il giardino; non mancano le tradizionali immagini del defunto, talvolta con la moglie, che adora Osiride, Anubi, Amenhotep II, Maat e le dee dell’occidente, e mentre fa o riceve offerte, portate da processioni di servi.

Credo che si tratti di un elenco di offerte per il defunto

Quale ricordo del legame particolare intercorrente con il sovrano, vi compare la rappresentazione (già pubblicata nel precedente post) del piccolo Amenhotep in braccio alla sua nutrice, madre di Kenamun, il quale apre una processione di personaggi che portano doni preziosissimi, che vengono elencati ed illustrati: una coppa in oro, pietre preziose e smalti decorata con fiori, frutta e palme su cui si arrampicano scimmiette, “cocchi d’oro e d’argento, statue di avorio ed ebano, collane di pietre dure e preziose, e armi”, tutti rappresentati su vari registri.

Ballerine partecipanti al banchetto funebre: la prima e la seconda donna a sinistra, stanno battendo le mani e muovono i piedi.

Erano previste anche le raffigurazioni del funerale di Kenamun, progettato quando era ancora vivo, così come si deduce dai testi: Amenhotep II aveva disposto che statue raffiguranti l’amico venissero portate in processione nei templi e che le musiciste e cantrici del tempio di Amon accompagnassero le esequie battendo le mani, cantando e danzando. Non si sono conservate le scene in cui erano raffigurate le offerte funerarie, ma un’iscrizione cita “un cocchio che Sua Maestà diede in segno del suo favore”, e che è probabilmente quello oggi esposto a Firenze.

Questo rilievo in orgine rappresentava Amenhotep II in trono, sotto un baldacchino. Ai suoi piedi i rappresentanti delle popolazioni da lui sottomesse, ben riconoscibili dalle differenti caratteristiche somatiche e dal cartiglio recante il nome del loro territorio

FLORA E FAUNA

Gli Egizi vivevano in un ambiente naturale ricco di flora e soprattutto di fauna, ed essi amavano riprodurlo sugli oggetti e sulle pareti tombali, come contesto per rappresentare momenti della vita del defunto che assumevano anche un valore simbolico.

Nella tomba di Kenamun si trovano scene ambientate nelle paludi in riva al Nilo ed ai limiti del deserto, nelle quali sono dipinti gli animali che all’epoca popolavano quelle zone. Qui ho raccolti una serie di immagini alcune delle quali sono a mio avviso molto belle.

Un cucciolo di gazzella (?); della madre è sopravvissuto solo il corpo, al quale il piccolo si appoggia.
Cesti con prodotti vari e fiori di ninfea. Disegno copiato dall’originale e pubblicato nel libro sulla tomba di Norman de Garis Davies già citato in bibliografia
Un coniglio
Pesci del Nilo, riproduzione di Nina de Garis Davies, pubblicata nel libro del marito Norman de Garis Davies già citato in bibliografia
Una mandria di bovini. Si nota ancora la quadrettatura realizzata dall’autore per garantire le proporzioni dell’immagine
Uno stambecco con il suo piccolo
Una iena con il suo piccolo, del quale è rimasta solo la testa, con il pelo grigio e un occhione nero, visibile davanti al muso della madre
Un asino
Uno struzzo
Delle anatre: disegno copiato dall’originale e pubblicato da Norman de Garis Davies, nel testo sulla tomba già citato in bibliografia

FONTI ED IMMAGINI

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IL KAP SOTTO IL REGNO DI AMENHOTEP II

Di Luisa Bovitutti

Per dirigere il kap del principe ereditario, Thutmose III assunse dei veterani esperti nell’arte militare e nell’amministrazione dello Stato: Ahmose detto Humay, (TT 224), direttore della Residenza del re, del suo harem e del dominio della sposa del dio e Min, governatore della città di This, della provincia di Abydos e delle oasi, comandante dell’esercito del fiume occidentale (cioè del ramo del Nilo di Rosetta) e primo amministratore del Signore delle Due Terre (TT109).

Statua di Sennefer e della sua prima moglie Senetnay, fatta collocare da Amenhotep II nel tempio di Karnak, come massima espressione di stima. Ora al Cairo

L’allattamento del piccolo Amenhotep venne affidato a Senetnay ed Amenemope, due nutrici coadiuvate da sette babysitters appartenenti alle famiglie più potenti e devote del paese affinchè gli si affezionassero e gli garantissero fedeltà assoluta.

Mutneferet e Kenamon, figli delle balie del principino, vennero insigniti del titolo di “sorella e fratello di latte” del re e crebbero insieme a lui nel kap; le altre dame dedite al suo accudimento furono Baky (come si è visto moglie di Amenemheb detto Mahu) e Neith, entrambe cantatrici di Amon, Sherty (figlia del suo precettore Min), Henuttawy (sorella o zia del figlio del kap Usersatet), Hunai, Iafib ed infine la madre del terzo Gran Sacerdote di Amon, Kaemheryibsen (TT 98), il cui nome non si è conservato.

Una volta salito al trono molto saggiamente Amenhotep proseguì la politica di rinnovamento dell’amministrazione inaugurata dal padre, sostituendo per gradi i vecchi cortigiani ai vertici dell’apparato statale con coloro che l’avevano visto crescere e che aveva avuto modo di conoscere a fondo, apprezzandone le doti e la fedeltà, fino a quando tutti i posti strategici del regno furono affidati ai suoi compagni di infanzia o a soggetti legati ai personaggi che l’avevano cresciuto.

L’abitudine dei sovrani di circondarsi con i loro più saldi sostenitori aveva fatto sì che il potere centrale trovasse degli antagonisti da cui liberarsi in alcuni esponenti di famiglie potentissime, che si passavano di padre in figlio i titoli onorifici conquistati dai propri antenati appartenuti al kap del sovrano all’epoca regnante.

Ad esempio l’incarico di visir fu ricoperto prima da Ahmetiu detto Ahmose (TT 83), poi dal figlio User(amon) (TT 61 e 131) e quindi dal nipote Rekhmire (TT 100) che, come si è visto, Amenhotep II sostituì con Amenemope detto Pairi (TT29) proprio al fine di spezzare la pericolosa influenza di una stirpe legata alla precedente sovrana.

Tavoletta da scriba del Visir di Tebe Amenemope

Amenemope era il figlio del precettore reale Ahmose Humay e pur essendo più grande del principe lo frequentò assiduamente quando costui era affidato alle cure di suo padre; alla sua morte gli fu concesso l’onore di essere sepolto in una cripta della Valle dei Re (KV 48).

Il cugino di Amenemope, Sennefer (TT 96), aveva sposato la dama di corte Senetnay, che divenne la nutrice del futuro Amenhotep II, il quale volle seppellirla nella valle dei re, sebbene il marito disponesse di una sontuosissima tomba privata (la famosa tomba delle viti), nei cui dipinti parietali ella appare numerose volte accanto al marito.

Sennefer e la sua seconda moglie Meryt, dalla loro tomba

E fu sicuramente grazie all’intimo rapporto tra il principino e Senetnay che Sennefer si guadagnò la sua fiducia e quando costui venne incoronato re lo nominò governatore di Tebe, nonché intendente del ricchissimo dominio del dio Amon, lo stesso incarico che, poco più di una generazione prima, aveva ricoperto il famoso Senenmut l’uomo forte di Hatshepsut, che a sua volta si era circondata di fedelissimi per difendere la sua anomala posizione dinastica.

Cono funerario di Mery (“L’amato”): il nome del funzionario appare subito sopra la riga che divide il cerchio in due parti, a destra: abbiamo il segno MR che è quella specie di aratro e le due canne fiorite che corrispondono ad Y. La E viene aggiunta per convenzione.

E così Amenhotep II diede anche l’avvio alla parabola ascendente di Mery (TT 95), figlio di Nebpehtire, Primo Profeta di Min di Koptos e di Hunayt, prima nutrice del Signore delle Due Terre, che nominò sommo sacerdote di Amon a Karnak, Sovrintendente dei Sacerdoti dell’Alto e del Basso Egitto, Sovrintendente dei Campi di Amon, Sovrintendente di Amon, Sovrintendente dei Granai (di Amon), Sovrintendente del Tesoro; di Userhat (TT56) scriba reale, rappresentante dell’Araldo reale e Scriba del bestiame di Amon; di Paser (TT367), capo degli arcieri e comandante del seguito del re quando era ancora principe ereditario; di Pehsukher detto Tjenenu (TT88) luogotenente del re e capo degli arcieri, e di suo fratello Yamu, figli di Neit, Capo balia reale e Istitutrice del dio, e del già noto Amenemheb detto Mahu (TT 85).

Il pellegrinaggio ad Abydos di Userhat e di sua moglie. Non è detto che la coppia abbia veramente compiuto tale atto di devozione, ma era sufficiente inserirne l’immagine nei rilievi parietali della tomba per considerare assolto tale dovere religioso.

Particolarmente brillante fu la carriera del già citato Kenamon (TT 93), che fu nominato grande intendente della base logistica e militare di Perunefer (il porto di Menfi) e di Usersatet figlio del re di Kush, inviato come visir nella sua terra forse grazie all’influenza di sua madre, Nenunhermentes, che faceva parte dell’harem del re; al museo di Boston è oggi conservata una stele che costui fece scolpire in Nubia, nella quale annunciava che il re gli aveva scritto una lettera in cui ricordava le loro avventure di compagni d’armi nel Vicino Oriente.

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MAIHERPRI FIGLIO DEL KAP

IL FRUTTO DELLA RELAZIONE SEGRETA TRA HATSHEPSUT E SENENMUT?!?!? UNA TEORIA SUGGESTIVA MA IMPROBABILE

Di Luisa Bovitutti

Il viso di Maiherpri….. chissà che luminoso futuro lo attendeva…..

Nel 1899 Victor Loret scoprì nella Valle dei Re, accanto alla tomba di Amenhotep II, un pozzo che conduceva ad una camera sepolcrale dalle pareti grezze, in seguito nota con la sigla di KV36, che era stata profanata già nell’antichità e spogliata di buona parte degli oggetti preziosi, della biancheria non funeraria e degli abiti del ricco corredo.

Tuttavia i ladri avevano lasciato oltre alla mummia ed ai sarcofagi, anche un magnifico papiro iscritto con i testi del Libro dei Morti e recante il ritratto, il nome ed i titoli del proprietario, resti di piante, pane, pezzi di carne, vasi di pietra e ceramica, una ciotola in terracotta blu con il disegno in nero di due pesci e di una gazzella con il suo piccolo, vasi per unguenti, quattro piccoli sigilli, due collari per cani uno dei quali con la scritta “La cagna della sua casa chiamata Ta niut”, due braccialetti, settantacinque frecce, due faretre, una scatola per il gioco del senet e le relative pedine, i vasi canopi e il loro scrigno, un letto di Osiride, orecchini, perline, parti di un collare, amuleti.

La ciotola in faience azzurra con disegni di pesci, di vegetazione e di una gazzella che allatta il suo piccolo

La mummia portava una maschera dorata con occhi di diaspro bianco ed era custodita all’interno di due sarcofagi antropomorfi ricoperti sia all’interno che all’esterno di bitume; essi erano a loro volta contenuti in un sarcofago a forma di parallelepipedo, in legno di cedro dipinto di nero con geroglifici in foglia d’oro, molto simile a quelli trovati nella tomba di Yuya e Tuya.

La maschera funeraria

Nel sepolcro c’era anche una terza bara antropoide inutilizzata, probabilmente perché non ci stava nel sarcofago più grande, come ci ha spiegato Andrea Petta a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/12/23/un-antico-errore/

Il corpo, che nell’antichità i predatori avevano profanato con un’ascia per impadronirsi degli amuleti e dei gioielli nascosti su di esso, fu sbendato il 22 marzo 1901 da Georges Daressy, che rinvenne sulla mummia e nel sarcofago la placca d’oro destinata a coprire l’incisione praticata per l’imbalsamazione, lo scarabeo del cuore e una dozzina di gioielli oltre a due lastre d’oro poste sotto le piante dei piedi, probabilmente la suola di un paio di sandali d’oro, segno inequivocabile delle origini reali del defunto.

Il sarcofago esterno a forma di parallelepipedo

L’uomo inumato in quella tomba era morto tra i venticinque ed i trent’anni, così come confermato da recenti studi sulla mummia (inizialmente Daressy aveva ipotizzato vent’anni) era di probabili ascendenze nubiane, desunte dal colore scuro della pelle, dalla parrucca a fittissimi ricci neri da lui indossata, dal suo corredo funerario, che comprendeva frecce, faretre, un bracciale da arciere ed una collana di cuoio, prodotti tipici del paese nubiano di Wawat e dal suo ritratto che figura sul papiro trovato nella sepoltura, che lo rappresenta con la pelle nera.

Particolare del Libro dei morti con l’immagine del defunto
Un braccialetto a sezione triangolare realizzato in ebano intarsiato in avorio

Il nome del giovane era Maiherpri, che significa “Il leone del campo di battaglia”, e portava il titolo di “Figlio del Kap”; inoltre era “Portatore del flabello alla destra del re”, o “Portatore di flabello del Signore delle Due Terre lodato del perfetto Dio”, titolo che ricorre su tutti gli oggetti del suo corredo funerario e che era conferito solo a chi aveva una particolare vicinanza con il sovrano, in particolare ai suoi figli.

Uno stretto legame con il Faraone emerge anche dal suo papiro funerario, nel quale viene definito come “uno che segue il re nelle sue marce verso il Paesi esteri del nord e del sud”, nonché “compagno del Re”, e dal fatto che gli fu concesso il grandissimo onore di essere sepolto nella Valle dei Re. Il suo titolo di Portatore dello stendardo reale mostra il ruolo effettivo che avrebbe svolto nel suo servizio militare.

I due collari per cani facenti parte del corredo funerario suggeriscono che forse egli era anche custode dei cani da caccia del faraone.

Il collare per il cane

Il sacrario dei canopi di Maiherpri è a forma di santuario su slitta con coperchio a cornicione, rivestito di bitume e decorato con fasce di testo dorate e divinità funerarie; è alto 59 cm. con una base di 52 cm x 52 cm..

I quattro vasi canopi di calcite sono stati trovati avvolti in teli di lino, con solo il volto esposto; recano iscrizioni intarsiate di pasta vitrea blu e hanno il coperchio a forma di testa umana probabilmente non originale perché non si adatta alla bocca del vaso.

Uno dei quattro vasi canopi

Sia Loret che Maspero datarono la mummia alla XVIII dinastia, e, dal momento che Daressy gli aveva attribuito una somiglianza con i thutmosidi, ritennero che Maiherpri potesse essere un principe reale nato dall’unione del Faraone con una concubina nubiana, vissuto tra il regno di Hatshepsut e al più tardi quello di Amenhotep III.

La mummia tuttavia era avvolta con teli di lino, uno dei quali recava su di un angolo un’iscrizione in parte ricamata in parte scritta ad inchiostro che rappresentava l’avvoltoio Nekhbet ed il cobra Uadjet sulle loro ceste che avevano alla loro sinistra il segno nefer, il segno ankh e la piuma di Maat ed alla loro destra il cartiglio di Maat ka ra (Hatshepsut).

Il pozzo che dà ingresso alla tomba sotterranea

Questo labilissimo indizio indusse la grande egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt ad ipotizzare qualche decennio orsono e con molta circospezione la teoria secondo la quale il giovane potesse essere figlio della sovrana e del suo grande architetto Senenmut, anch’egli probabilmente nubiano e di pelle scura come Maiherpri e da quanto si poteva arguire dai ritratti disponibili, con lo stesso naso sottile e le labbra leggermente pronunciate (anch’egli figlio del kap, probabilmente di Thutmose I, per la cui storia rinviamo ai bei post di Grazia Musso e Nico Pollone, a questo link https://laciviltaegizia.org/…/senenmut-il-grande…/.

La studiosa ipotizzava addirittura che Hatshepsut avesse conosciuto Senenmut quando ancora era re suo padre Thutmose I, ed avesse intessuto con lui una relazione extraconiugale, dalla quale sarebbe nato Maiherpri quando già aveva sposato Thutmose II ed era diventata madre di Neferura.

Il piccolo avrebbe avuto circa quattro anni quando Thutmose II salì al trono, e pur essendo stato tenuto nell’anonimato perché frutto di un adulterio, avrebbe ricevuto un’educazione degna del suo rango, crescendo a contatto con la regina della quale sarebbe diventato il paggio preferito ed assumendo il titolo di portatore di flabello alla destra del re, di diritto riservato alla prole reale.

L’intrigante teoria peraltro non ebbe seguito in quanto sugli oggetti del corredo funerario egli non è mai definito come “Figlio del re”, per cui è da escludere che fosse un principe di sangue reale.

Catharine Roehrig, curatrice della sezione egizia del Metropolitan di New York, sulla base delle caratteristiche stilistiche degli oggetti del corredo della KV36 colloca la sepoltura in un periodo compreso tra la morte di Hatshepsut e la distruzione sistematica del suo nome e delle immagini, intervenuta vent’anni dopo la sua morte; in particolare la maschera funeraria è simile a quella di Hatnefer (madre di Senenmut); il sarcofago antropoide interno ha una forma “arcaica”, caratterizzata dalla lunga parrucca tipica dei primi tempi della Diciottesima dinastia; quello inutilizzato ha lo stesso viso ampio, gli occhi spalancati ed il naso leggermente appuntito di alcuni rappresentazioni di Hatshepsut.

Il ricercatore milanese Christian Orsenigo posticipa la datazione al periodo intercorrente tra il regno di Thutmose IV e quello di Amenhotep III, trovando analogie tra molti oggetti della KV36 ed altri rinvenuti nella tomba delle tre mogli straniere di Thutmose III a Wadi Gabanât el Qurûd – come i vasi canopi, i vasi per unguenti in calcite, i braccialetti in maiolica, una perlina di corniola e una perlina “occhio” di vetro policromo, nonché un bocciolo di ninfea intarsiato, oltre che somiglianze tra il sarcofago di Maiherpri e l’esterno di quelli di Kha e Merit e di Yuya e Tuya, e tra i canopi di Maiherpri e quelli dei suoceri reali di Amenhotep III.

Questa datazione è oggi la più accreditata: egli potrebbe essere stato un principe straniero mandato a studiare in Egitto, per prepararsi a governare un territorio vassallo. In effetti, pur essendo morto giovane, Maiherpri era già Portatore di ventaglio alla destra de re, titolo di solito usato dai viceré di Kush durante il Nuovo Regno.

A questo link ci sono altre magnifiche fotografie di Heidi Kontkanen :https://www.flickr.com/…/27276693376/in/photostream/

FONTI:

Harem Faraonico

IL GENERALE AMENEMHEB DETTO MAHU

Di Luisa Bovitutti

Uomo che caccia una iena, dalla tomba di Mahu

Un altro personaggio che crebbe nel kap di Thutmosis III e poi raggiunse i vertici dell’esercito fu l’egizio Amenemheb detto Mahu, titolare della tomba TT85.

La sua famiglia doveva essere già di alto lignaggio, ma con il tempo acquisì un potere notevole, in quanto il giovane seguì il sovrano nel corso delle sue numerose campagne militari in Asia e seppe farsi apprezzare al punto che fu insignito dei titoli di Luogotenente del comandante dei soldati, Rappresentante dell’esercito e Alfiere, che mantenne anche con Amenhotep II.

La sua posizione a corte venne ulteriormente rafforzata dalla moglie Baky, spesso ritratta nella sua tomba, che ebbe l’onore di servire nel kap di Amenhotep II come balia del futuro re entrando a far parte insieme al marito del manipolo di fedelissimi che lo sostennero nel momento della sua ascesa al trono, che non dovette essere così scontata, se si pensa che egli non era il primogenito del re e sua madre Merira Hatshepsut (omonima della grande regina) era solo una moglie secondaria.

L’erede designato era Amenemhat, figlio della Grande Sposa Reale Satiah, e Amenhotep era stato inviato a Menfi con l’incarico di sovraintendere all’importazione del legname per i cantieri navali di Peru-Nefer; il caso volle che sia il principe ereditario che sua madre premorissero a Thutmosis III, per cui al ragazzo si aprì la strada verso il trono ed alla famiglia della sua nutrice si schiusero scenari prima difficilmente ipotizzabili.

Thutmose III dinanzi ai due meravigliosi obelischi fatti edificare nel tempio di Karnak – dagli annali del Faraone

Amenemhab divenne uno dei generali preferiti da Thutmose III e nella sua tomba fece scolpire la sua autobiografia, che è una fonte importantissima per ricostruire le imprese del suo re in quanto egli vi partecipò in prima persona e le documentò per glorificare il sovrano, della cui grandezza egli fu partecipe, uccidendo e catturando molti nemici, guadagnandosi decorazioni al valore e ricchi bottini. Ecco una piccola parte del testo nella traduzione pubblicata dal prof. Alberto Elli; esso nella sua interezza verrà affrontato in una serie di post di prossima pubblicazione dedicati anche alla tomba del generale.

“Io ero il fedelissimo del sovrano, il saggio per il cuore del re dell’Alto Egitto, l’eccellente di cuore per il re del Basso Egitto. Seguii il mio signore in questa spedizione nelle terre del Nord e del Sud. Egli desiderò che fossi il compagno dei suoi piedi, mentre ero sul campo di battaglia delle sue vittorie, mentre il suo valore fortificava i cuori.

Combattei mano a mano nel paese di Negeb (…), a Naharina (…), nel paese dell’altura di Uan a occidente di Aleppo (…) nel paese di Karkemisc. (…). Io vidi le vittorie regali del re Menkheperra, possa egli vivere!, nel paese di Sengiar (sull’Oronte) (…) Quando prese la città di Kadesh, non ero assente dal luogo dov’era. (…). Ancora io vidi la sua vittoria nel paese di Tikhesi il vile, nella città di Meriu (…). Ancora io [vidi] un’altra azione eccellente che compì il signore della Due Terre in Ny.

L’elenco delle città conquistate da Thutmosis III nel corso delle sue campagne asiatiche, alle quali partecipò anche Mahu. Dagli annali del Faraone nel tempio di Karnak.

La parabola ascendente di Mahu non si interruppe quando salì al trono Amenofi II, il quale annientò i suoi oppositori ed ottenne la fedeltà (ed i tributi) degli stati vassalli; alla festa di Opet, secondo tradizione, Mahu ebbe l’onore di essere condotto nel palazzo reale di fronte al faraone, che lo riconobbe come uno dei più fedeli e capaci collaboratori del padre e lo nominò capo di tutte le forze reali.

Harem Faraonico

BENIA DETTO PAHEKAMEN (O PAHEQAMEN)

Di Luisa Bovitutti

La piantina della tomba: a destra il cortile dal quale un breve corridoio conduce nel vestibolo o sala trasversale e poi nella camera funeraria o sala longitudinale, sul cui fondo ci sono tre nicchie che ospitano tre statue.

Benia, che in Egitto aveva assunto il nome di corte di Paheqamen come si è già detto era uno straniero, probabilmente catturato ancora ragazzino durante le campagne militari del Faraone in Canaan e portato in Egitto.

Sulla parete posteriore sinistra del vestibolo si trova una scena che raffigura il banchetto funebre di Benia, allietato dai musicisti che sono applauditi da tre uomini. I genitori del defunto siedono davanti ad un tavolo di offerte: la madre, Tirukak, abbraccia il marito, Irtonena, e sotto il suo sedile c’è uno specchio.

Egli era certamente asiatico (si ritiene che il suo nome significhi Figlio di Jahweh); sua madre si chiamava Tirukak ed era una mitanni, mentre suo padre, probabilmente hurrita, forse si chiamava Irtonena o El-tau-na-na.

Egli crebbe nel kap di Thutmosis II o Thutmosis III, integrandosi a tal punto nella nuova patria che fece costruire la sua tomba (TT343) ai piedi delle colline sud-orientali di Sheikh Abd el Qurna secondo i canoni estetici egizi e fece scolpire il suo titolo di “giovane del kap” nel passaggio esterno e in molti altri punti della costruzione.

All’interno del vestibolo, sulla parete frontale destra, una scena ritrae Benia che svolge i suoi compiti, tra cui pesare e conservare oro, argento, avorio, ebano e turchesi, mentre due scribi registrano i beni e i quantitativi. oggetti vengono pesati su una bilancia con un contrappeso a forma di vitello. Benia è raffigurato mentre esamina le annotazioni su tre libri mastri.

La deportazione di Benia nelle Due Terre fu probabilmente la sua fortuna, in quanto ricevette un’elevata istruzione ed in seguito Thutmose III lo gratificò con i titoli di “supervisore dei lavori di costruzione”, di “sovrintendente degli artigiani del Signore delle Due Terre” (tanto che si prese cura di tutti gli edifici del re a Tebe ed a Karnak), di “amministratore delle donazioni ufficiali”e di “supervisore dei custodi del sigillo”, con il compito di rendicontare mensilmente al visir in merito alle entrate ed alle uscite statali.

Sulla parete posteriore destra del vestibolo continua la scena del banchetto funebre di Benia, seduto davanti a un tavolo di offerte, con un uomo sconosciuto che fa un’offerta

All’interno del vestibolo, sulla parete frontale sinistra, incontriamo il defunto davanti al quale vengono poste delle offerte

Egli venne inumato in una tomba piuttosto semplice, che si affaccia su di un piazzale non decorato, tagliato nella roccia e le cui pareti esterne sono oggi protette da muri di pietra calcarea per evitare il crollo di pietrame o di rifiuti dalle circostanti case di Gurnah; essa è caratterizzata dalla classica forma a T e da una camera funeraria che a differenza di altre sepolture private, era aperta.

I coni funerari di Benia

La tomba si trova in una necropoli della XVIII e XIX dinastia, ma è di difficile datazione in quanto non reca iscrizioni relative al nome del sovrano regnante nel momento in cui fu costruita; la comunità scientifica tuttavia l’attribuisce alla seconda metà del regno di Thutmosis III sulla base dello stile delle acconciature e degli abiti dei personaggi raffigurati e delle decorazioni interne.

Sulla parete corta posteriore della camera funeraria si trova una nicchia con statue sedute del defunto, della madre e del padre.

Particolare dei suonatori al banchetto funebre di Benia: un suonatore di liuto ed un arpista

L’interno del complesso, in ottime condizioni perché fortunatamente la tomba non venne mai utilizzata come abitazione nel corso dei millenni, è stato ripulito e protetto da una porta di ferro; le parti architettoniche scomparse sono state sostituite e rinforzate in cemento, e così pure le aree delle decorazioni scomparse; il danneggiamento dei volti che si riscontra su alcuni rilievi risale all’antichità, così come la cancellazione del nome di Amon e di tutti i richiami al tempio di Karnak dedicato al dio, chiaramente riferibili all’iconoclastia amarniana; molte gocce di vernice sono state trovate sulle pareti ed è probabile che siano da riferire a maldestri restauratori.

A destra, accanto all’ingresso, si trova una raffigurazione di Benia con bracieri in entrambe le mani, dove le anatre stanno per essere bruciate per il grande dio. Davanti a lui si ammucchiano offerte su stuoie: pane, carni varie, verdure, frutta in ceste, vasi in alabastro e terracotta per unguenti, separati da fiori di loto blu.

Nel piazzale, gli scavi hanno portato alla luce un tavolo per le offerte a forma del geroglifico hotep, tipico del Nuovo Regno. Accanto ad uno stipite crollato a terra vennero rinvenuti due coni funerari appartenenti a Benia.

Il primo, n°441, recita “Sovrintendente ai lavori, figlio del kap, Paheqamen, chiamato Benia, fedele alla voce di Osiride”; il secondo, n°544, recita: “Figlio del kap, Paheqamen, chiamato Benia”.

Sulla parete corta meridionale si trovano due occhi udjat, una stele con un testo di invocazione, fiancheggiata da varie figure di Benia inginocchiato nell’atto di offrire. Davanti a questa scena, nel pavimento del vestibolo, si trova un pozzo rituale.

Tra i detriti della camera sepolcrale sono stati rinvenuti i resti di cinque mummie, probabilmente appartenenti a Benia ed ai suoi familiari, mentre i resti di altre sedici si trovavano altrove nella tomba, e probabilmente appartenevano a sepolture intrusive così come i resti di corredi funerari di epoca successiva.

All’interno del piazzale si aprono due pozzi che portano a corridoi sotterranei a loro volta collegati con il sistema di corridoi del pozzo nell’ambiente trasversale; un brevissimo corridoio con ancora tracce di decorazioni e due gradini sbozzati danno accesso al vestibolo (detto anche “sala trasversale”) e poi alla cappella funeraria (“sala longitudinale”), nella cui parete ovest si trova una nicchia con tre statue assise.

Sulla parete posteriore destra del vestibolo troviamo Benia, in qualità di “Sorvegliante delle opere”, seduto e con un bastone in mano che ispeziona i portatori, suddivisi in tre registri, che portano offerte consistenti in bestiame, uccelli, pesci, fiori di loto e cibo.

Non ho trovato le immagini della camera funeraria, relative al corteo funebre verso la dea dell’Occidente, alla dea medesima, al trascinamento del sarcofago verso il regno dei morti su di una slitta trainata da quattro uomini e simboleggiata da un edificio bianco con una porta marrone. Due donne si prendono cura della mummia e rappresentano Iside e Nephtys, che piansero il loro fratello Osiride; i portatori di offerte accompagnano la processione. E’ raffigurato anche il pellegrinaggio da e per Abydos grazie al quale il proprietario della tomba diventerà Osiride stesso.

Immagine posta sulla parete corta settentrionale della sala longitudinale che rappresenta una falsa porta e Benia che fa offerte

FONTI

Harem Faraonico

I PIU’ EMINENTI FIGLI DEL KAP

Di Luisa Bovitutti

Regni di Thutmosis I, Thutmosis II, Hatshepsut e Thutmosis III

Oggi si conoscono sessantuno Figli del kap della XVIII dinastia, legati soprattutto ai sovrani guerrieri che condussero le campagne con cui l’Egitto estese i suoi confini e consolidò il suo dominio in Asia e Nubia. Le informazioni su di loro provengono dalle iscrizioni sulle tombe nelle necropoli di Menfi, Tebe e Nubia (soprattutto Tebe), ove sono raffigurate scene di stranieri che portano tributi al Faraone e che, forse, dovranno essi stessi rimanere in terra d’Egitto.

Rilievo dalla tomba di Menkheperraseneb, capo di Tunip (TT86): il governante vassallo si presenta a Thutmosis III con un bimbo in braccio e lo offre al Faraone insieme agli altri doni portati dal suo seguito.

Una scena nella tomba di Amenemhab (TT85) mostra delegazioni siro palestinesi che presentano al sovrano prodotti diversi ma anche alcuni bambini; analogamente nella tomba di Menkheperraseneb, capo di Tunip (TT86), vi è un rilievo che lo mostra mentre si presenta a Thutmosis III con un bimbo in braccio, probabilmente suo figlio, e lo offre al Faraone insieme agli altri doni.

Il testo di lettere inviate al sovrano da capi vassalli è chiarissimo nell’indicare che oltre a beni materiali venivano inviati come tributi anche dei prigionieri, i più nobili dei quali potevano essere inseriti nel kap, mentre quelli di modesta estrazione andavano ad infoltire i ranghi dell’esercito.

Traccia di questi giovani d’élite si trovano su alcuni coni funerari, sulle loro statue di culto e su reperti trovati nei paesi lontani ove prestarono servizio; di molti di essi non si sa nulla se non che in vita portarono quel prestigioso titolo, e quindi che certamente godettero dei vantaggi derivanti dalla vicinanza al futuro sovrano e di un’istruzione di livello eccezionale.

(TT86): uno dei componenti del seguito del capo di Tunip con doni per il Faraone

Cosa implicasse ulteriormente l’appartenenza a quel gruppo élitario, infatti, non è segnalato nelle fonti oggi disponibili, in quanto risultano rarissimi riferimenti ai pregressi rapporti tra i “cadetti” ed il Faraone, del quale potevano essere stati compagni di scuola o addirittura precettori dopo aver fatto parte del kap del suo predecessore ed essersi distinti al suo servizio.

Certamente esso era un circolo molto esclusivo proprio perché si voleva che la nobiltà ambisse ad inserirvi i propri figli che avrebbero poi messo a frutto le competenze acquisite rivestendo ruoli di prestigio nell’amministrazione statale.

Fino alla riforma amarniana, inoltre, molti figli dei capi vassalli furono istruiti nel kap per gratificare e fidelizzare l’élite delle zone più periferiche dell’Egitto, così garantendo stabilità di governo.

Dagli annali di Thutmosis III nel tempio di Amon a Karnak si legge, con riferimento al suo trentesimo anno di regno, che i figli ed i fratelli dei capi sconfitti furono deportati in Egitto ed inseriti nelle truppe del Faraone o addestrati per far parte dell’apparato burocratico locale; i più piccoli, invece, vennero educati nel kap e una volta cresciuti, furono inviati a ricoprire funzioni importanti nei propri regni e addirittura, se erano principi ereditari e si mantenevano fedeli al Faraone, venivano posti sul trono alla morte del padre perché promuovessero l’integrazione della propria gente nella cultura egizia e perché contribuissero a farla sentire fiera di appartenere ad un’unica e gloriosa entità politica.

Tomba di Paheri, tutore del principe Wadimes (o Uadimose), che lo tiene sulle ginocchia

L’infanzia e l’adolescenza condivise nel kap dal re e dai suoi compagni stabilivano anche con le famiglie di origine legami di affetto e di complicità sinceri e fondati sulla stima reciproca e certamente diversi da quelli formali e interessati che avrebbero intessuto da adulti nell’esercizio delle rispettive funzioni.

In base alle prove disponibili i primi figli del kap a fare carriera furono un gruppo di giovani istruiti durante i regni di Thutmosis I e di Thutmosis II, che assunsero da adulti incarichi importanti nell’amministrazione statale e nell’esercito, ed in minore misura nel clero. In precedenza si era distinto il nubiano Seninmose, giovane del kap di Thutmosis I, che lo scelse come precettore di uno dei suoi figli, il principe Wadjmose, così come si apprende da una stele rinvenuta nella cappella di quest’ultimo; egli non era affatto un prigioniero, e poteva liberamente disporre dei suoi beni e trasferirli a chi volesse.

Alla morte di Hatshepsut si assistette infatti ad una drastica opera di rinnovamento della burocrazia posta in essere da Thutmosis III: acquisito il pieno potere sull’Egitto, per rinforzare la sua posizione egli decise di riprendere il controllo della classe dirigente, collocando nei ruoli fondamentali dell’amministrazione (fino ad allora destinati ai sostenitori della regina – faraone) funzionari a sé fedeli, molti dei quali suoi compagni di kap, così garantendosi l’appoggio e la lealtà di consiglieri preparati e delle più potenti famiglie del regno, che avrebbero favorito al momento opportuno la successione di Amenhotep II supportandolo fino a che non avesse avuto l’età per regnare da solo e anche oltre.

Prigionieri asiatici, dalla tomba di Horemheb a Sakkara, ora a Leida

Si tratta più specificamente di due omonimi, Ahmose I (Scriba degli Scritti Divini e Capo dei Misteri nella Casa del Mattino, così come evidenziato nella sua tomba -TT121-) ed Ahmose II (Primo Lettore Sacerdote di Amon, Padre del Dio), di Montuywy, di Neferperet, di Mentujenu, di Nebenkemet, di Kamose detto Nentauaref, noto solo per i suoi coni funerari, che fu Sorvegliante dei sacerdoti wab del re nel dominio di Amon e dei più famosi Benia detto Paheqamen, Amenemheb detto Mahu che fu Luogotenente del comandante dei soldati, Rappresentante dell’esercito e Alfiere; occorre ricordare anche Senenmut, che fu l’uomo di punta di Hatshepsut e Maiherpera (inizialmente ritenuto contemporaneo di Thutmosis III ed oggi collocato sotto il regno di Thutmosis IV).

Essi erano tutti egizi, salvo Maiherpera e Senenmut che provenivano dalla Nubia e Benia che aveva origini asiatiche.

Di questi eminenti personaggi parleremo nei prossimi post.

Aprite le fotografie cliccandoci sopra e troverete le didascalie.

FONTI: (oltre quelle già citate)

Harem Faraonico

COME VENIVANO ISTRUITI I FIGLI DEL KAP?

Di Luisa Bovitutti

Musiciste partecipano a un banchetto. Affresco rinvenuto nella TT38, tomba di Djeserkaraseneb, un nobile del Nuovo regno vissuto sotto Thutmosis IV ed Amenhotep III).
Foto: Lebrecht / Cordon Press

Nel kap prestavano servizio moltissimi servi addetti alla gestione della struttura, nonchè gli “istruttori del re” (spesso generali esperti di arte militare a fine carriera) che si occupavano di addestrare i ragazzi, i “tutori” scelti tra i saggi più quotati del paese che li istruivano e le “nutrici del re” che erano dame della nobiltà che li accudivano quando erano piccoli ed insegnavano loro il bon ton adeguato al rango ed all’ambiente nel quale sarebbero vissuti da grandi grazie al ruolo di prestigio che avrebbero occupato.

Tomba di Nebamon, ora al British Museum: suonatrici e ballerine nel corso di un banchetto.

Il programma scolastico comprendeva l’egizio parlato e scritto e la letteratura; i giovani studiavano su di un sussidiario preparato dal maestro, che riportava modelli di lettere, inni religiosi e civili, insegnamenti morali e storie educative, che gli allievi dovevano copiare e leggere, imparando nel contempo i principi fondamentali della civiltà egizia.

Tavoletta da scrittura risalente all’XI dinastia; fu rinvenuta a Meidum ed ora si trova al Cairo. essa è chiaramente stata usata da un apprendista scriba per i suoi esercizi scolastici; il tratto incerto del geroglifico è evidente. Esse potevano essere usate più volte, cancellando la scritta precedente con una mano di bianco.
La tavoletta più antica reca gli esercizi di un apprendista scriba: l’incertezza nel tracciare i segni geroglifici è evidente.
Quella più recente conserva ancora sulla sinistra le tracce di precedenti scritti. Il testo è un modello di lettera che lo studente ha dovuto copiare e sicuramente imparare a memoria; i suoi numerosi errori di ortografia sono stati corretti con inchiostro rosso dall’insegnante.

I precettori erano molto severi ed infliggevano anche punizioni fisiche: un uomo dell’epoca ramesside, sebbene molto riconoscente nei confronti del suo maestro, ricorda:

Quando io divenni un adolescente ero al tuo fianco. Tu battevi sul mio dorso e il tuo insegnamento penetrava nel mio orecchio, poiché io ero come una pariglia di cavalli scalpitanti”.

Musicanti di Amon, Tomba di Nakht, XVIII dinastia, Tebe

Nel papiro di Ani, risalente alla XVIII dinastia ed oggi custodito al British Museum di Londra si legge inoltre un’ironica riflessione di un maestro:

avviene che l’orecchio del giovinetto è sulla schiena ed egli ascolta poiché lo si batte”.

Crescendo, i giovani imparavano anche le lingue e le culture straniere, in particolare l’accadico, che era l’idioma della diplomazia dell’epoca, la geografia, la cartografia, le mappe catastali, la matematica e la geometria per acquisire la cultura di base indispensabile per chi volesse in seguito inserirsi nell’amministrazione statale raggiungendo posizioni prestigiose.

Amenhotep II viene allattato dalla balia reale Baki, alla presenza del marito, il militare Amenemheb – dipinto nella tomba di quest’ultimo (TT85).

Tutti erano sottoposti a rigidi allenamenti fisici e dovevano impratichirsi nell’arte militare, nel tiro con l’arco ed anche nell’uso del carro, dopo che gli Hyksos introdussero il cavallo in Egitto.

Nella tomba di Min (TT109), che fu precettore di Amenhotep II e sindaco di Tinis, vi è una scena in cui il nobile insegna al suo allievo a tirare con l’arco, e nel tempio di Karnak vi è un’altra rappresentazione nella quale è addirittura Seth che addestra Thutmosis III in quella specialità.

Seth insegna a Thutmosis III a tirare con l’arco – tempio di Karnak

Le principesse imparavano talvolta a leggere e a scrivere e venivano educate al canto ed alla danza, a suonare molti strumenti musicali tra i quali il flauto, il liuto, l’arpa e la lira, ed altresì a tessere, perché fossero in grado di intrattenere il Faraone o il loro futuro consorte e di sorvegliare il lavoro nelle manifatture che avevano sede negli harem.

Fino a che erano bambini, i “cadetti” del kap partecipavano alla vita di corte come paggi ed assumevano in seguito i titoli di “figlio o figlia adottiva del re” (nell’Antico Regno), di “figlio del kap” (nel Medio Regno), di “fratello o sorella adottiva del Signore delle Due Terre” (nel Nuovo Regno), a prescindere dal ruolo che acquisivano nella scala sociale; il figlio della balia del futuro Faraone diventava suo “fratello di latte”.

Dettaglio della tomba di Kenamun, fratello di latte di Amenhotep II, che mostra il sovrano sulle ginocchia di Amenemope, madre di Kenamun, che fu una delle sue nutrici. Dall’opera di Norman de Garis Davies, The Tomb of Ken-Amun at Thebes, New York – 1930, tav. 9.

Le testimonianze in merito all’educazione dei principi della XVIII dinastia sono scarse: il testo iscritto sulle pareti del tempio di Karnak che racconta come l’oracolo di Amon (orchestrato da Thutmosis II con la compiacenza del clero locale) indicò il futuro Thutmosis III in qualità di destinato al trono riferisce che egli fu ivi istruito e quindi che apprese a leggere ed a scrivere e ad officiare i riti religiosi, ma è probabile che il suo addestramento militare e la sua formazione in campo civile ed amministrativo si siano svolte nel kap di Menfi.

Min, precettore di Amenhotep II, gli insegna a tirare con l’arco – Tomba tebana di Min – TT109

Oggi si conoscono circa sessanta Figli del kap vissuti durante la XVIII dinastia, quasi tutti in epoca successiva a Thutmosis II, che prestarono servizio a vari livelli nella burocrazia statale, nell’esercito o come sacerdoti nel corso della seconda metà della XVIII dinastia, che vide i sovrani condurre campagne vittoriose in Asia e Nubia.

Nei prossimi post parleremo di alcuni tra i più famosi tra loro.

Giovani si esercitano nella lotta – Tempio di Medinet Habu – Regno di Ramses III

FONTI:

Harem Faraonico

IL KAP – NOZIONE, FUNZIONI ED EVOLUZIONE STORICA

Di Luisa Bovitutti

Il piccolo Tutankhamon con la sua nutrice Maia, che alcuni individuano nella sua sorella maggiore Meritamon – rilievo dalla tomba di Maia – Sakkara

Nell’harem o comunque nei quartieri privati reali esisteva una particolare istituzione, chiamata in origine “pr mna(t)”ossia “casa dell’educazione”, in seguito “kap”, che secondo l’ipotesi formulata dall’egittologo francese Bernard Mathieu e generalmente accettata dai suoi colleghi era una scuola palatina dove venivano cresciuti, educati ed istruiti tutti insieme i numerosi figli del re e dei nobili, oltre a giovani di umili origini scelti dal Faraone perché fossero preparati per fare carriera nell’esercito o nell’amministrazione statale.

Il re Thutmosis III con i nemici sconfitti all’esito della battaglia di Megiddo – rilievo del VII pilone del tempio di Amon a Karnak – .


Il principe di Kadesh aveva creato una coalizione di piccoli stati del vicino Oriente, chiamato genericamente “Retenu” dagli Egizi; gli alleati si riunirono a Megiddo e costituirono un esercito con l’intenzione di emanciparsi dal Faraone e cessare il versamento dei tributi.
Thutmosis organizzò un’armata di circa ventimila soldati, attraversò il deserto facendo base a Gaza e si diresse verso Megiddo, scegliendo una strada secondaria che si incuneava in una gola stretta e attraversava le montagne anzichè preferire una strada lunga ma più agevole.
Il nemico fu sorpreso alle spalle, colto impreparato e costretto a fuggire, rifugiandosi entro le mura di Megiddo. Dopo sette mesi di assedio la città cadde, molti dei principi furono catturati e presi in ostaggio per garantirsi l’obbedienza dei sovrani ribelli.

Secondo alcuni autori (gli studiosi francesi Alain Pierre Zivie ed Agnès Cabrol) essi venivano addestrati anche perché componessero un’unità militare o paramilitare specializzata che scendeva in campo solo in particolari occasioni.

La vita comunitaria in accademia, la stessa formazione ed i medesimi principi morali loro inculcati nell’infanzia e nell’adolescenza facevano sì che tra i componenti del kap, tra i quali c’erano il futuro Faraone e molti destinati a far parte della classe dirigente delle Due Terre, si istaurassero solidi vincoli di amicizia e di rispetto, così come con i figli dei capi nubiani e con i principi stranieri, che spesso venivano ivi inviati per avere la migliore educazione, per integrarsi con l’èlite locale e per rafforzare le alleanze che il loro paese aveva stretto con l’Egitto.

Rilievo di uno dei carri di Tutankhamon (custodito al Cairo) che rappresenta i nemici dell’Egitto: ognuno di loro ha caratteristiche somatiche ben delineate e l’abbigliamento tipico della sua etnia.

La stele di Gebel Barkal, ora a Boston, documenta inoltre l’abitudine di Thutmosis III di portare con sé in Egitto i figli dei capi sconfitti, come ostaggi che sarebbero stati educati nel kap: nel testo è lo stesso sovrano che racconta le sue imprese belliche:

La Mia Maestà viaggiò fino alle estremità dell’Asia (…) ed i nemici l’affrontarono e fuggirono subito, cadendo a mucchi.

Entrarono a Megiddo e la mia Maestà li assediò per sette mesi, finché non ne uscirono implorando (…): “Dacci il tuo respiro, nostro signore! Gli stranieri di Retjenu non si ribelleranno più”.

Allora lo sconfitto ed i principi che erano con lui mandarono alla Mia Maestà tutti i loro figli, con molti tributi d’oro e d’argento, tutti i loro cavalli (…), i loro grandi carri d’oro e d’argento e quelli non decorati, tutti i loro mantelli e i loro archi, le loro frecce e tutte le loro armi (…) che avevano portato con sé per combattere e cospirare contro la Mia Maestà”.

Tomba di Amenhotep detto Hui – TT40 – Cominciò la sua carriera con Amenhotep III e la concluse sotto Tutankhamon, che lo creò vicerè della Nubia. Nei rilievi parietali della sua tomba è raffigurato un viaggio che fece per nave fino a quel paese lontano, dal quale portò i tributi che i capi locali mandavano al Faraone. Tra di essi gli schiavi o prigionieri rappresentati nell’immagine. Particolare è l’immagine della donna, che tiene per mano due bambini e ne tiene una terza in una sacca sulle spalle. Questa bambina ha dei curiosi codini sulla testa.

Alcune stele rinvenute a Karnak ed a Menfi inoltre ricordano che all’esito delle sue campagne asiatiche anche Amenhotep II (a sua volta figlio del kap) condusse con sé in patria i rampolli dei governanti locali sconfitti (nel suo settimo anno di regno il numero incredibile di 232 principi e 323 principesse).

Questi principi stranieri si sarebbero integrati nel tessuto sociale ospitante ricevendo un trattamento degno del loro rango ed in futuro, qualora fossero tornati nel loro paese con ruoli di potere, avrebbero mantenuto un legame indissolubile con la terra che li aveva visti crescere; la presenza ai vertici dell’amministrazione egizia di funzionari di origine straniera ed il loro titolo di “Figli del kap” emergente dagli annali dei predetti sovrani conferma il successo di quell’iniziativa e la piena “egittizzazione” dei giovani ostaggi.

Dalla tomba di Horemheb a Sakkara, ora custodito a Leida, questo rilievo raffigura la conta dei prigionieri nubiani, il cui numero viene annotato da uno scriba

Il rapporto privilegiato che univa il Faraone a questi compagni ed alle figure carismatiche dei suoi maestri emerge da un’iscrizione dalla tomba del generale Amenemhab detto Mahu (TT85), “tenente comandante dei soldati” di Thutmosis III, e che, ormai veterano, venne incaricato di addestrare i giovani del kap nel quale crebbe e fu istruito Amenhotep II e nel quale Baki, moglie di Mahu, già prestava servizio come sovrintendente delle nutrici reali: l’iscrizione riporta le parole con le quali quest’ultimo esalta i pregi dell’anziano generale, braccio destro di Tuthmosis III: “Ho conosciuto la sua tempra quando io ero nel nido e tu (Amenemhab) eri al seguito di (mio) padre”.

Dalla tomba di Horemheb a Sakkara, ora a Leida. Alcuni egizi portano con sé alcuni prigionieri asiatici; la donna reca sulle spalle un bambino.

Diodoro Siculo nel I secolo a. C. visitò l’Egitto e nel 53 capitolo della sua opera dal titolo Bibliotheca historica ci ha trasmesso un breve testo che narra di come il padre del Faraone Sesostri (XII dinastia – non si sa con esattezza di quale Sesostri si trattasse) avesse organizzato l’educazione del figlio destinato a succedergli: 

“Riunendo da tutto l’Egitto i bambini maschi nati nello stesso giorno (di Sesostri, in quanto, evidentemente, ritenuti predestinati) e assegnando loro nutrici e tutori, egli prescrisse a tutti loro la stessa formazione e la stessa educazione, sulla base del fatto che quelli che erano stati allevati in stretta compagnia e avevano goduto dello stesso rapporto franco (con il principe ereditario) sarebbero stati più leali e più coraggiosi quando si fossero trovati a combattere in battaglia. Provvide ampiamente ad ogni loro necessità e poi addestrò i giovani con esercizi incessanti e difficoltà; infatti a nessuno di loro era permesso mangiare qualcosa se prima non avessero corso per 180 stadi…. “

Portatori di tributi levantini nella tomba di Sobekhotep, Tebe, XVIII dinastia

Le prime menzioni esplicite del kap risalgono appunto alla XII dinastia e la sua esistenza è documentata anche nel corso della XIII; successivamente scomparve per poi tornare in auge nel corso della XVII; solo con l’ascesa al trono di Akhenaton perse la sua importanza in quanto egli volle rinnovare i ruoli della burocrazia per riaccentrare il potere nelle sue mani.

I giovani del kap che servendo sotto i suoi predecessori avevano dimostrato sul campo le proprie capacità e che con la loro esperienza avevano garantito una tranquilla transizione da un sovrano all’altro, o coloro che ricoprivano un incarico ereditato da un antenato cresciuto nel kap erano stati sostituiti da personaggi di nuova nomina, scelti direttamente dal sovrano.

Dalla tomba di Anen, fratello della regina Tyie e cognato di Amenhotep III (TT120) – I nemici dell’Egitto fatti prigionieri. Per ulteriori informazioni sulla tomba e sul rilievo, si veda sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/03/12/la-tomba-di-anen/

E’ comunque un dato di fatto che dopo il periodo amarniano l’accademia palatina perse la sua funzione, poiché ci è pervenuto il nome di un solo giovane del kap vissuto sotto Akhenaton e Tutankhamon (tale Hekanefer), e con Ay ed Horemheb non se ne trova più menzione.

Tomba di Horemheb – Sakkara – ora a Leida – prigionieri di varie etnie

FONTI:

Harem Faraonico

LE COSPIRAZIONI – RAMSES III

Di Luisa Bovitutti

Un regno di prosperità e gloria?

Ramses III è considerato dagli studiosi l’ultimo grande sovrano del Nuovo Regno; egli lasciò ampia traccia di sé attuando un importante programma architettonico ed istituzionale in tutto il paese, cercando di imitare le gesta e la politica del suo modello Ramses II, del quale assunse anche i nomi.

Ramses III trionfa sui nemici

Egli dovette difendere il paese dai Libici che premevano sul Delta Occidentale e dai Popoli del Mare, che provenivano forse dall’Europa Centro-Orientale, che avevano razziato per anni le coste orientali del Mediterraneo e che dopo aver invaso l’impero hittita si erano insediati nel Delta, con l’evidente intento di conquistare tutto il paese risalendo il Nilo.

La battaglia navale contro i popoli del mare; il rilievo si trova sulle pareti del tempio di Medinet Habu, ed è stato qui riprodotto e colorato per una maggiore comprensione

Con l’aiuto di truppe mercenarie il Faraone li affrontò, li sconfisse, riuscì a respingerli ed ispirandosi al suo idolo Ramses II, continuò a glorificare la sua persona e le sue imprese, cercando di fornire un’immagine idilliaca del suo regno e di accreditarsi come colui che con l’appoggio di Amon aveva regalato stabilità e sicurezza al paese.

“Io ho sostenuto in vita tutto il paese, sia gli stranieri, sia la gente comune, sia i cittadini, sia il popolo, sia i maschi che le femmine. Ho tratto un uomo dalla sua sventura e gli ho dato fiato; Io l’ho salvato dall’oppressore, che era più importante di lui. Ho sistemato ogni uomo nella sua sicurezza, nelle sue città; ho sostenuto in vita altri nella sala delle petizioni. Ho restaurato il paese nel luogo in cui era stato distrutto. La terra fu ben soddisfatta durante il mio regno. Feci del bene sia agli dèi che agli uomini, e non ebbi nulla che appartenesse a nessun popolo…” (dal Grande papiro Harris, traduzione di J. H. Breasted).

Disegno del rilievo della battaglia navale

I rilievi e le iscrizioni sulle pareti del suo tempio funerario di Medinet Habu sono ampiamente autocelebrativi e costituiscono il più significativo esempio di propaganda faraonica:

Parole dette da Amon-Ra, re degli dei, a suo figlio, il Signore delle Due Terre User-Maat-Ra Mery-Amon: “Benvenuto in pace! Tu hai predato le nazioni straniere, hai calpestato i loro villaggi, hai riportato i tuoi nemici come prigionieri di guerra, in quanto io ho decretato per te valore e vittoria!”(iscrizione sulle pareti del tempio di Medinet Habu, traduzione di Alberto Elli).

Ramses III viene rappresentato nella posa tradizionale del guerriero vincitore, mentre tiene fieramente numerosi nemici per i capelli e si appresta a colpirli con la sua mazza, ed è il protagonista indiscusso delle incredibili scene delle sue battaglie vittoriose, tra le quali ci sono anche quelle contro gli Hittiti ed i Nubiani che non hanno alcun riscontro storico.

L’egittologo Nicolas Grimal, nel suo libro dedicato alla Storia dell’antico Egitto, spiega che le scene rappresentano simbolicamente il Faraone che eternamente sconfigge i nemici dell’Egitto, e quindi non solo quelli che ha effettivamente combattuto, ma anche quelli che affrontarono tutti i grandi Faraoni del passato ed in particolare il suo grande predecessore Ramses II, le cui battaglie contro gli Hittiti (Kadesh) ed i Siriani sono raffigurate nel vicino Ramesseum.

I nemici del Faraone appaiono soverchiati dall’impeto del re che li travolge con il suo carro riducendoli ad un groviglio di corpi, che li bersaglia con il suo arco facendone strage e che respinge le loro navi sterminandone gli equipaggi; la vittoria è schiacciante ed i suoi uomini gli portano innumerevoli prigionieri e gli mostrano mucchi di mani e di falli tagliati ai nemici sconfitti, che egli a sua volta presenta unitamente al bottino di guerra agli dei che hanno propiziato il suo successo.

Le mani tagliate dei nemici vengono presentate a Ramses III, e uno scriba ne tiene il conto

Un’altra interessantissima testimonianza del regno di Ramses III è il papiro Harris n. 1, noto anche come “Grande papiro Harris” (è lungo ben 42 metri), oggi custodito al British Museum di Londra; esso è scritto in ieratico e venne sicuramente commissionato da Ramses IV, secondo alcuni per essere letto alle esequie del padre Ramses III; reca la data del 6° giorno del terzo mese di shemu dell’anno 32 del regno di quest’ultimo, che probabilmente coincide con l’effettiva presa di potere del figlio.

Il sovrano defunto viene fatto parlare in prima persona, ed implora favore e benedizioni per la sua vita oltremondana e per il suo successore, ricordando agli dei le immense donazioni di servi, terre, vigneti, bestiame, derrate alimentari e metalli preziosi elargite ai templi di Tebe, Eliopoli e Menfi negli oltre trentun anni del suo regno.

“… Oh dio Amon, toro di sua madre, sovrano di Tebe. Concedimi di arrivare in sicurezza, di sbarcare in pace, di riposare a Tazoser come gli dei. Che io possa mescolarmi con le anime eccellenti di Manu, che vedono il tuo splendore al primo mattino. Ascolta la mia petizione! … Incorona mio figlio (Ramses IV) come re sul trono di Atum, stabiliscilo come potente Toro, …. re dell’Alto e del Basso Egitto, signore delle due terre … Tu sei colui che lo ha designato come re, mentre era giovane. … Dagli un regno di milioni di anni, con tutte le sue membra integre, in prosperità e salute. … Rendilo divino più di qualsiasi re e grande come la tua riverenza, come signore dei Nove Archi. Fa’ che il suo corpo fiorisca e sia giovane ogni giorno, mentre tu sei uno scudo dietro di lui ogni giorno. Poni la sua spada e la sua mazza da guerra sulle teste dei Beduini; … Estendi per lui i confini fino a dove desidera; possano le terre e i paesi temere per il suo terrore. Concedi per lui che l’Egitto si rallegri” (dal Grande papiro Harris, traduzione di J. H. Breasted).

 Particolare della battaglia contro i libici

L’ultima delle cinque sezioni del papiro illustra i disordini sociali della fine della XIX dinastia (si vedano a questo proposito i post sulla regina Tausert, su Siptah e sul Gran Cancelliere Bay sul nostro sito Laciviltaegizia.org) e spiega come Ramses III, ricevendo il trono da suo padre Sethnakht avesse difeso i confini del paese e ristabilito l’ordine riorganizzando l’amministrazione statale e l’esercito e riprendendo i contatti commerciali con la Terra di Punt.

“…Sconfissi coloro che lo invadevano (l’Egitto) dalle loro terre … Ho portato via quelli che la mia spada ha risparmiato, come numerosi prigionieri, immobilizzati come uccelli davanti ai miei cavalli: le loro mogli e i loro figli a decine di migliaia, il loro bestiame a centinaia di migliaia. … ho costruito grandi galee con chiatte, dotate di numerosi equipaggi e di numerosi aiutanti … Le galee e le chiatte erano cariche dei prodotti della terra (di Punt), che consistevano in tutte le strane meraviglie del loro paese … Inviai i miei messaggeri nel paese degli Atika, alle grandi miniere di rame che si trovano in questo luogo … Fu inviato in Egitto e arrivò sano e salvo… Mandai maggiordomi e funzionari nel paese della malachite … Piantai tutta la terra di alberi e di verde e feci abitare il popolo alla loro ombra. Feci in modo che la donna d’Egitto andasse nel luogo che desiderava, perché nessuno straniero e nessuno per strada la molestò. Feci dimorare la fanteria e i carri a casa mia; gli Sherden e i Kehek (i mercenari) erano nelle loro città, sdraiati sulla schiena; non avevano paura, perché non c’era nessun nemico da Kush e nessun nemico dalla Siria… Le loro mogli erano con loro, i loro figli al loro fianco; non si guardavano alle spalle, ma il loro cuore era fiducioso, perché io ero con loro come difesa e protezione delle loro membra (dal Grande papiro Harris, traduzione di J. H. Breasted).

Il Sovrano, quindi, esaltava il suo buon governo e rassicurava i sudditi spiegando loro di aver ripristinato il commercio marittimo, che i templi prosperavano, che le strade e le città erano sicure e che l’esercito era in ozio perché i nemici erano stati annientati, ma in realtà la situazione era complessa a causa di un’incombente crisi economica.

La migrazione dei Popoli del Mare, infatti, aveva alterato definitivamente il paesaggio geopolitico dell’antico Vicino Oriente e l’Egitto, circondato da popolazioni ostili, si trovò isolato a livello internazionale; inoltre lo sforzo bellico lo aveva impoverito ed aveva altresì perso il controllo di Canaan e della Siria e le risorse che da tali territori gli derivavano.

Ramses III non seppe adattare la sua politica alla nuova realtà né assumere iniziative per risanare l’economia del paese ed assicurare prosperità al popolo; si verificarono quindi disordini politici e sociali che si ingigantirono con il tempo e che meno di un secolo dopo condussero al tracollo della XX dinastia, caratterizzata dall’avvicendarsi sul trono di una serie di personaggi senza spessore che regnarono pochi anni.

NON È TUTTO ORO QUEL CHE RILUCE…. LE PRIME, DRAMMATICHE AVVISAGLIE DEL TRAMONTO

Nonostante l’entusiasmo con cui Ramses III magnificava il suo regno, in realtà soprattutto negli ultimi anni fu caratterizzato da notevoli tensioni sociali e da una significativa crisi economica.

Il Tesoro statale si era impoverito perché il Sovrano vi aveva ampiamente attinto per finanziare le campagne militari, il suo imponente programma architettonico e le generose offerte ai templi; il prezzo del grano era aumentato per la scarsità dei raccolti e l’incremento della domanda indotto dall’immigrazione; la corruzione dilagante aveva nuociuto all’efficienza dell’apparato amministrativo statale, un tempo perfettamente funzionante.

La coltivazione del grano. Tomba di Menna. Gurna

Un chiaro segnale delle difficoltà di questo periodo storico fu lo sciopero degli artigiani di Deir el Medina, iniziato nel mese di novembre del 29’ anno di regno del sovrano, descritto dal cosiddetto “papiro dello sciopero”, un documento amministrativo redatto in ieratico dallo scriba Amennakht e custodito al Museo Egizio di Torino.

A Deir el-Medinah viveva una comunità composta da circa 120 artigiani specializzati con le loro mogli ed i loro figli, per i quali erano state costruite circa 70 unità immobiliari: i migliori muratori, scalpellini, pittori, incisori a rilievo e scultori erano stati reclutati in tutto l’Egitto per lavorare alla realizzazione delle tombe reali.

Ricostruzione del villaggio di Deir el-Medinah

I “Servi nel luogo della verità” (così erano chiamati gli artigiani reali) percepivano un salario di tutto rispetto, molto superiore rispetto a quello degli altri operai, anche se specializzati: la loro “razione”, infatti, conosciuta grazie ad una tabella salariale trovata in loco, comprendeva numerosi sacchi di grano, da utilizzare per il sostentamento personale e come merce di scambio (sette sacchi e mezzo i capisquadra e gli scribi, cinque sacchi e mezzo gli artigiani, due sacchi e mezzo gli apprendisti), oltre a birra, verdure, pesce, abiti ed unguenti per difendersi dal sole.

Lo sciopero, il primo della storia, venne attuato perché le autorità governative erano in ritardo di ben diciotto giorni nella consegna delle razioni e gli artigiani e le loro famiglie erano allo stremo.

Disperati per la situazione, essi inviarono presso il tempio di Horemheb (che faceva parte del grande complesso amministrativo di Medinet Habu) lo scriba Amennakht affinchè denunciasse formalmente l’inadempimento, ed il giorno successivo sfidarono apertamente l’autorità regia, sospendendo il lavoro fino a che non fossero stati pagati.

“Anno 29, sesto mese, giorno 10. Oggi la squadra ha attraversato i cinque posti di blocco della necropoli gridando: “Abbiamo fame! Sono già trascorsi diciotto giorni di questo mese!” (…) “Se siamo arrivati a tanto, è stato a causa della fame e della sete. Non ci sono abiti, né unguenti, né pesci, né verdura. Scrivete al faraone il nostro signore perfetto, riguardo alle nostre parole, e scrivete al visir, il nostro superiore, perché ci siano date le provviste”.

E’ dello stesso periodo un ostrakon trovato a Deir el Medinah che reca una lettera indirizzata al Visir Ta con la quale lo scriba Neferhotep lo rende edotto della drammatica situazione degli artigiani:

(…) Informo il mio Signore che lavoro alle tombe dei principi, che il mio Signore ha ordinato di costruire. Lavoro con molta attenzione e in modo eccellente, procedendo bene e perfettamente.

Non voglio disturbare il mio Signore, perché lavoro molto regolarmente e non sono stanco. Voglio che il mio Signore sappia che noi siamo nella più estrema privazione… (…) Le pietre non sono leggere da trasportare!

Qualcuno ha anche sostituito un sacco e mezzo di orzo, dandoci invece un sacco e mezzo di terra!

Possa il mio signore agire in modo che i nostri mezzi di sussistenza siano assicurati, perché siamo già prossimi alla morte e non possiamo rimanere in vita. Infatti [i responsabili] non ci danno niente, proprio niente!”

Gli artigiani occuparono i recinti dei templi, sede delle istituzioni amministrative statali; il primo giorno stazionarono in quello di Thutmosi III, mentre Amennakht contrattava con i sacerdoti affinché consegnassero loro le razioni prelevandole dai magazzini del tempio, ottenendo solo vuote promesse; il secondo e il terzo giorno invasero il recinto del Ramesseum, provocando la fuga delle guardie e dei funzionari ed ottenendo dallo scriba Pentaweret 55 pani.

La situazione era grave: il capo della polizia Mentmose, recatosi a Tebe per informare Ptahemheb, Sindaco della città e funzionario delle entrate, aveva appreso che i granai del faraone erano vuoti, e nei giorni seguenti l’amministrazione centrale aveva inviato sul posto provviste di pessima qualità ed in quantità insufficiente per le necessità del villaggio.

La tomba di Ramses III

Per placare gli scioperanti era addirittura intervenuto Ta, visir dell’Alto e del Basso Egitto, che si era adoperato perchè potessero essere pagati, pur nella difficoltà generale: 

“(…) Non ho forse fatto tutto ciò che un uomo come me può fare? Per quanto non ci sia nulla nei granai, vi ho consegnato ciò che ho potuto reperire”.

Le agitazioni si protrassero per tre mesi, sempre con le medesime modalità, e le risorse continuarono ad arrivare a singhiozzo ed in quantità minime; il testo, poi, non menziona ulteriori scioperi, forse perché il pagamento delle razioni tornò ad essere regolare; guarda caso però, nello stesso periodo tornò a manifestarsi il fenomeno dei furti nelle tombe, già presente in passato e segnalato dagli stessi artigiani ai loro superiori durante le proteste.

“E l’operaio Mosè, figlio di Anakhte, disse: (…) se oggi vengo portato via di qui, mi addormenterò solo dopo aver fatto i preparativi per depredare una tomba (…) Dite ai vostri superiori (…), che non solo abbiamo abbattuto i muri per fame, ma abbiamo un’accusa importante da fare perché in questo luogo del Faraone si commettono crimini”.

Non c’è da stupirsi che questi uomini, spinti dal bisogno, si siano risolti al sacrilegio, ben consapevoli delle immense ricchezze che giacevano nelle tombe che essi stessi avevano costruito e di cui conoscevano l’ubicazione.

Ramses III offre incenso ad Amon. Rilievo dalla sua tomba nella Valle dei Re (KV11)

Le tensioni interne ed il malcontento generale dunque persistevano e si amplificavano, e crearono le condizioni perché un gruppo di cortigiani eminenti si determinassero ad un colpo di stato, che prevedeva l’uccisione di Ramses III e l’ascesa al trono di un sovrano da essi stessi scelto, che avrebbero potuto manovrare nel loro interesse.

LA CONGIURA

Come si è detto il malcontento generale indusse un gruppo di funzionari e cortigiani di Ramses III ad ordire un colpo di stato nel 31’ anno del suo regno (1156 a.C.) per propiziare l’ascesa al potere di un sovrano che avrebbero potuto gestire nel proprio interesse.

Esso è molto ben documentato da fonti scritte; in particolare il papiro Harris, proveniente con ogni probabilità dalla biblioteca di Medinet Habu e detto “il papiro giudiziario di Torino” perché è custodito presso il Museo Egizio di quella città illustra gli addebiti a carico dei congiurati e le punizioni loro irrogate all’esito dei procedimenti penali celebratisi a loro carico, mentre i papiri Rollin e Lee descrivono le magie utilizzate per perseguire lo scopo e le condanne subite da chi le aveva preparate.

La cospirazione venne probabilmente organizzata nell’harem del re a Piramesse e vide come ispiratrice una delle sue mogli di nome Tiy, che si avvalse della collaborazione di Pebekkamen, un funzionario di altissimo rango con il titolo di “Capo della Camera” e di Mesedsure, un maggiordomo reale; l’obiettivo era quello uccidere Ramses III e di escludere l’erede designato, il principe Ramses Amonherkhopshef, per porre sul trono Pentawere “che portava quell’altro nome”, (il principe veniva quindi indicato nei documenti giudiziari con uno pseudonimo perchè non emergesse la vera identità del traditore), il figlio che ella aveva avuto dal sovrano.

Il progetto eversivo trovò l’appoggio di molti altri che facevano parte della cerchia ristretta del faraone: il sovrintendente dell’harem Peynok; lo scriba dell’harem Pendua; il sovrintendente della Casa Bianca (tesoreria) Pere figlio di Ruma; Binemwese, capitano degli arcieri in Nubia, che venne coinvolto dalla sorella che viveva nell’harem.

Inoltre i congiurati poterono contare sul silenzio di altri personaggi eccellenti che pur essendo al corrente del complotto e non avendovi partecipato direttamente non l’avevano denunciato: si trattava del comandante dell’esercito Peyes; degli scribi Messui, Shedmeszer e Pere; del capo Perekamenef, capo (…); del sovrintendente Iroi; dei maggiordomi Nebzefai, Henutenamon e Weren; degli ispettori dell’harem Petewnteamon, Kerpes, Khamopet, Khammale, Setiimperthoth e Setimperamon; di Eshehebsed assistente di Pebekkamen e di Peluka e Yenini, maggiordomi della Casa Bianca.

Per reclutare sostenitori, Pebekkamen aveva fatto in modo che le donne dell’harem che appoggiavano Tiy inviassero ai congiunti, tramite le mogli dei guardiani dell’harem, dei messaggi con i quali li invitavano a sobillare il popolo in modo che al momento della morte del sovrano scoppiasse una rivolta che consentisse di porre sul trono l’usurpatore: tutti loro “suscitavano il popolo e incitavano all’inimicizia per fare ribellione contro il loro signore”.

I congiurati avrebbero dovuto passare all’azione ed uccidere il re durante l’annuale Bella Festa della Valle, nel momento in cui si sarebbe recato a Medinet Habu con il suo “harem di accompagnamento”, che era solito seguirlo nei suoi spostamenti.

Perché la congiura avesse buon esito, Pebekkamen fece anche ricorso alla magia, introducendo a palazzo delle figurine magiche realizzate in cera da usare per indebolire coloro che dovevano proteggere il faraone e rotoli recanti incantesimi che avrebbero dovuto paralizzare le guardie ed infondere forza e potere agli aggressori che si era procurato presso uno stregone.

Gli incantesimi, tuttavia, non funzionarono in quanto gli dei e le dee che gli accusati avevano invocato affinchè li assistessero nella realizzazione del loro piano avevano disapprovato la loro iniziativa sacrilega: “..sono stati maledetti dal divino per i loro abominevoli desideri”, per cui il colpo di stato venne sventato, i traditori furono arrestati e Ramses IV salì al trono dopo suo padre.

Le fonti non dicono se il sovrano cadde vittima dei colpi dei congiurati; leggendo il Papiro di Torino si ricava la convinzione che Ramses III sopravvisse alla congiura, in quanto nomina personalmente i giudici destinati ad occuparsi del processo e dà loro le necessarie istruzioni.

In realtà, di seguito, nel testo il Faraone si dichiara come ormai al di là delle miserie umane:

“… io sono protetto e difeso per sempre, mentre sono [tra] i re giusti, che sono davanti ad Amon-Ra, re degli dèi, e davanti a Osiride, sovrano dell’eternità”

e nel papiro Lee viene definito “il Grande Dio”,titolo che può riferirsi solo a un re defunto, per cui alcuni studiosi hanno ipotizzato che fosse morto nel corso del processo, dopo aver ordinato di perseguire i traditori ma prima che il dibattimento fosse celebrato.

L’esame della sua mummia, rinvenuta nella cachette di Deir el- Bahari (DB320) nel 1881, aveva indotto ad escludere una morte violenta, perché le radiografie effettuate negli anni ‘60 non evidenziavano traccia di ferite; le analisi compiute in epoca più recente, tuttavia, attraverso metodi di indagine più moderni, consentivano di raggiungere risultati ben diversi.

Già nel 2012 la TAC della mummia aveva svelato tagli sulla trachea e sull’esofago del re e nascosti dalle bende, avvalorando l’ipotesi che fosse stato sgozzato.

Qualche anno dopo uno studio pubblicato dalla rivista British Medical Journal, divulgato dal quotidiano egiziano Al-Ahram e ripreso poi dalle agenzie stampa di tutto il mondo ha infine provato che il faraone venne mutilato e ucciso da diversi assalitori armati e che dopo la morte subì una “chirurgia ricostruttiva” finalizzata a nascondere ferite e amputazioni.

Un’equipe di ricercatori incaricati degli studi sulle mummie reali – tra cui l’egittologo Zahi Hawass, l’esperto di genetica molecolare dell’Universita’ di Tubinga Carsten Pusch, i docenti di Radiologia e paleoradiologi dell’Università del Cairo Ashraf Selim e Sahar Selim ed il paleopatologo Albert Zink dell’Eurac di Bolzano, ha effettuato la scansione completa della mummia del faraone, conservata al Museo Egizio del Cairo ed ha scoperto che la gola di Ramses III è stata tagliata profondamente con un coltello affilato, che ha reciso la trachea, l’esofago e i grandi vasi sanguigni del collo fino a raggiungere l’osso sottostante e che al momento della morte gli venne anche amputata parte dell’alluce destro.

TAC della mummia che evidenziano le ferite

In un libro pubblicato nel 2016 (“Scansione dei faraoni: CT Imaging of the New Kingdom Royal Mummies”), Zahi Hawass e Sahar Saleem raccontano una fine drammatica, spiegando che il Faraone venne aggredito da più assassini che agirono contemporaneamente: la mutilazione al piede non guarita (per cui probabilmente perimortem) infatti, fa pensare ad un attacco frontale con un’ascia o una spada, in ogni caso con un’arma diversa da quella sottile ed appuntita che causò la profonda ferita alla gola, inferta ragionevolmente da un altro congiurato che si portò alle spalle della vittima.

Protesi dell’alluce del sovrano

La salma venne accuratamente ricomposta durante la mummificazione per restituire al Sovrano un corpo perfetto per l’Aldilà: gli imbalsamatori collocarono nel suo addome quattro figurine dei figli di Horus e dei materiali di riempimento per dare al cadavere un aspetto più verosimile, bendarono con spessi strati di lino la ferita al collo e vi inserirono un amuleto perche’ guarisse nell’aldila’ (un occhio di Horus) e sostituirono il dito mancante con una protesi post mortem realizzata in lino e ricoperta di spessi strati di resina.

Le tracce della fine di Ramses e il sacrilegio del quale si erano macchiati i suoi aggressori vennero poi definitivamente nascoste avvolgendo strettamente la mummia con bende sigillate con grandi quantità di resina.

E’ quindi probabile che il papiro giuridico di Torino sia stato fatto comporre da Ramses IV, il quale, per affermare il proprio diritto al trono e giustificare la feroce epurazione di tutti coloro che lo avversavano, attribuì al padre l’istituzione del tribunale speciale per giudicarli, facendolo parlare in prima persona come se fosse ancora vivo.

Dal momento che nel papiro giudiziario di Torino manca qualsiasi riferimento al regicidio, alcuni studiosi ancora oggi dubitano del fatto che Ramses III sia morto in un agguato nel suo stesso palazzo, affermando che in assenza di prove che il taglio della sua gola sia stato inferto ante mortem, è più ragionevole pensare che sia stato praticato durante il processo di mummificazione per asportare gli apparati digerente e respiratorio o come risultato dell’azione sacrilega di antichi ladri.

IL PROCESSO E LE CONDANNE


Come si è visto, subito dopo la cattura dei congiurati venne immediatamente costituito un Tribunale speciale, incaricato di stabilire il verdetto e in via del tutto eccezionale anche di determinare le pene e di farle eseguire, compito che in casi di particolare rilievo come questo era solitamente riservato al Faraone.

Questo Tribunale era composto, secondo quanto si apprende dal papiro di Torino, da dodici membri: i due sovrintendenti della Casa Bianca Mentemtowe e Pefroi; dall’alfiere Kara, dai maggiordomi Pebes, Kedendenna, Maharbaal, Payernu e Thutrekhnefer; dall’araldo del re Penrenut; dallo scriba Mai; dallo scriba degli archivi Peremhab e dal portabandiera della fanteria Hori, ed avrebbe dovuto giudicare secondo le istruzioni dettate dallo stesso Ramses:

“Quanto alle parole che il popolo ha detto (n.d.r. qui il re allude probabilmente alle testimonianze raccolte) io non le conosco. Andate ed esaminatele. Quando (i giudici) saranno usciti e le avranno esaminate, consentiranno ad alcuni condannati a morte di suicidarsi, senza che io lo sappia. Eseguiranno la punizione (su) gli altri, allo stesso modo senza che io lo sappia. Quando [andrete] [vedete] di prestare attenzione, e badate di non punire … … ingiustamente …….. Ora, in verità vi dico, quanto a tutto ciò che è stato fatto, e a coloro che l’hanno fatto, ricada sulle loro teste tutto ciò che hanno fatto”.

I dodici si organizzarono in differenti collegi giudicanti, che celebrarono più processi: il più imponente di essi fu quello istruito da Mentemtowe, Pefroi, Kara, Pebes, Mai ed Hori a carico dei “grandi criminali” Pebekkamen e Mesedsure, che avevano appoggiato il progetto di Tiy ed insieme a lei erano stati i principali artefici della congiura, oltre che a carico di altri che a vario titolo erano stati coinvolti e delle sei mogli degli ufficiali dell’harem che avevano portato all’esterno i messaggi sediziosi.

Tomba di Menna, XVIII din., Sheikh Abd el-Qurnah, la punizione di un evasore fiscale.

Nulla si sa della sorte di Tiy e delle altre mogli del Faraone che avevano preso le sue parti, anche se non vi è dubbio, vista la gravità del reato, che furono giustiziate.

Il papiro di Torino enuncia sinteticamente le condotte delle quali gli imputati erano chiamati a rispondere; furono tratti a giudizio non solo coloro i quali offrirono un contributo attivo alla cospirazione, ma anche chi rifiutò di aderirvi senza denunciarla, o ne venne altrimenti informato e tacque.

Il capo della camera Pebekkamen “Fu arrestato a causa della sua collusione con Tiy e con le donne dell’harem. Fece causa comune con loro e cominciò a riferire le loro parole alle loro madri e ai loro fratelli che erano lì, dicendo: “Suscitate il popolo! Incitate i nemici all’ostilità contro il loro signore”.

Il maggiordomo Mesedsure (in realtà si chiamava Meryra – “Amato da Ra” ma nei documenti giudiziari appare come “Odiato da Ra” affinchè venisse ricordato con un nome infamante) “fu arrestato a causa della sua collusione [con] Pebekkamen, già capo della camera, e con le donne, per istigare i nemici all’ostilità contro il loro signore”.

Il sovrintendente dell’harem Peynok “fu portato in tribunale per aver fatto causa comune con Pebekkamen e Mesedsure, per commettere ostilità contro il loro signore”.

Lo scriba Pendua “fu portato qui perché aveva fatto causa comune con Pebekkamen e Mesedsure, l’altro criminale, già sorvegliante dell’harem del re, e con le donne dell’harem, per cospirare con loro, per commettere ostilità contro il loro signore”.

L’ispettore dell’harem Petewnteamon “fu portato qui perché aveva sentito le parole che il popolo discuteva con le donne dell’harem, senza riferirle” ed anche i suoi colleghi Kerpes, Khamopet, Khammale, Setiimperthoth e Setimperamon, furono giudicati “a causa delle parole che avevano sentito e che avevano nascosto”; analoga imputazione dovettero affrontare le sei mogli degli ufficiali dell’harem “che si univano agli uomini quando si discuteva di queste cose”.

Il maggiordomo Weren, l’assistente di Pebekkamen chiamato Eshehebsed, i maggiordomi Peluka e Yenini furono invece giudicati “perché avevano sentito le parole del capo della camera e, dopo essersi ritirati da lui, le nascosero e non le riferirono” (quindi probabilmente per non aver denunciato il complotto dopo aver rifiutato l’invito di Pebekkamen a farne parte).

Le sei mogli dei guardiani dell’harem, vennero tratte a giudizio perché “si univano agli uomini, quando si discuteva delle cose”.

Il sovrintendente della Casa Bianca Pere figlio di Ruma fu giudicato per essere stato colluso con Penhuibin (sorvegliante delle mandrie reali che aveva fabbricato le figurine magiche di cera introdotte nell’harem), “facendo causa comune con lui per istigare i nemici all’ostilità contro il loro signore”.

Un secondo collegio composto da Kedendenna, Maharbaal, Pirsun e Thtrekhnefer fu chiamato a giudicare Binemwese (anche in questo caso si tratta di uno psudonimo infamante, che significa “Malvagio in Tebe”) capitano degli arcieri in Nubia il quale “fu portato in carcere a causa della lettera che sua sorella, che era nell’harem, gli aveva scritto, dicendo: “Incita il popolo all’ostilità! E tu vieni a iniziare l’ostilità contro il tuo signore”.

Il papiro sintetizza il processo ed il suo esito in una frase standardizzata, sostanzialmente identica per ognuno degli imputati: “Lo esaminarono; lo giudicarono colpevole; gli hanno inflitto la punizione” che non viene specificata ma che certamente fu la pena capitale, eseguita in modo non specificato; si è altresì ipotizzato che i corpi dei condannati a morte siano stati bruciati e le ceneri disperse per precludere loro la vita nell’Aldilà.

Tomba di Mereruka, VI dinastia, Sakkara, la punizione di un evasore fiscale

Uno dei metodi usualmente utilizzati fin dalla XIX dinastia per giustiziare un condannato era l’impalamento; i testi non legali citano anche la decapitazione, l’annegamento e l’essere dati in pasto ai coccodrilli, metodiche queste ultime che comportavano la perdita e la distruzione del corpo, la cui integrità era fondamentale per la vita oltre la morte.

Un altro processo venne celebrato da un collegio giudicante i cui componenti non sono noti, e vide in qualità di imputati “per i loro crimini e per la loro collusione con Pebekkamen, Peyes e Pentawere” il comandante dell’esercito Peyes, gli scribi della casa degli scritti sacri Messui e Shedmeszer, il capo Perekamenef, il supervisore Iroi ed il maggiordomo Nebzefai.

Questi personaggi furono tutti condannati a morte, ma evidentemente il loro crimine non venne considerato grave come per gli altri giudicati in precedenza, perché “li lasciarono nelle loro mani (li lasciarono soli) nella corte d’esame; si tolsero la vita e non fu eseguita alcuna punizione su di loro”; il suicidio avrebbe preservato il corpo, che avrebbe quindi potuto essere adeguatamente mummificato garantendo l’Aldilà.

UNA SCENA UNICA: il rilievo originale è deteriorato. Un uomo nudo con un giogo al collo. Tomba di Henqu a Deir el Gebrawi.

Un ulteriore dibattimento si svolse davanti a Kedendenna, Maharbaal, Pirsun, Thutrekhnefer e Mertusamon: comparvero davanti al Tribunale il principe Pentewere “a causa della sua collusione [con] Tiy, sua madre, quando discuteva le parole con le donne dell’harem, essendo ostile al suo signore” ed insieme a lui Henutenamon, Amenkha vice dell’harem e Pere scriba dell’harem “a causa dei crimini delle donne dell’harem; essendo stati in mezzo a loro e avendoli sentiti, non li denunciarono”.

Un quinto processo, del quale i nomi dei giudicanti sono rimasti ignoti, fu riservato ai Giudici Pebes, Mai ed Hori, che facevano parte del Tribunale speciale; all’ufficiale di fanteria Teynakht ed al capitano di polizia Oneney che avevano in carico i prigionieri; ad alcune tra le cospiratrici ed al generale Peyes.

L’accusa era gravissima: con la complicità degli ufficiali che avrebbero dovuto sorvegliare gli imputati e che per l’occasione avevano finto di non vedere, le donne e Peyes avrebbero raggiunto i Giudici a casa loro ed avrebbero organizzato un festino probabilmente per corromperli ed ottenere un verdetto favorevole (“lì si era gozzovigliato”, ha tradotto Breasted).

Hori venne assolto perché, pur essendo stato legato agli altri Giudici aveva litigato con loro con parole cattive e violente e per sua fortuna era stato allontanato; tutti gli altri vennero puniti con il taglio del naso e delle orecchie: dopo che la pena era stata eseguita, Pebes non resse al disonore e si suicidò

Il papiro Rollins ed il papiro Lee si occupano invece dei processi a carico dei maghi che fornirono a Pebekkamen ed ai suoi complici i “rotoli magici per rincretinire e terrorizzare”“il rotolo per dare forza e potenza” e le figurine degli “dei di cera e delle persone per inebetire le membra delle persone”.

Il nome dei Giudici dei processi e degli imputati sono rimasti ignoti; peraltro ognuno di loro fu riconosciuto colpevole e condannato a morte: “La verità fu trovata in ogni crimine e in ogni azione malvagia che il suo cuore aveva progettato di compiere… li aveva commessi tutti, insieme a tutti gli altri grandi criminali. Erano grandi crimini di morte, le grandi abominazioni del paese, le cose che aveva fatto”.

Anche in questo caso, alcuni dei condannati ebbero la facoltà di suicidarsi; altri, invece, furono giustiziati: “Su di lui furono eseguiti i grandi castighi della morte, di cui gli dèi hanno detto: “Eseguitele su di lui”.

TIY E PENTAWERE PIU’ VICINI AL TRONO DI QUANTO SI E’ SEMPRE RITENUTO?

Si è visto che mandante dell’assassinio di Ramses III fu la regina Tiy, che intendeva consegnare il trono al figlio ventenne Pentawere, usurpandolo al legittimo erede principe Ramses; quest’ultimo reagi’ prontamente al tentativo di colpo di stato, divenne faraone con il nome di Ramses IV e puni’ in modo esemplare i congiurati.

L’unica donna citata per nome nel papiro giudiziario di Torino è proprio Tiy, che con estrema probabilità venne giustiziata al pari degli altri complici, anche se le fonti nulla dicono in merito alla sua sorte che resta ignota, in quanto la sua mummia non è stata rinvenuta e quindi non è possibile acquisire notizie.

Fin dall’inizio del 1900 Breasted la qualificò come “moglie secondaria” del sovrano, peraltro senza avere prove concrete del suo ruolo a corte; tuttavia il fatto che il papiro la indichi per nome accanto alle evanescenti “donne dell’harem” induce a sospettare che rivestisse una posizione sovraordinata rispetto ad esse.

L’egittologa Susan Redford si è interrogata su di lei, osservando che è assai inverosimile che una moglie minore del sovrano avesse acquisito un potere così grande da indurre altre donne dell’harem, molti importanti funzionari e addirittura la guarnigione di Kush ad appoggiarla nel suo proposito criminoso e convincerla che il popolo si sarebbe ribellato per sostenere suo figlio.

L’ipotesi della studiosa è che ella fosse in realtà una Grande Sposa Reale e che Pentawere fosse il secondo in linea di successione, cosicchè gli sarebbe bastato eliminare l’unico principe davanti a lui per raggiungere legittimamente il trono; i redattori del papiro giuridico inoltre avrebbero sorvolato sui loro veri titoli per occultare almeno in parte lo scandalo generato dalla loro condotta, e dopo il processo avrebbero accuratamente rimosso tutti i riferimenti al loro rango elevato.

Ramses III lasciò solo esili tracce delle donne che orbitarono attorno a lui, anche di quelle più vicine: sulle pareti del tempio di Medinet Habu compaiono diverse raffigurazioni di una Grande Sposa Reale e due processioni di principesse, ma nessuna di queste immagini reca un’indicazione nominativa; in una di esse addirittura figura il cartiglio destinato ad ospitare il nome, ma è stato lasciato vuoto.

Egli ebbe certamente una Grande Sposa Reale di nome Isis, di origine forse siriana, conosciuta per una statua nella quale è rappresentata accanto al consorte e definita nella sua tomba con il titolo di “Madre del re”.

Dalle fonti, tuttavia, emerge che Ramses attribuì titoli ed incarichi prestigiosi tradizionalmente riservati ai principi ereditari anche ad alcuni figli che non aveva avuto da Isis e che dovevano quindi essere stati generati da un’altra Grande Sposa Reale, la cui identità è tuttora dibattuta tra gli studiosi, che non hanno raggiunto conclusioni condivise in merito all’albero genealogico dei ramessidi della XX dinastia.

E’ giusto quindi sottolineare che la ricostruzione qui riportata rispecchia l’opinione della dott. Redford, ma non è affatto accettata dai suoi colleghi che suggeriscono una differente linea di successione tra i figli di Ramses III e assegnano loro madri differenti.

Particolare (ricostruito e colorato) della processione in onore di Min, con i figli reali che trasportano Ramses III sul palanchino.

Il primo elemento sul quale poggia la suggestiva teoria della studiosa attiene alla collocazione delle tombe dei figli di Ramses III nella Valle delle Regine, la necropoli dove vennero sepolte le Grandi Spose Reali della XIX e della XX dinastia ed i loro figli che non raggiunsero il trono.

All’estremità occidentale del wadi principale si trovano le tombe della regina Isis (QV51) e di tre figli di Ramses III (Ramses non meglio definito -QV53-, Amonherkepshef I -QV55- e Tyti -QV52- che alcuni ritengono invece sorella e moglie del sovrano) oltre che un’altra tomba mai completata (KV54); in un wadi periferico che si dirama a sud-ovest da quello principale ci sono invece le tombe dei principi Pareherwenemef (QV42), Sethirkhopshef che probabilmente salì al trono come Ramses VIII e dovrebbe essere stato sepolto nella Valle dei Re, sebbene il suo ipogeo non sia ancora venuto alla luce (QV43) e Khaemwese (QV44) oltre alle coeve QV41 e QV45, nessuna delle quali è decorata.

La studiosa ipotizza che i principi vennero sepolti accanto alla loro madre, per cui Ramses, Amonherkepshef e Tyti dovevano essere figli di Isis ed anche la vicina KV54 era probabilmente destinata ad un loro fratello germano.

Muovendo dalle descritte premesse, giungeva alla conclusione che i principi Pareherwenemef, Sethirkhopeshef e Khaemwese fossero figli di un’altra Grande Sposa Reale, il cui nome è rimasto sconosciuto e che è ritratta nella tomba di Pareherwenemef (QV42) mentre fa offerte ad Osiride in favore del defunto; questa donna ed uno dei suoi figli, forse, erano i destinatari delle due tombe non completate. Nell’immagine, la regina sconosciuta

Da qui ad ipotizzare che questa regina potesse essere Tiy e che il principe titolare dell’altra tomba fosse Pentawere, entrambi poi caduti in disgrazia, il passo è breve.

E’ chiaro che le due Grandi Spose Reali avrebbero dato al Faraone almeno dieci figli, cinque dei quali sono attestati nelle citate tombe nella Valle delle Regine; i principi ereditari sono inoltre raffigurati in un rilievo di Karnak, dove sono ritratti mentre partecipano alla Festa in onore del dio Min e varie volte sulle pareti del tempio di Medinet Habu.

Anche una delle raffigurazioni a Medinet Habu rappresenta la celebrazione della festa di Min, nei quali “i principali figli reali” trasportano il palanchino sul quale è assiso Ramses III, seguiti da alcuni funzionari e dai “figli reali al seguito di sua maestà”.

Particolare della processione in onore di Min

Dieci principi compaiono inoltre effigiati in ordine di successione in un famoso corteo dei figli reali, ed otto di essi sono raffigurati mentre fanno offerte al padre nel rilievo di una cappella.

Secondo la dott. Redford la regina Isis diede al re il suo primogenito Ramses (il futuro Ramses IV), che ricevette i titoli di “Portatore di ventaglio alla destra del re, principe ereditario, scriba del re e comandante in capo dell’esercito” (titolo, quest’ultimo, riservato in via esclusiva all’erede al trono); egli appare come tale in tutti i rilievi che raffigurano i principi ereditari, talvolta con il nome inserito in un cartiglio.

La stessa regina avrebbe avuto dal sovrano anche Amonherkhepshef I (premorto al padre e come si è detto sepolto nella Valle delle regine), Amonherkhopshef II (nato dopo la morte dell’omonimo fratello maggiore e per questo chiamato allo stesso modo, salito al trono come Ramses VI e sepolto nella Valle dei re) e Ramses Meryamon, il più giovane dei principi reali principali, definito “portatore del ventaglio alla destra del re” ma che non risulta aver rivestito particolari incarichi, forse perchè era ancora troppo piccolo.

Tutti gli altri figli che compaiono nei rilievi parietali sarebbero nati dalla regina misteriosa, e quindi da Tiy: si tratterebbe di Pentawere, Sethirkhopshef (divenuto Faraone in tarda età con il nome di Ramses VIII), Pareherwenemef (“primo figlio del re” e “grande capo auriga di sua maestà”, premorto al padre e sepolto nella Valle delle regine), Montuherkhepshef (che ereditò i predetti titoli dal fratello maggiore, sepolto nella Valle delle Regine ma del quale non si sa nulla, se non che forse fu il padre di Ramses IX), Meryatum (noto come Sommo sacerdote di Ra ad Heliopolis, dove venne probabilmente sepolto) e Khaemwese (“Primo figlio del re e sacerdote sem di Ptah” a Memphis, sepolto nella valle delle Regine).

La processione dei dieci figli reali (Medinet Habu).

Ramses III fece scolpire sulle pareti del tempio di Medinet Habu molteplici immagini dei suoi figli, ma omise di indicarne nomi e titoli, che furono poi fatti inserire dai suoi successori ben dopo la sua morte; la dott. Redford ipotizza che la linea di successione fosse la seguente:

  1. Ramses
  2. Pentawere
  3. Ramses Amonherkhepshef I
  4. Ramses Sethirkhepeshef
  5. Ramses Prehirwenemef
  6. Ramses Montuhirkhepeshef
  7. Ramses Meryatum
  8. Ramses Khaemwaset
  9. Ramses Amonherkhepeshef II
  10. Ramses Meryamon

Il corteo di principi è guidato da Ramses, seguito al secondo ed al terzo posto da due personaggi ai quali Ramses VI (Amonherkhepshef II) attribuì i propri cartigli reali ed i titoli di: “Portatore di ventaglio alla destra del re, principe ereditario, scriba del re e comandante in capo dei carri del re vittorioso” a suo tempo portati dall’omonimo fratello defunto come risulterebbe anche dalla sua tomba nella Valle delle regine; seguono Sethirkhopeshef (Ramses VIII), Pareherwenemef, Montuherkhepshef, Meryatum, Khaemwese, Amonherkepshef II e Ramses Meryamon.

Il nono personaggio del corteo è ancora Ramses VI – Amonherkepshef II, “Portatore di ventaglio alla destra del re, figlio del re del suo corpo” che quindi ha conservato anche la posizione che effettivamente rivestiva quando le immagini furono scolpite.

Il fatto che il sovrano si sia attribuito non solo la posizione del suo omonimo, ma anche quella del principe immediatamente più anziano si spiegherebbe, secondo la dott. Redford, solo ipotizzando che il secondo principe fosse Pentawere, il primogenito di Tiy che doveva essere cancellato dalla storia.

Tale ipotesi troverebbe ulteriore conferma nel citato rilievo che raffigura otto figli innominati che fanno offerte a Ramses III: i principi sono allineati in due file di quattro e solo i capifila sono individuati in base ai loro titoli: uno di essi è certamente Ramses in quanto “comandante in capo dell’esercito” ed erede legittimo del re; l’altro, “principe ereditario” di rango elevato e “comandante in capo del menfat” (un reparto specializzato di fanteria), che non figura rappresentato in nessun altro rilievo, secondo la dott. Redford sarebbe “Pentawer, che portava quell’altro nome”, “il figlio sfortunato, gettato nell’oblio da un atto avventato”.

Gli otto figli reali fanno offerte a Ramses III (Medinet Habu)

Nel 2010, tuttavia, in un articolo pubblicato sul Journal of Egyptian Archaeology, l’egittologo J. Grist ha escluso che Ramses IV fosse figlio di Isis, identificandone la madre e quindi la Grande Sposa Reale sconosciuta in Tyti, la citata figlia di Ramses III la cui tomba si trova nella Valle delle Regine, accanto a quella di Isis.

Tale ricostruzione si fonda su basi piuttosto solide, in quanto lo studioso ha analizzato il papiro BM EA 10052 che costituisce la confessione di un ladro di tombe, il quale narra di avere rubato i gioielli che facevano parte del corredo funerario della donna e la definisce moglie di Ramses III; dal momento che ella portava il titolo di “figlia, sorella, sposa e madre del Re”, così come si desume dalle iscrizioni nella sua tomba, doveva essere la madre di Ramses IV, in quanto l’altro possibile candidato era Ramses VI la cui madre era certamente la regina Isis.

L’egittologo Aidan Dodson, inizialmente in disaccordo con le conclusioni di Grist, si è successivamente pronunciato a favore, accettando le evidenze archeologiche del Papiro BM EA 10052.

Grazie infinite a Nico Pollone e ad Andrea Petta per il valido aiuto prestatomi nella ricerca delle immagini dei rilievi e del testo della dott. Redford.

LA MUMMIA CHE URLA

Nella cachette di Der el-Bahari, scoperta nel 1886 (TT320, precedentemente indicata come DB320) insieme alla mummia di Ramses III e di molti altri sovrani venne ritrovata anche quella inviolata di un giovane tra i 18 ed i 24 anni di età, con i lineamenti del volto contratti e la bocca aperta come se stesse urlando (da qui il soprannome di “mummia che urla”); essa era inserita in un pregiato sarcofago bianco in legno di cedro (CG 61023) che era privo di decorazioni o di iscrizioni che permettessero di identificare l’occupante.

La fotografia della mummia scattata nel 1912 da G. Elliot Smith.

Il sarcofago presenta sia elementi tipici della XIX dinastia (le braccia incrociate dell’individuo scolpito sul coperchio) che della XVIII (la parrucca); peraltro il suo interno risultava allargato per adattarlo alla mummia, per cui evidentemente era stato predisposto per altri e quindi la sua datazione non è significativa per stabilire l’epoca in cui visse il misterioso personaggio.

La mummia fu denominata Unknown Man E e fu trasportata al Cairo dove è conservata anche oggi; essa fu sbendata il 6 giugno 1886 da G. Maspero, dal medico dott. D. Fouquet e dal chimico M. Mathey, i quali scoprirono che il defunto indossava orecchini d’oro a forma di mezzaluna, che era stato avvolto in una pelle di pecora che presentava ancora parte del vello originale e che non era stato mummificato secondo i protocolli tradizionali.

Gli organi interni e il cervello infatti non erano stati rimossi; il corpo non era stato disidratato ma solo spalmato con un composto a base di natron, resina frantumata e calce; nella bocca era stata versata della resina; era stato avvolto in due strati di bende intervallate da uno strato di natron che aveva assorbito il grasso corporeo ed emetteva ancora un fetore incredibile.

Immagine TC della regione toracica inferiore della mummia. Il torace è gonfio (area contrassegnata dalle stelle). Residui del diaframma e degli organi (indicati dalle frecce) sono presenti nella parte dorsale.

Le bende, realizzate con lino di ottima qualità, erano state impregnate con una sostanza collosa, e dovettero essere rimosse con una sega, il che precluse la possibilità di leggere le eventuali iscrizioni vergate su di esse.

La collocazione della mummia insieme a quelle dei faraoni indica che si trattava di un personaggio di sangue reale e che, secondo ZahiHawass, doveva aver commesso azioni scellerate; per questo sarebbe stato avvolto nella pelle di pecora che gli avrebbe precluso l’Aldilà in quanto ritenuta impura dagli Egizi.

Quanto all’identità del personaggio, già G. Maspero nel 1889 e poi G. Elliot Smith nel 1912 avevano ipotizzato che il cadavere potesse appartenere a Pentawere; in seguito si pensò che potesse trattarsi del principe ittita Zannanza, inviato in Egitto per sposare Ankhesenamon e morto durante il viaggio, oppure di un Egizio di alto rango che viveva nell’area palestinese durante la XVIII dinastia, ritrovato cadavere con il rigor mortis già avanzato, che sarebbe stato imbalsamato ed avvolto in un sudario di pelle di pecora secondo le usanze funerarie locali.

Nel 2008 l’identificazione del corpo in Pentawere è stata riproposta, e la teoria ha trovato un solido riscontro nell’analisi del DNA effettuata tramite un prelievo di tessuti di Unknown Men E dallo staff incaricato degli studi sulle mummie reali.

Il rilievo in una cappella del tempio di Medinet Habu che rappresenta un principe non identificato che fa offerte a Ramses III, che secondo la dott. Redford sarebbe Pentawere.

E’ stato infatti dimostrato che il giovane e Ramses III erano padre e figlio, anche se solo incrociando i dati genetici di Tiy (il cui corpo, come si è detto, non e’ stato ritrovato) sarebbe possibile stabilire con certezza assoluta che si tratti proprio del figlio traditore.

Come si è detto, il Papiro giuridico di Torino spiega che a Pentawere fu consentito di suicidarsi e l’analisi della mummia offre indicazioni utili a stabilire quale fu la modalità scelta per togliersi la vita, in ordine alla quale sono state formulate nel tempo svariate ipotesi.

L’espressione del viso ed il movimento disperato della testa all’indietro indussero il medico Daniel Fouquet ed in epoca molto più recente la dott. Redford a ritenere che avesse assunto del veleno e che fosse morto tra gli spasmi, tanto più che non ci sono ferite sul corpo, che i muscoli addominali sono contratti e che lo stomaco non conteneva quasi nulla, forse perché l’agente venefico gli aveva provocato attacchi di vomito.

Si pensò anche che potesse essere stato impalato, in quanto aveva una grave lacerazione al perineo, ma l’esame degli organi interni, che si presentavano integri, aveva indotto a ritenere che fosse una lesione post mortem.

Maspero ritenne che l’orrore sul suo viso e gli arti legati rivelassero che era stato sepolto vivo, e quindi che fosse morto per asfissia; peraltro tale modalità di esecuzione capitale era sconosciuta in Egitto e recentemente si è ipotizzato che i segni sulle mani e sui piedi fossero da imputare ai legacci di lino utilizzati per tenere in posizione gambe e braccia irrigiditi dal rigor mortis o le bende della mummia attorno ai polsi e alle caviglie.

Oggi e’ quasi certo che Pentawere morì impiccato, o per propria scelta, o perché costretto a farlo: il cadavere è stato sottoposto ad una TAC, che ha rivelato, oltre alla bocca irrigidita in una smorfia che potrebbe anche non essere significativa, il torace gonfio in modo anomalo e la pelle del collo recante segni probabilmente attribuibili a corde.

Le frecce indicano i segni lasciati probabilmente dalle corde sul collo del cadavere.

FONTI:

Le immagini della TAC sono state reperite a questi link:

Se desiderate leggere le argomentazioni dello studioso Dylan Bikerstaffe, che non condivide l’identificazione di Unknown man E in Pentawere, andate a questo link: