Luce tra le ombre, Piramidi

IL SITO DI HEIT EL-GHURAB

Di Ivo Prezioso

Il sito di Heit el-Ghurab rivela un nuovo volto, la città portuale perduta delle piramidi.

Durante la stagione 2013 Mark Lehner (Immagine n. 1) e i membri del team AERA si sono presi una pausa dagli scavi sul campo per una sessione di studio. E’ stata l’occasione per riconsiderare la massa di dati provenienti dal sito della Città Perduta delle Piramidi, nota come Heit el-Ghurab (vedi “Il quartiere degli operai” https://laciviltaegizia.org/…/lorganizzazione-dei…/), nel contesto più ampio dell’Egitto dell’Antico Regno e del suo III millennio a.C. (Immagine n. 2).

Immagine n. 1 Mark Lehner è Direttore e Presidente di Ancient Egypt Research Associates, Inc. (AERA). Ha svolto ricerche archeologiche in Egitto per quasi quarant’anni. Ha mappato la Grande Sfinge e ha scoperto una parte importante della “Città perduta delle piramidi” a Giza. Lehner dirige il Giza Plateau Mapping Project (GPMP), che conduce scavi annuali presso gli insediamenti dell’Antico Regno vicino alla Sfinge e alle piramidi con un team interdisciplinare e internazionale di archeologi, geocronologi, botanici e specialisti faunistici. (© Ph. prelevata dal sito https://archaeology.columbian.gwu.edu/mark-lehner)

Immagine n. 2 Ricostruzione 3D dell’altopiano di Giza durante la tarda 4a Dinastia. (© Rebekah Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 2)

È emersa una nuova ipotesi di lavoro: oltre che di una città operaia, il sito e il suo complesso di gallerie potevano far parte di un importante porto del Nilo, con bacini, banchine di carico, depositi di legname, magazzini e forse anche cantieri navali. Il complesso della Galleria ospitava i membri delle spedizioni che portavano merci dal Levante a nord e da Assuan a sud, oltre a materiale da costruzione proveniente dalle cave e a derrate alimentari prodotte da fattorie e allevamenti di tutta la Valle del Nilo e del Delta (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 L’Egitto e il Levante con in evidenza la rotta da Biblos e quella da Assuan, con Giza come destinazione. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Porti per vivi e morti

Sappiamo che la necropoli di Giza fungeva da magica città portuale per l’Aldilà. Imbarcazioni sepolte accanto alla piramide di Khufu e grandi fosse modellate in questa forma o contenenti vere e propri navi funerarie in legno, presso la piramide di Khafre e la tomba della regina Khentkawes, erano destinate a trasportare i sovrani defunti nell’oltretomba. E’ ipotizzabile che un vero e proprio porto doveva trovarsi nelle vicinanze, per trasportare sia le enormi quantità di materiali e rifornimenti utilizzati per la costruzione, sia la manodopera necessaria per i tre complessi piramidali di Giza nell’arco di un periodo di circa 80 anni. Anche solo per questo motivo, ci si dovrebbe aspettare un importante porto sul Nilo, l’equivalente dell’Antico Regno di installazioni portuali come Tell el-Daba e Memphis durante il Secondo Periodo Intermedio e il Nuovo Regno.

Ci sono evidenze di un porto artificiale a Giza; i carotaggi effettuati mostrano quello che potrebbe essere un enorme scavo effettuato attraverso gli strati naturali di limo del Nilo e di scorie sabbiose provenienti dagli uadi del deserto. Qui, per creare un bacino portuale, i costruttori di piramidi potrebbero aver scavato in profondità nella piana del Nilo.

Sembra ovvio che un porto a Giza fosse essenziale per la costruzione delle piramidi. Considerato il grande peso dei blocchi di granito e calcare, che venivano trasportati via nave sul Nilo, è del tutto plausibile che fossero scaricati il più vicino possibile ai cantieri. Il massiccio muro di pietra del Corvo (Heit el-Ghurab), che si estende per 200 metri a est della scarpata (o pendio) tra l’altopiano di Giza e il basso deserto e la piana alluvionale, costituiva il limite meridionale di una zona di consegna di fronte al Tempio a Valle di Khafre e alla Sfinge. L’insediamento di Heit el-Ghurab si trovava direttamente a sud, e si estendeva per almeno altri 150 metri più ad est su uno sperone di deserto basso, similmente agli insediamenti peninsulari del porto di Tell el-Daba.

E’ noto che gli Egizi dell’Antico Regno trasportavano via mare anche grandi quantità di legname, olio d’oliva e probabilmente vino e resina dal Levante, la regione che si affaccia sull’estremità orientale del Mediterraneo, e vi sono prove che alcuni di questi prodotti finirono a Heit el-Ghurab. Gli specialisti che analizzano il materiale nel laboratorio sul campo a Giza hanno identificato pezzi di ceramica e legno levantini nei campioni di carbone raccolti nel corso degli anni. Sebbene la necessità di una grande struttura per ricevere le forniture edilizie fosse ovvia, l’osservazione di tutti questi prodotti importati ha fatto nascere l’ipotesi del porto.

La via di Byblos nell’Antico Regno

La ceramista dell’AERA Anna Wodzińska ha identificato vasi di ceramica “pettinata” (Immagine n. 4) prodotti nel Vicino Oriente, tra quelli presenti in grande quantità a Heit el-Ghurab. In totale sono stati rinvenuti 18 cocci. Il nome deriva dalla sua decorazione: i produttori hanno striato o increspato la superficie come se avessero utilizzato pettine. Durante il Bronzo Antico III (epoca corrispondente all’Antico Regno), i vasai realizzarono questo tipo di ceramica in tutto il Levante, ma non in Egitto. Gli egiziani, tuttavia, importavano questo tipo di vasi, senza dubbio per il loro contenuto.

Immagine n. 4 Vaso a due manici in “ceramica pettinata”. Disegno basato su una foto di una giara proveniente dal Cimitero Occidentale di Giza, Fossa G 4630; alto 36 centimetri. La “T” incisa sul vaso è un marchio di fabbrica. A destra frammento di ceramica pettinata dal sito Heit el-Ghurab. (©Foto di Hilary McDonald). I vasi di questo tipo sono stati rinvenuti nelle tombe a mastaba di alti ufficiali nei cimiteri reali accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. La loro importazione raggiunse il culmine nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui era attivo l’insediamento di Heit el-Ghurab. I 18 cocci emersi dal sito sono i più antichi in ceramica pettinata provenienti da un insediamento. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Gli archeologi che operano nei siti ad est della sponda orientale del Mediterraneo considerano queste giare, dotate di manici ad anello, come “contenitori per il commercio marittimo”, prodotti dai vasai già dalla prima età del bronzo, adatti “ai rigori del trasporto” e ai “lunghi periodi di tempo in mare”.

In Egitto gli scavatori hanno trovato la maggior parte di queste giare nelle tombe a mastaba di alti personaggi del cimitero reale accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. L’importazione di questi vasi raggiunse il picco massimo nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui la popolazione occupava l’insediamento di Heit el-Ghurab.

Qualunque cosa contenessero le giare (molto probabilmente resina, vino o olio d’oliva) era preziosa e valeva la pena di percorrere centinaia di chilometri per venirne in possesso. Nel Levante, l’associazione di queste giare con le attrezzature per la produzione di olio d’oliva – bacini di calcare, presse, focolari e grandi tini di ceramica – fa preferire l’ipotesi di contenitori per questo prodotto. Ulteriori prove a Heit el-Ghurab lo confermerebbero. L’analista del legno del team, Rainer Gerisch, ha identificato pezzi di ramoscelli di ulivo bruciati in diverse aree del sito. Questi frammenti potrebbero essere stati trasportati con le spedizioni di olio come una sorta di materiale da imballaggio inserito tra le giare. Curiosamente, provenivano dal complesso delle gallerie (un insieme di quattro blocchi di strutture allungate) e dalle aree industriali adiacenti. Se le gallerie servivano da baraccamenti per i lavoratori più umili, c’è da interrogarsi sulla presenza di queste costose importazioni in tali strutture.

Attraverso l’analisi petrografica, Mary Ownby ha rintracciato l’origine della “ceramica pettinata” di Heit el-Ghurab nella regione di Byblos, un importante porto antico a nord dell’odierna Beirut. Come centro di smistamento durante l’Antico Regno e anche successivamente, Byblos raccoglieva le merci da siti più piccoli dell’entroterra e dell’altopiano, diventando la principale potenza portuale del Mediterraneo orientale. A causa della preponderanza di prove del commercio tra Byblos e l’Egitto nell’Antico Regno, gli studiosi hanno coniato il termine “Via di Byblos”. Essi suggeriscono che i corrispondenti porti di destinazione dovevano trovarsi da qualche parte sul Nilo.

La presenza del cedro

Forse la motivazione più convincente che mosse i costruttori di piramidi a spingers a Byblos fu quella di procurarsi il legname, soprattutto i favolosi cedri del Libano. Potevano, inoltre, rifornirsi di cipressi, pini e querce, che non crescevano in Egitto, una terra con scarsa copertura arborea e limitata varietà di legni autoctoni.

Lavorando metodicamente su migliaia di pezzi di carbone, probabilmente resti di combustibile, raccolti dai nostri scavatori nei depositi della Città Perduta, Rainer Gerisch ha scoperto che si tratta per lo più (93,3%) di acacia del Nilo locale. Ma, oltre a quello d’ulivo, in quasi tutte le aree di scavo sono stati rinvenuti altri legni di importazione: cipresso, pino e quercia; Il cedro, però, costituiva la presenza più abbondante. Si è rintracciato, infatti, in ogni parte della Galleria III (Immagini n. 5a-5b), scavata nel 2002, e con una frequenza relativamente alta in altri scavi del Complesso.

Immagine n. 5a Il sito di Heit el-Ghurab, con l’evidenza del complesso delle gallerie e le due gallerie che sono state ampiamente scavate: Gallerie III.3 e III.4. (© Mappa preparata da Rebekah Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Immagine n. 5b Gallerie del complesso di Heit el-Ghurab, Gallerie III.3 (a destra) e III.4. Tra le due gallerie è visibile un massiccio muro laterale. L’ampio spazio aperto in primo piano potrebbe essere servito come caserma o magazzino. La parte posteriore sembra essere stata una casa, forse per un sorvegliante. I membri della squadra di scavo danno un’idea della scala. (© Foto di Yaser Mahmoud in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 4)

Sappiamo che il cedro era usato per la costruzione di navi (Immagine n. 6), per le porte dei palazzi e per le alte travi utilizzate come ossatura nell’ edificazione delle piramidi. A questo punto viene quasi spontaneo domandarsi per quali ragioni si sia bruciata questa preziosa essenza nei focolari .

Immagine n. 6 A destra, rivestimento dello scafo di un’imbarcazione di legno; particolare di una scena della tomba di Ti a Saqqara (V dinastia). Gli uomini in piedi nella nave usano martelli a due impugnature simili a quelli trovati nel sito di Heit el-Ghurab (Da H. Wild, Le Tombeau de Ti, Fascicule II, Institut Français d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1953, tavola CXXIX).

Per trovare indizi che possano aiutare a rispondere a questa domanda ci rivolgiamo ai porti faraonici recentemente scavati sulla costa occidentale del Mar Rosso a Mersa Gawasis, Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf. Tutti e tre i siti comprendono strutture industriali e altri insediamenti, nonché gallerie lunghe e strette scavate nella roccia e utilizzate sia come deposito che come abitazione. Una missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet ha scoperto che il porto di Wadi el-Jarf risale al regno di Khufu (IV Dinastia), il cui nome è inciso in un’iscrizione sulle pietre che bloccano gli ingressi di alcune delle gallerie (vedi https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/.)

Per il momento, soffermiamo l’attenzione sul porto del Medio Regno (XII dinastia) di Mersa (o Wadi) Gawasis e sulle scoperte della missione di Kathryn Bard e Rodolfo Fattovich*.

A differenza del sito umido di Heit el-Ghurab, dove tutti i materiali vegetali si sono decomposti, tranne i resti carbonizzati, il clima estremamente arido di Gawasis ha favorito un’eccellente conservazione del materiale organico. In effetti, il team ha recuperato migliaia di frammenti di legno, oltre 40 casse da carico e parti di nave smontate, tra cui più di 100 componenti dello scafo, e bobine di corda. Alcuni di questi pezzi erano stati lasciati in deposito nelle gallerie sccavate nella roccia. I ricercatori del sito hanno trovato anche molti frammenti di legno lasciati “quando gli antichi lavoratori smontavano le navi i cui legnami, devastati dai tarli, fanno pensare a consistenti viaggi in mare “. In effetti, i carpentieri navali rifilavano e pulivano le parti; successivamente i membri della spedizione usavano il legno di scarto per alimentare i focolari, sia per scaldarsi, sia per cucinare all’interno delle gallerie. Oltre agli scarti lignei, potrebbero aver utilizzato come combustibile, anche parti di imbarcazione, forse dopo che queste erano state riciclate come rivestimento delle gallerie stesse e si erano deteriorate irreparabilmente. Quando analizzò il legno di Gawasis, Gerisch scoprì che, come a Giza, la maggior parte era costituita da specie egiziane autoctone, ma il secondo o terzo tipo più abbondante era il cedro, che doveva essere di provenienza libanese.

Il carbone di cedro di Heit el-Ghurab potrebbe anch’esso essere il risultato di uomini che tagliano e rilavorano parti di navi e riutilizzano gli scarti come combustibile nei focolari? Gli operai di Heit el-Ghurab hanno incorporato, come a Gawasis, assi di legno nelle soglie, nei corridoi o nella parte superiore delle gallerie e degli altri edifici?

E’ plausibile, e forse è questo il motivo per cui i residui di cedro sono presenti nel carbone di legna quasi ovunque si sia scavato e fino nelle gallerie.

Al momento, sappiamo, soprattutto da Gawasis, di altre ampie somiglianze tra Heit el-Ghurab e gli insediamenti portuali del Mar Rosso, che comprendono, in particolare, un’insenatura adiacente al sito, una zona industriale con prove di panificazione e resti di ceramica importata (a Gawasis ceramica caananita/minoica). Andrea Manzo ha notato delle somiglianze tra le gallerie scavate nella roccia di Gawasis e quelle in mattoni di fango di Heit el-Ghurab. Egli ha suggerito che le gallerie del porto sul Mar Rosso rappresentino una trasposizione del modello realizzato con mattoni di fango a Heit el-Ghurab.

Ricavati dal conglomerato naturale, i complessi realizzati sul Mar Rosso sono di conseguenza meno convenzionali rispetto a quello di Giza, ma le basi di arrivo/partenza per le missioni nel Sinai e nella terra meridionale di Punt potrebbero aver replicato una sorta di modello standard sulla costa. Potremmo considerare il complesso di Heit el-Ghurab e delle sue Gallerie come un’espressione di un prototipo per le truppe di spedizione che gli egiziani hanno adottato in altri porti.

Porti e genti

Le tracce di prodotti levantini presenti nel sito della “Città Perduta” suggeriscono che questi furono consegnati e immagazzinati qui per essere utilizzati, in ultima istanza, nelle tombe d’élite di Giza. Le strutture in cui le merci potevano essere immediatamente e temporaneamente stoccate, prima della distribuzione, sono una caratteristica standard dei porti e le lunghe gallerie del Complesso potrebbero essere servite in parte come depositi.

Dobbiamo considerare che nel corso di due generazioni, dai regni di Khafre a Menkaure (e forse anche da Khufu in poi), il sito di Heit el-Ghurab divenne il punto di arrivo delle importazioni da Byblos per la resina, il vino, l’olio e centinaia di tonnellate di legname, Assuan per migliaia di tonnellate di granito e prodotti africani, nonché della rotta Mar Rosso-Sinai per i minerali. Dobbiamo anche riconsiderare la classe e lo status delle persone che vivevano e lavoravano qui. Gli uomini che viaggiavano all’estero per procurarsi il legno e altri prodotti erano membri delle forze di spedizione. Essi e le loro merci viaggiavano e restavano insieme fino alla destinazione finale. Possiamo quindi immaginare che le gallerie ospitassero sia gli equipaggi, sia i prodotti. Inoltre, gli uomini che avevano partecipato alla spedizione potrebbero aver goduto di parte del bottino, probabilmente come ricompensa. Le scene dei templi piramidali e delle vie ascensionali mostrano giovani uomini premiati con oro e altri beni al termine delle missioni, come nella scena della strada rialzata di Sahure ad Abusir (Immagine n. 7). 

Immagine n. 7 Particolare di una scena della piramide di Sahure ad Abusir. Un cortigiano di alto rango (a destra) di nome Merynetjernisut premia un membro della spedizione di Sahure a Punt. Con la mano destra regala all’uomo un ampio collare con tre file di perline, mentre nell’altra mano tiene un sigillo cilindrico. Il destinatario ha nella mano destra un oggetto decorativo (fascia o corona). (© Da un disegno di J. Malátková in Abusir XVI, Sahure – The Pyramid Causeway: Storia e decorazione nell’Antico Regno, T. El Awady, Università Carlo di Praga, Praga, 2009, tavola 7, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 6 ).

Tracce di beni “di prestigio” nelle gallerie di Giza potrebbero riferirsi a ricompense, come l’olio d’oliva, concessi ai membri della spedizione. Inoltre, nel sito di Heit el-Ghurab, è stata rinvenuta una grande quantità di ossa di animali il che suggerisce che gli abitanti consumassero una straordinaria quantità di carne, vale a dire la dieta che potremmo aspettarci per i membri di una forza di spedizione di status più elevato rispetto ai lavoratori più comuni. Allo stesso tempo, percepire gli abitanti del Complesso della Galleria come membri di truppe di spedizione e di equipaggi nautici non esclude la possibilità che molti di loro fossero impiegati nelle mansioni e nelle fatiche più elementari.

Gli studi sulla navigazione del Nilo nel corso del tempo mostrano l’impiego di un gran numero di imbarcazioni (Immagine n. 8 ), spinte e trainate dalle rive; lo stesso procedimento di base necessario per spostare i blocchi per costruire piramidi, tombe e templi. Le scene della via ascensionale di Sahure, pubblicate di recente, mostrano, infatti, che alcuni equipaggi nautici statali, navi di scorta e da spedizione portano gli stessi nomi di gruppi che si trovano nei graffiti dei lavoratori sui monumenti. Equipaggi, apparentemente navali, e lavoratori si sfidano nel canottaggio, nella lotta e nel tiro con l’arco.

Immagine n. 8 Una scena della tomba di Ti a Saqqara, (V dinastia): un veliero di ritorno da una delle città del Basso Egitto. (© Da Le Tombeau de Ti, Fascicule I, Institut Francais d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1939, tavola XLVII, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Il tema più ampio di queste scene di Sahure riguarda una spedizione nella terra meridionale di Punt, che rientra al porto d’origine con indigeni e alberi di incenso (e/o mirra) per essere accolti dal re e dalla sua famiglia, insieme a squadre di operai che trascinano la pietra di copertura per completare la piramide. Segue una festa celebrativa, forse una festa speciale tra le tante comuni che conosciamo così bene dai testi delle tombe e dei templi. Sono visibili rastrelliere di carne appese, da condividere e consumare per l’occasione. Si può pensare ad un tipo di banchetto simile quando consideriamo le prove dell’abbondanza di bestiame, pecore e capre consumate nella Città Perduta. Si può concludere, con ogni probabilità, che la “città dei lavoratori” e la “città portuale” delle piramidi, non si escludevano a vicenda.

* Nel dicembre 2009-gennaio 2010 la spedizione archeologica dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (UNO) e dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), Roma, in collaborazione con la Boston University (BU), Boston (USA), hanno condotto la nona stagione di ricerca sul campo nel sito di Mersa/Wadi Gawasis, sul Mar Rosso, sotto la direzione del prof. Rodolfo Fattovich ( UNO/IsIAO) e della prof.ssa Kathryn A. Bard (BU). Il team sul campo comprendeva personale italiano, americano, egiziano, britannico e tedesco con diverse specializzazioni (archeologia, archeologia nautica, epigrafia, geologia, paleoetnobotanica e topografia).

Canali e porti al tempo della edificazione delle piramidi di Giza. Ricostruzione dell’infrastruttura di trasporto fluviale di Giza progettata dagli egizi della IV dinastia.

Circa 4.400 anni fa l’altopiano di Giza brulicava di lavori per la costruzione del complesso del re Menkaure, l’ultimo dei costruttori di piramidi di Giza, e della tomba monumentale della regina madre Khentkawes I. Quando Menkaure morì prematuramente, il suo successore, Shepseskaf, completò frettolosamente i templi piramidali e costruì per Khentkawes una città adiacente al Tempio a Valle di Menkaure a nord.

Tra il 2009 e 2014 il team di AERA ha portato alla luce l’estremità settentrionale di un bacino a est della città di Khentkawes. Gli operai di Menkaure si avvalsero inizialmente del bacino come punto di approdo per la consegna materiale da costruzione. Successivamente, probabilmente a seguito dei lavori commissionati da Shepseskaf, lo riutilizzarono per servire la fondazione commemorativa di Khentkawes. L’uso originario è stato messo in luce durante la stagione sul campo 2014, mentre il ruolo del sito della Città Perduta (o Heit el-Ghurab) nella costruzione di piramidi era emerso sin dall’inizio dei lavori di AERA nel 1988. (Immagine n. 9).

Immagine n. 9 Ricostruzione del porto di Giza della IV dinastia durante la piena del Nilo. Le acque riempivano i canali e i porti che gli Egizi avevano creato per trasportare materiali e rifornimenti per la costruzione delle piramidi. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 1)

Corso d’acqua e bacino

Per spostare massicci blocchi di pietra e altri rifornimenti, gli ingegneri dell’antichità dragarono una via d’acqua dal Nilo sul fronte orientale del Tempio in Valle di Khafre e della Sfinge. In seguito, estesero il canale versao sud e poi verso ovest fino alla facciata del Tempio in Valle di Menkaure, approfittando della profonda escavazione del basamento roccioso all’imboccatura del wadi tra gli affioramenti della formazione Moqqatam e Maadi (Immagine n. 10). Da questo canale diramarono una propaggine verso nord, creando il bacino a est della città di Khentkawes.

Immagine n. 10 Mappa del sito in cui sono evidenziate le formazioni rocciose Moqqatam e Maadi profondamente incise dal Wadi Centrale(© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 21)

Utilizzando gli abbondanti detriti calcarei di cava, gli operai terrazzarono il perimetro del bacino e ne rivestirono i bordi con mattoni di fango che degradavano ripidamente a ovest e si ergevano verticalmente a nord e a est. Con una larghezza di 26,6 metri, il bacino era sufficientemente grande per consentire alle piccole imbarcazioni di consegnare le merci e tornare indietro. In entrambi gli angoli (nord-ovest e nord-est) sono state ritrovate tracce di rampe che consentivano di scaricare il materiale e trasportarlo sulla terrazza superiore (Immagine n. 11).

Immagine n. 11 Ricostruzione con un modello 3D della fase iniziale del bacino e degli accessi alla città di Khentkawes. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime(© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 2)

Rive orientali e occidentali: un polo per l’edilizia

Poco dopo aver completato il bacino, i costruttori aggiunsero edifici in mattoni crudi a est e a ovest, racchiudendoli tra massicce pareti. A questo punto, il bacino si presentava delimitato da spessi muri di cinta. Gli edifici occidentali furono eretti lungo un’alta terrazza rocciosa, sul bordo di una vecchia cava. Nel 2006 e nel 2007 il team ha scoperto che questi edifici erano antecedenti alla città di Khentkawes. I muratori di Shepseskaf, evidentemente li incorporarono nella parte inferiore della città a forma di “L”. All’epoca di Menkaure queste costruzioni ospitavano, con tutta probabilità, persone che gestivano le consegne di materiali da costruzione.

Sulla riva orientale inferiore, gli operai di Menkaure eressero un recinto di mattoni che si estende a est. A nord collegarono i recinti orientali e occidentali con un enorme muro di mattoni di fango per superare il dislivello di 4 metri dalla terrazza superiore alla riva orientale. Ampie porte, alle estremità occidentali e orientali del muro settentrionale, davano accesso alla terrazza superiore (Terrazza 1) del bacino (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 Ricostruzione con un modello 3D della fase iniziale del bacino e degli accessi alla città di Khentkawes. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. Nella ricostruzione sono visibili le cinte murarie nord e ovest del Complesso di Edifici a Silos (SBC) che fu aggiunto durante la V Dinastia. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 3)

A ovest, un’altra porta, contrassegnata da una zoccolatura a perno in calcare, dava accesso agli edifici superiori. Da questa soglia, la rampa laterale meridionale scendeva per 2 metri contro la parete rocciosa e raggiungeva il Terrazzo 1. Sulla sponda orientale, si apriva un’ ulteriore porta, attraverso il muro di cinta del complesso inferiore, anch’essa contrassegnata da una zoccolatura. Si sa poco dell’ interno originario del recinto della riva orientale. Piccoli sondaggi, fino ai primi livelli, hanno restituito pareti bruciate, pavimenti di cenere e tracce di cottura. In questo periodo, il pane e la birra erano probabilmente destinati agli operai e agli amministratori della costruzione. I cereali e le altre forniture potevano arrivare per via navale durante la stagione dell’inondazione, quando gli operai scaricavano sulle terrazze del lungofiume.

Cambiamenti sulle sponde del bacino

Durante i tre o quattro anni in cui i muratori di Shepseskaf furono impegnati nel completamento dei templi piramidali di Menkaure, si dedicarono anche alla costruzione della città per la regina madre Khentkawes sulla terrazza superiore del basamento roccioso e vi incorporarono, nella parte orientale e meridionale, gli edifici amministrativi di Menkaure.

In cima alla Rampa Laterale Sud restrinsero l’ingresso est per creare l’accesso ad un corridoio di collegamento largo 1,6 metri e lungo 150 metri, che corre verso ovest dal pendio fino alla cappella della regina nella sua tomba monumentale. I costruttori aggiunsero una rampa laterale settentrionale che completa quella a sud, ma che scende dalla soglia della strada rialzata fino a un corridoio sopraelevato di circa mezzo metro rispetto alla Terrazza 1Per consentire l’accesso alla terrazza, costruirono una serie di scale che si dipartivano da un’apertura nella parete del corridoio. Le terrazze, le scale e le rampe laterali sul lato ovest del bacino permettevano un’ ascesa adeguata al monumento della regina e alla città alta. Generazioni più tardi, si realizzarono, in pietra calcarea, rampe e terrazze laterali e ad angolo simili a quelle della parte anteriore del Tempio a Valle nel complesso piramidale di Pepi II, ultimo re della VI dinastia.

Il nuovo corridoio in muratura girava verso est e correva sopra la Terrazza 1, lungo il lato settentrionale del bacino. Aggiungendo un accrescimento contro la faccia del muro di cinta settentrionale, i costruttori resero il corridoio largo 1,6 metri, con l’intenzione di farne una continuazione della strada della regina madre che correva dritta verso il recinto sulla sponda orientale. L’accrescimento occluse l’ampio accesso occidentale attraverso il muro di cinta settentrionale, ma fu lasciato l’accesso orientale, ancora oggi segnato da un’ampia soglia di calcare (Immagine 13).

Immagine n. 13 Ricostruzione con un modello 3D della seconda fase del bacino e degli accessi alla città di Khentkawes. Nella ricostruzione sono visibili le rampe laterali sud e quella nord aggiunta in questa fase, il corridoio sopraelevato rispetto alla Terrazza 1 e l’occlusione dell’accesso occidentale lungo il muro di cinta settentrionale. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 4)

Centro di culto e Commissariato della Comunità

Durante la V dinastia fu edificato, all’interno del recinto orientale, il “Complesso di edifici a silos” (SBC), che prende il nome dal suo elemento più caratteristico, una serie di cinque silos rotondi per conservare il grano.

Probabilmente, i muratori della V dinastia rinnovarono le strutture per lo stoccaggio, la cottura e la produzione di birra esistenti già all’epoca di Menkaure. Una volta che Khentkawes collegò il suo corridoio al recinto orientale, il pane, la birra e gli altri prodotti furono convogliati verso il suo monumento, prima di tornare al personale ora collegato al suo servizio funerario.

Quando costruirono l’SBC come lo conosciamo, gli operai della V dinastia abbatterono lo spesso muro occidentale del recinto più antico fino al livello della Terrazza 1. Questo fece sì che l’interno delle stanze, aggiunte o modificate sul lato ovest, si affacciasse direttamente sul bacino. Accanto ai resti dell’antico muro di cinta eressero piccoli pilastri in mattoni per sostenere una copertura leggera. Il risultato fu la realizzazione di un portico ombreggiato, una configurazione che ritroviamo in modelli di case, piante e templi del Medio Regno.

L’SBC definitivo comprendeva i cinque silos, lunghe camere aperte per la cottura ed eventualmente la produzione di birra, una residenza per il sorvegliante con cucina, camere da letto e sala per le udienze (Immagine n. 14).

Immagine n. 14 Primo piano della ricostruzione 3D del Complesso di Edifici a Silos (SBC) e dell’angolo nord-est del bacino. Quando gli Egizi abbatterono il muro di cinta occidentale dell’SBC, costruirono muri di sostegno e colonne per il tetto delle stanze adiacenti, creando un portico che si affaccia sul bacino, come vediamo in molti modelli, per lo più databili al Medio Regno. Il tetto a volta si basa sulla ricostruzione di F. Arnold delle case della città di Khentkawes in “Die Priesterhäuser der Chentkaues in Giza, Staatlicher Wohnungsbau als Interpretation der Wohnvor- stellungen für einen ldealmenschen”, Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts Abteilung Kairo, Band 54, pp. 1-18, 1998. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 5)

Una storia di due “città” e di trasformazioni

Il primo bacino di Menkaure/Khentkawes e i suoi insediamenti a est e a ovest offrono una narrazione sorprendentemente diversa rispetto al sito della Città Perduta. Le autorità fondarono entrambe le installazioni per sostenere il programma di edificazione delle piramidi. Ma Heit el Ghurab fu smantellata quando terminò la costruzione, mentre il complesso della valle di Menkaure/Khentkawes fu trasformato in una città piramidale dedicata ai culti reali. Perché i due siti hanno avuto destini diversi?

Mentre il primo centro di costruzione di Menkaure/Khentkawes si trovava all’interno del sacro recinto funerario, la Città Perduta si trovava su un terreno profano più a sud-est, troppo lontano sia per fornire offerte su scala ridotta rispetto a quelle richieste dalle squadre di lavoro delle piramidi , sia per ospitare i sacerdoti. Ma essendo adiacente a un porto di grandi dimensioni vicino al Nilo(1)era ideale per ricevere ed ospitare grandi quantità di materiali, rifornimenti e persone che arrivavano via fiume. Inoltre, l’ampio e basso deserto ha permesso all’insediamento della “Città perduta” di espandersi secondo le necessità per accogliere un’ampia gamma di strutture e attività su scala industriale: laboratori artigianali, silos per il grano, magazzini, residenze per funzionari, macelli, ambienti per il bestiame e persino, per l’epoca, parte di un laboratorio funerario reale.

Il primo insediamento di Menkaure/Khentkawes, circondato da muri di cava, templi mortuari, tombe, un canale, un bacino e il wadi meridionale, aveva, invece, poco spazio per espandersi. I costruttori lo intesero come base di gestione vicino ai progetti di costruzione, ma probabilmente, fu concepito per uno scopo successivo. Fu, infatti rapidamente convertita la facciata del bacino per servire i culti reali. Inoltre, la cura e l’investimento profusi nel complesso suggeriscono l’intenzione di utilizzarlo a lungo termine. Questa storia di due città e della loro trasformazione include il trasferimento di alcuni residenti di Heit el-Ghurab nel rinnovato complesso di Menkaure/Khentkawes. Mentre la gente abbandonava e smantellava la Città Perduta, i sacerdoti della purificazione di Menkaure, che avevano lavorato nell’Officina Mortuaria Reale (Wabet, letteralmente “luogo di purificazione”), si trasferirono nella SBC con la benedizione di Shepseskaf (2) (Immagine n. 15).

Immagine 15 Ricostruzione con un modello 3D della fase finale del complesso edilizio dei Silos, del bacino e dell’avvicinamento alla città di Khentkawes. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 5)

La città portuale perduta delle piramidi

In AERAGRAM 14-11 Mark Lehner ha presentato un nuovo aspetto del sito di Heit el-Ghurab: “La città portuale perduta delle piramidi”. L’insediamento non era solo la base per la costruzione delle piramidi di Giza ,ma, in quel periodo, anche un importante porto sul Nilo. In quell’articolo Lehner ha esposto una serie di prove archeologiche a sostegno di quest’idea. Ma non si è occupato di come questo insediamento fosse collegato al Nilo. In questa sede, l’autore affronta il problema esaminando le prove dell’esistenza di infrastrutture per il trasporto fluviale – canali, porti, bacini e porticcioli – sepolte sotto l’odierna pianura alluvionale lungo la base dell’altopiano di Giza. Lavorando con le testimonianze archeologiche, le tracce di antichi elementi del paesaggio, i campioni di sedimenti provenienti da superfici profondamente sepolte e le migliori ipotesi e congetture, sviluppa un modello dei porti e dei canali del Nilo a Giza durante l’Antico Regno.

Ogni anno, le piogge nell’altopiano dei laghi africani e nell’acrocoro etiopico convogliano una colossale onda d’acqua attraverso il bacino del Nilo. In Egitto, prima della costruzione della diga di Assuan, l’acqua saliva di 7 metri rispetto al suo livello più basso nel letto del fiume. L’onda del Nilo allagava la valle riempiendo bacini naturali e artificiali. Per sei/otto settimane l’acqua, con una profondità media di 1,5/2 metri, rimaneva nei bacini mentre l’argilla e il limo (il materiale disgregato proveniente dalle montagne dell’Africa orientale) si depositavano, fertilizzando la piana alluvionale e favorendo un’agricoltura estremamente produttiva.

I costruttori delle piramidi di Giza pianificarono una sopraelevazione di 7 metri, rispetto alla piena del Nilo, quando intervennero su quella parte della pianura alluvionale per farne il più grande porto fluviale dell’epoca e che includeva il sito della cosiddetta Città dei Lavoratori o Città Perduta (Heit el-Ghurab in arabo). Per trasportare pietra e altri materiali, scavarono canali e bacini con la stessa determinazione con cui costruirono piramidi, tombe e templi. Oggi i loro corsi d’acqua sono sepolti sotto il paesaggio e il Nilo, avendo variato il suo corso, ora scorre addossato al lato orientale della valle a 8 chilometri dall’altopiano di Giza . Come è possibile, quindi, trovare tracce di quelle infrastrutture?

Quattro millenni e mezzo di inondazioni del Nilo e di piogge episodiche e violente hanno riversato materiali dagli uadi del deserto seppellendo la piana dell’Antico Regno sotto 4-5 metri di argilla, limo, sabbia e ghiaia (Immagine n. 16).*

Immagine n. 16 Nella piana alluvionale del Nilo, vicino a Zaghloul Street (vedi mappa nell’immagine seguente), nel 1994, durante gli scavi per la costruzione di un grattacielo, è stato scoperto un massiccio muro di calcare e basalto. Altre due sezioni del muro sono state rinvenute in una trincea di un appaltatore durante lo scavo di una condotta delle acque reflue lungo Zaghloul Street. Il basalto e il calcare corrispondono al materiale del Tempio Superiore della piramide, del Tempio a Valle e della Via Ascensionale di Khufu, indicando che il muro di Zaghloul Street faceva parte di quel complesso. E’ presumibile che il muro racchiudesse un bacino di fronte al Tempio della Valle di Khufu. Lo “sbarramento” alla fine della trincea è il modulo di un appaltatore per il getto delle fondamenta di un edificio. La densa concentrazione di sviluppo nella piana ai piedi dell’altopiano di Giza (ben visibile nella mappa seguente) rappresenta una sfida per chiunque cerchi di ricostruire la pianura alluvionale dell’Antico Regno, profondamente sepolta. © Foto di Mark Lehner. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 14)

Nel corso dell’ultimo secolo, dopo che le diga di Assuan ha limitato l’inondazione annuale, la città moderna del Cairo si è estesa verso Giza, un’espansione che nel 1977 era già in corso. Con tutti questi elementi sfavorevoli, è possibile ricostruire qualcosa della pianura alluvionale dell’Antico Regno?

Tre fonti offrono indizi:

– Vestigia di elementi antichi nei profili della superficie moderna.

– Elementi antichi scoperti con gli scavi

– Sedimenti recuperati attraverso trivellazioni profonde.

Gli ingegneri della IV dinastia sfruttarono la dinamica del fiume per creare porti e canali sufficientemente profondi tutto l’anno per le piccole imbarcazioni con pescaggio ridotto e, durante l’inondazione quando il livello delle acque saliva anche di sette metri, per i pesanti natanti da carico con pescaggio elevato. Per attingere a un vicino ramo occidentale del Nilo, hanno dovuto superare il possente argine del fiume, largo fino a 200 metri e alto 4 metri. Utilizzando gli indizi sopra elencati, è possibile identificare la posizione di antichi corsi d’acqua e porti. I contorni della superficie moderna e un antico solco erosivo suggeriscono che questo fosse il percorso di un canale del Nilo dell’Antico Regno. Le strutture della IV dinastia, scoperte attraverso gli scavi, definiscono i confini di canali e porti e servono come punti di riferimento per i livelli della pianura alluvionale e delle sponde del fiume.

I carotaggi effettati in profondità forniscono le sezioni di limo e argilla solidi, che riempivano i corsi d’acqua abbandonati, e di sabbia e ghiaia delle sponde del fiume su cui gli abitanti della IV dinastia costruirono i loro insediamenti. Lehner ha utilizzato una mappa topografica di Giza prodotta con la fotogrammetria nel 1977 per il Ministero egiziano dell’Edilizia Abitativa e della Riqualificazione per localizzare gli elementi e le carote di perforazione. Ha quindi disegnato la topografia della IV dinastia come sovrapposizione (Immagine n. 17). 

Immagine n. 17 Porzione di una mappa 1:5.000 che mostra le piramidi e la pianura alluvionale ai piedi dell’altopiano di Giza. La mappa è stata prodotta per il Ministero Egiziano dell’Edilizia Abitativa e del Risanamento mediante fotogrammetria nel 1977. Mostra le curve di livello e tutte le strutture presenti all’epoca (ma qui è leggermente modificata per ridurre l’affollamento). Il canale del Nilo dell’Antico Regno proposto segue il corso del canale Libeini (una vestigia dell’antico corso del fiume). L’ipotizzato canale del bacino antico che portava i materiali all’altopiano di Giza passa attraverso la fessura tra i due centri di insediamento evidenziati, Nazlet el-Sissi e Nazlet el-Batran Est. Il porto o marina di Khufu proposto è delineato da una linea rossa tratteggiata. In giallo sono evidenziati gli elementi architettonici dell’Antico Regno sepolti e alcuni dei siti e delle caratteristiche citati nell’articolo. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 15)

Oltre a localizzare gli elementi sul piano orizzontale del paesaggio, li ha posizionati anche in verticale, impostando, cioè la, loro forma, profondità ed elevazione. Ha reso i corsi d’acqua e i porti dall’alto verso il basso secondo linee di collegamento con valori espressi in metri sul livello del mare (asl). I dati provengono da carote di sedimenti (Immagine n. 18).

Immagine n. 18 Vista prospettica dell’altopiano di Giza e della piana alluvionale adiacente con i corsi d’acqua della IV dinastia ricostruiti. I cerchi rossi indicano la posizione dei carotaggi utilizzati per sviluppare questo modello. Le colonne rappresentano schematicamente i sedimenti accumulatisi in oltre 4.500 anni. La colonna mostrata sopra o vicino a un cerchio rosso indica la sequenza di quella carota (da circa 16 metri s.l.m. in giù) (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 16)

Alla fine degli anni ’80, un consorzio americano-britannico (AMBRIC) ha perforato 72 pozzi prima di installare un sistema fognario a est dell’altopiano di Giza. Con grande precisione, hanno mappato e registrato per ogni carota i diversi sedimenti, la loro profondità sotto la superficie e l’elevazione rispetto al livello del mare. Fortunatamente, i sedimenti mostrano un elevato contrasto tra sabbia o ghiaia e limo o argilla. Nel lavorare su questi elementi Lehner ha ignorato la sequenza da circa 16,00 a 16,50 metri s.l.m., partendo dal presupposto (fondato sull’evidenza) che si trattasse di sedimenti posteriori all’Antico Regno. Le strutture antiche gli hanno fornito ulteriori punti di riferimento. Ad esempio, ha fissato l’altezza dell’inondazione del Nilo a 1 metro sotto l’altezza della pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu, presumendo che, ragionevolmente, i suoi costruttori volessero che rimanesse all’asciutto anche in quella situazione. L’altezza della piena ha portato a sua volta all’elevazione della piana alluvionale. Prima delle dighe di Assuan, al culmine dell’inondazione, l’acqua si trovava in media 1,5 metri sopra di essa.

Le carote di sedimento, hanno restituito argilla e limo molto profondi e solidi riferibili al riempimento di quelli che dovevano essere canali fluviali e bacini artificiali. Il Nilo,infatti, non depositava argilla e limo all’interno del suo letto; durante l’inondazione spargeva questo materiale fine su entrambi i lati della pianura. Quando il fiume ha variato il suo corso, il vecchio canale si è riempito di argilla e limo provenienti dalla piena annuale e, a est degli uadi, di sabbia e ghiaia. Grazie allo studio di punti di riferimento, tracce di antiche superfici paesaggistiche e dinamiche del Nilo, a congetture ponderate e intuizioni derivate dalle moderne infrastrutture di trasporto dell’acqua, l’illustre egittologo ha sviluppato il modello della piana alluvionale qui proposto (Immagine n. 18).

* Ampi wadi delimitano l’altopiano di Giza a nord e a sud. Un wadi centrale che separa la Formazione Moqqatam dalla Formazione Maadi si dirama a nord del Muro del Corvo (Heit el-Ghurab). Vedi immagine n. 10

Ricostruzione del canale del Nilo

Stabilire quale fosse l’antico corso del Nilo rappresenta la più grande sfida per la ricostruzione della pianura alluvionale di Giza durante IV dinastia. La maggior parte degli studiosi che si sono occupati della questione ritiene che, nell’Antico Regno, un suo canale o un affluente minore scorresse nei pressi del lato occidentale della valle. David Jeffreys e Judith Bunbury hanno proposto che il Nilo, nei pressi di Menfi, a sud di Giza, si divideva in due o più rami principali come quelli odierni di Rosetta e Damietta. Molti concordano sul fatto che il Libeini segni il percorso di un antico canale occidentale del Nilo. Da Saqqara ad Abu Roash i contorni moderni della superficie ne mostrano chiaramente le tracce. E’ da questa premessa che Lehner è partito per sviluppare la sua ricostruzione del sito. Presumendo che gli egizi avessero necessità di un canale molto ampio per il trasporto di pietre e legname del peso di svariate tonnellate, ne ha ipotizzato la larghezza in circa 500 metri la larghezza , cioè la stessa del Nilo odierno all’altezza del Cairo (senza tener conto delle variazioni stagionali). Le considerazioni sui canali e sulle altre caratteristiche della conformazione del paesaggio intorno a Giza possono essere supportate grazie alle indagini effettuate da AMBRIC (Immagine n. 19), dal team di AERA e da altri ricercatori.

Immagine n. 19 I carotaggi effettuati dal consorzio americano-britannico (AMBRIC). Nella parte sinistra della mappa sono evidenziati i punti di prelievo, mentre le nove colonnine sulla parte destra ci informano sui materiali restituiti. Numerando dalla prima in alto a sinistra abbiamo: 1) Sabbia. Sedimenti del wadi 2) Sabbia e ghiaia, materiali desertici dilavati dai Wadi 3) Limo e argilla, sedimenti depositati durante le piene del Nilo (il periodico accumulo sulla pianura alluvionale 4) Depositi intercalati di limo argilloso e ghiaia sabbiosa del canale fluviale abbandonato (sedimenti dell’alluvione del Nilo e dilavamento degli uadi) 5) Ceramica depositata su limo e argilla, che conferma la presenza di un insediamento costruito sull’antica piana alluvionale o sui sedimenti delle piene del Nilo dragati dai canali 6) Sabbia, argilla, sabbia. Sabbia dei wadi depositata su sedimenti del Nilo impostati su un antico deposito di wadi 7) Insediamento (presenza di ceramica) su limo e argilla su sabbia. Insediamento costruito sui sedimenti del Nilo depositati su quelli di un antico wadi 😎 Insediamento (presenza di ceramica) su sabbia e ghiaia. Insediamento costruito su antichi sedimenti di wadi 9) Insediamento (presenza di ceramica) su sabbia. Insediamento costruito su antichi sedimenti di wadi (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 17)

I carotaggi eseguiti da AMBRIC lungo il corso del Libeini mostrano la composizione tipica di un canale fluviale abbandonato: limo e argilla molto profondi e solidi oppure, ad est delle foci degli wadi, limo e sabbia intercalati. La profondità degli strati di limo e argilla consente di determinare il fondo del vecchio canale. Due trivellazioni profonde quasi 20 metri nel Libeini, appena a est delle piramidi, hanno raggiunto il fondo di argilla su sabbia e ghiaia. Questo potrebbe essere, secondo Lehner, l’antico letto del fiume, e si trova ad un’altezza compresa tra 1,93 e 4,83 metri sul livello del mare. Con i dati a disposizione ha, di conseguenza, delineato il fondo del canale, profondo almeno 10-13 metri.

Il porto di Khufu

Ormai scomparso, ad eccezione della pavimentazione e delle massicce fondamenta in blocchi di calcare, il Tempio in Valle di Khufu si trovava su un bassopiano desertico a circa 400 metri dal bordo dell’altopiano di Giza. Il consorzio AMBRIC ne ha raggiunto la pavimentazione in basalto in una trincea lungo il canale di Mansouriyah. A circa 500 metri a est, in un’altra trincea lungo la via Zaghloul, sono stati rinvenuti due segmenti di un muro di calcare, distanti 400 metri l’uno dall’altro (vedi mappa dell’immagine n. 17, cap.5). Poi, nel 1994, un segmento lungo 70 metri di un massiccio muro di calcare e basalto è emerso poco più a est, durante gli scavi per un grattacielo (vedi immagine n. 16, cap.5). Il basalto e il calcare corrispondono al materiale del Tempio Superiore della piramide, della strada rialzata e del Tempio in Valle di Khufu, indicando che il muro di via Zaghloul faceva parte del complesso. Le tre sezioni e la pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu definiscono un recinto di 400 metri da nord a sud e di 475 metri da est a ovest, (190.000 mq).

Sulla base di queste strutture, Lehner ha ricostruito una riva protetta, un bacino per piccole imbarcazioni ed un porto in grado di gestire grandi imbarcazioni da carico. A sud del sito del Tempio della Valle di Khufu, lungo il Canale di Mansouriyah, la trincea aMBRIC sembrerebbe aver tagliato l’insediamento dell’Antico Regno a quote comprese tra i 14,59 e i 14,86 metri s.l.m. e, successivamente, spessi muri di mattoni di fango ricoperti di calcare posti a circa 100 metri di distanza l’uno dall’altro: evidentemente i muri settentrionali e meridionali di un grande edificio. Questa struttura delimitava ulteriormente l’estensione del bacino fluviale di Khufu.

L’analisi della massa di dati a disposizione, ha permesso una ipotetica ricostruzione del “waterfront” della IV Dinastia* (Immagini nn.20-21-22-23).

Conclusioni

Ci si chiede se Il modello di infrastruttura fluviale dei costruttori delle piramidi di Giza elaborato da Lehner rappresenti accuratamente il modo in cui è stato progettato.

Considerando gli elementi indiscutibili, possiamo essere certi che una sorta di grande recinto, definito almeno in parte da muri di pietra o dighe, si estendeva per 500 metri a est del Tempio della Valle di Khufu. I segmenti di muro di Zaghloul Street e la pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu forniscono dei punti di riferimento al di sopra dei quali le normali acque di piena del Nilo non salivano. Più a sud, le prove indicano con certezza la presenza di un canale lungo, ampio e molto profondo che conduceva direttamente verso la Sfinge e il Tempio della Valle di Khafre, con due insediamenti che fiancheggiavano il suo accesso a est. Sicuramente il sito diHeit el-Ghurab confinava con questa ampia zona a sud. A ovest, è stata individuata l’estremità settentrionale di un bacino artificiale che fronteggia il complesso di Khentkawes. L’acqua del Nilo avrebbe dovuto raggiungere questo bacino da nord e da est.

Questi elementi sono assodati, mentre un fattore importante rimane sconosciuto: le caratteristiche del Nilo durante l’Antico Regno. Non conosciamo il suo corso e le sue dimensioni, né sappiamo se il tronco principale o un canale secondario scorreva più vicino a Giza. Inoltre, mancano i dati dei carotaggi e altre informazioni che potrebbero completare il “waterfront” ai piedi dell’altopiano di Giza, come nell’area appena a est della bacino di Khufu.

Ma queste lacune non sono un motivo per rifiutare il modello. Infatti, lo scopo dell’esercizio di modellazione svolto da Lehner è rigorosamente rivolto alla ricerca, finalizzato alla scoperta e alla risoluzione di problemi, facendo uso dei dati disponibili.

Quasi certamente il modello non rappresenta perfettamente l’aspetto che aveva nella IV dinastia, ma questo processo esplorativo offre spunti di riflessione su come i costruttori di piramidi possano aver trasformato Giza in un importante porto sul Nilo.

*Tralascio qui, per brevità, i dettagli dell’impressionante lavoro compiuto da Mark Lehner che è però consultabile alle pagg. 17÷23 di Aeragram Vol. 15.

Il sito di Heit el-Ghurab: aggiornamenti dal resoconto della stagione di scavi 2017/2018

Mi è sembrato interessante soffermarmi ancora su Heit el-Ghurab, per aggiungere rilievi e interessanti scoperte (ma anche ulteriori domande) che si sono aggiunti durante il corso delle esplorazioni “in situ”.

Durante la stagione 2018 (dal 17 febbraio al 14 aprile) l’Ancient Egypt Research Associates (AERA) ha effettuato scavi in tre località di Giza: il sito di insediamento di Heit el-Ghurab (HeG), la città di Khentkawes (KKT) e la discarica scavata da Karl Kromer (KRO) sul versante occidentale del Gebel el-Qibli (Immagine n. 1). Il resoconto di quanto emerso, sarà l’oggetto delle prossime pubblicazioni

Immagine n. 1: Vista satellitare dell’altopiano di Giza sud-orientale che mostra le tre aree della Stagione 2018 di AERA: KKT (Khentkawes Town) e MVT (Menkaure Valley Temple); KRO (Kromer’s Dump); SWI (Standing Wall Island) di HeG (Heit el-Ghurab, in arabo “Muro del Corvo). Otto ispettori del Ministero delle Antichità si sono formati presso la Scuola Avanzata sul Campo AERA-ARCE, mentre erano inseriti nelle squadre di scavo, indagine e laboratorio, finanziate da una sovvenzione concessa a Richard Redding dell’Antiquities Endowment Fund (AEF) dell’American Research Center in Egypt (ARCE). Mohsen Kamel, direttore esecutivo di AERA-Egitto, e Daniel Jones, archeologo senior, hanno supervisionato gli scavi del sito. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 81) 

HEIT EL-GHURAB: L’isolato con muro eretto. SWI (STANDING WALL ISLAND)

Nella prima parte della stagione 2018, gli studenti e i supervisori della scuola di campo avanzata (AERA-ARCE) hanno fatto pratica di scavo e registrazione sul luogo di un antico recinto murato, ES1 (Enclosure South 1), all’estremità settentrionale del complesso più grande che è stato denominato “Standing Wall Island” (SWI) perché nel 2004 fu rinvenuto il suo muro esterno, in calcare, alto fino a un metro. A nord, lo spesso muro esterno di SWI incornicia due recinti più piccoli, ES1 e ES2, poi continua verso sud, gira, con un angolo arrotondato, verso est, quindi ritorna a nord, lasciando un ampio corridoio a est. L’intero schema “a graffetta” racchiude una grande area vuota in cui le profonde trincee scavate hanno rivelato solo sabbia pulita. Nel 2011 è stato individuato l’anello esterno e l’analista faunistico Richard Redding ha avanzato l’ipotesi convincente che si trattasse di un recinto. Questa disposizione corrisponde, infatti, sia ai recinti raffigurati nell’arte egizia e agli antichi cortili ritrovati in Egitto e altrove, ma persino ad alcuni aspetti dei recinti moderni (come, ad esempio, gli angoli arrotondati). Quando nel 2015 l’equipe è ritornata a SWI per ulteriori indagini, è stato ipotizzato che i recinti ES1 e ES2 rimandassero a ricoveri per animali e ad ambienti per la macellazione. Ma qui si è rinvenuta anche una residenza d’élite, forse destinata al responsabile dell’intero complesso di SWI (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: ES1 (Enclosure South 1) che mostra il recinto interno più antico visto verso sud. Rabee Eissa e Ahmed Hamad esaminano uno dei muri interni (in alto a destra). Ashraf Abd el-Aziz, Said Abdul Ahmed (in alto al centro), Shaimaa Abd El-Raouf e Hoda Osman (al centro a sinistra) esaminano i tagli attraverso lo spesso muro di pietra che divide ES1 da ES2(Enclosure South 2). ES2 rimane coperto dalla sabbia protettiva del riempimento operato dall’equipe. (in alto a sinistra). (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 82)

Già nel 2011 si era compreso che il muro esterno (tipico schema di un recinto) era l’ultima cosa costruita su SWI. La “casa” era composta da mattoni di fango in ES2, prima che i costruttori la circondassero con una spessa cintura di pietra. In seguito, collegarono il muro del recinto all’angolo nord-ovest (etichettato come “seam”, sutura” nell’immagine n. 3) facendolo curvare verso sud non molto tempo prima che la gente abbandonasse il complesso, quando la sabbia stava già iniziando a invadere la zona. Solo allora ES1 fu delimitato a nord e a ovest. Quindi ES1 potrebbe non essere esistito prima che il “muro di cinta” lo circondasse e lo caratterizzasse come recinto.

Inoltre, gli scavi del 2018 hanno rivelato la presenza di un preesistente recinto all’interno di quello di ES1 (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: ES1 ed ES2 all’estremità settentrionale del complesso SWI. La curva del muro interno meridionale di ES1 rispetta il “muro di cinta” esterno di ES1, sebbene sia più profondo e appartenga a una fase più antica. Il “muro del recinto” potrebbe aver sostituito un muro di cinta preesistente. I muri di un recinto interno più antico, rinvenuti dalla Field School nel 2018, sono evidenziati in blu. (©Pianta di Rebekah Miracle da AERA GIS. Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 83)

Questa serie di muri interni è antecedente a quello esterno. Il muro occidentale del recinto interno è quello che viene considerato come muro divisorio. Forse perché più antico, questo non condivide l’orientamento di ES1 e del muro di cinta più grande di SWI; è leggermente più orientato verso est piuttosto che verso nord. Si tratta di stabilire se ES1 fosse chiuso a nord e a ovest da una cinta muraria precedente. Un fatto suggerisce che potrebbe essere esistito un muro esterno più antico del recinto. Il sottile muro sud-occidentale, attaccato all’angolo meridionale del recinto interno ES1, si incurva per “rispettare” la linea del muro di recinzione (come si evince dall’immagine n. 3). Esso si trova più in profondità, incassato in una superficie di insediamento più antica rispetto alle fondamenta del muro del recinto. E’ probabile che abbia sostituito un confine o una barriera precedente che conteneva gli animali. Il recinto più antico e più piccolo, delimitato dai muri mappati nel corso di questa stagione di indagini, è diverso dagli spessi muri che costituiscono la struttura dell’ambiente della “casa” identificata in ES2. È, pertanto, ipotizzabile che abbia avuto a che fare con il trattamento degli animali. Inoltre, sono stati nuovamente esaminati alcuni muri curvilinei (la cui mappatura aveva avuto inizio già nelle stagioni precedent) incastonati nelle rovine dell’insediamento all’esterno e a nord di ES1 e del muro del recinto (Immagine n. 4). È verosimile che possa trattarsi di recinti e di cortili minori per il riparo degli animali.

Immagine n. 4: Muri curvilinei a nord del Recinto 1 e il “Corral Wall (muro di cinta)” di fase avanzata ai margini della “Laguna 1” (colmato dall’equipe con la sabbia di riempimento, a sinistra), che potrebbe essere il residuo di un’antica zona di sosta per la consegna di merci e animali; vista verso est. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 83)

LA CITTÀ DI KHENTKAWES (KKT): casa D

Nel 1932, Selim Hassan scavò nel sito denominato KKT (Città di Khentkawes, Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Planimetria della città di Khentkawes e del Tempio in valle di Menkaure, che mostra le parti scavate e registrate da AERA e il precedente lavoro di Selim Hassan e George Reisner nell’area. (©Pianta di Rebekah Miracle da AERA GIS. Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 84)

Vi rinvenne una serie di case modulari collegate ad una strada rialzata lunga 150 metri che conduceva al monumento della regina Khentkawes I, che regnò alla fine della IV Dinastia. Alla fine della strada rialzata, su degli stipiti di granito rosso erano incisi i suoi titoli che la citano come “Madre di due re”.

Probabilmente, “la città” fu realizzata per accogliere i funzionari che avrebbero dovuto svolgere il ruolo di sacerdoti al servizio del culto funerario della sovrana. L’interesse per l’area esposta, venne meno: lasciata esposta alle intemperie, le rovine divennero una pista per cammelli e carrozze trainate da cavalli che trasportavano i visitatori dalla Sfinge al deserto. Dal 2005 le squadre di AERA, quindi 73 anni dopo la scoperta dell’insediamento, hanno deciso di riprendere gli scavi e le ricognizioni nell’intento di salvare e conservare ciò che ne resta.

Fatta eccezione per la Casa D, oggetto della stagione 2018, e per l’Edificio M (cfr. Immagini 5-7), il primo passo è stato quello di riesumare e documentare dettagliatamente ciò che era stato portato alla luce da Hassan (ad eccezione di una parte che oggi si trova al di sotto della strada moderna).

Immagine n. 6 Lavori nella Casa D durante la stagione 2018. La Casa E, con muri ricostruiti ed estrusi nel 2011, affianca la Casa D a est; vista da nord-est. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 85)

Nel 2011 è iniziato il restauro della “Casa E”. Si è provveduto ad interrare i muri originali con sabbia protettiva ricostruendo superiormente con mattoni del tutto simili a quelli autentici. E’ un metodo che preserva ciò che resta delle parti originali ed è reversibile. Questa tecnica di conservazione era stata messa a punto e sperimentata a Heit el-Ghourab già nel 2005. Nel frattempo si è proceduto alla scavo di tutti i depositi antichi rimasti e alla registrazione dell’edificio denominato “Casa D”. L’intero programma, suddiviso in tre parti prevede il lavoro sul campo, la ricostruzione e la conservazione dell’intero blocco di abitazioni di KKT.

Nel 1932 gli operai di Hassan avevano svuotato le camere sino al pavimento originale e, in alcuni punti fino al materiale di fondazione sottostante. Il team di AERA ha dovuto rimuovere uno spesso strato di limo sabbioso generato dal deterioramento delle pareti di fango, per di più contaminato dai rifiuti moderni. Ciò nonostante, sono stati riportati alla luce alcuni depositi antichi che il team di Hassan aveva tralasciato. In particolare sono state documentate accuratamente le porte murate che attestano chiaramente i cambiamenti nell’uso e nella proprietà degli edifici. Un primo intervento aveva chiuso l’accesso tra gli spazi n. 11958 (la “cucina”) e n. 11959 (il “soggiorno”) posti al centro della casa (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 Mappa della Casa D (struttura 15.260) che mostra i numeri degli spazi AERA (rosso), i numeri delle stanze registrate da Selim Hassan (blu) e i quadrati della griglia. I quadrati della griglia sono di 5 m. Pianta di Rebekah Miracle da AERA GIS; le denominazioni delle stanze (ad es. “cucina”) sono di Selim Hassan. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 85)

Un altro quello tra gli spazi n. 11589 (il vestibolo dell’ingresso sud-orientale) e n. 11590, che Hassan aveva indicato come deposito d’acqua. Questi rimaneggiamenti erano avvenuti dopo che la chiusura dell’ingresso principale alla casa dalla strada rialzata aveva reso il vestibolo uno spazio morto. Modifiche di tale portata sono fondamentali per comprendere i cambiamenti d’uso dell’insediamento, avvenuti nel corso del tempo. L’ipotesi prevalente, in particolare per le case ubicate lungo la parete settentrionale della strada rialzata che conduceva direttamente alla cappella della regina, è che ospitassero i sacerdoti funerari che, in virtù del comodo ingresso attraverso le porte sud-orientali accedevano con facilità alle offerte derivanti dal loro ufficio. La ripetizione modulare di questo schema nella disposizione lascia pensare ad una ripartizione di questi compiti e dei relativi benefici (cfr. Immagine n. 5).

Nella “Casa D”, invece i muratori chiusero e intonacarono la porta frontale (presente in origine nell’angolo sud-est dell’edificio) sulla sopraelevata (Immagine n. 8), mentre, nello stesso tempo quest’ultima veniva interessata dal sollevamento e rifacimento della pavimentazione e dell’intonaco. Anche le porte sud-orientali di altre case subirono gli stessi interventi, sicché, pur conservandosi la strada rialzata grazie ai lavori ristrutturazione, cambiarono radicalmente l’orientamento e la destinazione d’uso di queste abitazioni. L’accesso principale avveniva ora dalle porte settentrionali che davano su un sentiero che correva tra la città e la cava-cimitero (Central Field East) che si trovava immediatamente a nord; di conseguenza, gli ingressi principali originari divennero spazi morti, come si vede chiaramente nella Casa D.

Immagine n. 8 Accesso sud-est dalla strada rialzata di Khentkawes alla Casa D, ostruita con mattoni di fango e intonacata in un momento successivo alla disposizione iniziale di questa casa; vista verso nord-nord-ovest. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 86)

Hassan notò che nella prima abitazione a ovest (Casa A), l’ingresso meridionale era stato murato in tempi antichi e l’ambiente che si venne a creare (contrassegnato con il n. 28) potrebbe essere stato utilizzato come stalla. Infatti, contro il muro meridionale, conficcato nel pavimento, era presente un blocco di quelli impiegati per impastoiare gli animali.

Esaminando le case singole e modulari di KKT, il team di AERA ha concluso che ne fu modificata l’organizzazione. É evidente che ostruendo le porte originali ed aprendo nuovi accessi, gli abitanti rimaneggiarono le loro abitazioni ampliando o restringendo gli ambienti. Si è supposto che le autorità centrali avessero pianificato di ospitare da sei a dieci proprietari nelle case modulari a nord della strada rialzata di Khentkawes, ma alla fine è probabile che solo in pochi erano rimasti ad officiare da questi appartamenti. Ci sono, inoltre, indicazioni che fosse cambiata anche la destinazione d’uso. L’archeologo tedesco Felix Arnold aveva osservato che le oblunghe stanze centrali orientate da nord a sud presentavano pilastri meridionali, forse in origine sormontati da un architrave, che incorniciavano una nicchia (cfr. Immagine n. 9spazio 11.599 = stanza 62). Doveva trattarsi di sale per il ricevimento ufficiale e formale, il luogo dove i proprietari tenevano udienze e trattavano gli affari. Ambienti del tutto simili sono stati individuati da AERA nelle grandi abitazioni della Città Occidentale e dell’ Area SWI nel sito di Heit el Ghurab . La scoperta, nel 2015, di supporti per mobili in pietra calcarea e di modanature dipinte di rosso crollate tra i pilastri presenti nella grande casa di ES2, ha rafforzato l’ipotesi di Arnold.

Immagine n. 9 Casa D, stanza centrale con pilastri e nicchia (spazio 11.599 = stanza 62) dopo la pulizia, lo scavo e i rilevamenti eseguiti durante la stagione 2018, vista a nord. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 87)

Tutte le case che presentano stanze con nicchie a pilastri, si possono quindi considerare come centri di amministrazione domestica, comprese le grandi abitazioni della città di Khentkawes. Tuttavia, nella casa D sono state trovate prove del fatto che gli abitanti riadattarono proprio la nicchia in cui si presume che il proprietario svolgesse i suoi affari. Vi collocarono dei mezzi mattoni in entrambi gli angoli del lato occidentale (forse per un supporto basso o una mensola), lasciando una stretta fessura (larga 25 cm.) e installarono un elemento semicircolare in mattoni di fango, di circa un cubito di diametro (55 cm.), forse una sorta di alloggiamento per una ciotola o un catino (Immagine n. 10). E’ presente, inoltre una macchia di terra bruciata e cenere che si estende nella spazio tra i pilastri.

Immagine n. 10 La nicchia delimitata da pilastri nell’estremità meridionale dell’ambiente centrale (62 = spazio 11.599) della Casa D, vista a nord. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 87)

Destinata a rappresentare il signore e il padrone di casa, la nicchia sembra essersi trasformata in un umile luogo per cucinare o riscaldarsi.

Fonte: Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pagg. 81÷98

IL SITO DI KROMER, UNA DISCARICA DA INSEDIAMENTO DELLA IV DINASTIA.

 Tra il 1971 e il 1975 Karl Kromer, un archeologo austriaco, studioso della preistoria , scavò un massiccio cumulo di detriti da insediamento immediatamente a sud-ovest del Gebel el-Qibli, la scarpata che corre lungo il margine occidentale di Heit el-Ghurab (cfr. Immagine n. 1, parte prima). Il materiale accumulato si estende su 5,1 ettari e ha uno spessore fino a 6,5 metri. Gli antichi abitanti vi avevano scaricato frantumi di demolizione e scarti di cava durante l’epoca di Khafre e forse già a partire dal regno di Khufu. Infatti, Kromer vi rinvenne sigilli di questi due sovrani, costruttori della prima e della seconda piramide di Giza. Si è ipotizzato che i lavoratori abbiano portato questo materiale da HeG quando Khafre ha riorganizzato e ristrutturato il sito. Se così fosse, questi detriti offrirebbero spunti di riflessione sulla fase iniziale dell’insediamento e fornirebbero materiale di confronto per lo studio di eventuali resti provenienti dai livelli più antichi.

Kromer scavò 1.550 metri cubi di detriti in una serie di quadrati di 10 × 10 m e in alcune trincee oblunghe supplementari, per una profondità di 6,5 m, lasciando una sorta di vasca a forma di L di 60 m da nord a sud e 25 m da est a ovest. (Immagine n. 11).

Immagine n. 11 La mappa mostra i quadrati di Kromer 10 × 10 m (contrassegnati in verde) e i sondaggi del 2018 di AERA n. 184 e 185 (in rosso). La linea viola indica il limite dello scavo di Kromer rivolto a ovest dopo il crollo, come è stata trovata nel 2018, con i resti di una scalinata di calcare (evidenziata in grigio). Da un’indagine di Mohamed Abd El-Basat, Amr Zakaria, Mohamed Helmy, Mohamed Abd el-Maksud e Ahmed Hamad; adattato da Mark Lehner dalla ricerca Mohamed Abd el-Basat. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 88)

Ne emersero materiali provenienti dalla demolizione di edifici, frammenti di mattoni di fango e pareti intonacate e dipinte; oggetti della vita quotidiana come aghi di rame, spatole, ami da pesca e perline di maiolica; piccole statuette; e sigilli di argilla con impressi disegni formali e ufficiali che nominano Khufu e Khafre. Alcuni dei sigilli relativi a Khafre corrispondono a quelli ritrovati a HeG. Per prima cosa il team di AERA ha nuovamente perimetrato l’area, tracciato i quadrati della griglia e individuato i punti di rilevamento originali di Kromer e le trincee. L’antica discarica era chiara in superficie, ma decenni di sabbia alla deriva avevano ricoperto l’area e, purtroppo, la mappa di Kromer non era precisa.

Sotto la supervisione di Mohsen Kamel, Aude Gräzer Ohara e Virag Pabeschitz sono state scavate due trincee, una piccola, il Sondaggio 184, e una più grande, il Sondaggio 185 (Immagine n. 12), entrambe nel margine superiore della cresta a forma di mezzaluna lasciata dagli scavi di Kromer.

Immagine n. 12 Il sondaggio 185; vista verso est. Foto di Aude Gräzer Ohara. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 90)

Il Sondaggio 184 è stato abbandonato perché ha restituito null’altro che un concentrato di rifiuti di cava di calcare frantumato. Il sondaggio 185, sovrapposto ai quadrati B, G e K di Kromer si è esteso oltre i suoi scavi sia a est che a ovest, consentendo di campionare porzioni del tumulo rimaste intatte, per una lunghezza totale di quasi 40 m (37,09 m di lunghezza sul lato sud e 34,43 m sul lato nord). Nel cercare di individuare il lato orientale degli scavi di Kromer, ci si è spostati di quasi 10 m più a nord.

Poiché si è cominciato a scavare ben 10 m a nord del limite orientale dello scavo precedente, ci si è imbattuti in strati massicci di detriti di insediamento indisturbati, accumulatisi nel tempo, quando gli antichi lavoratori scaricavano un cesto dopo l’altro (Immagine n. 13). 

Immagine n. 13 Estremità superiore orientale del Sondaggio 185, sezione sud (rivolta a nord). Il sorvegliante Sayed Saleh indica il confine tra le sequenze di depositi 518 e 512(© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 89)

Nella sezione si possono osservare smaltimenti in successione, ravvicinati nel tempo, diversi per colore e composizione (più o meno ricche di scaglie di calcare, sabbia, e/o frammenti di fango laterizio). Alcuni strati sottili mostrano una superficie occasionalmente indurita dall’umidità (pioggia?). Si è subito rivelato impossibile rimuovere questi singoli depositi sottili in sequenza, perché sono molto disgregati.

In cima al Sondaggio 185 (cfr. Immagine n. 13), sono emersi altri scarti di cava (sezioni 511 e 514) identici a quelli abbandonati nel Sondaggio 184, ma mescolati a rifiuti databili tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso. Al di sotto, giacevano detriti di non disturbati di calcare frantumato (516) e, a seguire, una successione di strati di colore marrone chiaro che si è rivelata ricca di materiale culturale: frammenti di ceramica; frammenti di mattoni di fango; sigilli di argilla per sacchi, scatole, vasi e porte; sigilli impressi con motivi geroglifici; carbone, conchiglie; frammenti tessili, persino un grosso ciuffo di lana; una perlina tubolare blu; un pezzo non lavorato di corniola; una perla di vetro; e grandi quantità di ossa di animali.

L’ambiente secco del sito KRO, a un’altitudine compresa tra 44 e 52 m s.l.m., ha permesso la conservazione di resti di legno e piante, come canne, paglia e fronde di palma, diversamente dal sito umido di HeG, posto tra 15 e 16 m s.l.m. E’ stata successivamente scavata una sequenza di bande intercalate di sabbia scura e limo sabbioso (512). Gräzer-Ohara ha osservato come “Questa sequenza fosse ancora più ricca di materiale culturale; in particolare presentava una concentrazione di mattoni di fango degradati e forse ceneri, che le hanno conferito un colore particolarmente scuro” (Immagini n. 13-14).

Immagine n. 14 Estremità superiore orientale del Sondaggio 185, sezione meridionale (rivolta a nord) durante lo scavo del 512; vista verso sud-est. Si è preferito indicare come 512 due sequenze che, in realtà avrebbero dovuto essere distinte(© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 91).

Si è continuato a cavare per un altro metro nella sequenza 512 per una larghezza di 2,40 m ma non è stato possibile raggiungere l’estremità orientale di questo materiale, che degrada verso est sulla superficie di una sequenza sottostante, (Immagine n. 14, freccia) per il crollo della sezione sopra la 512 e per il pericolo di lavorare a una tale profondità in presenza di materiale incoerente.

Avendo determinato il limite orientale degli scavi di Kromer, la squadra ne ha esposto e ripulito la parete ovest che scendeva molto più in profondità rispetto al punto in cui il lavoro è stato interrotto. Poiché il materiale inferiore (526) era molto incoerente e a rischio di crollo, il fronte della sezione è stato indagato a tappe per campionarlo e registrarlo (Immagine n. 15).

Immagine n. 15 Aude Gräzer Ohara controlla il basamento di calcare marnoso concentrato in una piccola zona alla base della sezione di Kromer; vista a sud-est (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 91).

I depositi consistevano ancora una volta di sabbia limosa intercalata con altra che includeva molto meno limo, ma nel complesso l’intera sequenza è più sabbiosa, di colore molto più chiaro e più sciolta rispetto a quella del settore 512 (Immagini n. 14-15).

Alla base della sequenza 526, è emerso un deposito strombato (527) di frammenti di mattoni di fango in una matrice di sabbia (Immagine n. 15). Kromer tralasciò questa parte mentre scavava fino a raggiungere una superficie compatta di calcare marnoso concentrato e frantumato (529) del bedrock locale della Formazione Maadi. Dopo aver documentato e rimosso il deposito di mattoni di fango sbriciolati (527), il team ha effettuato un piccolo sondaggio nel calcare per verificare la presenza di residui di insediamenti inferiori, senza trovarne, fino a circa mezzo metro di profondità. Lì si trovava il fondo dello scavo di Kromer relativo al quadrato G (cfr. Immagine n. 11).

Questo “pavimento” è stato ripulito, dalla sabbia accumulatasi verso ovest, fino ad un basso argine che era stato lasciato tra i quadrati G e B. Il lato orientale dell’argine è costituito da detriti calcarei (529) e la parte restante da un altro strato detritico scuro pieno di frammenti di mattoni di fango che sovrasta una piattaforma di calcare tafla (531), così regolare ed uniforme da dare l’impressione di un vero e proprio pavimento artificiale (Immagine n. 16).

Immagine n. 16 Aude Gräzer Ohara si trova sul “pavimento” pianeggiante di calcare marnoso (531, tafla) dopo che gli operai hanno scavato un sottile strato scuro sovrapposto a detriti di fango (522), che prima dello scavo formava un banco con una superficie di detriti calcarei (529) lasciati da Kromer tra i suoi quadrati G e B; vista verso sud-ovest (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 91).

Diversi metri più a ovest è stato raggiunto il limite occidentale degli scavi di Kromer. Anche in questo caso, il sondaggio 185 è proseguito oltre i settori scavati dall’archeologo austriaco, superando l’angolo nordorientale del quadrato B. La base di calcare marnoso compatto (531) inizia a scendere rapidamente verso ovest (Immagine n. 17).

Immagine n. 17 Sondaggio 185; vista verso est. In primo piano: il pendio discendente del “pavimento” 531, la parte più scura è il sovrastante deposito 522. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 92).

Il deposito laterizio sovrastante più scuro (522), continua a scendere diventando più spesso. In questo settore Kromer aveva lasciato una sequenza di strati di sabbia sottili sovrapposti intercalati da strati molto scuri di cenere e limo del Nilo (Immagine n. 18).

Immagine n. 18 L’estremità occidentale, lato nord, del Sondaggio 185, che mostra il limite occidentale dello scavo di Kromer (il suo quadrato K; cfr. immagine n. 11). Gli strati più alti degradano verso ovest; vista verso nord-ovest. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 92).

Non è stato raggiunto il fondo di questa vasta discarica di rifiuti di cava e di insediamento, ma è stato deciso di prelevare ampi campioni da ogni deposito. Sia a ovest, sia a est, il materiale sversato continua in profondità apparentemente adagiato su una spalla rocciosa.

I campioni prelevati hanno permesso di conoscere meglio il contesto di questa discarica in relazione alle cave e agli insediamenti nella zona sud-orientale della necropoli di Giza. E’ già stato svolto un lavoro preliminare su questo materiale culturale e sugli eventi che riflette.

REPERTI 2018 DAL SITO DI KROMER

Come già avvenne all’epoca di Kromer, anche la campagna di scavo del team di AERA ha restituito una vasta gamma di reperti: ceramica, mattoni di fango, sigilli, carbone, conchiglie, perline, selci, grosse quantità di ossa di animali e materiale organico come legno, fibre e lino. Al momento non sono stati rinvenuti sigilli riferibili a Khufu. Tutti quelli che recavano inciso un nome reale, riguardavano il suo successore Khafre.

La presenza di frammenti di mattoni di fango in tutti i diversi strati, con ammassi variabili, ha posto un problema di interpretazione. Infatti, se il deposito fosse il risultato di un’unica demolizione dell’insediamento ci si aspetterà di trovare una concentrazione uniforme. Resta, quindi, ancora da capire se i frantumi sparsi riflettono una demolizione “una tantum” oppure siano conseguenza di una ristrutturazione continuativa. Per poter fornire risposte altamente affidabili occorrerà approfondire l’analisi dei campioni recuperati nelle relative sequenze.

Nell’alto deserto è relativamente scarsa la presenza di mattoni gialli di argilla calcarea e marna (tafla, in arabo) rispetto al limo scuro tipico della piana alluvionale del Nilo. La tafla, presente tutta all’intorno del sito di Kromer e Gebel el Qibli è in parte composto da strati di questi materiali che i muratori della IV Dinastia utilizzavano per intonacare le pareti di KKT (Città di Khentkawes) e HeG (Heit el-Ghurab). La presenza di limo nella maggior parte dei frammenti di mattoni demoliti costituisce uno dei numerosi indizi che lascerebbero pensare a rifiuti provenienti da un insediamento sulla piana del Nilo o nelle sue vicinanze, piuttosto che da uno posto nelle cave del deserto a sud delle piramidi.

E’ possibile, dal momento che la presenza non è così massiccia come ci si sarebbe aspettato, che gran parte dei mattoni siano stati riutilizzati durante la ricostruzione. D’altra parte, già era stato rilevato che i muratori dell’epoca avevano impiegato materiale di recupero al centro dei muri del complesso della Galleria di HeG.

La presenza di frammenti di diversi componenti, tetti, pavimenti e focolari, suggerisce che nella discarica furono smaltiti detriti provenienti dalla demolizione di interi edifici.

All’epoca, Kromer vi rinvenne frammenti di un pavimento di ghiaia dura. Questo conglomerato, composto da sabbia grossolana limosa e ghiaiosa, misto ad argilla cotta, appare in tutto e per tutto simile ad un cemento moderno. Quando i ricercatori di AERA ne hanno rinvenuto un pezzo, si sono chiesti se non fosse il risultato di una contaminazione derivante da una struttura moderna; ipotesi subito esclusa in quanto il reperto è emerso da depositi antichi e incorrotti.

Kromer ipotizzò che questi duri pavimenti fossero impiegati come sostituti della pavimentazione in pietra e denotavano uno status molto elevato, al punto da ritenere che potessero provenire da una casa reale o un piccolo palazzo di Giza.

In tutta la sequenza sono stati rinvenuti frammenti di intonaco bianco. Alcuni presentano bande di rosso, nero, grigio e tonalità di rosso chiaro o arancione. Kromer aveva registrato la presenza di frammenti di intonaci dipinti di nero, bianco, rosso intenso, ruggine, rosa, arancio, marrone grigio chiaro e beige. Un tipo di arredamento simile sembra confermare l’ipotesi (già avanzata da Kromer) che provenisse da residenze di “élite”. La maggior parte dell’intonaco dipinto fu rinvenuto nei quadrati F B e G, vale a dire proprio dove le squadre di AERA hanno effettuato il Sondaggio 185 e dove è stato recuperato il maggior numero di sigilli. Ali Witsell, a capo della squadra di esperti di sigilli di AERA, riferisce che tra quelli emersi durante i nuovi sondaggi, al momento non ne figurano di riferibili a Khufu. Kromer, invece, ne ritrovò cinque e trentotto a riconducibili a Khafre. Il numero di sigilli registrati all’epoca sembra molto basso se confrontato a quelli emersi durante le sole sei settimane di scavo in cui Witsell e il suo team hanno recuperato almeno quaranta sigilli formali (recanti nome del re e titoli ufficiali) e quarantatre informali. Ed ancora non è stato esaminato tutto il materiale proveniente dal Sondaggio 185. Evidentemente, Kromer deve aver buttato via un buon numero di sigilli!

Uno dei frammenti di sigillo più grandi (n. 5844), emerso dalla sequenza 522 (Immagini n. 19 e 20) riporta sia il nome di Horus di Khafre “Wser Ib (forte, possente di cuore)” sia il suo nome a cartiglio come parte del titolo “Hem Netjer Khafre” (Servo del dio Khafre, oppure Sacerdote di Khafre).

Immagine n. 19 Sigillo 5844 dal Sondage 185, caratteristica 522 (vedi figg. 16-17), foto di David Jeřábek (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 94).
Immagine n. 20 Sigillo 5844: disegno con ricostruzione teorica di Ali Witsell. Il sigillo reca sia il nome di Horus, “Wsir Ib”, sia, nel cartiglio, il nome “Khafre”, il re costruttore della seconda piramide di Giza. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 94).

Probabilmente, il sigillo più importante (n. 5848) della sequenza 522 si rivelerà essere un piccolo frammento che mostra la parte inferiore di un nome di Horus e sotto i geroglifici per “Setep ZA” (lett. scegliere una Za)Setep ZA, scritto con il determinativo per “casa”, lo identifica, però, sicuramente come un sostantivo di luogo, un riferimento al palazzo. Siccome sinora non erano stati ritrovati reperti con questo termine, scritto con quel determinativo (quindi col significato di “palazzo”), databili a prima del Medio Regno, il frammento 5848 rinvenuto nel Sondaggio 185 (Immagine n. 21) potrebbe essere, al momento il più antico di cui si abbia conoscenza.

Immagine n. 21 Sigillo 5848 con il termine Setep Za sotto ciò che resta di un serekh (il rettangolo pannellato in alto) e accanto alla figura di un re in corsa (a sinistra) che indossa l’alta corona del sud. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 95).

Immagine n. 22 ricostruzione della scritta “Setep Za” (o Sa). Da sinistra a destra: accetta su blocco di legno (valore fonetico “stp”); pastoia (valore fonetico z3, s3) seguito da un rettangolo aperto (una casa vista in pianta) che funge da determinativo. La presenza di questo determinativo ci indica che si sta parlando di un Palazzo.

IL SITO DI KROMER, RIFLESSIONI SULLE IPOTESI DI PALAZZO E CONCLUSIONI

Il “Setep Za” era il luogo nel quale il re riceveva suggerimenti e prendeva decisioni. Ogden Goelet (un egittologo particolarmente impegnato nel campo della lessicografia e delle forme di scrittura) ha constatato che i testi dell’Antico Regno contenenti la frase “nel Setep Za”, fanno sempre riferimento al sovrano che, consultando i suoi consiglieri, delibera su lavori edili, di artigianato o costruzione.

Ciò che è stato rinvenuto nel 2018 nel sito di Kromer sembrerebbe confermare l’ipotesi, già avanzata durante i primi scavi a Heit el-Ghurab, che i regnanti facessero costruire una residenza nelle vicinanze delle loro piramidi e che le strutture per la produzione di cibo ritrovate nel 1991 e nel 1995 fossero collegate ad un palazzo. Successivamente, nel 2005, da un’altra discarica accanto alla grande ed elitaria Casa 1 della cosiddetta Città Occidentale di HeG, è emersa una notevole quantità di sigilli che includevano alcuni dei titoli di più alto rango, riferibili a membri della casa reale o a importanti famiglie della Quarta Dinastia (Immagine n. 21).

Immagine n. 21 Ricostruzione grafica del “sigillo 1” proveniente dal deposito del tumulo di ceramica di HeG. I geroglifici rivelano i titoli di “Scriba di documenti reali” e “Custode delle istruzioni reali”. Questo sigillo fu usato sia a HeG, sia nel sito che ha prodotto il materiale nella discarica di Kromer e ne sono stati trovati esempi sia negli anni Settanta (quadrati G e I) sia negli scavi del 2018 (sequenza 517). Disegno di John Nolan (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018, pag. 6).

Per John Nolan, direttore associato ed epigrafista senior di AERA, è un indizio molto forte della presenza, nelle vicinanze, di un edificio reale in cui il sovrano soggiornava in maniera sporadica e periodica. In pratica, un punto di appoggio temporaneo, piuttosto che un vera e proprio Residenza permanente.

All’epoca, anche Kromer, in base al materiale ritrovato, aveva avanzato un’ipotesi simile ed aveva localizzato il presunto Palazzo, che ospitava il re quando si recava ai cantieri, nell’area in cui Menkaure avrebbe successivamente eretto il suo Tempio in Valle. Effettivamente in quel luogo è presente un edificio che fu poi incorporato nella città di Khentkawes (KKT). Si tratta dell’edificio M (cfr. immagine n. 5) che presenta, intonaco dipinto ed un ambiente per le udienze, del tutto simile alle sale centrali di altre grandi case di amministratori presenti a KKT (si veda, la casa D, di cui ci si è già occupati) e nel quartiere occidentale di HeG. Queste sale, sempre orientate da nord a sud, presentano una nicchia all’estremità meridionale dove il proprietario si sedeva e riceveva gli ospiti. Nell’edificio M i muri sono più spessi rispetto a quelli di altre case di KKT e ha tre sale con nicchie e pilastri che in origine presentavano bande dipinte di nero bianco e rosso. Pertanto, potrebbe semplicemente trattarsi di un’altra delle grandi case presenti nel sito. Ma, oltre a presentare, rispetto a queste, muri più spessi, mostra elementi caratteristici di un palazzo risalente alla I Dinastia che è stato recentemente identificato da un team tedesco nell’antichissimo sito di Buto nel Delta del Nilo; vale a dire depositi che fiancheggiano la sala delle udienze, cortili aperti che ospitano impianti per la produzione di pane e altri alimenti, corridoi lunghi e stretti che circondano il nucleo della casa, pareti intonacate e dipinte e vie di accesso alla sala delle udienze. Il palazzo di Buto era, forse, una residenza temporanea per la corte durante il viaggio del re attraverso il Paese.

I lavori delle stagioni precedenti avevano evidenziato che le strutture occupavano l’estremità orientale di KKT ed erano installate lungo il versante occidentale di un bacino (portuale?) prima di essere ricostruite e incorporate nell’insediamento. L’edificio M sia nella prima fase, sia nella successiva, aveva, probabilmente la funzione di “road house” (in pratica, una residenza di appoggio) per i sovrani quando giungevano al sito piramidale. E’ ipotizzabile che parte di questo edificio fu demolita dai costruttori di Menkaure prima di erigere il Tempio a Valle della piramide e che i suoi detriti siano stati smaltiti sul Gebel el-Qibli. L’esame approfondito di questa struttura è l’obiettivo della stagione 2019, per studiarne le varie fasi.

Nel frattempo, dall’analisi dei reperti rinvenuti nel 2018 nel sito di Kromer, risulta che i sigilli formali, e forse anche gran parte degli intonaci dipinti, provengono dall’estremità inferiore occidentale del Sondaggio 185 (in particolare dal livello 522, cfr. immagini n. 16-17). Come già precisato in precedenza, Kromer aveva già trovato e rimosso, proprio in quest’area, la maggior parte dell’intonaco dipinto e dei sigilli, per cui il team di AERA si è fatto carico riportare alla luce quanto era stato tralasciato (Immagini n. 22-23-24).

Immagine n. 22 Esempi di materiali recuperati nella campagna di scavo 2018 nel sito di Kromer: frammento di uno stipite intonacato e frammenti di intonaci dipinti. Ph. Mark Lehner e Samar Mahmoud (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018, pag. 6)
Immagine n. 23 Esempi di materiali recuperati nella campagna di scavo 2018 nel sito di Kromer: un punta di pietra scheggiata, frammenti di coltelli in selce e pezzi di legno. Ph. Mark Lehner e Samar Mahmoud (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018, pag. 7)

Immagine n. 24 Esempi di materiali recuperati nella campagna di scavo 2018 nel sito di Kromer: un coperchio per vaso d’argilla. Ph. Mark Lehner e Samar Mahmoud (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018, pag. 7)

In questo punto le linee di demarcazione scendono verso ovest, indicando che le persone che scaricavano i detriti arrivavano da est, la direzione di Heit el-Ghurab. Negli strati orientali, più alti e forse cronologicamente successivi, le linee degradano invece drasticamente verso est (cfr. immagini n. 13-14), segno evidente che, in quel periodo, gli scaricatori provenivano da ovest (Immagine n. 25).

Immagine n. 25 Modello della parte meridionale dell’altopiano di Giza, con i bacini ricostruiti e il sito di Heit el-Ghurab (HeG), che mostra le possibili direzioni di scarico nel sito di Kromer: da est, HeG, o da nord e ovest, l’area della città di Khentkawes e del Tempio della Valle di Menkaure. Modello progettato da Mark Lehner, elaborato in AERA GIS da Rebekah Miracle. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pagg. 96-97).

Negli strati più alti e orientali (in particolare nel 512), è stata rinvenuta una quantità stupefacente di ossa di animali, in particolare ovini e caprini, mentre quelle di bovini erano presenti nel livello 522. Molte ossa erano state spezzate o tagliate laddove formavano un’articolazione con un altro osso e alcune presentavano evidenti tracce di coltello (Immagine n. 26).

Immagine n. 26 Il team di AERA ha trovato grandi quantità di ossa lunghe con le estremità spezzate ed evidenti tracce di coltello. Ciò confermerebbe che il complesso ospitasse un macello. Ph. Markh Lehner (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018

Curiosamente si è trovata qui la prova invano cercata in SWI (l’isolato con muro eretto di Heit el-Ghurab) per sostenere che il complesso fungesse da recinto e macello.

Altre ossa, inoltre, erano state spaccate o forate all’estremità per estrarne il midollo (Immagine n. 27). 

Immagine n. 27 Alcune ossa presentano fori alle estremità, evidentemente per aspirarne il midollo. Ph. Mark Lehner. (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018

Evidentemente i macellai inviavano la carne di qualità superiore alle persone di rango più elevato, mentre destinavano le estremità per la preparazione di zuppe e stufati ricchi di grassi e proteine, a base di gelatina e cartilagini, adatte a sfamare un gran numero di persone, quasi certamente di status più umile. L’analisi di questo ricco materiale proveniente dal sito di Kromer, farebbe dedurre che i depositi di rifiuti superiori derivano per lo più dagli approvvigionamenti per le forze lavoro. Se così fosse ci si sarebbe aspettato che provenissero da HeG, ossia la Città dei Lavoratori.

In buona sostanza, restano in piedi due ipotesi sull’origine di ciò che è stato rinvenuto nel sito di Kromer – Palazzo a ovest e a nord (Edificio M) e forza lavoro a est (HeG) – che si contrappongono per la natura dei materiali e per la direzione di scarico.

Negli ultimi anni le discussioni e le pubblicazioni sui Palazzi dell’Antico Egitto (o meglio su quegli edifici che chiamiamo “palazzi”) si sono moltiplicate.

L’archeologo austriaco Manfred Bietak sottolinea che i “Palazzi” egizi, oltre ai grandi spazi pubblici, “comprendevano anche uffici, per i principali amministratori dello stato (nel caso in oggetto potrebbe trattarsi delle case della città occidentale?), caserme e arsenali per le truppe (il complesso di gallerie?) e numerose aree di stoccaggio per la raccolta e distribuzione delle merci…”

A Heit el-Ghurab è stata riportata alla luce solo parte di un insediamento proto-urbano della IV Dinastia, che un tempo era molto più esteso sia a est, sia a nord, lungo la base dell’altopiano. Altre strutture si trovano sicuramente al di sotto delle moderne costruzioni. Tutte quelle che sono state esposte potrebbero essere le parti di un unico gigantesco palazzo: una sorta di equivalente egizio di Versailles o, meglio, per rimanere nella terra dei faraoni, dei complessi del Nuovo Regno di Amarna o Malqata. Come questi, infatti, nelle sue due fasi principali, comprendeva vari appartamenti, sale e istituzioni reali.

Fonti:

  • Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
  • Ali Radwan, “Le piramidi a gradoni” in “I Tesori delle Piramidi” (a cura di Zahi Hawass), p. 108
  • Sito del Museo Imhotep, Saqqara: http://egypte.nikopol.free.fr/musee/museeimhotepsaqq.html
  • Edda Bresciani (a cura di), “Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto”, p.174
  • Ancient Egypt Research Associates (AERA), sito web https://aeraweb.org/
  • Zahi Hawass (a cura di) “I Tesori delle Piramidi” p.114 e p.376
  • Mattia Mancini, Djed Medu blog di Egittologia, pubbl. 29 settembre 2016
  • Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197
  • Mark Lehner, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013
  • Mark Lehner e Wilma Wetterstrom, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014
  • Kathryn A. Bard e Rodolfo Fattovich, MERSA/WADI GAWAIS 2009-2010, in collaborazione con
  • Duncan FitzGerald, Rainer Gerisch, Christopher Hein, Dixie Ledesma, Andrea Manzo, Tracy
  • Spurrier, Sally Wallace-Jones, Cheryl Ward and Chiara Zazzaro. Newsletter di Archeologia CISA – Volume 1 – 2010
  • ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol.19-1, primavera 2018, pagg. 6-7-8
  • Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pagg. 81÷98

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