C'era una volta l'Egitto

IL CREPUSCOLO DELL’ANTICO REGNO

LA VI DINASTIA

Di Piero Cargnino

Adesso che abbiamo concluso il nostro giro delle oasi del deserto occidentale egiziano  dove abbiamo appreso che queste interessarono l’Egitto faraonico solo marginalmente e soprattutto in epoca più tarda, ripartiamo da dove eravamo rimasti, l’inizio della VI dinastia. Con la fine del regno di Unas (o Unis) Manetone, inspiegabilmente fa finire anche la V dinastia e Teti viene considerato il fondatore di una nuova dinastia la VI.

Prima di addentrarci nella VI dinastia proviamo a dare un’occhiata al resto del paese. Come abbiamo visto in precedenza in Egitto andava accentuandosi la dispersione del potere a favore dei nomarchi locali che andavano via via assumendo maggiore importanza che prescindeva dal potere centrale, il faraone Unas non fece nulla per contrastare questa tendenza, cosa che non fecero neppure i faraoni che seguirono e che segnerà inevitabilmente l’inizio della decadenza che porterà al Primo Periodo Intermedio e, dopo oltre una secolo e mezzo alla successiva riunificazione delle Due Terre sotto Mentuhotep I.

Vediamo ora come si evolve la VI dinasti, arbitrariamente creata da Manetone, che però non denota sostanziali cambiamenti nella linea politica della precedente e di cui gli antichi egizi non percepirono sicuramente alcun cambiamento. Forse Manetone nell’ipotizzare una nuova dinastia venne fuorviato dal fatto che Unas probabilmente non lasciò eredi maschi, infatti Teti acquisterà il diritto al trono per aver sposato Iput, figlia di Unas che scelse il Nome di Horus di “Seheteptaui”, ovvero “Colui che pacifica le Due Terre”.

Il nome scelto mette in evidenza la volontà di attuare una politica di pacificazione la quale dette buoni risultati. E’ pressappoco in questo periodo che si manifesta in pieno l’importante trasformazione avvenuta nel carattere del regno egizio, sia sotto il profilo politico che sotto il profilo religioso. Con la VI dinastia assume maggiore importanza, nel medio Egitto, il culto della dea Hathor di Dendera prendendo le distanze dal culto eliopolitano praticato nel Delta. Finita l’estrema centralizzazione del potere dei periodi precedenti, quando la più alta ambizione di un cortigiano era quella di ottenere una tomba all’ombra della piramide regale, la generosità del faraone riceveva ora un’ingrata ricompensa; le sue ricchezze incominciano a esaurirsi mentre quelle dei nobili sono talmente aumentate che essi possono quasi gareggiare con lui in potenza e importanza. Ovunque nelle vicinanze dei maggiori centri delle province erano sorti bellissime necropoli dove non solo i principi del luogo ma anche i loro dipendenti di grado più elevato cercavano di conferire alle proprie mastabe e alle tombe scavate nella roccia qualcosa dello splendore della capitale. Tuttavia benché avesse già preso salde radici tutta un’aristocrazia provinciale, non si deve supporre che il potere dei faraoni si fosse in alcun modo indebolito durante la VI dinastia. Essa al contrario conta fra i suoi sovrani alcuni dei più grandi nomi della storia egizia, a giudicare dal numero dei cartigli sparsi in tutto il reame e dall’eco, giunta fino a noi, delle loro imprese e del loro energico spirito d’iniziativa.

Alcuni faraoni intrapresero campagne militari nell’area siro-palestinese e l’esercito egiziano, agli ordini del generale Uni, tornò vittorioso:

<<……. questo esercito ritornò in pace dopo aver raso al suolo il paese degli Aamu che abitano la sabbia……..>>.

Horkuf,  governatore di Elefantina, riuscì a rendere sicure le vie carovaniere verso il sud e la Nubia. Ma le loro azioni prescindevano dal potere esterno che godeva della più ampia autonomia. E’ vero però che i monumenti alla loro memoria non possono stare alla pari come livello artistico con quelli della generazione precedente, e dimostrano anche scarsa originalità. L’esecuzione tecnica è scadente tanto che la maggior parte delle piramidi è crollata riducendosi a mucchi informi di rovine.

E anche scomparso quel religioso fervore che aveva indotto la V dinastia a dedicare quasi tutte le proprie risorse alla glorificazione del dio sole. I Testi delle Piramidi che coprono le pareti delle camere sepolcrali delle loro tombe mirano solo ad assicurare nell’oltretomba il benessere del re defunto, identificato con Osiride. Grande è l’abbondanza di documenti della VI dinastia giunti sino a noi. Da questi si deduce la tendenza generale al decentramento perché, anche se nominava a governatori delle province, o nomarchi, i più influenti personaggi provinciali (come Ibi nel nomo della Montagna della Vipera), il faraone continuava a voler partecipare alla costruzione dei templi locali e ad arrogarsi il diritto di esentarne i dipendenti dagli obblighi più gravosi.

Il Canone di Torino enumera, in accordo con gli altri elenchi, cinque faraoni (Teti, Userkara, Pepi I, Merenre I, Pepi II e Merenre II) dal regno più o meno lungo (fino ai 90 anni di Pepi II), ma a differenza delle altre liste, il Canone di Torino ne cita altri di cui però solo tre sono leggibili: Neferka, Nefer e Ibi giungendo alla cifra totale di 181 anni per l’intero periodo iniziatosi con Teti.

Di questi successori di Pepi II, oltre ai nomi leggibili rimane lo spazio per altri nomi per una lunghezza totale di cinque regni su otto, il tutto ammonta a non più di dieci anni. Sembrerebbe così che la VI dinastia termini con questa serie di effimeri sovrani, se Manetone non avesse preferito concluderla con una regina, Nitòcris, che, al pari di Sebeknofru, ultima sovrana regnante nella XII dinastia, riuscì a conquistare con la violenza il trono dei faraoni. E’ evidente come, alla morte del vecchio re Pepi II, seguirono immediatamente intrighi dinastici dai quali, come poi accadde durante la XII dinastia, trasse momentaneo vantaggio una regina. Ma vediamo ora nel dettaglio come agirono i faraoni della VI dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” Bompiani, Milano, 2003
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” Oxford University Press, 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • W. S. Smith, “Il Regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo Periodo Intermedio”, Il Saggiatore, Milano, 1972
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”,onaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967
  • Nicolas Grimal, “ Storia dell’antico Egitto”, V ed., Roma, Bari, 2003
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, Novara, 2005
  • Alessandro Roccati, “Egittologia”, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2005 
  • Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
  • Sergio Donadoni, “L’Egitto”, Torino, UTET, 1982
  • Pascal Verrus e Jean Yoyotte, “The Book of the Pharaohs”, Cornell University Press, 2003

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