Di Piero Cargnino

Amenhotep (o Amenophis o Amenofi) era figlio di Ahmose I e di Ahmose Nefertari e successe al padre. In realtà non sarebbe stato lui l’erede designato ma il fratello maggiore Ahmose Ankh, secondo alcuni addirittura Ahmose Sipair (Pare che Ahmose Sipair fosse figlio di Seqenenra Ta’o).
Amenhotep sposò la sorella Ahmose Meritamon la quale poteva vantare i titoli di “Figlia del re”, “Sorella del re” e “Grande Sposa Reale”. Secondo alcuni ebbe un figlio, Amenhemat, che però morì molto giovane. (Alcune fonti però negano questa paternità).

Amenhotep divenne faraone ancora bambino ed in sua vece il trono venne retto dalla madre Ahmose Nefertari (o Ahmes Nefertari). E’ possibile datare con sufficiente precisione il suo regno (ed anche quelli dei prossimi successori) grazie a quanto riportato sul retro del “Papiro medico Ebers” dove viene citato che nel nono anno di regno di Amenhotep si tenne la: <<…..festa dell’anno nuovo, terzo mese di Shemu, nono giorno, levarsi di Sodpu (Sirio)……>>.


Amenhotep I dette grande impulso all’attività edilizia soprattutto ricostruendo le città che furono alleate di Tebe durante le guerre contro gli Hyksos. A tale scopo vennero riattivate le cave del Gebel Silsila e di Serabit el-Khadim nel Sinai, inattive fin dalla XII dinastia.
Fu Amenhotep I ad iniziare la costruzione del villaggio di Deir el-Medina destinato agli operai impiegati nella maggior parte della produzione artistica che lavoravano alla realizzazione delle tombe per le sepolture dei futuri sovrani e nobili della necropoli di Tebe, ed in seguito nelle tombe reali nella Valle dei Re. Per questo lui e la madre Ahmes Nefertari divennero oggetto di divinizzazione e di culto nell’intero villaggio.
Le iscrizioni rinvenute nelle già citate tombe dei capi militari Ahmes figlio di Abana e di Ahmes Pennekhebet, che avevano già combattuto con il faraone Ahmose, ci forniscono informazioni circa le campagne militari intraprese da Amenhotep I verso la Nubia, non sono citate spedizioni in Asia.

In Nubia però Amenhotep I ci andò giù pesante, agli egiziani non andava di certo a genio che i nubiani avessero approfittato del dominio Hyksos per aggredirli alle spalle e questa gliela fecero pagare cara. Amenhotep I avanzò con le sue truppe fino a Gebel Barkal, presso la quarta cateratta assumendo così il controllo delle piste carovaniere che da sud attraversavano il deserto. Ma non si fermò li, nel settimo anno di regno la Nubia era interamente sotto il controllo di un governatore tebano, il “figlio del re di Kush”, titolo che veniva assegnato ad un principe reale.

In una seconda campagna militare Amenhotep I riprese il controllo delle oasi del deserto reinserendole all’interno dello stato sotto il controllo di un “sovrintendente delle oasi”.
Fu durante il suo regno che venne scritta la versione definitiva del “Libro dell’Amduat”, uno dei più importanti testi funerari, che però troviamo in versione completa solo nelle tombe di Thutmose I (KV38), Thutmose III (KV34) e di Amenhotep II (KV35). Alcuni testi raccontano che Amenhotep I si sia associato al trono il figlio Amenemhat, ancora giovanissimo, poco prima che questi morisse.
Forse a causa della morte del figlio pare che nominò coreggente una figura importante dell’esercito che poi gli succederà al trono, Thutmose, anche se non si sa se esistesse una relazione di parentela tra i due. Alcuni ipotizzano che Thutmose potrebbe esser figlio di Ahmose-Sipair, anch’egli deceduto.
Che vi sia stata un coreggenza tra Amenhotep I e Thutmose I parrebbe testimoniata dalla presenza, presso il terzo pilone del tempio di Karnak, di un cartiglio dove i due compaiono accanto su una barca rituale. Parliamo sempre al condizionale in quanto le evidenze archeologiche sono troppo scarse e non permettono una conclusione certa.
Amenhotep I regnò circa vent’anni ed alla sua morte, intorno al 1506 a.C., venne divinizzato e, come detto sopra, fu oggetto di culto, lui e la madre Ahmes Nefertari in modo particolare nel villaggio che fece costruire a Deir el-Medina. Sono molte le statue in cui è raffigurato anche se quasi tutte postume, gran parte di quelle che lo rappresentano sono idoli funerari funzionali al suo culto e provengono da epoche anche molto successive. Le statue a lui coeve sono scarse e da queste si può intravvedere che ricalcano fedelmente gli stilemi del Medio Regno, sarà poi nel prosieguo della XVIII dinastia che avverranno cambiamenti di stile che si possono riscontrare nelle statue di Mentuhotep II e di Sesostri II.


Dopo la sua morte, Amenhotep I fu ritenuto un dio che proferiva oracoli, le domande che gli venivano poste sono presenti su alcuni ostraka rinvenuti a Deir el-Medina ed il modo in cui sono formulate fanno pensare all’eventualità che, forse con un trucco dei sacerdoti, l’idolo desse cenni di assenso o di diniego. Era venerato sotto tre diversi aspetti divini: “Amenhotep della città”, “ Amenhotep amato da Amon” e “ Amenhotep del cortile esterno”.

Sulla sua sua sepoltura, in particolare per quanto riguarda l’ubicazione della sua tomba esistono alcune incertezze, una riguarda la KV39, nella Valle dei Re, l’altra la AN B situata nel “Cimitero degli Antef” a Dra Abu el-Naga, entrambe vengono attribuite ad Amenhotep I. Di quella di Dra Abu el-Naga, scoperta nel 1914 da Haward Carter, si pensa che avrebbe dovuto accogliere sua madre Ahmose Nefertari ma poiché la regina morì 3 o 5 anni dopo il figlio, sia stata ampliata ed adattata per il figlio.

La mummia di Amenhotep I, rinvenuta nel 1881, si trovava nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) dove, sotto il regno di Sheshonq I, i sacerdoti di Amon la fecero trasportare, con molte altre, per preservarle dai saccheggiatori ormai così numerosi nella Valle dei Re. La mummia si trova in ottimo stato di conservazione, le bende che la avvolgono sono ricoperte da uno strato di cartonnage di squisita fattura e valore artistico, è l’unica a non essere mai stata sbendata, era ancora così ben conservata che non la toccarono neppure i sacerdoti quando, durante la XXI dinastia, dopo averle portate nella cachette di Deir el-Bahari, restaurarono i bendaggi delle altre antiche mummie reali.

Non la sbendarono neppure gli studiosi anche se prima dell’utilizzo dei raggi X era normale farlo. Dal 3 aprile 2021 la mummia di Amenhotep I con le altre è stata trasferita al nuovo Museo Nazionale della Civiltà Egiziana.

Fonti e bibliografia:
- Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
- Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
- Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
- Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
- Claude Vandersleyen, “La statue d’Amènophis I (Turin 1372)”, Oriens Antiquus 19 (1980)
- Sergio Donadoni, “Statue di statue”, Aegyptus 85 (2005)
- G. Elliot Smith, “The Royal Mummies, Duckworth Egyptology”, 1912 (ristampa 2000)
- Giampiero Lovelli, “Ahmose I : il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto”, articolo da Storie di Storia, 2017
- Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995 Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari 1990, ed. Rcs Milano 2004